AUTUNNO, TEMPO DI CENERE.

Equinozio d'Autunno

Poiché Eco è un Sito orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, sconnessi da pc, tablet e smartphon e fuori casa, magari per annusare la stagione in cui ci troviamo per modificare non poche cose della nostra consueta vita, anche quella più interiormente intima?

Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che come serpenti si alzano con le personali passioni.

Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.

Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di strudalazionesche attività e sature del profumo degli esausti fiori. No, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.

In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, poi abbiamo fatto centro con Matteo…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.

Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci hanno fatto sapere che l’estate è fuggita via da un pezzo.

Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.

Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri microrganismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.

Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.

Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.

Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.

Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.

Il cadere ed il deporsi della cenere sono altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma esse contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.

E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?

Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.

Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.

Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.

Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.

A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.

Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!

Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.

Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.

Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.

Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!

Soltanto, l’uomo non vede più come i resti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno.

Egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.

Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.

Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.

E ciò per quale motivo?

Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.

Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.

Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

LA SOLITUDINE SPIRITUALE DELL’ASCETA

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Che la Via della Iniziazione – la Via del Pensiero Vivente – sia una Via eroica e non una via egoica, per chi sappia discernere il vero è cosa assolutamente certa. Tuttavia vi sono dei punti che il praticante interiore deve aver molto ben chiari, se non si vuole aprire il varco a non poche illusioni, che nel tempo possono rivelarsi pericolose, o addirittura esiziali.

Un primo punto da chiarire è che se è vero che la Via è eroica, ciò non significa affatto che chi inizia a percorrerla sia un eroe. La Via dell’Iniziazione – e specificamente, nella nostra epoca, la Via del Pensiero Vivente – pone una esigenza stringente, ma questo non significa affatto che chi si volge a tale Via e inizia a percorrerla abbia a fortiori  le qualità richieste – o, come direbbero i tradizionalisti: gli adhikâra, ovvero le necessarie «qualificazioni» – anzi, il più delle volte chi in questa epoca arriva a calcare l’aureo sentiero dell’Iniziazione tali qualità inizialmente non le possiede affatto. Può essere un momento molto severo e doloroso dell’autoconoscenza per il neofita praticante il percepire la propria insufficienza rispetto al compito spirituale richiesto, compito al quale egli si vorrebbe consacrare.  

In effetti, il Mondo Spirituale non pretende affatto che chi, in questa epoca, vuole intraprendere il sentiero occulto sia già sin dall’inizio «eroico»: sarebbe disperante se in questa epoca da lui si pretendesse tanto! Tuttavia, il Mondo Spirituale esige – e lo esige nella più estrema misura – che, cammin facendo, «eroi» lo si diventi, e che ci si impegni con tutte le forze a diventar tali. 

Se non ci si vuole fare illusioni su se stessi, è bene che sulla nostra iniziale inadeguatezza al compito spirituale – inadeguatezza che può prolungarsi su un lungo tratto del sentiero spirituale – non ci si faccia illusione veruna. Il nostro essere «naturale» vive, ed è, una contraddizione apparentemente insanabile. Da una parte, il discepolo neofita «sa» dai testi della Sapienza sacra che «il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi», e che «nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo», mentre dall’altra egli si fa facilmente e spensieratamente portare a spasso come un cagnolino da istinti, brame, paure, passioni, pregiudizi e false convinzioni, che sono il giuoco della maya nell’essere umano. Oppure, nel migliore dei casi, egli inizia una aspra lotta nei confronti di una natura inferiore, sorda al richiamo dello Spirito e riottosa a trasformarsi. Contraddizione che a volte può dar luogo a situazioni veramente tragiche e in non pochi casi portare addirittura a situazioni ridicole.

Massimo Scaligero ammonisce apertamente che l’idea di una esperienza spirituale – ancorché corretta e vera – non è affatto quella medesima esperienza spirituale: ne è tuttalpiù un germe embrionale: germe che può facilmente diventare sterile e addirittura abortire. Ovvero il «sapere» che si ha circa la natura spirituale dell’Io, e la presenza nel nostro cuore dell’originaria forza creatrice – come direbbero i trattati di geometria – è sì un elemento assolutamente necessario, ma di per sé non è affatto sufficiente: se rimane un mero pensato, l’aiuto che un tale «sapere» può dare è alquanto limitato e nel tempo si esaurisce rapidamente.

Il superamento di tale esiziale contraddizione è nella pratica interiore: nell’attuazione volitiva dell’Ascesi. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nella quarta di copertina de L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976:

«Egli [l’Autore] presenta così, il metodo attuale necessario alla resurrezione dell’uomo interiore, dell’uomo magico, dell’uomo spirituale, indicando da dove si deve cominciare a ritrovare se stessi , oltre tutte le dialettiche, compresa quella che definiamo esoterica.

Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere, a superare la psiche, a creare; passare decisamente all’azione facendo scattare l’elemento immediato dell’azione cosciente: questa è la semplice istanza proposta dall’Autore».

Ma come suol dirsi, la cosa è semplice, ma è veramente difficile – anzi difficilissimo – quel che è semplice: ossia un semplice che è tutt’altro che facile, come ampiamente dimostra l’esperienza degli umani. Un esempio di tale difficoltà è evidente nel fatto che molti esoteristi cercano, o il più delle volte sentimentalmente sognano, l’esperienza spirituale in cerimonie e ritualità passabilmente complicate e barocche, o in esercizi orientali, esoticamente affascinati, anch’essi oltremodo complessi. Altrimenti pensano di trovarlo nelle emozioni di una sentimentalità misticheggiante, magari accompagnata da un comodo moralismo di maniera. Cercano lo Spirituale in tutto fuor che nel pensiero con cui lo pensano: in tutto fuor che nell’attività pensante con la quale operano la scelta di una Via. L’oggetto pensato, illusoriamente, appare più concreto e importante della concreta attività del pensare che tale oggetto coscientemente crea e pensa. Il che è francamente illogico: almeno secondo la logica del Logos, che poi è l’unica concreta e reale.

Massimo Scaligero avvertiva che non sono esercizi elaborati e complicati quelli che portano all’autentica esperienza spirituale, bensì l’esercizio nel quale siamo capaci – malgrado tutti gli ostacoli posti dalla nostra natura senziente e istintiva – del massimo della forza, della massima dedizione all’esercizio stesso, che magari può apparirci il più arido e ingrato: la Concentrazione. E per anni si è potuto osservare quanta sorda o aperta opposizione susciti persino negli ambienti «scaligeropolitani» – come li chiama il mio amico C., asceta d’altra dottrina e grande ammiratore di Massimo Scaligero – la centralità della Concentrazione e della stessa Via del Pensiero.  

Il fatto è che la Concentrazione – «l’esercizio a sé sufficiente», lo definiva Massimo Scaligero – se veramente posta al centro della vita dell’anima e praticata con ardente dedizione e continuità, colpisce ripetutamente come un pesante maglio la natura inferiore, e la sbriciola. Ma la natura inferiore dell’uomo è avida di torpida inerzia e di abietto servaggio: essa ha una «natura» – mi si perdoni il giuoco di parole – fortemente «conservatrice» e «reazionaria», e si oppone con forza brutale o con sottile astuzia alla forza dissolvitrice e trasformatrice dello Spirito. La sua è una antica e perfida «sapienza», che facilmente illude con le sue male arti il poco consapevole essere umano. Persino lo spiritualista può essere agevolmente «giuocato» dalla sua illudente suasione, dal suo coinvolgente, e ambiguo, quanto inavvertito, magnetismo. 

Che le cose stiano esattamente in questi termini è ampiamente dimostrato dalla storia del movimento antroposofico – che ai miei occhi è la tragedia spirituale del XX secolo e di quello attuale – , movimento e Società Antroposofica, nella quale viene negletta, e persino avversata, ogni forma di pratica interiore, e soprattutto la Concentrazione. È giuoco forza che, in tale situazione, la stessa Antroposofia degeneri – come esplicitamente previsto da Rudolf Steiner – in un grigio intellettualismo, in uno slavato estetismo, in una inconcludente emotività, e che si giunga persino alla aperta denigrazione dello stesso Rudolf Steiner, come abbiamo potuto documentare su questo temerario blog, da parte di personaggi della dirigenza collegiale della suddetta Società – il cosiddetto Vorstand – in combutta con un nemico spirituale qual è il cattolicissimo teologo svizzero Helmut Zander: ebbi modo di essere testimonio oculare di una tale aperta complicità.

Una ulteriore dimostrazione è data non solo dall’atteggiamento ostile che la dirigenza della Società Antroposofica, in ciò seguita da molti soci che se ne lasciato suggestionare, ha avuto per decenni – e lo ha tuttora –  nei confronti di Massimo Scaligero, ma – abbiamo avuto modo di parlarne ripetutamente su Ecoantroposophia – anche dai tentativi, nel tempo sempre più espliciti, di «trasbordo ideologico inavvertito» in favore della nota potenza straniera d’Oltretevere, operati da parte di chi prima con destrezza si è impadronito dell’opera di Massimo Scaligero, e poi ne ha calunniato la figura umana e spirituale – anche di questo sono testimonio oculare, visto che l’Innominato fece ciò apertamente in casa mia, persino davanti ad un altro testimone, che volendo potrebbe confermare – criticando e attaccando esplicitamente la Via del Pensiero, accusata di essere «incompleta e superata», «orientale», «yoghica», «buddhista», «priva di rapporto con il Logos e col Graal». Al posto della Via solare viene proposta, abilmente camuffata, una via sentimentale e mistica: morbida e comoda, che spiritualmente non porta proprio da nessuna parte, mentre facilmente può condurre tra le braccia della suddetta potenza straniera d’Oltretevere. Oltre, naturalmente, a ventilare – usando spregiudicatamente citazioni monche e fuori contesto di Massimo Scaligero – che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo», e in tale ambigua «ventilazione» l’Innominato viene ripetutamente imitato da vari individui più o meno «interessati».

Come ho detto più sopra, è l’azione subdola e insinuante della natura inferiore, quella che porta sia negli ambienti antroposofici, oramai decadenti, sia in alcuni settori del milieu «scaligeropolitano», a divergere dalla Via del Pensiero e a temerla: chi dall’azione illudente della maya è coinvolto, crede di agire e invece viene da essa «agito». Ossia, come avverte Massimo Scaligero nel decimo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente:

«È la condizione in cui l’Io semidormente deve scambiare per propria azione ciò che gli viene posto dalla natura, essendo questa supporto della coscienza di veglia. Sogna di agire e non si avvede di dare l’assenso della sua relativa coscienza a ciò che agisce per lui». 

Un secondo punto da chiarire, e da chiarire molto bene, è che la Via della Iniziazione – e oggi a maggior ragione la Via del Pensiero che la incarna – è una Via individuale. È opportuno dirlo, perché da tempo – sempre partendo dall’«ispirazione» gianicolense – sempre  più spesso e sempre più chiaramente si va affermando che «non si può arrivare all’Iniziazione individualmente: alla Soglia del Mondo Spirituale è necessario arrivarci comunitariamente o collettivamente». Come dire «tutti insieme appassionatamente», come nel film del 1965, interpretato dalla bellissima Julia Andrews.

A smentire una cotale insana e improvvida affermazione dell’Innominato, basterebbe guardare all’opera di Rudolf Steiner. Se consideriamo le sue opere cosiddette «filosofiche», che da mio punto di vista sarebbe meglio chiamare «filosofali», ossia la Introduzione alle opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e Scienza, la Filosofia della libertà, la Concezione goethiana del mondo, Nietzsche, lottatore contro il suo tempo, gli Enigmi della filosofia, mai in esse egli parla in relazione al cammino della conoscenza di un aspetto comunitario. Persino nell’ultima edizione degli Enigmi della filosofia, e specificatamente nell’ultimo capitolo intitolato Sguardo sintetico su di un’Antroposofia, nel quale Rudolf Steiner dà esplicito il collegamento con la Scienza dello Spirito, in nessun punto viene fatta menzione di un tale aspetto comunitario del cammino della conoscenza spirituale.

Ma anche passando alle opere più apertamente «misteriosofiche» di Rudolf Steiner, come I mistici all’alba spirituale dei nuovi tempi, Il cristianesimo quale fatto mistico e i misteri dell’antichità, Teosofia, L’iniziazioneCome si conseguono conoscenze dei mondi superiori, Cronaca dell’Akasha, I gradi della conoscenza superiore, La scienza occulta nelle sue linee generali, i suoi quattro Drammi mistero, La direzione spirituale dell’uomo e dell’umanità, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, La soglia del mondo spirituale, Il calendario dell’anima, Gli enigmi dell’uomo, Gli enigmi dell’anima. La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la favola del Serpente e della bella Lilia, I punti essenziali della questione sociale, Cosmologia, religione e filosofia, Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica secondo le conoscenze della scienza dello spirito, mai egli parla, o anche solo accenna, ad un aspetto comunitario come necessario al discepolo della Scienza dello Spirito nel suo cammino verso l’Iniziazione. Mai vuol dire proprio mai.

Minimamente ne accenna – dopo il convegno di rifondazione della Società Antroposofica nel Natale del 1923 – solo nelle sue Massime antroposofiche, ma è noto quanti dispiaceri le inadeguatezze degli antroposofi, per non dire dei traviamenti, dei veri e propri tradimenti avvenuti, dettero a Rudolf Steiner, che era responsabile di fronte al Mondo Spirituale della vita spirituale della Società Antroposofica. Errori e colpe degli antroposofi che lo portarono in poco più di un anno alla tomba. E comunque accenna ad aspetti di vita all’interno della comunità antroposofica, e non che una tale vita comunitaria sia necessaria per la realizzazione dell’Iniziazione.

Quanto alla sua autobiografia, La mia vita, che giunge solo sino agli anni 1906-1907, quando Rudolf Steiner operava ancora all’interno della Società Teosofica, è sintomatico che, parlando della comunità spirituale, egli chiuda il libro con tre parole, che negli anni si riveleranno profetiche: «litigi senza fine»

Anche esaminando l’opera di Massimo Scaligero, ci si avvede che solo in due punti egli parla di aspetti comunitari del milieu spirituale: nella seconda Appendice e in Dallo yoga alla Rosacroce. Ma in ambedue le opere egli si rivolge alle degenerazioni della Società Antroposofica. In tutte le altre opere, mai egli parla della necessità di giungere all’Iniziazione in maniera comunitaria. Naturalmente, vi può ben essere una comunità spirituale – quella che Massimo Scaligero chiamava la «Comunità Solare» – ed essa può essere di grande aiuto per i praticanti interiori, ma la Via rimane comunque individuale, e il procedere su di essa è frutto dei ripetuti e crescenti sforzi della volontà consacrata del discepolo della Iniziazione: frutto della continuità della dedizione e della fedeltà, della alacrità del praticante, che lungo il sentiero intrapreso dovrà attraversare anche momenti difficili, ardue prove, periodi talvolta non brevi di aridità.

Ho conosciuto persino chi, sulla base delle sole opere scritte di Massimo Scaligero e di quelle di Rudolf Steiner, ha operato per lunghi anni in totale solitudine, e solo un anno e mezzo circa prima che Massimo Scaligero ci lasciasse, ebbe modo di incontrarlo alcune volte e di conoscerlo direttamente. Questo amico – anche lui un lupaccio cattivissimo – nella sua solitudine doveva operare energicamente e continuamente all’autostimolazione per non perdere il livello interiore, per non farsi sopraffare dai periodi di aridità. Questo amico con l’alacre operatività interiore non solo riuscì a superare una serie di problemi fisici, ma riuscì a conquistare a conquistare un livello interiore nel quale gli si aprirono importanti esperienze spirituali. Questo è per me l’operare «eroicamente».

Molti anni fa, negli anni ottanta del trascorso secolo, andai per diversi anni sui Pirenei in compagnia di un amico marchigiano – anch’egli pessimo soggetto nonché lupaccio cattivissimo – nelle zone nelle quali si svolse settecento-ottocento anni fa la tragedia spirituale dei Catari. Nella valle del Sabarthèz, lungo le rive dell’algido Ariège, incontravamo a Ussat-les-Bains un esoterista olandese di nome Marcel, che parlava uno squisito e limpido francese, il quale si pronunziò così a proposito della questione del ricercatore dell’Iniziazione e della Comunità spirituale: «Il faut être solitaires et solidaires». Il che tradotto nella bella lingua di Dante suona: «Bisogna essere solitari e solidali». Impossibile per me non esser d’accordo con lui al cento per cento.

Ancora una volta, è necessario mettere bene in evidenza come la Via sia rigorosamente individuale. E poiché paradossalmente è ben possibile stare soli insieme ad altri, la Via sarà per un verso individuale e solitaria, in quanto essa richiede il massimo dello sforzo interiore e della dedizione integrale e,  per un altro verso, là dove il destino così vuole, la Via sarà individuale e percorsa in comunanza con altri praticanti interiori, anch’essi individualmente impegnati nell’Ascesi solare. Forse, più che di comunanza si dovrebbe parlare di una autentica fratellanza d’armi, come convien che sia in quello che si rivela essere un vero e proprio combattimento spirituale. Ognuno sa di dovere poter contare in tale combattimento solo sulla propria forza, ma sa altresì che la propria forza è di aiuto ad altri come lui impegnati nell’identica lotta.

Questo porta a dover esaminare la differenza radicale tra l’anima di gruppo e lo spirito di comunità. L’anima di gruppo precede i singoli individui e ne condiziona e ne configura l’interiorità e l’espressione esteriore: è l’azione delle varie Chiese, massimamente di quella d’Oltretevere. Lo spirito di comunità, invece, è posteriore ai singoli individui impegnati nella pratica interiore, ed è il risultato della consonanza dell’operatività spirituale dei singoli. Come in un’orchestra, ogni suonatore suona secondo il proprio spartito – e la sua capacità di suonare è il risultato dei suoi sforzi e di un lungo costante addestramento – mentre la sinfonia è il risultato conseguente all’armonico accordo dei musicanti, così nella Comunità Solare ogni singolo asceta praticante opera – in solitudine e ove possibile insieme ai suoi «commilitoni» – interiormente con gli esercizi e lo studio rituale delle opere della Sapienza sacra, e lo spirito di comunità è l’armonico risultato dell’operare dei singoli.  

Massimo Scaligero nel capitolo 37 del Trattato del Pensiero Vivente dà la chiave per comprendere il senso dell’operare del singolo e della Comunità spirituale, e soprattutto dà la chiave per intuire il senso profondo del Rito della silente meditazione in comune, tanto avversata e persino derisa dall’Innomimato gianicolense:

«Il pensare è la via, in ogni momento possibile, della trasparenza dell’anima e della libertà redentrice. È la virtù che risana l’uomo e il mondo. In ogni momento, il pensare vivente, sia pure di rari asceti, può dare chiarezza e positivo svolgimento all’esperienza umana. Pochissimi sono sufficienti a operare per l’intera comunità, perché un solo pensare fluisce nel pensiero dei molti: la trascendenza si fa immanente là dove il pensiero attua la potenza della Resurrezione. Realmente tale pensiero vince la morte».

Penso che più chiaramente di così Massimo Scaligero non avrebbe potuto esprimersi. Ma chi non vorrà capire, non capirà. Anzi possiamo dire che chi oscuramente intuirà dove vada a parare la chiara indicazione di Massimo Scaligero avrà un motivo in più per avversare e la Concentrazione e la Via del Pensiero. Laddove, invece, in un contesto sedicente comunitario, che si risolve prevalentemente in un ameno «Club di Lettura e Conversazione», con contorno di moralismo e di sentimentalità mistica, è invece possibile manodurre i poco consapevoli ed edificati partecipanti e portarli ove essi non sospettano: magari proprio tra le accoglienti e stritolanti braccia della potenza straniera d’Oltretevere. In tale contesto sono possibili – in quello che Rudyard Kipling nel suo Kim chiama «il Grande Giuoco» – tutte le macchinazioni e le manipolazioni politiche (la politica è sempre una cosa sudicetta assai…) e confessionali (stesso discorso della politica…) della peggiore specie. Qui vult capere, capiat!

Ora, se Rudolf Steiner, nella Filosofia della Libertà e nelle altre sue opere «filosofiche», ha chiamato «individualismo etico», frutto della individuale «fantasia morale» del cercatore della Conoscenza, la visione morale dell’uomo libero, e se si tiene debito conto del fatto che lo stesso Rudolf Steiner definì la Via da lui descritta nel suo libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, come il frutto e l’applicazione della suddetta Filosofia della Libertà, e in tali libri non parla mai della necessità di un aspetto comunitario del sentiero della conoscenza spirituale, è difficile giustificare la deriva «comunitaria» alla Via dell’Iniziazione. Deriva nella quale uno spregiudicato «pastore» può portare le fidenti pecorelle a pascolare sui prati della potenza straniera d’Oltretevere.

Suonano ammonitrici le parole che Massimo Scaligero scrisse nel primo capitolo de La logica contro l’uomo, ovvero ne Il problema a cui si sfugge, e avrebbe potuto tranquillamente chiamarlo «l’impresa interiore da cui si fugge». Infatti, egli così scrive alle pp. 15-16:

«Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrazione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente, codifichi l’estraniamento al proprio principio. […]

Un’ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l’obbiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata in silenzio e solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia».

Da quanto abbiamo visto, la Via del Pensiero e la pratica della Concentrazione portano ad impegnare totalmente le forze interiori dell’asceta praticante, e l’«eroicità» della Via sta nel fatto che essa esige dal discepolo della Conoscenza la conquista di sempre ulteriori forze, oltre quelle ch’egli sino a quel punto si è duramente conquistato, per consacrarle con dedizione sacrificale all’impresa interiore, per consacrarle soprattutto alla Concentrazione. Ciò porta ad una certa solitudine interiore sia per l’incomprensione che, anche all’interno della Comunità spirituale, oggi come ieri, mostrano nei confronti nei confronti di questo «estremismo» operativo, sia come necessario clima interiore per l’attuazione dell’ascesi stessa. Vengono in mente le parole che ancora si possono leggere in una delle grotte dell’Eremitage di Arlesheim, nei pressi di Basilea, ove oltre due secoli fa andava a meditare il Conte di Cagliostro:

«O beata solitudo, sola beatitudo».

L’ARCHETIPO-NOVEMBRE 2017

Anno XXII n. 11

Novembre 2017

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L-Angelo

I DIVERSI VOLTI DELL’ESPERIENZA INTERIORE ( di F. Giovi)

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Se questa nota fosse veramente ambiziosa e rigorosa potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nel comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo, Tilopa, Roma 1963), esse, di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato essenziale, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile. La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino «in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi». Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo… potremo continuare all’infinito. Occorre compiere un piccolo sforzo per realizzare che, fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero), non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo. Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria, e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dall’interiore mondo del pensiero.
Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana, ed è parimenti quella meno avvertita. In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo, ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora la desta autocoscienza si spegne durante il processo: riaccendendosi solo dopo, nel riverbero in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema, ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e piú importante tra le esperienze interiori è la coscienza pensante, sebbene tale dato di fatto rimanga sempre il piú negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.
A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, e se davvero fosse cosí il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra. Purtroppo cosí non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione, per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordi­nario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono familiari nel mondo sensibile. Questo è un errore, ma vi sono errori ancora piú profondi, laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile. Per non parere astratto vi riporto un fatto realmente accaduto alla presenza di una certa élite di esoteristi.

 Jules-Benoit Doinel fu il fondatore della Chiesa Gnostica (ho citato il suo nome nella nota biografica su Paul Sédir) su confe­rimento degli “antichi vescovi albi­gesi” nel modo qui di seguito de­scritto. È l’autunno del 1890, ora del crepuscolo. Il luogo è l’Oratorio della Duchessa di Pomar . Presenti un Barone spagnolo, sei o sette importanti occultisti e un potente medium. «Una Presenza riempiva l’Oratorio» scrive Doinel, e dopo un prolungato silenzio, la pesante antica tavola intorno alla quale i nostri personaggi sono seduti inizia a fremere e a modulare onde sonore. Lady X con una bacchetta d’avorio scorre un quadrante alfabetico: alla lettera corrispondente il tavolo emette colpi secchi. Cosí si forma la frase: «Preparatevi a ricevere i Vescovi del Sinodo Albigese di Montségur». Scintille luminose sprizzano dalle pareti, di fremiti vibrano le porte, dal centro del tavolo parte una specie di rullo di tamburi temperato, come al passaggio di augusti personaggi. Poi torna il silenzio e l’alfabeto forma una nuova frase: «È qui Guilhaberto di Castres, Vescovo di Montségur e i quaranta Vescovi dell’Alto Sinodo del Paracleto sono venuti con lui». Tutti i partecipanti si alzano in piedi e Guilhaberto di Castres (a colpi di tavolo) parla: «Ricostituite ed insegnate la Dottrina Gnostica che è la Dottrina Assoluta, e per Vangelo prendete il Quarto, quello di Giovanni, che è il Vangelo dell’Amore. Ricostruite apertamente la Chiesa Gnostica, la Santa Chiesa del Paracleto, composta di Perfetti e di Perfette, come la nostra Chiesa. Colui che dovrà ricostruirla, è in mezzo a voi stasera. Egli verrà consacrato mio successore in questo stesso Oratorio, secondo l’antico rito: e avrà Elena-Sofia per fidanzata e sposa. Lo Spirito Santo vi manderà Coloro che vi sono necessari. La gioia dello Spirito e la pace del cuore siano con voi, Primizie della Gnosi Nuova!». I presenti sono sconvolti, si inginocchiano, il tamburo riprende a battere, un vento scaturisce dall’invisibile e tutti odono una voce che dice: «La benedizione del Santo Pleroma e degli Eoni sia con voi! Noi vi benediciamo come benedimmo i Martiri di Montségur. Amen, amen, amen». Poi tutto torna alla quiete, la tavola rimane muta, ma nello stesso istante, è sempre Doinel che scrive: «Ebbi l’im­pressione di una bocca e di un bacio: era il sacro bacio della mia mistica Sposa».
Poco tempo dopo quanto narrato, Doinel venne consacrato Vescovo Gnostico (con il nome di Valentino II) e i piú valenti esoteristi di Francia: Papus, Sédir, Haven, Guénon ecc. furono consacrati vescovi di altrettante città europee. Anche l’Ordine Martinista venne travolto dalla slavina: l’Art. VII del Decreto Sinodale dichiara il Martinismo d’essenza gnostica, e i suoi Superiori Incogniti prendono posto nella classe dei Perfetti.
Desidererei che osservaste l’accaduto con lucida e distaccata coscienza: esso non fu altro che una fragorosa, scenografica seduta spiritica, la quale però, in quel momento e nei successivi avvenimenti, intrappolò il fior fiore degli esoteristi francesi che cadde nel pentolone come pollame da brodo (a onor del vero ad alcuni degli attori venne data successivamente una ben piú elevata possibilità: la connessione a Maître Philippe). Voglio sottolineare che una corrente spiritualista di una certa apparente importanza sul piano dell’esoterismo europeo originò da una seduta medianico-spiritista, cioè dalla massima antitesi di una vera manifestazione spirituale.
Mi sono dilungato nel racconto per non restare nelle astrazioni, per raccontarvi una storia e per affermare (credo ragionevolmente) che moltissimo di quanto passa come mondo esoterico ascende, pur con tante differenze formali, dalle stesse suggestive oscurità che si manifestarono nell’Oratorio della Duchessa di Pomar. E non andrebbe dimenticato che da quelle parti si manifestarono, a conti fatti, soltanto dei fenomeni medianici a effetti fisici, quelli che piacciono tanto ai tecnologi della parapsicologia che in oltre cent’anni di studi “scientifici” non hanno tirato fuori nemmeno un ragno dal buco.

Piú raffinato e complesso è il fenomeno del visionarismo, tenendo in poco conto l’esperienza dell’Importante Teosofo che passeggiando per Roma vede tra i bighelloni Christian Rosenkreuz (Ieratico? Frettoloso? Questo non lo sapremo mai). In tale tipo di fenomeni, senza che vi sia di necessità un mutamento o un particolare rafforzamento dell’anima, si aggiungono alla coscienza comune, come se la realtà non ne fosse già strapiena, figure, immagini e scenari. Questi casi possono avere differenti origini e diversa rispettabilità. In genere le visioni sono di tre tipi:

prodotti di patologie connesse a danni chimici o neurologici, in alcuni casi aggravate da erronee discipline interiori e, peggio del peggio, rafforzate da irriconosciute predisposizioni ad aperture medianiche;
residui di antica veggenza atavica in cui il sangue è percettivo e le immagini sono echi di percezioni spirituali (eteriche), sovente caratterizzate da una certa obiettività con fatti piú antichi o lontani. Esse, intendo le visioni, di solito non danneggiano l’individuo (fanno parte di lui, spesso ereditate dal ceppo familiare), che sovente è protetto dalla semplicità intellettiva e/o da un isolato ambiente sociale;
fenomeni collaterali karmici che sorgono spontaneamente sui primi passi di una vera disciplina interiore. Gustav Meyrink, nel suo romanzo La faccia verde, dà una debordante ma sostanzialmente esatta descrizione di quanto può verificarsi: «La via che ti mostro è tutta cosparsa di vicende straordinarie: i morti che hai conosciuto vivi risorgeranno davanti a te e ti parleranno! Non saranno che immagini. Esseri luminosi, sfolgoranti e gloriosi t’appariranno e ti benediranno! Non saranno che immagini, figure immateriali che, emanate dal tuo corpo (mio è il corsivo), trapassano per la morte magica, sotto l’influsso della tua mutata volontà, dalla materia allo Spirito, come il duro ghiaccio evapora sotto i raggi del sole».

Dovrebbe essere ben chiaro per l’asceta che le esperienze del III tipo sono positive come indicatrici del suo lavoro e del tutto negative se valutate e coccolate come rivelazioni o altro di simile. Di solito questo genere di fenomeni cessa proprio quando l’anima diventa un tutt’uno con la Via dello Spirito.
I casi descritti hanno in comune la corporeità fisica – Meyrink lo evidenzia – che è in effetti il buio archivio di tutte le forze magiche del passato, quindi il problema non è il possesso (il “cosa”) di una inesauribile miniera di pietre preziose, ma il fatto di estrarle nel modo giusto (il “come”). Basilio Valentino conosceva il problema quando indicò l’Opus con l’acronimo VITRIOL (Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem).
Mi permetto di accennare ad una categoria minoritaria, di cui, a ragione, nessuno parla e la cui natura è priva di definizione perché è del tutto individuale, intima e occulta. Fa parte di essa chi continua, di vita in vita, un determinato lavoro interiore e ne diviene consapevole progressivamente oppure in momenti cruciali della vita. Qui non esistono schemi. Racconto di uno che aveva all’in­circa quarant’anni: mentre pregava (non era confessionale ma a suo modo assai religioso) il mondo circostante sparí e apparve il Maestro antico: «Sono nuovamente sulla terra, muoviti a cercarmi!». Impiegò anni a trovarlo. Parlo di uno solo perché, estroverso e generoso, non nascose l’accaduto e se n’è andato da tempo, ma devo tacere di altri che hanno scelto il silenzio. Sono pochi ma non pochissimi e a descrivere il loro come e quando parrebbe una raccolta di sfrenate fantasie. Gli scarsi caratteri comuni sembrano comunque essere: a) avere frammentari rapporti con l’invisibile già dai primi anni di vita, b) la riaccensione di un fuoco interiore (eterno?) che spinge nella ricerca, nello studio e nelle discipline, c) l’incontro con il Maestro.
Dalle poche righe che su questo ho osato scrivere, chi sa leggere con il cuore comprenderà quanto intima e delicata sia tale sfera: per l’attuale modo di pensare, diciamolo senza ipocrisie, la segretezza infastidisce. Io spero che chi si dice occultista abbia la minima sensibilità, almeno in questo caso, di comprenderla.

L’attuale situazione per gli aspiranti ricercatori dell’Occulto si presenta grave e severa ed esige un grande sforzo del cuore e della mente, poiché quasi tutto quello che si offre alla loro ricerca sembra offrire mete spirituali per le quali il prezzo del biglietto consiste in forme, anche complesse e difficili, di completa passività. Guardate che, anche tenendo in nessun conto i sincretismi all’acqua di rose e le dottrine sognate a tavolino, se ci si accosta ad insegnamenti di provata radice metafisica, il fatto della passività sembra reggere. Ad esempio il chi cino-taoistico dovrebbe manifestarsi solo dopo aver cancellato quello che lo impedisce: se voglio spingere un oggetto uso di norma muscoli, legamenti ecc. Ma se voglio che sia il chi a spingere, devo allora esercitarmi nella negazione dei muscoli fisici. Diamine! Il chi è spirituale, perciò impersonale, e quindi saturerà il suo campo quando toglierò di mezzo quel fastidioso “io sono” che ingombra la testa e tutto il resto. “È stato tirato” conferma il cortese monaco dopo che Herrigel, dimentico di sé, compie l’impossibile impresa.
Impossibile al di fuori di uno specifico karma personale e di particolari influenze. In fondo basta togliere la desta autoconsapevolezza al desto e autoconsapevole uomo occidentale! Saltar via dalla propria condizione strutturale è impossibile, mentre è possibile ottunderla. Ma questo significa, per l’uomo contemporaneo che ha perduto gli stati sottili di coscienza, acquisendo in cambio un punto desto di tangenza con il Principio – questo è l’Io – consegnarsi, regredendo, alla corporeità. Steiner osserva che le forze dell’anima, nello specifico il percepire e il volere, dipendono nella vita tanto dall’elemento corporeo quanto da forze extracorporee. L’intensificazione dell’attività pensante trae fuori dal corpo le forze dell’anima e le rende indipendenti dai processi corporei. Nel caso contrario le attività animiche di competenza umana divengono semplici manifestazioni di attività organiche. Lo sperimentatore si lega alla corporeità in misura maggiore (patologia) rispetto alla normale coscienza di veglia. Ciò che sta sotto manifesta la propria attività in contenuti ed immagini eliminando parzialmente (visionarismo) o totalmente (medianità) le forze di coscienza che, ora, appartengono all’Io. In pratica la linea di confine consiste nel percepire un abbassamento della destità di coscienza che nella pratica interiore non deve mai scendere sotto la consapevolezza del pensiero ordinario. Fate attenzione: nel suddetto caso si avverte una stasi, una sonnolenza o una stanchezza piuttosto strana, perché è incomprensibile se sia fisica o mentale; poi, siatene sicuri, arrivano presto esperienze e visioni. Se l’anima non è predisposta alle vie della dissoluzione, questi fatti saranno soltanto inciampi fortuiti sui primi passi. Però non vanno assolutamente coltivati. La coscienza s’abbassa? Si concluda immediatamente l’esercizio. Eventualmente si riprendano nuovamente (in un secondo tempo) le formule iniziali degli esercizi, ossia il ripartire dalla forma piú elementare della tecnica, riducendo i tempi, avvantaggiando l’intensità e rivisitando aspetti irrisolti del carattere o almeno aumentando il potere dell’attenzione.

La direzione opposta consiste nell’intensificazione dell’attenzione pensante che inizia dal con­trollo o dominio del pensiero ordinario e può giungere alla percezione del pensare indipendente dalle categorie corporee. Attenzione: l’esperienza del pensiero-che-è-piú-che-pensiero, si dà. Non sareb­be esatto dire che essa sia il risultato dell’immagine sintesi: questa ne è, per cosí dire, la base necessaria. Pure il termine “immagine sintesi” sembra portare confusione anche in chi vorrebbe indicare agli altri il cosa e il come e sorge la bislacca tentazione di “pensarla” come uno stravagante puzzle di immagini raccolte durante la ricostruzione dell’oggetto, e cosí si sbaglia alla grande. Certo, la concentrazione è una tecnica, ma non intellettualistica, è tutta pensiero, ma un pensiero che esige anche pazienza, coraggio, volontà e dedizione ben oltre i naturali limiti: si tratta di osservare il pensiero e questa è, nell’ordinario, una impresa impossibile che può diventare possibile a tappe. Se dico a Tizio di darmi un turacciolo, Tizio me lo dà poiché ha suscitato e riconosciuto il concetto di turacciolo: un lampo nemmeno troppo consapevole che per un attimo si è acceso all’interno della coscienza. La concentrazione estrae e contempla in chiara realtà questo lampo. Per giungere a ciò si evoca un tema (il turacciolo) e si ricostruiscono davanti alla coscienza le caratteristiche dell’oggetto: con questa operazione si fa volitivamente convergere la corrente del pensiero sul tema. Lo si estrae dall’interno della coscienza. Poi si mantiene l’attenzione solo sull’oggetto: essa è sempre corrente di pensiero! L’oggetto (che naturalmente è di pensiero) può anche rivestire la forma percepita nella visione sensibile. Per molto tempo esso tenderà a sparire nel nulla vuoto, e occorrerà attingere continuamente ad un intimo sforzo creativo per ricrearlo e porlo all’attenzione interiore. Con la pratica e l’insistenza incrollabile, l’immagine comincerà a mantenersi, statica o dinamica, quasi fosse indipendente dallo sforzo dell’operatore che deve sostenere comunque la massima concentrata attenzione (però avvengono sottili modifiche interiori nel modo di chi guarda e in ciò che è visto). Continuando l’operazione, si osserverà che l’immagine tenderà a dissolversi, ma non come all’inizio. La situazione è diversissima, poiché ora l’eventuale vuoto è saturo, il nulla è pieno perché dall’oggetto, formalmente scomparso, fiorisce un intenso quid pieno di vita (è vita dell’etere, quindi tutt’altro che astratta: è la prima volta nella vita in cui si percepisce la vita!). Questo quid pieno di vita è avvertito dalla coscienza come il concetto puro privo di “materia”, cioè di categorie sensibili. Perciò, se la terminologia di immagine sintesi vi ingarbuglia, potreste chiamarla “immagine creativa”, poiché lo sforzo maggiore sta nel mantenerla e ricrearla (sono consapevole che sintetizzando l’ope­razione non ho potuto tener conto di diverse variabili individuali). Nella terminologia usata dalla Scienza dello Spirito il vertice di questa eccezionale esperienza è chiamato col nome di pensiero puro libero dai sensi e trae con sé l’elemento puro del volere e del sentire: si può dire che un secondo uomo nasce dall’intensificazione del pensare. Un’entità vastissima che inizia ad agire nel campo universale delle Potenze cosmiche. Il pensiero libero dai sensi non è soltanto il fondamento certo per una conoscenza di sé quale entità dello Spirito, ma è anche il mezzo tramite il quale l’uomo può conoscere per esperienza diretta quanto del Mondo Spirituale è significativo per la sua ulteriore maturazione.

L’Opera epistemologica di Rudolf Steiner e in particolare La Filosofia della Libertà offre in tal senso il necessario processo conoscitivo e lo sforzo richiesto al pensiero stesso. Non posso però tacere la modestia dei risultati (rimproverata ai membri della Società Antroposofica da Steiner stesso) ottenuti nella prima parte del XX secolo, mentre nei molti decenni successivi si è potuto assistere al parziale oscuramento del tema (e su ciò sarebbero inevitabili delle osservazioni che sono certamente scabrose poiché coinvolgono la guida dell’Associazione).
Il lavoro sacrificale di Massimo Scaligero ha ridato comprensione, realtà e mezzi al processo epistemologico che chiamiamo anche Via del Pensiero. Non v’è pagina nei suoi scritti in cui la concatenazione dei pensieri non permetta la risalita dal pensiero astratto alla percezione del pensiero pensante. Oltre Scaligero, mi si può far notare la presenza di altre figure che hanno espresso simili contenuti, ma ciò è vero in minima parte, in quanto trattasi di persone che hanno conosciuto e incontrato Scaligero apprendendo e annotando da lui tutto il possibile per “personalizzarlo” in tempi successivi. Fa parte dei tratti del carattere di Scaligero (meglio sarebbe dire: della sua grandezza spirituale) il non aver denunciato tali scorrettezze, mantenendo persino rapporti epistolari amichevoli con i suddetti autori. Del resto Scaligero non ha mai ritenuto come “suo” il proprio lavoro. Magari un analogo sentimento permeasse chi si ritiene custode delle sue parole! Che, seppure lentamente, raggiungono in tutto il mondo le anime che avvertono una carenza o frattura nell’es­senza di ciò che viene presentato come Scienza (?) dello Spirito dai suoi formali espositori. Questa è la spiegazione sensibile ed è incompleta. Quanto vi è di altro non compete a questa nota.
La liberazione dai legami corporei non è una sorta di distacco spaziale, ma un rovesciamento dell’essere e delle sue forze conoscitive. Per la prima volta l’uomo vede cosa sia il corpo sensibile e il corpo fisico: sono due esperienze intense e completamente diverse. L’uomo cosmico vede l’uomo terrestre e impara (intuisce) quali siano le forze addormentate e contratte che questi cela. Circa la corretta rappresentazione di alcune esperienze è di particolare interesse il ciclo di Rudolf Steiner intitolato Dell’Iniziazione (Ed. Antroposofica, Milano 1985) permettendomi di ricordare che nemmeno il Dottore dice tutto dappertutto. Del resto nel IV capitolo della Scienza Occulta sono inserite in forma di immagini le chiavi per accedere ai grandi segreti celati nell’uomo… qualora l’asceta possa attingere alla parte di sé in cui eternamente scorre il pensare liberato.

FOGLIE (di F. Di Lieto)

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FOGLIE

Un vento di gran lasco, 

un soffio teso, 

preludio di partenze, 

raso ai tetti, 

agita gonfaloni, 

banderuole sposta 

al capriccio dei suoi colpi. 

Quando sarà il momento, 

quale strappo avrà ragione 

del peduncolo che tiene la foglia 

unita al vincolo del ramo? 

Ora lassú, nel sole che declina, 

è un luccicare, un brivido arpeggiante 

degli alberi che sentono, 

insidiato dalla buriana, il popolo vociante, 

già chiazzato di ruggini, scambiarsi, 

da cima a cima, gli echi dell’estate:

il frusciare di nuvole, 

l’azzurro venato d’oro e cremisi al tramonto,

nel crogiolo salino, rara alchímia,

il raggio verde che gli innamorati 

coglievano in un lampo all’orizzonte.

E conchiglie sonore, e voli a stormo, 

orme incalzanti le orme fuggitive.

Tutto questo è memoria che si estenua 

nel febbrile stormire arborescente, 

suggendo al tempo l’ultimo respiro. 

Poi, a un urto piú secco il tronco freme, 

scrolla nel vuoto la sua chioma, 

allenta l’eterico dominio delle linfe.

Cosí la foglia si abbandona 

al flusso della vita che va e che ritorna.

Poiché, se il vento chiama,

deve andare,

leggera, nell’eterno navigare.

 

EQUANIMITA’

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Mi è stato chiesto di pubblicare qualcosa che riguardi l’equanimità. Anni addietro lo avevo già fatto. Perciò riprendo rivedendo (quasi) a nuovo il tema.

Parto da un fatto vero, da un incontro realmente avvenuto tra me e un giovanottone di cui fu padrino di battesimo

Non so come sia andata poi, ma il fatto era che il mio figlioccio si accingeva ad iniziare il terzo dei famosi cinque esercizi.

Per giungere al bisogno/impulso di procedere oltre il controllo del pensiero e l’atto puro, gli erano occorsi degli anni! E già da questo potreste ammettere che la cosa che sto raccontando è del tutto vera.

Da ciò, poiché si sta parlando di una persona reale, potete vedere quanto può essere diverso il lavoro interiore tra uomini in carne e ossa diversi: chi fa un esercizio al mese, chi aveva ricevuto l’indicazione di farli tutti cinque subito e nella stessa giornata, chi dei cinque non fa mai gli…ultimi quattro. C’è posto pure per quelli che i “cinque esercizi” non li fanno proprio e fanno altro, infine ci sono anche tanti che non fanno niente e anch’essi avranno le loro ragioni…non le trovo ma di sicuro le avranno.

Dunque, per piacere, evitiamo inutili giudizi, poiché come in ogni esercizio di preparazione esoterica contano soprattutto la dedizione e l’intensità, cioè la merce più rara e più elusiva, alquanto celata per gli umani strumenti di misura e valutazione.

Allora, tornando alle prime righe ricapitolammo minuziosamente alcuni aspetti dei primi due esercizi. Osservai quanto era stato notevole sentire dal figlioccio come la concentrazione lo avesse aiutato durante il durissimo periodo di un grave lutto personale (la sua compagna era morta in un incidente stradale). In quella situazione aveva fatto quello che anche suggerisco spesso: brevi concentrazioni molte volte al giorno.

Rivisitammo anche il secondo esercizio (quello che, sulla carta stampata “pare” facile) e convenimmo su tre cose: a) l’assetto interiore dell’atto, silenzio interiore e consapevolezza, nel compiere l’azione libera da motivi personali, senza il preventivo controllo del pensiero è troppo poco, non coinvolge i corpi sottili; b) è piuttosto importante che l’azione venga predeterminata il giorno prima e che, come un fiume carsico, scorra sotto traccia, anche durante il sonno notturno; c) in condizioni di possibilità l’azione pura non sarà lunga, anzi sarà semplice e breve, ma articolata e completa come le azioni che si espletano ordinariamente: i gesti troppo elementari, come il portare un oggetto da una tasca all’altra possono essere visti come eccezionali ripieghi in eccezionali occasioni: atti di buona volontà e – si spera – non di astuta pigrizia.

Il terzo esercizio, senza un minimo risultato di disciplina e di minima realizzazione dei primi due, è più o meno impossibile.

Ricordiamoci che gli essenziali – volontà nel pensiero (I) e pensiero nella volontà (II) – sono il punto di partenza per il III, ossia il contenimento di impulsi ordinariamente inarrestabili provenienti da una sfera possente che in massima parte è fuori dal controllo conseguito con una condizione interiore che si renda, almeno in taluni momenti, indipendente da natura, carattere ed educazione.

A meno che non si “bari” brutalmente con la depauperazione sistematica dell’anima (sul modello della vecchia educazione “all’inglese”). Pur di evitare, coscientemente o meno, un incontro diretto con la propria interiorità (ciò terrorizza più gente di quanta si possa credere) vi sono quelli che, sentendo una personale inadeguatezza in varie forme di rapporto sociale, fanno il possibile per darsi modi e abitudini più raffinate: modificano lo stile comportamentale da fuori a dentro, come viene fatto nelle scuole per ufficiali nell’Esercito. Ma questo è un capitolo che esorbita dal nostro tema.

Con il III esercizio i tentativi “titanici” sono fallimentari e possono alterare la sana vita animica.

Il terzo esercizio è difficile poiché, lo si interpreti come si vuole, porta ad un impoverimento del proprio sentirsi abituale, ed è proprio ciò che Steiner dice senza dirlo quando scrive che “ si diventerà più ricettivi per tutta la gioia e il dolore che ci attornia” e questo è possibile solo quando non si sia immersi nella propria gioia o nel proprio dolore.

In effetti il Dottore si preoccupa che il discepolo non tenti la bravata indicata sopra, cioè tenti la strada sbagliata dell’insensibilità e dell’indifferenza che alla fine sono solo manifestazioni della perdita della più alta potenza dell’anima.

La richiesta “tecnica” è orientare l’essere interiore a “padroneggiare l’espressione del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore”. Si domina cioè la manifestazione istintiva.

Questo viene sottolineato più volte: a ragione poiché trattiamo di un lungo lavoro, reso ancora più difficile dalla sottile necessità di separare, come nell’alchimia, il sottile dal denso: dunque la percezione del dolore dall‘invadenza del dolore.

Il risultato dell’esercizio è la creazione di una zona animica indipendente dai sentimenti personali e dalle loro fluttuazioni: il Dottore la descrive come di “intima calma”.

Alla fine si tratta di dare forma nell’anima a qualcosa che già può esserci se il I ed il II esercizio sono stati esercitati davvero a lungo e in profondità: si plasma consapevolmente qualcosa che già dovrebbe esserci.

Mentre i primi due esercizi possiedono caratteri formali che possono renderli più accessibili, con il terzo esercizio (equanimità) entriamo in un certo qual modo nelle discipline a cui manca il supporto certo. Il dott. Colazza direbbe che sono “atteggiamenti” dell’anima. Con l’equanimità siamo a metà strada (mentre con il IV e V esercizio, a dirla tutta, sono dolori: cioè impazzano le “traduzioni” personali, quasi sempre abbondantemente astratte ed astruse).

E’ possibile avvicinarsi progressivamente all’equanimità a passi relativamente certi.

In primis ricordo un consiglio che Scaligero ci diede (buono per qualsiasi esercizio che abbia la caratteristica dell’interfaccia tra anima e mondo esterno).

Si tratta di meditare per immagini e per più settimane la scena dell’esercizio. Dico “scena” come un attore che prepari anima e gesto per la parte che svolgerà sul palcoscenico. E’ un immaginarsi in una situazione che, nell’ordinario, causerebbe immediatamente una reazione emotiva, mentre in tale immaginare si realizza se stessi come osservatori spassionati.

Ci si cala così in un antefatto dell’esercizio…con le caratteristiche del meditare ossia poche immagini semplici la cui impressione riesca ad risuonare nell’anima.

Esiste poi una quasi- equanimità che è più facile, più controllabile.

Mi ricordo che veniva spesso suggerita da Mimma Benvenuti, cugina di Scaligero, alle tante persone che trovavano più facile confidare a lei le difficoltà incontrate nella pratica.

Se vi è chiaro il senso della parola “espressione” usata dal Dottore, troviamo un gradino di mezzo, del tutto corretto e sicuro che può essere praticato più volte nella giornata.

Si tratta di dare uno stop all’immediatezza della propria reazione sensibile, magari per tre secondi.

Facciamo un esempio facile: suona il telefono, siamo da una vita abituati a precipitarsi per rispondere: ora invece rimaniamo fermi: scatti il silenzio dei centomila pensieri (esercizio I), il dominio cosciente sul movimento fisico (esercizio II).

Centouno, centodue, centotré… poi (solo poi) assecondiamo la vecchia abitudine.

Lo stesso vale alla fermata del bus, al suono del campanello, alla parola che vorremmo far uscire dalle labbra, ecc.

Dai, che tre secondi non vengono nemmeno notati!

Qui ho dato uno schema abbastanza facile, spetta alla libera capacità di ognuno modificarlo, allargarlo, inspessirlo, ecc.

Poi, quando diventa una capacità reale si può, con maggiore sicurezza, passare a “stoppare” manifestazioni più forti o insospettabili.

Le più difficili appartengono alle relazioni tra esseri umani, specie in famiglia.

Quando si avverte che la nuova capacità “tiene”, occorre grande prudenza: in tempi in cui stress, rabbia e frustrazione sono la pessima atmosfera comune, la calma non è qualcosa con cui adornarsi in piazza. Non v’è disciplina esoterica senza una controparte magica che agisce sul mondo circostante: può essere un toccasana per chi ci circonda ma in alcuni fomenta collera cieca. Senza esagerazione potrei dire che la tua calma imbufalisce quelli che nemmeno sognano cosa essa sia. E non sto scherzando!

Forse è inutile ricordare che “l’equanimità” è uno tra gli esercizi più difficili per il comune stato dell’anima: sarà trasformante ma, in genere, può venir colto come un doloroso passo indietro. Pur con le dovute cautele, si incide nel tessuto animico: per essere capaci di farsi male nella sfera del sentire, è assolutamente necessaria la forza di dominio coltivata col I e II esercizio.

Infine, per le traduzioni iper-minimaliste del tipo “vino & tarallucci”, potremo continuare allegramente la chiacchierata nel bar più vicino…

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2017)

Copia di 30 APR 21 MAGG 2017 FKHSIFS 025 

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2017)

 

1/18031

FARMACO DI ARMONIA

 

LA SCONFINATA OTTUSITA’ SULL’ORLO DELLA BESTIA

IN CUI L’ELEMENTO TEMPESTOSO DEL SELVAGGIO

IMPRECA FRA FLUSSI DI SUPERBIA.

 

BRANCHI DI OSCURE FIGURE CHE SENZA VERAMENTE VOLERLO CERCANO IL DIAVOLO CHE POSSA RIEMPIRLI.

 

INTRICO DI ENERGIE CHE DAI CORPI FISICI ESTRAGGONO BESTEMMIE OSSEE.

NELLA CECITA’ ANIMICA DEL BELLUINO OLTRAGGIO.

 

SONO I SENZA UMANITA’ POICHE’ MAI CONOBBERO L’APOLLINEA AURORA.

 

INTRICO DI FLUIDE POTENZE VITALISTICHE

CHE EMERGONO DALLE PROFONDITA’ DEL SANGUE

PER TENDERE IRREVOCABILMENTE VERSO L’OSSEITA’.

 

CORPOREITA’ ENERGIZZATE IN CUI IL VOLTO INTERIORE E’ SPENTO.

 

RIFUGGONO IL PENSARE POICHE’ LA DEVOZIONE E’ SOMMERSA DAL TUMULTUARE DI APPETITI CHE IMPONGONO SUPERBIA.

 

TANTO LONTANI DALLA LUCE IN QUANTO OLTREMODO OCCULTAMENTE DENSI NEL CORPOREO.

 

DEVASTANTE IMPRONTA DI MATERIALITA’ ESISTENZIALE

CHE GIUNGE VENEFICA  NEL CUORE IMMATERIALE DELLA LUCE D’OCCIDENTE.

 

MA – OLTRE L’IMPOSSIBILE – TUTTO PUO’ ESSERE GRADUALMENTE RISANATO.

 

NEI PROLUNGATI APICI IN CUI LA LUCE DEL PENSARE ATTINGE NEL POTERE UNITIVO DELLA FOLGORE : L’AUREO VOLTO DELLA NORMA MANIFESTA L’UNICA ESSENZA DELLA VERITA’.

 

AVVIENE L’IRRAGGIARSI DELLA SCULTOREA IMPRONTA.

 

DALL’IMPOSSIBILE SI RICREA IL VALORE IN CUI LA DEVOZIONE DISSOLVE IL VITALISMO SUBUMANO.

 

UN ARGINE APPARE NEL COSMO DELLE FORZE FORMANTI.

 

UN POTERE IRROMPE OVE IL DESTINO – PRIMA DI COMPIERSI –

PREPARA LE SUE VESTI.

 

E TALE POTERE

– ATTINTO OVE IL PENSARE RESPIRA NELLA LUCE UNITIVA DEL RICORDO –

MANIFESTA L’ESSENZA LOGICA DELL’UNICA VERITA’.

 

RIVESTITA DI FERRO CELESTE

LA POTENZA SCULTOREA DEL VERO

IMMETTE IL FARMACO DI ARMONIA

CHE DISSOLVE IL BESTIALE.

 

NELL’AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI

DA CUI IRRAGGIA IL VOLTO DEL SOLARE.

 

OVE IL PROTENDERE ALLA LUCE NON E’ UN TENUE SENTIRE PROSSIMO AL TRADIRE

MA E’ STRENUO ATTO DEL VOLERE CHE GIUNGE OVE LE FOLGORI PERCORRONO IL DESTINO E LO MUTANO NEL SEGNO DELL’ARCANGELO.

 

OVE L’IDEA GIUNGE A CONTEMPLARE CIO’ CHE LA TIENE UNITA FRA LE POTENZE LOGICHE DELL’UNICA VERITA’.

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2/18032

VIRTU’ ALATA

 

PRIMA ANCORA DI PENSARE SI IMMERGONO NELL’AMARA CALUNNIA.

 

I LAMENTI LUNARI DEGLI ISTERICI NEL CRUDELE SINGHIOZZO NEGANTE.

 

UNA NUBE CHE DESIDERA IL MALE LI AVVOLGE E LI MUOVE.

 

CAPRICCI FEROCI ENTRO PICCOLE ANIME PROTESE AL FERIRE.

 

I SENZA DIMORA CELESTE IL CUI FURORE PIANGENTE

INSEGUE LA SCIMMIA E NE IMITA L’IMPROVVISO NEGARE.

 

PICCOLE ANIME DELL’ETERNA PLEBAGLIA

CHE GREMISCE LE SPONDE DEGLI INFERI E NE VIVE ILTERRORE.

 

IL LORO AGIRE NEGA LA LUCE

E ODIA IL PENSARE CHE  -RISORGENDO-  DISTACCA DAL MAGNETE CORPOREO.

 

L’IMPRONTA CHE CONSEGNANO AL MONDO E’VOLONTA’ SENZA SENSO CHE TENDE AL MALIGNO E LO ADORA.

 

MA E’ UNA DEBOLE IPNOSI DAL TENACE FURORE CHE HA PAURA DEL BENE.

 

IL FATO ATTENDE DAL LIBERO ARBITRIO DELL’UOMO IL LAMPO CHE POSSA ARGINARE E DISSOLVERE L’OSCURITA’ PRECEREBRALE DI QUELLA POTENZA MEDIANICA.

 

E INFATTI OGNI ATTO D’ASCESI CHE GIUNGE OVE L’UNIRE I CONCETTI E’ RESPIRO CHE CONTEMPLA UN VALORE :  EQUIVALE AD UN LAMPO.

 

EQUIVALE AD UNA LUCE INSISTITA CHE URTA E CONSUMA QUEL MALE.

 

UN ATTO VOLITIVO CHE MEDIANTE IL PENSARE RIESCA A MANTENERE EVIDENTE L’ESSENZA MOBILISSIMA DEL POTERE UNITIVO DI UN RICORDO : RESPIRA NELLA FONTE LOGICA DEL BENE.

 

ED E’ UN LAMPO CUI PUO’ ESSERE CONCESSA L’AURA FERREA DELLA REDENZIONE.

 

IN VARIO GRADO PUO’ ESSERE CONCESSA  :  MA SEMPRE IMMERSA NELLA VIRTU’ ALATA DELLA CONSACRAZIONE.

 

OVE IL SIGNORE DELLE FOLGORI ACCOGLIE L’ESSENZA SPONTANEA DI PREGHIERA CHE GIUNGE OVE IL FERRO METEORICO SOSTIENE L’ANELITO DEL CUORE.

 

OVE IL CREARE E L’ATTO DEL REDIMERE COINCIDONO.

 

NELLA LONTANISSIMA E ALLEATA AURA DELL’ARCANGELO.

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3/18033

SOTTILISSIMA LUCE

 

LE CEREBRALITA’ OBERATE DALL’INCONSAPEVOLE DISGUSTO ESISTENZIALE.

 

INTENSO SPENDERE LA VOLONTA’ UMANA OVE L’UMANO NON PUO’ CHE ACCUMULARLA NEL DISGUSTO.

 

OVE LA FORZA SPESA NEL BANALE PORTA ALLA FOLLIA.

 

UMANITA’ CHE INFRANGE LE FRONTIERE DELL’UMANO

PRECIPITANDO AL CENTRO DELL’INFERNO.

PRECIPITANDO OVE LA POTENZA NON HA PIU’ PENSIERO E QUINDI NON RAGIONA.

PRECIPITANDO NELLA MULTIFORME BOLGIA IN CUI L’UNICA DIREZIONE E’ CONTRADDIRE IL LOGOS.

 

SENZA ORIZZONTI NE’ CONFORTO.

 

L’INTENSO IMPEGNO OVE L’ANIMALITA’ CREDE SOLO NELLA MORTE :

GENERA OCCULTE FIGURE DI MENZOGNA CUI ULTIMO SBOCCO E’ LA FOLLIA.

 

SONO I VOLITIVI DELL’OTTUSO AGIRE SENZA DIO.

 

FORZE DEFORMATE ATTINTE NEL CAOTICO VENGONO IMPRESSE DALL’IMPEGNO NEL TROPPO UMANO INARIDIRE RAZIONALE.

 

GROVIGLI DI ENERGIE INFERNALI TUMULTUANO OVE LA RAGIONE GALLEGGIA FRA GLI ABISSI DEL DISGUSTO.

 

-OCCORRE UN ASSOLUTO CHE OTTENGA DA QUELLE VOLONTA’ ATTI COSCIENTI DI RICONSACRAZIONE-

 

ATTI DI SOVRUMANITA’ IN CUI REDIMERE E INNALZARE QUANTO E’ PRECIPITATO AL DISOTTO DELL’UMANO.

 

OCCORRE CHE SI RINNOVI IL RITO DELL’AURORA NELL’AMPIO DELLA RESURREZIONE RESPIRO ELETTO.

 

AZIONE DEL PENSARE CHE GIUNGA CONTEMPLARE IL POTERE CHE UNISCE I CONCETTI NEL LAMPO DEL RICORDO.

 

ASCESI DEL PENSIERO IN CUI LA VOLONTA’ E’ SPESA PER UNIRE APICI DI PURA LUCIDITA’ COSCIENTE OVE L’INTELLIGENZA RESPIRA OLTRE L’UMANO.

 

OVE NEL CUORE DEL METALLO

SPLENDE   -CELESTE  –  LA STELLA  DELLA DIVINITA’ CHE OPERA DALL’IMPOSSIBILE CONNETTERE NEL CENTRO AUREO DELL’INTELLIGENZA.

 

NELL’APPARENTE SOLITUDINE IN CUI MOLTITUDINI ERRANTI RICEVONO DAI POCHI : AIUTO ED ATTIMI DI SOTTILISSIMA LUCE.

 

OVE NELL’APOLLINEO VOLTO SPLENDE L’IMPRONTA DELL’ARCANGELO.

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4/18034

SOVRAMENTALE LUCE

 

PROFONDA NELLA BLASFEMIA LA RABBIA AGITA LE PAROLE.

FORMULA OPINIONI CHE NON SONO PENSIERO MA OMBRE DI VOLONTA’.

 

SEMPLICI APPETITI DELLE TENEBRE DIVENTANO CONTORTA IDEOLOGIA

NELLA MEDIANITA’ DEGLI SPROFONDATI.

 

MA FRA LE ANIME CHIUSE

PUO’ ACCENDERSI  -DIROMPENTE-  LO SPLENDORE.

 

COME LA TENEBRA

OPERATIVO NELL’INCONSAPEVOLE

MA  -OLTRE LA TENEBRA-  VOLUTO NELLA LIBERTA’ :

SI PUO’ IMPRIMERE L’ATTO DEL REDIMERE.

 

LUCE UNITIVA CHE AGISCE IRRAGGIANDO QUALITA’ SOVRAMENTALI

NEGLI APICI IN CUI L’IDEA OTTIENE ATTIMI OVE RESPIRA OLTRE I FRANTUMI DEL PICCOLO RAZIOCINIO.

 

COME I VOLERI DELL’INCUBO ALITANO FRA LE MASSE ASSETATE DI BLASFEMIA :

COSI’ ALTRETTANTO OPERATIVI

–  DALL’IMPOSSIBILE  –

POSSONO SCOCCARE LAMPI DI RESURREZIONE

CHE MEDIANTE ATTIMI DI LIBERO ARBITRIO

–  ASCETICAMENTE —

TOCCANO ANIME OBERATE

PERMETTENDO IL REINNALZAMENTO.

 

NEL LIBERO GIOCO DELLE FOLGORI

IN CUI ALL’AUREO SIGNORE DEL PENSARE

E’ FORNITA LA POSSIBILITA’ DI AGIRE SCULTOREAMENTE SUI DESTINI UMANI.

 

ASCESI DEL PENSIERO PRATICATA DA COLORO CUI INASPETTATAMENTE E’ CONCESSO DI CREARE SPAZI OCCULTI PER IL MANIFESTARSI OPERATIVO DELLA SOVRAMENTALE LUCE.

 

NEL MONDO DELLE CAUSE IN CUI NELL’INCESSANTE LOTTA DELLE VOLIZIONI

E’ STRENUAMENTE ATTESA LA LIBERTA’ DELL’UOMO SPESA NEL LOGOS.

 

FRA LONTANISSIME E ALLEATE LUCI DELLA NETTISSIMA ARCANGELICA PRESENZA NEL LAMPO DELLA CONTINUAMENTE RINNOVATA ASCESI.

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5/18035

GLI ATTI DEL FUTURO

 

LA CARNE ENERGIZZATA CHE RATTIENE NEL NEGARE.

OVE LA TENEBRA SPROFONDA NEL PESO DEI CERVELLI FISICI E LI MUOVE.

 

NODI DISCETTANTI IN CUI LA FALSA VITA FINGE IL RAZIOCINIO.

 

SONO I LUOGHI DELLA MORTE IN CUI GLI AUTOMI DEL PLAUSIBILE FINGONO DI VIVERE RECITANDO UN CAOTICO PENSARE.

 

NELL’OMBRA IN CUI IL NEGARE ESERCITA IL CONTRARRE

SI MUOVE SENZA SENNO L’AMARISSIMO CHE IMPRECA.

 

MA SI MOSTRA IN QUANTO OSTILE A CIO’ CHE HA IL POTERE DI ANNIENTARLO.

 

SI MOSTRA AL POTERE SOLVENTE CHE IN IDEA REINNALZA I LIVELLI DI LUCE MORALE IN QUANTO NE SFIORA LA FONTE CREANTE.

 

INVISIBILE E AGENTE NEL VIVERE USUALE :

IL MALE OSTACOLA QUANTO NEL RITO D’IDEA SI CREA E RISPLENDE E SI ELEVA.

 

NELL’ESTREMO SILENZIO LA FORMA DEL CONCETTO E’ UN ATTO CHE RIVIVE POICHE’ VIENE CONTEMPLATO.

 

IN TALE SILENZIO IL MALE VIENE URTATO PRIMA CHE DIVENTI ATTO DEL DESTINO.

 

IN TALE SILENZIO LA FOLGORE MODELLA GLI ATTI DEL FUTURO.

 

ELEVANDOLI ALLO SGUARDO DELL’ARCANGELO.

 

OVE PUO’ ACCADERE CHE LE VIE DEL FATO VENGANO PERCORSE E RIMODELLATE DAL LOGOS D’OCCIDENTE.

 

NELL’AURA DELLA RESURREZIONE CHE SU TUTTO L’UMANO PUO’ RIVERBERARE.

 

SOVRUMANIZZANDO.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

LOSANGA 2 SCUDO ROMANOgrande

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L’ARCHETIPO-OTTOBRE 2017

Anno XXII n. 10

Ottobre 2017

archetipo1

Cristo-soccorre-Pietro

NON E’ AFFATTO FACILE… (di F. Giovi)

la via della volonta' solare

Non sono pochi gli anni passati dal tempo in cui uscí l’Avvento dell’uomo interiore – era il 1959 – a cui seguí nel 1961 Il Trattato del Pensiero Vivente, a cui seguí poi, nel 1962, La Via della Volontà Solare (un grosso volume di 344 pagine che il cognato ed ex discepolo di Scaligero, Paolo “Virio” Marchetti, gnostico cristiano, giudicò essere un verboso e inutile testo a difesa dell’antroposofia). Nello stesso anno acquistai, come si dice “per puro caso” una delle due solitarie copie che, per l’ap- punto, si facevano compagnia nel settore occultistico della piú fornita libreria cittadina. Presi La Via della Volontà Solare perché era grosso, costava poco e mi incuriosiva l’Autore, del quale avevo già inteso diversi commenti che avevano una caratteristica comune, essendo tutti pesantemente critici e sfavorevoli.

Dovrei premettere uno sfondo. Già da alcuni anni, con un piccolo gruppo di amici e sotto la venerabile guida di Giovanni Blason, pittore e antroposofo, stavo spurgando i miei peccati occultistici con lo studio faticoso e ripetuto della Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Vi siete mai chiesti cosa provi la lucertola a perdere la coda? Deve essere qualcosa di simile a quanto succede nell’anima di un occultista che abbandona l’occulto per dedicarsi ad un testo apparentemente filosofico. Ricordo come la tensione del comprendere fosse massima… eppure lo studio piú rigoroso non riusciva mai a soddisfare i due quesiti che il Dottore pone a capo e a risultato del percorso del libro. Al contempo l’alta statura umana e la sottaciuta veggenza di Blason stimolavano il nostro (devoto) rispetto per il lavoro intrapreso. Contemplato a distanza di molti decenni, il senso piú concreto di tale lavoro fu quello di educare il sentimento nei confronti del pensiero e della sua prioritaria importanza.

Come la guerra di trincea comportava spazi di combattimento all’aperto ma anche un’attività sotterranea tra gallerie e cunicoli, cosí raddoppiarono studi e riflessioni. Si continuava insieme il lavoro antroposofico-epistemologico, poi individualmente e in altri momenti si sfidavano le difficoltà su quanto Scaligero comunicava con una prosa che si avvertiva, a quel tempo e a quell’età nostra, difficilissima.

Eppure, proprio dai testi di Massimo Scaligero, che susseguendosi diventarono una specie di grande regalo annuale, iniziò a farsi strada nell’ottusa coscienza di noi, intelligenti in tutto, la comprensione che il pensare fosse altro dai pensieri, che il pensiero riflesso fosse quello di cui la desta coscienza diviene consapevole ma al contempo limitata, che il problema di cosa fare del nostro pensiero precedeva senza corsie di sorpasso tutti gli altri problemi umani, esoterici e genericamente antroposofici. Il pensiero con cui penso ora è il problema immediato: tutto il resto è una realtà scarsa e insoddisfacente, poiché generata dal problema non risolto. Il fatto che essa appaia ampia, complessa e interessante non porta soluzioni all’enigma della mia esistenza.

Comprendere quanto accennato era pure comprendere l’inscindibilità del problema dalla sua soluzione, che non poteva essere filosofica, ossia produttrice di ulteriori pensieri. La soluzione anzi iniziava con la fine di ogni pensiero filosofico. Ora posso dirlo sperimentalmente: La Filosofia della Libertà è “sovversione assoluta” per la coscienza e la sua cultura. Con essa termina l’evoluzione positiva del discorso filosofico che finalmente afferrato sino alla radice diventa pura esperienza di osservazione scientifica e porta con sé un nuovo grado di coscienza. Da essa il continuarsi del pensiero logico-analitico formale dotato di straordinaria potenza inerziale diviene il nulla distruttivo della dialettica (un tempo anch’essa utile e giustificata), ossia il guasto della condizione umana portato oltre ogni possibile contenimento. La mancata consapevolezza di una tale rivoluzione, preparata dalla Scienza da centinaia d’anni e disattesa proprio là dove il pensiero individuale cosciente avrebbe potuto e dovuto arrestare la propria discesa per riaccendersi nel percorso adialettico cosciente, ha già provocato una grave scissione nel divenire dell’uomo: certamente non quella presupposta da molti antroposofi e spiritualisti.

Verso la fine degli anni ’60 iniziai un rapporto epistolare con Scaligero. In quel momento il mio legame con l’esoterismo avanzava su una doppia strada divergente. Lo studio e l’approfondimento erano dedicati senza remore alla percezione e al pensiero mentre nella pratica mi esercitavo giornalmente per ore al Vicāra di Ramana Maharshi (la meditazione Chi sono Io?), considerandolo come la via piú attuale e diretta fiorita dai mille rami dello yoga. Evidentemente non riuscivo a liberarmi dagli antichi e tenaci retaggi (ma almeno ne ero consapevole). Scrissi di questo a Massimo che mi rispose cosí: «…ma allora, caro Giovi, una volta nella corrente del pensiero vivente si sa quale asana o tecnica psicosomatica ci può essere utile. Le assicuro che allora si sa tutto, a questo punto si possono buttare via i libri. Ma occorre ravvisare il vero sadhana di questo tempo: è decisiva per la civiltà la distinzione tra pensiero somatico e pensiero vivente: per il pensiero vivente passa tutta la magia antica. La concentrazione è un esercizio magico, se si sa portare oltre il limite ordinario. Se le è necessario, si giovi ancora del supporto di Ramana, ma metta al centro la magia del pensiero e i cinque esercizi come correttivo del tutto. Nel pensiero incorporeo c’è la potenza della folgore. È la via dei forti e dei risoluti».

Vorrei dirvi: «Letto e fatto». Quasi, ma non andò tutto liscio, anzi… Mollai di colpo la mia meditazione yoghica e in cambio non riuscii a fare la concentrazione. Passarono le settimane, l’anima si raggrinziva, il mondo ingrigiva e nella testa passava, freddo e scivoloso, il pensiero che la mia impotenza suggeriva come unica soluzione senza alternative una dignitosa dipartita. Sia detto senza drammi: la situazione era silenziosamente drammatica! Lo schema delle grandi crisi è piú o meno sempre lo stesso (ma saperlo non serve a niente, occorre viverlo): lottare inutilmente e poi affondare: fino in fondo.

Racconto spudoratamente questa esperienza avendo ben chiaro che è mia, non vostra, nella speranza che possa far riflettere per qualche secondo coloro che, leggiadri come la vispa Teresa, sognano un piacevole sviluppo occulto, 15 giorni di esercizi per giungere all’Iniziazione, una sfogliatina alla Scienza Occulta per collegarsi all’Antroposofia Vivente ecc.

Camminavo su e giú per il mio studio come una mosca che inutilmente sbatte da una parete all’altra. E il problema lo risolse chi aveva la capacità di risolverlo: chi è sveglio quando io dormo. Decise lui per me. Da dietro l’oscura coltre del volere salí in quel minuscolo pezzo d’anima che credevo fosse mia. Mi disse: «Siedi» e scoprii che potevo sedermi anziché ronzare per la stanza. «Immagina un oggetto» e mi accorsi che potevo immaginare un oggetto (credo fosse un chiodo). «Mantieni tutta l’attenzione sull’immagine» e, come un lampo illumina per un istante le cose celate dall’oscurità, mi resi conto (ma le parole non bastano e neppure le analogie) che potevo fare la concentrazione indipendentemente dal mio yoghico passato, dalle mie tribolazioni personali, dai dubbi, dall’impotenza. Insomma, da tutto (forse è necessario sottolineare che nessuno mi “parlò”, ho usato la forma del linguaggio per intenderci: però agí e lo riconobbi (lui è me e io non sono lui) ed è una di quelle conoscenze che durano. Da quel momento molte volte la mia anima ha poggiato sulla sua realtà come i piedi del mio corpo poggiano sulla terra.

Eppure, ad onta di quello che vi ho narrato, posso assicurarvi che una concentrazione piú nuda di Adamo (apsichica, asomatica) non l’avevo ancora interamente capita e tantomeno realizzata. Mi occorsero anni di rispettosissima quasi-polemica con Scaligero e almeno il doppio di tempo di concentrazioni, ripetute sino alla nausea e alla sofferenza (ambedue nel senso piú letterale) per scuotere dall’anima ogni singola briciola di ciò che la concentrazione non è.

Fossi l’unico scemo del villaggio, tutto quello che ho detto sarebbe la descrizione impietosa di un cammino interiore pietoso e straordinariamente ottuso, ma da quanto sperimento o ascolto o leggo, è facile accorgersi che pochi afferrano il senso epistemologico delle Opere di Rudolf Steiner, le quali non indicano una ulteriore accademia intellettuale ma una operazione immediata, diretta. L’atto proposto dal Dottore, esaurendo i pensati, è atto di percezione. Non accademia antroposofica. Eduard von Hartmann (che Steiner definí come uno degli uomini piú intelligenti dell’epoca) comprese quanto Steiner proponeva con La Filosofia della Libertà e a suo modo giustificatamente, notò che era impossibile.

Su due piedi l’operazione è, in generale, davvero impossibile: occorre un severo lavoro per afferrare un concetto che non sia l’eco passiva di una immagine sensibile; occorre un lavoro altrettanto severo per realizzare uno spazio percettivo che non sia già pieno di percepiti. Occorre perciò un lavoro del tutto eccezionale, che non è misticheggiante ma che, nondimeno, possiamo chiamare ascetico, poiché sottende tutte le possibili “prove dell’anima”. Si può dire che Massimo Scaligero ha riaperto il Varco occulto e conoscitivo alla Via piú pura, quella che giustifica una antroposofia (chi, ieri e oggi, si lamenta della difficile lettura dei testi di Scaligero quando confrontati con quelli dello Steiner, manifesta solo la sua incapacità nella lettura e nella comprensione di quest’ultimo). Qualcuno, anzi molti, potranno essere in disaccordo con queste affermazioni, obiettando che al discepolo dell’antroposofia si schiude l’ampia strada delle immaginazioni spirituali comunicate dal Dottore. Ciò sarebbe anche astrattamente vero… ma con quale coscienza? L’attuale autoconsapevolezza è forte, fortissima nella misura in cui coincide con il corpo fisico. Se essa si smarca passivamente da esso, dove va a finire o cosa diventa? Siate onesti nell’osservare la situazione corrente: dopo ottant’anni di propaganda a sfavore degli esercizi del tutto necessari come i cinque ausiliari, trovare un antroposofo che fa tutti e cinque correttamente sarebbe come trovare la pentola d’oro dove finisce l’arcobaleno!

Ai tempi di Patañjali praticavi il pratyãhãra e la coscienza, seppure crepuscolare, traslava nel corpo forze formatrici, ma ora se sperimenti la deprivazione sensoriale, rimani basito come una colonna ionica oppure inizi a scorgere lampi, volti, figure, intere scene, e alla peggio entri in deliri di contenuto articolato (è pur vero che per l’antico la realizzazione iniziava con attività disposte in questo preciso ordine: ascesi, studio e devozione al Signore). I fenomeni descritti non vi ricordano forse le “elevate” ed ampiamente diffuse esperienze della vasta genía dei tanti guru, maestri e indicatori che infestano, dentro e fuori, i templi, le comunità e la retta conoscenza? Mobilitare con scarsa o nessuna consapevolezza parti del corpo sottile prima che l’ego psicofisico e le sue rappresentazioni – soprattutto quelle di carattere spirituale deformate dal personalismo – venga saldamente dominato con un lungo e spietato lavoro interiore, significa soltanto abbandonarsi alla medianità: quella piú pericolosa e distruttiva perché, a differenza dei risultati ottenuti dai patetici personaggi fedeli al tavolino a tre gambe, è capace di manipolare le immagini spirituali piú nobili ed elevate. In un simile panorama è facile essere concordi con Irina Gordienko quando riporta questa affermazione di Steiner: «Un falso risultato di una indagine spirituale è una realtà viva: è lí e si deve combattere con essa, farla finita con essa» (da Sergei Prokofieff: Mito e Realtà. Moskau-Basel Verlag).

Vorrei concludere queste ultime righe con una osservazione tanto banale quanto esemplarmente vera. Chiedete a questi medium, colti e suadenti e purtroppo venerati da tanti, qualcosa sulla gnoseologia, sulla trasformazione del pensare o in definitiva sull’operazione di risalita nella luce del pensiero libero dai sensi: immancabilmente eviteranno di rispondervi o inficeranno in tutti i modi la vostra domanda che andrebbe paragonata ad una sorta d’acqua santa spruzzata sul conte Dracula.

Ma per chi vorrebbe essere pratico e concreto, le osservazioni sul lato oscuro degli sgherri delle associazioni che si dicono spirituali non dovrebbero, in un certo senso, rappresentare il cuore del suo lavoro interiore. Certamente v’è un gioco di forze che è bene conoscere e anche combattere qualora il destino ne predisponga l’opportunità, ma occorre anche ricordarsi di quanto si sia capaci nell’esercizio della pura osservazione (visione penetrante) e da quale tipo di coscienza muova tale capacità: in definitiva occorre conoscere e distinguere lo Spirito dal pullulío di spiriti che parlano con la voce degli uomini. Ma questo non sarà mai possibile finché, con una consapevolezza che sarebbe un azzardo definire (come faccio sempre) “ordinaria”, si trattano le descrizioni date dal Dottore come fossero oggetti sensibili o manuali d’uso per il sensibile. Ciò è sotto i vostri occhi. A destra e a manca si chiede: «Dovrei ridipingere una stanza, cosa dice lo Steiner?». Oppure: «Sulla base delle conferenze che parlano degli Ostacolatori, credete che si possa usare l’aspirapolvere?». E se l’etica scarseggia non manca di sicuro la dietetica: «Steiner permette di mangiare carote?». Ed è un tipo di pensiero (?) che non muta e forse peggiora con temi riguardanti il Cristo, le Gerarchie, la costituzione occulta dell’uomo ecc.

Ho tentato di sottolinearlo qualche mese addietro: è possibile dare attenzione alle ripetutissime richieste di Steiner di costruire, prima di tutto, una adeguata rappresentazione? Non una immaginazione cosmica, ma una rappresentazione semplicemente adeguata. E non mi si dica che questo viene fatto: non conosco antroposofo con duecento libri macinati che riesca a formarsi una adeguata rappresentazione del corpo fisico (ho scritto “fisico” e non “sensibile”)! Provate e ci troveremo concordi. Lo ripeto continuamente in un modo o nell’altro. Uno studio preliminare delle Opere di Rudolf Steiner, magari sapendole separare dalle migliaia di conferenze, è certamente un passo necessario, ma subito dopo, l’unica strada da percorrere per evitare che la lettura dei testi di Scienza dello Spirito rimanga confinata al medesimo livello di assunzione cognitiva che vale per un libro di cucina (questa espressione è dello Steiner) è quella di mutare alcuni aspetti dell’anima e il pensiero.

Quale sarà mai l’incantesimo che permette soltanto una lettura parziale e superficiale persino con i testi antroposofici piú seguiti e compulsati? Non parlo genericamente, e per dimostrarlo evidenzio un robusto esempio traendolo da L’Iniziazione (Ed. Antroposofica, 1971). Non c’è uno studioso di Scienza dello Spirito che non reciti in ogni possibile occasione la frase, virgolettata nell’originale, di pagina 56: «Per ogni passo innanzi che cerchi di fare nella conoscenza delle verità occulte, devi al tempo stesso fare tre passi nel perfezionamento del tuo carattere verso il bene» e che, nel linguaggio comune viene ridotta a: «Tre passi nella morale, un passo nella conoscenza». Non si indica mai il contesto degli esercizi ai quali queste parole sono dedicate in particolare, e per i quali è effettivamente necessario un altissimo carattere di moralità a salvaguardia (del corpo astrale) dell’osservatore e dell’osservato. Pazienza. Ma la dimostrazione non finisce con questo appunto, perché invece è illuminante (però di luce nera) il totale oblio in cui giace l’appendice del 1918 al volume, dal cui inizio, a pagina 174, estraggo il minimo: «È possibile per l’uomo vivere queste esperienze solamente se (il carattere corsivo è mio) anche per altre esperienze interiori egli può rendersi altrettanto libero dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito o voluto, egli si forma pensieri che non derivano dal percepito, sentito o voluto. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Essi credono che l’uomo non possa pensare niente che non sia tratto dalla percezione o dalla vita interiore dipendente dal corpo; e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni o di esperienze interiori. Può credere questo soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. …Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, per mezzo di ciò che sono, come qualcosa di essenzialmente spirituale, di soprasensibile».

Questo, cari lettori, precede le operazioni occulte e iniziatiche, e la nota chiarificatrice del Dottore, se letta e riletta con attenzione, non è molto consolante, perché realizzare la consapevolezza che il percorso interiore ai “gradi superiori della conoscenza” inizia dall’acquisizione del pensiero puro libero dai sensi, rende tutto assai piú difficile.

Si può cominciare per gradi di consapevolezza. Anzi tutto occorre rovesciare la “rivoluzione copernicana” e giungere (avere il coraggio di giungere) ad una nuova concezione tolemaica: «Io sono al centro dell’universo e nel suo punto centrale c’è il (mio) pensiero che non conosco perché è pieno di roba, di altro da sé. Per conoscerlo devo discriminarlo, isolarlo, vuotarlo, ma in realtà, prima ancora di tutto questo, devo conoscerlo questo mio pensare, poiché prima avevo sempre usato il pensiero “naturalmente” come si fa con il respirare. Sino ad ora certamente pensavo, ma ora mi rendo conto che, in certo qual modo, ignoravo di pensare». Questo è il primo, modesto ma realistico passo: realizzare il pensiero cosciente: non solamente pensare, ma saper essere colui che pensa, che è consapevole di pensare. Realizzare la consapevolezza di pensare significa avventurarsi nel pensare, non certo con pensieri che fluiscono secondo la necessità del mondo o ingombrano la mia testa, ma con pensieri che io determino coscientemente: che sgorgano da me. Determinare coscientemente una sequenza di pensieri significa volerli: uno dopo l’altro. L’unica condizione che mi permette di volerli in una successione determinata è condizionata dal fatto che io devo determinarli e portarli ad un obiettivo. Pensare volitivamente (attivamente) a qualcosa di determinato che non può essere che semplice, pensabile in tutta la sua interezza. Per questo, l’oggetto di pensiero che raggiungo, pensiero dopo pensiero, sarà il concetto-pensiero di un oggetto semplice, pensato dall’uomo, poiché se cerco di pensare un cristallo o un filo d’erba non afferro il concetto, ma mi svaporo nell’infinito, nell’astrazione fantastica. Solo dall’oggetto prodotto dall’uomo posso ricavare tutto il pensabile e la sua sintesi: il concetto. L’insistenza della totale attenzione rivolta a quest’unico concetto permette, ad un certo momento di totale saturazione, il fluire di una volontà talmente sostanziale che dissolve forma e significato dell’immagine concettuale posta al centro della coscienza e con essa cade ciò che rimaneva dell’ordinario pensiero e del comune soggetto: ora l’esperienza continua su un livello diverso in cui il pensiero è un pensare, libero dai pensati, che pensa (vuole) in me. Si percepisce in cristallina destità che esso è un’entità organica che scaturisce dall’universo e nell’universo si riversa: è un’entità cosmica e l’uomo che stiamo diventando con essa risorge dalla minuta, rinsecchita e guasta condizione in cui si identificava perché era folle e addormentato.

Ma non è per niente facile, perché il processo disidentificativo non ha nulla a che vedere con un superficiale neti neti: «Io non sono né questo né quest’altro», ma è, sino a momenti preiniziatici, un progressivo rafforzamento piú simile ad uno che irrobustendosi dismettesse via via abiti troppo stretti: non ci si “rilassa” ma si rafforza l’attenzione sui pensieri senza curarsi del corpo, e lo stesso vale poi per i rumori, per il prurito e per il mal di testa. Il rafforzamento dell’attenzione verso i pensieri deliberatamente voluti, vale ancora di piú nei riguardi di sentimenti, preoccupazioni ed emozioni che premono per impossessarsi, come comunemente succede, della sfera del pensiero. Non si tratta proprio di reprimere o soffocare qualcosa ma di rafforzare la sequenza di pensieri lottando attimo dopo attimo per mantenere il livello univoco dell’attenzione: è una continua scelta di coraggio oltre la pressante richiesta egoico-personale. Solo in questo modo impariamo (realizziamo) il significato di pensiero apsichico e che cosa possa essere mai il primo gradino dell’impersonalità. Gli stati di turbamento sono occasioni tra le piú favorevoli poiché lo sperimentatore, in virtú del loro moto e della loro potenza, intende con chiarezza la direzione e la forza, del tutto diversa, che imprime alla sua attività. Essi sono per l’asceta i preziosi segni di riferimento che per negazione gli indicano di dirigersi, intensificandosi senza nemmeno sfiorarli, nella direzione opposta.

Anche quando tale direzione gli appaia per lungo tempo arida e faticosa, poiché priva di ogni appoggio, egli sta compiendo la prima azione morale cosciente della sua vita e, da un punto di vista esoterico, è il primo atto occulto che non sia espressione dell’ego, ossia dell’astrale inferiore, quello amministrato dagli Ostacolatori, mosso dai distruttori dell’uomo anche quando sembra ardere di idealismo e religiosità, del desiderio di fare cose buone e di operare per il bene. Sommersi nella condizione espressa dall’astrale inferiore, è legittimo ignorare di essere, di pensare e di agire all’identico livello dei piú rivoltanti e sanguinosi tiranni come fu, ad esempio, “Doc” Duvalier che, a conti fatti, almeno evitava di schiacciare involontariamente le formiche «perché, poverine, loro non si reincarnano».

Non è un percorso facile: quello descritto è appena l’inizio del processo, la concentrazione vera, quella pura e semplice, viene dopo, è il passo successivo, e so di tanti che lo hanno rifiutato per la grande paura di uscire, per una manciata di secondi, dal pensiero dialettico. Eppure il vero esoterismo, la conoscenza spirituale, l’accesso ai Nuovi Misteri accennati dai libri piú ispirati, evocati nelle conferenze piú selettive, si situano del tutto oltre il “manifesto” sostenuto dal desiderio e dal pensiero che non sanno accettare la propria morte. Senza l’estinzione del pensiero dialettico, tutta la Scienza Spirituale può presentarsi alla coscienza umana soltanto come una possibile realtà che diventa astrazione fantastica riformulata su binari strettamente razional-ideologici: un controsenso a tutti gli effetti, quindi fomentato dai nemici dell’entità umana.

Un ambiguo controsenso che forse le parole di Paolo, uomo fatto di pasta speciale cotta dal Sole nei pressi di Damasco, potrebbero evidenziare meditativamente quando si avesse il coraggio di riferirle a noi stessi: «…Perché non faccio il bene che voglio bensí il male che non voglio…».

Franco Giovi

QUALCHE RIGA E UNA LETTERA

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Scrivo “qualche” perché minimizzo e spero che gli amici lettori di Eco e in genere di cose che riguardino le vie dello spirito, siano tra coloro che di parole si siano già saziati e che dunque l’anima li abbia disposti ad una dieta sempre più parca, che siano stufi di saltabeccare per tutti i ristoranti aperti, che non vogliano più girare qua e là poiché già “di ratti che girano in tondo è pieno il mondo” e questo increscioso stato di cose è solo quello che è, cioè il nulla del nulla nel nulla: possiamo addizionare o moltiplicare lo zero con se stesso un milione di volte ma rimarrà sempre quello che è…anzi, quello che non è.

Troppo vago? E’ vero e mi scuso.

Qualcuno ha scritto (bontà sua) che Eco è, da un certo punto di vista s’intende, rimasto il Sito più robusto (e i decenni dell’Archetipo?) rimasto in rete. Non sono d’accordo – anche se mi da un fazioso piacere – poiché Eco è terribilmente monotematico, è limitato. E credo che gli amministratori questo lo sappiano bene.

Allora chiediamoci il perchè. Sapete che a me piacciono i paragoni sportivi, trovo analogie pertinenti che mi servono.

Cosa fa il corridore mentre corre? Corre respira e basta. Di solito la sua mente è silenziosa, quasi vuota. E se l’obbiettivo è lontano o è solo allenamento, corre dando il meglio di sé e basta.

Il meglio di Eco è lo “spirito di servizio” e basta.

Nulla è nascosto e chi attua l’adesione lo fa solo per suo convincimento: può non farlo – dipende solo da lui – ma non gli serve, è una sua gentilezza e di ciò gli siamo grati.

Del resto so di persone che seguono Eco con grande attenzione, ma preferiscono leggere le note senza un milligrammo di vincoli, compresi quelli virtuali.

Poi, invece, e sono parecchi – specie tra quelli che predicano l’amore universale – che non puntino il ditino accusatore sul dogmatico rifiuto di Eco ad “aprirsi” verso tutti i possibili apporti…

Oggettivamente parrebbe una critica seria. Potrebbe essere fondata. Poi però scopro (ho già detto che parlo per mio conto e non per altri collaboratori) che si vorrebbe portare in Eco ogni fritto misto, disperdendo, come già avviene per alcuni siti che, ad esempio, trovano collocazione in facebook, in chiacchiere e fantasie di nobile origine ma di oscuro risultato, quel poco che qui si tenta di mantenere nel solco della Scienza dello Spirito, o meglio, della sua pratica.

Se una cosa non c’è allora il suo posto si riempie di altro: di solito si tratta di spiritualismo che rema contro lo Spirito. Quello spiritualismo invadente lo spazio lasciato libero per collassarsi in confuse fantasie personali e ad avversioni travestite di moralismo etico, estetico o cattolico. Aggiungo a questa lista pure scritti più articolati e ben fatti…che purtroppo sono espressione di visioni maniacali o astrazioni, di ricerca di vetrine per la visibilità personale o, al meglio, di edifici fantasmagorici costruiti con quello che l’antroposofia, ritirandosi, ha abbandonato sulle spiagge della psiche…e qui, per non farla lunga, mi fermo.

Su Eco mi sento libero e non provo alcun moto di antipatia se a tanti le mie note non piacciono. Nemmeno io sono entusiasta di alcuni articoli e temi che ho svolto in Eco. Però il discrimine è in quello che ho scritto: chi mette qualcosa su questo sito, lo fa perché ama davvero quanto espone, perché lo ha provato dentro la propria ghirba, e non (solo) perché ama se stesso. E se ciò pare poca cosa, almeno per me è, a dirla francamente, il confine modesto ma invalicabile.

A calce di questa sparuta nota, personale e di nessun valore vorrei riportare una lettera che il dott. Colazza scrisse a Marco Spaini (personalità assai notevole nel suo tempo).

Qualcuno si arrovellerà sulla natura delle “comunicazioni” sulle quali il dott. Colazza è, senza remore, negativamente “tranchant”.

Vedete, la comunità antroposofica attraversa periodi modaioli. Circa quarant’anni fa facevano banco i settenni dell’Antroposofia paragonati a quelli dell’organismo umano.

Vent’anni dopo ogni cosa verteva su quanto poteva concernere la Pietra di Fondazione. In tempi più recenti ho avvertito un chiacchiericcio su una “molto presunta” acquisizione dell’intelligenza del cuore

Mentre sessant’anni fa ci fu una vera e propria agitazione intorno al ritorno dello Steiner: si moltiplicarono annunci e visioni.

Vi furono persino dei veri delinquenti e medium che spillarono ingenti somme agli antroposofi benestanti fabbricando comunicazioni sul dove, quando e chi. Un tripudio di corbellerie! A mio parere ora è anche peggio… perché tutto ciò rimane – sulla spiaggia rimane tutto – ma più diluito, insidiosamente meno drammatico, alla pari dell’impallidito sangue dei protagonisti attuali. Del resto ormai si cerca di destainerizzare non solo la biodinamica e le scuole Waldorf, ma persino la stessa antroposofia.

Ma non è questo che intendevo, ribattendo fedelmente le righe della sottile copia ingiallita…credo che – scarna come tutte le cose che riguardano il dott. Colazza – questa lettera tocchi severamente tante cose che ancora oggi aderiscono come sanguisughe alla visione di tanta antroposofia.

§

21. 01.1949

Caro Spaini,

ho coscienziosamente letto i due “messaggi” che del resto già conoscevo e debbo ripetere ciò che ho detto altre volte: che non hanno un contenuto di ordine spirituale.

Sono delle affermazioni dogmatiche, alquanto sensazionali – ma non sono accompagnate da quel tono di dignità, di profondità che tocca l’animo. Quando Rudolf Steiner ha fatto delle rivelazioni sui retroscena occulti dell’Antroposofia – aveva già dato tanto di insegnamento spirituale da aver guadagnato la nostra fiducia. E del resto quelle rivelazioni si inquadravano perfettamente nella visione d’insieme dell’Antroposofia – mentre quei messaggi contengono flagranti contraddizioni all’insegnamento e a ciò che sappiamo del Dottore.

Per es. il Dottore ha detto alla Sig.ra Steiner che lui non era incarnato al tempo della venuta del Cristo. E la Sig.ra Steiner me lo ha ripetuto direttamente. Così pure per l’attribuzione a lui di una essenza d’angelo – ma la sua grandezza è appunto nell’aver raggiunto come uomo altezze spirituali che lo hanno reso degno di essere il messaggero del Bodhisattva. E così via…

Ma la “gaffe” più grossa è nel messaggio del novembre del 46: “Non è contro lo spirito del tempo, in qualsiasi tempo ciò possa accadere, l’accettare solo per fede l’aiuto divino…Molti uomini possono solo così.”

Sicuro, ma allora restano cattolici – il progresso dell’Antroposofia è che: “è una via della conoscenza”.

E non parlo della forma, quasi sempre enfatica, banale e persino volgare – lei in realtà si è allontanato dall’Antroposofia per seguire ombre. Rilegga Novalis, le sentenze direttive e vedrà quali torrenti di luce si riversano nell’anima.

Federici parla sempre di “amore” ma l’amore deve appoggiarsi sulla saggezza e sulla conoscenza altrimenti è sensualismo o sentimentalismo.

Ricordi quando il Dottore diceva di Giovanni! – Quando egli diceva ai suoi discepoli “amatevi l’un l’altro” – è una frase così semplice – ma vi era dietro la forza della conoscenza e saggezza spirituale che le davano forza di contenuto.

E con quanta leggerezza parlano del cuore – ma se il cuore è una tappa dell’evoluzione a cui si arriva quando il pensare evolve ed esso è accolto nel cuore.

Qui abbiamo un gradino dell’iniziazione – il vostro “cuore” è di nuovo sentimentalismo.

In questo tempo mi ha colpito il deterioramento prodotto da questi messaggi sui loro seguaci: – quanta superficialità, quanta leggerezza in quelle intuizioni basate su assonanze e similarità esteriori.

Quel incensarsi l’un l’altro – quasi per farsi coraggio – e sopratutto quel voler credere a ogni costo. Io comprendo come in lei un desiderio di sacrificio – direi quasi di espiazione – lo abbia fatto immergere in queste rivelazioni.

Creda però che lo spirituale è la conquista quotidiana, paziente, pertinace del proprio essere – non il frutto di una rivelazione.

Creda che se lei ritorna all’Antroposofia – se si immerge di nuovo nella sua corrente – ritroverà se stesso. Non si preoccupi di quello che avviene nella Società – ho giusto poco fa letto queste parole del Dottore: “Potrebbe essere possibile che una volta l’Antroposofia si debba svincolare dalla Società Antroposofica. Non dovrebbe essere, ma ci sarà questa possibilità.” –

Ma naturalmente qui si parla dell’Antroposofia del Dottore e non della miseria spirituale, morale e intellettuale di queste rivelazioni.

E nessuno di quelli che hanno conosciuto Rudolf Steiner si lascerà sedurre da esse.

Vorrei ancora parlarle di molte cose e spero che verrà da me una sera.

Con affettuosa amicizia suo Giovanni Colazza.

§

Ringrazio F. A. che mi ha dato l’occasione di trascrivere questa lettera su Eco.

SETTEMBRE (di F. Di Lieto)

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.

SETTEMBRE

 

Ai primi tocchi

delle foglie morenti

seguirà il crescendo

della pioggia.

Poi sarà ottobre,

una ruggine

di terra arata

da cui si leverà il fumo

in spirali azzurre.

Tu allora

mi ricorderai l’estate:

risentirò gioire,

l’orecchio sul tuo cuore,

le pulsazioni profonde

di una vita certa,

rivivrò i giorni compiuti,

la bellezza immemore

di nascita e morte.

Presto sarà ottobre:

senti la musica

del vento che trascina

come foglie

le ultime ore d’estate,

lampi di sole,

attimi,

toni che precipitano

verso profondità

dove tutto si consuma.

Così, dopo la pace,

verranno grandi attese,

nebbie,

i semi cullati

nel grembo della terra,

come i sogni nel cuore.

Non rimarrai che te,

la tua vita certa,

la clessidra del tuo cuore

che un semplice moto

basta a rigirare.

E il tempo riprenderà,

più forte.

.

Fulvio Di Lieto

da “SOLTANTO IL CUORE”.

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2017

Anno XXII n. 9

Settembre 2017

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Giovanni Colazza – BARRIERE

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Le indicazioni che ci giungono da quella altissima figura spirituale che fu Giovanni Colazza costituiscono un dono prezioso per tutti i praticanti interiori che sono coraggiosamente impegnati nell’Ascesi Solare della Via del Pensiero.

Nella povertà terminologica e nello stile scarno, essenziale, intenzionalmente asciutto dei suoi scritti, l’operatore accorto può ravvisare il rigore ascetico e l’adamantinità dell’Iniziato.

Dal I dei tre volumi di Ur – Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, vogliamo riportare il primo dei sui scritti, firmati con l’eteronimo di Leo.

BARRIERE

LEO

Il primo movimento dell’uomo che cerca se stesso deve essere quello di spezzare la propria immagine abituale. Soltanto allora egli potrà cominciare a dire Io, quando alla parola magica corrisponda l’immaginazione interiore di un sentirsi senza limiti di spazio, di età e di potenza.

Gli uomini devono raggiungere il senso della realtà di se stessi. Per ora essi non fanno che limitarsi e stroncarsi, sentendosi diversi e più piccoli di quello che sono; ogni loro pensiero, ogni loro atto è una barra di più alla loro prigione, un velo di più alla loro visione, una negazione della loro potenza. Si chiudono nei limiti del loro corpo, si attaccano alla terra che li porta: è come se un’aquila si immaginasse serpente e strisciasse al suolo ignorando le sue ali.

E non solo l’uomo ignora, deforma, rinnega se stesso, ma ripete il mito di Medusa e impietra tutto quello che lo circonda; osserva e calcola la natura in peso e misura; limita la via attorno a lui in piccole leggi, supera i misteri con le piccole ipotesi; fissa l’universo in una unità statica, e si pone alla periferia del mondo timidamente, umilmente, come una secrezione accidentale, senza potenza e senza speranza.

* * *

L’uomo è il centro dell’universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il più semplice mutamento della sua coscienza.

I limiti del suo corpo non sono che illusione; non è solo alla terra che si appoggia, ma si continua attraverso la terra e negli spazî cosmici. Sia che muova il suo pensiero o muova le sue braccia, è tutto un mondo che si muove con lui; sono mille forze misteriose che si lanciano verso di lui con un gesto creativo, e tutti i suoi atti quotidiani non sono che la caricatura di quello che fluisce a lui divinamente.

Così pure deve volgersi intorno e liberare dall’impietramento ciò che lo circonda. Prima di saperlo, dovrà immaginare che nella terra, nelle acque, nell’aria e nel fuoco vi sono forze che sanno di essere, e che le così dette forze naturali non sono che modalità della nostra sostanza proiettate al di fuori. Non è la terra che fa vivere la pianta ma forze nella pianta che strappano alla terra elementi per la propria vita. Nel senso della bellezza delle cose deve innestarsi il senso del mistero delle cose come una realtà ancora oscura ma presentita. Poiché non soltanto quel che possiamo vedere e conoscere deve agire in noi; ma anche l’ignoto coraggiosamente affermato e sentito nella sua forza.

* * *

E’ opportuno far notare la necessità di una speciale attitudine di fronte a questo punto di vista come a qualsiasi altro dell’esoterismo. Si tratta di inaugurare ciò che poi servirà tanto spesso nella vita dello sviluppo spirituale, un modo di possedere un concetto che non è soltanto comprendere o ricordare. Bisogna RITMIZZARE; vale a dire, presentare alla propria coscienza, che afferra con un’attitudine volitiva, lo stesso concetto periodicamente e ritmicamente (1); e non solo come pensiero ma anche come sentimento. La contemplazione del proprio essere e del mondo nel modo che è stato sopra enunciato suscita un senso di grandezza e di potenza: bisogna trattenere in noi questo senso in modo da farci compenetrare da esso intensamente.

Così potremo stabilire un rapporto realizzativo con questa nuova visione, la quale dapprima si verserà nell’incosciente finché dopo un certo tempo verrà ad inquadrarsi in modo sempre più definito nel sentimento di cui abbiamo parlato; si presenterà allora una nuova condizione in cui ciò che prima era concetto potrà divenire presenza di una forza e si raggiungerà così uno stato di liberazione su cui sarà possibile edificare una nuova vita.

Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano.

_________________________________________________________________________

(1) Questo punto fondamentale, di far scendere mediante il ritmo nel proprio ente corporeo una conoscenza fino a incidervela, può chiarire il perché di tante ripetizioni, concettualmente inutili, dei discorsi del Buddha, come anche di quelle che si incontrano in preghiere ed invocazioni magiche e così via via siano al razionale impiego di pratiche respiratorie dell’hatha-yoga. [N. d. U.]

RAGIONE E RELIGIONE

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Ciò che credevo fosse per me (in me) attinente alla religione viveva già prima di incontrare la Chiesa, cercai persino di con-fonderlo con essa. Dico sul serio. Da giovanissimo andavo alla compieta e recitavo tutto il rosario; entravo nelle chiese ombreggiate e semi deserte a pregare. Mi comunicavo a digiuno la domenica mattina, ma non credo fosse una colpa se nei raggi della luce e nell’aria il mio cuore incontrava immediatamente il mistero che era nostalgia per la mia anima.

Solo poi (anni dopo), in un drammatico confronto intimo, arrivai ad una scelta radicale nella quale non trovò più posto la via (e le lusinghe) che la Chiesa poteva offrire.

Con questa piccola confessione personale desidero convincere i lettori nostri che non porto alcun risentimento verso la religione tanto che le successive riflessioni appartengono ad una richiesta che mi fu commissionata da un amico sacerdote, il quale mi aveva chiesto qualche riga che riguardasse ragione e religione che per opinione comune sono sempre in dissidio.

Perdonerete le mie riflessioni se vi ricordo che mi trovavo con “anima e corpo” nel mio periodo magico-rituale! Poiché avevo diversi amici sacerdoti, mi scandalizzava il modernismo di quelli che gettavano via il Breviario e, con esso, tutte le cose che ritenevano superate e superflue: il “nuovo corso” della Chiesa…

Per cui, di occulto-palese, nelle mie righe, vi era solo una critica al modo di vedere dei nuovi sacerdoti, seppure limitata nell’uso dei termini (altrimenti avrebbero gettato la paginetta nella spazzatura e amen).Si vede inoltre come allora non avevo ancora affrontato il tema del pensiero e della sua priorità nella coscienza e nella conoscenza: ero solo un giovane, velleitario occultista.

§

Le forme e i sistemi religiosi divengono caduchi e corrotti e devono essere distrutti, altrimenti perdono completamente il loro significato profondo: diventando oscuri nella conoscenza e nocivi nella pratica.

A suo modo la ragione ha sostenuto una partecipazione importante nella storia religiosa, facendo crollare ciò che non reggeva e rifiutando le aberrazioni derivate.

Ma nel suo sforzo per sbarazzarsi da ignoranza e superstizione che si sono posate sulle forme e sui simboli religiosi, la ragione intellettuale, non illuminata dalla conoscenza spirituale, non soltanto tende a negare ma, per quanto le è possibile, a distruggere le verità e le esperienze che esse contenevano.

Le riforme che attribuiscono una superiore importanza alla ragione, austeramente virate al negativo, protestanti su ogni cosa, creano nuove regole religiose prive di ricchezza spirituale e di pienezza di emozione. Esse non sono ricche di contenuto: la loro forma ed il loro spirito risultano impoveriti, spogli e freddi.

Inoltre non sono davvero razionali, perché non vivono in virtù del loro ragionamento, che allo spirito razionale appaiono tanto irrazionali quanto quelli dei credi che hanno sostituito, e ancor meno vivono grazie alle loro negazioni, bensì della quantità di fede e fervore dei nuovi devoti.

La fede ed il fervore sono sovrarazionali nell’insieme del loro scopo e contengono certamente pure taluni elementi infrarazionali.

Se tali correnti rinnovate possono sembrare alla mentalità comune meno grossolane di quelle con il loro credo meno interrogativo e critico, ciò avviene spesso perché si avventurano più timidamente o evitano il dominio dell’esperienza sovrarazionale.

C’è poco da fare: nel suo aspetto religioso, la vita degli istinti e degli impulsi non può essere purificata in modo soddisfacente dalla ragione: può esserlo piuttosto mediante una sublimazione che li eleva fino alle illuminazioni dello Spirito.

La linea naturale dello sviluppo religioso procede sempre per illuminazione e le riforme religiose sono più efficaci quando illuminano a nuovo le forme antiche, anziché distruggerle. Quando le sostituzioni avvengono per maggior pienezza di contenuto piuttosto che per maggiore povertà e, in ogni caso, quando purificano il campo con un’illuminazione sovrarazionale, non certo con “chiarimenti” razionali.

Una religione puramente razionale non può essere che un arido deismo e da tali tentativi non si è mai riusciti ad ottenere vita e permanenza: perché essi agiscono contrariamente alla legge naturale e alla legge spirituale: al dharma della religione (Ho riscritto “dharma” al posto di due righe complicate).

Se la ragione viene chiamata a svolgere una parte decisiva, deve essere una ragione che principia dall’intuizione, mai disgiunta dalla visione interiore e dall’intensità spirituale.

Mai si dovrebbe dimenticare che l’infrarazionale ha pure in se verità segrete che non appartengono al dominio della ragione né dipendono dal suo giudizio.

Il cuore ha la sua conoscenza, la vita ha il proprio spirito e divinazioni, irruenze e incendi di energia segreta, di aspirazione e di slancio: che solo lo sguardo dell’intuizione può sondare e che solo il verbo ed il simbolo possono configurare ed esprimere.

Sradicare tali cose dalla religione o purgarla di ogni elemento della sua pienezza col pretesto che il tempo è trascorso, che le forme sono poco moderne o oscure, senza il potere di illuminarle dall’intimo (senza la pazienza di attendere la loro maturazione dentro noi stessi) o senza la capacità di sostituirle con simboli più luminosi, non significa purificare ma solo impoverire.

Tuttavia non è necessario che le relazioni tra spirito e ragione siano ostili o prive di qualsiasi contatto, come spesso accade in pratica.

La religione non è tenuta ad adottare come principio la formula: “Credo perché è impossibile” o quella di Pascal: “Credo perché è assurdo”.

Ciò che è impossibile o assurdo per la religione sola e priva d’aiuto, diventa reale e possibile per la ragione che si eleva oltre il proprio limite mediante il potere dello spirito e viene irradiata dalla sua luce.

Allora essa è dominata dalla coscienza intuitiva, che è il modo umano di raggiungere un’altezza di conoscenza più alta. La spiritualità che scende dall’intuizione non esclude né scoraggia alcuna attività o facoltà umana, ma opera piuttosto per innalzarle tutte fuori dalla loro imperfezione e dalla loro brancolante cecità. Con il suo tocco le trasforma e le promuove a strumenti della luce, della forza e della gioia di Dio, sino alla natura che lo manifesta sino al nostro sguardo.

CONTEMPLATIO MORTIS (di F. Giovi)

Il-Dio-dellUltima-Ora

Quando Ramana stava morendo di cancro, i suoi devoti gli chiesero di operare una guarigione su se stesso: «Perché fratelli? Questo corpo è sfatto, perché aggrapparsi ad esso? Perché costringerlo a durare?» rispose Ramana. Al che, essi implorarono: «Maestro, ti preghiamo di non lasciarci». Guardandoli come si guardano dei figli, Ramana rispose: «Lasciarvi? E dove sarebbe il luogo dove vado?». Giovedí 15 aprile 1950, un medico portò a Ramana un sedativo per alleviargli la congestione ai polmoni, ma lui rifiutò. «Non è necessario, tutto accadrà come deve entro due giorni». Al tramonto del giorno successivo, Ramana chiese a quelli che lo assistevano di aiutarlo a mettersi seduto. Essi sapevano che ogni movimento o anche solo toccarlo era per lui doloroso, ma egli disse loro di non preoccuparsi e rimase seduto. Un dottore fece per somministrarli l’ossigeno, ma Ramana lo allontanò con un piccolo gesto. Improvvisamente, un gruppo di devoti seduti all’esterno della veranda cominciò a cantare Arunachala Shiva. Udendo il suo canto preferito Ramana aprí gli occhi che brillarono, sorrise con indescri- vibile dolcezza, lacrime di benedizione gli scesero lungo le guance. Ancora un respiro profondo e poi niente piú. Non ci fu lotta, non ci fu spasimo, nessun segno di morte, soltanto il respiro successivo non venne.

La paura della morte sorge nell’anima dell’uomo moderno dal momento in cui egli si estroflette con il suo essere verso il mondo sensibile, dal quale trae la forza per sviluppare una precisa ed intensa chiarezza di pensiero ed enucleare un senso di sé mai prima raggiunto. Dall’osservazione del mondo esterno egli però non raccoglie conoscenza per la sua anima, anzi essa sembra sparire al suo sguardo. Perdendo l’anima, ciò che rimane indubitabilmente è il corpo. Corpo sensibile che il mistero della morte pare rendere evidente come qualcosa che si decompone e si disgrega. Incollato tenacemente ai fenomeni del mondo che gli paiono fatti e finiti, e incapace di cogliersi quale attore o soggetto del percepirli, l’uomo crede di vedere soltanto una natura indifferente che distruggerà il suo essere riassorbendolo nel ciclo delle proprie leggi. Una simile visione, radicatasi nel sentimento e costantemente affermata dalla cultura generale, ha suscitato la paura della morte e, in tempi piú recenti, persino la rimozione: ossia la paura della paura. In epoche moderatamente piú antiche il terrore dell’annichilimento non esisteva.

Intendiamoci: l’evento della morte, da quando essa esiste per l’uomo, non è mai stata una semplice passeggiata (ora sono qui, poi faccio due passi e sono dall’altra parte) e frasi come “La morte non esiste!” appartengono alle idilliache fantasie (tutte latte e miele) di una certa teosofia moderna. Però un tempo l’uomo sognava da sveglio. Cosa sognava? Sognava obiettivamente la propria anima e le azioni dello Spirito che in essa si contessevano. Se egli meditava, o pregava, il suo sognare diveniva piú reale del mondo sensibile (questo a volte spariva del tutto), si estendeva, e con una certa facilità incontrava esseri e mondi assai concreti seppure privi di sostanze fisico-minerali, riconoscibili poiché già conosciuti prima della nascita (non a caso Rudolf Steiner enuncia un concetto enormemente importante che chiama innatalità). Perciò la morte, del resto ben presente e familiare nell’ordinario divenire della vita sociale, era piuttosto considerata come un importante gradino di maturazione e di trasformazione: per i piú semplici accettabile e accettata, per gli asceti un incontro proficuo.

In tempi non proprio remoti l’Oriente usava drastiche tecniche immaginative per liberare il discepolo dai timori legati alla morte e alla dissoluzione del corpo. Il discepolo veniva condotto, nelle piú oscure ore della notte, in isolati e lugubri luoghi cimiteriali o naturalmente orridi. Poi, seduto in silenzio, doveva evocare immagini spaventose, di demoni che lo assalivano, che squarciavano il suo corpo e lo divoravano finché di esso non rimanevano che sparse ossa. Alexandra David-Neel racconta che qualcuno, travolto dalla paura, non usciva vivo dalla prova!

Ma anche l’Occidente rispondeva all’appello. Nella Formula honestae vitae di Bernardo da Chiaravalle si leggono queste indicazioni: “…Quomodo nutat caput, cadunt brachia, rigent crura, jacent tibiae: quomodo induantur, consuantur, deferantur humanda. Quomodo componantur in tumulo, quomodo pulvere contegantur, quomodo vorentur a vermibus, quomodo quasi saccus putrefactus consumantur. Summaque tibi sit philosophia, meditatio mortis assidua. Hanc ubicumque fueris, et quocunque perrexe- ris, tecum porta, et in aeternum non peccabis.”

Per onestà d’inventario non va dimenticata la medioevale Ars moriendi, che appare lungo un asse di tempo che va dal basso medioevo e giunge sino al ’600 o ai primi del ’700 con oltre 300 testi documentali. In sintesi essa segue tre modalità. La prima consiste nella coltivazione di cinque virtú: fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità. In questo caso il morente viene portato in cielo dagli angeli. La seconda è costituita da preghiere e meditazioni sulla morte recitate da coloro che assistono il morente. La terza è un compendio di citazioni bibliche che commentano la morte a edificazione dei vivi e dei morti. Sull’Ars moriendi, salvo i casi contrari, aleggia una certa leziosità formale (a ben guardare già espressa nel suo nome) ed uno scarso contenuto sostanziale somigliante alle gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” per cui solo i tradizionalisti stravedono in bellezza e significati.

Piú austero e… lapidario l’uso del memento mori, non per nulla coniato dallo spirito latino e successivamente adottato dai monaci trappisti, che assume due significati: il primo consiste nell’accettazione consapevole della morte; il secondo nell’abitudine a considerare i valori mondani e gli appetiti relativi come vuoti e transitori. Anche il buddhismo possiede una formula analoga con il marana sati (consapevolezza della morte), in cui la tecnica consiste nella ripetizione di “marana vavissati” che significa “arriverà la morte”.

La necessità della contemplatio mortis non appartiene solo all’antico, ma appare qua e là sino ai giorni nostri. Miguel Unamuno avverte con forza la tragica, insopportabile incongruità dell’esser vivi, attivi e coscienti per poi non essere, e scrive: «Pensa al lento tuo disfacimento: la luce si spegne e piú non danno suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, di sotto i piedi scivola via il terreno, svaniscono come in deliquio i ricordi, tutto va a dissolversi nel nulla e neppure rimane la coscienza del nulla. …È un confrontarsi faccia a faccia con lo sguardo della Sfinge: è cosí che si spezza il suo incantesimo». Si può intravvedere nell’ultima frase che Unamuno, gran lottatore, presagisce un atto, coraggioso e profondo, che possa spezzare il limite dell’inevitabile (che forse è un potente incantesimo). Negli stessi anni un altro uomo assai diverso per età, carattere e cultura, Carlo Michelstaedter, presagisce l’incombenza della morte, ma anche intuisce lo svincolamento radicale dalla “rettorica” del dato, del compiuto, e con ciò il superamento della morte (pur essa rettoricamente data) attraverso il compimento di una dolorosa, ineffabile ascesi verso un nuovo tipo d’uomo: il “persuaso”.

Anche l’immersione nell’esperienza della morte di congiunti o sconosciuti è capace di insegnare molto. Non avete forse notato come il dolore della perdita di una persona amata regala ai sopravvissuti un respiro di spiritualità forse mai prima presentatosi all’anima? E la vita tra malati terminali riserva spesso grandi sorprese. Ne fu testimone Roger Godel (Essais sur l’expérience libératrice) durante il suo soggiorno medico tra moribondi in Egitto negli anni Trenta del secolo trascorso. Ne rende testimonianza recentissima la dottoressa Marie de Hennezel che, senza preconcetti metafisici, lavora da anni nelle unità di cure palliative a Parigi. Tali settori, fortemente sostenuti da François Mitterand, aiutano i malati terminali a riconciliarsi con l’evento inevitabile. Estraggo da lui, ormai presciente della propria fine, alcune considerazioni. «…Mi accompagnarono al capezzale dei moribondi. Qual era il segreto della loro serenità? Dove attingevano la tranquillità dei loro sguardi? …Spesso chiedevo a Marie della trasformazione profonda che lei stessa osservava in alcuni pazienti alle soglie della morte. Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Scoprono la libertà di aderire a se stessi. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di essere noi stessi. Il mistero di esistere e morire non è affatto chiarito, ma è pienamente vissuto. È questo l’insegnamento: la morte può far sí che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’uomo una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove?».
È interessante notare come in Mitterand, uomo laico e spregiudicato, per molti anni dedito al massimo potere politico e agli intrighi di corte, il contatto con la morte risvegli nell’anima le forze corrispondenti a quanto mostra di intendere con quelle parole. Questa impressione non pare astratta, perché la morte insegna davvero molto quando la coscienza, limpida e disciplinata, non venga trascinata in fantasie gotico-romantiche o nelle pessime trame di pessimi film (con ciò non dico di evitare un’affascinante stagione artistico-letteraria e persino il “macabro” spesso presente nei prodotti della Decima Musa. I divieti spiritualistici spesso sono risibili e ridicoli, perché ad essere radicali allora andrebbe vietata l’intera esperienza sensibile in quanto dualistica…) e qualche tipologia interiore potrebbe persino trarre ottimi spunti dai confusionari insegnamenti tolteco-stregoneschi di don Juan: «La cosa da fare quando sei impaziente è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di una enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lí che ti sorveglia. …La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, vòltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: “Non ti ho ancora toccato!”. …Si deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli».

Ci sarebbe anche molto, troppo da dire circa le NDE (near-death experiences) o esperienze di pre-morte che, per l’appunto, non sono meditazioni ed esercizi ma esperienze dirette. Diversi studiosi hanno svolto lunghe e approfondite indagini sulle NDE, come Frank e Potzel, ma la grande risonanza mediatica è stata suscitata dal lavoro del prof. Raymond A. Moody dopo l’uscita del suo primo libro La Vita Oltre la Vita, tuttora facilmente reperibile nelle librerie. Sulla sua strada diversi altri medici hanno continuato la ricerca, persino specializzandosi nelle sotto-categorie del fenomeno. L’esperienza piú completa si configura in otto stadi successivi: la sensazione della morte, il senso di pace e l’assenza del dolore, il tunnel, gli esseri luminosi, l’incontro con il supremo essere di luce, la visione panoramica dell’intera vita, l’ascesa al cielo e la riluttanza a tornare in vita. Ma tutto ciò, con quanto è stato pubblicato da Moody e dai suoi epigoni, può venir approfondito fuori da questa nota. Credo invece che valga sottolineare la vastità del fenomeno che è assai piú comune di quanto si possa immaginare e come questo venga artatamente occultato da moltissimi medici. Sono molti i pazienti che, raccontata la loro esperienza al personale sanitario, vengono autoritariamente invitati a tacerla e dimenticarla, anche con l’aiuto di sostanze chimiche. Risulta inoltre che nelle linee direttive di diverse entità ospedaliere, le NDE sono valutate alla stregua di sintomi patologici da curare.

Nella Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente una forma nuova di contemplazione della morte è spesso presente, anche prescindendo dai molti Cicli di conferenze specifiche. Non è una tematica svolta in maniera angosciante o malsana, ma ad un livello conoscitivo impersonale: «La morte stessa ha per sola causa un mutamento nel rapporto degli arti dell’entità umana». L’impersonalità conoscitiva che parla a te di te, venendo riprodotta in te al suo proprio livello, trasporta il tuo essere ad un momento di superiore consapevolezza ove il pensare inizia ad essere qualcosa che porta in sé una entità cosmica. Da questo privilegiato punto d’osservazione ti senti connesso agli eventi dell’universo e avverti, in serena ampiezza, come l’umano episodio della morte si armonizza in seno a questi. Con questa chiara e persino gioiosa impressione acquisti una nuova forza e speranza per la tua vita e per il mondo a cui sei legato da viventi azioni dello Spirito. È la tua stessa anima a suggerirti l’immagine della trasformazione, organicamente vera per l’uomo, il pensiero e il bruco. L’inganno arimanico-scientista che, con amplificato schiamazzo, offende la tua coscienza pensante con le ottuse immagini di un tutto che meccanicamente reciso diventa il nulla, puoi persino vederlo, livido e rancoroso, allontanarsi dalla tua anima. A tutto ciò non può non connettersi l’idea del ritorno (karma): essa è vertigine d’altezza, il cuore sente un illimitato dilatarsi dell’orizzonte; ti responsabilizza sub specie aeternitatis. Il significato della tua vita si scioglie dalla falsa banalità del caso, del contingente – le azioni e le cose acquistano luce e gravità morale – e si infiamma di speranza e d’audacia sacra perché presagisci una vita e un senso che sono cosmici.

Nello specifico dell’Opera di Rudolf Steiner esiste una contemplatio mortis vissuta come un gradino conoscitivo del vero Io dell’uomo. Sto parlando della prima meditazione che trovate in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni. I pensieri suggeriti da Steiner in tale meditazione si correlano in maniera rigorosa e severa e possono «far sperimentare interiormente tutto l’orrore del pensiero della morte, senza che a questa impressione si mescolino i sentimenti puramente personali che abitualmente sono connessi nell’anima con quel pensiero». Permettetemi di disegnare una traccia della meditazione proposta: solo una traccia che non vuole essere né una sintesi né tantomeno un riassunto. Il corpo fisico è qualcosa che io ho, non è una cosa che io sono. Il mio corpo, attraverso cui vedo, ascolto, tocco, mi esprimo ecc., in un giorno qualsiasi sarà perduto: il mondo lo distruggerà. Ma il modo in cui il mondo esterno tratterà il mio corpo (il mio cadavere) non cambia. Sarà il medesimo con il quale ora tratta il mio corpo vivo. Tuttavia io sono e vivo in questo corpo che, di fatto, appartiene al mondo: io vivo in un corpo a me esterno poiché appartiene al mondo che mi è esterno. Se la meditazione viene vissuta dal discepolo sino a quella condizione in cui il pensiero dialettico si consuma, la sua anima scopre una sensazione di estraneità rispetto al corpo fisico. Avverte che il corpo le è sostanzialmente estraneo, esterno, come qualsiasi altra cosa presente nel mondo esteriore.

Questo primo gradino meditativo prepara l’anima al passo successivo, ma determina anche effetti suoi propri. Uno di questi, ad esempio, è avvertire il nostro corpo come uno strumento usato o guidato da un principio volitivo che lo muove e lo usa.

Ancora uno sguardo. Il nostro esercizio regale, perché contiene proprio tutto, ossia la Concentrazione, è estraneo al tema di questa nota? Non direi proprio: da un certo punto di vista la Concentrazione è assai piú che una meditazione sulla morte. È un’immersione nella morte; attraverso essa ci rechiamo al punto zero dell’esistenza personale e oltre. Non sto dicendo parole: oltre alle esperienze interne all’esercizio in sé, che ognuno può fare, sono inevitabilmente possibili anche esperienze “collaterali” come, ad esempio, questa: si avverte qualcosa che non si conosce, che però viene dall’interno come vero contenuto spirituale che, se non si pasticcia, si palesa, ma sulle prime sembra irriferibile a quanto si conosce. I “contenuti interiori”, quando sono veri, saranno pure sottili, ma sono anche forti: lasciano una traccia nell’anima che spesso, giorni dopo, risuona ancora come un debole diapason. Si entra nel Silenzio, si afferra il diapason per la coda e si attende con molta dolcezza: riesce oppure no. Se riesce, l’immagine si alza nel campo visivo della coscienza ed è come se si alzasse la luna e la luce lunare nella notte. Lo sperimentatore trova cosí, in un punto della Concentrazione, la medesima esperienza descritta da Rudolf Steiner quando il discepolo si abbandona all’impressione interiore che può sorgere (obiettivamente!) nella ripetuta immersione meditativa rivolta ai fenomeni dell’appassimento e della morte.

Rivediamo per un momento la situazione dell’operatore. Egli non nega il corpo, la psiche, ecc. rivolgendosi al pensiero “io non sono questo o quest’altro”, ma indirizza tutta l’attenzione verso una direzione inusuale (per trovare il sé si vuole in un assoluto “altro da sé”) e nel far ciò abbandona con dedita indifferenza corpo, sentimenti, ricordi, volizioni, pensieri, il proprio soggetto comune, il mondo dei sensi: insomma tutto cade “come corpo morto cade”. Questo da un lato, mentre l’oggetto verso cui l’operatore conduce la quintessenza della sua potenza percettiva – l’immagine del chiodo, del turacciolo, del bicchiere ecc. – è, a tutti gli effetti, l’unica cosa morta che esiste in un universo vivente in molti modi. L’immagine del chiodo non è il nulla: è soltanto una delle infinite forme (simboli) della morte del pensiero. Perciò il vero asceta contemporaneo, per frazioni di ora giornaliere, muore al mondo e a se stesso per contemplare ciò che è morto. Per fare questo occorre mettere in campo tutta la forza che non si sa di possedere e che, in un certo senso, non si possiede, poiché è inavvertibile e dunque inavvertita. La Forza che non viene avvertita è la Presenza dello Spirito. Esso è ciò che conduce l’acme della Concentrazione e anche l’eroismo per ritentarla sempre: l’uomo, nell’accezione comune, non potrebbe contemplare, lui vivo, la morte. Altrimenti una simile operazione, basta il buonsenso per capirlo, sarebbe una vana e folle presunzione inattuabile. Ciò spiega tante cose: l’avversione e la paura per la Concentrazione, la scarsità di operatori veri, l’abbondanza di ascoltatori e lettori ecc., ed è anche un punto di osservazione forte per avvertire come possano essere necessari alcuni provvedimenti che, a svariati livelli, conducano il discepolo ad un’opera di trasformazione e riedificazione dei veicoli costitutivi – alludo alla pratica dei cinque esercizi – per non danneggiare o distruggere la propria entità umana quando lo Spirito scende ed infrange vittorioso “il volto di Medusa”. Fu per queste mancanze che il citato Michelstaedter pagò con la vita la sua possente intuizione.

Franco Giovi

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2008/ago08/