CRISTO SALVEZZA DELL’UOMO

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(Per informazioni sul programma: mara.maccari@libero.it cell. 338.3878657)

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L’iniziativa dell’artista Mara Maccari è un bel tentativo di aprire un fiore d’Arte e Conoscenza in un tempo e in un panorama troppo avvolto da nebbie scure. Insomma essa accende una luce che non dovrebbe venir perduta e (sappiamo che) non andrà perduta. Le attività rivolte allo Spirito entrano benefiche nel mare animico in cui tutti ci troviamo e tutti ne beneficiamo poiché non sono limitate da spazio e tempo ma irraggiano con forza. Medicine quanto mai necessarie.

Ecoantroposophia

 

UN INCONTRO SINGOLARE, E UN COLLOQUIO STRAORDINARIO: OVVERO LE MERAVIGLIE DEL CALLIDO “INSINUANTE”

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Possiamo dire – per quanto paradossale ciò possa apparire – almeno da un certo punto di vista, che per molti sicuramente risulterà alquanto inconsueto, che viviamo in un’epoca veramente meravigliosa, nella quale non vi sarà affatto modo di annoiarsi. Perlomeno, sarà così per i “vispi” e gli “svegli”. Epoca formidabile davvero, a giudizio del mio terribilissimo amico C., asceta d’altra dottrina, dalle idee estremamente chiare su come funziona questo sempre più immondo mondo: epoca davvero formidabile soprattutto per pendagli da forca, farabutti e gaglioffi di varie risme.  

Il mio amico C., in particolare, esaminando la vasta covata, sedicente esoterica, che popola, e spopola, la nostra bella Terra d’Ausonia, cara agli Dèi, esprimendosi in maniera caustica e piuttosto cruda, nell’alludere al loro infimo livello mentale e morale, epìteta in maniera impietosa i molti imbonitori che, nella irrealtà virtuale della “rete” e nel cosiddetto mondo reale, si fanno aspra concorrenza – ma che, all’occasione, realizzano anche una sorta di concorde alleanza – e li chiama «volgari mercanti di birra e venditori di trippa». Si potrebbe parlare, a proposito di cotesti squallidi figuri, a giusta ragione, di una autentica concordia discors : un po’ come i famosi “ladri di Pisa”, i quali di giorno leticano, e la notte vanno a rubare insieme.

I più spregiudicati tra loro – spregiudicati, naturalmente, in senso morale, e non in senso conoscitivo, come sarebbe invece auspicabile che accadesse – veri “mercanti dell’occulto”, il mio amico C. li qualifica col colorito termine di «comancheros che vendono i winchesters agl’indiani mescaleros fuggiti dalle riserve», oppure li tratta da «desperados, bandidos, bandoleros della Sonora», ossia, nella fattispecie, non li tratta esattamente da poetici e romantici banditi-gentiluomini, alla Robin Hood e alla Little John, tanto per intenderci, bensì come spietati tagliagole: naturalmente, il tutto traslato nel peculiare campo spirituale ed esoterico, che c’interessa, dove è accaduto e tuttora accade davvero di tutto.   

Vi sono, poi, – invero pochi, ma molto più raffinati, e sicuramente anche ben più pericolosi – coloro che amano fare le “eminenze grigie”, i “grandi pupari”, ovverossia quegli abili manipolatori, dall’indubbia callida “intelligenza” – loro si reputano intelligentissimi, e reputano gli altri “insinuanti”, collaboranti con loro, perlopiù idioti: utili o meno, ma per loro, comunque, idioti – operanti di preferenza “dietro le quinte”. “Eminenze grigie” e “pupari”, i quali non si fanno scrupolo veruno a mentire, a sottilmente diffamare (magari pure con apparenze laudative), a manipolare e ad usare qualsivoglia individuo, che sia scientemente complice o meno, e, alla bisogna, qualsiasi mezzo – sofisticato o brutale – per giungere alla realizzazione dei loro scopi: per lo più inconfessati e inconfessabili. Normalmente, per attuare i suddetti inconfessabili fini, essi si servono, di volta in volta, di adeguata “manovalanza”, magari eventualmente da sacrificare, poi, a lavoro sporco compiuto. Un po’ come quegli ufficiali inglesi – rigorosamente di estrazione aristocratica, ci mancherebbe altro! – che, nel Settecento, da una parte, si riunivano in eleganti ed accoglienti club del New England, ove leggevano e discutevano delle opere filosofiche di Ralph Cudworth, o declamavano le poesie di Samuel T. Coleridge, bevendo tea al gelsomino, o scotch whisky, sapientemente invecchiato, mentre, dall’altra, inviavano gl’indiani Irochesi, o quelli di altre tribù disponibili, a fare il “lavoro sporco”: massacrare e scotennare i coloni francesi e i ribelli americani.  

Queste sono, grosso modo, le tre “tipologie” di quelli che definisco “insinuanti”, come appunto venivano chiamati nelle società segrete del Settecento coloro che s’infiltravano in ambienti esoterici vari. “Insinuanti” che nel caso dell’esoterismo della Terra d’Ausonia in generale, e della Scienza dello Spirito in particolare, rappresentano una parte – certamente non disinteressata, e soprattutto non leale – dei frequentatori, sovente sotto mentite spoglie, degli ambienti spiritualistici: “scaligeropolitani” compresi. La superficialità, la negligente approssimazione di molti tra questi ultimi apre una agile porta agli “insinuanti”, e se qualche lupaccio cattivissimo intende “svegliare” i tramortiti e poco consapevoli “insinuati”, costui fa pure la parte del fastidioso rompiscatolone,  importuno e malsopportato, e spesso costui viene eziandio diffamato, bollato e infamato come “antropoinquisitore”. Experto crede Ruperto

Negli ambienti spiritualisti, invero, si incontrano anche tante brave persone, dal cuore puro, sincere, e talvolta d’animo semplice, le quali si dedicano con entusiasmo e dedizione a ricercare e a coltivare con amore quella Conoscenza spirituale, alla quale la loro anima, con tanto ardore, anela. Queste brave persone sono spesso l’oggetto, ossia sono le vittime predestinate, dell’azione “spregiudicata”  – “spregiudicata”, ripeto, in senso morale, e non nell’auspicabile senso conoscitivo – dei rappresentanti delle sunnominate tre tipologie di volgari o raffinati gaglioffi: azione “interessata”, e cinicamente “spregiudicata”. Quelle anime semplici sono, appunto, il target, l’oggetto, l’obbiettivo, le vittime “preferenziali” degli spregiudicati “insinuanti”, dei quali qui si discorre.  

Tutti costoro – “mercanti di birra”, “comancheros”, e intelligentissimi “pupari” –  peraltro sanno bene, essendocisi talvolta scontrati duramente, che vi sono a giro anche altre persone, purtroppo per i suddetti mestatori, “sveglie” e niente affatto “idiote”, le quali s’ingegnano, come possono, a disvelare i loro perversi piani, e si sforzano eziandio, con l’aiuto dei Numi, di farli fallire: come è giusto che sia. Cotali individui – che ai sapienti piani degl’intelligentissimi “pupari” mettono più bastoni possibili tra le ruote – sono, oltre che “vispi” e “svegli”, anche risoluti e molto pericolosi, conciosiacosaché per i suddetti “pupari” ed “eminenze grigie” è assolutamente necessario eliminarli con ogni mezzo: anche mediante quelli più sporchi e turpi. Sempre la solita storia: insulti, calunnie, e minacce legali o perfino fisiche. Vi è stato pure chi con chi qui scrive ci ha provato con “male e oscure magiche arti ” – cercando d’isforzar Cocito e Flegetonte, come direbbe Torquato Tasso – a spedirlo anzitempo nell’Ade, ma questa non è cosa poi così facile, e quel sozzo figuro ci si è pure rotte le ossa: lui, e con lui i suoi sciocchi famuli e assecli.

Ma come si attua una tale interessata opera di “insinuazione” negli ambienti spiritualisti? Si attua con modalità diverse, ma tendenti tutte – agli occhi di chi abbia sguardo perspicace, e sappia non solo guardare, ma anche “vedere” – ad un medesimo, veramente esiziale, fine. Ma partiamo dalle forme più grossolane ed “esteriori”, e proprio per questo, per i “vispi” e gli “svegli” perlomeno, più facilmente individuabili. Ma, pur nella loro grossolanità, e brutalità, cotesti “mercanti di birra e venditori di trippa” e cotesti “comancheros” – sempre per usare l’espressione del mio ottimo amico C. – mietono vittime a migliaia.

Per esempio, vi è nella nostra bella Italia tutta una mala genia di loschi figuri, i quali sulla carta stampata e su vari siti e social network di internet fanno ogni sforzo per fagocitare l’insegnamento di Rudolf Steiner, di Giovanni Colazza, e di Massimo Scaligero, cercando di convincere i semplici e gl’ingenui sul fatto che l’insegnamento della Scienza dello Spirito non sarebbe altro – a loro dire, ovviamente, e malgrado, va da sé, le molte espressioni ironiche e feroci, orali e scritte, di Massimo Scaligero su certi “maestri” e le loro “vie” – che la migliore introduzione a certa “magia di potenza”, e soprattutto ad una forma trasgressiva di “magia sessuale” – secondo le problematiche ricette di Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, il Mago di Portici – da essi spacciata per “Alchìmia”. Costoro fanno scientemente un immondo zuppone, nel quale mescolano – senza minimamente preoccuparsi delle molte e clamorose contraddizioni che ne risultano – Steiner Gurdjieff ed Evola, Colazza Franz Bardon e Crowley, Scaligero Castaneda e Kremmerz, nonché quant’altro, via via, essi trovano utile e disponibile alla bisogna tra le Vie d’Oriente e d’Occidente, siano esse antiche o moderne. Nel caso della Scienza dello Spirito, e della Via del Pensiero, si tratta da parte loro di una vera e propria “appropriazione indebita”, di un vero e proprio, estremamente cinico, brutale “scippo”. Costoro offrono ai deboli e agli incerti, dalla labile e fiacca volontà, il fallace miraggio di quelle “vie della facile forza” e del “rapido conseguimento”, che facilmente seducono i pigri e gl’ingenui, mentre – come, esplicitamente ammonisce, più volte, con parole che più chiare non potrebbero essere, Massimo Scaligero – non vi è niente di meno facile e, salvo rarissime eccezioni, nulla di meno rapido.

Alcuni amici “vispi” ed io abbiamo potuto assistere, per esempio, con nostro notevole sconcerto, ad una “strana” politica editoriale, gestita nelle scelte, nei tempi, nelle modalità di pubblicazione, talvolta nella pesante alterazione dei testi, per noi sacri di Massimo Scaligero – che in passato chi scrive ha avuto anche modo di documentare su questo blog – cosa che ad uno sguardo poco scaltrito potrebbe apparire, dal punto di vista economico, come veramente “folle”, tanto più che una tale attività editoriale, almeno un tempo, prima di passare in mani più spregiudicatamente “commerciali”,  era andata avanti pionieristicamente col determinante sostegno di “amici fraterni” i quali, pur non navigando affatto nella agiatezza economica, per finanziare la pubblicazione delle opere di Massimo Scaligero, si levavano letteralmente il pane di bocca, rinunciavano alle vacanze, e via dicendo. Si potrebbe notare – parafrasando, a modo mio, quanto detto nell’Amleto shakespeariano – come in quella sua “follia editoriale”, vi sia molto metodo, sin troppo metodo, almeno per i miei personali gusti, per esser essa frutto della mera casualità, della improvvisazione, o della semplice incapacità o incompetenza.  Anni fa, feci notare, “fuori dai denti”, la cosa a “qualcuno”, il quale non gradì punto cotale mio esplicito rilievo. Al solito, i miei amici ed io siamo malpensanti, ma saremmo ben felici di sbagliarci alla grande, perché in tal caso noi potremmo ridere di noi stessi, e questo immondo mondo sarebbe migliore. E invece, pur desiderando sbagliarci, con nostro grandissimo disappunto, ci tocca aver ragione! 

Sono “vie” e metodi, che in passato ho avuto occasione di esaminare a fondo, e quindi pure di ben conoscere. A tale proposito, ho avuto modo, nel tempo, di fare varie esperienze, e raccogliere conoscenze davvero “interessanti”. Siccome ho sempre pensato che la conoscenza – anche di cose errate e pericolose – sia migliore della non conoscenza, e siccome ho sempre ritenuto che la verità sia di chi la cerca, e di chi la cerca talvolta soffrendo, lottando duramente, e, pagando di persona, la conquista, mi sono trovato talvolta, perlopiù invitato, ma anche “curioso”, ad andare a “bracare”, come si dice in Etruria, in vari ambienti. Lo facevo, col suo consenso, sin da quando, Massimo Scaligero era tra noi, e nei nostri incontri avevo modo d’informarlo di quanto, via via, venivo a scoprire, e ne discutevo poi direttamente con lui. Naturalmente – direbbe il mio ottimo amico C. – conoscere vie e frequentare gente non significa affatto automaticamente accettare e condividere. Con taluni rappresentanti di tali vie ho pure avuto furiosi litigi. Comunque si trattava di conoscenze di dottrine ed esperienze di ambienti fatte rigorosamente a rischio e pericolo mio personale, e non a rischio e pericolo di altri.

Anzi, si trattava di conoscenze ed esperienze ricercate, esaminate ed acquisite anche per risparmiarne ad altri amici, meno pugnaci e avvertiti,  la fatica e il pericolo. Non tutti, è chiaro, sono tenuti o devono fare tutto. E neppure è consigliabile a tutti il farlo. Tutt’altro. Il muoversi in taluni di quegli ambienti – per usare, ancora una volta, le metafore alla Tex Willer del mio ottimo amico C. – è come muoversi per le strade di Tucson, nel vecchio Far West americano: ci vuole gente sveglia, mano veloce, e dito sempre sul grilletto della colt. Il cercare e l’andare a “bracare” in vari ambienti – alcuni dei quali, è giusto riconoscerlo, erano corretti e composti di brave persone seguenti antiche vie tradizionali, ancorché, dal punto di vista radicale della Via del Pensiero, oramai superate; altri, invece, erano ambienti equivoci, e non poco pericolosi – si rivelò, poi, nel tempo molto fruttuoso, e addirittura provvidenziale, per una sorta di hegeliana “eterogenesi dei fini”, rispetto alla necessità di dipanare la ingarbugliata matassa dei retroscena, oscuri e inquietanti, che riguardano talune personalità e certi eventi che a vario titolo agirono, e agiscono tuttora – sotto mentite spoglie e con una maschera sul volto – interferendo pesantemente nei destini di quella che Massimo Scaligero chiamava la “Comunità Solare”. Personalità ed eventi, che un tempo – ero allora molto giovane, e fatalmente ignorante, ingenuo, fiducioso ed inesperto – trovavo enigmatici, ma che la suddetta lunga e pericolosa mia ricerca ha chiarito sin troppo crudamente di quale natura fossero. E quella pericolosa ricerca mi rivelò che non vi era per me che una unica maniera di giungere ad una tale cruda chiarificazione: sfidare il pericolo ed osare conoscere!

Ora, in uno di cotali ambienti, per esempio, vi fu chi mi disse che seguendo le trasgressive pratiche sessuali – mentitamente spacciate per Alchìmia – indicate da Giuliano Kremmerz a sue cerchie ristrette di discepoli – un qualsiasi praticante poteva, attraverso quella più che problematica “magia trasmutatoria”, in circa tre-quattro anni, trasformarsi niente-poco-di-meno-che in una Deità Ammonia! Ma certo: trasformiamo in poco tempo e con poca fatica – è l’espressione beffarda che si ritrova negli stessi scritti del Mago di Portici – “uno zotico coltivatore di rape in un angelo buono” o, appunto, “in una Deità Olimpica”! Beh, non starò a descrivere le tragedie, e i naufragi dei quali, come osservatore distaccato, ho avuto modo di essere testimone diretto, sia pure dall’esterno, rispetto a quel che avveniva in tali cerchie. Ma è proprio ad “introduzione” a consimili vie e metodi che “mercanti di birra” e “comancheros” vorrebbero ridurre l’aureo insegnamento di Massimo Scaligero e del Maestro dei Nuovi Tempi.

La malafede, che sta dietro ad una tale spregiudicata operazione – sempre agli occhi di chi sappia “vedere” – è patente, eppure in cotali panie cascano moltissimi, tant’è che quei figuri non si peritano minimamente nell’indire congressi e tavole rotonde – come, per es., hanno fatto più volte recentemente a proposito del Gruppo di UR – e non si risparmiano punto nell’affaticarsi andando a giro per l’Italia a fare conferenze su conferenze presso varie “librerie esoteriche”, nonché a fare corsi a pagamento sul “pensiero vivente” di Massimo Scaligero, sulla di lui “tradizione solare”, sforzandosi il più possibile di compromettere il pensiero del Maestro – e dei Maestri, ossia: Steiner, Colazza, Scaligero – con questioni e posizioni politiche, le quali con l’esoterismo autentico in generale, e la Scienza dello Spirito in particolare, nulla hanno e nulla devono avere a che fare. Su queste immonde manipolazioni, Massimo Scaligero – suo ex ore ipso de hoc saepe clariter audivi – era, a dir poco, feroce. E a taluni amici, che in cotali trappole sono caduti, egli avrebbe levato la pelle di dosso: come, del resto, gli vidi in più occasioni fare. E conosco persone – anche della mia città – che francamente non mi sarei mai aspettato che compiessero di tali clamorosi, e pericolosi, scivoloni.

Quelli del primo gruppo, sono perlopiù operatori appartenenti agli ambienti, particolarmente spregiudicati, dei “mercanti dell’occulto”, che per ragioni di marketing sovente riducono l’esoterismo allo sciropposo e stucchevole livello dell’americanissima New Age. Ma per quanto estremamente basso e grossolano sia il loro lacrimevole livello, purtuttavia hanno un notevole successo: soprattutto commerciale, e addirittura editoriale.  

Già più inquietanti sono coloro – tanto per intenderci: i “comancheros” del mio amico C. – i quali strumentalizzano e manipolano l’Esoterismo in generale e la Scienza dello Spirito in particolare, non tanto, o non solo, a scopi commerciali e di lucro – che, quando ci sono, peraltro essi non disdegnano affatto – bensì a scopi ideologici, talvolta confessionali e politici. Particolarmente inquietanti, e pericolosi tra questi “bandoleros” e “gangsters” dello spirito, sono coloro che, tra l’altro coltivano – palesi o celate – collusioni con ambienti politici (e la politica è sempre una cosa sudicetta assai…), più o meno eversivi, o che vengono infiltrati o son collaborativi con “intelligenti” agenzie e servizi, o con più o meno santi “uffici”, o addirittura con ambienti, per così dire, trasgressivi rispetto alle leggi dello Stato, che tutti, invece, sia ben chiaro, siamo tenuti a rispettare. 

Un caso particolare, riguardante in maniera diretta la “Comunità Solare”, è il tentativo di “trasbordo ideologico inavvertito”, del quale ho avuto modo di trattare più volte e – come usa dire – “fuori dai denti”, ossia senza infingimenti o attenuazioni, su questo temerario blog. In particolare, ho avuto modo di trattare del ruolo determinante dell’Innominato in tale spregiudicata “operazione”, intrapresa, a mio personale giudizio, col placet e a beneficio della mandante parte avversa, che dietro di lui si cela, e ormai neanche più tanto. Il suo agire, decenni fa, mi appariva enigmatico per la mancata conoscenza da parte mia di una serie di dati, che solo in seguito il destino – per vie davvero straordinarie – mi ha portato a rinvenire. Essendo io un tempo fiducioso ed ingenuo – i giovani lupacchiotti lo sono quasi sempre – l’Innominato, decenni fa, pur avendo con lui un rapporto spesso polemico, lo ritenevo un amico sincero: errore clamoroso! I fatti della vita, che è sempre una severa maestra, s’incaricarono di risvegliarmi attraverso ben amare esperienze, che in seguito, a fine della altrui “edificazione”, eventualmente farò via via conoscere.

Strada facendo, mi divenne sempre più chiaro il giuoco, e il ruolo, svolto dall’Innominato nella fatidica operazione di “trasbordo ideologico inavvertito”. Naturalmente, il pieno, e definitivo, disvelamento – che per me fu una sorta di stupefacente satori, d’improvvisa illuminazione folgorante – l’ebbi allorché, oltre ventidue anni fa, egli a casa mia, in presenza di una persona che, se volesse, potrebbe benissimo testimoniare la veridicità di quanto affermo, egli definì la Via del Pensiero di Massimo Scaligero «una via incompleta e superata», spiegandosi poi con chiare parole, che neppure un ignorante sprovveduto avrebbe potuto non capire o equivocare, per ben sei ore quella volta, e per altre sei ore l’anno dopo. Se proprio non l’avessi già ben capito allora, il che certamente non era, potei leggere, poi, quanto apparve anonimanente scritto, nero su bianco, su una nota rivista esoterica – ho ragione di ritenere che ne fosse autore proprio lui – che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica»: la lettura di una tale frase suscitò allora la fiera opposizione del mio amico L. – colui che mi fece conoscere nella torrida estate del 1969 le opere di Massimo Scaligero, e mi collegò, poi, direttamente con lui nella primavera del 1970 – e soprattutto di Alfredo Rubino, che il Maestro – nel suo testamento, che sùbito dopo la sua morte da “qualcuno” fu fatto “provvidenzialmente” sparire, assieme ad altre cose di lui – aveva indicato come la personalità salda e fedele, cui fare riferimento per la vita della Comunità Solare, il quale in una riunione del sabato, alla quale fui presente, stigmatizzò con parole feroci quella espressione apparsa anonimamente sulla suddetta rivista, sedicente “scaligeropolitana”, come un autentico tradimento nei confronti di Massimo Scaligero. Ciò bastava ed avanzava, anche se vi era in campo anche molto di più, che per ora risparmio al candido e benevolo lettore, sia perché non voglio troppo stancarlo, sia per lasciargli un pochina di curiosità e di suspence. Vi fu, come ho avuto modo di raccontare,  anche il tentativo di “convincermi”, cercando di comprarmi con una sorta di “proposta indecente”. Ma noi lupacci cattivissimi siamo proprio una razzaccia dal pessimo carattere, non addomesticabile, e soprattutto non in vendita: a nessun prezzo.

Amici potrebbero chiedermi (qualcuno lo ha davvero fatto), perché mai io non abbia affrontato ex abrupto, o come si dice da noi, in Etruria, “di brutto” direttamente con lui questi miei pensieri. Ma io, effettivamente, l’ho fatto, e posso raccontare per la prima volta su questo audacissimo blog quel che raramente in passato avevo comunicato, e solo a qualche fidato amico. Naturalmente mi rendo moralmente garante della assoluta veridicità del racconto.

Quando ormai tra noi i rapporti volgevano, già da vari anni, meteorologicamente al “pessimo stabile”, egli m’incontrò a Roma, per caso, in una libreria esoterica. Volle cogliere l’occasione al volo, e m’invitò ad andare con lui, «perché voleva parlare con me». La sua fu un’idea poco felice, come il seguito dimostrò. Mi portò in un appartamento, non molto distante da dove mi aveva incontrato. In quell’appartamento, che mi parve essere una sorta di studio, egli svolgeva un’attività, credo, di tipo redazionale. Il locale era vuoto: a parte gli Angeli ed altri invisibili spirti, eravamo presenti solo noi due: nessun testimone che potesse poi rivelarsi per lui scomodo, imbarazzante, o non opportuno.

Dallo stato d’animo, pur ben mascherato, quale suo solito, che coglievo in lui, mi era evidente come l’Innominato “cercasse guai”: ossia una specie di “chiarimento” o, forse, un “regolamento di conti”. Ma è noto come a noi lupacci cattivissimi piacciano assai, i litigi, le risse e le zuffe, e come noi amiamo molto lotte, bufere e tempeste di neve. Una persona amica, da me molto stimata, mi aveva messo fraternamente in guardia, già da molto tempo, contro la capacità di “simulazione levantina” – così la definì – dell’Innominato. Ma su ciò io ero ormai perfettamente in chiaro. Per cui decisi – maliziosamente, lo confesso – di divertirmi un po’.   

Iniziando le ostilità, l’Innominato mi rivolse l’imperiosa richiesta e la domanda, che,  a suo modo di vedere, penso, voleva essere intimidente: «Devi dirmi che cosa pensi di me». Ma non me lo chiese gentilmente, o dicendo “per favore”. Per cui, volendo divertimi un po’, mi feci alquanto “pregare”, facendogli ripetere la richiesta varie volte: per giuoco mi mostravo schivo, ed ostentavo ritrosia. Ma quando ad un etrusco lupaccio cattivissimo uno chiede molte volte che cosa egli pensi di lui, vi è anche il rischio che il lupaccio cattivissimo glielo dica davvero “quel che pensa di lui”. E non è affatto detto che la cosa per l’interrogante si riveli poi così “gradevole”.

Per farlo stare un po’ sui carboni ardenti, e “cuocerlo” a lenta cottura – sono cattivo: lo so; e non son punto “cristiano” : so anche questo – la volli prendere alquanto alla larga, anche se su questo blog sarò costretto a riassumere molto. Ma dell’essenziale non mancherà nulla di quanto dissi all’Innominato, che nel riferire il colloquio voglio qui chiamare “affettuosamente” (si fa per dire…) Pampurio. Gli dissi:

«Vedi, Pampurio, tu sei una persona molto “particolare”. Porti sempre addosso una “maschera”. Non ti mostri mai come realmente sei. Hai sempre una sorta di “prudenza benedettina” (non volevo bruciare subito il giuoco parlando di “simulazione gesuitica”, che pure, per molte, troppe, giustificate ragioni veramente pensavo).

Tu ti dài sempre una facies, ossia assumi sempre un modello di comportamento nelle varie situazioni, e a seconda delle persone con le quali hai a che fare. Sei double face: non appari come sei, e non sei quale appari, o quale vuoi apparire. I tuoi scopi, i fini che realmente persegui, ti guardi bene da comunicarli agli altri, che pure nella Via dovrebbero esserti “fratelli”. Non manifesti mai le tue vere intenzioni: semmai, per distogliere gli altrui sguardi da esse, ne proclami altre, completamente diverse. Se, per esempio, una persona sta cercando qualcosa di particolare, che tu non gradisci che raggiunga, tu puoi diventare, per distrarne il cercatore – all’improvviso – estremamente “generoso” nella direzione esattamente opposta». 

Gli feci notare – del resto, con una iniziativa improvvida, me lo aveva chiesto proprio lui – tutta una serie di azioni e di comportamenti, esposti da me in maniera precisa e dettagliata, che non erano, a mio modo di vedere, e non solo mio, proprio “commendevoli”, né tampoco “fraterni”, limpidi e schietti: azioni e comportamenti circa i quali, in questa sede, preferisco, per il momento, sorvolare.

Poi, affondai impietosamente il bisturi nella dolorante piaga, e gli dissi:

«Nella nostra Comunità spirituale, Pampurio, tu agisci in una maniera veramente “particolare”: in una maniera che può lasciare molto perplessi. Tu agisci spesso in maniera da contrapporre questo a quello, e quello a questo. Operi alle spalle, agisci sovente per dividere e non per unire le cerchie degli amici, che si formano nella Scienza dello Spirito. A talune persone fai letteralmente la “terra bruciata” attorno, e spesso “falci loro l’erba sotto i piedi”, spesso senza che nemmeno se ne accorgano. 

Vedi, se io fossi l’agente infiltrato di una potenza straniera d’Oltretevere, se fossi una “quinta colonna” (come avrebbero detto un tempo i membri del Komintern), o facessi quello che un tempo i trotzkysti chiamavano “entrismo”, e volessi quindi, dall’interno, distruggere una Comunità spirituale, o almeno danneggiarla, remare contro, suscitare discordie, dividerla, paralizzarla: ecco, Pampurio, io avrei fatto esattamente tutto quello che hai fatto tu in questi ultimi venti anni». 

Quella dell’Innominato – che scherzosamente ho qui chiamato Pampurio – mi appariva essere, nel senso etimologico del termine, una azione esotericamente sovversiva, ossia vòlta a sub vèrtere, a rovesciare sottosopra un intero ambiente spirituale, e i valori fondanti di esso. Se qualcuno avesse fatto a me il discorso – qui molto sintetizzato – che io feci allora all’Innominato, gli sarei saltato addosso e lo avrei fatto nero: ho detto più sopra come noi lupacci amiamo molto le risse: nella fattispecie questo è uno dei miei migliori difetti. Ma, evidentemente, il nostro ineffabile Innominato non era quel che in India si dice un vira, uno kshatriya, ossia un eroico guerriero, un intrepido combattente, un coraggioso, per cui egli rimase in gelido silenzio, e non ebbe reazione alcuna. Secondo me, ci era rimasto veramente malissimo. Mi alzai e me ne andai. Una volta di più finii nel suo libro nero dei cattivi.

Ho pensato a lungo le molte azioni compiute dall’Innominato all’interno della Comunità Solare, e tutto mi conferma la doppiezza – questa almeno è la mia personale opinione – e il suo operare ad attuare l’ormai famigerato “trasbordo ideologico inavvertito”. Per “strane” ragioni, peculiari del mio personale destino, mi son trovato a conoscere – sia per via “ordinaria”, che per una via veramente “straordinaria” (sulla quale non è assolutamente qui il caso di entrare in dettagli) – particolari circa la vita dell’Innominato, circa la sua “amicizia” con individui non poco “problematici” e inquietanti, circa i suoi legami con vari milieu politici, esoterici e confessionali, alquanto lontani dalla Via Solare indicata da Massimo Scaligero, e che non possono non lasciare molto perplessi chi alla Via Solare vuole ad ogni costo rimanere fedele. Naturalmente, ognuno è liberissimo di scegliersi gli amici e gli ambienti che più gli piacciono e che più gli si confanno. Come usa dire: il mondo è bello perché vario, e in questo immondo mondo vi è spazio per tutti. Innominato compreso: che buon pro’ gli faccia!

Lascio quindi al candido lettore la scelta ove collocare il suddetto Innominato: se tra una delle suddette tre categorie, oppure in una qualche altra che mi possa essere sfuggita: al benevolo lettore la scelta. Si accettano suggerimenti in proposito!  

 

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2018

Anno XXIII n. 8

Agosto 2018

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Assunzione

ACCOSTARSI AL SONNO (di F. Giovi)

chiavi
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Troppo spesso gli uomini sono un mistero per loro stessi. Moltissimi sono persino inconsapevoli di essere un mistero. Se si chiedesse ad un uomo comune cosa egli sia o cosa accada quando pensa, sente e opera, per quale motivo viva nell’incertezza tra il bene e il male, non soltanto non saprebbe rispondere, ma tali quesiti gli apparirebbero assai stravaganti, se non folli. Eppure, da un osservatorio diverso non appare forse altrettanto folle, insensato, che l’uomo possa attraversare l’esistenza, sopportare una miriadi di vicissitudini, soffrire miserie e umiliazioni, afferrarsi per attimi saltuari a caduchi piaceri, arrancare col pesante fardello del timore e della colpa, senza mai chiedersi il perché di tutto ciò?
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Se vedessimo un viaggiatore dibattersi tra continue difficoltà, ingombrato e stanco, e se, domandandogli dove è diretto, ci rispondesse che una simile domanda non gli è mai passata per la mente, penseremmo di aver parlato ad un pazzo.
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Dunque la maggior parte degli uomini è preda della follia: compie il proprio unico, vero viaggio (dalla vita alla morte) in simili condizioni, senza chiedersi il perché, oppure una domanda attraversa l’anima di quando in quando, ma viene scacciata perché sembra oziosa e stupida, o perché spaventa.
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L’esperienza di sé e del mondo, nel periodo che intercorre tra nascita e morte, insegna all’uomo molte cose: anzitutto a dissipare nei modi peggiori il credito celeste con cui è disceso nella vita.
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Nel caos delle piazze o nell’ombra delle biblioteche, irretito e confuso dall’ipnotica danza di Maya-Circe, egli svende l’anelito al puro amore, l’impulso alla verità. Impara a vedere grande e importante l’irreale, mentre il pensiero e lo sguardo scivolano obliqui da ogni palese manifestazione dello Spirito, essendo assente a se stesso quando inciampa nei miracoli che si realizzano ad ogni angolo di strada.
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Tra i ricercatori dello Spirito, quanti si accorgono di come sia piú difficile mantenere meraviglia e riconoscenza per i nessi e le trame, per nulla casuali, che permisero di accostare la Scienza dello Spirito, se confrontati con un immancabile dopo di estenuati esercizi e abitudinarie letture?
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Perché non contemplare con occhi limpidi il mistero di quella invisibile saggezza che, attraverso i flutti della vita, guida l’uomo al vestibolo dell’insegnamento solare, tracciato nei cieli dall’Antico dei Giorni?
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I mondi spirituali sono delimitati da muraglie, senza varchi accessibili. L’uomo, ignorandolo, cammina spiritualmente su percorsi obbligati. Scrive Meyrink: «Ad un tratto si dileguò ogni sfondo [sensibile] e allora, con stupore mi accorsi che in ogni tempo e sempre, nella vita, persino durante i sogni, noi siamo circondati da pareti costituite da masse d’aria azzurro-chiare e piú scure, da mura di qualsiasi forma, senza accorgercene mai». Lo scrittore non aggiunge che tali diafani confini sono invalicabili, non per motivi familiari al mondo sensibile, ma per un impedimento morale, che a tentare di violarli proviamo una sofferenza insostenibile e dobbiamo indietreggiare, finché non si opera una adeguata evoluzione o catarsi delle forze dell’anima.
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Il riflesso di questa realtà si traduce, nel mondo sensibile, anche nell’impossibilità di un incontro con determinate correnti spirituali. Questo getta un po’ di luce sulla enigmatica incapacità per tanti ricercatori di avvicinarsi a Rudolf Steiner, che per alcuni “non deve” essere letto, per altri “non può” risultare comprensibile. Le critiche rivolte all’Opera del Dottore non paiono sufficienti: se potessimo avvicinare soltanto chi non viene in alcun modo criticato a ragione o torto, vivremmo la nostra vita nella piú assoluta solitudine umana e conoscitiva. Viceversa, se possiamo accostarci all’insegnamento di Rudolf Steiner e persino, nel divenire, comprenderlo, avviene che negli alti luoghi dello Spirito una porta è stata aperta e noi siamo stati chiamati.
Sarebbe una sana disposizione dell’anima quella di iniziare il cammino sulla via della conoscenza e dei mutamenti interiori non già con straordinari esercizi occulti, ma con l’attivo calore della riconoscenza e della gratitudine. Chi è inerte a queste gemme dell’anima, si accorgerà (forse) con grave ritardo che le discipline sostenute dalla brama di potenza girano poi a vuoto, automatiche come le ruote tibetane di preghiera. L’anima non verrà mai fecondata dalle tensioni personali.
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L’indicazione piú sicura che un pensiero sia creativo ed operante nell’interiorità, è che accenda in essa un corrispondente sentimento.
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Su questa strada, per indicare una strategia che possa preparare a penetrare la pesante coltre del sonno, non occorre appellarsi a discipline complesse ma piuttosto ad un preciso mutamento di disposizione del sentimento. Non va taciuto che esistono operazioni potenti, quali il rito del sole notturno o la parziale rotazione di alcune forze eteriche nel corpo fisico, ma nessuna di queste è opera d’approccio. Dato per acquisito il punto fermo consistente nella libertà per ognuno di scegliere quello che vuole o non vuole fare, le citate operazioni presuppongono, di fatto, la capacità di attivare definiti stati interiori che per molti ricercatori appartengono a risultati futuri.
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In ogni caso e comunque occorre sottolineare che il minimo richiesto sarà una capacità di concentrazione del pensiero che sappia non coinvolgere il corpo sensibile divenendo tensione nervosa e muscolare. Quando si inizia la concentrazione, lo sforzo interiore tende a scadere nel trapezio, nelle braccia e cosí via. Occorre pazienza e disciplina per transitare con esito fausto dallo sforzo alla forza. Per una coscienza realistica e concreta le tensioni possono, anzi devono essere messe nel conto, su di un primo gradino dove tutto è lotta. Ma non possono accompagnare l’asceta sul terreno di un assetto modificato nei momenti in cui l’uomo, per sopravvivere in questo mondo, è obbligato (affidandosi a Potenze universali) a scindere in due parti la propria organizzazione complessiva.
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Nella vita comune si osserva che il progressivo aumento della stanchezza stimola il bisogno di riposo e del sonno: questo interviene nel duplice aspetto di fenomeno cosmico e naturale. Ma di solito l’uomo aggiunge a tale processo (che per diversi aspetti potrebbe essere sentito come pervaso da elementi sacri) una caratterizzazione subumana: la voluttà, il piacere di abbandonarsi alla sensazione di deliquio che sembra irradiare magneticamente dalla corporeità.
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Appare dunque sensato per colui che coltiva l’ascesi interiore, riportare il fenomeno dell’addormentarsi ad una purità originaria, ossia a coerenza. La sensuale soddisfazione per la coscienza che si spegne è un vizio che va interrotto e cancellato senza (le molte) tesi giustificatorie.
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In tale senso la scienza esoterica mette a disposizione diversi metodi. Per chi ha raggiunto una certa pratica nella concentrazione, meditazione e azione pura, può (dovrebbe) essere sufficiente evocare l’attitudine animica che si stabilisce con l’esercizio di queste discipline. È di grande efficacia il compenetrarsi spesso nelle immagini contrapposte di una coscienza diurna oscura e confusa rispetto ad una consapevolezza intensa, luminosa e raggiante che si accende oltre la fascia di silenzio del sonno. Vale anche il disidentificare se stessi dalla corporeità: ci si sente dentro il corpo sensibile ma non si è una sola cosa con lui. Questa affermazione va pensata, sentita e ritmizzata.
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Indipendentemente dai supporti usati, quello che conta è il mutamento d’attitudine, che comporta uno sforzo e un innegabile sacrificio dell’abitudine ma non presenta altresí i lineamenti delle imprese eroiche o impossibili.
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Il deciso mutamento nei rapporti con la sensazione deve essere seguito da uno speciale sentimento.
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Nell’addormentarsi, come nel risveglio, l’uomo è di fronte ad un grande mistero della sua vita: il fatto che ogni giorno si ripeta non deve sminuirlo.
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Cosmiche forze cancellano per noi la cacofonia del giorno, spengono la sua falsa e spettrale luce che, sempre riflessa, usurpa e occulta la luce vera. Svanisce la stretta e logorante catena degli avvenimenti. Dilegua il peso della sofferenza e l’irrisolto dissidio tra la vita agognata e la cimiteriale indifferenza della realtà. Cosmiche potenze ci guidano al risveglio in un mondo infinito, tessuto di vita, in cui il nostro essere si espande in luce e armonia contessuta in pienezza di libertà, conoscenza e sacra beatitudine.
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Queste o immagini simili vanno accolte nell’anima affinché la loro impressione discenda ed afferri il sentimento. Allora si forma nel cuore, nella breve attesa del sonno, un qualcosa che può essere chiamato un nucleo di pura gratitudine o gioiosa fiducia.
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Lasciare che questa incorporea fiammella permanga nella zona del cuore: a differenza dei fuochi impuri, essa non impedirà in alcun modo il distacco naturale.
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Alcune modalità di vita favoriscono oppure tentano d’impedire l’instaurarsi delle condizioni descritte. In sintesi gli ostacoli certi sono: la collera, il risentimento, le discussioni serali, l’eccesso di stanchezza che strappa via la coscienza e anche gli spettacoli televisivi seguiti troppo spesso e troppo a lungo (questo è un dato di fatto, poi ognuno faccia i propri esperimenti e si regoli di conseguenza).
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Per quanto riguarda le condizioni favorevoli, si sottolinea che, ad eccezione dell’ultimo punto che elencheremo, esse non possiedono contenuti d’interiore valenza, ma servono come serve l’ombrello quando piove per non bagnarsi il vestito, che non ha relazione di sostanza con chi lo indossa.
Alla sera:
1. fare una breve doccia prima di andare a letto, preferibilmente fresca o neutra (asciugare la pelle con tamponature leggere);
2. coricarsi a stomaco vuoto, evitando cioè l’ingestione di cibi almeno due ore prima del sonno;
3. in assenza di patologie alle vertebre cervicali usare un cuscino alto (o due cuscini sovrapposti) per tenere la testa rialzata (massimo 20/25 cm in verticale);
4. a letto abituarsi alla posizione supina o coricata sul fianco. Evitare in assoluto la posizione bocconi;
5. profumare la stanza dedicata al sonno con una leggera fragranza di muschio o di rosa;
6. svegliarsi da sé senza aiuti esterni o meccanici, magari anticipando il tempo di coricarsi (con una certa costanza è possibile predeterminare il risveglio all’ora voluta).
Al mattino:
1. rimanere assolutamente immobili nella posizione in cui ci si ritrova emergendo dal sonno;
2. instaurare immediatamente nella coscienza il Silenzio e mantenerlo, in uno stato di calma attesa per accogliere le impressioni vissute nel sonno che potranno affacciarsi (ricordare che lo sforzo respinge il ricordo).
Questo secondo punto chiede un notevole impegno; dà frutto solo se tra lo stato precedente di sonno e quello successivo di veglia non interviene alcun disturbo: il minimo movimento fisico, come ad esempio aprire gli occhi o un pensiero vagante, opacizza lo specchio della coscienza, che dovrebbe rimanere perfettamente tersa, onde riflettere le estranee e delicate impressioni della coscienza di sonno. Oltre ad accogliere i messaggi della notte, questa disciplina, protratta per almeno cinque minuti, agisce con immediato beneficio sull’intera vita di veglia.
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Prima di addormentarsi, mentre il puro sentimento di gioia dimora nel cuore, mantenere (possibilmente) il Silenzio mentre il sonno afferra gambe e braccia. Quando il sonno giunge al cuore cancella lo spazio e la normale coscienza diurna che ad esso si supporta. Se il Silenzio risultasse inizialmente troppo difficile, si pronunci nell’anima un mantra o una breve preghiera che abbia per lo sperimentatore un significato di grande elevazione.
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Se il sonno notturno viene interrotto da risvegli, non permettere in tali parentesi alcuna libertà allo “sciame pensante”, riportandosi al Silenzio o dedicandosi ai primi quattordici versetti del vangelo di Giovanni o ancora ad una preghiera familiare, scegliendo comunque ciò che non determina tensioni nella mente e nel corpo.
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Quanto è stato scritto venga esaminato e valutato alla stregua di indicazioni di massima, adattabili alle capacità e alle situazioni contingenti dell’operatore. I soli punti fermi rispondono al mutamento di rapporto dell’anima con la corporeità e all’atteggiamento del sentire verso il sonno, i quali con la pratica divengono un unico comportamento dell’anima. Dunque poco d’essenziale, da cui però può dipendere il buon esito di successive e piú impegnative operazioni.
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Gli atteggiamenti indicati, se coltivati giornalmente, possono portare svariati frutti: anzitutto un risveglio mattutino alquanto diverso dal solito poiché impregnato di forza animica, poi la sensazione di aver “lavorato” tutta la notte (che non porta stanchezza addizionale ma lievità e rigenerazione). Potranno essere avvertiti dal profondo suggerimenti importanti (che vanno accolti con prudenza e contemplati alla luce del pensiero), come se qualcuno ci avesse insegnato molto durante il sonno. È anche possibile percepire, in una zona non localizzabile tra la coscienza e lo spazio, un inusitato flusso di aria luminosa costituita da sostanza interiore. E altro ancora, secondo disciplina, tipologia e destino di chi sperimenta.
In nature poco inserite nella corporeità ed inclini al sogno, potrebbe manifestarsi una sorta di sbilanciamento a sfavore della desta coscienza sensibile. Questo pericolo viene neutralizzato con la corretta pratica della piú essenziale tra le discipline della Via Solare: la Concentrazione, nella quale germinalmente c’è tutto, dalla salute fisica e animica ai processi iniziatici, non dimenticando però l’abitudine ad una sana dedizione alle esperienze della vita corrente, che non vanno evitate, ma accolte con maggior generosità e attitudine al perdono.
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Quello che in fondo conta per il pellegrino della Conoscenza riguardo a una sicura salute interiore che sia inafferrabile ai molti e veri pericoli che abitano i mondi invisibili, è l’atto morale che non porti tanto alla moralità comune quanto al continuo superamento dell’inerzia della materia. L’incessante rigenerazione della volontà pensante di procedere avanti e progredire. La scelta di seguire Ulisse e non i suoi compagni, inclini a retrocedere verso la pace dell’animalità in cui Circe, senza sforzo, li precipita.

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Franco Giovi

DELLA SAPIENZA CELATA IN DANTE ALIGHIERI : ACCENNI IN GIOSUE’ CARDUCCI E IN RUDOLF STEINER

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Già nel primo, o forse nel secondo, incontro, ch’io ebbi con Massimo Scaligero nel lontano 1970, egli mi parlò di Dante facendo una sorta di parallelo tra la sua figura spirituale e quella di Goethe. In maniera incisiva, tra l’altro, mi disse come la Divina Commedia di Dante fosse il poema profetico del Medioevo, così come il Faust di Goethe lo è per l’uomo moderno, per l’uomo attuale. Queste parole enigmatiche mi risuonarono a lungo nell’anima, anche perché – almeno da adolescente – non avevo certo avuto un rapporto facile con Dante. Rapporto che mi son dovuto conquistare nel tempo – nei decenni – rapporto che si è rivelato poi sempre più fecondo, mostrandomi esso quanto luminosa fosse la figura del Divino Poeta, e quanto gigantesca la sua grandezza spirituale.

Molto tempo dopo, in anni miei più tardi – una volta superato il “mezzo del cammin di nostra vita” – una personalità di rango spirituale mi sollevò il velo sulla Sapienza celata del Poeta. «Minerva oscura io son, Dante Alighieri», scrive in un sonetto Giovanni Boccaccio, alludendo alla occulta Sapienza, alla occulta Scienza, celata nell’opera di Dante.

Dante Alighieri fu non solo un poeta – sia pure il massimo poeta italiano – ma anche un profondo filosofo di rigorosa formazione platonica e aristotelica, e soprattutto il creatore della “Divina Commedia”. In realtà il suo nome, secondo quanto, con dichiarazioni concordi, ci trasmisero Filippo Villani e il figlio del Poeta Jacopo, non era Dante, bensì Durante degli Alighieri, ma nella pronuncia corrente veniva abbreviato appunto in Dante. Durante significava “il perseverante”, e il nome gli era stato dato in ricordo del suo santo protettore Durandus di Liegi, morto nel 1025. Dante nacque nel maggio o nel giugno 1265 – secondo le erudite ricerche dello studioso fiorentino Giovangualberto Ceri, il 2 giugno – a Firenze, come figlio di un membro della piccola nobiltà guelfa fiorentina Messer Gherardo Alighiero di Bellincione (detto Alighiero II) e Monna Bella Gabrielli, mentre morì, dopo oltre vent’anni di vita errabonda, esule per la faziosità dei fiorentini asserviti al papa e agli Angiò, il 14 settembre 1321 a Ravenna.

Con Dante Alighieri, e con i suoi amici e sodali della cerchia iniziatica e poetica dei Fedeli d’Amore, la lingua italiana “alta” nasce già classica, e misterica. La sua sapiente opera di formazione iniziatica della lingua italiana, preceduta da quella di alcuni poeti della Scuola Siciliana, prima, e da quella di Guido Guinizzelli, di Guido Cavalcanti, della Scuola che i letterati profanamente chiamano del “dolce stil nuovo”, fu proseguita dopo Dante da Francesco Petrarca e da Giovanni Boccaccio. Ma sappiamo bene come, dietro le poetiche rime, si celasse quella corrente iniziatica che a partire da Gabriele Rossetti, da Luigi Valli e dai loro “amici”, fu chiamata – prendendo esempio da un mirabile passo di Dante nella Vita Nova – dei “Fedeli d’Amore”.

Secondo la vulgata – diffusa ad arte dal Boccaccio per proteggere l’opera del Divin Poeta dalla intolleranza di una vigilante e sempre più occhiuta Santa Inquisizione della eretica pravità – Dante all’età di 9 anni, avrebbe “visto” per la prima volta, in occasione di una Festa di Primavera, Beatrice, la figlia di Folco Portinari (nata nel 1266, e deceduta poi l’8 giugno 1290), che era allora, ella pure, solo all’inizio del suo nono anno. Sempre secondo la vulgata diffusa dal Boccaccio, Dante sarebbe stato, fin dall’inizio, affascinato dalla sua forma angelica e pura. Nove anni dopo, l’avrebbe incontrata per la seconda volta in una festa della gioventù, ove ella gli avrebbe regalato una ghirlanda di fiori. Per gli attuali letterati, a partire dall’Ottocento, Beatrice sarebbe diventata semplicemente la musa ispiratrice della sua successiva creazione artistica, che rimarrebbe pur sempre una poetica produzione sentimentale, seppur esteticamente sublime, ma – a loro dire – nulla di più.

Ma sappiamo come, in realtà, Beatrice raffigurasse quella che i Fedeli d’Amore chiamavano la Sapienza Santa, anche se nel caso di Dante, nella figura simbolica di Beatrice, la realtà umana e storica e quella metafisica e spirituale potevano ben coincidere.

Intorno al 1287, Brunetto Latini divenne maestro del giovane Dante, il quale gli rivolge nel XV Canto dell ’Inferno parole di commossa gratitudine:

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna”.

Rudolf Steiner descrisse più volte – per esempio in Coscienza d’Iniziato e altrove – come Brunetto Latini, raggiunse una importante esperienza iniziatica, nella quale vi era ancora la eco dell’insegnamento platonico della scuola di Chartres, ch’egli trascrisse nel suo poema Il Tesoretto in italiano e nel Trésor – en langue d’oil, ossia in francese medievale – la cui influenza sulla “Divina Commedia” di Dante è evidente (cfr. GA 161, p. 51e segg.).

Secondo il teologo austriaco cistercense Robert L. John Dante non solo conobbe gli insegnamenti segreti dei Templari già in tenera età, ma fu anche affiliato ad una sorta di Terz’Ordine templare:

«La gnosi templare ci si presenta dunque come un edificio di pensieri che poteva venir affidato solo a uomini dotti e capaci di tacere. Ci si presenta come una profonda convinzione gioachimita che la Chiesa si era troppo allontanata dai compiti affidatile da Dio; che, venuta meno questa prima guida dell’umanità perché aspirava alle funzioni della seconda, dell’Impero, quest’ultima ne risulta danneggiata, per cui ne soffre la vita attiva del mondo intero; che la Chiesa sarebbe tornata ad essere l’antica Chiesa dello spirito Santo solo quando lo Stato pontificio (continuazione della donazione costantiniana) fosse riassorbito nel Sacro Impero; e che infine solamente l’illuminata conoscenza del Tempio fosse in grado di aiutare l’umanità in questa riascesa. Tutto ciò (e in particolare il linguaggio figurato di origine orientale col quale veniva esposto) era certo in larga misura gnostico, ma non veramente eretico: sebbene la linea di confine tra l’eresia fosse talora facilmente superabile, come ci mostrano i riflessi del Concilio di Vienne nella Divina Commedia.

Dante aveva accolto in sé, sin dalla giovinezza questa gnosi templare: essa, e null’altro, era la Donna dello Spirito suo, che egli servì fedelmente per tutta la vita».

Robert John, Dante,Springer-Verlag, Wien, 1946, p. 265,
Dante templare, trad. it. a c. di Willy Schwarz, Ulrico Hoepli, Milano, 1987, pp. 354-355.

Il germanista austriaco Joseph P. Strelka invece in Dante und die Templergnosis, A. Francke Verlag, Tübingen 2012, Vorwort, p. X, scrive:

«Dante era un Templare iniziato e la sua Divina Commedia è la più brillante testimonianza superstite della gnosi templare».

In precedenza, già René Guénon aveva già sottolineato nel suo studio pubblicato nel 1925, L’ésotérisme de Dante, l’appartenenza templare di Dante:

«Nel museo di Vienna si trovano due medaglie di cui l’una rappresenta Dante e l’altra il pittore Pietro da Pisa; entrambe portano sul rovescio le lettere F.S.K.I.P.F.T., che Aroux Interpreta nel modo seguente: Frater Sacrae Kodosh, Imperialis Principatus, Frater Templarius. Per le prime tre lettere, questa interpretazione è palesemente scorretta e non dà un senso intelligibile; pensiamo che bisogna leggere Fidei Sanctae Kadosch. L’associazione della Fede Santa, di cui Dante sembra sia stato uno dei capi, era un Terz’Ordine di filiazione templare, il che giustificava l’appellativo di Frater Templarius; ed i suoi dignitari portavano il titolo di Kadosch, termine ebraico che significa «santo» o «consacrato», e che si è conservato fino ai nostri giorni negli alti gradi della Massoneria. Si vede già per tal fatto come non sia senza ragione che Dante prende per guida, per la fine del suo viaggio celeste [Paradiso, XXXI. – Il termine contemplante, col quale Dante designa in seguito San Bernardo (id, XXXII, 1), sembra avere un doppio senso, a causa della sua parentela con la designazione stessa del Tempio], San Bernardo, che stabilì la regola dell’Ordine del Tempio; e Dante sembra aver voluto indicare in tal modo come soltanto per mezzo di questo fosse reso possibile, nelle condizioni proprie alla sua epoca, l’accesso al supremo grado della gerarchia spirituale».

– René Guénon: L’ésotérisme de Dante, Secondo Capitolo.

Parvemi che René Guénon erri alla grande nella interpretazione delle lettere F.S.K.I.P.F.T. Nella fattispecie parvemi evidente che si tratti molto più semplicemente delle iniziali delle medievali virtù teologali e delle platoniche virtù cardinali, ossia: Fides, Spes, Karitas, Iustitia, Prudentia, Fortitudo, Temperantia.

Robert John – a mio modo di vedere temerariamente – afferma che Dante non sarebbe mai venuto meno all’ortodossia cattolica e, in modo particolare, alla teologia cattolica, sulla qual cosa vi sarebbe moltissimo da eccepire. Infatti, questa affermazione dello John – affatto comprensibile in un sacerdote cattolico e in monaco cistercense, quale egli era – non corrisponde punto alla realtà dei fatti. I recenti studi di Maria Soresina mettono in evidenza, con grande acume e vasta messe di documentazione storica e letteraria, quello ch’ella chiama il “catarismo di Dante”. In effetti, Dante che nella Divina Commedia parla di una moltitudine di personaggi, e di svariati movimenti politici, filosofici e religiosi, non nomina mai il Catarismo.

La cosa è, invero, singolare. Dante che non si fa scrupolo veruno a ficcare tranquillamente papi e cardinali all’inferno – addirittura prenotando un posto a papa Bonifacio VIII ancor vivo – e a porre pagani come il troiano Rifeo e l’imperatore Traiano in Paradiso, o un eretico averroista come Sigieri di Brabante egli pure in Paradiso; Dante che si sceglie Virgilio, un Sapiente ed Iniziato pagano, come guida nell’Inferno e nel Purgatorio; Dante che all’inizio della Cantica del Paradiso invoca paganamente l’ispirazione d’Apollo:

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro, 

Dante che nel secondo Canto del Paradiso avverte i lettori, che son “naviganti in piccioletta barca”, che:

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse,

Dante che di tutti parla, e senza peli sulla lingua, invece dei Catari e dei Catarismo non fa mai verbo alcuno: in nessuna delle sue opere. Eppure, egli sapeva bene che Manente degli Uberti, detto “Farinata”, e sua moglie Adeleta, o Adeletta, erano stati oltre che aperti fautori del partito ghibellino, anche catari “consolati”. Al punto tale che anni dopo la disfatta del partito ghibellino, e il trionfo guelfo, nel 1283, 19 anni dopo la sua morte, i corpi di Farinata e sua moglie Adeleta furono riesumati e subirono a Firenze un processo pubblico per l’accusa postuma di eresia. Per l’occasione i loro resti mortali, sepolti all’epoca nella chiesa fiorentina di Santa Reparata – ove in seguito venne edificato il Duomo di Firenze – vennero non solo riesumati per la celebrazione del processo, conclusosi poi con la condanna, da parte dell’inquisitore, il francescano Salomone da Lucca, ma furono pure bruciati sul rogo e le loro ceneri disperse in Arno. Quindi tutti i beni lasciati in eredità da Farinata vennero confiscati agli eredi, contro i quali fu decretato l’esilio perpetuo. Probabilmente, Dante, diciottenne nel 1283, assistette a tale nefando rogo postumo. E forse rivide nell’anima proprio quel rogo allorché, nel XXVII Canto del Purgatorio, scrisse:

In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi. 

Dante sapeva bene come cataro fosse  il suo “primo amico”, Guido Cavalcanti, che per di più aveva sposato Bice la figlia di Farinata degli Uberti, e cataro altresì era il padre di lui Cavalcante, posto accanto a Farinata nella medesima infernale arca infocata. Sapeva benissimo che catare erano  famiglie nobili fiorentine come i Nerli e i Pulci. Addirittura – secondo che scrive il domenicano Raniero Sacconi, informatissimo inquisitore della eretica pravità – nella Firenze, a metà del Duecento, aderiva alla fede catara ben un terzo della popolazione di Firenze, e sicuramente la maggior parte della nobiltà della Città del Fiore.

Un silenzio apparentemente incomprensibile, dunque, quello di Dante nei confronti del Catarismo. Ma dopo i sapienti studi di Maria Soresina, un tale eloquente silenzio diviene facilmente comprensibile, e ben spiegabile, proprio per la sua segreta adesione alla corrente spirituale catara, alla sua Gnosi liberatrice. Naturalmente, se Dante avesse apertamente dichiarata la sua adesione ad un movimento spirituale, ritenuto ereticale dalla Chiesa Cattolica, si sarebbe esposto a rischi estremi – arresto, tortura, rogo – ed avrebbe compromesso quella che riteneva essere la sua peculiare missione. E, in effetti, nel 1329 un unno impazzito, il cardinale Bertrando del Poggetto, fece bruciare sul rogo la Monàrchia – che nel 1559, fu inserito dal Sant’Uffizio nel primo Index librorum prohibitorum, e la condanna fu confermata in tutte le successive edizioni sino alla fine del XIX secolo: la Chiesa Cattolica mantenne in vigore tale condanna fino al 1881 – e con essa venne bruciato sulle piazze anche il testo della Divina Commedia, e costui avrebbe gradito eziandio far disseppellire e bruciare la stessa salma del poeta – per fortuna morto nella notte tra il 13 ed il 14 Settembre 1321, sennò il trucido porporato avrebbe sicuramente preferito abbruciarlo piuttosto vivo invece che morto – ma l’opposizione feroce dei da Polenta, signori di Ravenna, amici e protettori di Dante, scongiurò un tale sacrilego scempio. Una nobile eccezione, nonché una fortuna singolare, nel nostro Rinascimento, fu la mirabile traduzione che venne fatta in volgare illustre, a Firenze, per volontà del Magnifico Lorenzo, dal platonicissimo Marsilio Ficino, del 1467, traduzione che ebbe una notevole influenza sulla fortuna di diffusione dell’opera. Ma la prima edizione a stampa della Monàrchia  avvenne soltanto, nel 1559, nella elvetica Basilea, città che aveva aderito alla Riforma luterana, e quindi lontana dai rapaci artigli inquisitoriali.

Maria Soresina – parafrasando lo storico medievale, del primo Novecento, Felice Tocco – nei suoi sapienti studi, affermò, in maniera caustica, asciutta e sintetica, che Dante, del Catarismo, «parlarne bene non poteva, parlarne male non voleva».

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Tutto ciò mostra quanto sia complessa la figura spirituale di Dante. In essa si ritrovano le influenze più diverse: da quelle dell’antico mondo misterico, a quelle del mondo romano, sino a quelle più recenti di un Cristianesimo giovannita, preludente al futuro. Se, per esempio, andiamo a vedere alcune pagine scritte da Arturo Reghini – pubblicate in «Nuovo Patto», settembre-novembre 1921, col titolo di L’allegoria esoterica in Dante – ci troviamo di fronte ad una visione misterica, di derivazione classica e pagana, dell’opera di Dante. Infatti, così scrive Reghini a proposito dell’allegoria esoterica:

«Sotto il senso letterario della Commedia, ossia sotto la peregrinazione di Dante attraverso i tre regni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, si nasconde senza alcun dubbio una allegoria. Non c’è bisogno delle esplicite dichiarazioni di Dante in proposito per esserne certi. Questa allegoria non è semplice, ma molteplice e dai commentatori ne vengono di solito riconosciuti due aspetti, quello morale e quello politico.

L’interpretazione morale, o filosofico-morale, vede allegoricamente raffigurata nella Commedia la via che l’uomo deve percorrere per superare il peccato e raggiungere la virtù in modo da sfuggire all’inferno ed al purgatorio e da guadagnare colla perfezione morale il paradiso.

Questa allegoria, come del resto il senso letterale del poema sacro, ha innegabilmente un aspetto nettamente cristiano pure abbondando di elementi pagani; e sulla scorta di Aristotile, di S. Tommaso e della scolastica è stato profondamente penetrato dai commentatori. […]

Quale è dunque la ragione che ha spinto Dante all’uso dell’allegoria, anche a costo di non farsi facilmente capire? Fantasia di poeta? Passione per l’enimmistica? No certo, perché noi sappiamo che una dottrina si asconde sotto il velame delli versi strani. E se l’apparenza è cristiana non potrebbe la scelta differire dall’apparenza? Non potrebbe la dottrina così gelosamente nascosta essere eterodossa, molto eterodossa? Sicché Dante puzzerebbe forte di eresia e sarebbe un nemico della Chiesa anche sul terreno religioso oltre che su quello politico? Le professioni di fede cristiana che egli fa ripetutamente non bastano ad eliminare il dubbio. Se egli infatti era eretico o pagano e non voleva finire arrosto, era forzato a professarsi cristiano. E specialmente volendo levarsi il gusto di esaltare Virgilio, Cesare, Roma che il buon mondo feo, il latin sangue gentile, e gli imperatori che avevano aspetto gentile ossia pagano, occorreva in qualche modo tranquillizzare i sospetti facendo anche l’apologia del cristianesimo. Bisogna ricordare che in quei tempi la carità cristiana poteva sbizzarrirsi a suo piacimento; i numerosi seguaci di quel S. Domenico che negli sterpi eretici percosse animato dal santissimo zelo di salvare le anime (nonché la Chiesa pericolante) andavano per le spiccie e Dante stesso aveva umani corpi già veduti accesi. A che prò fare la fine che poi toccò a Cecco d’Ascoli, quando era possibile dedicare la vita, e l’enorme ingegno e sapienza ad un grandioso disegno politico e religioso? Nonostante le sue professioni di fede cattolica, Dante aveva amici che andavan cercando come Dio non fosse, ed eretici dello stampo di Sigieri egli ficca tranquillamente in paradiso, mentre popola di papi l’inferno. Dante stesso fu accusato di eresia secondo risulta da antichi documenti, e secondo narrano i suoi primi commentatori. L’eresia pagana di Dante fu sostenuta dal Foscolo, e poi dal Rossetti con enorme copia di argomenti, ed infine dal prete cattolico Aroux. Un gesuita che volle fare la critica delle opere del Rossetti si ebbe da questi tale esauriente replica che più non fiatò.

Non si pone mente che anche nell’apparenza Dante non segue sempre pedissequamente San Tommaso; ne differisce apertamente in questioni importantissime; p.e., nella dottrina escatologica (Purg. XXV, 88-102) per adottare una teoria delle ombre dei defunti che è in perfetto accordo colla concezione pagana.

Egli fin da principio si inspira a Virgilio, da cui solo prende lo bello stile che gli ha fatto onore. Il suo poema non è che una commedia; e comunque si intende la parola, nel senso moderno od in quello dionisiaco, si è sempre condotti lontano dall’apparente senso cristiano. Nelle grandi linee la Commedia è uno sviluppo del VI canto dell’Eneide, e Dante ripete quanto Virgilio fa fare ad Enea. Enea scende vivente nell’Ade, rinviene nella selva il ramoscello di mirto degli iniziati, ed apprende de visu la verità dei misteri orfico-pitagorici sopra l’uomo e la immortalità condizionata. Ed anche Dante corruttibile ancora, ricalca la medesima strada collo stesso scopo e facendo uso del medesimo simbolismo.

Il soggetto della Commedia è l’uomo, o meglio la rigenerazione dell’uomo, la sua metamorfosi in angelica farfalla, la Psiche di Apuleio. È dunque il medesimo soggetto dei misteri. Non le sole qualità morali cambiano; Dante si purifica di grado in grado, passa per crisi e coscienze varie e numerose, cade come corpo morto, sviene, rinviene, si addormenta, si ravviva nell’Eunoè, la sua mente esce di se stessa, si illuia, si india, si interna, s’infutura, s’insempra, passa al divino dall’umano, all’eterno dal tempo, e finalmente dislega l’anima sua da ogni nube di mortalità. Questo non è un perfezionamento morale, è una vera palingenesi di tutto l’essere che si attua nel simbolico viaggio. Il velame asconde non soltanto delle disquisizioni morali sopra i peccati e le virtù, ma l’esposizione di mutamenti interiori nella coscienza del pellegrino».

Più la approfondiamo e più la figura di Dante ci appare enigmatica. In lui scorgiamo le tracce più che evidenti di un’antichissima visione sacrale “classica” – che l’intolleranza confessionale definirebbe “pagana” –, di una visione “gnostica”, “templare”, e sotto certi aspetti “orientale” ed  “averroistica” – per l’intolleranza confessionale, di nuovo, “eretica” – ed infine, stando alle sapienti ricerche di Maria Soresina, anche “catare” – per la suddetta intolleranza confessionale addirittura depravatamente “arcieretica” –, e volendo potremmo cogliere nella sua opera, più celati, persino elementi ermetici ed alchemici. Vi è, davvero, ad abundantiam di che esserne disorientati!

Per un tal motivo, dopo aver cercato a lungo e trovato molti elementi interessanti e nuovi sì, ma anche divergenti, mi stupii non poco allorché trovai una risposta – l’unica che mi parve soddisfacente – nell’opera di Rudolf Steiner, che faceva direttamente riferimento ad uno scritto, invero raro e pochissimo conosciuto, di Giosue – a lui però piaceva scrivere “Giosuè”, con l’accento sull’ultima vocale – Carducci. Mi misi in caccia, e siccome noi lupacci etruschi, oltre che cattivissimi siamo eziandio terribilissimi lupacci da tartufi, alla fine lo scritto carducciano l’abbiamo trovato. 

Si tratta di un testo che Giosue Carducci scrisse, l’8 gennaio 1888, col titolo L’opera di Dante, e ripubblicato, alle pp. 1131-1160, in Prose di Giosuè Carducci, MDCCCIXL-MCMIII, terza edizione, Nicola Zanichelli, Bologna, 1903,  ove, alle pp. 1158-1159, possiamo leggere le seguenti – mirabili ed arcane – del nostro poeta:

«Alla intuizione, alla percezione, alla rappresentazione fantastica del misto mondo cristiano Dante uscì da quella contemperanza di sangui e razze che fece la nuova nobiltà del popolo italiano. I lineamenti del viso attestano in lui il tipo etrusco, quel tipo che dura ostinato per tutta la Toscana mescolandosi al romano e sopraffacendolo. Di sangue romano vantavasi egli; e il presentarsi della sua famiglia, come fiorentina vecchia, senza titoli di nobiltà castellana e senza nomi fino a certo tempo d’altra lingua, fa credibile una continuità di coloni conservatasi in città e regione men frequente d’affluenze germaniche. Ma germanico sangue gli colò per avventura dalle vene dalla donna che venne a Cacciaguida  di  val di Po, dall’Aldighiera ferrarese, di  nobil famiglia antica, in città rifiorita di stirpi longobarde, e che diè a’ nepoti il cognome di radice germanica. E così nell’opera artistica della visione cristiana l’Allighieri avrebbe recato l’abitudine al mistero d’oltretomba da una razza sacerdotale. Che pare vivesse per le tombe e nelle tombe, l’etrusca; la dirittura e la tenacità alla vita da una gran razza civile, cui fu poesia il jus, la romana; la balda freschezza e franchezza da una razza nuova guerriera, la germanica». 

Il testo del Carducci, con la sua agile – al contempo erudita e poetica – prosa, vela sue conoscenze più profonde, la cui provenienza può sfuggire a chi abbia una cultura meramente profana, ossia intellettuale ed universitaria. Interessante – molto interessante – è il fatto che Rudolf Steiner faccia riferimento a questo testo di Giosue Carducci, e ne disveli la occulta genesi. Indubbiamente, egli ebbe mediata la sua profonda conoscenza non solo di questo testo, ma dello stesso Carducci, da Marie Steiner-von Sivers, la quale ai primi del Novecento passò ben due anni nella etrusca, celtica, romana e germanica Felsina-Bononia-Bologna, ove conobbe personalmente il Carducci, frequentandone altresì le lezioni. Non rimane che riportare, traducendole dal tedesco, le parole di Rudolf Steiner, nella conferenza del 17 dicembre 1916, pubblicata in Zeitgeschichtliche Betrachtungen. Das Karma der Unwahrhaftigkeit. Erster Teil. Kosmische und menschliche Geschichte, Band IV., Dornach, 1978, S. 162-165:

«Abbiamo in Dante una personalità eccezionale alla fine del quarto periodo post-atlantico. Possiamo contrapporre una tale grande personalità a  quelle figure che hanno acquisito una certa importanza dopo l’inizio del quinto periodo post-atlantico, come per esempio Tommaso Moro. Consideriamo in modo speciale quel che in genere abbiamo riconosciuto in una personalità come Dante. Una personalità come Dante agisce in gran parte in maniera impulsante impulsante, in maniera significativa. È già interessante riflettere, almeno presagendo, su come una tale personalità sia entrata attraverso la nascita nell’esistenza terrena, che sarà significativa per l’umanità, riunendo, se posso adoperare una espressione barocca, quel che deve divenire, onde nascere nella giusta maniera dalla coppia di genitori giusta. Naturalmente, queste relazioni sono portate a realizzazione dal mondo spirituale; ma sono realizzati con l’ausilio di strumenti fisici. Quindi, per così dire, questo sangue viene diretto dal mondo spirituale, verso quel sangue, e così via. 

Di regola, una personalità come Dante non può mai uscire da un sangue omogeneo. Appartenere ad un unico popolo è assolutamente impossibile per una tale anima. Ci deve già aver avuto luogo una misteriosa Alchìmia, cioè, sangue diverso deve fluire insieme. Qualunque cosa possa dire a coloro che nell’alto patriottismo vogliono rivendicare le grandi personalità per un singolo popolo, dietro non vi è molto di reale!

Per quanto riguarda Dante, per farvi vedere che non sono partigiano, vorrei prima che qualcun altro descrivesse ciò che è chiaramente evidente nella sua natura a chi sa come entrare in questo essere. Sarebbe facile credere che io voglia  in qualsivoglia maniera in politica, cosa che naturalmente mi è nella maniera più possibile remota. Perciò ho interrogato il Carducci, il grande poeta italiano della epoca modera, il quale era un grande conoscitore di Dante. Dietro Carducci, e proprio per questo lo sto indicando, ora vi è anche quello in Italia che viene chiamato “Massoneria” e che è legato a tutte le fratellanze occulte sulle quali ho attirato la vostra attenzione. Le argomentazioni teoriche di Carducci sulle cose reali nella vita sono, quindi, sino ad un certo grado, tratte da una tale conoscenza più profonda. Non voglio affermare che egli avresse posto in evidenza questa visione più profonda del mercato, o che fosse stato in qualsiasi modo un occultista; ma in quello che però dice vi sono talune cose che son giunte a lui da ogni sorta di di canali misteriosi.

Ora Carducci dice: In Dante, cooperano tre elementi, e solo attraverso la cooperazione di questi tre elementi l’essenza di Dante poté diventare ciò che fu. In primo luogo, attraverso alcuni elementi della sua stirpe, un antico elemento etrusco. Da questo Dante avrebbe ricevuto il fatto che i mondi soprasensibili si siano dischiusi per lui, cosicché egli poté parlare in maniera così profonda dei mondi soprasensibili. In secondo luogo,  vi è in lui si trova l’elemento romano, che gli dà il giusto rapporto con la vita del giorno e il punto di partenza di certi concetti giuridici. E in terzo luogo, dice Carducci, vi è in Dante l’elemento germanico. Da questo egli ha l’audacia e la freschezza della visione, una certa franchezza e una salda disposizione per ciò che si prefigge. A partire da questi tre elementi Carducci riassume la vita animica di Dante. 

Il primo ci indica l’elemento antico-celtico, che in qualche modo lo pervade attraverso il sangue e lo riconduce al terzo periodo post-atlantico, poiché l’elemento celtico nel nord riconduce a quello che abbiamo conosciuto come il terzo periodo post-atlantico. Quindi troviamo il quarto periodo post-atlantico nell’elemento romano, il quinto nell’elemento germanico. Dalle tre e dai loro impulsi, Carducci compone gli elementi nell’anima di Dante, così che abbiamo realmente tre strati che sono giustapposti o piuttosto sovrapposti: la terza, la quarta, la quinta epoca: celtica, romana, germanica. Buoni ricercatori dantisti hanno fatto grandi sforzi per capire come Dante, a partire dal mondo spirituale, abbia potuto mescolare il suo sangue in modo tale che sia diventato un tale composto. Naturalmente, ciò non è stato espresso con le stesse, come le ho testè dette, ma essi hanno fatto questi sforzi, e si crede che qualcosa cose sia stato raggiunto, essendo stati in grado di dimostrare una buona parte dell’ascendenza di Dante in Grigioni. Questo è stato confermato storicamente in una certa misura: la stirpe degli antenati di Dante indica di provenire da tutte le direzioni, ma anche da questa zona, dove è avvenuta tanta mescolanza di sangue. 

Vediamo come la straordinaria cooperazione dei tre strati dell’evoluzione umana europea venga alla luce in una singola personalità. E vedete, un uomo come Carducci, che non ha accolto questo concetto sotto l’influenza della attuale follia nazionalista, bensì partendo da una certa oggettività, indichi a ciò che sta alla base di Dante».

Da tutto ciò, soprattutto da quanto Rudolf Steiner comunica a proposito del testo dantesco di Carducci, si può scorgere quanto poco la storia esteriore conosca dei retroscena spirituali e occulti del nostro Risorgimento, e sovente quanto poco – salvo eccezioni – li conoscano la ignorantissima genia degli esoteristi, o sedicenti tali: antroposofi e “scaligeropolitani” compresi. Il più delle volte da loro vengono assimilati acriticamente pregiudizi, stati d’animo, e persino viscerali avversioni, sulla base di vere e proprie fabulae, e veri e propri miti, messi ad arte a giro in libri, giornali ed anche in vari siti telematici da chi ha interesse a nascondere e a travolgere la verità.

Da diverso tempo, infatti, vi sono varie persone – perlopiù legate all’Innominato gianicolense, ma anche altre non direttamente connesse con lui – le quali si fanno un dovere di sminuire e denigrare il Risorgimento d’Italia, avvenuto dopo un più che millenario asservimento e decadenza. Vi è chi sostiene che il Risorgimento italiano fosse il risultato della manipolazione e dell’ingerenza politica di una potenza straniera come l’Inghilterra, e della Massoneria inglese, arrivando persino a fare l’apologia delle insorgenze sanfediste di fine Settecento, e del banditismo filoborbonico e filoclericale del Meridione d’Italia nei decenni dopo la garibaldina Impresa dei Mille. In anni più recenti si son visti persino prelati e dignitari della potenza straniera d’Oltretevere sostenere, con spudorato stravolgimento della verità, essere il nostro Risorgimento, e l’Unità d’Italia, frutto dell’azione proprio della chiesa cattolica. Tutto ciò è semplicemente falso, e sarebbe perfettamente possibile dimostrarlo persino storicamente, a partire dagli eventi che sin dal Settecento prepararono il nostro Risorgimento. Forse un giorno sarà concesso di mostrarlo, e di rigorosamente dimostrarlo. Anche su questo temerario blog.

Ma quello che sfugge ai molti che in buona o pessima fede aderiscono alla “teoria del complotto”, o che si fanno morbidamente sedurre dal “trasbordo ideologico inavvertito” – cavalli di battaglia, sempre alla bisogna disponibili, dell’integralismo curiale della potenza straniera d’Oltretevere – è proprio la natura spirituale, e con essa la ragion d’essere del sorgere e dello svolgersi del nostro Rinascimento prima, e del Risorgimento poi. Natura e ragion d’essere di esso della quale la conoscenza fu riservata ad una ristretta élite iniziatica di cerchie di origine rosicruciana. Tali cerchie – che nulla, proprio nulla, avevano a che fare con la Massoneria inglese o col clericalismo curiale – operarono efficacemente con la loro influenza occulta all’interno della Carboneria, della mazziniana Giovine Italia, della Massoneria italiana, prima che questa desse luogo alle future degenerazioni. All’influenza di tali cerchie rosicruciane – e soprattutto alle loro élite – allude Rudolf Steiner nel suo far riferimento allo scritto di Giosue Carducci, in quale ebbe in qualche modo contatti diretti, e documentati, con esponenti di tali élite. Alcuni membri della mia famiglia fecero parte di tali cerchie, e qualcosa come una eco ne è giunta sino ai discendenti. Ma questa è un’altra storia.   

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Immagine dell’articolo: Ritratto di Dante Alighieri scoperto il 21 luglio 1840, nella cappella di Santa Maria Maddalena, al Bargello di Firenze, in seguito agli scavi voluti e finanziati dal barone inglese Sir Seymour Stocker Kirkup (Londra 1788 – Livorno 1880), pittore e bibliofilo inglese, grande studioso di Dante ed amico di Gabriele Rossetti, che visse quasi tutta la vita tra Firenze e Livorno. Secondo la testimonianza del Vasari il dipinto era di Giotto.

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2018

Anno XXIII n. 7

Luglio 2018

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Angelo-Apocalisse

FONDAMENTI INIZIATICI E AUTOCOSCIENZA (di F. Giovi)

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In vari articoli, succedutisi nel tempo, abbiamo cercato di evocare, con riflessioni e indicazioni pratiche, parti del carattere di quell’intima aspirazione interiore che possa presentarsi come punto riconoscibile d’incontro con i lettori che possiedono, al di sopra delle innumerevoli variazioni personali, un qualche impulso a partecipare in piena e desta consapevolezza all’esperienza responsabile di stati dell’Essere non soggetti alla caducità del mondo comunemente sperimentato, che apparentandosi come oggetto della nostra esperienza personale è sempre mondo interiore umano anche quando, secondo una visione ingenua, lo ci si rappresenti come esterno ed oggettivo.
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Tale aspirazione può rafforzarsi e confermarsi in organica concretezza attraverso eccezionali modificazioni dei veicoli sovrasensibili individuali, le quali, permettendo l’esperienza di percezioni affrancate dai vincoli cerebrali e sensoriali, nel linguaggio esoterico possono venire chiamate illuminative e iniziatiche. La Scienza Iniziatica principia con l’aspetto interiore dell’insegnamento spirituale, ossia con ciò che attua una trasmissione ed un legame tra il Principio superumano e lo stato umano, tra ciò che trascende il temporaneo perituro e l’essere esistenziale contro i cui limiti l’uomo non addormentato del tutto lotta durante l’intera vita per non aderirvi completamente.
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Dovrebbe risultare comprensibile che all’uomo contemporaneo, dotato di una coscienza lucida e individualizzata, ma anche troppo coincidente con la percezione sensibile, occorrerebbe da subito trovare una via d’uscita dai limiti della categoria corporea. Al contrario, sprezzando o ignorando l’unica facoltà che contiene, già nella sua piú immediata manifestazione, il Principio della libertà e della reintegrazione, troppi fanno il possibile per aprirsi ai piani sub-sensibili dell’Essere, anch’essi possedenti carattere di vastità ed ambiguo splendore, a patto che la coscienza ne sia dominata.
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Un fondamentale equivoco di prospettiva consiste nello scambiare scopi contingenti con il fine dell’esperienza spirituale ed iniziatica, la quale per la sua natura si situa ben oltre le condizioni pensabili nell’ambito della comune manifestazione umana. L’errore è comprensibile, poiché l’ordinario pensiero è incapace di concepirla se non come un’astrazione che non sfama e disseta, cosí per dare concretezza all’aspirazione la si estroflette su esigui obiettivi che con una vera spiritualità hanno assai poco da fare. Quasi fatalmente non pochi vengono attratti, piú secondo simpatia e antipatia che secondo autocoscienza, dai cliché psichici dominanti nel mondo percepito come esterna realtà materiale ed a tratti arbitrariamente immaginato come spirituale. Ideali sociali, programmi politici, indirizzi culturali (interni o esterni alle comunità esoteriche), assorbono e neutralizzano quella che in circostanze diverse avrebbe potuto essere una autentica aspirazione all’azione spirituale, mentre gli stessi, se subordinati ad una attiva vita interiore innescata dalle precise discipline di concentrazione e meditazione, diverrebbero occasioni indirette di maturazione interiore.
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L’umanità contemporanea tende, giustificatamente, alla libertà, ma il piú delle volte si arriva a concepirla nevroticamente come un confuso svincolamento dalle costrizioni, non essendovi né il sospetto né la contezza che una libertà non illusoria è una conquista progressiva, ottenibile attraverso maggiori gradi di identità con il Principio vero: “La verità vi farà liberi”. In pratica la libertà comincia ad essere una realtà solo per chi non si identifica col proprio mondo istintivo, perciò è reale per chi sa assumere una ferrea disciplina indissociabile da rinunce e obblighi, essendo la via iniziatica la via piú difficile: una formidabile battaglia contro il sé che crediamo di essere.
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Oggi piú che mai, qualora il ricercatore cerchi di non smarrirsi e forse soccombere nella “selva oscura” di infiniti ed illusori mondi intermedi, urge una disciplina cristallina e consapevole non condizionata in alcun modo dagli stati d’animo o dal corpo, e nemmeno dal vizio della razionalità che non avverta la necessità della propria estinzione. Serve una disciplina che possa manifestare nel suo canone la piú coerente ragione d’essere, soprattutto se posta in relazione all’autocoscienza immanente, pur enucleando un orientamento conforme al carattere super-personale della sfera iniziatica, affinché il ricercatore si rafforzi sulla strada del coraggio e della dedizione assoluta, ossia dell’impeto straordinario verso l’effettiva morte della personalità che è il presupposto della realizzazione trascendente. Possiamo indicare il superamento della Morte come una caratteristica essenziale del percorso esoterico. Il dominio dell’immortalità (innatalità) si situa al di là del mondo umano-personale e non può realizzarsi senza il presupposto di morire ad esso, completamente. In pratica, tra coloro che affermano di possedere un’aspirazione iniziatica, ben pochi sono quelli che si rendono conto della ineludibile contropartita, e pochissimi, avendone contezza, sono effettivamente decisi ad assumerla.
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Queste considerazioni si riferiscono ad un orientamento interiore assolutamente fondamentale, che non ha nulla in comune con le facili e farisaiche prediche spiritualistiche contro le stolide abiezioni dei nostri piú disgraziati fratelli, o con i funambolismi circensi dell’esoterismo pensato, perciò irreale quanto una teologia da parrocchia, o con altre infinite e divaganti scorie. La Via del Pensiero, lo si accetti o meno, è per l’uomo contemporaneo l’unica strada verso la Reintegrazione, coincidente con il suo retto bisogno di consapevolezza, conoscenza e libertà. Possiamo comprendere che verso il pensiero qualcuno avverta insofferenza e ostilità, poiché invero nel pensiero comune manca vita e calore, tuttavia dal pensiero non si esce, anche quando si formula un giudizio di pensiero biasimante il nostro ‘accanimento’ a trattare di esercizi dedicati alla liberazione della forza-pensiero. Pensando con minore superficialità, non dovrebbe essere poi tanto difficile giungere almeno alla comprensione logica del perché la concentrazione sia il veicolo piú diretto per superare il pensiero morto (e il sentire passivo ed il volere esausto), ossia l’agghiacciato limite che ci impedisce di vivere davvero Vita e Coscienza in una possanza e grandezza tali che nessuna accesa fantasia potrebbe minimamente evocare.
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L’occulta o palese ostilità verso la Via del Pensiero, che dovrebbe invece essere accessibile alla comprensione di chi calca il terreno dell’autoconoscenza scientifico-spirituale, introduce ad un problema che non è culturale o sapienziale o di attività pensante quanto di autocoscienza: piú esattamente del capire attraverso quale veicolo essa si accenda realmente, ossia dove il singolo individuo sente se stesso.
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Schematicamente si potrebbero osservare tre grandi tipologie di individui: gli uomini del corpo, quelli dell’anima e i rari dello Spirito. Gli esseri della prima categoria sentono se stessi nell’emanazione della sensazione corporea. Rivolgendosi ad una ricerca spirituale trovano consone alla loro natura lo yoga delle asana, del pranayama, ma anche, qualora si dedichino alla meditazione e alla concentrazione, per essi il prius alimentante la disciplina interiore è il senso di sé corporeo nei diversi aspetti di vitalità, rilassamento, volontà muscolarizzata, dieta, benessere ecc.
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I discepoli dell’anima non possono staccarsi dal sentimento di sé che per essi è il centro di ogni cosa, spesso possedendo le positive virtú dell’entusiasmo, della devozione religiosa, dell’affetto: virtú mai obiettivate ed obiettive, poiché sempre subordinate all’incostanza e all’egoismo avido del proprio sentire. In essi l’unica ascesi valida è ciò che in qualsiasi modo possa fornire ulteriori impressioni al sentimento personale.
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Possibili discepoli dello Spirito sono invece coloro che possono dimenticare se medesimi nel percepire e nel pensare, i piú diretti organi di mediazione del principio spirituale umano: l’Io.
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Sovente è inevitabile che in chi accende in sé l’aspirazione verso lo Spirito avvenga una sorta di ricapitolazione del proprio remoto passato, che soffia come un vento magico prima attraverso il corpo e l’anima, ove un tempo dimorava possente lo Spirito, per poter giungere là dove lo Spirito non c’è mai stato: il luogo del pensiero astratto. Astratto perché fuori dal sensibile e dal soprasensibile, onde possa manifestarsi la sostanza della libertà, vuoto di essenza al punto da poter accogliere l’essere dell’essenza: l’Io. L’Io che già c’è ma che non è ancora, essendo l’autocoscienza l’iniziale impronta dinamica della sua incompiuta presenza.
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Per l’uomo contemporaneo è quanto mai necessario realizzare o rafforzare questa autocoscienza che ancora gli sfugge, a cui continuamente si appella senza la consapevolezza del suo appellarsi. Si legga in destità cosciente il primo capitolo del libro di Massimo Scaligero La logica contro l’uomo, intitolato “Il problema a cui si sfugge”, che anche preso a sé stante, purché si sia almeno capaci di correlarlo concretamente a se stessi, potrebbe indicare un assetto ed una direzione di coerenza umana e spirituale valide per l’intera vita.
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Su tale solco accenneremo ad alcune pratiche meditative che potrebbero risultare assai utili (nel loro complesso o in segmenti singoli) a diversi ricercatori, indipendentemente dal loro presente livello d’esperienza.
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Prima meditazione sull’Io

La parola ‘io’ non può mai penetrare da fuori di un essere umano come suo appellativo; solo l’essere stesso può applicarla a sé: io sono un io solo per me, per ogni altro sono un tu, e ogni altro è per me un tu.

L’essere dell’io è indipendente da tutto: il mondo, il corpo e l’anima, con il pensare, sentire e volere, sono esterni ad esso. Solo ‘io’ posso dire io a me stesso.
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Questa meditazione è desunta dal II capitolo della Scienza occulta di Rudolf Steiner e, come avverte Scaligero per una meditazione di medesimo contenuto presente nell’opera precedentemente citata, possiede valore rafforzante e formativo.
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Seconda meditazione sull’Io

L’Io è l’intimo reggitore, l’immortale, che non si vede e che vede, che non si ode e che ode, che non si percepisce col pensiero e che pensa, che non si conosce e che conosce. Non esiste altro veggente che Lui, altro pensante che Lui, altro conoscente che Lui. Questi è l’Io, l’intimo reggitore, l’immortale.

La prima delle due meditazioni apre la strada alla seconda. In ambedue, la condizioni di base consiste in: silenzio interiore, massima semplicità e breve durata (all’incirca cinque-sette minuti).

Terza meditazione sull’Io

È la sintesi adialettica delle precedenti, operante con modalità alquanto diverse ma intrinseche al valore dell’esercizio. La seguente disciplina non va inserita in ritmi stabiliti, ma viene preparata ed attuata piú volte (da tre a cinque volte al giorno) in qualsiasi momento della giornata per brevissimi momenti (max. tre minuti) in totale indipendenza interiore da luoghi e situazioni; ci si abitui ad eseguirla con immediatezza, abbandonando l’ordinario in cui si è immersi. Allontanare i pensieri e i sentimenti del momento come una coscienza che cessa di sognare e si sveglia.

Evocare la consapevolezza immobile e inalterabile che esiste dietro ogni nostra attività cosciente.
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Se tale atto è a tutta prima difficile, prepararsi considerando ad esempio lo schermo cinematografico che permane mentre su esso si susseguono forme e azioni veloci, oppure immaginando il flusso agitato del torrente contro la fissità della roccia affiorante. Quando tale contrapposizione è divenuta chiara e sentita, possiamo continuare proficuamente la meditazione.
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Tutte le esperienze assumono forma nello spazio e si susseguono nel tempo, l’Io testimone è senza localizzazione e forma, libero da tracciati temporali: l’Io è il centro dell’universo. Spazio e tempo si muovono intorno a Lui.
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Dimenticare per un attimo il senso del tempo e dello spazio. Aprire cuore e coscienza a ciò che non è mai nato e che non morirà mai, in un’ora senza tempo e senza confini.
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Con la pratica, l’esercizio consisterà in una intima, intensa e silenziosa contemplazione dell’Io Superiore con caratteri non dissimili alla preghiera pura.
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Come per tutte le discipline meditative, l’operatore curerà che anche queste non vengano attuate a ridosso e soprattutto non immediatamente dopo l’esercizio della concentrazione.

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Franco Giovi

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2004/dic04/

SPAZI DI LUCE : ATTI DELLA FOLGORE

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L’INGRESSO DELLA LUCE ATTUA MOMENTI DI VERITA’

LAMPI DI INCONSAPEVOLE ISPIRAZIONE

CONCETTI DI POTENZA ESPRESSI CON FACILITA’

ENTRO RISRETTISSIMI SPAZI DI TEMPO IN CUI IL SINGOLO INDIVIDUO E’ SORRETTO DAGLI DEI.

E’ IL CONTRARIO DELL’INDEMONIAMENTO.

SPAZI DI LUCE  :  ATTI DELLA FOLGORE.

 

COME IMMATERIALI ONDE DI RINVIGORIMENTO DEL PENSARE

IN CUI LA LUCIDITA’ ATTINGE OLTRE LE INTENZIONI UMANE.

ATTINGE OVE L’IMPRONTA DEL LOGOS E’ OPERATIVA.

E PUO’ INCIDERE CARATTERI DI SOVRUMANA LIBERTA’ NELL’UMANO.

AVVENGONO IMPOSSIBILI SCULTURE INTESSUTE DI ORO NELL’ARGENTO.

MENTRE L’ACCIAIO CELESTE TRACCIA I SUOI SENTIERI.

NELLE MENTI E NEI CUORI DI COLORO CHE NON RIESCONO A CONCEPIRE UMANAMENTE CIO’ CHE PURE SOVRUMANAMENTE COMPIONO.

 

MUTANO IMPERCETTIBILMENTE E MINIMAMENTE I SENTIERI DEL DESTINO.

 

MA E’ VERSO L’ALTO  CHE VOLGONO IMPREVEDIBILMENTE LE METE E GLI INDIRIZZI ESISTENZIALI.

 

E’ LUCE ED E’ FULGORE.

 

TUTTO IN OGNI TRATTO DEL CAMMINO PUO’ SPEGNERSI E PRECIPITARE

IN BASE A EVENTUALI INTERIORI TRADIMENTI.

MA PER ORA VI SONO SOLTANTO IMPREVEDIBILI ED IMPOSSIBILI AVVISAGLIE DI UN ‘AURORA IN CUI IL VOLTO LOGOS PUO’ GIUNGERE AD ESSERE CONCEPITO E VENERATO.

E POI INFINE – IN VARIO GRADO – ERETTO.

VIVENTEMENTE ERETTO PER L’ETERNITA’.

 

OVE SI SPEGNE L’ALITO DEL DRAGO.

ED OVE LA NOTTE MUORE POICHE’ LA LUCE DELL’AURORA

NELLE VIVENTI FORME DEL BENE LA TRASMUTA.

TUTTO PUO’ ACCADERE SE NEL SOVRAMENTALE L’ANGELO RESPIRA.

 

APICI DEL RITO DELL’IDEA IN CUI L’ESSENZA DEL REALE

PUO’ ESSERE IMPRESSA DALL’IMPOSSIBILE CREARE IN CUI NEL SOLE L’ORO SI CREA

E TRACCIA LE VIE DEL FATO RINNOVATO E POI REDENTO.

 

NELL’ATTIMO IN CUI

PROTESO NEL CONTEMPLARE UN CONCETTO APPENA FORMULATO :

IL PENSARE E’ COSTRETTO AD ATTIGERE NEL POTERE UNITIVO DELL’INTELLIGENZA.

IN QUELL’ATTIMO SORRETTO DALLA VOLONTA’ :

L’IO E’COSCIENTE EPPURE RESPIRA FRA LE FORZE FORMANTI IN CUI NASCONO I PENSIERI UMANI.

IN QUELL’ATTIMO L’IO E’ COSCIENTE EPPURE SFIORA L’ESSENZA SOVRUMANA DELL’INTELLIGENZA POICHE’ E’ FEDELE ALL’ESSENZA LOGICA DELLA VERITA’.

 

IN QUELL’ATTIMO L’AUREITA’ DEL LOGOS  -IN VARIO GRADO- LAMPEGGIA, SI IMPRIME, IRRAGGIA NEL MONDO, SCOLPISCE GLI EVENTI DEL REDIMERE.

L’IMPOSSIBILE SI VESTE DEGLI ATTI ASCETICI INDIVIDUALMENTE ACCESI.

E QUANDO LE VESTI (OSSIA LE FORZE FORMANTI) SONO MINIMAMENTE SUFFICIENTI : POSSONO ISPIRARE ED INNALZARE GLI ATTI DELL’UMANO.

REDIMENDO.

TRACCIA DI TUTTO CIO’ E’ L’EVIDENTE IRROMPERE DI IPOTESI E TEORIE CHE FRANTUMANO LE NEBULOSE IDIOZIE FURENTI DELLA BESTIA CHE PARLAVA ATTRAVERSO I DEVOTI DEL MARCIUME.

ALL’IMPROVVISO IL “68” E’ CONTRADDETTO CON AUTORITA’ E VIGORE.

VIGORE NEI PENSIERI FINALMENTE E’ RIVOLTO A FAVORE DELLA LUCE.

E TALE VIGORE NON E’ DI QUESTO MONDO.

LA SUA FONTE E’ FAMILIARE A CHI OLTRE A PRATICARE L’ASCESI SFIORA LA NUOVA DEVOZIONE  CHE NE COSTITUISCE L’INTIMA STRUTTURA OCCULTA.

LUCE SCULTOREA CHE NELLA NUOVA DEVOZIONE IMMETTE LA VOLONTA’ COSCIENTE DELLA PERENNE AURORA.

OPERATIVA LUCE DEL LOGOS.

E SUO ALTARE.

E SUA ARMA.

 

FRA LE LIBERE SCELTE DEL PENSARE.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

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L’ARCHETIPO GIUGNO-2018

Anno XXIII n. 6

Giugno 2018

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mietitura

In questo numero:

ISIDE SOPHIA-QUINDICESIMA Lettera (Parte I) – Continuazione

Denderah

QUINDICESIMA LETTERA

Giugno 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 3

(Link alla parte precedente)

Il conte Leone Tolstoj nacque il 9 settembre 1828 nuovo stile [calendario gregoriano]. In questo giorno il Sole era nella Costellazione del Leone, vicinissimo al punto di transizione dal Leone alla Vergine. All’epoca del suo concepimento il Sole era nello Scorpione. Così lo “spazio aperto” comprende le Costellazioni della Vergine, della Bilancia e parte dello Scorpione, ma la Vergine è la Costellazione dominante. Questa è la Costellazione opposta ai Pesci, che abbiamo trovato così fortemente collegata con Tommaso Moro. Perciò, l’anelito all’esperienza del Sole Spirituale nella Terra era vivo in Tolstoj in maniera abbastanza diversa che in Tommaso Moro, ma fu allo stesso livello, poiché cercava lo Spirito Solare all’interno dell’ordinamento sociale. Tommaso Moro sperimentava il Divino della Terra nella visione di uno Stato perfetto che è guidato interamente dalla religione. L’essere umano singolo è accolto nell’influenza di questa religione obbiettiva, che ordina la sua esistenza all’interno della comunità.

Per Tolstoj l’anelito per una comunità giusta ed armoniosa rivelò proprio il problema opposto. Egli non poté partire da un’obbiettiva istituzione religiosa che fosse capace di accogliere l’essere umano nelle sue braccia orientatrici e protettive. In effetti, ad una certa epoca della sua vita egli recise tutti i suoi legami che lo legavano alla Chiesa Ortodossa. Dovette partire dal suo proprio essere interiore. Per lui la domanda era ” Come posso trovare in me stesso la ’religio‘ eterna, come posso io trasmutare il mio essere imperfetto?”. Possiamo trovare questa ricerca del vero “umanesimo” nei primi libri come I Cosacchi. Arrivò così all’esperienza del Divino nella vita delle comunità, nei rapporti dell’umanità persino là dove essi confinano stranamente col caos sociale. Tutti i suoi romanzi lo dimostrano, in special modo il libro Resurrezione.

Tommaso Moro nella sua visione di Utopia guardò in faccia il Divino come esso si rivelava nell’ordinamento sociale. Tolstoj doveva discendere nelle insondabili profondità della natura umana al fine di trovare, oltre la caricatura dell’uomo, l’immagine splendente del Divino realizzata nella fratellanza umana. Egli trovò così lo Spirito Solare della Terra, ovvero la Terra nella Vergine, la “rivelazione segreta” dell’enigma della vita. Vi fu inoltre un’altra rivelazione a lui dello Spirito della Terra che portò l’esperienza della Vergine ad un superiore compimento.

Tramite il suo destino egli era stato portato alla convinzione che l’equilibrio dell’anima fosse la medicina della quale abbiamo bisogno per divenire realmente umani. Nella sua gioventù egli aveva vissuto la vita sfrenata e selvaggia di un giovane nobile russo, fino a che non riconobbe l’effetto rovinoso di questo tipo di vita sulla sua vera umanità. Da quel momento lo vediamo anelare e lottare per l’equilibrio, e in molte immagini dei suoi romanzi possiamo trovare questo equilibrio realizzato in descrizioni meravigliose. Esse sono i centri risanatori dentro al tumulto degli eventi. E’ la realizzazione della ricerca dello Spirito Divino della Terra, che viene indicata nella posizione della Terra in Bilancia, come ha luogo nell’oroscopo di Tolstoj. Inoltre dovette sempre combattere duramente per l’equilibrio nella sua anima. Sempre di nuovo dovette attraversare crisi nelle quali tutto quello che aveva raggiunto sino ad allora sembrava essere lacerato in pezzi e diventare indegno. Ma sempre di nuovo egli si risollevò e salì a più alti stadi di umana perfezione. Queste continue esperienze di morte divennero la fonte della sua tremenda attività e produttività. E’ l’esperienza della Terra nello Scorpione. La Costellazione opposta alla Terra nel Toro, ereditando l’anelito alla rivelazione del Divino nella molteplicità della creazione, accende l’impulso a cercare la manifestazione dello Spirito Solare nell’indomabile Spirito creativo che sorge dalla morte e dalla distruzione.

Il famoso astronomo Ticho de Brahe nacque il 14 dicembre 1546, allorché il Sole era nella Costellazione del Sagittario. All’epoca del suo concepimento esso era appena entrato nei Pesci. Perciò, il Sole non era stato nelle Costellazioni del Sagittario, del Capricorno e dell’Acquario, ed esse formano lo “spazio aperto” ovvero l’aspetto della Terra del suo cielo di nascita.

Ticho nacque in una nobile famiglia danese. Il padre cercò di allevare suo figlio affinché entrasse nella carriera politica e così, sotto la guida di un tutore, lo inviò all’università per gli studi di giurisprudenza. Tutta la severità del tutore non poté impedire a Ticho di percorrere la sua via. Mentre i Tutore era addormentato, Ticho si arrampicava sul tetto della casa ed osservava le stelle con strumenti molto primitivi. All’età di 16 anni aveva già fatto importanti scoperte. Nessuno poteva impedirgli di diventare matematico e astronomo. Dopo molti viaggi, con l’aiuto del re di Danimarca, egli si stabilì sulla piccola isola danese di Hveen. All’età di 30 anni costruì lì un osservatorio, e per un lungo, pacifico periodo riuscì a compiere estese osservazioni astronomiche. Produsse, tra le altre cose, un catalogo contenente le esatte posizioni di circa mille Stelle sino ad allora non registrate.

La determinazione con la quale questa individualità percorse la sua vita sin dalla prima Gioventù, ci mostra la direzione della sua ricerca dello Spirito Solare sulla Terra. E’ la Terra nel Capricorno che lo compenetrava con l’impulso a cercare lo Spirito in ciò che il suo occhio poteva rivelargli della moltitudine delle Stelle sopra di lui. Nella Costellazione opposta del Cancro abbiamo incontrato, in relazione con Emerson, l’esperienza del Calice nel quale fluivano azioni, colpe e speranze umane nel corso della Storia. Ticho de Brahe osservò e divenne l’Alto Sacerdote dell’altro Calice nel quale le anime umane vanno al momento della loro morte e dal quale esse provengono quando nascono: il Calice del Cosmo nel quale la Terra è incastonata. Nella rivelazione accordata tramite l’attività del suo occhio, egli sperimenta lo Spirito Divino della terra. L’Universo al di sopra di lui sicuramente non era soltanto un Mondo meccanico. Per lui era un Essere vivente, col quale egli poteva fluttuare attraverso lo spazio cosmico, il cui cuore batteva e il cui linguaggio poteva comprendere.

Non era soltanto quello che oggi chiameremmo un astronomo, era anche un astrologo, sebbene dobbiamo immaginare che a quel tempo ciò avesse implicazioni diverse che non oggi. Predisse la morte del sultano turco Solimano, quasi nello stesso giorno in cui ciò avvenne realmente. Predisse pure altri eventi che si avverarono dopo la sua morte. In questa relazione interiore con le Stelle, e nella percezione del loro linguaggio, scopriamo ancora un’altra esperienza dello Spirito Solare indicata dalla Terra in Acquario, tuttavia ciò non comprende interamente il carattere universale di questa personalità. C’era ancora dell’altro. Il suo osservatorio sull’isoletta di Hveen era un edificio stranissimo. Sul tetto di questo, ove venivano fatte le osservazioni astronomiche, stavano gli strumenti usati per la misura delle angolazioni delle posizioni Stellari. Ma nel seminterrato della casa vi era qualcosa di simile al laboratorio alchemico, nel quale le sostanze della Terra venivano bollite ed esaminate tenendo conto della loro relazione con le Stelle. Quest’anelito ad una conoscenza della natura cosmica delle sostanze della Terra rivela ancora un’altra relazione con lo Spirito Solare che aveva collegato Se Stesso con la Terra. Ciò è indicato nella posizione della Terra in Sagittario che realmente si presentava nell’oroscopo di Ticho come abbiamo fatto notare più sopra.

Ci sono soltanto pochi esempi che possono mostrare come l’anima che discende da altezze cosmiche sperimenti la Terra come l’unico luogo ove egli può incontrare lo Spirito Solare del nostro Universo.

Quando l’anima passa attraverso la sfera del Sole nella vita tra morte e nuova nascita, ha un’esperienza dolorosa. Trova il Sole abbandonato dal suo Spirito dirigente di un tempo, poiché il Christo si è unito alla Terra. Perciò, l’anima viene colmata dal desiderio di ritornare alla Terra per sperimentarvi lo Spirito della Terra. Le rivelazioni del Divino Spirito della Terra sono molteplici, e l’essere umano può riceverle secondo le condizioni di “percezioni” acquisite in precedenti incarnazioni. La direzione di queste possibilità viene indicata nello “spazio aperto” dell’oroscopo e in ciò che avviene in esso. Ciò comprende, naturalmente, solo una parte della dodecupla rivelazione dell’Essere del Christo. E’ la “libbra” (ovvero i “talenti” secondo la parabola dei Vangeli), che ci fu data dal Signore del Destino, ma è nostro còmpito incrementare il dono, ed esso deve diventare l’ideale cristiano di sperimentare sempre più in maniera comprensibile la rivelazione dello Spirito Solare.

Non c’è bisogno di dire, che è impossibile dare regole definite circa il carattere della relazione dello Spirito della Terra nelle varie Costellazioni. Questo è appunto il carattere distintivo del terzo “Mistero Solare”, che possiamo soltanto accostare allorché diventiamo attivi e creativi nelle nostre anime. Nulla accadrebbe se sedessimo soltanto ed aspettassimo che qualcosa giungesse a noi, altrimenti il “talento” che abbiamo ricevuto potrebbe esserci portato via.

Se impariamo a guardare il cielo di nascita, l’oroscopo, dal punto di vista della nostra propria attività spirituale; se possiamo scorgere l’indicazione verso la perfezione e il compimento della nostra esistenza come esseri umani, allora possiamo giungere ad una cognizione interamente diversa dell’ “oroscopo”. Non esisterà più allora l’oscuro, persino crudele dominatore sulle nostre vite, bensì la mano orientatrice del nostro Amico in cielo che ci mostra la Via alla vera cristianità umana.

GLI EVENTI IN CIELO

Siamo stati testimoni nei pochi mesi passati delle scene finali di un dramma storico che era iniziato già vent’anni fa. Se avessimo guardato con occhi conoscitori gli eventi in Europa Centrale nell’anno 1933 e dopo, avremmo visto che essi portavano entro se stessi i semi della distruzione. Gli eventi nel 1944 e nel 1945 furono soltanto la rivelazione del gigantesco spazio vuoto che era stato creato ove una volta esisteva la Germania. Spessissimo abbiamo chiesto a noi stessi: “Come è stata possibile questa distruzione, e che cosa ha provocato questa decadenza?”.

La scrittura Stellare può aiutarci a trovare la risposta a queste domande. Ma non dobbiamo cercarle negli attuali eventi in Cielo. Le cause reali giacciono molto più indietro nel tempo. Per dirlo in maniera chiara, molte delle tendenze che iniziarono in Europa Centrale nel 1933 avevano le loro radici negli eventi collegati con la conquista del Messico al principio del XVI secolo. Non tutti, ma molti di essi avevano la loro origine lì. La scrittura delle Stelle lo può chiarire.

Hernando Cortès salpò dall’isola di Cuba il 18 novembre 1518 per conquistare il Messico. Sbarcò sulla costa del Messico nel marzo 1519 e fondò la città di Vera Cruz. Esattamente in quel momento il Pianeta Saturno entrò nella Costellazione del Capricorno. Cortès bruciò le navi con le quali lui e il suo piccolo esercito avevano attraversato il mare, cosicché nessuno potesse sfuggire alla lotta che era di fronte a loro. Presto gli spagnoli giunsero in vista della bella Città del Messico che era costruita su un’isola in mezzo al lago e dove risiedeva l’imperatore Montezuma. Dopo molte avventure ed imprese disperate contro varie tribù indie, Cortès dovette fronteggiare un’insurrezione dello stesso impero di Città del Messico.

Egli sconfisse un enorme esercito di Messicani il 7 luglio 1520, e sebbene avesse soltanto un esiguo esercito a sua disposizione, aveva il vantaggio delle armi da fuoco alle quali gli indiani d’America non erano affatto abituati. In seguito a questa battaglia, Città del Messico fu assediata e conquistata il 15 agosto 1521. Ciò fu seguìto dal terribile sterminio degli indiani americani. Per tutto questo tempo il Pianeta Saturno fu nella Costellazione del Capricorno.

Anche alla fine del 1932 e al principio del 1933 Saturno era entrato nella Costellazione del Capricorno. Così abbiamo in quegli eventi un riflesso della Storia dell’inizio del XVI secolo. A prescindere da ciò, un’indagine mostrerebbe che i fili karmici di certuni degli attori principali nel dramma del 1933 riportano all’inizio del XVI secolo e al Messico.

Molto è stato detto contro la crudeltà con la quale Cortès e i suoi uomini distrussero e sterminarono l’impero messicano. Essi sembravano agire soltanto come un mucchio di avventurieri e desperados che non avevano nulla da perdere e che erano guidati dalla estrema avidità per l’oro e le ricchezze dei messicani.

Dobbiamo altresì immaginare la situazione cui si trovarono di fronte gli spagnoli, sebbene essi possano esser stati in generale di basso carattere morale. Gli ultimi resti di rituali, che ad una mente europea dovevano apparire come l’estremo limite dell’umana crudeltà, venivano praticati nei templi messicani. Non solo in questi luoghi venivano eseguiti sacrifici umani, ma addirittura gli organi interni di corpi viventi, perlopiù di prigionieri di altre tribù, venivano asportati e sacrificati alle immagini degli Dèi indios.

E’ un argomento troppo vasto per noi spiegare l’origine di quei rituali decadenti che erano divenuti la porta per culti di magia nera.

Gli spagnoli, dal punto di vista della loro civiltà europea, sentivano un incomprensibile disgusto e distrussero queste cerimonie, ma il loro Cristianesimo era ancora troppo debole per sradicare le cause profonde dei segni di questo completo declino di civiltà, che era collegato con antichissimi e insondabili misteri del sangue. L’azione degli spagnoli osservata dal punto di vista del Cristianesimo fu un insuccesso. E quale fu il risultato? Nel XX secolo quelle forze oscure degli antichi misteri del sangue risorsero di nuovo ed esercitarono la loro crudeltà, ed ora furono colmate con l’odio estremo per la civiltà dell’umanità cristiana.

Perciò, una conoscenza della scrittura Stellare può insegnarci, e può divenire una chiave per la cognizione e la comprensione degli eventi terrestri. Ma può essere pure un severo ammonimento…

 (Continua)

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IL VELO (di RA)

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Pensare il mondo (dal Viridarium di D. Stolcius von Stolcenberg, Francoforte 1624)

Dal mondo immediatamente vicino a quello percepibile mediante i sensi ordinari ci separa soltanto un velo. Si ha spesso l’impressione che basterebbe davvero uno sforzo minimo per strapparlo ed entrare cosí, con intatta lucidità, in un altro piano dell’essere. Ci accorgiamo però presto che questa istintiva consapevolezza è ingannatrice. In realtà non riusciamo mai, nel corso ordinario della vita, a lacerare quel velo ed è già un grande risultato poterne avvertire la presenza quando addirittura non se ne riesca anche ad avere diretta percezione. Se, nei rari momenti di consapevolezza dell’imminente presenza di quel mondo che si estende oltre il velo, facciamo attenzione a quanto vive nella nostra anima, ci accorgiamo che vi è una resistenza e che l’ostacolo al nostro irrompere dall’altra parte non è dovuto tanto ad una barriera invisibile che ci separa da esso quanto ad una profonda, costituzionale forma di rifiuto che noi stessi inconsapevolmente opponiamo alla nostra aspirazione ad attraversare la soglia. Siamo immediatamente distratti dalla potenza di apparire del mondo fisico, e i nostri piú elevati sentimenti, cosí come la nostra piú sottile capacità di riflessione, hanno in sé il limite che questo stesso mondo continuamente impone alla coscienza, riempiendo della sua forza quello che a noi appare come una nostra capacità di autonomia rispetto a quell’apparire.

Eppure sappiamo anche che proprio quell’apparire costituisce la base per questa illusoria libertà e per la consapevolezza di noi stessi in quanto esseri che si distinguono come entità dal mondo percepito. Ché se questo ci venisse tolto nella sua totalità ben presto ci accorgeremmo che pensieri e sentimenti perderebbero la loro apparente vita e svanirebbero precipitandoci nel sonno. Siamo individui in quanto sperimentiamo, di fronte alla potenza del mondo, la nostra capacità di pensarlo, ma dipendiamo anche totalmente da esso perché ne facciamo il contenuto di tutto ciò che vive dentro di noi: dalla piú astratta formula matematica al pensiero piú nobile e pervaso di un caldo sentire per la divina maestà dei cieli. Nella vita quotidiana viviamo questa esperienza di pensiero senza una chiara consapevolezza di dove questa vita si pone come una realtà nella nostra coscienza. Adoperiamo la capacità di pensare il mondo per confrontarci con esso nel tentativo di farne parte, perché in realtà desideriamo la sua potenza, bramiamo ad ogni pensiero sul mondo di afferrarne la massività e farla nostra: amiamo il mondo che ci domina. È chiaro però a chiunque che non ci riuscirà mai di avere la potenza del mondo. Sappiamo che non riusciremo a ripetere in noi quella forza di apparire che il mondo fisico ci impone ma oscuramente speriamo di trovarla nel prossimo pensiero, nella rappresentazione successiva, nell’osservazione di un ulteriore apparire. Questa brama di diventare parte della potenza del mondo costituisce la base di quel rifiuto profondo che vive in noi e che ci impedisce di lacerare il velo che ci separa da un altro mondo.

In realtà, non ci accorgiamo che il mondo ci appare mediante un percepire per il quale ogni oggetto di esso è equivalente a tutti gli altri, mentre è quanto noi riusciamo a mettere in moto osservandolo e ricavandone dei concetti che costituisce il punto di superamento del suo apparire. Parimenti è inutile cercare di strappare il velo inseguendo delle rappresentazioni che il mondo ci impone con la sua potenza distraendoci di continuo dall’unica capacità che abbiamo di dominarlo davvero. Non è la ricerca di infinite rappresentazioni che può svincolarci da questo mondo per portarci in quell’altro che pure oscuramente sappiamo esistere. Se la forza che impieghiamo per conoscere il mondo è un fatto oggettivo indipendente da esso, sarà ritrovabile piú facilmente in una sola rappresentazione che nell’infinita e disordinata, spesso affannosa e frustrante, ricerca di ulteriori rappresentazioni.

Qualora vi sia in noi un’onesta aspirazione a svincolarci dalla potenza dominante del mondo che appare, dobbiamo riconoscere che la tecnica della concentrazione donataci da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero è l’unica via percorribile per portare la nostra coscienza ordinaria davanti a quella soglia, e qui, con un atto che impegna tutta la nostra capacità di essere consapevoli di noi stessi, tentare di lacerare il velo. Coloro i quali pongono questa aspirazione come la massima della loro vita, si trovano però davanti ad una serie di ostacoli che spesso inducono a sconforto e che possono far dubitare seriamente sulla veridicità di quanto viene loro indicato dai Maestri. Non ci riferiamo qui al banale prurito che ci distrae, alla mosca che vola nella stanza oppure al devastante sorgere in un angolo della coscienza di una canzoncina alla moda. Diamo pure per scontato – ma non è poi cosí scontato – che anni di attività interiore ci abbiano educati a superare quegli ostacoli che si incontrano quasi subito ma che necessitano comunque di infinito e ripetuto sforzo per dominarli e che ancora, spesso, insorgono malignamente a coglierci impreparati quando ci sentiamo piú maturi e piú forti di un’illusoria maturità e di un’illusoria sicurezza.

Viene un momento nel quale cominciamo a percepire chiaramente la gravità. Avvertiamo con chiarezza che il corpo fisico pesa. Pesando ci trattiene. Ma non è il corpo, è la coscienza che ad esso continuamente si vincola bramandone la consistente realtà, la potenza di esistere: amiamo il nostro respiro che esiste anche se non lo vogliamo, amiamo sapere che il corpo ha una sua saggia autonomia e ci affidiamo ad essa. Nell’attimo nel quale avvertiamo questo pesare possiamo accorgerci che l’avvertiamo perché c’è qualcosa che non pesa. Non pesando non può essere il corpo, non essendo il corpo non può essere qualcosa di fisicamente sensibile. Allora possiamo insistere, possiamo sviluppare una volontà maggiore mediante la quale svincolarci dal mondo che pesa. L’ulteriore movimento porta ad eliminare dalla nostra coscienza qualsiasi percezione proveniente dal mondo conosciuto ed anche quanto ci portiamo dietro, nella nostra coscienza ordinaria, come una sua ombra. Si entra cosí nel vuoto. L’esperienza del vuoto è già un passo avanti, ma è proprio a questo punto che ci si ferma, e spesso per anni. La coscienza ordinaria non regge il vuoto. Il vuoto non regge la coscienza ordinaria. Cosí siamo rimandati indietro e qui, di solito, l’esercizio finisce. Sembra che manchi un nulla per riuscire a superare questo vuoto, come se esso fosse rappresentabile in forma di un precipizio della larghezza di pochi centimetri ma profondo come l’universo. Ci coglie una paura che a tutta prima non riconosciamo come tale e che viene scambiata per inadeguatezza personale se non addirittura con un sentimento di sfiducia negli esercizi. Avviene però, a volte, anche qualcosa d’altro. Insistere con assoluta dedizione sulla permanenza in questo vuoto può portarci a intravedere cosa c’è oltre. Avviene che per una ineffabile grazia, sempre immeritata, possiamo dare una fuggevole occhiata dall’altra parte. Allora ci si presenta proprio il contrario del vuoto che abbiamo sino a qui, sia pure in rari momenti, sperimentato. In un attimo di folgorante brevità il velo si apre con l’impressione di terrore che ci darebbe un cielo limpido che si squarciasse per rivelare un mondo di proporzioni impensabili ed impossibili. Intravediamo un mondo che è costituito da esseri in continuo movimento, un mondo cosí pieno, cosí potente e consapevole di sé che diventiamo immediatamente consci che un ulteriore passo avanti ci annienterebbe. La nostra coscienza sarebbe spazzata via e saremmo davvero fortunati ad addormentarci.

Il mondo dei sensi quale lo conosciamo ci ha permesso, in millenni di evoluzione, di diventare capaci di pensarlo. La sua potenza non era tanto grande da impedirci di sviluppare la nostra autocoscienza pensante. L’altro mondo ci risulta essere immediatamente non affrontabile dalla nostra ordinaria coscienza. È troppo forte, troppo reale. Gli oggetti del mondo si lasciano percepire, essi sono immobili davanti alla nostra osservazione. Nel mondo immediatamente superiore al nostro non c’è che movimento e il movimento è costituito dall’irraggiare di una forza che non viene mediata dall’apparire sensibile che la rallenta, la limita, la fissa nel tempo. Per dirla con un’immagine: non c’è nulla su cui lo sguardo possa posarsi. Se dunque togliendoci ogni percezione sensibile ben presto ci addormenteremmo, qui la nostra coscienza sarebbe spazzata via dalla potenza troppo grande nella quale veniamo immersi totalmente come se fossimo diventati interamente un organo di percezione. Siamo immediatamente rimandati indietro. Ci troviamo dunque in un momento della nostra vita nel quale non apparteniamo piú a nessuno dei due mondi. Il mondo fisico non ha piú la confortante consistenza ed esclusività che aveva nella vita ordinaria e l’altro mondo ci respinge. Nemmeno riusciamo a sostenere il vuoto.

Non c’è un segreto esercizio per superare questo momento. Tutto dipende infatti non dalla quantità di operazioni messe in opera ma dalla qualità di un’unica operazione. Risulta evidente che c’è un unico modo per superare quella soglia ed entrare nel mondo che abbiamo potuto scorgere per attimi indicibili: rafforzare ulteriormente la coscienza. L’ordinario pensiero riesce a reggere l’impatto con la potenza del mondo fisico: può pensarlo ma non può sapere quanto di quel mondo lo pervade, lo guida, lo condiziona. Il pensiero rafforzato mediante la concentrazione può portarci fuori da questo mondo, può renderci capaci, sia pure per infrequenti attimi, di renderci autonomi rispetto all’apparire del mondo per farci rimanere coscienti in un vuoto che ordinariamente ci addormenterebbe. Il mondo immediatamente superiore richiede una forza ancora maggiore, una destità piú grande. Non ci sono qualità da sviluppare, magismi da attuare, ma soltanto l’apparente banale rafforzamento della coscienza sino a limiti mai prima sperimentati. Cosa mai può rafforzare la coscienza se non lo sforzo di farla permanere davanti a quanto vuole ottunderla, assopirla? Se il mondo oltre il velo ha la potenza di respingerci, ebbene dobbiamo decisamente ripresentarci davanti a quella soglia con ripetuta, coraggiosa determinazione. Come i muscoli si sviluppano soltanto con un ripetuto sforzo, cosí la coscienza si rafforza mediante un ritmico insistere nel punto dove essa naturalmente tenderebbe a svanire. La concentrazione è l’unica tecnica che ci permette di sviluppare una coscienza rafforzata. Non c’è mondo superiore che potremmo affrontare se non mediante concentrazione: dall’immediato piano eterico al piú alto mondo spirituale tutti richiedono una sempre maggiore destità, una sempre piú forte capacità di pensarli: esattamente come pensiamo il nostro mondo ordinario. Percepirli, infatti, senza poterli pensare ci darebbe una quantità di meravigliose esperienze ma esse sarebbero simili ai sogni e non sapremmo affatto cosa stiamo sperimentando. Perciò possiamo affermare che non c’è Gerarchia Superiore che non conosca il canone della concentrazione al suo livello, ché altrimenti non sarebbe cosciente di sé e del mondo nel quale opera e dei mondi che la sovrastano.

La concentrazione sviluppa destità, non ci porta di per sé oltre la soglia, ma senza questa rafforzata destità inutile sarebbe attraversarla. Per lacerare il velo ci sono altre tecniche oppure, persino, la paziente attesa che l’evoluzione stessa ci porti ad un gradino piú alto o, ancora, che si attui una condizione inconoscibile per la quale ci sia concesso entrare nel mondo che ci accompagna ad un livello piú alto. Eppure ognuno di noi potrebbe conoscere ugualmente, e con maggiore precisione, il mondo spirituale nel quale è continuamente quanto inconsapevolmente immerso. La destità rafforzata non ci mostra direttamente un altro mondo, questo non appare con la sconvolgente potenza di un’immagine oppure, piú spesso, con la forza di un’impressione totale della sua presenza al di là d’ogni confronto con il mondo dei sensi, nondimeno può verificarsi che la conoscenza di esso sia possibile e persino con maggiore precisione di quanta ne avrebbe una veggenza di tipo tradizionale.

L’ascesi del pensiero, ove sia pazientemente seguita, a volte per molti anni, porta ad un punto nel quale il pensare viene intessuto completamente di volontà. La volontà trasforma il pensiero ordinario in potenza, la potenza si manifesta come una forza che non può essere confusa col pensare ordinario, col modo mediante il quale pensiamo il mondo. Cosí, dal punto di vista del pensare ordinario, quanto si sperimenta non è piú pensiero. Pensiero ordinario e pensiero pervaso di volontà non possono convivere contemporaneamente nella coscienza, uno accanto all’altro: uno sostituisce l’altro. Perché il pensiero rafforzato possa fluire, la coscienza deve essere vuota, deve cioè eliminare da sé ogni possibile percezione che provenga dal mondo nel quale il pensare ordinario si forma, dal quale esso trae i suoi contenuti. Nel vuoto rimane soltanto la capacità di percepire alla quale si dà di contro, come una folgore, il pensiero pervaso dalla volontà, il quale si manifesta come pura forza fluente. Il pensare-folgore viene percepito in una frazione di tempo brevissima perché a tutta prima non siamo capaci di volere per molto tempo il vuoto dove si manifesta. In quella percezione però c’è già tutto. Essa è fuori dal tempo ma può essere portata nel tempo. Qualsiasi percezione pervasa di puro pensiero, ossia del pensare pervaso di volontà, si comporta come il pensare ordinario si comporta nel mondo della percezione fisico-sensibile: forma rappresentazioni. Queste rappresentazioni però, non provenendo dal mondo fisico-sensibile, sono a tutta prima irriconoscibili e questo spiega come la memoria ordinaria non possa portarle con sé quando l’esperienza della quale si parla ha fine. Sembra allora che gli esercizi non funzionino, non diano risultati. È allora possibile che nel corso del tempo, spesso di molto tempo, queste rappresentazioni vengano per cosí dire “tradotte” in immagini riconoscibili, in simboli, oppure mediante immagini prese dal contenuto ordinario della memoria. Questo è il nuovo modo di entrare nella coscienza immaginativa, la quale dunque non è basata su visioni o percezioni sognanti bensí su un processo interamente controllabile dalla nostra sana capacità di giudizio. Non c’è infatti momento nel quale qualcosa sfugga dalla coscienza, e i risultati possono essere controllati nel confronto con la vita pienamente cosciente di ogni giorno.

Questo processo può allora costituire la base per una conoscenza nuova, lontana dai visionarismi e dalle fantasticherie. Spesso ci si pone delle domande tra le quali occorre distinguere quelle che hanno una realtà, che derivano da una sana richiesta e non già da un ozioso gioco intellettuale. Sorgono spesso, nel corso della vita, domande che hanno in sé una propria vita, che manifestano una sana sete di conoscenza. Per avere una risposta altrettanto viva si dovrà procedere esattamente secondo quanto appreso dal “canone” della concentrazione. Spesso questa ricerca occupa molti anni. Occorre acquisire la maggiore quantità possibile di rappresentazioni che si riferiscono all’argomento del quale ci si occupa. Chi compie un’indagine di questo tipo non potrà mai e poi mai essere un dilettante! Dovrà necessariamente far sua una grande quantità di rappresentazioni e di concetti, dovrà decisamente pensare sull’argomento. Alla fine dovrà giungerà ad una sintesi, ad un essenziale percorso di pensieri riguardanti la cosa. Lascerà allora agire su di sé, nel silenzio della sua attenzione, questi pensieri, queste rappresentazioni. Alla fine, ma occorrono molti mesi o addirittura anni, otterrà un quid che potrà contemplare in fluire di volontà sino al vuoto. Da questo emergerà poi la risposta in forma di immediata, potente percezione.

Tra tutte le domande possibili, le piú vive riguardano la prassi quotidiana, quanto costituisce il nostro comportamento sociale, in poche parole il nostro essere morali. Qualora le circostanze della vita lo consentano si procederà nell’identico modo, ma quando avvenga che le decisioni debbano essere prese alla svelta non si potrà aspettare una risposta. Allora occorre decisamente agire mediante un sano buon senso e partire dall’osservazione di quello che la nostra azione ha prodotto come modificazione del mondo che ci circonda e della nostra stessa coscienza. Questa osservazione, portata incontro al pensare rafforzato, costituisce la base di una moralità libera che nasce da se stessa e che non viene condizionata da nulla di quanto possa provenire dal mondo esterno o dal bagaglio di sentimenti, rappresentazioni e ricordi che la vita ci ha imposto nel corso della nostra esistenza.

RA

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2000/ott00/

Immagine: Pensare il mondo dal Viridarium di D. Stolcius von Stolcenberg, Francoforte 1624

L’ARDITISMO DELL’ASCETA

LUPO FEROCE

Durante la prima guerra mondiale – immane tragedia che sconvolse la vita di interi popoli e di decine di milioni di esseri umani: tragedia che travolse stati apparentemente solidi e vecchi di molti secoli, mettendo fine alle rosee illusioni di un fallace ottimismo positivista, nonché alle mire di un tradizionalismo passatista – si formarono nel Regio Esercito italiano alcuni corpi di «sfegatati», di coraggiosi pronti a tutto,  che in seguito presero il nome di «arditi», individui che Massimo Scaligero avrebbe volentieri chiamato «prepotenti generosi». Questi ultimi, nella giovinezza di Massimo Scaligero – come egli stesso ricordava in discorsi privati, e persino in un articolo, Dioniso, apparso in Testimonianze su Evola, Edizioni Mediterranee, Roma, 1974 –  erano dei simpatici maneschi tipacci, suoi amicissimi, i quali lo aiutavano a difendere altri suoi amici, di lui sodali in campo esoterico e non, dalle aggressioni che alcuni tristi personaggi dell’allora imperante regime – vere figure di gangsters – vigliaccamente mettevano in atto, con metodi squadristici, aggredendo in molti contro uno solo. Mi sono talvolta chiesto se cotesti «prepotenti generosi» non avessero davvero nelle loro vene, essi pure, un po’ di verace sangue di lupaccio etrusco. Mi piace pensarlo. A Massimo Scaligero era chiarissimo che in cotali evenienze non si può restare a vedere, con le mani in mano, e magari con uno sguardo di ipocrita rimprovero. Per cui ogni volta egli agì secondo l’oggettiva richiesta degli eventi.

Io stesso mi son ritrovato, in momenti particolarmente critici, a dover affrontare – per così dire: manu militari – la malvagia arroganza di chi pensava di poter distruggere impunemente persone deboli e indifese. In uno di quei critici momenti – passabilmente agitati – uno di cotali arroganti, alleandosi con suoi pari, di lui degni e come lui altrettanto indegni, aveva fatto una sorta di calcolo algebrico, dal suo punto di vista perfetto. Aveva messa su una sorta di equazione polinomiale, nella quale si sommavano, come monomi di un tipo particolare, il cinismo dei malvagi, l’indifferenza degli opportunisti, e la vigliaccheria dei cosiddetti “buoni”. Costui aveva dimenticato di mettere in conto nel suo astuto calcolo il pessimo carattere di alcuni – non molti, ma particolarmente mordaci – lupacci cattivissimi, ai quali non importava un tubero (come direbbe la nostra cara Savitri) di apparire “buoni”, lupacci che non conoscevano, e tuttora non conoscono, ragioni di opportunità, che non si spaventano punto di fronte alle esigenze di una lotta dura e di lunga durata, e alle relative, inevitabili, e perciò previste, pesanti conseguenze, ma che, invece, sono ostinatamente fedeli ai patti di fede giurata, alla verità, all’onore, all’amicizia, alle persone care. Conciosiacosaché molto mal gliene incolse al suddetto arrogante, e ai suoi squallidi “compagni di merende”, i quali tra l’altro avevano sulla coscienza – ma avevano costoro una coscienza? – la morte di una persona a me molto cara.

Le timorate “anime belle” obbietteranno sicuramente che il branco di lupacci cattivissimi, che nei su menzionati eventi fecero passare autentici momentacci all’algebrico arrogante calcolatore, e ai suoi fetentissimi alleati, nella fattispecie non furono – e, a dire il vero, neppure ora sono – “cristiani”. Il branco dei turbolenti lupacci cattivissimi non hanno veruna difficoltà a confessare una sì nobil colpa! Del resto, mica potevano aspettare di trasformarsi in figurini “morali”, per tentare di fermare poi l’azione distruttiva di quella gentaglia senza coscienza e senza cuore: se una cotale mirabil trasformazione fosse stata veramente necessaria per agire, i cattivissimi lupacci avrebbero, forse, dovuto attendere eoni, o intere ere cosmiche, prima di mettersi in azione, ma nel frattempo è certissimo che la proterva malvagità della parte avversa avrebbe continuato indisturbata la sua perversa opera di distruzione. Perché quando coloro che son coscienti della verità, e ben svegli, non agiscono risolutamente contrastandolo, il Male dilaga.

Più volte Massimo Scaligero ci ribadì esplicitamente che «non si deve essere “cristiani” prima del tempo», ossia che non si deve essere “buoni” perché deboli, o “pacifisti” – o pacifinti, se vogliamo – per mollezza etica, o per opportunismo. Sono molti che mascherano codardia e opportunismo dietro uno stucchevole – oramai ovunque imperante – “buonismo”, il quale – al di là di ogni scontata retorica di pragmatica – si risolve sovente in una comoda forma di “coesistenza pacifica” col Male: “coesistenza pacifica” con lo strapotere dell’Oscuro Signore, che si rivela essere, in verità, una vile diserzione, una latitanza, e oggettivamente in una sorta di ben mascherata “intelligenza col nemico”. Un tempo, quando vigevano i rigori del codice militare di guerra, la cosa, davvero poco onorevole, era da fucilazione alla schiena.

Che senso può avere la velleità, allora, di voler essere “cristiani” – con tutta la susseguente retorica di “amore universale”, di “autotrasformazione nell’anima dell’altro”, di “gioiosa comprensione e perdono”, etc., etc., quando non si sia capaci, non dico della forza e del coraggio di lottare per la verità e la giustizia, per quel che si ama, per chi si ama, ma nemmeno dell’atarassia stoica, o del distacco buddhico, che furono la grandezza morale del mondo antico in Occidente e in Oriente?! Nel migliore dei casi, tale velleità rimane una nobile quanto sterile aspirazione. Nel peggiore dei casi, essa non è altro che cinico opportunismo e menzognera ipocrisia. Della “dolcezza” di una sì ardente cristianissima “carità” ho avuto modo di fare a lungo ampia e amara esperienza sulla mia propria pelle di lupaccio cattivissimo, ed ho fatto eziandio tesoro dell’eloquente esperienza che altre persone, a me molto care, han dovuto fare sulla loro pelle.

Ma tornando al nostro tema, durante la prima guerra mondiale furono organizzati dei temerari gruppi d’assalto, gli «arditi» appunto, i quali operavano fuori delle trincee, direttamente contro le linee nemiche, o addirittura dietro di esse. I primi reparti furono organizzati, per operare in Valsugana, dal capitano, che più tardi giunse ai gradi di colonnello, Cristoforo Baseggio, con la sua “Compagnia della Morte”. Il Baseggio, milanese, sul quale le notizie che si trovano in rete sono le seguenti:

«Cristoforo Baseggio nacque a Milano nel 1869. Figlio di un avvocato triestino, scelse fin dall’adolescenza la carriera militare. Uscito dall’Accademia Militare di Modena, col grado di sottotenente a 21 anni, conseguì il grado di tenente nelle truppe alpine. Lasciò la divisa nel 1898 dopo aver partecipato alle campagne in Sudan e nel Transvaal con le truppe britanniche; si spostò in Marocco ed infine in Libia arruolandosi come volontario. Lasciato nuovamente l’esercito si dedicò all’ingegneria civile realizzando opere pubbliche in Egitto e in Libia. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, vi prese parte col grado di tenente, riuscì a farsi assegnare il comando di un nucleo di 70 volontari alpini denominato “Chieti”, divenendo al tempo stesso ufficiale d’ordinanza del gen. Graziani. Il 16 ottobre 1915 fondò a Strigno la “1° Compagnia Volontari Esploratori” o “Compagnia della Morte” della quale facevano parte gli “arditi” e si meritò numerose ricompense al valore fra cui diverse medaglie d’argento, una croce di guerra francese e una croce d’argento inglese».

Un coraggioso, dunque, e un uomo molto risoluto. Coraggiosi e risoluti furono pure i suoi uomini, i quali non si risparmiarono, neppure di fronte all’estremo sacrificio. 

«Il Baseggio comandò per qualche tempo una compagnia di Volontari Alpini e diresse numerose esplorazioni, piccole azioni di guerriglia. Nel settembre del 1915 decise di far qualcosa che “rappresentasse veramente un’utilità per l’Esercito e per le operazioni di Guerra”. Propose al Generale Farisoglio, comandante la 15° Divisione Fanteria con sede al Castel Ivano, di costituire una “compagnia autonoma per eseguire imprese ardite” e azioni di sorpresa. Questa compagnia sarebbe servita anche da retroguardia o di rinforzo nell’azione di maggiori reparti. Aveva imparato per studio e per esperienza che nella guerra specialmente di montagna, la manovra e la sorpresa hanno talvolta ragione delle posizioni più formidabili e che il morale delle truppe e lo spirito offensivo sono gli elementi principali della vittoria, quando siano temperati dalla prudenza e dal sangue freddo dei Comandanti e dalla loro conoscenza delle qualità topografiche del campo di battaglia”.

Fra le truppe si era radicata la “leggenda delle posizioni imprendibili”. Era necessario sfatarla con azioni guerresche anche di poca importanza dal punto di vista militare, ma tali da sollevare lo “spirito del soldato”.

La sua proposta fu accolta con favore dal Generale Farisoglio, appoggiata dal Generale Andrea Graziani e dal Generale Clerici del Comando della 1°Armata, che fornirono i mezzi per la costituzione della Compagnia.

Così nacque i primi di ottobre Strigno, in Valsugana, presso il “Casermone” la “Compagnia Esploratori Volontari Arditi Baseggio” e per la prima volta fu così costituito un “Reparto Autonomo Arditi di Guerra”. Composta da 13 Ufficiali, 450 graduati e truppa, da 120 soldati conducenti, fu dotata di due sezioni di Mitragliatrici, di una colonna di Salmerie di 120 muli ed un completo equipaggiamento. Fu aggregata per ragioni di vettovagliamento al Comando della 15° Divisione, amministrativamente autonoma e dipendente dal Deposito del 29° Regg.Artiglieria in Firenze e tatticamente alla diretta dipendenza del Comando di Corpo d’Armata. Gli scopi dovevano essere “l’esecuzione di imprese ardite e difficili compiti di avanguardia, di rinforzo e di sostegno”. Ad essa potevano accedervi militari che ne avessero fatta domanda e che possedessero i requisiti fisici e morali a giudizio del Comandante.

In pochi giorni fu radunata, armata ed equipaggiata; vi affluirono militari di ogni ordine e grado, di ogni età e di ogni arma e corpo: Carabinieri, Alpini, Bersaglieri, Guardie di Finanza, Artiglieri, Genio e perfino Veterinari. “Era una mescolanza variopinta e tumultuaria, tenuta assieme dal pugno fermo del Comandante… tutti distintisi in cento azioni e parecchi di essi morti gloriosamente; tutti indistintamente animati da un elevatissimo e sano spirito militare e da una febbre di combattere e di sacrificarsi. Era quello lo “spirito ardito” sopito nel soldato Italiano…” ».

Le perdite della “Compagnia della Morte” in combattimento furono elevatissime: solo nell’ultimo attacco su 200 soldati ne caddero 146. Ma furono fatti anche altri tentativi sul fronte più orientale del Veneto e del Friuli. La fondazione organica della specialità degli «arditi» all’estate del 1917, grazie all’azione congiunta del generale Capello, del generale Grazioli e del tenente colonnello Bassi, con sede operativa a Sdricca di Manzano, nell’udinese. L’addestramento era durissimo, con armi vere e sotto il fuoco non simulato, in condizioni il più possibilmente realistiche. Nel corso degli eventi bellici, gli Arditi divennero un corpo speciale d’assalto. Il loro compito non era più quello di aprire la strada alla fanteria verso le linee nemiche, ma la totale conquista di queste ultime. Per fare ciò, venivano scelti i soldati più temerari, che ricevevano un addestramento affatto realistico, con l’uso di granate e munizionamento reale, e con lo studio delle tecniche d’assalto e del combattimento corpo a corpo. Rispetto a quest’ultimo, vedremo subito l’apporto di un figlio dell’Estremo Oriente. Operativamente, gli Arditi agivano in piccole unità d’assalto, i cui membri erano dotati di petardi “Thévenot“, granate e pugnali, utilizzati in assalti alle trincee nemiche. Le trincee venivano tenute occupate fino all’arrivo dei rincalzi di fanteria. Il tasso di perdite naturalmente era estremamente elevato.

HARUKISHI SHIMOI ARDITO

Di queste unità speciali di ardimentosi guerrieri – è giusto chiamarli così, e non “soldati”, questi «prepotenti generosi» che rischiavano la dura pellaccia per amor di patria, e non certo per il magro “soldo” – fece parte un personaggio particolarissimo, del quale sulle pagine di questo blog si ebbe modo di parlare: Harukichi Shimoi, nobile figlio del Sol Levante.

Di lui, in questa sede, ci interessano al momento solo alcuni dati biografici, che vengono riportati qui di seguito. Harukichi Shimoi, – per gli appassionati degli studi yamatologi ne riportiamo il nome trascritto con i tradizionali kanji sino-giapponesi 下位春吉 –  nacque nella provincia di Fukuoka, il 20 ottobre 1883, ove pure morì il  1º dicembre 1954. Apparteneva ad un’antica famiglia di samurai, dopo aver ottenuto una laurea in anglistica presso la scuola magistrale di Tokyo, Shimoi si specializzò in lingua italiana e intraprese la professione d’insegnante presso un locale liceo femminile. In seguito all’intercessione dell’ambasciatore italiano in Giappone, il marchese Guiccioli, Shimoi ottiene  il trasferimento in Italia presso il Reale Istituto Orientale di Napoli. Dopo gli studi effettuati in patria, spinto soprattutto da quelli di italianistica, Shimoi si trasferì in Italia proprio per studiare a fondo l’opera di Dante, per poi divenir docente di giapponese presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Qui, coadiuvato da Gherardo Marone e Vincenzo Siniscalchi,  Shimoi intraprese altresì una vasta opera di diffusione della poesia Giapponese, grazie soprattutto alle pubblicazioni partenopee La Diana e L’Eco della cultura. L’insegnamento  e la collaborazione con gli orientalisti italiani cessò nel ‘15, in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale avvenuto l’anno prima e all’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle forze dell’Intesa. Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, memore delle tradizioni della sua famiglia di samurai, si arruolò nell’esercito italiano, impegnato contro gli Imperi Centrali e, venuto a conoscenza della costituzione dei corpi speciali, gli «Arditi» appunto, divenne egli pure un Ardito, insegnando ai suoi commilitoni le nobili arti  del jiu-jiutsu e del karate.

Ora che è passato un secolo dai tragici eventi della prima guerra mondiale, chiediamoci che cosa possono, oggi, significare per un asceta operante nella Via del Pensiero le sopra riportate considerazioni? Molte cose, e non di poco conto. Almeno a mio orsolupesco avviso.

Anzitutto che è salutare dare il bando alle illusioni, che porterebbero molti ad andare alla ricerca dell’«isola felice», nella quale vivere il roseo sogno di una vita esteriore e interiore indisturbata dai drammi e dalle tragedie, nei quali verrebbe coinvolto il resto dell’umanità. Una tale posizione oltre che cinica è veramente oltremodo sciocca. L’ottimismo che una menzognera filosofia positivista aveva ingenerato in una Europa da belle époque – un ottimismo da “ballo Excelsior” come usa dire il mio terribilissimo amico C., animoso “asceta di altra dottrina”, come lo definirebbe con benevolenza e simpatia il Buddha Shakyamuni – ottimismo e filosofia che promettevano la liberazione dell’uomo dal bisogno, dall’ignoranza, dallo sfruttamento, da ogni forma di oppressione, venne spazzato via dal sangue di milioni di persone. E non è affatto detto che tali tragici momenti non ritornino a scuotere dal comodo sogno materialistico la vecchia e imbelle Europa. Che non è certo l’Europa spirituale prefigurata dal veggente e Iniziato Novalis in Cristianità o Europa, bensì l’Europa delle banche, dei formaggi fabbricati con polvere di latte e additivi chimici, dell’economia speculativa, della precarietà, dell’arroganza dei burosauri di Bruxelles, e quant’altro. Massimo Scaligero denunciò apertamente, e non poche volte, come il falso spiritualismo sia il primo responsabile di una tale decadenza dell’attuale mondo, sempre più stupido e immondo. Basta leggere con l’intelletto del cuore – giusto per citare un solo suo testo – quanto è scritto nel primo capitolo de Il Logos e i Nuovi Misteri, intitolato La responsabilità dell’esoterismo, per levarsi di dosso tutto un cascame di illusioni sentimentali e ipocrisie moralistiche, che tutto sono fuorché morali.

Sulla Via dell’Iniziazione, da sempre, si è trattato di traslare determinati elementi, eventi, o qualità, dal mondo esteriore a quello interiore. Nell’India primordiale, l’elemento esteriore del fuoco, simboleggiato nel dio Agni, il cui mirabile inno apre il Rig Veda, e l’ardore del fuoco sacrificale, tapas, erano fondamentali nei sacrifici che i brahmana eseguivano, per ricollegare il visibile mondo sensibile con l’invisibile mondo sovrasensibile: col mondo degli Dèi. Per gli asceti brahmana, come per i flamini della Roma Arcana, il calore di tale sacrificio vedico era creante, o ri-creante, o con-creante l’Universo. Ma venne un tempo in cui il sacrificio esteriore non fu sufficiente: occorreva riportare il tutto nel mondo interiore. Per cui, per i luminosi asceti delle Upanishad (così li definiva Massimo Scaligero), Agni – l’ignis latino – e il tapas – il tepor latino – divennero il fuoco e l’ardore dell’ascetica azione interiore. Tali asceti cercavano, con ogni loro forza, la “liberazione” dal samsara, e l’esperienza vertiginosa dell’Atman, del Purusha, dell’Uomo Cosmico, non caduto nella frantumazione della molteplicità illusoria, nella maya. E, appunto, con «ardore» essi si davano, si impegnavano senza residui, nell’interiore ascesi liberatrice.

Tra «ardire» e «ardore», come tra «ardito» e «ardente» vi è sicuramente connessione: non solo linguistica. Un “ardente ardore” – come un “ardente amore” – rende veramente “arditi”. Ed è notevole che, nella lingua italiana, «ardente» sia participio presente di ambedue i verbi: «ardire» e «ardere»: mirabile sapienza del Genio della lingua! Ora, la Scienza dello Spirito vuole suscitare nel discepolo dell’Iniziazione proprio questo “ardente ardore”.

L’Arcangelo Michael dal Maestro dei Nuovi Tempi viene chiamato «il fiammeggiante principe del pensiero». Michael genera quello che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia quel “fuoco”, quel “tapas”, quell’ardente calore sacrificale nel pensare volitivo, che discioglie i pensieri dalla testa e li porta nel cuore. Ma questo non è certamente il facile cuore emotivo, alla cui comoda ricerca si volgono tante “anime belle”, che vogliono sentirsi “buone” a buon mercato. È qualcosa, invero, di molto più radicale. Molte di tali “anime belle” trovano, anzi, che l’ardente fuoco di un tale pensare volitivo sia piuttosto raggelante e inaridente nei confronti delle debordanti reazioni emotive e delle insorgenti pulsioni istintive. Hanno pienamente ragione. Come avevano pienamente ragione quegli Ermetisti cultori della Ars Regia, e della poco amata via secca, i quali affermavano di “lavare col fuoco e bruciare con l’acqua”, e aggiungevano che il loro “fuoco” – appunto un raggelante fuoco sidereo – “congelava l’oro e l’argento nelle viscere della terra”.

Nei confronti delle tempeste emotive e delle insorgenze istintive nulla possono il cerebrale pensiero razionale o l’ondeggiante sentire mistico. Ma dei due, quello più pericoloso, perché più illudente nella sua passività, è proprio il sentire mistico. Almeno il disanimato pensiero razionale può sempre essere volitivamente pensato, e poi ripensato, ostinatamente ripensato: sino a che esso non si animi – come insegna Massimo Scaligero – della sua interna forza. Il disanimato pensiero riflesso ha perlomeno il merito di isolare tutto ciò che proviene dalla psiche ribollente, coi suoi moti emotivi e le insorgenti pulsioni istintive.

Nei confronti dell’arrogante natura inferiore è assolutamente necessario essere “arditi”: risolutamente “arditi”. Perché se si aspetta che sia una pacifica e neghittosa “evoluzione naturale” a portare al superamento dell’abietto servaggio, bisogna proprio dire che ci si illude grandemente, e molto poco saviamente. La stupidissima e pericolosa illusione è quella che, col più mordace sarcasmo, Arturo Reghini bollava a fuoco come ironico contenuto del popolare adagio etrusco “col tempo e con la paglia, maturan le sorbe e la canaglia!”. La natura inferiore nell’essere umano è sì decadente e guasta, ma è anche potente, nonché fornita di una antica e perfida “sapienza”, la quale domina incontrastata nell’anima dell’attuale uomo poco consapevole: uomo spesso avido di comodo e indisturbato servaggio. Detto in parole povere: non si può migliorare la peste. Catastrofi e dolore sono l’unico rimedio, il farmaco d’urgenza alla pigra comodità dei pavidi, che i Numi donano con una generosità, che trova poco gradimento da parte degli umani.

Per parafrasare l’espressione che mi rivolse, molti anni fa, una sagace, e sapiente, amica, occorre essere «essere sempre all’attacco, degli “arditi” sempre all’offensiva». Ed è giusta la “violenza” che l’essere spirituale – l’Io – deve incessantemente esercitare nei confronti della infida natura inferiore. L’arte – perfida e mefitica arte – degli Dèi distruttori, è quella di convincere gli umani che il loro potere sia basato su “posizioni inespugnabili”. Come, nella prima guerra mondiale, i nostri Arditi si avventavano temerariamente contro posizioni austriache ritenute imprendibili, inespugnabili, così nella solare Via del Pensiero l’asceta con la Concentrazione assalta, espugna e dissolve il fatale potere della guasta, decadente, lunare, natura inferiore, attraverso la quale l’Oscuro Signore fonda il suo potere. Parafrasando un’antica espressione orientale, che mezzo secolo fa, purtroppo, venne strumentalizzata in Cina a scopi politici, l’ardimento interiore dell’asceta dimostra che il potere dell’Oscuro Signore è una “tigre di carta”, la quale può spaventare con le sue forme e colori i bambini piccoli, ma che infallibilmente brucia incontrando il fuoco. Il raggelante fuoco della Concentrazione.

Ci si può chiedere perché l’Antroposofia, sorta agli inizi dello scorso secolo, dopo la morte di Rudolf Steiner, malgrado l’azione coraggiosa di pochi discepoli fedeli, sia finita miseramente nei tradimenti dei suoi dirigenti, nella mediocrità – quella orribil cosa che George Orwell chiamava “conglomerated mediocrity” – della stragrande maggioranza dei suoi seguaci, nella degradazione dei suoi contenuti ad un livello New-Age, che suscita sovente sorriso e disprezzo negli autentici cercatori dello Spirito. Ci si può chiedere altresì perché, dopo la morte di Massimo Scaligero, il rinascente movimento spirituale, da lui potentemente impulsato a prezzo di suoi immani sacrifici, sia finito, o rischi di finire nella stagnazione, o il contenuto del suo messaggio venga alterato, a pro’ del noto “trasbordo ideologico inavvertito”. Ovvero spento a pro’ della parte avversa d’Oltretevere.

Certo, il come tutto ciò sia avvenuto è sin troppo chiaro agli orsolupeschi occhi di coloro che in tali vicende hanno voluto, e vogliono, vederci chiaro. Infatti, malgrado le attuali, volute, alterazioni in corso delle opere di Massimo Scaligero – a volte, qua e là, singole parole, altra volta un intero capitolo – e il ripetuto rifiuto di pubblicare e diffondere testi operativi di Rudolf Steiner, testi che sarebbero preziosi per il libero cercatore che voglia essere un praticante interiore, e malgrado il “riscrivere la storia all’indietro” su Massimo Scaligero e non solo, da parte di chi ha un senso della verità “a geometria variabile”, allo sguardo di coloro che non vogliono illudersi il “gran giuoco” – per dirla alla Rudyard Kipling di Kim – di costoro è ben evidente sin nelle più intime trame, e nelle celate finalità: meschine trame e squallide finalità. Da questo punto di vista ben poco differisce, in atti e metodi, l’agire passato e presente dell’Innominato, e dei suoi famuli, da quel che fecero un Albert Steffen, un Guenther Wachsmuth & Co., nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner – per saccheggiarla, distorcerla, affossarla – nei confronti di quei discepoli del Dottore che si opponevano a un tale scempio, e persino nei confronti della stessa Marie Steiner. E ben poco differisce, nei modi e nei contenuti, l’agire dell’Innominato da quello dell’astuto algebrico calcolatore, che – con il generoso ausilio di altri lupacci cattivissimi – dovetti affrontare anni fa. Le analogie sono eloquenti, ma la cosa non desta affatto stupore: nihil sub sole novi!

Se il come, ad uno sguardo sagace e veramente spregiudicato, emerge evidente, ci vuole invero un sguardo audace, ben penetrante, per cogliere il perché di un così palese venir meno ad impegni sacri, ai patti di fede giurata, al culto della verità, all’amicizia, alla fraternità, alla gratitudine verso i Maestri, sino a scendere alle bassezze del tradimento, della menzogna, della calunnia, del sabotaggio, delle minacce legali e fisiche, dello spergiuro, della persecuizione, della derisione sacrilega del Rito della meditazione in comune, delle congiure, degli intrighi.

Purtroppo, la risposta ad una tale domanda, pur non facile per molti da trovarsi, è semplice nella sua scarna nudità. Il perché di tutto ciò è che è mancato, o è venuto meno, il coraggio! È mancato, o è venuto meno, quello “ardente ardire” che spingeva, un secolo fa, quei temerari guerrieri ad assaltare le “imprendibili”, le “inespugnabili” posizioni austriache fortificate. È mancato quel coraggio che spingeva – fedeli al motto “maxime audere semper” – taluni sfegatati a forzare le formidabili difese dei porti della flotta austriaca nell’Adriatico, o anche affrontando – ancor più pericolosamente – in mare aperto, con mezzi che erano davvero fragili “gusci di noce”, giungendo ad affondare corazzate nemiche temibili per strutture e volume di fuoco. Riscuotendo persino la stupita ammirazione dell’Ammiraglio Horty, il comandante ungherese della nemica flotta austriaca. 

Ora, alcuni di quei temerari audaci erano eziandio dei coraggiosi praticanti interiori, che portavano nell’azione spirituale lo stesso impeto che mettevano nell’esteriore azione bellica. Taluni di loro furono dei concreti “realizzatori” spirituali, perché – come affermava Massimo Scaligero – “il Logos ama chi si compromette!”. Questa massima audacia, questo dare – ogni volta – l’assalto ai limiti interiori, è ciò che è mancato – salvo eccezioni – e manca tuttora ai più, nella Comunità Solare. Si è giunti persino – da parte dell’ineffabile Innominato – a scoraggiare ogni intenso impegno interiore nella Via del Pensiero – da costui dichiarata, com’è noto, essere una “Via incompleta e superata” – e a sconsigliare quell’estremismo interiore al quale ci spingeva, sin negli ultimi incontri che Massimo Scaligero ebbe con i giovani della mia città, perché al dire dell’Innominato – e non solo di lui – “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, perché “nella vostra città di concentrazione ne è stata fatta anche troppa!”.

È, dunque, viltà conoscitiva, la mancanza di coraggio, o il venir meno del coraggio, che almeno in taluni, e talune, un tempo era pur presente, il perché dell’opposizione – mascherata o aperta – alla Via del Pensiero, l’avversione alla Concentrazione, il deridere e calunniare il Rito della Meditazione in comune. Questa mancanza di coraggio, o il suo venir meno, può portare ad una forma di nihilismo spirituale, il quale – una volta che vi sia rinuncia alla realizzazione spirituale – genera una forma di “invidia metafisica”, perché quel che per viltà, e fiacchezza della volontà, si è rinunciato a realizzare, altri NON devono realizzare.

E, invece, malgrado ogni affermazione contraria dei malevoli interessati, la paura può, volendo, essere vinta; attraverso l’Ascesi può essere generata e consacrata una volontà forte e cosciente; si può voler volere oltre i limiti personali, oltre gli stessi limiti del karma: come ammoniva Massimo Scaligero; si può osare l’inosabile! Tutti siamo, come esseri naturali, deboli, e in tutti noi vi è paura, terrore, di fronte alla travolgenza incandescente sello Spirito: chi pensi il contrario, bisogna dire proprio che si fa pericolose illusioni su se medesimo. Ma la Scienza dello Spirito – la Via del Pensiero – dà modo di costruire la forza – la “forza, forte di tutte le forze”, come è chiamata nella ermetica “Tavola di Smeraldo” – dà modo di generare la possente volontà che va oltre la natura, la volontà che alla natura manca.

La Concentrazione può essere attuata da chiunque: quale sia il suo punto di partenza, e la sua debolezza. La Concentrazione, gradualmente, può essere portata oltre ogni limite: può essere attuata in qualsiasi situazione, anche nella meno propizia. Si può essere “Arditi” dello Spirito, assaltatori di ciò normalmente sembrano “posizioni nemiche imprendibili”, “fortezze inespugnabili”. Non esistono a livello spirituale simili “fortezze inespugnabili” per una volontà decisa “a tutto osare”: osare con coraggio, in libertà, e per amore: unendo, come faceva l’«ardito» samurai Harukichi Shimoi, “forza” e “gentilezza”, “coraggio” e “sapienza”. Soprattutto come faceva Massimo Scaligero, il cui coraggio si attuò veramente oltre ogni limite umano, e che ci indicò la Via aurea del supremo ardimento: la Concentrazione.

Per noi la pratica instancabile della Concentrazione, e l’aurea Via del Pensiero, saranno – come per i mitriasti, gli iniziati ai Misteri di Mitra – militia sacra super terram”. 

L’ARCHETIPO-MAGGIO 2018

Anno XXIII n. 5

Maggio 2018

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La-Sacra-Famiglia

SUGLI ESERCIZI AUSILIARI (di F. Giovi)

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La rocca (Marina Sagramora)
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Sembra essersi acceso un rinnovato interesse per i cinque o sei esercizi, quelli con cui generazioni di ricercatori hanno iniziato il tentativo di un cammino spirituale. Questo interesse è certamente di buon auspicio poiché indica un impulso o almeno attenzione e sensibilità per quella parte delle Scienze Spirituali che di solito viene indicata come sfera dell’ascesi, della disciplina interiore, sempre troppo negletta e tuttavia intima ed imprescindibile nel tendere a corrette domande e a concrete risposte sui piú importanti e tormentati enigmi che accompagnano la vita terrena dell’uomo e che in natura non si spiegano mai.
V’è però un diverso punto d’osservazione, dal quale, considerata l’ampia disponibilità della descrizione degli esercizi in molti e raggiungibilissimi testi, viene piuttosto avvertito il pericolo, da sempre incombente e spesso vittorioso, della facile inclinazione di pensare il pensabile attorno ai sei esercizi, in una sorta di eterno cortocircuito. Uno degli inciampi piú insidiosi che incontriamo subito sul sentiero della Conoscenza Spirituale è la tendenza a tradurre e ridurre i contenuti dell’Antroposofia, vera espressione dell’anima cosciente, al livello del veicolo razionale. Come ampiamente dimostrato nei fatti, è un errore dominante. Si potrebbe persino affermare che la Scienza dello Spirito, nella maggioranza dei casi, è stata e viene ancora portata per il mondo come un monopolio dagli esseri dominati dall’anima razionale, avvalendosi di innumerevoli nozioni, prive però di quella nobile vita che solo l’attimo vivo del pensiero può ad esse restituire.
È una possente insidia di Arimane. Nel tentativo esoterico l’errore arimanico domina quando una verità intuita, sperimentata, viene fermata dalla memoria. Di solito, la luce che illumina il mondo oltre il sensibile e la luce che si accende nel momento della comprensione, è esperienza di un attimo. L’errore è voler poi ricordare tale esperienza, vivendo da allora, per cosí dire, della rendita di quell’attimo di luce che non c’è piú. La retta via viene ritrovata nello sforzo di revivificare l’esperienza interiore riscoprendo e rinnovando gli atti pensanti che permetteranno di aprire nuovamente la strada all’esperienza.
 
I sei esercizi con la descrizione di ciò che viene chiamato il II tempo e III tempo, furono pubblicati per la prima volta da Marie Steiner, in due volumetti nel 1947 e 1948 (un terzo volume apparve postumo, nel 1951). Queste pubblicazioni, conosciute come Quaderni Esoterici, raccoglievano importanti esercizi con i quali il Dott. Steiner aveva preparato, all’inizio dello scorso secolo, alcuni particolari discepoli, per un decisivo lavoro occulto che purtroppo fallí (Massimo Scaligero accenna a tale argomento a pagina 87 del suo libro Dallo Yoga alla Rosacroce).
La stesura originale dei sei esercizi con i tre tempi fu trasmessa a Julius Evola che aveva promesso di pubblicarli (ciò avvenne prima della loro uscita nei volumi della signora Steiner) onde fossero a disposizione di qualsiasi ricercatore esoterico. In seguito, alcuni dirigenti italiani della Società Antroposofica diedero al fatto un giudizio negativo, fondandosi su di una inappellabile pretesa di assoluta autorità sull’Opera di Rudolf Steiner, valutazione che per diversi motivi non appare necessariamente condivisibile.
Gli esercizi furono stampati nel III volume di Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io pubblicato dall’editore Bocca nel 1955. Questa edizione, che riuniva i fascicoli del gruppo di Ur venne però modificata in piú parti da Evola che, nei riguardi degli esercizi del Dott. Steiner e del breve commento a seguito, sommò una scorrettezza ad un errore: nel far stampare il tutto con il proprio pseudonimo e nell’alterare le indicazioni scritte ed il conseguente disegno esplicativo del II e III tempo del primo esercizio. I fascicoli del gruppo di Ur, esprimendo in monografie una pluralità di indirizzi sapienziali operativi, pur con qualche sensazionalismo magico, furono e sono tuttora uno dei piú qualificati documenti scritti dell’esoterismo Occidentale.
È un vero peccato che la bella prima edizione in lingua inglese, uscita da poco negli Stati Uniti, consista nella traduzione di una edizione italiana degli anni ’70 ulteriormente modificata da J. Evola, brillante dialettico ma chiuso alla comprensione del Pensiero Vivente, limite ormai avvertito da diversi giovani seguaci ma non dagli accademici curatori che, oltre a cadere in evolistiche incoerenze circa il valore obiettivo degli scritti e dei collaboratori di Ur, hanno singolarmente tradito l’attitudine ed il vanto dei veri tradizionalisti: quello di saper volgersi con rigore alle fonti prime o almeno a quelle piú antiche.
 
I sei esercizi possono venir considerati la somma o sintesi di tutti gli esercizi che riguardano la “preparazione” dell’anima; divengono esercizi iniziatici se si attuano nel II e III tempo.
Cosa sono in essenza questi esercizi? Sono progressivi e ripetuti atti interiori che accendono movimenti nella complessiva struttura umana capaci di schiudere il limite di questa allo Spirito; ciò in maniera tale che la dimensione umana non venga spezzata o persino distrutta dallo Spirito ma trasformata e riedificata. Deve essere concepibile per un operatore, specie nel nostro tempo, che anche un evento catastrofico per l’individuo che lo patisce, una grave malattia o una patologia che porti alla dissociazione della personalità, possono permettere una apertura allo Spirito, ma con esiti incontrollabili e soprattutto non diretti dall’Io.
Fondamentale agli esercizi è il I tempo, rintracciabile come dicevamo in vari scritti (allo studente che voglia percorrere ed assimilare con chiarezza una accurata descrizione degli esercizi, raccomandiamo in particolare la versione espressa da Rudolf Steiner nel V capitolo della Scienza Occulta). La problematica riguarda essenzialmente il I tempo e si concentra, non senza una inizialmente corretta esecuzione, sulla intensità o forza interiore immessa: se la Forza riesce a superare il limite personale, allora circola.
Il II e III tempo si riferiscono al primo moto eterico conseguente all’esercizio del I tempo. Se qualcosa si muove, se l’anima riesce a percepire davvero questo qualcosa, il II e III tempo confermano e aiutano l’orientamento che tende comunque a manifestare da sé il proprio circuito. In alternativa non succede nulla, per quanto smaglianti possano essere immagini e visualizzazioni con cui si tenta di intervenire. Viste le difficoltà operative e persino la pandemonica confusione formale suscitata da un approccio superficiale ai sei esercizi, è possibile affermare che di solito, nella maggioranza dei casi, il problema del II e III tempo proprio non si pone.
Ciò naturalmente non vuole essere un invito alla desistenza, ma ad una realistica valutazione del proprio lavoro interiore, scevra da autosuggestioni e da indisciplinate autovalutazioni.
 
La disciplina fondamentale si attua con il primo e secondo esercizio, non certo perché gli esercizi successivi siano meno importanti, ma perché è anche sicuro che se i primi due non vengono praticati con regolarità e crescente intensità, il terzo esercizio e quelli successivi si ridurranno semplicemente ad artificiosi atteggiamenti animici personali. Inoltre con il controllo del pensiero e l’azione pura si attua lo schema interiore piú essenziale: portare la Volontà nel Pensiero (primo esercizio) ed il Pensiero nel Volere (secondo esercizio), lasciando svanire il sentire personale nella Quiete Profonda.
L’allineamento gerarchico dei veicoli sottili viene allora positivamente recuperato: esso è il fondamento per qualsiasi esperienza animica o spirituale che non sia atavica o subcorporea.
Il “controllo del pensiero”, che di fatto diviene concentrazione, secondo il consiglio di Massimo Scaligero, andrebbe ripetuto durante la giornata «per almeno due volte». La nostra esperienza ci ha indicato una frequenza ripetuta, martellante, di tre o quattro volte al giorno per giungere a un risultato forte e concreto.
Si inizia l’esercizio con l’immediatezza apsichica e scabra del gesto sportivo dell’atleta. Durante l’esercizio in cui vanno normalmente usate parole ed immagini si vigila sulla continuitàcosciente della descrizione che sarà semplice e parca. Esauriti i pensieri e indirettamente attivata la massima forza pensante di cui si è capaci, si conclude l’esercizio quando l’immagine finale, o l’immagine piú congrua o l’immagine simbolica fissa o mutevole, permette di sostenere desto nella coscienza il concetto dell’oggetto, il medesimo concetto che d’ordinario balena nella coscienza quando ad esempio cerchiamo tra le nostre cose una matita che ci serve: la differenza è che ora il concetto è voluto indipendentemente dalla sua utilità e mantenuto per il maggior tempo possibile nella concentrata consapevolezza.
Riguardo al secondo esercizio chiamato “atto puro” è importante che l’operatore lo consideri con una attenzione ed energia assolutamente non minore di quella messa in moto per il primo esercizio: l’atto puro non è un esercizio piú facile o di mero sussidio alla concentrazione. Se ci accorgiamo che nell’anima questa convinzione manca, è forse meglio posporre di qualche settimana il suo inizio, spendendo piuttosto una decina di minuti al giorno per immaginare una esecuzione tipo dell’esercizio con l’attenzione ed il tenore interiore che si guadagna quando si medita. Questa indicazione vale come una sana disciplina preparatoria a molti altri esercizi. Va anche detto che l’esecuzione dell’atto puro passa obbligatoriamente per la mediazione degli arti che compiranno semplici azioni controllate dall’Io, ma assolutamente indipendenti da obiettivi personali.
Il secondo esercizio va predeterminato possibilmente 24 ore prima della sua attuazione. Risulta piú incisivo determinare nuovamente l’azione anche alla sera, prima d’addormentarsi e poi ancora alla mattina, appena svegli o subito dopo gli eventuali esercizi esoterici che già si compiono al momento del risveglio. Alla sera evocando con cura le immagini riferite all’atto, al mattino evocando piuttosto la decisione di compiere l’azione (sera = immaginazione, mattina = volontà). Durante l’esecuzione accanto ad una attenzione desta va mantenuto il silenzio interiore.
Il primo e secondo esercizio, praticati regolarmente e con energia, portano ad un vero mutamento del proprio mondo interiore e persino possono mutare la nostra precedente visione di cosa sia la Via Esoterica; comunque è certo che un’esecuzione solo formale e poco impegnata porterà ad un completo fallimento nel passaggio agli esercizi successivi.
 
Ogni esercizio dovrebbe essere tentato al limite della nostra capacità produttiva, osando anche poco oltre quel limite. Ricordiamoci sempre che non esistono speciali esercizi che conducono oltre il limite sensibile o egoico, non esistono esercizi che ci possono condurre piú lontano rispetto all’esercizio che stiamo facendo.
È l’esercizio che stiamo facendo che tende a sollecitare il pensiero eterico, che può condurci alla coscienza eterica corrispondente ai gradi di “preparazione” e “illuminazione”.
Non è ancora la Soglia, ma è la via che conduce alla Soglia e che mai sarà riflessione filosofica, cultura esoterica o pensiero discorsivo, bensí l’attività pura dell’ideare, dell’immaginare, il cui moto vivente, sperimentato e coraggiosamente accolto nel nulla dell’anima, diviene l’alto scopo dell’Impresa.
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Franco Giovi

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