VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. TREDICESIMA PARTE.

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In una delle redazioni dattiloscritte, compilate da Massimo Scaligero – ne formulò varie versioni, in epoche diverse, venendo incontro ad esigenze oggettive diverse – delle Regole essenziali per lo sviluppo interiore secondo la Scienza dello Spirito, egli descrive gli esercizi basilari con i quali si deve formare interiormente colui che aspira a realizzare l’Iniziazione ad una superiore vita spirituale e, di conseguenza, giungere alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. La percezione del Mondo Spirituale – delle forze, dei processi e delle entità spirituali – è cosa tutt’altro che semplice, e conosciamo la precisa distinzione che Rudolf Steiner fa tra il semplice ‘chiaroveggente’, che unicamente ‘vede’, non tutto ‘vede’, non necessariamente ‘comprende’ ciò che ‘vede’, e non necessariamente sa discernere l’autentica, oggettiva, ‘realtà’ spirituale dalla fallace ‘illusione’, in ciò che ‘vede’, e l’‘Iniziato’, che, invece, non solo lucidamente, e integralmente, ‘percepisce’, ma altresì ‘comprende’ la ‘realtà’ dello Spirito, ed è in grado di annientare inesorabilmente – è in grado di farlo sempre – ogni fonte di ‘illusione’, ossia ogni soggettiva fantasia, ogni menzogna, ogni illegittimo, invadente, influsso di avverse deità ostacolatrici in lui.

Parlando di questi esercizi, Massimo Scaligero sottolinea la necessità che il discepolo dell’Iniziazione giunga ad appropriarsi della capacità di distinguere la verità dall’errore, la realtà dall’illusione. Egli dà delle qualità risultanti dalla pratica di quegli esercizi fondamentali, non una immagine moralistica – come cercano di fare coloro che tentano di cattolicizzare il suo pensiero – bensì ‘conoscitiva’, ossia come scaturenti direttamente dall’‘atto’ del pensare intuitivo descritto nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, mediante essi il discepolo si distoglie dalla abituale acquiescenza passiva nei confronti del ‘fatto’ – abitudini mentali, reazioni emotive automatiche, emergenti pulsioni istintive – per elevarsi alla coscienza dell’‘atto’, che si invera nel processo dinamico del pensare e del percepire. Da questo punto di vista, la stessa Ascesi indicata da Rudolf Steiner nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, non è altro che Filosofia della Libertà applicata: è il prodotto, il risultato, dell’ ‘atto’ della ‘fantasia morale’, scaturente dal momento dinamico del ‘pensare intuitivo’. Questo, secondo l’esplicita dichiarazione di Rudolf Steiner stesso. Alle pp. 4-5 del suddetto opuscolo dattiloscritto, Massimo Scaligero così si esprime:

«Occorre guardarsi dall’alimentare in se stessi l’illusione che le qualità risultanti dai cinque esercizi già si posseggano, solo per il fatto che si è capaci talora di positività, spregiudicatezza, ecc.: tali qualità vanno sviluppate di proposito, con impegno metodico e con la precisa intenzione dell’azione liberatrice delle forze superiori dell’anima: quelle che dànno modo al discepolo di scindere l’essenziale dall’illusorio, di vedere la realtà oltre la parvenza.  

Attraverso il gradino del vedere interiore, il discepolo giunge a quello dell’udire spirituale. Trovandosi sul gradino del “v e d e r e”, gli occorre anzitutto imparare in quale rapporto le immagini delle cose stiano con queste: il conoscere vero. Egli penetrerebbe impreparato nella sfera delle esperienze astrali, se si abbandonasse alle iniziali percezioni interiori, senza forze di orientamento. Anche per questo gli occorre una guida, o un Guru (Maestro), che gli insegni fin dall’inizio come si concatenino le esperienze». 

E proprio qui è la questione fondamentale: distinguere l’essenziale dal non essenziale, la verità dalla menzogna, la realtà dall’illusione. Il ‘veggente’, di per sé, ‘percepisce’ sì questo o quel fatto, o evento, astrale o spirituale, ma – con le sue sole forze – non può mai sapere se quel che percepisce è autentica verità, realtà, oppure se non sia, invece, inganno, illusione, irrealtà, ossia menzogna. Inoltre, il ‘veggente’ potrebbe decidere di voler fare a meno di una ‘Guida’, e – in maniera insana e improvvida – di ergersi a ‘Maestro’. In questo caso, si ha una vera e propria ‘prevaricazione’, e si consegna inconsapevolmente – e perciò tanto più stupidamente – nelle mani delle avverse deità ostacolatrici. Le quali possono fornire all’incauto ‘veggente’ imponenti esperienze allucinatorie, ingenuamente credute ‘immaginative’, ed ispirare una illudente e menzognera ‘sapienza’, che avvelena poi l’anima del ‘veggente’, e quella di coloro che gli si affidano. Il ‘veggente’sive mas sive faemina, come dicevano i Romani – può giungere ad saturare l’anima di quelle ‘percezioni’ di carattere immaginoso, scambiate, appunto, per reali ‘immaginazioni’: può giungere ad una vera e propria ‘inflazione immaginativa’, e l’ego può, con estrema facilità, enfiarsi sino a livelli ‘stratosferici’.

In tale condizione – in una condizione francamente patologica: di patologia animica – può nascere nell’incauto veggente, che abbia tralignato dal retto e prescritto ‘Sentiero della Conoscenza’ una forma, dichiarata o meno, di avversione per la ‘Via del Pensiero’ e per la Concentrazione. Specialmente se il ‘veggente’ fai-da te – sive mas sive faeminanon ha una solida formazione scientifica e filosofica, ossia non ha una rigorosa formazione di pensiero, può muovendosi nell’ìnfida, e infìda, palude astrale – ove i peggiori inganni sono all’ordine del giorno – cadere nel visionarismo più medianico, e non accorgersene neppure. Il soggetto in questione può, lui  cieco, farsi ‘guida’ di altri ciechi, col prevedibile risultato che finiscano poi tutti nel primo baratro che si aprirà fatalmente sotto i loro piedi. Ad un tale soggetto – ma anche a coloro che ad esso si affidano – capiterà talvolta di ricevere ‘avvertimenti’ da coloro che invece hanno ‘Conoscenza’ certa, ma, nella loro egoica infatuazione, li spregeranno, e talvolta si ribelleranno con ira, reagendo rabbiosamente a tali generosi ‘avvertimenti’.  Evento avvenuto, e del quale – in taluni casi – sono stato testimone. Purtroppo.

Certo, la necessaria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica non è detto che il discepolo della Scienza dello Spirito se la debba fare, a fortiori, nella scienza ufficiale, e nella filosofia corrente – non ho alcun dubbio circa la ‘intelligentissima stupidità’ delle attuali corporazioni scientifiche, e genericamente universitarie, le quali, soprattutto negli ultimi decenni sono ridotte in uno stato pietoso – ma può benissimo farsela all’interno della stessa Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. Ma occorre essere – con grande rigore – profondamente leali nei confronti di essa, e senza farsi ‘sconti’ di sorta. Occorre lealtà, gratitudine verso i Maestri, e grandissimo rigore morale. Bisogna non ‘presumere’ di ‘completare’, di ‘correggere’ i Maestri, e ancor meno ‘sostituirsi’ ad essi. Esattamente in ciò consisterebbe la ‘prevaricazione’, il ‘tradimento’. Una volta avvenuto il ‘tralignamento’ conoscitivo, la ‘prevaricazione’, seguono, poi, sovente, conseguenze morali, che creano situazioni veramente problematiche: menzogne, tradimenti umani, distruzioni di amicizie, persecuzioni di persone, spergiuri, manipolazioni dell’altrui libertà, macchinazioni più o meno ‘machiavelliche’, il ritenere che – ‘a fin di bene’, naturalmente – si possano compiere le azioni più meschine e turpi.

Massimo Scaligero, alle pp. 6-7 del citato opuscolo, dopo aver parlato della posizione del discepolo dell’Iniziazione nei confronti del Maestro – il Guru della Tradizione orientale – nelle ‘Vie’ orientale, in quella yoghica, e in quella cristiano-gnostica, così si esprime nei confronti della ‘Via’ che meglio si adatta all’uomo moderno, che sino in fondo sia veramente ‘figlio di questo tempo’:

«Indipendenti al massimo si è nella Via Occidentale, o “rosicruciana”: che si rivolge a coloro per i quali lo Spirito è immanenza, o presenza, nell’Io, ossia agli uomini più moderni. Qui il Guru non è più la guida, bensì il consigliere che dà a ciascuno il suggerimento sul da farsi. Egli cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un energico sviluppo del ‘pensare’: senza il quale non è possibile reale formazione interiore. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre attività non hanno. Ogni attività interiore si muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se utilizza forze di altri livelli.. si può dire che ogni livello ha le proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il p e n s i e r o  l o g i c o. Un pensiero logico che divenga coscientemente veste  di una verità, risuona, anche non sapendolo, nei mondi superiori, come una reale forza. Movendo da tale principio, la disciplina rosicruciana addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa dal piano fisico a quello puramente metafisico. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le forze superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario».

Naturalmente, i contenuti spirituali dei quali il pensiero logico diviene veste – e questa è l’arte del meditare, ed anche quella dello ‘studio’, in senso rosicuciano, ossia della elaborazione meditativa dei testi della Scienza dello Spirito – devono essere quelli ‘giusti’, ossia devono essere ‘verità’ di ordine autenticamente spirituale, provenienti da un autentico Maestro spirituale, e non parti soggettivi di una ‘veggenza visionaria’, o frutto di una elaborazione meramente ‘intellettuale’, o ‘dialettica’, o scaturire da ambigui afflati ‘mistici’, perché in tal caso si produce qualcosa di spiritualmente ‘irregolare’, di ‘patologico’: qualcosa che avvelena le anime. Come, del resto, abbiamo avuto modo di vedere nelle comunicazioni di Rudolf Steiner, allorché egli descrive quanto avvenuto nell’Ottocento nelle lotte, nelle quali si trovò in mezzo Helena Petrovna Blavatsky, tra le confraternite occulte ‘di sinistra’ anglo-americane e quelle indiane, che portò lo scatenamento dello spiritismo e della medianità nel mondo, e a tutto quello che riguarda la falsificazione della funzione occulta di Jahvè e della Luna terrestre in rapporto famigerata ‘ottava sfera’ – operata in concordi forme diverse – da tali contrapposte confraternite occulte ‘di sinistra’. Ed abbiamo visto che qualcosa di troppo simile compie Orao in Resurrezione. Per questo, è tanto più necessario fondarsi sul rigoroso ‘metodo’ della ‘Via del Pensiero’ – che è la ‘Via’ dell’Io, ossia  la ‘Via’ dello Spirito oltre l’anima – portata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Per questo, è necessario essere leali, e fedeli, verso i Maestri, verso il loro insegnamento, che non deve essere alterato, o surrettiziamente ‘sostituito’. Infatti, scrive Massimo Scaligero, a p. 7, del citato opuscolo:

«Il Guru è, nella disciplina rosicruciana, soltanto un amico saggio che consiglia il discepolo, perché il Guru reale, l’Io, lo si educa nell’individualità propria, col proprio radicale lavoro di pensiero. Anche in questo caso, perciò in forma diversa, il Guru è necessario, essendo fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. La redenzione del mentale è l’inizio della vera Magia: ma fa appello a qualcosa di più che il pensiero dialettico. Il discepolo giunge a meritare di riconoscere spontaneamente, autonomamente, l’azione che sulla liberazione del pensiero esercita il contenuto interiore di specifiche opere dovute al Maestro dei nuovi tempi, portatore dell’accennato insegnamento perenne. Lo studio meditato di tali opere – contro cui si appuntano naturalmente gli attacchi critici delle varie scuole legate al passato – equivale alla più energica disciplina interiore. Si tratta di leggere non per apprendere, ma per rivivere determinati pensieri o immagini, in cui è inserita la forza del Pensiero Vivente».  

L’Iniziazione è un evento eterno. In ogni epoca essa è stata ‘Conoscenza’, capacità di percepire il Mondo Spirituale, i suoi processi, i suoi eventi, le sue entità. L’Iniziazione il discepolo la conquista, sacrificando il contingente per l’Incondizionato, l’effimero per l’Eterno. Ciò implica – anzi esige – la morte dell’ego, e l’annientamento radicalecompiuto senza misericordia veruna – di tutte le velleità, e di tutte le illusioni dell’ego. Ma, come ammonisce Massimo Scaligero nell’Avvento dell’Uomo Interiore, da lui poi rielaborato come l’Uomo Interiore, «nello Spirito non si sta, nello spirito si è». Ossia, nell’esperienza spirituale – e, di conseguenza, nel cammino spirituale – non vi è nulla di ‘scontato’; in esso non si può ‘vivere di rendita’, perché lo Spirito è ‘atto’, non un mero ‘fatto’. L’azione spirituale è – sempre – un ‘atto eroico’: un vivere, o un rivivere, ogni volta, il volitivo annientamento di ogni legame con l’effimero, ogni volta, il sacrificio del contingente per l’Incondizionato, per l’Assoluto. Il venir meno a questo impegno, il volgere le spalle ad esso, è il ‘tradimento’. Lo scegliere le intelligentissime ‘strategie’ umane, le abili ‘macchinazioni’, le plausibili ‘menzogne’, invece della nuda semplicità dello Spirito, è la ‘prevaricazione’, è il ‘tradimento’. Siccome nella sfera dello Spirito non vi è nulla di ‘scontato’,  nulla di ‘automatico’, è possibilissimo ‘smarrire’ l’Iniziazione, e – peggio ancora –  giungere persino a ‘pervertire’ l’Iniziazione.

Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero avvertono – anzi perentoriamente ammoniscono – che in qualsiasi momento vi può essere, anche nell’Iniziato, un risorgere improvviso della natura inferiore, un subitaneo riattizzarsi delle più violente velleità dell’ego. Massimo Scaligero diceva: «Io posso tradire in qualsiasi momento», e non abbassava MAI la guardia nei confronti delle deità ostacolatrici. Sotto questo aspetto, l’Iniziato è un ‘lottatore contro la morte’, e ricordo come, in una riunione svoltasi a Roma, in Via Barrili, Massimo Scaligero pronunciasse, con grande forza, alzando la mano destra aperta, le potenti parole del Buddha Shakyamuni, riportate nel Majjhima Nikayo, «Oggi è da dare battaglia, forse domani non saremo più. Per noi non vi sia tregua contro la grande Armata della Morte», ossia: contro le schiere dell’Oscuro Signore.  

Il Mondo spirituale conosce Verità, e non menzogna; conosce umile ed eroica ‘azione pura’, e non tatticismi, macchinazioni, intrighi; conosce il coraggioso schierarsi per la Verità e la Giustizia, e non ‘compromessi’, ‘transazioni’; conosce incondizionata venerazione per la Verità e la Conoscenza, gratitudine e lealtà verso i Maestri, e non l’abile ‘inavvertito trasbordo ideologico’, la ‘prudentissima’, vilissima, denigrazione dei Maestri e del loro insegnamento, nonché la tacita, truffaldina, ‘sostituzione’ dell’originario, schietto, loro insegnamento, con ‘abili’, ‘intelligentissime’, ‘dottrine umane’, in realtà intelligentissime escogitazioni ‘umano-troppo umane’, che con l’autentico Mondo dello Spirito nullaassolutamente nulla – hanno a che fare. Questa è ‘prevaricazione’, e questo è ‘tradimento’. Chiunque ciò compia.

Dopo questa necessaria premessa generale, torniamo ad esaminare il testo di Orao. Dopo aver esaminato nella parte precedente il ‘metodo’ di Orao, e averlo dimostrato fondamentalmente errato, ed in aperta contraddizione con quello conoscitivamente fondato sulla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, dobbiamo ora esaminare i ‘contenuti’, ovvero i ‘risultati’ della ‘chiaroveggente’ indagine spirituale che Orao, sulla base del suo fallace ed illudente ‘metodo’, ha proclamato essere ‘verità certe’, le quali invece si dimostreranno – sempre alla luce della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner – illusioni, inganni, mortali menzogne. Anzitutto, come vedremo sùbito, vi sono in Orao, pesanti condizionamenti da parte della teologia cattolica, ossia da parte di quella teologia che, secondo Rudolf Steiner, è la principale responsabile del moderno materialismo scientifico ed etico. In Resurrezione – il primo dei due libri sinora pubblicati dall’editore Tilopa, e non sappiamo se ne seguiranno ancora altri – Orao, a p. 15, dove sottolineerò, come mio uso, in grassetto alcune affermazioni, così letteralmente scrive:

«Dopo le molte dispute teologiche sul primato della ragione sulla fede e della fede sulla ragione, proprio quando si delimitarono i confini conoscitivi alla ragione, allora si confermò che la fede era in grado, come unico stato di coscienza, di raggiungere una condizione essenziale: quella di credere l’uomo nato da sostanza spirituale (perché il Cristo si era fatto carne) e già albergante in sé la realtà del Cristo come scintilla conoscitiva».

A dire il vero la ‘fede’ – quale qui viene intesa – più che uno ‘stato di coscienza’, è uno ‘stato d’incoscienza’, perché la credenza – l’ho già scritto – non è, e non può essere ‘Conoscenza’. Tra l’altro, proprio contro la ‘Conoscenza’contro la ‘Gnosi’, contro ogni forma di ‘Gnosi’ – basilidiana, valentiniana, ofita, sethiana, manichea, o catara che fosse – si accanì la persecuzione più spietata, crudele, e omicida, della Chiesa cattolica d’Oriente e d’Occidente. Ed una delle ricorrenti accuse fatte a Rudolf Steiner, tra le altre molte, è appunto quella di essere uno ‘gnostico’, e di essere una ‘Gnosi’ viene accusata la stessa Antroposofia. All’essere umano, si giunse a strappare – nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell’869 – lo Spirito dalla costituzione occulta dell’uomo, tra l’altro contraddicendo Paolo di Tarso, che invece ne parla esplicitamente. Per la Chiesa, l’essere umano è, solo e unicamente, corpo e anima, lo spirito – il quale soltanto nell’uomo potrebbe conoscere lo Spirito, perché solo il simile conosce il simile – all’uomo viene ‘amministrato’, sacramentalmente, dalla gerarchia sacerdotale, che avrebbe – a suo proprio dire – il potere di mettere il ‘fedele’ – ossia colui che, avendo ‘fede’, crede incondizionatamente ai dogmi, ed obbedisce ordinatamente a ciò che dalla gerarchia ecclesiale gli viene comandato – in ‘comunione’ con lo Spirito, ma che si arrogherebbe altresì il potere di togliere tale ‘comunione’, quindi di ‘scomunicare’, a chi compia una hàiresis, una ‘scelta’ diversa, e non accetti i suoi dogmi, e non si uniformi ai suoi voleri.

Più sotto, sempre a p.15, Orao, fa una serie di considerazioni, una delle quali ho potuto leggere pure, in un noto social forum, più volte citata – non so quanto a proposito – da tale M., ma che ora è bene reinserire nel suo contesto:

«Il Logos è sempre stato e sempre sarà nell’uomo. Egli è l’uomo stesso e l’uomo si sperimenta come tale proprio perché già in sé percepisce l’essere di quella essenzialità».

Ora, naturalmente, io non dubito affatto che il Logos sia l’essenza dell’essere umano, che sia – secondo un felice neologismo tedesco coniato da Rudolf Steiner – la Ichheit, l’autentica ‘essenzialità dell’Io’ nel suo Io. Ma una cosa è che l’essere umano sia identico al Logos, e sicuramente lo è, e tutta un’altra cosa è ch’egli abbia coscienza di tale identità. Anzi, si può dire che tutto il male, e il soffrire umano, nascano proprio dal baratro che si è spalancato in lui tra ‘essere’, e ‘coscienza’. A dirla tutta, da millenni – salvo nobili quanto rare eccezioni – l’essere umano, soprattutto in Occidente, ma ormai sempre di più anche in Oriente, non ha proprio più nessuna coscienza di una tale identità. Certamente, l’Assoluto è alla base di ogni essere umano, ma lo è anche, senza eccezione veruna, di ogni essere non umano terrestre – pietra, pianta, animale – e lo è anche di ogni essere estraumano appartenente alle Gerarchie celesti – Angelo, Arcangelo, etc. – ed ognuno di questi esseri umani, non umani ed estraumani, nel profondo, è identico all’Assoluto, ma ‘esserlo’ non significa affatto automaticamente ‘saperlo’, ‘conoscerlo’. Uno dei vertici dell’esperienza spirituale è realizzare la coscienza della ‘Identità Suprema’, ma questa è mèta di arduo conseguimento. Nulla di scontato.

E poche righe dopo troviamo la parte citata da M. sul noto social forum :

«Solo delimitando le facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della fede, che è percezione pura dell’anima: così la ebbe il primo asceta cristiano, al quale ogni elemento della natura rispondeva che lui non era Dio, mentre l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo, perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo».  

A parte il poetico affabulante linguaggio di Orao, che per taluni può essere forse suggestivo e sommuovere una facile emotività, vi sono alcune osservazioni da fare circa ciò che qui viene affermato. Abbiamo già visto, che non si tratta affatto di «limitare le facoltà della ragione mentale e sensoria», bensì di portarle – abolendo i limiti nelle quali sono costrette dalla identificazione dell’essere interiore dell’uomo alla veste somatica – a piena espansione e sviluppo, a piena coscienza: sino a giungere a sperimentare coscientemente il loro ‘momento genetico’, il loro ‘momento dinamico’. Che al primo asceta cristiano – qui probabilmente Orao si riferisce ad una pagina autobiografica delle Confessioni di Agostino di Ippona, rievocante un periodo della sua vita tutt’altro che “ascetico”, e non proprio ancora molto “cristiano” – «ogni elemento della natura rispondesse che lui non era Dio», è fare della ‘letteratura’, non della ‘Scienza dello Spirito’. Così come rispetto all’affermazione del fatto che «che l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo», viene fatta altrettanta poetica affabulante ‘letteratura’, e non vi è in essa nulla di ‘scientifico’. Non ho mai trovato che Rudolf Steiner, o Massimo Scaligero usassero un tale ‘suggestivo’ linguaggio, anzi è più che evidente come essi lo evitassero di proposito.

Quanto al fatto che «l’anima sia divina in quanto fattura del divino», bisogna dire che qui l’affabulante poetico linguaggio è intenzionalmente vòlto ad evitare di esprimersi chiaramente – ossia in maniera da evitare di non dar luogo ad equivoci, esprimendosi troppo chiaramente – circa un punto molto dolente per chiunque risenta del pesante condizionamento da parte della teologia cattolica. Una delle accuse che la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, fa – giustificatamente dal suo punto di vista – è l’accusa di ‘panteismo’, ch’essa rivolge all’Antroposofia, ma anche a tutto l’esoterismo. Per la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, vi è un incolmabile abisso tra Dio e le ‘creature’ tutte, tra la ‘Trascendenza’ di Dio e la ‘contingenza’ delle suddette ‘creature’, e in particolare quella dell’uomo. Per la teologia cattolica, Dio ha ‘creato’ – così recita da sempre il Catechismo ecclesiale – il mondo e l’uomo dal ‘nulla’, mediante un atto gratuito ed arbitrario della sua volontà, per cui l’essere umano, nella sua immanenza, è quanto di più ‘contingente’, effimero e precario. Mentre, per la Scienza dello Spirito, per l’Antroposofia, ma anche per ogni autentico esoterismo, l’uomo è ‘emanato’ dall’Uno, e non ‘creato dal nulla’, e il mondo è, esso stesso, ‘emanazione’ dell’Uno, di Dio, e niente affatto ‘creato’, esso pure, dal ‘nulla’. A mio modo di vedere, ed ho avuto modo di scriverlo in passato, sarebbe oltremodo auspicabile che i ‘creati dal nulla’ evitassero di occuparsi delle cose degli ‘emanati dall’Uno’, e lasciassero in pace questi ultimi, ma – a giudicare dalla pervicace intolleranza di venti secoli – temo che la mia sia vana speranza. 

«Per l’uomo moderno, però, neppure tale conferma può essere sufficiente: la fede, nata dal limite conoscitivo della ragione, non può bastare, perché da essa egli si sperimenta escluso dalla partecipazione all’azione stessa del divino, oltre che in sé, nel Cosmo. Dalla fede semplice derivano due correnti non valide per l’esistenza dell’uomo odierno: il panteismo (vedere Dio senza discernimento in tutto, quindi abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto), o la deificazione della natura, del terrestre, del dato sensibile separato dalla controparte ideale e ideante di cui l’uomo è indissociabile mediatore (materialismo, pragmatismo, soggettivismo razionalistico). La ragione fece largo alla fede cosciente; la fede cosciente, ossia la persuasione di avere il Cristo in sé e di essere «persona» per il Cristo in sé, farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito e di conseguenza farà largo alla sperimentazione dal piano eterico dell’unità ed identificazione con l’Impulso-Cristo, vivente nel terrestre come nel Cosmo superiore, inconosciuto nell’anima, ma da là conoscibile e pulsante nel volere più profondo».

Tutto questo discorso di Orao potrà, forse, anche suggestionare e illudere chi scambi l’oscurità per profondità, e preferisca abbandonarsi passivamente all’ambigua, e comoda, emotività senziente. Invece per chi voglia pensare coraggiosamente, lucidamente, e spregiudicatamente, ossia senza ‘presupposti confessionali’ o ‘teologici’, tutto questo discorso è basato, e addirittura letteralmente infarcito, di menzogne. Nelle poco cristiche confessioni ‘cristiane’, storicamente, la ‘fede’ è nata non dal «limite conoscitivo della ragione», perché, anzi, proprio le Chiese ‘cristiane’ hanno lottato ferocemente contro la ‘ragione’, attuando ogni forma di repressione violenta di essa, e di ogni forma di libertà di pensiero. Il ‘panteismo’ non è affatto nato dalla «semplice fede»: anch’esso è stato vittima del più feroce ‘odium theologicum’, e combattuto violentemente con ogni mezzo. Gnostici, Manichei, e Catari, proclamavano il primato della ‘ragione’ sulla semplice ‘fede’, e invitavano apertamente a non ‘credere’ sino a quando la ‘ragione’ non avesse compreso, e confermato, quanto veniva annunciato come verità. Nel medioevo, spesso, il termine greco ‘Logos’ veniva tradotto in latino con ‘Ratio’, ossia con ‘Ragione’, e a Padova vi è, decorato da bellissime pitture angeliche, il ‘Palazzo della Ragione’. Del resto, se non fosse così, perché mai i Rosacroce avrebbero chiamato il Mondo Spirituale superiore, estraformale, devachan superiore, arupa devachan, ‘Mondo Celeste’, o ‘Mondo della Ragione’, come si può leggere nella Saggezza dei Rosacroce, ed anche in altre cicli di conferenze, di Rudolf Steiner?!  

«La ragione» non «fece largo alla fede cosciente»: essa fu repressa, e spietatamente perseguitata dalle poco cristiche chiese ‘cristiane’, le quali per un pavor metaphysicus, per un incoercibile terrore di fronte all’incandescenza dissolvitrice dello Spirito, annientatore di tutto ciò che è, in quanto natura caduta, ‘maceria spirituale’, hanno rinunciato alla ‘Gnosi’ salvivica, hanno rinunciato a ‘conoscere’, e la decaduta ‘fede’ è stata la consacrazione della voluta, pavida, impotenza dell’anima, che si chiude alla travolgenza trasformatrice, trasmutatrice, dello Spirito. Non solo si è divenuti spiritualmente ‘ciechi’, ma si è altresì preteso dalla gerarchia ecclesiastica, che tutti lo divenissero: si è preteso che ciò che tale gerarchia sacerdotale aveva, per viltà e corruzione, rinunciato a ‘conoscere’, anche gli altri non dovessero ‘conoscere’. Ma è scritto: «Conoscerete la Verità, e la Verità vi farà liberi».

Che, poi, affermare il ‘panteismo’ – o, in buona sostanza, l’‘emanazionismo’ gnostico, che concepisce l’uomo ‘consustanziale’ all’Assoluto – agisca «abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto», non è solo un grossolano errore di pensiero, bensì è una spudorata menzogna, tipica della teologia cattolica, che vede nella salvifica ‘Conoscenza’, frutto del ‘pensiero folgorante’, o ‘vivente’, che annientando la mâyâ illudente, ricongiunge l’uomo con l’Assoluto, un atto di ‘superbia’, di ‘disobbedienza’, di ‘ribellione’, di ‘arroganza’, di ‘lesa maestà’ nei confronti del Dio, troppo antromorficamente concepito come regale sovrano, il quale – a suo insindacabile arbitrio – ‘crea dal nulla’ e gli esseri umani, e il mondo. Semmai, è proprio il ‘creazionismo’ – come affermavano Gnostici, Manichei, e Catari – a delegittimare l’essere umano, ledendo la sua dignità e libertà, e a rendere Dio responsabile del male nel mondo. Basta leggere le opere di Déodat Roché – in particolare Studi manichei e catari – o quelle di René Nelli, o le stesse scritture catare, le poche e fortunosamente scampate ai roghi, per rendesene conto.  

In realtà, proprio perché l’essere umano è ‘emanato’ dall’Uno, è ‘consustanziale’ all’Assoluto, che – come ha affermato, e scritto, molte volte Massimo Scaligero – permane comunque alla base del suo essere, egli può, e deve, per usare un’espressione dantesca, ‘indiarsi’. Proprio perché egli – un ‘dio caduto’ – è di natura ‘divina’, l’uomo può, e deve, ritornare al Divino, reintegrarsi nello smarrito ‘stato primordiale’, ritrovare la perduta sovrumana grandezza dell’Uomo Cosmico, da lui obliata onde il Divino si manifestasse anche come Autocoscienza, Libertà, e Amore. Dopo la  καταστροφή, katastrophé, la ‘distruzione’, il ‘ruinare in basso’, la sfracellante ‘caduta’ primordiale nella frantumazione della illusoria molteplicità, l’uomo può, infine, attuare la ἐπιστροφή, epistrophé, il ‘risollevamento’, il ‘tornare in alto’, la ‘conversione’ di direzione, onde si attua il ‘ritorno alla Sorgente’, il ‘ritorno all’Uno’, come lo chiamavano Plotino in Occidente, e Laotse in Oriente. Ossia tutto il contrario di quanto afferma Orao.   

Se poi un ricercatore spirituale va leggersi le opere di un Meister Eckhart – che soltanto la morte salvò dalla condanna nel processo che l’Inquisizione dell’eretica pravità gli aveva intestato ad Avignone – o le opere di un San Giovanni della Croce, il quale ebbe – egli pure – persecuzioni, contrasti accesi, e subì carcerazioni, e diffamazioni, può intuire perché Rudolf Steiner apprezzasse così tanto il loro pensiero, sino a tenere una importante conferenza sul pensiero di quest’ultimo, le cui posizioni spirituali egli dimostra essere identiche a quelle del ‘panteismo’ dell’Antroposofia. Vi sono stati persino studiosi che hanno trovato difficile distinguere pensiero e ascesi di Meister Eckhart dal platonismo di Plotino, o dall’Advaita Vedânta di Shankara, e pensiero e ascesi di San Giovanni della Croce dallo Yogashastra di Patañjali. Per Orao, la Sapienza del Mondo Classico d’Occidente, e quella d’Oriente, semplicemente non esistono.

Su questo temerario blog, venne pubblicato, il 23 aprile 2015, un articolo di chi scrive, intitolato Il “prometeico” idealismo magico di Rudolf Steiner, nel quale venne riprodotto un testo – inedito in italiano – nel quale, una volta di più, risulta in maniera inequivocabile il pensiero di Rudolf Steiner circa l’Assoluto, il Divino, e il suo rapporto col mondo. Trovo utile riproporlo qui, in modo che il lettore possa farsi un’idea autonoma su come e cosa egli pensava circa il rapporto tra Dio e l’uomo, Dio e il mondo:

«Professione di fede dell’idealismo empirico.

I. Dio come oggetto del rapporto religioso.

Dio deve essere pensato come la concreta unità dei due momenti, nei quali per la coscienza umana si scinde il mondo formato: il lato dell’esistenza obbiettivo dato, e quello soggettivo prodotto dallo Spirito. Attraverso la scissione dell’esistenza in questi due lati, l’entità divina è inerente al nostro spirito cosciente non come concreto Agens, bensì come idea astratta, che può divenire un contenuto non mediante l’immersione in qualsivoglia elemento obbiettivo, bensì unicamente attraverso il reale, continuativo processo evolutivo dell’umanità. Questo processo evolutivo è il vivere di Dio e, nel conclusivo risultato finale del medesimo, la totale entità di Dio è giunta a manifestazione. 

II. L’uomo in rapporto a Dio e al mondo.

L’evoluzione umana è un incessante superamento delle due sunnominate polarità, dunque un continuativo giungere a manifestazione di Dio. Nella scissione dell’unità originaria del mondo in oggetto e soggetto sta la ragione dell’imperfezione umana. Questa imperfezione si manifesta nel campo dell’agire come non-libertà. Non liberi noi siamo unicamente in quelle parti della attività, nelle quali non si è ancora compiuta la compenetrazione di soggetto e oggetto. In questo caso stiamo sotto l’imperio dell’oggettivo. Quest’ultimo svanisce immediatamente, allorché noi abbiamo compreso lo spirito di una cosa, e la dominiamo in maniera corrispondente alla sua propria essenza. Vista da questo punto di vista, l’evoluzione umana è al contempo una evoluzione divina, e addirittura un incessante processo di liberazione.

Rudolf Steiner, 8.12.1892».

Chiunque conosca, per poco che sia, la storia davvero poco edificante delle confessioni ‘cristiane’, sa appunto come «la ragione» non fece affatto «largo alla fede cosciente». La ‘ragione’, rosicrucianamente intesa, non ha alcun bisogno di limitarsi e far spazio a quella che qui Orao chiama «la fede cosciente», la quale – a suo dire –   a sua volta «farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito». La ‘ragione’ ha unicamente bisogno di sperimentarsi – facendo a meno di ogni presupposto: soprattutto di ordine teologico e confessionale – integralmente, ossia di sperimentarsi come ‘pensiero-folgore’, come ‘pensiero vivente’. Per realizzare questo essa non ha alcun bisogno di riconoscersi ed  aderire a nessuna confessione religiosa, tantomeno cattolica. Ed è il cammino conoscitivo stesso di Rudolf Steiner a dimostrare che le cose stanno esattamente così. Ma il Sentiero della Conoscenza, prima sperimentato, e poi indicato da Rudolf Steiner, porta l’uomo ad ‘indiarsi’, a ‘ricongiungersi’ con l’Uno Unissimo, a sperimentarsi come ‘Uomo Universale’, e sperimentare coscientemente la ‘Identità Suprema’ con l’Assoluto. Questo è inaccettabile per la teologia cattolica. E questo è un aspetto che Orao si guarda bene persino dallo sfiorare, ma che è ben presente in tutta l’Opera di Massimo Scaligero.

A questo punto, è possibile intendere l’opposizione, a volte sorda e dissimulata, a volte più esplicita e virulenta, di taluni nei confronti di una radicale ‘Via del Pensiero’, e la loro denigrazione della assoluta fondamentale centralità della ‘Concentrazione’, anch’essa, nella sua radicalità concepita – l’espressione è, naturalmente, di Massimo Scaligero – come ‘atto assoluto’,  come ‘ekagrata assoluto’, come ‘Via a sé sufficiente’. Contro una tale coraggiosa concezione dell’Ascesi si sono diretti gli strali di coloro che vedono nella ‘Via del Pensiero’ il pericolo di diventare una ‘via del sublime egoismo’, secondo la loro ingenerosa espressione. In fondo, l’impostazione di costoro è esattamente quella di Orao, che tuttavia, in verità, si esprime alquanto più ‘prudentemente’, ed alla concezione di Orao, con ogni evidenza essi si ispirano, il che li porta a indicare la necessità di una ‘Via’ diversa da quella indicata, con sin troppo chiare parole, da Massimo Scaligero, che poi è quella di Rudolf Steiner: il filo aureo della ‘Via’ rosicruciana e antroposofica. 

Ma la ‘via’ diversa, indicata da Orao, si basa, appunto su di una concezione, come abbiamo visto, e come constateremo ulteriormente, dal punto di vista scientifico tutt’altro che scevra di ‘presupposti’, anzi inficiata dai ‘presupposti’ più discutibili, soprattutto ‘confessionali’, e, dal punto di vista spirituale, contraddicente – malgrado ogni ‘prudente’ dissimulazione – sia dal punto di vista ‘dottrinario’ che ‘pratico’, ossia dell’Ascesi realizzativa, l’insegnamento di Rudolf Steiner, e quello di Massimo Scaligero stesso. In particolare – ne abbiamo dati al lettore numerosi esempi documentati – dal punto di vista cosmologico e cosmogonico, Orao ‘sostituisce’ – e la cosa può sfuggire facilmente ad un lettore che non sia attentissimo, o che sia emotivamente commosso e suggestionato dall’affabulante, narcotizzante, ‘mistico’ linguaggio di Orao – all’insegnamento di Rudolf Steiner, il suo proprio, frutto della sua personale ‘chiaroveggenza’ soggettiva, la quale, a causa dei troppi, sistematici, ed evidenti, risultati errati, inevitabilmente si è costretti a definire ‘visionaria’. Abbiamo visto che cosa – addirittura con parole dure – Rudolf Steiner dice di una tale ‘chiaroveggenza visionaria’: sia dal punto di vista dei ‘contenuti’, che dal punto di vista ‘morale’.

Ora, la ‘via’ diversa, che in Resurrezione propone Orao, è la conseguenza ‘logica’ – ma dovrei dire, più esattamente, la conseguenza ‘illogica’  – di tale errata ‘chiaroveggenza visionaria’. Ed abbiamo visto quale estrema importanza Rudolf Steiner e Massimo Scaligero diano, dal punto di vista spirituale, al pensiero logico, e al suo risuonare – anche se inavvertito dalla coscienza che si muove sul piano fisico – nei mondi superiori. Abbiamo visto altresì come i frutti di una errata ‘chiaroveggenza visionaria’ non siano paragonabili ad un semplice errore di calcolo algebrico, o ad una errata dimostrazione geometrica, sempre facilmente risolvibili – proprio da un adeguato pensiero logico – sul piano fisico stesso, senza veruna conseguenza spirituale. Mentre, l’errore compiuto da un simile visionario ‘veggente’ crea sul piano astrale, e su quello spirituale, un ‘essere’, che non può affatto venire ignorato, un ‘essere’ col quale si devono fare i conti, un ‘essere’ che,  quale malefico, e venefico, ‘ente di menzogna’ agisce come avversario ostacolante,  e che deve essere energicamente combattuto, e spazzato via. Per esempio, uno di questi veramente malefici errori lo leggiamo a p. 72, di Resurrezione di Orao, dove a chiare lettere si ripete – una volta di più – la falsa dottrina circa la Luna terrestre, oggettivamente identificata alla famigerata ‘ottava sfera’, come nella Blavatsky e nei suoi avversari, per di più aggravata da un ulteriore, ancor più grave, errore che è la menzognera, sacrilega e blasfema, identificazione di Jahve-Jehova con Lucifero. Infatti, a quella pagina, ancora una volta, leggiamo:

«L’entità luciferica stessa aveva in tempi ancora anteriori promanato da sé entità luciferiche, che al tempo della ribellione nei Cieli rifiutarono tutte con essa l’azione del Sole e si trasferirono sulla Luna, abitando il cosiddetto «regno della Luna terrestre». Tali entità agivano dalla Luna sull’astralità dell’uomo in formazione sulla Terra, operando dall’interno di lui verso l’esterno, intenzionate però a dominare tutti i processi tendenti a mantenere la materia morbida e poco densificata».

E, invece, come scrive Rudolf Steiner nel quarto capitolo della sua Scienza Occulta, Jahve fu l’Eloah o Eloha solare, il quale sacrificalmente scelse per sé come ‘dimora’ la Luna terrestre per combattere gl’impulsi luciferici presenti sulla Terra. Fu proprio l’azione di Jahve dalla Luna, come abbiamo visto in parti precedenti del presente studio, ad impedire – riflettendo dalla Luna le forze del Sole, le forze del Logos, come sintesi dei sei Elohim rimasti sul Sole – la ‘mummificazione’ della forma umana, che sempre più avrebbe impedito alle anime umane d’incarnarsi sulla Terra, e quindi permise di mantenere ‘plastica’ la corporeità dell’uomo. In particolare, l’azione di Jahve operò a sottrarre la sfera generativa all’azione di Lucifero, col rimanere tale l’azione procreativa nell’incoscienza della volontà organica profonda. E fu sempre Jahve – come mostra Rudolf Steiner nelle conferenze, tenute ad Amburgo nel 1910, sul Vangelo di Giovanni – a promuovere l’amore umano, prima tra consanguinei nella famiglia, poi nella stirpe, e nel popolo. Ora, su un così enorme, e ben grossolano, errore conoscitivo, che si protrae, e si ripete, per tutto il libro Resurrezione, si basa la ‘proposta operativa’ di Orao. E che, purtroppo, io non mi sbagli in questo esame di tale opera, è mostrato da quanto Orao, ‘correggendo’, e ‘completando’, l’insegnamento Rudolf Steiner, scrive a p. 80 di Resurrezione :

«L’uomo e la donna, indicati per primi nella storia evolutiva quali archetipi della funzione riproduttiva, diverranno in un lontano avvenire anche gli artefici della soluzione liberatoria di questo mistero, adoperando proprio le forze di coscienza  attivate in sé dal Cristo che, per libera e santificata decisione autonoma, vorranno nel loro volere più profondo, fin nella fisicità della struttura del sistema del ricambio, quale soggetto di amore in loro. Gli Iniziati di Vulcano, riuniti ad altri uomini meno evoluti, tradirono i misteri aderenti alle Verità più alte, loro rivelati dalle celesti entità, e connessi col mistero della procreazione quale rito congiunto con la potenzialità conoscitiva per il futuro sviluppo dell’uomo sulla Terra.

Fu da quel momento che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva: il sangue non fece scorrere più in sé le qualità animiche dell’uomo, ma l’intensità di passioni e desideri sfrenati, interiorizzati dall’azione di Lucifero, e questo contenuto irregolare portò alla solidificazione sempre più mineralizzata del sistema osseo, proprio attraverso la fisicizzazione del respiro. Il sangue recò la sua movenza fino a interferire sul respiro, che era rimasto, ad opera delle entità superiori, attività del corpo eterico, l’unica di questo corpo non aderente al fisico. In precedenza l’uomo l’uomo inspirava la sostanza delle entità cosmiche ed emanava un respiro che cooperava alla crescita della struttura del Cosmo: l’entrata dell’azione di Lucifero legò per un minimo tale aerità alla solidificazione del corpo ed il respiro fu condizionato, attraverso la veicolazione degli impulsi del sangue, alle diverse situazioni del corpo astrale.

Solo mediante l’Impulso-Cristo nell’Io potrà essere posto nuovamente ordine fra queste tre funzioni, aerificando le ossa, eterizzando il sangue, impulsando dall’Io la coscienza-Cristo nel corpo eterico del proprio essere, attraverso la nuova coscienza d’amore ed il nuovo amore per la conoscenza dello spirituale nell’uomo. Ma questo còmpito sarà affidato unicamente al misterioso congiungimento androginico dell’uomo con la donna».

Tutto questo discorso di Orao, che ‘pretende’, e ‘presume’, di ‘correggere’, di ‘completare’, e financo tacitamente ‘sostituire’ l’insegnamento di Rudolf Steiner, in vista della ‘novella Iniziazione’, che vuole proporre, è rigorosamente errato e falso. Per far ciò, Orao altera non poco le comunicazioni date da Rudolf Steiner nella Cronaca dell’Akasha, e in Scienza Occulta. Anzitutto, ‘mescola’, volutamente ‘con-fonde’, eventi che ebbero luogo nell’antica Lemuria, con quelli che accaddero in Atlantide: eventi che si produssero non solo in epoche diverse, ma sotto l’influenza di entità spirituali diverse. In realtà,  non è vero che «fu da quel momento [ossia: solo dopo il tradimento dei Misteri di Vulcano in Atlantide, come si evince da quel che scrive Orao] che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva», perché tale funzione procreativa venne già tolta alla coscienza dell’uomo, a causa della ‘seduzione luciferica’, già al tempo dell’antica Lemuria, mentre il tradimento dei Misteri di Vulcano avvenne, appunto in Atlantide a causa della successiva seduzione arimanica, e non di quella luciferica. L’evento più rilevante, al quale Orao allude, fu la conseguenza del tradimento dei Misteri di Vulcano, e provocò, come extrema ratio, la distruzione del continente di Atlantide. Ecco alcuni passi significativi a tale proposito. In Cronaca dell’Akasha, trad. di Lina Schwarz, quarta edizione riveduta, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma, 1953, alle pp. 25-27, leggiamo:  

«Grazie a questi fatti si produssero, all’epoca della terza sottorazza, quelle fiorenti comunità che ci vengono descritte nella letteratura teosofica. E le esperienze personali che si andavano facendo, trovavano appoggio da parte di coloro che erano iniziati nelle leggi eterne dell’evoluzione spirituale.

Gli stessi potentissimi re ricevevano l’iniziazione, affinché la capacità personale avesse in essa un sostegno completo. Pel suo valore personale l’uomo a poco a poco si rende atto all’iniziazione; egli deve, prima, sviluppare le proprie forze, da sotto in su, perché poi gli possa venir conferita l’illuminazione dall’alto. Così ebbero origine i re e le guide iniziate degli Atlanti. Un potere immenso stava nelle loro mani; e immensa era pure la venerazione che veniva loro tributata. Ma in questo fatto si nascondeva anche il germe della decadenza e della rovina. Lo sviluppo della memoria condusse all’esaltazione della personalità; l’uomo volle essere esaltato per la sua potenza personale, e quanto più la sua potenza aumentava, tanto più egli voleva sfruttarla a scopi personali. L’ambizione, che si era sviluppata, divenne egoismo, e quest’ultimo condusse all’abuso della forza. Se pensiamo al potere che gli Atlanti avevano acquistato col dominio sulla forza vitale, comprenderemo come l’abusarne dovesse condurre a gravissime conseguenze. Un ampio potere sulle forze della natura poteva venir messo così al servizio dell’egoismo.

Ciò avvenne, pienamente, nella quarta sottorazza, nei Turani primitivi. Questi uomini, avendo appreso a dominare tali forze, se ne servirono spesso per soddisfare le proprie brame egoistiche. Ma, adoperate cosi, queste forze si distruggono per i loro vicendevoli effetti. È come se in una persona i piedi volessero a tutti i costi avanzare, mentre il resto del corpo volesse retrocedere.

Tali rovinosi effetti poterono essere arrestati soltanto pel fatto che una forza superiore si sviluppò nell’uomo: la forza del pensiero. Il pensiero logico domina e frena i desideri personali egoistici.

L’origine del pensiero logico è da ricercarsi nella quinta sottorazza, quella dei Protosemiti. Gli uomini cominciarono ad arrivare più in là del semplice ricordo del passato e a confrontare tra loro le diverse esperienze. Si sviluppò la facoltà del giudizio, la quale regolò i desideri e le passioni. Si cominciò a calcolare e a combinare; s’iniziò il lavorio del pensiero. Se prima gli uomini si abbandonavano a ogni desiderio, ora soltanto cominciarono a chiedere se il pensiero lo approvasse o no.

Mentre gli uomini della quarta sottorazza cercavano violentemente la soddisfazione delle loro passioni, quelli della quinta cominciarono a porgere ascolto ad una voce interiore. E questa voce interiore mette un argine alle passioni, anche se non riesce a distruggere le pretese della personalità egoistica». 

Un discorso ancora più esplicito da parte di Rudolf Steiner lo possiamo leggere ne La Scienza occulta nelle sue linee generali, traduzione dalla 4a edizione tedesca di E. de Renzis e E. Battaglini, con Prefazione di Arturo Onofri,  Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, marzo 1932, pp. 170-173:

«Verso la metà dell’evoluzione atlantea il male si sviluppò gradatamente nell’umanità; i segreti degl’iniziati dovettero esser nascosti con molta cura, perché non ne avessero conoscenza gli uomini, i quali non avevano purificato il loro corpo astrale dall’errore, per mezzo di una preparazione adatta. Se essi avessero potuto penetrare con lo sguardo fino a quelle conoscenze occulte, a quelle leggi, a mezzo delle quali le entità superiori dirigono le forze della natura, se ne sarebbero serviti per soddisfare i loro desideri e le loro passioni malsane. Il pericolo era tanto maggiore, in quanto che gli nomini, come abbiam detto, erano entrati in contatto con degli esseri spirituali inferiori, i quali non potevano partecipare alla regolare evoluzione della Terra, e perciò la ostacolavano. Questi spiriti influirono sugli uomini in modo da ispirar loro dei desideri veramente contrari al bene dell’umanità. Orbene, gli nomini avevano però ancora la capacità di disporre delle forze della crescenza e della riproduzione della natura animale e della natura umana. Le tentazioni di quegli esseri spirituali inferiori ebbero forza di sedurre non soltanto gli nomini ordinari, ma anche degl’iniziati, i quali si servirono così delle forze supersensibili, di cui abbiamo parlato, per scopi contrari all’evoluzione dell’umanità; si associarono con tal fine anche altri uomini che non erano iniziati, e che si valevano dei segreti delle forze supersensibili della natura per scopi molto bassi; ne risultò una grande corruzione nell’umanità. Il male si andò estendendo. Le forze della crescenza e della procreazione, quando sono strappate dalla Terra-madre e vengono utilizzate isolatamente, sono in occulto rapporto con altre determinate forze che agiscono nell’aria e nell’acqua; perciò a mezzo delle azioni umane vennero scatenate dalle forze naturali straordinariamente potenti e dannose, che determinarono gradatamente la distruzione della regione atlantea, per mezzo di catastrofi dovute all’aria e all’acqua. […] Un influsso particolarmente sfavorevole venne esercitato dalla divulgazione illecita del segreto di Vulcano, poiché lo sguardo dei seguaci di quel culto era diretto in particolar modo verso le vicende terrestri. Quella divulgazione assoggettò l’umanità a degli esseri spirituali, i quali, per causa della loro passata evoluzione, si opponevano a tutto ciò che proveniva dal mondo spirituale sviluppatosi dalla separazione della Terra dal Sole. Conformemente a questa loro tendenza essi agirono appunto su quell’elemento che si era sviluppato nell’uomo per virtù delle percezioni che egli aveva del mondo sensibile, dietro al quale sta nascosto il mondo spirituale. Tali esseri acquistarono ormai su molti abitanti umani della Terra grande influenza che si fece sentire particolarmente nel fatto, che gli uomini andarono sempre più perdendo il senso delle realtà spirituali. […] Dopo la metà dell’evoluzione atlantea esercitarono influenza nel campo dell’evoluzione umana alcuni esseri, i quali tendevano a spingere l’uomo nella vita del mondo fisico sensibile in modo non spirituale. Questa loro influenza ebbe tale forza che l’uomo, invece di vedere il mondo nel suo vero aspetto, scorgeva delle immagini illusorie e dei fantasmi, e non era esposto soltanto all’influsso luciferico, ma anche all’influsso di questi altri esseri, alla guida dei quali può essere dato il nome di Arimane, perché così fu chiamato più tardi dalla civiltà persiana (Mefistofele è la stessa entità). A cagione di questo influsso l’uomo venne a trovarsi anche dopo la morte soggetto a forze, che lo facevano apparire come un essere completamente dedicato alle condizioni terrestri materiali. La chiara visione dei processi del mondo spirituale venne gradatamente tolta all’uomo; egli dovette sentirsi sottoposto alle forze di Arimane e allontanato in certo qual modo da ogni comunicazione col mondo spirituale».

La ‘seduzione’ luciferica ebbe luogo nell’antica Lemuria, e non in Atlantide, come afferma Orao, e gli effetti sull’anima umana provocarono nella natura lo scatenamento delle forze del fuoco che portarono alla distruzione di quel continente. Nell’epoca atlantidea, invece, ebbe luogo la ‘seduzione’ arimanica, la penetrazione delle forze arimaniche nell’uomo, che operarono alla corruzione delle forze vitali legate alla crescita e alla riproduzione. L’azione di ‘seduzione’ arimanica portò al tradimento dei Misteri di Vulcano, e alla distruzione di Atlantide per lo scatenamento nella natura delle forze legate agli elementi aria e acqua. Le ‘percezioni’ di Orao, scaturenti dalla sua ‘chiaroveggenza’ sono errate, e false. Il suo ‘pretendere’, il suo ‘presumere’ di ‘correggere’, ‘completare’, ‘sostituire’ quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi, porta Orao, e chi si affida alla sua ‘veggenza’ a smarrirsi in sentieri pericolosi: persino alla ‘presunzione’ di poter dare una novella ‘via iniziatica’ la quale, essendo basata su una tale ambigua ‘veggenza’, partorisce menzogne sul piano conoscitivo, e deragliamenti morali sul piano pratico, sul piano operativo dell’Ascesi. Come vedremo nel proseguo del presente studio.     

ISIDE SOPHIA-SEDICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

 

SEDICESIMA LETTERA

Luglio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

LA LUNA 

Ora, dopo la conclusione della descrizione dei Pianeti superiori – Saturno, Giove, Marte e Sole – dovremo esplorare le attività dei Pianeti inferiori: Mercurio, Venere e Luna. Dovremo entrare in un mondo abbastanza diverso da quello dei Pianeti superiori e delle loro attività, proprio come il Mondo Animico dell’essere umano è interamente diverso dalla regione dei suoi princìpi corporei. La Luna è la “più vicina” oggi alla nostra coscienza animica, perciò cominceremo con lei.

La Luna

Nelle Lettere Undicesima Tredicesima abbiamo menzionato l’idea del movimento in forma di lemniscata sia dei movimenti del Sole che della Terra. Secondo quest’idea, anche il cammino della Luna appare abbastanza diverso da quello dato dal punto di vista copernicano. Esso appare come una linea serpentina lungo la  lemniscata Sole-Terra; comunque, pensare i movimenti della Luna – così come quelli del Sole e della Terra – come quelli aventi luogo su certe linee nello spazio dell’Universo, ci guiderebbe soltanto ad un’altra astratta prospettiva dell’Universo.

A meno che non impariamo ad immaginare i tragitti dei corpi celesti come confini degli organi viventi di quell’Essere il cui corpo è l’Universo, possiamo sperimentare l’Universo come un’Entità che opera in tutti i regni della natura.

Per esempio, il movimento a forma di lemniscata del Sole e della Terra può risvegliare in noi l’impressione che questa lemniscata abbia una certa somiglianza con il sistema circolatorio del sangue del corpo umano.

Questa è una realtà. La  “corrente sanguigna” spirituale dell’Essere del nostro Sistema Solare causa il movimento del Sole e della Luna in forma di lemniscata. Naturalmente possiamo obiettare che la circolazione del sangue umano non costituisca una semplice lemniscata. È più complicata di quella. Ma nemmeno la lemniscata Sole-Terra è così semplice come può apparire a prima vista. Per esempio, ci sono movimenti portati in relazione ad essa che fanno sì che il corpo del Sole, durante l’anno, appaia in un cerchio.

In maniera simile dovremmo guardare il movimento della Luna. Il diagramma che segue ci aiuterà a riconoscere il suo carattere essenziale. La lemniscata tratteggiata esterna indica allora qual è il limite dell’invisibile, e tuttavia spiritualmente reale, corpo lemniscatico della Luna.

Quindici giorni più tardi vi sarebbe la Luna Nuova. Questa è l’epoca in cui la Luna sta tra la Terra e il Sole. Naturalmente nel frattempo il Sole e la Terra si sono spostati nella posizione (b). Ora, come possiamo vedere nel diagramma, la lemniscata della Luna si è contratta sino alla forma che viene indicata dalla lemniscata tratteggiata e interna.

Andando verso la successiva Luna Piena, questa forma a lemniscata del percorso della Luna si espanderebbe di nuovo e crescerebbe lentamente al di là della misura della lemniscata Terra-Sole. Possiamo osservare così un’espansione una contrazione continue del corpo lemniscatico della Luna in relazione alle sue fasi.

È una sorta di attività respiratoria che è molto caratteristica per la Luna, e che illumina le sue tendenze essenziali nei vari regni della natura.

 Corrispondono aisimboli, da sinistra a destra: Sole, Terra, Luna

Corrispondono ai simboli, da sinistra a destra: Sole, Terra, Luna

Possiamo volgere ora la nostra attenzione a quest’attività respiratoria della Luna. In Lettere precedenti abbiamo delineato le attività contraddittorie del Sole e della Terra. Abbiamo descritto il Sole come un “buco” nell’Universo la cui attività giunge lontano fuori nello spazio cosmico e aspira, per così dire, la sostanza astrale dai margini dello Zodiaco verso il centro. Tra la regione Stellare dello Zodiaco e il “buco” del Sole vi sono i Pianeti superiori e specialmente la Terra. Essi sono le pietre miliari della condensazione di questa sostanza astrale nella materia. La culminazione di questa attività condensante ha luogo sulla Terra. Poi di nuovo nello spazio tra la Terra e il Sole, ove troviamo i Pianeti inferiori, ha luogo la dissoluzione ed eterizzazione della materia. Così l’attività aspirante del Sole è la causa indiretta della materializzazione della sostanza astrale, ed è poi infine il foro attraverso il quale la materia viene dissolta e riportata indietro alla sua origine eterica dopo che la natura dei Pianeti superiori e quella della Terra hanno operato un’impronta su di essa.

La Luna sta tra queste attività del Sole e della Terra. Il diagramma ci mostra che, all’epoca della Luna Piena, la Luna e il suo corpo lemniscatico sono fortemente connessi alla regione dello spazio che è preposta al processo di materializzazione “dietro” la Terra, poiché il corpo lemniscatico della Luna è esteso molto oltre la sfera in cui ha luogo l’attività dissolvente ed eterizzante tra la Terra e il Sole. All’epoca della Luna Piena, dobbiamo così presumere che la Luna abbia una tendenza creatrice di materia. All’epoca della Luna Nuova il corpo della Luna e la sua lemniscata sono all’interno di quella sfera di eterizzazione tra la Terra e il Sole, e dobbiamo presumere un’attività maggiormente dissolvente ed eterizzante. In mezzo, grosso modo all’epoca del Primo e dell’Ultimo Quarto, essa dev’essere neutralizzata o trasmutata da un’attività all’altra.

Perciò, possiamo concepire la Luna come la grande “tessitrice” cosmica, che tesse le sostanze cosmiche nell’esistenza terrestre e le riprende nuovamente nel Cosmo come Immaginazioni eterizzate delle dissolte forme terrene.

Possiamo trovare questa ritmica attività tessitrice delle forze della Luna ovunque nella natura e nell’umanità. La sua attività creatrice di materia è stata tracciata scientificamente mediante esperimenti. Già nel secolo scorso [n.d.C.: nell’Ottocento] uno scienziato, che da allora è stato dimenticato, provò la creazione della materia. Il suo nome era Herzeele. Pochi anni fa uno scienziato, il Dr. Hauschka, trasse quest’idea dall’oblio. In esperimenti accuratamente predisposti, in relazione alla germinazione dei semi delle piante egli provò che ha luogo un aumento di materia che può essere pesato e misurato. Egli scoprì che ciò avviene all’epoca della Luna Piena. Con lo stesso metodo scoprì che una diminuzione di materia si manifesta in relazione con la Luna Nuova. Abbiamo qui la conferma della conclusione cui eravamo giunti allorché avevamo alzato gli occhi alla cangiante lemniscata della Luna, che appare intessuta nelle attività del Sole e della Terra come una sorta di fattore equilibrante.

Possiamo ora capire perché la falce della Luna crescente sia stata sperimentata da alcuni veggenti come l’immagine della coppa sempre alimentante del Santo Graal e la parte oscura della faccia della Luna, il cui profilo può essere pallidamente riconosciuto immediatamente dopo la Luna Nuova, come l’immagine dell’Ostia Santa che discende come sorgente di salute eterna. Verso l’epoca della Luna Nuova la coppa si svuota e poi è già pronta a ricevere nuovamente le forze dell’Ostia Santa ch’essa riversa sulla Terra durante il periodo della Luna crescente. Così la storia del Graal, della Sacra Coppa sostentatrice, non è semplicemente una bella fantasia. È una realtà.

 (Continua)

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VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. DODICESIMA PARTE.

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Quella di attenersi sempre, saldamente e risolutamente, alla provvida indicazione che sin dal 1985 mi dette Hella Wiesberger – mia generosa amica, sapiente mèntore, e leale compagna d’armi spirituale – all’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla sovrumana Opera di Rudolf Steiner, di ‘sich zurückziehen’, ossia di ‘ritrarsi’‘tirarsi indietro’‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera stessa del Maestro dei Nuovi Tempi, nel tempo è divenuta per me una ‘divisa interiore’, una ‘regola aurea’, e cerco di non discostarmi mai da essa. La stessa cosa vale, per me, rigorosamente, anche nei confronti dell’Opera di Massimo Scaligero.

Ma ciò non è per una sorta di cristallizzato ‘conformismo antroposofico’, o ‘scaligeropolitano’, come a volte mi piace dire, celiando un po’, e ispirandomi all’ottimo amico C.: ‘conformismo’ del quale non saprei davvero che farmene. È, piuttosto, per una precisa posizione conoscitiva, che discende del tutto naturalmente dalla ‘logica’‘logica dell’essenza’, come la chiamava Massimo Scaligero, ossia ‘logica’ del Logos – che sta alla base di tutta la Scienza dello Spirito. E chi abbia sperimentato una volta – meglio se più volte – vividamente il coincidere, senza residui, nell’‘atto’ del pensare volitivo, dell’‘essere’ con il ‘momento dinamico’, col ‘processo genetico’ del pensiero, non ha dubbi su quanto sia essenziale ripercorrere fedelmente i pensieri, le connessioni viventi di pensieri, che Rudolf Steiner ha – «con suo immenso sacrifico», Massimo Scaligero dixit‘incantato’ in umane parole.

Si tratta, non tanto di commentare, glossare, studiare in maniera universitaria, ossia intellettuale, l’Opera di Rudolf Steiner – e, sempre per me, la stessissima cosa vale eziandio nei confronti della sacralità dell’Opera di Massimo Scaligero – quanto di ripercorrere volitivamente, attentissimamente, con intenso concentrato pensare la serie dei pensieri di Rudolf Steiner – e di Massimo Scaligero, naturalmente – sino a che la volitiva intensità pensante non consumi, ‘ardendola’, la veste verbale o rappresentativa di quei pensati, e si attui – come lo definirebbero gli asceti shivaiti della Scuola del Trika in Kashmir – il ‘folgorante dischiudimento’ del momento originario del pensare. Questa è la ‘Via’ assoluta, la ‘Via’ senza presupposti, Asparśa, ossia ‘senza appoggi’, ‘ senza sostegni’, la ‘Via’ non ordinaria, quella più difficile, quella meno accetta, e la più temuta dalla pusillanime natura inferiore. Ma è anche la ‘Via’, l’unica, della ‘certezza assoluta’, la radicale sterminatrice delle illusioni, delle false percezioni, delle inconsapevoli, vanitose, presunzioni. Perciò, la ‘Via’ del ‘coraggio assoluto’, dell’autentico ‘coraggio’: quello che Massimo Scaligero chiamava il «coraggio dell’impossibile»

Questa audace ‘Via’ troviamo riflessa – come in una mirabile anticipante prefigurazione – in alcuni aforismi degli Shivasutra, sui quali scrisse parole chiare Raniero Gnoli, allievo di Giuseppe Tucci, amico e discepolo di Massimo Scaligero. Egli in Testi dello Śivaismo, Introduzione, traduzione e note di Raniero Gnoli, Boringhieri, Torino, 1962, p. 14, così limpidamente scrive:

«Alcuni di questi sûtra sono specialmente importanti e ricchi di eco, soprattutto per gli sviluppi che hanno, in progresso di tempo, subìto i concetti in essi brevemente ed enigmaticamente accennati. Tra questi mi piace ricordare i due sûtra 1, 5 (“Il Tremendo è sforzo”) e 1, 12 (“Gli stadi della meditazione yoghica sono stupore”). Il primo già contiene in embrione il concetto dell’io, del pensiero pensante come sforzo, tensione, movimento, ricerca, elaborato dalla posteriore scuola del Riconoscimento. Nel secondo troviamo adombrato il concetto di camatkâra o dell’esperienza religiosa e estetica come meraviglia, stupore – meraviglia e stupore dovuti alla rottura del mondo empirico ed alla intrusione improvvisa di un’altra dimensione della realtà, – che fa il suo definitivo ingresso nel pensiero dell’India con Uptaladeva ed Abhinavagupta».

Un altro testo shivaita importante, tradotto e commentato nella sua bella Introduzione da Raniero Gnoli nel medesimo libro, nel quale vi è una lampeggiante prefigurazione dell’essere dell’Io, dell’azione libera dell’Io, e dell’esperienza del Pensiero Vivente, sono Le Spanda Kârikâ, Le Stanze o Le Strofe del movimento,  ed ivi Raniero Gnoli così scrive alle pp. 15-16:

«Spanda significa, in sanscrito, movimento, vibrazione, energia. Le Spanda Kârikâ sono, in questo senso, le stanze del movimento. Secondo Vasugupta e il suo discepolo Kallaṭa la realtà ultima delle cose non è immota e cristallina coscienza – essere, intelligenza, e beatitudine – come volevano le scuole del Vedânta, ma movimento, energia, forza incessante, non segregata dal mondo ma piuttosto il principio attivo fonte delle innumerevoli creazioni e dissoluzioni, cosmiche e individuali. Movimento e vibrazione nel momento teoretico e meditativo, lo spanda, nel momento religioso e devozionale, si identifica con Śiva, il dio tremendo e dissolvitore della mitologia indù. Questi due momenti – quello teorico e quello religioso – come di solito accade nel pensiero dell’India non sono in contrasto vicendevole né rappresentano l’uno il superamento dell’altro, ma si alternano equanimemente nella mente del devoto. Questo movimento si identifica con la coscienza, col sé, è la stessa forza del sé, da cui tutto dipende e su cui tutto riposa. Non identificabile in nessun pensiero – esso sarebbe automaticamente pensato, dunque morto, limitato – lo spanda è piuttosto il principio dove nasce e dove insieme si spegne questo o quel pensiero, il punto di connessione ideale, mai pensato, ma pensante, che collega due pensieri, due immagini tra loro. «Quella realtà – dice Kallaṭa – dalla quale, mentre uno è mentalmente tutto occupato su un dato oggetto, nasce improvvisamente un altro pensiero, è, secondo noi, lo schiudersi, la causa del pensiero stesso. Tale realtà, senonché, dev’essere scorta dallo yoghin da se stesso, sperimentata come quella che pervade interiormente due pensieri». Ma se questa realtà è piena e perfetta, libera ed autosufficiente, come mai da essa nascono i vari pensieri limitati, le cosiddette  rappresentazioni mentali, che stanno all’origine della trasmigrazione e quindi del dolore? La manifestazione del pensiero pensato non è dovuta – risponde questa scuola – a nessuna causa estrinseca ma alla volontà stessa di Śiva, della coscienza, del movimento, che liberamente, di per se stessa si offusca, come liberamente, di per se stessa si illumina. Questa sua attività gratuita è, com’è noto, chiamata, con un termine famoso nel pensiero dell’India, la sua magia, la sua mâyâ».

Tra gli audaci asceti pensatori del Kashmir della Scuola dello Spanda, del ‘Movimento’, del Trika, della ‘Triade’, o della Pratyabhijñā, del ‘Riconoscimento’, nel IX-X secolo della nostra èra, in India comincia ad emergere una dimensione ‘nuova’, ancora ignota ad una antica spiritualità brahmanica, tutta vòlta alla statica contemplazione del Trascendente, ossia comincia ad emergere – è ancora solo una ‘prefigurazione’, tuttavia già mirabile e possente – l’azione dell’Io, che si appressa a farsi immanente, a realizzarsi non solo come trascendente ‘coscienza sovrasensibile’, ma come immanente ‘autocoscienza’, solo su se stessa fondata, e su nient’altro; un Io attuantesi non solo come ‘liberazione’ dai vincoli della trasmigrazione, ma soprattutto come ‘libertà’: libertà assoluta di un essere che non ha ‘presupposti’, né ‘appoggi’, o ‘supporti’, se non la perenne, libera da qualsivoglia vincolo, attuazione del suo stesso essere, non recluso in nessuna forma, non appoggiantesi su nulla, perché, come scrive Raniero Gnoli, a p. 16, «Questa realtà del movimento o dell’energia» – la ‘potenza’, la śakti, della libera volontà – «è la stessa forza dell’io, che tutto brucia e dissolve».

Tutto ciò dimostra, una vòlta di più, che «lo Spirito soffia dove vuole» (Giovanni, 3, 8), e che non vi è affatto bisogno di partire da un obbligatorio presupposto confessionale, ‘evangelico’, per scoprire e realizzare il momento vivente del conoscere, il Pensiero Vivente, l’essere originario – al contempo trascendente e immanente, dell’Io. La Scienza dello Spirito è sì di essenza ‘cristica’, in senso ‘cosmico’ naturalmente, ma non certo ‘cristiana’ in senso confessionale, e ancor meno in senso cattolico. E se fosse rimasto ancora qualche sopravvivente dubbio, basterebbe considerare la guerra che le confessioni sedicenti cristiane, e molto poco cristiche, la Chiesa cattolica in testa, hanno fatto per oltre un secolo all’Antroposofia: in taluni casi anche con intenti omicidi. La Scienza dello Spirito non necessita di ‘presupposti’ di sorta, non necessita di precostituiti punti di partenza, di appoggi di nessun tipo. Certo una cotale audace disposizione dell’anima può far paurafar paura alla natura inferiore, alla quale torpidamente il poco consapevole uomo moderno si identifica – ma tale paura è, appunto, soltanto un ‘pensato’, scaturente da un poco consapevole pensare, il quale dopo averlo generato, smette di pensare, e lo prende come presupposto per il proprio soggettivo, decomposto, sentire: un ben illusorio presupposto. Forse, non sarebbe fuori luogo che i ricercatori dello Spirito, meditassero – voglio, per un momento, essere anch’io ‘evangelico’ – che è scritto, Luca, 9, 20: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra dove posare il capo». Il che non è poi molto diverso dalla folgorante esperienza della ‘Śûnyatâ’, della ‘Vacuità’ di Nâgârjuna, di Aryadeva,  del Buddhismo Mahâyâna.   

Massimo Scaligero fa molteplici riferimenti a questa idea-forza di ‘assenza di presupposti’, di ‘rinuncia agli appoggi’, alla ‘âśraya-paravritti’, alla ‘revulsione dei supporti’, ‘atto supremo’ che caratterizza l’azione dei Bodhisattva, sia nel libro La Via della volontà solare, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Napoli, 1962, nel quale vi dedica tutto l’VIII capitolo, Il vuoto e la quiete delle Gerarchie, pp. 275-296, e in un articolo sulla bella e importante rivista dell’IsMEO, East and West, New Series, Vol. 11, N. 4, 1961, pp. 249- 257, The Doctrine of the «Void» and the Logic of the Essence,  in inglese;  apparso, poi, nel 1973-1974 in Vie della Tradizione, anno III, Vol. III, 11-12, e anno IV, Vol. IV, 13, in italiano col titolo La dottrina del “vuoto” e dell’essenza, ripubblicato anche dalla nostra Marina Sagramora su L’Archetipo, febbraio-marzo-aprile-maggio 2002. Ma una parola particolarmente incisiva – oserei dire addirittura ‘tranciante’ –, di sapore ‘Ch’an’ o ‘Zen’, Massimo Scaligero la scrive in Magia Sacra, Tilopa, Roma, 1966, p. 205, dove così dice:

«Occorre educarsi a non aver paura di sprofondarsi in sé. Si deve tendere al coraggio di non necessitare di sostegno: di lasciare il sostegno su cui, senza saperlo, ancora ci si sostiene.

Ci si sostiene sempre. Ma a un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare a essere veramente vivi.

Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia ad essere.

Chi si appoggia, non può reggersi.

Chi vuole reggersi non ha capito».  

Questo ‘rovesciamento degli appoggi’, questa ‘revulsione dei supporti’, è un ‘atto’ decisamente ‘rivoluzionario’ nei confronti di quella tirannica natura inferiore, dominata e mossa da deità avverse all’uomo, che tiene da millenni in abietto servaggio l’essere umano. Un atto di ‘coraggio’, che sfida temerariamente il ferreo dominio che gli Ostacolatori, da millenni, hanno sull’uomo. Ma non sempre – anzi, quasi mai – l’essere umano ha un tale ‘coraggio dell’impossibile’. Ed è logico, perché un tale straordinario ‘coraggio’ non è un dato ‘naturale’, ché la natura ha tutto l’interesse che l’uomo un tale ‘coraggio’ non l’abbia affatto. Le avverse deità ostacolatrici considerano gli esseri umani ‘bestiame utile agli dèi’, e non hanno affatto piacere di ‘perdere capi di bestiame’. Infatti, quel così singolare ‘coraggio’ va costruito con l’Ascesi dell’Io, non è punto una qualità spontanea, e ‘naturale’ dell’anima. L’Ascesi dell’Io, ossia l’Ascesi dello Spirito oltre l’anima, è indubbiamente una ‘Via’ difficile, aspra, dura, ed ‘eroica’. Per cui vi è, forte, la tentazione di sostituire la scomoda ‘Via’ eroica con una più comoda ‘via’ egoica. E, nella ricerca di ‘sostegni’, ‘appoggi’, o ‘nidi’, ‘tane’, od ‘ovili’, o ‘chiese’, si cerca di sostituire la ‘Via del Pensiero’ con una ‘via dell’anima’, nella quale sia richiesta ‘fede’, la quale deve ‘ridimenzionare’, ‘limitare’, ‘diminuire’ il pensiero: discorso estremamente pericoloso, questo. 

Mi è capitato di leggere di recente, lo scorso gennaio, su un noto social forum, quel che scriveva un tale M., che cita – non so quanto a proposito – una frase di Orao, ch’egli evidentemente ammira, tratta dal libro Resurrezione, la Luce dei nuovi Misteri, p. 15, ove è detto:  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Detta nei termini riportati da M., l’affermazione è assurda, perché la ‘fede’ è credenza, e la credenza non è  certo ‘Conoscenza’. È molto meglio sapere di non sapere, che credere. Questo già gli Gnostici lo avevano intuito e realizzato, e sottolineavano la superiorità della Gnòsis, della Conoscenza, che è del Pneuma, dello Spirito, sulla Pistìs, sulla fede, che è della psiche, dell’anima. Certamente, la facoltà razionale deve essere superata, ma non certo ‘delimitandola’, bensì portandola ad essere sino in fondo quel che essa è, e deve essere. La razionalità dell’uomo attuale è insufficientemente razionale, ma non è certo diminuendola ‘kantianamente’, per far spazio alla ‘fede’, che essa viene superata. Il limitare razionalità ed esperienza sensibile per far spazio alla ‘fede’ è il dogma assiomatico di tutta la teologia scolastica cattolica: tomista, scotista, occamista, suarezista, etc., sino a quella dei tempi attuali: nulla a che vedere con la posizione conoscitiva della Scienza dello Spirito.

La vittoria sul male umano, ossia la vittoria sull’ottenebrante egoismo, sulla malattia, e sulla morte, sul dolore, è tutta nel superamento della millenaria condizione di ‘ignoranza’ – di quella che in India viene chiamata avidyâ, alla lettera: ‘non visione’ – che l’uomo patisce, costringendolo ad una ottundente degradazione. Tale vittoria è frutto della ‘folgorante Conoscenza’, dell’‘Illuminazione’, del ‘Risveglio’ dal narcotico tramortimento, conseguenza della caduta del pensiero nella condizione di morte del cadaverico pensiero riflesso. Non è certamente raggiunto  «solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria» la quale, al dire di Orao, fa in modo che «avanza la fede, che è percezione pura dell’anima». Invece, è solo resuscitando dallo stato di morte, di letargico sonno, il pensare, sino a divenir coscienti del ‘momento dinamico’, dell’‘atto’ generatore del pensare, sino a contemplare, nella sua folgorante interezza, il processo vivente del pensiero, e solo divenendo coscienti dell’interezza del ‘processo genetico’, ‘produttivo’, del percepire, che si realizza il ‘Risveglio’, la ‘Illuminazione’ dello Spirito – lo Spirito oltre l’anima – la ‘percezione pura’ che è atto cosciente dello Spirito, e non dell’anima. Che le cose siano così è quel che mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, pp. 25-26, nel Capitolo 8, ove è detto:

«Il vero pensare è l’essenza che integra l’apparire e perciò di ogni fatto è il contenuto interiore che lo completa, togliendolo alla contingenza e all’esteriore grossolanità. È il pensare che, indipendentemente dalla necessità razionale, in quanto abbia in sé tutta la razionalità, non dialettizza, ma tocca le cose. Non cade nell’argomentare, ma immediatamente ha l’essere, penetrando la realtà di ciò a cui si volge: non ha bisogno di perdersi in pensieri, perché la sua percezione è diretta. Accosta il mondo e lo palpa: lo ha».

Questa improvvida scelta di sostituire una ben problematica ‘via dell’anima’ alla ‘Via del Pensiero’, ossia alla ‘Via’ nella quale lo Spirito, in quanto Io, agisce sullo Spirito, direttamente, mediante lo Spirito, ossia mediante il pensiero, porta facilmente – a causa della soggettività, e della variabile emotività, dell’anima – a pretendere, tacitamente, di ‘completare’ quel che si ‘crede’ mancare in Rudolf Steiner, e in Massimo Scaligero, e porta altresì a presumere, sempre tacitamente, di ‘correggere’ quel che si ‘crede’ essere errato in Rudolf Steiner e Massimo Scaligero. Ma, appunto si tratta di soggettiva ‘credenza’, non di ‘Conoscenza’, e soprattutto non di ‘Scienza’: ossia non di Scienza dello Spirito, non di Antroposofia

Il benevolo, e molto paziente, lettore, a questo punto mi perdoni una piccola, pedante, digressione filologica, che tuttavia è necessaria, perché è bene intendere – e non fraintendere – il significato di alcune parole, che non vogliono assolutamente avere ‘colorazione’ emotiva di nessun tipo, soprattutto non di dispregio o di avversione, ma vogliono solo caratterizzare oggettivamente alcuni fatti. 

Questa ‘pretensione’ – secondo il dettato della Enciclopedia Treccani, pretensióne, viene dal latino tardo praetensio –onis, sostantivo derivato da praetendĕre «pretendere», e descrive il fatto di pretendere, nelle varie accezioni del verbo, e quindi sinonimo spesso del più comune pretesa. In particolare, definisce l’azione o l’atteggiamento di chi pretende di avere cose a cui non ha pieno diritto o di far cose superiori alle proprie forze, e la stima eccessiva di sé, delle proprie capacità o possibilità. In particolare la pretensione è ‘ambizione di apparire di qualità o livello superiore’ –, e questa ‘presunzione’ – sempre secondo la Enciclopedia Treccani, il termine preṡunzióne, dal latino praesumptio –onis, sostantivo derivato da praesumĕre «presumere», il cui participio passato è praesumptus, ed è argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati, fiducia eccessiva nelle proprie capacità, alta ed esagerata opinione di sé, con riferimento a un comportamento particolare e determinato, o con riferimento a un atteggiamento abituale, a un difetto costante – portano Orao a scontrarsi nel metodo, ossia nel come sono state conseguite quelle pretese conoscenze, che si sono poi rivelate errate al massimo grado, e nel merito, ossia nelle affermazioni che, ad un esame obbiettivo, risultano poi essere il contrario di quanto afferma Rudolf Steiner. Come documenterò.

Affrontiamo sùbito la questione del metodo, ossia del come Orao ha ottenuto le sue ‘percezioni’. È evidente, ad un esame obbiettivo, come Orao si basi prevalentemente sulla propria ‘chiaroveggenza’, e non tanto, o non solo, e non del tutto, sulle comunicazioni che di fatti spirituali Rudolf Steiner ha prima conquistato, attraverso titaniche lotte interiori, e poi ci ha portato in dono in forma di pensiero. Che ciò sia realmente avvenuto è dimostrato, in maniera lampante, dalla contradittorietà dei risultati della ‘chiaroveggente’ indagine di Orao rispetto a quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi. Rudolf Steiner esclude in maniera categorica che i risultati di indagini spirituali – correttamente condotte e rigorosamente esaminate – di autentici chiaroveggenti possano essere tra loro divergenti, che possano in qualche modo reciprocamente contraddirsi. Abbiamo visto con quanto scrupolo scientifico Rudolf Steiner conducesse le sue indagini spirituali, con quanto rigore egli controllasse, talvolta per lunghi anni, i risultati delle sue ‘percezioni’. Ed abbiamo visto quale alto valore egli desse alla propria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica. Orao, che tale formazione scientifica e filosofica, in maniera evidente, non aveva, si allontana assai dal metodo di Rudolf Steiner, e soprattutto non ottempera ad una prima assolutamente imprescindibile, condizione che sta alla base di ogni autentica indagine occulta. L’aver trascurata questa imprescindibile istanza – apertamente dichiarata essenziale, come vedremo sùbito, dal Maestro dei Nuovi Tempi – ha portato Orao alquanto fuori strada. Questa condizione è esposta, in maniera in equivocabile da Rudolf Steiner nel ciclo L’occultismo dei Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 2001, contenuto in GA-109, dove nella seconda conferenza, tenuta a Budapest il 4 giugno 1909, così dice alle pp. 19-20:  

«Prima di iniziare la vera e propria esposizione, vorrei parlare di un problema di straordinaria importanza. Perché occorre occuparsi di pensieri e di nozioni scientifico-spirituali prima di poter noi stessi sperimentare qualcosa nel mondo spirituale? Qualcuno potrebbe obbiettare: è ben vero che ci vengono comunicati risultati di un’indagine chiaroveggente; io stesso però non sono ancora in grado di guardare nel mondo spirituale. Non sarebbe allora meglio che i risultati dell’indagine chiaroveggente non ci venissero comunicati e che ci venisse soltanto detto come poterci sviluppare fino a diventare noi stessi chiaroveggenti? In tal caso ciascuno di noi potrebbe poi da sé percorrere un’intera evoluzione.

Chi sia estraneo all’indagine occulta potrebbe certo credere che sarebbe bene non parlare già prima di cose e fatti soprasensibili. Nel mondo spirituale esiste però una legge ben precisa il cui significato cercheremo ora di ullustrare con un esempio. Supponiamo che in un certo anno un veggente regolarmente istruito abbia osservato qualcosa nel mondo spirituale. Supponiamo che dopo dieci o vent’anni un altro veggente altrettanto bene istruito osservi la medesima cosa, nulla avendo appreso dei risultati del primo veggente. Se lo si credesse possibile, ci si sbaglierebbe di molto, perché un fatto del mondo spirituale che sia stato una volta scoperto da un veggente o da una scuola occulta, non potrà una seconda volta essere investigato, se chi vuole investigarlo non abbia prima ricevuto notizia che era già stato investigato. Se dunque nel 1900 un veggente ha investigato un fatto occulto, e nel 1950 un altro veggente è in grado di osservare il medesimo fatto, potrà farlo soltanto se avrà appreso che prima di lui un altro lo aveva già scoperto e investigato. Ossia nel mondo spirituale realtà già note in precedenza possono venir osservate solo qualora ci si decida a riceverne comunicazione e le si impari a conoscere nel modo corrente. È la legge sulla quale nel mondo spirituale e per tutti i tempi è fondata la fraternità universale. È impossibile entrare in una qualche regione, se prima non ci si sia legati con ciò che già era stato investigato e osservato in passato dai fratelli più anziani dell’umanità. Nel mondo spirituale si ha cura che nessuno diventi per così dire un isolato e possa dire: io non mi occupo di tutto quanto esiste già e faccio indagini solo per me. Tutti i fatti che oggi vengono comunicati dalla scienza dello spirito, non potrebbero venir percepiti neppure dai veggenti più evoluti e progrediti, se prima questi non ne avessero già avuto notizia. Poiché le cose stanno così, poiché è necessario riallacciarsi a ciò che è già stato investigato, per questo anche il movimento antroposofico dovette essere fondato in questa forma».

Negli anni ottanta del passato secolo, circa trentacinque anni fa, avevo intrapreso a tradurre le conferenze di Rudolf Steiner sul Quinto Vangelo. A Dornach, alla Haus Duldeck, la libreria del Lascito, avevo comprato l’originale testo tedesco in una edizione bellissima, con la Prefazione di Marie Steiner. Ero già andato un po’ avanti nella suddetta traduzione, che cercavo di fare con grande entusiasmo, molto impegno e amore, allorché, andando una volta a Roma, ne parlai con M., pensando che fosse un evento importante, soprattutto per la nostra Comunità spirituale, che una tale opera di Rudolf Steiner venisse pubblicata in Italia. Alla mia proposta furono fatte molte obbiezioni riguardo alla delicatezza del contenuto di quel ciclo di conferenze. Feci presente, che quel ciclo era già stato pubblicato in tedesco, e tradotto eziandio in francese e in inglese. Con una serie di ragionamenti, che mi sembravano ben motivati – soprattutto per il fatto che una tale pubblicazione era stata voluta fortemente, ed esplicitamente, da Marie Steiner, che per giunta, come ho detto più sopra, ne aveva redatta la Prefazione, cosa che feci presente – riscìi a persuadere M. che una tale pubblicazione era cosa buona e importante per la Comunità Solare. Il tempo che, una volta uscito dalla casa di M., arrivassi a casa del mio amico L., che benignamente mi ospitava, ed ecco che mi telefona sùbito l’editore della più volte nominata rivista romana, il quale così mi disse: «Mi ha incaricato M. di dirti di smettere immediatamente di tradurre il Quinto Vangelo: quella pubblicazione sarebbe un tradimento dei Misteri!». Ad una tale apodittica affermazione – che, tra l’altro, era lesiva della mia libertà – non potei opporre altro che una tale pubblicazione era stata fortemente voluta da Marie Steiner stessa. Al che il suddetto editore mi rispose, seccato: «Ma chi è quella donna?!». Al che non potei obbiettare altro, che non ci restava che aspettare che quel libro venisse pubblicato incompleto – infatti delle diciotto originali conferenze del testo tedesco ne vennero tradotte e pubblicate solo sette – e magari mal tradotto dai membri della Società Antroposofica ufficiale, come poi, in effetti, puntualmente avvenne, così vi sarebbe stato motivo di lamentarsi dell’incompletezza, e della imperfezione, della loro traduzione. La stessa situazione si ripresentò allorché intrapresi la traduzione, in vista di una eventuale pubblicazione, dei ‘Quaderni Esoterici’: in quella occasione mi furono opposti i medesimi capziosi ragionamenti, e i risultati furono, anche in tal caso, identici. Naturalmente, mi rendo personalmente moralmente garante della veridicità di questo mio racconto.

A quell’epoca, sia pure molto contrariato da una tale denegazione, non riuscìi a vedere altre motivazioni al loro rifiuto ad una tale pubblicazione, se non una concezione antiquata, superata, e in pratica addirittura inutile, del ‘segreto’. Solo dopo decenni, e dopo molte amare esperienze, mi son reso conto che vi erano anche ‘altre’, non dichiarate, motivazioni, e finalità. Da una parte, la ‘pretensione’ di ‘completare’ un’Opera come quella di Rudolf Steiner, basandosi sulla propria ‘chiaroveggenza’, e dall’altra, la ‘presunzione’ di poter ‘correggere’, sempre sulla base della propria, personale, oltremodo soggettiva, e fallace, ‘chiaroveggenza’, quelli che son stati ritenuti ‘errori’ di Rudolf Steiner. Per non parlare del ‘presumere’ e ‘pretendere’ di ‘correggere’, ‘completare’ la stessa Opera di Massimo Scaligero. Naturalmente, veniva usata allora, e viene usata tuttora, a tale riguardo, moltissima ‘prudenza’, e si è estremamente ‘cauti’ nel parlare di un simile spinoso problema, in vista dell’attuazione dell’ormai da me più volte dibattuto ‘inavvertito trasbordo ideologico’

Ma tornando a trattare della posizione veramente peculiare di Orao, riprendiamo la trascrizione di quanto Rudolf Steiner dice, alle pp. 20-21, della citata seconda conferenza de L’occultismo dei Rosacroce:

«In un tempo relativamente breve molti diventeranno chiaroveggenti, ma potrebbero vedere nel mondo spirituale solo qualche inezia, e non la verità, se non potessero conoscere tutto ciò che di essenziale vi è già stato investigato. Prima bisogna apprendere le verità che la scienza dello spirito presenta, e solo dopo le si potrà percepire. Anche il veggente dunque deve prima imparare a conoscere ciò che è già stato investigato, e poi potrà osservare i fatti, grazie a una scrupolosa disciplina. Possiamo dire: una volta che le entità spirituali abbiano fecondato per una prima veggenza un’anima umana, avvenuta questa unica verginale fecondazione, è necessario poi che altri, prima di avere il diritto di conseguire e osservare qualcosa di simile, rivolgano lo sguardo a ciò che quella prima anima ha già raggiunto.

Questa legge costituisce un fondamento quanto mai intimo per una universale fraternità, per una fraternità vera fra gli uomini. Così il patrimonio della saggezza è passato di epoca in epoca attraverso le scuole occulte ed è stato fedelmente custodito dai maestri. Anche noi dobbiamo contribuire a conservare questo tesoro e, se vogliamo ascendere a regioni superiori del mondo spirituale, dobbiamo mantenerci in rapporto di fraternità con coloro che hanno già raggiunto un certo grado di evoluzione occulta. La legge morale a cui sul piano fisico si aspira, è dunque nel mondo dello spirito una legge di natura».  

È questo, in realtà, il motivo profondo dell’invito, della provvida indicazione, di Hella Wiesberger a suscitare nell’anima quell’atteggiamento interiore di ‘sich zurückziehen’, di quel ‘ritrarsi’, di quel ‘tirarsi indietro’, ‘farsi da parte’, ‘cancellarsi’, per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato Solare, del Maestro dei Nuovi Tempi. Questo è il motivo vero di quella ‘devota venerazione’, che si traduceva in un atteggiamento interiore di ‘umile modestia’, da parte di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Alfred Meebold, di Giovanni Colazza, e infine di Massimo Scaligero. Essi erano tutte elevate personalità spirituali, discepoli progrediti della Via dell’Iniziazione, eppure essi non hanno mai esposto, ostentato, i risultati di una loro percezione spirituale, che pure avevano vasta e profonda. Da questo punto di vista, l’agire di Orao costituisce un errore, perché è una ‘prevaricazione’ rispetto a quanto più sopra affermava Rudolf Steiner. Il non aver ottemperato a questa esigenza fondamentale, e l’aver trascurato il corretto ‘studio’, rosicrucianamente inteso, spiegano le errate, ingannevoli, percezioni di Orao, il suo cadere in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, che ha prodotto non autentiche ‘imaginazioni’, bensì illusorie fantasie, e rappresentazioni menzognere.

Mi si potrebbe obbiettare che un tempo molte opere di Rudolf Steiner non erano state pubblicate dall’Editrice Antroposofica e da altre case editrici. Ma una simile obbiezione non tiene conto del fatto che nelle sedi dei gruppi antroposofici in Italia esisteva una vasta collezione di cicli di conferenze di Rudolf Steiner tradotte, battute a macchina, e rilegate. In alcuni casi si trattava di una collezione se non completa, però così vasta da rappresentare una nutrita biblioteca. Ho in mio possesso un catalogo delle opere di Rudolf Steiner presenti nelle biblioteche dei vari gruppi antroposofici, pubblicato dalla Società Antroposofica in Italia, come bollettino per i Soci. Questo catalogo di 49 pagine fu redatto già negli anni sessanta dall’Avv. Caio Sallustio Crispo, che dopo la morte di Giovanni Colazza, e di Mario Viezzoli, che a Colazza era succeduto, diresse per un periodo il Gruppo Novalis, che aveva allora sede in Via Tevere 39, a Roma, nei pressi di Porta Pia. Dal suddetto catalogo risulta che la biblioteca del Gruppo Novalis era una delle più ricche di opere di Rudolf Steiner, sia stampate, che dattiloscritte. Nulla di più facile sarebbe stato per Orao dell’attingere alla ben fornita biblioteca di tale Gruppo, del quale per molti decenni fu capogruppo, e fiduciario per la Società Antroposofica, Romolo Benvenuti, e per molti anni, bibliotecario, il mio amico L. Con ogni evidenza, Orao preferiva attingere alla propria personale, estremamente soggettiva, ‘veggenza’, e non confrontare i risultati cosìottenuti con le comunicazioni di Rudolf Steiner, perfettamente accessibili. 

Quanto viene esposto da Orao in Resurrezione e Madre ha un carattere tale che nei confronti di molti vengono fatte, insistentemente, ripetute e forti pressioni, affinché il contenuto di tale ‘mirabile rivelazione’ venga ‘accettato’. ‘Accettato’ per ‘fede’, a differenza di quanto comunicato da Rudolf Steiner, il quale dà un preciso metodo di conoscenza e di verifica, mentre Orao assolutamente no. E quanto esposto da Orao deve’ essere ‘accettato’, anche se contraddice platealmente quanto comunicato da Rudolf Steiner, mentre, al contempo, viene dichiarato essere ‘pedante’, e addirittura ‘meschino’, chi osi sottoporre a verifica, ed inviti altri a verificare essi pure, le contraddittorie affermazioni di Orao. Ma accettare di ‘rinunciare’ a conoscere, e dover accettare per ‘fede’, ‘fede cieca’ sulla base di una ‘mistica’ autorità, è cosa che ripugna ad un essere libero, e deve essere fermamente respinta. Inoltre, quella di ‘sostituirsi’ a Rudolf Steiner, di ‘completare’ – per più compiendo enormi, dimostrati, inescusabili, errori – l’Opera di Rudolf Steiner, di ‘correggere’ pretesi errori nella sua Opera, il fare lo stesso nei confronti della figura e dell’Opera di Massimo Scaligero, non è soltanto ‘pretensione’, e ‘presunzione’, ma è addirittura, a livello spirituale, vera e propria ‘prevaricazione’. A cosa possa portare il deviare dal corretto sentiero conoscitivo, per fidarsi unicamente ‘percezioni’ della propria ‘visionaria veggenza’, è mostrato da quanto dice Rudolf Steiner nel più volte citato Filosofia e Antroposofia, pp. 115-117 :

«Colui che vuol credere ciecamente, accogliendo tutte le comunicazioni introno ai mondi superiori sulla sola autorità di un altro, sceglie una strada comoda, ma che cela in sé un pericolo. Invece di conquistarsi i fatti, di elaborarli col proprio pensiero, accetta il sapere di un altro, quel che un altro a veduto, rinunciando al proprio lavoro di pensiero, all’esame, alla riflessione. Piò accadere che un uomo, il quale si abbandoni così alla cieca fede, perda se stesso e non sappia più distinguere il vero e la menzogna. Nulla è più adatto a promuovere la mendacia, quanto una certa chiaroveggenza puramente visionaria, non sostenuta né controllata dal pensiero. Anche un altro difetto può essere favorito: un certo orgoglio, una certa superbia, che può arrivare sino alla megalomania, ed è tanto più pericolosa in quanto non lo si osserva. L’uomo si ritiene qualcosa di superiore, perché vede questa o quella cosa che altri non vede; giura sulle proprie visioni con assoluta sicurezza, non tollera obiezioni, e non si accorge quanto egli sia vicino alla megalomania. Ci sono persone che credono alle cose più folli, quando le ritengono comunicate dal piano astrale; cose che non si sognerebbero mai di credere, se gliele dicesse un uomo sul piano fisico, ma che «bevono», con credulità da schiavi, quando siano comunicate dal piano astrale. Chi scarti questa credulità, non potrà più essere preda di ogni inganno e ciarlataneria; invece ne cadrà vittima chi non sviluppi in sé la tendenza ad esaminare ogni cosa, e non voglia formarsi, con sforza proprio, una convinzione. Non si devono prendere le cose alla leggera; bisogna riconoscere che formarsi una convinzione fa parte dei più sacri còmpiti umani; in tal caso non si risparmierà fatica, si lavorerà sul serio, e non ci si limiterà ad ascoltare per sete di sensazioni. Le comunicazioni dei mondi spirituali sono necessarie, e ne abbiamo ormai molte, ma bisogna stabilire in sé il giusto atteggiamento e le giuste rappresentazioni di fronte ad esse».   

In Rudolf Steiner e in Massimo Scaligero ho sempre visto con grande chiarezza la loro rinuncia completa ad ogni forma di suggestione, di accattivante persuasione, di azione sulla sentimentale emotività di chi di persona, o attraverso la lettura delle loro opere, si accostava loro. In Massimo Scaligero non vi era traccia alcuna di quell’equivoco “magnetismo”, che tanti “maestri” dell’occulto volentieri usano. In lui, certamente, si avvertiva, e potente, la forza, si sentiva l’elemento luminoso, irradiante, ‘sattvico’, del ‘sovramentale’, che diveniva – per osmosi vitale-spirituale – chiarezza, e intensità di coscienza, in chi lo accostava. Ma non mai visto in lui tentativo veruno di ‘convincere’, di ‘stupire’, o di manipolare, o piegare l’altrui volontà: assolutamente mai. Egli lasciava sempre assolutamente libere le persone. E mai, né in Rudolf Steiner, né in Massimo Scaligero, ho rinvenuto il tentativo aperto o celato, di fare appello alla sentimentalità, ai moti meno coscienti, subrazionali, dell’anima: come sin troppo spesso avviene in àmbito confessionale. Semmai, in loro vi era il costante richiamo allo sforzo interiore, all’intenso impegno volitivo, al coraggio di voler andare oltre i limiti personali, al combattere l’ignave, turpe, inerzia interiore, alla radicale indipendenza, dal “si dice”, dalla ‘pubblica opinione’, profana o esoterica, a demolire quella ‘immane potenza del convenzionale’, che asserve i più, a cercare sempre la ‘via più difficile’, a non adagiarsi mai su quanto già conseguito. In loro vi era l’invito alla ‘generosità morale’, a non mai ‘vivere spiritualmente di rendita’, a non mai passivamente ‘stare’, ma sempre attivamente ‘essere’. Per questo, in Filosofia e Antroposofia, alle pp. 117-119, Rudolf Steiner, in chiusura della sua conferenza, invita – una volta di più – all’energico sforzo di pensiero:

«Tutto ciò non vuol essere una predica, ma è stato detto con ragioni fondate. Perciò, forse, il seguire queste considerazioni è già stato di per sé uno strenuo lavoro di pensiero. Infatti, io cerco sempre, anche nei miei metodi, di tenere quella via che devo considerare giusta per noi. Molti vogliono prediche piene di unzione: io vi rinuncio; cerco d’esporre le cose in modo che possano rivestirsi di vere forme di pensiero. Quando, come oggi, si espongono fatti del piano fisico, ciò richiede talvolta un lavoro mentale alquanto difficile; poiché quei fatti non sono altrettanto sensazionali e nemmeno piacevoli come le comunicazioni dei mondi superiori; sono però estremamente importanti. E ne riconoscerete tutta la portata, dicendovi: «Se ha realmente da verificarsi quel che dovrà verificarsi, cioè che nelle incarnazioni avvenire un numero sufficiente di uomini si ricordi dell’incarnazione attuale, occorre che ciò venga preparato sin d’ora». Se dunque sviluppate la vostra facoltà di giudizio, diverrete candidati a ricordare l’attuale incarnazione nella prossima. Rendetevi capaci di comprendere il mondo, coi vostri pensieri; perché qualunque cosa possiate vedere chiaroveggentemente per via di visioni, non vi servirà per ricordarci l’incarnazione attuale. Ma l’antroposofia esiste appunto per preparare un numero sufficiente di uomini ad essere capaci di guardare per forza propria all’incarnazione attuale. Il riuscire o no ad aggiungere la capacità chiaroveggente allo studio dell’antroposofia sta nel karma del singolo; per karma, molti tra voi non riusciranno forse in questa loro incarnazione a penetrare il mondo chiaroveggentemente; ma per tutti coloro che si assimilano quel che, rivestito di forme di pensiero, viene esposto nella vera scienza dello spirito, ne godranno i frutti nell’incarnazione prossima; poiché appunto si saranno appropriate le basi per questo. L’uomo può, per così dire, essere un chiaroveggente senza saperlo; se studia giustamente l’antroposofia, possiede la chiaroveggenza, e può aspettare finché il suo karma gli permetta anche di vedere le cose spirituali». 

Certamente, la ‘Via’ proposta, con parole inequivocabili, da Rudolf Steiner, e riproposta, in maniera altrettanto inequivocabile, da Massimo Scaligero è un ‘Sentiero’ oltremodo esigente, aspro, duro, e difficile da percorrere. Sicuramente – per il momento, almeno – non è un ‘Sentiero’ per tutti, e forse neppure per molti, perché non tutti, anzi molto pochi, cercano la Conoscenza. La Scienza dello Spirito – ricordava spesso Massimo Scaligero – non ha nulla da dire a chi è pago della propria limitata, relativa, verità, che non è l’assoluta Verità. La Scienza dello Spirito risponde, ma non ‘sollecita’, non ‘insinua’, non ‘insuffla’, con abile e consumata retorica, e suggestione emotiva, domande nelle anime umane: risponde solo alle sincere domande che sorgono spontaneamente dal cuore dei singoli esseri umani. Per chi senta il bisogno di un conforto religioso – ed è cosa perfettamente lecita e degna – vi sono le varie confessioni religiose, cristiane e non cristiane. Ma chi segue una determinata confessione religiosa non deve pretendere di ridurre l’Antroposofia, la Scienza dello Spirito, al proprio livello, e soprattutto non deve cercare di farlo in maniera surrettizia, in maniera ‘insinuante’ – come avrebbero detto gli esoteristi del Settecento – perché l’Antroposofia non è una religione, ma una Scienza. E, come ho avuto modo di ribadire più volte, una Scienza, che tale voglia essere, per essere compiutamente ‘scientifica’ deve basarsi unicamente sull’esperienza, cioè sulla percezione e sul pensiero, facendo a meno di qualsiasi tipo di presupposti: religiosi, in primis, compresi. La Scienza dello Spirito, intensificandoli, porta a completo sviluppo, a piena coscienza, percezione e pensiero, trasformandoli in ‘percezione pura’ e in ‘pensiero puro’. Quindi è un totale non senso, per chi segua la ‘Via dell’Io’, ossia la ‘Via dello Spirito’, e non una mistica ‘via dell’anima’, quanto scrive Orao – almeno come riportato pure da M. su un noto social forum – che  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Infatti, lo stesso Rudolf Steiner, nelle Linee generali dei principi della Società Antroposofica, fondata da Marie Steiner, Michael Bauer, e Carl Unger, nel 1913, dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, così scrisse a p. 3:

«Niente deve restare più estraneo agli sforzi della Società quanto un’attività ostile o favorevole ad un qualsivoglia orientamento religioso, poiché il suo scopo è la ricerca spirituale e non la diffusione di una qualunque fede, cosicché ogni propaganda religiosa non fa parte dei suoi compiti».

Circa la questione del ‘metodo’ seguito da Orao, appare chiaro come la causa degli enormi errori, che sono stato costretto a rilevare nei suoi scritti, sia nel volersi basare sulla propria ‘chiaroveggenza’, non collegata con la fonte prima della Scienza dello Spirito, ‘chiaroveggenza’ non controllata, non verificata coi metodi scientificamente severi, ed esatti, indicati da Rudolf Steiner. Il voler prescindere dalle comunicazioni spirituali del Maestro dei Nuovi Tempi e, in taluni casi, ‘prevaricando’, volerlo ‘completare’, e il pretendere addirittura di ‘correggere’, o in taluni casi ‘sostituirsi’ a lui, il ‘non ritrarsi’ – per usare la sapiente espressione di Hella Wiesberger – per far parlare l’Opera, è causa dello scivolamento di Orao in un incontrollato sperimentare animico, in un ambiguo  sperimentare soggettivo, che non può non essere definito fallace, ingannevole, ‘veggenza visionaria’. Ora, se il ‘metodo’ è errato – ed ho dimostrato, sulla base di quanto afferma Rudolf Steiner, che esso è radicalmente errato – i risultati di cotale ‘chiaroveggenza’ non possono non essere pessimi, e non possono non agire distruttivamente nella vita animica e spirituale degli individui e della Comunità spirituale. Come vedremo nel proseguo di questo mio studio.     

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. UNDICESIMA PARTE.

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Negli incontri che ebbi con Hella Wiesberger – incontri che iniziarono nell’aprile del 1985, e che si protrassero sino al novembre del 2013,  quando andai a trovarla per l’ultima volta assieme all’eleusino amico Trittolemo, circa un anno prima che lei passasse la Soglia – due furono gli argomenti principali affrontati e sviluppati nei nostri incontri. In relazione alla doverosa fedeltà a Rudolf Steiner, alla missione ch’egli, a prezzo della sua stessa vita, ha compiuto sulla Terra, per Hella Wiesberger fondamentali erano questi due punti: il mettere al centro la ‘Via del Pensiero’, così come essa viene indicata ed esposta nella Filosofia della Libertà, e nelle altre opere ‘filosofiche’, ed un preciso atteggiamento nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner.

Più volte, Hella Wiesberger mi ricordò – e ne ho accennato in parti precedenti del presente studio – come lo studio assiduo, lo studio meditativo, ‘rituale’, non intellettuale, di una, ma anche di ognuna di esse, di tre opere scritte di Rudolf Steiner, come Teosofia, Iniziazione, e Scienza Occulta, rappresenti per il discepolo dell’Iniziazione, una Via, un Sentiero di Conoscenza, cui dedicarsi con continuità per tutta la vita. Ognuna di quelle tre opere, singolarmente, ma ovviamente anche insieme, è un Sentiero percorribile con devozione, con fedeltà, al quale il discepolo può consacrarsi, per l’intera vita, con tutte le sue forze. Tre Sentieri diversi per venire incontro a tre diverse tipologie di anime. Ma, da questo punto di vista, la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, costituisce – secondo quel che mi disse Hella Wiesberger – una ‘Via’ ancora superiore alle altre tre: la ‘Via’ che più si addiceva ad una personalità spirituale eccezionale come Marie Steiner. Una volta di più, voglio sottolineare la radicalità e la centralità della ‘Via del Pensiero’ esposta nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, egli stesso così scrive nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, che in questo caso amo citare dall’edizione del 1932, quella che fece fare a Massimo Scaligero la svolta decisiva della sua vita interiore, pubblicata a Bari da Giuseppe Laterza e Figli, pp. 225-226:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per se vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in se stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».  

Pochi hanno, poi, riflettuto sulle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Prefazione alla terza edizione della sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza soprasensibile del mondo e del destino umano, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 11-12, parole che dimostrano il suo profondo rispetto per la scienza – per la reale scienza, non per quel dilettantismo che sovente, allora come oggi, indisturbato impera – dimostrano altresì la sua scientifica metodicità nella sperimentazione spirituale diretta, il suo antimisticismo, il suo costante richiamarsi all’esperienza vivente del pensiero, alla Filosofia della Libertà:   

«L’autore di questo libro non descrive nulla di cui non possa testimoniare per esperienza propria, per quella specie di esperienza che può esser fatta in questo campo. Perciò egli esporrà unicamente cose che in questo senso ha sperimentate lui stesso.

 Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno esser conquistati con sforzo. A ciò si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono venir sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso.

Il libro non può essere giudicato secondo i criteri della scienza usuale, se il punto di vista per un tale giudizio non si desume dal libro stesso. Se però il critico adotta questo punto di vista, vedrà che l’esposizione non è mai in contrasto con i veri metodi scientifici. L’autore sa di non aver voluto, nemmeno con una sola parola, entrare in conflitto con la sua coscienziosità scientifica.

Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

Che questa sia la ‘Via Regia’ – come la definirebbero due miei amici di elevato rango spirituale, seguaci di una antichissima ‘Via’, ma che stimavano al più alto grado Massimo Scaligero, e che ora sono nei ‘Campi Elisi’ – è cosa per me assolutamente certa. Questa – e non altra – è la ‘Via delle Vie’, la ‘Via Aurea’, portataci in dono dal Maestro dei Nuovi Tempi, smarrita da molti suoi inadeguati discepoli, la ‘Via’ da molti indegni, sedicenti  ‘seguaci’ deformata, tradita e sfigurata, la ‘Via’ ritrovata e rimessa al centro del Sentiero iniziatico da Massimo Scaligero. Questa è, inoltre, la ‘Via’ dell’assoluta certezza interiore – l’unica – di fronte a quella inesauribile fonte di errori, illusioni, inganni e autoinganni, smarrimenti, dis-trazioni, deviazioni, suggestioni, infatuazioni, seduzioni, fanatismi, che è la natura inferiore, che il ricercatore della conoscenza spirituale si trova sul suo cammino come generatrice intralci e ostacoli, che tendono a paralizzare l’impresa spirituale, e talvolta a distruggere o pervertire l’incauto che alla sua mefitica, venefica, fonte si abbeveri.

L’aurea ‘Via del Pensiero’, per chi, con cuore puro e volontà risoluta, la percorra è la ‘Via del sublime eroismo’, e non – come, con troppa facile disinvoltura affabulano, taluni che staccano dal contesto, e dall’intenzione, frasi di Massimo Scaligero – la ‘via del sublime egoismo’. Che la ‘Via del Pensiero’ sia una ‘Via’ assolutamente completa, non necessitante di presupposti di nessun tipo, e soprattutto non di tipo mistico o confessionale, ch’essa sia una ‘Via’ a sé sufficiente risulta, con adamantina chiarezza dalle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Seconda aggiunta alla seconda edizione del 1918, della sua Filosofia della Libertà, pp. 216-218:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo sperimentabile solo spiritualmente, per mezzo del quale, nel conoscere, ogni percezione viene inserita nella realtà. Nel libro non si doveva dire più di quanto si potesse abbracciare con l’esperienza del pensare intuitivo. Ma occorreva pure rilevare quale struttura di pensieri venga richiesta da tale pensare sperimentato. Esso richiede di non venir rinnegato nel processo conoscitivo come esperienza poggiante su se medesima, e di non vedersi contestata la facoltà di sperimentare, insieme con la percezione, anche la realtà, in luogo di dover cercare quest’ultima soltanto in un mondo giacente al di fuori di questa esperienza, in un mondo chiuso da disserrare, di fronte al quale l’attività pensante dell’uomo avrebbe un valore puramente soggettivo.

Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente a vivere nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue pure che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivamente sperimentato, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre a ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare intuitivo è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo percettivo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «filosofia della libertà» è la base filosofica di tali miei scritti posteriori. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è già un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può con tutta serietà accogliere il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore vivente ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Esattamente cinquant’anni fa, l’amico L., colui che pochi mesi dopo mi fece incontrare personalmente Massimo Scaligero, in una lettera – che conservo come un dono del Cielo, e un caro cimelio – mi scrisse  un pensiero, trasmessogli da Massimo Scaligero perché me lo comunicasse, una breve frase che per me è un prezioso tema di meditazione, ed una mirabile sintesi dell’essenza della ‘Via del Pensiero’, e di conseguenza della stessa Scienza dello Spirito. Essa così diceva:

«La Via è dominare in modo cosciente il momento dinamico del pensiero, che dà a se stesso la forma di concetto e nella percezione diviene oggetto».

La meditazione di questo pensiero, racchiudente in poche parole, come ho detto e lo ribadisco, l’essenza aurea della ‘Via’, può portare molto lontano l’ardito praticante interiore, che si dedichi con tutte le sue forze alla realizzazione del momento originario del pensiero, alla realizzazione del pensiero vivente. Ma un tale pensiero – vissuto, asceticamente attuato, e non solo meramente ‘capito’ – può essere anche la ‘pietra di saggio’ per distinguere l’autentica, oggettiva, percezione spirituale, dagli ambigui risultati della ‘chiaroveggenza visionaria’, della quale ci stiamo occupando nell’esame del libro Resurrezione di Orao.

Negli ultimi incontri ‘rituali’ di meditazione insieme, che alcuni di noi avevamo periodicamente con Massimo Scaligero, ma anche negli incontri più allargati, che poi sono stati trascritti dall’amica M. come Seminario solare, egli insisteva ripetutamente su quello ch’egli chiamava ‘realismo eterico’, o ‘realismo del pensare’, o ‘realismo christico’, e lo contrapponeva non solo al realismo primitivo del materialismo storico-dialettico, o al realismo positivista dell’ideologia scientista, o a quello economico, ma anche a quello proponentesi come ‘spiritualista’religioso o mistico che fosse – sino a quello di gran parte del sedicente ‘esoterismo’ circolante, e infine anche al ‘realismo antroposofico’ di tanti seguaci della Scienza dello Spirito, che non riescono a superare il dualismo tra ‘pensare’ ed ‘essere’, che già 2500 anni fa, in Italia, i Pitagorici e gli Eleati, e in India, gli asceti dello Yoga, e i seguaci del Buddha Shakyamuni, avevano superato.

Il difficile, arduo, aspro, cammino della ‘Via del Pensiero’ vuole condurre l’audace sperimentatore alla lucida, cosciente, esperienza del ‘momento genetico’ sia del pensiero che della percezione: ‘momento genetico’, o ‘momento dinamico’, che nell’essenza è identico sia nel pensiero che nella percezione. Non vi è altra possibilità di superamento del ‘realismo’. Si tratta di passare dalla passiva, tramortita, coscienza del ‘fatto’, all’attiva, dinamica, ben ‘sveglia’, coscienza dell’ ‘atto’. Questo sia nell’esperienza sensibile che in quella sovrasensibile. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ si può essere in presenza di percezioni che, come ‘fatto’, si impongono magari anche con caratteri di grandiosità, ma non si è coscienti del momento ‘dinamico’, del momento ‘genetico’, ‘formativo’, della percezione stessa. Ma anche nel sogno si è nell’identica situazione: le immagini del sogno possono presentarsi appunto con caratteri di grandiosità, ma esse sorgono da una ignota scaturigine, e non si è punto coscienti  della loro ‘genesi’. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ non si è liberi, come non si è liberi nel sogno: si assiste passivi al fatto compiuto, ma non si è coscienti del suo compiersi. Nella Filosofia della Libertà è detto a chiare lettere che non può essere libera un’azione, se chi la compie non è cosciente delle cause che lo spingono all’azione: se egli non è il cosciente, attivo, e libero, autore e creatore dei motivi della propria azione.

Da questo punto di vista, deve essere fatta una certa differenza tra ‘chiaroveggenza atavica’ e ‘chiaroveggenza visionaria’. Al livello attuale della sua evoluzione, il formarsi della percezione sensibile, e quella del sogno, non sono coscienti. Essi si presentano all’uomo come un ‘fatto’ del quale egli non è cosciente del loro ‘farsi’, rispetto al quale loro compiersi in fieri. Ma questo appartiene ancor oggi alla spontaneità dell’evoluzione naturale dell’uomo. Solo chi si inoltra concretamente nel Sentiero iniziatico arriva a superare quella incoscienza. Ma anche la ‘chiaroveggenza atavica’ – entro certi limiti – può trovarsi esattamente nella medesima situazione. Persone che in altre vite hanno fatto un percorso spirituale o che, per particolari motivi, ricevono dal Cielo e dai Numi, particolari ‘doni’, possono possedere una elevata ‘veggenza spontanea’. Tali persone, per un loro peculiare destino, e se posseggono un cuore puro, una elevata moralità, coi loro ‘doni’ possono aiutare a volte altre persone in momenti difficili. A volte il Cielo e i Numi, vedendo la temerarietà di qualche loro animoso combattente, che spesso può finire in guai spiacevoli e in situazioni veramente pericolose, possono decidere di aiutarlo, proprio attraverso persone di questo genere. Alcuni anni fa, a me pure è capitato di ricevere più volte un simile prezioso aiuto i situazioni difficili ed estreme, e ne sono grato al Cielo e a quelle persone. Lo stesso Rudolf Steiner accenna all’esistenza di tali personalità, e della loro possibilità di essere dei benefici ‘aiutatori’, sia nel libro L’Iniziazione che nella Scienza Occulta.

A questo punto, non sarà senza importanza riportare quanto, a tale proposito, scrive Rudolf Steiner in L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, traduzione di Emmelina de Renzis, Gius. Laterza e Figli, 1926, pp. 70-71 – proprio nel capitolo dedicato all’Iniziazione, e alle ‘prove’ dell’anima – così scrive:

«Occorre però far notare che vi sono delle persone capaci di eseguire tali azioni incoscientemente, sebbene non abbiano seguito nessuna disciplina occulta. Tali «aiutatori del mondo e dell’umanità» attraversano la vita benedicendo e beneficando; a loro, per ragioni che qui non è il caso di spiegare, sono state concesse delle doti che sembrano soprannaturali. Ciò che li distingue dal discepolo dell’occultismo è il fatto, che quest’ultimo agisce coscientemente, con piena visione dell’intiero insieme; egli consegue, per mezzo appunto della disciplina, ciò che ai primi è stato donato dalle potenze superiori per il bene del mondo. Questi uomini benedetti da Dio meritano sincera venerazione, ma non per questo il lavoro della disciplina dovrà essere considerato come superfluo».

Nella ‘spontanea veggenza atavica’ vi è la possibilità dell’errore, non la necessità automatica, ossia non la certezza dell’errore. Se le persone che dal Cielo hanno ricevuto simili mirabili ‘doni’ hanno un cuore puro, elevata moralità, e sono disinteressate, difficilmente errano. Personalmente, ho incontrato, e scrupolosamente verificato, innumerevoli volte che, invece, errano molto di più, scivolando in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, molti occultisti, e addirittura molti seguaci della Scienza dello Spirito, i quali per presunzione, vanità, ambizione, ‘maestrite acuta’, immoralità, scivolano facilmente, e inavvertitamente, nella più medianica, allucinatoria  ‘chiaroveggenza visionaria’. Le persone, cui alludevo più sopra, spesso per ragioni morali – in gran parte condivisibilissime – diffidano dagli ambienti occultistici, e se ne tengono ben lontani, e difficilmente errano nelle loro ‘percezioni’, anche se originate da facoltà ‘ataviche’. Come dar loro torto, vedendo gl’indegni spettacoli ai quali dànno luogo, molti, troppi, occultisti, sedicenti ‘maestri’, ‘ierofanti’, e sedicenti ‘iniziati’!

Ma al di là di queste particolari personalità – molto rare quando siano autentiche, e ancor più rare da incontrarsi – le quali per destino hanno ricevuto dal Cielo i loro ‘doni’,  il discepolo dell’Iniziazione non potrà basarsi altro che sullo sviluppo cosciente delle forze interiori col seguire una rigorosa Ascesi del Pensiero. Questo oggi – a causa di una ancor maggiore caduta del pensiero umano nell’astrazione, nella cerebralità – è ancor più necessario di un secolo fa, allorché Rudolf Steiner parlava ad un tipo umano meno irrigidito, meno fisicizzato, di quanto lo sia oggi l’essere umano recluso in un mondo sempre più meccanico, sempre più ossessivamente tecnologico, in definitiva sempre più arimanico. Ed oggi, ancor più che non ai tempi di Rudolf Steiner, è necessario – assolutamente necessario – scorgere tutti i pericoli insiti in una ‘chiaroveggenza visionaria’, frutto dei uno scivolamento, avvertito o inconsapevole, in una medianica dipendenza dalla natura corporea. Dipendenza che può benissimo fornire al compiaciuto incauto visioni grandiose e poteri vari: appunto medianici. Che, poi, si pagheranno molto cari. Ma già oltre un secolo fa, Rudolf Steiner parlava a tale proposito, come abbiamo visto, un linguaggio estremamente chiaro, che può da taluni essere volutamente trascurato, o dimenticato, ma non equivocato. Infatti sempre in Filosofia e Antroposofia, più volte citato in questo studio, leggiamo alle pp. 110-112 :

«Così dobbiamo renderci conto che chi compenetra col pensiero i fatti del mondo spirituale, può anche comunicarli in modo che chi abbia acquistato i pensieri qui, sul piano fisico, possa applicare gli stessi pensieri anche a quanto viene comunicato dai mondi superiori. Allora può comprenderlo. Ognuno deve riconoscere che la cosa più importante non è ricevere comunicazioni dai mondi superiori, ma il modo come si ricevono; un modo rispondente alle condizioni terrene. Ognuno deve badare a che le comunicazioni dei mondi superiori non gli vengano trasmesse diversamente. Certo, è comodo limitarsi a credere a quel che viene comunicato; ma è molto dannoso. Chi vuol semplicemente credere, è come chi si contenta di farsi raccontare che esiste un lume, mentre ha bisogno di avere il lume per illuminare la sua stanza; per questo occorre avere il lume; non basta la sola credenza. Così è importante afferrare prima di tutto la forma del pensare solido, coscienzioso, per ricevere prima attraverso questa forma le comunicazioni del mondo spirituale. Queste possono essere ottenute solo da chi possiede la chiaroveggenza, ma, una volta ottenute, possono essere comprese da ognuno che le accolga nel modo giusto.

Se si pensa così, tutti i pericoli che altrimenti possono andar congiunti all’indagine spirituale, saranno eliminati. I pericoli sorgono non appena qualcuno sviluppa facoltà chiaroveggenti senza arricchire al tempo stesso la sua mente e la sua conoscenza coi mezzi del pensiero. Molti sono avidi di carpire ad ogni costo notizie al mondo spirituale, senza procedere con ogni cura a sviluppare conoscitivamente quel ch’è necessario conquistare sul piano fisico. Non c’è Dio che possa afferrare il mondo in pensieri, se non s’incarna sulla Terra fisica. Potrà afferrare il mondo in altra forma; ma per afferrarlo in questa forma, deve incarnarsi sulla Terra. Se pensiamo a ciò, potremo comprendere che sviluppare facoltà senza adoperarle nel modo giusto porta con sé gravi pericoli. Chi sviluppa una certa chiaroveggenza visionaria e non l’adopera nel modo giusto, in quanto si trattiene sul piano astrale senza essere capace di trasportare le sue esperienze giù sul piano fisico, si espone al pericolo che tra le sue visioni e il piano fisico si spalanchi un abisso».   

Prima di proseguire a trascrivere quanto Rudolf Steiner dice in questa sua, al massimo grado preziosa, conferenza, vorrei sottolineare come nel libro di Orao si esiga un ‘credere’, una ‘fede’, come passo preliminare al cammino iniziatico. O meglio come condizione preliminare al cammino sedicente ‘iniziatico’, che Orao propone. E ciò sin dalle prime parole del libro Resurrezione, dove – come abbiamo visto – già a p. 7, è detto:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità».

Ciò – e anche questo lo abbiamo visto e documentato – è contraddetto non solo dalle parole di Rudolf Steiner, che nella sua infanzia e nella sua adolescenza non aveva ricevuto affatto una educazione religiosa, ma anzitutto, e soprattutto, dalla sua stessa vita, visto ch’egli, nel suo cammino iniziatico, come lui stesso affermò, non partì affatto dai Vangeli, ma dalla Scienza, dalla Filosofia, dall’esperienza del momento originario del pensiero sperimentato, percorrendo nell’anima, vivendola come evento interiore, la ‘teoria della conoscenza’. Come ogni vera Scienza, la Scienza dello Spirito è ‘priva di presupposti’, compresi quelli mistici, religiosi, o confessionali.  

Quel che Orao scrive, diviene una pre-condizione inaccettabile per chi si accosti alla Scienza dello Spirito, all’Antroposofia, provenendo dalle ‘Vie’ orientali, dallo Yoga, dall’Induismo, dallo Zen, dal Buddhismo, dal Taoismo, o dalle ‘Vie’ iniziatiche occidentali, che si rifacciano al Mondo Classico, alle ‘Vie’ orfiche, pitagoriche, ermetiche, platoniche, o alle ‘Vie’ kabbalistiche. Ma non così la pensava, evidentemente, Massimo Scaligero – che proveniva da ‘Vie’ orientali, e da una visione del mondo ‘pagana’ – il quale in una delle versioni dattiloscritte da lui redatte delle:

REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE

Secondo la moderna

SCIENZA DELLO SPIRITO

Così scrive sin dall’incipit :

«I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo moderno e al tempo stesso come terapia di ogni alterazione della vita psichica e degli effetti di pratiche irregolari, orientali o occidentali.

La Scienza dello Spirito di cui gli esercizi sono espressione non è una religione bensì un metodo di conoscenza , che dà modo al religioso, cristiano o buddhista o islamico ecc., di ritrovare le fonti vive della propria religiosità e al tipo agnostico o ateo di questo tempo di riconoscere da sé sperimentalmente i processi interiori in cui il suo sentimento ateo muove. La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria presente verità».

Determinate distorsioni della verità, che ho avuto il penoso còmpito di evidenziare e documentare – mi è stata rivolta persino l’accusa di essere “pedante”, accusa che molto volentieri accetto come un involontario elogio – sono il frutto di una irregolare vita dell’anima, la conseguenza inevitabile di un ‘metodo’ e di ‘pratiche’, che non sono quelle indicate da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero come azioni interiori scaturenti, in maniera rigorosa e coerente, dalla rosicruciana Scienza dello Spirito, orientata antroposoficamente. Distorsioni della verità, e fallaci ‘visioni’ scaturenti da una fallace ‘veggenza visionaria’, hanno come causa sempre una dipendenza diretta o indiretta della vita dell’anima dalla natura corporea, come mostra chiaramente Rudolf Steiner nella precedentemente citata Appendice del 1918 al libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. E, proprio in quella Appendice, Rudolf Steiner dà come unico criterio di certezza e di verità nella percezione spirituale l’esperienza del pensiero puro, ossia l’esperienza del dinamico momento genetico del pensare, attivo al di fuori e indipendentemente da qualsiasi coinvolgimento corporeo, momento di quel ‘pensiero-folgore’, presente in maniera identica, al contempo, nella formazione del concetto nel pensare e nella generazione del percepito nell’atto del percepire. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nell’explicit del citato opuscolo dattiloscritto:

«Per il discepolo è fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. Normalmente l’uomo passa da un oggetto all’altro, o da un tema all’altro, ma non sa di passare in realtà da un pensiero all’altro. Muove di continuo mediante concetti delle cose, ma ignora il formarsi in lui del concetto, onde il p o t e r e  d i  r e a l i z z a z i o n e da concetto a concetto viene illegittimamente usato dalla psiche legata alla corporeità: la relazione interiore originaria, viene sostituita dalla esteriore relazione logica. Con la relazione stabilita dall’esterno.

La relazione originaria tra concetto e concetto è la r e a l e  f o r z a  del pensiero e risponde alla interna relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche; ciascuno dispone della logica necessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità. Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che come forza vive simultaneamente nel mentale e nel sopramentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla “via cosciente” o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi. Qualsiasi orientamento culturale o ideologico egli scelga prima di una tale l i b e r a z i o n e  del pensiero, lo rende strumento di una dottrina o di una corrente, pedina di un gioco che egli non può controllare: ostacola la sua evoluzione e di conseguenza l’evoluzione della società di cui fa parte».   

Una volta di più è necessario ribadire che l’Antroposofia, in quanto rosicruciana Scienza dello Spirito, non parte da nessun documento religioso. Su questo Rudolf Steiner è quanto mai esplicito. Vale la pena riportare, per abbondare nella misura a beneficio del risveglio di molti addormentati – usiamo per una volta un’espressione kantiana – in un ‘sonno dogmatico’, un passo del ciclo L’occultismo dei Rosacroce, 10 conferenze tenute a Budapest dal 3 al 12 giugno 1909, ciclo contenuto nella GA-109, tradotto in italiano da Iberto Bavastro, e pubblicato dall’Editrice Antroposofica a Milano nel 2001. Nella quarta conferenza, del 6 giugno 1909, alle pp. 41-42 leggiamo:

«Vorrei essere compreso bene: l’occultista non giura su alcun documento o autorità; per lui solo i fatti del mondo spirituale sono decisivi; i documenti però ridiventano poi per lui preziosi in modo imparziale. La scienza dello spirito non è edificata su alcun documento religioso, ma direttamente sull’indagine dei fatti spirituali. Il fondamento della scienza dello spirito è l’indagine oggettiva; se poi i documenti religiosi contengono anch’essi fatti simili, a maggior ragione l’occultista potrà nel modo giusto riconoscerne il valore».  

Naturalmente, questo principio metodico fondamentale della Scienza dello Spirito, vale nei confronti dei documenti di tutte le religioni, e non solo di quelli della Cristianità. Vi è però una differenza: i Veda, le Upanishad, i Sutra del Tripitaka buddhista, sia mahayana che theravada, l’Yi King, il Tao Teh King, i classici del Taoismo, del Confucianesimo, sono stati trasmessi pressoché intatti nel corso di vari millenni, non alterati dalla faziosità partigiana, che nelle confessioni cristiane è giunta ad alterare. modificare e, a volte sopprimere, molte parti del Nuovo Testamento, Vangeli compresi. Le confessioni cristiane, sedicenti ortodosse, hanno agito con furia distruttiva, in molti casi addirittura con furia omicida, non solo nei confronti delle antiche Religioni e dei Misteri del Mondo Classico, definiti dispregiativamente ‘pagani’, ma anche nei confronti dello Gnosticismo, del Manicheismo, dell’Arianesimo, del Bogomilismo, del Catarismo, sino a giungere a sopprimere pressoché tutta la letteratura di quelle correnti spirituali, oltre che a bruciare sui roghi i loro seguaci. Ma torniamo a quel che Rudolf Steiner dice in Filosofia e Antroposofia, dove alle pp.112-115, egli getta ulteriore luce su quanto di illusorio, ingannevole, fallace, vi è nella ‘veggenza visionaria’, fa ben comprendere l’origine di molti errori:

«Supponiamo che qualcuno abbia visioni importantissime, appartenenti al piano astrale, e supponiamo pure ch’esse siano una realtà (poiché possono essere una realtà anche le visioni del chiaroveggente che non è un pensatore). Ma tra quest’uomo e ciò che sta dietro il piano fisico, si spalanca un abisso. Dietro il piano fisico, come di là da una cortina, sta il vero e proprio mondo spirituale: il piano fisico è Maja. Ora colui che è chiaroveggente visionario non è in grado di far sparire il piano fisico; quest’ultimo sparisce solo per chi è in grado di eliminarlo coi mezzi del pensiero. Solo così si penetra di là dal piano fisico; sicché solo con la chiaroveggenza pensante si può comprendere il mondo spirituale, nascosto dal piano fisico. L’abisso si spalanca qui, e il piano fisico sussiste come Maja. L’impossibilità di attraversarlo dipende dal fatto che il cervello non è in grado di togliersi di mezzo.

Chi abbia imparato a pensare giustamente, non impiega direttamente il suo cervello per pensare. L’attività del pensiero lavora intorno al cervello, ma non lo adopera direttamente. Sarebbe un assurdo voler affermare che il cervello pensa. […] Dunque, non è il cervello quel che pensa. E se non si è monisti o materialisti, nel senso moderno della parola, è anche facile rendersene conto. L’attività pensante non ha affatto bisogno, a tutta prima, di adoperare il cervello come suo strumento. Dove il pensiero diventa puro, il cervello non è chiamato a collaborare. Lo è soltanto dove si formano immagini del mondo sensibile. Se vi rappresentate un circolo disegnato col gesso, lo fate attraverso il cervello; ma se pensate un circolo, scevro di elementi sensibili, il circolo stesso è l’elemento attivo che prima conforma il cervello. Se l’uomo possiede una chiaroveggenza visionaria, egli rimane nel suo corpo eterico e non raggiunge nemmeno il cervello fisico; perciò non può mai varcare l’abisso. Perché appunto qui l’immagine chiaroveggente si collega con quel che sta dietro il piano fisico.

Chi sdegna di lavorare col pensiero, sviluppa facoltà che non afferrano il loro oggetto, che non penetrano veramente nel mondo spirituale. E ne nasce, come conseguenza, un disaccordo tra quel che l’uomo sviluppa continuamente nel suo corpo eterico, e quel ch’egli è come uomo; ne nasce una continua disarmonia, in quanto il cervello non si adegua alle facoltà chiaroveggenti. Il cervello di quell’uomo è grossolano, perché egli non si è curato di affinarlo e nobilitarlo per mezzo del pensiero. È grossolano; contiene qualcosa che presenta all’uomo degli ostacoli per cui egli non può penetrare con le sue visioni fino alla vera realtà spirituale; sicché, invece di avvicinarsi alla verità, egli se ne allontana, e così perde ogni possiblità di giudicare i fatti spirituali. Un uomo siffatto potrà vedere forse molte cose, ma non avrà mai la garanzia ch’esse corrispondano alla realtà. Un giudizio può averlo soltanto chi sia capace si distinguere tra visione e realtà. Né può chi non abbia il discernimento che si acquista unicamente con il lavoro sul piano fisico. Se si disdegna il faticoso lavoro di pensiero, arduo a conquistarsi, si ondeggerà sempre nel vuoto.

Questo dobbiamo imprimerci nell’anima. Allora non potranno più accadere le cose che altrimenti sempre si ripetono, e cioè che taluni, sviluppando in sé una chiaroveggenza visionaria, erigono una barriera tra sé e il mondo reale, e poi vivono nelle loro fantasie, ch’è quanto dire non sapersi più orientare nel mondo fisico e non essere perfettamente in senno. La chiaroveggenza puramente visionaria conduce facilmente a ciò. Il senno va conquistato lavorando nel solo modo atto a svilupparlo, cioè mediante il pensiero nel piano fisico».

Rudolf Steiner non avrebbe potuto più chiaramente, e inequivocabilmente, descrivere l’origine, e la natura delle ‘erranze visionarie’ di Orao. Massimo Scaligero, come potei constatare di persona, aveva una robusta formazione scientifica e filosofica, e sulla vastità, illimitata profondità, esattezza, e rigore della sua percezione spirituale non ho mai avuto alcun dubbio, avendomene egli date innumerevoli prove e conferme. Mentre la stessa cosa non si può proprio dire di Orao, nelle cui opere, Resurrezione e Madre, abbondano inesattezze, clamorosi errori, aperte contraddizioni tra quanto in tali scritti viene apoditticamente ex cathedra ed ex tripode dogmaticamente affermato, e quanto comunica Rudolf Steiner, cosa che, invece, non ho mai riscontrato in Massimo Scaligero: né nella sua opera scritta, né nelle sue comunicazioni orali fatte in incontri personali o in cerchie più allargate. In quel che scrive Orao non ritrovo né esattezza, né scientificità, e neppure un pensiero essenzialmente ‘logico’

Quanto sia importante, invece, e addirittura indispensabile, per chi è chiamato ad esporre risultati di una propria, autonoma, facoltà di ‘percezione spirituale’, una severa educazione sulla base di una rigorosa formazione scientifica – cosa alla quale il benevolo lettore è pregato di portare adeguata attenzione, essendo un fatto per niente da sottovalutare – risulta, per esempio, da quanto scrive Rudolf Steiner nell’Introduzione al libro Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, traduzione di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 16-17:

«L’erudizione e la cultura scientifica non sono condizioni necessarie al dischiudersi di questo “senso superiore”. Esso può aprirsi tanto nell’uomo semplice quanto nel dotto. Anzi, ciò che ai nostri tempi per lo più si considera come la “sola” scienza, può spesso essere piuttosto d’intralcio che di aiuto. Per sua natura, essa ammette come “realtà” unicamente quel che cade sotto i sensi ordinari. Per quanto grandi siano i suoi meriti riguardo al riconoscimento di tale realtà, quando dichiara valido per ogni sapere umano quel che è necessario e salutare per il suo dominio, essa crea una quantità di preconcetti che precludono l’accesso alle verità superiori. […]

Per essere “maestro” in questi campi superiori dell’esistenza, non basta però che in un uomo si siano aperti i sensi capaci di percepirli. Anche qui occorre “scienza” come per esser maestri nel campo della realtà comune. La “vista superiore” non fa dell’uomo un “dotto” in materia spirituale, come i sensi sani non fanno di noi dei “dotti” nel mondo della realtà sensibile. Ma poiché la realtà inferiore e quella spirituale non sono in ultimo che due aspetti della stessa e unica essenza fondamentale, chi è ignorante nel campo delle conoscenze inferiori rimarrà per lo più tale anche nel campo di quelle superiori. Questo fatto, in chi per vocazione spirituale si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza».

Ma vi è un punto che devo rilevare, a proposito degli scritti di Orao che sono stati pubblicati, un punto che per me ha una importanza veramente decisiva. Il secondo argomento fondamentale dei ripetuti colloqui tra Hella Wiesberger e me – il secondo argomento al quale accennavo all’inizio di questa undicesima parte del presente studio – è quello di un ‘atteggiamento particolare’ da tenere costantemente nei confronti  della figura e dell’Opera spirituale di Rudolf Steiner. Hella Wieberger mi parlava di atteggiamento di devota modestia nei confronti di tale grandiosa Opera, di un ‘ritrarsi’, di un ‘tirarsi indietro’ – in tedesco ‘sich zurückziehen’ – per far ‘parlare’ l’Opera stessa di Rudolf Steiner. È quell’atteggiamento di ‘devota venerazione’ nei confronti della Verità e della Conoscenza, del quale parla Rudolf Steiner sin dalle prime pagine del libro Iniziazione, e che spinge il discepolo dell’Iniziazione a voler ‘servire’ l’Opera che ‘incarna’, o ‘veicola’ tale Verità e Conoscenza. È lo stesso atteggiamento di ‘devota venerazione’ che visibilmente traspariva quando il Maestro dei Nuovi Tempi parlava dei Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti, dei Maestri della Rosacroce. Questa ‘devota venerazione’, assieme all’amore per la Verità, costituisce quella che è la autentica ‘moralità dello Spirito’

Vi sono vari esempi luminosi di questa ‘devota venerazione’ che si attua, e si manifesta, attraverso quel ‘ritrarsi’ per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato dei Nuovi Tempi. Un primo luminoso – oserei dire addirittura ‘abbagliante’ – esempio è proprio Marie Steiner, la fedele compagna e la più stretta collaboratrice di Rudolf Steiner. Di lei Rudolf Steiner disse a Tatiana Kisseleff, che «non si poteva scrivere una biografia, perché Marie Steiner era un ‘essere cosmico’. Al massimo si poteva stendere una cronaca degli eventi esteriori della sua vita». Ebbene, lei che – secondo la testimonianza di Adolf Arenson – nella Mystica Aeterna «‘operava’», al dire di Rudolf Steiner «all’altare d’Oriente con una ‘funzione cosmicamente giustificata’», si cancellò come personalità per ‘servire’, ‘curare’, ‘proteggere’ devotamente l’Opera dell’Iniziato Solare. Io posseggo tutte le opere di Marie Steiner, nelle quali ella si fa ‘ancella’ fedele e devota della di lui Opera. Ma mai – ripeto: mai – lei propone frutti della sua personale ‘veggenza’, che pure aveva – ne ho varie testimonianze nelle biografie di lei che posseggo – vastissima e profonda. I suoi scritti sono introduzioni alle opere di Rudolf Steiner, oppure propri componimenti poetici, molto belli peraltro, o considerazioni sulla letteratura e l’arte della sua epoca, o considerazioni sulle vicende felici o dolorose del movimento antroposofico. Mai Marie Steiner dette insegnamenti, esercizi, o pratiche, che non fossero quelli che Rudolf Steiner aveva donato al mondo. E proprio sulla difesa dell’Opera di Rudolf Steiner contro il saccheggio e la deformazione che ne facevano Albert Steffen, Guenther Wachsmuth, ed altri, ella dimostrò di essere una lottatrice formidabile.  

Un altro esempio è quello di Michael Bauer, discepolo tra i più fedeli e progrediti di Rudolf Steiner. Egli, che pure aveva avuto grandiose esperienze spirituali, nei suoi scritti – anche di lui ho le opere – mai parla dei risultati della sua ‘veggenza’, ma – sempre e solo – fa parlare l’Opera di Rudolf Steiner. Altro esempio ancora, è quello di Giovanni Colazza: sicuramente il più avanzato, intimo, e caro, dei discepoli che Rudolf Steiner aveva in Italia. Eppure, anche lui, che era un autentico Iniziato e un Maestro, mai volle parlare dei risultati della sua veggente indagine spirituale, o dette un insegnamento che non provenisse da Rudolf Steiner. Giovanni Colazza nelle conferenze tenute a Roma nel Gruppo Novalis nell’inverno del 1945, nelle quali fece l’esegesi del libro Iniziazione, disse sùbito, esplicitamente, che lui avrebbe dato sempre e solo quello che Rudolf Steiner aveva indicato come insegnamento, esercizi, e pratiche interiori. Vale la pena di riportare direttamente dal dattiloscritto originale della trascrizione di quelle conferenze – quanto è stato pubblicato, decenni dopo la sua dipartita, dalla romana casa editrice Tilopa, ha subito pesanti e, a mio avviso, molto discutibili, interventi redazionali da parte dell’editore – quanto Giovanni Colazza disse già nella prima conferenza, quella del 4 gennaio 1945:

«Io seguirò più o meno il libro, ma naturalmente, in quasi diciotto anni di ulteriore attività, il Dottore ha dato molto, specialmente su certi punti, che serve di schiarimento e di integrazione a questo libro; aggiungerò poi altri insegnamenti del Dottore che si trovano sulla stessa direzione e che sono estremamente utili per ottenere dei reali risultati.

Naturalmente se io espongo queste cose in modo personale, tengo a dire che non ci metto niente di mio, vale a dire niente che il Dottore non abbia detto; di questo potete essere sicuri, in quanto su questo punto sono sempre stato intransigente con me stesso e con gli altri».

E lo studio delle conferenze che di lui son giunte sino a noi, conferma pienamente questa sua severità e rigore, questa sua ‘intransigenza’, nel ‘ritrarsi’, nel ‘tirarsi indietro’, per far parlare l’Opera di Rudolf Steiner.   

Lo stesso rigore lo possiamo constatare nell’Opera di Massimo Scaligero. Egli più volte disse che la sua Opera era ‘prima’ e ‘dopo’ quella di Rudolf Steiner: ‘prima’, perché voleva essere la ‘chiave’ per penetrare nell’essenza della Scienza dello Spirito, la ‘Via del Pensiero’ recataci da Rudolf Steiner, ossia la ‘chiave’ per ritrovare quel filone aureo del suo insegnamento che molti antroposofi hanno smarrito per superficialità, incuria, inadeguatezza, sentimentalità, intellettualismo, vanità, tradimento; ‘dopo’, perché voleva essere la ‘chiave’ della fedeltà all’aureo insegnamento, la fedeltà, appunto, alla ‘Via di Michele’, alla ‘Via del Pensiero Vivente’, alla ‘Via’ della concreta realizzazione, attraverso gli esercizi, la costante pratica della Concentrazione, della Meditazione secondo il canone della liberazione del pensiero, la fedeltà alla Filosofia della Libertà. Ma mai, veramente mai, nella trentina di libri ch’egli pubblicò, volle ‘sostituirsi’ al Maestro dei Nuovi Tempi, ‘correggere’ le comunicazioni,  ‘completare’ i risultati delle investigazioni spirituali, di Rudolf Steiner. Mai, veramente mai, egli – che pure aveva una illimitata capacità di penetrante percezione spirituale, e ne ebbi molte prove – portò risultati della sua pur eccezionale ‘veggenza’ spirituale, e meno che mai egli insegnò qualcosa che fosse in contraddizione, o anche semplicemente ‘diverso’ da quello che insegnava Rudolf Steiner. Come, invece, fa Orao nei suoi scritti, Resurrezione e Madre. Mai, e poi mai, ho trovato negli scritti di Massimo Scaligero errori, menzogne, fumisterie, affabulazioni, finzioni, o imposture, come invece ho dovuto rilevare, e documentare, molte volte nei suddetti scritti di Orao

Prendendo come criterio di discriminazione spirituale quell’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla grandiosità della rivelazione di Rudolf Steiner – atteggiamento interiore che non esclude punto, anzi esige un ben sveglio senso critico, grande coraggio conoscitivo, e coerenza di fronte alla Verità – che mi indicava Hella Wiesberger, e che si traduce in quel ‘sich zurückziehen’, in quel ‘ritrarsi’, ‘tirarsi indietro’, ‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera del Maestro dei Nuovi tempi, che è la verace moralità dello Spirito, è inevitabile concludere che l’atteggiamento, la  disposizione dell’anima di Orao, nei suoi scritti, nel suo presumere – compiendo enormi errori, e giungendo sino alla falsificazione, e all’impostura – di ‘correggere errori’ sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, di ‘completare’ un’Opera ‘carente’, e sotto certi aspetti – a suo dire – ‘superata’, sia molto lontano da quello proprio, invece, di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Giovanni Colazza, dello stesso Massimo Scaligero. Vedremo, nel proseguo del presente studio, a quali risultati veramente ‘stupefacenti’ conduca una tale – sit venia verbo – ‘presunzione’, e come le ‘rivelazioni’ della sua peculiare ‘chiaroveggenza’ vadano direttamente in rotta di collisione con le comunicazioni di Rudolf Steiner, che le smentiscono clamorosamente.   

IL PING PONG DELL’ANIMA

Risultato immagini per cenerentola che pulisce casa

Cari amici,

se non vi dispiace, mi permetto di guardare da vicino uno tra gli aspetti tormentosi che accompagnano l’operatore interiore nella sua giornaliera vicenda d’asceta.

Una situazione che purtroppo può accompagnarlo per tempi lunghi e può ripresentarsi in qualunque momento in cui la dedizione profonda o, semplicemente, l’attenzione assoluta cede per un’infinità di fattori.

Chi si è già, in qualche modo, impratichito con l’esercizio della concentrazione – vale per tutte le discipline: tutte implicando la concentrazione – osserva a proprio scorno che essa viene quasi continuamente interrotta da un fenomeno che sembra addirittura legato ad una forma di necessità umana: ha un carattere che appare precipuo alla nostra natura.

Badate che non alludo alle interruzioni, come dire, grossolane, come quelle la cui causa è esterna e nemmeno a quelle interiori come i ben conosciuti “pensieri estranei” o il dialogo sottotraccia che potrebbe continuare (continua) anche quando la parte superiore della coscienza percorre il sentiero dei pensieri chiaramente voluti.

Infatti, come con una radio di poca qualità, molti e per molto tempo nemmeno si avvedono che permane sullo sfondo un brusio continuo. Anche per questo ho più volte rimarcato come vi siano gradi di silenzio, ben oltre una forma generica di silenzio mentale. In tale senso vi sono “silenzi” così diversi che potremmo usare per essi la parola: stati. Condizioni o stati di silenzio parenti forse, ma non fratelli.

E’ giustificato dal retto sforzo non disperdere l’attenzione su tutte queste cose, anzi è il segreto semplice per superarle: polarizzare la coscienza cosciente solo sull’immagine o il tema o qualsiasi cosa possa essere, a patto che sia pensiero afferrato e costantemente voluto.

Come ha vigorosamente sottolineato un lettore piuttosto esperto, non si pone problema su cosa l’attenzione si concentra: non occorre che sia un’immagine fedelmente riprodotta o un tema razionale (è forse razionale pensare che “ogni pietra ha la sua folgore”?). In effetti, l’oggetto di pensiero deve possedere due sole caratteristiche: a) che sia pensiero e non una sua impronta psicofisica, b) che sia la scusa per il risveglio di una volontà sconosciuta.

Chi sperimenta questa volontà sperimenta immediatamente il “più che sentire” ed il “più che pensare” e sa che ciò che l’uomo, seppure spiritualista tiene in gran conto, è una gran massa di sciocchezze o per dirla più finemente, è un tessuto di maya, possedendo anch’essa vari gradini di potenza.

Un intermezzo: sento un fastidioso fischio alle orecchie che mi conduce a dirette o indirette critiche perché viene sempre posto in prima linea il pensiero e la volontà, quasi impedendo che la povera Cenerentola-sentire vada al ballo del Principe.

Mi chiedo: si legge quello che è stato scritto e ripetuto alla nausea?

Il sentire racchiude la più alta forma di conoscenza e percezione interiore. Il comune sentimento no. Esso è piuttosto la baldracca che vive rapinando l’anima nostra.

E’ assai facile estrarre qualche riga da 18 volumi e 6.000 conferenze del Dottore per affermare il contrario.

Possiamo controllare in diretta come stanno le cose: se, con silente coscienza e senza pregiudiziali osserviamo il sentire, vediamo subito che questo si raccoglie nella sfera toracica, dove è sempre tessuto insieme ad attività corporee.

Già questa mistione oppone la sua natura allo spirituale che principia nell’entità umana in ciò che si manifesta come attività pensante cosciente: è il suo minimo livello. Sotto il quale si agitano ed agiscono le forze della natura, cioè quanto di minerale, vegetale e animale l’uomo reca in sé.

L’ordinario sentimento è assolutamente passivo: viene colpito dagli eventi (esteriori o interiori) e indebitamente scarica sull’io troppo debole piacere e dispiacere, brame inappagate o godute.

L’ordinario sentimento vive nel crepuscolo del sogno: è purtroppo del tutto “normale” che l’anima che rifugge il risveglio preferisca riferirsi alla comodità della coscienza sognante: così essa “sente” eternamente solo se stessa: la destità comporta oneri pesanti che, detto senza critica, non sono poi tanti in vena di sopportare.

Il sentire potrebbe essere una via diretta?: teoricamente sì, ma si dovrebbe parlare di un sentire talmente intenso e attivo da contenere un elemento sovraindividuale che, in genere, ha cessato da tempo di fluire nell’uomo moderno.

Il sentire può essere educato senza il passaggio per la forca caudina della liberazione del pensiero? Anche questo è possibile se venisse educato fino a divenire una struttura unitaria di devozione e venerazione, cioè del tutto “religioso” e anche in questo caso sarebbe facile e realmente pericoloso uno sbilanciamento della coscienza se solo troppo incline verso tale direzione.

Se a qualcuno interessa il “piacere dello spirituale”, può trovarlo da ogni parte. In rete vi sono diverse realtà che appagano tale inclinazione.

So per certo che molti lettori (lettori!) di Eco leggono, appunto, il nostro sito proprio perché non segue quell’andazzo. Qualcuno mi ha persino telefonato perché veggentemente preoccupato che non accadano cose simili. Se Eco perdesse la sua fisionomia si inabisserebbe nel mare magnum dell’insignificanza. Chi lo desidera, prenda tutti i placebo che vuole in altri lidi.

Ora ritorno al filo dell’argomento: si parlava di interruzioni, le quali come si sa, recano danno all’opera dell’asceta meditante.

Con l’insistenza, la pratica e la santa pazienza, queste vengono cacciate o lasciate indietro…ma ne rimane una che è forse la più difficile a essere superata e vinta.

E’ il potente magnete della corporeità: l’operatore si lancia nella inusuale sfera dove il pensare contempla il pensiero, cioè dove tutta l’attività è “solo” pensiero.

Condizionati come siamo dal nostro abituale essere “corpi pensanti”, il mondo in cui il pensiero pensa il pensiero è un ambito alieno, come lo è il mondo acqueo di profondità per colui che si immerge. Questo è un paragone che regge: succede che ci manca l’aria e si sale.

Così per il meditante che brama, dopo poco, di sentirsi nella corporeità.

E inizia l’andirivieni tra pensiero indipendente e il senso corporeo: ci si autopalleggia un po’ qua e un po’ là.

Superare questa situazione chiede qualcosa di più dell’esercizio corretto: occorre osare uno slancio, una dedizione che superi davvero quello che, con troppa facilità, chiamiamo limiti personali.

Ed è anche l’esoterica prova del nove. Prima di questo superamento potremmo anche essere bravi e buoni ma saremmo solo il meglio della nostra natura.

E’ il momento espresso bene dal latino: Sic nos, non nobis. COSI’ FACCIAMO MA NON PER NOI STESSI.

E’ straordinariamente vero ciò che Scaligero dice spesso, ossia che occorre la forza più forte:

essa appartiene ancora alla persona, eppure senza la massima forza sarebbe impossibile anche solo tentare lo svincolamento dalle categorie corporee: occorre che un soggetto venga lasciato e un soggetto non si arresti nell’opera: una operazione desta, chirurgica, totale: una lotta di vita che non vuole morire contro il cristallino canone di ciò che nell’umano è più che umano.

Una guerra che si svolge nella quiete.

Volgersi indietro è la salina, infeconda sorte della femmina di Lot, andare avanti è perdere l’esistenza per essere l’essenza che del “me” non ha alcun bisogno.

Ora le operazioni ulteriori giustificano se stesse secondo lo Spirito…ed il resto solo appare per quanto era sempre stato: per l’appunto, appare.

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. DECIMA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Abbiamo visto quali enormi, fatali, addirittura esiziali, errori, sia conoscitivi che morali, scaturiscano da una ‘chiaroveggenza’ atavica, visionaria, istintiva, la quale non può mai essere, a causa della sua passività, fonte e soggetto dell’atto conoscitivo del pensare. Semmai, è essa a necessitare urgentemente di divenire oggetto di una cosciente, volitiva, indipendente attività del pensare. Ed è tale manifestazione di una ‘con-fusa’ mescolanza di percezione, sensazione, emotività, istintività, e falsi ‘pensati’, suggeriti da una apparente spontaneità propria della natura inferiore, ad avere urgente necessità di una energica e indipendente attività pensante, che attraverso la cosciente, lucida, formazione di concetti – tratti, come insegna la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, dal proprio mondo ideale, e non dalla percezione stessa – e ad aver bisogno di venire restituita alla dimensione ad essa dovuta, fuori della quale una tale mistura, spacciata per ‘percezione spirituale’, è intossicante menzogna. Ma, come ho detto nelle precedenti pagine di questo studio, una volta che, con tutta chiarezza, sono stati individuati quali siano gli errori – che ad uno sguardo attento, e spregiudicato, risultano essere oggettivamente, vere e proprie menzogne – presenti, come ho ampiamente documentato, sin dalle prime pagine del libro Resurrezione di Orao, è urgente, oltre che necessario, ricercare, e rendersi conto, del come e del perché possano sorgere in un’anima simili errori: tutta l’impostazione della Via dell’Iniziazione ne dipende.

Grandissimo aiuto ad una tale necessaria chiarificazione ci giunge dal citato aureo libretto, Filosofia e Antroposofia, tradotto da Lina Schwarz, ed edito sin dal 1938, da “La Prora” di Milano, come primo testo della collana «Conosci te stesso», Quaderni di Scienza dello Spirito a cura di Rinaldo Küfferle, Nuova Serie, nel quale Rudolf Steiner, rispondendo ad una possibile obbiezione – che, come suo costume, egli stesso si fa, anticipando quelle di eventuali avversari della Scienza dello Spirito – alle pp. 95-99, così dice con parole che in parte metterò in particolare evidenza:

«Con tutto ciò, potreste anche obiettare che, se le comunicazioni dal mondo spirituale non sono viste da sé, si può sempre dubitare del loro valore. Ma ora poniamo accanto ai due che abbiamo messo dinanzi poc’anzi [scil. ossia il chiaroveggente spontaneo o atavico, e il chiaroveggente pensatore], un terzo, che non sia affatto chiaroveggente, ma al quale siano stati solo comunicati certi risultati dell’indagine spirituale acquistati per via del pensiero (cioè della chiaroveggenza accompagnata dal pensiero). Egli li accoglie e li comprende come ragionevoli, come fatti del mondo spirituale. L’uno, il pensatore veggente, li possiede; ma chiunque li abbia compresi con la sua ragione, li possiede pure, sebbene non ne sia cosciente. Non occorre affatto essere chiaroveggenti per avere in sé il pieno valore di quanto si è ricevuto come comunicazione. C’è una differenza tra il possedere qualcosa e l’essere coscienti di quel che si ha. Supponiamo, ad esempio, di aver fatto un’eredità e di non averne avuto ancora nessuna notizia; ciò nonostante, il valore dell’eredità fatta esiste già oggi per noi. Anche se non ne siamo ancora venuti a conoscenza, la possediamo ugualmente. Così è colui che apprende i fatti del mondo spirituale per mezzo dell’antroposofia; se li ha compresi con la sua ragione, egli li possiede già, e non ha che da attendere il momento nel quale ne diverrà cosciente. Ciò si mostra soprattutto dopo la morte. Possiamo chiederci, usando un’espressione spicciola per meglio chiarirci la cosa: «Dopo la morte, è più utile all’uomo aver veduto chiaroveggentemente i fatti spirituali senza lavoro di pensiero, oppure l’aver ricevuto la comunicazione antroposofica di quei fatti anche senza veggenza propria?».

È facile credere che, per la vita dopo la morte, la chiaroveggenza sia una preparazione migliore che non il semplice accogliere la comunicazione dei fatti spirituali. Eppure non è così. Dopo la morte, ben poco serve all’uomo ciò ch’egli ha veduto solo chiaroveggentemente; invece ha sùbito una realtà, non appena comincia a divenire cosciente delle comunicazioni spirituali che ha ricevute durante la vita, se le ha comprese con la sua ragione. Dopo la morte, ha valore appunto quel che si è compreso durante la vita; sia stato visto chiaroveggentemente o no. Anche il più profondo iniziato, capace di vedere tutto il mondo spirituale per mezzo della sua chiaroveggenza, non aumenta con ciò il suo valore dopo la morte, se non è stato in grado di esprimere quei fatti in concetti umani. Dopo la morte, possono servigli soltanto le cose che quaggiù egli possiede in concetti. Sono i semi per la vita dopo la morte. Naturalmente, chi è chiaroveggente e insieme pensatore si può avvantaggiare di quanto vede chiaroveggentemente. Ma due che non siano pensatori, dei quali l’uno sia chiaroveggente e l’altro senta solo raccontare ciò che l’altro vede, si trovano, dopo la morte, nell’identica situazione, poiché nella vita dopo la morte possiamo portare con noi solo quel che ci siamo conquistati quaggiù con l’ausilio del pensiero esercitato. È quest’ultimo che là germoglia come un seme; non già quel che troviamo nelle sfere in cui, dopo la morte, entriamo. Quanto riceviamo dai mondi superiori non ci viene regalato gratuitamente affinché ci divenga più comoda la via per abbandonare il piano fisico, ma ci viene dato perché lo convertiamo in moneta di questa Terra; e solo quel tanto che abbiamo convertito in moneta di questa Terra ci serve dopo la morte».

Dopodiché, Rudolf Steiner descrive, con geometrica precisione, quelli che sono i lati ambigui, equivoci, fonti di innumerevoli illusioni, propri della ‘veggenza visionaria’, di quella veggenza che non è stata sottoposta al vaglio severo della rigorosa coscienza pensante. Una volta di più, è necessario dire che, a tale riguardo, a nessuno, proprio a nessuno, possono esser fatti sconti di sorta, proprio perché altrimenti si espone noi stessi e gli altri, oltre che alle più svariate illusioni, e a situazioni animiche decisamente patologiche, a pericoli notevoli, circa i quali la storia dell’occultismo degli ultimi secoli fornisce, per chi voglia vedere e non illudersi, numerosi, plateali, esempi. E così, alle pp. 99-101, così Rudolf Steiner prosegue con parole ammonitrici, che l’attuale ricercatore spirituale farebbe bene a tenere sempre presenti, e a mai dimenticarle:

«Ma anche quaggiù sul piano fisico c’è una differenza tra il chiaroveggente visionario ch’è pensatore, e quello che non lo è. Certo, è bello e interessante guardare nei mondi spirituali; ma esiste egualmente una differenza tra il vederli solo per via di visioni e il comprenderli per mezzo del pensiero, anche prescindendo dal fatto che, se queste cose non si penetrano col pensiero, non si è mai protetti da inganni e illusioni. (Né c’è altro mezzo contro le illusioni che pensare chiaramente quanto si è veduto). Inoltre, tutto quello che vede un chiaroveggente visionario, così com’egli lo vede, è sempre compenetrato di elementi del piano fisico. Avete mai sentito descrivere un angelo altrimenti che con elementi tolti dal piano fisico? Lo si descrive con le ali, come le hanno gli uccelli; con un torso, come lo hanno gli uomini sul piano fisico, ecc. naturalmente, il modo come sono composte queste immagini, di cui parla il chiaroveggente visionario, non esiste sul piano fisico; ma i loro elementi sono ricavati dal mondo fisico. Quanto dunque ci appare in forme, in immagini tolte dal mondo fisico, non appartiene al mondo spirituale, ma è solo un «simboleggiamento» del mondo spirituale con mezzi del mondo fisico.

Ne ho parlato chiaramente nel mio libro La Scienza Occulta, dicendo che la chiaroveggenza odierna, quantunque debba prima sviluppare l’immaginazione, non deve arrestarsi ad essa, ma giungere ad eliminare da quel che si vede anche l’ultimo residuo di elementi terreni.

E qui, quando si toglie di mezzo ogni residuo terrestre, si presenta davvero un certo pericolo per il chiaroveggente. Quando, ad esempio, vedendo un angelo, egli ne elimina ogni residuo terrestre, c’è il pericolo che non veda più nulla. Se elimina tutte le immagini fisiche con cui lo simboleggia, corre il rischio di non vedere più nulla. E ciò che lo preserva dal perdere totalmente la cosa, quando sale davvero nel mondo spirituale, è il seme che può germogliare dal pensiero. Sono i pensieri che dànno allora la sostanza per afferrare quel che esiste nel mondo spirituale. E noi acquistiamo veramente la facoltà di vivere nel mondo spirituale, quando afferriamo qui, sulla Terra, qualcosa che non è più compenetrato di elementi sensibili, e che pure esiste sul piano fisico. E sono unicamente i pensieri.. nel mondo spirituale non possiamo portare null’altro che i pensieri; ad esempio di un circolo disegnato non ci è lecito portar con noi il gesso, ma solo l’idea del circolo. Coi pensieri ci si può elevare nel mondo spirituale, ma dell’immagine non ci è permesso di portare nulla».

Qui è da ricordare un punto fondamentale del quinto capitolo della Filosofia della Libertà, La conoscenza del mondo, ove a p. 72 dell’edizione del 1966, ottimamente tradotta da Dante Vigevani, e ripubblicata, anche recentemente, dall’Editrice  Antroposofica di Milano, nella quale Rudolf Steiner introduce, per la prima volta nella storia della conoscenza umana, un nuovo, rivoluzionario, concetto di ‘realtà’, ossia quello della realtà non come antecedente, bensì come ‘risultato’ dell’atto conoscitivo, mediante il quale il soggetto conoscente, ossia l’Io, ‘con-crea’ il mondo:

«Con che diritto considerate voi il mondo come completo, senza il pensare? Non produce forse il mondo, colla stessa necessità, il pensare nella testa dell’uomo e i fiori sulla pianta? Piantate un seme nel terreno: getterà una radice e un fusto, svilupperà foglie e fiori. Ponete la pianta di fronte a voi stessi: essa si unisce nella vostra anima con un determinato concetto. Perché questo concetto apparterrebbe all’intera pianta meno delle foglie e dei fiori? Voi dite che le foglie e i fiori esistono anche senza un soggetto percipiente, mentre il concetto appare soltanto quando l’uomo si contrappone alla pianta. Verissimo. Ma anche le foglie e i fiori si formano nella pianta solo quando vi sia della terra in cui collocare il seme, e vi siano luce e aria in cui foglie e fiori possano svilupparsi. Proprio così si forma il concetto della pianta, quando una coscienza pensante si accosta alla pianta».

Questo concetto di ‘realtà’, come ‘produzione’ del soggetto conoscente, e come ‘risultato’ dell’‘atto’ che ‘realizza’ l’unione di percezione e concetto nella coscienza ad opera del pensare fu ciò che mi colpì – come una folgorazione – sin dalla prima volta che lessi la Filosofia della Libertà, e mi è stato per cinque decenni l’idea-forza orientatrice di tutta la pratica realizzativa, che mi sono sforzato di perseguire nella ‘Via del Pensiero’. Mi fu sùbito chiaro che quel che Rudolf Steiner afferma nella citazione riportata, vale sì per l’esperienza sensibile, ma anche – e soprattutto – per l’esperienza sovrasensibile. Ed è il non rendersi conto di questo punto cruciale della Scienza dello Spirito – punto che non affatto è una mera questione filosofica di ‘teoria della conoscenza’, ma il fondamento operativo di tutto il prometeico ‘idealismo  magico’ che sta alla base dell’Antroposofia – a portare coloro che si affidano alla veggenza atavica a smarrirsi nei labirinti dell’illusione, e ad affondare nelle paludi della medianica degradazione morale. Sempre a p. 72 della sua Filosofia della Libertà, Rudolf Steiner così prosegue:

«È del tutto arbitrario considerare come una totalità, come un intero, la somma di tutto ciò che di una cosa apprendiamo dalla semplice percezione, e di considerare quel che risulta dall’attività pensante come qualcosa di aggiunto, che non abbia nulla a che fare con la cosa stessa».

E, poco oltre, a p. 73, egli descrive addirittura quale sia l’autentico ‘atto conoscitivo’ nell’esperienza spirituale, umana o non umana: la si potrebbe definire addirittura un’autentica ‘teoria angelica della conoscenza’:

«Parimenti non è permesso di prendere la somma dei vari elementi percepiti per la cosa stessa. Potrebbe benissimo darsi che uno spirito fosse in grado di accogliere il concetto, contemporaneamente e unitamente alla percezione. Ad un simile spirito non potrebbe neppure venire in mente di considerare il concetto come non appartenente alla cosa. Dovrebbe attribuirgli un’esistenza collegata inseparabilmente con la cosa».

Ma proseguiamo a leggere, alle pp. 101-103, quel che Rudolf Steiner espone nella conferenza che costituisce la seconda parte del libretto Filosofia e Antroposofia. Egli descrive la differenza che vi è tra l’esperienza che ha il veggente atavico, visionario, non pensatore, e l’esperienza ‘ritardata nel tempo’ che, invece, ha dello spirituale sovrasensibile colui che percorra la ‘Via del Pensiero’:

«Ed ora posso descrivere ancora più precisamente il processo soggettivo esposto dianzi. Poniamo di nuovo che qualcuno veda un ostensorio. Poniamo che il semplice chiaroveggente lo veda in a, mentre il chiaroveggente pensatore lo veda soltanto in b.

a ———— b

Il pensatore diventa cosciente dell’immagine solo più tardi, quando giunge in b; ma per questo fatto riceve l’immagine al tempo stesso col pensiero, e può compenetrarla di pensieri. E nel momento in cui il chiaroveggente pensatore compenetra l’immagine di pensieri, per il chiaroveggente visionario essa diventa nera e indistinta, al punto b. Sicché il semplice chiaroveggente non è mai in grado di collegare il pensiero con le immagini, e non ha mai il senso di esser stato presente col proprio Io alla sua esperienza.

Sono fatti che portano a penetrare molto intimamente la cosa e sui quali è importante rifletter bene, poiché conducono a riconoscere quanto sia importante sviluppare il proprio pensiero e superare quell’inerzia che si rifiuta di acquistare il sapere, la conoscenza. È mille volte meglio aver da prima afferrato per la via del pensiero le rappresentazioni antroposofiche e soltanto in seguito, – prima o dopo, a seconda del proprio karma – divenir capaci di salire da sé nei mondi spirituali, che veder prima, senza compenetrarle col pensiero, le verità sovrasensibili che vengono comunicate. È mille volte meglio conoscere l’antroposofia e non possedere ancora alcuna chiaroveggenza, che vedere immagini e non aver la possibilità di compenetrare anche col pensiero le cose vedute, poiché la mancanza di una tale possibilità genera incertezza».

Naturalmente, è assolutamente necessario che i pensieri, ai quali ci si rivolge per illuminare le esperienze della ‘veggenza spirituale’, siano veri, e non falsi, ossia che corrispondano ad autentiche realtà oggettive, e non a irreali illusioni soggettive. Da qui, la grandissima responsabilità di comunicare conoscenze spirituali, risultati di esatte investigazioni, solo dopo averle vagliate, esaminate, e più volte verificate con quella scientifica metodicità dimostrata da Rudolf Steiner in tutta la sua opera scritta o orale, metodicità della quale, come abbiamo visto in parti precedenti del presente studio, egli parlava a Friedrich Rittelmeyer. Dopo aver dovuto constatare nel libro Resurrezione di Orao tutta una serie di errori gravissimi relativi ad elevate entità delle Gerarchie spirituali, nonché su oggettivi dati della cosmologia, ed aver persino dovuto constatare l’insincerità di una aperta impostura, la menzognera alterazione del pensiero e dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – ed abbiamo esaminate sin qui soltanto poche pagine, e pochi paragrafi, di Resurrezione – francamente, non è possibile riconoscere in tale testo quei caratteri di verità, di oggettività, di autenticità, di scientificità che son propri, invece, di tutta l’Opera di Rudolf Steiner. Abbiamo visto come Rudolf Steiner indichi la pericolosità dei risultati di una errata, deviata, chiaroveggenza visionaria. Pericolosità non solo per lo stesso veggente visionario, ma anche per l’azione distruttiva che tali contenuti esercitano sulle anime di coloro che, non facendo uso del loro sano raziocinio, del loro sano buon senso, li accolgono acriticamente con mistica fede sentimentale. I risultati di una errata e deviata veggenza visionaria agiscono, nel mondo astrale e in quello spirituale, oggettivamente come entità ostacolatrici anche nei confronti degli autentici ricercatori spirituali: entità che, come dice Rudolf Steiner, devono essere aspramente combattute, e vinte.  E, sempre nelle pagine di Filosofia e Antroposofia, vediamo che vengono indicati grandi limiti morali inerenti all’ostentazione di una cotale veggenza visionaria. Addirittura, alle pp.103-104, con parole insolitamente durissime, Rudolf Steiner stigmatizza i limiti morali di una tale veggenza visionaria:

«Si può esprimere la cosa ancora più esattamente, dicendo: al tempo nostro vi sono pensatori molto acuti che comprendono razionalmente la concezione antroposofica; e appunto questi hanno talvolta tanta difficoltà per arrivare alla chiaroveggenza. Perché? Coloro che non sono acuti pensatori riescono con relativa facilità a raggiungere una chiaroveggenza visionaria, e diventano allora facilmente arroganti verso i pensatori; mentre questi hanno difficoltà per divenir chiaroveggenti. Ecco lo scoglio dove si manifesta una certa superbia mascherata. Nulla suscita la superbia, quanto la chiaroveggenza non illuminata dal pensiero; e questa è così particolarmente pericolosa, perché generalmente la persona in questione ignora d’essere presuntuosa, anzi si crede molto umile. Non sa nemmeno giudicare quale immensa presunzione sia quella di disprezzare lo sforzo conoscitivo dell’uomo, e di dare il massimo valore a certe ispirazioni. In questa tendenza sta nascosto e mascherato un orgoglio mostruoso».

A questo punto, alle pp. 103-107, Rudolf Steiner dice qualcosa di estremo interesse per chi, con ardore e abnegazione, si dedica alla ‘Via del Pensiero’: ‘Via’, che non può essere – come ammonisce Laotsu – la via ordinaria, e che, indubbiamente, invece, è una ‘Via’ essenziale, scarnaaspra, dura, faticosa, ovvero, come la definisce il mio amico C., valoroso asceta daltra dottrina, e compagno d’armi di mille battaglie, una Via molto ‘achea’, ‘dorica’, ‘spartana’, ossia una ‘Via eroica’«attuabile forse da pochissimi», come ammonisce, nel Trattato del Pensiero Vivente, Massimo Scaligero:

«Ma la questione da risolvere ora è questa: «Perché appunto a certi pensatori riesce così difficile – come insegna l’esperienza – diventare chiaroveggenti?». Ciò sta in rapporto con un fatto importante. Il pensiero logico, la facoltà umana del giudizio, del discernimento, che appunto il pensatore sviluppa, produce una trasformazione ben determinata  di tutta le struttura del cervello. Lo strumento fisico viene trasformato dal pensare acuto. L’indagine fisica sa ben poco di ciò, ma un cervello che sia stato adoperato da un pensatore acquista una struttura diversa da quello appartenuto a un non pensatore. Il fatto di essere chiaroveggenti trasforma poco il cervello. Chi non pensa ha un cervello dalle circonvoluzioni molto complicate: il pensatore acuto invece ha un cervello particolarmente semplice, senza grandi complicazioni. Il pensare si esprime appunto nella semplificazione delle circonvoluzioni del cervello. Il pensiero acuto è quello che può abbracciare l’insieme; non quello che dirige la propria attività all’analisi. Da ciò la maggiore semplicità nelle circonvoluzioni cerebrali del pensatore. […] Avviene dunque, come ho detto, una trasformazione dello strumento del pensiero.; e questa trasformazione dello strumento del pensiero dev’essere prodotta dall’attività del pensiero. Nessuno nasce con tutte le facoltà che acquisterà più tardi; avrà le disposizioni, ma le facoltà deve prima svilupparle; sicché, dopo una vita di pensiero, il cervello sarà diventato diverso da quel ch’era prima.

 Il fatto è che il nostro corpo eterico, che dobbiamo liberare dal nostro cervello fisico perché possa prodursi la coscienza chiaroveggente viene di nuovo incatenato al cervello fisico. Questo lavoro del pensiero collega strettamente il corpo eterico al cervello.. se l’uomo, pel suo karma, non ha anche le forze per liberarlo di nuovo al momento giusto, può darsi che in quella incarnazione non gli sia possibile raggiungere gran che in fatto di chiaroveggenza; ciò dipende dal karma. Supponiamo che, per karma, egli sia stato un acuto pensatore in un’incarnazione precedente; in tal caso il suo pensiero non unirà ora tanto strettamente il suo corpo eterico al cervello, sì ch’egli riuscirà relativamente presto a liberare il corpo eterico e, poiché i pensieri sono i migliori semi per l’ascesa ai mondi superiori, sarà in grado d’investigare nel modo più sottile i segreti del mondo spirituale. Ma naturalmente dovrà prima riuscire a liberare di nuovo il corpo eterico dal cervello. Invece, se il corpo eterico nel cesellare, per così dire, il cervello fisico con le facoltà pensanti, vi si è talmente impigliato da rimanerne esaurito, allora può darsi che, per karma, quell’uomo debba aspettare molto tempo prima di poterlo nuovamente liberare. Quando però riuscirà a salire nei mondi spiirtuali, egli sarà passato davvero per il punto del pensiero logico e allora nulla andrà perduto per lui di quel che avrà conquistato, e nessuno glielo potrà togliere. Ciò è infinitamente importante ed essenziale; altrimenti la chiaroveggenza può sempre andar perduta.

Vi faccio osservare ancora una volta che voi tutti foste chiaroveggenti in tempi passati. E perché attualmente non possedete più la facoltà della chiaroveggenza? Perché allora non eravate collegati e uniti con l’esistenza terrestre, ma eravate «rapiti» nel mondo spirituale; e non avete portato giù quei mondi superiori fino alle vostre facoltà umane, perché la chiaroveggenza visionaria si fondava sull’estasi». 

La situazione drammatica dell’uomo in questa epoca è determinata dal fatto che, dalla fine del Kali Yuga, dell’Età Oscura, i corpi eterici degli esseri umani vanno lentamente, e progressivamente, allentandosi, sganciandosi, dallo stretto legame che per millenni hanno avuto con i rispettivi corpi fisici. Ma questo evento non è affatto, come taluni troppo affrettatamente cocludono e pensano, un fatto di per sé automaticamente  positivo, e salutare, perché se questo allentamento rispetto al fisico non è accompagnato da un adeguato livello di coscienza, della vitalità spirituale delle emergenti facoltà s’impadroniscono, e vampiricamente si nutrono, avverse deità ostacolatrici – luciferiche, arimaniche, asuriche – le quali concupiscono deviare la coscienza umana verso la medianità, verso una chiaroveggenza visionaria, verso uno spettrale mondo di illusioni. Gli strumenti da essi usati, per giungere alla corruzione delle forze dell’anima cosciente, sono, da un lato, lo sprofondamento sempre più coinvolgente nel consumante, interiormente erodente, apparire materiale, ossia in un ‘materialismo etico’, fatto di lavoro logorante, arrivismo economico e politico, ‘dis-trazione’ televisiva e telematica, falsa e ottenebrante ‘cultura’, evasione tramite droghe et similia, e dall’altro, l’occultismo e l’esoterismo alterati e deviati, la medianità, lo spiritismo, il channeling, la new-age, il misticismo sentimentale, la magia cerimoniale, la magia sessuale, l’adulterata e falsificata ‘alchìmia’, ossia un ‘materialismo magico’ spacciato per spiritualismo.  

Ma, come usavano dire gli Antichi, ‘corruptio optimi pessima’, ossia il massimo bene, profanato, degradato, sfigurato, deformato, diventa il peggiore dei mali. Quasi due millenni di storia del Cristianesimo confessionale lo dimostrano, una volta di più, ad abundantiam. E la massima tragedia spirituale del XX secolo è stata – a mio modo di vedere – il tradimento del dono che il Cielo e i Numi avevano fatto all’umanità con la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia recata dal Maestro dei Nuovi tempi: tradimento dapprima di alcuni pochi, che poi ha causato la latitanza, la diserzione, la dispersione, l’infiacchimento, l’accidia, la vanità, il traviamento di molti, e successivamente la banalizzazione, la culturalizzazione, la spettacolarizzazione, e addirittura in taluni casi la pagliaccesca caricatura di contenuti sacri. Proseguendo nella degradazione, si è avuta la sostituzione degli originari contenuti autentici con ‘altri’ di matrice confessionale, e infine la commistione, nonché l’infeudamento, dei contenuti autentici con quelli di vie palesemente antispirituali. Si è giunti persino, nell’àmbito della stessa dirigenza della Società Antroposofica Generale, da parte di personalità preminenti della medesima, all’aperta, calunniosa, critica della figura umana e morale di Rudolf Steiner, e di molti aspetti del suo insegnamento. Tutte cose ben documentate, e documentabili: perfettamente accessibili a chiunque voglia coraggiosamente conoscere, e non vegetare, dormendo, in turpe ozio. Ma la stessa strategia – peraltro in forma ancor più sottile, e indubbiamente più abile e perfidamente infida – è stata messa in atto anche nei confronti dell’Opera di Massimo Scaligero, che pur aveva dedicato la vita a rimettere al centro il filone aureo dell’insegnamento antroposofico e rosicruciano di Rudolf Steiner, e a rettificare le conseguenze dei tradimenti e delle inadeguatezze emerse nel movimento spirituale antroposofico. Anche nei suoi confronti sono state pronunciate e scritte – proprio da coloro che meno di tutti avrebbero dovuto farlo – parole di ingiusta, ingiustificata, calunniosa e falsa, critica sul suo insegnamento, sulla sua figura umana, sulla sua intelligenza, sulla sua ascesi, sulla sua moralità. E anche nei suoi confronti è stata tentata una surrettizia, non apertamente dichiarata ‘sostituzione di contenuti’, nell’àmbito del più volte ricordato – e famigerato – ‘trasbordo ideologico inavvertito’. Anche questo, sin troppo facilmente documentabile.

Il paragrafo che si trova a p. 90 nel libro Resurrezione di Orao, e che si è dimostrato essere una palese impostura, perché – come abbiamo visto e documentato –  non si trova affatto ne La conoscenza della costituzione umana come base della pedagogia, testo tradotto da Lina Schwarz, pubblicato a Roma, nel 1947, dalla Editrice Cultura Moderna, e ripubblicato in seconda edizione dalla Editrice Antroposofica di Milano, come traduzione della GA-293 tedesca, col titolo Arte dell’educazione. I° – Antropologia, né – a quel che a me risulti da una diligente e puntigliosa ricerca sui testi originali – in nessun’altra opera di Rudolf Steiner, non è affatto un quid di isolato, qualcosa di casuale, ‘incastonato’ senza riferimenti, o collegamenti, senza una ragione, in un discorso più ampio. Tutt’altro: è un discorso funzionale al proporre – e ciò viene fatto in maniera abbastanza esplicita – una ‘nuova via iniziatica’. Per comodità del lettore – repetita juvant – riproduco quel passo qui di séguito:

«Nell’opera La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, lo Steiner rivela che: «durante il congiungimento fisico l’uomo può sperimentare il contatto diretto con la prima Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini», ed ancora più avanti «il congiungimento fisico rappresenta nell’umano l’atto unico in cui non esiste più dualità per l’uomo, ma si attua eccezionalmente la completa unità fra la natura superiore e natura inferiore dell’uomo». Occorre quindi, ancora al presente, tenere in una certa considerazione tale esperienza per il significato che questa può mantenere al grado di evoluzione terrestre, ossia quale momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti e quale momento, per l’uomo e la donna, entro cui attuare l’atto resurrettivo della natura corporea da parte della natura superiore».

Ora, l’esperienza da «tenere in una certa considerazione», alla quale nel passo citato allude Orao, quella esperienza che dovrebbe costituire un «momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti», sarebbe – al dire di Orao – l’attuazione di una «via graalica», di una «via iniziatica della coppia», ed in effetti l’intero capitolo del libro Resurrezione, dal quale è tratta la citazione, e che si estende da p. 81 a p. 102, si intitola La ricerca del Graal, mentre il successivo capitolo, da p. 103 a p.130, porta il nome I gradi della Iniziazione graalica. Naturalmente, non metto affatto in dubbio che il percorrere la ‘Via del Graal’ sia esperienza suprema, e che lo sia per coloro che aspirano a realizzare l’Androgine Celeste, e quindi soprattutto per quella che una persona mia amica chiamò la ‘Coppia Superumana’, ma è necessario – assolutamente necessario – che la ‘Via del Graal’, ossia l’esperienza indicata con quel sacro nome sia quella autentica, e che, chi ne parla, tale autentica ‘Via’ l’abbia effettivamente percorsa, e concretamente realizzata.  Perché, come veniva detto dagli Antichi Sapienti: «Nemo dat quod non habet», ossia nessuno può dare quel che non ha realizzato, quel che non possiede, quel che non ha conquistato. Altrimenti si arriva a quella sacrilega ‘parodia’ dei Sacri Misteri, che Greci e Romani chiamavano, con severo disprezzo, ‘mistificazione’, e della quale in questi ultimi anni vediamo molteplici esempi. Ora, al di là dei contenuti esposti – sui quali vi sarebbe, vi è, e vi sarà, moltissimo da eccepire, e moltissimo da scrivere – vi sono alquante cose riguardanti la forma e il merito di una tale “esposizione” circa le quali non è possibile, né tampoco giusto e lecito, tacere. E non tacerò. Perciò, neque amore et sine odio, sine ira et studio, parlerò, esponendo, con la maggiore oggettività possibile, quanto risulterà ad un imparziale esame.

Tempo fa – per la precisione il 27 dicembre dell’ormai trascorso anno – mi è capitato di leggere sulla pagina di un gruppo chiuso, che su un social forum vuole occuparsi, o dice di occuparsi, di Scienza dello Spirito, l’affermazione stupefacente – per lo meno, per me, essa è oltremodo stupefacente – che Orao «ci piaccia o no, nel volume Resurrezione ha descritto, per la prima volta nella Storia a quanto mi risulta, la via iniziatica della Coppia, con le sue varie tappe…». Cosa che a me non risulta punto essere affermazione veritiera. Anzi, è dimostrabile che vero proprio il contrario. Certo, nel libro si parla molto, ed anche con forti accenti emotivi emotivi, del Graal e della Coppia graalica, ma la ‘via’ indicata, il ‘sentiero’ descritto non sono affatto quelli indicati dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e non sono la ‘Via del Graal’ indicata da Massimo Scaligero. Sono qualcosa di molto, moltissimo, diverso.

Che io non mi sbagli affatto in questa mia conclusione, che il mio non sia un punto di vista mio personale, che il mio non sia per niente un giudizio ‘affrettato’‘soggettivo’ e – come mi potrebbe, polemicamente, essere imputato dalla parte avversa – ‘presuntuoso’, risulta proprio dalle affermazioni, che son state fatte più volte da taluni all’interno della Comunità Solare, secondo le quali la Via del Pensiero di Massimo Scaligero sarebbe «una via incompleta e superata», e che «in Massimo Scaligero manca il Cristo, manca il Graal», che la ‘Via’ di Massimo Scaligero sarebbe «antica, orientale, yoghica, buddhista, niente affatto cristiana», nonché che vi sarebbe stato «un Iniziato molto più grande di Massimo Scaligero, un Iniziato che aveva portato al mondo la ‘Via del Cristo’, e la ‘Via del Graal’». Circa quella che – a quel che udii – sarebbe la novella, iniziatica, ‘Via del Cristo’, mi venne data, già ventiquattro anni fa, una sommaria descrizione delle varie tappe di una contemplazione, in forma d’immagini, del Mistero del Golgotha, cosa che mi ricordava moltissimo la Via crucis della vecchia pratica cattolica, ossia quanto di più lontano si possa immaginare dal metodo, dai contenuti e dal clima stesso – rosicruciano e antroposofico – della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e quanto di più lontano dalla Via del Pensiero rimessa al centro della medesima da Massimo Scaligero. In buona sostanza, si trattava di una forma di ‘misticismo’ a forte coloritura confessionale, e di un ‘occultismo cattolico’, come ve ne sono a giro nel mondo molteplici e svariati esempi. Invece, sulla questione della “rivelazione”, che questo Iniziato avrebbe portato per la prima volta al mondo – che, sempre a quel che mi veniva detto, sarebbe stato molto più grande di Massimo Scaligero – le persone, a quel tempo, si mostravano alquanto più reticenti: quasi temessero di tradire il Grande Arcano. Ma, ora, con la pubblicazione dei due volumi di Orao, Resurrezione e Madre (oltre ai quali non saprei dire se ne verranno pubblicati altri), quale sia la misteriosa ‘Via del Graal’ portata nel mondo per la prima volta da questo «Iniziato molto più grande di Massimo Scaligero», oramai è palese, e palese è altresì di quale natura essa sia.   

Naturalmente, l’affermazione che non Massimo Scaligero, bensì la personalità che si celerebbe dietro l’eteronimo di Orao, avrebbe portato concretamente nel mondo, «per la prima volta», la ‘Via del Graal’, la ‘Via della Coppia iniziatica’, e che solo Orao avrebbe portato nella Comunità Solare quell’«elemento christico del Logos», che – a quanto mi fu detto esplicitamente – mancherebbe gravemente in Massimo Scaligero, non è punto mia, ma ben di coloro la fecero, apertis verbis, in più occasioni, per cui non fa meraviglia che si sia poi deciso di pubblicare gli scritti di Orao, che sto esaminando.

Altrettanto naturalmente, non mi aspetto affatto che venga confermata, mettendola per iscritto, una tale paradossale, estrema, compromettente, affermazione circa l’incompletezza, e altresì circa il suo esser superata, della ‘Via del Pensiero Vivente’ di Massimo Scaligero, che – al dire di taluni che strumentalizzano frasi delle opere di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, staccate dal contesto – potrebbe diventare per il temerario ricercatore spirituale «una via del sublime egoismo».  Da una tale «opinione» non solo è lecito, ma addirittura savio e salutare dissentire fortemente. Vedremo perché.   

Pertanto, non mi stupii affatto allora, né tampoco me ne stupisco oggi, e anzi  proprio oggi ben me ne spiego il perché, allorché, pochi anni dopo, mi trovai a leggere nel numero 81-82 della rivista romana – quelle parole le ripropongo, volutamente, ogni tanto, per ricordarle agli ‘immemori’, che con ‘opportuni accomodamenti’ trovano modo di ‘obliare’, e far dimenticare altrui, una scomoda verità – che: «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», a correzione della quale viene proposta, e contrapposta, come ‘farmaco’ risanatore, una poco salutare, veterotestamentaria, «circoncisione eterica». Ma, in greco antico, la parola φάρμακον, phármakon, ha molteplici interessanti significati, tra i quali non solo quelli di «rimedio medicinale», «droga», «filtro», ma altresì quelli di «veleno», «sostanza tossica», mentre il termine φαρμακός, pharmakòs, aveva persino il significato di ‘espiatoria vittima sacrificale’, di ‘capro espiatorio’, ‘espiaculum culpae’, non solo in determinati rituali ellenici di sacrifici umani, ma anche in quelle che furono le veterotestamentarie ‘guerre teocratiche’, e nelle sanguinose, e plurisecolari, ‘crociate’ antiereticali della Chiesa cattolica. Il che è, francamente, molto inquietante, ed eziandio cosa che, per chi non avesse ardente vocazione al martirio, consiglierebbe estrema prudenza.

Anzitutto, è necessario rispondere alla, volutamente ‘dis-orientante’, affermazione essere la ‘Via del Pensiero’, indicata da Massimo Scaligero una «via incompleta e superata», e all’affermazione, altrettanto errata, e – a mio modo di vedere – anch’essa volutamente ‘dis-orientante’, che «l’esperienza del pensiero-puro libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», della quale ho avuto modo spesso di scrivere su questo temerario blog. La migliore risposta la dà proprio lo stesso Rudolf Steiner  in quelle pagine della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, che furono lette da Massimo Scaligero in quella fatidica primavera del 1940: pagine che determinarono una svolta radicale e definitiva in lui, il riconoscimento della grandezza spirituale di Rudolf Steiner, il suo collegamento con Giovanni Colazza, e la consacrazione totale della sua vita alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’autentica Anthroposophia. Ecco che cosa scrive in quelle memorabili pagine – 276-279 dell’edizione del 1969 – il Maestro dei Nuovi Tempi:

«Per chiarire questo punto bisogna riflettere che il pensare umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo soprasensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto in relazione al mondo dei sensi, e perciò giudica incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo soprasensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando in tal modo gli insegnamenti dell’indagine occulta, ci si abitua ad un pensare che non attinge alle percezioni dei sensi; si impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero vien contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre veramente si pensa ci si trova già nel campo di un vivente mondo soprasensibile. Ci si dice: «Vi è in me qualcosa che forma un organismo di pensiero, ma io sono tutt’uno con quel “qualcosa”». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici, quando osserviamo con i sensi. L’osservatore del mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta che egli sia abbastanza spregiudicato per poter dire ugualmente a se stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo di pensiero». Vi è però una differenza nei sentimenti di fronte a ciò che l’osservatore del mondo sensibile esteriore ha nell’occhio, e ciò che di essenziale si annunzia nel pensare libero dai sensi. Il primo osservatore si sente esterno alla rosa, mentre chi si abbandona al pensare libero dai sensi ne sente l’essenza che gli si rivela come dentro si sé, si sente tutt’uno con essa. Chi più o meno coscientemente da valore di essenza soltanto a ciò che gli sta di fronte come oggetto esteriore, non potrà avere che una cosa di per sé esistente possa rivelarsi a lui anche per il fatto che egli si senta tutt’uno con essa. Per discernere la verità a questo riguardo, occorre poter avere la seguente esperienza interiore. Bisogna imparare a distinguere fra le associazioni di idee volontariamente create, e quelle sperimentate in noi quando la nostra volontà è messa a tacere. Nell’ultimo caso si può dire: «Io rimango completamente tranquillo in me stesso, non provoco nessuna concatenazione di idee, mi abbandono a ciò che “pensa in me”». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha il diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato rosso, o percepisco un determinato profumo». Non vi è nessuna contraddizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei propri pensieri dagli insegnamenti dell’indagatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’indagatore dello spirito desti nei suoi uditori o lettori dei pensieri che questi devono attingere anzitutto in se stessi; chi invece descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».   

Queste furono le parole decisive che, nella primavera del 1940, Massimo Scaligero lesse nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner, e che lo spinsero ad un cambiamento radicale della propria ascesi e della propria visione del mondo. Parole che lo decisero alla scelta definitiva della rosicruciana Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. A questa ‘Via completa’, a questa ‘Via insuperata’, indicata dal Maestro dei Nuovi Tempi, ‘Via’ ch’egli aveva cercato appassionatamente per decenni, volle consacrarsi Massimo Scaligero con ogni sua forza. Questa è l’aurea ‘Via Regia’ – come me la definirono due Iniziati, che ora sono nei Campi Elisi, e che moltissimo ammiravano Massimo Scaligero – ‘Via’ ch’egli ci indicò sino alle ultime ore della sua vita: sino a quell’ultimo colloquio che, come l’ultimo venerdì di ogni mese, veniva seguìto dal Rito della meditazione: incontro che alcuni amici avemmo, esattamente quarant’anni fa, quella fatidica sera del 25 gennaio 1980. La ‘Via’ alla quale, in quell’indimenticabile estremo incontro, egli ci chiese esplicitamente – a me e a coloro che quella sera erano con me – di «rimanere sempre fedeli». Forsan et haec olim meminisse iuvabit: forse un giorno gioverà ricordare anche queste cose (VirgilioEneide, I, 203).

Massimo Scaligero, che molto aveva cercato spiritualmente, e sino ad allora inutilmente, una risposta nelle Vie orientali, e in quelle del mondo ‘tradizionalista’, descrisse l’apparente ‘casualità’ di quell’evento, così carico di destino, in Dallo Yoga alla Rosacroce, Teseo, Roma, 1972, pp. 65-67:

«Questa risposta mi doveva venire dalla direzione che meno supponevo. A un dato momento, ero entrato nella persuasione che solo attingendo a me stesso avrei avuto la risposta: perciò comincia a organizzare un metodo a mio uso e consumo: cominciai una descrizione delle esperienze, in modo da poter in qualche modo farle entrare nella veste del pensiero e giungere così minimamente a obiettivarle: pensavo che, di notazione in notazione quotidiana, avrei piano piano tracciato qualcosa  di riconoscibile, come mettendo insieme dei caratteri, per poter leggere ciò che essi volevano unitamente significare. Cominciai così, di pari passo con lo sperimentare interiore, a riempire pagine e pagine, quaderni di appunti, descrizioni e interpretazioni, cercando di percepire un filo unitario: mi avvidi ben presto che tale filo esisteva e talora riuscivo a intravvederlo, ma esigeva ulteriore paziente lavoro.

Così avvenne che un giorno avessi la risposta dalla direzione che meno mi aspettavo. Era un pomeriggio di primavera e stavo seduto su una comoda sedia per leggere qualcosa di semplice – giornale o rivista – prima di rimettermi al lavoro, quando, mancandomi un qualsiasi foglio o libro di leggera lettura, allungai una mano verso un reparto della mia libreria in cui raccoglievo i volumi di scarso interesse o di frivola lettura, e ne trassi La Scienza occulta di Rudolf Steiner. L’opera mi era stata donata dall’amico prof. Gislero Flesch, psicologo e criminologo, in un momento in cui egli si andava disfacendo, per un trasloco, dei libri non direttamente connessi con il suo ordine di studi.

Trassi dunque dalla libreria La Scienza occulta, proprio per leggere qualcosa di semplice come una favoletta o un racconto sensazionale, dato che non avevo altro sotto mano. Aprii a caso il libro verso la metà e il mio occhio andò su una frase che immediatamente mi colpì: mi parve dirmi qualcosa di molto familiare: lessi e rilessi il periodo, lo meditai alquanto, e l’impressione di trovarmi dinanzi a qualcosa di essenziale gradualmente si accrebbe in me. Lessi ciò che veniva prima di quel punto e quello che veniva dopo, e mano a mano avevo la certezza di trovarmi dinanzi a quello che mi attendevo da tempo. [..]

Ricordo che quel giorno, chiudendo il libro, ebbi per la prima volta l’idea che dietro la figura e l’opera di Rudolf Steiner si celasse la personalità del Maestro che molti affannosamente cercano in Oriente o nei recessi della Tradizione».

Siccome, ancora una volta, «le carte son piene», è necessario rimandare al proseguimento di questo studio, l’esame approfondito della seconda affermazione: quella riguardante l’avere solo Orao portato concretamente nel mondo, «per la prima volta», la ‘Via del Graal’, la ‘Via della Coppia iniziatica’. Un simile esame mostrerà tutta l’infondatezza di tale temeraria affermazione, e mostrerà soprattutto come quella descritta da Orao in Resurrezione non sia affatto quella ‘Via del Graal’, quella ‘Scienza del Graal’, che indicano Rudolf Steiner e Massimo Scaligero: perché non lo sia, e  perché non lo possa essere.

L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2020

Anno XXV n. 2

Febbraio 2020

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Presentazione-di-Gesu-al-Tempio

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. NONA PARTE.

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È assolutamente necessario, addirittura vitale, arrivare a vederci chiaro nella questione cosmologica e cosmogonica dell’essenza della Luna terrestre e dell’ottava sfera, in collegamento con entità spirituali come Lucifero e Jahve o Jehova. La questione è tutt’altro che peregrina, essendo collegata, tra le altre cose, al tipo di ‘Via’ spirituale che il discepolo dell’Iniziazione sceglierà è che, poi, sarà destinato a percorrere. Gli errori che si commettono in questo campo particolare hanno un prezzo altissimo e, anche se compiuti per ingenuità, e in buona fede, si pagano sempre ben cari: senza sconti.

Non vi è errore peggiore – e sotto certi aspetti errore più stupido – che l’affidarsi alle rivelazioni di una decadente ‘chiaroveggenza atavica’, nostra o altrui. Anzi, la scelta più scioccamente ingenua è proprio quella di rinunciare a servirsi del proprio raziocino, ed affidarsi, con infervorata sentimentalità, alle ‘rivelazioni’ dell’altrui atavica ‘veggenza’. Come abbiamo avuto modo di vedere, Rudolf Steiner a tale proposito parla molto chiaro circa i pericoli spirituali cui ci si espone affidandosi alle esperienze ‘immaginative’ di tale atavica ‘veggenza’, e rinunciando ad ogni autonomo esame critico, e al buon senso. La ‘Via del Pensiero Vivente’ è certamente un ‘trascendere’, un ‘andare oltre’ il livello dell’intelletto razionale – che è dire andare ‘oltre’ i limiti dell’anima razionale-affettiva – ma altrettanto certamente non un regredire a forme di coscienza emotive e istintive, prerazionali e subrazionali, proprie di una ancora molto primitiva anima senziente. Se un cotale regresso fosse la cosa giusta per l’evoluzione dell’uomo, a cosa mai sarebbero serviti oltre 2500 anni di Scienza e di Filosofia, da Pitagora, Socrate, Platone, Aristotele, e gli altri grandi della Grecia, e poi Leonardo, Copernico, Keplero, Bruno, Galileo, Newton, e giù giù sino a Goethe, e allo stesso Rudolf Steiner?! È ben vero che razionalità e dialettica devono essere superate, ma è pur certo che può essere superato unicamente ciò che è stato conosciuto, conquistato, posseduto e dominato. Ossia: autenticamente ‘realizzato’.

Questo, in fondo, fu il senso della mia risposta a chi nel maggio del 1996 mi andava affermando che la ‘Via del Pensiero’ di Massimo Scaligero era, a suo dire, una «Via incompleta e superata». Una simile affermazione può scaturire unicamente dalla più grande incomprensione possibile di quanto indicato da Massimo Scaligero, e dal fatto che, con ogni evidenza, chi esprime un tale giudizio di completo dis-valore nei confronti di tale ‘Via’, non ha sicuramente mai sperimentato l’essere originario del pensare. Lo stesso dicasi della medesima personalità, la quale nel n° 81-82 della rivista romana da lui diretta, scrisse che «il pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, quindi egoistica». Una tale apodittica affermazione può scaturire unicamente dalla più grande incomprensione possibile di quanto Rudolf Steiner scrive, non solo nelle sue opere ‘filosofiche’, ma anche – e questo è ben significativo – in una parte importante del quinto capitolo della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato La conoscenza dei mondi superiori (Dell’Iniziazione), ove, alle pp. 276-279 dell’edizione del 1969, ove egli parla a lungo, e in maniera alquanto diversa dal suddetto svalutatore di essa, proprio dell’esperienza del ‘pensiero libero dai sensi’, ed è noto che fu proprio l’aver letto in quelle pagine la descrizione di tale esperienza, coincidente con la propria, ciò che convinse Massimo Scaligero, che da quella lettura rimase folgorato, a scegliere, nonché a consacrarsi con tutte le sue forze, e per tutta la vita, alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’Antroposofia. Evidentemente, una tale esperienza descritta da Rudolf Steiner è ignota a chi in maniera così improvvida la svaluta e la nega.

Non stupisce, quindi, che sia proprio costui ad editare e pubblicare – su questo particolare avrò da ritornare alla fine del presente studio – questi scritti di Orao. Evidentemente proponendoli abbastanza esplicitamente, sia pure non apertis verbis, come quella ‘via’ che, nel 1996, sempre a suo dire, «era più completa, superiore, e superatrice rispetto a quella ‘Via del Pensiero Vivente’, indicata da Massimo Scaligero». Ma, come ho detto, su questo punto ‘specialissimo’ avrò in séguito da ritornare.

Ora, invece, è il momento di riprendere ad esaminare la connessione profonda che vi è tra l’errore dell’identificazione della Luna terrestre con la famigerata ‘ottava sfera’ e l’errata identificazione di un’entità spirituale ostacolatrice, anche se non solo tale, come Lucifero con Jahve-Jehova. La situazione si presenta in maniera specularmente del tutto analoga a quella venuta in esistenza nella lotta tra le confraternite occulte americane e britanniche da una parte, e quelle indiane dall’altra, con Helena Petrovna Blavatsky che, cercando di districarsi, appartenne per un tempo alle prime, e poi si schierò, o meglio fu spinta, e finì, nelle mani delle seconde. Ambedue le parti appartenevano a quella che in occultismo si definisce essere ‘la via dei fratelli della sinistra’, ossia la via di individualità e gruppi che – in maniera veramente “sinistra” – perseguono, con metodi a dir poco molto ‘spregiudicati’, finalità non disinteressate di potenza particolare, e non le finalità che il Mondo Spirituale pone all’uomo nella sua non unilaterale universalità, ossia le finalità che lo Spirito pone all’Uomo, e all’Umanità. Infatti, sempre nel più volte citato ciclo I movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura, GA-254, nella quinta conferenza, Rudolf Steiner entra molto nei particolari, ed afferma l’esatto contrario di quanto scrive Orao in Resurrezione. Così leggiamo alle pp. 86-89:

«Vediamo come in realtà dall’inizio dell’evoluzione terrestre l’intenzione di Lucifero e Arimane fosse quella di far sparire nell’ottava sfera l’intera evoluzione terrestre. Per contrastarli gli esseri appartenenti agli Spiriti della Forma dovettero creare un contrappeso. Quello da loro creato consiste nell’aver inserito per così dire nello spazio dell’ottava sfera qualcosa che vi si oppone.

Se vogliamo disegnarlo in modo esatto, dovremmo rappresentare la cosa in maniera che, se in un punto abbiamo la Terra, dobbiamo disegnare intorno l’ottava sfera come facente parte della Terra fisica. In fondo siamo ovunque circondati dalle immaginazioni nelle quali di continuo deve venir portato l’elemento minerale, materiale. Appunto per questo, ad opera di Jahve o Jehova , si ebbe il sacrificio, l’esplulsione delle forze lunari da cui risultò una sostanza molto più densa della solita sostanza fisica, mineralizzata e che Jahve stabilì nella Luna come azione contrastante. Si trattava di una sostanza molto solida, ed è ciò che Sinnett descrisse in modo particolare; una sostanza molto più fisica, più minerale di quella ovunque presente sulla Terra, affinché Lucifero e Arimane non la potessero disciogliere nel loro mondo immaginativo.

La Luna dunque ruota nello spazio come una materia solida, vitrea, dura soda, compatta, infrantumabile. Persino nelle descrizioni fisiche della Luna, se lette con sufficiente attenzione, si può trovare una certa corrispondenza con quanto è stato detto. Tutto quel che era disponibile sulla Terra venne tolto da lì e inserito nella Luna affinché vi fosse in misura sufficiente materia fisica che non potesse essere assorbita. Osservando la Luna  scopriamo che nell’universo si trova un materiale fisico molto più compatto di quanto si trovi in un qualunque punto della Terra. Dobbiamo dunque considerare Jahve l’entità che, già nell’ambito fisico, fece in modo che non tutto l’elemento materiale venisse assorbito da Lucifero e Arimane. A tempo opportuno il medesimo spirito provvederà a far sì che la Luna rientri nella Terra, quando questa sarà diventata abbastanza forte da accoglierla di nuovo, quando il pericolo si sarà allontanato grazie a un’adeguata evoluzione.

Questo nell’ambito minerale fisico esterno. Anche per quanto riguarda l’uomo si dovette creare un contrappeso alle intenzioni esistenti riguardo il capo umano. Proprio come all’esterno dovette venire condensata materia, affinché Lucifero e Arimane non potessero discioglierla con la loro alchimia, così pure nell’uomo andava contrapposto qualcosa all’organo che più subisce i loro attacchi. Jehova dovette dunque provvedere, come per l’ambito minerale, perché non tutto diventasse preda degli attacchi di Lucifero e Arimane.

Era necessario che nell’essere umano non potesse diventare preda di Lucifero e Arimane tutto quanto proviene dal capo. Si dovette fare in modo che non tutto si fondasse sul lavoro  del capo e sulle percezioni sensorie esterne, poiché lì Lucifero e Arimane avrebbero avuto partita vinta. Andava creato un contrappeso nell’ambito della vita terrena: in noi doveva esserci qualcosa del tutto indipendente dal capo; fu raggiunto grazie al lavoro degli Spiriti della Forma regolari: fu impresso nel principio terreno dell’ereditarietà il principio dell’amore; ossia nel genere umano vive ora qualcosa che è indipendente dal capo, che passa di generazione in generazione e che nella natura fisica umana ha il suo livello più basso.

Tutto quanto è connesso con la riproduzione e con l’ereditarietà; tutto quanto è indipendente dall’uomo, tanto che egli non vi possa intervenire con il suo pensare; tutto quel che la Luna è nel firmamento, nell’essere umano è il principio dell’amore che compenetra la riproduzione e l’ereditarietà. Da ciò nasce la lotta furibonda di Lucifero e di Arimane che attraversa la storia nei confronti di tutto quanto proviene da tale ambito. Lucifero e Arimane ci vogliono sempre imporre il dominio esclusivo del capo e dirigono i loro attacchi per la via indiretta del capo contro tutto ciò che esteriormente è solo parentela naturale. Tutto quanto sulla Terra è sostanza ereditaria non può infatti venire preso da Lucifero e Arimane. Ciò che la Luna è in cielo, sulla Terra fra gli uomini è l’ereditarietà. Tutto quel che si fonda sulla trasmissione ereditaria, tutto quel che l’uomo non penetra con il pensiero, quel che è connesso con la natura fisica, è principio jahvetico. Tale principio è attivo al massimo la dove opera la natura per così dire «naturale»; lì Jahve ha riversato al massimo il suo amore naturale, per creare un contrappeso alla mancanza d’amore, alla tendenza luciferica e arimanica verso la saggezza.

Si dovrebbero ora penetrare a fondo certi argomenti dibattuti di recente, partendo da altre prospettive, per mostrare come nella Luna e nell’ereditarietà umana siano state create dagli Spiriti della Forma barriere contro Lucifero e Arimane. Riflettendo più a fondo su tali cose, si troverà in questi accenni qualcosa di molto importante.  

Per comprendere almeno in parte tutto questo, si deve partire da una prospettiva ancora un poco diversa. Se si considera l’evoluzione umana secondo la mia Scienza Occulta, nel suo procedere attraverso Saturno, Sole e Luna, si vedrà che su Saturno, sul Sole e sulla Luna non si può parlare di libertà. L’essere umano è inviluppato in tessuto di necessità: tutto è necessario. Nell’uomo venne inserita la natura minerale: doveva diventare un essere compenetrato dall’elemento minerale per poter maturare verso la libertà. Di conseguenza poteva essere educato alla libertà solo nel mondo sensibile, terreno».   

Dopo aver “rotto le dighe” che separavano l’umano da una sorta di “trascendenza verso il basso”, aprendo il varco all’emergere dalla sfera subsensibile delle peggiori forze antispirituali e antiumane, gli Ostacolatori si servirono di un mezzo più raffinato – e più pericolosamente corruttore – per trascinare nel materialismo il pensare umano. Anche su questo punto, non facile per molti da scoprire e intelligere, Rudolf Steiner getta una vivida luce, che mostra quanto poco accorti siano gli umani: molti spiritualisti compresi. Così leggiamo alle pp. 92-93:

«Considerando il puro materialismo terrestre, l’uomo con il proprio pensiero è ben in grado di scoprire che non esistono gli atomi.. se dunque si rimane semplicemente sul piano di tale materialismo, [per i fini delle deità ostacolatrici] non si andrà molto lontano. Rendendolo invece occulto, si potrà certo corrompere il pensare umano. A tal fine la possibilità migliore era far passare come ottava sfera la Luna che venne creata come contrapposta all’ottava sfera. Se la gente ritiene infatti che la materia creata come contrappeso all’ottava sfera sia l’ottava sfera stessa, si va oltre ogni immaginabile materialismo terrestre. E questo avvenne con le affermazioni di Sinnett. Il materialismo viene così portato nel campo dell’occulto, e l’occultismo diventa materialismo. Ma presto o tardi la gente lo avrebbe scoperto. La Blavatsky, che vedeva a fondo nel divenire terreno, intuì qualcosa al riguardo, dopo aver scoperto gli intrighi di quella strana indivividualità di cui ho già parlato. Si accorse che non si poteva continuare così, si doveva fare altrimenti. Sotto l’influsso degli occultisti indiani di sinistra disse: si deve fare altrimenti, ma in un modo o nell’altro si deve creare qualcosa cui non sia tanto facile pervenire.

Per creare dal canto suo qualcosa che andasse oltre le affermazioni di Sinnet, aderì alle proposte degli occultisti che la ispiravano. Appartenendo alla sinistra, questi non miravano ad altro che ai loro interessi particolari. Miravano cioè a fondare sulla Terra un sistema di sapienza dal quale Cristo fosse escluso e ne fosse escluso anche Jahve. Nella teoria bisognava dunque celare qualcosa che a poco a poco avrebbe eliminato il Cristo e Jahve.

Decisero quindi: si guardi un po’ Lucifero (di Arimane non si parlava; lo si conosceva così poco che si usava lo stesso nome per entrambi). Egli è in effetti il grande benefattore dell’umanità, e porta agli uomini tutto quello che possiedono grazie alla testa, al capo: scienza, arte, in breve ogni progresso. Egli è il vero spirito di luce, a lui ci dobbiamo appoggiare. Che cosa fece Jahve in realtà? Da lui discese sugli uomini l’ereditarietà fisica. È un dio dio lunare, e introduce l’elemento lunare. Da ciò l’affermazione della Dottrina segreta: non ci si deve attenere a Jahve, poiché egli è soltanto il signore dell’elemento sensibile e di tutto il basso elemento terrestre; Lucifero è il vero benefattore dell’umanità. Tutta la Dottrina segreta è redatta in modo che questo vi traspaia e vi sia chiaramente enunciato. Perciò anche la Blavatsky dovette venir disposta, per motivi occulti, a nutrire odio per Cristo-Jahve. In ambito occulto infatti una tale posizione riveste lo stesso significato che ha nell’opera di Sinnett l’affermazione che la Luna è l’ottava sfera».

Un ultima citazione, tratta dalla sesta conferenza del medesimo ciclo, sintetizza bene quel che Rudolf Steiner vuol comunicare circa la falsificazione che nell’Ottocento venne operata attraverso personalità manovrate come Sinnett e la Blavatsky, della Società Teosofica, da parte di “sinistri” occultisti, che pescavano nel torbido per i loro non dichiarati fini. Ecco quanto possiamo leggere alle pp. 115-116:

«Quante volte nel nostro movimento si è detto che il nostro insegnamento non deve essere semplice teoria, ma vita reale! Facendone una semplice teoria lo si uccide; lo si consegna ad Arimane, il dio della morte. È il modo migliore per consegnargli quel che viene insegnato per rimuoverlo regolarmente dal mondo. Inoltre è un metodo molto simile, come si vede, a quello adottato dalle individualità che, diciamo, stavano dietro a Sinnett. Gli diedero una direzione precisa, che non era giusta, per guidarlo verso un certo orientamento falso: denigrare proprio ciò che è giusto. La Luna, che in quanto Luna fisica è un modo di paralizzare l’ottava sfera, viene dichiarata ottava sfera. Così l’ottava sfera viene appunto nascosta, eliminata. Più tardi ciò fu corretto da H.P. Blavatsky, dicendo che Jahve creò soltanto la sfera inferiore dell’esistenza, la sfera sensoria umana (mentre con la Luna egli creò un rimedio rispetto all’ottava sfera). Il metodo consiste dunque nel diffondere la nebbia del vilipendio su qualcosa, ponendolo così in una falsa luce».   

Se ben si osserva, in forma diversa – ma neanche poi tanto – è proprio quel che è accaduto nel caso delle “rivelazioni” che Orao comunica in Resurrezione: viene vilipesa un’elevatissima entità spirituale, un’entità della gerarchia degli Elohim, l’Eloha, o Eloah, Jahve, identificato in maniera errata, e oggettivamente menzognera, con una entità ostacolatrice come Lucifero. Viene falsata la corretta concezione della Luna – sulla quale Jahve, compiendo un plurimillenario sacrifico ha preso dimora – la cui funzione è proprio quella di paralizzare gli effetti negativi dell’azione di Lucifero e Arimane, i quali vorrebbero trascinare l’intera umanità, e l’evoluzione della Terra, nella spettrale ‘ottava sfera’, da essi dominata.  

Ma una volta che, con tutta chiarezza, sono stati individuati quali siano gli errori – che sul piano occulto oggettivamente, risultano essere vere e proprie menzogne – errori che son presenti sin dalle prime pagine del libro Resurrezione di Orao, è necessario ricercare, e rendersene bene conto, del come e del perché possano sorgere in un’anima simili errori. Ciò è tanto più necessario in quanto tutta l’impostazione della Via dell’Iniziazione ne dipende. E si tratta di qualcosa che è bene conoscere – e conoscere appunto beneprima di intraprendere a percorrere l’aspro Sentiero della Conoscenza, perché dopo si rischia che le molte illusioni, e le risultanti deformazioni dell’anima, rendano impossibile l’abbandonare il falso sentiero. E non vi è nient’altro che possa generare illusioni senza numero quanto un’atavica, inferiore, ‘chiaroveggenza’. Questa un tempo –salvo alcune eccezioni volute dal Cielo e dai Numi per particolari ragioni, e che vedremo più in là – aveva avuta la sua funzione, e la sua ragion d’essere: ce l’aveva soprattutto in un tipo umano sempre meno affondato nella materialità corporea quanto più indietro si risale nel tempo. Ma oggi essa ha, per l’uomo compiutamente moderno, un carattere recessivo, e decisamente regressivo: è qualcosa che è saggio eliminare dalla propria anima, per la salute e la salvezza della medesima.

Rudolf Steiner esclude categoricamente che le comunicazioni della Scienza dello Spirito – frutto delle investigazioni dell’Iniziato chiaroveggente: investigazioni talvolta lunghe, difficili, e necessitanti di severi controlli – debbano essere accettate, e credute per fede. Anzi, egli vede un grande pericolo proprio nell’affermazione che quanto viene da lui comunicato debba essere accolto per fede, senza un controllo razionale, rinunciando al proprio sano raziocino. Infatti nella quinta conferenza del sopra più volte citato ciclo, alle pp. 96-97, Rudolf Steiner così si esprime:

«In tutti questi anni in cui ci siamo occupati di scienza dello spirito ho cercato di esporre le cose in modo che sia evidente a chi vi aderisce come le si possano comprendere pur senza essere ancora pervenuti alla chiaro veggenza. Ho cercato di non pubblicare nulla che non possa rientrare in tale ambito. Quindi solo chi favorisce che l’uomo passi nell’ottava sfera può avere qualcosa contro il movimento scientifico-spirituale. […] dobbiamo perciò osservare le cose che ci vengono presentate e non dire che fra di noi esse vengono accolte per fede nell’autorità. Non dovrebbe mai comparire la frase che le verità vengono accolte soltanto perché le dico io! Peccheremmo contro la verità, se dicessimo qualcosa di simile. È possibile che qualcosa si fondi sulla fiducia; ma non se ne può fare un principio, dovrebbe essere un motivo che ciascuno tiene per sé, mentre un altro potrebbe procedere meglio verificando invece di accettare per fiducia.

Proprio attraverso la verifica si vedrà come stanno le cose. Ogni qualvolta è apparsa fra noi la parola fiducia, ci si è trovati in pericolo: era un segno che eravamo entrati in un periodo in cui qualche pericolo ci minacciava. Il modo di comportarsi finora assunto deve avere fine, perché la scienza dello spirito non si fonda sull’autorità, ma sulla conoscenza. Il tempo in cui non dava problemi presentare la scienza dello spirito è passato».

La fede nell’autorità nel campo delle questioni spirituali, è il frutto del nefasto dominio bimillenario della teologia cattolica, la quale ha imposto – anche con estrema violenza – l’obbligo di credere quel che il supremo Oracolo – come veniva chiamata l’autorità del papa nel Settecento – imponeva doversi credere. Questa rinuncia all’esperienza diretta dello Spirituale, accompagnata dalla rinuncia all’uso del proprio personale raziocinio, e del sano buon senso, apre la strada alle peggiori infatuazioni, alle più crasse superstizioni, a tutte quelle “cabale” e macchinazioni, che il mio ottimo amico C., coraggioso asceta d’altra dottrina, definisce «essere le dinamiche tipiche del mondo settario», nonché «tratto caratteristico della mediocrità delle petites chapelles, delle parrocchiette». E infatti, Rudolf Steiner, quasi alla fine della stessa conferenza avverte, e al contempo ammonisce, a p. 98, che «L’odio è molto più diffuso di quanto si pensi; bisogna tenerne conto. La verità viene dunque sempre odiata, e quando vuole affermarsi sono già in atto artifici per far sì che si trasformi, si trasmuti in modo da servire alle potenze oppositrici. In alcuni tentativi, apparsi in mezzo a noi, dobbiamo appunto vedere lo sforzo per far sì che la verità che compare presso di noi venga capovolta, usata in altro modo». Appunto, quel che più volte su questo temerario blog, è stato chiamato ‘trasbordo ideologico inavvertito’.  

Se torniamo  all’aureo volumetto Filosofia e Antroposofia, tradotto da Lina Schwarz, grande amica di Marie Steiner, ed edito per la prima volta da “La Prora”, Milano, 1938, troviamo nella seconda parte di esso la trascrizione di una conferenza di Rudolf Steiner, da lui tenuta a Stoccarda il 13 dicembre 1909, conferenza che a me pare di grande momento, in quanto chiarisce a fondo proprio la questione della ‘chiaroveggenza’, atavica o meno, in rapporto all’autentica esperienza spirituale, e soprattutto sottolinea l’importanza di una salda formazione di pensiero. Anche nella suddetta conferenza, Rudolf Steiner nega decisamente che per accogliere i contenuti della Scienza dello Spirito, della concezione spirituale portata nel mondo dall’Antroposofia, siano necessari “atti di fede” di qualsivoglia tipo. Infatti, alle pp. 82-85, rispondendo alla domanda ch’egli si pone: «Che cosa ci comunica veramente l’antroposofia?», afferma:

«Ci comunica fatti, verità derivanti dalla sfera dei mondi spirituali soprasensibili; fatti che la coscienza chiaroveggente è in grado d’indagare in quei mondi spirituali.

È vero che chi riceve tali comunicazioni, senza essere egli stesso chiaroveggente, non può, a tutta prima, persuadersi dei fatti come tali per propria visione immediata; è vero che accoglie semplicemente le comunicazioni ma non può constatarle con la sua visione chiaroveggente; sarebbe però totalmente errato credere che l’uomo non chiaroveggente non possa esaminare e riconoscere le cognizioni oggi comunicate dall’antroposofia, e sarebbe falso affermare che le comunicazioni derivanti dalla coscienza chiaroveggente siano perciò da accogliersi unicamente per fede, sull’autorità di chi le espone. Se così fosse, se si dovessero semplicemente accettare per fede, queste comunicazioni sarebbero oltremodo imperfette, manchevoli. Fatti che si comunicano nel modo giusto richiedono certamente la chiaroveggenza per poter essere scoperti; ma, trovati e narrati che siano, anche da una sola persona, la semplice ragione umana scevra di preconcetti può comprenderli e vederne la verità con mezzi accessibili al piano fisico. Chiunque ascolti quei fatti può, prendendosi il tempo necessario, esaminarli con le facoltà del piano fisico, senza crederli per fede cieca; se sono verità storiche, potrà investigare tutti i documenti, tutte le scritture esistenti, e vi troverà confermati i dati ottenuti con la chiaroveggenza; quanto più le sue ricerche saranno esatte e accurate, tanto meglio troverà la conferma desiderata. Se invece sono verità della vita vissuta, come, ad esempio, la reincarnazione e il karma, e la descrizione della vita fra la morte e una nuova nascita, basterà osservare spregiudicatamente quel che la vita stessa offre, e quanto meglio lo si osserverà, tanto più si troverà confermato quel che ne dice il chiaroveggente. Ci sono insomma tutte le possibilità di constatare nel mondo fisico esteriore quel che si scopre nei mondi soprasensibili; e la ricerca di questa constatazione dev’essere per noi una necessità imprescindibile. Non dobbiamo affatto ripetere la frase: «Queste cose vanno credute per fede». No; quel che forse, da principio, solo pochi sono in grado d’investigare, dobbiamo provarlo al contatto con la vita; non dobbiamo affatto accettarlo per fede cieca, ma esaminarlo senza pregiudizi.

Naturalmente. In un certo senso, un tale esame è faticoso. Richiede uno sforzo di pensiero, e uno strenuo lavoro per trovare nel mondo fisico la conferma di quanto l’indagine soprasensibile comunica. E qui tocchiamo un punto importantissimo della nostra questione. «È necessario o almeno è bene che l’uomo attuale, oltre a nutrire l’aspirazione giustificatissima di penetrare da sé nei mondi spirituali, eserciti a fondo ed energicamente il proprio pensiero del piano fisico?». In altre parole: «Fa bene lo studioso di antroposofia a vincere l’inerzia di pensiero che abbondantemente porta con sé dal mondo extra-antroposofico, e ad elaborare seriamente il suo pensiero, a impadronirsi e a servirsi dei soli mezzi coi quali si può conoscere l’uomo, partendo dal mondo fisico?». (È persino difficile far capire con chiarezza e precisione alla coscienza attuale che cosa s’intenda con ciò!)».

In effetti – si potrebbe facilmente osservare – che anche per scoprire nuove leggi matematiche occorre avere un intuito matematico, che ben pochi posseggono. Ma una volta che una legge matematica è stata scoperta, ed adeguatamente esposta, non deve certo venir accolta per mistica fede: con un energico lavoro di pensiero, chiunque può verificare l’intero campo della matematica, che magari sarebbe impotente a scoprire con le sue sole proprie forze. Per scoprire il calcolo integro-differenziale, ci sono voluti un barone Gottfried Wilhelm von Leibniz in Germania e un sir Isaac Newton in Inghilterra; per definire il calcolo ottico parassiale, come caso particolare dell’ottica classica, e determinare gli elementi cardinali di un tale sistema ottico, è stato necessario, sempre in Germania, un Carl Gauss; per scoprire sperimentalmente e dimostrare teoricamente, con semplicità classica, il più perfetto metodo di controllo dei sistemi ottici mediante le frange di interferenza, è stato necessario in Italia un Vasco Ronchi;  ma di comprenderli a fondo, ed applicarli adeguatamente, è capace qualsiasi adolescente che in un buon liceo si appassioni alla materia, e studi con energia. Ma, sovente, gli umani temono e avversano la nobile fatica del pensare, come il caso che Rudolf Steiner, alle pp. 86-87, cita di uno che si era avvicinato all’Antroposofia, ma che rifuggiva, per turpe accidia, dallo sforzo di pensare, e che così commenta:

«Ecco un bell’esempio dell’inerzia di pensiero con la quale molti si accostano all’antroposofia. Non appena si sono acquistati una credenza, sono paghi, e schivano la fatica di elaborarsela passo passo in quelle rappresentazioni tutt’altro che comode da acquistare. Ma così facendo, non si può mai arrivare ad altro che a una fede cieca, mentre non si tratta più di fede cieca quando si disciplini realmente il proprio pensiero, e non si cerchi con avidità solo di acquistare le facoltà che conducono a un grado elementare di chiaroveggenza».

Rudolf Steiner con fervore indicò l’assoluta necessità di un tale energico lavoro di pensiero. Egli affermava che per quanto in vite passate uno possa essersi appropriato – per via di spontanea veggenza atavica o attraverso l’applicazione dei metodi dell’occultismo antico – di grandiose percezioni, non per questo nelle vita successiva esse verrebbero ricordate, a meno che non fossero state trasformate in pensieri. Mentre, oggi, ciò che, con le forze dell’anima cosciente, viene conquistato con il pensiero puro – quel pensiero puro-libero dai sensi, che abbiam visto essere svalutato nella citata rivista romana – è tale che connaturandosi con l’Io, diverrà parte della non più smarribile ‘memoria spirituale’ di tutte le future vite terrene. Su questo punto, Rudolf Steiner è del tutto esplicito. Inoltre, se continuiamo l’elaborazione meditativamente pensante di Filosofia e Antroposofia, alle pp. 91-95, espresso con parole che mostrano come, da questo punto di vista, la condizione umana sia – come da sempre afferma tutta la tradizione orientale – ‘suprema’ anche rispetto agli Dèi, troviamo:

«Perché gli Dei hanno creato gli uomini? Perché solo negli uomini potevano sviluppare certe facoltà che altrimenti non sarebbero mai venute ad esistenza. La facoltà di pensare, di rappresentarsi qualcosa in pensieri che siano legati al discernimento, questa facoltà può svilupparsi soltanto sulla nostra Terra; non esisteva prima; poteva sorgere solo pel fatto che fossero stati creati gli uomini. Se vogliamo usare un paragone, supponiamo di avere un chicco di frumento; possiamo guardarlo, ma, per quanto lo guardiamo, non ne nascerà una spiga; dobbiamo seminarlo nella terra e lasciarlo crescere, cioè lasciare che le forze della crescenza agiscano su di esso. Ciò che gli Dei avevano prima della formazione dell’uomo, può essere paragonato al chicco di frumento; perché potesse germogliare in forma di pensieri, doveva prima esser coltivato sul pian fisico per mezzo di uomini. Non c’è altra possibilità di coltivare pensieri dall’alto dei mondi spirituali, se non quella di farli germogliare in incarnazioni umane. Sicché ciò che gli uomini pensano quaggiù sul piano fisico è qualcosa di unico nel suo genere, che deve aggiungersi a quel che è possibile nei mondi superiori. L’uomo era effettivamente necessario; altrimenti gli Dei non lo avrebbero creato. Gli dei hanno fatto sorgere l’uomo per ottenere attraverso lui, anche sotto la forma del pensiero, quel che essi già possedevano. Quanto scende dai mondi spirituali, non potrebbe mai ricevere la forma del pensiero, se l’uomo non fosse in grado di dargliela. E l’uomo che sulla Terra non vuol pensare, sottrae agli Dei quello su cui hanno fatto conto, e quindi non può raggiungere ciò ch’è il vero còmpito e la vera destinazione umana sulla Terra. Lo può raggiungere soltanto in quell’incarnazione nella quale prende la determinazione di lavorare col pensiero.

Se si riflette su ciò, il resto ne vien fuori di conseguenza.

Le rivelazioni intorno al mondo spirituale, ai veri fatti del mondo spirituale, possono penetrare nell’anima umana nei modi più svariati. È certo possibile, e oggi nella maggior parte dei casi avviene realmente, che gli uomini giungano a una veggenza visionaria senza essere buoni pensatori; (è maggiore il numero di coloro che giungono alla chiaroveggenza senza essere pensatori che essendolo); ma c’è un gran differenza tra le esperienza che fa nei mondi spirituali un acuto pensatore e un uomo che non lo sia. È una differenza che si può esprimere così: «Le rivelazioni che provengono dai mondi superiori s’imprimono nel miglior modo in quelle forme di rappresentazioni che noi portiamo loro incontro come pensieri. È il miglior recipiente».

Ora, se non siamo pensatori, le rivelazioni devono cercarsi altre forme; ad esempio la forma dell’immagine. Infatti, il simbolo è la forma più frequente nella quale chi non è pensatore riceve le rivelazioni. I chiaroveggenti visionarî, che non siano anche pensatori, vi racconteranno in forma di simboli le rivelazioni che ricevono. Tali simboli son certo belli; però dobbiamo sapere che l’esperienza soggettiva è diversa nel caso che si ricevano rivelazioni essendo pensatori o non essendolo. Un non pensatore, che riceva una rivelazione, vede sorgere davanti a sé un simbolo, una figura che gli si manifesta dal mondo spirituale. Vede, ad esempio, una figura d’angelo, oppure una croce, un ostensorio, un calice; vede comparire uno di quei simboli nel campo soprasensibile, come un’immagine finita, e sa che questa è bensì una realtà, ma sotto forma di un’immagine. Già per la coscienza soggettiva le esperienze provenienti dal mondo spirituale sono sperimentate dal pensatore in un altro modo; si presentano diversamente, non in modo immediato come per il non pensatore. Il pensatore che riceva una rivelazione dal mondo spirituale, non la vede nel momento stesso in cui la riceve, ma un po’ più tardi; e nel momento in cui la vede, l’ha già afferrata col pensiero, può già distinguerla e sapere se è verità o menzogna. ciò che gli appare dal mondo spirituale, gli appare un po’ più tardi, ma già compenetrato di pensiero, così ch’egli è in grado di discernere se è illusione o realtà; egli, per così dire, riceve qualcosa prima di vederlo. Naturalmente lo riceve nello stesso momento in cui lo riceve il non pensatore, il chiaroveggente visionario; ma lo vede un poco più tardi, e, quando lo vede, l’apparizione è già compenetrata di pensiero, di giudizio, sì ch’egli può sapere se è una vana parvenza, se è una semplice oggettivazione dei suoi proprî desideri, o una realtà oggettiva. Questa è la differenza nell’esperienza soggettiva. Il chiaroveggente visionario non pensatore vede l’apparizione subito; il pensatore la vede un po’ più tardi; ma pel primo essa resterà quale l’ha vista, e così egli potrà descriverla; il pensatore invece potrà collocarla al suo posto fra le esperienze del mondo fisico abituale, e metterla in relazione con esse; poiché anche il mondo fisico è, come quella rivelazione, un’estrinsecazione del mondo spirituale.

Così potete già vedere che, se vi accostate al mondo spirituale armati dello strumento del pensiero, ne avrete grande sicurezza nel giudicare di quanto vi verrà comunicato».

E qui viene non solo da pensare quanta gratitudine il sincero ricercatore spirituale deve a Rudolf Steiner, al Maestro dei Nuovi Tempi, per averci portato la conoscenza del Mondo Spirituale in concetti. Chi conosca la letteratura ermetico-rosicruciana, e quella kabbalistica, dei secoli scorsi, sa bene come sia difficile – quasi al limite dell’impossibilità – il districarsi nel labirinto di simboli, dei quali è saturo il linguaggio immaginativo attraverso il quale veniva allora lasciato trapelare qualcosa della conoscenza del mondo spirituale. E grande è la gratitudine che l’audace cercatore dello Spirito deve a Massimo Scaligero per quanto ci ha donato in limpido pensiero, sia come contenuti che come metodo realizzativo. A questo proposito, non voglio trascurare di riportare quanto Massimo Scaligero scrive nel terzo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, III edizione, Tilopa, Roma, 1979, ove parlando dell’esperienza del momento originario del pensiero, alle pp. 11-12, così si esprime:

«Come esperienza è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori».

Vi è grandissima differenza tra l’impostare la ‘Via spirituale’ conoscitivamente come ‘Via del Pensiero’, ossia come un’attività conoscitiva del pensare, che non accetta presupposti di nessun tipo, se non il suo stesso essere allo stato puro, il suo stesso moto condotto sino al punto in cui esso diviene coscientemente automovimento e forma ‘vuota’, nel senso mahayanico, di se  medesimo, e, invece, una ‘via mistica’, basata su una emotività animica, e alimentata da una incontrollata ‘chiaroveggenza’ dalla quale, come abbiamo potuto constatare, può sorgere ogni sorta di errori, una via che si appoggia a discutibili ‘presupposti religiosi’, se non addirittura ‘confessionali’. Questo non voler rinunciare a non verificati presupposti religiosi – sedicenti ‘cristiani’, ma non per questo automaticamente ‘cristici’ – può portare non solo, sul piano conoscitivo, ad enormi, fatali, e distruttivi errori nell’ambito di una veggenza visionaria, scambiata per autentica percezione spirituale, ma altresì ad azioni oltremodo devianti e pericolose sul piano della volontà, ossia sul piano dell’agire morale. Di simili deplorevoli casi, ne abbiamo, purtroppo, gran copia nella storia del movimento antroposofico – cosa che, con grandissima facilità, potrei documentare ad abundantiam – ed eziandio anche nella storia del movimento antroposofico in Italia, e nelle stesse file di discepoli di Massimo Scaligero. E – il candido lettore mi creda – pesa molto sul cuore a chi scrive il doverlo fare nel caso specifico di quanto scrive Orao, perché si tratta di un caso di dimostrata, aperta, impostura, o come dicono, e praticano da circa venti secoli, i rappresentanti dell’ortodossia clericale, di una ‘pia frode’, a loro dire ‘lecita’, perché compiuta – sempre a loro dire, naturalmente – ‘a fin di bene’.  

Un problema in più – un problema che, invero, lascia non poco perplessi – è quello di stabilire a ‘quale’ Orao sia da attribuirsi una simile, davvero poco commendevole azione. Questo perché, nella rivista romana, della quale su questo temerario blog ho avuto modo più volte di occuparmi, l’eteronimo Orao è stato usato non univocamente. Per la precisione – per quel che chi scrive ha potuto verificare direttamente – tale eteronimo è stato usato sicuramente per due persone molto diverse, anche se tra loro, in qualche modo collegate e, a suo tempo, collaboranti. Per esempio, in alcuni numeri della suddetta rivista romana – ne cito solo alcuni dalle caratteristiche più evidenti, ma potrei citarne molti altri – già nel n° 1 del primo anno della suddetta rivista romana compare un articolo, firmato Orao, intitolato Forme dell’anima asiatica, che sicurissimamente, per contenuti, stile, e conoscenze linguistiche proprie dell’orientalismo accademico, non è attribuibile all’Orao, autore degli scritti pubblicati dalla casa editrice Tilopa, Resurrezione e Madre. Altri articoli, sempre firmati Orao, attribuibili solo all’Orao ‘accademico’, li vediamo – ne cito ancora a caso solo alcuni – nei nn° 2 e 5-6 della detta rivista romana, intitolati anch’essi, appunto, Forme dell’anima asiatica, mentre nel n° 4 appariva un altro articolo, sempre a firma Orao, intitolato La metànoia di Sundar, attribuibile con certezza alla stessa penna. Decenni dopo, nel n° 73-74 di detta rivista, appare un altro articolo, intitolato Scaligero e il Graal, a firma sempre Orao, che per contenuti e stile attribuibile solo, anch’esso, alla stessa fonte dei precedenti. Molti altri scritti, a firma Orao, apparsi su quella rivista, come esegesi e commento ad un’opera di Rudolf Steiner, sono invece per contenuti, linguaggio, e stile similissimi, attribuibili unicamente all’Orao, autore del libro di cui mi sto occupando. Ma siccome, da quel che mi si dice, ho  motivo di pensare che quest’ultimo Orao non sia più in vita da alcuni decenni, vi è da chiedersi se vi sia stata da parte di ‘qualcuno’ – difficile dire, e provare, oggi, chi egli sia – in alcuni punti degli scritti pubblicati, Resurrezione e Madre, – chiamiamola così per usare parole decenti – una ‘sapiente’, ‘diligente’, ‘opera redazionale’. Ma lasciamo, per adesso, da parte questo spinoso problema, e affrontiamo quanto scrive Orao, a p. 90, di Resurrezione:

«Nell’opera La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, lo Steiner rivela che: «durante il congiungimento fisico l’uomo può sperimentare il contatto diretto con la prima Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini», ed ancora più avanti «il congiungimento fisico rappresenta nell’umano l’atto unico in cui non esiste più dualità per l’uomo, ma si attua eccezionalmente la completa unità fra la natura superiore e natura inferiore dell’uomo». Occorre quindi, ancora al presente, tenere in una certa considerazione tale esperienza per il significato che questa può mantenere al grado di evoluzione terrestre, ossia quale momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti e quale momento, per l’uomo e la donna, entro cui attuare l’atto resurrettivo della natura corporea da parte della natura superiore».

Ignoriamo, per ora, il discorso generale nel cui contesto quel paragrafo è inserito. Di quel contesto – alquanto problematico a dire il vero – vi sarebbe da occuparsi a lungo, et pour cause, ma consideriamo provvisoriamente soltanto il fatto che in questo paragrafo vengono attribuite a Rudolf Steiner parole precise, riguardanti l’amplesso tra uomo e donna, ossia l’atto sessuale stesso. Ora se vi è una cosa della quale – a quel che mi risulta – Rudolf Steiner non parla mai, un atto che non descrive mai, che non affronta mai, in nessuna forma, è proprio la sessualità. Massimo Scaligero, che sicuramente conosceva l’Opera di Rudolf Steiner molto più profondamente, e molto meglio, di Orao – di ambedue gli Orao – lo afferma abbastanza chiaramente in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972 – citerò da questa prima edizione, proprio perché la seconda, pubblicata dalle romane Edizioni Mediterranee, ha subito un pesantissimo, quanto molto discutibile, “intervento redazionale” (per chiamare un tale atto indebito con un’espressione elegante, ovvero con un caritatevole eufemismo), sul quale ebbi modo di scrivere sul presente blog – ove nel XV capitolo, Magia sexualis, a p. 195, scrive:

«È difficile trovare in Steiner chiarimenti sul problema del sesso: né mi risulta esistere una sua specifica trattazione dell’argomento».

Ora, avendo io a disposizione l’intera Opera – pubblicata e non pubblicata: in lingua originale, tutta; e in larga parte anche in traduzioni italiane, francesi, e inglesi – di Rudolf Steiner, posso confermare quanto ha scritto Massimo Scaligero: di una specifica trattazione del problema della sessualità nell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi non ve n’è traccia. E penso che ciò sia per una ben meditata scelta dello stesso Rudolf Steiner. Per cui mi son chiesto da dove potesse saltar fuori quella citazione inserita in Resurrezione, e surrettiziamente attribuita a Rudolf Steiner. Intanto, il libro citato con quel titolo, La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, nella traduzione di Lina Schwarz, venne pubblicato nel 1947, a Roma, dalla Casa Editrice Moderna, ed è apparentemente di difficile reperibilità. Ma solo apparentemente. In realtà, e l’editore romano di Resurrezione ovviamente questo lo sa e si guarda bene dal dirlo al lettore, si tratta solo della prima edizione italiana – apparsa quando ancora non esisteva, neppure in tedesco, la catalogazione dell’Opera Omnia di Rudolf  Steiner –  del GA-293, che fu ripubblicato, ventitré anni dopo, nel 1970, sempre nell’ottima traduzione, immutata, di Lina Schwarz, dalla milanese Editrice Antroposofica, col titolo Arte dell’educazione. Volume I°, Antropologia. Ebbene, ho sfogliato il libro, che possiedo da decine di anni, varie volte, da cima a fondo, e da fondo a cima, pagina per pagina, e rigo per rigo, e di quelle parole di Rudolf Steiner, nelle quali si parla dell’amplesso tra uomo e donna, e del contatto diretto, o indiretto, con la prima Gerarchia di Troni, Cherubini, Serafini, non vi è traccia alcuna. Non ve n’è parola. In nessuna pagina. Addirittura quelle elevate entità spirituali non vengono mai neppure nominate, a nessun titolo, nell’intero libro di 212 pagine. Per scrupolo, sono andato a guardare il testo tedesco di detta opera, Allgemeine Menschenkunde als Grundlage der PädagogikVorträge und Kurse, gehalten für die Lehrer der Freien Waldorfschule in Stuttgart, Vierzehn Vorträge, GA 293, Rudolf Steiner Verlag Dornach, 1992, che ho letteralmente “arato” pagina per pagina, rigo per rigo, usando anche il potentissimo motore di ricerca Mötteli, e il risultato è stato identico: della questione dell’amplesso, e di quella elevata Gerarchia spirituale, non vi è traccia alcuna: neanche una parola.

In definitiva, è relativamente secondario accertare quale dei due ‘Orao’, oppure anche una terza persona, abbia compiuto un cotale scempio: alterare, manomettere, falsificare in maniera sacrilega, l’Opera di Rudolf Steiner. Invece, quel che ben più importa è che venga pubblicata, in maniera insana e improvvida, nonché diffusa nel mondo, una menzogna, i cui effetti distruttivi nella vita dei singoli individui, delle Comunità spirituali, e del mondo, non devono essere in nessun caso sottovalutati e trascurati.

È evidente che siamo di fronte ad un atto ben grave. Se nel campo della ‘veggenza immaginativa’, atavica o meno, di fronte a risultati dimostrati errati, è ancora possibile pensare, in taluni casi, di trovarsi di fronte a buona fede, ad un’illusa buona fede, mentre, in altri casi, è certo che siamo di fronte a simulazione e menzogna, di fronte alla consapevole alterazione della stessa opera scritta di Rudolf Steiner – come abbiamo visto essere avvenuto nel caso di dati della sua Cronaca dell’Akashao di fronte ad una citazione, da me constatata essere inesistente nell’opera poco sopra nominata, si deve parlare di cosciente menzogna, di voluta manipolazione della verità, di volontà d’inganno, di aperta impostura. E l’amore per la Verità, la lealtà nei confronti dello Spirito, e dei sinceri ricercatori spirituali, la gratitudine verso il Maestro, impongono che non si taccia, e risulta essere necessario – come afferma Rudolf Steiner nel ciclo Risposte della Scienza dello Spirito a problemi sociali e pedagogici, GA-192, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, p. 257 – opporsi con ogni mezzo alla alterazione della Verità:

«Oggi non si può che chiamare menzogna la menzogna, anche se la menzogna appare in un posto del quale in astratto e in teoria si dice che ivi si cerca la verità. Sia che nascano in campo confessionale, sia in ambienti che cercano una concezione del mondo, oggi le menzogne, soprattutto quelle alle quali si possono contrapporre i fatti, devono venir bollate a fuoco, altrimenti non andremo avanti. Lo spirito della menzogna, lo spirito dell’inganno è infatti il maggior nemico del vero progresso spirituale».

Ancora una volta devo porre fine alla eccessiva lunghezza di questa nona parte. Nel proseguo del presente studio, dovrò approfondire – sempre sulla scorta della parola di Rudolf Steiner – la questione della ‘chiaroveggenza’, della ‘Via del pensiero puro’, e alcune altre questioni ancora più gravi di quelle affrontate sinora, questioni che sono la necessaria conseguenza dell’errata impostazione dell’intera mistica ‘via dell’anima’ – perché tale, in effetti, è –  quella indicata da Orao in Resurrezione.   

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT.2019)

 MAGG 14 LUGL 2016 FKHSIFS 060

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FOLGORE E RESURREZIONE

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NEL CENTRO DELLA SFERA OSSEA APPARE IMPOSSIBILE IL CALORE.

NUBE DI PIETRIFICAZIONE FRA LE CEREBRALITA’

IN CUI E’ ODIATA LA LUCE DELLE ESSENZE.

CIECA VOLONTA’ DELL’ADDENSARE PRECLUDE OGNI CONCEPIRE NEL VIVENTE.

POSSENTE TUMULTUARE DI ENERGIE

DALL’OSSEA QUALITA’ PROMANATE.

IL DESTINO DELLA CENERE E’ PERDERE OGNI DEGNITA’.

DILAGANO NEL RAZIOCINIO PROFONDE OPINIONI SENZA SENNO

CHE ORIGINANO DAL VORTICARE PIETRIFICANTE E VOLITIVO.

LA FONTE MORALE DELL’INTELLIGENZA

– RIPOSTA NEL VIVENTE AUREO CONNETTERE –

APPARE DEPRECABILE E IMPOSSIBILE.

I SOMMERSI NELL’OSSEO ACUTIZZARSI DEL GELO

NON SOLO SI NUTRONO DI PIETRE

MA NE SONO AFFASCINATI.

I PERDUTI.

GLI ENERGIZZATI NELLA MINERALITA’.

OVE LA SFERA OSSEA

– OPPRIMENTE E PERFIDA –

GIUNGE A VIVACIZZARE L’ODIO.

TALE RETROSCENA DI ENERGIE

APPARE E SI SVELA E INIZIA A INDEBOLIRSI

SOLTANTO QUANDO LE COSCIENZE

– NELL’ASCESI –

GIUNGONO A PENSARE NEL SILENZIO.

QUANDO GIUNGONO AD ESSERE COSCIENTI SENZA ATTINGERE FRA LE PAROLE CEREBRALI.

OVE NEL SILENZIO IL FUOCO APPARE.

OVE NELL’ATTIMO IL VERO VALORE PUO’ IRRAGGIARE.

CONSACRANDO.

FUOCO MORALE INTERNO AL CONTEMPLARE.

A TALE INTENSITA’ DI SGUARDO CONTEMPLANTE :

GIUNGE L’EVIDENZA DI CIO’ CHE SI OPPONE AL VERO.

E TALE EVIDENZA E’ VIVERE L’ORRORE DI CIO’ CHE ODIA IL SOLE IN UOMO.

E TALE EVIDENZA E’ VIVERLO MENTRE LO SI CONSUMA

ATTO DI VOLONTA’ NELL’ACUME CHE E’  SEPARARSI DAGLI ABISSI.

FRANGERE LE PIETRE MENTRE SI RITRAE L’OSSEA QUALITA’.

E’ SCUOTERE LE DENSE STANZE DELL’ANTI INTELLIGENZA.

E’ VIVERE STRENUAMENTE OVE LE FORZE SCULTOREE

ERIGONO LA MORALITA’ DEL COSMO.

VITA SOTTILISSIMA DELL’AUREO VALORE :

SI ACCENDE IN TUTTI COLORO CHE NELLA LIBERA SCELTA DELL’ASCESI

GIUNGONO A CONTEMPLARE LA FORMA UNITIVA DI UN INSIEME DI CONCETTI.

OVE LE COSCIENZE RISORGONO NEL RITO DEL PENSARE

E OTTENGONO DI IMPRIMERE VALORI SOVRUMANI

CHE IRRAGGIANO NEL MONDO.

FUOCO IMMATERIALE NELL’ATTO DELL’IDEA.

LAMPO DELL’ARCANGELO.

OVE IL PENSARE E’ L’UNICA ARMA DELLA SUPREMA LAMA.

FOLGORE E RESURREZIONE.

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2/18047

SCINTILLANTE AURORA

 

IL FUOCO PURO DELL’ALTARE GIUNGE A FARSI LAMPO DI AUREITA’.

GIUNGE A SCUOTERE I DESERTI IN CUI LE ENERGIE DELL’ESTREMO DISTORCERE

DOMINANO LE COSCIENZE DEI BLASFEMI.

QUANDO NELL’ALTA SINTESI  IL PIU’ INTENSO CONTEMPLARE

OTTIENE DI SEPARARSI DAL NUDO MENTIRE

CHE ALBERGA NEI GORGHI DI ENERGIE CORPOREE

CHE FINGONO IL PENSARE  :

QUANDO L’ESTREMA VERITA’ SFIORA IL VOLERE CONTEMPLANTE :

QUANDO LA SINTESI VOLUTA E’ TRACCIA SOTTILISSIMA

IN CUI SI CONSACRA L’ANGELO INTERIORE :

LA’ SI RIMESCOLANO GLI ABISSI INDEBOLITI

CHE PERDONO SUPERBIA CERTEZZA E TRACOTANZA

POICHE’ IMPOSSIBILE FORMA DI ARMONIE IN LAMPO SI TRASMUTA.

E LAVA.

SI ACCENDE LA PREGHIERA NELL’ESSENZA DI VOLONTA’

CHE ASCENDE LUNGO GLI APICI COSCIENTI

IN CUI I CONCETTI RICORDATI SONO SOLTANTO

– IN VARIO GRADO E MISURA –

LUCE OPERATIVA DEL VERO BENE.

E SUA LAMA.

E SUA IMPRONTA.

FUOCO DI LUCE TERSA CHE VIVE DI ETERNITA’.

E CHE ETERNITA’ RESPIRA.

VORTICE DI FERREA ESSENZA IN CUI ARDE BONTA’.

VORTICE IN CUI L’ANELITO E’ RICONNESSO AL SUO RESPIRO.

AL SUO PLASMANTE SILENZIO.

IN CUI NITIDISSIMA E RAREFATTA

LA SCINTILLANTE AURORA IRRAGGIA

L’INCONCEPIBILE CANDORE DELL’UNICO REDIMERE.

ALTISSIMO SANARE NEL CUORE DI TEMPESTA

FRA LE CELESTI VETTE DA CUI STA PER SCOCCARE FOLGORE.

ESSENZA DELL’ARCANGELO.

E SUO TRONO

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3/18048

SORGE DAL SOLE

 

LE FETIDE CAVERNE DELLA RABBIA

IN CUI LA MOSTRUOSITA’ RAZIOCINANTE SI AGGIUNGE AL MALEDIRE.

OSSIA AL PROMANARE ODIO.

POTENZE CHE HANNO UN TALE TERRORE DEI CIELI IDEANTI

DA NEGARE E COMBATTERE ANCHE OGNI LONTANISSIMO INDIZIO

CHE LI POSSA SUPPORRE.

CHE VI POSSA CONDURRE.

CHE NE ACCENNI LA VIA.

EPPURE I CIELI IDEANTI SONO TALI CHE CHIUNQUE

– FRA I MODERNI E IN OCCIDENTE –

IN VARIO GRADO E MISURA

PUO’ INNESCARE IL LORO POTERE SCULTOREO CHE SANA.

L’INCONCEPIBILE FOLGORE SOVRUMANA

PUO’ PERCUOTERE E SCALZARE LE PORTE DELL’ABISSO.

UN APICE DI SILENZIO PUO’ CONTEMPLARE

IL MISTERO DI UN INSIEME DI PENSIERI

CHE L’INTELLIGENZA TIENE UNITI

MENTRE SI INNALZA AI BORDI DELL’AURORA.

SOVRUMANO CHE LAMPEGGIA OVE IL PENSARE

SI AFFACCIA FRA LE FORZE FORMANTI

CHE PERMETTONO IL RICORDO.

FORZE FORMANTI CHE IN ESSENZA HANNO UN VOLTO

CHE NON E’ FIGURA MA VALORE.

VIVENTE QUALITA’ CHE PUO’ PLASMARE A NUOVO

– GRADUALMENTE –

I PILASTRI STRUTTURALI DEL SENTIRE.

PUO’ MOSTRARE LE VERE SENSIBILITA’ CELESTI

ALLE INTERIORITA’ OTTUSE

CHE NE RIFUGGIVANO IL PIU’ PALLIDO ACCENNO.

MENTRE NELL’ACUME LA VOLONTA’ SI FA FEDELE.

POICHE’ L’INSISTERE VOLUTO GIUNGE SEMPRE OLTRE L’UMANO

IN QUANTO IL PENSARE IN CUI SI PONE :

SORGE DAL SOLE IMMATERIALE.

ED E’ ARCANGELICO BAGLIORE.

QUALITA’ CHE IMPERA

SOTTILISSIMA

DOPO CHE FOLGORE E’ SCOCCATA.

REGALE E PURISSIMA.

TENACE E AFFILATISSIMA.

PURA.

DEL LOGOS.

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4/18049

AZIONE SOLARE

 

L’ALTISSIMO UNIRE DISSOLVE IL CONTORTO NEGARE.

ALTISSIMO UNIRE CHE

– IN ASCESI –

IL PENSARE CONCEDE AL LIBERO ARBITRIO DEI POCHI.

ALTISSIMO UNIRE

PER ATTIMI

TRASCENDE E PERCUOTE LA PIAGA NEGANTE.

DALL’ALTO IN CUI VI E’ SOLO SILENZIO

PROMANA UN POTERE CHE RETTIFICA IL MALE

E PER ATTIMI : LO PONE AL COSPETTO DEL VERO.

L’ATTORTO MENTIRE SUSSULTA E SI SPEGNE.

CONTRASTATO E LAVATO.

UN GORGO DI FORZE CADUTE

SI TENDE E SI SCUOTE

AL COSPETTO DEL LAMPO CHE NE SVELA I CONTORNI.

CHE NE SVELLE IL POTENTE GRAVARE.

CHE RIPRISTINA  IL VERO DAL CUORE DI STELLA.

PER ATTIMI DEGNI.

LAMPO INSISTITO INNESCA IL LAVACRO.

LENITI GLI EVENTI FUTURI CHE IL MENTIRE VOLEVA DI TENEBRA E ODIO.

ENERGIE CEREBRALI NORMALMENTE ACCOLGONO IL CAOS

CHE INFINE DIVENTA DESTINO

OSSIA POTENZA CHE DISEGNA IL DOLORE E LO IMPRIME.

MA ATTI DI ASCESI LIBERAMENTE VOLUTI

POSSONO ATTINGERE IMPOSSIBILI EVENTI SANANTI

CHE INFRANGONO IL TERREO DECISO LAMENTO.

LACERARE IL FUNESTO E’ AZIONE SOLARE DELL’UOMO.

NELL’AURA DEL LOGOS.

MANTENUTA SINTESI ESTREMA

CHE GIUNGE A FARSI POTENZA DI FOLGORE OCCULTA. 

NITIDISSIMA LUCE IL CUI INTERNO E’ AUREITA’ FIAMMEGGIANTE.

OGNI FORZA CHE IRROMPE NEL MONDO NE MUTA IL DESTINO.

LA FOLGORE DEL LOGOS SI ATTUA NELL’ARCANGELO.

ORO DEL PENSIERO GIUNTO A FARSI LAMA.

ARMA SOLARE DELL’IO.

SOLVENTE TEMPESTA DELL’UNICO REDIMERE.

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5/18050

IL FUOCO E IL DIVAMPARE

L’ESSENZA ESTREMA SI FA VALORE.

UNICO METRO DEL BENE.

ESSENZA ESTREMA : ULTIMA LUCE.

LA SINTESI E’ IL RICORDO MANTENUTO

IN CUI L’ULTIMA TRACCIA DEL CONCETTO :

SPLENDE DI RAREFATTA VITA SCULTOREA

CHE L’ACUME STRENUAMENTE INSEGUE MANIFESTANDO VERITA’.

IMPRIMENDO L’ORO DELLE VETTE

IN CUI LA PURITA’ PER ATTIMI E’ SOLENNE.

FERREA NITIDISSIMA EVIDENZA

AL CUI INTERNO IL SEME DELLA FOLGORE

– OSSIA ATTIMO DI LIBERAZIONE E INNALZAMENTO –

PUO’ ESSERE CONCESSO.

IL FUOCO E IL DIVAMPARE.

AMPIO RESPIRO DELLE ESSENZE

NEL QUALE PUO’ ESSERE ACCOLTA ED IRRAGGIATA LA VERITA’ VIVENTE.

IL LAMPO SOLVENTE CHE RISANA.

INAVVERTITO POTERE DEL REDIMERE.

RAREFATTISSIMA SPLENDE LA POTENZA

CHE IMPRIME IL VERO VOLTO DEL SOLARE.

ALTA L’AURORA E GLORIA DELLO STREMATO INSISTERE VOLENTE.

ARCANGELICA VIA INTERNA AL LAMPO DEL PENSARE.

ALTARE DELL’IMPOSSIBILE CHE GIUGE A FARSI RITO NELL’ORO E NEL METALLO.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-004

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VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. OTTAVA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Prima di esaminare quali siano le conseguenze della ben problematica ‘veggenza spirituale’ di Orao, quale la si può desumere dai numerosi errati risultati delle sue indagini, è bene documentare ulteriormente, attraverso le comunicazioni di Rudolf Steiner – onde fugare al candido lettore ogni residuo dubbio in proposito – le errate identificazioni tra varie personalità e individualità spirituali, che intervengono nello svolgersi dell’evoluzione dell’uomo. Anzi tutto, l’identificazione, veramente esiziale, che Orao fa tra Lucifero e Jahve o Jehova. Per esempio se andiamo a leggere un passo del ciclo di conferenze GA-104a, non tradotto, Aus der Bilderschrift der Apokalypse des Johannes. Dalla scrittura d’immagini dell’Apocalisse di Giovanni, Appunti di partecipanti di quattordici conferenze tenute a Monaco dal 22 aprile al 15 maggio 1907, e dodici conferenze a Kristiania (Oslo) dal 9 al 21 maggio 1909, nella decima conferenza di Kristiania, a p. 116, leggiamo:

«Una stella cade dal cielo e la Terra è ora in sconvolgimento così tumultuoso che diventerà deserta, sarà un luogo di punizione per coloro che sono cresciuti insieme a lei. Quando suona la sesta tromba, parla un Angelo dal Cielo: «Libera i quattro Angeli, che sono legati dal grande fiume Eufrate» (Apo., 9, 14). Questo significa che vive sulla terra e non si è evoluto alla spiritualità. Quegli esseri umani che avranno accolto Jahve-Christo, si faranno valere l’un l’altro nelle loro individualità; ciascuno di loro emergerà al di sopra di ciò che rimarrà come anima di gruppo».

Trascrivo, per documentazione, la frase in tedesco corrispondente a quella messa in grassetto nella citazione precedente: «Diejenigen Menschen, die den Jahve-Christus in sich aufgenommen haben, werden einander gelten lassen in ihren Individualitäten; jeder von ihnen wird emporragen über das, was als Gruppenseele verblieben sein wird».

Se, invece, andiamo a vedere quel che è detto ne Il Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca, 14 conferenze tenute a Kassel dal 24 giugno al 7 luglio 1909, GA-122, trad. it. Di Lina Schwarz, quarta ed. it., Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella settima conferenza, del 30 giugno, parlando dell’esperienza interiore di un discepolo di Giovanni dopo il battesimo nel Giordano, leggiamo:

«Egli sapeva inoltre che l’elemento spirituale che gli si presentava era il medesimo che Mosè aveva visto nel roveto ardente e nella folgore sul Sinai come Jahve, come “Io sono l’Io sono”, come “ejeh asher ejeh”. Egli veniva a sapere tutto ciò per mezzo del battesimo di Giovanni.

Quale è la differenza fra un siffatto stato di coscienza e quello di un antico iniziato? Un antico iniziato, quando veniva posto nello stato abnorme che ieri ho descritto, percepiva le antiche entità divino-spirituali che già erano unite con la Terra prima che a questa si unisse l’entità che Zarathustra aveva chiamato “Ahura Mazda” e Mosè “Jahve”.[…]

Osserviamo la disposizione d’anima di un iniziato, non dei misteri persiani, né di quelli egizi successivi, ma di un iniziato che avesse inoltre sperimentato ciò che si poteva accogliere mediante l’indagine occulta ebraica. Supponiamo che un tale iniziato avesse per esempio ricevuto anche l’iniziazione sull’antico Sinai, diciamo in un’incarnazione durante l’antica evoluzione ebraica, o anche prima. Egli era stato allora guidato alla conoscenza dell’antico mondo divino dal quale l’uomo era derivato. Egli penetrava, poi, con quella saggezza antichissima, con quella capacità di osservazione dell’antichissimo mondo divino, nello studio dell’insegnamento occulto ebraico. Ivi egli imparava a dire pressappoco quanto segue: “Ciò che ho conosciuto prima, erano gli dèi collegati con la Terra prima che la divinità Jahve-Cristo si fosse unita alla Terra stessa. Ora però so che lo Spirito più importante fra di essi, lo Spirito che li guida, è quello che gradatamente si è avvicinato alla Terra”».

Rudolf Steiner nel ciclo di conferenze Meraviglie del creato, prove dell’anima, manifestazioni dello Spirito, GA-129, 10 conferenze tenute a Monaco dal 18 an 27 agosto 1911, Editrice Antroposofica, Milano, 1993, parla apertamente della contrapposizione tra l’impulso luciferico e quello jahvetico, tra le deità luciferiche, alle quali si volgevano i Greci, e Jahve o Jehova, verso il quale andava tutta la venerazione degli antichi Ebrei. Nella quinta conferenza, del 22 agosto 1911, Rudolf Steiner così caratterizza, pp. 85-86, questa cruciale differenza:

«Proprio di fronte a ciò, se consideriamo l’ordine delle gerarchie, possiamo chiederci dove vadano collocati gli dèi greci, stando al modo di sentire del popolo. È chiaro che le caratteristiche di quegli dèi erano di per sé evidenti e che in sostanza per un certo aspetto li dobbiamo annoverare tutti quanti fra le entità luciferiche. Se si pensa all’impegno degli dèi greci, a quanto essi possano ricavare dagli eventi della vita terrena, non si può nutrire alcun dubbio che i Greci avvertissero che i loro dèi non avevano portato a termine la loro evoluzione sull’antica Luna, che anzi dovessero assolutamente trarre dall’evoluzione terrestre i vantaggi che anche gli uomini ne traggono. Risulta già da questo che i Greci erano consapevoli che il complesso del loro mondo divino aveva in sé il principio luciferico e non aveva conseguito il suo pieno sviluppo sull’antica Luna.

Sotto questo aspetto la coscienza che i Greci avevano dei loro dèi è in contrasto molto stridente con quella di un altro popolo. Nell’antichità vi era un popolo che in modo eminente era consapevole di essere sotto la guida di una gerarchia divina che per le sue condizioni evolutive aveva raggiunto la mèta completa della Luna. Chi ha ascoltato le conferenze che tenni lo scorso anno qui a Monaco, con quanto dissi riguardo agli Elohim e al sommo di loro, Jahve, non avrà dubbi che l’antico popolo ebraico fosse consapevole che gli Elohim e Jahve appartenevano a figure divine che non erano direttamente toccate dal principio luciferico sulla Terra, poiché avevano conseguito la loro completa mèta evolutiva sull’antica Luna. È il grande contrasto. La coscienza che l’antico popolo ebraico aveva del proprio Dio è espressa in modo meraviglioso nella possente e drammatica allegoria che ci viene incontro dalla notte dei tempi e di cui si comprenderà di nuovo il profondo significato quando la scienza dello spirito potrà approfondire anche queste cose. Che cosa poteva pensare dell’uomo l’antica coscienza ebraica, ben consapevole dell’idea che il divino con tutte le forze dell’anima dell’idea che il popolo ebraico antico, in tutti i suoi componenti, si trovava sotto la guida divina si spiriti che sull’antica Luna avevano concluso il loro sviluppo? Al riguardo doveva dirsi: la dedizione al mondo  divino con tutte le forze dell’anima conduce alla realtà spirituale dell’universo. Invece un’unione con ogni altra forza che in qualche modo sia ancora connessa con la realtà materiale deve allontanare l’uomo dal mondo spirituale».

E più oltre, a conclusione dell’ottava conferenza, del 25 agosto 1911, alle pp. 157-158, così si esprime Rudolf Steiner:

«E venne così il momento in cui l’umanità, pur non essendo ancora matura per riconoscere quell’entità inserita [il Logos solare] nel mondo eterico, ne riconobbe però l’immagine riflessa. Fu una preparazione. E così, per motivi che saranno esposti domani, nel corso dell’evoluzione quell’entità si mostrò all’umanità non ancora nella sua realtà, ma in un’immagine riflessa che si può caratterizzare dicendo che si rapporta alla realtà di cui è immagine come la luce lunare, che è luce solare riflessa, si rapporta alla diretta luce del Sole. L’entità che durante l’evoluzione solare si era preparata alla grandiosa azione sul Golgotha, venne mostrata agli uomini all’inizio nella sua immagine riflessa, che l’antico popolo ebraico chiamò Jahve o Jehova. Questi è il Cristo riflesso, è in fondo la stessa realtà del Cristo, solo come immagine riflessa, preannunciata in modo profetico, preannunciata fino a quando poté giungere il tempo in cui il Cristo si mostrò nella sua vera figura, nella sua immagine originaria e non solo in quella riflessa.

Si vede così che l’evento più importante per la terra fu preformato sull’antico Sole, e che l’umanità fu preparata al Cristo attraverso l’antico popolo ebraico. Vediamo l’entità che un tempo nell’evoluzione terrestre andò verso il Sole scendere di nuovo e venir mostrata all’uomo prima in un’immagine riflessa, quasi in una rappresentazione. Come gli dèi in alto si rapportano a quelli in basso, così Jahve o Jehova è la rappresentazione del Cristo reale ed è del tutto uguale a Lui per chi comprende le cose. Sotto un certo aspetto si può perciò parlare di Jehova-Cristo, così cogliendo anche il vero significato dei Vangeli, quando ci viene comunicato che il Cristo stesso disse: se volete conoscermi, dovete sapere anche che Mosè e i profeti parlarono di me.

Il Cristo sapeva bene che, quando nei tempi antichi si parlava di Jahve o di Jehova si parlava di Lui e che tutto quel che si diceva di Jahve si rapportava a Lui, come l’immagine riflessa si rapporta alla sua realtà».

Altri riferimenti sul rapporto di Jahve o Jehova col Christo – il che smentisce platealmente ogni peregrina sua identificazione con Lucifero, che è invece il suo cosmico e terrestre antagonista – li troviamo in un altro ciclo di Rudolf Steiner, Verso il Mistero del Golgota, 10 conferenze tenute in diverse città dal 1913 al 1914, GA-152, trad. il. di Maria Cianci, ove nella seconda conferenza, quella tenuta a Londra il 2 maggio 1913, egli, in vari punti, così si pronuncia:

«Per il mistero del Golgotha non è decisivo soltanto ciò che è avvenuto nell’umanità nel quarto periodo di civiltà postatlantica, ma è essenziale anche ciò che è andato preparandosi durante tutto il corso dell’antica civiltà ebraica: intendo alludere al culto di Jehova. Ed è importantissimo comprendere chi era l’entità che nei tempi antichi della civiltà ebraica si manifestava sotto il nome di Jahve o Jehova», (p. 33).

«Se si vuol prendere in considerazione il nome di Jahve o Jehova e si vuol metterlo in rapporto col nome di Cristo, innanzitutto non si può non tener conto dell’evoluzione. Come ho spesso indicato nei miei libri, perfino nel Nuovo testamento è detto che,  per quel tanto che gli era possibile prima del mistero del Golgotha, il Cristo si manifestava attraverso Jehova.

E se si vuol fare un confronto fra Jehova e Cristo, è bene usare l’immagine della luce solare e della luce lunare. Che cos’è la luce solare? E che cos’è la luce lunare? Esse sono la medesima cosa, eppure sono anche due cose ben diverse. La luce solare irraggia dal Sole, mentre nella luce lunare la luce del Sole viene riflessa dalla Luna. Similmente sono una medesima cosa Cristo e Jehova. Cristo è come la luce del Sole; mentre Jehova, per quel tanto che egli poté manifestarsi sulla Terra sotto quel nome prima che si fosse verificato il mistero del Golgotha, Jehova è come la luce riflessa del Cristo. Quando però è questione di un’entità così sublime come Jehova-Cristo, si deve ricercare il significato vero nelle somme altezze dei mondi soprasensibili. In realtà, è cosa temeraria accostarsi ad un’entità come Jehova-Cristo con concetti presi dalla vita quotidiana», (pp. 34-45).

Ma è esattamente quello che fa Orao in Resurrezione, ossia affrontare la comprensione di un’elevata entità spirituale con percezioni e concetti tratti dalla coscienza quotidiana, e quindi con una coscienza non libera dalle influenze corporee. Secondo quel che afferma Rudolf Steiner nell’Appendice da lui aggiunta nel 1918 al libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, questa è la fonte di tutti i peggiori errori che si compiono nell’indagine spirituale, proprio a causa della inavvertita dipendenza dalla corporeità: la fonte dalla quale scaturisce ogni visionarismo illusorio, ogni ingannevole percezione soggettiva in veste immaginativa, ogni medianità. Quindi, anche la fonte dell’esiziale identificazione tra Lucifero e Jahve. Una identificazione quella tra Lucifero e Jahve,, come vedremo sùbito, assolutamente antimichaelita. Infatti, così afferma Rudolf Steiner:

«Gli Ebrei non rivolgevano la loro attenzione direttamente su Jehova (un nome questo che di per sé era considerato impronunciabile), bensì sull’entità che nella nostra letteratura occidentale troviamo menzionata come Michele. […]

Michele è l’entità principale, l’entità più significativa della gerarchia degli Arcangeli. Gli antichi lo chiamavano “il volto di Dio”. Come un uomo si manifesta attraverso i gesti, attraverso l’espressione del volto, così nella mitologia degli antichi Ebrei a Jehova si accedeva attraverso Michele. Jehova si rendeva riconoscibile in questo modo all’iniziato; e questi afferrava qualcosa che con la sua comprensione ordinaria non avrebbe mai potuto afferrare, ossia che il volto di Jehova era Michele. Di Jehova-Michele gli antichi Ebrei dicevano: Jehova è l’inaccessibile, è colui a cui non ci si può accostare, così come non ci si può accostare ai pensieri di un uomo, alle sofferenze e preoccupazioni manifestate dalla sua espressione esteriore. Michele è la manifestazione esteriore di Jahve o Jehova, così come la fronte e il volto di un uomo sono la manifestazione del suo io», (pp- 35-36).

Ora, non la finirei più se dovessi citare tutti i punti di questa importante conferenza di Rudolf Steiner, nei quali egli parla del rapporto Jahve-Christo, e del rapporto Michele-Jahve. Tanto varrebbe che trascrivessi l’intera conferenza, che del resto ognuno può leggersi direttamente nel libro citato. Ma una cosa, a questo punto, è chiara come il Sole: l’identificazione di Lucifero con Jahve è ben errata, falsissima, e gravida di alquante conseguenze negative, che non devono punto essere tralasciate o sottovalutate: per sentimentalità, per superficiale faciloneria, per mancanza di amore e di fedeltà nei confronti della Verità. Tuttavia, non voglio rinunciare a trascrivere un’ultima citazione da questa importante conferenza di Rudolf Steiner, ove, a p. 41, troviamo detto:

«A questo abbiamo alluso quando abbiamo parlato del progresso nell’evoluzione di Cristo-Jehova: abbiamo alluso al fatto che il Cristo d’ora in avanti ha conseguito la possibilità di manifestare se stesso non come un essere umano, non mediante un rispecchiamento, una sua luce riflessa, non sotto il nome di Jehova, bensì direttamente. È la grande differenza degli insegnamenti e delle saggezze che dal mistero del Golgotha sono pervenuti nell’evoluzione della Terra: grazie all’evento sulla Terra dello spirito di Michele e della sua ispirazione, l’umanità poté iniziare a comprendere tutto il significato dell’impulso del Cristo, del mistero del Golgotha. In quel tempo Michele era il messaggero di Jehova che rifletteva la luce di Cristo, non era ancora il messaggero di Cristo».

Ora, le conseguenze di una errata ‘veggenza’ sul piano spirituale non sono così anodine, come lo può essere sul piano fisico un errato calcolo algebrico, un errato teorema geometrico, o le conclusioni errate di un esperimento fisico o chimico. Un errore conoscitivo sul piano fisico non ha conseguenze letali, e può sempre essere facilmente corretto: basta rieseguire i calcoli algebrici, rifare la dimostrazione geometrica a rigor di logica, eseguire con più rigoroso metodo l’esperimento fisico o chimico, e le difficoltà sono superate. Ma un errore sul piano spirituale non è un evento altrettanto semplice, e le conseguenze di un cotale errore sono tutt’altro che indolori. Leggiamo quel che dice Rudolf Steiner nella prima conferenza, tenuta a Heidelberg il 21 gennaio 1909, e intitolata La complessità della reincarnazione. Come si conservano per il futuro le conquiste degli iniziati?, del ciclo Economia spirituale e Reincarnazione, GA-109, Editrice Antroposofica, Milano, 2008, ove, a p. 17, è detto:

«Vediamo dunque che casi come questi si presentano spesso, e che il processo della reincarnazione non è così semplice come generalmente si crede. Ne deriva fra l’altro che certi individui dovrebbero essere molto più cauti nell’investigare le loro precedenti incarnazioni con metodi occultistici. Certo, in molti casi è solo questione di infantilismo quando delle persone dichiarano, o presumono almeno, di essere il tale o il tal altro personaggio redivivo, Magari Nerone, Napoleone, Beethoven, o Goethe. Si tratta naturalmente di una cosa sciocca e riprovevole. Ma è ben più pericoloso quando, in una materia come questa, sono degli occultisti esperti a fare degli sbagli, a figurarsi, poniamo, di essere questo o quell’individuo rinato, mentre in realtà ne hanno soltanto il corpo eterico. Qui non si tratta solamente di un errore – già deplorevole in quanto tale – ma del fatto che l’uomo vive in tal caso sotto l’influsso di questa idea errata, e ciò ha effetti semplicemente devastanti. A causa di questa illusione, tutta l’evoluzione dell’anima prende una direzione sbagliata».  

Naturalmente, quanto qui dice Rudolf Steiner circa il fatto che dilaghi l’infatuazione, molto diffusa peraltro negli ambienti occultistici, per le proprie precedenti ‘incarnazioni’, perlopiù immaginate o meramente sognate, diventa qualcosa di ben più grave allorché un ‘occultista esperto’ – nel nostro caso Orao – si pronuncia sulle ‘incarnazioni’ di Maestri, d’Iniziati, o sulla avatarica manifestazione di questa o quella entità spirituale appartenente alle Gerarchie, o addirittura si pronuncia dogmaticamente, quanto avventatamente, circa l’identità tra un essere spirituale come Lucifero e un ElohaEloah come Jahve o Jehova, non solo compiendo così uno spaventoso errore, ma generando devastanti disastri. Disastri non solo per la personale evoluzione spirituale di quell’illuso, e illudente, ‘veggente’, ma anche per l’evoluzione spirituale di tutti coloro che, acriticamente e sentimentalmente, si affidano al dis-orientante ‘orientamento’ proveniente da tale ‘veggente’. Producendo così vere e proprie calamità sia nella vita dei singoli individui che in quella delle Comunità spirituali. Perché l’Antroposofia, la Scienza dello Spirito rosicruciana, è qualcosa di vivente, e come tale agisce in maniera vivente nelle anime che l’accolgono: dipende però da quest’ultime l’accoglierla in maniera sana o malsana. Infatti, nello stesso ciclo, nella conferenza tenuta a Kristiania, il 16 maggio 1909, intitolata Rivelazione del passato e domande del presente, è detto:

«Dunque, la corrente rosicruciana ha preparato qualcosa di positivo, l’antroposofia diventerà vita, e l’anima che saprà realmente accoglierla in sé a poco a poco si trasformerà. Accogliere in sé l’antroposofia significa trasformare l’anima in modo che possa giungere alla comprensione del Cristo.

L’antroposofo fa di se stesso il destinatario vivente di ciò che viene offerto a Mosè, di ciò che viene offerto a Paolo con la rivelazione Jahve-Cristo».

Quello che Orao scrive in Resurrezione porta molta confusione non solo nel caso – già di per sé di estrema gravità – identificando in maniera soggettivamente errata, ma anche operante in maniera oggettivamente menzognera, un’elevata entità della Gerarchia degli Elohim, come Jahve, il quale si è sacrificato per aiutare l’uomo terrestre, scegliendo per sé come propria dimora la Luna terrestre, con Lucifero la cui dimora, secondo tutta la Scienza dello Spirito antica e moderna, è il pianeta Venere, ma anche nella cosmologia e nella cosmogonia.  Orao ignora completamente, e in maniera evidente, la differenza tra la Luna terrestre e l’ottava sfera, verso la quale Lucifero e Ahrimane cercano di attrarre il poco consapevole essere umano terrestre. Rudolf Steiner parla spesso di quanto pericolosa sia questa ottava sfera. Nel ciclo di conferenze Die okkulte Bewegung im neunzehnten Jahrhundert und ihre Beziehung zur Weltkultur Bedeutsames aus dem äußeren Geistesleben um die Mitte des neunzehnten Jahrhunderts. Bedeutsames aus dem äußeren Geistesleben um die Mitte des neunzehnten Jahrhunderts. Dreizehn Vorträge, gehalten in Dornach vom 10. Oktober bis 7. November 1915, GA-254, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1986 – Il movimento occulto nel diciannovesimo secolo e il mondo della cultura, Elementi significativi dalla vita culturale alla metà del XIX secolo, 13 conferenze tenute a Dornach dal 10 ottobre al 7 novembre 1915, Editrice Antroposofica, Milano, 1993, Rudolf Steiner parla ampiamente nell’opera dei due Ostacolatori, operanti all’interno di alcune ormai decadenti confraternite occulte. Parla ampiamente dei metodi, a dir poco spregiudicati, usati da alcune di quelle confraternite occulte per manipolare ai fini della loro potenza le verità occulte. In quelle tristi vicende venne coinvolta la personalità, portatrice di forze di veggenza atavica, nonché di forze medianiche, di Helena Petrovna Blavatsky.

La Blavatsky, nella sua oltremodo affannata vita, passabilmente agitata, in un certo periodo venne in contatto prima con una confraternita occulta americana, la quale voleva che non circolasse la dottrina della reincarnazione e, per propri scopi piuttosto sinistri, aveva aperto la porta a quel vero cancro dell’umanità che è la medianità, e l’aveva volutamente diffusa nel mondo come spiritismo. Nella sua prima opera, Iside Svelata, la Blavatsky – mentre era ancora sotto l’influenza di quella confraternita occulta americana – scrisse apertamente contro l’idea della reincarnazione. Poi la nobildonna russa, dopo la fondazione della Società Teosofica a New York, e il trasferimento di questa ad Adyar, nei pressi di Madras, l’attuale Chennai, nel Tamil Nadu, venne in contatto con una confraternita occulta indiana, dalla quale ella venne liberata dalla “prigionia occulta” nella quale era stata posta dalla suddetta confraternita americana. Abbandonando la sua precedente convinzione, ella si convinse della dottrina della reincarnazione, ma accettò pure dai suoi ispiratori indiani una notevole avversione per il principio del Christo, una notevole avversione per l’Eloha o Eloah Jahve, e un’accesa simpatia per l’entità di Lucifero, da lei esaltato come redentore e liberatore dell’umanità, in contrapposizione a Jahve. Poi si trasferì in Inghilterra dove a Londra fondò la Esoteric School of Theosophy, e dove si scontrò con gli ambienti occulti che operavano dietro l’Alta Chiesa Anglicana, la quale – come la suddetta confraternita americana – era avversa alla diffusione della dottrina della reincarnazione. Come lo è, del resto, la stessa Chiesa Cattolica Romana, alle cui posizioni si avvicina assai la Chiesa Anglicana.

Rudolf Steiner, in questo ciclo di conferenze, sottolinea come, per vie diverse, la confraternita occulta americana, l’Alta Chiesa Anglicana, gli occultisti indiani deviati ai quali si era data la Blavatsky, falsificavano tutti – come, peraltro, coi suoi errori oggettivamente fa Orao – la verità riguardante la Luna terrestre, la sua funzione occulta, l’azione di Jahve-Jehova, le verità del divenire cosmologico e cosmogonico del passato terrestre e umano, e soprattutto falsificavano la verità sulla ‘ottava sfera’, verso la quale le due deità ostacolatrici si sforzano di attrarre l’essere umano, per impedire la trasformazione dell’attuale Terra nel futuro Giove. In forma diversa, l’azione degli scritti di Orao a proposito dell’Eloha Eloah Jahve, di Lucifero e del suo operare nella storia dell’umanità, dell’attuale Luna terrestre, dimostra di essere in maniera inconsapevole straordinariamente simile a quanto nella Blavatsky, nella confraternita americana, in quella indiana, nelle cerchie occulte operanti dietro l’Alta Chiesa Anglicana, nei metodi e nei contenuti ha agito contro la Verità, contro il Logos. I metodi di quelle cerchie erano quelli della medianità, e della veggenza atavica, mentre i contenuti erano la sistematica, cosciente e voluta, falsificazione delle verità occulte al servizio della propria politica di potenza, ma soprattutto al servizio di quello che Rudolf Steiner ne Il mistero del doppio, chiama il ‘Grande Inscenatore’, ossia il padre di ogni menzogna, quello che gli antichi Persiani chiamavano il ‘Principe dell’Oscuro Pensiero’, Angra Mainyush, Ahrimane. Giova riportare quanto dice Rudolf Steiner, a proposito dell’ottava sfera, e delle finalità che su di essa si propongono gli Ostacolatori, nella quinta conferenza del citato ciclo della GA-254, pp. 89-90:

«Questo è già un importante significato del mondo terreno dei sensi: quella che l’umanità deve conquistarsi, la libertà della volontà, può conquistarla solo durante l’evoluzione sulla Terra. Su Giove, su Venere e su Vulcano gli esseri umani avranno bisogno di tale libertà. Considerando la libertà, si entra dunque in un campo di grandissima importanza: si riconosce infatti che la Terra produce la libertà, proprio perché impregna di elemento fisico, minerale, l’essere umano.

Si riconoscerà così che quanto sorge dalla libera volontà deve venir mantenuto entro l’elemento terrestre. Evolvendosi ulteriormente in modo chiaroveggente lo si può portare da quella terrestre alle evoluzioni successive, ma non lo si può trasporre nella terza sfera, nella seconda o nella prima. Quel che scaturisce dal principio della libertà in quelle sfere non è possibile. Per loro natura sono inaccessibili alla libertà. L’aspirazione di Lucifero e Arimane è però di trascinare entro la loro ottava sfera proprio la libera volontà umana, di impedire che nasca proprio quanto scaturisce dalla libera volontà, trascinandolo nella loro ottava sfera. Ciò significa che siamo di continuo esposti al pericolo che la libera volontà ci venga strappata e trascinata nell’ottava sfera.

Questo accade quando l’elemento volitivo libero viene ad esempio mutato in chiaroveggenza visionaria. Si è allora già nell’ottava sfera. Gli occultisti lo dicono molto malvolentieri, perché certo si tratta di una terribile verità: nel momento in cui la volontà libera viene trasformata in chiaroveggenza visionaria, quel che si sviluppa in noi è bottino di Lucifero e Arimane. Viene subito afferrato da loro e sparisce per la Terra. Si può vedere allora come, vincolando la sfera della libera volontà, vengano per così dire creati gli spettri dell’ottava sfera. Lucifero e Arimane si dànno da fare in continuazione per vincolare la libera volontà dell’uomo e per ingannarlo con ogni sorta di false promesse, strappandogli poi quanto gli fu promesso  e facendolo sparire poi entro l’ottava sfera. Ciò che persone di ingenua fede, ma anche superstiziose, sviluppano in ogni tipo di chiaroveggenza, è sovente impregnato della loro libera volontà. Lucifero allora se lo porta subito via, e mentre la gente crede di aver raggiunto qualcosa dell’immortalità, nelle loro visioni in verità scorgono come una parte o un prodotto del loro essere animico venga sottratto e preparato per l’ottava sfera».

Nell’ambiente dell’esoterismo in genere, si sottovaluta spesso proprio questo aspetto, ossia quanto sia pericolosa una chiaroveggenza visionaria, la quale, come vedremo più sotto, può generare non solo molta confusione, ma anche una contagiosa infatuazione per i risultati di  tali stati passivi, morbosi, di coscienza, e nel ‘veggente’ un’errata valutazione di sé, e molta presunzione, soprattutto se unita ad ancor più grande ignoranza. Ma i pericoli, generati da una illusoria e deviata ‘veggenza’, sono tali da creare grandi difficoltà anche a chi seguendo una via rigorosamente scientifica, indaga nel mondo spirituale. Su questo punto Rudolf Steiner è inequivocabilmente esplicito. Nella settima conferenza del ciclo in esame, a p. 123, senza circonvoluzioni di parole, egli così dice:

«Mentre sul piano fisico i risultati errati della ricerca vengono rettificati mediante una verifica con strumenti fisici, riuscendo a scoprirne con relativa facilità l’inesattezza, nei mondi spirituali le cose sono ovviamente diverse. Ivi una rappresentazione errata o inesatta di un fatto è motivo di confusione per l’indagine stessa. Se dunque emersero cose nel modo a cui accennai in merito alle comunicazioni sulla vita dopo la morte ottenute per mezzo di medium, che a dire il vero non provenivano affatto dai defunti ma dai viventi determinati dalle più varie tendenze, tali risultati tuttavia esistevano: ci stavano davanti. Se poi li si va a verificare, sono da combattere quali potenze reali. Qualcosa detto sul piano fisico può essere rifiutato. Ci si siede alla scrivania e lo si respinge. Nel mondo spirituale un errato risultato di indagine è un essere vivente. È presente e prima bisogna combatterlo, bisogna rimuoverlo.

Come i pensieri sono esseri viventi, così anche i risultati errati dell’indagine sono forze reali, subito presenti non appena si oltrepassa la soglia del mondo spirituale».  

Ed ecco riprodotto, per comodità del lettore che volesse esaminarlo al fine di sincerarsi circa la giustezza delle mie affermazioni, il testo tedesco di quest’ultima citazione, che il diligente ricercatore può trovare a p. 126 dell’edizione citata:

«Aber während man auf dem physischen Plane falsche Forschungsergebnisse einfach dadurch richtigstellt, daß man sie mit physischen Mitteln nachprüft, und dann verhältnismäßig leicht herausbekommen kann, daß sie unrichtig sind, so ist das natürlich in den geistigen Welten doch noch anders. In den geistigen Welten ist das Vorhandensein einer falschen, unrichtigen Vorstellung über einen Tatbestand für die Forschung selbst verwirrend. Wenn also Dinge herausgekommen sind auf die Weise, wie ich sie Ihnen angedeutet habe in bezug auf die Mitteilungen über das Leben nach dem Tode durch Medien, so daß es eigentlich gar keine Mitteilungen von den Toten waren, sondern durch allerlei Neigungen bestimmte Mitteilungen von Lebenden, so waren diese angeblichen Forschungsresultate doch da. Die stehen dann vor einem. Und wenn man auf diesem Gebiete prüft, so hat man diese Forschungsresultate als reale Mächte zu bekämpfen. Etwas, was auf dem physischen Plane gesagt wird, kann man zurückweisen. Da setzt man sich an den Schreibtisch und weist es zurück. Ein falsches Forschungsresultat in der geistigen Welt ist ein lebendiges Wesen. Das ist da, das muß man erst bekämpfen, das muß man erst wegschaffen.

Gerade so, wie ich Ihnen gesagt habe, daß die Gedanken lebendige Wesen sind, so sind auch die falschen Forschungsresultate reale Mächte, die sofort da sind, wenn man die Schwelle der geistigen Welt übertritt».

Ora si tratta di vedere chiaro nelle finalità palesi o celate, che spingono talune singole personalità, o determinate confraternite occulte, ad operare tali falsificazioni di dati occulti, che sono di importanza affatto decisiva per l’evoluzione spirituale dei singoli, dell’umanità tutta, e della Terra stessa. Ed è certamente interessante rendersi conto del come una cotale occulta opera di dis-orientamento viene portata a realizzazione. Naturalmente coloro – siano essi entità spirituali o umane – che stanno dietro a quella azione disinformante, illudente, e corruttrice, sono ben consapevoli di quel che fanno, di come lo fanno, e di quali mete essi si prefiggono di raggiungere. Rudolf Steiner mette bene in evidenza due di queste opere di falsificazione. Una falsificazione avvenne  attraverso l’opera inconsapevole del giornalista e teosofo inglese Alfred Percy Sinnett, il quale in The Occult World del 1881, e in Esoteric Buddhism del 1883, scrisse sull’ottava sfera da lui falsamente identificata con la Luna terrestre, e attraverso l’opera, in parte consapevole, di Helena Petrovna Blavatsky, la quale nel 1875 fondò a New York la Theosophical Society, che poi trasferì ad Adyar in India, e infine a Londra fondò la Esoteric School of Theosophy, operante nella coi suoi metodi medianici nella ‘London Lodge’, detta poi, in séguito, anche ‘Blavatsky Lodge’, la quale nella sua Secret Doctrine  distorse completamente la funzione dell’attuale Luna terrestre, di Jahvè-Jehova, ed esaltò la figura di Lucifero in contrapposizione a Jahve e al Christo. Un’altra falsificazione, invece, avvenne attraverso ambienti occulti americani e britannici, e soprattutto questi ultimi avevano la  altresì pretesa di seguire un occultismo sedicente “cristiano”, e non volevano assolutamente che venisse divulgata una dottrina come quella della reincarnazione, né quella del rapporto dell’entità animica umana con le sfere planetarie del nostro sistema solare. Il risultato fu una lotta feroce di queste confraternite occulte anglo-americane contro le dottrine teosofiche, ben tinte di materialismo di Sinnet e della Blavatsky, e la diffusione – voluta e cosciente – di altre dottrine errate, che ingeneravano forme diverse di “spiritualismo”, sempre sottilmente, quanto fortemente, colorato di materialismo. Quindi, non una lotta tra il Bene, o la Luce, e il Male, o la Tenebra, ma una lotta tra mali diversi, mali di segno contrario, lotta micidiale, della quale fa le spese un essere uomano, che ne è al contempo oggetto e preda.

Ma, per meglio convincerne – ma anche perché il lettore possa accertarsi che chi qui scrive non si sta inventando nulla – leggiamo quel dice Rudolf Steiner a proposito di Sinnet e della Blavatsky, perché proprio quel ch’egli afferma ci mostrerà la gravità delle affermazioni di Orao, nonché le conseguenze spirituali che fatalmente ne derivano. su Sinnet, alle pp. 34-35 della sopra citata opera, leggiamo:  

«Il buddhismo esoterico mi capitò tra le mani poco tempo dopo la sua pubblicazione. Soltanto alcune settimane dopo, e potei constatare come in fondo si cercasse, in particolare da una certa corrente, di dare alla dottrina spirituale una forma del tutto materialistica. Se infatti si affronta Il buddhismo esoterico con tutto il bagaglio acquisito nel corso del tempo, ci si stupisce della forma materialistica con cui le cose vengono comunicate. Si ha a che fare con una delle peggiori forme del materialismo. Il mondo spirituale vi viene descritto proprio in modo materialistico. Nessuno che si trovi tra le mani solo Il buddhismo esoterico può uscire dal materialismo. Sinnet rende la materia molto raffinata, ma non esce affatto dall’elemento materiale anche se si sale tanto in alto. Coloro dunque che adesso erano i «padroni» della Blavatsky (mi si perdoni il paragone materialistico) non solo avevano interessi particolari indiani, ma anche facevano le più ampie concessioni allo spirito materialistico dell’epoca. [..] il libro veniva incontro a tutti i bisogni del materialismo, pur offrendo la possibilità di soddisfare il bisogno di un mondo spirituale, di ammetterne l’esistenza».

Oltremodo istruttivo – per chi non voglia pascersi di facili e poco salutari illusioni – è rilevare notevoli analogie tra quella situazione di ‘persuasione occulta’ dei singoli, e di più vaste cerchie, con la presente caotica situazione delle comunità spirituali, di quelle solo apparentemente spirituali, e di quelle decisamente, palesemente antispirituali. Il benevolo lettore farà bene a riflettere profondamente circa le molte analogie che vi sono tra la suddetta ‘persuasione occulta’ e quel ‘trasbordo ideologico inavvertito’, del quale così spesso è stata parola su questo temerario blog. A questo proposito, ulteriormente molto istruttivo è, poi, quel che possiamo leggere in alcuni stralci del medesimo ciclo di Rudolf Steiner, alle pp. 62 :

«Tale fatto singolare si sviluppò al massimo grado: errori che potevano fiorire nell’epoca del materialismo (si potrebbe dire nell’epoca della seduzione arimanica) venivano accettati  a causa del contributo che Lucifero dava dall’interno. Arimane si mischia nell’interpretazione dei fenomeni esterni e ci mente al riguardo. Ma si scoprirebbero i suoi trucchi, se Lucifero non destasse nell’interiorità di ciascuno la propensione a suscitare proprio tali rappresentazioni materialistiche nella concezione del mondo.

Così si presentava la situazione nel corso del secolo diciannovesimo. Gli esseri umani si trovavano in tale condizione e chi lo voleva poteva sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Chiunque intuisse la cosa, poteva favorire lo sviluppo di una qualsiasi tendenza unilaterale, ossia una qualsiasi via traversa. Non gli sarebbe andata bene, se nel secolo scorso [nell’Ottocento] l’umanità non si fosse trovata nella situazione di venir sedotta con facilità dal miscuglio di Arimane e Lucifero.

Così nature predisposte del tutto al materialismo potevano essere nella propria concezione del mondo abbastanza luciferiche tuttavia da non credere al materialismo, ma cercare all’interno di esso una concezione spirituale del mondo. Nel secolo diciannovesimo apparì un tipo umano il cui capo è predisposto a pensare in maniera totalmente materialistica, ma il cui cuore anela allo spiritualismo. Dove tale caso si presenta, la persona cercherà lo spirituale nella materia, tentando di dare allo spirituale una forma materialistica.

Se dietro una persona del genere vi è una personalità che vede il tutto, ha con lei un gioco assai facile. Qualora ne abbia l’interesse, può prepararla in maniera che essa ne seduca altre a vedere lo spirituale in modo materiale e quindi ad attuare cose escogitate per ingannare la gente. Riesce nel modo migliore, se viene fatto al posto giusto, se si trasmettono le cose giuste, aprendo le porte verso ciò a cui gli uomini anelano. […]

Una cosa simile accadde nella stesura del Buddhismo esoterico di Sinnett. Il libro ha come autore Sinnet, ma dietro di lui però sta quello che egli chiama il suo ispiratore e che noi conosciamo con la maschera di mahatma. […] aveva la migliore disposizione per cercare il mondo spirituale nella forma del materialismo, così chi aveva interesse a usare in modo spirituale il materialismo per raggiungere i propri scopi, aveva facile gioco a esibire nel Buddismo esoterico di Sinnett una apparente dottrina spirituale in cui era preponderante una forte tendenza materialistica. […]

Si tratta dunque di dottrine in grande misura esatte nelle quali è intessuta, come una frode eminentemente materialistica, la dottrina dell’ottava sfera che culmina nell’affermazione che l’ottava sfera è la Luna. Tale affermazione si trova nel Buddhismo esoterico di Sinnett. […]

La Blavatsky era in collegamento con spiritualisti americani che volevano la scomparsa della dottrina della reincarnazione. Il medianismo ne era il mezzo e quindi se ne assunsero le forme. Lei vi si ribellò e fu scacciata, finendo così sempre più nelle mani degli indiani. Fu spinta nelle loro mani. Da là si tentò di contrapporvi un’altra corrente, e si potrebbe dire che si giunse a un conflitto tra la concezione americana e quella indiana dell’occultismo. Da una parte si aveva la tendenza assoluta a far scomparire la dottrina delle ripetute vite terrene, e dall’altra la tendenza a portarla nel mondo in modo che tenesse conto delle inclinazioni materialistiche del secolo.

Lo si poteva ottenere strutturando la dottrina dell’ottava sfera così come appare nel Buddismo esoterico».

Gli umani, purtroppo, spesso temono la Verità, che come ammonisce il Logos nel Vangelo di Giovanni, 8,32: καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς. – kài gnòsesthe ten alètheian kài he alètheia eleutheròsei hymàs. Ovvero: «E conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». Ma gli umani, di conseguenza, temono e avversano la Conoscenza, ossia la Verità e, per questo motivo, temono e avversano la libertà. Preferiscono l’abietto servaggio dell’ignoranza, della brama, della paura, dell’avversione. Preferiscono ad un  chiaro e limpido pensare, le diverse infatuazioni date dalle più irrazionali e subpresonali emozioni e pulsioni istintive, emergenti nella psiche troppo legata al corpo: magari apparentemente dignificate e nobilitate sotto la mascheratura di una ‘via dell’anima’, di una ‘via mistica’A cosa porti una tale mancanza di amore per la Verità e la libertà interiore, lo si può ben scorgere nelle dure parole di Rudolf Steiner che possiamo leggere alle pp. 94-95:

«Una via nel mondo spirituale non poteva venire indicata in maniera cieca o sulla base di un’esaltazione qualsiasi. Per questo motivo rivolsi sempre agli amici l’esortazione che è importante non lasciarsi sedurre da ciò che porta all’ottava sfera. Parlando spesso dell’attenzione da porre quando si entra nella chiaroveggenza visionaria, e di come si debba accettare come giusta soltanto la chiaroveggenza che, escludendo Lucifero e Arimane, conduce ai mondi spirituali  superiori, si giunge a vedere come vada soppresso quanto può portare l’anima in comunione con l’ottava sfera. Ogni qualvolta che si presenta di nuovo la tendenza a vincolare la libera volontà e ad incatenarla nella chiaroveggenza visionaria, è un segno che in fondo si è posta resistenza alla chiara aspirazione del nostro movimento, preferendo legare la libera volontà  in una chiaroveggenza visionaria.

Quanto erano contenti certuni di riuscire a vincolare la libera volontà! Lo si è potuto notare da quanto dei movimenti da me indicati fu introdotto dall’esterno nel nostro movimento. Non dalla Blavatsky e neppure da fuori, ma attraverso i nostri soci stessi sono state continuamente aperte brecce in ciò che si doveva raggiungere. Accadde e accade, perché si continua ad ammirare quel che rivela la chiaroveggenza visionaria. Ammirare i risultati della chiaroveggenza visionaria è un aprir brecce, un espressione dell’amore perverso per l’ottava sfera. […] Ogni qualvolta gli esseri umani si abbandonano al fatalismo, invece di decidere con il loro giudizio, mostrano la loro inclinazione per l’ottava sfera; tutto quanto sperimentiamo per essa sparisce dall’evoluzione terrena, non progredisce in modo corretto con l’evoluzione della Terra». 

Ma, ancora una volta, sono costretto ad interrompere la qui la eccessiva lunghezza di questa ottava parte del mio studio su Resurrezione di Orao, e rimandare al séguito alcune precisazioni su quanto detto. Dovrò, inoltre, pure affrontare – e la cosa sarà per me un còmpito molto doloroso – alcune esiziali ‘non verità’, che possono essere qualificate unicamente col nome di ‘impostura’ e ‘presunzione’. Ma lealtà verso la Verità lo esige.  

Amor mi mosse, che mi fa parlare. Dante, Inf., II, 72.

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SETTIMA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Il giovanissimo Rudolf Steiner, finite con l’Abitur, la nostra “maturità”, le scuole superiori, la Realschule, una sorta di Istituto Tecnico Industriale, ch’egli aveva frequentato a Wiener-Neustadt, si iscrisse, nell’autunno del 1879, alla Technische Hochschule, il Politecnico di Vienna, per seguire i corsi di biologia, chimica, fisica, matematica, botanica, zoologia, mineralogia, come materie specialistiche della sua preparazione universitaria. Suo padre avrebbe voluto che diventasse un ingegnere ferroviario, ma – per nostra fortuna – la volontà del Cielo e il Destino decisero ben diversamente. Già nell’estate di quell’anno, tra la fine della maturità e l’iscrizione al Politecnico di Vienna, l’ancora diciottenne Rudolf Steiner si era totalmente immerso nella ‘filosofia dell’Io’ di Johann Gottlieb Fichte, la cui Dottrina della Scienza, egli intraprese ad elaborare in un suo primissimo saggio, rimasto allo stato di frammento, pubblicato nei Beiträge zur Gesamtausgabe, Veröffentlichungen aus dem Archiv der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Nr. 30. Sommer 1970, pp. 26-34 .  

La cosa ha per noi notevole importanza, perché ci mostra il percorso interiore – percorso ‘interiormente operativo’, naturalmente: non meramente intellettuale – del giovanissimo Rudolf Steiner. Nel viaggio ch’egli ogni giorno compiva dalla stazione di Insersdorf, dove lavorava suo padre, per andare a Vienna, conobbe presto un anziano Kräutersammler, un raccoglitore di erbe medicinali, profondamente iniziato nella tradizione rosicruciana, del quale Rudolf Steiner non volle mai fare il nome. Si deve ai pertinaci sforzi ostinati – in questo caso benedetti dal Cielo – se l’ormai anziano Emil Bock riuscì, percorrendo instancabile tutta la zona attraversata dalla ferrovia, riuscì a scoprire che si trattava di Felix Kogutzki, nato il 1° agosto 1833 a Vienna, e morto nel 1909 a Trumau, un villaggio di montagna a sud di Vienna. Emil Bock descrisse la sua ‘fortunata’ scoperta nel suo libro, Rudolf Steiner. Studien zu seinem Lebensgang und Lebenswerk, Verlag Freies Geistesleben, Stuttgart, 1961, pp. 15-38. Fu questo anziano raccoglitore di erbe, che Rudolf Steiner definisce come ‘l’emissario’, ‘l’inviato del Maestro’, a metterlo in contatto con quest’ultimo. Hella Wiesberger trascrisse e pubblicò in Rudolf Steiner-Marie Steiner von Sivers, Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, e Briefwechsel und Dokumente 1901-1925. Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, Rudolf Steiner Verlag, Dornach,1967 e 2002, – come ho scritto nelle prime parti di questo studio – gli appunti che Rudolf Steiner scrisse nel settembre 1907 a Barr, in Alsazia, per Édouard Schuré che lo ospitava. Alcuni punti di tale scritto ci sono utili per comprendere il percorso da lui compiuto  nel ‘Sentiero della conoscenza’, com’egli lo chiama nell’ultimo capitolo del suo libro Teosofia, percorso estremamente diverso – anzi del tutto divergente – rispetto a quello che abbiamo visto porre da Orao come necessario per la realizzazione iniziatica. Infatti, leggiamo:

«Prestissimo venni indirizzato a Kant. All’età di quindici, sedici anni, studiai intensissimamente Kant e, prima di passare al Politecnico di Vienna, mi occupai con un interesse del tutto particolare dei successori ortodossi di Kant, degl’inizi del XIX secolo, che sono stati totalmente dimenticati dalla storia ufficiale delle scienze in Germania, e che non sono quasi più citati. Poi vi si aggiunse uno studio approfondito di Fichte e di Schelling. A quell’epoca – e ciò fa già parte delle influenze occulte esteriori – si realizzò la piena chiarezza riguardante la rappresentazione del tempo. Questa conoscenza, senza alcun rapporto con gli studi e interamente diretta a partire dalla vita occulta, era la seguente: esiste una evoluzione regrediente, quella occulto-astrale, che interferisce con quella progrediente. Questa conoscenza è la condizione di ogni contemplazione spirituale.

Poi venne l’incontro con l’emissario d. M. [del Maestro].

Dann kam die Bekanntschaft mit dem Agenten d. M. [des Meisters].

Poi uno studio intensivo di Hegel. […]

Certo, imparai a conoscere il culto della Chiesa per il fatto che venni chiamato a servire in occasione delle cerimonie cultiche come cosiddetto Ministrant (chierichetto), ma non vi era da nessuna parte, persino nei preti che ho conosciuto, autentica devozione e religiosità. Per contro, fui continuamente testimone di certi lati oscuri del clero cattolico.

Den kirchlichen Kultus lernte ich zwar kennen, indem ich zu Kultushandlungen als sogenannter Ministrant zugezogen wurde, doch war nirgends, auch bei den Priestern nicht, die ich kennen lernte, eigentliche Frömmigkeit und Religiosität vorhanden. Dagegen traten mir fort und fort gewisse Schattenseiten des katholischen Klerus vor Augen.  

Non incontrai subito il M. [Maestro], ma dapprima un emissario da lui inviato, che era pienamente iniziato nei segreti dell’efficacia di tutte le piante e dei loro rapporti con il cosmo e la natura umana. Il commercio con gli spiriti della natura era per lui affatto naturale, e ne parlava senza entusiasmo, cosa che risvegliava tanto più entusiasmo».

È di estremo interesse leggere quanto comunicò Rudolf Steiner in una conferenza autobiografica: l’unica ch’egli fece nella sua vita, essendone stato costretto dalle calunnie che Annie Besant, Presidente della Theosophical Society di Adyar, diffondeva su di lui. Questa conferenza venne tenuta di fronte alla prima assemblea della neofondata Società Antroposofica, dopo il distacco dei teosofi tedeschi, discepoli di Rudolf Steiner, dalla Società Teosofica, a causa delle enormità, diffuse dalla Presidenza di Adyar della Theosophical Society, sulla venuta dell’«Istruttore del mondo», che sarebbe rinato nel giovinetto Jiddu Krishnamurti, definito «reincarnazione del Cristo», la fondazione dell’Ordine della Stella d’Oriente, e della susseguente infatuazione sentimentale e ritualistica.

Annie Besant, divenuta nel 1907 Presidente della Società Teosofica, nel dicembre del 1912, aveva tenuto un discorso all’Assemblea Generale della Società Teosofica, ad Adyar, nel quale a proposito di Rudolf Steiner – cito, come documentazione, direttamente il testo inglese apparso in The Theosophist, organo ufficiale della suddetta Società – la Besant diceva:

«The German General-Secretary, educated by the Jesuits, has not be able to shake himself sufficiently clear of the fatal influence to allow liberty of opinion within his Section», ossia, «Il Segretario Generale della Sezione Tedesca, essendo stato educato dai Gesuiti, non è stato capace di affrancarsi sufficientemente da quella influenza fatale, perché in seno alla sua Sezione potesse regnare la libertà d’opinioni».

Lo stesso anno, prese la palla al balzo un gesuita tedesco, il R.P. Otto Zimmermann S.J., il quale nella rivista Stimmen aus Maria-Laach, stampata a Freiburg im Breisgau, nel 1912, quaderno 6, raccogliendo varie dicerie, aveva trattato Rudolf Steiner da prete spretato. Lo fece nella recensione del libro del suo degno confratello italiano, il R.P. Giovanni Busnelli S.J., Manuale di Teosofia, il quale, egli pure, parla di lui come di «un ex-prete cattolico». Il che – essendo, da sempre, il servizio informazioni della Compagnia di Gesù quanto di più efficiente, e benissimo informato, sia mai esistito – mostra l’assoluta malafede dei metodi della Societas Jesu. Sempre nel 1912, fu fatta correre la voce a Monaco, che il giovane Rudolf Steiner avrebbe fatto parte del seminario gesuita di Bojkowitz in Boemia; altre voci lo allocavano a Karlsburg, nei pressi di Vienna.

Se ti tien conto che Rudolf Steiner non ebbe quasi una vita privata, per la gran quantità di persone con le quali sin dalla giovinezza egli fu nelle più svariate relazioni, della folla di seguaci che lo attorniavano a partire dalla maturità, e che della sua vita pubblica si conosce, in maniera ben documentata, pressoché tutto, ci si rende conto della falsità e della malafede di simili gratuite affermazioni.

A parte la smentita a simili calunniose menzogne, la suddetta conferenza autobiografica, tenuta il 4 febbraio 1913 – nella quale Rudolf Steiner parla di sé in terza persona – è estremamente interessante perché esplicita meglio, dice qualcosa di più circa i suoi contatti giovanili, avvenuti alla fine della sua adolescenza, con l’«inviato del suo Maestro», Felix Kogutzki, e con il suo innominato «Maestro» stesso. Infatti, nella trascrizione di quella memorabile conferenza,  della quale metto in evidenza parte del testo tedesco per la sua importanza, possiamo leggere:

«Già durante primo anno di studio universitario al Politecnico [1879-1880], avvenne qualcosa affatto eccezionale. In conseguenza di una concatenazione straordinaria di circostanze, il ragazzo [Rudolf Steiner] fece la conoscenza di una personalità singolare, di una personalità sprovvista di ogni erudizione ma disponente di un sapere profondo ed esteso, di una saggezza profonda e vastissima. Chiamiamo questa personalità col suo nome di Battesimo «Felix». Questo Felix conduceva una vita da contadino in un piccolo villaggio di montagna, decentrato e isolato. La sua camera era piena di libri sulla mistica e sull’occultismo. Aveva assimilato in profondità la sapienza occulta, e passava la maggior parte del tempo a raccogliere piante selvatiche. Percorreva tutta la regione per trovare dei semplici e sapeva spiegare la natura profonda di ogni pianta a partire dai suoi rapporti occulti. Ci se ne poteva rendersene conto, quando accettava di essere accompagnato nelle sue passeggiate solitarie, fatto rarissimo, tuttavia non impossibile. Quest’uomo era ricolmo di una sapienza occulta straordinariamente profonda. Quando, carico di un ricco fardello di erbe che aveva raccolte e seccate, egli si recava nella capitale contemporaneamente al ragazzo, ci si poteva intrattenere con lui su argomenti profondissimi. Conversazioni estremamente importanti si svolgevano allora con quest’uomo, che in Austria si chiamava ein Dürrkräutler, un raccoglitore di semplici, un uomo che raccoglie e secca piante selvatiche per venderle alle farmacie. Quella era la sua professione esteriore; la sua vocazione interiore, invece, era di un tutt’altro ordine. Non deve essere tralasciato di menzionare il fatto che amava tutto nel mondo e diventava amaro solo – ma questo sia menzionato solo in termini di storico-culturali – quando parlava di questioni clericali, e di ciò che anche lui doveva sopportare in rapporto a questioni clericali; non era certo amorevolmente incline verso di esse.

Das war der äußere Beruf des Mannes, der innere war freilich ein ganz anderer. Es darf nicht unerwähnt bleiben, daß er alles in der Welt liebte und nur bitter wurde – das sei aber nur kulturhistorisch erwähnt –, wenn er auf klerikale Verhältnisse zu sprechen kam und auf das, was auch er durch die klerikalen Verhältnisse auszustehen hatte; dem war er nicht liebevoll geneigt.

Poco tempo dopo accadde ancora qualcos’altro. Il mio Felix in certo qual modo non era altro che l’annunciatore di un’altra personalità, la quale si servì di un mezzo per stimolare, nell’anima del ragazzo, che già viveva nel Mondo Spirituale, le cose regolari e sistematiche di cui si deve essere consapevoli nel Mondo Spirituale.

Mein Felix war gewissermaßen nur der Vorherverkünder einer anderen Persönlichkeit, die sich eines Mittels bediente, um in der Seele des Knaben, der ja in der spirituellen Welt darinnenstand, die regulären, systematischen Dinge anzuregen, mit denen man bekannt sein muß in der spirituellen Welt.

Ora, quella personalità, che era altrettanto aliena nei confronti di ogni forma di clericalismo, e ovviamente non aveva assolutamente  nulla a che fare con esso, si servì in realtà  delle opere di Fichte, al fine di connettere con esse certe considerazioni, dalle quali risultarono poi cose, nelle quali potrebbero essere cercati i germi per la «Scienza Occulta», che in séguito scrisse il ragazzo una volta divenuto uomo.

Es bediente sich jene Persönlichkeit, die nun wieder so fremd wie möglich allem Klerikalismus gegenüberstand und damit selbstverständlich gar nichts zu tun hatte, eigentlich der Werke Fichtes, um gewisse Betrachtungen daran anzuknüpfen, aus denen sich Dinge ergaben, in welchen doch die Keime zu der «Geheimwissenschaft» gesucht werden könnten, die der Mann, der aus dem Knaben geworden ist, später schrieb.

E gran  parte di ciò che divenne la «Scienza Occulta» fu poi discusso in relazione alle proposizioni di Fichte. Altrettanto poco appariscente di Felix era, nella sua professione esteriore, quell’uomo straordinario.

Und manches, aus dem die «Geheimwissenschaft» geworden ist, wurde damals in Anknüpfung an Fichtes Sätze erörtert. Ebenso unansehnlich im äußeren Berufe war jener ausgezeichnete Mann wie Felix auch».

Una descrizione poetizzata, ma interessante, e importante, perché basata su comunicazioni fattegli direttamente da Rudolf Steiner, è quanto scrisse Édouard Schuré nella sua Introduzione alla bella edizione italiana de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, traduzione di Ida Levi Bachi, Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, 1932, nella quale, alle pp. 14-15, a proposito dell’incontro col Maestro, così scrive:

«Fu a diciannove anni che l’aspirante ai Misteri incontrò la sua guida – il Maestro – da lungo presentito.[…]

Il maestro di Rudolf Steiner era uno di quegli uomini potenti che vivono, sconosciuti dal mondo, sotto la maschera di un stato civile qualunque, per compiere una missione conosciuta soltanto dai pari loro nella confraternita dei maestri rinunciatori. Non agiscono apertamente sugli avvenimenti umani. L’incognito è la condizione della loro forza, ma la loro azione non è perciò meno efficace. Poiché suscitano, preparano e dirigono coloro che agiranno agli occhi di tutti. […] Ma come cominciare questo compito immenso e temerario? Come vincere o meglio domare e convertire il grande nemico, la scienza materialistica di oggi somigliante a un drago formidabile, armato di tutte le scaglie e disteso sul suo immenso tesoro? Come domare il gran drago della scienza moderna e attaccarlo al carro della verità spirituale?».

La risposta ad una cotale domanda cruciale non poteva essere certo desunta dal misticismo religioso, o dalle tradizioni degli Ordini Occulti, oramai sempre più decadenti. La risposta data a Rudolf Steiner dal suo innominato Maestro, fu di un’audacia così temeraria da superare persino l’immagine taoista e ch’an del mitico e fascinoso ‘cavalcare la tigre’. E quella risposta fu l’indicazione di un còmpito di una mai prima udita, e insuperata, radicalità. Così Édouard Schuré evoca, alle pp. 19-20, l’indicazione del severo impegno, dell’audace missione, che il Maestro additò al giovanissimo Rudolf Steiner:

«Seguendo i suoi studi, Rudolf Steiner si ricordò della parola del suo maestro: «Per vincere il drago, bisogna entrare nella sua pelle». Penetrando nella corazza del materialismo contemporaneo, si era impadronito delle sue armi».     

Questa immagine della lotta contro il drago venne ripresa dal poeta Arturo Onofri, autore peraltro di un’opera poetica intitolata Vincere il drago!, nella bella Prefazione ch’egli – dichiarandosi con essa apertamente discepolo dell’Antroposofia – volle anteporre alla traduzione italiana della Scienza Occulta nelle sue linee generali di Rudolf Steiner, tradotta da Emmelina de’ Renzis ed Emma Battaglini, e pubblicata nel 1924 a Bari da Gius. Laterza e Figli Editori, ove sin dalle prime parole, a p. VI, è detto:

«Tra le più alte personalità spirituali che negli ultimi decenni sono apparse in armi contro il drago del materialismo moderno, primeggia in armonia e potenza interiori la personalità di Rudolf Steiner, la cui opera capitale si presenta qui, primamente tradotta, ai lettori italiani».

Che l’immagine usata da Édouard Schuré non sia affatto una sua personale letteraria fantasia, bensì che essa sia autentica e provenga direttamente da Rudolf Steiner e, prima di lui, dalla ignota personalità che gli fu Maestro, è garantita dalla testimonianza di Marie Steiner, sua instancabile e coraggiosa compagna d’armi spirituale in mille battaglie, la quale, nel 1947, così scrisse nella sua Prefazione alle conferenze, tenute a Lugano il 16 e 19 settembre 1911, Der Christus-Impuls im historichen Werdegang – L’Impulso-Christo nel divenire storico, ora in Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’ Umanità, GA-130, Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 12-13:

«Rudolf Steiner si impose in piena coscienza il compito di sollevare a se stesso tutte le obbiezioni che i materialisti critici potessero essere in grado di opporre alle rivelazioni dello spirito, badando inflessibilmente a non discostarsi mai da questa linea. Per definire questo comportamento egli usò la seguente espressione: infilarsi nella pelle del drago drago Das nannte er in die Haut des Drachen hineinkriechen. Questa ardua lotta gli appariva un dovere, perché, se così non fosse stato, non si sarebbe arrogato il diritto di combattere fino infondo a favore dell’umanità quella difficile battaglia che è la vittoria dello spirito sull’astratta intellettualità».

Ancora una volta, questa lunga premessa – storica e metodologica – ha lo scopo di mostrare il reale, verace, percorso interiore di Rudolf Steiner, di introdurre – come vedremo sùbito – all’essenza della Via del Pensiero, come Via dell’Io e dell’anima cosciente, e di mostrare poi con la maggior chiarezza possibile l’inconciliabile diversità che vi è tra una tale ‘scientifica’ Via del Pensiero e, invece, contenuti’ e metodi’ così come risultano dalla esposizione che ne fa, nel suo scrivere, Orao in Resurrezione.

Da quanto da me esposto più sopra, risulta come Rudolf Steiner non sia partito affatto da quei presupposti ‘religiosi’ e ‘cristiani’, che Orao, in Resurrezione, come abbiamo visto, dichiara, sin dalla prima pagina, esser essi, necessariamente, gl’irrinunciabili e obbligatori ‘punto di partenza’ e ‘punto di arrivo’ di colui che ricerca la Conoscenza spirituale. Il punto di partenza di Rudolf Steiner è il nudo atto del conoscere, assolutamente scevro di presupposti. Per questo motivo, la Scienza dello Spirito è una ‘Via dell’Io’. Un punto nel quale Rudolf Steiner parla con la più desiderabile chiarezza è nel secondo capitolo della Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato L’essere dell’uomo, dove – alle pp. 57-58 dell’edizione del 1969 – così scrive:

«Nell’anima cosciente comincia a rivelarsi la vera natura dell’io. Ché mentre attraverso la sensazione e l’intelletto l’anima si abbandona ad altre cose, come anima cosciente essa afferra la sua propria essenza. Quindi l’io non può essere percepito dall’anima cosciente in altro modo che per mezzo di una certa attività interiore. Le rappresentazioni degli oggetti esterni si formano così come gli oggetti vanno e vengono, e queste rappresentazioni continuano a lavorare nell’intelletto per forza propria. Ma quando l’io deve percepire se stesso, non basta che esso semplicemente si offra; per attività interiore, deve prima estrarre dalle sue profondità la propria essenza, per poterne acquistare coscienza. Con la percezione dell’io – con l’autoconoscenza – comincia un’attività interiore dell’io. Per questa attività la percezione dell’io nell’anima cosciente ha per l’uomo un tutt’altro significato che l’osservazione di tutto quanto si avvicina a lui attraverso i tre elementi corporei e gli altri due elementi animici. La forza che svela l’io nell’anima cosciente è quella stessa che si manifesta ovunque altrove nel mondo; solo nel corpo e nelle parti costitutive inferiori dell’anima essa non appare direttamente, ma si rivela per gradi nei suoi effetti. La sua manifestazione più bassa è quella che si ha nel corpo fisico; poi, per gradini, si sale fino al contenuto dell’anima razionale. Si potrebbe dire che ad ogni gradino che si sale cade uno dei veli che rivestono l’arcano. Con ciò che riempie l’anima cosciente l’arcano entra senza veli nel sacrario dell’anima. Tuttavia appare qui soltanto come una goccia del mare spirituale che tutto compenetra; e qui innanzi tutto l’uomo deve afferrare la spiritualità. La deve riconoscere in se stesso, poi potrà trovarla anche nelle sue manifestazioni. Ciò che così penetra, come una goccia, nell’anima cosciente è quello che la scienza occulta chiama spirito. L’anima cosciente si collega così con lo spirito, il quale è la parte nascosta di tutto ciò che è manifesto. Se l’uomo vuole afferrare lo spirito in tutto il mondo manifesto, deve farlo nello stesso modo in cui afferra l’io nell’anima cosciente. Deve rivolgere al mondo manifesto l’attività che lo ha condotto alla percezione dell’io».

A questo punto, diventa per noi evidente il motivo per cui l’occulto Maestro dell’ancora giovanissimo Rudolf Steiner «si servì in realtà  delle opere di Fichte, al fine di connettere con esse certe considerazioni, dalle quali risultarono poi cose, nelle quali potrebbero essere cercati i germi per la «Scienza Occulta», che in séguito scrisse il ragazzo una volta divenuto uomo», perché «gran parte di ciò che divenne la «Scienza Occulta» fu poi discusso in relazione alle proposizioni di Fichte».

Infatti, possiamo leggere queste folgoranti, incandescenti parole nell’Opera del grande Filosofo dell’Io:

«L’Io pone se stesso, ed è, in virtù di questo semplice posizione mediante se stesso; e viceversa: l’Io è, e pone il suo essere in virtù del suo semplice essere. È allo stesso tempo colui che agisce e il prodotto della sua azione; l’ elemento attivo e ciò che viene prodotto dall’attività; l’agire (Handlung) e l’atto (Tat) sono una, e la medesima cosa; ed è per questo motivo: Io sono espressione di una Tathandlung, di un atto in atto», in J. G. Fichte, Grundlage der gesamten Wissenschaftslehre – Fondamento dell’intera dottrina della scienza (1794), Sämtliche Werke, hrsg, von I. H. Fichte, 1. Band, Berlin, 1845, p. 96.

Vi è un incolmabile abisso tra la ‘Scienza Occulta’, come ‘Via dell’Io per l’anima cosciente’ di Rudolf Steiner e quanto si può trovare, invece, in opere dell’ambiguo Occultisme francese dell’Ottocento come Dogma e rituale dell’Alta Magia di Eliphas Levi, alias l’abbé Alphonse Louis Constant, Saggio sulle scienze maledette di Stanislas de Guaita, Trattato elementare di Scienza Occulta, Trattato metodico di Scienza OccultaTrattato metodico di magia pratica  di Papus, alias il Dr. Gérard Encausse. Ma vi è altresì un abisso – come vedremo meglio tra poco – tra la spirituale ‘Via dell’Io’, che l’ignoto Maestro indicò al giovanissimo neofita Rudolf Steiner, e la mistica ‘Via dell’anima’ indicata da Orao. Ad un inavvertito lettore, questa differenza, che fortemente sottolineamo, potrà sembrare essere sottile, speciosa, e di poco conto e, invece, è una differenza veramente abissale, cruciale, che decide dell’esito di tutta la ‘Via’: una differenza che il ricercatore spirituale deve aver ben chiara prima di intraprendere la ‘Via’ stessa. Da questo punto di vista è emblematico il fatto che un autentico Iniziato come Giovanni Colazza, fedele discepolo di Rudolf Steiner, e venerato Maestro di Massimo Scaligero, intitolasse la conferenza da lui tenuta a Milano l’8 dicembre 1940, trascritta da Fanny Podreider, e ripubblicata anni fa su questo stesso blog, s’intitolasse proprio La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente.

Vi è un aureo libretto, Rudolf Steiner, Filosofia e Antroposofia, trad. it. di Lina Schwarz, “La Prora”, Milano, 1938,  ripubblicato poi dai Fratelli Bocca, Milano, 1939, di 125 pagine, che comprende due parti: Filosofia e Antroposofia e I còmpiti e gli scopi della scienza dello spirito, che andrebbe bene, ripetutamente e molto a fondo, meditato dal ricercatore spirituale. Secondo la Nota apposta a p. 121 dalla traduttrice e curatrice italiana, «Delle due conferenze che compongono questo volumetto, la prima fu ritoccata e pubblicata dallo stesso Steiner, mentre l’altra (Stoccarda, 13 novembre 1909) è quale risulta da uno stenogramma non riveduto dall’autore». La prima parte – che riproduce sotto forma di articolo, ora facente parte della GA-35, una conferenza tenuta a Stoccarda il 17 agosto 1908 – comporta, alle pp. 11-12, una breve Avvertenza dello stesso Rudolf Steiner, della quale ci interessa in modo particolare il primo paragrafo, nel quale è detto:

«Le considerazioni contenute in Filosofia e Antroposofia riproducono, in sostanza, una conferenza da me tenuta nel 1908 a Stoccarda. Per antroposofia intendo un’indagine scientifica del mondo spirituale, che rileva tanto l’unilateralità della sola scienza naturale, quanto quella del solito misticismo, e sviluppa nell’anima che aspira alla conoscenza, prima ch’essa tenti di penetrare nel mondo soprasensibile, le forze che non sono ancora attive nella coscienza ordinaria e che dànno la possibilità di una tale penetrazione».

Sin dall’inizio della sua trattazione in Filosofia e Antroposofia, Rudolf Steiner pone sùbito in evidenza, con grande chiarezza, quali sono i due ostacoli, i due scogli di naufragio, contro i quali l’inesperto e poco avvertito navigante dello spirito rischia fortemente di andare a scontrarsi: la scienza naturale materialistica e il misticismo religioso. Egli così inizia a p. 13:

«Una vita psichica sanamente sviluppata urta, per naturale necessità, contro due scogli di cui deve vincere la resistenza se, nel gran mare della vita, non vuole andare alla deriva come una barca senza timone in balìa delle onde. Questo andare alla deriva porta infine l’uomo a un’incertezza interiore e, in un modo o nell’altro, alla rovina; oppure gli toglie la possibilità d’inserirsi nell’ordinamento del mondo in modo conforme alle vere leggi della vita, così ch’egli diviene un ostacolo per quell’ordine, invece che un fattore di progresso».

Non ho qui lo spazio per riprodurre tutte le incisive considerazioni che Rudolf Steiner fa per descrivere queste due inevitabili difficoltà che come superbi ostacoli si ergono contro gli sforzi del ricercatore spirituale. Ma vi è un punto delle sue considerazioni, dopo ch’egli ha descritto dal punto di vista della concezione spirituale del mondo, propria dell’Antroposofia, l’evoluzione del pensiero filosofico in relazione al problema degli ‘universali’, che tanto occupò i pensatori medievali, e a quello del ‘dualismo spirito-materia’, che si ricollega direttamente alle indicazioni che lo sconosciuto Maestro dette al suo giovanissimo neofita, quella sottile, segreta, connessione interiore che vi è tra la ‘Filosofia dell’Io’ di J.G. Fichte e lo sbocciare della ‘Via dell’Io’ nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner. Infatti, alle pp. 63-65, possiamo leggere:

«Quando la somma di tutte le cose si dissolve nel pensiero puro, se non è possibile arrivare ad una realtà estrinseca, partendo dal pensiero puro stesso, deve sopravanzare quella parte che Aristotele chiama materia.

Qui Aristotele può essere integrato da Fichte. Secondo Aristotele, si può arrivare anzitutto alla formula: «Tutto quanto ci circonda, anche quel che appartiene a mondi invisibili, rende necessario che si contrapponga al lato formale della realtà qualcosa di materiale». Ora, per Aristotele, il concetto di Dio è pura attualità, è atto puro; vale a dire, è tale che in esso l’attualità, cioè il dar forma, ha al tempo stesso la forza di produrre la sua propria realtà, dunque di non essere qualcosa a cui sta di fronte la materia, ma qualcosa che, nella sua pura attualità, è insieme piena realtà.

L’immagine di questa pura attualità si trova nell’uomo stesso, quando, a mezzo del pensiero puro, egli assurga al concetto dell’«Io». Nell’Io, egli giunge a quello che Fichte chiama la Tathandlung. Giunge nel suo interno a qualcosa che, vivendo nell’attualità, produce insieme con quest’attualità la sua materia. Quando afferriamo l’Io nel pensiero puro, abbiamo un triplice Io: un Io puro, che appartiene agli universali ante rem, un Io, nel quale siamo noi stessi, che appartiene agli universali in re, e un Io, che noi comprendiamo, che appartiene agli universali post rem. Ma qui c’è anche un fatto speciale: per quanto riguarda l’Io, quando si assurga ad afferrarlo davvero, questi tre «Io» vengono a coincidere. L’Io vive in sé, in quanto produce il suo concetto puro e può vivere nel concetto come realtà. Per l’Io non è indifferente quel che il pensiero puro fa, perché il pensiero puro è il creatore dell’Io. Qui il concetto dell’elemento creatore coincide con l’elemento materiale, e basta riconoscere che in tutti gli altri processi conoscitivi noi urtiamo, a tutta prima, contro un limite, ma nell’Io, no; questo lo abbracciamo nel suo essere intimo, in quanto lo afferriamo nel pensiero puro.

Così si può dare una base teorica alla proposizione che anche nel pensiero puro è raggiungibile un punto nel quale realtà e soggettività coincidono completamente, e nel quale l’uomo sperimenta la realtà. Se prende le mosse da qui, e feconda il suo pensiero in modo che, partendo da qui, il suo pensiero torni a uscire da se stesso, egli afferra le cose da se stesso. Esiste dunque nell’Io, afferrato con un atto puro di pensiero e così al tempo stesso creato, qualcosa grazie a cui varchiamo il confine che, per tutto il resto, dev’esser posto tra forma e materia».

Naturalmente, in Aristotele, e per gli Elleni in genere, parole come ὕλη, hyle‘materia’ e σχῆμα, schèma, forma sensibile, μορϕή, morphè, modo in cui una cosa si presenta, εἶδος, eidòs, forma intelligibile, ‘forma’, hanno un tutt’altro senso, e significato ben diverso, che non quelli che sono poi invalsi a partire dal materialismo illuministico settecentesco, e dal materialismo positivista ottocentesco. Tant’è che Aristotele correla – e a rigor di termini identifica – ‘materia’ e δύναμις, dynamis, potentia, ‘potenza’ da una parte, e ‘forma’ e ἐνέργεια, enèrgheia, actus, ‘atto’ dall’altra. Ma non ho qui lo spazio per approfondire questo importante aspetto della filosofia del grande Stagirita, anche se il farlo potrebbe essere illuminante  per alcuni aspetti essenziali, ascetici, pratici, della ‘Via del Pensiero’. Per cui rimandiamo a più opportuno momento. Invece, è importante riprendere alcune considerazioni che Rudolf Steiner fa in Filosofia e Antroposofia, alle pp. 66-68 :

«Per riconoscere l’Io come quel quid mediante il quale è possibile comprendere l’immergersi dell’anima umana nella piena realtà, bisogna badare di non cercare il vero Io nella coscienza ordinaria che di esso si ha. Se, cadendo in tale confusione, volessimo dire come il filosofo Cartesio: «Io penso, dunque sono», verremmo a trovarci confutati dalla realtà ogni qualvolta ci addormentiamo. Poiché nel sonno si è, sebbene non si pensi. Ma è altrettanto certo che soltanto attraverso il pensiero puro il vero Io può essere sperimentato. Poiché il vero Io emerge appunto nel pensiero puro, e solo in esso. Chi pensa soltanto, non arriva che all’idea dell’Io; chi vive quel che nel pensiero puro può essere vissuto, nello sperimentare l’Io per mezzo del pensiero trasforma in contenuto della propria coscienza una realtà ch’è, al tempo stesso, forma e materia. Ma, per la coscienza ordinaria, all’infuori di quest’Io non c’è nulla che introduca nel pensiero materia e forma al tempo stesso. Ogni altro pensiero non è, a tutta prima, immagine di una realtà completa. Ma in quanto nel pensiero puro si ha il vero Io come esperienza, s’impara a conoscere che cosa sia la piena realtà; e partendo da questa esperienza, si può procedere oltre ad altri campi della piena realtà.

Ciò tenta di fare l’antroposofia. Essa non si arresta alle esperienze della coscienza ordinaria; tende a un’investigazione della realtà per mezzo di una coscienza  trasformata. Elimina, agli scopi della sua investigazione, la coscienza ordinaria, ad eccezione dell’Io sperimentato nel pensiero puro, e la sostituisce con un’altra coscienza che opera, spiegata in tutta la sua ampiezza, come la coscienza ordinaria riesce a operare soltanto quando sperimenta l’Io nel pensiero puro. Per raggiungere questo, l’anima deve acquistare la forza di sottrarsi a tutte le percezioni esteriori e a tutte le rappresentazioni che nella vita ordinaria s’insinuano nell’interiorità dell’uomo in modo da potersi ridestare poi nella memoria».

Quella che qui, in Filosofia e Antroposofia, ci delinea Rudolf Steiner, è una delle sintesi più chiare, ed esplicite, la sintesi scientificamente forse più rigorosa, e particolarmente incisiva, che sia mai stata data della ‘Via del Pensiero Vivente’, della ‘Via dell’Io’. In essa Rudolf Steiner non fa mai appello a presupposti mistici, a concetti religiosi. Essa è una ‘Via’ ugualmente accettabile, percorribile, sperimentabile, dall’occidentale come dall’orientale, da chi abbia una provenienza cristiana, o buddhista, o induista, o taoista, o altra provenienza religiosa, ma anche da chi abbia abbandonato le fedi tradizionali, abbia una formazione severamente scientifica, o sia giunto persino ad una concezione del mondo ‘agnostica’, per aver constatato, e vissuto nell’anima, l’insoddisfazione sia per le aride risposte offerte da una scienza ‘insufficientemente scientifica’, sia per le ‘consolatorie’, ‘sentimentali’, ‘illudenti’ risposte offerte dalle ormai esangui tradizioni religiose e mistiche.

Ma la ‘Via dell’Io’, la ‘Via’ indicata da Rudolf Steiner per l’epoca dell’anima cosciente, dimostra apertamente di essere una ‘Via’ estremamente ‘esigente’, una ‘Via eroica’. Al punto tale che sarebbe da applicare alla Scienza dello Spirito, all’Antroposofia autentica, il detto di Thomas William Rhys Davids, il grande studioso e promotore del Buddhismo, a cavallo tra fine Ottocento e inizi del Novecento, fondatore della benemerita Pali Text Society, il quale affermava crudamente che: «Buddhism has no milk for babies», ossia che il Buddhismo non ha latte per i bambini, ma si rivolge ad anime coraggiose, eroiche, capaci di esigere tutto dalla propria volontà. Questo principio vale ancor più per la Scienza dello Spirito, la quale esige rigorosamente l’abbandono di tutti i presupposti, di tutti gli illusori appoggi, e di voler sperimentare il momento originario del conoscere, di attuare coraggiosamente l’esperienza autentica del pensiero puro. Infatti, alle pp. 73-75, di Filosofia e Antroposofia, così scrive Rudolf Steiner: 

«L’uomo aspira a raggiungere una conoscenza della vera realtà. Il primo passo verso un possibile appagamento di questa sua aspirazione è il riconoscimento che una tale conoscenza non può provenirgli né dall’osservazione della natura, né da una vita interiore mistica nel senso ordinario. Poiché tra l’una e l’altra, come abbiamo mostrato al principio di queste considerazioni, si spalanca un abisso che prima di tutto dev’essere colmato mercè l’accennata trasformazione della coscienza. Nessuno può giungere alla conoscenza della vera realtà, se non ha riconosciuto che per questa conoscenza i mezzi conoscitivi soliti non bastano, e che occorre anzi tutto sviluppare i mezzi necessarî a questa conoscenza. L’uomo sente che in lui giace sopito molto di più di quel che la sua coscienza abbraccia nella vita e nella scienza ordinaria. Istintivamente chiede una conoscenza che per questa coscienza è inaccessibile e, per raggiungerla, non deve temere di trasformare le forze che nella coscienza ordinaria sono rivolte al mondo dei sensi, al punto che possano afferrare un mondo soprasensibile. Prima di giungere alla possibilità di afferrare la vera realtà, occorre formarci lo stato d’animo che possa avere affinità col mondo soprasensibile. Quel ch’è accessibile alla coscienza ordinaria dipende dall’organismo umano che, con la morte, si disgrega; quindi è comprensibile che la conoscenza propria a questa coscienza non possa saper nulla del lato soprasensibile, del lato eterno nella natura umana. Solo la coscienza trasformata penetra nel mondo in cui l’uomo vive quale essere soprasensibile, quale essere che dalla decomposizione dell’organismo sensibile non viene toccato».

Quanto qui affermato da Rudolf Steiner smentisce, una volta di più, la gravissima, falsa, dis-orientante, affermazione apparsa agli inizi di questo novello secolo e millennio, in una rivista romana, essere «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», affermazione che, come vedremo, ben si coniuga con quelle altrettanto errate, false, e dis-orientatanti, che Orao fa in Resurrezione.

Questa è la ‘Via’ nella quale si deve imparare a ‘morire prima di morire, senza morire’: la ‘Via’ del coraggio assoluto, del rigore radicale, della sincerità, della dedizione incondizionata alla Verità. Verità, per amore della quale si deve avere la forza e il coraggio di tutto sacrificare: istinti, passioni, debolezze, velleità, preferenze, ostinatezze, opinioni, dogmi, tutto l’effimero, tutto il contingente. Avere tanta forza, e tanto temerario coraggio, da far morire la propria natura inferiore, effimera e traseunte, perché  finalmente nasca l’Io. Perché – come più volte ha ammonito Massimo Scaligero –  «non basta che l’Io sia: è necessario essere l’Io, attuare l’Io».

Siamo veramente molto lontani – e lo può scorgere chiaramente chiunque abbia uno sguardo acuto, un pensare coraggioso, veramente spregiudicato, e sincero amore per la Verità –  sia come metodo che come contenuti, dal mondo mistico, soggettivo, personale, emotivo, psichico, che emerge dalle pagine del libro Resurrezione di Orao: la sua non è la ‘Via dell’Io’, non è la ‘Via dell’anima cosciente’, la ‘Via del Pensiero Vivente’, instancabilmente, e in mille modi diversi, indicata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. I risultati e le conseguenze della ‘veggenza’ soggettiva, scaturenti da una cotale via errata, generatrice di molte pericolose illusioni, vengono stigmatizzate molte volte – e, come vedremo, con parole dure, persino ironiche – da Rudolf Steiner. Ma poiché, una volta di più, ho esaurito lo spazio ragionevolmente spettante a questa settima parte, sono costretto nuovamente ad appellarmi all’indulgenza, nonché alla pazienza, del benevolo lettore, e rimandare al proseguo di questo mio studio la disamina dettagliata, e documentata, di una serie di gravi errori, delle conseguenze spirituali degli errori, nonché delle fallaci, illusorie e illudenti, ‘vie’ che Orao trasmette coi suoi scritti al ricercatore spirituale.  

L’ARCHETIPO-GENNAIO 2020

Anno XXV n. 1

Gennaio 2020

archetipo3

epifania

CUM DEDERIT- TECUM PRINCIPIUM

Con i Salmi di Davide 126:4 e 110:3, di potente ispirazione per il periodo natalizio, magistralmente interpretati dal canto di due talentosi artisti, su musica del grande Vivaldi, il blog ECOANTROPOSOPHIA.IT augura  BUON NATALE a tutti i suoi amici lettori...

Cum dederit dilectis suis somnum
Cum dederit dilectis suis somnum
Ecce haereditas Domini
Filii merces
Fructus ventris
Fructus ventris

Cum dederit dilectis suis somnum
Ecce haereditas Domini
filii merces
Fructus ventris
Fructus ventris
Fructus ventris
Fructus ventris

AVENDO DATO AI SUOI AMATI IL SONNO
AVENDO DATO AI SUOI AMATI IL SONNO
ECCO L’EREDITA’ DEL SIGNORE
LA GRAZIA DEL FIGLIO
IL FRUTTO DEL SENO
IL FRUTTO DEL SENO

AVENDO DATO AI SUOI AMATI IL SONNO
ECCO L’EREDITA’ DEL SIGNORE
LA GRAZIA DEL FIGLIO
IL FRUTTO DEL SENO
IL FRUTTO DEL SENO
IL FRUTTO DEL SENO
IL FRUTTO DEL SENO

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TECUM PRINCIPIUM
IN DIE VIRTUTIS TUAE:
IN SPLENDORIBUS SANCTORUM
EX UTERO
ANTE LUCIFERUM
GENUI TE.

TECUM PRINCIPIUM
IN DIE VIRTUTIS TUAE:
IN SPLENDORIBUS SANCTORUM
EX UTERO
ANTE LUCIFERUM
GENUI TE.

CON TE E’ IL PRINCIPIO
NEL GIORNO DELLA TUA POTENZA:
NELLO SPLENDORE DEI SANTI
PRIMA DEL SORGERE DELL’AURORA
DAL SENO TI GENERAI.

CON TE E’ IL PRINCIPIO
NEL GIORNO DELLA TUA POTENZA:
NELLO SPLENDORE DEI SANTI
PRIMA DEL SORGERE DELL’AURORA
DAL SENO TI GENERAI.

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SESTA PARTE.

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Al termine della sua lunga vita – tutta dedicata con amore, sacrificio, e intenso impegno di volontà ad editare la Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner – Hella Wiesberger, tra le varie cose, scrisse un’opera che è un po’ la sintesi del suo attivo operare al servizio, al contempo devoto e instancabile, dell’Anthroposophia, dell’Angelico Essere animante la rosicruciana Scienza dello Spirito, che Rudolf Steiner ha prima conquistato, e poi donato al mondo. Hella Wiesberger fu, all’interno del Nachlass, del Lascito di Rudolf Steiner, tra le molte altre sue opere da lei edite, la curatrice esatta e accurata sin nei particolari della pubblicazione di tutto il materiale giuntoci sia della prima (operante dal 1904 al 1914), che della seconda (riaperta nel febbraio del 1924, e non completata a causa della malattia, e della prematura dipartita del suo Fondatore) Esoterische Schule, ossia della Scuola Esoterica: della ‘Scuola di Michele’.

L’opera in questione – che dovrebbe essere, penso, quella che racchiude i suoi ultimi scritti su tale importante e delicato argomento – è: Hella Wiesberger, Rudolf Steiners esoterische Lehrtätigkeit – Wahrhaftigkeit, Kontinuität, Neugestaltung, L’insegnamento esoterico di Rudolf Steiner – Veracità, Continuità, Rinnovamento,  pubblicata dalla casa editrice del Lascito, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1997,  un libro denso di 343 pagine.

In tale opera, l’Autrice non solo descrive le peculiarità della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner, ma le descrive entrando ben a fondo – con sue preziose considerazioni, che in parte desidero ripercorrere – alquanto nei particolari,  nell’essenza, e nel metodo, della stessa Scienza dello Spirito. In essa, Hella Wiesberger mostra la radicale differenza tra i contenuti e i metodi dell’antico esoterismo, tramandato da antichissime, venerande, tradizioni, legittimamente sopravvivente sino al XIX secolo all’interno di Confraternite ed Ordini Occulti rigorosamente chiusi, e i metodi, i risultati, della moderna, rosicruciana Scienza dello Spirito, orientata antroposoficamente.

Si tratta della differenza radicale che vi è il conoscere proprio all’anima senziente e all’anima razionale-affettiva, e il conoscere proprio dell’anima cosciente. Conoscenza non è affatto di per sé – ipso facto – automaticamente ‘scienza’. La consapevolezza di questa differenza era già chiara agli antichi Greci: a Pitagora, a Platone, ad Aristotele, per fare solo alcuni esempi tra molti. I Greci distinguevano acutamente tra δόξα, dòxa, la mera ‘opinione’, ἐπιστήμηepistēmē, ‘scienza’ o ‘conoscenza razionale’, e γνῶσιςgnōsis, la folgorante ‘conoscenza sovrarazionale’, ossia la Σοφία, Sophía, la ‘Sapienza’, quella che i Pitagorici chiamavano la ‘Conoscenza delle cose che veramente sono’, ossia che non sono solo illusorie apparenze, che non sono una maya, ma una concreta realtà spirituale.

Una percezione, una sensazione, un sentimento, una pulsione istintiva, in quanto ‘vissuti’ sono senz’altro ‘conoscenza’ ma, in quanto soggettivi, non sono di per sé, immediatamente, ‘scienza’. Possono divenire oggetto di scienza nella misura in cui vengono sottoposti all’obiettiva considerazione pensante. Anche quel che un soggetto sperimenta in sogno, un ‘vissuto’, è ‘conoscenza’, ma non è, e non può essere, nella sua immediatezza, ‘scienza’.

Un ‘vissuto’, finché rimane nella sua fattuale immediatezza, nella sua insuperata soggettività, pur essendo ‘conoscenza’, al massimo può dar luogo a quella che i Greci chiamavano δόξα, dòxa, ‘opinione’: legittima finché si vuole, ma pur sempre inevitabilmente limitata, soggettiva, legata ad un particolare punto di vista, e fatalmente destinata a scontrarsi con differenti ‘opinioni’, altrettanto soggettivamente legittime, generate da punti di vista diversi, da diversi ‘vissuti’, sempre pur essi soggettivi. Per quanto legittima, una ‘opinione’ non ha, e per sua natura intrinseca non può mai avere, valore universale, non può essere ‘scienza’. Proprio per questo il misticismo non è, e non può essere una oggettiva ‘Scienza dello Spirito’, proprio perché è un soggettivo, personale, assolutamente legittimo – almeno finché rimane all’interno dei limiti personali, e non ha la peregrina pretesa di imporsi universalmente – ‘vissuto’ individuale: non può avere oggettivo valore universale. E a maggior ragione non può mai essere ‘scienza’ nulla di quanto proviene dal guasto mondo della medianità, dello spiritismo, del basso psichismo, dalle operazioni di qualsivoglia forma di magia inferiore, comunque travestite. Nulla di ciò che sia al di sotto della lucida coscienza pensante, nulla di ciò che muove partendo da forme attenuate di coscienza dell’Io, può essere ‘scienza’, e a più forte e maggiore ragione, ‘Scienza dello Spirito’: anche nel caso in cui nelle sue manifestazioni rivestisse caratteri di grandiosità, allora tanto più illudenti e convincenti.

Non a caso Rudolf Steiner intitolò la prima parte della sua Filosofia della Libertà – faccio riferimento alla traduzione di Dante Vigevani, e all’edizione pubblicata nel 1966 dalla milanese Editrice Antroposofica –La scienza della libertà. E nel primo capitolo di essa, L’azione umana cosciente, dopo aver scritto a p. 20: «È evidente che un’azione non possa essere libera se il suo autore non sa perché la compie», nel medesimo paragrafo, a p. 21, aggiunge:

«Quando sapessimo che cosa significa il pensare in generale, ci sarebbe anche facile comprendere l’ufficio che esso adempie nell’agire dell’uomo. «Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito», dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche all’agire dell’uomo».

Nella prima parte di questo studio avevo scritto, e messo in rilievo, che «aver “visto” qualcosa non è, di per sé, affatto una garanzia circa la realtà della cosa vista». Non aver chiaro questo punto cruciale (che non è affatto una mera questione filosofica, bensì un elemento assolutamente necessario della pratica interiore), significa brancolare nel buio, scivolare fatalmente nelle peggiori illusioni, e aprire pericolosamente il varco a tutte le possibili aberrazioni, che distorcono e ottenebrano la sana vita dell’anima. A tale proposito, Rudolf Steiner è assolutamente chiaro ed esplicito. Egli nella sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza soprasensibile del mondo e del destino umano, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, alle pp. 17-18, così si esprime :

«Per essere “maestro” in questi campi superiori dell’esistenza, non basta però che in un uomo si siano aperti i sensi capaci di percepirli. Anche qui occorre “scienza” come per esser maestri nel campo della realtà comune. La “vista superiore” non fa dell’uomo un “dotto” in materia spirituale, come i sensi sani non fanno di noi dei “dotti” nel mondo della realtà sensibile. Ma poiché la realtà inferiore e quella spirituale non sono in ultimo che due aspetti della stessa e unica essenza fondamentale, chi è ignorante nel campo delle conoscenze inferiori rimarrà per lo più tale anche nel campo di quelle superiori. Questo fatto, in chi per vocazione spirituale si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza».

E affinché il candido lettore non abbia dubbio alcuno circa il reale, autentico, pensiero del suo Autore, e voglia sincerarsene esaminando direttamente il testo tedesco originale, lo riporto qui di seguito, traendolo da Theosophie – Einführung in übersinnliche Welterkenntnis und Menschenbestimmung, GA-9, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1978, p. 21:

«Um «Lehrer» auf diesen höheren Gebieten des Daseins zu sein, genügt es allerdings nicht, daß sich dem Menschen einfach der Sinn für sie erschlossen hat. Dazu gehört ebenso «Wissenschaft» auf ihnen, wie zum Lehrerberuf auf dem Gebiete der gewöhnlichen Wirklichkeit Wissenschaft gehört. «Höheres Schauen» macht ebensowenig schon zum «Wissenden» im Geistigen, wie gesunde Sinne zum «Gelehrten» in der sinnlichen Wirklichkeit machen. Und da in Wahrheit alle Wirklichkeit, die niedere und die höhere geistige, nur zwei Seiten einer und derselben Grundwesenheit sind, so wird derjenige, der unwissend in den niederen Erkenntnissen ist, es wohl auch zumeist in höheren Dingen bleiben. Diese Tatsache erzeugt in dem, der sich – durch geistige Berufung – zum Aussprechen über die geistigen Gebiete des Daseins veranlaßt fühlt, das Gefühl einer ins Unermeßliche gehenden Verantwortung. Sie legt ihm Bescheidenheit und Zurückhaltung auf. Niemanden aber soll sie abhalten, sich mit den höheren Wahrheiten zu beschäftigen».

Vedremo come Hella Wiesberger metta bene in evidenza la radicalità – al contempo audace e consequenziale – della posizione conoscitiva che Rudolf Steiner pone a fondamento necessario dell’intera Scienza dello spirito. Infatti, a p. 29 del suo sopra citato scritto, leggiamo:

«Di fronte alle teorie della conoscenza correnti a quell’epoca, egli stimò che il loro punto di partenza non era realmente privo di presupposti (voraussetzungslos), e che dunque fosse necessaria «un’analisi dell’atto della conoscenza spinto sino ai suoi elementi ultimi (auf die letzten Elemente zurückgehende Analyse des Erkenntnisaktes, per apportare la dimostrazione che «tutto quanto occorre addurre per la spiegazione e comprensione del mondo è raggiungibile al nostro pensiero». (Rudolf Steiner, Verità e scienza, Proemio d’una filosofia della libertà, Prefazione, in Saggi filosofici, traduzione di Lina Schwartz, R. Carabba Editore, Lanciano, 1932, p. 142). Questa idea si trova già nel suo primo saggio datato dell’estate 1879 allorché, tra la fine delle scuole superiori e l’inizio dei suoi studi al Politecnico di Vienna, egli intraprese a trasporre alla propria maniera la Dottrina della scienza di Fichte» (In Beiträge… Nr. 30, estate 1970)».

Nella sua trattazione, al contempo lucidissima e rigorosa, Hella Wiesberger ci dà – traendoli dallo spirito che anima l’intera Opera di Rudolf Steiner – gli elementi per giungere a calcare un terreno conoscitivamente sano, e soprattutto sicuro, nel campo dell’esperienza spirituale. Ecco che cosa l’Autrice scrive, alle pp. 30-31 del suo libro, ove metterò in evidenza alcune parole importanti di Rudolf Steiner:

«Nei suoi diversi successivi sguardi retrospettivi sulle sue prime investigazioni fondamentali egli mise sempre in rilievo, che a quel tempo la questione fondamentale era: In quale misura si può dimostrare che nel pensiero umano la realtà dello spirito è l’elemento attivo? E per risolvere questa questione egli si era posto il còmpito di investigare la natura del pensare umano stesso. A tal fine egli aveva messo da parte anche tutto quello che gli poteva giungere di visioni di un mondo spirituale, giacché:

«persino quando visioni soggettive, per quanto convincenti e intense esse possano essere, dovessero sorgere davanti all’anima, non si ha alcuna giustificazione di accordar loro in qualsiasi modo, attraverso il loro sorgere soggettivo, valore oggettivo sino a che non si sia in grado di gettare un ponte verso il mondo spirituale, rispettando il rigore scientifico indispensabile».

Egli dice di avere esaminato tutte le vie possibili per trovare una risposta alla domanda: «Qual è in realtà la vera essenza del pensare umano?», fino a che egli non si sia reso conto che il pensiero umano non può essere compreso correttamente altro che da colui che vede le sue manifestazioni superiori di questo qualcosa che si svolge «in maniera indipendente dall’organizzazione corporea». Già «nella corrente vita quotidiana» si trova un «elemento sovrasensibile» dal momento in cui l’uomo si eleva al reale (wirklichen) pensare, al pensiero puro, ove egli non viene determinato da nient’altro che dai motivi propri al pensiero stesso, e non da ciò che sotto forma di una necessità naturale emana da processi corporei come gli istinti, gl’impulsi della volontà etc. (Conferenza pubblica tenuta a Stoccarda il 25 maggio 1921, pubblicata in Beiträge… Nr. 116, nel 1996)». 

Hella Wiesberger mette in evidenza come, per Rudolf Steiner, il Sentiero della Conoscenza, che deve condurre il discepolo dell’Iniziazione all’esperienza diretta della realtà spirituale, non può partire altro che dall’esperienza del pensiero puro – unico criterio di assoluta certezza di realtà in tale dominio – e proseguire esclusivamente mediante l’illimitata intensificazione volitiva della stessa esperienza del pensiero puro. Allontanarsi da questo criterio, e modello di certezza, significa venire riafferrati dalle forze della natura corporea, e scivolare – proprio per l’inavvertito coinvolgimento nei dinamismi di tale natura corporea – nell’esperienza visionaria, nella medianità, non importa quanto grandiose, commoventi, e convincenti, possano apparire le esperienze, che in tali patologiche condizioni si presentano. Così, alle pp. 31-32 della sua opera, possiamo leggere:

«Egli aveva così ottenuto la prova che la teoria della conoscenza permette di penetrare nella realtà dell’elemento spirituale esattamente come nell’elemento sensibile. E vide in ciò la giustificazione della rivendicazione dell’esatta scientificità per l’edificazione ora, secondo il «modello del pensiero puro» dei gradi della conoscenza superiore, Immaginazione, Ispirazione, Intuizione:

«Quando nei miei scritti scientifico-spirituali io espongo quei processi conoscitivi che, attraverso l’osservazione e l’esperienza spirituali, possono condurre a rappresentazioni del mondo spirituale, così come i sensi e l’intelletto, che è loro legato, lo fanno nei riguardi del mondo sensibile e della vita umana che in esso si svolge, ciò non può, secondo la mia concezione, essere giustificatamente presentato come scientifico altro che se viene fatta la dimostrazione che il processo del pensiero puro dimostra  esser già, esso stesso, il primo gradino di quei processi, attraverso i quali vengono ottenute conoscenze sovrasensibili. Penso di aver recato questa dimostrazione nei miei primi scritti» (Articolo Die Geisteswissenschaft als Anthroposophie und die zeitgenössische Erkenntnistheorie, La Scienza dello Spirito come Antroposofia e la teoria della conoscenza contemporanea, 1917, in Philosophie und Anthroposophie, Filosofia e Antroposofia, GA-35)».

Per chi conosca la letteratura e i rari documenti realmente provenienti dalle antiche cerchie autenticamente iniziatiche, non può che stupirsi della grandiosità della coraggiosa impresa – che potrebbe apparire a taluni persino temeraria – compiuta da Rudolf Steiner. Basti pensare anche soltanto a pochi testi provenienti dalla corrente ermetico-rosicruciana, come l’Amphitheatrum Sapientiae Aeternae di Heinrich Khunrath, alle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz anno 1459, all’Aureum Saeculum Redivivum di Adrian von Mynsicht, pubblicato sotto l’eteronimo di Hinricus Madathanus Theosophus, e ripubblicato all’interno dei tre quaderni degli allora Gold- und Rosenkreutzer, ossia le Geheime Figuren der  Rosenkreuzer, aus dem 16ten und 17ten Jahrhundert, Altona, 1785-1788, per rendersi conto di quanto criptico fosse il linguaggio immaginativo e simbolico usato all’interno della cerchia ermetico-rosicruciana, e quanto immenso sia stato lo sforzo di Rudolf Steiner di tradurre, e donare al mondo, la conoscenza spirituale in concetti. Il lettore che abbia una qualche pratica di quel tipo di letteratura ermetico-rosicruciana può misurare tutta la distanza che la separa da testi di Rudolf Steiner come Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, L’Iniziazione. Come si ottengono conoscenze dei mondi superiori?, La scienza occulta nelle sue linee generali, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni, La soglia del mondo spirituale di Rudolf Steiner. S’egli non ci avesse donato quei testi, anche il solo tentare di accedere, e ancor più di percorrere, l’arduo e aspro sentiero dell’Iniziazione – posso affermarlo senza illusione veruna – sarebbe stata un’impresa disperata per molti di noi. A questo proposito, possiamo valutare l’importanza di quel che scrive Hella Wiesberger alle pp. 46-47 di questa sua opera:  

«Se si riflette all’abbondanza dei risultati d’indagine che sono stati diffusi nel corso di oltre due decenni, si può misurare l’enorme lavoro spirituale ch’egli ha dovuto compiere per trasporre in un linguaggio concettuale moderno i fatti sovrasensibili che erano stati investigati (um die erforschten übersinnlichen Tatsachen in die moderne Gedankensprache umsusetzen). Ma ciò era assolutamente necessario al fine di poterli comunicare pubblicamente, poiché soltanto sotto questa forma essi potevano essere accettati, messi in dubbio, o persino rifiutati in tutta libertà dalla coscienza ordinaria».

L’importanza di quest’opera di Hella Wiesberger nasce proprio dall’esser essa basata su di un solido fondamento conoscitivo, rigorosamente scientifico. Sulla base di esso – e soprattutto sulla base delle opere ‘filosofiche’ di Rudolf Steiner, in primis la sua Filosofia della Libertà – viene mostrato quanto di assolutamente nuovo il Maestro dei Nuovi Tempi ha portato al ricercatore spirituale come criterio di certezza, di verità, e di libertà. Nella sua opera, l’Autrice così descrive, a p. 17, l’eccezionalità del tentativo di Rudolf Steiner:

«A partire da questa comunità con l’«emancipazione della coscienza umana superiore e del suo affrancamento da ogni costrizione autoritaria» (Lettera a Rosa Mayreder, del 14 dicembre 1893, in Briefe II, GA-39, Dornach, 1953), ottenute grazie al pensiero libero dai sensi, Rudolf Steiner era giunto a stabilire le preventive condizioni necessarie per affrancare l’esoterismo in maniera sana dall’epoca in cui era tributario di certe cerchie. Prima non si poteva raggiungere il mondo delle realtà spirituali altro che con una coscienza attenuata  e sotto la direzione di una guida spirituale che occorreva accettare in maniera incondizionata l’autorità assoluta. Grazie all’atto pionieristico di Rudolf Steiner, ogni candidato serio può giungervi con una condizione chiara, e sotto la propria responsabilità piena e libera».

Procedendo nella sua lucida esposizione della novità assoluta che la Via indicata da Rudolf Steiner ha – come caratteristica peculiare di ‘Via dell’anima cosciente’ – rispetto a tutte le passate Vie d’Oriente e d’Occidente, Hella Wiesberger mette in evidenza come le opere ‘filosofiche’ di Rudolf Steiner, che io preferirei addirittura chiamare, more hermetico‘filosofali’, non siano la mera giustificazione ‘epistemologica’ dell’Antroposofia, bensì sono l’autentica Via Regia’ della realizzazione iniziatica: sono la stessa ascetica Via del Pensiero Vivente, operante attraverso la resurrezione del conoscere dallo stato di catalessi e di morte in cui nella nostra epoca si trova, ossia la resurrezione dell’essere originario del pensare-folgore, del potere trasfigurante e trasmutante dell’idea. Così scrive a p. 25  l’Autrice nel secondo capitolo, Rudolf Steiner come istruttore del discepolato esoterico: della sua opera:

«L’opera e la biografia di Rudolf Steiner sono inseparabili. Tutto quello ch’egli ha insegnato, egli lo ha acquisito personalmente; la stessa cosa è per la sua principale opera filosofica, la Filosofia della Libertà, la quale, come precisò lui stesso, «riflette in ogni sua riga un’esperienza personale»  (Lettera a Rosa Mayreder, del 4 novembre 1894, in Briefe II, GA-39 ). Ciò ch’egli ha sviluppato riguardo alla natura del pensiero puro, essendo un punto di partenza filosofico personale, lo designò vent’anni più tardi come il punto di partenza indispensabile anche per tutti coloro che «nella propria anima compiono una evoluzione occulta». Lo formulò in una maniera semplice ma estremamente incisiva nei termini seguenti:

«Si prese per un grande motto il detto di un grande enciclopedista del XVIII secolo: «O uomo, abbi il coraggio di servirti della tua ragione!» Oggi vi è un detto ben più grande che deve afferrare le anime: O uomo, abbi il coraggio di considerare i concetti e le tue idee come gli inizi della chiaroveggenza!».

Nessun uomo potrebbe accedere realmente alla chiaroveggenza se mediante i suoi concetti e le sue idee non avesse già nell’anima un «briciolino» («ein Winziges») di chiaroveggenza che in séguito può essere sviluppato «all’infinito». Per questa ragione è estremamente importante comprendere come in realtà l’inizio della chiaroveggenza sia qualcosa «assolutamente quotidiano»: «è sufficiente afferrare la natura sovrasensibile dei concetti e delle idee», è sufficiente rendersi conto come questi non provengano dal mondo sensibile, bensì come sia a partire dai mondi spirituali ch’essi penetrano nell’anima. (Helsingfors, 29 maggio 1913, GA-146). 

Egli stesso sviluppò la sua scienza e la sua etica della libertà a partire dalla conoscenza della natura sovrasensibile dei concetti e delle idee, e grazie «all’emancipazione della coscienza umana superiore e al suo affrancamento da ogni costrizione autoritaria» (Lettera a Rosa Mayreder del 14 dicembre 1893, in Briefe II, GA-39) che ne discende, egli poté realizzare l’individualismo etico anche nel campo della ricerca occulta. Il suo còmpito particolare era di attenersi rigorosamente all’investigazione individuale. Sin dall’inizio della sua azione nel campo della Scienza dello Spirito, egli insisté sul fatto che ciò che in tale campo proverrà da lui seguirà una linea che era stata inaugurata dalla Filosofia della Libertà (Dornach, 27 ottobre 1818, GA-183), questa sottolineatura si congiunge con l’affermazione espressa nel medesismo periodo riguardo al pensare in quanto idea centrale della Filosofia della Libertà:

«Io vedo in questo pensare puro la prima manifestazione ancora umbratile dei gradi della conoscenza spirituale (Ich sehe in diesem reinen Denken die erste noch schattenhafte Offenbarung der geistigen Erkenntnisstufen (Articolo Die Geisteswissenschaft als Anthroposophie und die zeitgenössische Erkenntnistheorie, La Scienza dello Spirito come Antroposofia e la teoria della conoscenza contemporanea, 1917, in Philosophie und Anthroposophie, Filosofia e Antroposofia, GA-35)».  

Fatta questa lunga – ma assolutamente necessaria – metodica premessa conoscitiva, è il momento di riprendere l’esame del libro di Orao: Resurrezione. E, ad uno sguardo spregiudicato, non può sfuggire l’enorme differenza, non solo di metodo, ma anche di contenuti, tra quel che scrive Orao da una parte, e quello che scrivono e dicono Rudolf Steiner e Massimo Scaligero dall’altra. La posizione personale di Orao può essere senz’altro rispettabilissima, ma – in quanto soggettiva – riguarda unicamente Orao, l’individuale percorso, giusto o errato che sia, scelto da Orao: che non è affatto quello indicato da Rudolf Steiner, da Massimo Scaligero, e da tutta la Scienza dello Spirito. In definitiva, quella di Orao è una via mistica, individuale, personale, non uno scientifico Sentiero conoscitivo, avente valore universale, da tutti ugualmente verificabile e, allo stesso tempo, da tutti sperimentabile con identici risultati.

Che quella di Orao sia una posizione mistica – e non una posizione conoscitivamente priva di presupposti, come esige Rudolf Steiner nelle sue opere ‘filosofali’ – risulta sin dalle prime pagine del suo scritto, in un punto già citato nella prima parte di questo articolo, là dove dice:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità».

Abbiamo visto come questa cogente, assoluta, necessità di partire dai Vangeli, per avviarsi all’attività autocosciente, sia una opinione tutta personale di Orao, e come essa venga radicalmente smentita proprio dal fatto che Rudolf Steiner non partì punto dai Vangeli – anzi non partì affatto dal Cristianesimo storico e confessionale, bensì, – come gl’ingiunse il suo Maestro – entrando nella pelle del drago della scienza moderna, a quel tempo largamente positivistica e materialistica, egli ne portò a radicalità le istanze di oggettività, e di empirica sperimentabilità, mostrando quanto, invece, insufficientemente scientifica, perché non totalmente priva di presupposti, fosse la scienza del suo tempo. Da questo punto di vista, anche il misticismo cristiano, in quanto via del sentire, e come tale non privo di presupposti, è soggettivo, e non scientifico. Ad ulteriore riprova della radicale ‘scientificità’, dell’assoluto, asciutto, ‘non misticismo’ del sentiero conoscitivo percorso da Rudolf Steiner, è interessante riportare la testimonianza di Friedrich Rittelmeyer, di colui che fu posto alla direzione della Christengemeinschaft, della Comunità dei Cristiani, proprio da Rudolf Steiner. Friedrich Rittelmeyer nel suo Meine lebensbegenung mit Rudolf Steiner – Il mio incontro con Rudolf Steiner, Verlag Urachhaus, Stuttgart, 1983, p. 63, così riferisce un aspetto veramente particolare della biografia del fondatore dell’Antroposofia:

«Più tardi, occasionalmente, Rudolf Steiner mi parlò in maniera più semplicemente umana delle sue ricerche nella Cronaca dell’Akasha. Allora soltanto ebbi un’idea del rigore con il quale egli verificava le sue facoltà, e rendeva sicuri i risultati che otteneva. Egli diceva, per esempio,  essere una circostanza provvidenziale il fatto di non aver conosciuto dalla Bibbia le apparizioni del Risorto prima di esservi stato condotto attraverso le proprie investigazioni. Quando era bambino, egli veniva inviato a scuola dall’altro lato della frontiera austro-ungarica, e suo padre in quanto «libero pensatore», non aveva alcun interesse, lo lasciava indifferente il fatto che la sua «istruzione religiosa» ne soffrisse. Fu così che, a tutta prima, che mediante la ricerca spirituale egli aveva potuto sperimentare e constatare tutto quello che era accaduto dopo la morte del Christo. Solo in seguito egli aprì la Bibbia, poté riconoscere chele relazioni dei Vangeli si accordano in tutti i loro dettagli con le immagini ch’egli aveva ottenute, salvo che nei Vangeli, così come li possediamo oggi, vi è mescolato un tratto materialistico, a causa di una mancanza di comprensione. Questo tratto materialistico si ritrova, per esempio, nella maniera in cui vengono riferiti i discorsi sul ritorno del Christo. In molti campi, Rudolf Steiner condusse le sue ricerche, apparentemente per anni, prima di dirne non fosse altro che una parola. Talvolta gli mancavano alcuni dettagli, che in lungo lasso di tempo non arrivava a trovare».

Leggendo, e rileggendo coscienziosamente, ossia non con sentimentale emotività e superficialità, ma con attenta osservazione, e riflessione pensante, uno scritto di Orao come Resurrezione,  non si può non avvertire quanto esso sia lontano, sia come contenuti che come metodo, dall’impostazione conoscitiva, rigorosamente ‘scientifica’, che regna nell’intera Opera di Rudolf Steiner. Abbiamo potuto vedere come il punto di partenza di Orao, assolutamente personale non sia privo di presupposti: ciò oramai è evidente. Non può non lasciare alquanto perplessi leggere un intero paragrafo, in parte in questo studio già citato, che Orao scrive alle pp. 7-8 di Resurrezione, ove metterò in evidenza talune affermazioni che destano molto stupore, tanto sono discutibili, affermazioni che non possono essere,  se non per negligenza o sentimentalità, troppo facilmente trascurate o tralasciate:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità. Da quel momento in poi, dall’avvento del Cristianesimo, con il formarsi e diffondersi delle comunità cristiane, Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre. Così, dopo i Vangeli, sorsero gli Atti degli Apostoli, le Lettere di San Paolo, i Fioretti di San Francesco, le Lettere di Santa Caterina, fino alla grandiosa rivelazione di Rudolf Steiner relativa ai quattro Vangeli, e soprattutto il Quinto Vangelo che, per la sua vivente esperienza akashica, è opera da proseguirsi per essere congiunta all’evento della Nuova Pentecoste».

Lo scrivere di Orao, qui, è in parte piuttosto sibillino, ma tenendo conto dell’ampia premessa metodologica da me fatta più sopra, è possibile nondimeno giungere a vedere con chiarezza quel che, in maniera certo a tutta prima non evidente, è sottinteso tra le righe. Anzitutto, i Vangeli, così come ci sono giunti – ossia in una redazione definitiva, che risale al quinto e sesto secolo della nostra era – sono stati oggetto una ampia opera di manomissione da parte della Chiesa cattolica, sia latina che greca, con tagli, censure, interpolazioni varie. Già a cavallo tra il quarto e quinto secolo, un Padre della Chiesa come Girolamo operò in maniera per così dire ‘ortopedica’ nel suo ‘tradurre’ i testi biblici. Ed è noto com’egli venisse incaricato dal vescovo di Cesarea di tradurre l’originale testo aramaico del Vangelo di Matteo posseduto dagli dagli Ebioniti, una corrente pauperistica del Cristianesimo primitivo, ma, rendendosi conto che tale Vangelo originale di Matteo era in realtà un testo iniziatico, misterico, ch’egli non comprendeva, e che, tuttavia pur ritenendolo autentico,  reputava pericoloso, e scandaloso per i cristiani, si rifiutò di tradurlo: in pratica tale pericoloso Vangelo originale di Matteo fu fatto sparire. Si può leggere, su questa vicenda, quel che ne dice Rudolf Steiner nel ciclo Da Gesù a Cristo. GA-131, 11 conferenze tenute a Karlsruhe tra il 4 e il 14 ottobre 1911, pubblicate dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2011.

Tenendo conto di quanto in maniera ingiuriosa e calunniosa scrissero contro gli Gnostici, contro Mani e i Manichei, Ireneo di Lione col suo scritto Adversus haereses, Contro gli eretici, Epifanio di Salamina col suo Panarion, e molti altri controversisti; tenendo conto come con l’affermarsi del potere politico e mondano della Chiesa cattolica, sia latina che greca, l’intolleranza dell’ortodossia contro ogni voce diversa, regolarmente qualificata come ‘eretica pravità’, venisse metodicamente perseguitata, e punita col rogo; tenendo conto dello sterminio dei Catari, contro i quali fu indetta in Francia una sanguinosa crociata di sterminio, è difficile pensare che ‘Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre’.

Gli Iniziati, specialmente nel Medioevo si guardavano bene dallo scrivere qualsiasi cosa, proprio per il fatto che le Chiese cristiane avversavano rabbiosamente il principio dell’Iniziazione, ed operarono con ogni mezzo ad estirparlo. Lo stesso Rudolf Steiner riferendosi al passaggio dall’antica Iniziazione, coltivata nei centri dei Misteri del Mondo Classico, alla nuova forma dell’Iniziazione, così scrive, nel capitolo Presente e futuro dell’ evoluzione cosmica e umana della Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, a p. 329:

«Si costituì così, presso questi nuovi iniziati, una conoscenza che abbracciava tutto ciò che formava il contenuto dell’antica iniziazione; ma al centro di questa scienza risplendeva la conoscenza superiore dei misteri dell’evento del Cristo. Tale sapere non poteva filtrare che in piccola parte nella vita generale, essendo quello il tempo in cui le anime umane del quarto periodo dovevano rafforzare le loro capacità di intelletto e di sentimento; perciò la conoscenza a quel tempo si può dire che fosse un sapere molto segreto».

Quella dei mistici, poi, era una via che – salvo rarissime eccezioni, e solo nel caso di personalità di rango spirituale superiore – non portava punto alla Conoscenza. Sia ben chiaro che la Via dell’Iniziazione cristiano-gnostica, che descrive Rudolf Steiner, non è affatto la via del misticismo cristiano. E nel caso di alcune mistiche medievali, come Hildegarda di Bingen, Mechtilde di Magdeburgo, Teresa d’Avila, Rudolf Steiner, nel Corso di medicina pastorale, con parole impietose, mette bene in evidenza i lati ambigui, equivoci, di una certa mistica cattolica che, per esempio, nei casi citati sfociava in patologiche situazioni – Rudolf Steiner dixit – di  un vero e proprio erotismo astrale, che con la Conoscenza autenticamente spirituale nulla ha a che fare. In casi di personalità appunto di rango superiore come Meister Eckhart, Miguel de Molinos, o San Giovanni della Croce, si ebbero vere e proprie persecuzioni. Del resto, la stessa Mistica fu sempre mal tollerata dalla Chiesa cattolica. Comunque, lo ripeto ancora una volta, la Mistica, come viene per lo più intesa, non è Conoscenza,  e non è Iniziazione.

Un dato storico incontrovertibile è che la Chiesa cattolica ha sempre proibito – sino al XIX secolo inoltrato – ai laici la lettura della Bibbia in generale, e dei Vangeli in particolare. Ne proibì la traduzione nelle lingue volgari, nonché il possesso di esse da parte dei laici. Questi dovevano ascoltare esclusivamente la lettura del Vangelo, e la relativa spiegazione nell’omelia, che il sacerdote faceva dall’altare, e di questo soltanto i fedeli si dovevano accontentare. Uno dei motivi – uno tra molti altri – della feroce, spietata, persecuzione dei Catari e dei Valdesi da parte della Chiesa cattolica fu proprio la traduzione ch’essi facevano dei Vangeli, e il fatto di farli conoscere a chiunque volesse ascoltare la Parola del Salvatore. Rudolf Steiner più volte sottolineò come fine precipuo della Chiesa cattolica – la quale è quanto di più antiniziatico e antimistico sia mai esistito ed esista – fu, e tuttora è, la narcosi e la distruzione dell’anima cosciente: per essa i fedeli devono considerarsi parte di un ‘gregge’ e, come docili ‘pecorelle’, farsi guidare dai ‘buoni pastori’ al suo sicuro ‘ovile’. Gli esseri umani vengono considerati in perenne minorità spirituale, mai spiritualmente adulti, mai capaci di accedere in maniera libera e autonoma alla sfera dell’esperienza spirituale diretta. Unica mediazione verso lo spirituale è per il fedele, che sia in comunione con la Chiesa ovviamente, il rito sacramentale del quale la Chiesa stessa si arroga il monopolio esclusivo, così come il diritto e il potere di escludere, mediante il rituale della scomunica (che è un vero e proprio rito di magia nera), da tale comunione chiunque faccia una ‘αἵρεσις’‘hàiresis’, una ‘scelta’, diversa da quella conforme alla sua pretesa ortodossia, divenendo cosi un ‘eretico’: da estirpare con ogni mezzo dal mondo.

Rudolf Steiner, nelle conferenze di Neuchâtel su Christian Rosenkreutz, tenute nel 1911, parla di come già nel Medioevo fosse ormai caricaturale l’immagine del Cristianesimo confessionale rispetto a quello che l’Impulso-Christo aveva portato nel mondo. Mal si vede, dunque, come – stando a quel che scrive Orao – da tali «scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristiana ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre»,  e come si possano porre i Fioretti di San Francesco, che non sono opera del Santo di Assisi, bensì sono una ‘ortopedizzata agiografia’ su di lui, e sull’originario impulso francescano, al fine di ricondurre la sua opera e il suo impulso – alla bisogna, anche con mezzi violenti, come poi in effetti avvenne nella lotta tra ‘conventuali’ e ‘spirituali’ – nell’àmbito dell’ortodossia cattolica, o le Lettere di Santa Caterina, accanto alla Scienza Occulta, o all’esegesi sui Vangeli di Rudolf Steiner. Ma, soprattutto, lascia oltremodo perplessi – sia per i contenuti che per il metodo – quanto, in maniera criptica, viene alluso da Orao con le parole «e soprattutto il Quinto Vangelo che, per la sua vivente esperienza akashica, è opera da proseguirsi per essere congiunta all’evento della Nuova Pentecoste». È evidente che qui Orao si propone di ‘proseguire’, di ‘completare’, ed eventualmente ‘correggere’, sulla base della sua personale esperienza e della sua pretesa autorità, quel che – a suo personalissimo giudizio, naturalmente – Rudolf Steiner avrebbe lasciato di incompleto, o di errato, non solo come risultati nel campo dell’indagine spirituale, ma anche e soprattutto, come vedremo, in quelli che sono le successive tappe, i gradini, dell’Iniziazione, sia di quella cristiano-gnostica, sia di quella rosicruciana. A proposito di questa non dichiarata, ma abbastanza esplicita per chi voglia vedere, sua ‘magistrale’ finalità, Orao usa moltissima prudenza, e inizialmente parla – direbbe Paolo di Tarso – per aenygmata. Ma il candido lettore vedrà che riusciremo ben a disvelar l’arcano. Nel proseguo di questo studio, vedremo poi cosa pensare circa la scientifica correttezza di quella esperienza, e cosa circa l’autorità che Orao si arroga pretendendo di ‘proseguire’, di ‘correggere’, e di ‘completare’ l’Opera di Rudolf Steiner.

Che nel suo libro vi siano molti errori, anche gravi, lo abbiamo potuto constatare facendo un’analisi serena di quel che scrive. Si tratta di errori nell’identificare tra loro una serie di individualità della storia spirituale dell’umanità. Altri sono errori riguardanti la cosmologia e la cosmogonia della nostra Terra nel corso della sua evoluzione. Un errore particolarmente grave è quello di identificare Lucifero con Jahve, ossia di fare di Lucifero uno dei sette Elohim solari, e di affermare che Jahve avrebbe posto in atto una ‘ribellione’ nei confronti del Logos,  e a tal fine abbia poi scelto come propria ‘dimora’ l’attuale Luna terrestre. Abbiamo potuto vedere – e a tale riguardo Rudolf Steiner usa un linguaggio esplicito, assolutamente inequivocabile – che in realtà quello di Jahve fu un sacrificio, un plurimillenario sacrificio, e niente affatto una ribellione, compiuto al fine di aiutare l’uomo nella sua evoluzione terrestre, sacrificio che lo portò scegliere come propria ‘dimora’ la Luna. Le affermazioni di Orao sono frutto della sua personale ‘esperienza interiore’, ossia della sua personale ‘chiaroveggenza’: una ‘chiaroveggenza’ ben errata. Tali risultati sono non solo diversi, ma – come abbiamo potuto verificare, e soprattutto documentare – addirittura diametralmente opposti a quelli che possiamo leggere nelle comunicazioni di Rudolf Steiner.

L’indagine spirituale è impresa ardua, e va condotta con tenace metodicità, e severo rigore scientifico. Gli errori, anche gravissimi, sono sempre possibili, se non ci si attiene a tale rigoroso metodo, a tale severa scientificità. Anche su questo punto cruciale, Rudolf Steiner è affatto esplicito, e mai ambiguo. A questo riguardo, voglio trascrivere un’altra importante testimonianza di Friedrich Rittelmeyer. Testimonianza particolarmente importante proprio perché egli, teologo protestante aderente alla Chiesa luterana, al suo incontro con l’Antroposofia era ancora saturo di tutti i pregiudizi che la sua formazione teologica, filosofica, e scientifica gli avevano trasmesso. Per cui nei suoi primi incontri personali, egli pose tutta una serie di domande a Rudolf Steiner: domande, nate tutte dalla sua diffidente prudenza. A tali domande, Rudolf Steiner rispose sempre con pacata serenità, con cordialità, e con una mai affettata modestia. Le risposte che furono date alle molte domande di Rittelmeyer, nel corso del tempo, convinsero quest’ultimo della serietà e della fondatezza della Scienza dello Spirito, e lo spinsero infine ad una sincera, completa, entusiastica adesione all’Antroposofia. In uno di questi incontri, egli pose a Rudolf Steiner una domanda, per noi molto importante. La leggiamo alle pp. 56-58 del suo libro, più sopra citato: 

«Non siamo tuttavia che nel 1913. Quando Rudolf Steiner ritornò a Norimberga [dove risiedeva Friedrich Rittelmeyer], all’inizio dell’inverno, avevo molte domande da sottoporgli. Gl’incontri si svolgevano sempre così: per un’intera ora io ponevo le mie domande una dopo l’altra, così come le avevo preparate. Egli rispondeva sempre volentieri. Il tesoro di conoscenze dal quale egli attingeva mi stupiva sempre di più.  E la cosa più sorprendente per me era che egli non avesse mai provato a impressionarmi nei suoi confronti (Und das Erstaunlichste war mir, daß er niemals vorher mit ihm zu imponieren gesucht hatte). Non diceva mai di più di quel che non fosse necessario per rispondere alla domanda. Qualche volta, rarissimamente, arrivava questa risposta: «Non ho ancora esaminato questo punto» – «Posso porre una domanda?», cominciavo spesso. «Domandate quel che volete», rispondeva volentieri. Restituiva così la domanda: ci si sentiva interrogati noi stessi: «Sapresti tu porre la domanda? Sai tu quali domande vorresti porre?». Quanto ho rimpianto in séguito di non aver saputo interrogare più intelligentemente! Avrei potuto apprendere tante cose interessanti, che avrei potuto poi assimilare ed elaborare in tutta libertà. Giacché Rudolf Steiner non chiedeva mai di essere approvato. Egli raccontava e lasciava agire quel che diceva. Giunse l’occasione nella quale, sorpreso dalla sicurezza delle sue risposte, gli chiesi: «Non vi siete mai ingannato nel corso delle vostre ricerche, e non siete mai stato poi a correggervi? (Haben Sie sich eigentlichin Ihren Forschungen niemals getäuscht und sich nachträglich korrigieren müssen?)»  – «Quel che non sapevo in maniera sicura, non l’ho mai detto (Was ich nicht sicher wußte, habe ich niemals gesagt. Non ero ancora soddisfatto: «Intendo, vi è capitato, in séguito a ricerche più approfondite, di rettificare per voi stesso le prime impressioni e i primi risultati ottenuti?»  – «Sì, ma allora vi è una ragione a ciò, e si tratta di riconoscerla. Se per esempio io La incontro nella nebbia, e non La riconosco, la nebbia è una realtà, che dovrà pure essere considerata». Non mi ritenevo ancora soddisfatto. «Non vi è mai capitato di essere obbligato a dirvi: là mi sono ingannato?». Rifletté tranquillamente un istante. «Sì», disse, «sugli esseri umani qualche volta mi sono ingannato. Ma nel caso degli esseri umani, la vita porta dal di fuori elementi che non si possono prevedere»

Nel corso della conversazione, giunsi, stupito, a domandare: «Se è così, perché dunque non lo dite semplicemente agli uomini?». – «Perché non esiste ancora nell’umanità, facoltà di assimilazione per tali verità». Queste parole egli le pronunciò calmo, con oggettività, senza veruna vanitosa affettazione di tragedia. Si trattava di verità per le quali, lo si può capire, è necessaria all’umanità una lunga educazione prima ch’essa sia matura per esaminarle spregiudicatamente».

Rudolf Steiner, la cui modestia era pari alla sua coscienziosità scientifica, ammetteva senza problemi di potersi sbagliare, e proprio per questo faceva verifiche, a volte per anni, al fine di accertarsi che ogni singolo risultato delle sue indagini spirituali corrispondesse a realtà, ed ogni sua parola comunicata ad altri corrispondesse a verità. Massimo Scaligero stesso ammetteva di poter incorrere, come chiunque, in errori, e per questo adoprava estrema prudenza nell’esprimersi su specifiche questioni di ordine spirituale. Ed abbiamo più sopra visto come Rudolf Steiner, nella sua Teosofia, alludendo alle difficoltà che incontra un veggente, al quale non può essere sufficiente la semplice ‘veggenza’, occorrendogli, necessariamente ed obbligatoriamente, anche ‘scienza’, affermi: «Questo fatto, in chi per vocazione spirituale (geistige Berufung) si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza». Ora, quella che qui Rudolf Steiner chiama ‘geistige Berufung’, ‘vocazione spirituale’, è qualcosa che ha a che fare con una ‘chiamata’ del Mondo Spirituale, e non è, non può essere, il risultato di una velleità personale. Una cotale ‘vocazione’, in quanto risultato di una ‘chiamata’ dall’Alto, non è cosa che possa essere improvvisata sulla base delle soggettive rappresentazioni illusorie, che un soggetto umano infervorato può farsi su se stesso. In questo campo, è facile cadere nella simulazione, che in molti casi può essere anche sincera, o addirittura nella vera e propria impostura. Nella storia delle comunità spirituali – religiose, mistiche ed esoteriche – di simulazione e impostura ve ne è una straordinaria abbondanza. E il movimento antroposofico, purtroppo, non fa affatto eccezione a cotale malvezzo.

Massimo Scaligero stesso – così mi raccontò in colloquio, che avemmo negli anni ottanta del trascorso secolo, suo cugino Amleto Scabelloni – dopo l’incontro che ebbe con Giovanni Colazza, incontro che determinò la scelta definitiva della Via iniziatica cui consacrare l’intera vita, era estremamente contrario a scrivere libri. Amleto Scabelloni mi riferì di una lunga conversazione, svoltasi in una passeggiata a Monteverde, nella quale Massimo Scaligero toccò temi spirituali elevati e delicati, e alla fine della conversazione gli disse testualmente: «Su queste cose, io non scriverò mai niente!». In questo seguiva l’esempio del suo Maestro, Giovanni Colazza, che era egli pure estremamente contrario a scrivere. Tuttavia – sono testimone di quanto Massimo Scaligero mi disse personalmente – un giorno, dietro un ‘atto d’imperio’ del Mondo Spirituale, negli anni cinquanta del secolo scorso, Massimo Scaligero cominciò a scrivere. Nacque, prima, Iniziazione e Tradizione nel 1956, poi, L’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile nel 1959, e il Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen nel 1960, e poi tutti gli altri, sino a Iside-Sophia, la dea ignota, uscito nel 1980, le cui bozze egli stava rivedendo la notte della sua dipartita, tra il 25 e il 26 gennaio 1980.

Massimo Scaligero scrisse sempre, e solo, su richiesta del Mondo Spirituale, e mai per una velleità, o per una vanità personale. Dunque scrisse per ‘vocazione’: come ‘risposta’ ad una ‘chiamata’ del Mondo Spirituale stesso. Nei testi che scriveva, egli controllava che vi fosse, sin nei minimi particolari, l’aderenza più stretta al ‘dettato’ che gli giungeva dallo Spirito. Anche di questo sono testimone delle parole che Massimo Scaligero mi disse. Agire diversamente significa scivolare consapevolmente, o inavvertitamente, nella ‘prevaricazione’ antispirituale, e, di conseguenza, scivolare nell’irrealtà, nell’illusione, nella soggettività, nella menzogna, nell’inavvertita dipendenza dalle condizioni della psiche e della corporeità, nella medianità.

Nel proseguo di questo studio, dovrò affrontare alcune questioni, ancor più gravi sia per la loro intrinseca natura, sia per le conseguenze che inevitabilmente comportano.  È il caso di dire che la Verità è di chi La cerca e La conquista. Il ricercatore deve possedere, e sviluppare ben oltre l’ordinario, spregiudicatezza, amore per la Verità, e coraggio di conoscenza. Egli deve cercare la Verità, non l’apparenza, la Verità, non l’illusione, la Verità non la menzogna. Perché vi fu Chi disse (Giovanni, 14, 6): ἐγὼ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, egò eimì he hodòs kaì he alètheia kaì he zoèIo Sono la Via, la Verità, e la Vita.

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUINTA PARTE.

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Per mostrare come nella Scienza dello Spirito si debba procedere con rigore logico – con la logica del Logos, non con la vacua dialettica degli intellettuali superficiali – con algebrica precisione, e geometrica chiarezza, è necessario affrontare il problema della diversità, della non identità, che vi è tra determinate entità spirituali appartenenti alle Gerarchie celesti, o anche appartenenti alla nostra umanità terrestre. Un pensare non ben disciplinato – non scientificamente disciplinato, come abbiamo visto Rudolf Steiner affermare, nella sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, essere assolutamente necessario per non finire nel mondo delle illusioni – può produrre molta confusione, generare falsissime, errate, identificazioni, le quali in seguito, sovente, vengono da altri  acriticamente, fideisticamente, accolte, nonché da molti eziandio sentimentalizzate, divenendo poi fonte di deduzioni meramente dialettiche, ed infine coagulandosi e concretandosi in ‘miti’, che sono poi sempre piuttosto difficili demolire. 

Vi è un testo di Rudolf Steiner, Der Orient im Lichte des Okzidents. Die Kinder des Luzifer und die Brüder Christi, Ein Zyklus von neun Vorträgen gehalten in Mündien vom 23. bis 31. August 1909 mit einer Betrachtung zur Goethe-Feier am 28. August 1909, GA-113, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1977, tradotto in italiano da Willy Schwarz, col titolo di L’Oriente alla luce dell’Occidente. I Figli di Lucifero e i Fratelli del Cristo, nove conferenze tenute a Monaco di Baviera dal 23 al 31 agosto 1909. Pubblicato nel 1980 dalla milanese Editrice Antroposofica, che riveste per me grande importanza perché, pur raccogliendo un ciclo di conferenze – come avverte, a p. 7, la Nota introduttiva dell’autore in occasione della prima pubblicazione di questo ciclo di conferenze, nel 1921-22 – il testo di esse fu rivisto personalmente da Rudolf Steiner, il quale vi aggiunse pure in vari punti sue note esplicative.

Nella quarta conferenza, quella del 26 agosto 1909, alle pp. 87-88, Rudolf Steiner mostra un’analogia – ed avverte in maniera chiarissima che tale analogia non è da prendere per una identità – tra il tempestoso dio indiano dei Veda, Indra, e lo Jahve nell’Antico Testamento ebraico:

«Come la Luna riflette la luce solare, così da quel momento Indra getta nell’evoluzione spirituale della Terra non la luce sua propria, ma riflette la luce del Cristo. La luce del Cristo riflessa da Indra, non ancora percepibile direttamente, ma che permette di riconoscere il Cristo come noi riconosciamo la luce del Sole riflessa dalla Luna, ecco quello che Mosè annunciò al suo popolo: ed egli dette il nome di Jahve , o Jehova, alla luce riflessa del Cristo, come quella del Sole è riflessa dalla Luna. Ecco quello che ho lumeggiato spesso, in forma diversa, nelle mie conferenze sul vangelo di Giovanni:  il Cristo si preannuncia, e Jahve o Jehova è il nome della luce del Cristo riflessa da un’altra antica divinità, è il Cristo preannunciato profeticamente.

È dunque come se il vecchio Indra fosse stato accolto nella luce del Cristo e ora riflettesse questa luce del Cristo da sé alla Terra. Per il fatto di essere stato toccato dalla luce del Cristo, il dio Indra ha compiuto egli stesso un’evoluzione. Non che egli sia divenuto Jehova; non si deve dire: Jehova è Indra. Si potrà invece comprendere che come Indra si manifestava nel tuono e nel lampo, così nel lampo e nel tuono si manifesta anche Jehova, poiché la natura dell’entità riflettente condiziona chiò che viene riflesso. Ecco perché Jehova si manifestava nel lampo e nel tuono».

Ma ripercorriamo quella che, secondo la Scienza dello Spirito, è l’evoluzione cosmica che ha portato alla formazione della nostra attuale Terra, e alla nascita dell’uomo terrestre. Secondo il racconto biblico, trascritto nella Genesi di Mosè, questa evoluzione comincia, e rappresenta i suoi inizi, all’incirca con il momento della separazione del Sole dall’unione Luna-Terra che, secondo la Scienza Occulta e la Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner, corrisponde all’epoca iperborea. Il ripercorrere queste immagini della storia cosmica ci darà non solo la chiave per la comprensione dell’entità  spirituale di Lucifero, della sua azione, ma anche evidenzierà l’errore che sta alla base della visione cosmologica e cosmogonica di Orao in Resurrezione. Nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969,  pp. 181-182, questo evento viene descritto così:

«Dal globo della Terra, composta di fuoco ed aria, si distacca un corpo cosmico indipendente il quale, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, diverrà il Sole attuale. Dopo il distacco del Sole, la Terra contiene ancora in sé tutto quel che vi è nella e sulla Luna attuale. La separazione del Sole avviene perché entità superiori non potevano ulteriormente sopportare per la loro evoluzione, né per il lavoro che dovevano compiere per la Terra, la materia condensata fino allo stato acqueo; esse separarono dalla massa terrestre soltanto le sostanze che possono utilizzare, e vanno a formarsi una nuova dimora sul Sole donde esercitano dall’esterno la loro azione sulla Terra. Per la sua evoluzione all’uomo occorre invece un campo d’azione in cui la materia sia ancora più condensata».

Ma non tutte le entità spirituali che si trovavano al di sopra l’uomo, e che si separarono dalla Luna-Terra, erano evolute al punto da potersi unire alle entità solari, e prendere quindi dimora sul Sole. Per queste entità spirituali, pianeti come Mercurio e Venere, in posizione intermedia tra la Terra e il Sole, divennero per essi le dimore adatte. In particolare, Lucifero e le sue schiere trovarono la loro dimora su Venere. Su Venere – si noti bene –, non sull’attuale Luna, satellite della nostra Terra.  Infatti, sempre nella Scienza Occulta, parlando della formazione dei vari Oracoli, e dei loro metodi di iniziazione, nell’epoca atlantica, alle pp. 213-214, troviamo:

«Oltre a questi metodi di iniziazione, ve ne furono altri per gli uomini che avevano accolto troppo l’influsso luciferico per poter mantenere staccata dal corpo fisico una parte del corpo vitale, grande quanto quella staccata dagli uomini solari. In questi uomini il corpo astrale tratteneva nel corpo fisico una parte maggiore del corpo vitale che negli uomini solari. Essi non potevano neppure elevarsi per mezzo delle condizioni di cui abbiamo parlato, fino alla rivelazione profetica del Cristo. Per causa del loro corpo astrale, piuttosto influenzato dal principio luciferico, essi dovevano seguire una disciplina più severa per riuscire, sebbene in uno stato meno libero dal corpo, di quanto non lo fossero gli altri, a ricevere la rivelazione, non del Cristo stesso, ma di altre entità elevate. Esistevano delle entità che avevano bensì abbandonato la Terra al momento del distacco del Sole, ma che non si trovavano a tale altezza di evoluzione da poter seguire a lungo l’evoluzione solare. Dopo la separazione fra il Sole e la Terra, essi formarono una sede separata dal Sole: Venere. La loro guida fu l’entità che divenne ormai «l’io superiore» di quegli iniziati e dei loro seguaci. Lo stesso si verificò per lo spirito che guidava il pianeta Mercurio, nei riguardi di un altro gruppo di uomini; si costituirono così gli oracoli di Venere e di Mercurio».

Il discorso di Rudolf Steiner diventa ancor più chiaro ed esplicito in alcuni cicli di conferenze, tenuti per quelli che allora erano membri della Società Teosofica in Germania, che seguiva l’impostazione rosicruciana e antroposofica ch’egli le aveva dato. In una conferenza serale intitolata.  Über die Gruppen-Iche von Tieren, Pflanzen und Mineralien, Sugli Io di gruppo di animali piante e minerali, tenuta ad Heidelberg, il 2. Febbraio 1908, contenuta in Natur- und Geistwesen – ihr Wirken in unserer sichtbaren Welt, Esseri naturali e spirituali. La loro azione nel nostro mondo visibile, GA-98, 18 conferenze tenute in varie città tra il 5 Novembre 1907 e il 14 Giugno 1908, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1996, pp. 185-186, Rudolf Steiner afferma:

«Quando evolvette l’antica Luna, allora apparve dapprima un corpo. Poi sorsero due corpi. Quando evolvette la nostra Terra, emerse un corpo dall’oscurità del Cosmo. Quindi l’unico corpo cosmico si divise dapprima in due. Quindi, dapprima, il corpo del mondo unico diviso in due. Poi la Luna si separò di nuovo dalla Terra, cosicché abbiamo tre corpi cosmici: Sole, Luna e Terra. A tutte queste incarnazioni  era collegata anche l’umanità. Su Saturno venne posta la predisposizione al corpo fisico, sul Sole la predisposizione al corpo eterico, sulla Luna la predisposizione al corpo astrale. Al di sopra dell’uomo vi sono entità superiori. Queste non potevano attraversare la loro evoluzione più rapida quando la Terra era ancora congiunta col Sole e colla Luna. Perciò,  dovettero separarsi ed estrarre le sostanze migliori, cosicché ora il Sole è abitato da sublimi entità, che noi chiamiamo i divini Creatori dell’uomo. Essi abitano il Sole. Ciò che fluisce nella luce, abita il Sole. Questa è la beatitudine che si sperimenta, che viene sentita, quando irradia luce. Sulla Luna, tuttavia, vi sono inizialmente esseri inferiori. Nella precedente evoluzione vi erano esseri che, per così dire, non ebbero l’opportunità di innalzarsi sino al Sole. Non potevano mantenersi sul Sole, perché esso era riservato ad entità superiori. Ma non potevano neppure essere sulla Terra, essa era troppo poco progredita per loro.  Essi non potevano vivere su entrambi i corpi cosmici. Pertanto, il Sole dovette separare altri due pianeti su cui vivono questi esseri. Questi sono Mercurio e Venere. Su Mercurio abitano entità simili agli esseri umani, i quali tuttavia non conoscono la morte. La vita degli esseri di mercurio scorre, per così dire, in maniera che una tale transizione è solo come una trasformazione, proprio come noi mutiamo il corpo tra la nascita e la morte. Pertanto, le anime degli esseri di Mercurio vivono mentre assumono e dismettono i loro corpi spirituali, ma non conoscono la morte. Su Venere vi sono pure entità, che stanno tra gli esseri umani e gli esseri solari. Esse abitano Venere e possono persino diventare attivi sulla Terra. Esse diventano attive nel corpo umano. Queste entità che chiamiamo entità luciferiche. Esse hanno in una certa maniera la loro patria su Venere. Per questo Venere viene chiamata anche «Lucifero».

Per maggior sicurezza, e documentazione, del benevolo lettore riproduco qui il testo tedesco di queste ultime frasi, con il dovuto rilievo in grassetto, come ho fatto per la traduzione italiana:

«So leben auf der Venus auch Wesenheiten, die zwischen den Menschen und den Sonnenwesenheiten stehen. Sie bewohnen die Venus und können sogar wirksam werden auf der Erde. Sie werden wirksam im menschlichen Leibe. Diese Wesenheiten nennen wir luziferische Wesenheiten, Sie haben in gewisser Weise ihre Heimat auf der Venus. Daher nennt man die Venus auch «Luzifer».

Da questa esplicita comunicazione di Rudolf Steiner risulta con assoluta chiarezza, come Lucifero non sia un Elohim – forse sarebbe meglio dire al singolare Eloah, אלוה – solare, e neppure un’entità lunare. Risulta altresì come non sia Lucifero ad aver stabilito dimora e patria sulla nostra attuale Luna, bensì Jahve. La dimora di Lucifero è il pianeta Venere. Un’ulteriore conferma della natura cosmicamente ‘venusiana’, e non ‘lunare’ di Lucifero, l’abbiamo in un altro ciclo di conferenze di Rudolf Steiner, Weltenwunder, Seelenprüfungen und Geistesoffenbarungen, Meraviglie del creato, prove dell’anima e rivelazioni dello spirito, dieci conferenze tenute a Monaco dal 18 al 27 Agosto 1911, con una conferenza, del 28 Agosto 1911, GA-129. Nella quarta conferenza, del 21 Agosto 1911, a p. 91, possiamo leggere:

«Abbiamo ora un esempio del fatto che c’è un tale desiderio per le entità che stanno lavorando su un altro pianeta e che desiderano ardentemente un qualche corpo celeste piuttosto che la loro vera patria? Sì, abbiamo molti esempi simili, ma un tale esempio ora dovrebbe essere in contrasto nei confronti del Cristo. Vi furono potenti entità durante l’evoluzione dell’Antica Luna, le quali tuttavia, in un certo senso, durante questa evoluzione lunare, non avevano ottenuto la conclusione della loro evoluzione. Tra questi elevati spiriti ve ne era  tutta una schiera che, per così dire, stava sotto una Guida, Schiera la quale, allorché l’evoluzione lunare era a fine, non aveva raggiunta la sua mèta evolutiva, e quindi non l’aveva raggiunta neppure allorché la Terra principiò con la sua evoluzione. Ora, questa schiera intervenne nell’evoluzione della Terra, e cooperò alla direzione dell’umanità, ma essendo nella sua interiorità con la tragica nostalgia di una stella dell’universo che – come è stato descritto nella Scienza Occulta – era stata espulsa fuori dall’intera evoluzione dell’Antica Luna. All’interno della nostra evoluzione spirituale terrestre, abbiamo esseri potenti, elevati, importanti, sotto la loro propria Guida, che portano veramente in sé la nostalgia di una stella là fuori nell’universo, stella che considerano la loro vera patria, ma sulla quale essi non possono essere, perché abbandonarono la Luna e dovettero andare sulla Terra senza aver completata la loro evoluzione. Queste sono le schiere che stanno sotto Lucifero, e lo stesso Lucifero agisce nell’evoluzione terrestre con la continua nostalgia nella sua interiorità nei confronti della sua vera patria, della stella di Venere nel cosmo. Questo è il tratto più risaltante nell’entità luciferica, quando la consideriamo cosmicamente. E la coscienza chiaroveggente impara propriamente quel che viene caratterizzato nella stella di Venere, per il fatto di conoscere, che essa scrutando nell’anima di Lucifero. guardando nell’anima di Lucifero, e per il fatto che all’interno della Terra ha la tragica nostalgia di Lucifero, come una meravigliosa nostalgia cosmica nei confronti la stella di Phosphoros, di Lucifero o Venere. Perciò quel che Lucifero ha eliminato via come un guscio, quel che alla morte dell’Antica Luna viene espulso dagli esseri luciferici, così come alla morte dall’anima umana viene gettato via il corpo fisico, risplende dal cielo come Venere.

Ora abbiamo posto davanti ai nostri occhi qualcosa di cosmico, sia in relazione alla nostra Terra, sia in relazione a Venere, il pianeta vicino alla nostra Terra. E abbiamo posto di fronte a noi qualcosa che nell’anima greca non veniva sentito proprio nella maniera espressa, come qui l’ho presentata, ma che tuttavia viveva nei sentimenti e nelle sensazioni dell’anima greca. E quando quell’anima greca si volgeva in alto alle stelle, e in modo particolare a Venere, là sentiva l’intima connessione tra una cotale stella e determinate entità, che pervadono le sfere terrestri, e le spiritualizzano. E l’antica anima greca sentendo quel che Lucifero era sulla Terra, dicendo: attraverso la nostra Terra spira (weht) il principio luciferico – si volgeva in alto alla stella di Venere, e diceva: «Questo è il punto errante nel nostro spazio celeste verso il quale tendono incessantemente le nostalgie di Lucifero».

Qui scorgete le sensazioni, che l’anima greca aveva sulle meraviglie del cosmo. Ma vedete altresì al tempo stesso in maniera vivente, come l’anima greca fosse lontana dall’innalzare lo sguardo su nello spazio cosmico, descrivendo Venere come una mera sfera fisica, come fa la nostra astronomia moderna. Che cos’era, dunque, Venere per l’anima greca? Era quella regione dello spazio celeste, che essi conoscevano per il fatto di considerare chiaroveggentemente il contenuto spirituale dell’anima di Lucifero, giacché in essa notavano la grande nostalgia (Heimweh), che come un ponte vivente s’innalzava dalla Terra a Venere. Questa nostalgia desiderio che l’anima greca avvertì come la nostalgia di Lucifero, questa medesima anima greca la sentì altresì come appartenente alla sostanza di Venere. Il greco non vedeva il mero pianeta fisico, bensì vedeva qualcosa che era stato reciso dall’entità luciferica, così come il corpo fisico viene separato dall’uomo quando attraversa la porta della morte, e come il cadavere della Terra verrà reciso quando la Terra avrà raggiunta la mèta della sua evoluzione. Ma vi è questa differenza, che il corpo fisico dell’uomo è destinato a dissolversi, mentre il corpo di un Lucifero è destinato, quando cade dall’entità animica, a risplendere come una stella negli spazi celesti. Con ciò abbiamo caratterizzato in senso spirituale  quel che sono le stelle. Lo abbiamo caratterizzati nell’esempio di Venere. Che cosa sono dunque per una  concezione vivente  delle meraviglie cosmiche, delle meraviglie della natura? Sono i corpi degli dei. Ciò che dai corpi degli Dèi è uscito fuori negli spazi cosmici è diventato stella, e in questa maniera il greco innalzò lo sguardo su al mondo stellare, ai pianeti e alle stelle fisse. Vi erano un tempo, così egli si diceva, negli spazi le entità spirituali, che noi veneriamo come i nostri Dèi; esse hanno compiuto la loro evoluzione; allorché essi giunsero al punto, che per l’uomo durante la sua esistenza terrena significa  la morte, allora per questi Dèi si presentò un evento, per cui la materia fisica li abbandonò e divenne stelle.

Le stelle sono i corpi degli Dèi, le cui anime operano nel mondo in altra maniera, indipendentemente da quei corpi – proprio come Lucifero divenne indipendente dal suo corpo, da Venere, e continua a vivere nella nostra evoluzione terrestre. Questa è quella che possiamo chiamare una concezione spiritualizzata della natura, una concezione spiritualizzata del mondo».

Rudolf Steiner si esprimeva sempre in maniera estremamente precisa. Se qualcosa era da lui giudicato prematuro per coloro che lo ascoltavano o lo leggevano, di regola taceva. Se, invece, riteneva necessario che una determinata conoscenza venisse ascoltata, allora parlava con estrema chiarezza. Non lasciava il minimo spazio a nessun tipo di equivoco. Questo proprio perché l’Antroposofia è ‘Scienza dello Spirito’, non una Theosophia, sia pure nell’antichissimo, e nobile, senso del termine. È ‘scienza’, non ‘rivelazione’: ‘scienza’, prometeicamente conquistata dal basso, partendo da forze puramente umane, non benignamente “concessa” dall’Alto.  Per cui, è veramente improprio fargli dire quel ch’egli mai ha detto, e far scivolare, come fa Orao, surrettiziamente, nella Scienza dello Spirito una concezione falsissima come quella di una pretesa identità di Lucifero e Jahve, facendo per di più di quest’ultimo un Eloah solare che si è ribellato al Logos e agli altri sei Elohim solari. Rudolf Steiner è assolutamente chiaro nel porre la dimora di Jahve sulla nostra Luna terrestre, e nel descrivere la sua missione sacrificale sulla Luna in opposizione e fatale contrasto con quella di Lucifero sulla Terra e sull’uomo. Ed è altresì assolutamente chiaro nel mettere in collegamento Lucifero col pianeta Venere, e non con la Luna.

Su questo fatale contrasto, su questa radicale opposizione, tra Lucifero e Jahve, Rudolf Steiner ritornò moltissime volte, essendo questo un tema cruciale sul quale deve regnare la massima chiarezza. Per cui, anch’io – una volta di più, risparmiando al lettore molte faticose ricerche – ho deciso di moltiplicare antologicamente, anche a costo di appesantire l’articolo, le citazioni di Rudolf Steiner, affinché nessuno rimanga nell’incertezza e nel dubbio su questo punto fondamentale della Scienza dello Spirito, dal quale del resto dipendono non pochi aspetti dell’Ascesi. Così, se andiamo a leggere il ciclo Der Mensch im Lichte von Okkultismus, Theosophie und Philosophie, L’uomo alla luce di occultismo, teosofia e filosofia, dieci conferenze tenuta a Christiania (Oslo) dal 2 al 12 Giugno 1912, GA-137, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1993, nella nona conferenza, quella dell’11 Giugno 1912, alle pp. 167-168, troviamo che Rudolf Steiner afferma:

«Apprendiamo di Lucifero che il suo regno è Venere e che quelle forze trovano la loro espressione simbolico-fisica giungendo da noi come la luce di Venere, la Stella del Mattino e quella della Sera; questi raggi fisici di Venere, che vengono inviati nello spazio cosmico, sono l’azione simbolico-fisica di Lucifero sull’uomo. Lucifero non si limitò ad agire sull’uomo inferiore. Vi lavorerebbe solo se Venere risplendesse con tutto il suo disco, come in nel caso della Luna piena. Sapete che Venere ha delle fasi proprio come la Luna, quindi c’è una Venere crescente, una piena, ed una decrescente. Nuovamente, i quarti delle fasi di Venere agiscono così come i quarti della Luna sul petto. Tuttavia, Venere, che ha un effetto spirituale, ha un effetto sull’uomo della testa, così che un’espressione di ciò che è spirituale in relazione all’uomo può essere vista in cielo nell’interazione del Sole, della Luna, e di Venere. Intendiamoci, un’espressione per ciò che è nello spirito umano.

Proprio come nell’uomo il grande Spirito del Sole agisce in relazione allo Spirito della Luna, in relazione a Jahve o Jehova,  così anche Lucifero, che è sempre attivo nella natura umana, opera in relazione a questi due. Se si volesse rappresentare graficamente questa legge di interazione e darne uno schema, lo si potrebbe fare al meglio, se lo si cercasse nelle costellazioni del Sole fisico, della Luna fisica, e di Venere. Così come questi stanno in rapporto reciproco,  così come possono avere una relazione, in modo che l’uno si opponga all’altro, lo respinga, oppure che l’uno rafforzi l’altro, o che lo indebolisca, sopraffacendolo, e oscurandolo, così è pure nell’uomo la relazione  delle tre potenze spirituali che sono state caratterizzate. L’uomo può sviluppare la sua azione solare, soprattutto se essa non viene alterata né dalle forze della Luna, né da quelle di Venere. Ma può anche, per così dire, accadere che il suo Sole, le potenze che sono nel mezzo, nel cuore, vengano ottenebrati dalla Luna, dalle potenze del capo, così come gli ottenebramenti possono penetrare attraverso Lucifero, attraverso Venere. Sapete altresì che vi sono quelli che vengono chiamati passaggi, transiti di Venere davanti al Sole nello spazio cosmico.

Così, avete simboleggiata, per così dire, nello spazio cosmico la relazione della triplicità interiore dell’uomo, lo Spirito del Sole, lo Spirito della Luna e lo Spirito di Venere o Lucifero, ed espresso dalla costellazione del Sole, della Luna e di Venere».

Mi sembra che, nel suo esporre i risultati della sua investigazione spirituale, Rudolf Steiner non potesse davvero esprimersi più chiaramente di come lo abbia fatto. E se si tiene conto di come in un testo di estrema importanza e delicatezza come Anweisungen für eine esoterische Schulung. Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», ossia nei cosiddetti Quaderni Esoterici, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, a p. 58, viene dato un mantram, che viene dichiarato essere «parole di meditazione, per i già più progrediti, che afferrano il sentire», Meditationsworte für schon Vorgeschrittenere, die Empfindung ergreifend, non è affatto credibile che Rudolf Steiner abbia dato a discepoli intimi un contenuto di meditazione di carattere mantrico, nel quale vi fosse confusione tra una deità come Jahve e un Ostacolatore come Lucifero.  Ecco il mantram in questione:

Porsi rappresentativamente nello spazio notturno pervaso dalla luce lunare; in esso sentendo sperimentare:

In principio era Jahve / E Jahve era presso gli Elohim / E Jahve era uno degli Elohim / E Jahve vive in me.

Ecco, per il benevolo lettore che volesse sincerarsene, il testo tedesco:

Sich vorstellend versetzen in den monddurchhellten Nachtraum;
darin empfindend erleben:

Im Urbeginn war Jahve
Und Jahve war bei den Elohim
Und Jahve war einer der Elohim
Und Jahve lebt in mir.

Giunti a questo punto, mi sembra ampiamente dimostrato, rispetto alla pretesa identificazione di Lucifero con Jahve – oltre che rispetto alle fallaci identificazioni di una serie di individualità spirituali apparse nel divenire storico dell’umanità sulla Terra –  l’errore fondamentale compiuto da Orao nel libro Resurrezione. Ma un cotale errore non è affatto senza conseguenze, ed è giunto il momento di cominciare a trarre alcune conclusioni. Quello che soggettivamente è ben un errore conoscitivo, agisce poi oggettivamente come una menzogna spirituale. E a tale proposito, il ricercatore spirituale è bene che bandisca da sé ogni illusione. Una volta di più, dovrò fare riferimento alle parole di Rudolf Steiner, che dovrò in alcuni punti mettere in rilievo. Nel ciclo di 14 conferenze, svoltosi a Stoccarda dal 22 Agosto al 4 settembre 1906, Vor dem Tore der Theosophie, GA-95, pubblicato in italiano col titolo Alle porte della Scienza dello Spirito, Editrice Antroposofica, Milano, 2015, nella prima conferenza, alle pp. 14-15, troviamo:

«Il quarto arto che in lui si distingue viene espresso con un “nome” che si differenzia completamente da tutti gli altri nomi: “io” non lo posso dire che a me stesso. In tutta l’estensione del linguaggio non esiste altro nome che si possa usare per soggetto, come il termine “io”. Questo fu sentito da chi era iniziato, in ogni tempo. L’iniziato ebraico chiamava “io” il nome “impronunciabile” di Dio, quel Dio che dimora nell’uomo, che può venir pronunciato solo entro l’anima sua e per quest’anima stessa. Se deve risuonare fuori dall’anima, essa deve darsi un nome proprio, nessun altro può darle un nome. Da ciò il meraviglioso accordo che invadeva tutti gli uditori allorché veniva pronunciato il nome di Jahvè, che significa “io” o “io sono”. Nel nome che l’anima dà a se stessa, il Dio comincia a parlare in noi».

Sarebbe davvero paradossale che, dopo aver pronunciato queste chiare ed emblematiche parole, Rudolf Steiner segretamente identificasse due entità spirituali tra loro così diverse ed opposte come Lucifero e Jahve. Sarebbe stato un introdurre nelle anime degli ascoltatori una non verità, una esiziale menzogna, cosa che ripugnava a Rudolf Steiner come null’altro. Infatti, nella seconda conferenza del medesimo ciclo, quella del 23 Agosto, alle pp. 22, leggiamo:

«Vi è una sentenza occulta oggi che può meglio venir divulgata: «Ogni menzogna è un assassinio nel mondo astrale!». Questa sentenza è di immenso significato; la sua importanza è però riconosciuta soltanto da chi possiede la conoscenza dei mondi superiori. […] Diffondere la conoscenza di questa verità vuol dire fondare la morale, non già predicarla. Enunciando la verità, si crea una forma-pensiero, che il veggente può ravvisare dalla sua struttura e dal colore, benefico per la vita del prossimo. Un pensiero contenente una verità muove verso l’essere al quale si riferisce, giovandogli e vivificandolo. Dunque, se io penso una verità sul mio simile, ne rinvigorisco la vita; mentendo sul suo conto, dirigo invece verso di lui una forza avversa, che agisce in modo deleterio, persino uccide. Ogni verità produce un elemento propizio alla vita, ogni bugia un elemento che la ostacola. Chi sappia queste cose sarà più prudente, riguardo al vero o al falso, di colui a cui si predica:«attento a dire sempre la verità».

In un altro importante ciclo, tenuto a Monaco dal 22 Maggio al 6 Giugno 1907, Die Theosophie des Rosenkreuzers, GA-99, tradotto in italiano col titolo La saggezza die Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella sesta conferenza, quella del 30 Maggio, La legge del destino, alle pp. 61-62, Rudolf Steiner usa parole ancora più severe e radicali. Infatti, vi  possiamo leggere:

«Per il mondo astrale è molto differente esprimere un pensiero vero o uno menzognero. Un pensiero si riferisce di solito ad una cosa determinata, ed è vero se corrisponde alla cosa stessa. Quando accade per esempio un fatto qualsiasi, esso ha il suo effetto nei mondi superiori; se poi qualcuno racconta il fatto in modo vero, dal narratore si espande una figura astrale che si unisce con quella che muove dal fatto stesso; le due figure si rafforzano, e le forme così rafforzate servono a rendere il mondo dello spirito sempre più articolato e ricco di contenuto, quale l’umanità ha bisogno che sia per poter progredire. Se si racconta invece il fatto in modo menzognero, non corrispondente alla realtà, il racconto del narratore si incontra con quel che esce dal fatto stesso, e le due figure cozzano una contro l’altra, distruggendosi reciprocamente. Distruzioni del genere, causate da menzogne e simili ad esplosioni, agiscono come un’ulcerazione che distrugge l’organismo. Le menzogne uccidono dunque le formazioni astrali che sono sorte e che debbono sorgere, arrestando o distruggendo così una parte dell’evoluzione. Chi in effetti dice la verità porta avanti l’evoluzione dell’umanità, mentre chi mente la ostacola. Ne deriva una legge occulta, e cioè che la menzogna, vista spiritualmente, è un assassinio. Non soltanto essa uccide una formazione astrale, ma è anche un suicidio, perché chi mente crea degli ostacoli anche sul proprio cammino; nel mondo spirituale si vedono dappertutto effetti del genere. Il chiaroveggente vede dunque che ogni pensiero e ogni sentimento ha i suoi effetti sul piano astrale».

Le conseguenze di un tale principio occulto sono enormi per la vita dell’uomo comune, e solo sono ancor più, e a più forte ragione, per la vita interiore del discepolo dell’Iniziazione, nonché della Comunità spirituale della quale egli fa parte. E proprio questo è il motivo per il quale nell’Antroposofia, nella rosicruciana Scienza dello Spirito, si dà così grande valore ad un severo, austero, volitivo, addestramento del pensare. La stessa purificazione, e il riorientamento in senso spirituale, del sentire sono la conseguenza, e non la premessa, di questo ascetico addestramento volitivo del pensare. «La via del cuore passa per la testa», avverte Rudolf Steiner sùbito al principio, nel primo capitolo, L’azione umana cosciente, a p. 21, della sua Filosofia della Libertà, tradotta da Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, e non viceversa. Questo perché la Via rosicruciana è una ‘Via spirituale’, che scientificamente parte dalla sostanza interiore del pensare lucidamente sperimentato, e non una ‘via dell’anima’ che, invece, facilmente muove in una emotività sognante, scambiata per il sentire celeste, e che facilmente apre la strada ad ogni sorta di errore ed illusione, ad ogni infatuazione e menzogna su se stessi. Per cui il benevolo lettore mi perdoni se continuo, in maniera antologicamente pedante, a citare le limpide, assolutamente non equivocabili, parole di Rudolf Steiner. Nella dodicesima conferenza – quella del 2 Settembre 1906 – del citato ciclo Alle porte della Scienza dello Spirito, a p. 126 troviamo:  

«Indipendenti al massimo si è nella disciplina rosicruciana. Qui il maestro non è più la guida, ma il consigliere che dà ad ognuno i suggerimenti sul da farsi. In pari tempo egli cura che, parallelamente all’addestramento occulto, si svolga un energico sviluppo del pensare, senza il quale non può compiersi nessuna educazione occulta. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre cose non hanno. Trovandoci per esempio sul nostro piano fisico, osserviamo coi sensi fisici ciò che si trova su questo piano: null’altro. Sul piano astrale valgono le osservazioni astrali; e l’udito spirituale vale soltanto nel mondo spirituale. Insomma ogni piano ha le sue proprie percezioni. Una cosa, invece, penetra tutti i mondi: il pensiero logico. La logica è comune e identica per tutti e tre i piani. Così ci è dato imparare sul piano fisico una cosa che ha valore anche nei mondi superiori. Questo metodo viene osservato dalla disciplina rosicruciana, la quale addestra prevalentemente il pensiero, sul piano fisico e coi mezzi del piano fisico. Già lo studio delle verità spirituali e i diretti esercizi del pensiero, portano ad un pensare più approfondito. Se però desideriamo addestrare l’intelletto maggiormente, potremo studiare libri come La filosofia della libertà, Verità e scienza, scritti appositamente in uno stile che consente a un pensare, da essi disciplinato, di muoversi assolutamente sicuro anche nelle più alte regioni. Anzi, chi nulla sapesse di scienza dello spirito, ma avesse studiato queste opere, già potrebbe, solo per questo, orientarsi nei mondi superiori. Questo è il sistema della disciplina rosicruciana. Il proprio, acuto pensiero è la più vera guida interiore. Il maestro è dunque soltanto un buon amico che consiglia il discepolo; poiché il guru migliore lo si educa nell’individualità propria col proprio raziocinio. Anche in questo caso, naturalmente il maestro è necessario per consigliarsi sul come raggiungere uno sviluppo indipendente».

Massimo Scaligero, che ‘Iniziato’ e ‘Maestro’ lo era per davvero, si era data, sin dalla sua giovinezza, una severa, austera, formazione interiore: anche nel campo del pensiero filosofico e in quello scientifico. La trattazione ch’egli ne fa ne La logica contro l’uomo lo dimostra ampiamente. Addirittura, da colloqui che sia mio fratello che io avemmo con lui, nei primissimi anni settanta del trascorso secolo, fu chiaro persino come egli conoscesse bene, e di persona, uno scienziato di grandissimo valore, e di formazione sia scientifica che filosofica, come il Prof. Vasco Ronchi di Arcetri – ch’egli definì «un coraggioso» – e come conoscesse la difficile, sottile, problematica della ronchiana ‘scienza della visione’, e le sue conseguenze epistemologiche per la teoria della conoscenza in filosofia. Il rigore di pensiero, la severa consequenzialità logica e scientifica, di Massimo Scaligero furono la ragione che mi conquistò sùbito, e mi determinò a consacrarmi in maniera risoluta alla pura Via del Pensiero, all’Ascesi della Concentrazione. In un aureo opuscolo dattiloscritto, Regole essenziali per lo sviluppo interiore, secondo la Scienza dello Spirito, ch’egli dava a chi decideva di percorrere il sentiero iniziatico, in parte parafrasando, ma anche precisando e approfondendo, quanto detto da Rudolf Steiner nella sopra citata conferenza, Massimo Scaligero così scrive:

«Indipendenti al massimo si è nella Via Occidentale, o «rosicruciana»: che si rivolge a coloro per i quali lo Spirito è immanenza, o presenza, nell’Io, ossia agli uomini più moderni. Qui il Guru non è più la guida, bensì il consigliere che dà a ciascuno il suggerimento sul da farsi. Egli cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un energico sviluppo del ‘p e n s a r e’: senza il quale oggi non è possibile reale formazione interiore. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre attività non hanno. Ogni attività interiore si muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se utilizza forze di altri livelli. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il p e n s i e r o  l o g i c o. un pensiero logico che divenga coscientemente veste di una verità, risuona, anche non sapendolo, nei mondi superiori, come una reale forza. Movendo da un tale principio, la disciplina rosacruciana addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa dal piano fisico a quello puramente metafisico. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le forze superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario.

Il Guru è, nella disciplina rosacruciana, soltanto un amico saggio che consiglia il discepolo, poiché il Guru reale, l’Io, lo si educa nell’individualità propria, col proprio radicale lavoro di pensiero. Anche in questo caso, perciò in forma diversa, il Guru è necessario, essendo fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. La redenzione del mentale è l’inizio della vera Magia: ma fa appello a qualcosa di più che il pensiero dialettico. Il discepolo giunge a meritare di riconoscere spontaneamente, autonomamente, l’azione che sulla liberazione del pensiero esercita il contenuto interiore di specifiche opere dovute al Maestro dei nuovi tempi, portatore dell’accennato insegnamento perenne. Lo studio meditato di tali opere – contro cui si appuntano naturalmente gli attacchi critici delle varie scuole legate al passato – equivale alla più energica disciplina interiore. Si tratta di leggere non per apprendere, ma per rivivere determinati pensieri o immagini, in cui è inserita la forza del pensiero vivente».

Allontanarsi da questa spirituale, essenziale, ‘scientificità’, divergere dal rigore, e dallo stellare, spinozianamente ‘geometrico’, nitore, che la Via del Pensiero assolutamente esige, significa avventurarsi negli obliqui sentieri del misticismo soggettivo; significa aprirsi ad un ambiguo sperimentare che, in maniera sin troppo facile, scivola nel mondo delle illusioni; significa, infine, sprofondare in un equivoco, e guasto, mare di percezioni e sensazioni, che non sono indipendenti dal coinvolgimento corporeo. Nei colloqui che, a partire dalla metà degli anni ottanta del secolo scorso ebbi con lei, a Dornach, alla sede del Lascito, o a casa sua, Hella Wiesberger mise sempre l’accento sull’assoluta necessità di una Via che facesse radicalmente appello all’esperienza del pensiero puro, come conditio sine qua non della certezza, della non erranza, nell’esperienza spirituale. Mi spiegò come testi di Rudolf Steiner quali Teosofia, Iniziazione, Scienza Occulta, rappresentino tre vie di approfondimento della Scienza dello Spirito: testi, ognuno dei quali venivano da lui consigliati singolarmente a varie personalità – a chi uno, a chi un altro – per essere approfonditi in uno studio meditativo protratto per tutta la vita. Ma che, al di sopra di questi tre testi scritti, vi era la sua Filosofia della Libertà, che rappresentava, per chi la percorreva, una Via Regia, superiore alle altre tre, e che quella era la Via di Marie Steiner. Così mi disse.  

Nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono Conoscenze dei Mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano 2013, vi è un’Appendice di estrema importanza, che Rudolf Steiner aggiunse nell’edizione del 1918. In tale Appendice – più volte, molto opportunamente, ricordata su Ecoantroposophia dal nostro Isidoro – Rudolf Steiner mostra, con estrema chiarezza, quale sia la fonte di ogni errore, di ogni perniciosa illusione, nello sperimentare spirituale. Sùbito all’inizio di tale Appendice, a p. 162, egli così avverte:

«La via alla conoscenza sovrasensibile, descritta in questo libro, conduce a esperienze animiche nelle quali è specialmente importante che il discepolo non si abbandoni ad alcuna illusione o malinteso in merito. In questo campo riesce facile esser tratti in inganno. Una delle illusioni, e la più importante, nasce spostando l’intero campo della sperimentazione animica di cui si parla nella vera scienza dello spirito, in modo da sembrare che essa si debba confondere con la superstizione, con i sogni visionari, con la medianità e con parecchi altri deviamenti dell’aspirazione umana»,

e, in maniera oltremodo incisiva, alle pp. 167-168, così prosegue:

«Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico-spirituale. È possibile per l’uomo vivere queste esperienze soltanto se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nelle esperienze della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito, o voluto, si forma pensieri che non derivano da quelle esperienze. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Stimano che nulla si possa pensare che non sia tratto dalle percezioni o dalla vita interiore dipendente dal corpo, e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni e di esperienze interiori. Lo crede però soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. Chi l’ha sperimentata sa, per esperienza che sempre, quando il pensare domina nella vita dell’anima, e nella misura in cui il pensare compenetra le altre funzioni dell’anima, l’uomo è coinvolto in un’attività alla cui formazione il suo corpo non partecipa. Nella vita ordinaria dell’anima, il pensare è quasi sempre commisto ad altre funzioni animiche: percepire, sentire, volere, e così via. Queste altre funzioni si formano per mezzo del corpo. Il pensiero agisce però in esse, e nella misura in cui vi agisce, si svolge nell’uomo e per suo mezzo qualcosa a cui il corpo non prende parte. […] Nell’esperienza interiore ci si può però animicamente spingere a sperimentare la parte pensante della vita interiore da sola, anche separata da tutto il resto. Dall’ambito della vita animica si può liberare qualcosa che è solo costituito di puri pensieri; di pensieri che esistono di per se stessi, dai quali è escluso tutto ciò che è dato dalle percezioni, o dalla vita interiore dipendente dal corpo. Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, grazie a ciò che sono, come qualcosa di spirituale, di soprasensibile nella sua essenza. L’anima che si unisce a tali pensieri, in quanto nell’unione esclude da sé ogni percezione, ogni ricordo, ogni abituale vita interiore, sa di essere con il pensiero stesso in una regione sovrasensibile, e sperimenta se stessa al di fuori del corpo».

Questo è, nella Scienza dello Spirito, l’unico, autentico, sicuro criterio di assoluta certezza nell’esperienza interiore. Questa è la ‘porta stretta’ della aspra, faticosa, eroica, Via del Pensiero, che molti evitano, per scivolar poi più comodamente in un meno cosciente, meno faticoso, ma molto più equivoco, e pericoloso, sperimentare animico inevitabilmente condizionato dalla corporeità. Scivolare che diviene fonte inesausta di tutte le forme di medianità, di tutti i visionarismi sognanti, di tutte le allucinazioni, di tutte le patologie dell’anima. Su questo punto, Rudolf Steiner, nel proseguo della suddetta Appendice del 1918 al libro Iniziazione, alle pp. 163-165, non lascia spazio alcuno ad ambigue “interpretazioni”, tanto è chiara la sua esposizione:  

«Gli uomini diventano però subito diffidenti se devono cominciare col fare qualcosa di puramente animico, affinché si manifesti loro qualcosa in sé indipendente da loro. Per il fatto di doversi preparare ad accogliere la manifestazione, credono di averne formato il contenuto. Vogliono esperienze alle quali per nulla si contribuisca, di fronte alle quali si rimanga del tutto passivi. Se inoltre uomini del genere ancora ignorano le più semplici condizioni necessarie alla comprensione scientifica di uno stato di fatto, allora, nei contenuti e nei prodotti animici in cui l’anima  si abbassa al di sotto del grado di autoattività cosciente che si trova nella percezione sensoria e nell’azione volontaria, vedono una manifestazione obiettiva in un’essenza non sensibile. Tali contenuti animici sono le esperienze visionarie, le manifestazioni medianiche.

Ciò che si palesa però attraverso manifestazioni siffatte non è un mondo soprasensibile, ma subsensibile. […] Nelle esperienze visionarie  nelle produzioni medianiche l’uomo si pone del tutto alle dipendenze del corpo. Elimina dalla propria vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà. Di conseguenza i contenuti animici diventano semplici manifestazioni della vita corporea. Le esperienze visionarie e la produzione medianica risultano dalla circostanza che in quelle esperienze e in quelle produzioni l’uomo con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita abituale percettiva e volitiva. Nelle esperienze soprasensibili intese in questo libro, l’evoluzione delle esperienze animiche procede in direzione opposta a quelle visionarie e medianiche. L’anima si rende man mano più indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita percettiva e volitiva. Arriva all’indipendenza che si può realizzare nell’esperienza del pensiero puro, per darsi a un’attività animica molto più vasta. […]

L’esperienza soprasensibile deve essere una continuazione dell’esperienza animica che può già essere raggiunta nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante poter sperimentare quell’unione nel modo giusto, perché dalla comprensione di tale unione dipende la luce che può anche recare una visione giusta sulla natura della conoscenza sovrasensibile. Se l’esperienza animica dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, quella visione si troverebbe sopra una via sbagliata per la vera conoscenza del mondo sovrasensibile: verrebbe afferrata dalle funzioni corporee; ciò che sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione del sovrasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Quanto qui affermato da Rudolf Steiner spiega ad abundantiam il come e il perché degli errori di chi, senza una solida, scientifica, base spirituale di pensiero, si inoltra avventurosamente nel campo dell’esperienza spirituale stessa. Dai frutti guasti e malsani, ad un pensare forte, limpido, e logicamente consequenziale, è possibile inferire la natura dell’albero che li produce. E questo è un esame, un controllo, che può essere compiuto da chiunque voglia servirsi in maniera sana, coraggiosa, e spregiudicata, del proprio pensare. Molto vi sarebbe da dire, poi, circa gli errori, e le gravi conseguenze dei medesimi, che un sedicente ‘chiaroveggente veder’ di Orao produce. Dovrò affrontare – e il candido lettore mi creda: mi pesa molto nell’anima il doverlo fare – altri errori, ed alcune fuorvianti indicazioni che possono portare il troppo fidente sperimentatore a severe situazioni, a difficoltà veramente gravi. Ma son costretto a rimandare alla sesta parte di questo mio studio su il libro Resurrezione di Orao, perché come afferma il mio amato Dante nel XXXIII canto del Purgatorio, vv. 139-141:    

ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.