La Via del Pensiero (di Isidoro)

In primo piano

Se guardiamo verso l’onnicomprensiva visione del mondo, intuita dalla conoscenza spirituale della Tradizione, troviamo anche indicazioni del succedersi degli stati di esso, mai disgiunti dalle condizioni umane (il dualismo tra cosmo ed entità umana, dal punto di vista di intere ere, è cosa piuttosto recente).

I cicli più estesi sono chiamati Kalpa e, ai fini di queste righe, essendo il kalpa indice dello sviluppo totale di un grado dell’esistenza universale, il dare significati temporali ad esso esorbita dal tema in proposizione.

I cicli svolgentesi entro il nostro kalpa sono chiamati Manvantara. A questo livello vengono considerati come riguardanti l’umanità terrestre in connessione a tutti gli avvenimenti che si producono nel mondo.

All’interno di un manvantara vi sono quattro Yuga. La divisione quaternaria di un ciclo ha molti riflessi: le quattro stagioni della natura, le quattro settimane del mese lunare, i quattro punti cardinali, ecc.

E’ inoltre rilevabile la corrispondenza dei quattro yuga (Krita-Yuga, Trêta-Yuga, Dwâpara-Yuga e Kali-Yuga)  con le quattro età come conosciute nell’antichità greco-latina: la prima è l’età dell’oro, poi in successione, dell’argento, del rame e del ferro.


In entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è caratterizzato da un processo di degenerazione rispetto al precedente. Dalla visione spirituale si esplicita un graduale allontanamento dall’Origine cosmica, costituente una “discesa” (vedasi la “caduta” nella tradizione giudaico-cristiana).

Caratteristica di ogni età è di essere più breve dell’antecedente, come nel mondo fisico la caduta di un oggetto accentua, nel tempo di caduta, la sua velocità.

Per i curiosi, una nota ininfluente: secondo calcoli che comunque andrebbero presi con beneficio d’inventario, il tempo dei quattro yuga si aggirerebbe verso un totale di circa 65000 anni. A meno che, come ritengo, il Tempo sia cosa viva e dunque possa allargarsi o restringersi. In tale possibile caso le indicazioni con orologi e calendari (numerazioni) valgono come maya nella maya.

Secondo i tradizionalisti siamo in pieno Kali-Yuga, secondo lo Steiner ne siamo usciti verso la fine del 1800. E, viste le condizioni dell’oggi, sembrerebbe che tutto debba dar ragione ai primi. Ai quali però, la visione unidirezionale e la scarsa o nulla propensione alla percezione del nuovo e del futuro nasconde quella parte di realtà che, essendo ora, manca alla corrente del passato.

Qui si biforcano le strade: i tradizionalisti irremovibili e con lo sguardo sempre rivolto all’indietro ed i seguaci dell’Antroposofia che, da nominalisti quali sono, usano ad ogni piè sospinto l’idea di evoluzione, troppo spesso corredata da un superficiale ottimismo.

Una comprensione della Scienza dello Spirito che non oscilli tra questi due stati d’animo (perché tali sono e null’altro, seppure ammantati di sapere) porta ad indagare il senso innegabile della perdita del Principio e delle perdite ulteriori. Qualcuno si è chiesto: “Se l’immersione nel Divino-Cosmico, la non-dualità, fosse stata davvero in mio possesso, perché avrei dovuto perderla?”.

In effetti al ricercatore potrebbe essere piuttosto chiaro che abbiamo perduto ciò che ci sosteneva ma non ci apparteneva. Facciamo un esempio concreto per immagine: un tempo il corpo sottile o eterico sorpassava di gran lunga quello fisico; perciò l’uomo viveva nello ‘spazio’ spirituale e questo, a sua volta, lo pervadeva. Così quasi non esisteva il dualismo Uomo-Mondo ed i confini corporei erano sconosciuti (come ora sono sconosciuti all’animale). Poi il corpo eterico si ritira, permanendo come un doppio creativo del corpo fisico. Tale contrazione segna la perdita di un ‘naturale’ stato di coscienza trascendente. E cosa l’uomo riceve in cambio di questa grandiosa perdita? Un mondo a lui esterno ed estraneo: il non-io enigmatico che stimola in lui lo sforzo personale sino alla conquista di una individualità e una destità mai esistita prima: in essa egli trova solo sé stesso pur recando in profondità, nel cuore, la nostalgia (memoria) del paradiso perduto.

Perciò la diatriba tra tradizionalisti e…futuristi è vana. Il tradizionalista non può immergersi in quello che non c’è più ma nemmeno vanno sdoganati al futurista sogni di splendori futuri che dovrebbero cadergli addosso in automatica. Il futurista sogna di diventare un automa beato! Tanta è la passività e l’inerzia nascosta dalla rappresentazione facile che anela arimanicamente ad una riascesa officiata da Potenze  trascendenti, perciò conosciute solo nominalmente…forse più insana dei desideri restaurativi della cecità tradizionalista.

Il fiore dell’indipendenza dagli Dei che l’uomo sperimenta in ogni momento non può non essere altro che la Libertà. Parola troppo facile che nasconde un contenuto tremendo ed imprevedibile. E’ ciò che l’uomo di oggi può volere o non volere: dipende dalla sua indipendente azione. Non v’è uomo che non porti in sé l’antico. A cui ripugna e spaventa l’atto libero. Anche le religioni, seppure ricche di tesori, appartengono al passato, seguono la via dei morti. Le pseudo religioni o le pseudo mistiche contemporanee sono solo fenomeni di tarda necrofilia su corpi marcescenti.

Ora, lo si desideri o meno, è il corpo che abbiamo, la coscienza che possediamo, che fanno da base ad ogni ulteriore movimento. Converrebbe parlare meno di “mondi spirituali” e di contenuti “morali”: venendo essi assunti da una coscienza vuota di Spirito e da un pensiero astratto, privo di realtà condizionante. Non direi simili cose se non mi fosse chiaro il contenuto della coscienza: piena di rappresentazioni, vuote anch’esse di realtà ma sostenute da una debole impressione di vita elargita dalla più oscura vis istintiva.

L’attività della coscienza di sé si svolge in pensieri o, più esattamente, in una sfera di astratte rappresentazioni: semplici riflessi del mondo come appare o dell’inconosciuta vita organica, quella del corpo o della psiche soggetta al corpo. Ma se la rappresentazione è un riflesso, una maya, essa non muta il suo carattere “sia che pensi Dio o una sedia” o l’Opera Omnia del Dottore. Un riflesso non può trasformarsi in una realtà senza una concreta animadversio. Per questo motivo chi evita di guardare con coraggio la condizione di “caduta” in sé stesso, cerca di saltare l’ineludibile fosso con azioni e parole illudenti che ponendolo in condizioni crepuscolari (di fatto medianiche) lo trascinano verso condizioni più involute rispetto allo stato di coscienza dell’uomo comune. L’involuzione può essere “elettrizzante”, stimolando nel soggetto retrogrado impulsi di evangelizzazione (contagio) verso i deboli e gli instabili.

Questo è semplicemente il retroscena che anima la maggior parte di “Maestri”, “Guide” e “Profeti” del teatrino del mondo e, in particolare, del mondo esoterico.

Però il pensiero-maya è anche un niente che non vincola la coscienza. Non vincolandola, esso proprio in questo vuoto può muoversi liberamente: anche oltre la propria stessa natura. Non vincolato dal corpo e dalla psiche personale vincolata al corpo esso, se lo vuole, può tendere oltre: può volersi oltre tutte le categorie che vincolano gli altri elementi costitutivi. Può volersi oltre la personalità, il carattere e tutto quello che corazza e imprigiona l’umano nella ordinaria rete di ateismo e religiosità, di istinti e di idealismo, di materialismo e spiritualismo.

Questo è il potere del pensiero astratto, realizzato solo in parte nell’opera della conoscenza scientifica che, per afferrare il dato, non si è accorta di cosa succedeva nella coscienza e tanto meno si è data la pena di applicare il metodo scientifico al mondo interiore. Peccato! Avrebbe scoperto un momento dinamico del pensiero, antecedente il pensiero delle cose. Un simile momento fu in realtà intuito da pensatori come Hegel, Rosmini e Gentile ma fornì loro il bisogno di approfondimenti speculativi, di fatto contrastanti l’esperienza originaria. Cercando di spiegare tutto il resto, essi non ebbero la capacità di indicare il processo onde fosse possibile risalire all’esperienza primaria. Per loro eccezionale, e del tutto incompresa da chi ha tentato di seguirli.

Senza togliere l’onore della ricerca avanzata a Brentano e Husserl, spetta a Rudolf Steiner la capacità di trovare nello sforzo scientifico di Goethe, portato alle sue ulteriori conseguenze, la tangenza possibile tra la sua personale visione spirituale ed il pensiero scientifico, allorquando questi si rivolga alla vita dell’anima. Con la Filosofia della Libertà nasce nel mondo la prima Opera di pensiero che coincide con la Potenza eterica da cui, in realtà, sgorga ogni pensiero pensante e immediatamente scadente nel pensato.

La Filosofia della Libertà fu un’opera troppo innovatrice per gli uomini del diciannovesimo secolo, troppo difficile per il primo ‘900 (le aggiunte alla seconda edizione del 1918 lo dimostrano) e praticamente incomprensibile oltre la struttura verbalizzante ai nostri giorni, poiché, a quanto pare, già sono venute meno le capacità intuitive generali, sostituite come sono da un sub-umano automatismo dialettico che è già oltre il livello minimo di manifestazione dello spirituale nell’uomo.

Sono forse consequenziali prosecutori Friedermann e Schwarzkopf? Dai, non scherziamo!

In Italia, dopo un penoso (e inutile) tentativo di comprensione, candidamente Bavastro termina una lunga disanima del testo concludendo che “se il libro è iniziatico, ha allora il diritto di essere difficile”(Rivista antroposofica n°3, 1976): ai posteri lasciando l’oscura, intellettualistica equivalenza tra “iniziatico” e “difficile”. Appare invece chiaro lungo tutto il saggio di Bavastro (tra l’altro traduttore e curatore della V ed. italiana della Filosofia della Libertà. Lettori: attenti!) come dalle sue parti non si sospetti nemmeno che il pensare indicato dallo Steiner non si affaccia mai nell’esperienza comune.

Soltanto Massimo Scaligero (oltre, forse, a pochissimi discepoli diretti), avendo sperimentato la Forza che cosmicamente fluisce come Vita antecedente persino al momento pensante del pensiero, ha potuto indicare il metodo, la téchnē della risalita: dalla rappresentazione al pensiero che pensa e da questo alla Potenza che lo precede. Coerentemente all’assunto della Filosofia della Libertà ma nel contesto delle mutate condizioni dell’anima nelle nuove generazioni, pur comprendendo con serena chiarezza, che doveva venire indicato un compito già incompreso e difficilmente conseguibile. In realtà questa è stata un’ operazione che lo stesso Steiner avrebbe svolto se la mancanza di tempo e poi l’inattesa fine non avesse troncato sacrificalmente il percorso che gli era karmicamente dovuto.

Scaligero stesso non avrebbe svolto un simile lavoro (tra ristrettezze e sacrifici di ogni genere) se non avesse ricevuto l’investitura (l’onere) di svolgerlo.

Come nella staffetta, il “testimone” passa a chi è stato posto nel tratto successivo.

Sinceramente, conoscendo il poco di cosa si è svolto dietro il sensibile in questo caso, non mi indignano le bordate che a destra e a manca vengono ancora sparate contro Scaligero, essendo ciò connesso al karma dei singoli e della decaduta associazione, ma rabbrividisco di fronte alla fredda e cinica superficialità che molti manifestano nei suoi confronti. Forse perché da bambino mi fu facilmente insegnato a rispettare il sacro delle chiese, ora rispetto il Santuario d’Occidente e la Personalità che ne è al centro.

Non è vero Maestro né valido Indicatore chi non sa insegnare (anche se mirabilmente dotato) la Via del Pensiero: questo è un buon metro per capire molte cose, anche quelle che non piacciono.

La Via del Pensiero non solo è la via più pura e più indicata per l’occidentale che sia desto, compiutamente desto e decisamente moderno, ma è ‘tecnicamente’ l’unica via possibile, data l’attuale costituzione palese-occulta dell’uomo se rapportata alla realtà dello Spirito: solo nel soggetto pensante affiora lo Spirito come immanenza, aristotelicamente più potenza che atto, ma che è tuttavia l’unica mediazione possibile che non può essere evitata come si faceva nell’antico (la constatazione, quasi umoristica, che non si possa ad esempio, “digerire la digestione”, la possiamo allargare a tutte le attività umane possibili: il fatto che ciò – pensare il pensiero – sia applicabile solo all’attività pensante dovrebbe far riflettere il ricercatore ancora confuso).

Tutto ciò non implica l’opposto giudizio, come taluni desiderano pensare che qui si pensi: cioè il disprezzo per la via che consiste nello studio serio e appassionato delle opere antroposofiche. Pensare il pensiero antroposofico è un dono e una grazia per l’anima, per il presente e per il suo futuro.

Sulla Via del Pensiero occorre educarsi alla contemplazione del pensiero, condizione eccezionale perché non sollecitata da alcun istinto o necessità, a cui lo Steiner invitava (Filosofia della Libertà, III Cap. pag. 30, V ed. italiana) secondo il canone del processo del pensiero: l’osservazione spassionata e obbiettiva di un tema o di un oggetto di pensiero che per insistenza volitiva distrugge la propria datità rivelando la Forza-pensiero di cui era alienazione riflessiva. Questa difficile arte viene chiamata Concentrazione.

Essa è la Potenza dell’occhio di Shiva: incenerisce la paura (ogni paura) e la brama (ogni brama) dei valori del mondo duale ai quali si aderisce in profondità e che sono l’inavvertito limite della prova esoterica.

La retta, la tersa Concentrazione è un atto eccezionale, conosciuto solo nell’azione stessa e quando si è capaci di abbandonare il mondo delle argomentazioni e deduzioni, ripeto: mai stimolato dal mondo o dall’uomo che normalmente si è, buono, devoto o immorale che si presume di sentirsi.

Occorre solo che l’io voglia, attimo dopo attimo, il pensiero deliberatamente posto, con una dedizione che deve farsi assoluta; allo zero dei valori umani, allo zero e oltre il proprio senso della vita. Questo è l’inizio della Via del pensiero.

Qui mi fermo. Nella Concentrazione il carattere essenziale dell’osservazione scientifica viene soddisfatto: con la sua impersonalità e con la ripetitività rigorosa del percorso e del suo prodotto finale. La concentrazione è inconosciuta: sono conosciute  invece mille tecniche fisio-psico-mentali subordinate a mille oggetti e a mille scopi, personali e stravaganti.

Mentre quella che tratta di univoca osservazione di pensiero sul pensiero stesso è del tutto estranea al pensiero che fu, ed a quello contemporaneo. Prova ne sia che negli stessi ambienti antroposofici si confonde il primo dei 5 esercizi ausiliari con la concentrazione o persino la si nega. Eppure la conoscenza sperimentale del pensiero dovrebbe essere il primo gradino di una vera scienza che voglia dirsi – non solo a parole – spirituale.

Certo: la Concentrazione non è tutto, ma senza la sua potenza le ulteriori discipline, dalla Meditazione alla Contemplazione e al Silenzio interiore, non avrebbero la capacità di venire realizzate come atti spirituali e rimarrebbero intellettuale o sentimentale rimuginazione personale o apertura a ospiti non invitati.

Ho detto che qui mi fermo poiché la Concentrazione implica una decisione dell’Io che l’io comune deve poi portare avanti con una eroica fedeltà, un grande sforzo ed una pazienza inalterabile: un formidabile pinnacolo di bianco granito stante e imperturbato, nel divenire limaccioso delle correnti.

Eppure il  segreto – ricercato per ogni dove – sta in massima parte nella totale semplicità del gesto interiore, rafforzato soltanto dalla giornaliera risorgenza dell’impeto volitivo.

Isidoro

 

ISIDE SOPHIA-QUINDICESIMA Lettera (Parte I) – Continuazione

Denderah

QUINDICESIMA LETTERA

Giugno 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 3

(Link alla parte precedente)

Il conte Leone Tolstoj nacque il 9 settembre 1828 nuovo stile [calendario gregoriano]. In questo giorno il Sole era nella Costellazione del Leone, vicinissimo al punto di transizione dal Leone alla Vergine. All’epoca del suo concepimento il Sole era nello Scorpione. Così lo “spazio aperto” comprende le Costellazioni della Vergine, della Bilancia e parte dello Scorpione, ma la Vergine è la Costellazione dominante. Questa è la Costellazione opposta ai Pesci, che abbiamo trovato così fortemente collegata con Tommaso Moro. Perciò, l’anelito all’esperienza del Sole Spirituale nella Terra era vivo in Tolstoj in maniera abbastanza diversa che in Tommaso Moro, ma fu allo stesso livello, poiché cercava lo Spirito Solare all’interno dell’ordinamento sociale. Tommaso Moro sperimentava il Divino della Terra nella visione di uno Stato perfetto che è guidato interamente dalla religione. L’essere umano singolo è accolto nell’influenza di questa religione obbiettiva, che ordina la sua esistenza all’interno della comunità.

Per Tolstoj l’anelito per una comunità giusta ed armoniosa rivelò proprio il problema opposto. Egli non poté partire da un’obbiettiva istituzione religiosa che fosse capace di accogliere l’essere umano nelle sue braccia orientatrici e protettive. In effetti, ad una certa epoca della sua vita egli recise tutti i suoi legami che lo legavano alla Chiesa Ortodossa. Dovette partire dal suo proprio essere interiore. Per lui la domanda era ” Come posso trovare in me stesso la ’religio‘ eterna, come posso io trasmutare il mio essere imperfetto?”. Possiamo trovare questa ricerca del vero “umanesimo” nei primi libri come I Cosacchi. Arrivò così all’esperienza del Divino nella vita delle comunità, nei rapporti dell’umanità persino là dove essi confinano stranamente col caos sociale. Tutti i suoi romanzi lo dimostrano, in special modo il libro Resurrezione.

Tommaso Moro nella sua visione di Utopia guardò in faccia il Divino come esso si rivelava nell’ordinamento sociale. Tolstoj doveva discendere nelle insondabili profondità della natura umana al fine di trovare, oltre la caricatura dell’uomo, l’immagine splendente del Divino realizzata nella fratellanza umana. Egli trovò così lo Spirito Solare della Terra, ovvero la Terra nella Vergine, la “rivelazione segreta” dell’enigma della vita. Vi fu inoltre un’altra rivelazione a lui dello Spirito della Terra che portò l’esperienza della Vergine ad un superiore compimento.

Tramite il suo destino egli era stato portato alla convinzione che l’equilibrio dell’anima fosse la medicina della quale abbiamo bisogno per divenire realmente umani. Nella sua gioventù egli aveva vissuto la vita sfrenata e selvaggia di un giovane nobile russo, fino a che non riconobbe l’effetto rovinoso di questo tipo di vita sulla sua vera umanità. Da quel momento lo vediamo anelare e lottare per l’equilibrio, e in molte immagini dei suoi romanzi possiamo trovare questo equilibrio realizzato in descrizioni meravigliose. Esse sono i centri risanatori dentro al tumulto degli eventi. E’ la realizzazione della ricerca dello Spirito Divino della Terra, che viene indicata nella posizione della Terra in Bilancia, come ha luogo nell’oroscopo di Tolstoj. Inoltre dovette sempre combattere duramente per l’equilibrio nella sua anima. Sempre di nuovo dovette attraversare crisi nelle quali tutto quello che aveva raggiunto sino ad allora sembrava essere lacerato in pezzi e diventare indegno. Ma sempre di nuovo egli si risollevò e salì a più alti stadi di umana perfezione. Queste continue esperienze di morte divennero la fonte della sua tremenda attività e produttività. E’ l’esperienza della Terra nello Scorpione. La Costellazione opposta alla Terra nel Toro, ereditando l’anelito alla rivelazione del Divino nella molteplicità della creazione, accende l’impulso a cercare la manifestazione dello Spirito Solare nell’indomabile Spirito creativo che sorge dalla morte e dalla distruzione.

Il famoso astronomo Ticho de Brahe nacque il 14 dicembre 1546, allorché il Sole era nella Costellazione del Sagittario. All’epoca del suo concepimento esso era appena entrato nei Pesci. Perciò, il Sole non era stato nelle Costellazioni del Sagittario, del Capricorno e dell’Acquario, ed esse formano lo “spazio aperto” ovvero l’aspetto della Terra del suo cielo di nascita.

Ticho nacque in una nobile famiglia danese. Il padre cercò di allevare suo figlio affinché entrasse nella carriera politica e così, sotto la guida di un tutore, lo inviò all’università per gli studi di giurisprudenza. Tutta la severità del tutore non poté impedire a Ticho di percorrere la sua via. Mentre i Tutore era addormentato, Ticho si arrampicava sul tetto della casa ed osservava le stelle con strumenti molto primitivi. All’età di 16 anni aveva già fatto importanti scoperte. Nessuno poteva impedirgli di diventare matematico e astronomo. Dopo molti viaggi, con l’aiuto del re di Danimarca, egli si stabilì sulla piccola isola danese di Hveen. All’età di 30 anni costruì lì un osservatorio, e per un lungo, pacifico periodo riuscì a compiere estese osservazioni astronomiche. Produsse, tra le altre cose, un catalogo contenente le esatte posizioni di circa mille Stelle sino ad allora non registrate.

La determinazione con la quale questa individualità percorse la sua vita sin dalla prima Gioventù, ci mostra la direzione della sua ricerca dello Spirito Solare sulla Terra. E’ la Terra nel Capricorno che lo compenetrava con l’impulso a cercare lo Spirito in ciò che il suo occhio poteva rivelargli della moltitudine delle Stelle sopra di lui. Nella Costellazione opposta del Cancro abbiamo incontrato, in relazione con Emerson, l’esperienza del Calice nel quale fluivano azioni, colpe e speranze umane nel corso della Storia. Ticho de Brahe osservò e divenne l’Alto Sacerdote dell’altro Calice nel quale le anime umane vanno al momento della loro morte e dal quale esse provengono quando nascono: il Calice del Cosmo nel quale la Terra è incastonata. Nella rivelazione accordata tramite l’attività del suo occhio, egli sperimenta lo Spirito Divino della terra. L’Universo al di sopra di lui sicuramente non era soltanto un Mondo meccanico. Per lui era un Essere vivente, col quale egli poteva fluttuare attraverso lo spazio cosmico, il cui cuore batteva e il cui linguaggio poteva comprendere.

Non era soltanto quello che oggi chiameremmo un astronomo, era anche un astrologo, sebbene dobbiamo immaginare che a quel tempo ciò avesse implicazioni diverse che non oggi. Predisse la morte del sultano turco Solimano, quasi nello stesso giorno in cui ciò avvenne realmente. Predisse pure altri eventi che si avverarono dopo la sua morte. In questa relazione interiore con le Stelle, e nella percezione del loro linguaggio, scopriamo ancora un’altra esperienza dello Spirito Solare indicata dalla Terra in Acquario, tuttavia ciò non comprende interamente il carattere universale di questa personalità. C’era ancora dell’altro. Il suo osservatorio sull’isoletta di Hveen era un edificio stranissimo. Sul tetto di questo, ove venivano fatte le osservazioni astronomiche, stavano gli strumenti usati per la misura delle angolazioni delle posizioni Stellari. Ma nel seminterrato della casa vi era qualcosa di simile al laboratorio alchemico, nel quale le sostanze della Terra venivano bollite ed esaminate tenendo conto della loro relazione con le Stelle. Quest’anelito ad una conoscenza della natura cosmica delle sostanze della Terra rivela ancora un’altra relazione con lo Spirito Solare che aveva collegato Se Stesso con la Terra. Ciò è indicato nella posizione della Terra in Sagittario che realmente si presentava nell’oroscopo di Ticho come abbiamo fatto notare più sopra.

Ci sono soltanto pochi esempi che possono mostrare come l’anima che discende da altezze cosmiche sperimenti la Terra come l’unico luogo ove egli può incontrare lo Spirito Solare del nostro Universo.

Quando l’anima passa attraverso la sfera del Sole nella vita tra morte e nuova nascita, ha un’esperienza dolorosa. Trova il Sole abbandonato dal suo Spirito dirigente di un tempo, poiché il Christo si è unito alla Terra. Perciò, l’anima viene colmata dal desiderio di ritornare alla Terra per sperimentarvi lo Spirito della Terra. Le rivelazioni del Divino Spirito della Terra sono molteplici, e l’essere umano può riceverle secondo le condizioni di “percezioni” acquisite in precedenti incarnazioni. La direzione di queste possibilità viene indicata nello “spazio aperto” dell’oroscopo e in ciò che avviene in esso. Ciò comprende, naturalmente, solo una parte della dodecupla rivelazione dell’Essere del Christo. E’ la “libbra” (ovvero i “talenti” secondo la parabola dei Vangeli), che ci fu data dal Signore del Destino, ma è nostro còmpito incrementare il dono, ed esso deve diventare l’ideale cristiano di sperimentare sempre più in maniera comprensibile la rivelazione dello Spirito Solare.

Non c’è bisogno di dire, che è impossibile dare regole definite circa il carattere della relazione dello Spirito della Terra nelle varie Costellazioni. Questo è appunto il carattere distintivo del terzo “Mistero Solare”, che possiamo soltanto accostare allorché diventiamo attivi e creativi nelle nostre anime. Nulla accadrebbe se sedessimo soltanto ed aspettassimo che qualcosa giungesse a noi, altrimenti il “talento” che abbiamo ricevuto potrebbe esserci portato via.

Se impariamo a guardare il cielo di nascita, l’oroscopo, dal punto di vista della nostra propria attività spirituale; se possiamo scorgere l’indicazione verso la perfezione e il compimento della nostra esistenza come esseri umani, allora possiamo giungere ad una cognizione interamente diversa dell’ “oroscopo”. Non esisterà più allora l’oscuro, persino crudele dominatore sulle nostre vite, bensì la mano orientatrice del nostro Amico in cielo che ci mostra la Via alla vera cristianità umana.

GLI EVENTI IN CIELO

Siamo stati testimoni nei pochi mesi passati delle scene finali di un dramma storico che era iniziato già vent’anni fa. Se avessimo guardato con occhi conoscitori gli eventi in Europa Centrale nell’anno 1933 e dopo, avremmo visto che essi portavano entro se stessi i semi della distruzione. Gli eventi nel 1944 e nel 1945 furono soltanto la rivelazione del gigantesco spazio vuoto che era stato creato ove una volta esisteva la Germania. Spessissimo abbiamo chiesto a noi stessi: “Come è stata possibile questa distruzione, e che cosa ha provocato questa decadenza?”.

La scrittura Stellare può aiutarci a trovare la risposta a queste domande. Ma non dobbiamo cercarle negli attuali eventi in Cielo. Le cause reali giacciono molto più indietro nel tempo. Per dirlo in maniera chiara, molte delle tendenze che iniziarono in Europa Centrale nel 1933 avevano le loro radici negli eventi collegati con la conquista del Messico al principio del XVI secolo. Non tutti, ma molti di essi avevano la loro origine lì. La scrittura delle Stelle lo può chiarire.

Hernando Cortès salpò dall’isola di Cuba il 18 novembre 1518 per conquistare il Messico. Sbarcò sulla costa del Messico nel marzo 1519 e fondò la città di Vera Cruz. Esattamente in quel momento il Pianeta Saturno entrò nella Costellazione del Capricorno. Cortès bruciò le navi con le quali lui e il suo piccolo esercito avevano attraversato il mare, cosicché nessuno potesse sfuggire alla lotta che era di fronte a loro. Presto gli spagnoli giunsero in vista della bella Città del Messico che era costruita su un’isola in mezzo al lago e dove risiedeva l’imperatore Montezuma. Dopo molte avventure ed imprese disperate contro varie tribù indie, Cortès dovette fronteggiare un’insurrezione dello stesso impero di Città del Messico.

Egli sconfisse un enorme esercito di Messicani il 7 luglio 1520, e sebbene avesse soltanto un esiguo esercito a sua disposizione, aveva il vantaggio delle armi da fuoco alle quali gli indiani d’America non erano affatto abituati. In seguito a questa battaglia, Città del Messico fu assediata e conquistata il 15 agosto 1521. Ciò fu seguìto dal terribile sterminio degli indiani americani. Per tutto questo tempo il Pianeta Saturno fu nella Costellazione del Capricorno.

Anche alla fine del 1932 e al principio del 1933 Saturno era entrato nella Costellazione del Capricorno. Così abbiamo in quegli eventi un riflesso della Storia dell’inizio del XVI secolo. A prescindere da ciò, un’indagine mostrerebbe che i fili karmici di certuni degli attori principali nel dramma del 1933 riportano all’inizio del XVI secolo e al Messico.

Molto è stato detto contro la crudeltà con la quale Cortès e i suoi uomini distrussero e sterminarono l’impero messicano. Essi sembravano agire soltanto come un mucchio di avventurieri e desperados che non avevano nulla da perdere e che erano guidati dalla estrema avidità per l’oro e le ricchezze dei messicani.

Dobbiamo altresì immaginare la situazione cui si trovarono di fronte gli spagnoli, sebbene essi possano esser stati in generale di basso carattere morale. Gli ultimi resti di rituali, che ad una mente europea dovevano apparire come l’estremo limite dell’umana crudeltà, venivano praticati nei templi messicani. Non solo in questi luoghi venivano eseguiti sacrifici umani, ma addirittura gli organi interni di corpi viventi, perlopiù di prigionieri di altre tribù, venivano asportati e sacrificati alle immagini degli Dèi indios.

E’ un argomento troppo vasto per noi spiegare l’origine di quei rituali decadenti che erano divenuti la porta per culti di magia nera.

Gli spagnoli, dal punto di vista della loro civiltà europea, sentivano un incomprensibile disgusto e distrussero queste cerimonie, ma il loro Cristianesimo era ancora troppo debole per sradicare le cause profonde dei segni di questo completo declino di civiltà, che era collegato con antichissimi e insondabili misteri del sangue. L’azione degli spagnoli osservata dal punto di vista del Cristianesimo fu un insuccesso. E quale fu il risultato? Nel XX secolo quelle forze oscure degli antichi misteri del sangue risorsero di nuovo ed esercitarono la loro crudeltà, ed ora furono colmate con l’odio estremo per la civiltà dell’umanità cristiana.

Perciò, una conoscenza della scrittura Stellare può insegnarci, e può divenire una chiave per la cognizione e la comprensione degli eventi terrestri. Ma può essere pure un severo ammonimento…

 (Continua)

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IL VELO (di RA)

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Pensare il mondo (dal Viridarium di D. Stolcius von Stolcenberg, Francoforte 1624)

Dal mondo immediatamente vicino a quello percepibile mediante i sensi ordinari ci separa soltanto un velo. Si ha spesso l’impressione che basterebbe davvero uno sforzo minimo per strapparlo ed entrare cosí, con intatta lucidità, in un altro piano dell’essere. Ci accorgiamo però presto che questa istintiva consapevolezza è ingannatrice. In realtà non riusciamo mai, nel corso ordinario della vita, a lacerare quel velo ed è già un grande risultato poterne avvertire la presenza quando addirittura non se ne riesca anche ad avere diretta percezione. Se, nei rari momenti di consapevolezza dell’imminente presenza di quel mondo che si estende oltre il velo, facciamo attenzione a quanto vive nella nostra anima, ci accorgiamo che vi è una resistenza e che l’ostacolo al nostro irrompere dall’altra parte non è dovuto tanto ad una barriera invisibile che ci separa da esso quanto ad una profonda, costituzionale forma di rifiuto che noi stessi inconsapevolmente opponiamo alla nostra aspirazione ad attraversare la soglia. Siamo immediatamente distratti dalla potenza di apparire del mondo fisico, e i nostri piú elevati sentimenti, cosí come la nostra piú sottile capacità di riflessione, hanno in sé il limite che questo stesso mondo continuamente impone alla coscienza, riempiendo della sua forza quello che a noi appare come una nostra capacità di autonomia rispetto a quell’apparire.

Eppure sappiamo anche che proprio quell’apparire costituisce la base per questa illusoria libertà e per la consapevolezza di noi stessi in quanto esseri che si distinguono come entità dal mondo percepito. Ché se questo ci venisse tolto nella sua totalità ben presto ci accorgeremmo che pensieri e sentimenti perderebbero la loro apparente vita e svanirebbero precipitandoci nel sonno. Siamo individui in quanto sperimentiamo, di fronte alla potenza del mondo, la nostra capacità di pensarlo, ma dipendiamo anche totalmente da esso perché ne facciamo il contenuto di tutto ciò che vive dentro di noi: dalla piú astratta formula matematica al pensiero piú nobile e pervaso di un caldo sentire per la divina maestà dei cieli. Nella vita quotidiana viviamo questa esperienza di pensiero senza una chiara consapevolezza di dove questa vita si pone come una realtà nella nostra coscienza. Adoperiamo la capacità di pensare il mondo per confrontarci con esso nel tentativo di farne parte, perché in realtà desideriamo la sua potenza, bramiamo ad ogni pensiero sul mondo di afferrarne la massività e farla nostra: amiamo il mondo che ci domina. È chiaro però a chiunque che non ci riuscirà mai di avere la potenza del mondo. Sappiamo che non riusciremo a ripetere in noi quella forza di apparire che il mondo fisico ci impone ma oscuramente speriamo di trovarla nel prossimo pensiero, nella rappresentazione successiva, nell’osservazione di un ulteriore apparire. Questa brama di diventare parte della potenza del mondo costituisce la base di quel rifiuto profondo che vive in noi e che ci impedisce di lacerare il velo che ci separa da un altro mondo.

In realtà, non ci accorgiamo che il mondo ci appare mediante un percepire per il quale ogni oggetto di esso è equivalente a tutti gli altri, mentre è quanto noi riusciamo a mettere in moto osservandolo e ricavandone dei concetti che costituisce il punto di superamento del suo apparire. Parimenti è inutile cercare di strappare il velo inseguendo delle rappresentazioni che il mondo ci impone con la sua potenza distraendoci di continuo dall’unica capacità che abbiamo di dominarlo davvero. Non è la ricerca di infinite rappresentazioni che può svincolarci da questo mondo per portarci in quell’altro che pure oscuramente sappiamo esistere. Se la forza che impieghiamo per conoscere il mondo è un fatto oggettivo indipendente da esso, sarà ritrovabile piú facilmente in una sola rappresentazione che nell’infinita e disordinata, spesso affannosa e frustrante, ricerca di ulteriori rappresentazioni.

Qualora vi sia in noi un’onesta aspirazione a svincolarci dalla potenza dominante del mondo che appare, dobbiamo riconoscere che la tecnica della concentrazione donataci da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero è l’unica via percorribile per portare la nostra coscienza ordinaria davanti a quella soglia, e qui, con un atto che impegna tutta la nostra capacità di essere consapevoli di noi stessi, tentare di lacerare il velo. Coloro i quali pongono questa aspirazione come la massima della loro vita, si trovano però davanti ad una serie di ostacoli che spesso inducono a sconforto e che possono far dubitare seriamente sulla veridicità di quanto viene loro indicato dai Maestri. Non ci riferiamo qui al banale prurito che ci distrae, alla mosca che vola nella stanza oppure al devastante sorgere in un angolo della coscienza di una canzoncina alla moda. Diamo pure per scontato – ma non è poi cosí scontato – che anni di attività interiore ci abbiano educati a superare quegli ostacoli che si incontrano quasi subito ma che necessitano comunque di infinito e ripetuto sforzo per dominarli e che ancora, spesso, insorgono malignamente a coglierci impreparati quando ci sentiamo piú maturi e piú forti di un’illusoria maturità e di un’illusoria sicurezza.

Viene un momento nel quale cominciamo a percepire chiaramente la gravità. Avvertiamo con chiarezza che il corpo fisico pesa. Pesando ci trattiene. Ma non è il corpo, è la coscienza che ad esso continuamente si vincola bramandone la consistente realtà, la potenza di esistere: amiamo il nostro respiro che esiste anche se non lo vogliamo, amiamo sapere che il corpo ha una sua saggia autonomia e ci affidiamo ad essa. Nell’attimo nel quale avvertiamo questo pesare possiamo accorgerci che l’avvertiamo perché c’è qualcosa che non pesa. Non pesando non può essere il corpo, non essendo il corpo non può essere qualcosa di fisicamente sensibile. Allora possiamo insistere, possiamo sviluppare una volontà maggiore mediante la quale svincolarci dal mondo che pesa. L’ulteriore movimento porta ad eliminare dalla nostra coscienza qualsiasi percezione proveniente dal mondo conosciuto ed anche quanto ci portiamo dietro, nella nostra coscienza ordinaria, come una sua ombra. Si entra cosí nel vuoto. L’esperienza del vuoto è già un passo avanti, ma è proprio a questo punto che ci si ferma, e spesso per anni. La coscienza ordinaria non regge il vuoto. Il vuoto non regge la coscienza ordinaria. Cosí siamo rimandati indietro e qui, di solito, l’esercizio finisce. Sembra che manchi un nulla per riuscire a superare questo vuoto, come se esso fosse rappresentabile in forma di un precipizio della larghezza di pochi centimetri ma profondo come l’universo. Ci coglie una paura che a tutta prima non riconosciamo come tale e che viene scambiata per inadeguatezza personale se non addirittura con un sentimento di sfiducia negli esercizi. Avviene però, a volte, anche qualcosa d’altro. Insistere con assoluta dedizione sulla permanenza in questo vuoto può portarci a intravedere cosa c’è oltre. Avviene che per una ineffabile grazia, sempre immeritata, possiamo dare una fuggevole occhiata dall’altra parte. Allora ci si presenta proprio il contrario del vuoto che abbiamo sino a qui, sia pure in rari momenti, sperimentato. In un attimo di folgorante brevità il velo si apre con l’impressione di terrore che ci darebbe un cielo limpido che si squarciasse per rivelare un mondo di proporzioni impensabili ed impossibili. Intravediamo un mondo che è costituito da esseri in continuo movimento, un mondo cosí pieno, cosí potente e consapevole di sé che diventiamo immediatamente consci che un ulteriore passo avanti ci annienterebbe. La nostra coscienza sarebbe spazzata via e saremmo davvero fortunati ad addormentarci.

Il mondo dei sensi quale lo conosciamo ci ha permesso, in millenni di evoluzione, di diventare capaci di pensarlo. La sua potenza non era tanto grande da impedirci di sviluppare la nostra autocoscienza pensante. L’altro mondo ci risulta essere immediatamente non affrontabile dalla nostra ordinaria coscienza. È troppo forte, troppo reale. Gli oggetti del mondo si lasciano percepire, essi sono immobili davanti alla nostra osservazione. Nel mondo immediatamente superiore al nostro non c’è che movimento e il movimento è costituito dall’irraggiare di una forza che non viene mediata dall’apparire sensibile che la rallenta, la limita, la fissa nel tempo. Per dirla con un’immagine: non c’è nulla su cui lo sguardo possa posarsi. Se dunque togliendoci ogni percezione sensibile ben presto ci addormenteremmo, qui la nostra coscienza sarebbe spazzata via dalla potenza troppo grande nella quale veniamo immersi totalmente come se fossimo diventati interamente un organo di percezione. Siamo immediatamente rimandati indietro. Ci troviamo dunque in un momento della nostra vita nel quale non apparteniamo piú a nessuno dei due mondi. Il mondo fisico non ha piú la confortante consistenza ed esclusività che aveva nella vita ordinaria e l’altro mondo ci respinge. Nemmeno riusciamo a sostenere il vuoto.

Non c’è un segreto esercizio per superare questo momento. Tutto dipende infatti non dalla quantità di operazioni messe in opera ma dalla qualità di un’unica operazione. Risulta evidente che c’è un unico modo per superare quella soglia ed entrare nel mondo che abbiamo potuto scorgere per attimi indicibili: rafforzare ulteriormente la coscienza. L’ordinario pensiero riesce a reggere l’impatto con la potenza del mondo fisico: può pensarlo ma non può sapere quanto di quel mondo lo pervade, lo guida, lo condiziona. Il pensiero rafforzato mediante la concentrazione può portarci fuori da questo mondo, può renderci capaci, sia pure per infrequenti attimi, di renderci autonomi rispetto all’apparire del mondo per farci rimanere coscienti in un vuoto che ordinariamente ci addormenterebbe. Il mondo immediatamente superiore richiede una forza ancora maggiore, una destità piú grande. Non ci sono qualità da sviluppare, magismi da attuare, ma soltanto l’apparente banale rafforzamento della coscienza sino a limiti mai prima sperimentati. Cosa mai può rafforzare la coscienza se non lo sforzo di farla permanere davanti a quanto vuole ottunderla, assopirla? Se il mondo oltre il velo ha la potenza di respingerci, ebbene dobbiamo decisamente ripresentarci davanti a quella soglia con ripetuta, coraggiosa determinazione. Come i muscoli si sviluppano soltanto con un ripetuto sforzo, cosí la coscienza si rafforza mediante un ritmico insistere nel punto dove essa naturalmente tenderebbe a svanire. La concentrazione è l’unica tecnica che ci permette di sviluppare una coscienza rafforzata. Non c’è mondo superiore che potremmo affrontare se non mediante concentrazione: dall’immediato piano eterico al piú alto mondo spirituale tutti richiedono una sempre maggiore destità, una sempre piú forte capacità di pensarli: esattamente come pensiamo il nostro mondo ordinario. Percepirli, infatti, senza poterli pensare ci darebbe una quantità di meravigliose esperienze ma esse sarebbero simili ai sogni e non sapremmo affatto cosa stiamo sperimentando. Perciò possiamo affermare che non c’è Gerarchia Superiore che non conosca il canone della concentrazione al suo livello, ché altrimenti non sarebbe cosciente di sé e del mondo nel quale opera e dei mondi che la sovrastano.

La concentrazione sviluppa destità, non ci porta di per sé oltre la soglia, ma senza questa rafforzata destità inutile sarebbe attraversarla. Per lacerare il velo ci sono altre tecniche oppure, persino, la paziente attesa che l’evoluzione stessa ci porti ad un gradino piú alto o, ancora, che si attui una condizione inconoscibile per la quale ci sia concesso entrare nel mondo che ci accompagna ad un livello piú alto. Eppure ognuno di noi potrebbe conoscere ugualmente, e con maggiore precisione, il mondo spirituale nel quale è continuamente quanto inconsapevolmente immerso. La destità rafforzata non ci mostra direttamente un altro mondo, questo non appare con la sconvolgente potenza di un’immagine oppure, piú spesso, con la forza di un’impressione totale della sua presenza al di là d’ogni confronto con il mondo dei sensi, nondimeno può verificarsi che la conoscenza di esso sia possibile e persino con maggiore precisione di quanta ne avrebbe una veggenza di tipo tradizionale.

L’ascesi del pensiero, ove sia pazientemente seguita, a volte per molti anni, porta ad un punto nel quale il pensare viene intessuto completamente di volontà. La volontà trasforma il pensiero ordinario in potenza, la potenza si manifesta come una forza che non può essere confusa col pensare ordinario, col modo mediante il quale pensiamo il mondo. Cosí, dal punto di vista del pensare ordinario, quanto si sperimenta non è piú pensiero. Pensiero ordinario e pensiero pervaso di volontà non possono convivere contemporaneamente nella coscienza, uno accanto all’altro: uno sostituisce l’altro. Perché il pensiero rafforzato possa fluire, la coscienza deve essere vuota, deve cioè eliminare da sé ogni possibile percezione che provenga dal mondo nel quale il pensare ordinario si forma, dal quale esso trae i suoi contenuti. Nel vuoto rimane soltanto la capacità di percepire alla quale si dà di contro, come una folgore, il pensiero pervaso dalla volontà, il quale si manifesta come pura forza fluente. Il pensare-folgore viene percepito in una frazione di tempo brevissima perché a tutta prima non siamo capaci di volere per molto tempo il vuoto dove si manifesta. In quella percezione però c’è già tutto. Essa è fuori dal tempo ma può essere portata nel tempo. Qualsiasi percezione pervasa di puro pensiero, ossia del pensare pervaso di volontà, si comporta come il pensare ordinario si comporta nel mondo della percezione fisico-sensibile: forma rappresentazioni. Queste rappresentazioni però, non provenendo dal mondo fisico-sensibile, sono a tutta prima irriconoscibili e questo spiega come la memoria ordinaria non possa portarle con sé quando l’esperienza della quale si parla ha fine. Sembra allora che gli esercizi non funzionino, non diano risultati. È allora possibile che nel corso del tempo, spesso di molto tempo, queste rappresentazioni vengano per cosí dire “tradotte” in immagini riconoscibili, in simboli, oppure mediante immagini prese dal contenuto ordinario della memoria. Questo è il nuovo modo di entrare nella coscienza immaginativa, la quale dunque non è basata su visioni o percezioni sognanti bensí su un processo interamente controllabile dalla nostra sana capacità di giudizio. Non c’è infatti momento nel quale qualcosa sfugga dalla coscienza, e i risultati possono essere controllati nel confronto con la vita pienamente cosciente di ogni giorno.

Questo processo può allora costituire la base per una conoscenza nuova, lontana dai visionarismi e dalle fantasticherie. Spesso ci si pone delle domande tra le quali occorre distinguere quelle che hanno una realtà, che derivano da una sana richiesta e non già da un ozioso gioco intellettuale. Sorgono spesso, nel corso della vita, domande che hanno in sé una propria vita, che manifestano una sana sete di conoscenza. Per avere una risposta altrettanto viva si dovrà procedere esattamente secondo quanto appreso dal “canone” della concentrazione. Spesso questa ricerca occupa molti anni. Occorre acquisire la maggiore quantità possibile di rappresentazioni che si riferiscono all’argomento del quale ci si occupa. Chi compie un’indagine di questo tipo non potrà mai e poi mai essere un dilettante! Dovrà necessariamente far sua una grande quantità di rappresentazioni e di concetti, dovrà decisamente pensare sull’argomento. Alla fine dovrà giungerà ad una sintesi, ad un essenziale percorso di pensieri riguardanti la cosa. Lascerà allora agire su di sé, nel silenzio della sua attenzione, questi pensieri, queste rappresentazioni. Alla fine, ma occorrono molti mesi o addirittura anni, otterrà un quid che potrà contemplare in fluire di volontà sino al vuoto. Da questo emergerà poi la risposta in forma di immediata, potente percezione.

Tra tutte le domande possibili, le piú vive riguardano la prassi quotidiana, quanto costituisce il nostro comportamento sociale, in poche parole il nostro essere morali. Qualora le circostanze della vita lo consentano si procederà nell’identico modo, ma quando avvenga che le decisioni debbano essere prese alla svelta non si potrà aspettare una risposta. Allora occorre decisamente agire mediante un sano buon senso e partire dall’osservazione di quello che la nostra azione ha prodotto come modificazione del mondo che ci circonda e della nostra stessa coscienza. Questa osservazione, portata incontro al pensare rafforzato, costituisce la base di una moralità libera che nasce da se stessa e che non viene condizionata da nulla di quanto possa provenire dal mondo esterno o dal bagaglio di sentimenti, rappresentazioni e ricordi che la vita ci ha imposto nel corso della nostra esistenza.

RA

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2000/ott00/

Immagine: Pensare il mondo dal Viridarium di D. Stolcius von Stolcenberg, Francoforte 1624

L’ARDITISMO DELL’ASCETA

LUPO FEROCE

Durante la prima guerra mondiale – immane tragedia che sconvolse la vita di interi popoli e di decine di milioni di esseri umani: tragedia che travolse stati apparentemente solidi e vecchi di molti secoli, mettendo fine alle rosee illusioni di un fallace ottimismo positivista, nonché alle mire di un tradizionalismo passatista – si formarono nel Regio Esercito italiano alcuni corpi di «sfegatati», di coraggiosi pronti a tutto,  che in seguito presero il nome di «arditi», individui che Massimo Scaligero avrebbe volentieri chiamato «prepotenti generosi». Questi ultimi, nella giovinezza di Massimo Scaligero – come egli stesso ricordava in discorsi privati, e persino in un articolo, Dioniso, apparso in Testimonianze su Evola, Edizioni Mediterranee, Roma, 1974 –  erano dei simpatici maneschi tipacci, suoi amicissimi, i quali lo aiutavano a difendere altri suoi amici, di lui sodali in campo esoterico e non, dalle aggressioni che alcuni tristi personaggi dell’allora imperante regime – vere figure di gangsters – vigliaccamente mettevano in atto, con metodi squadristici, aggredendo in molti contro uno solo. Mi sono talvolta chiesto se cotesti «prepotenti generosi» non avessero davvero nelle loro vene, essi pure, un po’ di verace sangue di lupaccio etrusco. Mi piace pensarlo. A Massimo Scaligero era chiarissimo che in cotali evenienze non si può restare a vedere, con le mani in mano, e magari con uno sguardo di ipocrita rimprovero. Per cui ogni volta egli agì secondo l’oggettiva richiesta degli eventi.

Io stesso mi son ritrovato, in momenti particolarmente critici, a dover affrontare – per così dire: manu militari – la malvagia arroganza di chi pensava di poter distruggere impunemente persone deboli e indifese. In uno di quei critici momenti – passabilmente agitati – uno di cotali arroganti, alleandosi con suoi pari, di lui degni e come lui altrettanto indegni, aveva fatto una sorta di calcolo algebrico, dal suo punto di vista perfetto. Aveva messa su una sorta di equazione polinomiale, nella quale si sommavano, come monomi di un tipo particolare, il cinismo dei malvagi, l’indifferenza degli opportunisti, e la vigliaccheria dei cosiddetti “buoni”. Costui aveva dimenticato di mettere in conto nel suo astuto calcolo il pessimo carattere di alcuni – non molti, ma particolarmente mordaci – lupacci cattivissimi, ai quali non importava un tubero (come direbbe la nostra cara Savitri) di apparire “buoni”, lupacci che non conoscevano, e tuttora non conoscono, ragioni di opportunità, che non si spaventano punto di fronte alle esigenze di una lotta dura e di lunga durata, e alle relative, inevitabili, e perciò previste, pesanti conseguenze, ma che, invece, sono ostinatamente fedeli ai patti di fede giurata, alla verità, all’onore, all’amicizia, alle persone care. Conciosiacosaché molto mal gliene incolse al suddetto arrogante, e ai suoi squallidi “compagni di merende”, i quali tra l’altro avevano sulla coscienza – ma avevano costoro una coscienza? – la morte di una persona a me molto cara.

Le timorate “anime belle” obbietteranno sicuramente che il branco di lupacci cattivissimi, che nei su menzionati eventi fecero passare autentici momentacci all’algebrico arrogante calcolatore, e ai suoi fetentissimi alleati, nella fattispecie non furono – e, a dire il vero, neppure ora sono – “cristiani”. Il branco dei turbolenti lupacci cattivissimi non hanno veruna difficoltà a confessare una sì nobil colpa! Del resto, mica potevano aspettare di trasformarsi in figurini “morali”, per tentare di fermare poi l’azione distruttiva di quella gentaglia senza coscienza e senza cuore: se una cotale mirabil trasformazione fosse stata veramente necessaria per agire, i cattivissimi lupacci avrebbero, forse, dovuto attendere eoni, o intere ere cosmiche, prima di mettersi in azione, ma nel frattempo è certissimo che la proterva malvagità della parte avversa avrebbe continuato indisturbata la sua perversa opera di distruzione. Perché quando coloro che son coscienti della verità, e ben svegli, non agiscono risolutamente contrastandolo, il Male dilaga.

Più volte Massimo Scaligero ci ribadì esplicitamente che «non si deve essere “cristiani” prima del tempo», ossia che non si deve essere “buoni” perché deboli, o “pacifisti” – o pacifinti, se vogliamo – per mollezza etica, o per opportunismo. Sono molti che mascherano codardia e opportunismo dietro uno stucchevole – oramai ovunque imperante – “buonismo”, il quale – al di là di ogni scontata retorica di pragmatica – si risolve sovente in una comoda forma di “coesistenza pacifica” col Male: “coesistenza pacifica” con lo strapotere dell’Oscuro Signore, che si rivela essere, in verità, una vile diserzione, una latitanza, e oggettivamente in una sorta di ben mascherata “intelligenza col nemico”. Un tempo, quando vigevano i rigori del codice militare di guerra, la cosa, davvero poco onorevole, era da fucilazione alla schiena.

Che senso può avere la velleità, allora, di voler essere “cristiani” – con tutta la susseguente retorica di “amore universale”, di “autotrasformazione nell’anima dell’altro”, di “gioiosa comprensione e perdono”, etc., etc., quando non si sia capaci, non dico della forza e del coraggio di lottare per la verità e la giustizia, per quel che si ama, per chi si ama, ma nemmeno dell’atarassia stoica, o del distacco buddhico, che furono la grandezza morale del mondo antico in Occidente e in Oriente?! Nel migliore dei casi, tale velleità rimane una nobile quanto sterile aspirazione. Nel peggiore dei casi, essa non è altro che cinico opportunismo e menzognera ipocrisia. Della “dolcezza” di una sì ardente cristianissima “carità” ho avuto modo di fare a lungo ampia e amara esperienza sulla mia propria pelle di lupaccio cattivissimo, ed ho fatto eziandio tesoro dell’eloquente esperienza che altre persone, a me molto care, han dovuto fare sulla loro pelle.

Ma tornando al nostro tema, durante la prima guerra mondiale furono organizzati dei temerari gruppi d’assalto, gli «arditi» appunto, i quali operavano fuori delle trincee, direttamente contro le linee nemiche, o addirittura dietro di esse. I primi reparti furono organizzati, per operare in Valsugana, dal capitano, che più tardi giunse ai gradi di colonnello, Cristoforo Baseggio, con la sua “Compagnia della Morte”. Il Baseggio, milanese, sul quale le notizie che si trovano in rete sono le seguenti:

«Cristoforo Baseggio nacque a Milano nel 1869. Figlio di un avvocato triestino, scelse fin dall’adolescenza la carriera militare. Uscito dall’Accademia Militare di Modena, col grado di sottotenente a 21 anni, conseguì il grado di tenente nelle truppe alpine. Lasciò la divisa nel 1898 dopo aver partecipato alle campagne in Sudan e nel Transvaal con le truppe britanniche; si spostò in Marocco ed infine in Libia arruolandosi come volontario. Lasciato nuovamente l’esercito si dedicò all’ingegneria civile realizzando opere pubbliche in Egitto e in Libia. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, vi prese parte col grado di tenente, riuscì a farsi assegnare il comando di un nucleo di 70 volontari alpini denominato “Chieti”, divenendo al tempo stesso ufficiale d’ordinanza del gen. Graziani. Il 16 ottobre 1915 fondò a Strigno la “1° Compagnia Volontari Esploratori” o “Compagnia della Morte” della quale facevano parte gli “arditi” e si meritò numerose ricompense al valore fra cui diverse medaglie d’argento, una croce di guerra francese e una croce d’argento inglese».

Un coraggioso, dunque, e un uomo molto risoluto. Coraggiosi e risoluti furono pure i suoi uomini, i quali non si risparmiarono, neppure di fronte all’estremo sacrificio. 

«Il Baseggio comandò per qualche tempo una compagnia di Volontari Alpini e diresse numerose esplorazioni, piccole azioni di guerriglia. Nel settembre del 1915 decise di far qualcosa che “rappresentasse veramente un’utilità per l’Esercito e per le operazioni di Guerra”. Propose al Generale Farisoglio, comandante la 15° Divisione Fanteria con sede al Castel Ivano, di costituire una “compagnia autonoma per eseguire imprese ardite” e azioni di sorpresa. Questa compagnia sarebbe servita anche da retroguardia o di rinforzo nell’azione di maggiori reparti. Aveva imparato per studio e per esperienza che nella guerra specialmente di montagna, la manovra e la sorpresa hanno talvolta ragione delle posizioni più formidabili e che il morale delle truppe e lo spirito offensivo sono gli elementi principali della vittoria, quando siano temperati dalla prudenza e dal sangue freddo dei Comandanti e dalla loro conoscenza delle qualità topografiche del campo di battaglia”.

Fra le truppe si era radicata la “leggenda delle posizioni imprendibili”. Era necessario sfatarla con azioni guerresche anche di poca importanza dal punto di vista militare, ma tali da sollevare lo “spirito del soldato”.

La sua proposta fu accolta con favore dal Generale Farisoglio, appoggiata dal Generale Andrea Graziani e dal Generale Clerici del Comando della 1°Armata, che fornirono i mezzi per la costituzione della Compagnia.

Così nacque i primi di ottobre Strigno, in Valsugana, presso il “Casermone” la “Compagnia Esploratori Volontari Arditi Baseggio” e per la prima volta fu così costituito un “Reparto Autonomo Arditi di Guerra”. Composta da 13 Ufficiali, 450 graduati e truppa, da 120 soldati conducenti, fu dotata di due sezioni di Mitragliatrici, di una colonna di Salmerie di 120 muli ed un completo equipaggiamento. Fu aggregata per ragioni di vettovagliamento al Comando della 15° Divisione, amministrativamente autonoma e dipendente dal Deposito del 29° Regg.Artiglieria in Firenze e tatticamente alla diretta dipendenza del Comando di Corpo d’Armata. Gli scopi dovevano essere “l’esecuzione di imprese ardite e difficili compiti di avanguardia, di rinforzo e di sostegno”. Ad essa potevano accedervi militari che ne avessero fatta domanda e che possedessero i requisiti fisici e morali a giudizio del Comandante.

In pochi giorni fu radunata, armata ed equipaggiata; vi affluirono militari di ogni ordine e grado, di ogni età e di ogni arma e corpo: Carabinieri, Alpini, Bersaglieri, Guardie di Finanza, Artiglieri, Genio e perfino Veterinari. “Era una mescolanza variopinta e tumultuaria, tenuta assieme dal pugno fermo del Comandante… tutti distintisi in cento azioni e parecchi di essi morti gloriosamente; tutti indistintamente animati da un elevatissimo e sano spirito militare e da una febbre di combattere e di sacrificarsi. Era quello lo “spirito ardito” sopito nel soldato Italiano…” ».

Le perdite della “Compagnia della Morte” in combattimento furono elevatissime: solo nell’ultimo attacco su 200 soldati ne caddero 146. Ma furono fatti anche altri tentativi sul fronte più orientale del Veneto e del Friuli. La fondazione organica della specialità degli «arditi» all’estate del 1917, grazie all’azione congiunta del generale Capello, del generale Grazioli e del tenente colonnello Bassi, con sede operativa a Sdricca di Manzano, nell’udinese. L’addestramento era durissimo, con armi vere e sotto il fuoco non simulato, in condizioni il più possibilmente realistiche. Nel corso degli eventi bellici, gli Arditi divennero un corpo speciale d’assalto. Il loro compito non era più quello di aprire la strada alla fanteria verso le linee nemiche, ma la totale conquista di queste ultime. Per fare ciò, venivano scelti i soldati più temerari, che ricevevano un addestramento affatto realistico, con l’uso di granate e munizionamento reale, e con lo studio delle tecniche d’assalto e del combattimento corpo a corpo. Rispetto a quest’ultimo, vedremo subito l’apporto di un figlio dell’Estremo Oriente. Operativamente, gli Arditi agivano in piccole unità d’assalto, i cui membri erano dotati di petardi “Thévenot“, granate e pugnali, utilizzati in assalti alle trincee nemiche. Le trincee venivano tenute occupate fino all’arrivo dei rincalzi di fanteria. Il tasso di perdite naturalmente era estremamente elevato.

HARUKISHI SHIMOI ARDITO

Di queste unità speciali di ardimentosi guerrieri – è giusto chiamarli così, e non “soldati”, questi «prepotenti generosi» che rischiavano la dura pellaccia per amor di patria, e non certo per il magro “soldo” – fece parte un personaggio particolarissimo, del quale sulle pagine di questo blog si ebbe modo di parlare: Harukichi Shimoi, nobile figlio del Sol Levante.

Di lui, in questa sede, ci interessano al momento solo alcuni dati biografici, che vengono riportati qui di seguito. Harukichi Shimoi, – per gli appassionati degli studi yamatologi ne riportiamo il nome trascritto con i tradizionali kanji sino-giapponesi 下位春吉 –  nacque nella provincia di Fukuoka, il 20 ottobre 1883, ove pure morì il  1º dicembre 1954. Apparteneva ad un’antica famiglia di samurai, dopo aver ottenuto una laurea in anglistica presso la scuola magistrale di Tokyo, Shimoi si specializzò in lingua italiana e intraprese la professione d’insegnante presso un locale liceo femminile. In seguito all’intercessione dell’ambasciatore italiano in Giappone, il marchese Guiccioli, Shimoi ottiene  il trasferimento in Italia presso il Reale Istituto Orientale di Napoli. Dopo gli studi effettuati in patria, spinto soprattutto da quelli di italianistica, Shimoi si trasferì in Italia proprio per studiare a fondo l’opera di Dante, per poi divenir docente di giapponese presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Qui, coadiuvato da Gherardo Marone e Vincenzo Siniscalchi,  Shimoi intraprese altresì una vasta opera di diffusione della poesia Giapponese, grazie soprattutto alle pubblicazioni partenopee La Diana e L’Eco della cultura. L’insegnamento  e la collaborazione con gli orientalisti italiani cessò nel ‘15, in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale avvenuto l’anno prima e all’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle forze dell’Intesa. Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, memore delle tradizioni della sua famiglia di samurai, si arruolò nell’esercito italiano, impegnato contro gli Imperi Centrali e, venuto a conoscenza della costituzione dei corpi speciali, gli «Arditi» appunto, divenne egli pure un Ardito, insegnando ai suoi commilitoni le nobili arti  del jiu-jiutsu e del karate.

Ora che è passato un secolo dai tragici eventi della prima guerra mondiale, chiediamoci che cosa possono, oggi, significare per un asceta operante nella Via del Pensiero le sopra riportate considerazioni? Molte cose, e non di poco conto. Almeno a mio orsolupesco avviso.

Anzitutto che è salutare dare il bando alle illusioni, che porterebbero molti ad andare alla ricerca dell’«isola felice», nella quale vivere il roseo sogno di una vita esteriore e interiore indisturbata dai drammi e dalle tragedie, nei quali verrebbe coinvolto il resto dell’umanità. Una tale posizione oltre che cinica è veramente oltremodo sciocca. L’ottimismo che una menzognera filosofia positivista aveva ingenerato in una Europa da belle époque – un ottimismo da “ballo Excelsior” come usa dire il mio terribilissimo amico C., animoso “asceta di altra dottrina”, come lo definirebbe con benevolenza e simpatia il Buddha Shakyamuni – ottimismo e filosofia che promettevano la liberazione dell’uomo dal bisogno, dall’ignoranza, dallo sfruttamento, da ogni forma di oppressione, venne spazzato via dal sangue di milioni di persone. E non è affatto detto che tali tragici momenti non ritornino a scuotere dal comodo sogno materialistico la vecchia e imbelle Europa. Che non è certo l’Europa spirituale prefigurata dal veggente e Iniziato Novalis in Cristianità o Europa, bensì l’Europa delle banche, dei formaggi fabbricati con polvere di latte e additivi chimici, dell’economia speculativa, della precarietà, dell’arroganza dei burosauri di Bruxelles, e quant’altro. Massimo Scaligero denunciò apertamente, e non poche volte, come il falso spiritualismo sia il primo responsabile di una tale decadenza dell’attuale mondo, sempre più stupido e immondo. Basta leggere con l’intelletto del cuore – giusto per citare un solo suo testo – quanto è scritto nel primo capitolo de Il Logos e i Nuovi Misteri, intitolato La responsabilità dell’esoterismo, per levarsi di dosso tutto un cascame di illusioni sentimentali e ipocrisie moralistiche, che tutto sono fuorché morali.

Sulla Via dell’Iniziazione, da sempre, si è trattato di traslare determinati elementi, eventi, o qualità, dal mondo esteriore a quello interiore. Nell’India primordiale, l’elemento esteriore del fuoco, simboleggiato nel dio Agni, il cui mirabile inno apre il Rig Veda, e l’ardore del fuoco sacrificale, tapas, erano fondamentali nei sacrifici che i brahmana eseguivano, per ricollegare il visibile mondo sensibile con l’invisibile mondo sovrasensibile: col mondo degli Dèi. Per gli asceti brahmana, come per i flamini della Roma Arcana, il calore di tale sacrificio vedico era creante, o ri-creante, o con-creante l’Universo. Ma venne un tempo in cui il sacrificio esteriore non fu sufficiente: occorreva riportare il tutto nel mondo interiore. Per cui, per i luminosi asceti delle Upanishad (così li definiva Massimo Scaligero), Agni – l’ignis latino – e il tapas – il tepor latino – divennero il fuoco e l’ardore dell’ascetica azione interiore. Tali asceti cercavano, con ogni loro forza, la “liberazione” dal samsara, e l’esperienza vertiginosa dell’Atman, del Purusha, dell’Uomo Cosmico, non caduto nella frantumazione della molteplicità illusoria, nella maya. E, appunto, con «ardore» essi si davano, si impegnavano senza residui, nell’interiore ascesi liberatrice.

Tra «ardire» e «ardore», come tra «ardito» e «ardente» vi è sicuramente connessione: non solo linguistica. Un “ardente ardore” – come un “ardente amore” – rende veramente “arditi”. Ed è notevole che, nella lingua italiana, «ardente» sia participio presente di ambedue i verbi: «ardire» e «ardere»: mirabile sapienza del Genio della lingua! Ora, la Scienza dello Spirito vuole suscitare nel discepolo dell’Iniziazione proprio questo “ardente ardore”.

L’Arcangelo Michael dal Maestro dei Nuovi Tempi viene chiamato «il fiammeggiante principe del pensiero». Michael genera quello che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia quel “fuoco”, quel “tapas”, quell’ardente calore sacrificale nel pensare volitivo, che discioglie i pensieri dalla testa e li porta nel cuore. Ma questo non è certamente il facile cuore emotivo, alla cui comoda ricerca si volgono tante “anime belle”, che vogliono sentirsi “buone” a buon mercato. È qualcosa, invero, di molto più radicale. Molte di tali “anime belle” trovano, anzi, che l’ardente fuoco di un tale pensare volitivo sia piuttosto raggelante e inaridente nei confronti delle debordanti reazioni emotive e delle insorgenti pulsioni istintive. Hanno pienamente ragione. Come avevano pienamente ragione quegli Ermetisti cultori della Ars Regia, e della poco amata via secca, i quali affermavano di “lavare col fuoco e bruciare con l’acqua”, e aggiungevano che il loro “fuoco” – appunto un raggelante fuoco sidereo – “congelava l’oro e l’argento nelle viscere della terra”.

Nei confronti delle tempeste emotive e delle insorgenze istintive nulla possono il cerebrale pensiero razionale o l’ondeggiante sentire mistico. Ma dei due, quello più pericoloso, perché più illudente nella sua passività, è proprio il sentire mistico. Almeno il disanimato pensiero razionale può sempre essere volitivamente pensato, e poi ripensato, ostinatamente ripensato: sino a che esso non si animi – come insegna Massimo Scaligero – della sua interna forza. Il disanimato pensiero riflesso ha perlomeno il merito di isolare tutto ciò che proviene dalla psiche ribollente, coi suoi moti emotivi e le insorgenti pulsioni istintive.

Nei confronti dell’arrogante natura inferiore è assolutamente necessario essere “arditi”: risolutamente “arditi”. Perché se si aspetta che sia una pacifica e neghittosa “evoluzione naturale” a portare al superamento dell’abietto servaggio, bisogna proprio dire che ci si illude grandemente, e molto poco saviamente. La stupidissima e pericolosa illusione è quella che, col più mordace sarcasmo, Arturo Reghini bollava a fuoco come ironico contenuto del popolare adagio etrusco “col tempo e con la paglia, maturan le sorbe e la canaglia!”. La natura inferiore nell’essere umano è sì decadente e guasta, ma è anche potente, nonché fornita di una antica e perfida “sapienza”, la quale domina incontrastata nell’anima dell’attuale uomo poco consapevole: uomo spesso avido di comodo e indisturbato servaggio. Detto in parole povere: non si può migliorare la peste. Catastrofi e dolore sono l’unico rimedio, il farmaco d’urgenza alla pigra comodità dei pavidi, che i Numi donano con una generosità, che trova poco gradimento da parte degli umani.

Per parafrasare l’espressione che mi rivolse, molti anni fa, una sagace, e sapiente, amica, occorre essere «essere sempre all’attacco, degli “arditi” sempre all’offensiva». Ed è giusta la “violenza” che l’essere spirituale – l’Io – deve incessantemente esercitare nei confronti della infida natura inferiore. L’arte – perfida e mefitica arte – degli Dèi distruttori, è quella di convincere gli umani che il loro potere sia basato su “posizioni inespugnabili”. Come, nella prima guerra mondiale, i nostri Arditi si avventavano temerariamente contro posizioni austriache ritenute imprendibili, inespugnabili, così nella solare Via del Pensiero l’asceta con la Concentrazione assalta, espugna e dissolve il fatale potere della guasta, decadente, lunare, natura inferiore, attraverso la quale l’Oscuro Signore fonda il suo potere. Parafrasando un’antica espressione orientale, che mezzo secolo fa, purtroppo, venne strumentalizzata in Cina a scopi politici, l’ardimento interiore dell’asceta dimostra che il potere dell’Oscuro Signore è una “tigre di carta”, la quale può spaventare con le sue forme e colori i bambini piccoli, ma che infallibilmente brucia incontrando il fuoco. Il raggelante fuoco della Concentrazione.

Ci si può chiedere perché l’Antroposofia, sorta agli inizi dello scorso secolo, dopo la morte di Rudolf Steiner, malgrado l’azione coraggiosa di pochi discepoli fedeli, sia finita miseramente nei tradimenti dei suoi dirigenti, nella mediocrità – quella orribil cosa che George Orwell chiamava “conglomerated mediocrity” – della stragrande maggioranza dei suoi seguaci, nella degradazione dei suoi contenuti ad un livello New-Age, che suscita sovente sorriso e disprezzo negli autentici cercatori dello Spirito. Ci si può chiedere altresì perché, dopo la morte di Massimo Scaligero, il rinascente movimento spirituale, da lui potentemente impulsato a prezzo di suoi immani sacrifici, sia finito, o rischi di finire nella stagnazione, o il contenuto del suo messaggio venga alterato, a pro’ del noto “trasbordo ideologico inavvertito”. Ovvero spento a pro’ della parte avversa d’Oltretevere.

Certo, il come tutto ciò sia avvenuto è sin troppo chiaro agli orsolupeschi occhi di coloro che in tali vicende hanno voluto, e vogliono, vederci chiaro. Infatti, malgrado le attuali, volute, alterazioni in corso delle opere di Massimo Scaligero – a volte, qua e là, singole parole, altra volta un intero capitolo – e il ripetuto rifiuto di pubblicare e diffondere testi operativi di Rudolf Steiner, testi che sarebbero preziosi per il libero cercatore che voglia essere un praticante interiore, e malgrado il “riscrivere la storia all’indietro” su Massimo Scaligero e non solo, da parte di chi ha un senso della verità “a geometria variabile”, allo sguardo di coloro che non vogliono illudersi il “gran giuoco” – per dirla alla Rudyard Kipling di Kim – di costoro è ben evidente sin nelle più intime trame, e nelle celate finalità: meschine trame e squallide finalità. Da questo punto di vista ben poco differisce, in atti e metodi, l’agire passato e presente dell’Innominato, e dei suoi famuli, da quel che fecero un Albert Steffen, un Guenther Wachsmuth & Co., nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner – per saccheggiarla, distorcerla, affossarla – nei confronti di quei discepoli del Dottore che si opponevano a un tale scempio, e persino nei confronti della stessa Marie Steiner. E ben poco differisce, nei modi e nei contenuti, l’agire dell’Innominato da quello dell’astuto algebrico calcolatore, che – con il generoso ausilio di altri lupacci cattivissimi – dovetti affrontare anni fa. Le analogie sono eloquenti, ma la cosa non desta affatto stupore: nihil sub sole novi!

Se il come, ad uno sguardo sagace e veramente spregiudicato, emerge evidente, ci vuole invero un sguardo audace, ben penetrante, per cogliere il perché di un così palese venir meno ad impegni sacri, ai patti di fede giurata, al culto della verità, all’amicizia, alla fraternità, alla gratitudine verso i Maestri, sino a scendere alle bassezze del tradimento, della menzogna, della calunnia, del sabotaggio, delle minacce legali e fisiche, dello spergiuro, della persecuizione, della derisione sacrilega del Rito della meditazione in comune, delle congiure, degli intrighi.

Purtroppo, la risposta ad una tale domanda, pur non facile per molti da trovarsi, è semplice nella sua scarna nudità. Il perché di tutto ciò è che è mancato, o è venuto meno, il coraggio! È mancato, o è venuto meno, quello “ardente ardire” che spingeva, un secolo fa, quei temerari guerrieri ad assaltare le “imprendibili”, le “inespugnabili” posizioni austriache fortificate. È mancato quel coraggio che spingeva – fedeli al motto “maxime audere semper” – taluni sfegatati a forzare le formidabili difese dei porti della flotta austriaca nell’Adriatico, o anche affrontando – ancor più pericolosamente – in mare aperto, con mezzi che erano davvero fragili “gusci di noce”, giungendo ad affondare corazzate nemiche temibili per strutture e volume di fuoco. Riscuotendo persino la stupita ammirazione dell’Ammiraglio Horty, il comandante ungherese della nemica flotta austriaca. 

Ora, alcuni di quei temerari audaci erano eziandio dei coraggiosi praticanti interiori, che portavano nell’azione spirituale lo stesso impeto che mettevano nell’esteriore azione bellica. Taluni di loro furono dei concreti “realizzatori” spirituali, perché – come affermava Massimo Scaligero – “il Logos ama chi si compromette!”. Questa massima audacia, questo dare – ogni volta – l’assalto ai limiti interiori, è ciò che è mancato – salvo eccezioni – e manca tuttora ai più, nella Comunità Solare. Si è giunti persino – da parte dell’ineffabile Innominato – a scoraggiare ogni intenso impegno interiore nella Via del Pensiero – da costui dichiarata, com’è noto, essere una “Via incompleta e superata” – e a sconsigliare quell’estremismo interiore al quale ci spingeva, sin negli ultimi incontri che Massimo Scaligero ebbe con i giovani della mia città, perché al dire dell’Innominato – e non solo di lui – “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, perché “nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa!”.

È, dunque, viltà conoscitiva, la mancanza di coraggio, o il venir meno del coraggio, che almeno in taluni, e talune, un tempo era pur presente, il perché dell’opposizione – mascherata o aperta – alla Via del Pensiero, l’avversione alla Concentrazione, il deridere e calunniare il Rito della Meditazione in comune. Questa mancanza di coraggio, o il suo venir meno, può portare ad una forma di nihilismo spirituale, il quale – una volta che vi sia rinuncia alla realizzazione spirituale – genera una forma di “invidia metafisica”, perché quel che per viltà, e fiacchezza della volontà, si è rinunciato a realizzare, altri NON devono realizzare.

E, invece, malgrado ogni affermazione contraria dei malevoli interessati, la paura può, volendo, essere vinta; attraverso l’Ascesi può essere generata e consacrata una volontà forte e cosciente; si può voler volere oltre i limiti personali, oltre gli stessi limiti del karma: come ammoniva Massimo Scaligero; si può osare l’inosabile! Tutti siamo, come esseri naturali, deboli, e in tutti noi vi è paura, terrore, di fronte alla travolgenza incandescente sello Spirito: chi pensi il contrario, bisogna dire proprio che si fa pericolose illusioni su se medesimo. Ma la Scienza dello Spirito – la Via del Pensiero – dà modo di costruire la forza – la “forza, forte di tutte le forze”, come è chiamata nella ermetica “Tavola di Smeraldo” – dà modo di generare la possente volontà che va oltre la natura, la volontà che alla natura manca.

La Concentrazione può essere attuata da chiunque: quale sia il suo punto di partenza, e la sua debolezza. La Concentrazione, gradualmente, può essere portata oltre ogni limite: può essere attuata in qualsiasi situazione, anche nella meno propizia. Si può essere “Arditi” dello Spirito, assaltatori di ciò normalmente sembrano “posizioni nemiche imprendibili”, “fortezze inespugnabili”. Non esistono a livello spirituale simili “fortezze inespugnabili” per una volontà decisa “a tutto osare”: osare con coraggio, in libertà, e per amore: unendo, come faceva l’«ardito» samurai Harukichi Shimoi, “forza” e “gentilezza”, “coraggio” e “sapienza”. Soprattutto come faceva Massimo Scaligero, il cui coraggio si attuò veramente oltre ogni limite umano, e che ci indicò la Via aurea del supremo ardimento: la Concentrazione.

Per noi la pratica instancabile della Concentrazione, e l’aurea Via del Pensiero, saranno – come per i mitriasti, gli iniziati ai Misteri di Mitra – militia sacra super terram”. 

L’ARCHETIPO-MAGGIO 2018

Anno XXIII n. 5

Maggio 2018

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La-Sacra-Famiglia

SUGLI ESERCIZI AUSILIARI (di F. Giovi)

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La rocca (Marina Sagramora)
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Sembra essersi acceso un rinnovato interesse per i cinque o sei esercizi, quelli con cui generazioni di ricercatori hanno iniziato il tentativo di un cammino spirituale. Questo interesse è certamente di buon auspicio poiché indica un impulso o almeno attenzione e sensibilità per quella parte delle Scienze Spirituali che di solito viene indicata come sfera dell’ascesi, della disciplina interiore, sempre troppo negletta e tuttavia intima ed imprescindibile nel tendere a corrette domande e a concrete risposte sui piú importanti e tormentati enigmi che accompagnano la vita terrena dell’uomo e che in natura non si spiegano mai.
V’è però un diverso punto d’osservazione, dal quale, considerata l’ampia disponibilità della descrizione degli esercizi in molti e raggiungibilissimi testi, viene piuttosto avvertito il pericolo, da sempre incombente e spesso vittorioso, della facile inclinazione di pensare il pensabile attorno ai sei esercizi, in una sorta di eterno cortocircuito. Uno degli inciampi piú insidiosi che incontriamo subito sul sentiero della Conoscenza Spirituale è la tendenza a tradurre e ridurre i contenuti dell’Antroposofia, vera espressione dell’anima cosciente, al livello del veicolo razionale. Come ampiamente dimostrato nei fatti, è un errore dominante. Si potrebbe persino affermare che la Scienza dello Spirito, nella maggioranza dei casi, è stata e viene ancora portata per il mondo come un monopolio dagli esseri dominati dall’anima razionale, avvalendosi di innumerevoli nozioni, prive però di quella nobile vita che solo l’attimo vivo del pensiero può ad esse restituire.
È una possente insidia di Arimane. Nel tentativo esoterico l’errore arimanico domina quando una verità intuita, sperimentata, viene fermata dalla memoria. Di solito, la luce che illumina il mondo oltre il sensibile e la luce che si accende nel momento della comprensione, è esperienza di un attimo. L’errore è voler poi ricordare tale esperienza, vivendo da allora, per cosí dire, della rendita di quell’attimo di luce che non c’è piú. La retta via viene ritrovata nello sforzo di revivificare l’esperienza interiore riscoprendo e rinnovando gli atti pensanti che permetteranno di aprire nuovamente la strada all’esperienza.
 
I sei esercizi con la descrizione di ciò che viene chiamato il II tempo e III tempo, furono pubblicati per la prima volta da Marie Steiner, in due volumetti nel 1947 e 1948 (un terzo volume apparve postumo, nel 1951). Queste pubblicazioni, conosciute come Quaderni Esoterici, raccoglievano importanti esercizi con i quali il Dott. Steiner aveva preparato, all’inizio dello scorso secolo, alcuni particolari discepoli, per un decisivo lavoro occulto che purtroppo fallí (Massimo Scaligero accenna a tale argomento a pagina 87 del suo libro Dallo Yoga alla Rosacroce).
La stesura originale dei sei esercizi con i tre tempi fu trasmessa a Julius Evola che aveva promesso di pubblicarli (ciò avvenne prima della loro uscita nei volumi della signora Steiner) onde fossero a disposizione di qualsiasi ricercatore esoterico. In seguito, alcuni dirigenti italiani della Società Antroposofica diedero al fatto un giudizio negativo, fondandosi su di una inappellabile pretesa di assoluta autorità sull’Opera di Rudolf Steiner, valutazione che per diversi motivi non appare necessariamente condivisibile.
Gli esercizi furono stampati nel III volume di Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io pubblicato dall’editore Bocca nel 1955. Questa edizione, che riuniva i fascicoli del gruppo di Ur venne però modificata in piú parti da Evola che, nei riguardi degli esercizi del Dott. Steiner e del breve commento a seguito, sommò una scorrettezza ad un errore: nel far stampare il tutto con il proprio pseudonimo e nell’alterare le indicazioni scritte ed il conseguente disegno esplicativo del II e III tempo del primo esercizio. I fascicoli del gruppo di Ur, esprimendo in monografie una pluralità di indirizzi sapienziali operativi, pur con qualche sensazionalismo magico, furono e sono tuttora uno dei piú qualificati documenti scritti dell’esoterismo Occidentale.
È un vero peccato che la bella prima edizione in lingua inglese, uscita da poco negli Stati Uniti, consista nella traduzione di una edizione italiana degli anni ’70 ulteriormente modificata da J. Evola, brillante dialettico ma chiuso alla comprensione del Pensiero Vivente, limite ormai avvertito da diversi giovani seguaci ma non dagli accademici curatori che, oltre a cadere in evolistiche incoerenze circa il valore obiettivo degli scritti e dei collaboratori di Ur, hanno singolarmente tradito l’attitudine ed il vanto dei veri tradizionalisti: quello di saper volgersi con rigore alle fonti prime o almeno a quelle piú antiche.
 
I sei esercizi possono venir considerati la somma o sintesi di tutti gli esercizi che riguardano la “preparazione” dell’anima; divengono esercizi iniziatici se si attuano nel II e III tempo.
Cosa sono in essenza questi esercizi? Sono progressivi e ripetuti atti interiori che accendono movimenti nella complessiva struttura umana capaci di schiudere il limite di questa allo Spirito; ciò in maniera tale che la dimensione umana non venga spezzata o persino distrutta dallo Spirito ma trasformata e riedificata. Deve essere concepibile per un operatore, specie nel nostro tempo, che anche un evento catastrofico per l’individuo che lo patisce, una grave malattia o una patologia che porti alla dissociazione della personalità, possono permettere una apertura allo Spirito, ma con esiti incontrollabili e soprattutto non diretti dall’Io.
Fondamentale agli esercizi è il I tempo, rintracciabile come dicevamo in vari scritti (allo studente che voglia percorrere ed assimilare con chiarezza una accurata descrizione degli esercizi, raccomandiamo in particolare la versione espressa da Rudolf Steiner nel V capitolo della Scienza Occulta). La problematica riguarda essenzialmente il I tempo e si concentra, non senza una inizialmente corretta esecuzione, sulla intensità o forza interiore immessa: se la Forza riesce a superare il limite personale, allora circola.
Il II e III tempo si riferiscono al primo moto eterico conseguente all’esercizio del I tempo. Se qualcosa si muove, se l’anima riesce a percepire davvero questo qualcosa, il II e III tempo confermano e aiutano l’orientamento che tende comunque a manifestare da sé il proprio circuito. In alternativa non succede nulla, per quanto smaglianti possano essere immagini e visualizzazioni con cui si tenta di intervenire. Viste le difficoltà operative e persino la pandemonica confusione formale suscitata da un approccio superficiale ai sei esercizi, è possibile affermare che di solito, nella maggioranza dei casi, il problema del II e III tempo proprio non si pone.
Ciò naturalmente non vuole essere un invito alla desistenza, ma ad una realistica valutazione del proprio lavoro interiore, scevra da autosuggestioni e da indisciplinate autovalutazioni.
 
La disciplina fondamentale si attua con il primo e secondo esercizio, non certo perché gli esercizi successivi siano meno importanti, ma perché è anche sicuro che se i primi due non vengono praticati con regolarità e crescente intensità, il terzo esercizio e quelli successivi si ridurranno semplicemente ad artificiosi atteggiamenti animici personali. Inoltre con il controllo del pensiero e l’azione pura si attua lo schema interiore piú essenziale: portare la Volontà nel Pensiero (primo esercizio) ed il Pensiero nel Volere (secondo esercizio), lasciando svanire il sentire personale nella Quiete Profonda.
L’allineamento gerarchico dei veicoli sottili viene allora positivamente recuperato: esso è il fondamento per qualsiasi esperienza animica o spirituale che non sia atavica o subcorporea.
Il “controllo del pensiero”, che di fatto diviene concentrazione, secondo il consiglio di Massimo Scaligero, andrebbe ripetuto durante la giornata «per almeno due volte». La nostra esperienza ci ha indicato una frequenza ripetuta, martellante, di tre o quattro volte al giorno per giungere a un risultato forte e concreto.
Si inizia l’esercizio con l’immediatezza apsichica e scabra del gesto sportivo dell’atleta. Durante l’esercizio in cui vanno normalmente usate parole ed immagini si vigila sulla continuitàcosciente della descrizione che sarà semplice e parca. Esauriti i pensieri e indirettamente attivata la massima forza pensante di cui si è capaci, si conclude l’esercizio quando l’immagine finale, o l’immagine piú congrua o l’immagine simbolica fissa o mutevole, permette di sostenere desto nella coscienza il concetto dell’oggetto, il medesimo concetto che d’ordinario balena nella coscienza quando ad esempio cerchiamo tra le nostre cose una matita che ci serve: la differenza è che ora il concetto è voluto indipendentemente dalla sua utilità e mantenuto per il maggior tempo possibile nella concentrata consapevolezza.
Riguardo al secondo esercizio chiamato “atto puro” è importante che l’operatore lo consideri con una attenzione ed energia assolutamente non minore di quella messa in moto per il primo esercizio: l’atto puro non è un esercizio piú facile o di mero sussidio alla concentrazione. Se ci accorgiamo che nell’anima questa convinzione manca, è forse meglio posporre di qualche settimana il suo inizio, spendendo piuttosto una decina di minuti al giorno per immaginare una esecuzione tipo dell’esercizio con l’attenzione ed il tenore interiore che si guadagna quando si medita. Questa indicazione vale come una sana disciplina preparatoria a molti altri esercizi. Va anche detto che l’esecuzione dell’atto puro passa obbligatoriamente per la mediazione degli arti che compiranno semplici azioni controllate dall’Io, ma assolutamente indipendenti da obiettivi personali.
Il secondo esercizio va predeterminato possibilmente 24 ore prima della sua attuazione. Risulta piú incisivo determinare nuovamente l’azione anche alla sera, prima d’addormentarsi e poi ancora alla mattina, appena svegli o subito dopo gli eventuali esercizi esoterici che già si compiono al momento del risveglio. Alla sera evocando con cura le immagini riferite all’atto, al mattino evocando piuttosto la decisione di compiere l’azione (sera = immaginazione, mattina = volontà). Durante l’esecuzione accanto ad una attenzione desta va mantenuto il silenzio interiore.
Il primo e secondo esercizio, praticati regolarmente e con energia, portano ad un vero mutamento del proprio mondo interiore e persino possono mutare la nostra precedente visione di cosa sia la Via Esoterica; comunque è certo che un’esecuzione solo formale e poco impegnata porterà ad un completo fallimento nel passaggio agli esercizi successivi.
 
Ogni esercizio dovrebbe essere tentato al limite della nostra capacità produttiva, osando anche poco oltre quel limite. Ricordiamoci sempre che non esistono speciali esercizi che conducono oltre il limite sensibile o egoico, non esistono esercizi che ci possono condurre piú lontano rispetto all’esercizio che stiamo facendo.
È l’esercizio che stiamo facendo che tende a sollecitare il pensiero eterico, che può condurci alla coscienza eterica corrispondente ai gradi di “preparazione” e “illuminazione”.
Non è ancora la Soglia, ma è la via che conduce alla Soglia e che mai sarà riflessione filosofica, cultura esoterica o pensiero discorsivo, bensí l’attività pura dell’ideare, dell’immaginare, il cui moto vivente, sperimentato e coraggiosamente accolto nel nulla dell’anima, diviene l’alto scopo dell’Impresa.
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Franco Giovi

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per gentile concessione   http://www.larchetipo.com/2002/lug02/

ESOTERISMO E SEGRETEZZA (di F. Giovi)

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Poniamoci subito la domanda: cos’è esoterico e cosa non lo è? Poi per rispondere procederemo per gradi. La parola esoterico prende origine negli ambienti filosofici dell’antica Grecia. Esoterikos significava “ interno” ed exoterikos va tradotto come “esterno”. Il primo si riferisce a quegli insegnamenti che venivano riservati ai discepoli scelti, mentre il secondo termine è indicativo di quanto poteva essere comunicato pubblicamente. In breve, il termine esoterico ha acquistato nei secoli successivi il senso di “cosa molto segreta” riferita ai misteri dello Spirito che non dovevano essere divulgati.

Perciò, nel nostro passato, le arti magiche, l’alchimia, la gnosi, la quabbalah ecc, permeate da una visione del tutto contrastante rispetto alla concezione di pensiero del dominante potere politico-religioso, ebbero caratteri esoterici, venendo coltivate in circoli esclusivi ed espresse con simboli ed analogie pressoché incomprensibili al non iniziato. Le comunicazioni, in certi casi scritte o persino pubblicate, erano velate e criptiche, comunque scientemente fuorvianti per il profano.

In Occidente la segretezza fu sovente una necessità giustificata dalle azioni repressive dell’ortodossia cattolica, tendente ad estirpare con ogni mezzo le idee, concernenti lo spirituale, ritenute pericolose o eretiche. Come gli occhi abituati alle lontananze spesso si confondono a pochi centimetri dal proprio naso, cosí le “male piante” a volte crebbero e prosperarono vicinissime alla Chiesa: ciò vale ad esempio per le conoscenze iniziatiche dei mastri costruttori di chiese e cattedrali o per le arti alchemiche, a volte praticate nei sotterranei di francescani conventi. In genere tutte le arti ed i mestieri, adottando i simboli dell’opera quotidiana, trasmisero agli adepti importanti conoscenze che riguardavano le metamorfosi dell’anima e la sottile trasformazione spirituale della corporeità.

La reale segretezza è stata una caratteristica peculiarmente occidentale. L’opinione della cultura contemporanea che valuta il tantrismo quale parte esoterica del bramanesimo, o al pari lo zen del buddismo, è solo uno tra gli innumerevoli esempi di come l’astratto pensiero deduttivo, continuando per forza d’inerzia la sua attività e allontanandosi dal fenomeno osservato, smarrisca il sufficiente legame con la realtà..

In Oriente, accanto al bramanesimo ed al buddismo popolare e ingenuamente devozionale, hanno sempre convissuto, consapevolmente contigue, le correnti piú alte, dirette e per molti aspetti eterodosse: ovvero quelle comparabili a quanto in Occidente fu prerogativa dell’esoterismo. La rigidezza del corpus dottrinale ed ascetico è stata (e sembra rimanere ancora) un carattere di natura occidentale. In Oriente, i passaggi, le osmosi da una scuola minore ad un sodalizio di rango iniziatico sono stati un privilegio naturale dettato dalle reali forze interiori (illuminative) e dalle scelte del singolo. Non pochi asceti orientali hanno transitato dallo hinayana al vajrayana, integrandovi magari talune pratiche del Tantrismo. In Cina ad esempio, la scuola Chan (risveglio immediato, privo di gradualità) ha, di solito, sempre onorato, ricambiata, la vasta corrente dello jing-tu-zong o Terra pura, via semplice di tipo monastico-devozionale. La permeabilità dottrinaria e tecnica si rende evidente con l’autorevole figura di Aurobindo. Incarcerato dagli inglesi, inizia il suo apprendistato con Lele, yogin mussulmano. Superati in poche settimane gli stati di coscienza offerti dagli insegnamenti di Lele, Aurobindo approfondisce l’esperienza interiore tramite tecniche tantriche impartitegli da Vivekananda, morto in India qualche tempo prima, per poi approdare a nuovi sentieri dello Spirito.

Ai tempi nostri anche se l’esasperazione mediatica della cultura dell’informe utilizza aggettivi come esoterico, iniziatico, karmico in serie televisive o in aggiunta ai titoli di modesti romanzi popolari (raddoppiandone la tiratura), nei Sodalizi poggiati su di una schietta ricerca interiore l’idea dell’esoterismo, generalmente vaga, assume comunque un significato abbastanza alto e nobile. Permane invece, per l’infelice colpa di indicatori, invero di scarsa statura interiore, sia pure onesti in quanto ricercatori dello Spirito ma nemici della Libertà (per la coscienza umana contemporanea che si risveglia questa è una contraddizione perfetta), una grande confusione tra l’esoterico ed il segreto. Quando ci si rappresenti l’esoterismo identico ad una conoscenza riservatissima e posseduta da associazioni qualitativamente differenziate, che ritengono opportuno non comunicarla a causa dell’intrinseco potere in essa contenuto, il correttivo informale a una simile rappresentazione ingenuo-romantica potrebbe essere una bella risata liberatoria. Nei casi in cui tali associazioni esistono davvero, lo Spirito, se un tempo c’era, si è ormai ritirato, e ciò che rimane è solo la segretezza aggiunta ad una entità psichica di dubbio segno, poiché portatrice di erranti cariche medianiche.

Se si è capaci di superare l’estroversione materialistica del pensato convenzionale, appare chiaro che una vera conoscenza esoterica non è qualcosa che per ragioni misteriose debba essere rifiutata alla conoscenza generale, ma che trova senza dubbio notevoli impedimenti a causa del grado di destità di coscienza necessaria per venir comunicata ed accolta.

La segretezza eccita come non mai la vanità umana personale e nelle grandi organizzazioni profane come nelle piccole conventicole occultistiche c’è molto dell’anelito a penetrare in ciò che si presume essere intimo, segreto: nel circolo piú interno. Esiste un bel libro di C.S. Lewis intitolato Questa orribile forza (raro caso in cui il piacere della narrativa fantastica si coniuga senza sforzo al racconto morale e ad originali intuizioni) in cui, incarnato nelle vicissitudini di un protagonista, l’autore descrive con arguta sapienza questo prepotente difetto.
Il quale, insieme alla presunzione ed alla litigiosità, ha pesato sulle organizzazioni di carattere esoterico (non esclusa quella antroposofica), confondendo il ragionevole riserbo con segretezze personalizzate, rendendo in pratica alquanto peregrina per molte anime una corretta connessione interiore con l’Insegnamento originario, ostacolato persino da pretese mediazioni formali-amministrative. Ingiustificabili lotte di distinzione e di potere hanno pesato, sulla bilancia dell’agire, molto piú di un corretto lavoro interiore, quest’ultimo anzi venendo di solito osteggiato o respinto. Il problema è mondiale, come dall’Oriente ci conferma Lu K’uan Yu, che dedicò molti decenni della sua vita a tradurre e pubblicare in lingua inglese i testi piú segreti ed antichi della grande tradizione alchemica e buddistica cinese per divulgarli presso gli occidentali: «Il buddismo in Oriente è in declino, perché il Dharma si è frantumato in diverse scuole in ostile contraddizione tra loro …invece di praticare si abbandonano a interminabili disquisizioni prive di concretezza e di risultati pratici …senza sforzarsi di comprendere il profondo significato dei Sutra…»(1). Ecco il triste ponte tra Oriente ed Occidente: la disgrazia comune!

Chi incontra la moderna Scienza dello Spirito occidentale dovrebbe riascoltare (o rammentare) le parole, nette e decise, di Massimo Scaligero: «Non c’è alcun segreto, il Dottore ha detto tutto». Scaligero aveva ragione. Un esempio? Due pagine della Scienza Occulta (testo diffuso in molte nazioni da quasi cent’anni, letto da milioni di persone) minuziosamente dedicate alla costruzione della piú importante meditazione d’Occidente, sintesi tecnica dell’immaginare, del meditare e della concentrazione, la cui dinamica reintegrativa può permettere al discepolo l’esperienza dell’astrale sidereo e la connessione sovrasensibile con la comunità interiore che guida l’umanità: in pratica l’accesso al piú grande dei Misteri dei nostri tempi.

Il segreto, quello inviolabile, certamente esiste, ed esiste una linea di confine tra l’esoterico e l’essoterico, ma essi non stanno nei libri o nelle conferenze e nemmeno nei testi della Classe, bensí nella capacità o nell’incapacità dell’uomo di mutare una parte di sé, di modificare la propria coscienza.
Finché l’approccio all’esoterismo rimane una curiosità da soddisfare o una facile risposta a questioni poste dalla leggerezza intellettuale, allora è soltanto l’incontro tra illusioni. Se la Scienza Sacra fosse veramente capace di rispondere in siffatta maniera, allora dimostrerebbe di essere Essa stessa null’altro che un prodotto illusorio (ed è proprio in questa visione che spesso viene giudicata da chi fuggevolmente Le si accosta). Per la coscienza immatura, le domande e le risposte che l’esoterismo pone ed insegna all’uomo non sono altro che parti di parole incrociate: essa è soddisfatta quando queste si combinano.

Il pensiero addormentato sogna fatalmente il materialismo: il dato oggettivo a sé stante. Il pensiero addormentato quando sogna lo Spirito lo sogna al pari di un oggetto, perciò può coerentemente sognare che il manoscritto riservato o la conferenza secretata contengano l’insegnamento piú esoterico. Il pensiero addormentato non conosce il proprio potere: quello di essere lui stesso lo Spirito cercato altrove. Troppo spesso il ricercatore del Sacro non riesce a destarsi alla sperimentabile realtà di essere lui stesso il pensatore che pensa la Scienza Occulta o il Trattato del pensiero vivente. È nostra l’attività di pensiero che riaccende significati e forze di risveglio giacenti come inerti segni in tali Testi. Il pensiero che, finalmente portato a coscienza, possa volere solo e semplicemente se stesso, si libera da ciò che esso non è. Abbandonato il riflesso di ciò che esso non è, permane il suo moto impersonale, perciò sovrasensibile, poiché inizia dove cessa il proprio sentire se stessi, ossia il limite della temporanea illusione sensibile. Sentire se stessi è l’inganno necessario alla nascita della coscienza individuale. Per l’asceta dotato di coscienza individuale il senso della vita è spezzare il prolungarsi dell’inganno. Da questo punto inizia l’esoterismo perenne (poiché di continuo rinnovantesi) che, come ripetiamo spesso, è essenzialmente esperienza: da cui si esce colmi di una speciale devozione, perché l’Infinito è divenuto parte del nostro essere.

Franco Giovi

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L’ARCHETIPO-APRILE 2018

Anno XXIII n. 4

Aprile 2018

Pasqua-2018

IL FIUME DELLA VITA HA DUE SPONDE (di F. Giovi)

 Kamaloka
(Kamaloka-Marina Sagramora)
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Esiste un aspetto della “questione sociale”, vissuta con forte consapevolezza dai popoli delle società piú evolute, che proprio in tali società non affiora, rimane impensato e per ora impensabile.
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La marcata evoluzione intellettuale e l’intensa coscienza individuale, precipua, in linea di massima, all’area occidentale (fa regola a sé il mondo nipponico, il quale nonostante l’assimilata e persino esasperata modernità, sembra conservare una sensibilità unica nei riguardi dell’oggetto di questo articolo), ha dovuto pagare molti pedaggi alla propria formazione, portando circa allo zero il patrimonio di conoscenza e di visione relativo al Mondo Spirituale.
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La “questione sociale” abbraccia molto di ciò che preme nelle comunità tra doveri e riforme volte alla tutela dell’individuo e dei suoi bisogni primari, ma traccia in ogni caso un rigido confine al di qua, poiché si occupa soltanto di chi vive.
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Eppure una società umana davvero completa dovrebbe concedere una non minima apertura di credito all’umanità che vive al di là, oltre il confine: i defunti.
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Sappiamo quanto suoni paradossale ai tempi nostri, anche se è facile prevedere che nessun provvedimento sociale sarà mai completo e realisticamente fruttuoso finché non si sarà riconquistato un ponte che possa avvicinare l’uomo sensibile che vive nello spazio e coloro che vivono fuori da questa categoria. Un simile incontro possiede una fisionomia sociale che non è economica o politica, ma di integrazione tra l’uomo terreno e l’uomo sovrasensibile, che andrebbe presentita qualora il pensiero umano intuisse l’altissimo ideale dell’unità profonda di tutta l’Umanità.
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La viva realtà dei defunti non è l’astrazione pietosa di chi resta; molti, oltre l’amaro dolore per la scomparsa di chi li amò e li sorresse, oltre l’orrorifico inganno arimanico del cadavere percepito, presagiscono oscuramente l’ulteriore presenza del defunto; non pochi, in momenti di sogno veridico, tessono dialoghi essenziali con chi non abita piú la nostra terra; alcuni sono ancora capaci di vedere i morti.
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Poiché stiamo scrivendo per persone motivate verso una visione del Mondo Spirituale, troviamo subito i termini del quesito: in che modo può essere trovato l’accesso al mondo dei morti?
(Non ci soffermeremo neppure un attimo nelle infette contrade della medianità e dello spiritismo, antitetiche a quanto è cristiano e solare, e che non dovrebbero lambire neppure gli istinti di chi ha scelto la via purissima della Libertà e del Pensiero Vivente).
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Nel corso ordinario della vita confermiamo continuamente la nostra esistenza riferendoci ad una centralità corporea e psichica in opposizione ai nostri simili: «io sono, io voglio, io credo…». Questo naturale egocentrismo nuoce considerevolmente all’incontro con altri esseri umani, ma sbarra completamente l’accesso ai Mondi Spirituali ove i morti sono vivi. Un simile stato di cose va comunque considerato equamente: il nocciolo di tale egocentrismo consente la coesione della nostra coscienza di veglia, della nostra capacità di percepire, pensare e volere.
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Per la vita sulla terra la nostra coscienza di veglia esige una netta localizzazione nello spazio: qui il soggetto, lí l’oggetto percepito. Sino dentro noi stessi ciò pare cosí naturalmente essenziale che di norma siamo incapaci di rappresentarci qualsivoglia realtà che sia strutturata in forma diversa da quella spaziale. In tale situazione, appare evidente che l’uomo moderno non sappia nulla di ciò che appartiene al mondo dei morti, poiché il defunto ha abbandonato il corpo materiale e nella sua immaterialità non può essere localizzato nello spazio. Poiché lo spazio è una condizione fondamentale della coscienza desta, come può essere possibile conoscere senza opporsi come soggetto all’oggetto? Lo sforzo umano dovrà allora essere rivolto a ristabilire una comunione con il mondo e gli altri uomini che sia vivente di una vita che nel divenire storico egli ha perduto, quasi senza sapere come.
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All’inizio di una ricerca interiore indirizzata in tal senso, dobbiamo portare alla luce della coscienza pensante il fatto che la nostra comune autocoscienza ed i nostri sensi sono imparentati con tutto quanto cade sotto l’azione di forze distruttive e impietranti, mentre non percepiamo assolutamente nulla della sfera dell’Essere in cui agisce ciò che sostiene la vita e la rinnova incessantemente.
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È possibile uscire dalla fissità del finito? Certamente! Ma solo giungendo a slegare la nostra coscienza dalla presa corporea, svincolandola anche dall’isolamento prodotto dall’alterità del dato sensibile.
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Liberarsi dei limiti personali senza smorzarsi e senza abbandonare la conquistata lucidità individuale è il frutto di un potenziamento illimitato e sottile delle forze dell’anima quando queste siano perfettamente pure in se stesse. Questo è attuabile soltanto attraverso la disciplina spirituale. Concentrazione, contemplazione e silenzio sono i severi veicoli che permettono alla coscienza di immergersi in altro da sé: in un vastissimo mondo che può essere penetrato e che simultaneamente ci compenetra. Allora svaniscono i limiti della corporeità e il nostro essere si fa grande e si eleva e si sprofonda nel tessuto vivo di forze ed esseri universali.
Inizia a stabilirsi un rapporto del tutto nuovo con quello che per la coscienza corporea era mondo esteriore. È il mondo, nelle sue svariate organizzazioni e fenomeni, che cominciamo a sentire come parte attiva di una nostra, diversa, corporeità. Le forze sovrasensibili, il cui segno fisico era l’arbusto o il cielo stellato, diventano in attimi intemporali parti della nostra sostanza e noi diveniamo parte di esse.
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Si stabilisce un nuovo rapporto tra quella che nella nostra vita cosciente chiamavamo corporeità e il mondo della natura: cominciamo ad avvertire tutto quello che compone il mondo esterno ed i suoi mutamenti come parte della nostra corporeità, non in quanto apparire materiale, ma nel suo essere sovrasensibile. Cosí ciò che ci appariva soltanto come dato sensibile trapassa in mobile essenza che diventa per noi sostanza interiore. Si potrebbe anche dire che tutto ciò che circondava indifferente il nostro limite corporeo diventa ora il vero corpo della nostra anima. La coscienza desta si unisce alla possente attività della vita. In un certo senso germogliamo con il grano, sbocciamo con i fiori, scorriamo con il ruscello, vogliamo crescere con l’erba ecc.: immagini alquanto imperfette e soltanto indicative. Per questa via entriamo nella sfera ove vivono i defunti.
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Poiché essi hanno abbandonato la veste stretta e frusta che comprimeva la potenza delle loro anime e le ancorava al mondo sensibile, ora possiedono il corpo della natura vivente e dei mondi stellari; espansi ed uniti a ciò che, in opposizione alla corporeità distinta, è la dinamica della vita, la sua forza plastica, il suo soffio ritmico.
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Durante la vita, iniziamo a rapportarci al mondo dei morti quando con silenziosa meraviglia ci immergiamo nell’espressione artistica di un paesaggio naturale. Se talvolta si permettesse all’anima di abbandonarsi alla pura luce di un giorno invernale, oppure alla forza piena di speranza di un mattino primaverile, o ancora alla pienezza feconda del meriggio estivo, allora impareremmo il cammino sul limitare del mondo dei morti e un riflesso della loro esistenza e della loro attività scenderebbe nelle nostre anime.
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L’azione dei morti è ben lontana dai parti prosaici e utilitaristici prodotti dalle teste contemporanee; all’opposto essa si apparenta in profondità alla piú sincera coscienza artistica, a tutto quello che impressiona, anima e feconda artisticamente la complessiva entità umana. La forza che si esprime in tutte le arti (arte del pensare compresa) trova forse nella musica il piú avanzato linguaggio per giungere ad un veridico sentimento intorno all’esistenza dei defunti.
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Per i morti la musica non è qualcosa di esteriore, essendo anch’essi musica vivente nei campi delle Sonorità Creatrici che vibrano attraverso la loro sostanza.
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Oltre la mediazione della silente meraviglia della natura, dell’impressione artistica, del sentire musicale, per una coscienza minimamente addestrata e matura, i defunti possono essere raggiunti attraverso un intenso sentimento religioso (non confessionale!) che in essi non vive “dentro” l’anima come nell’esperienza terrestre, ma che forma e sorregge la sostanza stessa della loro anima: il defunto che percorre il devayana è come immerso in una condizione di Spirito Divino, la cui manifestazione è pace raggiante, devozione e adorazione: sfera del Verbo Cosmico.
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In sostanza, quando l’uomo dopo un lungo lavoro d’ascesi merita di liberarsi dalla prigionia della testa, libera anche le potenze dell’anima e l’anima stessa. Poi molto viene, per cosí dire, da sé; come, ad esempio, l’esperienza di una particolare comunione col mondo intero e la gratitudine verso il destino che Rudolf Steiner indica come caratteristiche per stabilire un ponte con i defunti. Per il dettaglio e l’approfondimento del tema possono essere reperiti diversi Cicli del Dottore, per la pratica si consiglia il gruppo di conferenze intitolato Morte sulla terra e vita nel cosmo.
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Comunque, in certi momenti della vita interiore, tutte le esperienze che ci sollevano oltre l’ordinario percepito possono divenire punti d’incontro con i trapassati: un intimo e approfondito studio antroposofico, il sonno e il sogno se purificati da una Ars dormiendi conforme all’attuale struttura dell’uomo, l’esperienza eterica della natura, alcune intense impressioni artistiche, il quinto degli esercizi ausiliari quando riesca davvero a fluire verso il mondo, e molto altro ancora.
Rimane da accennare ad una operazione netta e decisiva che può venire tentata ad un certo livello della disciplina occulta.
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Immaginiamo l’uomo tripartito: testa, torace, ventre-arti, poi colleghiamo a queste tre parti e nello stesso ordine pensiero, sentimento e volontà, infine ricordiamoci che questi tre aspetti dell’uomo animico celano altrettanti Centri di forza sovrasensibile.
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Con gli esercizi esoterici fondamentali operiamo direttamente con il pensiero, indirettamente con la volontà e molto indirettamente sul sentimento. Eppure è da questa zona piú “lontana”, allorquando essa sia purificata (vuotata) dai traboccanti sentimenti personali, che si avvia la potenza di visione, la forza illuminante. Le condizioni per la sua accensione sono il pensiero perfettamente dominato dalla volontà e la perfetta quiete del volere: con questa premessa l’elemento sottile di una immagine evocata o di una percezione naturale non precipita negli abissi del sistema metabolico (corporeità) e non viene attratto e ucciso dalla gelida ragnatela del sistema cerebrale (pensiero riflesso) ma “percuote” il Centro del cuore che si risveglia attivandosi come un impetuoso e puro torrente di emozione spirituale che scorre avanti, veicolando luce veggente e amore illuminato nell’universo (per questo fatto alcune tradizioni indicavano come vere soltanto le orazioni svolte con il “cuore aperto”).
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L’accensione del centro cardiaco, quella piú difficile, è ciò che permette al discepolo della Scienza dello Spirito di donare al Mondo la sua essenzialità e di ricevere immagini viventi ed esseri del Cosmo di cui fanno parte le entità umane sovrasensibili. Si sperimenta la nobile verità pronunciata dal Buddha: «Tutto viene dal cuore, nasce dal cuore, è creato dal cuore».
Da Il Domenicano bianco: «Ogni uomo è sí una colombaia, ma non è anche un Cristoforo. La gran parte dei cristiani lo presume soltanto. In un vero Cristiano le bianche colombe escono ed entrano in volo».

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Franco Giovi

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L’ESTREMISMO INTERIORE DELL’ASCETA

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(Massimo Scaligero)

La parola “estremismo” – soprattutto riferita all’attività interiore del ricercatore spirituale – è una parola che ai più non piace affatto. Non piace perché è presentita alludere ad una decisa intensificazione della volontà cosciente, che segretamente viene ritenuta scomoda e faticosa, e quindi sistematicamente avversata. Ebbene, costoro hanno perfettamente ragione! Vi è solo da chiarire che in realtà è all’infingarda natura inferiore che un tale estremismo interiore non piace punto, e non può piacere. Ed è una tale accidiosa – ed eziandio acidiosa – natura inferiore quella che non gradisce la scomoda e faticosa intensificazione della volontà. 

Il fatto è che – come di diceva molti anni fa il mio amico L. – la maggior parte delle persone, compresi molti sedicenti “spiritualisti”, vorrebbero andare in paradiso confortevolmente in carrozza: belli comodi comodi, con l’aria condizionata, e forniti – aggiungo io – di smart-phone, tablet, Wi-Fi funzionante e, naturalmente, con un ben rifornito frigo-bar. Simpatica prospettiva, invero, però molto illudente e, soprattutto, poco salubre.

Da sempre, nelle vie iniziatiche d’Oriente e d’Occidente, la condizione umana viene considerata al contempo privilegiata e pericolosa. Condizione privilegiata, perché solo l’essere umano, pienamente incarnato sulla Terra, può realizzare, come è stato più volte ribadito sulle pagine di questo blog, Autocoscienza, Libertà, e Amore. Ma, come ammoniscono i testi della Sapienza d’Oriente, «una nascita umana è difficile da ottenere»: per molti sarebbe importante che capissero perché. La condizione umana viene invidiata persino dagli Dèi, i quali – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno sì coscienza sovrasensibile e illimitata sapienza, ma non autocoscienza; hanno sì travolgente potenza, ma non sono liberi; hanno sì capacità di suscitare ed emanare profondi sentimenti ma, per così dire, lo fanno in maniera ‘automatica’, ossia secondo necessità, sia pure trascendente.

Ora, Massimo Scaligero ha insegnato che si ama perché si vuole amare, e non perché si è costretti ad amare, o perché non si sa o non si può farne a meno. Quindi per amare – per autenticamente amare – si deve essere liberi, e per essere liberi è necessario – assolutamente necessario – essere autocoscienti. Ma autocoscienza e libertà – condizione necessaria per amare – sono conquista, talvolta aspra e faticosa conquista, e non sono un dato di natura. Ovvero sono un atto, e non un mero fatto naturale: non sono nulla di scontato. Come vedremo dalle stesse parole di Massimo Scaligero.

Questa condizione umana, perlomeno da questo punto di vista, è dunque “privilegiata”, e Rudolf Steiner mette bene in evidenza il fatto che non vi sia dio che possa sperimentare il mondo in concetti, s’ei non si incarna sulla Terra in un corpo umano. Ben poche deità – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno scelto di rinunciare al proprio rango divino, per incarnarsi sulla Terra ed accompagnare così l’essere umano nella sua temeraria missione, nella sua impossibile impresa.   

Condizione oltremodo pericolosa, inoltre, quella umana, nella quale viene a svolgersi la suddetta temeraria  impresa, che oggi potrebbe essere definita addirittura impresa disperata. Che la condizione umana sia tale, può essere ben caratterizzato dalle parole ammonitrici di Massimo Scaligero, il quale giunse ad affermare, in colloqui e in riunioni, che l’uomo attuale, nella sua involuzione nella materia con le relative conseguenze, è andato persino oltre le previsioni e le più rosee speranze dello stesso Oscuro Signore, del Principe dell’Oscuro Pensiero, come veniva chiamato nella tradizione zarathustriana. E certamente poco rassicuranti e per nulla consolanti sono le parole dell’ultimo capitolo delle Massime Antroposofiche, nelle quali Rudolf Steiner parla di una possibile caduta nel subumano, o le parole ch’egli disse a Giovanni Colazza nel loro ultimo incontro, allorché disse che «l’esperimento uomo potrebbe anche fallire».

Si tratta di aver ben chiaro – ed è bene non volersi fare in proposito veruna illusione – che quella umana attuale è una condizione di estremo pericolo. Giova ricordare le parole – al tempo stesso preveggenti e ammonitrici – che Massimo Scaligero scrisse nel 1956 in Iniziazione e Tradizione, pp. 41-42:

«Chi guardi con occhio rischiarato, riconosce nel mondo della necessità – fisica o psichica – nel passato e nella natura, ciò che rende inevitabili il male, la malattia, la morte. È ciò che, venendo scambiato per vita, in quanto costituisce le basi dell’ordinaria esistenza, porta l’essenza della vita alla contraddizione radicale con l’essere, ormai passivamente accettata e persino organizzata scientificamente, ma ogni volta riemergente nella sua tragicità attraverso quella misura del reale che è il dolore e la morte.

Questa contraddizione giunta collettivamente al limite, ormai per la seconda volta, nell’attuale secolo, conoscerà la sua istanza risolutiva nei prossimi decenni quando si presenterà la terza prova: la quale è virtualmente cominciata e pesa ormai su ciascun essere, come segreta angoscia, come segreta paura, come senso d’inutilità e senso di impotenza. L’ora presente è grave: non è una espressione retorica questa. Chi conosce come realmente stiano le cose, sa che quei pochi che hanno una qualunque responsabilità interiore, non dovrebbero ormai perdere più un minuto di tempo, non dovrebbero rimandare di un attimo la loro decisione per quei superamenti che in segreto essi veramente conoscono di quale natura debbano essere. Compiti del genere non possono più essere rimandati. Occorre nella calma decisione realizzare quella stessa forza che è stato possibile evocare in taluni momenti decisivi, quando, per lo schianto di ogni resistenza umana, sembrava che dovessero venir meno le basi della vita.

Si è alla vigilia di eventi che possono essere gravemente distruttivi per l’uomo o preludere a una rinascita nel segno dello spirito».

Mi sembra che quelle di Massimo Scaligero siano parole estreme, che descrivono, senza infingimenti di sorta, una situazione estrema, ed indichi altresì un compito eroico e, appunto, estremo. Un testo come Iniziazione e Tradizione venne da lui scritto, come abbiamo detto più sopra, e secondo la testimonianza che me ne dette il cugino Amleto Scabelloni, nel 1956: dunque solo tre anni dopo la scomparsa di Giovanni Colazza, e meno di otto anni dopo quella di Marie Steiner. Dunque in un epoca che a noi potrebbe apparire, oggi, quasi come un sogno pervaso di luce, ed un’epoca addirittura “invidiabile” se paragonata alla presente da noi vissuta. Il suo lucido sguardo di Iniziato vedeva già allora chiaramente la situazione spirituale del tempo – era già ampia e irreversibile degenerazione della Società Antroposofica – e quella futura. Di fronte al dissolvimento delle comunità spirituali in generale, e alla sempre più convulsa e dilagante degradazione della civiltà, Massimo Scaligero, il quale – stando a quanto mi comunicò Amleto Scabelloni, riferendomi il contenuto di un colloquio tra lui e suo cugino, avvenuto proprio in quell’anno – pur essendo egli contrario a scrivere di Scienza dello Spirito, decise di scrivere questa sua prima opera, Iniziazione e Tradizione, e poi di seguito l’Avvento dell’Uomo Interiore e il Trattato del Pensiero Vivente, ma lo fece solo su esplicita richiesta del Mondo Spirituale: questo in conseguenza della drammaticità dei tempi di allora e di quelli futuri. 

Amleto Scabelloni mi riferì di quel colloquio, avendogli io posto delle domande sulla decisione di scrivere, rievocando quanto Massimo Scaligero stesso mi aveva detto in alcuni incontri, da me avuti con lui.  In uno di quei colloqui, Massimo Scaligero definì questa “necessità” di scrivere, come il «sacrificio della parola», la «compromissione della propria Via per la Via degli altri»: sacrificio che io trovavo nobilmente bodhisattvico in senso mahayanico e manicheo. So, per certo, quanto un tale sacrificio gli costasse: sacrificio che lo portava a donare molto del suo tempo e delle sue forze per incontrare tutti coloro che avevano bisogno di orientamento interiore. 

Oggi a trentotto anni dalla sua dipartita, la situazione pericolosa è, a mio modesto parere, moltissimo peggiorata, per non dire che è addirittura parossisticamente compromessa. Per usare un’immagine calzante – metaforica solo sino ad un certo punto – si può dire che l’essere umano, oggi, stia seduto spensieratamente nella bocca del drago. È stato ribadito più volte su questo blog che, in realtà, come esseri umani siamo esattamente dove dobbiamo essere; che siamo esattamente dove, da millenni, era previsto che fossimo e dove sarebbe stato necessario essere. Il problema per l’uomo attuale è che una tale condizione di estremo pericolo egli l’affronta con uno stato di coscienza del tutto inadeguato. Appunto, spensieratamente, superficialmente, con una fatua e colpevole noncuranza. Mentre si preoccupa, facendone delle vere e proprie tragedie, per inezie assolutamente insignificanti. Viene alla mente quel che il premier inglese Winston Churchill – da me non esattamente stimato – diceva degli italiani, e cioè ch’egli si stupiva come gl’italiani «andassero alla guerra come fosse una partita di calcio, e ad una partita di calcio come se andassero alla guerra». Pur nella malevolenza che il politico britannico mostrava di nutrire per il nostro paese, vi è del vero in quel ch’egli beffardamente affermava. Ma la sua affermazione è estendibile a molti campi della vita, e non solo italiana: esteriore ed interiore.

Massimo Scaligero, per esempio, più volte mise in evidenza come i discepoli della Scienza dello Spirito, che si lamentavano della difficoltà della Via, del fatto di non avere, a loro dire, sufficienti forze di volontà, in realtà di forze ne avevano sin troppe: forze che abbondavano nelle forme dell’ego. Ma questa soverchia abbondanza di forze non era – così diceva – consacrata  e messa al servizio dello Spirito, bensì consumata e sciupata per esteriori finalità assolutamente effimere. Infatti molte volte fece osservare, con quanta tenacia molti “discepoli” perseguissero l’appagamento delle proprie effimere brame, e quanta sagacia e intelligenza mobilitassero per la soddisfazione delle medesime. Metteva in evidenza come molti fossero capaci, per esempio, di alzarsi alle 3.00, o alle 4.00 del mattino, per partire ad ore antelucane in vacanza verso luoghi lontani, ma che non erano capaci di lasciare il letto mezzora o un quarto d’ora prima per  iniziare la giornata con una concentrazione. Faceva notare come tanti “discepoli” della Scienza dello Spirito avessero tempo in abbondanza per mangiare, bere, lavorare, divertirsi, occuparsi e preoccuparsi di innumerevoli beghe, e così via, e come donassero alla pratica interiore e allo studio rituale dei testi della Sapienza sacra solo rimasugli del loro tempo. È assurdo far trascorrere 23 ore e 50 minuti nella dispersione esteriore, e poi pretendere di attuare, in soli 10 minuti, la Concentrazione interiore.

In effetti l’anima dell’uomo attuale è avida di inerzia, ha una voluttuosa brama di comodità, e questo fatto la fa permanere in uno stato di assonnato stordimento, di illudente ebrezza, che gli fa provare avversione per ciò che vorrebbe spingerla a sottrarsi a tale spenta e vilissima condizione. L’illusione di molti è che una cotale condizione sia sì indegna e vilissima, ma che in fondo essa non comporti di per sé alcun pericolo, mentre viene vista come scomoda e faticosa la Via che mena alla realizzazione spirituale. Per cui si cerca di farla al risparmio. Non certo con scomodo estremismo. In realtà, non può esistere una illusione più clamorosa, e più pericolosa, di questa.

Un tempo l’essere umano poteva scegliere se vivere immerso nel sonno della Tradizione, lasciandosi guidare dall’esterno da coloro che spiritualmente sceglievano per lui, oppure intraprendere il difficile e duro cammino della liberazione. Nelle antiche civiltà – e ciò risulta sempre più vero quanto più indietro si risalga nel tempo – l’essere umano non ancora del tutto autocosciente, in quanto ancora non del tutto recluso nella prigione somatica, ma possessore di residui di una primordiale chiaroveggenza, viveva in un mondo largamente a misura dell’Uomo spirituale, dell’Uomo interiore. Rudolf Steiner, infatti, così scrive nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, pp. 17-20 :

«Le vie che rendono l’uomo maturo ad accogliere un segreto sono ben determinate. La loro direzione è tracciata con lettere indelebili ed eterne nei mondi dello spirito nei quali gli iniziati custodiscono gli arcani superiori. Nei tempi antichi anteriori alla nostra «storia» i templi dello spirito erano anche esteriormente visibili; oggi, quando la nostra vita è diventata così vuota di spiritualità, essi non esistono nel mondo che è visibile all’occhio esteriore. Ma spiritualmente esistono dappertutto, e chiunque cerchi può trovarli. […]

Di una cosa conviene rendersi ben conto: che un uomo, completamente immerso nella civiltà tutta esteriore della nostra epoca, incontra gravi difficoltà per giungere alla conoscenza dei mondi superiori. Vi riesce soltanto, se lavora energicamente su di sé. Ai tempi in cui le condizioni della vita materiale erano semplici, era anche più facile conseguire un’elevazione spirituale. Ciò che meritava venerazione, ciò che era da considerarsi come sacro, emergeva maggiormente sulle condizioni ordinarie del mondo circostante. In epoca di critica gli ideali si abbassano. Altri sentimenti subentrano alla venerazione, al rispetto, alla devozione e all’ammirazione».

A riprova di queste parole del Maestro dei Nuovi Tempi, purtroppo – e fa sanguinare l’anima il dirlo – basta andare a vedere sino a quale infimo, e infame, livello è sceso il comportamento di non pochi “seguaci” della Scienza dello Spirito, i quali non si fanno alcun scrupolo di criticare – con argomentazioni false e perfide, e in taluni casi con espressioni che più imbecilli non potrebbero essere – Massimo Scaligero, Marie Steiner e lo stesso Rudolf Steiner. E questo avviene sia nell’ambito della cosiddetta Antroposofia “ufficiale” (ovvero all’interno della Società Antroposofica in Italia e all’estero), sia all’interno di quelle cerchie che il mio ottimo amico C., animoso asceta d’altra dottrina, e grande ammiratore del nostro Maestro, scherzosamente chiama “scaligeropolitane”. E la cosa tanto più sconcerta vedendo a quali livelli letteralmente osceni, su certi social network, taluni di questi “seguaci” siano capaci di scendere, con un linguaggio da lupanare. Ma ancor più stupisce e sconcerta vedere come nessuno dei frequentatori di quelle pagine virtuali, per viltà e opportunismo, per conformismo, si ribelli di fronte a simili sacrileghe blasfemie. Molti, anzi, non pochi si compiacciono, ammirati, di fronte a tali espressioni – che di per sé sono sintomi patologici di anime sporche e deformi – come di manifestazioni di particolare spregiudicatezza, o minimizzano la cosa come se si trattasse di innocenti birichinate, di una sorta di divertente “goliardia esoterica”, mentre invece sono atti laceranti che castrano letteralmente l’anima, e rendono inutile o dannoso un eventuale operare occulto. Certo che, se questo è il livello dei suddetti “seguaci” della Scienza dello Spirito, non vi è affatto bisogno dell’opera demolitrice degli avversari esterni: a distruggere la Comunità Solare può essere anche più che sufficiente la sola opera dei nemici interni. Sed de hoc satis!   

Il cammino spirituale che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero indicano, un tempo veniva considerato adatto a pochissimi, e le ardue prove alle quali veniva sottoposto l’iniziando operavano una severa selezione. Ma oggi, in un’epoca in cui si sono dissolte le società tradizionali, e nella quale la demonia economica e materialistica ha ormai devastato Oriente e Occidente, senza nulla risparmiare, tutti gli esseri umani sono chiamati ad affrontare l’impresa spirituale. Oggi, ogni essere umano dovrebbe essere un praticante interiore: l’alternativa a un tale impegno sono l’alienazione crescente, le nevrosi sempre più dilaganti, l’istupidimento televisivo e telematico, il non senso della vita, l’angoscia di un’esistenza in-autentica e in-significante, e sempre più spesso la follia. Sempre più sarà così, come si può scorgere da molti segni.        

Nella sapienza indiana arcaica, vi è un testo, la Katha-Upanishad, 1.3.14, che ammonisce il cercatore della Via di liberazione, con queste parole:

«Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Difficile è il passo sul filo tagliente di un rasoio: così i saggi dicono che ardua è la via della salvezza».

E Massimo Scaligero antepone alcune parole al suo scritto Iniziazione e Tradizione, parole che indicano chiaramente il Sentiero da seguire e la mèta da perseguire. Ne trascrivo solo la frase iniziale:

«Queste pagine intendono offrire un orientamento meditativo a coloro che, oltre ogni preferenza dottrinaria o passione o attaccamento – in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in rimedi illusori – sentono la Iniziazione come esigenza assoluta».

Potremmo dire, con gli Antichi: Extrema Thule ultima salus! Situazioni estreme esigono, appunto, estremi rimedi. Nell’attuale situazione di estremo pericolo, che per la Comunità Solare – per le inadeguatezze, le diserzioni e i tradimenti che si sono verificati – è stata come una vera e propria Caporetto, ossia una colpevole disfatta, anche se non totale, è necessario essere molto risoluti e trarre dalla lucida disperazione forze di coraggio, di interiore disciplina, ed energia instancabile. In altre parole, per usare una immagine analoga a quella appena riportata, occorre formare una sorta di linea del Piave, che per nulla al mondo deve cedere e che, costi quel che costi, deve resistere all’impatto dissolvente delle forze distruttive. A costo di ripetermi, voglio ribadire, nel caso qualcuno dubitasse dell’estrema pericolosità dell’attuale condizione umana, quanto scrisse il Maestro dei Nuovi Tempi nell’ultimo capitolo delle sue Massime Antroposofiche, ove parla del fatto che la salvezza e la realizzazione dell’uomo come mèta delle Gerarchie non è affatto cosa scontata e che vi è la possibilità concreta che l’umanità si sfracelli nell’abisso del subumano. Durante l’ultimo colloquio che Giovanni Colazza e Rudolf Steiner ebbero a Dornach, prima della morte di quest’ultimo, dopo aver dichiarato, come abbiamo riportato più sopra che : «L’esperimento “uomo” potrebbe anche fallire», volle aggiungere che se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, essa sarebbe rinata in Italia in una forma nuova, giovanile, non cristallizzata in istituzioni burocratiche. E questa fu l’opera di Massimo Scaligero. Questo è altresì il compito ch’egli ci ha trasmesso. Ciò spiega gli attacchi che vengono rivolti, per far fallire quest’opera, anche e soprattutto all’interno della cerchia “scaligeropolitana”. Attacchi di ogni tipo: dalla volgare derisione nei confronti dei Maestri, fuori e dentro la “cittadella”, alla riduzione della Scienza dello Spirito ad una logorante dialettica, intellettualistica, ad una stucchevole mistica sentimentalità moraleggiante, insino alla alterazione e falsificazione degli scritti di Massimo Scaligero, al noto “trasbordo ideologico inavvertito”.  

In questa situazione oramai di permanente emergenza e di estrema pericolosità, non è affatto fatale che l’essere umano realizzi Autocoscienza, Libertà e Amore. Ciò è detto a chiare lettere alle pp. 155-156 de L’Uomo Interiore:

«In certi ambienti esoteristici si crede che a un dato mo­mento, per impulso evolutivo, dovrebbe scattare da sé la molla della libertà, per cui l’uomo riascenderebbe fatalmente le sfere dello Spirito: ma certamente come un automa, il cui volere non si è liberato dalla natura. Ciò è ingenuo, come ogni concezione che veda fatale una evoluzione, o una salvez­za dell’uomo. Occorre accostarsi all’essenza del pensiero co­me al mistero della libertà, perché questa cominci a sorgere come concreta forza: con il senso dell’assolutezza della sua fun­zione, si può procedere verso il punto in cui la libertà erom­pe nell’anima come potere creatore. O l’Io che sorge, o nulla, o il centro di ciò che si è, o un decadere che si continua a chiamare  esistenza: tale l’alternativa.

L’umano può essere superato ma a condizione che sia l’uo­mo a volerlo. Oggi taluni pochissimi avrebbero il compito di iniziare una simile esperienza. A costoro, ove le facoltà siano deste, possono presentarsi le prove decisive dell’esistere ed es­si possono ad ogni momento ricordare che queste non sono nulla in sé valido, ma solo segni indicatori del limite che si pone all’Io per destare la sua forza, non per essere patito co­me tale. È chiamata in atto l’essenza onde si è eterni, per la quale non vi è difficoltà che non possa essere guardata come ciò che va superato e che perciò già comincia a perdere il suo potere. Questo potere torna all’Io.

Non v’è ostacolo, non v’è potere avverso né in Ciclo né in Terra, che possa essere veduto come limite reale e perciò possa fermare la volontà di colui che conosce la meditazione e il suo compimento. Dinanzi alla coscienza vuota, cambia il vol­to del mondo: una simile promessa è attuale per chi coltiva la reale tecnica della libertà. Si tratta di far entrare in azione una forza, che diviene vittoriosa, in quanto la si chiama ad agire, dal centro di sé; e che non può funzionare se in sua vece si crede di poter ricorrere ad ogni appoggio, ad ogni abitudine, ad ogni consolazione, offerti dall’antica natura. L’uma­no può essere superato, ma soltanto dall’uomo che senta co­me intimo principio la propria origine superumana.

Generalmente però oggi si pensa e si agisce come se la si­tuazione  problematica  debba  evolvere  per  propria  forza:   gli stessi cercatori dello Spirituale si comportano come se una spin­ta superiore, a un dato momento, debba far funzionare il centro dell’essere individuale e portare l’uomo al superamento di sé: che sarebbe il fallimento dell’impresa, perché funzionerebbe co­me Spirituale qualcosa che esclude la reale attività dello Spi­rito, sostituendosi al principio individuale, che è lo Spirito in atto nella coscienza. Questa rinuncia dell’Io a risorgere e il ri­durre  esso  la  propria  funzione  a  una  risposta  alla  necessità naturale,  spiegano  la  condizione  attuale  dell’umanità.   L’espe­rienza esteriore manca di controparte spirituale, non compor­ta sensibilità per la libertà, né per la conoscenza, neppure quin­di per il superamento».

Proseguendo, Massimo Scaligero indica nella paura il vero limite che paralizza la ricerca interiore del discepolo dello Spirito:

«Chi volesse identificare la condizione interna che distoglie dal sentiero della libertà, troverebbe la paura:  la forza subcon­scia che trattiene entro i limiti voluti dalla natura. Ma è dif­ficile afferrare il senso di ciò, quando si pensa, si agisce,  si organizza la vita e si cerca lo Spirituale mossi appunto da que­sta paura, e quando in funzione di essa si crede di ravvisare nella via della libertà o un’eresia o una via individualistica o una via exoterica. In tal senso, chi segua la Scienza dello Spi­rito  fondata  dal Maestro dei  nuovi  tempi, ha dinanzi  a sé molte prove dalle direzioni più varie di un mondo che è sol­tanto «passato», necessità, abitudine, meccanicismo, esteriorismo. dogmatismo, falso rinnovamento: ossia paura. Paura del­la libertà: che perciò si manifesta nella forma più sottile in coloro che, presumendo  seguire assocìativamente la via dello Spirito, ne sostanzializzano e  materializzano le forme,  giun­gendo  a  codificazioni  dogmatiche  e  ad  espressioni accademiche, in cui ben poco scorre della conoscenza liberatrice a cui fanno  appello:   onde,  malgrado  la  regolarità  della  terminolo­gia e la ortodossia esteriore, veramente l’opera viene separata da Colui che l’ha data».

Questo, naturalmente, vale – è proprio il caso di dirlo – oltre che per l’opera di Rudolf Steiner, anche e soprattutto nei confronti dell’opera di Massimo Scaligero, il quale così prosegue alle pp. 174-175:

«Se la liberazione e la resurrezione fossero qualcosa di pre­visto, di fatale, esterno alla sua decisione, la libertà non avreb­be senso. Ma gli uomini, oggi, presi da una visione meccanica dell’Universo, la traspongono anche al piano metafisico e inconsciamente sognano una salvazione che comunque, da qual­che direzione, per una sorta di automatismo trascendentale, dovrebbe venire: anche i più provveduti attendono una solu­zione che venga da fuori. Se così fosse, la liberazione non avrebbe valore, che, nascendo da una gratuita provvidenza, non avrebbe relazione con lo Spirito. Non v’è, infatti, salva­zione o reintegrazione che non debba iniziarsi con la decisione dell’uomo, perché solo a tale decisione può rispondere la Grazia. Occorre all’attuale situazione del mondo l’intervento di esseri liberi, che, conoscendo il valore della sfera sensi­bile, sappiano suscitare in sé una volontà capace di giungere ai confini di tale sfera: là donde unicamente può giungere la forza rettificatrice. A ciò la tecnica del «pensiero libero dai sensi» è la via.

Ogni altra via, come si è visto, non è che brama persi­stente del mondo, segreto attaccamento a ciò che i sensi dan­no in forma di parvenze. Tale brama, tale attaccamento sono quelli che oggi assumono persino la veste mentita di una ricerca spirituale. La confusione al riguardo è tale che persino i cercatori dello Spirito possono venir ingannati. Anche per questo, rispetto ai compiti posti dalla «via» attuale verso il Sovrasensibile, si deve dire che già l’umanità contemporanea è in ritardo. La libertà si lega alle contingenze dell’esistere quo­tidiano: va sfuggendo all’uomo».

Più volte ho riferito quel che come una indicazione operativa Massimo disse a noi giovani, che venivamo a Roma dalla mia città, circa lo stato interiore che era necessario che coltivassimo, al fine di percorrere la Via sino alla mèta: 

«Voi dovete essere instancabili e disperati! Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Questo è l’estremismo al quale, per la gravità e l’urgenza dei tempi, ci sollecitò Massimo Scaligero. Di esso egli ci parlò sino a poche ore prima che ci lasciasse, quella sera del 25 gennaio 1980, prima del Rito meditativo che alcuni di noi compivamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Più volte, negli incontri che avevamo con lui, egli ci chiese di essere fedeli a oltranza alla Via del Pensiero, di praticare, senza temere di essere unilaterali, o di esagerare, o di essere faziosi – haec sua ipsissima sunt verba – la Concentrazione. Ci chiese anzi proprio di “esagerare” con essa, di insistere con essa aumentando progressivamente il numero delle concentrazioni e la loro durata.

L’impegno interiore a livello spirituale di ogni autentico praticante non può che essere crescente, perché  – come scrive Massimo Scaligero ne L’Uomo Interiore – «nello Spirito si è, non si sta». Ovvero come dice l’antichissima sapienza latina: «Non progredi est regredi », ovvero: chi non avanza, regredisce o indietreggia. Come sa chi nuotando voglia risalire l’impetuosa corrente di un fiume.

L’eccezionale impegno interiore richiesto dall’attuale situazione estrema dell’uomo e della civiltà esige – imperiosamente esige – questo “estremismo interiore”, un impegnarsi generosamente nella lotta spirituale, un incalzare la natura inferiore, un non evitare bensì un affrontare decisamente i limiti che fermano la pavidità e la labilità umana: un essere – come mi disse una Donna di elevato sentire – «sempre all’attacco; degli arditi sempre all’offensiva». Questo “estremismo interiore”, al quale ci sollecita Massimo Scaligero, è sacro, e richiede la più alta tensione della volontà consacrata, come è detto alle pp. 137-138:

«Non è sufficiente avere la forza, occorre saperla dedicare. La forza va consacrata, perché sempre risorga come vera forza: soltanto ciò mantiene la comunione vivente con l’Iniziatore dei liberi ed evita il pericolo che l’insegnamento divenga accademia, retorica presuntuosa. Evita che vada perduto ciò che è stato donato: pericolo che, purtroppo, non risulta sia stato evitato». 

Ci si può chiedere quale debba essere lo stato interiore dell’anima di colui che con coraggio, tenacia, e disperazione si consacri al lucido e severo estremismo di questa impresa eroica. Troviamo la risposta in quanto scrive Massimo Scaligero, a p. 142: 

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è par­lato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere l’ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere pos­sibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, l’ostacolo. Non v’è ostacolo che così non possa essere superato: occorre vole­re sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesi­ma idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stes­si, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Ho già avuto occasione di riportare quel che rispose Rudolf Steiner a chi gli chiese che cosa spingesse un discepolo della Scienza dello Spirito a consacrarsi alla pratica interiore della Concentrazione: «Un urlo interiore», rispose il Maestro dei Nuovi Tempi.

Che le “anime urlanti” di coloro che “sono stati morsi dal drago”, si consacrino, dunque, con energia crescente ed estremismo interiore,  alla risoluta pratica della Concentrazione, alla realizzazione della Via del Pensiero.  

TRASCENDENZA CHIMICA (di F. Giovi)

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(Aldous Huxley)
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Vale forse la pena d’occuparsi di un tema, per conto suo assai vasto e complesso, che risulta però del tutto estraneo alla vera coscienza religiosa e cosí pure alla coscienza di chi abbia sviluppato una fondamentale comprensione per l’essenziale dell’esoterismo antico o moderno? La risposta immediata potrebbe, giustificatamente, consistere in una negazione ben chiara. Eppure molte sono le sollecitazioni, invisibili per la stessa autocoscienza, che spingono alcuni a giustificare, con la ragionevolezza di “pecore matte”, i sentieri della psiche piú bizzarri e devianti. Ma, in fondo, niente è mai del tutto ovvio e scontato.
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Infatti l’uso di sostanze speciali accompagna l’uomo in tutta la sua storia. Lo stesso concetto scientifico di droga non possiede per forza un carattere peculiarmente negativo, essendo, in via naturale, definibile come la parte di un organismo dotata di principi attivi che determinano un’azione farmacologica. Mate, caffè, tabacco, guaranà e cacao sono droghe, e ben prima di divenire alimenti d’uso quotidiano furono usate da antichi mistici ed asceti.
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Nei Misteri eleusini all’iniziando veniva somministrata una bevanda segreta chiamata kykeon, nei sutra sullo yoga, Patanjali riferisce che i siddhi (poteri) possono derivare da elisir assunti nelle dimore degli Asura. Nell’età di mezzo d’Occidente vige l’uso, comunque assai parco e definito con chiarezza come pericoloso, delle cosiddette acque corrosive e degli elettuari.
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In un senso assai generale con questi termini si allude a mezzi tossicologici che provocavano un brusco e rapido arresto di alcune importanti funzioni vitali naturali con conseguenze simili all’asfissia o all’arresto cardiaco. In individui addestrati esotericamente ciò permetteva (con considerevoli rischi) l’esperienza reale di una morte limitata, con il trapasso temporaneo delle forze di coscienza “stanti e non cadenti”, l’oro dei saggi, nei mondi soprasensibili. Stiamo accennando, in termini attuali, ad una parte del corpo eterico e del corpo astrale sufficientemente rafforzata e indipendente per non disgregarsi, insieme alla coscienza, nella crisi indotta. Non è difficile comprendere che simili strade non erano “facili scorciatoie”, ma esigevano molti anni di lavoro, coraggio, abnega­zione e la consapevolezza che il rito comportava la possibilità di perdere la vita. Questa è l’unica versione corretta circa l’uso iniziatico di sostanze tossiche.
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Sarebbe fuori luogo valutare tali vie con l’umido moralismo contemporaneo, e va anche sottolineato che quanto indicato a grandi linee avveniva, sino al XVIII secolo, in seno ad “organismi tradizionali”, cioè in piccole comunità detentrici di conoscenze iniziatiche, tramandate e sperimentate, perciò competenti nel rapporto con quei domíni supersensibili ai quali veniva avviato, dopo molte prove, il discepolo.
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Poi il rapporto tra uomo e mondi e l’uomo stesso cambia celermente. Alcune sostanze, che del resto non avevano mai fatto parte della panoplia esoterica, entrano nel mondo profano per corrompere corpi e anime in cambio di crepuscolari frammenti di coscienza alterata.
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I demoni della decadenza incitano l’allestimento di sguaiate caricature della “morte iniziatica” nelle fumerie d’oppio, in cui l’uomo scivola verso abissi di sonno mortifero disturbato da allucinazioni estatiche o repellenti, mentre negli angoli di caffè mal illuminati dalle fiammelle del gas la visione poetica si rifrange nei velenosi riflessi verdastri dell’assenzio.
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L’elemento puro dell’anima segue ora una direzione opposta: siamo a metà del XIX secolo e Ramakrishna rifiuta di bere il vino rituale durante l’iniziazione al sādhanā tantrico, esprimendosi categoricamente sulle droghe: «il sadhu che usa tossici non è un vero sadhu».
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La seconda metà del XX secolo, luce di democrazia e di nuovi orrori, poggiante sullo sfacelo di due guerre mondiali, offre finalmente a tutte le classi sociali la fruibilità di un ampio mercato di droghe e di spiritualità spensierata.
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Negli anni ’60 il prof. Timothy Leary, attivo ricercatore dell’università di Harward, in seguito ad esperimenti effettuati su sé e sui suoi studenti con l’assunzione di acido lisergico (sintetizzato negli anni ’20 dal chimico A. Hoffmann) e psylocibine, scopre sotto l’effetto della droga l’esistenza di un mondo piú vasto ed intenso: promossa dal suo furore missionario inizia l’epoca delle droghe psichedeliche o della mente denudata. La figura di guru messianico di Leary ben presto si scontra con l’apparato repressivo statunitense. Da una parte l’araldo dell’LSD patirà il carcere, dall’altra godrà del sostegno di intellettuali di rango come Margaret Mead, Jack Kerouac ed i coniugi Huxley. La sua fama di liberatore o corruttore sarà vastissima nel (cosí avido ed ingenuo!) mondo occidentale.
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Ma piú avvincente e raffinato è l’itinerario culturale del ro­manziere e saggista Aldoux Huxley. 
Nato da un robusto ceppo di scienziati e naturalisti fortemen­te inclini al materialismo, Huxley, fuori dal coro, si rivela uma­nista attratto dai fenomeni sociali, biografici e da una sottile ri­cerca mistico-religiosa. Intellettuale acutissimo, sempre distan­te dai ranghi dei luoghi comuni, saprà donare ai suoi tanti lettori idee originali e in controtendenza.
Ad evitare lungaggini portiamo tre soli esempi:
1944: The Perennial Philosophy. In questo saggio il Nostro in­dividua un filo aureo di conoscenza spirituale, dietro e sopra la varietà dei diversi insegnamenti religiosi, non subordinata dai tempi e dagli uomini.
1949: After Many a Summer. In forma di romanzo traccia con ironia i caratteri della smania per la longevità illimitata (ora ri­proposta da un esercito di imbroglioni che si definiscono scien­ziati) e vede con chiarezza come il prolungamento innaturale della vita fisica possa provocare nell’uomo una oscena evolu­zione a novello primate.
1954: Doors of Perception.
1956: Heaven and Hell. In questi due volumi, famosi per le accurate descrizioni delle esperienze provocate dalle droghe, l’Autore intuisce che il cervello non è quel super organo di cui si mitizzano ancora gli inesplorati poteri, ma una griglia riducente la capacità percettiva umana. Purtroppo gli scivoloni sotto l’uscio del sensibile segnano indelebilmente l’intelletto, bramoso d’espansione, ma per sua natura ostile alla trascendenza.
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Le esperienze di “coscienza alterata” che per un professore semi-cieco sembrano grandiose, per l’occultista si rivelano solo banali. Il portacenere che assume la potenza dell’assoluto, i colori che risuonano, i suoni che si colorano interspaziati tra abissali ritmi di tempo e tutta questa paccottiglia di confusioni ipersensorie che si modella in una essenza cosmica, dai tempi del Buddha o di Plotino sarebbe stata (e lo è tuttora) soltanto, per chi prega o medita, un onere aggiunto di iattura e disagio.
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Huxley, incapace di religiosità, giunge ad affermare che «inghiottire una pillola contribuisce ad una esperienza religiosa genuina, poiché [tutte le discipline tradizionali] sono come le droghe psichedeliche: potenti espedienti per mutare la composizione chimica del corpo e del sistema nervoso. La conseguenza è un cambiamento della coscienza». Il Nostro tace il fatto documentato che “gli alterati stati di coscienza” vengono anche prodotti da iperventilazione, ipoglicemia, stroboscopia, demenza da neurosifilide, schizofrenia ecc. Vero è che, dopo l’assunzione dell’agente tossico, il corpo ed il sistema nervoso vengono dominati e usati, e che la coscienza ordinaria, in totale impotenza, ne patisce gli effetti.
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In definitiva Huxley – ed insieme a lui i rampanti neurologi contemporanei – dimentica o non vuole sapere che in qualsiasi atto interiore vige la centralità di un soggetto, di un io autocosciente e volitivo che causa i processi messi in moto per sua decisione, quali essi siano, modificando verso l’esterno le proprie mediazioni, dalla coscienza di sé sino alla corporeità piú grossolana.
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Gli intellettuali limitati dal proprio intelletto e gli eruditi prigionieri dell’erudizione non saranno mai esoteristi o affiliati ad una catena iniziatica o ispirati religiosamente, e sempre riuscirà loro incomprensibile l’esistenza di una fondamentale eterogeneità tra sostanze sintetiche e sostanze naturali. Non osserveranno, come fece G. Meyrink, l’estrema diversità d’effetti indotti dall’hashish procuratogli da affiliati a gruppi esoterici egiziani, rispetto alla medesima sostanza acquisibile presso l’ordinario mercato nero. Né potranno in alcun modo ipotizzare che il significato dei boccioli tossici, nelle culture sciamaniche, possa consistere nel segmento di un sistema organizzato in cui viene raggiunta una connessione con l’Ente soprasensibile del quale i cactus sono espressione sensibile e che decide, secondo un extraumano metro di simpatia o antipatia, chi aiutare saggiamente su certi piani del mondo eterico e chi rigettare come cibo guasto. Ancora oggi in queste enclavi i tossici vengono usati ritualmente, non per sbracarsi in abnormi diletti, ma per allentare il corpo eterico dalla morsa del corpo fisico. Come si scriveva all’inizio, tutto ciò rimanda ad una valutazione critica ed etica assai complessa e delicata.
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In modo nettissimo le grandi correnti della Scienza Sacra (raja yoga, vedanta, buddismo Zen, mistica cristiana ecc.) e la moderna Scienza dello Spirito procedono in una direzione perfettamente opposta. Nel nostro antico occidente già Aristotele esprimeva in chiari concetti come tutto quello che sia altro da se stessi è una privazione e non un arricchimento. Il bisogno per le forze della coscienza di essere supportate da altro, dall’heteron, è impurità per l’Essere.
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In particolare la Scienza dello Spirito principia con l’afferrare il processo conoscitivo umano. Perché, ad essere seriamente logici, nessuno a questo mondo ha il diritto di dire: «Io so questo o quello» senza sapere come avviene in lui il processo del conoscere.
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Invero tale necessità fondamentale (di “conoscere il conoscere”) viene presentita ed invocata, come ad esempio fa Edgar Morin, che la definisce “il principio educativo permanente”. Definisce, ma non sa cosa sia, e subentra il sospetto che non sappia nemmeno quel che dice quando si leggono a seguire frasi come questa: «La mente è un’emergenza del cervello suscitata dalla cultura» (da: I sette saperi necessari all’educazione del futuro). La spiritosa pedagogia cognitiva del Terzo Millennio!
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La Scienza dello Spirito, con desta lucidità matematica, individua nel percepire (non nel percepito!) e nel pensare (non nel pensato!) gli elementi originari dell’atto conoscitivo, e offre i mezzi per sperimentarli in sé, ossia puri da qualsiasi mediazione. Va da sé che un tale sperimentare diviene un punto d’arrivo esigente una grande capacità d’azione interiore e non una condizione di partenza: proprio su questa non ovvia differenza molti ricercatori, con la scusa di studiare all’infinito l’ánthrōpos, volgono le spalle a Sophía.
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Eppure, è proprio questo sperimentare ad essere un valore assoluto, poiché si realizza dove pensare e percepire sono attivi ad un livello precedente l’esperienza corporea e sensibile. Questo è il livello in cui il pensare, obiettivato in forma di viventi immagini, svela il tessuto di forze producenti l’apparire. Alla radice del conoscere si sperimenta l’impensata radice della realtà.

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Franco Giovi

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2005/lug05/

L’ARCHETIPO-MARZO 2018

Anno XXIII n. 3

Marzo 2018

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GIORDANO BRUNO, IL GUERRIERO DELL’IO (di F. Giovi)

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Dalla sua morte sul rogo, a Roma, in Campo dei Fiori, l’altera figura di Giordano Bruno, che in nome della libertà respinge con il sacrificio supremo ogni compromissione, ha generato nei secoli – quasi che le fiamme del suo supplizio e impregnate dalla sua essenza si fossero riaccese di continuo nei petti umani – l’ideale riferimento per i singoli o i gruppi di pensatori che in ogni tempo successivo hanno tentato di dare al mondo idee nuove, perciò indipendenti dalla oppressione dei precedenti modelli: quelli che immancabilmente divengono poi i tiranni della società che ad essi deve conformarsi.

Ancora oggi chi ha sentito il nome di Bruno lo associa ad un individuo che seppe resistere a testa alta davanti all’ottusa potenza del potere costituito, sia esso secolare, ideale o religioso. Quasi nessuno conosce la sua opera e sa di quanto possiamo essergli debitori quando prendiamo consapevolezza dell’ultimo nato in casa nostra: l’Io. È difficile rendersi conto del contributo di Giordano Bruno nello sviluppo dell’autocoscienza. Del resto è incredibile la cecità degli uomini verso quello che credono di possedere come un semplice dato di fatto: sono malauguratamente troppi coloro i quali, nei confronti della coscienza desta e pensante, hanno la medesima impressione di chi, vedendo un vaso di pregiata fattura, pensasse ad esso come un capriccioso e casuale prodotto di forze naturali. Del resto la banalità che oggigiorno si stima essere in ogni cosa è il prodotto del pensiero banale, ossia del pensiero monco: il pensiero che collassa prima di pensare a fondo le cose e con ciò superando la parvenza di esse.

Ma torniamo a Bruno: il fatto importante della sua vita e della nostra evoluzione è stato lo spezzare i rigidi limiti della volta celeste, infranta la quale ciò che va concepito è l’infinità.

Oltre un secolo prima, già Nicolò Cusano aveva embrionalmente esposto questo terrificante concetto, ma a farlo valere con forza dirompente fu Bruno.

Secondo la concezione tolemaica (che spiritualmente vale ancora e che il sottoscritto ama con passione), il cosmo è formato da sette sfere planetarie e racchiuso dalle stelle fisse, dietro le quali va pensata la Divinità quale motore dell’universo.

In questa concezione il “cielo cristallino” chiude da fuori l’universo.

Il pensiero di spazio di Giordano Bruno si lanciò nella vertigine dell’Infinito-Illimitato. E ciò lo spinse a immaginare mondi molteplici, soli remotissimi, altri sistemi planetari.

Con la cosiddetta “rivoluzione copernicana” la Terra aveva già perduto la posizione centrale, fissa, intorno alla quale orbitava l’intero cosmo: Bruno radicalizzò la visione di Copernico estendendo anche al Sole un ruolo di stella tra altre innumerevoli stelle. Questa totale mancanza di centralità divenne, dai secoli seguenti ad oggi, un contenuto di coscienza.

Non si ha, di solito, contezza del substrato di smarrimento e terrore che si accompagnò a questa dissoluzione di limiti e certezze nell’abisso dell’infinità fisica.

I grandi come Copernico e Keplero furono rivoluzionari, ma per essi era ancora un presupposto indiscutibile il sistema planetario inteso come un’organica unità cosmica, un intero definito. Anzi, Keplero contestò“la fantasticheria sull’infinito” e confessò di provare un tenebroso brivido «al solo pensiero di trovarsi errante in uno smisurato Tutto al quale fossero contestati i confini».

In queste parole confessate dal poeta Arturo Onofri troviamo con chiarezza il sentimento di ogni uomo nei confronti della “perdita del centro”:

…Un tragico silenzio

ottunde la stanchezza che mi duole…

un mutismo irreale, antecedente

alla natività dei mondi,

scava abissi impossibili, i cui fondi

precipitosi, intimano alla mente

un nulla smisurato.

Nei tempi remoti, Terra e uomo, in quanto creazione e mèta degli Dei, furono in assoluto al centro dell’universo, mentre intorno ad essi, quale periferia, si intrecciavano le gesta delle potenze universali. Occorre davvero rievocare nel pensiero e nel sentimento l’antica visione del cosmo per immergersi in essa, averne sensazione. Solo cosí avremo un barlume di quello che abbiamo perduto e cosí potremo anche prendere consapevolezza di quello che abbiamo conquistato.

Il tradizionalismo si è volto all’antico ma, irrigidendosi in ciò, esso ha rifiutato senza condizioni l’arido e detestabile mondo moderno: questo atteggiamento può essere comprensibile ma zoppica nella logica: infatti, a penetrarlo troviamo che esso è soprattutto romanticismo elevato a potenza.

E pigrizia: poiché le anime si sdraiano nella confortante luce degli splendidi tesori delle compiute spiritualità, ma non osano avventurarsi nel mistero del presente, ove la concezione promossa dalle forze propulsive di cui Bruno fu veicolo ci ha guidato al desto sguardo sensibile che si specchia in un mondo privo di Dei, in un cosmo fisico infinito.

Il problema – per molte anime la tragedia – si potrebbe racchiudere in una “semplice” domanda: a cosa può servirci un mondo spoglio e arido, un infinito senza un centro di valore?

Il mondo senza Dei e senza Spiriti è il mondo che può essere visto e contemplato con sguardo sveglio, netto e obiettivo: è il mondo in cui l’uomo può porsi sul primo gradino della destità non condizionato dallo Spirito universale, perciò in piena libertà individuale. In tale mondo senza centro, senza sostegno, l’uomo può essere lui stesso il centro del cosmo, purché intuisca che a ciò è stato eletto: a reggersi su se stesso.

Magari rendendosi conto che gli spiritualismi e gli idealismi appartengono alle certezze del passato: ora divenute le comode grucce per chi non sa stare in piedi.

Tant’è che attraverso la concezione matematica dell’idea dell’infinito, divenuta un mezzo di sperimentazione spirituale, Giordano Bruno giunse alla dottrina delle monadi, le quali costituiscono l’uomo e ogni altro fenomeno: attraverso le monadi che stanno alla base di tutti gli esseri, il divino è attivo e presente all’interno di ogni evento e non supporta da fuori l’esistenza del cosmo, come nella concezione aristotelica: il Deus ex machina.

Secondo quanto scrive il Dottore nel suo libro L’evoluzione della filosofia dai presocratici ai postkantiani, la dottrina delle monadi di Giordano Bruno è il riflesso della lotta combattuta dall’Io per la sua esistenza nell’epoca moderna. Quello che traspare di questa lotta è esprimibile con questa frase: Io sono una monade e una monade è increata e imperitura.

È da questo punto realizzato che, come ancora Onofri ci rivela nei suoi versi, possiamo contemplare a nuovo le sfere celesti, la nuova conoscenza dell’universo:

O musica di limpidi pianeti

che nel sangue dell’Io sdemoniato

articoli i tuoi cosmici segreti:

nella tua chiarità, che ci riscatta

dalla tenebra morta del passato,

la densità ritorna rarefatta.

.

Franco Giovi

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per gentile concessione de http://www.larchetipo.com/2014/set14/

L’EROISMO DELLA CONCENTRAZIONE E L’ASCETA

Massimo Scaligero

L’Ascesi del Pensiero – lo abbiamo detto e ripetuto sino a non avere più né fiato né parole – è una Via eroica. Lo è perché essa va in rotta di collisione con il millenario dominio che la natura inferiore, afferrata e mossa da deità avverse, esercita da millenni, in maniera incontrastata, sull’uomo. La Via del Pensiero va in rotta di collisione anche nei confronti di tutta una tradizione antica, orientale e occidentale, che all’uomo attuale, caduto definitivamente nella prigionia somatica, difficilmente oggi può essere d’un qualche aiuto.

Non che in testi sacri, come i Veda, le Upanishad, la Bhagavadgita, o nei testi del Buddhismo Theravada, o Mahayana, o Vajrayana, o nel Taoismo, non vi siano profonde verità di valore eterno, ma l’uomo attuale – ossia l’uomo cerebrale, intellettualizzato, e in definitiva “intelligentemente” animale – ne è tagliato fuori, e allo stato attuale delle cose non può granché giovarsene. La ragione di ciò la mette bene in evidenza, senza minimamente edulcorarla, Massimo Scaligero già nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, là dove dice:

«Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti. Onde se all’uomo venisse oggi comunicato il segreto dell’essere, gli sarebbe inutile, perché non saprebbe pensarlo: potrebbe pensarlo solo a condizione di ridurlo a quella riflessità, o astrattezza, al cui livello non è possibile si dia qualcosa dell’essere».

Difficilmente – per non dire che è affatto impossibile – l’uomo attuale, cosciente unicamente a livello del mentale astratto – unica dimensione nella quale può muovere liberamente, e illusoriamente, il suo pensiero morto – per fare solo qualche esempio, può penetrare testi, di mirabile bellezza e profondità, della tradizione hindù come la Brihadaranyakopanishad di Yajñavalkya, o il Drigdrishyaviveka del grandissimo Shankara, o della tradizione buddhista mahayana come il Prajñaparamitahridayasutra o Sutra del Cuore, o il Vajracheddikasutra, o Sutra del Tagliatore di Diamanti, che l’orientalista Raniero Gnoli (grande amico di Massimo Scaligero) traduce anche come La Fenditrice del Fulmine, perché il pensiero astratto, riflesso, non può penetrare minimamente realtà come il Brahman, dell’Induismo, o la Shunyata, ossia la Vacuità, del Buddhismo Mahayana.

L’uomo attuale, innamorato della tradizione orientale, non si rende affatto conto ch’egli pensa concetti metafisici come il Brahman, o la Vacuità, o il Tao, esattamente con lo stesso pensare riflesso, astratto e disanimato col quale egli pensa una sedia o una forchetta. Ei non muta certo di livello solo perché invece di pensare la prosaica ma utilissima forchetta, pensa invece eccelse realtà metafisiche. Ma l’uomo attuale, ingannato dall’infida natura alla quale è identificato, difficilmente si rende conto e si arrende ad una tale evidenza.

E lo stesso vale per la tradizione di sapienza del nostro Occidente. Giusto per fare solo qualche esempio, chi è che possa, oggi, fare l’esperienza del sovrasensibile Mondo delle Idee del quale parlava Platone, o di quella unione tra l’Intelletto possibile e l’Intelletto agente della quale parlava Aristotele, e che nel nostro Medioevo venne cantato con lirici accenti d’Amore da Guido Cavalcanti, da Dante Alighieri e da tutti i Fedeli d’Amore? Chi è che possa – ripeto: oggi – avere concreta esperienza interiore delle realtà che stanno dietro ai miti dell’antica tradizione misterica, o dei testi della tradizione ermetico-alchemica, o di quella rosicruciana?

Bando alle sentimentali, mistiche e poetiche illusioni, e guardiamo coraggiosamente in faccia la cruda realtà. La situazione conoscitiva dell’uomo attuale è tragica, e a nulla vale evitare di guardarla: non farebbe che peggiorare la sua situazione, sino a renderla irrecuperabile. Innumerevoli volte Massimo Scaligero ripete, nella sua aurea opera, come l’attuale pensare cerebrale sia ormai anemico, disanimato, astratto, riflesso, senza interiore realtà, e capace solo di cogliere ombre menzognere e non autentiche realtà. E meno che meno la realtà spirituale. In effetti, l’uomo, tramortito nella sua identificazione con la natura somatica è sì cosciente del pensato, ossia dell’oggetto del pensiero, ma è del tutto incosciente dell’atto stesso del pensare. Ossia egli è cosciente del mero effetto di una causa a lui perfettamente ignota. E questo – con buona pace della superstizione psicanalitica – è l’unico inconscio del quale sia lecito parlare. L’essere umano, dunque, è sì cosciente (spesso poco anche questo…) del fatto, ossia del pensato disanimato, ma non è punto cosciente dell’atto del pensare: la sua è una conoscenza monca, tagliata fuori dalla sostanza della vita che potrebbe conoscere s’egli fosse cosciente dell’atto pensante stesso. Ossia annientando l’inconscio. Ed è quanto afferma, sempre nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, Massimo Scaligero:

«Conoscendo solo il pensato, l’uomo veramente non può dire di conoscere: in realtà non ha il conoscere, ma il conosciuto, privo del momento interiore per virtù del quale è conoscenza. Il pensiero deve prima venir pensato, cadere nella riflessità, per essere da lui conosciuto. Ma, conosciuto, cessa di essere conoscenza».

E questo ci porta direttamente al punto di uscita dalla ferrea prigione della riflessità, che ci reclude nella natura somatica e animale. Perché non si diviene coscienti dell’atto del pensare, aggiungendo ai pensati altri pensieri, bensì attraverso la pratica interiore, ossia attraverso la Concentrazione. E, sempre Massimo Scaligero così scrive nel seconda di copertina interna dell’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Sansoni, Firenze, 1959, in quella che, a mio avviso, è una delle più belle – veramente mirabile – sintesi della Via del pensiero:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’Uomo. Viene indicata una «via spirituale» che mentre è di là delle tradizioni, attinge ad un segreto e imperituro insegnamento,: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’Occidente. La Luce sorge ormai dall’Occidente per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza sovrasensibile descritta in questo volume, già contiene in sé quanto di essenziale agì nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen, nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere solo dallo svincolamento del moderno pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo del «soprannaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

Ciò mostra come le luminose esperienze interiori dell’Oriente – così come quelle dell’autentico Occidente interiore – non sono perse se non per l’astratto pensiero riflesso, ma che esse risorgono nuovamente per l’asceta che realizzi la resurrezione del Pensiero Vivente dalla tomba della conoscenza morta. Ovvero che compia il Rito della Concentrazione.

Nell’Ascesi del Pensiero si compiono atti di pensiero, e si ripetono volitivamente tali atti sino a che la corrente della volontà non fluisca potente nell’atto stesso. Normalmente non si è coscienti di tale atto genetico del pensare – senza il quale non esisterebbe neppure il pur pallido pensato – perché troppo debole, sfrangiata, anemica, allentata è la volontà nel pensare. E non lo è, perché la volontà è letteralmente “sbracata” – a Roma direbbero “abbioccata” – e affogata nella corporea vitalità animale.

Per questo la pratica della Concentrazione è un Ascesi eroica: perché essa deve lottare tenacemente, senza veruna misericordia, contro una natura animale, nei confronti della quale è imperioso e vitale strappare la volontà, che vi è identificata in un comatoso stato di tramortimento. Ma se una tale Ascesi è eroica, ciò non significa affatto che eroico sia automaticamente anche l’asceta. Anzi all’inizio della Via – diamo nuovamente bando a pericolose illusioni – egli non lo è per niente, e semmai dovrà diventarlo strada facendo. Ma, come usa dire, «regnum regnare docet», «il regno insegna al regnante il regnare», ossia le cose le si apprendono realmente, solo «facendole», ovvero operando concretamente: smuovendo la volontà, praticando e non filosofando.

Ora, lottare contro una natura inferiore, astuta e, da molti millenni, dominatrice, non è cosa semplice, né indolore. Ciò implica una pratica indefessa, ininterrotta, tenace, fedele, che si protrae , anche se non lo si avverte, sui tempi lunghissimi: per mesi, anni, decenni, per tutta la vita. Giovanni Colazza, nelle sue conferenze al Gruppo Novalis, nell’inverno 1944-1945, sul libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner, osserva che il discepolo deve giungere ad «amare» di per se stessa, senza aspettative egoiche, la disciplina interiore, e perdere un po’ il senso del tempo che passa. Il quale, davvero, non passa invano.

Ogni giornata della pratica interiore deve essere considerata come l’unica a disposizione per la interiore pratica realizzatrice. Ed ogni singolo esercizio di Concentrazione deve essere considerato come unico: come quello che, se ad esso doniamo l’interezza della nostra forza interiore, ci può portare alla concreta esperienza spirituale. Massimo Scaligero più volte ha esplicitamente affermato che non sono particolari esercizi, aristocratici e complicati, quelli che possono portarci all’Iniziazione, ma l’esercizio – magari quello meno accetto e più faticoso e avversato per la nostra natura, ossia la Concentrazione – nel quale, malgrado ogni ostacolo, si sia capaci di mobilitare e metere in atto tutta intera la nostra forza di volontà.

A suscitare la volontà dell’intrapresa della pratica della Concentrazione, la migliore spinta, l’impulso più radicale e potente è – come abbiamo detto altrove – è la disperazione. L’agire «senza speranza né timore» è, per usare un linguaggio “geometrico”, una condizione assolutamente necessaria, ma di per sé potrebbe – anche se in realtà lo dovrebbenon rivelarsi sufficiente. Perché è difficile tener dèsta questa lucida disperazione, contro la quale giuoca contro la lunghezza della lotta, senza tempi umanamente prevedibili, e giuocano pure i ripetuti periodi di aridità interiore e, più che la stanchezza, la routine, e le abitudini.

Massimo Scaligero definiva le abitudini le rughe dell’anima. Routine e abitudini appannano la vivezza della memoria interiore, e fatalmente sfrangiano e allentano la tensione della volontà. Un aiuto sono le prove della vita, le situazioni di pericolo nelle quali può accadere di incorrere nel procedere del cammino interiore. Ciò è pacifico, per non dire addirittura scontato. Ma data l’imprevedibilità del darsi di prove e colpi del destino – ancorché paradossalmente auspicabili per il discepolo dell’Iniziazione – è bene trovare dentro di sé, e non fuori di sé, un antidoto efficace allo smarrimento della memoria del còmpito interiore, liberamente assunto nei momenti di lucida e intensa disperazione.

Un tale antidoto è l’operare nell’Ascesi in uno stato di mobilitazione permanente: un lottare senza tregua. Si tratta, sostanzialmente, di non accontentarsi mai, ma di esigere gradualmente sempre di più dalla propria volontà. Sino ad un incalzare la natura inferiore, e cercare di andare oltre quel limite che un tempo ci fermava, e cercare di superarlo.

Ciò, naturalmente, costa sforzo, e molta fatica. Alfredo Rubino – il quale, oltre che un discepolo veramente fedele di Massimo Scaligero, fu anche un autentico praticante interiore, ingiustamente calunniato proprio da coloro che meno avrebbero dovuto – soleva dire, che l’Ascesi è vera quando la natura inferiore comincia a gemere e a dissolversi sotto l’imperiosa pressione dello Spirito, e che l’esercizio interiore comincia ad essere veramente efficace, proprio quando in noi la natura inferiore astutamente suggerirebbe di cessarlo, perché «hai fatto abbastanza».

Sempre Alfredo Rubino metteva in evidenza come, nella Via interiore, «rimanere fermi è andare indietro», e come sia necessario chiedere sempre di più alla nostra volontà ascetica: saviamente e gradualmente, ma anche coraggiosamente ogni volta fare un po’ di più. Sino ad osare in particolari momenti – adeguatamente preparati – il tutto per tutto.

Per fare un paragone, un nuotatore che in un fiume impetuoso non lotti nuotando contro la corrente, da essa viene portato indietro. Già per rimanere immobili in un punto della corrente occorre nuotare energicamente. Se, poi, si vuole addirittura risalire la corrente è necessario nuotare ancor più energicamente, o – secondo un’immagine Zen, cara a Massimo Scaligero – essere capaci del “salto del carpione”, di un guizzo col quale si vada oltre se stessi, e i propri illusori, ma ben costringenti, limiti.

Questo osare l’inosabile, questo incalzare senza tregua la riottosa e recalcitrante natura, questo interiore lottare senza tregua, questo mantenere la volontà in costante, permanente mobilitazione, è – a mio avviso – ciò che mantiene viva la lucida e dinamica disperazione. A sua volta, la radicale lucida disperazione impedisce il cadere nella routine, nella spenta abitudine, e avviva l’ardore della volontà.

Senza questo ardore e questa disperazione l’Ascesi, oggi, in un mondo che velocemente erode le forze interiori, va poco lontano. Occorre nei confronti della Concentrazione – mi si passi l’ossìmoro – essere freddamente ardenti e ardentemente gelidi: occorre innamorarsi della Concentrazione, e farla, ripetendola instancabilmente. Occorre non porsi limiti nella pratica della Concentrazione, e voler gradualmente superare i limiti – che sono i limiti della natura personale – nel praticarla: sia di tempo nell’esecuzione che di frequenza di essa.

Nessuno è veramente “eroe” all’inizio di questo arduo Sentiero, ma tutti – se vogliono, se “disperatamente” vogliono – possono diventarlo lungo questo impervio cammino. Gli Dèi rispondono ai coraggiosi, ai disperati, ai consacrati. Che poi sono – o strada facendo lo diventano – le stesse persone. Poiché non vi è limite che non possa essere superato, non vi è limite che non sia limite di pensiero e del quale non possa essere immaginatolo svincolamento e voluto il superamento. Occorre volere, intensamente volere, volere oltre ogni limite raggiunto, perché si può volere – come mi insegnò Massimo Scaligero – anche oltre i limiti del karma. E la Concentrazione è il veicolo aureo di tale audace, anzi temerario, volere. Temerario perché il discepolo dell’Iniziazione non lotta contro complessi psicologici, o limiti ideologici et similia, ma contro avverse deità distruttive, che vogliono asservire l’uomo o distruggerlo.

Si dirà, forse, che diciamo sempre le stesse cose. Ciò è senz’altro vero, ma purtroppo è vero perché – per usare l’espressione sportiva di un caro amico, veterano della pratica interiore – «siamo sempre fermi ai blocchi di partenza», e si teme che l’Ascesi funzioni davvero – perché è verissimo che, se praticata con energia e sincerità, essa agisce potentemente – e si teme, vilissimamente, di dover essere quell’Io che trasformerebbe radicalmente la nostra vita e il nostro esistere. E poiché segretamente il praticante conosce essere la Concentrazione il veicolo più potente della volontà dell’Io, allora spesso essa viene fatta al risparmio, “rimandando” l’incontro, o lo scontro con il limite. Ci si tiene – prudentemente – al di qua del limite, e si evita di raggiungerlo. Il coraggio, l’eroismo dell’Ascesi è voler incontrare – costi quel che costi – tale limite nella Concentrazione, ed operare coraggiosamente, con tenace volontà consacrata, a superarlo. 

Mi raccontava il mio amico C., temibile lupaccio e asceta d’altra dottrina, che una persona di rango spirituale, molti anni fa, gli comunicava che oramai la maggior parte della gioventù (ma non solo quella…) «era nel miglior dei casi razionalista, ed aveva la volontà smarmellata» e che «una Via spirituale deve trasformare il discepolo in un miles spirituale», ed è giusto perché, mitriacamente, «vita est militia sacra super terram». Oggi vi è nel mondo una lotta per l’uomo o per la sua distruzione: una lotta che non consente di essere neutrali. L’eroismo è voler essere l’Io: è volere illimitatamente nella Concentrazione, consacrando la forza all’essere originario dell’Io.

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Secondo Giorno – P. 1

Copgenesi

IL SECONDO GIORNO

1. L’agire della Luce e della Tenebra

Un artista, che voglia iniziare un opera, pensa al suo compimento. Il suo sforzo è quello di condurre l’idea che porta in sé alla manifestazione esteriore attraverso tutti i gradi dello sviluppo. Così come all’artista la concezione evoca davanti all’anima l’opera compiuta, così per il poeta della Genesi l’immagine dell’uomo vive già nel primo pensiero creativo degli Elohim. Di gradino in gradino essa viene condotta, attraverso sempre nuovi impulsi, alla sua più eccelsa elevazione. Se nella Genesi viene dato un impulso, esso agisce ulteriormente, anche allorché ne sopraggiunge un altro. Esso non viene sostituito dall’intervento di uno nuovo, come potrebbe apparire a tutta prima, bensì il nuovo impulso coopera con tutto ciò che lo precede nel divenire evolutivo, fino a che l’intero coro degli impulsi divini non completa l’immagine dell’uomo. Così agiscono ulteriormente le forze del «Cielo» che agiscono verso l’esterno e quelle della «Terra» vivente nell’interno, le forze della «Luce» e quelle delle «Tenebre», che s’incontrano a partire da quelle polari e primordiali; agisce tohu va-bohu, agiscono l’Abisso tehom e il calore della cova aleggiante spiritualmente, operano il «Giorno»  e la «Notte», la  «Sera» e il «Mattino». E quando non solo si prende conoscenza di tutte queste forze polari, ma si tenta di sperimentare il loro contenuto interno, ad uno può sopraggiungere la sensazione di un pulsare vivente, che inizia nella prima Parola bereschith e che muove attraverso tutte le immagini dell’intera creazione, fino a sorgere nella manifestazione esteriore nel corpo umano creato come battito cardiaco. Ora, dopo che ha avuto luogo l’incontro del seme e dell’ovocellula nella forma descritta, il movimento delle code seminali è giunto gradualmente alla quiete, l’ovocellula sino ad ora mossa dall’esterno comincia a muoversi internamente. L’impalcatura fluidamente granulosa del nucleo cellulare comincia a solidificarsi in diversi punti e si forma un gomitolo di formazioni filiformi (vedi Fig. 5).

 

 

 

 

 

 

 

Figura 5: Scissione cellulare (mitosi). Da sinistra a destra: interfase (cellula quiescente), profase (inizio della scissione cellulare: ammorbidimento del nucleo cellulare, disposizione polare dei centrioli), anafase (migrazione dei cromosomi sui centrioli), telofase (formazione dei nuclei cellulari, restrizione del corpo cellulare), fase di ricostruzione ovverosia trapasso in una nuova interfase.

Queste diventano sempre più evidenti e presto riconoscibili all’occhio del ricercatore tramite il microscopio come filamenti singoli, denominati cromosomi, mentre la membrana del nucleo cellulare si dissolve gradualmente. In conseguenza di ciò, i cromosomi penetrano nel citoplasma e si diffondono proprio in esso. Nel frattempo è iniziata la formazione del cosiddetto fuso. Nel citoplasma dell’ovocellula vi sono ora due pallidi granellini puntiformi, circondati da una delicata corona di raggi. Essi derivano dallo spermatozoo che è penetrato al momento della fecondazione. I cosiddetti centrioli tendono ad allontanarsi l’uno dall’altro e si spostano in due direzioni opposte alla periferia del globo cellulare, ove poi si trovano l’uno di fronte all’altro come due poli. Essi devono ora essere considerati come due piccoli soli, i cui sottilissimi raggi di citoplasma si incontrano attraverso il piano che passa per il centro cellulare e producono nel complesso la forma di un fuso. I cromosomi si ordinano ora in questo piano, si scindono per la lunghezza e dopo un certo tempo le due metà tendono ad allontanarsi reciprocamente in direzione dei centrioli polarmente disposti. Contemporaneamente il corpo cellulare si allaccia in quel piano mediano, finché da una cellula non ne sono nate due. Poi si estinguono i raggi del fuso. Le metà cromosomiche si addensano di nuovo in un gomitolo, la loro struttura si dissolve sino alla completa irriconoscibilità e le loro sostanze formano ora i nuclei delle cellule figlie. I centrioli migrano al centro delle due cellule, si dividono e si dispongono ognuno come una minuscola stella doppia accanto al nucleo neoformato. In questo ora si raddoppia la sostanza cromosomica e dopo un certo periodo di riposo le cellule figlie possono di nuovo cominciare a dividersi. Queste ultime hanno quindi, al contrario dell’ovocellula, i loro propri centrioli; questi sono, quindi, anche i discendenti delle prime cellule derivanti dal materiale seminale. Perciò i centrioli in ogni cellula, quando presenti, sono i discendenti della sostanza maschile. Essi ordinano e rendono possibili, durante l’intera vita, le scissioni cellulari. – Con ciò viene descritta la prima suddivisione cellulare. Essa introduce l’evoluzione dell’embrione. E tutte le innumerevoli suddivisioni cellulari, che seguono questa prima, si compongono secondo le medesime leggi.

Seguiamo in maniera ancora più precisa la via degli spermium e dei loro discendenti, i centrioli. Dalla cerchia circostante arrivano sull’ovocellula due o tre milioni di spermatozoi, come vengono anche chiamati gli spermium, e dànno ad essa la forza di rotazione nella maniera descritta. (Incidentalmente: SHETTLES, nella sua ricerca, fa girare l’ovocellula altrettante volte quante la Terra gira attorno al suo asse in vent’anni, nel tempo dunque del quale l’uomo ha bisogno per passare dalla nascita al suo completo sviluppo). Uno spermium penetra ora attraverso la zona pellucida e s’inoltra nel corpo dell’ovocellula (un istantaneo notevole ispessimento della zona pellucida impedisce l’ingresso di ulteriori cellule seminali), nel quale la sua testa si gonfia e si separa dalla coda (vedi Tavola I in basso).  La testa si arrotonda e si espande a grandezza del nucleo dell’ovocellula femminile, dal quale ormai non può più essere differenziato morfologicamente. Il tratto di collegamento tra la testa dello spermium e la coda si chiama collo. In questa parte vi sono le ulne organiche del movimento della cellula. Dal lato più anteriore di questa parte del collo, dal cosiddetto disco di testa originano i centrioli. Col distacco della coda, pure il materiale dei centrioli si distacca, diventa sferico e si divide subito in due parti. Nascono così i centrioli. Questi migrano negli angoli dei nuclei cellulari maschile e femminile che si toccano, e che ora si fondono l’uno con l’altro. Con ciò è formato il primo zigoto e può iniziare la prima scissione (cellulare).

Le cellule seminali hanno stimolato dall’esterno il movimento dell’ovocellula. I centrioli, discendenti dalle cellule staminali, rendono possibili i processi di movimento all’interno dell’ovocellula. Ma di che tipo sono questi? I centrioli migrano in direzioni opposte, e quanto più si allontanano uno dall’altro, tanto più fortemente essi cominciano ad «irradiare»; intorno ad essi si forma, come già descritto, una corona a forma di sole di sottili raggi di plasma, la cosiddetta radianza polare. Ma tra di loro si forma uno spazio, delimitato e riempito dai loro raggi, il fuso (radianza polare e fuso sono due strutture del citoplasma un po’ diverse l’una dall’altra, che vengono provocate ambedue dai centrioli). Si scorge, dunque, che ai centrioli è inerente la medesima segnatura che noi chiamiamo ha-schamajim: essi anelano all’ambiente circostante e riflettono, verso il centro, un correlato di Luce. Ma poiché ora le forze celesti di ha-schamajim si sviluppano qui all’interno della sostanzialità terrestre, esse respingono tale sostanzialità e si forma (così) uno spazio. In ciò si riflette un che di luminoso (Lichtartiges), il fuso. La Luce origina sempre da ha-schamajim – e laddove essa appare, dona le forze della sua sorgente. Gli spermatozoi sono dei correlati dell’azione cosmica della Luce; se vengono in contatto con l’ovocellula, le donano le forze della loro propria sorgente, ha-schamajim. Nell’elemento organico queste forze scaturiscono dai centrioli (vedi nota a p. 346)

Al centro di questo spazio neoformato sorge una membrana di separazione e comincia la suddivisione cellulare. Troveremo sempre che, laddove le forze della Luce si riflettono da ha-schamajim, sorge qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c’era. Troveremo un atto di creazione ogni qual volta avviene questa irradiazione di Luce, sia nel Macrocosmo che nel Microcosmo. Qui vi è l’elemento nuovo: che da una cellula ne nascano due. Lo spazio creato viene suddiviso e con questo fatto l’embrione, nel senso dell’idea complessiva, viene mutato e gli viene data forma. Ed ora ascoltiamo risuonare, come primo presagio, le parole della Genesi :  «E Dio disse: vi sia una distesa in mezzo alle acque». In luogo di «distesa», rakia, si può dire pure «vôlta», «estensione». E poi viene affermato: «e questa sia una separazione tra le acque»; o più precisamente: «e questa divida in mezzo tra acque e acque». Si forma allora in mezzo al fuso la membrana separatrice e l’immagine scompare. La scissione cellulare è terminata. I centrioli si spengono e sono di nuovo al centro, sùbito accanto ai nuclei cellulari e fino a che nuovamente essi non si spengono in tutte le cellule neoformate sempre di nuovo udiamo, lievi, le Parole: «Vi sia una distesa in mezzo alle acque, e vi sia una separazione tra le acque». Sorge così a poco a poco la morula.

(Continua)

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