VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUINTA PARTE.

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Per mostrare come nella Scienza dello Spirito si debba procedere con rigore logico – con la logica del Logos, non con la vacua dialettica degli intellettuali superficiali – con algebrica precisione, e geometrica chiarezza, è necessario affrontare il problema della diversità, della non identità, che vi è tra determinate entità spirituali appartenenti alle Gerarchie celesti, o anche appartenenti alla nostra umanità terrestre. Un pensare non ben disciplinato – non scientificamente disciplinato, come abbiamo visto Rudolf Steiner affermare, nella sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, essere assolutamente necessario per non finire nel mondo delle illusioni – può produrre molta confusione, generare falsissime, errate, identificazioni, le quali in seguito, sovente, vengono da altri  acriticamente, fideisticamente, accolte, nonché da molti eziandio sentimentalizzate, divenendo poi fonte di deduzioni meramente dialettiche, ed infine coagulandosi e concretandosi in ‘miti’, che sono poi sempre piuttosto difficili demolire. 

Vi è un testo di Rudolf Steiner, Der Orient im Lichte des Okzidents. Die Kinder des Luzifer und die Brüder Christi, Ein Zyklus von neun Vorträgen gehalten in Mündien vom 23. bis 31. August 1909 mit einer Betrachtung zur Goethe-Feier am 28. August 1909, GA-113, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1977, tradotto in italiano da Willy Schwarz, col titolo di L’Oriente alla luce dell’Occidente. I Figli di Lucifero e i Fratelli del Cristo, nove conferenze tenute a Monaco di Baviera dal 23 al 31 agosto 1909. Pubblicato nel 1980 dalla milanese Editrice Antroposofica, che riveste per me grande importanza perché, pur raccogliendo un ciclo di conferenze – come avverte, a p. 7, la Nota introduttiva dell’autore in occasione della prima pubblicazione di questo ciclo di conferenze, nel 1921-22 – il testo di esse fu rivisto personalmente da Rudolf Steiner, il quale vi aggiunse pure in vari punti sue note esplicative.

Nella quarta conferenza, quella del 26 agosto 1909, alle pp. 87-88, Rudolf Steiner mostra un’analogia – ed avverte in maniera chiarissima che tale analogia non è da prendere per una identità – tra il tempestoso dio indiano dei Veda, Indra, e lo Jahve nell’Antico Testamento ebraico:

«Come la Luna riflette la luce solare, così da quel momento Indra getta nell’evoluzione spirituale della Terra non la luce sua propria, ma riflette la luce del Cristo. La luce del Cristo riflessa da Indra, non ancora percepibile direttamente, ma che permette di riconoscere il Cristo come noi riconosciamo la luce del Sole riflessa dalla Luna, ecco quello che Mosè annunciò al suo popolo: ed egli dette il nome di Jahve , o Jehova, alla luce riflessa del Cristo, come quella del Sole è riflessa dalla Luna. Ecco quello che ho lumeggiato spesso, in forma diversa, nelle mie conferenze sul vangelo di Giovanni:  il Cristo si preannuncia, e Jahve o Jehova è il nome della luce del Cristo riflessa da un’altra antica divinità, è il Cristo preannunciato profeticamente.

È dunque come se il vecchio Indra fosse stato accolto nella luce del Cristo e ora riflettesse questa luce del Cristo da sé alla Terra. Per il fatto di essere stato toccato dalla luce del Cristo, il dio Indra ha compiuto egli stesso un’evoluzione. Non che egli sia divenuto Jehova; non si deve dire: Jehova è Indra. Si potrà invece comprendere che come Indra si manifestava nel tuono e nel lampo, così nel lampo e nel tuono si manifesta anche Jehova, poiché la natura dell’entità riflettente condiziona chiò che viene riflesso. Ecco perché Jehova si manifestava nel lampo e nel tuono».

Ma ripercorriamo quella che, secondo la Scienza dello Spirito, è l’evoluzione cosmica che ha portato alla formazione della nostra attuale Terra, e alla nascita dell’uomo terrestre. Secondo il racconto biblico, trascritto nella Genesi di Mosè, questa evoluzione comincia, e rappresenta i suoi inizi, all’incirca con il momento della separazione del Sole dall’unione Luna-Terra che, secondo la Scienza Occulta e la Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner, corrisponde all’epoca iperborea. Il ripercorrere queste immagini della storia cosmica ci darà non solo la chiave per la comprensione dell’entità  spirituale di Lucifero, della sua azione, ma anche evidenzierà l’errore che sta alla base della visione cosmologica e cosmogonica di Orao in Resurrezione. Nella Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969,  pp. 181-182, questo evento viene descritto così:

«Dal globo della Terra, composta di fuoco ed aria, si distacca un corpo cosmico indipendente il quale, nell’ulteriore corso della sua evoluzione, diverrà il Sole attuale. Dopo il distacco del Sole, la Terra contiene ancora in sé tutto quel che vi è nella e sulla Luna attuale. La separazione del Sole avviene perché entità superiori non potevano ulteriormente sopportare per la loro evoluzione, né per il lavoro che dovevano compiere per la Terra, la materia condensata fino allo stato acqueo; esse separarono dalla massa terrestre soltanto le sostanze che possono utilizzare, e vanno a formarsi una nuova dimora sul Sole donde esercitano dall’esterno la loro azione sulla Terra. Per la sua evoluzione all’uomo occorre invece un campo d’azione in cui la materia sia ancora più condensata».

Ma non tutte le entità spirituali che si trovavano al di sopra l’uomo, e che si separarono dalla Luna-Terra, erano evolute al punto da potersi unire alle entità solari, e prendere quindi dimora sul Sole. Per queste entità spirituali, pianeti come Mercurio e Venere, in posizione intermedia tra la Terra e il Sole, divennero per essi le dimore adatte. In particolare, Lucifero e le sue schiere trovarono la loro dimora su Venere. Su Venere – si noti bene –, non sull’attuale Luna, satellite della nostra Terra.  Infatti, sempre nella Scienza Occulta, parlando della formazione dei vari Oracoli, e dei loro metodi di iniziazione, nell’epoca atlantica, alle pp. 213-214, troviamo:

«Oltre a questi metodi di iniziazione, ve ne furono altri per gli uomini che avevano accolto troppo l’influsso luciferico per poter mantenere staccata dal corpo fisico una parte del corpo vitale, grande quanto quella staccata dagli uomini solari. In questi uomini il corpo astrale tratteneva nel corpo fisico una parte maggiore del corpo vitale che negli uomini solari. Essi non potevano neppure elevarsi per mezzo delle condizioni di cui abbiamo parlato, fino alla rivelazione profetica del Cristo. Per causa del loro corpo astrale, piuttosto influenzato dal principio luciferico, essi dovevano seguire una disciplina più severa per riuscire, sebbene in uno stato meno libero dal corpo, di quanto non lo fossero gli altri, a ricevere la rivelazione, non del Cristo stesso, ma di altre entità elevate. Esistevano delle entità che avevano bensì abbandonato la Terra al momento del distacco del Sole, ma che non si trovavano a tale altezza di evoluzione da poter seguire a lungo l’evoluzione solare. Dopo la separazione fra il Sole e la Terra, essi formarono una sede separata dal Sole: Venere. La loro guida fu l’entità che divenne ormai «l’io superiore» di quegli iniziati e dei loro seguaci. Lo stesso si verificò per lo spirito che guidava il pianeta Mercurio, nei riguardi di un altro gruppo di uomini; si costituirono così gli oracoli di Venere e di Mercurio».

Il discorso di Rudolf Steiner diventa ancor più chiaro ed esplicito in alcuni cicli di conferenze, tenuti per quelli che allora erano membri della Società Teosofica in Germania, che seguiva l’impostazione rosicruciana e antroposofica ch’egli le aveva dato. In una conferenza serale intitolata.  Über die Gruppen-Iche von Tieren, Pflanzen und Mineralien, Sugli Io di gruppo di animali piante e minerali, tenuta ad Heidelberg, il 2. Febbraio 1908, contenuta in Natur- und Geistwesen – ihr Wirken in unserer sichtbaren Welt, Esseri naturali e spirituali. La loro azione nel nostro mondo visibile, GA-98, 18 conferenze tenute in varie città tra il 5 Novembre 1907 e il 14 Giugno 1908, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1996, pp. 185-186, Rudolf Steiner afferma:

«Quando evolvette l’antica Luna, allora apparve dapprima un corpo. Poi sorsero due corpi. Quando evolvette la nostra Terra, emerse un corpo dall’oscurità del Cosmo. Quindi l’unico corpo cosmico si divise dapprima in due. Quindi, dapprima, il corpo del mondo unico diviso in due. Poi la Luna si separò di nuovo dalla Terra, cosicché abbiamo tre corpi cosmici: Sole, Luna e Terra. A tutte queste incarnazioni  era collegata anche l’umanità. Su Saturno venne posta la predisposizione al corpo fisico, sul Sole la predisposizione al corpo eterico, sulla Luna la predisposizione al corpo astrale. Al di sopra dell’uomo vi sono entità superiori. Queste non potevano attraversare la loro evoluzione più rapida quando la Terra era ancora congiunta col Sole e colla Luna. Perciò,  dovettero separarsi ed estrarre le sostanze migliori, cosicché ora il Sole è abitato da sublimi entità, che noi chiamiamo i divini Creatori dell’uomo. Essi abitano il Sole. Ciò che fluisce nella luce, abita il Sole. Questa è la beatitudine che si sperimenta, che viene sentita, quando irradia luce. Sulla Luna, tuttavia, vi sono inizialmente esseri inferiori. Nella precedente evoluzione vi erano esseri che, per così dire, non ebbero l’opportunità di innalzarsi sino al Sole. Non potevano mantenersi sul Sole, perché esso era riservato ad entità superiori. Ma non potevano neppure essere sulla Terra, essa era troppo poco progredita per loro.  Essi non potevano vivere su entrambi i corpi cosmici. Pertanto, il Sole dovette separare altri due pianeti su cui vivono questi esseri. Questi sono Mercurio e Venere. Su Mercurio abitano entità simili agli esseri umani, i quali tuttavia non conoscono la morte. La vita degli esseri di mercurio scorre, per così dire, in maniera che una tale transizione è solo come una trasformazione, proprio come noi mutiamo il corpo tra la nascita e la morte. Pertanto, le anime degli esseri di Mercurio vivono mentre assumono e dismettono i loro corpi spirituali, ma non conoscono la morte. Su Venere vi sono pure entità, che stanno tra gli esseri umani e gli esseri solari. Esse abitano Venere e possono persino diventare attivi sulla Terra. Esse diventano attive nel corpo umano. Queste entità che chiamiamo entità luciferiche. Esse hanno in una certa maniera la loro patria su Venere. Per questo Venere viene chiamata anche «Lucifero».

Per maggior sicurezza, e documentazione, del benevolo lettore riproduco qui il testo tedesco di queste ultime frasi, con il dovuto rilievo in grassetto, come ho fatto per la traduzione italiana:

«So leben auf der Venus auch Wesenheiten, die zwischen den Menschen und den Sonnenwesenheiten stehen. Sie bewohnen die Venus und können sogar wirksam werden auf der Erde. Sie werden wirksam im menschlichen Leibe. Diese Wesenheiten nennen wir luziferische Wesenheiten, Sie haben in gewisser Weise ihre Heimat auf der Venus. Daher nennt man die Venus auch «Luzifer».

Da questa esplicita comunicazione di Rudolf Steiner risulta con assoluta chiarezza, come Lucifero non sia un Elohim – forse sarebbe meglio dire al singolare Eloah, אלוה – solare, e neppure un’entità lunare. Risulta altresì come non sia Lucifero ad aver stabilito dimora e patria sulla nostra attuale Luna, bensì Jahve. La dimora di Lucifero è il pianeta Venere. Un’ulteriore conferma della natura cosmicamente ‘venusiana’, e non ‘lunare’ di Lucifero, l’abbiamo in un altro ciclo di conferenze di Rudolf Steiner, Weltenwunder, Seelenprüfungen und Geistesoffenbarungen, Meraviglie del creato, prove dell’anima e rivelazioni dello spirito, dieci conferenze tenute a Monaco dal 18 al 27 Agosto 1911, con una conferenza, del 28 Agosto 1911, GA-129. Nella quarta conferenza, del 21 Agosto 1911, a p. 91, possiamo leggere:

«Abbiamo ora un esempio del fatto che c’è un tale desiderio per le entità che stanno lavorando su un altro pianeta e che desiderano ardentemente un qualche corpo celeste piuttosto che la loro vera patria? Sì, abbiamo molti esempi simili, ma un tale esempio ora dovrebbe essere in contrasto nei confronti del Cristo. Vi furono potenti entità durante l’evoluzione dell’Antica Luna, le quali tuttavia, in un certo senso, durante questa evoluzione lunare, non avevano ottenuto la conclusione della loro evoluzione. Tra questi elevati spiriti ve ne era  tutta una schiera che, per così dire, stava sotto una Guida, Schiera la quale, allorché l’evoluzione lunare era a fine, non aveva raggiunta la sua mèta evolutiva, e quindi non l’aveva raggiunta neppure allorché la Terra principiò con la sua evoluzione. Ora, questa schiera intervenne nell’evoluzione della Terra, e cooperò alla direzione dell’umanità, ma essendo nella sua interiorità con la tragica nostalgia di una stella dell’universo che – come è stato descritto nella Scienza Occulta – era stata espulsa fuori dall’intera evoluzione dell’Antica Luna. All’interno della nostra evoluzione spirituale terrestre, abbiamo esseri potenti, elevati, importanti, sotto la loro propria Guida, che portano veramente in sé la nostalgia di una stella là fuori nell’universo, stella che considerano la loro vera patria, ma sulla quale essi non possono essere, perché abbandonarono la Luna e dovettero andare sulla Terra senza aver completata la loro evoluzione. Queste sono le schiere che stanno sotto Lucifero, e lo stesso Lucifero agisce nell’evoluzione terrestre con la continua nostalgia nella sua interiorità nei confronti della sua vera patria, della stella di Venere nel cosmo. Questo è il tratto più risaltante nell’entità luciferica, quando la consideriamo cosmicamente. E la coscienza chiaroveggente impara propriamente quel che viene caratterizzato nella stella di Venere, per il fatto di conoscere, che essa scrutando nell’anima di Lucifero. guardando nell’anima di Lucifero, e per il fatto che all’interno della Terra ha la tragica nostalgia di Lucifero, come una meravigliosa nostalgia cosmica nei confronti la stella di Phosphoros, di Lucifero o Venere. Perciò quel che Lucifero ha eliminato via come un guscio, quel che alla morte dell’Antica Luna viene espulso dagli esseri luciferici, così come alla morte dall’anima umana viene gettato via il corpo fisico, risplende dal cielo come Venere.

Ora abbiamo posto davanti ai nostri occhi qualcosa di cosmico, sia in relazione alla nostra Terra, sia in relazione a Venere, il pianeta vicino alla nostra Terra. E abbiamo posto di fronte a noi qualcosa che nell’anima greca non veniva sentito proprio nella maniera espressa, come qui l’ho presentata, ma che tuttavia viveva nei sentimenti e nelle sensazioni dell’anima greca. E quando quell’anima greca si volgeva in alto alle stelle, e in modo particolare a Venere, là sentiva l’intima connessione tra una cotale stella e determinate entità, che pervadono le sfere terrestri, e le spiritualizzano. E l’antica anima greca sentendo quel che Lucifero era sulla Terra, dicendo: attraverso la nostra Terra spira (weht) il principio luciferico – si volgeva in alto alla stella di Venere, e diceva: «Questo è il punto errante nel nostro spazio celeste verso il quale tendono incessantemente le nostalgie di Lucifero».

Qui scorgete le sensazioni, che l’anima greca aveva sulle meraviglie del cosmo. Ma vedete altresì al tempo stesso in maniera vivente, come l’anima greca fosse lontana dall’innalzare lo sguardo su nello spazio cosmico, descrivendo Venere come una mera sfera fisica, come fa la nostra astronomia moderna. Che cos’era, dunque, Venere per l’anima greca? Era quella regione dello spazio celeste, che essi conoscevano per il fatto di considerare chiaroveggentemente il contenuto spirituale dell’anima di Lucifero, giacché in essa notavano la grande nostalgia (Heimweh), che come un ponte vivente s’innalzava dalla Terra a Venere. Questa nostalgia desiderio che l’anima greca avvertì come la nostalgia di Lucifero, questa medesima anima greca la sentì altresì come appartenente alla sostanza di Venere. Il greco non vedeva il mero pianeta fisico, bensì vedeva qualcosa che era stato reciso dall’entità luciferica, così come il corpo fisico viene separato dall’uomo quando attraversa la porta della morte, e come il cadavere della Terra verrà reciso quando la Terra avrà raggiunta la mèta della sua evoluzione. Ma vi è questa differenza, che il corpo fisico dell’uomo è destinato a dissolversi, mentre il corpo di un Lucifero è destinato, quando cade dall’entità animica, a risplendere come una stella negli spazi celesti. Con ciò abbiamo caratterizzato in senso spirituale  quel che sono le stelle. Lo abbiamo caratterizzati nell’esempio di Venere. Che cosa sono dunque per una  concezione vivente  delle meraviglie cosmiche, delle meraviglie della natura? Sono i corpi degli dei. Ciò che dai corpi degli Dèi è uscito fuori negli spazi cosmici è diventato stella, e in questa maniera il greco innalzò lo sguardo su al mondo stellare, ai pianeti e alle stelle fisse. Vi erano un tempo, così egli si diceva, negli spazi le entità spirituali, che noi veneriamo come i nostri Dèi; esse hanno compiuto la loro evoluzione; allorché essi giunsero al punto, che per l’uomo durante la sua esistenza terrena significa  la morte, allora per questi Dèi si presentò un evento, per cui la materia fisica li abbandonò e divenne stelle.

Le stelle sono i corpi degli Dèi, le cui anime operano nel mondo in altra maniera, indipendentemente da quei corpi – proprio come Lucifero divenne indipendente dal suo corpo, da Venere, e continua a vivere nella nostra evoluzione terrestre. Questa è quella che possiamo chiamare una concezione spiritualizzata della natura, una concezione spiritualizzata del mondo».

Rudolf Steiner si esprimeva sempre in maniera estremamente precisa. Se qualcosa era da lui giudicato prematuro per coloro che lo ascoltavano o lo leggevano, di regola taceva. Se, invece, riteneva necessario che una determinata conoscenza venisse ascoltata, allora parlava con estrema chiarezza. Non lasciava il minimo spazio a nessun tipo di equivoco. Questo proprio perché l’Antroposofia è ‘Scienza dello Spirito’, non una Theosophia, sia pure nell’antichissimo, e nobile, senso del termine. È ‘scienza’, non ‘rivelazione’: ‘scienza’, prometeicamente conquistata dal basso, partendo da forze puramente umane, non benignamente “concessa” dall’Alto.  Per cui, è veramente improprio fargli dire quel ch’egli mai ha detto, e far scivolare, come fa Orao, surrettiziamente, nella Scienza dello Spirito una concezione falsissima come quella di una pretesa identità di Lucifero e Jahve, facendo per di più di quest’ultimo un Eloah solare che si è ribellato al Logos e agli altri sei Elohim solari. Rudolf Steiner è assolutamente chiaro nel porre la dimora di Jahve sulla nostra Luna terrestre, e nel descrivere la sua missione sacrificale sulla Luna in opposizione e fatale contrasto con quella di Lucifero sulla Terra e sull’uomo. Ed è altresì assolutamente chiaro nel mettere in collegamento Lucifero col pianeta Venere, e non con la Luna.

Su questo fatale contrasto, su questa radicale opposizione, tra Lucifero e Jahve, Rudolf Steiner ritornò moltissime volte, essendo questo un tema cruciale sul quale deve regnare la massima chiarezza. Per cui, anch’io – una volta di più, risparmiando al lettore molte faticose ricerche – ho deciso di moltiplicare antologicamente, anche a costo di appesantire l’articolo, le citazioni di Rudolf Steiner, affinché nessuno rimanga nell’incertezza e nel dubbio su questo punto fondamentale della Scienza dello Spirito, dal quale del resto dipendono non pochi aspetti dell’Ascesi. Così, se andiamo a leggere il ciclo Der Mensch im Lichte von Okkultismus, Theosophie und Philosophie, L’uomo alla luce di occultismo, teosofia e filosofia, dieci conferenze tenuta a Christiania (Oslo) dal 2 al 12 Giugno 1912, GA-137, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1993, nella nona conferenza, quella dell’11 Giugno 1912, alle pp. 167-168, troviamo che Rudolf Steiner afferma:

«Apprendiamo di Lucifero che il suo regno è Venere e che quelle forze trovano la loro espressione simbolico-fisica giungendo da noi come la luce di Venere, la Stella del Mattino e quella della Sera; questi raggi fisici di Venere, che vengono inviati nello spazio cosmico, sono l’azione simbolico-fisica di Lucifero sull’uomo. Lucifero non si limitò ad agire sull’uomo inferiore. Vi lavorerebbe solo se Venere risplendesse con tutto il suo disco, come in nel caso della Luna piena. Sapete che Venere ha delle fasi proprio come la Luna, quindi c’è una Venere crescente, una piena, ed una decrescente. Nuovamente, i quarti delle fasi di Venere agiscono così come i quarti della Luna sul petto. Tuttavia, Venere, che ha un effetto spirituale, ha un effetto sull’uomo della testa, così che un’espressione di ciò che è spirituale in relazione all’uomo può essere vista in cielo nell’interazione del Sole, della Luna, e di Venere. Intendiamoci, un’espressione per ciò che è nello spirito umano.

Proprio come nell’uomo il grande Spirito del Sole agisce in relazione allo Spirito della Luna, in relazione a Jahve o Jehova,  così anche Lucifero, che è sempre attivo nella natura umana, opera in relazione a questi due. Se si volesse rappresentare graficamente questa legge di interazione e darne uno schema, lo si potrebbe fare al meglio, se lo si cercasse nelle costellazioni del Sole fisico, della Luna fisica, e di Venere. Così come questi stanno in rapporto reciproco,  così come possono avere una relazione, in modo che l’uno si opponga all’altro, lo respinga, oppure che l’uno rafforzi l’altro, o che lo indebolisca, sopraffacendolo, e oscurandolo, così è pure nell’uomo la relazione  delle tre potenze spirituali che sono state caratterizzate. L’uomo può sviluppare la sua azione solare, soprattutto se essa non viene alterata né dalle forze della Luna, né da quelle di Venere. Ma può anche, per così dire, accadere che il suo Sole, le potenze che sono nel mezzo, nel cuore, vengano ottenebrati dalla Luna, dalle potenze del capo, così come gli ottenebramenti possono penetrare attraverso Lucifero, attraverso Venere. Sapete altresì che vi sono quelli che vengono chiamati passaggi, transiti di Venere davanti al Sole nello spazio cosmico.

Così, avete simboleggiata, per così dire, nello spazio cosmico la relazione della triplicità interiore dell’uomo, lo Spirito del Sole, lo Spirito della Luna e lo Spirito di Venere o Lucifero, ed espresso dalla costellazione del Sole, della Luna e di Venere».

Mi sembra che, nel suo esporre i risultati della sua investigazione spirituale, Rudolf Steiner non potesse davvero esprimersi più chiaramente di come lo abbia fatto. E se si tiene conto di come in un testo di estrema importanza e delicatezza come Anweisungen für eine esoterische Schulung. Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», ossia nei cosiddetti Quaderni Esoterici, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, a p. 58, viene dato un mantram, che viene dichiarato essere «parole di meditazione, per i già più progrediti, che afferrano il sentire», Meditationsworte für schon Vorgeschrittenere, die Empfindung ergreifend, non è affatto credibile che Rudolf Steiner abbia dato a discepoli intimi un contenuto di meditazione di carattere mantrico, nel quale vi fosse confusione tra una deità come Jahve e un Ostacolatore come Lucifero.  Ecco il mantram in questione:

Porsi rappresentativamente nello spazio notturno pervaso dalla luce lunare; in esso sentendo sperimentare:

In principio era Jahve / E Jahve era presso gli Elohim / E Jahve era uno degli Elohim / E Jahve vive in me.

Ecco, per il benevolo lettore che volesse sincerarsene, il testo tedesco:

Sich vorstellend versetzen in den monddurchhellten Nachtraum;
darin empfindend erleben:

Im Urbeginn war Jahve
Und Jahve war bei den Elohim
Und Jahve war einer der Elohim
Und Jahve lebt in mir.

Giunti a questo punto, mi sembra ampiamente dimostrato, rispetto alla pretesa identificazione di Lucifero con Jahve – oltre che rispetto alle fallaci identificazioni di una serie di individualità spirituali apparse nel divenire storico dell’umanità sulla Terra –  l’errore fondamentale compiuto da Orao nel libro Resurrezione. Ma un cotale errore non è affatto senza conseguenze, ed è giunto il momento di cominciare a trarre alcune conclusioni. Quello che soggettivamente è ben un errore conoscitivo, agisce poi oggettivamente come una menzogna spirituale. E a tale proposito, il ricercatore spirituale è bene che bandisca da sé ogni illusione. Una volta di più, dovrò fare riferimento alle parole di Rudolf Steiner, che dovrò in alcuni punti mettere in rilievo. Nel ciclo di 14 conferenze, svoltosi a Stoccarda dal 22 Agosto al 4 settembre 1906, Vor dem Tore der Theosophie, GA-95, pubblicato in italiano col titolo Alle porte della Scienza dello Spirito, Editrice Antroposofica, Milano, 2015, nella prima conferenza, alle pp. 14-15, troviamo:

«Il quarto arto che in lui si distingue viene espresso con un “nome” che si differenzia completamente da tutti gli altri nomi: “io” non lo posso dire che a me stesso. In tutta l’estensione del linguaggio non esiste altro nome che si possa usare per soggetto, come il termine “io”. Questo fu sentito da chi era iniziato, in ogni tempo. L’iniziato ebraico chiamava “io” il nome “impronunciabile” di Dio, quel Dio che dimora nell’uomo, che può venir pronunciato solo entro l’anima sua e per quest’anima stessa. Se deve risuonare fuori dall’anima, essa deve darsi un nome proprio, nessun altro può darle un nome. Da ciò il meraviglioso accordo che invadeva tutti gli uditori allorché veniva pronunciato il nome di Jahvè, che significa “io” o “io sono”. Nel nome che l’anima dà a se stessa, il Dio comincia a parlare in noi».

Sarebbe davvero paradossale che, dopo aver pronunciato queste chiare ed emblematiche parole, Rudolf Steiner segretamente identificasse due entità spirituali tra loro così diverse ed opposte come Lucifero e Jahve. Sarebbe stato un introdurre nelle anime degli ascoltatori una non verità, una esiziale menzogna, cosa che ripugnava a Rudolf Steiner come null’altro. Infatti, nella seconda conferenza del medesimo ciclo, quella del 23 Agosto, alle pp. 22, leggiamo:

«Vi è una sentenza occulta oggi che può meglio venir divulgata: «Ogni menzogna è un assassinio nel mondo astrale!». Questa sentenza è di immenso significato; la sua importanza è però riconosciuta soltanto da chi possiede la conoscenza dei mondi superiori. […] Diffondere la conoscenza di questa verità vuol dire fondare la morale, non già predicarla. Enunciando la verità, si crea una forma-pensiero, che il veggente può ravvisare dalla sua struttura e dal colore, benefico per la vita del prossimo. Un pensiero contenente una verità muove verso l’essere al quale si riferisce, giovandogli e vivificandolo. Dunque, se io penso una verità sul mio simile, ne rinvigorisco la vita; mentendo sul suo conto, dirigo invece verso di lui una forza avversa, che agisce in modo deleterio, persino uccide. Ogni verità produce un elemento propizio alla vita, ogni bugia un elemento che la ostacola. Chi sappia queste cose sarà più prudente, riguardo al vero o al falso, di colui a cui si predica:«attento a dire sempre la verità».

In un altro importante ciclo, tenuto a Monaco dal 22 Maggio al 6 Giugno 1907, Die Theosophie des Rosenkreuzers, GA-99, tradotto in italiano col titolo La saggezza die Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella sesta conferenza, quella del 30 Maggio, La legge del destino, alle pp. 61-62, Rudolf Steiner usa parole ancora più severe e radicali. Infatti, vi  possiamo leggere:

«Per il mondo astrale è molto differente esprimere un pensiero vero o uno menzognero. Un pensiero si riferisce di solito ad una cosa determinata, ed è vero se corrisponde alla cosa stessa. Quando accade per esempio un fatto qualsiasi, esso ha il suo effetto nei mondi superiori; se poi qualcuno racconta il fatto in modo vero, dal narratore si espande una figura astrale che si unisce con quella che muove dal fatto stesso; le due figure si rafforzano, e le forme così rafforzate servono a rendere il mondo dello spirito sempre più articolato e ricco di contenuto, quale l’umanità ha bisogno che sia per poter progredire. Se si racconta invece il fatto in modo menzognero, non corrispondente alla realtà, il racconto del narratore si incontra con quel che esce dal fatto stesso, e le due figure cozzano una contro l’altra, distruggendosi reciprocamente. Distruzioni del genere, causate da menzogne e simili ad esplosioni, agiscono come un’ulcerazione che distrugge l’organismo. Le menzogne uccidono dunque le formazioni astrali che sono sorte e che debbono sorgere, arrestando o distruggendo così una parte dell’evoluzione. Chi in effetti dice la verità porta avanti l’evoluzione dell’umanità, mentre chi mente la ostacola. Ne deriva una legge occulta, e cioè che la menzogna, vista spiritualmente, è un assassinio. Non soltanto essa uccide una formazione astrale, ma è anche un suicidio, perché chi mente crea degli ostacoli anche sul proprio cammino; nel mondo spirituale si vedono dappertutto effetti del genere. Il chiaroveggente vede dunque che ogni pensiero e ogni sentimento ha i suoi effetti sul piano astrale».

Le conseguenze di un tale principio occulto sono enormi per la vita dell’uomo comune, e solo sono ancor più, e a più forte ragione, per la vita interiore del discepolo dell’Iniziazione, nonché della Comunità spirituale della quale egli fa parte. E proprio questo è il motivo per il quale nell’Antroposofia, nella rosicruciana Scienza dello Spirito, si dà così grande valore ad un severo, austero, volitivo, addestramento del pensare. La stessa purificazione, e il riorientamento in senso spirituale, del sentire sono la conseguenza, e non la premessa, di questo ascetico addestramento volitivo del pensare. «La via del cuore passa per la testa», avverte Rudolf Steiner sùbito al principio, nel primo capitolo, L’azione umana cosciente, a p. 21, della sua Filosofia della Libertà, tradotta da Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, e non viceversa. Questo perché la Via rosicruciana è una ‘Via spirituale’, che scientificamente parte dalla sostanza interiore del pensare lucidamente sperimentato, e non una ‘via dell’anima’ che, invece, facilmente muove in una emotività sognante, scambiata per il sentire celeste, e che facilmente apre la strada ad ogni sorta di errore ed illusione, ad ogni infatuazione e menzogna su se stessi. Per cui il benevolo lettore mi perdoni se continuo, in maniera antologicamente pedante, a citare le limpide, assolutamente non equivocabili, parole di Rudolf Steiner. Nella dodicesima conferenza – quella del 2 Settembre 1906 – del citato ciclo Alle porte della Scienza dello Spirito, a p. 126 troviamo:  

«Indipendenti al massimo si è nella disciplina rosicruciana. Qui il maestro non è più la guida, ma il consigliere che dà ad ognuno i suggerimenti sul da farsi. In pari tempo egli cura che, parallelamente all’addestramento occulto, si svolga un energico sviluppo del pensare, senza il quale non può compiersi nessuna educazione occulta. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre cose non hanno. Trovandoci per esempio sul nostro piano fisico, osserviamo coi sensi fisici ciò che si trova su questo piano: null’altro. Sul piano astrale valgono le osservazioni astrali; e l’udito spirituale vale soltanto nel mondo spirituale. Insomma ogni piano ha le sue proprie percezioni. Una cosa, invece, penetra tutti i mondi: il pensiero logico. La logica è comune e identica per tutti e tre i piani. Così ci è dato imparare sul piano fisico una cosa che ha valore anche nei mondi superiori. Questo metodo viene osservato dalla disciplina rosicruciana, la quale addestra prevalentemente il pensiero, sul piano fisico e coi mezzi del piano fisico. Già lo studio delle verità spirituali e i diretti esercizi del pensiero, portano ad un pensare più approfondito. Se però desideriamo addestrare l’intelletto maggiormente, potremo studiare libri come La filosofia della libertà, Verità e scienza, scritti appositamente in uno stile che consente a un pensare, da essi disciplinato, di muoversi assolutamente sicuro anche nelle più alte regioni. Anzi, chi nulla sapesse di scienza dello spirito, ma avesse studiato queste opere, già potrebbe, solo per questo, orientarsi nei mondi superiori. Questo è il sistema della disciplina rosicruciana. Il proprio, acuto pensiero è la più vera guida interiore. Il maestro è dunque soltanto un buon amico che consiglia il discepolo; poiché il guru migliore lo si educa nell’individualità propria col proprio raziocinio. Anche in questo caso, naturalmente il maestro è necessario per consigliarsi sul come raggiungere uno sviluppo indipendente».

Massimo Scaligero, che ‘Iniziato’ e ‘Maestro’ lo era per davvero, si era data, sin dalla sua giovinezza, una severa, austera, formazione interiore: anche nel campo del pensiero filosofico e in quello scientifico. La trattazione ch’egli ne fa ne La logica contro l’uomo lo dimostra ampiamente. Addirittura, da colloqui che sia mio fratello che io avemmo con lui, nei primissimi anni settanta del trascorso secolo, fu chiaro persino come egli conoscesse bene, e di persona, uno scienziato di grandissimo valore, e di formazione sia scientifica che filosofica, come il Prof. Vasco Ronchi di Arcetri – ch’egli definì «un coraggioso» – e come conoscesse la difficile, sottile, problematica della ronchiana ‘scienza della visione’, e le sue conseguenze epistemologiche per la teoria della conoscenza in filosofia. Il rigore di pensiero, la severa consequenzialità logica e scientifica, di Massimo Scaligero furono la ragione che mi conquistò sùbito, e mi determinò a consacrarmi in maniera risoluta alla pura Via del Pensiero, all’Ascesi della Concentrazione. In un aureo opuscolo dattiloscritto, Regole essenziali per lo sviluppo interiore, secondo la Scienza dello Spirito, ch’egli dava a chi decideva di percorrere il sentiero iniziatico, in parte parafrasando, ma anche precisando e approfondendo, quanto detto da Rudolf Steiner nella sopra citata conferenza, Massimo Scaligero così scrive:

«Indipendenti al massimo si è nella Via Occidentale, o «rosicruciana»: che si rivolge a coloro per i quali lo Spirito è immanenza, o presenza, nell’Io, ossia agli uomini più moderni. Qui il Guru non è più la guida, bensì il consigliere che dà a ciascuno il suggerimento sul da farsi. Egli cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un energico sviluppo del ‘p e n s a r e’: senza il quale oggi non è possibile reale formazione interiore. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre attività non hanno. Ogni attività interiore si muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se utilizza forze di altri livelli. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il p e n s i e r o  l o g i c o. un pensiero logico che divenga coscientemente veste di una verità, risuona, anche non sapendolo, nei mondi superiori, come una reale forza. Movendo da un tale principio, la disciplina rosacruciana addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa dal piano fisico a quello puramente metafisico. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le forze superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario.

Il Guru è, nella disciplina rosacruciana, soltanto un amico saggio che consiglia il discepolo, poiché il Guru reale, l’Io, lo si educa nell’individualità propria, col proprio radicale lavoro di pensiero. Anche in questo caso, perciò in forma diversa, il Guru è necessario, essendo fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. La redenzione del mentale è l’inizio della vera Magia: ma fa appello a qualcosa di più che il pensiero dialettico. Il discepolo giunge a meritare di riconoscere spontaneamente, autonomamente, l’azione che sulla liberazione del pensiero esercita il contenuto interiore di specifiche opere dovute al Maestro dei nuovi tempi, portatore dell’accennato insegnamento perenne. Lo studio meditato di tali opere – contro cui si appuntano naturalmente gli attacchi critici delle varie scuole legate al passato – equivale alla più energica disciplina interiore. Si tratta di leggere non per apprendere, ma per rivivere determinati pensieri o immagini, in cui è inserita la forza del pensiero vivente».

Allontanarsi da questa spirituale, essenziale, ‘scientificità’, divergere dal rigore, e dallo stellare, spinozianamente ‘geometrico’, nitore, che la Via del Pensiero assolutamente esige, significa avventurarsi negli obliqui sentieri del misticismo soggettivo; significa aprirsi ad un ambiguo sperimentare che, in maniera sin troppo facile, scivola nel mondo delle illusioni; significa, infine, sprofondare in un equivoco, e guasto, mare di percezioni e sensazioni, che non sono indipendenti dal coinvolgimento corporeo. Nei colloqui che, a partire dalla metà degli anni ottanta del secolo scorso ebbi con lei, a Dornach, alla sede del Lascito, o a casa sua, Hella Wiesberger mise sempre l’accento sull’assoluta necessità di una Via che facesse radicalmente appello all’esperienza del pensiero puro, come conditio sine qua non della certezza, della non erranza, nell’esperienza spirituale. Mi spiegò come testi di Rudolf Steiner quali Teosofia, Iniziazione, Scienza Occulta, rappresentino tre vie di approfondimento della Scienza dello Spirito: testi, ognuno dei quali venivano da lui consigliati singolarmente a varie personalità – a chi uno, a chi un altro – per essere approfonditi in uno studio meditativo protratto per tutta la vita. Ma che, al di sopra di questi tre testi scritti, vi era la sua Filosofia della Libertà, che rappresentava, per chi la percorreva, una Via Regia, superiore alle altre tre, e che quella era la Via di Marie Steiner. Così mi disse.  

Nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono Conoscenze dei Mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano 2013, vi è un’Appendice di estrema importanza, che Rudolf Steiner aggiunse nell’edizione del 1918. In tale Appendice – più volte, molto opportunamente, ricordata su Ecoantroposophia dal nostro Isidoro – Rudolf Steiner mostra, con estrema chiarezza, quale sia la fonte di ogni errore, di ogni perniciosa illusione, nello sperimentare spirituale. Sùbito all’inizio di tale Appendice, a p. 162, egli così avverte:

«La via alla conoscenza sovrasensibile, descritta in questo libro, conduce a esperienze animiche nelle quali è specialmente importante che il discepolo non si abbandoni ad alcuna illusione o malinteso in merito. In questo campo riesce facile esser tratti in inganno. Una delle illusioni, e la più importante, nasce spostando l’intero campo della sperimentazione animica di cui si parla nella vera scienza dello spirito, in modo da sembrare che essa si debba confondere con la superstizione, con i sogni visionari, con la medianità e con parecchi altri deviamenti dell’aspirazione umana»,

e, in maniera oltremodo incisiva, alle pp. 167-168, così prosegue:

«Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico-spirituale. È possibile per l’uomo vivere queste esperienze soltanto se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nelle esperienze della coscienza abituale quando, su ciò che ha percepito dall’esterno o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito, o voluto, si forma pensieri che non derivano da quelle esperienze. Vi sono uomini che non credono all’esistenza di tali pensieri. Stimano che nulla si possa pensare che non sia tratto dalle percezioni o dalla vita interiore dipendente dal corpo, e che tutti i pensieri siano in certo qual modo solo ombre e immagini di percezioni e di esperienze interiori. Lo crede però soltanto chi non abbia mai sviluppato la capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso. Chi l’ha sperimentata sa, per esperienza che sempre, quando il pensare domina nella vita dell’anima, e nella misura in cui il pensare compenetra le altre funzioni dell’anima, l’uomo è coinvolto in un’attività alla cui formazione il suo corpo non partecipa. Nella vita ordinaria dell’anima, il pensare è quasi sempre commisto ad altre funzioni animiche: percepire, sentire, volere, e così via. Queste altre funzioni si formano per mezzo del corpo. Il pensiero agisce però in esse, e nella misura in cui vi agisce, si svolge nell’uomo e per suo mezzo qualcosa a cui il corpo non prende parte. […] Nell’esperienza interiore ci si può però animicamente spingere a sperimentare la parte pensante della vita interiore da sola, anche separata da tutto il resto. Dall’ambito della vita animica si può liberare qualcosa che è solo costituito di puri pensieri; di pensieri che esistono di per se stessi, dai quali è escluso tutto ciò che è dato dalle percezioni, o dalla vita interiore dipendente dal corpo. Pensieri siffatti si rivelano di per se stessi, grazie a ciò che sono, come qualcosa di spirituale, di soprasensibile nella sua essenza. L’anima che si unisce a tali pensieri, in quanto nell’unione esclude da sé ogni percezione, ogni ricordo, ogni abituale vita interiore, sa di essere con il pensiero stesso in una regione sovrasensibile, e sperimenta se stessa al di fuori del corpo».

Questo è, nella Scienza dello Spirito, l’unico, autentico, sicuro criterio di assoluta certezza nell’esperienza interiore. Questa è la ‘porta stretta’ della aspra, faticosa, eroica, Via del Pensiero, che molti evitano, per scivolar poi più comodamente in un meno cosciente, meno faticoso, ma molto più equivoco, e pericoloso, sperimentare animico inevitabilmente condizionato dalla corporeità. Scivolare che diviene fonte inesausta di tutte le forme di medianità, di tutti i visionarismi sognanti, di tutte le allucinazioni, di tutte le patologie dell’anima. Su questo punto, Rudolf Steiner, nel proseguo della suddetta Appendice del 1918 al libro Iniziazione, alle pp. 163-165, non lascia spazio alcuno ad ambigue “interpretazioni”, tanto è chiara la sua esposizione:  

«Gli uomini diventano però subito diffidenti se devono cominciare col fare qualcosa di puramente animico, affinché si manifesti loro qualcosa in sé indipendente da loro. Per il fatto di doversi preparare ad accogliere la manifestazione, credono di averne formato il contenuto. Vogliono esperienze alle quali per nulla si contribuisca, di fronte alle quali si rimanga del tutto passivi. Se inoltre uomini del genere ancora ignorano le più semplici condizioni necessarie alla comprensione scientifica di uno stato di fatto, allora, nei contenuti e nei prodotti animici in cui l’anima  si abbassa al di sotto del grado di autoattività cosciente che si trova nella percezione sensoria e nell’azione volontaria, vedono una manifestazione obiettiva in un’essenza non sensibile. Tali contenuti animici sono le esperienze visionarie, le manifestazioni medianiche.

Ciò che si palesa però attraverso manifestazioni siffatte non è un mondo soprasensibile, ma subsensibile. […] Nelle esperienze visionarie  nelle produzioni medianiche l’uomo si pone del tutto alle dipendenze del corpo. Elimina dalla propria vita animica ciò che lo rende indipendente dal corpo nella percezione e nella volontà. Di conseguenza i contenuti animici diventano semplici manifestazioni della vita corporea. Le esperienze visionarie e la produzione medianica risultano dalla circostanza che in quelle esperienze e in quelle produzioni l’uomo con la sua anima, è meno indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita abituale percettiva e volitiva. Nelle esperienze soprasensibili intese in questo libro, l’evoluzione delle esperienze animiche procede in direzione opposta a quelle visionarie e medianiche. L’anima si rende man mano più indipendente dal corpo di quanto non lo sia nella vita percettiva e volitiva. Arriva all’indipendenza che si può realizzare nell’esperienza del pensiero puro, per darsi a un’attività animica molto più vasta. […]

L’esperienza soprasensibile deve essere una continuazione dell’esperienza animica che può già essere raggiunta nell’unione col pensiero puro. Perciò è tanto importante poter sperimentare quell’unione nel modo giusto, perché dalla comprensione di tale unione dipende la luce che può anche recare una visione giusta sulla natura della conoscenza sovrasensibile. Se l’esperienza animica dovesse abbassarsi al di sotto della chiara coscienza che si esplica nel pensiero, quella visione si troverebbe sopra una via sbagliata per la vera conoscenza del mondo sovrasensibile: verrebbe afferrata dalle funzioni corporee; ciò che sperimenterebbe e produrrebbe non sarebbe allora una manifestazione del sovrasensibile, ma una manifestazione corporea nel campo del mondo subsensibile».

Quanto qui affermato da Rudolf Steiner spiega ad abundantiam il come e il perché degli errori di chi, senza una solida, scientifica, base spirituale di pensiero, si inoltra avventurosamente nel campo dell’esperienza spirituale stessa. Dai frutti guasti e malsani, ad un pensare forte, limpido, e logicamente consequenziale, è possibile inferire la natura dell’albero che li produce. E questo è un esame, un controllo, che può essere compiuto da chiunque voglia servirsi in maniera sana, coraggiosa, e spregiudicata, del proprio pensare. Molto vi sarebbe da dire, poi, circa gli errori, e le gravi conseguenze dei medesimi, che un sedicente ‘chiaroveggente veder’ di Orao produce. Dovrò affrontare – e il candido lettore mi creda: mi pesa molto nell’anima il doverlo fare – altri errori, ed alcune fuorvianti indicazioni che possono portare il troppo fidente sperimentatore a severe situazioni, a difficoltà veramente gravi. Ma son costretto a rimandare alla sesta parte di questo mio studio su il libro Resurrezione di Orao, perché come afferma il mio amato Dante nel XXXIII canto del Purgatorio, vv. 139-141:    

ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.  

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2019

Anno XXIV n. 12

Dicembre 2019

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CONTEMPLAZIONE: LA QUIETE CREATIVA

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Tutti gli esseri, non solo i ragionevoli, ma anche gli animali irragionevoli e la natura che è nelle piante e la terra che li produce aspirano alla contemplazione e tendono a questo fine: tutti lo raggiungono entro le possibilità offerte dalla loro natura.

Ogni azione tende alla contemplazione, tanto l’azione necessaria che fortemente attira la contemplazione verso le cose esterne, quanto quella detta ‘volontaria’ che l’attira meno ma che si compie egualmente per desiderio di contemplazione…

La natura, che alcuni dicono priva di rappresentazioni e di ragione, ha in sé contemplazione e produce quelle cose che produce mediante la contemplazione che, a quanto dicono, essa non ha.

Poiché la natura opera rimanendo immobile e, rimanendo immobile, è una ragione, essa è anche contemplazione.

Difatti le azioni pratiche, pur essendo conformi alla ragione, sono evidentemente diverse da essa: ché la ragione, in quanto è presente all’azione e vi presiede, non è l’azione.

Se dunque non è azione ma ragione, essa è contemplazione; e per ogni ragione v’è una ragione ultima che deriva dalla contemplazione ed è contemplazione nel senso di oggetto contemplato.

La ragione superiore varia col variar degli esseri ed è come l’anima, non come la natura, ma quella che è nella natura è la natura stessa.

Anche questa deriva da una contemplazione? Certamente, da una contemplazione; poiché anch’essa è simile a un essere che si contempla: è infatti il risultato di una contemplazione ed è in quanto un essere contempla.

Ma come essa contempla?

Essa non possiede la contemplazione che deriva da un pensiero discorsivo, da quel pensiero cioè che esamina ciò che contiene in sé.

E se essa è vita, perché non è anche ragione e potenza operante?

Forse perché ricercare vuol dire non possedere ancora?

Ora, poiché la natura possiede, essa, in quanto possiede, anche agisce.

Per lei, essere ciò che è, è lo stesso che agire; essa è contemplazione, e oggetto di contemplazione, poiché è ragione.

Ed in quanto è contemplazione, oggetto di contemplazione e ragione, e soltanto per questo, essa produce.

Così dimostriamo che la produzione è contemplazione; essa infatti è il risultato di una contemplazione che rimane pura contemplazione senza fare null’altro, ma produce perché è contemplazione.

(Enneadi III, 8, 1-3)

Rastignac

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUARTA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Se mèta dell’uomo è realizzare, come ho scritto nella terza parte di questo articolo, Autocoscienza, Libertà, e Amore, vi è da chiedersi perché si sia ancora così lontani – anche nelle comunità spirituali, persino in quella che Massimo Scaligero chiamava la Comunità Solare – dal realizzare, dall’attuare concretamente tali idealità. È evidente che se, come ammonisce più volte nelle sue opere Massimo Scaligero, «il Bene è l’idea che si attua, il Male è l’idea che non si attua», il non realizzarsi, il non attuarsi di tali idealità, è per l’uomo e per l’Universo il massimo dei mali.

Rispetto ad una tale realizzazione, rispetto ad un attuarsi di quelle idealità, cosicché l’Ascesi solare sia, come direbbe il nostro Giovan Battista Vico, «il farsi del vero, e l’inverarsi del fatto», «verum et factum convertuntur», due sono le forze in giuoco, forze che favoriscono o impediscono la suddetta realizzazione: il coraggio e la paura.

L’Amore, che è anche, e soprattutto, Philosophia, Amore della Sapienza, e Philalètheia, Amore della Verità, non può esistere senza il coraggio. Non vi è Amore senza coraggio: quindi coraggio di amare la Verità, coraggio di amare appassionatamente – come un autentico Fedele d’Amore –  la Sophia, la Sapienza Santa. Quindi volontà d’Amore, nutrita da un Amore di volontà. Il coraggio porta alla Conoscenza, mentre la paura paralizza la volontà, oscura, obnubila la coscienza, e porta a temere e odiare la Verità, a colludere con la menzogna. E se si ama la Verità, se si ama la Sophia, la Sapienza Santa, si lotta, si combatte per essa, non si concede quartiere alla menzogna: non le si concede tregua alcuna.

Per chi voglia essere un autentico Fedele d’Amore, Verità e Sapienza sono valori assoluti, incondizionati, e come tali non sono valori “negoziabili” – come usa dire oggi – non sono passibili di essere messi in discussione, essere oggetto di “trattative”, di “scambio”. E non ci si può piegare – a meno di perdere il rispetto di se stessi – ad una dogmatica “autorità”, la quale, esigendo un medievale, umiliante, sacrificium intellectus’, richiede cieca fede, e conformità a quanto essa proclama, ex cathedra, come pretesa ortodossia, essere vero, umilia la dignità dell’Uomo, che il Cielo e gli Dèi hanno creato per la Libertà e la Conoscenza. Per questo motivo, non è possibile tacere di fronte a determinate non verità che troviamo scritte nel libro di Orao, che sto esaminando.

Orao, stravolgendo tutto quanto risulta dall’indagine spirituale di Rudolf Steiner, e che questi espone in termini chiari, assolutamente non equivocabili, sostiene l’identità di una entità spirituale regolare come Jahve, o Jehova, con un’entità spirituale irregolare come Lucifero. Si tratta di una indebita, illegittima, affatto ingiustificata, con-fusione di due entità spirituali, che non solo sono diverse, ma che sono addirittura opposte: polarmente opposte.

Infatti, sempre nelle già conferenze che Rudolf Steiner tenne a Parigi nel 1906, trascritte da Édouard Schuré in Esoterismo CristianoLineamenti di una cosmogonia psicologica, trad. a c. di Bruno Roselli, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, a p. 175, possiamo leggere:

«Lucifero è dunque il principio che permette all’uomo di divenire veramente un uomo indipendente dagli dei. Il Cristo, o Logos, manifestato nell’uomo, è il principio che gli permette di risalire sino a Dio.

Prima del Cristo l’uomo possedeva il principio di Jehova, che gli conferiva la forma, e quello di Lucifero che lo individualizzava: era diviso tra l’obbedienza alla legge e la rivolta dell’individuo. Ma il principio del Cristo venne a stabilire l’equilibrio tra i due primi, insegnando a ritrovare nell’interiore stesso dell’individuo la legge primitivamente data dall’esterno. È ciò che spiega San Paolo il quale fa della libertà e dell’amore il principio cristiano per eccellenza: la legge ha retto l’antica alleanza , come l’amore regge la nuova. Troviamo dunque nell’uomo tre principî inseparabili e necessari alla sua evoluzione: Jehova, Lucifero, il Cristo».

E, a p. 179, Rudolf Steiner, quasi al termine di quella conferenza, afferma emblematicamente:

«Non è la rivelazione ma la verità che rende liberi: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Parole più chiare di queste, Rudolf Steiner non avrebbe potuto dirle, e le ha ripetute innumerevoli volte. Ma, ciò nonostante, in Orao, alle pp. 69-71 di Resurrezione, nel capitoletto Vita sulla Terra, largamente parafrasato dalla Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner – prendendosi tuttavia alcune frequenti  ‘libertà’, e compiendo notevoli ‘variazioni’ sul tema, al fine di ‘correggere’ quanto lo stesso Rudolf Steiner aveva scritto –, dopo aver parlato della separazione del Sole dalla Luna ancora congiunta alla Terra, leggiamo che:

«Il Sole continuò ad emanare la propria forza sulla Luna e sull’uomo dal di fuori, ossia continuò ad emanare le sue forze sul corpo fisico e sull’eterico, ma lasciò libera una parte di questi due corpi esponendola agli influssi provenienti dalla Luna. Qui esattamente può rintracciarsi l’inizio dell’azione luciferica sia in senso regolare che in senso irregolare. Gli influssi lunari dominati dal Lucifero regolare consistettero nella formazione del sistema nervoso, mentre gli irregolari in una specie di indurimento della vita immaginativa interiore che avrebbe sottratto l’uomo da ogni interiore rapporto con il Sole.

La ribellione di Lucifero, per stabilire la sua dimora sulla Luna, e il distacco dagli altri sei Elohim, determinò quella che viene definita «Guerra nei Cieli». Una entità del Sole, uno degli arti del Logos, si distaccava, iniziando la sua azione sulla Luna, agendo entro il corpo astrale dell’uomo in formazione, da qui mirando a cristallizzare in forma rigida ogni ulteriore germinazione conoscitiva nel terrestre […]

L’entità di Lucifero, trasferendosi dunque sulla Luna, era la sola rimasta a dominare questi due aspetti quando, attraverso la formazione della primissima sostanza-anima nell’essere umano, egli iniziò la sua azione di entità interiore del corpo astrale. Per un verso egli aiuta l’uomo ad aspirare alla luce solare, al mondo luminoso della spiritualità, per un altro tende a lunarizzare la parte solare, spirituale, trattenendolo dal suo portare verso la Terra l’esperienza solare, la sperimentazione dello spirito. Gli organi sensori, ordinatisi nel frattempo nel sistema nervoso, divennero appunto il veicolo, il percorso per l’azione luciferica. Lucifero agì nel corso evolutivo come l’accompagnatore dell’uomo alla soglia della luce, «il portatore di luce», il lucifero, ma anche come lo stimolatore alla riflessità stessa di questa luce, l’entità lunare inferiore che, attraverso la movenza sensoria, l’ombra della luce, mirava a concedere all’uomo la sua spiritualità – non quella degli Dei superiori, ma delle deità inferiori».   

Questa duplice azione, da Orao illegittimamente attribuita a Lucifero, nasce dalla indebita con-fusione che viene fatta dell’azione di Jahve–Jehova con quella di Lucifero, il quale, da Orao, come vedremo, viene erratamente  proclamato essere uno dei sette Elohim solari, che – sempre al dire di Orao – in quanto tale, si sarebbe ribellato agli altri sei Elohim, e al Logos, ed avrebbe trasferita la sua ‘dimora’ sulla Luna attuale. Vedremo come Rudolf Steiner dica esattamente il contrario di quanto afferma qui, e altrove, Orao. Infatti, questi, proseguendo nella sua personale esposizione, così scrive a p. 72 di Resurrezione:

«L’entità luciferica stessa aveva in tempi ancora anteriori promanato da sé entità luciferiche, che al tempo della ribellione nei Cieli rifiutarono tutte con essa l’azione del Sole e si trasferirono sulla Luna, abitando il cosiddetto «regno della Luna terrestre». Tali entità agivano dalla Luna sull’astralità dell’uomo in formazione sulla Terra, operando dall’interno di lui verso l’esterno, intenzionate però a dominare tutti i processi tendenti a mantenere la materia morbida e poco densificata».

Ora, dovremo esaminare bene molti aspetti – e dire cose per molti davvero non facili da intendere, nonché da accettare – per mostrare in cosa e perché Orao erri completamente, costruendo tutto un suo, assolutamente personale, sistema di idee e di immagini a partire da questa fallace, e falsa, identificazione di Jahve-Jehova e di Lucifero.

Ma il tema in questione – che dobbiamo affrontare con grande risoluzione, con la massima volontà di verità, e con ‘matematica’ precisione, anche a costo  di sovrabbondare, in maniera antologicamente pedante, con citazioni probanti – è di grande momento, perché, da una parte, questo tema, giustamente affrontato e chiarito, si mostrerà decisivo per la corretta attuazione della Ascesi Solare, per la Via del Pensiero Vivente e della Concentrazione, mentre, dall’altra, disvelerà la sottile connessione delle su riportate errate considerazioni cosmologiche e cosmogoniche di Orao con le altre sue, altrettanto errate, considerazioni riguardanti l’essenza e la missione dei Bodhisattva in generale, quella del Bodhisattva Maitreya in particolare, dell’Iniziazione cristiana, di quella rosicruciana, di quella graalica, come Orao vuole presentarle nei suoi scritti, e del tipo di ascesi, anomala, che, oggi, viene surrettiziamente proposta come ‘voie sustituée’, come unavia sostituita, per usare un’espressione degli esoteristi francesi, in luogo di quella donata da Rudolf Steiner, e portata avanti in Italia da Giovanni Colazza, prima, e da Massimo Scaligero poi.  

Massimo Scaligero, molte volte, nei suoi scritti e nelle sue comunicazioni orali, mostrò il rapporto dell’originario sacrificio dei Troni, del calore saturnio dal quale nacquero il nostro mondo e l’uomo, colla trasmutatricetrasmutatrice secondo un’Alchìmia umana e cosmica – forza d’Amore e di Compassione dell’originario calore saturnio, oggi novellamente rinascente nell’uomo. In particolare, giova riportare le parole, spesso citate da Massimo Scaligero, che Rudolf Steiner pronunciò a conclusione del ciclo di conferenze, ch’egli tenne a Praga dal 20 al 28 marzo 1911, intitolato Fisiologia Occulta, del quale abbiamo in italiano due  belle traduzioni.

Una venne pubblicata a Roma nel 1933 dalla Casa Editrice Arti Grafiche E. Calzone, tradotta dalla baronessa Emmelina de’ Renzis, che ne redasse anche la Prefazione, con l’Introduzione di Saro Giadice, eteronimo questo del figlio della baronessa de’ Renzis, il duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, entrambi discepoli diretti di Rudolf Steiner, e amici di Giovanni Colazza. Questa edizione mi è particolarmente cara, perché la copia che di essa  possiedo era quella appartenuta un tempo all’Avv. Alberto Luchini, grande amico di Massimo Scaligero, e seguace dell’Antroposofia. Questa copia è tutta fittamente commentata a matita in margine dal suo antico possessore. Subito dopo il mio incontro con Massimo Scaligero, nella tarda primavera del 1970, su suo consiglio, andai a parlare nella mia città con l’Avv. Alberto Luchini, allora già ultraottantenne, il quale mi accolse molto calorosamente, mi donò con dedica il suo libro su Radicofani, ultima opera da lui scritta, e, durante quella memorabile conversazione, fu lui a parlarmi, per primo, del Bodhisattva Maitreya. Dopo il colloquio con lui, chiesi chiarimenti e approfondimenti in tale proposito direttamente a Massimo Scaligero, il quale con le sue spiegazioni me ne fornì in abbondanza.

L’altra, eseguita sull’edizione tedesca del 1978, fu pubblicata a Milano nel 1981 dall’Editrice Antroposofica, tradotta da Willy Schwarz, medico antroposofo, goetheanista e dantista di notevole livello, nonché traduttore di varie opere di Steiner, da me conosciuto personalmente a Dornach in occasione di un viaggio alla Pasqua del 1984. Per praticità del lettore, citerò le parole di Rudolf Steiner da questa seconda edizione, essendo la bella e rara edizione del 1933 di difficile reperimento. Quel che ivi dice Rudolf Steiner è di importanza estrema per comprendere quell’Alchìmia umano-cosmica, alla quale fa riferimento Massimo Scaligero. Così leggiamo alle pp. 174-175:

«Ciò che l’organismo produce, quanto a processi interni di calore del nostro sangue, processi calorici che esso fa scaturire dall’insieme delle sue attività e che porta finalmente  ad espressione, quasi come un fiore di tutti gli altri processi, penetra su nella sfera dell’animico-spirituale, trasformandosi in attività animico-spirituale. E che cos’è la parte più bella dello spirituale-animico? Il suo aspetto più bello, più alto, è il fatto che, ad opera delle forze dell’anima umana, l’organico possa trasformarsi nell’animico stesso. Se tutto ciò che l’uomo può ricavare dall’attività del suo organismo terrestre, una volta mutato che sia in calore, viene da lui trasformato nel modo giusto, allora nella sfera dell’anima esso diviene compartecipazione, interesse per tutti gli altri esseri. Se, attraverso tutti processi dell’organismo, su fino al livello più alto, cioè fino ai processi di calore, penetriamo sino alla sfera in cui il calore del sangue viene utilizzato dall’anima per il suo proprio compito, scopriamo che tale compito consiste nell’interesse vivo per ogni essere, nella calda compartecipazione a tutto quanto ci circonda. In quanto la nostra vita interna ci porta su fino al calore, noi la estendiamo a tutta quanta l’esistenza terrestre; ci identifichiamo all’esistenza terrestre complessiva. Va preso atto della mirabile realtà che la saggezza cosmica ha scelto la via indiretta, attraverso tutta la nostra organizzazione, per conferirci da ultimo il calore che noi uomini siamo chiamati a trasformare col nostro io in viva compartecipazione all’esistenza di tutti gli altri esseri.

In seno alla missione della Terra il calore viene trasformato in sentimento. Questo è il senso del processo terrestre, il quale si realizza in quanto l’uomo è inserito in esso come organismo fisico. […] Ogni singola anima, dopo il passaggio per la porta della morte, si solleva ad un mondo spirituale, affidando il cadavere alle forze della Terra. Analogamente il cadavere della Terra verrà un giorno abbandonato alle forze cosmiche, dopo che esso ci avrà trasmesso il calore per la nostra compassione la quale sarà la base per ogni nostra attività animica superiore. Quel cadavere che sarà consegnato al sistema cosmico, come il singolo cadavere umano viene affidato al sistema terrestre, potrà scorgere (elevandosi al di sopra di se stesso) la somma di tutte le anime individuali umane, notevolmente perfezionate attraverso l’esistenza terrestre, in via di procedere verso nuovi livelli di esistenza, verso nuovi sistemi cosmici».  

Questa è quella Via della ‘Grande Compassione’ che, oggi, mediante il suo insegnamento, addita il Bodhisattva Maitreya – il quale ‘adombra’ e ‘ispira’ tutto l’insegnamento di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero –, e che additerà, altresì, un giorno, nella sua pienezza, a completamento della sua missione terrestre, come Buddha Maitreya. Nel Buddhismo Mahâyâna, è la Prajñâparamitâ, la ‘Sapienza Trascendente’, quella che genera la Mahâkaruna, la ‘Grande Compassione’. E questo era, secondo Massimo Scaligero, il segreto elemento cristico celato, occultato, nel Mahâyâna. Infatti, possiamo leggere in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972, p. 41:

«Anche l’uomo più debole e più sopraffatto dagli istinti può, volendo, ricongiungersi, in relazione al proprio livello, con il filo della originaria Forza: l’impedimento più serio a questo è invero la mancanza di consapevolezza della propria debolezza. Lo sprezzo per il debole, per colui che erra, recita, tradisce, è esso stesso una debolezza: esso stesso sentimentalismo.

Chi fa suo il n o b i l e  s e n t i e r o del Buddha, non può ignorare la missione del Bodhisattva Maitreya, che è accompagnare gli uomini nella sfera della maya, prendendo parte alle loro debolezze e alle loro prove, per recare ad essi l’illuminazione nel mezzo della loro oscurità. Il futuro Buddha è invero il Bodhisattva della compassione. La via che il Buddha addita verso l’alta liberazione dell’uomo futuro, è appunto la compassione: che è espressione di debolezza, solo se è recitazione politica o mollezza etica, mentre, pura di recitazione e mollezza, è la vera forza dell’Io».

In quella che poi sarà l’ultima opera da lui scritta, pubblicata postuma, Massimo Scaligero ritornò su questo tema, ricollegando la trasformazione e la liberazione dell’uomo alla vicenda cosmica del divenire dei mondi. Così, tenendo presente la rievocazione che Massimo Scaligero fa del sacrificio dei Troni Spiriti della Volontà, ai Cherubini, Spiriti dell’Armonia, descritto da Rudolf Steiner nel quarto capitolo, L’evoluzione del mondo e dell’uomo ne La Scienza Occulta nelle sue linee generali, e nel ciclo di L’evoluzione secondo veridicità, cinque conferenze da lui tenute a Berlino, dal 31 ottobre al 5 dicembre 1911, sacrificio, il cui ardore dette origine al calore saturnio, possiamo leggere in Iside Sophia. La Dea Ignota, Edizioni Mediterranee, Roma, 1980, p. 103:

«Non v’è moto della volontà dell’uomo che, quale che sia il suo oggetto, non faccia occultamente appello a questo impeto di donazione che vince la prigionia dell’ego e perciò tende a realizzare il vero Io. Secondo l’insegnamento del Maestro dei nuovi tempi, ossia del Bodhisattva Maitreya, la cui luce s’irraggia nel mondo attraverso l’opera di Rudolf Steiner, il senso ultimo della vita è l’evoluzione dell’umano-terrestre sino alla capacità di fondare con le forze redente dell’Io il Cosmo dell’Amore. «L’uomo è la mèta delle Gerarchie». «Ciò che deve essere realizzato è l’uomo voluto dagli Dèi», Egli insegna. In realtà, l’uomo nasce dall’amore sacrificale divino, ma sulla Terra deve smarrire la coscienza di tale origine, per divenire un essere libero: viene portato a trarre la coscienza di sé dalla corporeità e ad accogliere gli impulsi che scaturiscono da ciò che in lui si oppone all’originario amore sacrificale: e tuttavia il volere continua ad avere la segreta tessitura di tale amore, inconsciamente, anche quando agisce in senso avverso ad esso».

Naturalmente, il fatto che un Bodhisattva, e il Maitreya è un Bodhisattva – il quale, come abbiamo visto nelle parti precedenti di questo studio, in quanto tale non è un’entità ‘umana’‘adombri’, ‘ispiri’, col suo essere spirituale, e con il suo insegnamento, Maestri, che sono individualità umane, come Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, non significa affatto, come non pochi hanno creduto un po’ semplicisticamente, che il primo di questi sia il Bodhisattva Maitreya, cosa del resto da lui stesso, come abbiamo veduto,  più volte esplicitamente negata.

In un importante testo di Rudolf Steiner che riunisce due importanti cicli di conferenze, dei quali purtroppo solo il secondo ciclo è stato tradotto in italiano, troviamo una serie di comunicazioni fondamentali dell’indagine spirituale di Rudolf Steiner. Si tratta del libro Menschheitsentwickelung und Christus-Erkenntnis, (Evoluzione dell’umanità e conoscenza del Christo), comprendente un primo ciclo, Theosophie und Rosenkreuzertum (Teosofia e Rosicrucianesimo), 14 conferenze tenute a Kassel dal 15 al 29 giugno 1907, ed un secondo ciclo, Das Johannes-Evangelium (Il Vangelo di Giovanni), 8 conferenze tenute a Basilea dal 16 al 25 novembre, GA-100, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1981. Il secondo ciclo di conferenze è stato tradotto da Maria Cianchi, e pubblicato dall’Editrice Antroposofica di Milano nel 2013.  

Ma procediamo per gradi. Nella dodicesima conferenza del primo ciclo, tenuta a Kassel il 27 giugno 1907, Rudolf Steiner descrive come nei primordi della Terra l’essere umano fosse androginico, e come dopo la scissione della Luna dalla Terra sia avvenuta la separazione dei sessi. Descrive poi – in vista di quella che è la missione, e la mèta, della Terra, ossia di trasformare il Cosmo della Saggezza nel Cosmo dell’Amore – l’azione degli Dèi, e l’azione di Jahve in particolare, fu quella di suscitare l’amore negli esseri umani. Questo si realizzò dapprima come amore tra consanguinei, essendo ancora l’essere umano legato ad una collettiva ‘coscienza di gruppo’, e poco individualizzato come coscienza dell’Io. Sarà poi la discesa del Logos Solare in Gesù di Nazareth a portare sempre più ad una rottura dei legami di sangue, a suscitare sempre di più l’individuale coscienza dell’Io, a suscitare altresì sempre più – indipendentemente dai sopravviventi legami di sangue – nell’essere umano l’amore di un individuo verso un altro individuo. Nella suddetta conferenza di Kassel, nella parte del libro, GA-100, non tradotta in italiano, Rudolf Steiner, a p. 153-154, dice:

«Questo amore originario (Urliebe) che prese nascita con la discesa delle anime nei corpi fisici, va così scemando nel corso dei tempi, s’insinuò nell’uomo nel momento che la Bibbia descrive così: «E Dio insufflò il respiro di vita nell’uomo ed egli divenne un’anima vivente». Ma un’altra cosa si produsse allora. In tal modo, l’uomo era diventato un’anima vivente, respirando per mezzo dei polmoni. L’aria ch’egli così inspirava era generatrice del sangue rosso, sangue rosso nel quale si esprime la natura dell’Io. Nella misura in cui il sangue è comune al gruppo, altrettanto lo è l’Io. Questo è il caso del giudaismo nel quale un popolo intero viene dominato da un’anima di gruppo. Ma sempre di più gli uomini tendono ad una maturità, emancipandosi dalla consanguineità. Con l’insufflazione del respiro all’uomo si installò il primo abbozzo di ematopoiesi. Ma non è che nel corso di lunghi periodi che l’uomo giunse alla maturità, che consisteva nell’agire sul proprio sangue in maniera da rendere possibile la sostituzione dell’altruismo all’amore originario. Rappresentatevi l’evoluzione dell’umanità come l’ho descritta: l’amore originario sparisce; l’amore tra persone apparentate – quello della madre per il figlio, ecc. – dovrebbe regredire. Il sangue non si estende abbastanza perché un legame d’amore possa abbracciare l’umanità tutta intera, e la potenza dell’Io, dell’egoismo andrà crescendo. Occorreva che un avvenimento si producesse suscitando, in luogo dell’amore originario un altro amore, un amore spirituale. Questo avvenimento è il Cristianesimo. Con l’apparizione del Cristianesimo, quel che si sarebbe prodotto senza di esso – la frammentazione dell’umanità in «uomini-atomi» (Mit dem Erscheinen des Christentums ist das hintangehalten worden, was sonst eingetreten wäre: das Auseinanderfallen der ganzen Menschheit zu einzelnen Menschenatomen) – è stata respinta. Gli uomini devono diventare sempre più individuali, questo è inscritto nell’evoluzione del sangue: ma ciò che è stato disperso in maniera naturale deve nuovamente essere riunito in maniera spirituale mediante la novella forza capace di agire al di fuori dell’amore legato al sangue. Questa è la forza del Cristianesimo. A partire da questo fatto il Mistero del Golgotha prende un significato fondamentale per l’evoluzione dell’umanità nella sua totalità. Se lo comprendiamo, comprendiamo pure il significato dell’espressione: Il sangue del Christo. È una cosa della quale non si può fare la sola esperienza esteriore, non potrebbe essere l’oggetto di ricerche esteriori, ma che occorre considerare come un fatto, come una realtà mistica. È per questo che, in piena coscienza, ho intitolato il mio libro non «Mistica del Cristianesimo», bensì «Il Cristianesimo quale fatto mistico».   

Ora, non saprei trovare migliore commento, migliore spiegazione, approfondimento, a quanto sopra detto delle parole stesse di Rudolf Steiner, che possiamo leggere, nella seconda parte del testo tedesco di tale sua opera, quella tradotta in italiano ed edita dalla Editrice Antroposofica, col titolo Evoluzione dell’Umanità e Conoscenza del Cristo. Il Vangelo di Giovanni – del suddetto volume della GA-100, ove, alle pp. 30-32, è detto:

«Il sangue è un succo molto peculiare», dice Goethe nel Faust. Il Dio della forma, Jahve, vi svolge un ruolo di particolare importanza. Dopo aver acquisito il dominio sul nuovo organo, il sangue, Jahve lo permeò delle proprie forze, trasformò le qualità aggressive dell’anima di coraggio nelle forze dell’amore e fece del sangue il portatore dell’Io.

All’inizio non tutti gli esseri umani avevano un proprio Io. In tutti i consanguinei, in coloro che conservavano il medesimo sangue mediante i matrimoni tra membri della stessa famiglia, agiva la medesima forza jahvetica, la forza-Io del medesimo Io. Un piccolo gruppo come questo aveva, dunque, un Io collettivo. Il singolo individuo stava a tutta la famiglia come un dito sta a tutto il corpo. All’inizio c’erano solo anime di gruppo. Il singolo percepiva se stesso solo come parte della stirpe. Finché il sangue rimase esente da mescolanze, finché i membri della stirpe si sposarono solo tra consanguinei, si sentì vivere lo stesso Io, oltre che nei contemporanei, anche nelle varie generazioni successive. L’Io, perciò, non era percepito come qualcosa di personale, ma come un elemento comune a tutti gli appartenenti alla stirpe. Come l’uomo ricorda tutte le esperienze vissute dalla nascita in poi, così gli uomini di quell’epoca ricordavano le azioni compiute dagli antenati consanguinei, e le ricordavano come se a compierle fossero stati loro stessi. […] Si è detto prima che Jahve aveva fatto del sangue il portatore fisico dell’Io. Egli compì ciò nel momento in cui diede forma al sangue. Jahve portò ad espressione la propria forza nella modalità della respirazione. L’uomo divenne jahvetico, perché fu Jahve a dargli il respiro. Vanno prese alla lettera le parole secondo le quali all’uomo, dotato ora dei presupposti necessari, venne insufflato l’alito vivente. «Jahve insufflò l’alito nell’uomo ed egli divenne un’anima vivente» (Genesi 2,7). Ma l’insufflazione dell’anima non avvenne ad un tratto; va intesa, invece, come un processo che andò svolgendosi in un arco di tempo molto lungo e che trasformò l’uomo in un essere che respira aria.

Diverso era sulla Luna il processo corrispondente a quello che sulla Terra si fonda sulla respirazione dell’aria. Mentre l’essere umano attuale inspira ed espira aria, venendo così ad avere in sé una forma di calore, i suoi antenati lunari, che erano costituiti da corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale, inspiravano ed espiravano sostanza calorica o fuoco. Sulla Luna i predecessori dell’uomo erano esseri che respiravano il fuoco. La scienza dello spirito li chiama esseri del fuoco, ed esseri dell’aria gli uomini della Terra. Per la scienza dello spirito tutta la materia è solo l’espressione dello spirito. Insieme all’aria noi inspiriamo ed espiriamo anche lo spirito. L’aria è il corpo di Jahve come la carne è il corpo dell’uomo. La mitologia germanica ne serba il ricordo portandolo ad espressione nella figura di Wotan che cavalca il vento. Anche sulla Luna er alo spirito quello che veniva ispirato ed espirato.

Sulla Luna c’erano le stesse entità spirituali che vi sono ora sulla Terra. Sulla Luna queste entità vivevano nel fuoco; adesso, sulla Terra, sono divenuti Spiriti dell’aria. Nel corso dell’evoluzione cosmica, alcuni singoli esseri sono rimasti indietro, come accade a scuola, quando alcuni scolari vengono bocciati. Mentre le entità che avevano fatto del Sole la loro dimora si erano evolute più rapidamente, riuscendo così a passare dal grado di Spiriti del fuoco a quello di Spiriti dell’aria, una folta schiera di entità non era pervenuta a questo passaggio. Le prime entità, come forze spirituali, esplicano ora la loro azione sull’uomo dall’esterno, dal Sole e dalla Luna. L’uomo le accoglie in sé mediante il respiro. Tra gli esseri umani e questi Spiriti solari altamente evoluti vi sono delle entità spirituali che, pur avendo attinto sulla Luna un grado di sviluppo molto superiore a quello conseguito dagli uomini, non sono progrediti quanto gli Spiriti solari e il Dio Jahve. Anche se non erano ancora in grado di influenzare l’essere umano per mezzo della respirazione, erano tuttavia protesi ad esplicare un’azione su di lui; erano gli Spiriti del fuoco che non avevano compiuto per intero la loro evoluzione. Il loro elemento era il fuoco, e questo elemento era presente nell’uomo solo nel sangue. Di questo dovevano vivere.

Nel corso della sua evoluzione, dunque, l’uomo era posto tre gli Spiriti dell’aria che vivono nel suo respiro, gli Spiriti più elevati che lo compenetrano di spiritualità e gli Spiriti del fuoco che cercavano gli elementi del suo sangue. L’azione che questi Spiriti esplicano nel suo sangue è rivolta contro Jahve. L’opera di Jahve era volta a tenere uniti gli uomini in piccoli gruppi mediante l’amore; egli voleva compenetrarli del sentimento di reciproca appartenenza. Ma se fosse stato presente solo l’amore, gli uomini non sarebbero mai divenuti autonomi, si sarebbero dovuti sviluppare come, per così dire, degli automi dell’amore. Contro tale sviluppo diressero i loro attacchi gli Spiriti del fuoco, ottenendo come risultato la libertà personale dell’essere umano. I piccoli gruppi furono disuniti. Il solo interesse del Dio Jahve era quello di unire gli uomini con l’amore. Egli agiva nel sangue come Dio dell’amore vincolato al sangue. Diversa era l’azione esplicata dagli Spiriti del fuoco. Furono loro a recare all’uomo l’arte e la scienza; si chiamano anche spiriti luciferici. L’evoluzione umana prosegue sotto l’influenza di Lucifero, che apporta agli uomini libertà e sapere. Sotto la guida del Dio Jahve gli esseri umani dovevano essere uniti dal principio della fratellanza tra consanguinei. Verso Lucifero l’uomo è debitore dello sviluppo che lo ha condotto ad essere libero cittadino della Terra. Jahve aveva posto gli uomini nel paradiso dell’amore. Qui apparve lo Spirito del fuoco, il Serpente, nella figura che l’uomo aveva avuto nel passato quando respirava ancora il fuoco, e aprì gli occhi degli uomini su quanto era ancora rimasto della Luna. Quest’influenza luciferica fu percepita come una seduzione. Coloro che erano stati educati nelle scuole esoteriche, però, non considerarono questa illuminazione una seduzione. I grandi iniziati non hanno umiliato il serpente, lo hanno innalzato, come fece Mosè nel deserto (Mosè, 4, 21, 5-9).

Quel che si doveva rivelare nell’umanità, si è manifestato per lungo tempo come amore vincolato al sangue. Parallelamente ha agito lo spirito della saggezza, un principio che doveva preparare qualcosa di diverso. A poco a poco l’amore si estese dai gruppi ristretti a quelli più grandi, dalle famiglie ai popoli. Un caratteristico esempio di questo sviluppo è l popolo ebreo, il quale percepiva se stesso come un gruppo omogeneo e attribuiva a tutti gli altri il nome di Galilei, ossia persone non consanguinee. All’umanità doveva essere dato, oltre all’amore fondato sulla sanguineità, l’amore spirituale, quello che formerà la fratellanza che abbraccerà tutta la Terra. L’epoca in cui l’umanità fui tenuta insieme solo dall’amore parentale, va considerata solamente come un periodo di apprendistato per ciò che doveva venire in seguito. Anche l’azione luciferica, che consistette nel promuovere lo scioglimento dei vincoli restrittivi, è solo una preparazione all’opera di un Uno superiore che doveva venire. Il nome che la scuola esoterica cristiana dava a quest’Uno era quello di “Vero portatore di luce”, “Vero Lucifero”, il Cristo».

In effetti, la Galilea era per gli ebrei גְּלִיל הַגּוֹיִם , g’lil ha-goyím, ossia il Paese dei Gentili. Per gli ebrei, come per i primi cristiani, di stretta osservanza le ‘genti’, i ‘gentili’, erano i pagani. La Galilea era per gli ebrei ‘ortodossi’, un luogo dove genti e sangui diversi si erano mescolati. Per questo, nel Vangelo di Giovanni, 7, 50-52, leggiamo:

«Nicodemo (uno di loro, quello che di notte era venuto a lui) disse loro: La nostra legge giudica ella un uomo prima che sia stato udito e che si sappia quello che ha fatto?. Essi gli risposero: Sei anche tu di Galilea? Esamina, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta».  

Mi sembra che Rudolf Steiner si sia espresso in maniera emblematicamente chiara a proposito della assoluta non identità di Jahve e di Lucifero, anzi che abbia caratterizzato chiaramente la loro mutua opposizione, l’inevitabile lotta tra queste due entità polarmente opposte. Ma nel caso in cui si abbiano residui dubbi, voglio riportare – melius abundare quam deficere – altre parole di Rudolf Steiner. Nel già citato Elementi fondamentali dell’Esoterismo, Editrice Antroposofica, Milano, 2018, (ove correggerò solo il genere di alcune parole sanscrite, e le metterò in evidenza in corsivo), alle pp. 192-194, leggiamo:

«Fu intenzionale, che gli uomini potessero acquisire la conoscenza. Ciò poté essere predisposto solo attraverso il karma primigenio. Il principio luciferico, gli adepti lunari, volevano far evolvere l’uomo sempre più verso la libertà e l’autonomia. Questo viene espresso in modo molto bello nella saga di Prometeo: Zeus non vuole che gli uomini ricevano il fuoco, ma Prometeo dà loro il fuoco, la capacità di evolversi raggiungendo altezze sempre maggiori. In tal modo egli condanna l’uomo al dolore. Ora egli deve attendere l’arrivo di un eroe solare, deve attendere che nella sesta epoca il principio dell’eroe solare renda l’uomo capace di evolversi oltre senza la conoscenza luciferica. Quelli che sono tanto progrediti quanto lo è Prometeo sono eroi solari.

Così abbiamo ottenuto un uomo duplice: uno che si è abbandonato al principio di Jehova di perfezionamento della Terra fisica, e poi l’uomo spirituale, che si evolve ulteriormente. Jehova e Lucifero sono impegnati in una lotta continua. Lucifero vuole trasformare tutto in conoscenza, in luce. Nel devachan l’uomo può maturare ancora un pochino uno di questi princìpi, quello di Lucifero. Egli può svilupparne di più, quanto di più rimane a lungo nel devachan. Egli deve attraversare tante incarnazioni quante sono necessarie, per sviluppare questo principio fino in fondo.

Quindi nel mondo esiste un principio di Jehova e un principio luciferico. Se il principio di Jehova venisse insegnato da solo, l’uomo diventerebbe succube della Terra. Facendo sparire del tutto dalla Terra le dottrine della reincarnazione e del karma, si riconquisterebbero tutte le monadi per Jehova e l’uomo fisico verrebbe lasciato alla Terra. A un pianeta pietrificato. Ma insegnando la reincarnazione e il karma si solleva l’umo, riconducendolo alla spiritualizzazione. Perciò il cristianesimo fece il compromesso più giusto: per un periodo non insegno la reincarnazione e il karma, bensì l’importanza dell’unica vita terrena affinché l’uomo si affezionasse alla Terra fin tanto che fosse stato pronto per un nuovo cristianesimo con la dottrina della reincarnazione e del karma, un cristianesimo che salva la Terra e porta nel devachan tutta la semina. Nel cristianesimo stesso lottano quindi oggi i due princìpi: uno senza la reincarnazione e il karma, l’altro con questa dottrina. Nella prima dottrina verrebbe tolto agli uomini tutto ciò che Lucifero poté provocare. Essi cadrebbero oggettivamente fuori della reincarnazione, voltando le spalle alla Terra; diverrebbero angeli peggiorati. La Terra andrebbe poi incontro alla decadenza. Se sulla Terra vincessero le schiere di Jehova, la Terra rimarrebbe indietro come una specie di Luna, come un corpo irrigidito. Allora verrebbe omesso il dovere della spiritualizzazione. La guerra nella Bhagavad Gita descrive la lotta fra Jehova e Lucifero e le loro schiere. Oggi potrebbe essere ancora possibile che vincesse il cristianesimo senza la dottrina della reincarnazione e del karma. Allora la Terra andrebbe perduta per il principio di Lucifero. L’intera Terra è ancora un campo di battaglia fra questi due princìpi. Il principio che conduce la Terra alla spiritualità è Lucifero. Per vivere conformemente a questo principio, bisogna prima affezionarsi alla Terra, bisogna discendere  sulla Terra. Lucifero è il principe che realizza il suo regno nel campo della scienza e dell’arte. Però egli non può discendere del tutto sulla Terra, non ha forze sufficienti per farlo. Completamente da solo, Lucifero non riuscirebbe affatto a condurre in alto quel che c’è sulla Terra. Per questo non basta la forza di un adepto lunare, ma serve anche quella di un adepto solare che accolga anche la vita che, fra gli uomini, non si manifesta nell’arte e nella scienza. Lucifero viene rappresentato nella figura del drago alato: in Ezechiele come di un toro alato.

Ora venne un eroe solare simile a quelli che sono giunti nell’epoca iperborea, e che Ezechiele descrisse come il leone alato. Questo eroe, che dà il secondo impulso, è Cristo, il leone della stirpe di Giuda. Il rappresentante dell’aquila verrà solo in futuro, e rappresenta il principio del Padre. Cristo è un eroe solare, una natura leonina, un pitri solare».

Portando avanti la sua esposizione, Rudolf Steiner, alle pp. 211-213, aggiunge:

«Quando si avvicina la seconda epoca della quarta ronda terrestre si separa il Sole, e nella terza epoca si separa la Luna. Tutto quello che prima era presente solo sul globo astrale si sviluppa fisicamente, però adesso è articolato in modo da poter accogliere le monadi nel suo corpo astrale che si purifica sempre più. Se l’uomo le avesse accolte prima, insieme alla monade avrebbe accolto in sé manas, buddhi e atma, sarebbe diventato molto saggio, ma la saggezza sarebbe stata una specie di saggezza sognante.

Inizialmente l’uomo non ha alcun potere sul corpo fisico e sul corpo eterico. Inizialmente ha poco potere anche sulle sue passioni provenienti dalla Luna; queste emergono di necessità fino al momento in cui l’uomo inizia la sua epoca terrestre. Se l’uomo avesse semplicemente accolto la monade nell’animalità affinata, non avrebbe potuto sbagliare. Sarebbe diventato come doveva essere nelle intenzioni di Jehova, che voleva dotarlo di tutta la saggezza, ma al tempo stesso configurarlo come una statua vivente. Qui subentrarono glie esseri che sulla Luna si erano evoluti più rapidamente, al di sopra della misura dell’evoluzione lunare: gli esseri luciferici. Lucifero è una potenza che ha per la saggezza un entusiasmo talmente veemente quanto lo è la sensualità per l’animale. L’avidità per lo sviluppo della saggezza: questo è Lucifero. Egli è dotato di tutte le cose che derivano dalla Luna. Se Lucifero avesse accolto l’evoluzione di per sé, sarebbe sorta una lotta fra Lucifero e gli antichi dèi.

L’aspirazione di Jehova era l’organizzazione della forma. Lucifero avrebbe potuto sviluppare nel materiale astrale la passione per la spiritualizzazione prematura. Ne sarebbe conseguita una violenta lotta fra gli spiriti di Jehova e le schiere di Lucifero. C’era il pericolo che grazie a Jehova alcuni diventassero statue viventi e altri, attraverso Lucifero, esseri spiritualizzati troppo presto. Affinché ci fosse la possibilità di trovare materiale per un pareggio, questo materiale bisognava trarlo da qualche altra parte. La loggia bianca, che era appunto all’inizio, per paralizzare la lotta tra Jehova e Lucifero dovette prendere il materiale da un altro pianeta. Questa materia era sostanzialmente diversa dalla materia astrale che era venuta dalla Luna, dalla materia kamica dell’animalità. C’era la possibilità di trasportare materia da altri pianeti: nuove passioni, meno veementi, tuttavia atte all’autonomia. Il nuovo materiale fu preso da Marte. Nella prima metà della nostra evoluzione planetaria fu dunque introdotto del materiale proveniente da Marte. Con l’introduzione del materiale astrale da Marte fu provocato un grandioso progresso.

La cultura esteriore sulla Terra fu data da una parte, impedendo l’indurimento, dall’altra impedendo la spiritualizzazione. Lucifero si avvalse del supporto di quel che fu dato dalle forze di Marte. L’elemento nuovo sulla Terra si designa come “Marte”. Così fu fino a metà dell’epoca atlantica. Qui si pose ancora una volta una nuova questione. L’uomo aveva accolto in sé la saggezza, ma, in seguito, alla saggezza da sola non sarebbe stato possibile venire a creare la forma. Per mezzo di Lucifero si sarebbe potuto assemblare il regno minerale, ma Lucifero non potrebbe dargli vita. L’uomo non avrebbe mai potuto dare la vita sotto l’influsso delle altre potenze. Perciò dovette venire un dio solare, un’entità più elevata di Lucifero. Entità di tal genere erano i pitri solari. Il più progredito di questi è il Cristo. Come Lucifero rappresenta l’elemento del manas, così il Cristo rappresenta l’elemento della buddhi.

I corpi astrali umani dovettero ricevere anche un terzo impulso. Questo fu portato da Mercurio. Cristo unisce il suo potere a quello di Lucifero. Ora, volendo trovare nelle altezze la via verso gli dèi, si ha bisogno del messaggero degli dèi, Mercurio. Egli è colui che, a partire dalla metà dell’epoca atlantica, preparò la via del Cristo, per poter entrare in seguito nei corpi astrali che hanno accolto l’elemento mercuriale».

Come si può evincere da quanto precedentemente esposto da Rudolf Steiner, non è affatto cosa semplice – né è lecito affrontarla semplicisticamente o con faciloneria – giungere a comprendere a fondo entità spirituali come Jahve e Lucifero, la loro rispettiva azione diversa e contrapposta, il loro diverso rapporto con l’impulso del Logos Solare, con l’impulso del Christo cosmico. Il completamento della descrizione – forzatamente parziale, perché moltissimo, negli anni, fu detto da Rudolf Steiner, e che troviamo disseminato nelle centinaia di volumi della sua immensa Opera Omnia – ci mostrerà, con assoluta certezza, l’errore compiuto da Orao nell’identificare entità spirituali radicalmente diverse, polarmente opposte, e cosmicamente antagoniste, reciprocamente avverse. Questo esigerà, prima di affrontare altri problemi, che io completi questa descrizione nella quinta parte di questo articolo, che vengano corretti errori che hanno effetti che non possono venire in alcun modo sottovalutati: effetti di una portata la quale, secondo la parola stessa di Rudolf Steiner, può rivelarsi oltremodo distruttiva per la vita dei singoli e della Comunità spirituale. La portata degli effetti di quei contenuti di pensiero errati, come mostreranno le parole di Massimo Scaligero, e di Rudolf Steiner, è alquanto più vasta sul piano spirituale di quanto molti, purtroppo, non sospettino.

Vorrei rassicurare il volenteroso lettore, che compirà la non lieve fatica di leggere queste pagine, antologicamente appesantite da molte, lunghe, e tuttavia necessarie, citazioni, che chi scrive rivolge il suo esame critico unicamente ai pensieri di Orao, presenti in opere che l’editore ha deciso di rendere pubbliche senza forse averle sufficientemente esaminate e soppesate, assolutamente non nei confronti della figura umana e spirituale della personalità ‘storica’ che si cela dietro tale nome, che chi scrive, per una molteplicità di ragioni, oggi come in passato, sinceramente non si permette di giudicare. L’esaminare tali pensieri ed opere scritte in maniera scientificamente critica – ossia, per dirla col grande Tacito, sine odio et sine amore – e mostrare, là ove lo si rinvenga, l’errore, a mio giudizio, fa parte di quella che Tommaso d’Aquino chiamava ‘correctio fraterna’, che sarebbe auspicabile prendesse sempre più piede, nelle questioni spirituali, e in quelle generalmente umane, al posto della sentimentale, fanatica, adorazione acritica, e della preconcetta, livida, spesso ingiuriosa, calunniosa, e altrettanto acritica avversione.

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. TERZA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Vi è un detto di Aristotele, divenuto famoso nella sua versione latina, che io da sempre ho amato tantissimo. Quel detto del grande Stagirita afferma che: «Amicus Plato, sed magis amica veritas!», ovvero: «Platone mi è amico, ma più amica mi è la verità».

Un detto simile, nella anonima Vita Aristotelis Marciana, è attribuito anche a Platone che, a sua volta, si riferisce al suo amico e maestro Socrate con le parole: amicus Socrates, sed magis amica veritas. Un’espressione analoga si ritrova tramandata nel Fedone, ove nella traduzione latina, leggiamo: «Socrates quidam parum curandus, et veritas plurimum», il che significa: Di Socrate ci si deve occupare un po’, ma della verità molto di più. Platone, Fedone, 91c.

Mentre, Aristotele, da parte sua, così si era espresso: «Pur essendoci care entrambe le cose [gli amici e la verità] è dovere morale preferire la verità». Aristotele, Etica nichomachea, I, 4, 1096a 16. Quindi, Aristotele, nonostante apprezzasse sommamente l’amicizia, per amore della verità, non avrebbe mai rinunciato a criticare quelle dottrine che la mettessero in dubbio.

E se andiamo a leggere quel che Aristotele dice nella Metafisica, IV, 7, 1011b,  trad. di Antonio Russo, troviamo: «È falso, infatti, dire che l’essere non è o che il non essere è; è vero che l’essere è e che il non essere non è. Di guisa che anche colui il quale afferma che una cosa è oppure che una cosa non è, dirà la verità, oppure errerà», Aristotele, vol. I, Mondadori, I Classici del Pensiero, Milano, 2008, p. 771.

Nel Medioevo, Tommaso d’Aquino riprese le affermazioni di Aristotele affermando che «Veritas est adaequatio rei et intellectus», ossia che la verità è l’adeguazione, l’esatta corrispondenza tra la realtà e l’intelletto. Tommaso d’Aquino, La Somma contro i Gentili: Libro primo e secondo, Edizioni Studio Domenicano, 2000 p.46. Anche nella sua Summa Theologica, Quaes. XVI, Art. 1, 3, Tommaso d’Aquino afferma che «veritas est adaequatio rei et intellectus», 

In India, da millenni, il culto della Verità è il dovere, la legge, il dharma, la regola suprema e insuperata, come afferma il detto: satyân nâsti paro dharmah̟, – era il motto dei Mahârâja di Varanasi, adottato poi, a fine Ottocento, dalla Società Teosofica della Blavatsky – che afferma che «non v’è dharma, e principio religioso, più grande di quello di aderire alla Verità». Perché, comunque, come dichiarano i Veda, «La Verità trionferà».

Rudolf Steiner, nella sua Filosofia della Libertà, Linee fondamentali di una moderna concezione del mondo, alla quale dette come sottotitolo Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali, chiamò la prima metà – quella relativa alla teoria della conoscenzaLa scienza della libertà. Nel secondo capitolo, L’azione umana cosciente, a p. 24 dell’edizione del 1966, tradotta da Dante Vigevani, in totale armonia con lo Stagirita e l’Aquinate, ma anche con Goethe, così scrive:

«La storia della vita dello spirito è una continua ricerca dell’unità fra noi e il mondo. Religione, arte, scienza perseguono ugualmente questo scopo. Il credente cerca nella rivelazione di cui Dio lo fa partecipe la soluzione degli enigmi universali che gli vengono posti dal suo io, insoddisfatto del semplice mondo dell’apparenza. L’artista cerca di imprimere nella materia le idee del suo io, per riconciliare col mondo esteriore ciò che vive nel proprio intimo. Anch’egli si sente insoddisfatto del solo mondo dell’apparenza, e dentro ad esso cerca di versare quel di più che si cela nel suo io. Il pensatore cerca le leggi dei fenomeni, vuole compenetrare pensando ciò che osservando sperimenta. Soltanto quando siamo riusciti a fare del contenuto del mondo il contenuto del nostro pensiero, ritroviamo il nesso dal quale noi stessi ci eravamo disciolti. Vedremo più avanti che questo scopo si può raggiungere soltanto se il compito dello scienziato viene compreso molto più profondamente di quel che spesso non avvenga».

Ora, l’Antroposofia è ‘scienza’: Scienza dello Spirito. Scienza, non religione, non misticismo. E la scienza è verità: è conoscenza pensante della realtà, non passiva sentimentalità. Su questo punto, Rudolf Steiner è assolutamente chiaro. Infatti, nel primo capitolo, Carattere della Scienza Occulta della sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, Editrice antroposofica, Milano. 1969, alle pp. 31-33, possiamo leggere:

«Il senso da noi attribuito alla parola  «occulto» potrà venire rettamente inteso, tenendo presente ciò che Goethe intendeva esprimere, quando accennava ai «manifesti misteri» dei fenomeni del mondo. Quello che di tali fenomeni rimane «occulto», non manifesto, ove li si consideri soltanto mediante i sensi e l’intelletto ad essi legato, viene qui considerato oggetto della conoscenza soprasensibile. […] In questo senso si parla qui di una conoscenza «scientifica» di fenomeni non sensibili; e di questi fenomeni l’attività pensante dell’uomo vuole occuparsi, come nell’altro caso, essa si occupa dei fenomeni che sono l’oggetto della scienza naturale. La scienza occulta vuole liberare l’indagine scientifica e l’attitudine scientifica (che nel suo campo si limitano si rapporti e ai processi dei fatti sensibili) da questo loro abituale campo di applicazione, pur conservandone le caratteristiche generali di pensiero. Essa si propone di trattare di cose non sensibili allo stesso modo con cui la scienza naturale tratta di quelle sensibili. Mentre la scienza naturale si limita, con i suoi metodi e i suoi procedimenti di pensiero, alla sfera sensibile, la scienza occulta considera il lavoro dell’anima intorno alla natura come una specie di auto-educazione dell’anima, e vuole applicare alla sfera non sensibile ciò che risulta da tale auto-educazione. Essa vuole procedere in modo da non trattare dei fenomeni sensibili come tali, ma del contenuto non-sensibile del mondo allo stesso modo in cui lo scienziato naturalista tratta del contenuto sensibile. Essa conserva del procedimento scientifico l’atteggiamento animico entro tale procedimento, cioè proprio quello per cui la conoscenza della natura diventa scienza. Perciò essa può definirsi «scienza».[…] 

L’elemento animico non vive in quello che l’uomo conosce della natura, bensì nel processo del conoscere. L’anima sperimenta se stessa nel proprio applicarsi alla natura. In questa sua attività essa si conquista in modo vivente qualcosa che va oltre il sapere della natura, cioè uno sviluppo di se stessa sperimentato nella conoscenza della natura. La scienza occulta vuole esplicare quello sviluppo dell’anima in dominii che stanno oltre i limiti della sola natura. Il cultore della scienza occulta non misconosce affatto il valore della scienza naturale, anzi lo riconosce più completamente dello stesso scienziato naturalista. Egli sa che non è possibile fondare una scienza, senza i procedimenti rigorosi della scienza moderna; ma gli è pure noto che questa severa mentalità scientifica, una volta conquistata penetrando nello spirito del pensare scientifico, può venire serbata dalla forza dell’anima ed applicata ad altri dominii».

Subito dopo, alle pp. 32-33, Rudolf Steiner, rispondendo ad una comprensibile obbiezione, pronuncia severe parole ammonitrici, che – come le precedenti – andrebbero ben meditate da parte di chiunque voglia inoltrarsi nella diretta indagine spirituale, e voglia altresì porgere ad altri i risultati di tale propria indagine spirituale:

«È vero peraltro che, così facendo si verifica qualcosa che può lasciare perplessi. Nello studio della natura, l’anima viene guidata molto più strettamente dall’oggetto osservato di quanto non avvenga nei fenomeni non sensibili. In quest’ultimo caso essa deve possedere in misura maggiore, e per impulsi puramente interiori, la facoltà di attenersi all’essenza della mentalità scientifica. Siccome molti credono, che ciò sia possibile soltanto sulla scorta dei fenomeni naturali, essi decidono arbitrariamente che, non appena si abbandoni tale scorta, l’anima debba brancolare nel vuoto con il suo processo scientifico. Ma chi ragiona così non si è reso conto dell’essenza del procedimento scientifico, e forma il proprio giudizio in base alle deviazioni che necessariamente scaturiscono da un non abbastanza solido pensare scientifico diretto ai fenomeni naturali, e malgrado l’anima voglia avventurarsi all’osservazione della sfera non sensibile. In questo caso naturalmente nascono molte chiacchiere non scientifiche intorno ai fenomeni soprasensibili; ma non già perché, per loro natura, non se ne possa trattare in modo scientifico, bensì perché, nel singolo caso in questione, faceva difetto la auto-educazione acquistata mediante l’osservazione della natura.

Chi vuole parlare di scienza occulta deve quindi avere un vigile senso per tutto ciò che di confuso nasce quando ci si occupa dei «manifesti misteri» del mondo, senza una mentalità scientifica». 

La posizione di Rudolf Steiner è chiaramente, e risolutamente, ‘scientifica’; il suo atteggiamento è energicamente ‘anti-mistico’. Infatti, già nelle Osservazioni preliminari alla quarta edizione tedesca, che è del giugno 1913, alle pp. 19-20, così scrive:

«L’autore ha cercato di mostrare che questo sperimentare, sebbene venga acquisito per virtù di mezzi e di vie assolutamente interiori, non ha però un significato soggettivo per il singolo uomo che l’acquista. Dovrebbe risultare da questa descrizione che la singolarità e la peculiarità personale vengono eliminate dentro l’anima, e che si arriva ad uno sperimentare che è del medesimo genere per ogni uomo, la cui evoluzione si svolga in modo giusto attraverso le sue esperienze soggettive. Soltanto quando la «conoscenza dei mondi sovrasensibili» viene da noi concepita con questo carattere, siamo capaci di distinguerla da tutte le esperienze semplicemente di mistica soggettiva ecc. – Di tale misticismo si può dire veramente che più o meno esso è una vicenda soggettiva che riguarda il mistico stesso. La disciplina scientifico-spirituale dell’anima, come qui viene intesa, aspira invece a esperienze obiettive che appunto perciò hanno un valore evidente generale, sebbene la loro verità venga riconosciuta del tutto interiormente».

Per rendere comprensibile quanto dice Rudolf Steiner a proposito del carattere ‘scientifico’, oggettivo, universale, dei risultati dell’indagine spirituale da lui stesso svolta, basti prendere ad esempio la matematica, i cui contenuti aritmetici, geometrici, e algebrici, vengono conquistati, e giungono ad esistenza, nell’individuale attività pensante dell’anima, ma i risultati di una tale attività non hanno affatto carattere soggettivo, e personale, né vengono condizionati dalla individuale ‘colorazione’ psichica e caratteriologica del matematico, anzi hanno valore universale: fuori di ogni collocazione spaziale, e temporale. Se, su un singolo punto, due matematici sono in disaccordo, uno dei due sicuramente sbaglia. Analogamente, all’interno dell’indagine sovrasensibile, se due ricercatori spirituali giungono a risultati divergenti, uno dei due ricercatori – per i motivi metodologici dei quali parlava più sopra Rudolf Steinersicuramente sbaglia, ma le conseguenze spirituali di un tale errore, come avremo modo di constatare dalle parole stesse di Rudolf Steiner, sono ben più gravi che non nel caso di un teorema geometrico, o di un calcolo algebrico, che, sul piano fisico, è pur sempre facilmente verificabile, e correggibile.   

Questa lunga premessa conoscitiva, e soprattutto metodologica, è assolutamente necessaria per bene intendere – e non fraintendere – quanto sarà necessario, nonché doveroso, dire a proposito di quello che è – a mio modesto giudizio – il punto più scabroso e controverso della suddettaopera di Orao. Infatti, quel che possiamo leggere in Resurrezione, va apertamente in rotta di collisione con tutto quanto comunica Rudolf Steiner, come frutto delle sue ‘scientifiche’ investigazioni spirituali. Non si tratta di un evento osservato da punti di vista diversi, e quindi generante prospettive diverse. Si tratta di affermazioni logicamente contrarie; affermazioni dal contenuto opposto, perciò escludentisi reciprocamente: secondo una logica dei contrari, non una logica dei distinti. Ma veniamo al capitolo Formazione degli stati di coscienza, all’ultimo paragrafo del capitoletto Ancora vita sulla Luna, ove, a p. 66, leggiamo:

«Il Sole divenne la nuova dimora degli Dei affinché questi potessero non solo seguire in senso ascensionale la storia dell’evoluzione del mondo, ma anche evolvere essi stessi fino ai gradi loro assegnati. Una loro ulteriore evoluzione richiedeva una nuova dimora: questa fu offerta dal Sole, una volta purificatosi dalle forze della Luna e della Terra distaccatasi. Da fuori, dal Sole, le Gerarchie superiori continuarono ad agire sulla formazione-Terra. A questo momento corrisponde esattamente il distacco del settimo Elohim, Yahweh, che scelse invece la sua dimora sulla Luna. Qui la storia cosmica attraversò un gravissimo pericolo che dalla Terra interessò anche i Cieli».  

Subito dopo questo paragrafo, alle pp. 66-68, vi è un capitoletto intitolato Lucifero. In esso vi sono una gran quantità di affermazioni, assolutamente non condivisibili dal punto di vista dell’antroposofica Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, il quale a proposito della tesi sostenuta da Orao, si esprime in maniera chiarissima, e assolutamente inequivocabile, in senso contrario alle affermazioni di Orao. Ma affrontiamo subito il primo paragrafo di questo controverso capitoletto:

«La conseguenza della scissione del Sole fu determinante per tutta la storia dell’evoluzione cosmica: si interruppe la comunione fra gli esseri superiori e le creature del mondo circostante, le quali da una superiore condizione di vita, andarono incontro ad una difficile situazione, al pericolo di un arresto progressivo del percorso evolutivo, in quanto le forze della Luna isolate dal Sole rendevano impossibile alla Terra di divenire l’attuale pianeta. Smisurati impulsi all’animalità – sviluppatisi durante il terzo giro solare – avrebbero preso il sopravvento sulla natura inferiore dell’uomo ed ogni ulteriore progresso si sarebbe arrestato a questo punto. Sopraggiunsero allora altri eventi cosmici che riattivarono e guidarono l’evoluzione in una direzione del tutto diversa. Il grande progenitore umano, il Logos, comunicava direttamente con il Cosmo in formazione mediante i sette Elohim – entità sovrumane agenti dal Sole come arti della sostanza cristica, quasi la sua settemplice sostanza, trasmettente al terrestre l’immensa donazione dell’essenza sovrumana, perché dall’inizio dei tempi essa fosse germinalmente inserita nella potenzialità-uomo».

L’opera di Orao, in larga parte di questo suo scritto, è una rielaborazione, spesso una mera parafrasi, pressoché letterale, della Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner, parafrasi  alla quale Orao ha aggiunte alcune sue personali “considerazioni”, non distinte da quanto comunicato da Rudolf Steiner in quella sua opera. Ma. per rendersi conto della avvenuta alterazione del testo di Rudolf Steiner, è necessario ritrascrivere il testo originale, prendendolo dalla Cronaca dell’Akasha, trad. a c. di Lina Schwarz, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma, 1940-1953, che è, con ogni verosimiglianza, l’edizione utilizzata da Orao, del resto – rispetto al punto che ci interessa – assolutamente concordante con la successiva ripubblicazione fattane dall’Editrice Antroposofica in una serie di successive edizioni che arrivano sino al 2012. Nell’edizione dei Fratelli Bocca, alle pp. 176-177, l’intero paragrafo suona così:

«La conseguenza della scissione del Sole fu una radicale rivoluzione nell’evoluzione dell’uomo e degli altri esseri; questi caddero, in certo qual modo, da una forma superiore di vita, in una inferiore; e ciò fu inevitabile, dacché la comunione diretta con quegli esseri superiori andò perduta per loro. La loro evoluzione avrebbe dovuto arrestarsi in una via senza uscita, se non fossero sopraggiunti altri avvenimenti cosmici che riattivarono il progresso e condussero l’evoluzione in una direzione del tutto diversa. Con le forze che sono attualmente concentrate nella Luna isolata, e che allora si trovavano ancora entro la Terra, un ulteriore progresso sarebbe stato impossibile. Con queste forze non sarebbe potuto sorgere l’umanità attuale, bensì soltanto una specie di esseri nei quali gli affetti: ira, odio, ecc., sviluppatisi entro il terzo grande giro lunare, sarebbero aumentati smisuratamente verso l’animalità».

Ho messo in evidenza in grassetto, nel testo di Orao e in quello di Rudolf Steiner, le parole di significato esattamente opposto. Per scrupolo doveroso, nonché per amore devoto, nei confronti della Verità, sono andato a controllare l’originale testo tedesco di Aus der Akasha-Chronik, herausgegeben von Marie Steiner, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1986, p. 208, e l’intera frase in tedesco suona così:

«Mit diesen Kräften hätte nicht die gegenwärtige Menschheit, sondern nur eine Wesensart entstehen können, bei der die während des dritten großen Kreislaufes, des Mondendaseins, entwickelten Affekte, Zorn, Haß und so weiter sich bis ins maßlose Tierische gesteigert hätten».

Ora, siccome è assolutamente certo che, in tedesco, Kreislauf des Mondensein significhi alla lettera: giro, o cerchio, dell’esistenza lunare, e non solare, è evidente che in questo punto, tutt’altro che secondario, della sua operaOrao ha inteso “correggere” Rudolf Steiner, e lo farà ancor più, e in maniera ancor più grave, nel proseguo del capitoletto intitolato Lucifero. Ma guardiamo subito che cosa, a p. 67, Orao giunge ad affermare – in aperta, e totale, contraddizione con tutta l’opera di Rudolf Steiner – circa la pretesa identità, che – a suo dire – vi sarebbe tra Lucifero e Jahvè, o Jehova:

«Quando il Sole si scisse, queste entità si trasferirono sul Sole e da lì agivano sul terrestre, ancora permeato dalla Luna. Nel momento in cui anche le forze lunari dovettero staccarsi dalla Terra, uno dei sette Elohim, Yahweh, si ribellò, rifiutando di lasciare il dominio della Luna, anzi pretendendo di lasciar permeare parte di queste forze il terrestre. Egli portava in sé forze solari capaci di trasmigrare fra Luna e Terra, fra Luna e Sole, per questo quale entità regolare, presiedeva a tutto l’evolversi dei regni della natura, fino allo stadio prima della condensazione terrestre, e tale funzione mantenne per sé. Inoltre scelse quale campo d’azione entro l’uomo l’ultimo corpo che egli aveva formato: l’astrale».

Ora, di fronte a simili affermazioni, come non ricordar le parole che Dante rivolge a Virgilio:

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; / aiutami da lei, famoso saggio, / ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi. (Inf. I, vv. 89-90).

In effetti, una cotanta drastica affermazione dantescamente fa veramente «tremar le vene e i polsi», soprattutto ricordando le ultime parole della rosicruciana Fama Fraternitatis, in Allgemeine und general Reformation, Cassel, Wessel,  apparsa in Germania nel 1614, che termina appunto con le emblematiche parole: Sub umbra alarum tuarum, Jehova, ovverossia: All’ombra delle tue ali Jehova. La Fama Fraternitatis, sempre nel XVII secolo, venne tradotta in inglese dal rosicruciano Eugenius Philalethes, il ‘Nobile o Ben Nato Amante della Verità’  ossia il gallese Thomas Vaughan, col titolo The Fama Fraternitatis, or a Discovery of the Fraternity of the Most Noble Order of the Rosy Cross, translated from German by Thomas Vaughan in 1652. Il Vaughan, del quale possiedo tutta l’opera, è per noi importante perché fu il primo che intitolò un libro – il suo primo scritto – Anthroposophia Theomagica, pubblicato nel 1650, nel quale appare per la prima volta nel titolo il termine Antroposofia, ideato più di un secolo prima da Enrico Cornelio Agrippa, il grande discepolo dell’abate Tritemio.

Il motto rosicruciano riprende le parole del Salmo 16 della Vulgata di Girolamo, il 17 della Bibbia ebraica e di quella valdese, che, ai versi 8-9, in latino dice: A resistentibus dexterae tuae custodi me. Sub umbra alarum tuarum protege me, a facie impiorum qui me afflixerunt, parole che il Diodati così traduce: Guardami come la pupilla dell’occhio, nascondimi sotto l’ombra delle tue ale, d’innanzi agli empi che mi disertano. Ombra, che allude alla occulta, spirituale, ‘invisibilità’ dell’Ordine, o Fraternitas, dei Rosacroce.

Se, poi, andiamo a leggere quel che comunica Rudolf Steiner nella terza conferenza, La missione della Terra, del ciclo di Amburgo su Il Vangelo di Giovanni, Trad. di Willy Schwarz, L’editrice Scientifica, Milano, 1956, alle pp. 45-46, troviamo qualcosa di estremamente diverso, anzi di assolutamente opposto a quanto afferma Orao:

«Come l’uomo abita la Terra e si appropria gradualmente dell’amore, così il Sole è abitato da altre entità superiori, perché il Sole ha raggiunto un grad superiore dell’esistenza. L’uomo è abitante della Terra; cioè un essere che deve appropriarsi l’amore durante l’esistenza terrestre. Un abitante del Sole, al tempo nostro, significa un essere capace di accendere l’amore, di effonderlo. Gli abitanti della Terra non saprebbero sviluppare amore, né accoglierlo, se gli abitanti del Sole non inviassero loro la matura saggezza, insieme ai raggi della luce. In quanto la luce solare affluisce sulla Terra, qui si sviluppa l’amore: questa è una verità del tutto reale. Le entità tanto elevate da poter irradiare l’amore hanno eletto il Sole a loro dimora.

Quando fu compiuta l’evoluzione lunare, esistevano sette entità siffatte evolute al punto da saper irradiare amore; e qui sfioriamo un profondo mistero, che la scienza dello spirito ci svela. All’inizio dell’evoluzione terrestre esisteva l’uomo ancora bambino, che doveva accogliere l’amore ed era pronto ad accogliere l’io; d’altra parte, nello stesso momento, abbiamo il Sole, che si era scisso dalla Terra per salire ad un’esistenza superiore. Sul Sole potevano svolgere la loro attività sette Spiriti di Luce principali, ch’erano al tempo stesso gli Spiriti donatori dell’amore.. solo sei di loro presero dimora sul Sole; e ciò che affluisce nella luce solare fisica contiene in sé le forze spirituali d’amore, appunto si quei sei Spiriti di Luce: i sei Elohim, che troviamo menzionati nella Bibbia. Uno dei sette, invece,  si separò dagli altri, per il bene dell’umanità, ed elesse a propria dimora  non il Sole, ma la Luna; e quest’uno degli Spiriti di Luce, che rinunziò volontariamente all’esistenza solare e si prescelse la Luna, non è altri che colui che l’Antico Testamento chiama Jahve o Jehova. Quell’uno che prese dimora sulla Luna fece fluire appunto dalla Luna sulla Terra la saggezza matura, preparando così l’avvento dell’amore. Ed ora, fate attenzione a questo mistero che sta dietro alle cose».

Questo testo di Rudolf Steiner – nel quale ho fatto solo alcune piccole correzioni ortografiche (le maiuscole un po’ trascurate in tipografia dal proto), ed ove ho messo in evidenza in grassetto quel che mi premeva rilevare – dice, in maniera evidente, l’esatto contrario di quanto affermato da Orao nella citazione da me sopra riportata. Quelle che leggiamo nel suo libro Resurrezione sono parole chiare, che non possono in alcun modo essere equivocate. Infatti, nel proseguo della citazione sopra riportata, parlando di Lucifero, da Orao identificato con Jahve, alle pp. 67-68, leggiamo:

«Quasi si innamorò dell’affettività di cui l’uomo avrebbe potuto disporre, di ogni impulso che l’uomo avrebbe potuto sprigionare verso i suoi simili: forze dell’anima futura, di cui all’uomo avevano fatto dono gradualmente, da Saturno in poi, le Gerarchie superiori ed in modo speciale gli Spiriti della Forma che, attraverso la prima condensazione fisica, avevano stabilito il primo collegamento fra il corpo fisico e l’astrale. Lucifero, o Yahweh, abbandonato nella luna a tutta prima isolata, traspose queste residue forze lunari entro il terrestre in formazione e qui assunse il dominio dell’astrale umano, del primo corpo sottoposto nell’uomo alla direzione dell’Io-Cristo. Recava in sé, quale entità solare, l’impulso all’indipendenza, all’autonomia: egli era stato l’Elohim intessuto della libertà solare, della luce infinitamente erompente come riflessità della vera luce del mondo, quindi dalle forze della Luna continuò ad emanare la sua azione regolare per il complesso sviluppo del mondo. Ma quando, precipitato dai Cieli sulla Terra, prese dimora nell’astrale umano, ne appannò la lucentezza stellare, catturando questa per sé, in cambio promettendo all’uomo, diveniente sempre più consapevole, il dono dell’indipendenza, della libertà, del suo aspirare al cielo, della sua nostalgia del divino mondo perduto, in séguito al suo essere stato esiliato dalle sedi superne. Lucifero diede all’uomo tutto quanto potesse separalo dall’azione dell’Io autonomo, divinizzato dal nucleo-Cristo che lo animava e lo rendeva agente nella struttura superiore umana».

Anzitutto, è da sottolineare il fatto che, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, né Lucifero, né Jahve, sono liberi. Infatti, come ebbi modo – basandomi rigorosamente sulle comunicazioni di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero – di scrivere in articoli passati, nei quali parlavo della figura luminosa e tragica di Prometeo, e del prometeico idealismo magico di Rudolf Steiner, il còmpito e lo scopo che l’Assoluto assegnò alle Gerarchie nel ‘Concilio degli Dèi’ fu proprio quello di portare ad esistenza nell’Universo la libertà. Quella libertà che gli Dèi stessi non possedevano, fu il motivo della creazione dell’Uomo. L’Uomo, Mèta delle Gerarchie – come afferma Rudolf Steiner nelle Massime antroposofiche – è colui che realizzerà, e porterà ad esistenza Autocoscienza, Libertà, e Amore. Gli Dèi attendono – nostalgicamente attendono – dall’Uomo, ch’egli prima realizzi, e poi porti loro in dono Autocoscienza, Libertà, e Amore. Infatti, si ama perché si vuole amare, non perché si è costretti ad amare, o perché non se ne può fare a meno. Si ama veramente, perché si è liberi, perché liberamente si vuole amare. Ma si è veramente, e non illusoriamente, liberi, solo e unicamente se si è autocoscienti. Gli Dèi hanno Coscienza sovrasensibile, ed illimitata Sapienza, ma non hanno Autocoscienza: questa l’attendono dalla realizzazione della quale l’Uomo sarà autore. Gli Dèi hanno infinita Potenza, ma non sono liberi: attendono la libertà dalla realizzazione che l’Uomo saprà inverare: realizzazione che non è fatale. Deità altissime come i Serafini sono ardenti d’Amore, amano, ma non liberamente: essi sono amore, ma non sono liberi di amare o non amare. Solo l’Uomo è virtualmente, potenzialmente, libero: sta a lui inverare, realizzare, effettivamente la libertà. In questo, vale l’ammonizione di Massimo Scaligero: il Bene è l’idea che si attua, il Male è l’idea che non si attua.

Jahve è la Legge: la Legge – la Torah – che Mosè ricevette sul Sinai e che dette come regola assoluta al popolo ebraico. Ogni qualvolta gli ebrei trasgredivano i Dieci Comandamenti, e i 613 Precetti della Legge, trascritta nel Pentateuco, nei cinque libri della Torah mosaica, l’ira di Jahve si abbatteva fulminea e vendicatrice sul popolo ebraico. Jahve è la Legge dell’Antico Testamento, non la libertà. Lucifero, a sua volta, è la ribellione, ma non è la libertà: egli è istigatore alla libertà nell’uomo, ma non è libero lui stesso. Lucifero, come Ostacolatore dell’uomo, esegue un còmpito che gli è stato assegnato, e al quale non può sottrarsi: un còmpito, una funzione, alla quale egli è costretto, e che svolge con l’impersonalità delle forze della natura, in maniera tutt’altro che libera. Jahve e Lucifero sono forze antagoniste, forze contrarie, che svolgono nell’economia spirituale dell’Universo, il ruolo loro assegnato in funzione della possibile – non fatale – realizzazione della libertà da parte dell’Uomo. Sono entità e forze polarmente antagoniste, entità tra loro fatalmente, e tragicamente nemiche; non la stessa forza, e non la stessa entità spirituale.  

Quello di Orao è un errore ben grave, e tenuto conto che la sua affermazione è una delle idee principali, attorno alla quale ruota l’intero suo libro, le conseguenze conoscitive e morali, che ne può trarre un attento ricercatore spirituale, come vedremo dalle parole stesse di Rudolf Steiner, non possono essere altro che drammatiche e tragiche. Ma voglio proseguire la trascrizione della citazione, tratta dalla terza conferenza sul Vangelo di Giovanni, che avevo più sopra interrotta:

«La notte appartiene alla Luna e molto di più le apparteneva in quel tempo antico, quando l’uomo non poteva ancora ricevere dal Sole la forza dell’amore, quando non era ancora in grado di riceverla nella luce diretta. Allora riceveva nella luce lunare la forza riflessa della matura saggezza. Questa gli affluiva con la Luna ci riflette di notte la forza del Sole; la sua luce è la stessa che promana dal Sole. Così Jahve nel tempo antico rifletteva la forza della saggezza matura, la forza dei sei Elohim, infondendola nottetempo negli uomini addormentati e preparandoli a saper sviluppare più tardi, a poco a poco, la forza dell’amore anche durante la coscienza diurna di veglia. […] Durante la notte, il corpo astrale e l’io sono fuori del corpo fisico e dell’eterico; l’io si trova interamente nel mondo astrale, mentre il corpo astrale è appena immerso da fuori entro il corpo fisico, ma in modo che essenzialmente si trova tuttavia adagiato nell’elemento divino-spirituale. In queste condizioni il Sole non può agire direttamente sul corpo astrale dell’uomo per accendere in esso la forza dell’amore; agisce invece la Lina che riflette la luce solare, per mezzo di Jahve. La Luna è il simbolo di Jahve e il Sole non è altro che il simbolo del Logos, il quale è la somma degli altri sei Elohim. Questa figura [HdP: qui Steiner allude alla figura a p.47 del testo] disegno c jpgsulla quale potrete  studiare e meditare, vuole soltanto alludere simbolicamente a questi rapporti. E se vi concentrerete i vostri pensieri, scorgerete i profondi misteri che vi sono rappresentati: come, cioè, per lungo tempo Jahve abbia coltivato l’amore entro la coscienza notturna, a insaputa di questo. Così l’uomo è preparato a poter sentire, a poco a poco, il Logos stesso, e la forza del suo amore».

Come si può vedere, Rudolf Steiner non parla mai, come invece fa Orao, di una azione di ‘ribellione’, e non parla affatto di una ostacolatrice ‘opposizione’,  di Jahve nei confronti degli altri sei Elohim, e del Logos solare, anzi parla esplicitamente di un grandioso,  più volte millenario millenario, ‘sacrificio’ nel caso del suo scegliere come dimora l’attuale Luna, distaccata dalla Terra: ‘sacrificio’ compiuto proprio per contrastare le conseguenze della ‘seduzione’ luciferica, la quale comportò l’espulsione dell’uomo dalla paradisiaca condizione dell’Eden, e la sua progressiva discesa nella sempre più densa materialità terrestre. Su questo punto, Rudolf Steiner è assolutamente esplicito. Del resto, Rudolf Steiner, nel corso delle sue conferenze, molte volte collegò esplicitamente il nome di Jahve col nascente Io umano. Infatti,  nella di Das christliche Mysterium, Il Mistero Cristiano, GA-97, 3. Auflage, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1998, nella conferenza Das Vaterunser, Il Padre Nostro, tenuta a Karlsruhe, il 4 Febbraio 1907, a p. 106, leggiamo: 

«La scienza occulta ebraica ha chiamato questo Io il nome inesprimibile di Dio. «Jahve» non significa altro che «Io sono». Qualsiasi interpretazione una scienza esteriore possa dare, in verità esso significa «Io sono» – il quarto arto dell’entità umana».

Se andiamo a leggere le conferenze che Rudolf Steiner tenne a Parigi nel 1906, e trascritte da Édouard Schuré, pubblicate in italiano – ammoderno, secondo l’uso attuale, soltanto l’ortografia di alcuni nomi e di alcune espressioni – col titolo di Esoterismo Cristiano, Lineamenti di una cosmogonia psicologica, trad. a c. di Bruno Roselli, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 24-25, troviamo:

«Ogni corpo non è, in verità, che un frammento, una particella di un altro corpo, ma l’io dell’uomo non appartiene che a lui stesso. Io sono io: ecco tutto ciò che egli può dire. È ciò che gli altri chiamano tu; è ciò che non si può confondere con null’altro nell’universo. È per mezzo di questo io inesprimibile e incomunicabile, che l’uomo si eleva al di sopra di tutti gli esseri terrestri, di tutta la creazione, ed è attraverso di esso ch’egli comunica con l’Io infinito, con Dio. Ecco perché nel santuario occulto degli ebrei l’officiante diceva, in certi giorni, al gran sacerdote: Shem hammephoràsh?, ciò che significa: «qual è il suo nome?» (il nome di Dio) – e il gran sacerdote rispondeva: I H V H (iod, , vau, ), o più brevemente iev oppure iof, ciò che significa: Dio, la natura e l’uomo, ovvero: l’inesprimibile io umano e divino».

Mentre, a p. 42, possiamo leggere:

«Gli dei non hanno altro interesse che l’amore degli uomini. Quando Lucifero, sotto forma di serpente, vuole indurre l’uomo a ricercare la scienza, Jehova vi si oppone. Ma Lucifero è un dio decaduto, che non potrà risalire che attraverso l’uomo, ispirandogli il desiderio d’una conoscenza personale; egli si oppone alla volontà di Dio, che aveva creato l’uomo «a propria immagine».

La rosacroce spiega il còmpito di Lucifero nel mondo. Vi torneremo in seguito, limitandoci ora a rilevare questa massima dell’ordine: «Oh uomo, pensa che attraverso te passa una corrente che sale e una corrente che discende».

Nella quattordicesima di queste conferenze parigine, Rudolf Steiner chiarifica ulteriormente, e in maniera preziosa, anche rispetto a quanto leggiamo nella sua Scienza Occulta, il quadro di quel che avvenne nelle origini e, come vedremo, in totale opposizione a quanto scrive Orao. Alle pp. 172-175, le parole di Rudolf Steiner ci comunicano che:  

«Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dall’attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; erano rispetto a lui quel che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e se l’evoluzione della Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore di quell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi sullo specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei proprî pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Jehova.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono degli allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Jehova erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la mèta sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei della natura di Jehova avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per quegli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei jahvetici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto lungo tempo che Jehova.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III,5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee-madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quello di avere coscienza di sé, di scegliere e d’esser libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Jehova, sarebbe rimasto impersonale».

Mi sembra chiaro come Rudolf Steiner, non solo non identifichi affatto l’individualità spirituale di Jahve-Jehova con quella di Lucifero, ma che addirittura le ponga in polare contrapposizione, come ponga, macrocosmicamente e microcosmicamente, in totale opposizione l’agire, l’operare, di Jahve-Jehova e quello di Lucifero. Nessun testo dell’opera, orale o scritta, di Rudolf Steiner giustifica minimamente, a tale proposito, le ripetute affermazioni di Orao di una tale errata, totalmente ingiustificata e falsa, identificazione tra Jahve-Jehova e Lucifero. Una tale illegittima identificazione non è affatto, come avremo modo di vedere nella quarta parte di questo mio studio, senza conseguenze spirituali, che non possono non essere estremamente negative, addirittura esiziali.  

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SECONDA PARTE.

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Incontrai la Scienza dello Spirito nell’agosto del 1969, attraverso l’amico L., il quale, poi, nel 1970, mi fece incontrare Massimo Scaligero. Io venivo dalle Vie orientali – lo Yoga classico, il Buddhismo Mahâyâna, il Chan e lo Zen – e ciò fu occasione di impegnative, accanite, lunghe discussioni con l’amico L., il quale conosceva bene l’Oriente, dal quale si era poi distaccato per cercare un Via “occidentale”, ricerca che lo portò poi ad incontrare la Scienza dello Spirito, e a collegarsi con Massimo Scaligero.

Nelle discussioni che L. ed io avemmo in quell’agitato e accaldato agosto del 1969, egli non fece mai verbo alcuno di una richiesta fideistica, non parlammo mai di religione, né nominò mai il Cristianesimo, né quanto a questo poteva collegarsi. Mi parlò esplicitamente, ed unicamente, della Via del Pensiero Vivente, di una Via scientificamente sperimentale, e sperimentabile da chiunque volesse impegnarsi nell’arduo sentiero della pratica interiore della Concentrazione. Nell’autunno di quell’anno egli ebbe poi modo di passare nella mia Città e, non trovandomi, poiché non mi aveva avvisato della sua venuta, lasciò a casa di un caro amico, che benevolmente mi ospitava nel mio errabondo vagabondare, e mi faceva da “cassetta postale”, due libri di Massimo Scaligero: Rivoluzione. Discorso ai giovani, e La logica contro l’uomo. Questi due libri furono, poi, decisivi per la mia scelta definitiva della Via, e per la successiva mia impostazione nel seguire la Via. In quei libri non vi è nessuna richiesta di un atto fideistico, o religioso, solo la richiesta del coraggio di sperimentare l’empiria rigorosa di una Via radicale, autenticamente rivoluzionaria: l’esperienza del Pensiero Vivente, la Via Regia della Concentrazione.

Anche quando, verso la fine della primavera del 1970, L. mi fece conoscere personalmente Massimo Scaligero, questi non mi chiese atti di fede di nessun tipo, anzi mi disse apertamente: «Tu non ti devi fidare di nessuno. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi: tu devi verificare tutto, verificare ogni affermazione che ti venga fatta». Anche Massimo Scaligero non mi parlò affatto del Cristianesimo, anzi mi invitò ad approfondire il Buddhismo Mahâyâna: in modo particolare la figura e il pensiero di Nâgârjuna, che mi disse essere stato «uno dei primi della Via del Pensiero, come la concepiamo noi». La figura del Christo – il Christo Cosmico, non quello dei teologi – l’avrei poi scoperta da solo, strada facendo: nessuno me l’aveva imposta. Ma sin dall’adolescenza, ho nettamente separata la Sua figura da qualsiasi connessione con le Chiese, e le Confessioni “cristiane”, le quali di christico veramente nulla hanno. In opere fondamentali di Rudolf Steiner come Teosofia, o L’Iniziazione, o I gradi della conoscenza superiore, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni, o La soglia del mondo spirituale e, a fortiori, nelle sue opere “filosofiche”, il Christo non viene neppure menzionato: il che non significa affatto che tutte quelle opere sopranominate non siano “christiche”, anzi! Per cui ho sempre diffidato di quanti volevamo impormi la loro “autorità”, ed esigevano da me ‘atti di fede’, che io non ero, e non sarò mai, disposto a concedere. A questa radicale impostazione di scientificità e di empiria ho cercato, e cercherò sempre, di rimanere fedele. E questo proprio perché la Via del Pensiero è Scienza dello Spirito, è Anthroposophia – ossia Sapienza conquistata a partire da forze umane – e non Teologia, Rivelazione dall’Alto, Fede, Mistica del sentire. Personalmente, non ho nulla contro chi, per un suo legittimo e rispettabilissimo bisogno interiore, si rivolge con fede alla Religione, alla Mistica o voglia seguire le liturgie delle varie Chiese: è una scelta personale, rispettabilissima, che riguarda unicamente quel singolo individuo e che, come tale, in quell’àmbito deve rimanere, ma una tale via non deve essere confusa con la Scienza dello Spirito, la quale in quanto “scienza” è oggettiva, indipendente dai singoli individui, ha valore universale, e non è personale, individuale, soggettiva. Né tantomeno è lecito imporla a chi voglia percorrere la scientifica e rosicruciana Via del Pensiero, ossia a chi voglia coltivare la Scienza dello Spirito nello spirito della Filosofia della Libertà. Di questo è bene che il lettore tenga conto nell’affrontare la disamina che faccio del libro di Orao.

Ora, riprendiamo, completandola, la citazione che si trova a p. 7 di Resurrezione, in parte riportata nella prima parte di questo articolo, ove si può leggere [Hdp: irilievi sono miei] quanto segue:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità. Da quel momento in poi, dall’avvento del Cristianesimo, con il formarsi e diffondersi delle comunità cristiane, Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristica ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre». 

‘Che i Vangeli siano il primo e l’ultimo testo – addirittura necessario – per chi si avvii verso l’attività autocosciente’ può essere una rispettabilissima opinione personale di Orao, ma, appunto, una sua opinione, e, in quanto tale, personale, soggettiva, e contestabile, perché lo stesso Rudolf Steiner non partì dal Cristianesimo, e dallo studio dei Vangeli. Egli partì dalla scienza positivistica del suo tempo, dalla teoria della conoscenza in filosofia, dallo studio delle opere scientifiche di Goethe, dalle esperienze di Goethe nel campo della morfologia vegetale e animale, dall’ottica e dalla sua teoria dei colori. Partì dalla concezione goethiana del mondo, dal fenomeno puro, dal fenomeno primordiale, e ne trasse le tutte le radicali, necessarie, conseguenze – alle quali neppure lo stesso Goethe, che evitò, non volle mai pensare sul pensare, osò arrivare – che lo  condussero al monismo del pensare, all’individualismo etico, all’idealismo magico, sino alla Filosofia della Libertà. Egli partì dall’esperienza interiormente vissuta, sperimentata, lucidamente esaminata e controllata, del momento originario del pensiero: partì dalla più rigorosa ascesi del pensiero, il quale poteva essere ripercorso dal disanimato momento riflesso risalendo su sino alla sua scaturigine: là dove esso è Pensiero-Folgore, Pensiero Vivente. Egli partì da questa radicale esperienza interiore: non dalla fede, non dai Vangeli. Infatti, sempre nella sua prima conferenza sul Vangelo di Luca, L’Editrice Scientifica, Milano, 1956, pp. 12-13, leggiamo:

«Dobbiamo sempre di nuovo affermare decisamente che l’antroposofia o scienza dello spirito poggia esclusivamente sulle indagini degli iniziati, e che né il vangelo di Giovanni né gli altri vangeli sono le fonti della sua conoscenza. Fonte della conoscenza antroposofica è solo ciò che oggi è possibile investigare senza alcun documento storico. Poi si potrà accostarsi ai documenti storici e cercare di confrontarli con i risultati delle indagini spirituali. Ciò che l’indagine spirituale può scoprire oggi – e sempre – intorno all’evento del Cristo, noi lo ritroviamo espresso in modo grandioso nel vangelo di Giovanni. Ecco perché questo vangelo ci è così immensamente prezioso: perché ci mostra che un individuo sapeva come scrive anche oggi chi è iniziato ai mondi spirituali. Da tempi remoti giunge a noi la medesima voce che può farsi sentire oggi. Anche per gli altri vangeli, incluso quello di Luca, si può dire circa la stessa cosa. Le immagini che Luca ci descrive non sono per noi la fonte della conoscenza dei mondi spirituali; fonte di conoscenza è per noi quanto l’ascesa ai mondi spirituali ci offre di per se stessa. E quando parliamo dell’evento del Cristo, fonte di conoscenza è per noi quel grande quadro di immaginazioni che ci si presenta quando volgiamo lo sguardo ai fatti che stanno all’inizio della nostra èra. Confrontiamo poi quello che ci si palesa in tal modo con le immagini descritte nel vangelo di Luca. Questo ciclo di conferenze ci mostrerà il rapporto fra le immaginazioni che l’uomo attuale può conseguire e le descrizioni del vangelo di Luca .

È infatti vero che per l’indagine spirituale estesa agli eventi del passato vi è una fonte, la quale non risiede nei documenti esteriori. La scienza dello spirito non ha le sue fonti né negli scavi fatti in terra, né nei documenti conservati negli archivi, né nelle cronache di storici più o meno ispirati. Fonte della scienza dello spirito è quello che siamo in grado di leggere noi stessi nella cronaca imperitura, nella cosiddetta cronaca dell’Akascia. Vi è la possibilità di conoscere ciò che è avvenuto, senza alcun documento esteriore».

Proseguendo la lettura di Resurrezione di Orao, troviamo poi un’altra ‘particolare’ affermazione, che coinvolge direttamente la figura dello stesso Rudolf Steiner: un’affermazione sulla quale è bene fare chiarezza, poiché nell’àmbito della Società Antroposofica prima, e in alcune cerchie di discepoli di Massimo Scaligero poi, sono sorte non poche – inverificate, quanto ingiustificate – ‘leggende’, che nel tempo si sono rivelate alquanto tenaci. Ma leggiamo quanto è scritto in un paragrafo, alle pp. 9-10, nel quale metto in evidenza alcune parole:

«Questa è una delle ragioni conclusive per cui lo Steiner, nell’ultimo discorso ai suoi discepoli, congiunge il tema di Lazzaro-Giovanni con quello di Michele; proprio nella solennità di Michele rammenta per l’ultima volta la facoltà resurrezionale ormai posta nell’uomo, indica il lascito ai discepoli presenti e futuri, addita nell’inno finale a Michele il suo rituale di gratitudine al mondo spirituale, in qualità di Bodhisattva e preannunciatore del ritorno del Cristo eterico, iniziatore della nuova Iniziazione per la futura Pentecoste, proprio come accadde in Betania, ove il Cristo rende grazie al Padre appena constata che Lazzaro si solleva dal sepolcro».

Ora, anzitutto, se, per amor di precisione, andiamo a leggere il testo del Vangelo di Giovanni nella Sacra Bibbia, tradotta nel Seicento da Giovanni Diodati, da noi citata già nella prima parte di questo articolo, al Cap. 11, vv. 38-45, ove è giusto mettere in evidenza, per la loro estrema importanza, alcune frasi, che mostrano una diversa dinamica degli eventi, rispetto alla descrizione di Orao, possiamo leggere:

«Laonde Gesù, fremendo di nuovo in se stesso, venne al monumento; or quello era una grotta, e v’era una pietra disposta sopra. E Gesù disse: Togliete via la pietra. Ma Marta, la sorella del morto, disse: Signore, egli pute di già; perciocché egli è morto già da quattro giorni. Gesù le disse: Non t’ho detto che se tu credi, tu vedrai la gloria di Dio? Essi dunque tolsero via da pietra dal luogo ove il morto giaceva. E Gesù, levati in alto gli occhi, disse: Padre, io ti ringrazio che tu mi hai esaudito. Or ben sapeva io che tu sempre mi esaudisci; ma io ho detto ciò per la moltitudine qui presente, acciocché credano che tu mi hai mandato. E detto questo, gridò con gran voce: Lazzaro, vieni fuori. E il morto usci, avendo le mani e i piedi fasciati, e la faccia involta in uno sciugatoio. Gesù disse loro: Scioglietelo, e lasciatelo andare.

Laonde molti de’ Giudei che eran venuti a Maria, vedute tutte le cose che Gesù avea fatte, credettero in lui».

Dal testo del Vangelo di Giovanni, dunque, risulta chiaro che – contrariamente a quanto scrive Orao nella su riportata citazione – Il Christo prima ringrazia il Padre, e solo dopo chiama Lazzaro fuori dalla tomba. A tale proposito il testo greco del Vangelo di Giovanni non lascia dubbi: καὶ ταῦτα εἶπων φωνῇ μεγάλῃ ἐκραύγασεν· Λάζαρε, δεῦρο ἔξω. Le varie Bibbie da me consultate – sia le varie cattoliche, sia quelle valdesi (sempre esattissime queste) tradotte in italiano, a distanza di secoli, da Giovanni Diodati o da Giovanni Luzzi – traducono, tutte, concordemente alla stessissima maniera. Dico questo perché nel testo di Orao, già nelle prime pagine del primo capitolo, intitolato Il Mistero Cristiano, sono numerose le inesattezze, le quali dànno poi luogo, da parte del lettore, ad “interpretazioni”, nonché a “deduzioni”, che si reggono su basi fragilissime, e che non possono, e non devono, essere ignorate, anzi esigono di essere esaminate e confrontate con quanto afferma la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner.

Nella citazione di Orao, che sto esaminando, vi è poi l’affermazione essere Rudolf Steiner un Bodhisattva, e viene identificato nel corso dell’intera opera col Bodhisattva Maitreya, il quale 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shâkyamuni si realizzerà come Buddha Maitreya, adempiendo, e completando, così la sua più volte millenaria missione in seno all’umanità. Un Bodhisattva, nel Dharma buddhista, è un essere che, nel corso di molte vite, opera nel mondo alla salvazione di tutti gli esseri senzienti, e in particolare degli esseri umani. Egli porta avanti la sua opera salvatrice sino a quando, nel corso della sua ultima vita terrena, consegue l’Anuttara Samyag Sambodhi, ovvero l’insuperata, perfetta, Illuminazione, e diviene così un Buddha, un ‘Risvegliato’, un ‘Illuminato’. Conseguita la buddhità, egli non rinascerà mai più in una vita terrena, in una vita ‘umana’, e continuerà ad agire spiritualmente, per esseri umani e non, da una sfera trascendente.

Il Buddhismo Mahâyâna, a questo proposito, è particolarmente ricco d’insegnamenti, che dovrebbero essere conosciuti da chi segue la Via rosicruciana della Scienza dello Spirito, l’Antroposofia, che Rudolf Steiner ha conquistato e portato nel mondo. Secondo le dottrine del  Mahâyâna, del ‘Grande Veicolo’, un Buddha – dopo la sua estinzione nel Parinirvâna – continua ad agire per la salvezza degli esseri umani, anzi di tutti gli esseri senzienti, creando una ‘Terra Pura’, chiamata in sanscrito Sukhâvatî, in cinese净土 Jìng tǔ, in giapponese, Jōdo, che significano appunto  ‘Terra Pura’, in tibetano  bde ba can, pronunciato devacèn, appunto il Devachan della Scienza dello Spirito.

Massimo Scaligero, in molti suoi incontri, parlò della natura christica del Mahâyâna, e addirittura dell’influsso, positivo, che su di esso ebbero alcuni Iniziati cristiani giunti, già in epoca medievale, in Cina, ove ebbero modo di inserire elementi luminosi di evoluzione christica in quella forma elevata di Buddhismo. E, nel corso delle mie ricerche storiche, ho avuto modo di trovare numerose tracce, ed eloquenti indizi, di una presenza in Asia Centrale, e soprattutto in Cina, della sapiente azione di questi Iniziati: azione i cui effetti si sono prolungati per molti secoli, addirittura per quasi un millennio. Ho trovato abbondanti prove della presenza di comunità cristiane nestoriane, e manichee, della loro fraterna collaborazione con comunità buddhiste mahâyâna e vajrayâna, taoiste, e confuciane, in un mirabile clima di reciproca tolleranza. In effetti si può vedere, per esempio, come una forma estremamente popolare di pratica religiosa sia proprio quella della buddhistica Jìngtǔzōng, o della ‘Scuola della Terra Pura’, basata sulla dottrina dell’Illimitata Compassione, e sulla venerazione del Buddha solare Amitâbha, ‘Infinita Luce’, o Amitâyus, ‘Infinita Vita’, al quale vengono dati i caratteri che in Occidente vengono attribuiti al Logos Solare, e del Bodhisattva Avalokiteshvara, il ‘Signore Compassionevole che guarda in basso’, che in Cina assume aspetto femminile come la ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn, e in Giappone come Kwannon, raffigurata esattamente come lo è in Occidente la divina Vergine-Madre, la Iside Sophia, con tanto di fanciullo in braccio. Si può facilmente verificare come in questa Scuola la pratica della invocazione del Buddha Amitâbha sia, tecnicamente, praticamente identica a quella della preghiera del cuore della Ortodossia greco-slava, che Massimo Scaligero descrive in Meditazione e Miracolo. Ed è un particolare notevole che proprio il mantram del Bodhisattva Avalokiteshvara, della ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn  – conosciutissimo e veneratissimo in tutto l’Oriente buddhista, ov’è tuttora estremamente popolare – sia uno dei mantram che Rudolf Steiner dava ai suoi discepoli nella Scuola Esoterica.

Ora, senza entrare nella complessa – invero profondissima – dottrina mahâyânica della natura dei Bodhisattva, बोधिसत्त्व, ‘Esseri di Illuminazione’, ‘Essenza di Illuminazione’, esaminiamo, sia pure per sommi capi, quel che la Scienza dello Spirito ci comunica circa la natura dei Bodhisattva, e in particolare circa il Bodhisattva Maitreya. Per chiarire natura di questi ‘Esseri d’Illuminazione’, prendiamo le mosse da quel che Rudolf Steiner, nel corso del tempo, attraverso le sue progredienti indagini spirituali, ebbe modo di comunicare a cerchie, dapprima piuttosto ristrette, e poi sempre più ampie, di discepoli della Scienza dello Spirito. In una ‘lezione’ della Scuola Esoterica, e precisamente nella sesta ‘lezione’ da lui tenuta il 1° ottobre 1905, all’interno del ciclo Grundlemente der Esoterik, GA-93a, tradotto in italiano col titolo Elementi fondamentali dell’esoterismo, Editrice Antroposofica, Milano, 2018, ove  alle pp. 53-54, Rudolf Steiner comincia a descrivere l’essenza dei Bodhisattva. Faccio solo un paio di correzioni alla traduzione di Laura Vanelli, perché in sanscrito i termini bodhi, ‘Illuminazione’, e buddhi, nell’Antroposofia ‘Spirito Vitale’, sono di genere femminile, e non maschile:

«Una volta l’uomo era perfetto, e lo diventerà di nuovo. Ma c’è una grande differenza, fra quel che era e quel che sarà. Ciò che si trova all’esterno attorno a lui in futuro diventerà una proprietà spirituale. Ciò che egli ha acquisito sulla Terra, in futuro sarà facoltà umana di essere creativamente attivo. Allora questa sarà la sua più intima essenza. Uno che abbia accolto tutte le esperienze terrene in modo da sapere di ogni cosa come essa possa essere realizzata, e quindi sia diventato un creatore, viene chiamato bodhisattva, cioè un uomo che ha accolto in sé a sufficienza la bodhi, la buddhi della Terra. Allora è maturo per agire a partire dagli impulsi più interiori. I sapienti della Terra non sono ancora bodhisattva. Anche per un sapiente ci sono sempre ancora cose con le quali egli non riesce ancora a raccapezzarsi. Solo quando ha accolto tutto il sapere della Terra per riuscire a creare, egli è un bodhisattva. Buddha, Zarathustra, per esempio erano bodhisattva».

E quel che Rudolf Steiner, alle pagine 54-55, quando ancora si uniformava alla terminologia allora in uso nella Società Teosofica, terminologia dalla quale in séguito si libererà, per plasmarne una conforme alla visione del mondo rosicruciana e antroposofica, aggiunge subito dopo è di estrema importanza, e ci aiuterà a formarci gradualmente una migliore rappresentazione dell’essenza di un Bodhisattva:

«Quando un uomo si evolve ulteriormente, in modo da non essere solo creatore sulla Terra, ma da vere forze che vanno oltre la Terra, è libero di scegliere se utilizzare queste forze oppure se continuare ad agire sulla Terra. Allora da altri mondi può portare qualcosa sulla Terra. Ci fu un tempo così, prima che l’uomo cominciasse ad incarnarsi, nell’ultimo terzo dell’epoca lemurica. L’uomo aveva formato il corpo fisico, il corpo eterico e quello astrale. Queste parti del suo essere le ha portate con sé dalle precedenti evoluzioni della Terra. Il due impulsi successivi, il kama e il manas, non li avrebbe potuti trovare sulla Terra; essi non fanno parte della catena evolutiva della Terra. Il primo impulso nuovo (kama) si poteva trovare come forza solo su Marte. Esso si aggiunse poco prima che l’uomo si incarnasse. Il secondo impulso (manas) venne da Mercurio durante il quinto periodo dell’epoca atlantica, presso i paleo-semiti. Questi nuovi stimoli dovettero essere portati sulla Terra da altri pianeti per mezzo di esseri ancora superiori, i nirmanakaya, Da Marte essi portarono in aggiunta il kama, da Mercurio il manas. I nirmanakaya sono di un grado più elevati dei bodhisattva. Questi possono regolare la continua evoluzione; ma non possono immettere qualcosa di estraneo, lo possono fare solo i nirmanakaya. Ad un gradino ancora più elevato dei nirmanakaya si trovano quegli esseri che vengono chiamati pitri. Pitri = padri. Perché i nirmanakaya possono certamente immettere qualcosa di estraneo nell’evoluzione, ma non possono sacrificare se stessi, sacrificarsi come sostanza, in modo da poter produrre un nuovo ciclo sul prossimo pianeta. Possono farlo i pitri, che si sono formati sulla Luna e che ora sono arrivati oltre; essi sono diventati l’impulso all’evoluzione terrestre. Quando l’uomo avrà attraversato tutto, sarà in grado di diventare un pitri. Il grado successivo, ancora più elevato, sono gli dèi veri e propri.

Così abbiamo dunque sette gradi di esseri: primi gli dèi, secondi i pitri, terzi i nirmanakaya, quarti i bodhisattva, quinti gli uomini puri, sesti gli uomini, settimi gli esseri elementari».

Rudolf Steiner, nel tempo, parlò sempre più approfonditamente natura ed essenza dei Bodhisattva. Anzitutto parlò di essi come di ‘Maestri’ (Meister), e precisò con espressioni solenni e parole estremamente elevate, che il numero dei Bodhisattva era di dodici che, nel loro insieme, formano la ‘Loggia Bianca’ (Weisse Loge), la quale «nella concezione cristiana verrebbe designata come Spirito Santo», come lo «Spirito dei Bodhisattva» (Geist der Bodhisattvas), il «Grande Istruttore» (Großer Lehrer), la «Sorgente della Sapienza Primordiale» (Quelle der Urweiheit), la «la Sapienza universale personificata del nostro mondo», (personifizierte Allweisheit unserer Welt): vedi le sue comunicazioni nella conferenza, tenuta a Vienna, Von Buddha zu Christus, del 14 giugno 1909, nella conferenza tenuta a Berlino il 25 ottobre 1909 sulla Sfera dei Bodhisattva, in Der Christus-Impuls und die Entwickelung des Ich-Bewußtseins, GA-116, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 5. Durchgesehene und erweiterte Auflage, 2006, tradotta in italiano col titolo L’Impulso-Cristo e la coscienza dell’Io, Tilopa, 1994.

In quest’ultima opera, uno dei suoi più belli ed importanti cicli di conferenze, di Rudolf Steiner dice molte cose circa la natura dei Bodhisattva, che non è possibile riportare integralmente in un articolo come questo: tanto varrebbe trascrivere l’intera sua conferenza. Tuttavia, sono importanti alcune sue puntualizzazioni, che solo poche volte furono oggetto di comunicazione da parte sua, circa il mondo al quale appartiene questo ‘Essere di Illuminazione’, il Bodhisattva. Così leggiamo alle pp. 21-22 dell’edizione italiana:

«Nel suo cammino attraverso la vita, l’uomo va dalla nascita, o anche dal concepimento, fino alla morte, poi da questa ad una nuova nascita. Nel procedere verso la nuova nascita egli attraversa, dopo la morte, dapprima il mondo astrale, poi quello che chiamiamo la zona inferiore del mondo devachanico ed infine la sua zona superiore. Se vogliamo usare espressioni occidentali, chiamiamo il piano fisico «piccolo mondo» o «mondo dell’intelletto», l’astrale «mondo degli elementi» [HdP: per l’esattezza, il testo originale tedesco dice: die Welt des Elementarischen, e allude al “mondo elementare”, o degli “elementari”, e non “degli elementi”], il Devachan inferiore «mondo celeste» e quello superiore «mondo della ragione». Dato che lo spirito europeo solo gradualmente progredisce nello sforzo di trovare nella lingua espressioni adeguate a determinate realtà, ciò che è al di là del mondo devachanico – con un’espressione dalla coloritura religiosa – è stato chiamato «mondo della Provvidenza» (i.e. piano della Buddhi). Ciò che si trova ancora oltre, l’antica chiaroveggenza poteva abbracciarlo con lo sguardo ed antiche tradizioni potevano tramandarlo all’umanità; le lingue europee tuttavia non potevano dargli un nome, perché solo oggi il veggente può nuovamente elevarsi ad un tale piano. Al di sopra del «mondo della Provvidenza» v’è quindi un mondo per il quale le lingue europee, onestamente e giustamente, non vi può essere ancora il nome. Questo mondo esiste realmente, ma sta di fatto che il pensiero non è ancora sufficientemente progredito per poterlo caratterizzare: non si può, infatti, trovare un nome qualsiasi per ciò che in Oriente viene solitamente chiamato Nirvana e che si pone al di sopra del «mondo della Provvidenza».

Un uomo, dicevo, tra la morte ed una nuova nascita, ascende al Devachan superiore, o «mondo della ragione». Di lì riesce ad intravedere mondi superiori nei quali egli stesso non giunge: vede che vi operano esseri più alti di lui. Mentre l’uomo trascorre la sua vita nei mondi che vanno dal piano fisico a quello del Devachan, è normale per un Bodhisattva ascendere fino al piano della Buddhi, al piano che in Europa chiamiamo «mondo della Provvidenza». Questa è una parola adatta, poiché il suo compito è guidare il mondo, provvidenzialmente, da un’epoca all’altra. Che cosa succede quando un Bodhisattva attraversa un’incarnazione, come nel caso di Gotama Buddha?

Avendo raggiunto un determinato gradino, il Bodhisattva ascende al piano successivo, al piano del Nirvana. Là è la sua sfera successiva. Con ciò abbiamo caratterizzato la natura di questi esseri, che successivamente diventano dei Buddha per ascendere al piano del Nirvana. Tutto ciò che lavora nell’interiorità dell’uomo, che lo permea, vive in una sfera che si estende verso l’alto, fino al piano del Nirvana. Dall’altro lato opera, fin entro la natura umana, un’entità come il Cristo. Dall’altro lato Egli opera anche fin dentro i mondi nei quali ascendono i Bodhisattva quando lasciano la regione dell’umanità, per apprendere essi stessi quel che devono insegnare agli uomini. È lì che viene loro incontro, dall’altro lato, provenendo dall’alto, l’entità del Cristo. Essi sono, così i discepoli del Cristo. Dodici Bodhisattva circondano un’entità come il Cristo; e non sono più di dodici perché, una volta completata la loro missione, abbiamo esaurito il tempo dell’essere terreno.

Il Cristo è stato fisicamente presente una sola volta ed ha così sperimentato ciò che costituisce discesa, permanenza sulla Terra ed ascesa. Egli proviene dall’altro lato ed è quell’Essere che si pone in mezzo ai Bodhisattva, che lì attingono ciò che devono immettere sulla Terra. Così gli esseri bodhisattvici, tra due incarnazioni, ascendono fino al piano della Buddhi, e fino a questo piano si protende Quegli che viene loro incontro in modo del tutto cosciente, come maestro: l’entità del Cristo. […]

Al Cristo appartengono i dodici Bodhisattva che devono preparare e continuare ad amplificare ciò che Egli, il Cristo, ha immesso come il più grande impulso nello sviluppo della nostra civiltà. A questo punto riusciamo a vedere i dodici ed in mezzo a loro il tredicesimo. Con ciò siamo ascesi alla sfera dei Bodhisattva e penetrati in un cerchio di dodici stelle con il Sole in mezzo: questo Sole le illumina e riscalda, è la fonte di una vita che esse, a loro volta, devono far fluire sulla Terra. Come si presenta sulla Terra l’immagine di ciò che avviene lassù?

Di questa immagine proiettata sulla Terra possiamo dire: il Cristo vissuto sulla Terra ha portato cotanto impulso all’evoluzione terrena; i Bodhisattva avevano il compito di preparare l’umanità a questo impulso e, inoltre, di amplificare il dono del Cristo nell’evoluzione terrena. Ciò si presenta sulla Terra come un’immagine del Cristo al centro dello sviluppo terreno, i Bodhisattva come suoi precursori e successori, con il compito di avvicinare l’umanità al suo operare.

Un certo numero di Bodhisattva doveva così svolgere tra l’umanità un’opera di preparazione, affinché essa divenisse matura per accogliere il Cristo. Ora, l’umanità, divenuta matura per accogliere il Cristo in sé, non è altrettanto matura per riconoscere, sentire e volere tutto ciò che il Cristo è. E tanti Bodhisattva sono stati necessari per preparare la venuta del Cristo, quanti ora sono indispensabili per recare all’umanità ciò che, mediante il Cristo, doveva penetrare in essa. Nel Cristo, infatti è contenuto così tanto che forze e facoltà degli uomini devono crescere sempre di più per poterlo comprendere interamente. Con le attuali facoltà Egli è comprensibile solo in minima parte. Facoltà superiori sorgeranno nell’umanità e con ogni nuova facoltà vedremo il Cristo in una nuova luce. E solo quando l’ultimo dei Bodhisattva appartenenti al Cristo avrà svolto la sua opera, l’umanità potrà percepire che cosa sia il Cristo; allora essa sarà animata da una volontà il cui il Cristo stesso vivrà. Il Cristo penetrerà negli esseri umani attraverso il pensare, il sentire, il volere: l’umanità sarà l’impronta esteriore del Cristo sulla Terra».

Quanto all’essenza stessa dei Bodhisattva, Rudolf Steiner rivela che essi non sono uomini, che furono uomini, ma che essi hanno superato, lasciato dietro di sé il grado umano, da loro sperimentato sull’Antica Luna, ossia sull’Antica Luna essi sperimentarono la chiara coscienza dell’Io, così come noi, in altre, e ben diverse, e più difficili, condizioni la sperimentiamo oggi sulla nostra Terra. Rudolf Steiner, nelle sue comunicazioni, rivela che come il Christo, in quanto Logos Solare, è la “sintesi” dei sette Elohim solari, così lo Spirito Santo è la “sintesi” dei dodici Bodhisattva. Ed esprime il rapporto tra il Logos Solare e lo Spirito Santo, quindi anche tra il Christo e i dodici Bodhisattva, nella meravigliosa immagine – una autentica immaginazione occulta – che troviamo nella conferenza da lui tenuta a Monaco il 9 gennaio 1912, che ha per titolo Io cosmico e Io umano. Entità sovrasensibili microcosmiche. La natura del Cristo, e che fa parte del già citato ciclo Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’umanità, GA-130, purtroppo solo parzialmente tradotto e pubblicato dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 119-120:

«Da quanto è stato detto, si può rilevare che non è tanto semplice comprendere l’evoluzione del Cristo  entro la Terra, poiché in certo modo è giustificata l’obiezione secondo cui spiriti particolari, spiriti luciferici, conducono a principi più elevati, benché microcosmici. Nel passato lo espressi in questo modo: Il Cristo è come un punto centrale, dove l’essere agisce tramite la propria azione, dove l’essere agisce attraverso ciò che è realmente. Attorno al Cristo stanno seduti i dodici bodhisattva del mondo, irradiati da quanto il Cristo emana, i quali innalzano a più alti princìpi quanto ricevono, nel senso di una elaborazione della saggezza. A tal proposito s’incorre in molti errori riguardo all’entità del Cristo, se non si ha ben chiaro che si tratta bensì del quarto principio del Cristo [HdP: il principio dell’Io], ma del quarto principio macrocosmico e che, pur essendovi la possibilità che si sviluppino princìpi più elevati, questi sono soltanto princìpi microcosmici, di entità non pienamente evolute sull’antica Luna, di esseri che per la loro natura sono superiori all’uomo essendosi evoluti già durante l’evoluzione lunare, dove hanno sviluppato quanto l’uomo deve ancora sviluppare sulla Terra».

Per molti anni, poi, Rudolf Steiner parlò del Bodhisattva che succedette al principe Siddhartha Gautama, allorché questi divenne il Buddha Shakyamuni, ossia del Bodhisattva Maitreya. Ora, sarebbe troppo lungo riportare in un articolo come questo tutto quanto Rudolf Steiner comunica disperso nella sua immensa opera, edita e inedita, sul Bodhisattva Maitreya, sul futuro Buddha Maitreya. Tuttavia, è da sottolineare la concordanza della comunicazione, in più occasioni, fatta da Rudolf Steiner con la tradizione buddhista, ossia che 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shakyamuni, il Bodhisattva Maitreya si sarebbe realizzato anche lui come Buddha, ed avrebbe insegnato l’Illimitata Compassione. Rudolf Steiner parla, altresì, in molte conferenze, della manifestazione ‘umana’, o meglio della ‘manifestazione nell’umano’ del Bodhisattva Maitreya, ossia di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni, che nel primo secolo avanti Christo annunciò profeticamente l’incarnazione del Logos Solare, dell’atteso Messia del popolo ebraico, e che per il suo annuncio, e il suo insegnamento, morì martire dell’intolleranza della casta gelosa custode di una esanime e cristallizzata ortodossia ebraica.  

Nel caso dei Bodhisattva è giusto parlare di ‘manifestazione nell’umano, e non di vera e propria ‘incarnazione’, perché il Bodhisattva, come entità spirituale, nelle varie sue vite terrene, pervade – ossia si ‘incorpora’, per fare una precisa distinzione, più volte sottolineata dalla stessa Marie Steiner – l’umano solo fino al corpo eterico, mentre si ‘incarna’ completamente nel corpo fisico unicamente nell’ultima vita terrena, nella quale egli è destinato a divenire un Buddha. Non sempre gli antroposofi hanno saputo cogliere la distinzione tra ‘incorporazione’ e vera e propria ‘incarnazione’, così come non sempre hanno saputo distinguere tra la ‘ispirazione’ che un’entità spirituale qualsiasi, e nel nostro caso il Bodhisattva, opera nei confronti di una o più individualità umane, le quali coscientemente si fanno portatrici dell’influenza, e dell’insegnamento, di quella entità spirituale, e nel caso specifico che ci interessa, del Bodhisattva.

Rudolf Steiner, nelle sue ‘lezioni’ nell’àmbito della prima Scuola Esoterica, più volte affermò che quella o quell’altra ‘lezionenon stava sotto la sua responsabilità, e che attraverso lui parlavano i ‘Maestri della saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti’, dei quali egli parlava sempre con infinita venerazione, e in particolare il Maestro Gesù, ossia Zarathustra, o Mani, o Christian Rosenkreutz, o lo stesso Bodhisattva Maitreya. Ma l’incapacità di distinguere tra ‘ispirazione’, ‘incorporazione’, e vera e propria ‘incarnazione’, ha portato molti antroposofi, ed anche alcuni amici della cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero, a ritenere che Rudolf Steiner fosse il Bodhisattva Maitreya. Cosa che – stando a quanto è stato più sopra riportato, sia pure in forma forzatamente sommaria, circa la natura e l’essenza dei Bodhisattva, e conoscendo la storia umano-cosmica di Rudolf Steiner – è da escludere. Hella Wiesberger – sempre estremamente rigorosa e asciutta nel suo pensare e parlare – in vari colloqui con me, per indicare l’ispirazione che Rudolf Steiner riceveva in particolari momenti da Zarathustra, dal Bodhisattva Maitreya, o da altre elevate individualità spirituali, usò la calzante espressione ‘adombriert’, ossia ‘adombrato’.

Rudolf Steiner parlò più volte del ‘portatore umano’, ossia dell’individualità che veniva pervasa sino al corpo eterico da parte dell’incorporantesi Bodhisattva Maitreya, ossia dell’individualità di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni. Ne parlò in modo particolare, tra l’altro, nella conferenza, tenuta a Berna, del 10 settembre 1911, all’interno del ciclo sul Vangelo di Matteo. Poiché, già allora, cominciavano fraintendimenti da parte di vari antroposofi, i quali lo ritenevano essere Jeshu Ben Pandira, e il Bodhisattva Maitreya, Rudolf Steiner – al fine di tagliar corto con simili ciance, da lui definite ‘Spekulationen’ – affermò chiaramente a coloro che lo interrogavano: «Ich bin es nicht!», ossia «Non lo sono!». E vi è, a tale proposito, una testimonianza preziosa: quella di Günther Wagner (1842-1930). Questi era il fondatore della fabbrica dei prodotti Pelikan, e sin dal 1895 aveva aderito alla Società Teosofica di H. P. Blavatsky. Appena Rudolf Steiner divenne segretario della Sezione Tedesca, Günther Wagner si collegò con lui, e fu uno dei primi ad aderire alla sua Scuola Esoterica. Rudolf Steiner lo definiva ‘Senior’ della Società Teosofica, poi Antroposofica, e lo teneva in grande stima. Quindi la sua testimonianza ha per noi particolare valore. Egli testimoniò apertamente il fatto che Rudolf Steiner gli disse di non essere lui stesso il Bodhisattva Maitreya, «dass er selber nicht der Bodhisattwa sei». Abbiamo, altresì, la testimonianza di Walter Vegelahn, stenografo di molte sue conferenze, il quale ci ha trasmessa la dichiarazione di Rudolf Steiner che «es habe seine Individualität mit Jeshu ben Pandira nichts zu tun», ovvero che «la sua individualità non aveva nulla a che fare con Jeshu Ben Pandira». Un’ulteriore, importante testimonianza l’abbiamo da Friedrich Rittelmeyer, il fondatore della Christengemeinschaft, ossia della Comunità dei Cristiani, al quale Rudolf Steiner, nell’estate del 1921, comunicò circa l’azione del Bodhisattva Maitreya – comunicazione da Rittelmeyer riportata in un manoscritto diffuso come dattiloscritto, e recante il titolo di Gespräche mit Rudolf Steiner, Colloqui con Rudolf Steiner – che «Wenn wir noch 15 Jahre leben, können wir etwas davon erleben …», ovvero che «Se vivremo ancora quindici anni, ne potremo venire a conoscere qualcosa». Documentazione a proposito di questo spinoso problema, che per decenni ha prococato accese discussioni nel milieu antroposofico di lingua tedesca, è possibile reperrla in Der Europäer Jg. 14 / Nr. 12 / Oktober 2010. Il problema è di enorme importanza e sarà necessario ritornarci sopra più approfonditamente, meno di sfuggita, come sono costretto ora a fare in questo articolo. Appare evidente come da queste documentate testimonianze – oltre che dallo studio dell’opera di Rudolf Steiner –  la conclusione che l’affermazione di Orao circa l’identificazione di Rudolf Steiner con Jeshu Ben Pandira, e col Bodhisattva Maitreya, risulta errata.

Altri, ben più grandi, e gravi, problemi, sollevati dallo scritto di Orao, che sto esaminando, verranno affrontati nella terza parte di questo articolo. Ma, sin da ora, occorre aver sempre ben presente che, se l’Antroposofia è Scienza dello Spirito, non si può ‘venire a patti’ riguardo al rispetto – anzi, alla doverosa devozione, alla quale non è lecito a nessuno venir meno – nei confronti della Verità, e che non si possono avallare ‘leggende’, ‘sogni’, e ‘fiabe’, che purtroppo, in maniera parassitaria, illegittimamente, abbondano in molti ambienti esoterici, compresi quelli antroposofici e, non ultimi, i quelli di discepoli di Massimo Scaligero. Con la mia limitata esperienza spirituale diretta, naturalmente, io non sono in grado di verificare e dire (adesso, ma l’esperienza interiore, nel tempo, col lavoro diligente degli esercizi e dello studio, dis bene juvantibus, è in crescita) se tutto quel che afferma Rudolf Steiner sia vero o meno. Tuttavia sono benissimo in grado di dire se Rudolf Steiner abbia detto o meno una certa cosa. Se quel che affermano vari, più o meno ‘autorevoli’, autori, concordi o meno con quel che comunica, sulla base della sua rigorosa investigazione spirituale, Rudolf Steiner. Se, in taluni casi, gli vengano attribuite parole da lui mai prounciate. Se, addirittura, in opere citate da  tali ‘autorevoli’ autori  non vi sia affatto traccia, come avremo modo di constatare, di quel che essi affermano aver detto Rudolf Steiner.  

 

L’ARCHETIPO-NOVEMBRE 2019

Anno XXIV n. 11

Novembre 2019

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 In questo numero:

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. (PRIMA PARTE)

RRRRRRRRRRRR

«Il culto interiore della verità, l’indipendenza dall’«opinione pubblica», dalle propagande, dal «sentito dire», la ricerca della realtà dietro la parvenza, la continua lotta contro lo Spirito della Menzogna, la volontà di conoscere il contenuto non evidente delle situazioni, e ciò che si cela dietro le generali calunnie o esaltazioni umane, costituiscono la disciplina della Verità, che libera dal Male: disciplina che viene assunta come un dovere di fondamento da chi segue la via spirituale. È una simile disciplina che, esigendo il continuo sacrificio delle simpatie e delle antipatie personali, porta l’intimo dell’anima alla relazione vera con gli altri: relazione sostanzialmente possibile grazie a una confidenza di fondo con il Divino, da cui si vede scaturire in ciascun essere la reale forza: la forza della guarigione spirituale. Si sa di essere a contatto con la forza che può tutto e da cui può fluire la Verità, o la Rivelazione, su tutto».

Massimo Scaligero, Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 179.

Vitam impendere vero. Consacrare la vita alla verità (IV, 91).

Decimo Giunio Giovenale, Satire, traduzione di Guido Ceronetti, Einaudi, 1971.

Una persona amica, da me molto stimata, e alla quale sono molto affezionato, mi inviò tempo fa la riproduzione digitalizzata di alcune pagine di un libro uscito nel maggio del 2017, nelle quali vi era un’affermazione che l’aveva lasciata non poco perplessa, affermazione per la quale ella mi chiedeva di fare una approfondita verifica sulla base dell’Opera di Rudolf Steiner. In effetti, l’affermazione che appariva nelle pagine inviatemi sollevava non pochi problemi, ossia appariva decisamente errata, ma onestà intellettuale voleva che non si giudicasse una tale affermazione problematica fuori dal contesto, ossia staccata dall’opera in cui appariva. Conciosiacosaché, dopo averci alquanto riflettuto e meditato, con l’ausilio di un’altra persona amica, mi sono procurato l’opera cartacea, da cui la telematica citazione inviatami era tratta, e ne ho intrapreso uno studio diligente e puntuale.

Sin dalle prime pagine della suddetta opera compare tutta una serie di affermazioni, che confrontate con le comunicazioni di Rudolf Steiner si dimostrano affatto errate. Tali errate affermazioni necessitano di adeguata rettifica, e non possono essere passate sotto silenzio. Personalmente, quando – prima, nel luglio del 1971, da parte di Massimo Scaligero, poi, nel novembre del 1985, da parte di discepoli diretti di Rudolf Steiner e amici di Marie Steiner appartenenti al Lascito – venni accolto ritualmente nella Scuola Esoterica, mi assunsi una serie di impegni sacri che, con tutte le mie forze, ho cercato sempre, e cercherò sempre, di rispettare nella maniera più rigorosa. Uno di questi impegni sacrali viene, esplicitamente, così enunciato da Rudolf Steiner:

«Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che diciamo, sentirci responsabili al di sopra di tutto, del fatto che una qualsivoglia parola che noi diciamo, deve essere preventivamente esaminata, nella maniera più severa, così approfonditamente, che noi possiamo presentarla come verità. Perché affermazioni non veritiere, anche se esse, per così dire, provengono da buona volontà, sono un qualcosa che agisce in maniera distruttiva all’interno di un movimento occulto. Su ciò non vi deve essere veruna illusione, anzi su ciò deve regnare la più completa chiarezza. Quel che importa non sono le intenzioni, giacché quelle l’essere umano le assume molto alla leggera, bensì è la Verità obbiettiva quella che importa. E appartiene ai primi doveri di un discepolo dell’esoterismo il fatto ch’egli non si senta in dovere semplicemente di dire quello che egli ritiene essere vero, ma piuttosto ch’egli si senta in dovere di esaminare se quello ch’egli dice sia effettivamente Verità obbiettiva. Poiché soltanto se, nel senso della Verità obbiettiva, noi serviamo le Potenze divino-spirituali, le cui forze fluiscono attraverso questa Scuola, noi potremo passare attraverso tutte quelle difficoltà, che si porranno di fronte all’Antroposofia».

Rudolf Steiner, ES 11. Aprile 1924.    

L’opera in questione, che presenta come nome dell’autore un “eteronimo” o, se vogliamo, un nomen mysticum ellenico, Orao, già apparso più volte, negli ultimi decenni, su una rivista romana, della quale ho avuto modo di occuparmi più volte su Ecoantroposophia, è stata pubblicata, nel 2017, dalla casa editrice gianicolense Tilopa, ed ha come titolo Resurrezione, mentre porta come sottotitolo La luce dei Nuovi Misteri. A quest’opera ne è seguita poi un’altra, ugualmente pubblicata da Tilopa, e avente come autore sempre Orao, col titolo Madre, e il medesimo sottotitolo della precedente, ossia La luce dei Nuovi Misteri. Queste due opere, correlate alla rivista Graal, edita da Tilopa, vengono presentate, in copertina e nel frontespizio, come Quaderno 1 e Quaderno 2 della suddetta rivista.

Le due opere non hanno una Prefazione, né una Introduzione, come in genere usa, né viene detto alcunché circa l’autore Orao, né sulla genesi delle suddette opere, né a quale epoca risalgano tali scritti. L’editore, inoltre, non ci fa conoscere a chi appartenevano quei due quaderni di Orao, ed altri eventuali che nel tempo potrebbero venir pubblicati, prima ch’egli li acquisisse, né come egli ne sia venuto in possesso, né se egli abbia operato o meno una “azione redazionale” sui quaderni medesimi: domande che, a causa dei delicati contenuti presentati, hanno la loro importanza. Negli anni ottanta del trascorso secolo, sulla rivista Graal l’eteronimo Orao, a quel che mi risulta, venne usato da due persone, ma nel caso che stiamo esaminando si tratta sicuramente di un’unica persona. Il nome ellenico Orao viene dal verbo ὁράω, che andrebbe traslitterato in caratteri latini come horào e significa: io vedo. L’aoristo di ὁράω = horào è  οἶδα = òida ed ha altresì il significato di: io so, perché in greco “sapere” equivale ad “aver visto”, e questo perché, per gli elleni,  “io so” è conseguenza del fatto che “io ho visto”. Ma aver “visto” qualcosa non è, di per sé, affatto una garanzia circa la realtà della cosa vista.  

Poiché nelle opere in questione nulla viene detto circa l’identità di Orao, qui verranno esaminate unicamente alcune affermazioni che appaiono soprattutto nella prima delle due opere. Quindi si prescinderà totalmente da chi sia Orao, e si esamineranno unicamente le sue affermazioni. Queste, considerate alla luce della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, potranno risultare esatte, vere, corrispondenti alla realtà, oppure si riveleranno inesatte, errate, non corrispondenti alla realtà spirituale, e di conseguenza, in tal caso, dovranno essere considerate false. Naturalmente, la stessa cosa vale anche nei confronti di quanto a sua volta afferma il sottoscritto Hugo de’ Paganis, ossia il benevolo lettore è pregato di non considerare chi io sia, bensì esaminare e verificare unicamente quel ch’io dico e scrivo, ossia se le mie affermazioni, diligentemente esaminate, scrupolosamente verificate, risultino reali o meno, vere o errate.  

Di una cosa può essere, sin da ora,  certo il candido lettore: che faccio mia la divisa del grande Tacito nei suoi Annales, 1, 1, 3, sine ira et studio, ossia «senza animosità e simpatia», ovvero «senza ira né pregiudizi», e  sed incorruptam fidem professis neque amore quisquam et sine studio dicendus est, ossia: «ma chi professa una fedeltà incorrotta al vero, deve parlare a tutti senza amore di parte, né odio», senza prevenzione, né partigianeria. Ossia, è necessario esporre quanto è necessario che venga detto, unicamente per servire la verità: con assoluta imparzialità e obbiettività. E che, indifferente al biasimo e alla lode, farò coscienziosamente ogni sforzo a me possibile in tal senso. Il lettore noterà una certa abbondanza di citazioni dall’Opera di Rudolf Steiner: esse sono necessarie, e vengono proposte al suo diligente studio e alla sua meditazione, in modo ch’egli si possa formare, al di là di simpatie e antipatie, e in totale autonomia, un giudizio personale, che sia il più obbiettivo possibile, il più conforme alla verità oggettiva.

Per il momento, mi limiterò ad esaminare quelle comunicazioni di Orao, che sia possibile porre a confronto con quanto afferma Rudolf Steiner nei suoi scritti, nelle sue conferenze, in comunicazioni ad personam, da lui fatte a discepoli affidabili a lui vicini, il quali a loro volta ce le hanno fatte pervenire.

A p. 8 di Resurrezione, leggiamo – in una frase nella quale manca il verbo della proposizione principale, verosimilmente, per motivi stilistici, sottinteso – la seguente identificazione:

«Melchisedec, Manes, Manu, Minos, Cristiano Rosenkreutz, sempre presente sulla Terra, visibilmente o invisibilmente, per assistere alla trasmissione della Forza-Cristo presso ogni Iniziazione che si fosse svolta entro lo stato di coscienza sempre più consapevole da parte del pensiero libero dell’uomo». 

L’identificazione di Mani Hayya – Mani il ‘Vivente’, come viene chiamato nei testi manichei in lingua siriaca, ossia in lingua aramaica orientale – con Christian Rosenkreutz è sicuramente errata alla luce di quanto Rudolf Steiner comunicò, per esempio, all’interno della prima Scuola Esoterica, in una “lezione” – esoterische Stunde, “ora esoterica” in tedesco – non datata, intitolata Sulle personalità dei Maestri in relazione ai risvegli nei Vangeli, pubblicata da Hella Wiesberger in Zur Geschichte und aus Inhalten del ersten Abteilung del Esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, pp. 227-237, nella quale vien detto:

«In primo luogo, nel Vangelo di Luca (Cap.7) ci viene descritto con parole commoventi il risveglio del fanciullo di Nain. In questo racconto, è ricolma di significato ogni parola che indica come nel fanciullo di Nain vivesse l’intera terza epoca post-atlantica, la civiltà egizio-caldaica, come in essa questa abbia potuto svilupparsi sotto l’influsso delle forze, che allora erano attive nell’anima umana. 

Il fanciullo di Nain del Vangelo di Luca non è altro che il discepolo di Sais; in sino nei nomi viene occultata la differenza tra l’ambiente spirituale della terza e della quarta epoca di civiltà: egli voleva diventare come gli altri iniziati un «Figlio della Vedova», di Iside, la quale piangeva per il suo perduto sposo Osiride. Ma, essendo impreparato, volendo qui sullo stesso piano fisico disvelare l’immagine di Iside e contemplare i misteri celesti, egli cadde morto. Nessun mortale, a quell’epoca, poteva sollevare il velo di Iside. Nel fanciullo di Nain viene simboleggiata l’impotente sapienza dell’epoca egizia.

Egli rinascerà, crescerà come il fanciullo di Nain, sarà nuovamente un «Figlio della Vedova», di nuovo egli morirà nella fanciullezza. E il Christo Gesù si avvicina, mentre il morto viene portato fuori dalla porta della città. E «molta gente della città» era con sua madre; è la folla degli Iniziati egizi. Essi son tutti morti, che seppelliscono un morto. «E, vedendola, il Signore ne ebbe compassione». Egli ebbe compassione della madre, che stava lì quasi come Iside, che era la sorella e la sposa di Osiride. Ed Egli disse: «Fanciullo, Io ti dico, alzati!», «E il morto si levò, e cominciò a parlare, ed Egli lo rese a sua madre». – Ella, l’antica Iside,  era appunto discesa sulla Terra; le sue forze potevano ora venir vivificate sulla Terra stessa. Il Figlio viene ridonato alla Madre, ora egli deve unirsi pienamente con Lei. «E i presenti lodavano Dio, e dicevano: Un grande profeta è sorto tra noi». Giacché nel fanciullo di Nain il Christo Gesù aveva immesso, mediante una sorta di Iniziazione, che rappresenta questa resurrezione, un seme che solo nella successiva incarnazione poteva giungere a fioritura.

Un grande profeta, un potente Maestro di religione è scaturito dal fanciullo di Nain! Nel terzo secolo dell’era cristiana sorse dapprima in Babilonia Mani o Manes, il fondatore del Manicheismo. […]

Nel suo insegnamento venne riunito quanto che le antiche religioni avevano contenuto di Sapienza, ed egli lo illuminò con una Gnosi christica, che rese possibile che i conoscitori della Sapienza stellare egizio-babilonese, i seguaci dell’antica religione persiana, persino i buddhisti dell’India, potessero compenetrarsi con una comprensione dell’Impulso-Christo in questa forma. 

Quest’anima, che prima era vissuta nel fanciullo di Nain, e che era stata iniziata dal Christo in questa forma epoche future, ha agito in maniera preparatoria quel che era contenuto nel Manicheismo, e che non è ancora giunto a pieno sviluppo, sorgerà per la salvezza dei popoli dell’antico Oriente, – in maniera preparatrice quest’anima ha operato nella sua incarnazione come Mani per la sua vera e propria missione futura: portare la vera armonia di tutte le religioni. 

Al fine di poter far ciò, essa dovette rinascere come quell’anima, che sta in relazione all’impulso del Christo in una maniera del tutto particolare. Per così dire dovette sommergersi ancora una volta tutto ciò che in quella incarnazione come Mani era emerso da quest’anima di antico e nuovo sapere. Come un «puro folle» egli dovette stare di fronte al sapere esteriore del mondo e all’Impulso-Christo nelle profondità della sua anima. Egli rinacque come Parzival, il figlio di Herzeleide, della figura tragica abbandonata dal suo sposo. Come figlio di questa vedova, ora anch’egli abbandona la madre. Vaga nel mondo. Dopo qualche odissea giunge a divenire Guardiano del Santo Graal. E il seguito della saga di Parzival ci racconta com’egli si inoltri nuovamente in Oriente, com’egli trovi negli appartenenti alle razze scure i suoi fratelli, come pure a questi perverranno le benedizioni del Santo Graal. Così egli si preparò, nella sua vita come Parzival, a diventare un nuovo Maestro del Cristianesimo, la cui missione sarà di compenetrare questo sempre più degl’insegnamenti dalla Reincarnazione e del Karma, allorché i tempi saranno a ciò maturi».

Questo è ciò che Rudolf Steiner dice  di Mani alle pp. 228-230 della citata “lezione” della Scuola Esoterica, della quale ho fatta una traduzione direttamente dall’originale tedesco, per scrupolo di esattezza, quanto più letterale possibile, evitando abbellimenti stilistici. Ma prima di proseguire nel riportare altre parti importanti dalla medesima “lezione” esoterica, vediamo alcune importanti comunicazioni di Rudolf Steiner a proposito di questa elevata individualità spirituale. Infatti così leggiamo alle pp. 239-240 della stessa opera, GA-264, curata da Hella Wieberger, quanto Rudolf Steiner trasmise ad alcuni discepoli a lui fedeli:

«Su Mani

Il fanciullo di Nain dopo il suo risveglio seguì il Christo come discepolo. Non apparteneva ai Dodici.

Domanda: Come discepolo del Christo viene egli nominato nei Vangeli apocrifi?

Risposta: Nella successiva incarnazione, egli fu Mani; le altre incarnazioni sono da considerarsi come leggende, che assomigliano al risveglio di Lazzaro.

(Tramandato in colloqui avuti dai sacerdoti della Comunità dei Cristiani W. Klein ed Emil Bock con Rudolf Steiner nel febbraio del 1924).

Mani in questo secolo non sarà incarnato; ha intenzione di farlo nel prossimo secolo, a patto ch’egli trovi un corpo adeguato. L’usuale educazione non offre nessuna possibilità per l’evoluzione di Mani, solo l’educazione Waldorf. Se vi saranno i presupposti, egli si presenterà come Maestro dell’umanità ed assumerà la direzione nei campi dell’Arte e della Religione. Egli agirà in forza del Mistero del Graal, e istruirà gli uomini a decidere essi stessi circa il Bene e il Male.

(Tramandato da Ehrenfried Pfeiffer a partire da colloqui da lui avuti con Rudolf Steiner tra il 1919 e il 1921)».

È interessante riportare esattamente che cosa riferì Ehrenfried Pfeiffer della comunicazione avuta da Rudolf Steiner. Si tratta di una sua conferenza, tenuta il 22 dicembre 1946, e pubblicata in Notes and Lectures, compendium 1, Mercury Press, Spring Valley-New York, 1991:

«La Tripartizione di Rudolf Steiner ha anzitutto una funzione preparatrice per la futura incarnazione di Mani. Una volta parlai con Rudolf Steiner della questione di quando sarebbe giunto il momento per l’applicazione delle forze eteriche per finalità tecniche. Egli disse che ciò sarebbe diventato opportuno allorché la Tripartizione si fosse realizzata. Egli disse, inoltre, che Mani attualmente non avrebbe potuto trovare ancora una corporeità adeguata per incarnarsi, giacché tutte le forze ch’egli potrebbe portare in una incarnazione, verrebbero distrutte dall’attuale sistema pedagogico. Perciò è una necessità che si manifestino la Pedagogia Waldorf e la Tripartizione dell’organismo sociale. [,,,] Considero dunque come nostro compito urgente sviluppare questa Tripartizione, dapprima in forma di pensiero, e poi fattivamente, in maniera che Mani possa incarnarsi. Il momento giusto per l’incarnazione di Mani karmicamente sarebbe all’incirca alla fine di questo secolo. Tuttavia, non so se ciò sarà possibile. Eppure, se la Tripartizione e la Pedagogia Waldorf si saranno affermate, e gli potrebbe di nuovo incarnarsi. Una tale incarnazione provocherebbe un rivolgimento totale della tendenza storica del mondo».  

Già da quanto precede è possibile constatare, sulla base delle comunicazioni della Scienza dello Spirito, come non sia possibile accogliere l’identificazione, che fa Orao, tra Mani e Christian Rosenkreutz. Quanto all’identificazione di queste due individualità spirituali con Melchisedek, il Manu, e il cretese Minosse – Minos, nel testo di Oraonon ve ne è traccia alcuna, a quanto mi risulta ad un esame diligente, nell’intera, Opera, edita o inedita, di Rudolf Steiner. Questi, in effetti, parla unicamente di quattro incarnazioni di Mani – il discepolo di Sais, il figlio della vedova di Nain, Mani, e Parzival figlio della vedova Herzeleide – e non accenna, se non di sfuggita, e raramente, al fatto ch’egli sarebbe pressoché sempre incarnato sulla Terra.

Quanto, invece, all’individualità del fondatore dell’Iniziazione rosicruciana, Rudolf Steiner, parla esplicitamente, e moltissime volte, di Hiram, il cainita architetto del Tempio di Salomone, di Giovanni-Lazzaro, direttamente iniziato dal Signore e autore del Vangelo di Giovannidell’Apocalisse, di una sua particolare incarnazione medievale in epoca carolingia, della sua incarnazione nel XIII secolo come ‘Tredicesimo’ allevato nella cerchia dei ‘Dodici’ e morto giovanissimo, della sua incarnazione nel XIV-XV secolo come Christian Rosenkreutz, nella quale visse 106 anni, e del fatto che nel 1459 egli fu elevato alla dignità di Eques Lapidis Aurei, della sua manifestazione nel XVIII secolo come Conte di Saint-Germain. Queste sono le incarnazioni esplicitamente comunicate da Rudolf Steiner, il quale aggiunge che, dopo l’incarnazione del XIV-XV secolo, nella quale egli fondò l’Ordine o Fraternitas Rosae Crucis, egli è pressoché sempre presente sulla Terra, e comunque agisce, col suo corpo eterico, sia ch’egli sia fisicamente incarnato, sia nelle brevi pause nelle quali si ritira nei mondi superiori. Rudolf Steiner parlò di questa grandissima individualità spirituale – ne parlò in modo specialissimo – nelle conferenze, pubblicate in tedesco in Die esoterische Christentum und die geistige Führung der MenschheitIl Cristianesimo esoterico e la direzione spirituale dell’umanità, Rudolf Steiner Verlag, GA-130, Dornach, 1995, pp. 57-79, ch’egli tenne in Svizzera, a Neuchâtel, il 27 e il 28 settembre 1911, in occasione della fondazione del Gruppo Christian Rosenkreutz in quella città. Nella prima di quelle due conferenze, che preferisco ritradurre direttamente, possiamo leggere che:

«In conseguenza del lavoro dei Rosacroce, il corpo eterico di Christian Rosenkreutz si rafforzò di secolo in secolo. La sua azione si compie attraverso Christian Rosenkreutz ma anche attraverso tutti coloro che divengono suoi discepoli. A partire dal XIV secolo. Christian Rosenkreutz si è continuamente reincarnato. Tutto ciò che viene insegnata come «Teosofia» è rafforzata dal corpo eterico di Christian Rosenkreutz, e coloro che diffondono questi insegnamenti si fanno adombrare da quel corpo eterico, il quale agisce tanto quando Christian Rosenkreutz è incarnato, ma anche allorché egli non lo è.

Il Conte di Saint-Germain fu, nel XVIII secolo, la reincarnazione exoterica di Christian Rosenkreutz. Ma questo nome venne attribuito anche ad altre personalità, cosicché non tutto quello che vien detto qui o là sul Conte di Saint-Germain riguarda Christian Rosenkreutz. Oggi Christian Rosenkreutz è nuovamente incarnato [Heute ist Christian Rosenkreutz wiederverkörpert]».  [HdP: il rilievo è mio].

Che l’individualità, che nel secondo millennio della nostra era si manifesterà come Christian Rosenkreutz, possa essere identificata con Melchisedec mi sembra che sia cosa oltremodo difficile, se si tien conto del fatto che Rudolf Steiner, parlando dell’architetto costruttore del Tempio di Gerusalemme, il cainita Hiram, afferma apertamente come egli, partendo da sapienza, scienza e arte umana, e non attraverso una sognante saggezza jahvetica rivelata dall’alto, come nel caso del re Salomone, fosse giunto con le sue forze sin sulle soglie dell’Iniziazione, ma che non l’aveva ancora realizzata. Hiram sarà vittima da una parte dell’odio omicida dei tre cattivi compagni e della complice gelosia di re Salomone. Hiram realizzerà l’Iniziazione nella sua incarnazione come Lazzaro-Giovanni, nella quale avrà come Ierofante il Christo Gesù. Nel caso di Hiram-Lazzaro-Giovanni, inoltre, a maggior ragione mal si scorge com’egli possa essere identificato con Melchisedec, re di Salem, e Sacerdote di El Eliôn, di Dio Altissimo.

Nel libro della Genesi, Cap. 14, vv.17-20, Melchisedec viene così descritto:

«E di poi, come egli [Abramo] se ne ritornava dalla sconfitta di Chedor-laomer e de’ re ch’erano con lui, il re di Sodoma gli uscì incontro nella Valle della pianura, ch’è la Valle dei re. E Melchisedec, re di Salem, arrecò pane e vino; or egli era Sacerdote dell’Iddio altissimo. E lo benedisse dicendo: Benedetto sia Abramo, appo l’Iddio altissimo, possessor del cielo e della terra. E benedetto sia l’altissimo Iddio, che ti ha dati i suoi nemici nelle mani. E Abramo gli diede la decima di ogni cosa». La Sacra Bibbia, ossia l’Antico e Nuovo Testamento, tradotti da Giovanni Diodati, Libreria Sacre Scritture, Roma, 1976, pp. 10-11.

Il nome di Melchisedec ritorna nel Salmo 110, v. 4, ove leggiamo:

«Il Signore ha giurato e non si pentirà: Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec», ibidem, p. 510.

Ritroviamo Melchisedec, presentato con parole misteriose, nella Lettera agli Ebrei di Paolo di Tarso, ove al Cap. 6, v. 20 e Cap. 7, vv. 1-4, leggiamo:

«Dov’è entrato per noi, come precursore Gesù, fatto in Eterno sommo sacerdote, secondo l’ordine di Melchisedec.

Perciocché, questo Melchisedec era re di Salem, sacerdote dell’Iddio Altissimo; il quale venne incontro ad Abrahamo, che ritornava dalla sconfitta dei re, e lo benedisse. Al quale Abrahamo diede per parte sua la decima d’ogni cosa. E prima è interpretato: Re di giustizia; e poi ancora egli è nominato: Re di Salem, cioè: Re di pace. Senza padre, senza madre, né principio di giorni, né fin di vita; anzi, rappresentato simile al Figliuol di Dio, dimora sacerdote in perpetuo. Ora considerate quanto grande fu costui  al quale Abrahamo, il patriarca diede la decima delle spoglie», ibidem, pp. 970-971. 

Tra le preziose indicazioni che, circa trentacinque anni fa, mi dette Hella Wiesberger e che, nel tempo, si rivelarono estremamente feconde per la mia vita interiore, vi fu quella di studiare – con dantesco ‘intelletto d’amore’ – l’epistolario intercorso tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, epistolario da lei particolarmente curato. E devo dire che tale indicazione, generosamente datami da questa mia spirituale ‘compagna d’armi’, si rivelò per me oltremodo decisiva sia per quanto riguarda la Via del Pensiero, sia per la Via del Graal. Hella Wiesberger ne curò personalmente due edizioni: la prima, nel 1967, in occasione del 100° anniversario della nascita di Marie Steiner, e la seconda – ampiamente rivisitata ed arricchita con ulteriore importante materiale – nel 2002, in occasione del 100° anniversario della fondazione del movimento antroposofico. In ambedue le edizioni, figura come Introduzione, un testo recante come titolo: Aufzeichnungen Rudolf Steiners, geschrieben für Édouard Schuré in Barr im Elsaß, September 1907Appunti di Rudolf Steiner scritti per Édouard Schuré a Barr in Alsazia, nel settembre del 1907. Si tratta di tre documenti, scritti, di estrema importanza perché in essi Rudolf Steiner parla liberamente, anche se sinteticamente, di una serie di retroscena che stanno dietro eventi e confraternite occulte.

Nel secondo di tali documenti egli parla della figura di Christian Rosenkreutz in questi termini:

«Christian Rosenkreutz andò in Oriente nella prima metà del XV secolo per trovare un equilibrio tra l’Iniziazione orientale e quella occidentale. Una conseguenza ne fu la fondazione definitiva della corrente rosicruciana in Occidente al suo ritorno. In questa forma il Rosicrucianesimo doveva essere una scuola mantenuta rigorosamente segreta, in vista della preparazione del compito che avrebbe dovuto incombere alla svolta tra i secoli XIX e XX, allorché le scienze sarebbero giunte  alla soluzione provvisoria di taluni problemi. Tra questi Christian Rosenkreutz indicò:

1) La scoperta dell’analisi spettrale, mediante la quale sarebbe venuta alla luce la costituzione materiale del Cosmo.

2) L’introduzione del concetto di evoluzione materiale nella scienza dell’organico.

3) La conoscenza del fatto di uno stato di coscienza diverso da quello abituale mediante i metodi dell’ipnosi e della suggestione.

Solo quando queste conoscenze materiali fossero maturate in seno alla scienza, certi principi rosicruciani dovevano dalla segretezza occultistica penetrare nella comunicazione pubblica.

Sino a quel momento, l’iniziazione mistico-cristiana venne data all’Occidente nella forma sotto la quale essa venne trasmessa a San Vittore, Meister Eckhart, Tauler dall’Iniziatore, dello «Sconosciuto dell’Oberland» e così via.

All’interno di questa intera corrente venne considerata come un «grado superiore» l’Iniziazione di Mani, il quale nel 1459 iniziò pure Christian Rosenkreutz [HdP: il rilievo è mio]: essa consiste nella vera conoscenza della funzione del Male. Questa Iniziazione deve rimanere, con i suoi retroscena, rimanere ancora a lungo assolutamente ignota alla massa. Là dove anche soltanto un piccolissimo raggio sia penetrato nella letteratura, esso ha causato sciagure, come attraverso la nobile anima di Guyau del quale era divenuto discepolo Friedrich Nietzsche». 1. Auflage Gesamtausgabe, GA-262 Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1967, p. 15. 2. Neu durchgesehene und erweiterte Auflage Gesamtauslage, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 2002, pp. 23-24.

È evidente come in questa comunicazione ad Ėdouard Schuré – e, per di più, da lui stesso messa per iscritto – Rudolf Steiner parli apertamente di Christian Rosenkreutz e di Mani come di due individualità spirituali diverse. Del resto, egli parla della Via rosicruciana e della Via manichea come di due forme di Iniziazione diverse, essendo quella manichea più radicale, e per di più gerarchicamente superiore, rispetto a quella rosicruciana. Infatti, Rudolf Steiner così si esprime, per esempio,  nell’ottava conferenza, tenuta a Stoccarda il 29 agosto 1906, de Alle porte della Scienza dello Spirito, da GA-95, Editrice Antroposofica, Milano, 2015, pp. 79-80:

«Quanto è interiore deve però diventare esteriore; e l’uomo si eleverà maggiormente non appena il suo karma si sarà completamente compiuto; e questo è legato a qualcosa di straordinariamente interessante. In previsione di questo sviluppo dell’umanità, già da secoli vennero fondati degli ordini segreti che si prefissero i più alti compiti immaginabili. Uno di questi ordini è quello dei manichei. La scienza non sa nulla di giusto a loro riguardo, e crede che i manichei abbiano promulgato la dottrina che già nella natura stessa risulti l’esistenza di un bene e di un male che lottano tra di loro, e che questo sia già prestabilito fin dalla creazione. Ma questo svisa fino all’assurdo i veri valori dell’Ordine. I singoli membri che lo compongono vengono educati in modo peculiarissimo al loro grande compito. Quest’Ordine sa che vi saranno uomini che non avranno più male nel loro karma, e che vi sarà altresì un’umanità di natura malvagia nella quale il male dominerà in grado assai maggiore che nelle belve più feroci, e procederà nel male, coscientemente raffinandolo, valendosi di un raziocinio sviluppatissimo. L’Ordine dei manichei istruisce fin d’ora i suoi discepoli in modo che diventino in futuro i trasformatori del male. La difficoltà enorme di questo compito sta nel fatto che in quell’umanità malvagia non vi sarà accanto al male una parte di bene che, come nel fanciullo malvagio, con l’esempio e l’insegnamento si lascia accrescere fin da oggi i manichei imparano a poter trasformare radicalmente in questi esseri il male ch’essi portano dalla nascita. Il male, che in questo modo verrà completamente trasformato. Diverrà, a lavoro compiuto, un bene specialissimo. La condizione etica della Terra sarà una condizione di santità; la forza della trasformazione influenzerà questo stato di santità; e ciò non si può conseguire se non col prodursi di questo eccesso di male. E dalla forza stessa necessaria a superarlo, si svilupperà pure la forza per la santità suprema. Il campo deve venir concimato col letame nauseabondo, il letame deve essere prima assorbito dal campo come fermento. Allo stesso modo l’umanità ha bisogno del concime del male per poter raggiungere le vette della santità: questa è la missione del male. L’uomo diventa vigoroso affaticando ed esercitando i suoi muscoli, e così il bene, per potersi sublimare nella santità, deve prima superare il male che lo contrasta. Il male ha il compito di fare ascendere l’umanità».

Rudolf Steiner parlò molte volte della individualità spirituale di Mani, e non è possibile qui riportare tutti i passi – tutti, peraltro, importantissimi – nei quali egli ne parla, ma non voglio rinunciare, perché veramente calzante rispetto al nostro tema, quanto egli dice in una “lezione” della Scuola Esoterica, tenuta a Berlino l’11 novembre 1904, contenuta in Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen SchuleLa leggenda del Tempio e la leggenda aurea come espressione simbolica dei misteri dell’evoluzione passata e futura dell’uomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica – GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1991, tradotta in italiano e pubblicata col titolo I Manichei, in I Manichei, a c. di Gabriele Burrini, Editrice Antroposofica, Milano, 1995, ove, a p. 17, troviamo detto:

«Una corrente spirituale ancora più importante dei Rosacroce è il manicheismo» [HdP: il rilievo è mio].

Mentre, alle pp. 23-24, leggiamo ulteriormente:

«Se in questa prospettiva ci chiediamo ancora: che cosa vuole Mani e che cosa significa la sua affermazione, di essere cioè il Paraclito, lo Spirito, il figlio della vedova? Null’altro se non che egli vuole preparare la sesta epoca dell’umanità nella quale essa sarà condotta da se stessa, dalla propria luce animica, e supererà le forme esteriori per trasformarle in spirito.

Mani intende creare una corrente spirituale che superi, che vada oltre quella rosicruciana [HdP: il rilievo è mio]. La corrente di Mani tende alla sesta epoca che viene preparata sin dalla fondazione del cristianesimo. Proprio in quell’epoca il cristianesimo si manifesterà nella sua piena forma. Solo allora sarà veramente presente».

Massimo Scaligero stesso più volte, nelle sue riunioni, parlò della Via di Mani, del Manicheismo, come di una Via spirituale “rivoluzionaria”, ancora più radicale della stessa rosicruciana, in quanto nella Via cristiana antica, e in quella rosicruciana, si prega ancora, chiedendo: «ma liberaci dal Male», Male del quale l’asceta si purifica, e si libera, ma del quale si fanno carico poi altri esseri umani più deboli, e meno maturi di lui. Ciò è ancora – tragicamente – una realtà, e una necessità. Nella Via manichea, invece, non ci si «libera dal Male», bensì prima lo si trasforma in noi, poi si liberano dal “peso” del Male gli altri, assumendocelo, e trasformando anch’esso in noi. È evidente come la Via rosicruciana sia preparatrice di quella manichea, la quale viene ad essere il più alto ideale che possa essere perseguito dall’asceta e dalla Comunità spirituale. Ed è altresì evidente, dalle comunicazioni di Rudolf Steiner su riportate, come Christian Rosenkreutz e Mani siano due individualità spirituali diverse, così come siano diverse le loro Vie, che sono gerarchicamente collegate tra loro.  

Sempre a p. 8 del libro Resurrezione di Orao, nel paragrafo precedente a quello da noi più sopra citato, leggiamo:

«San Paolo, nella prima lettera agli Ebrei, definisce il Cristo «Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek». Circa quattromila anni prima della nascita di Gesù di Nazareth, il Concilio degli Dei, avendo stabilito di inviare sulla Terra il Cristo – sacrificando il Figlio del Sole alla redenzione della Terra – affidò all’entità di Melchisedek il cómpito di preparare nella fisicità dell’uomo la facoltà dello spirito, onde l’uomo e il futuro miste, potessero aspirare allo spirito, ma potessero anche accogliere il messaggio cristico e testimoniare l’avvento dei Nuovi Misteri. Melchisedek preparò nell’uomo la facoltà di inserire la trascendenza nell’immanenza umana, così come gradatamente il Cristo si unificava, nei tre anni dai trenta ai trentatré. Dopo il Battesimo presso il Giordano, con i tre involucri di Gesù di Nazareth unificantisi nell’Io-Cristo».

Paolo di Tarso, per l’esattezza, scrisse non una prima, bensì un’unica Lettera agli Ebrei, come si può constatare su qualsiasi Bibbia. In effetti, Rudolf Steiner parla – per esempio in molte conferenze, collegate con le cinque conferenze da lui tenute all’allora Christiania, oggi Oslo, dal 1 al 6 ottobre 1913 e con le due tenute a Colonia il 17 e 18 dicembre 1913, all’interno dei vari cicli sul Quinto Vangelo, Ricerca dalla Cronaca dell’Akasha, GA-148, parzialmente tradotto e pubblicato in italiano dalla Editrice Antroposofica di Milano (ultima edizione nel 2010) – di quello ch’egli chiama il “Concilio degli Dèi”, ma in quel ciclo, e neppure nelle altre conferenze, Rudolf Steiner mai parla di una peculiare missione di Melchisedec, decisa in occasione di quel “Concilio degli Dèi”, né comunicò – per lo meno a quanto mi risulta – l’epoca in cui avvenne tale “Concilio”: 4000 anni prima della nascita di Gesù di Nazareth, secondo quel che afferma Orao. Ma, proseguendo la trattazione che Orao fa del Risveglio-Iniziazione di Giovanni-Lazzaro, leggiamo a p. 9:

«I Vangeli sinottici (Marco, Matteo, Luca) contengono cronaca della vita del Cristo Gesù, miracoli, insegnamenti. Il Vangelo di Giovanni ha la descrizione di un solo miracolo, la resurrezione di Lazzaro, scarsa cronaca sui fatti della vita del Cristo Gesù; contiene invece tutto l’insegnamento più delicato e definitivo per l’evoluzione futura dell’uomo. Non attinge quindi come gli altri ad una tradizione, ma è originaria espressione della Parola (Logos) nell’Evangelista attestatore della verità; in quanto egli ripropone il potere profetico di Elia, il contenuto dei Misteri giudaici di Giovanni Battista, l’attestazione della resurrezione in Betania, è quindi trasferito come archetipo originario entro l’umana sostanza eterna, divenendo possibilità di operazione mistica in ogni uomo, per ora nell’asceta dei Misteri rosicruciani, in avvenire per tutta l’umanità che vorrà il Logos in sé».

I Vangeli sinottici sono stati oggetti di una ampia e ripetuta esegesi da parte di Rudolf Steiner, il quale mette più volte in evidenza ch’essi non contengono la cronaca della vita del Cristo Gesù, miracoli, insegnamenti, bensì sono tutti e tre – a vari livelli – documenti iniziatici, corrispondenti a ‘punti di vista diversi’, raffigurati nel Tetramorfo rispettivamente dall’Angelo per Matteo, dal Leone per Marco, dal Toro per Luca, Giovanni è, invece, rappresentato dall’Aquila. Rudolf Steiner mette molte volte in evidenza come i Vangeli sinottici non siano una mera “cronaca”, ché anzi, considerati da questo punto di vista, essi si rivelano, et pour cause, storicamente contraddittori, almeno apparentemente, il che ha fatto sì che nel XIX secolo – in quello che, giustamente, fu chiamato le siècle stupide – sorgesse tutta una critica razionalistica dei Vangeli, in particolar modo in Germania nella cosiddetta “Scuola di Tubinga”. 

Rudolf Steiner dedica tutta la prima, delle dieci conferenze da lui tenute a Basilea dal 15 al 26 settembre 1909, tradotte e pubblicate ne Il vangelo di Luca, Editrice Antroposofica, Milano, Edizione 2016, ma che io preferisco citare dalla pubblicazione fattane, a Milano nel 1956, da L’Editrice Scientifica, proprio a chiarire questo punto cruciale. Quella prima conferenza nell’edizione del 1956 porta il titolo I diversi aspetti dell’iniziazione, mentre nell’edizione del 2016 è intitolata Iniziati e chiaroveggenti. In quella conferenza, Rudolf Steiner difende apertamente il valore in iniziatico del Vangelo di Luca, e degli atri due sinottici. Infatti, così leggiamo alle pp. 1-2 dell’edizione del 1956:

«Non solo è vero che il cristianesimo come tale è immenso per sua natura e che si può illuminarlo dai più diversi punti di vista, ma è anche vero – e appunto questo ciclo di conferenze lo dimostrerà – che, quantunque il vangelo di Giovanni sia un documento infinitamente profondo, vi sono cose che da quello non si possono imparare, e che si possono invece apprendere dal vangelo di Luca. Quello che, quando tenni le conferenze sul vangelo di Giovanni, abbiamo presentato come le idee più profonde del cristianesimo, sono ben lungi dall’essere il cristianesimo nella sua profondità totale; ma si può penetrare in quella profondità da un altro punto di vista. E questo altro punto di vista lo potremo acquistare, se porremo il vangelo di Luca al centro delle nostre considerazioni antroposofiche.

Esamineremo perciò alcuni passi, i quali ci faranno comprendere che vi è davvero qualcosa da acquistare dallo studio del vangelo di Luca, anche dopo aver scandagliato le profondità di quello di Giovanni. E prenderemo le mosse da quanto ci risulta ad ogni riga del vangelo di Giovanni: ossia dal fatto che per lo studioso di antroposofia, i vangeli si presentano come documenti composti da individui che, penetrando con lo sguardo molto a fondo nell’essenza della vita e dell’esistenza, contemplarono le profondità dell’universo come iniziati, come chiaroveggenti». 

Dopo di che, Rudolf Steiner, alle pp. 2-3, enuncia quelli che sono i diversi gradi dell’esperienza spirituale sovrasensibile:

«Da un certo riguardo, vi è una differenza tra un iniziato e un chiaroveggente, quantunque nulla si opponga a che l’iniziato sia in pari tempo un chiaroveggente ed il chiaroveggente fino ad un certo grado un iniziato. Se vorrete distinguere esattamente queste due categorie di uomini – tra l’iniziato e il chiaroveggente – dovrete ricordarvi di ciò che è spiegato nel mio libro L’iniziazione: e cioè che, in sostanza, vi sono tre gradi per i quali si giunge oltre la visione ordinaria del mondo.

La prima forma di conoscenza accessibile all’uomo è quella che considera il mondo mediante i sensi e che, mediante l’intelletto e le altre forme dell’anima, si appropria di ciò che si percepisce. Oltre a questo, vi sono altri tre gradi di conoscenza: il primo è quello della conoscenza immaginativa, il secondo è quello della conoscenza ispirativa e il terzo è quello della conoscenza intuitiva, intesa questa nel suo significato occulto».

Rudolf Steiner in molte sue opere mette in guardia contro le insidie e le illusioni che si incontrano sul piano immaginativo, ossia nel mondo astrale, nel quale non è sempre facile per il mistico e il semplice chiaroveggente distinguere la verità dall’errore, la realtà dall’illusione. Egli ne parla a lungo e approfonditamente in opere scritte come L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori? (1904), ne I gradi della conoscenza superiore (1905), La scienza occulta nelle sue linee generali (1910), Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, in otto meditazioni (1912), La soglia del mondo spirituale (1913): tutte opere, in oltre un secolo, moltissime volte tradotte e pubblicate in italiano e facilmente reperibili. Ma, visto il tema affrontato da Orao, voglio trascrivere dall’edizione del Vangelo di Luca, edito a Milano nel 1956, quanto Rudolf Steiner, con una chiarezza paradigmatica, dice a p. 7:

«Chi vuol contemplare soltanto il mondo immaginativo e rinunzia a salire più in alto, ai mondi dell’ispirazione e dell’intuizione, vive in certo modo in un mondo di incertezza. Il mondo fluttuante dell’immaginazione è, per così dire, senza sponde; e se si è abbandonati a se stessi, si nuota con l’anima dentro di esso in qua e in là, senza avere un’esatta conoscenza della direzione e dello scopo a cui si tende. Ne conseguì in passato la necessità, per i chiaroveggenti, ossia per gli uomini dotati della sola conoscenza immaginativa, di vincolarsi con devozione totale alle loro guide, a coloro che avevano sviluppato le facoltà superiori dell’ispirazione e dell’intuizione. Perché soltanto l’ispirazione e l’intuizione dànno sicurezza nel mondo spirituale, e fanno conoscere esattamente la via e la mèta. Se invece all’uomo manca la conoscenza dell’ispirazione, egli non può sapere dove conduce la via e dove egli deve dirigersi per raggiungere la mèta; perciò gli è necessario affidarsi all’esperta direzione di qualcuno che conosca queste cose. Per questo si è sempre giustamente affermato che chi si limita ad ascendere alla sola conoscenza immaginativa, deve vincolarsi intimamente ad un maestro, il quale gli indichi direzione e mèta che da sé solo non potrebbe scoprire». 

Dopodiché, Rudolf Steiner mostra quale sia il grado di conoscenza che dà autentica certezza di verità e di realtà. Infatti, prima alle pp. 5-6 chiarisce:

«Un grado di conoscenza ancor superiore [a quello immaginativo e a quello ispirativo] è l’intuizione, intendendo questa parola non nel senso in cui la si adopera abitualmente per tutto quanto di meno chiaro ci passa per la mente, ma nel suo vero significato occulto. L’intuizione, in senso occulto, è una forma di conoscenza per cui non solo si può ascoltare spiritualmente [come nell’ispirazione] quello che gli esseri spirituali ci comunicano, ma per cui ci si immedesima con quegli esseri e ci si immerge nella loro stessa entità. Questo è un grado molto alto di conoscenza spirituale; esso richiede che l’uomo abbia prima sviluppato in sé l’amore per tutti gli esseri».

E aggiunge, alle pp. 9-10:

«A ciascun grado della conoscenza sovrasensibile ci si presentano i grandi segreti connessi con quello che chiamiamo l’evento del Cristo; cosicché tanto la conoscenza immaginativa, quanto l’ispirazione e l’intuizione hanno molte infinite cose da dire intorno a quell’evento grandioso.

Se dunque da questo punto di vista, noi volgiamo lo sguardo ai quattro vangeli, possiamo dire che il vangelo di Giovanni è scritto dal punto di vista di un iniziato che è penetrato nei misteri dell’universo fin su all’intuizione, e che descrive perciò l’evento del Cristo com’esso si presenta all’intuizione. […] Sicché l’autore del vangelo di Giovanni (a prescindere da quanto egli vi ha introdotto di immaginativo) noi lo possiamo chiamare l’annunziatore di tutto ciò che, sull’evento del Cristo, consta a chi possiede la parola interiore, fino al grado dell’intuizione. Infatti egli ci caratterizza i misteri del regno del Cristo, dal punto di vista della parola interiore ovvero del Logos. A base del vangelo di Giovanni sta dunque la conoscenza ispirativa e intuitiva».

Rudolf Steiner nella sua trattazione mostra, con la massima chiarezza possibile, come tutti e quattro i Vangeli siano documenti la cui origine è tutta nell’esperienza interiore, che a vari livelli era propria dei quattro autori dei Vangeli. Come Luca, in particolare, descriva quanto si manifesta ad una percezione immaginativa. Infatti, a p. 10, è scritto:

«Dunque l’evangelista Luca vuol comunicare ciò che hanno da dire coloro i quali furono testimoni oculari e ministri della parola. Il vangelo di Luca, parlando di coloro che furono testimoni oculari, ossia che videro essi stessi, intende coloro che possiedono la conoscenza immaginativa, che possono penetrare nel mondo delle immagini a percepirvi l’evento del Cristo, che sono particolarmente educati a guardare attraverso tali immagini, e che hanno una veggenza autonoma, esatta e chiara. Luca pone le loro comunicazioni a base del suo vangelo. Essi furono i ministri della parola».

Ma non è esatto affermare che i tre Vangeli sinottici di Matteo, Marco, e Luca, siano una semplice cronaca, e che attingano semplicemente ad una “tradizione”. Così come non è esatto affermare – come fa Orao a p. 7 di Resurrezione – che

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità»,

perché se leggiamo – e ben meditiamo – quel che Rudolf Steiner dice a p. 11, cambia completamente la prospettiva, e si passa da una posizione “mistica” e “fideistica”, sia pure intese nel senso migliore del termine, ad una audace, radicale, sperimentazione “scientifica”:

«Ma anche questa volta – come sempre quando si facciano considerazioni dal punto di vista antroposofico – dobbiamo ricordare che per la scienza dello spirito i vangeli non sono la vera fonte della conoscenza. Chi stia veramente sul terreno della scienza dello spirito, non riconoscerà la verità di una notizia, solo perché essa sta scritta nei vangeli. L’occultista non attinge la sua conoscenza da alcun documento scritto, ma da ciò che gli viene fornito dall’indagine spirituale del suo tempo. Quello che attualmente gli esseri spirituali hanno da dire agli iniziati e ai chiaroveggenti, è fonte della vera scienza dello spirito. E oggi, in un certo senso queste fonti sono le stesse che in passato. Anche oggi si possono chiamare chiaroveggenti coloro che hanno la visione del mondo immaginativo, mentre si possono chiamare iniziati soltanto coloro che possono elevarsi al grado dell’ispirazione e dell’intuizione. Anche oggi dunque il vocabolo chiaroveggente non è sinonimo di iniziato.

Ciò che troviamo nel vangelo di Giovanni poteva fondarsi soltanto sull’indagine dell’iniziato che era in grado di salire fino alla conoscenza ispirativa e intuitiva. Ciò che troviamo negli altri vangeli poteva fondarsi sulle comunicazioni dei chiaroveggenti non ancora iniziati, i quali non potevano ascendere al mondo dell’ispirazione e dell’intuizione e dell’intuizione. Se dunque ci atteniamo strettamente alla distinzione sopra indicata, possiamo dire che il vangelo di Giovanni è fondato sull’intuizione, e gli altri tre vangeli (soprattutto quello di Luca, secondo la dichiarazione stessa del suo autore) sono basati sulla chiaroveggenza».

E non è esatto neppure che il Vangelo abbia la “descrizione di un solo miracolo, la resurrezione di Lazzaro, scarsa cronaca sui fatti della vita del Cristo Gesù”. Di “miracoli” – che Giovanni chiama σημεῖα, semèia, ossia “segni” – nel quarto Vangelo ne vengono descritti sette: la trasmutazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, la guarigione del figlio dell’ufficiale regio, la guarigione del paralitico alla piscina di Betesda, la moltiplicazione dei pani, il camminare sulle acque, la guarigione del cieco nato, la resurrezione di Lazzaro. E Steiner mostra il significato spirituale della progressione di questi sette “segni”. Quanto alla “scarsa cronaca”, voglio riportare quanto dice un teologo cattolico – quindi non certo sospettabile di simpatie nei confronti dell’Antroposofia e di Rudolf Steiner – un tempo docente presso varie Università Pontificie a Roma, nonché Rettore della Lateranense, e traduttore accurato dei Vangeli, Piero Rossano, in Vangelo secondo Giovanni, BUR, Rizzoli Editore, Milano, 1984, p.9:

«Fatto singolare però, questa tendenza astrattiva e metafisica va congiunta spesso in questo Vangelo ad un carattere di immediatezza storica e ad un gusto dei particolari concreti, quale si riscontra solo in Marco. Si notano dettagli precisi che non hanno alcuna ragione simbolica; anche il quadro cronologico e geografico, con i frequenti viaggi di Gesù a Gerusalemme in occasione delle feste, viene dai critici ritenuto più storico che non quello dei Sinottici. Vi sono notati puntualmente gli usi e i costumi della Palestina di Gesù, i personaggi vengono ritratti con tocchi vivi e psicologici che rivelano il testimone oculare, attento e perspicace». 

Questa accuratezza circa precisi dati storici nel Vangelo di Giovanni, così come una profonda conoscenza da parte del suo autore dell’ambiente gerosolimitano – al punto di essere introdotto nella casa del Kohen Gadol, del Gran Sacerdote –, così come di particolarità del calendario liturgico degli Esseni, è stato rilevato anche da Emil Bock, il quale ne parla nei suoi libri. Ma non vi è, ora, lo spazio per soffermarmi, come vorrei, sui molti interessanti elementi che, a tale proposito, Emil Bock riporta. Invece, è il momento di continuare, per la sua capitale importanza, la citazione tratta dalla lezione della Scuola Esoterica, più sopra riportata e intitolata Sulle personalità dei Maestri in relazione ai risvegli nei Vangeli, in Zur Geschichte und aus Inhalten del ersten Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, dove alle pp. 230-232, Rudolf Steiner afferma:

«In secondo luogo; la seconda epoca postatlantica è quella di Zarathustra. Essa ha quindi una particolare relazione col Christo. Giacché Zarathustra accenna al Dio del Sole, Ahura Mazdao, che si avvicinava alla Terra, e che non era altro che il futuro Christo. E in tutta la sua missione Zarathustra fu un Iniziato per il Christo, insegnando ad apprezzare la Terra, e ad elaborarla, a non fuggire di fronte alle Potenze malvagie, ma a vincerle e mediante ciò a redimerle. Così l’Io di Zarathustra, il più elevato Io umano, poté venir prescelto, per dimorare per 18 anni negli involucri, che poi avrebbero dovuto accogliere il Christo. Il suo Io abbandonò quegli involucri poco prima del battesimo nel Giordano. Così egli non era incarnato “nella carne”, allorché il Christo camminava sulla Terra. Egli stesso si “incarnò” subito dopo l’abbandono dei tre involucri del Gesù nathanico; il suo Io si congiunse col corpo eterico del Gesù salomonico, che alla propria morte era stato portato con sé nel mondo spirituale dalla madre del Gesù nathanico.

Perciò il Christo Gesù non poteva risvegliare Zarathustra come designato rappresentante della seconda epoca postatlantica. Tuttavia era incarnata sulla Terra in quell’epoca un’altra individualità, per così dire supplente, la cui evoluzione e la cui importantissima missione per l’umanità andava in maniera mirabile parallelamente a quella di Zarathustra. Questi era Lazzaro, il rinato Hiram Abiff, il più importante dei figli di Caino, il quale aveva operato in maniera consimile alla missione terrestre dell’Io umano, come aveva fatto Zarathustra nell’antica Persia. Egli si «ammala», «muore», viene deposto nella tomba. Il Christo Gesù apprende della sua malattia, e parla ai suoi discepoli della morte di Lazzaro. Allora disse Tommaso, chiamato il “Gemello”, «uniamoli a lui, così da morir con lui» (Giov. 11, 16).

In questo risveglio, che deve aver luogo con Lazzaro, le anime che appartengono alla seconda epoca postatlantica – così come il «popolo dalla città» nel risveglio del fanciullo di Nain rappresenta la terza epoca postatlantica – viene rappresentata da Tommaso, il «Gemello». Giacché il secondo periodo postatlantico fu il periodo dei Gemelli. Le sue parole, altrimenti pienamente insensate, testimoniano, che il secondo periodo postatlantico è pronto ad esser risvegliato dal Christo. Ciò che come germe di civiltà è vissuto nell’antica epoca persiana, non è morto. Non si tratta del risveglio di un morto, bensì dell’Iniziazione di un vivente. Questa è la grande differenza tra il racconto di questo risveglio e quello degli altri due. Perciò il Christo Gesù dice: «Io sono la Resurrezione e la Vita; chi crede in me, anche se morisse, vivrà».

E il Christo Gesù viene alla tomba, nella quale è stato deposto Lazzaro ritenuto morto, e dice di fronte a tutto il popolo le parole sacramentali: «Lazzaro, vieni fuori!» – e il defunto venne fuori con le mani e i pieni cinti dai panni mortuari, e il volto ricoperto da un sudario. E il Christo Gesù pronuncia le parole, che per così dire alludono al fatto che da quel momento in poi questo Iniziato comincerà ad operare: «Scioglietelo, e lasciatelo andare!».

Egli non è un fanciullo, come il fanciullo di Nain, egli è un uomo nel pieno possesso delle sue forze spirituali. E il risvegliato Lazzaro diviene lo scrittore del Vangelo di Giovanni. Egli è colui che sta presso la croce, e al quale dalla croce il Christo Gesù, indicando la Madre Maria-Sophia, dice: «Vedi, questa è tua Madre!». Così viene ancora una volta rivelato il suo peculiare rapporto sostitutivo rispetto all’Io di Zarathustra, il quale in quanto bambino Gesù salomonico era stato realmente generato da questa Madre.

Con questa forza in sé, egli può agire già prima della sesta epoca postatlantica», già nella quinta epoca di civiltà egli prepara la sesta, quella che dovrà mostrare la più profonda comprensione dell’Impulso-Christo, quella che comprenderà meglio il Vangelo di Giovanni».

Da tutto quanto sopra riportato è possibile vedere, come Rudolf Steiner affermi apertamente l’appartenenza dell’autore del Vangelo di Giovanni alla stirpe cainita, la sua identità con Hiram, l’architetto che edificò il Tempio di Gerusalemme, la sua identità con Christian Rosenkreutz, fondatore della corrente rosicruciana: della moderna novella Iniziazione. Questa identificazione sarà una delle conoscenze più delicate trasmesse e coltivate all’interno della Mystica Aeterna, ossia della Seconda e Terza Classe della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner. Questo dato inciderà, come avremo modo di constatare, in maniera decisiva sull’esame e sulle conclusioni che il lettore potrà trarre dalla lettura dell’opera di Orao.

Queste sono le primissime osservazioni che è possibile fare sullo scritto di Orao, pubblicato da Tilopa, e intitolato Resurrezione. Ma sarà necessario, nella seconda parte di questo articolo, andare molto più a fondo nello studio delle affermazioni che troviamo nel suddetto libro, mettendole ogni volta a confronto con quanto dice Rudolf Steiner, per trarne conclusioni conoscitivamente valide e giustificate: coerenti col metodo iniziatico e i risultati dell’indagine spirituale della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. Anzi, nel proseguo di questo studio dovranno essere affrontati – sempre con sguardo obbiettivo e imparziale – punti davvero cruciali: ancora più importanti e decisivi di quelli che abbiamo esaminati sinora.

  

AUREO CALORE ILLUMINA L’ALTARE

 AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI M Baron Arild Rosenkrantz images

LA NUBE DEL MENTIRE.

PROFONDE VOLIZIONI CORPOREE IN CUI LA VANITA’ E’ LEGGE.

ENERGIE ADDENSANTI CHE SGUAZZANO NEL CENTRO DEI CERVELLI.

TEMPESTE VOLITIVE CHE IMPRIMONO IL MENTIRE

E LO ADORANO FAMELICHE.

SONO I DERELITTI DELL’INCUPIRE DISCETTANDO.

AMANO LA BESTIA  IN QUANTO NE CONDIVIDONO IL MORIRE DETURPANDO.

DISCETTANO SU TUTTO MA TEMONO IL VALORE IN CUI SOLO LA VERITA’ RESPIRA.

DISCETTANO SU TUTTO MA

– DOMINATI –

EVITANO ACCURATAMENTE IL VERO ED IL SUO CELESTE MANTO DI BELTA’.

SONO I VOLTI ACCULTURATI DELLA BESTIA.

FRA IL TURBINARE DI ENERGIE IN CUI IL MENTALE RESPINGE E COMPRIME

OTTENGONO RECITE PLAUSIBILI DI UNA SAGGEZZA CHE E’ FURORE LACERANTE E DISTRUTTIVO.

TESISSIMO TURGORE DI ENERGIE CHE RIGETTANO IL SOLARE.

 

MA NELL’ATTIMO CHE LI FOLGORA :  VERITA’ SI CREA.

 

IMMATERIALE LIEVISSIMA POTENZA DEL RICORDO OTTIENE LA SUA LUCE

E IMPRIME LE RETTE CONNESSIONI.

LUCE SOTTILISSIMA DELL’INSEGUIRE I LAMPI DEL RICORDO CHE INSISTE NEL PROPRIO CONTEMPLARE. 

VOLONTA’ IMMESSA NELL’ATTO DELLA SINTESI INSEGUITA OTTIENE L’OPERARE DELL’UNICO VALORE :

FUOCO DEL VERO E SUA NORMA.

E SUA ORMA.

E SUA LAMA.

– E’ SANARE –

E L’IMPATTO DIVENTA DI LUCE.

IL MENTIRE NEGANTE SI LACERA AL TOCCO DI CIO’ CHE LO SCIOGLIE.

SI RIAFFERMA IL CONNETTERE AUREO.

RISORGE ARMONIA.

LINEAMENTI CELESTI CANCELLANO IL DEFORME.

SILENZIO NE SORGE.

SILENZIO IN CUI INAUDIBILE ARMONIA REIMPRIME LE FORME DEL CELESTE.

LE FORZE FORMANTI CHE ATTINGONO IN SOLE.

VI E’ LUCE E SILENZIO.

AUREITA’ IN CUI DEVOZIONE RESPIRA.

TENUISSIMA LAMA DI FOLGORE ECCELSA.

OVE IL FERREO VALORE SI TRAE DEL PIU’ IMPOSSIBILE IRROMPERE DELL’AUREO CALORE.

IMPOSSIBILE ATTO CHE AL CONNETTERE LOGICO PUO’ CONCEDERE  ARMI.

MENTRE SI ILLUMINA L’ALTARE.

MENTRE LA LUCE DELLE ALTEZZE SCROSTA E CONSUMA L’ENORME ADDENSARE.

RESTRINGENDO IL CAMPO DELLE CALCAREE ENERGIE.

UN CAMPO DI ANIME PERSE IN CUI POTENZE DEL GELO ATTRAVERSANO OTTUSE OPINIONI

VIVACIZZANDO NELLA FEDE INVERSA CIO’ CHE NON PUO’ ESSERE PENSATO

POICHE’ E’ SOLO EUFORIA DEL MALE PROMANATO

CHE INSEGUE QUALI BRAME IL PROPRIO DEFORMARE.

PERFIDI SINGHIOZZI DI ENERGIE PERCORRONO LE CARNI CEREBRALI

INTENTI A SOMMERGERE DI FORZE DEVASTANTI

IL RAZIOCINIO ILLOGICO DEI CONTAMINATI.

PICCOLE PERSONE IL CUI ACUME E’ PERSO NEI FLUSSI DI ISTERIA VOLTA AL MALIGNO.

COSTORO PERCORRONO LA VITA IMMERSI NEL FURORE ESISTENZIALE IN CUI OGNI BENE E’ ODIATO.

E IN CUI LA MERAVIGLIA

– CHE E’ AMORE PER IL BENE DISVELATO-

RISULTA SPENTA E OCCULTAMENTE MALEDETTA.

MA TALE FLUSSO DI ENERGIE SI DISPERDE E TREMA

DINANZI ALL’ESSENZA DI ARMONIA VIVENTE

CHE ARDE FRA LE VETTE LOGICHE

IN CUI IL PENSARE CONTEMPLA IL PROPRIO UNIRE GLI ATTIMI SINTETICI DELL’INTELLIGENZA.

SONO LE FOLGORI DEL VERO CHE LONTANISSIME

– IN IDEA –

ATTINGONO FRA LE POTENZE UNITIVE DEL PROPRIO CONCEPIRE.

TREMANO LE BASI DEL MENTIRE

POICHE’ IL COMPRIMERE ENERGIE SVELA LA PROPRIA ASSURDITA’

DINANZI AL PENSARE CHE PERCORRE I SENTIERI DEL PROPRIO VOLUTO RICORDARE.

METEORA DELL’ARCANGELO.

ATTI DI ARMONIA MEDIANTE INNALZAMENTO DELL’ACUME.

E MASSIMA RAREFATTA SOTTILISSIMA :

L’ANIMA RIACCENDE IL SUO CREARE

OVE L’IDEA INTENSISSIMA PERMETTE IL SUO RISORGERE.

LAMPO DI MIKELE CHE ILLUMINA L’ALTARE.

MENTRE IL FUTURO SUBISCE IMPREVISTE ORME CELESTI DEL SANARE.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

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L’ARCHETIPO-OTTOBRE 2019

Anno XXIV n. 10
Ottobre 2019

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San-Francesco-1

In questo numero:

CRISTO SALVEZZA DELL’UOMO

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L’iniziativa dell’artista Mara Maccari è un bel tentativo di aprire un fiore d’Arte e Conoscenza in un tempo e in un panorama troppo avvolto da nebbie scure. Insomma essa accende una luce che non dovrebbe venir perduta e (sappiamo che) non andrà perduta. Le attività rivolte allo Spirito entrano benefiche nel mare animico in cui tutti ci troviamo e tutti ne beneficiamo poiché non sono limitate da spazio e tempo ma irraggiano con forza. Medicine quanto mai necessarie.

Ecoantroposophia

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SOLITUDINE (di Rastignac)

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Maestro Eckhart nacque in Turingia, all’incirca nel 1260. Entrò giovane in un monastero domenicano.

Fu prima studente e poi insegnante a Parigi, successivamente a Strasburgo e a Colonia.

A Colonia fu accusato di di una serie di proposizioni ereticali. Prima che il processo fosse concluso, morì. Era l’anno 1327.

La riscoperta delle sue opere è piuttosto recente: esse furono pubblicate in Germania a partire dal 1936.

L’accusa a suo carico fu l’accostamento alla dottrina dei Begardi (l’anima intellettiva è una e non si moltiplica con i singoli uomini, la natura di essa è beata e quando ci si unisce a essa si è impeccabili e ben al di sopra delle istituzioni ecclesiastiche) che formarono gruppi gnostici segreti, detti “Fratelli e sorelle del libero spirito”. Alcuni suppongono che la simbologia del movimento sia stata presente nelle pitture di Hyeronimus Bosch.

SOLITUDINE

Ho meditato molti scritti di maestri pagani e di profeti dell’antico e del nuovo Testamento e ho ricercato con attenzione e premura quale sia la virtù migliore e più alta, la virtù per la quale l’uomo riesce più intensamente a rendersi simile a Dio e a rendersi di nuovo il più possibile uguale al tipo originario che era in Dio, quando tra Dio e lui non vi era differenza alcuna, fino a quando cioè Dio creò.

E se io esamino tutto ciò che è stato scritto su questo argomento, per quanto lontano io possa arrivare con tutte le attestazioni e il giudizio della ragione, non trovo nessun’altra virtù che sia come la solitudine, pura e lontana da ogni creato e creatura.

In questo senso il Signore dice a Marta: “Una cosa sola è necessaria”, volendo significare: chi vuole rendersi imperturbabile e puro deve volere una cosa sola: la solitudine.

 

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2019

MEDITAZIONI PER GIOVANNI COLAZZA (di Rastignac)

Rudolf Steiner copertina Meditazioni Colazza copia

Quasi tutti conoscono il rimprovero di Alessandro ad Aristotele e la risposta di Aristotele ad Alessandro che risuona attraverso i secoli e i millenni.

Essenzialmente vera anche ai giorni nostri: “Non angustiarti, il segreto si difende da sé”.

(Poi non so se queste furono le parole e anche se furono dette per davvero: non ero presente da quelle parti, credo).

Ora, mutati i tempi, molto è stato rivelato…anche se il senso della frase di Aristotele si è, come molte altre cose, assai più interiorizzato.

Perciò passo a Eco una pagina piuttosto delicata ma che è rintracciabile nella grande opera del Lascito di Rudolf Steiner.

Possiede essa una caratteristica particolare: le indicazioni meditative che leggerete sono in lingua italiana.

 

ZUR STÄRKUNG DER LEBENSKRÄFTE

Es erfülle mir Herz und Seele

Friede Ruhe  

Ruhe Kraft    

Kraft Hoffnung  ♂︎ 

Die Figuren nach den Worten vorstellen

(Dieses so oft als Sie dessen sich bedürftig fühlen.)

_____

PER IL RAFFORZAMENTO DELLE FORZE VITALI

Mi riempia il cuore e l’anima 

Pace Calma  

Calma Forza  

Forza Speranza  ♂︎

Rappresentarsi le figure dopo le parole

(Far questo esercizio tante volte quanto se ne sente il bisogno.)

Für Giovanni Colazza. ca. 1910

Da GA 268 p. 147.

*

Michael!

Prestami la tua spada

Affinchè io sia armato

Per vincere il drago in me.

Empimi della tua forza

Affinche io sgomini

Gli spiriti che vogliono paralizzarmi.

Agisci dunque in me

In modo tale che risplenda la luce

del mio io e possa cosi esser condotto

A quelle azioni degne di te.

Michael!

Für Giovanni Colazza ca. 1910

Da GA 268 p. 40.

(Rastignac)

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2019

Anno XXIV n. 8

Agosto 2019

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