LA PITTURA DI MARINA SAGRAMORA

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autoritratto

LA PITTURA DI MARINA SAGRAMORA

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Nella pittura trasfigurativa di Marina Sagramora la natura e il mondo sono stimolo, con promontori, valli, picchi da conquistare. Mai separati dal loro cielo.

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(Cammino evolutivo)

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(Più in alto)

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Il sole nutre e la luce della luna illumina la notte coprendo col suo manto argenteo i semi dell’anima che prosegue il suo viaggio, ferma e forte, irriducibile verso la meta;

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(Plenilunio)

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che prende soste, dialoga interiormente con lo spirito della natura, pone domande e riceve intime risposte.

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(La Risposta)

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L’io, sempre protagonista, e’ soggetto vivo. Lo stesso osservatore si trova a impersonarlo, mentre i paesaggi, i colori, gli incontri, divengono la sua scena, la sua realta’.

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(Raggiungersi)

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Un’anima in cammino, lungo un sentiero determinato, in compagnia del lume delicato del suo Io che si fa sempre piu’ forte e luminoso.

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(Il Guardiano del Regno)

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Il lume che svela la trama della maya e libera lo spazio e il tempo agli occhi dell’anima.

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(Coscienza della luce)

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Occhi che cosi’ possono individuare la via, abbracciando liberi tutto il tempo passato e futuro, ogni spazio interiore ed esteriore…..

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(La celeste)

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( Concentrazione)

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Quel che sembra un mondo onirico parallelo, irreale nell’ingenuita’dell’anima, si rivela essere – nella contemplazione e nella preghiera, nel dolore e nel silenzio, nella determinazione fedele dell’impulso originario che conduce ogni cuore – il fulcro del vivere: cio’ che alla vita si deve riunire; ossia una coscienza del vero battito, del reale sentire; tutto cio’ nella realizzazione di quell’animadversio, risalita alla sorgente, che consente di farsi nutrire e ricreare dalla comprensione del segreto della terra: dal Mistero del Golgotha, la meta sacra interiore di cui ogni uomo sente forte l’anelito del ricongiungimento.

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(La cascata)

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La redenzione dell' Uomo

(La Redenzione dell’ Uomo)

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(Pensare liberato)

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La pittura della Sagramora e’ un sacro dialogo continuo con la Sophia, la madre che si sceglie di portare alla luce da quell’esilio in cui fu relegata.

Ogni quadro di questa delicata, fine artista e’ atto fedele ed esperienza sentita del ritorno di colei che conduce al fiorire della vera Vita.

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(La Percezione Pura)

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(Orchidea)

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www.marinasagramora.it

GIORDANO BRUNO, IL GUERRIERO DELL’IO (di F. Giovi)

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Dalla sua morte sul rogo, a Roma, in Campo dei Fiori, l’altera figura di Giordano Bruno, che in nome della libertà respinge con il sacrificio supremo ogni compromissione, ha generato nei secoli – quasi che le fiamme del suo supplizio e impregnate dalla sua essenza si fossero riaccese di continuo nei petti umani – l’ideale riferimento per i singoli o i gruppi di pensatori che in ogni tempo successivo hanno tentato di dare al mondo idee nuove, perciò indipendenti dalla oppressione dei precedenti modelli: quelli che immancabilmente divengono poi i tiranni della società che ad essi deve conformarsi.

Ancora oggi chi ha sentito il nome di Bruno lo associa ad un individuo che seppe resistere a testa alta davanti all’ottusa potenza del potere costituito, sia esso secolare, ideale o religioso. Quasi nessuno conosce la sua opera e sa di quanto possiamo essergli debitori quando prendiamo consapevolezza dell’ultimo nato in casa nostra: l’Io. È difficile rendersi conto del contributo di Giordano Bruno nello sviluppo dell’autocoscienza. Del resto è incredibile la cecità degli uomini verso quello che credono di possedere come un semplice dato di fatto: sono malauguratamente troppi coloro i quali, nei confronti della coscienza desta e pensante, hanno la medesima impressione di chi, vedendo un vaso di pregiata fattura, pensasse ad esso come un capriccioso e casuale prodotto di forze naturali. Del resto la banalità che oggigiorno si stima essere in ogni cosa è il prodotto del pensiero banale, ossia del pensiero monco: il pensiero che collassa prima di pensare a fondo le cose e con ciò superando la parvenza di esse.

Ma torniamo a Bruno: il fatto importante della sua vita e della nostra evoluzione è stato lo spezzare i rigidi limiti della volta celeste, infranta la quale ciò che va concepito è l’infinità.

Oltre un secolo prima, già Nicolò Cusano aveva embrionalmente esposto questo terrificante concetto, ma a farlo valere con forza dirompente fu Bruno.

Secondo la concezione tolemaica (che spiritualmente vale ancora e che il sottoscritto ama con passione), il cosmo è formato da sette sfere planetarie e racchiuso dalle stelle fisse, dietro le quali va pensata la Divinità quale motore dell’universo.

In questa concezione il “cielo cristallino” chiude da fuori l’universo.

Il pensiero di spazio di Giordano Bruno si lanciò nella vertigine dell’Infinito-Illimitato. E ciò lo spinse a immaginare mondi molteplici, soli remotissimi, altri sistemi planetari.

Con la cosiddetta “rivoluzione copernicana” la Terra aveva già perduto la posizione centrale, fissa, intorno alla quale orbitava l’intero cosmo: Bruno radicalizzò la visione di Copernico estendendo anche al Sole un ruolo di stella tra altre innumerevoli stelle. Questa totale mancanza di centralità divenne, dai secoli seguenti ad oggi, un contenuto di coscienza.

Non si ha, di solito, contezza del substrato di smarrimento e terrore che si accompagnò a questa dissoluzione di limiti e certezze nell’abisso dell’infinità fisica.

I grandi come Copernico e Keplero furono rivoluzionari, ma per essi era ancora un presupposto indiscutibile il sistema planetario inteso come un’organica unità cosmica, un intero definito. Anzi, Keplero contestò“la fantasticheria sull’infinito” e confessò di provare un tenebroso brivido «al solo pensiero di trovarsi errante in uno smisurato Tutto al quale fossero contestati i confini».

In queste parole confessate dal poeta Arturo Onofri troviamo con chiarezza il sentimento di ogni uomo nei confronti della “perdita del centro”:

…Un tragico silenzio

ottunde la stanchezza che mi duole…

un mutismo irreale, antecedente

alla natività dei mondi,

scava abissi impossibili, i cui fondi

precipitosi, intimano alla mente

un nulla smisurato.

Nei tempi remoti, Terra e uomo, in quanto creazione e mèta degli Dei, furono in assoluto al centro dell’universo, mentre intorno ad essi, quale periferia, si intrecciavano le gesta delle potenze universali. Occorre davvero rievocare nel pensiero e nel sentimento l’antica visione del cosmo per immergersi in essa, averne sensazione. Solo cosí avremo un barlume di quello che abbiamo perduto e cosí potremo anche prendere consapevolezza di quello che abbiamo conquistato.

Il tradizionalismo si è volto all’antico ma, irrigidendosi in ciò, esso ha rifiutato senza condizioni l’arido e detestabile mondo moderno: questo atteggiamento può essere comprensibile ma zoppica nella logica: infatti, a penetrarlo troviamo che esso è soprattutto romanticismo elevato a potenza.

E pigrizia: poiché le anime si sdraiano nella confortante luce degli splendidi tesori delle compiute spiritualità, ma non osano avventurarsi nel mistero del presente, ove la concezione promossa dalle forze propulsive di cui Bruno fu veicolo ci ha guidato al desto sguardo sensibile che si specchia in un mondo privo di Dei, in un cosmo fisico infinito.

Il problema – per molte anime la tragedia – si potrebbe racchiudere in una “semplice” domanda: a cosa può servirci un mondo spoglio e arido, un infinito senza un centro di valore?

Il mondo senza Dei e senza Spiriti è il mondo che può essere visto e contemplato con sguardo sveglio, netto e obiettivo: è il mondo in cui l’uomo può porsi sul primo gradino della destità non condizionato dallo Spirito universale, perciò in piena libertà individuale. In tale mondo senza centro, senza sostegno, l’uomo può essere lui stesso il centro del cosmo, purché intuisca che a ciò è stato eletto: a reggersi su se stesso.

Magari rendendosi conto che gli spiritualismi e gli idealismi appartengono alle certezze del passato: ora divenute le comode grucce per chi non sa stare in piedi.

Tant’è che attraverso la concezione matematica dell’idea dell’infinito, divenuta un mezzo di sperimentazione spirituale, Giordano Bruno giunse alla dottrina delle monadi, le quali costituiscono l’uomo e ogni altro fenomeno: attraverso le monadi che stanno alla base di tutti gli esseri, il divino è attivo e presente all’interno di ogni evento e non supporta da fuori l’esistenza del cosmo, come nella concezione aristotelica: il Deus ex machina.

Secondo quanto scrive il Dottore nel suo libro L’evoluzione della filosofia dai presocratici ai postkantiani, la dottrina delle monadi di Giordano Bruno è il riflesso della lotta combattuta dall’Io per la sua esistenza nell’epoca moderna. Quello che traspare di questa lotta è esprimibile con questa frase: Io sono una monade e una monade è increata e imperitura.

È da questo punto realizzato che, come ancora Onofri ci rivela nei suoi versi, possiamo contemplare a nuovo le sfere celesti, la nuova conoscenza dell’universo:

O musica di limpidi pianeti

che nel sangue dell’Io sdemoniato

articoli i tuoi cosmici segreti:

nella tua chiarità, che ci riscatta

dalla tenebra morta del passato,

la densità ritorna rarefatta.

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Franco Giovi

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per gentile concessione de http://www.larchetipo.com/2014/set14/

L’EROISMO DELLA CONCENTRAZIONE E L’ASCETA

Massimo Scaligero

L’Ascesi del Pensiero – lo abbiamo detto e ripetuto sino a non avere più né fiato né parole – è una Via eroica. Lo è perché essa va in rotta di collisione con il millenario dominio che la natura inferiore, afferrata e mossa da deità avverse, esercita da millenni, in maniera incontrastata, sull’uomo. La Via del Pensiero va in rotta di collisione anche nei confronti di tutta una tradizione antica, orientale e occidentale, che all’uomo attuale, caduto definitivamente nella prigionia somatica, difficilmente oggi può essere d’un qualche aiuto.

Non che in testi sacri, come i Veda, le Upanishad, la Bhagavadgita, o nei testi del Buddhismo Theravada, o Mahayana, o Vajrayana, o nel Taoismo, non vi siano profonde verità di valore eterno, ma l’uomo attuale – ossia l’uomo cerebrale, intellettualizzato, e in definitiva “intelligentemente” animale – ne è tagliato fuori, e allo stato attuale delle cose non può granché giovarsene. La ragione di ciò la mette bene in evidenza, senza minimamente edulcorarla, Massimo Scaligero già nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, là dove dice:

«Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti. Onde se all’uomo venisse oggi comunicato il segreto dell’essere, gli sarebbe inutile, perché non saprebbe pensarlo: potrebbe pensarlo solo a condizione di ridurlo a quella riflessità, o astrattezza, al cui livello non è possibile si dia qualcosa dell’essere».

Difficilmente – per non dire che è affatto impossibile – l’uomo attuale, cosciente unicamente a livello del mentale astratto – unica dimensione nella quale può muovere liberamente, e illusoriamente, il suo pensiero morto – per fare solo qualche esempio, può penetrare testi, di mirabile bellezza e profondità, della tradizione hindù come la Brihadaranyakopanishad di Yajñavalkya, o il Drigdrishyaviveka del grandissimo Shankara, o della tradizione buddhista mahayana come il Prajñaparamitahridayasutra o Sutra del Cuore, o il Vajracheddikasutra, o Sutra del Tagliatore di Diamanti, che l’orientalista Raniero Gnoli (grande amico di Massimo Scaligero) traduce anche come La Fenditrice del Fulmine, perché il pensiero astratto, riflesso, non può penetrare minimamente realtà come il Brahman, dell’Induismo, o la Shunyata, ossia la Vacuità, del Buddhismo Mahayana.

L’uomo attuale, innamorato della tradizione orientale, non si rende affatto conto ch’egli pensa concetti metafisici come il Brahman, o la Vacuità, o il Tao, esattamente con lo stesso pensare riflesso, astratto e disanimato col quale egli pensa una sedia o una forchetta. Ei non muta certo di livello solo perché invece di pensare la prosaica ma utilissima forchetta, pensa invece eccelse realtà metafisiche. Ma l’uomo attuale, ingannato dall’infida natura alla quale è identificato, difficilmente si rende conto e si arrende ad una tale evidenza.

E lo stesso vale per la tradizione di sapienza del nostro Occidente. Giusto per fare solo qualche esempio, chi è che possa, oggi, fare l’esperienza del sovrasensibile Mondo delle Idee del quale parlava Platone, o di quella unione tra l’Intelletto possibile e l’Intelletto agente della quale parlava Aristotele, e che nel nostro Medioevo venne cantato con lirici accenti d’Amore da Guido Cavalcanti, da Dante Alighieri e da tutti i Fedeli d’Amore? Chi è che possa – ripeto: oggi – avere concreta esperienza interiore delle realtà che stanno dietro ai miti dell’antica tradizione misterica, o dei testi della tradizione ermetico-alchemica, o di quella rosicruciana?

Bando alle sentimentali, mistiche e poetiche illusioni, e guardiamo coraggiosamente in faccia la cruda realtà. La situazione conoscitiva dell’uomo attuale è tragica, e a nulla vale evitare di guardarla: non farebbe che peggiorare la sua situazione, sino a renderla irrecuperabile. Innumerevoli volte Massimo Scaligero ripete, nella sua aurea opera, come l’attuale pensare cerebrale sia ormai anemico, disanimato, astratto, riflesso, senza interiore realtà, e capace solo di cogliere ombre menzognere e non autentiche realtà. E meno che meno la realtà spirituale. In effetti, l’uomo, tramortito nella sua identificazione con la natura somatica è sì cosciente del pensato, ossia dell’oggetto del pensiero, ma è del tutto incosciente dell’atto stesso del pensare. Ossia egli è cosciente del mero effetto di una causa a lui perfettamente ignota. E questo – con buona pace della superstizione psicanalitica – è l’unico inconscio del quale sia lecito parlare. L’essere umano, dunque, è sì cosciente (spesso poco anche questo…) del fatto, ossia del pensato disanimato, ma non è punto cosciente dell’atto del pensare: la sua è una conoscenza monca, tagliata fuori dalla sostanza della vita che potrebbe conoscere s’egli fosse cosciente dell’atto pensante stesso. Ossia annientando l’inconscio. Ed è quanto afferma, sempre nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, Massimo Scaligero:

«Conoscendo solo il pensato, l’uomo veramente non può dire di conoscere: in realtà non ha il conoscere, ma il conosciuto, privo del momento interiore per virtù del quale è conoscenza. Il pensiero deve prima venir pensato, cadere nella riflessità, per essere da lui conosciuto. Ma, conosciuto, cessa di essere conoscenza».

E questo ci porta direttamente al punto di uscita dalla ferrea prigione della riflessità, che ci reclude nella natura somatica e animale. Perché non si diviene coscienti dell’atto del pensare, aggiungendo ai pensati altri pensieri, bensì attraverso la pratica interiore, ossia attraverso la Concentrazione. E, sempre Massimo Scaligero così scrive nel seconda di copertina interna dell’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Sansoni, Firenze, 1959, in quella che, a mio avviso, è una delle più belle – veramente mirabile – sintesi della Via del pensiero:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’Uomo. Viene indicata una «via spirituale» che mentre è di là delle tradizioni, attinge ad un segreto e imperituro insegnamento,: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’Occidente. La Luce sorge ormai dall’Occidente per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza sovrasensibile descritta in questo volume, già contiene in sé quanto di essenziale agì nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen, nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere solo dallo svincolamento del moderno pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo del «soprannaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

Ciò mostra come le luminose esperienze interiori dell’Oriente – così come quelle dell’autentico Occidente interiore – non sono perse se non per l’astratto pensiero riflesso, ma che esse risorgono nuovamente per l’asceta che realizzi la resurrezione del Pensiero Vivente dalla tomba della conoscenza morta. Ovvero che compia il Rito della Concentrazione.

Nell’Ascesi del Pensiero si compiono atti di pensiero, e si ripetono volitivamente tali atti sino a che la corrente della volontà non fluisca potente nell’atto stesso. Normalmente non si è coscienti di tale atto genetico del pensare – senza il quale non esisterebbe neppure il pur pallido pensato – perché troppo debole, sfrangiata, anemica, allentata è la volontà nel pensare. E non lo è, perché la volontà è letteralmente “sbracata” – a Roma direbbero “abbioccata” – e affogata nella corporea vitalità animale.

Per questo la pratica della Concentrazione è un Ascesi eroica: perché essa deve lottare tenacemente, senza veruna misericordia, contro una natura animale, nei confronti della quale è imperioso e vitale strappare la volontà, che vi è identificata in un comatoso stato di tramortimento. Ma se una tale Ascesi è eroica, ciò non significa affatto che eroico sia automaticamente anche l’asceta. Anzi all’inizio della Via – diamo nuovamente bando a pericolose illusioni – egli non lo è per niente, e semmai dovrà diventarlo strada facendo. Ma, come usa dire, «regnum regnare docet», «il regno insegna al regnante il regnare», ossia le cose le si apprendono realmente, solo «facendole», ovvero operando concretamente: smuovendo la volontà, praticando e non filosofando.

Ora, lottare contro una natura inferiore, astuta e, da molti millenni, dominatrice, non è cosa semplice, né indolore. Ciò implica una pratica indefessa, ininterrotta, tenace, fedele, che si protrae , anche se non lo si avverte, sui tempi lunghissimi: per mesi, anni, decenni, per tutta la vita. Giovanni Colazza, nelle sue conferenze al Gruppo Novalis, nell’inverno 1944-1945, sul libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner, osserva che il discepolo deve giungere ad «amare» di per se stessa, senza aspettative egoiche, la disciplina interiore, e perdere un po’ il senso del tempo che passa. Il quale, davvero, non passa invano.

Ogni giornata della pratica interiore deve essere considerata come l’unica a disposizione per la interiore pratica realizzatrice. Ed ogni singolo esercizio di Concentrazione deve essere considerato come unico: come quello che, se ad esso doniamo l’interezza della nostra forza interiore, ci può portare alla concreta esperienza spirituale. Massimo Scaligero più volte ha esplicitamente affermato che non sono particolari esercizi, aristocratici e complicati, quelli che possono portarci all’Iniziazione, ma l’esercizio – magari quello meno accetto e più faticoso e avversato per la nostra natura, ossia la Concentrazione – nel quale, malgrado ogni ostacolo, si sia capaci di mobilitare e metere in atto tutta intera la nostra forza di volontà.

A suscitare la volontà dell’intrapresa della pratica della Concentrazione, la migliore spinta, l’impulso più radicale e potente è – come abbiamo detto altrove – è la disperazione. L’agire «senza speranza né timore» è, per usare un linguaggio “geometrico”, una condizione assolutamente necessaria, ma di per sé potrebbe – anche se in realtà lo dovrebbenon rivelarsi sufficiente. Perché è difficile tener dèsta questa lucida disperazione, contro la quale giuoca contro la lunghezza della lotta, senza tempi umanamente prevedibili, e giuocano pure i ripetuti periodi di aridità interiore e, più che la stanchezza, la routine, e le abitudini.

Massimo Scaligero definiva le abitudini le rughe dell’anima. Routine e abitudini appannano la vivezza della memoria interiore, e fatalmente sfrangiano e allentano la tensione della volontà. Un aiuto sono le prove della vita, le situazioni di pericolo nelle quali può accadere di incorrere nel procedere del cammino interiore. Ciò è pacifico, per non dire addirittura scontato. Ma data l’imprevedibilità del darsi di prove e colpi del destino – ancorché paradossalmente auspicabili per il discepolo dell’Iniziazione – è bene trovare dentro di sé, e non fuori di sé, un antidoto efficace allo smarrimento della memoria del còmpito interiore, liberamente assunto nei momenti di lucida e intensa disperazione.

Un tale antidoto è l’operare nell’Ascesi in uno stato di mobilitazione permanente: un lottare senza tregua. Si tratta, sostanzialmente, di non accontentarsi mai, ma di esigere gradualmente sempre di più dalla propria volontà. Sino ad un incalzare la natura inferiore, e cercare di andare oltre quel limite che un tempo ci fermava, e cercare di superarlo.

Ciò, naturalmente, costa sforzo, e molta fatica. Alfredo Rubino – il quale, oltre che un discepolo veramente fedele di Massimo Scaligero, fu anche un autentico praticante interiore, ingiustamente calunniato proprio da coloro che meno avrebbero dovuto – soleva dire, che l’Ascesi è vera quando la natura inferiore comincia a gemere e a dissolversi sotto l’imperiosa pressione dello Spirito, e che l’esercizio interiore comincia ad essere veramente efficace, proprio quando in noi la natura inferiore astutamente suggerirebbe di cessarlo, perché «hai fatto abbastanza».

Sempre Alfredo Rubino metteva in evidenza come, nella Via interiore, «rimanere fermi è andare indietro», e come sia necessario chiedere sempre di più alla nostra volontà ascetica: saviamente e gradualmente, ma anche coraggiosamente ogni volta fare un po’ di più. Sino ad osare in particolari momenti – adeguatamente preparati – il tutto per tutto.

Per fare un paragone, un nuotatore che in un fiume impetuoso non lotti nuotando contro la corrente, da essa viene portato indietro. Già per rimanere immobili in un punto della corrente occorre nuotare energicamente. Se, poi, si vuole addirittura risalire la corrente è necessario nuotare ancor più energicamente, o – secondo un’immagine Zen, cara a Massimo Scaligero – essere capaci del “salto del carpione”, di un guizzo col quale si vada oltre se stessi, e i propri illusori, ma ben costringenti, limiti.

Questo osare l’inosabile, questo incalzare senza tregua la riottosa e recalcitrante natura, questo interiore lottare senza tregua, questo mantenere la volontà in costante, permanente mobilitazione, è – a mio avviso – ciò che mantiene viva la lucida e dinamica disperazione. A sua volta, la radicale lucida disperazione impedisce il cadere nella routine, nella spenta abitudine, e avviva l’ardore della volontà.

Senza questo ardore e questa disperazione l’Ascesi, oggi, in un mondo che velocemente erode le forze interiori, va poco lontano. Occorre nei confronti della Concentrazione – mi si passi l’ossìmoro – essere freddamente ardenti e ardentemente gelidi: occorre innamorarsi della Concentrazione, e farla, ripetendola instancabilmente. Occorre non porsi limiti nella pratica della Concentrazione, e voler gradualmente superare i limiti – che sono i limiti della natura personale – nel praticarla: sia di tempo nell’esecuzione che di frequenza di essa.

Nessuno è veramente “eroe” all’inizio di questo arduo Sentiero, ma tutti – se vogliono, se “disperatamente” vogliono – possono diventarlo lungo questo impervio cammino. Gli Dèi rispondono ai coraggiosi, ai disperati, ai consacrati. Che poi sono – o strada facendo lo diventano – le stesse persone. Poiché non vi è limite che non possa essere superato, non vi è limite che non sia limite di pensiero e del quale non possa essere immaginatolo svincolamento e voluto il superamento. Occorre volere, intensamente volere, volere oltre ogni limite raggiunto, perché si può volere – come mi insegnò Massimo Scaligero – anche oltre i limiti del karma. E la Concentrazione è il veicolo aureo di tale audace, anzi temerario, volere. Temerario perché il discepolo dell’Iniziazione non lotta contro complessi psicologici, o limiti ideologici et similia, ma contro avverse deità distruttive, che vogliono asservire l’uomo o distruggerlo.

Si dirà, forse, che diciamo sempre le stesse cose. Ciò è senz’altro vero, ma purtroppo è vero perché – per usare l’espressione sportiva di un caro amico, veterano della pratica interiore – «siamo sempre fermi ai blocchi di partenza», e si teme che l’Ascesi funzioni davvero – perché è verissimo che, se praticata con energia e sincerità, essa agisce potentemente – e si teme, vilissimamente, di dover essere quell’Io che trasformerebbe radicalmente la nostra vita e il nostro esistere. E poiché segretamente il praticante conosce essere la Concentrazione il veicolo più potente della volontà dell’Io, allora spesso essa viene fatta al risparmio, “rimandando” l’incontro, o lo scontro con il limite. Ci si tiene – prudentemente – al di qua del limite, e si evita di raggiungerlo. Il coraggio, l’eroismo dell’Ascesi è voler incontrare – costi quel che costi – tale limite nella Concentrazione, ed operare coraggiosamente, con tenace volontà consacrata, a superarlo. 

Mi raccontava il mio amico C., temibile lupaccio e asceta d’altra dottrina, che una persona di rango spirituale, molti anni fa, gli comunicava che oramai la maggior parte della gioventù (ma non solo quella…) «era nel miglior dei casi razionalista, ed aveva la volontà smarmellata» e che «una Via spirituale deve trasformare il discepolo in un miles spirituale», ed è giusto perché, mitriacamente, «vita est militia sacra super terram». Oggi vi è nel mondo una lotta per l’uomo o per la sua distruzione: una lotta che non consente di essere neutrali. L’eroismo è voler essere l’Io: è volere illimitatamente nella Concentrazione, consacrando la forza all’essere originario dell’Io.

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Secondo Giorno – P. 1

Copgenesi

IL SECONDO GIORNO

1. L’agire della Luce e della Tenebra

Un artista, che voglia iniziare un opera, pensa al suo compimento. Il suo sforzo è quello di condurre l’idea che porta in sé alla manifestazione esteriore attraverso tutti i gradi dello sviluppo. Così come all’artista la concezione evoca davanti all’anima l’opera compiuta, così per il poeta della Genesi l’immagine dell’uomo vive già nel primo pensiero creativo degli Elohim. Di gradino in gradino essa viene condotta, attraverso sempre nuovi impulsi, alla sua più eccelsa elevazione. Se nella Genesi viene dato un impulso, esso agisce ulteriormente, anche allorché ne sopraggiunge un altro. Esso non viene sostituito dall’intervento di uno nuovo, come potrebbe apparire a tutta prima, bensì il nuovo impulso coopera con tutto ciò che lo precede nel divenire evolutivo, fino a che l’intero coro degli impulsi divini non completa l’immagine dell’uomo. Così agiscono ulteriormente le forze del «Cielo» che agiscono verso l’esterno e quelle della «Terra» vivente nell’interno, le forze della «Luce» e quelle delle «Tenebre», che s’incontrano a partire da quelle polari e primordiali; agisce tohu va-bohu, agiscono l’Abisso tehom e il calore della cova aleggiante spiritualmente, operano il «Giorno»  e la «Notte», la  «Sera» e il «Mattino». E quando non solo si prende conoscenza di tutte queste forze polari, ma si tenta di sperimentare il loro contenuto interno, ad uno può sopraggiungere la sensazione di un pulsare vivente, che inizia nella prima Parola bereschith e che muove attraverso tutte le immagini dell’intera creazione, fino a sorgere nella manifestazione esteriore nel corpo umano creato come battito cardiaco. Ora, dopo che ha avuto luogo l’incontro del seme e dell’ovocellula nella forma descritta, il movimento delle code seminali è giunto gradualmente alla quiete, l’ovocellula sino ad ora mossa dall’esterno comincia a muoversi internamente. L’impalcatura fluidamente granulosa del nucleo cellulare comincia a solidificarsi in diversi punti e si forma un gomitolo di formazioni filiformi (vedi Fig. 5).

 

 

 

 

 

 

 

Figura 5: Scissione cellulare (mitosi). Da sinistra a destra: interfase (cellula quiescente), profase (inizio della scissione cellulare: ammorbidimento del nucleo cellulare, disposizione polare dei centrioli), anafase (migrazione dei cromosomi sui centrioli), telofase (formazione dei nuclei cellulari, restrizione del corpo cellulare), fase di ricostruzione ovverosia trapasso in una nuova interfase.

Queste diventano sempre più evidenti e presto riconoscibili all’occhio del ricercatore tramite il microscopio come filamenti singoli, denominati cromosomi, mentre la membrana del nucleo cellulare si dissolve gradualmente. In conseguenza di ciò, i cromosomi penetrano nel citoplasma e si diffondono proprio in esso. Nel frattempo è iniziata la formazione del cosiddetto fuso. Nel citoplasma dell’ovocellula vi sono ora due pallidi granellini puntiformi, circondati da una delicata corona di raggi. Essi derivano dallo spermatozoo che è penetrato al momento della fecondazione. I cosiddetti centrioli tendono ad allontanarsi l’uno dall’altro e si spostano in due direzioni opposte alla periferia del globo cellulare, ove poi si trovano l’uno di fronte all’altro come due poli. Essi devono ora essere considerati come due piccoli soli, i cui sottilissimi raggi di citoplasma si incontrano attraverso il piano che passa per il centro cellulare e producono nel complesso la forma di un fuso. I cromosomi si ordinano ora in questo piano, si scindono per la lunghezza e dopo un certo tempo le due metà tendono ad allontanarsi reciprocamente in direzione dei centrioli polarmente disposti. Contemporaneamente il corpo cellulare si allaccia in quel piano mediano, finché da una cellula non ne sono nate due. Poi si estinguono i raggi del fuso. Le metà cromosomiche si addensano di nuovo in un gomitolo, la loro struttura si dissolve sino alla completa irriconoscibilità e le loro sostanze formano ora i nuclei delle cellule figlie. I centrioli migrano al centro delle due cellule, si dividono e si dispongono ognuno come una minuscola stella doppia accanto al nucleo neoformato. In questo ora si raddoppia la sostanza cromosomica e dopo un certo periodo di riposo le cellule figlie possono di nuovo cominciare a dividersi. Queste ultime hanno quindi, al contrario dell’ovocellula, i loro propri centrioli; questi sono, quindi, anche i discendenti delle prime cellule derivanti dal materiale seminale. Perciò i centrioli in ogni cellula, quando presenti, sono i discendenti della sostanza maschile. Essi ordinano e rendono possibili, durante l’intera vita, le scissioni cellulari. – Con ciò viene descritta la prima suddivisione cellulare. Essa introduce l’evoluzione dell’embrione. E tutte le innumerevoli suddivisioni cellulari, che seguono questa prima, si compongono secondo le medesime leggi.

Seguiamo in maniera ancora più precisa la via degli spermium e dei loro discendenti, i centrioli. Dalla cerchia circostante arrivano sull’ovocellula due o tre milioni di spermatozoi, come vengono anche chiamati gli spermium, e dànno ad essa la forza di rotazione nella maniera descritta. (Incidentalmente: SHETTLES, nella sua ricerca, fa girare l’ovocellula altrettante volte quante la Terra gira attorno al suo asse in vent’anni, nel tempo dunque del quale l’uomo ha bisogno per passare dalla nascita al suo completo sviluppo). Uno spermium penetra ora attraverso la zona pellucida e s’inoltra nel corpo dell’ovocellula (un istantaneo notevole ispessimento della zona pellucida impedisce l’ingresso di ulteriori cellule seminali), nel quale la sua testa si gonfia e si separa dalla coda (vedi Tavola I in basso).  La testa si arrotonda e si espande a grandezza del nucleo dell’ovocellula femminile, dal quale ormai non può più essere differenziato morfologicamente. Il tratto di collegamento tra la testa dello spermium e la coda si chiama collo. In questa parte vi sono le ulne organiche del movimento della cellula. Dal lato più anteriore di questa parte del collo, dal cosiddetto disco di testa originano i centrioli. Col distacco della coda, pure il materiale dei centrioli si distacca, diventa sferico e si divide subito in due parti. Nascono così i centrioli. Questi migrano negli angoli dei nuclei cellulari maschile e femminile che si toccano, e che ora si fondono l’uno con l’altro. Con ciò è formato il primo zigoto e può iniziare la prima scissione (cellulare).

Le cellule seminali hanno stimolato dall’esterno il movimento dell’ovocellula. I centrioli, discendenti dalle cellule staminali, rendono possibili i processi di movimento all’interno dell’ovocellula. Ma di che tipo sono questi? I centrioli migrano in direzioni opposte, e quanto più si allontanano uno dall’altro, tanto più fortemente essi cominciano ad «irradiare»; intorno ad essi si forma, come già descritto, una corona a forma di sole di sottili raggi di plasma, la cosiddetta radianza polare. Ma tra di loro si forma uno spazio, delimitato e riempito dai loro raggi, il fuso (radianza polare e fuso sono due strutture del citoplasma un po’ diverse l’una dall’altra, che vengono provocate ambedue dai centrioli). Si scorge, dunque, che ai centrioli è inerente la medesima segnatura che noi chiamiamo ha-schamajim: essi anelano all’ambiente circostante e riflettono, verso il centro, un correlato di Luce. Ma poiché ora le forze celesti di ha-schamajim si sviluppano qui all’interno della sostanzialità terrestre, esse respingono tale sostanzialità e si forma (così) uno spazio. In ciò si riflette un che di luminoso (Lichtartiges), il fuso. La Luce origina sempre da ha-schamajim – e laddove essa appare, dona le forze della sua sorgente. Gli spermatozoi sono dei correlati dell’azione cosmica della Luce; se vengono in contatto con l’ovocellula, le donano le forze della loro propria sorgente, ha-schamajim. Nell’elemento organico queste forze scaturiscono dai centrioli (vedi nota a p. 346)

Al centro di questo spazio neoformato sorge una membrana di separazione e comincia la suddivisione cellulare. Troveremo sempre che, laddove le forze della Luce si riflettono da ha-schamajim, sorge qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c’era. Troveremo un atto di creazione ogni qual volta avviene questa irradiazione di Luce, sia nel Macrocosmo che nel Microcosmo. Qui vi è l’elemento nuovo: che da una cellula ne nascano due. Lo spazio creato viene suddiviso e con questo fatto l’embrione, nel senso dell’idea complessiva, viene mutato e gli viene data forma. Ed ora ascoltiamo risuonare, come primo presagio, le parole della Genesi :  «E Dio disse: vi sia una distesa in mezzo alle acque». In luogo di «distesa», rakia, si può dire pure «vôlta», «estensione». E poi viene affermato: «e questa sia una separazione tra le acque»; o più precisamente: «e questa divida in mezzo tra acque e acque». Si forma allora in mezzo al fuso la membrana separatrice e l’immagine scompare. La scissione cellulare è terminata. I centrioli si spengono e sono di nuovo al centro, sùbito accanto ai nuclei cellulari e fino a che nuovamente essi non si spengono in tutte le cellule neoformate sempre di nuovo udiamo, lievi, le Parole: «Vi sia una distesa in mezzo alle acque, e vi sia una separazione tra le acque». Sorge così a poco a poco la morula.

(Continua)

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L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2018

LA DISPERAZIONE DELL’ASCETA

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La condizione di disperazione, ancorché tutt’altro che desiderata dai più tra gli umani, è una condizione veramente “felice”, ossia “fortunata” nella concezione latina e romana del termine. Per l’asceta la disperazione è foriera di non pochi e notevoli vantaggi, tutt’altro che disprezzabili, vantaggi che mi sforzerò di evidenziare.

Anzitutto, è da mettere bene in evidenza il fatto che vi è una grandissima diversità, che può rivelarsi ben decisiva, nella maniera di accostare la Scienza dello Spirito. Si può giungere ad essa spinti da una raffinata curiosità intellettuale, dalla suggestione di qualche lettura che tocchi corde profonde dell’anima, o dalla conversazione con un amico, oppure dalle parole ascoltate in una qualche conferenza. È sicuramente una eventualità frequente, perfettamente lecita e normale, ma è difficile che – salvo eccezioni – in tali situazioni si vada poi molto lontano nel calcare il Sentiero della Conoscenza.

Altri – sempre nel calcare l’arduo Sentiero dell’Iniziazione, sentiero sempre irto di difficoltà – possono giungere alla Scienza dello Spirito spinti da una situazione estrema, da una condizione senza uscita, che può sfociare – appunto “felicemente”, almeno da un punto di vista speciale – in una vera e propria forma di disperazione.

Ma perché una tale situazione senza uscita, una tale condizione di disperazione, è un’evenienza addirittura “felice”? Lo è davvero perché è una condizione di sincerità assoluta e di radicalità, nella quale non si può mentire più a se stessi, e nella quale si rivelano inaccettabili le soluzioni di ripiego, le “cure” palliative, meramente sintomatiche, a base di analgesici o di narcotici: di qualsivoglia specie essi siano. Chi si appaga con cotali analgesici e narcotici – come quelli indicati dalle “anime belle” che da molti anni ci asfissiano con un loro slavato moralismo o con uno stucchevole sentimentale misticismo – non è veramente disperato, ed è alla ricerca solo di un “divertissement”, come lo chiamava nel XVII secolo l’ottimo Blaise Pascal, ossia di una “distrazione”: di qualcosa che ci faccia in qualche modo “distrarre” dalla noia, e dall’angoscia di una vita vuota e inautentica, la quale poi continua indisturbata.

Una vita priva di spirito, una vita tagliata fuori dalla comunione con la realtà spirituale è fatalmente una vita vuota, inautentica e dolorosa. Purtroppo, molti cercano di risolvere in modo “anomalo”, ossia barando, il problema di tale “dolorosità” – e per questo vanno alla ricerca di palliativi vari come analgesici e narcotici animici – e non cercano di affrontare veramente la vacuità e la in-significanza di una cotale vita inautentica. Ossia cercano semplicemente di sopprimere i sintomi della dolorosità e non di affrontare la mancanza di significato di una vita totalmente immersa in un abietto servaggio ad una natura inferiore, la quale da millenni domina l’essere umano.

La dolorosità, invero, non è che il sintomo rivelatore della irrealtà nella quale è immerso un essere umano che viva – ma poi è realmente vita quella? – un’esistenza inautentica. La volontà di soppressione di tale sintomo sorge dalla brama, dalla paura e dall’avversione: le tre malefiche figlie della radicale ignoranza dell’essere umano. La brama è sempre brama di ciò che è irreale, di ciò che è illusorio. Si brama perché si è in uno stato di ubriacatura, perché si è presi dall’effimero illusorio, perché si cerca fuori di sé ciò che si è incapaci di cercare in se stessi. Si teme di perdere l’oggetto della brama, e ancor più – sottilmente – si teme di perdere la brama medesima: come in uno stato di ebrezza e di follia, ci si innamora del proprio abietto servaggio, ci si affeziona e ci si avvince alle proprie catene e si amano le mura che ci imprigionano. Si odia, infine, ciò che può sottrarci l’oggetto della brama, ciò che ci impedisce di possederlo, e ancor più violentemente si odia ciò che vuol risvegliarci dallo stato di ebrezza e di follia, ciò vorrebbe affrancarci sottraendoci da una millenaria schiavitù.

In una sana Arte medica non è mai augurabile una terapia basata su di una mera soppressione di sintomi: è sicuramente una terapia fallace e sovente molto pericolosa. Il dolore, per quanto non sia punto gradito, è il segno di uno stato morboso, che sarebbe savio affrontare subito, e molto risolutamente, senza aspettare il peggioramento della malattia. Ora, Massimo Scaligero ha messo bene in evidenza come l’essere umano sia in realtà un malato in via di guarigione. Anche se, personalmente, a dire il vero parvemi che l’essere umano, più che in via di guarigione, sia in via di veloce peggioramento delle sue condizioni di salute spirituale, e di conseguenza anche fisio-psichiche. Diciamo che è fortemente bisognoso di cura e di guarigione. Il problema è che un tale malato oggi fa di tutto per allontanare la cura e la guarigione, delle quali ha tanto bisogno, e s’ingegna per deviare il più possibile dalla via della guarigione. Ciò può sembrare assurdo ma è proprio quel che accade, e nulla viene avversato quanto la terapia risanatrice e nessuno viene odiato quanto colui che ci porta incontro la Via di liberazione, ossia colui che vorrebbe scuoterci dal comatoso sonno, rotto solo da incubi, nel quale da lungo tempo siamo immersi. L’essere umano immerso nel letale oblio di una tale esiziale ignoranza è in uno stato di menzogna nei confronti di se stesso, dello Spirito e del mondo. Egli teme soprattutto lo smascheramento di tale menzogna. Difficile, veramente difficile, concepire una condizione peggiore, una condizione più pericolosa. Giovanni Colazza – adamantino, come affermava di lui Massimo Scaligero, come un Maestro Ch’an o Zen – affermava che ciò che ci separa dalla concreta esperienza spirituale è unicamente il muro di menzogna che erigiamo tra noi e il Mondo Spirituale: nel momento in cui abbattessimo tale muro di menzogna – solo in parte cosciente – il Mondo Spirituale si precipiterebbe possente in noi. Ma è proprio questo che più temiamo.

Il respingere la Via di liberazione può essere esplicito, violento e rabbioso, oppure essere truffaldinamente mascherato dal tentativo di «adattare» la Via alla propria infingarda natura, abbassandola, anzi degradandola, al proprio livello, mentre ciò che lo Spirito richiede – anzi imperiosamente esige – è che si sia noi ad innalzarci al suo livello. Una cotale impresa è ardua per ché implica uno spogliarsi dalla propria decadente natura inferiore, con la quale siamo adusi a convivere da millenni. Vi è, dunque, in noi una celata complicità con le deità avverse, nostre carceriere.

L’idea più stupida è quella di voler trarre almeno un qualche vantaggio dalla condizione di servaggio e di prigionia, come chi, invece di tentare una salvifica evasione, cercasse di rendere più comoda la cella della propria prigione, arredandola di poltrona, televisione, WI-FI, aria condizionata e frigo bar. E magari qualche altro piacevole sollazzo trasgressivo. Si tratta, per scongiurare l’effimero e il precario, dello sciocco tentativo di eternare lo stato di abietto servaggio, come se la vita animale fosse eterna, mentre ogni vita biologica finisce comunque sepolta in una fossa. Ma a ciò nessuno pensa mai: ad una tale stupidissima spensieratezza gli Dèi hanno prescritta come sola terapia è il dolore. Il dolore, invece di addormentare, scuote dal torpore e dal sonno, e rende scomoda la vita.

Quindi è di gran lunga preferibile scegliere di affrontare senza indugi l’esperienza spirituale, e cercare di metter fine ad una condizione umana oramai divenuta patologica e pericolosa. Mi fu tramandato, decenni fa, che Rudolf Steiner avrebbe detto lapidariamente a chi gli chiedeva  perché uno debba intraprendere il sentiero della Concentrazione e della meditazione: «Perché a costui sorge nell’anima un urlo interiore!». Personalmente, ritengo veritiero questo aneddoto tramandatomi. E le parole di Rudolf Steiner si congiungono nella mia anima a quelle che Massimo Scaligero disse a noi, che da lontano venivamo da lui a Roma alla ricerca di una indicazione interiore, circa lo stato interiore che dovevamo avere per percorrere il Sentiero della Conoscenza e giungere alla mèta: «Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Chi, appunto, giunge alle soglie della Scienza dello Spirito attraverso la disperazione non è più disposto ad illudersi e guarda in faccia crudamente la realtà: questo è un uscire dalla condizione di menzogna: un uscire dal sonno comatoso e dalla radicale debolezza della volontà, generate dall’ignoranza e dalla menzogna interiore. L’intensità della decisione di scegliere sino in fondo la Via dell’Iniziazione è proporzionale alla profondità della disperazione che ci porta a ricercare la Conoscenza liberatrice. La Via dello Spirito è una Via veramente rivoluzionaria: non si può scegliere lo Spirito e venire a patti con l’illusione mondana. La Via dell’Iniziazione o è una esperienza radicale – senza patteggiamenti di sorta – o non è nulla, O, peggio è solo una ulteriore menzogna. Non si può intraprendere il sentiero spirituale e portarsi dietro tutta o in parte la zavorra di una precedente vita inautentica. Non si può voler seguire lo Spirito e rimanere borghesi nell’anima. Lo stato lacrimevole nel quale sono ridotte la maggior parte delle comunità spirituali – o sedicenti tali – la dice lunga di quanto in basso si sia caduti, e di quale inarginabile oceano di menzogne stia dilagando in esse.

Ma non basta l’iniziale tensione estrema, lo slancio interiore verso l’Assoluto, la dedizione con la quale ci si consacra con tutto se stessi allo Spirito all’inizio della Via e nel momento della scelta decisiva. È savio aspettarsi il tentativo di rivincita dell’antica natura e, attraverso di essa, la rappresaglia degli dèi distruttori. Per tali deità gli umani sono un gregge di “animali utili agli dèi”, ed ovviamente quelle deità distruttive non amano punto perdere “capi di bestiame”. Come dicevano nell’Ermetismo d’un tempo i Maestri dell’Arte, «vita brevis, ars longa»: la vita è breve e il cammino è lungo e accidentato. Nemici mortali sono l’abitudine, la ripetitività, la spenta routine, la stanchezza e i momenti di aridità, la fiacchezza della volontà, la banalizzazione dei contenuti spirituali: ostacoli fatali e previsti di fronte alle crescenti difficoltà della Via. E, dopo l’iniziale entusiasmo, è forte la tentazione di attenuare il rigore della Via, la seduzione di scegliere una “via” più comoda, che fatalmente è sempre la via egoica.

Ma qual è l’antidoto a questo sfrangiarsi della volontà, a questo appannarsi dello slancio interiore? Io ne conosco uno solo veramente efficace: la disperazione. Ma non è certo la facile – e tutto sommato comoda – disperazione sentimentale, più o meno condita di espressioni colorite. No, al contrario, quella che è necessaria è una disperazione lucida, volitivamente provocata, e soprattutto instancabilmente coltivata. Si tratta di far riemergere sempre nuovamente vivide le motivazioni profonde dell’impulso iniziale. Si tratta di coltivare tale disperazione – soprattutto nei periodi di aridità, che possono essere prolungati – con un pensare freddamente geometrico: come direbbe il mio ottimo amico C., valoroso asceta d’altra dottrina. La disperazione coltivata destabilizza l’illusorio ordine interiore che la natura inferiore ha stratificato nel nostro essere. La disperazione ha funzione analoga a quel “dissolvente universale” che nell’Ermetismo alchemico veniva chiamato Alkaest. L’essere umano deve essere radicalmente de-configurato, e devono essere dissolte quelle dure concrezioni interiori che, in Oriente, Buddhismo e Yoga chiamano vasana e samskara. È un’opera di “purificazione” – come la chiamerebbe l’antico Orfismo – difficile e faticosa e, per quanto essa sia dura opra, essa va condotta con estrema risolutezza e soprattutto senza alcuna misericordia.

«Instancabili e disperati», ci disse Massimo Scaligero. Instancabili, perché quest’opera di dissoluzione delle illusioni, delle morbide aspirazioni ad una egoica “via comoda” deve essere sempre di nuovo rinnovata: instancabilmente rinnovata, perché l’abbassare la guardia è fatale, anzi letale. Disperati, perché non si vuole più mentire a se stessi, e non vi è menzogna più insidiosa della speranza. Come disse il Conte di Saint-Germain nel 1760 in Olanda a chi lo minacciava per conto dell’onnipotente ministro di Francia Choiseul: «Io ho calpestato la paura e la speranza». E secondo l’antico motto, si deve procedere sine spe nec metu, perché speranza e timore fiaccano la volontà ed ottenebrano la lucida visione, necessaria a chi vuole lottare per raggiungere l’Eccelsa Mèta, come la chiamava il Buddha Shakyamuni.

Una radicale, lucida, disperazione non consente l’indugiare in rimedi illusori, e non consente la menzogna di false speranze. Chi è lucidamente disperato non ha più speranze che lo indeboliscano. E chi non ha più speranze vince la paura. Chi vince la paura possiede intatta la volontà. La volontà intatta, non più sfilacciata e sfrangiata è la forza per portare a fondo la Concentrazione.

La Concentrazione è l’operazione interiore che è necessario ripetere ogni volta come se fosse la prima volta, è il Rito sacro da rinnovare instancabilmente ogni giorno, più volte al giorno, per anni, per decenni, per tutta la vita, cercando ogni volta di impegnare in essa tutta la volontà, quindi è l’operazione del più alto coraggio. Armati di solo coraggio, ci disse Massimo Scaligero, perché portare avanti, instancabilmente, per decenni – oltre ogni ostacolo, oltre ogni ribellione della natura inferiore in noi – un’operazione interiore asciutta, arida, non consolante, fatta solo di pura forza, come la Concentrazione, richiede di non sperare nulla dalle comode e illusorie consolazioni del misticismo, dalla sentimentalità, dal facile moralismo. Non solo, chi ha chiaro – assolutamente chiaro – che una disciplina radicale come la Concentrazione esige un impegno totale della volontà, sa pure che la volontà che si possiede non è sufficiente, ma che è necessario conquistare ulteriori forze di volontà per donarle al Rito della Concentrazione. Un tale tenore della volontà può scoraggiare i pavidi e coloro che si pascono di speranze. Ma chi tenga sempre viva la memoria dei motivi della propria disperazione, chi la coltivi e la frequenti come una fedele e cara amica, chi senza misericordia verso se stesso rinunci alla menzognera speranza, saprà esigere liberamente da se stesso quanto il Mondo Spirituale chiede alla sua volontà di libertà.

Allora si sarà capaci di volere, di volere intensamente, di volere con tutto se stessi, di volere instancabilmente, di volere a lungo, e si consacrerà in libertà e per amore alla più alta azione che un essere umano possa compiere sulla Terra: la Concentrazione.

COMMENTANDO (di F. Giovi)

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(Dedicato al “meritevole” reduce del Celeste Impero)

Un mio vecchio amico (anzi piú che un amico è un fratello gemello) ha scritto su questo – ormai glorioso – mensile (L’Archetipo), l’ennesimo articolo che riguarda l’ascesi indirizzata verso la Concentrazione.

Mi sembra che abbia voluto parlare dei tempi, cioè della durata dell’esercizio. Credo abbia fatto bene, poiché ha calcato sul tanto per non burlarsi dei lettori attivi, ma relativizzandolo, perché è in effetti relativo ad un milione di condizioni e situazioni individuali. Però so bene – ne parlammo insieme, come sempre – che lo esaspera il continuo sbucare, come i funghi dopo una notte piovosa, qualcosa dell’eterna litania dei tempi fissi, naturalmente inclinati a ottantanove gradi verso il minimo.

Purtroppo i quattro gatti che ne sanno qualcosa, sanno pure, con montagne di esperienza diretta e confrontata per tanti lustri, che cosí non è, che cosí non può essere, e che, se qualcuno parla cosí, o fa accademia di quello che non fa, oppure è prezzolato come ottusa manovalanza dagli agenti klingoniani.

Questo perché, anche sul gradino piú elementare, ma ampio e faticoso, del “dominio del pensiero” ordinario, non è certo una semplice questione di pensiero (quello che “non paga dazio”): già qui tutta l’anima viene messa in gioco. Nemmeno nel corpo fisico umano le singole parti e i grandi sistemi sono realmente separati. Lo possiamo capire con qualche semplice immagine tolta dal sensibile.
Se oggi mi dedico alla corsa, potrei dire che stanco gli arti inferiori. Dunque domani potrei dedicarmi alle pagaiate in canoa e riprendere a correre dopodomani. Come sembra logico! È un vero peccato che cozzi contro la realtà: dopo qualche settimana accuserei tutta la dozzina di sintomi del superallenamento, mi beccherei il raffreddore per un nonnulla, i valori ematici sarebbero stravolti, diverrei un perfetto raccoglitore di ogni germe vagante in vena di conquista e cosí via.

Questo perché il corpo è un insieme interconnesso, e non v’è organo che venga sollecitato separatamente: non v’è per il fegato un lunedí di lavoro e il martedí di riposo (come tutto sia “collegato” lo si osserva, con conoscenza e senza sforzo, persino nel cadavere aperto per bene in autopsia completa, se lo si guarda spregiudicatamente).
Nell’anima, le forze sono ancor piú frammischiate, fluiscono di continuo le une nelle altre: in tal modo che separare il pensiero dal sentire modifica sia il pensiero che il sentire.
Tutto l’uomo interiore interviene in un atto cosí radicale com’è la Concentrazione (nemmeno la coda, se qualcuno ce l’ha, ne resta fuori): la Concentrazione prende tutto: questo tentativo d’essere solo nel pensiero costringe al digiuno estremo l’elemento passivo, personale e superficiale del sentire… mentre il sentire vero, il grande organo di percezione interiore, inizia a liberarsi dalla tenebra che lo imprigionava proprio nel falso sentire. Pensate ad un occhio che volesse vedere solo se stesso: che funzione avrebbe? Questo è il falso sentire. La Concentrazione prende tutto: come il Sole caccia il buio, cosí essa azzera implacabilmente il falso volere, costantemente usurpato dalle spire caliginose degli istinti e delle brame: cosí comincia a far nascere nell’anima la terza delle tre potenze che mai l’uomo terrestre aveva conosciuto nella loro realtà originaria.
Il volere è la spada leggendaria che nessun “ego” impugnerà e brandirà, mai giungendo a sfilarla dal macigno magico che l’uomo crede di conoscere come suo corpo.

Mi sa che le persone abbiano un sesto senso, chiamato con piú (im)pertinenza fifa nera: che parte da sé solo con l’avvertire che v’è uno spiffero di cambiamento. Quello che di continuo si reclama a gran voce per il mondo, quando sospetti che potrebbe succedere dentro te… sono dolori, e si patteggia o si molla.

Racconta divertito Aurobindo che un discepolo va da lui spaventatissimo: «Maestro, sono diventato scemo!». «Perché? Cosa ti è successo?». «Maestro, succede che non penso piú!». Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. Era successo qualcosa di positivo, dunque ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto discepolo.

Comunque, se uno non ha avuto per improbabile destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare che i sospirati mutamenti possano diventare reali. Anche l’uomo fatto può volere la luna, come un bambinello, ma stando sicuro, perché sa bene che non l’avrà mai.

Questa non è una critica ad un fratello gemello, comprendo bene che non si può dire tutto in poche e mirate righe. Ad esempio, quando egli scrive di varianti per generare piú intensità, e per non macinare meccanicamente l’esercizio (dismettere talvolta ogni parola o rifare il percorso all’indietro – questa variante dovrebbe far sospettare quello che ho/abbiamo scritto in vari commenti, cioè che la tristemente famosa “immagine sintesi” è il prodotto di intensità e mai una sorta di sbocco naturale o artificioso di rappresentazioni) si dimentica del consiglio piú semplice e rude.

Mi spiego. Molte volte erano proprio i discepoli piú attivi che si lamentavano della brevità della ricapitolazione interiore dell’oggetto e di questo ne parlavano con Scaligero, ossia che l’esercizio iniziava e terminava in pochi minuti. Scaligero rispondeva che avrebbero semplicemente potuto ripeterlo piú e piú volte.

Altra cosa che l’amico non ha menzionato è che la “saturazione”, la saturazione dell’anima, che nel mondo del sensibile trova analogia in un bicchiere che va riempito fino all’orlo da dove poi il liquido trabocca, non si raggiunge con una ripetizione ottusa, meccanica del circuito, divenuto familiare, di parole e immagini: questo è un pericolo che arriva per tutti, quando si usa lo stesso oggetto con i suoi pochi elementi formativi. Allora: riempire il bicchiere è analogicamente l’esercizio, il traboccare (ciò che trabocca) inizia ad essere quello che si realizza: realizzare qualcosa non è mai l’esercizio ma quanto va oltre esso.

Naturalmente, chi è furbo piú di una volpe, cambia spesso l’oggetto… per poi accorgersi che dopo pochissimo le stesse difficoltà si ripresentano. Dalle difficoltà non si scappa: in fondo sono proprio loro a esigere un impegno ed uno sforzo maggiore, esattamente come i muscoli del corpo fisico, i quali si rafforzano combattendo resistenze progressivamente piú elevate (Milo docuit).

Può essere, per un certo tempo che spesso non è minimo, che il lavoro interiore sia per l’anima come l’andare da un dentista: paghi molto per gustarti sgradevolezze e dolori di ogni tipo, tenendo conto che il dentista sei tu, ossia un pasticcione autodidatta che si impratichisce sopra la soglia della tua sopportazione.

Qui però ho esagerato: superate le tensioni corporee, che immancabilmente duettano con lo sforzo interiore, la ripetizione voluta dell’esercizio dapprima disturba la spontaneità dell’anima (astrale), poi diviene un vero sforzo per il pensare che attraversa la scura, appiccicosa selva dell’astrale: il cervello, veicolo del pensiero ordinario, si stanca e si inceppa. Sembra davvero impossibile pensare. È un buon momento, poiché precede il disincagliarsi del pensiero dall’organo che abitualmente lo media attraverso il corpo fisico. Il motivo del tanto sta in questo. Semplice-mente.

Accanto al martellamento rappresentato dalle ripetizioni dell’esercizio, è necessario che la consapevolezza concettuale di ogni singola parola e immagine non tracolli mai in qualcosa di vuoto, che viene da sé poiché è stata ripetuta cento o mille volte.

Anzi, è proprio questa consapevolezza attiva il “filo” che non dovrebbe spezzarsi dal princi- pio alla fine dell’esercizio.

Perciò la parola “ripetizione” non andrebbe mai intesa nel suo senso comune: dunque sono almeno due le cose difficili che dovrebbero essere inderogabili:

a)  la prima consiste nel fatto che non deve esistere un ripetere l’esercizio piú volte durante lo stesso giorno, che possa definirsi come ripetizione di qualcosa di precedente, anche quando lo sia stato fatto già per due, cinque volte, con il medesimo percorso, le stesse immagini;
b)  la seconda consiste nel fatto che la ricostruzione, in quanto collana di concetti, non deve spezzarsi in nessun punto.
Queste due, per lungo tempo, non sono regole ma piuttosto intoppi su cui si ruzzola: il bello è che alternative facili non esistono: bisogna solo tirar su dal pozzo dell’anima, con piú energia e determinazione, secchiate abbondanti di pura insistenza e pazienza.

Sarebbe sempre l’ora giusta di smettere la bambocceria che ci portiamo dentro per tutta la vita da quando essa era giustificata nell’età del ciuccio. C’è chi dirà che non è vero, ma nel sistema limbico è cosí: la Chiesa, imbarazzata, si è decisa a cancellarlo dalla carta geo- grafica dello Spirito, ma il Limbo vive in noi e tiene tutto.
È da esso che galleggia sulla soglia della coscienza comune la strana visione che una Via iniziatica sia simile a via X o ad un viale alberato Y: una passeggiata dal principio alla fine. Invece è un’aspra e stretta mulattiera, invisibile per le anime ipovedenti, che parte dai limiti inferiori: da un basso che piú basso sarebbe impossibile, per giungere a  Tir-na-nÓg.

Perdendo un pezzo di sé ad ogni passo. Non il sé ma tutto ciò che di solito crediamo sia parte di noi: qui perdendo si diventa piú forti, perché occorre essere fortissimi per salire perdendo tutto quello che fummo e che siamo. Spoliazione ineludibile per una frazione di ora, ma che poi può diventare l’intimo carattere stesso dell’anima. È bene ricordare che non è la forza di cui parliamo quando viviamo come uomini del mondo.

Dobbiamo sempre ricordare che nel campo dello Spirito non esistono parole umane, e che «L’Iniziato che vuole esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera sovrasensibile è costretto ad esprimere ciò coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla» (R. Steiner: Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911). Dunque qualsiasi esperienza interiore che non sia rappresentazione tolta dal sensibile deve usare parole usuali con senso diverso: anche questo sforzo necessario è la continua disciplina dell’esoterista che tenti di abbandonare la dialettica per giungere a momenti noetici.

Insomma, un lavoro interiore che porti a qualcosa è un lavoro severissimo, e pian piano assorbe tutto il vivere: certamente gli esercizi indicati dai Maestri richiedono solo brevi frazioni di tempo… però nel tempo i loro effetti riorganizzano la vita. Persino la spontaneità, che deve esserci, che è salutare, muta: la spontaneità naturale diventa cosa diversa.

La coscienza umana impara ad essere una condizione meditativa che, in immobile traspa- renza, continuamente si plasma nel variabile.

Molti tra i tanti amici che leggono queste righe meditano nella solitudine di una stanza e forse nella solitudine umana generale. Non è facile dirigersi nella direzione opposta a quella che pare abbia preso il mondo: ebbene, si facciano coraggio. Anche se soli, non sono mai soli, non sono abbandonati. Intorno al meditante, con animo fattivo, amoroso, si raggruppano i Messaggeri, e se, per dedizione alla disciplina, i mari interiori si placano e s’acquieta il vortice abissale (come le cascate dell’Iguazú  ma senza fondo) che per essi appare spaventosamente l’uomo, allora possono entrare e uscire portando in dono suggerimenti e sottili aiuti: ciò non va cercato. Succede.

Per non incorrere in equivoci, molto di cui sopra si rivolge ai neofiti…tenete in conto che anche alla piú decisa e dedita creatura umana occorrono tempi di maturazione lunghi o molto lunghi. Poi, in effetti, l’esercizio regale, la Concentrazione – la Concentrazione profonda – penetra subito in profondità: se la Volontà è stata risvegliata, l’opera è immediata, la via è aperta.

Il mio amico ha ricordato Ramakrishna: in effetti quest’ultimo aveva ragione: poi basterebbero tre minuti…

Franco Giovi

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per gentile concessione: http://www.larchetipo.com/2014/ago14/

 FRIEDRICH RITTELMEYER (di F. Giovi)

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Nel mio precedente articolo sulla Comunità dei Cristiani avevo ricordato Friedrich Rittelmeyer  (1871-1929), l’uomo che sostenne il rischio e la responsabilità di una simile avventura nella sfera viva dell’elemento religioso dell’anima.

Qual era la dote di questa figura? Possiamo dire che in lui vivevano con forza elementi dell’anima che appaiono a molti come estremamente diversi. Era una natura profondamente religiosa ma parimenti aperta alle esigenze moderne della metodologia, della logica, dell’esattezza scientifica. Ciò lo portava a rimettere in causa la passata tradizione teologica che costantemente vagliava con il severo criterio della veridicità.

Per lui il Vangelo era un nutrimento morale che doveva divenire una esperienza vissuta. L’impegno della sua Fede, l’ampia cultura, la conoscenza dei fenomeni umani, sociali e scientifici e la sua intransigenza morale fecero dei suoi sermoni un faro di luce spirituale nell’Europa di lingua tedesca. È un fatto storico che le sue prediche, stampate in milioni di esemplari, furono inviate ai combattenti durante la Prima Guerra Mondiale.

L’angelo che lo portò a Rudolf Steiner fu una grande figura, ai piú del tutto sconosciuta. Rittelmeyer, cosí attento ai fenomeni umani e sociali, pastore evangelico a Norimberga, chiese ai rappresentanti dei movimenti teosofici documentazioni, cause, origini. E nel suo ufficio si presentò  Michaël Bauer. Alto e snello, con una gran barba nera «poteva passare per un Maestro indiano in viaggio per le grandi città europee».
Scrive Rittelmeyer che per alcune persone «la semplice vista di quest’uomo di alta statura, che andava e veniva tra i fiori del giardino, fu un avvenimento che segnò le loro vite».

Gli occhi di Bauer erano la cosa piú impressionante: in essi l’impressione esotica era cancellata dalla luce del Cristo che attraverso essi si riversava sul mondo. «Giammai ho visto – salvo che in Rudolf Steiner – brillare una simile luce dorata nel profondo di uno sguardo umano».

I dialoghi tra i due si svolsero in un’atmosfera sana e spirituale e costrinsero il Nostro a riprendere pile di testi teosofici in cui trovò soprattutto una mescolanza di antiche tradizioni e di soggettivi sentimentalismi. L’unico autore interessante rimase Rudolf Steiner. Nei “Cicli” (che ora sono volumi) le parole di questi erano in contrasto con la teologia e molto rimase inaccessibile o inverosimile. Per il rigore e l’onestà della sua natura, Rittelmeyer, nonostante tutto, avvertiva l’invito di Steiner a comprendere l’insieme, a portare chiarezza in una visione nuova dello Spirito.
Sul tavolo da lavoro stava la Scienza Occulta: «Essa mi respingeva. Non potevo venirne a capo. La leggevo e dopo poco venivo preso dalla nausea. Quelle “conoscenze” mi pesavano sullo stomaco come cibi indigesti».
Dove i piú avrebbero lasciato (vedi ora con i libri di Scaligero), Rittelmeyer studiò una strategia: leggere poco, leggere imparzialmente, leggere attivamente e infine leggere meditativamente, intercalando lunghe pause in cui riprodurre nell’anima le righe lette, liberi da pregiudizi.

«Prima di tutto devi chiederti: ciò che c’è qui è vero? Non hai il diritto di voler decidere precipitosamente quali verità tu desideri e ritieni utili per il mondo!».

In maniera efficace il pastore delinea i contrastanti stati d’animo che sorgono in personalità già mature ma capaci di lotta conoscitiva.

Rittelmeyer vide Steiner per la prima volta nell’agosto del 1911. Non tesserato, fu comunque ammesso alle riunioni (la tessera quale condizione di presenza è ora piú che mai un paletto che mi pare non del tutto giustificabile, specie se ripreso da alte figure come la von Halle).

Per il pastore l’impressione generale non fu delle migliori: «Una certa forma di passività avida di godimento spirituale mi diede molto da pensare. E quando vidi uomini dai lunghi capelli fui sul punto di darmi alla fuga».

Comunque lo trattenne una certa solennità d’atmosfera, di nobiltà umana che traspariva dal fatto della prossimità di un grand’uomo. Ascoltò Rudolf Steiner, non vide traccia di vanità, e anzi, a voler essere pignoli, gli parve anche troppo coscienzioso e intelligente. L’impressione generale restava un quid aperto.

Alla fine della conferenza riuscí ad intercettare Steiner poco oltre l’impenetrabile muro dei seguaci. Gli domandò se poteva ritornare anche alla sera. Steiner lo fissò per un istante, poi volse gli occhi a terra (secondo Rittelmeyer, con le successive frequentazioni, gli parve, in questo comportamento, un modo per andare oltre l’apparire sensibile e percepire piú chiaramente l’essenza spirituale di un essere) e seccamente rispose: «Poiché voi siete stato qui la mattina, potete venire anche questa sera» e si allontanò. Fu la prima conversazione tra i due!

Quattro anni dopo, durante una conferenza, non era la prima volta che Rittelmeyer non si sentiva capace di «dare un’anima alle parole dello Steiner». Alla fine della conferenza fu Steiner che gli si avvicinò, e senza preamboli gli disse: «Parlo cosí di queste cose intenzionalmente e consapevolmente. Se parlassi altrimenti, marcherei troppo direttamente la sensibilità della gente. Attendete che queste cose si sviluppino per una cinquantina d’anni tra gli uomini: allora esse produrranno il loro effetto sulla sensibilità e sulla volontà».

Comunque era impressionante l’autorità che Steiner emanava. E la “mobilità” straordinaria del suo volto: «Appariva giovanissimo, poi d’età matura. C’era tanta potenza mascolina quanto una delicatezza femminile. Pareva un arido professore e subito si trasformava in un Dionisio ispirato. Comparato ad altri oratori, egli aveva una facoltà di trasformazione per lo meno dieci volte piú grande e un campo di possibilità interiori che non avevo mai visto…».

Giunse infine il giorno del primo vero colloquio tra i due. Rittelmeyer non gradiva l’ipotesi che Steiner potesse vedere la sua aura. L’amico Bauer lo confortò con divertimento: «Il Buon Dio la vede bene, non le pare?».

Steiner guardò con estrema attenzione Rittelmeyer che saliva i gradini. Impassibile ma con un grande abbandono di sé, fuso nei movimenti dell’altro. Solo piú avanti Steiner gli confermò che i movimenti di un essere rivelano molte cose sulle sue esistenze precedenti.

Non riporto il colloquio. Nei termini di cortesia e rispetto potete immaginare il pastore sempre all’attacco e il Dottore che rispondeva con disorientante blandezza. Alla fine del colloquio Steiner gli consigliò quattro discipline interiori. Che Rittelmeyer poi modificò per farne una cosa sua propria. Successivamente Steiner approvò tale approccio.

L’avvicinamento era iniziato, ma fu tutto meno che una cosa facile. Passarono anni di vaglio e discordanze (una tra tante, l’idea della reincarnazione: già nei primi colloqui Steiner aveva chiarito che la reincarnazione non era una “dottrina” cristiana: «È un fatto che si rivela all’investigazione occulta. Va accettato per quello che è»).

1915: la Guerra era in corso. Steiner riprese il Nostro: «Non è un bene dire alla gente: voi non dovete odiare l’Inghilterra. Questo snerva le persone e non le aiuta in niente. È molto meglio dire loro: voi non odiate davvero l’Inghilterra se siete dei veri tedeschi! Il tedesco, quando combatte, non odia mai la persona ma la causa».

Il Cristo era il punto focale per l’anima di Rittelmeyer, che chiese a Steiner quale fosse la sua immagine piú reale, la bocca ad esempio: «…Quando io la vidi – rispose Steiner – per la prima volta, ebbi l’impressione che non fosse mai servita per mangiare, ma che da tutta l’eternità essa avesse annunciato le verità divine».

«Ma – chiese il pastore – se sapete com’è il Cristo, non si potrebbe rendere la sua figura accessibile all’umanità?».

Steiner rispose positivamente. Si riferiva alla scultura del “Rappresentante dell’umanità”.

Quando in seguito Rittelmeyer vide la statua, commentò che alla figura sembrava mancare l’espressione della bontà.

«Avete ragione – rispose Steiner – ma la bontà non si presta ad essere rappresentata in una scultura, è assente dallo sguardo. Per questo ho cercato di introdurre l’espressione della bontà nel gesto della mano sinistra alzata».

Nel lungo cammino di Rittelmeyer verso l’antroposofia, il Dottore fu sempre la pietra angolare: in Steiner egli non trovò mai una, magari leggera, traccia di orgoglio, di compiacimento. Steiner mai si metteva avanti, nemmeno nelle conversazioni personali, e se sorgeva ammirazione nei suoi confronti, si ritirava e attendeva. Un giorno in cui Rittelmeyer gli chiese di convincere una personalità potenzialmente preziosa per il Movimento, Steiner rispose energicamente: «Io non voglio conquistare nessuno!».
Nel 1917, nel fare pochi passi insieme, Steiner disse che, per giungere ai suoi scopi, si limitava all’occulto. Mentre il dominio religioso era il percorso di Rittelmeyer.

Quest’ultimo iniziò a scrivere articoli sull’antroposofia che trovarono riscontri positivi e… negativi. Johannes Müller, ad esempio, scrisse in termini appassionati contro l’antroposofia. Ma replicare ad una replica è la cosa piú ingrata che ci sia. Infatti Steiner sconsigliò indirettamente il Nostro.

Con gli articoli sulla Tripartizione dell’organismo sociale, si levarono contro Steiner le passioni politiche ed economiche. Egli venne svergognato, vilipeso, e l’anatema si estese su tutti i suoi amici. «Il Papa invisibile dell’opinione pubblica si era pronunciato».

Sono molte le cose per le quali Friedrich Rittelmeyer visse e lottò in quegli anni, ma anche scegliendo i fatti piú salienti ci vorrebbe una intera pagina per ognuno di essi, e queste righe non sarebbero piú il modesto cenno che vogliono essere.

Per Rittelmeyer la frase pronunciata un tempo da Steiner: «Il campo religioso è la vostra strada» corrispondeva al suo piú profondo sentimento. Ma pazientemente aspettava ancora di essere assolutamente convinto della giustezza e della necessità del passo ulteriore, attendendo da Steiner tutto quello che avrebbe potuto sentire. Per un uomo di cinquant’anni abbandonare tutto il passato per intraprendere un nuovo indirizzo completamente diverso, è una esperienza che esige un coraggio fuori dal comune!

Venne finalmente il tempo in cui Steiner sviluppò, tra l’estate e l’autunno del 1921, due corsi sulla possibilità di un rinnovamento religioso.

«Malgrado tutto ciò che sapevo di Steiner, non mi sarei mai immaginato tanto approfondimento nel regno della teologia, sia che avesse tanto da dire di nuovo e di grande, non soltanto sulla Bibbia e la scienza biblica, ma anche sulla storia ecclesiastica, sulle diversità confessionali, sulla profondità spirituale e morale del cristianesimo, aprendo anche immense prospettive sull’avvenire …e la maniera concreta e sicura con cui afferrava il campo della pratica religiosa».

Rittelmeyer esaminò a fondo il testo dell’Atto di Consacrazione dell’Uomo e venne afferrato da questa idea: «Non si ha il diritto di privare di ciò l’umanità!».

Tuttavia l’esperienza determinante fu qualcosa di diverso, inatteso: «…l’esperienza che nel Pane dell’Altare ci sia realmente il Cristo vivente che giunge all’uomo. Ciò era presente con una purezza e una limpidezza indicibili. Fu una percezione puramente spirituale: non durante la cerimonia evangelica della Cena – benché l’abbia celebrata percependo frequentemente la vicinanza del Mondo divino – ma nella meditazione su l’Atto della Consacrazione dell’Uomo; fu una percezione spirituale cosí certa ed intensa che su essa si poteva fondare tutta una vita. …Ciò significa un nuovo servizio divino, una nuova azione del Cristo e una predicazione nuova».

«Mi trovai allora in presenza di questo problema: se è possibile penetrare direttamente in Cristo, quanti tra gli uomini ne sarebbero capaci? Non può essere necessario, per la maggioranza degli uomini, di poter avere una celebrazione che possa condurli a tale esperienza, che li conduca alla realtà della presenza del Cristo?».

Da questo punto di vista, il rapporto tra il movimento antroposofico e la Comunità dei Cristiani si fa chiaro.

«Se un culto venisse instaurato all’interno della Società Antroposofica, esso potrebbe appoggiarsi ad uno spazio piú ampio e in modo piú dettagliato sulla nuova concezione del mondo che si fa luce con l’antroposofia. Ma per il momento questa visione del mondo è lontana dal riconoscimento nella vita generale, e il suo compito è nella lotta, nell’aprirsi un varco spirituale. L’umanità nel suo insieme non può attendere che questo fine si realizzi. A gran parte della gente non interessa la lotta di questa concezione che cerca d’affermarsi. Ma per molti si può concepire l’importanza di un culto che sia in perfetta armonia con la conoscenza spirituale antroposofica; senza essa non si potrebbe vivere, ma nella vita cultuale sí: senza insegnamenti, senza il presupposto di questa conoscenza spirituale: un tale culto comunica all’uomo in modo immediato ciò che lo unisce alla realtà suprema».

Infatti quando fu chiesta a Steiner la distinzione tra il movimento antroposofico e la Comunità dei Cristiani, egli rispose: «Il movimento antroposofico si indirizza al bisogno di conoscenza e apporta conoscenza; la Comunità dei Cristiani si indirizza al bisogno di resurrezione e apporta il Cristo».

Deve essere però chiaro che anche la vera conoscenza può condurre pienamente al Cristo! Il movimento antroposofico abbraccia il pensiero in tutti i suoi interrogativi piú radicali. La Comunità dei Cristiani è una Chiesa che può abbracciare tutti gli uomini per la loro salvezza.

Per motivi di lavoro e di salute personale, le conversazioni tra Rittelmeyer e Rudolf Steiner, negli ultimi due anni di vita del Dottore, furono meno frequenti.

Circa un anno dopo la fondazione della Comunità, Rittelmeyer scrisse un forte articolo in difesa di Steiner, che rimproverò redazione e comitato per averlo pubblicato. Sappiamo però che soffrí manifestamente di non essere stato protetto dagli antroposofi. Egli vedeva bene che gli attacchi alla sua persona avevano lo scopo di soffocare la sua opera. Cosa che gli antroposofi non vedevano proprio!

L’ultima conversazione tra i due ebbe luogo nel maggio del 1924 e fu, con la comprensione di poi, l’incontro di commiato. Quando Rittelmeyer ricordò quanto potentemente fosse stato aiutato da Steiner durante la sua lunga malattia, questi, con un’espressione di immensa bontà, fermò il pastore: «No, caro Herr Doctor, siete voi che io ringrazio per avermi dato l’occasione di aiutare». Furono queste le ultime parole che Rudolf Steiner indirizzò a Rittelmeyer su questa terra.

Sei mesi piú tardi, su richiesta di Marie Steiner, Friedrich Rittelmeyer celebrò il servizio funebre secondo il rituale della Comunità dei Cristiani, con l’involucro mortale del Dottore ai piedi della possente e spirituale scultura lignea del Rappresentante dell’Umanità.

Franco Giovi

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Nota: tutto il virgolettato proviene dal volume Meine Lebensbegegnung mit Rudolf Steiner (Verlag Urachhaus, Stuttgart). E avverto subito i gentili lettori che le mie zoppicanti traduzioni non sono letteralmente fedeli. Il senso, spero, sí.

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per gentile concessione: http://www.larchetipo.com/2012/dic12/

L’ARCHETIPO-GENNAIO 2018

Anno XXIII n. 1

Gennaio 2018

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Maria-Sancta-Genitrix

LA STELLA DI NATALE (di Boris Pasternak)

Introduciamo la poesia con la versione originale di una famosissima canzone di Natale. Una delle canzoni di natale più famose viene chiamata Carol of the bells, o Bells carol, o Carola delle campane. In genere è cantata in inglese, ma è la canzone ucraina Scedrik (rondinella) composta un secolo fa su una base popolare contadina dal bravissimo compositore russo-ucraino Nikolaj Dmitrievič Leontovič, ucciso negli anni ’20 con un colpo di pistola da un agente della ceka, la polizia politica sovietica leninista.

LA STELLA DI NATALE

Era pieno inverno.
Soffiava il vento della steppa.
E aveva freddo il neonato nella grotta
Sul pendio della collina.

L’alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido vapore.

Scossi dalle pelli le paglie del giaciglio
e i grani di miglio,
dalle rupi guardavano
assonnati i pastori gli spazi della mezzanotte.

Lontano, la pianura sotto la neve, e il cimitero
e recinti e pietre tombali
e stanghe di carri confitte nella neve,
e sul cimitero il cielo tutto stellato.

E lì accanto, mai vista sino allora,
più modesta d’un lucignolo
alla finestrella d’un capanno,
traluceva una stella sulla strada di Betlemme.

Per quella stessa via, per le stesse contrade
degli angeli andavano, mescolati alla folla.
L’incorporeità li rendeva invisibili,
ma a ogni passo lasciavano l’impronta d’un piede.

Una folla di popolo si accalcava presso la rupe.
Albeggiava. Apparivano i tronchi dei cedri.
E a loro, “chi siete? ” domandò Maria.
“Noi, stirpe di pastori e inviati del cielo,
siamo venuti a cantare lodi a voi due”.
“Non si può, tutti insieme. Aspettate alla soglia”.

Nella foschia di cenere, che precede il mattino,
battevano i piedi mulattieri e allevatori.
Gli appiedati imprecavano contro quelli a cavallo;
e accanto al tronco cavo dell’abbeverata
mugliavano i cammelli, scalciavano gli asini.

Albeggiava. Dalla volta celeste l’alba spazzava,
come granelli di cenere, le ultime stelle.
E della innumerevole folla solo i Magi
Maria lasciò entrare nell’apertura rocciosa.

Lui dormiva, splendente, in una mangiatoia di quercia,
come un raggio di luna dentro un albero cavo.
Invece di calde pelli di pecora,
le labbra d’un asino e le nari d’un bue.

I Magi, nell’ombra, in quel buio di stalla
Sussurravano, trovando a stento le parole.
A un tratto qualcuno, nell’oscurità,
con una mano scostò un poco a sinistra
dalla mangiatoia uno dei tre Magi;
e quello si voltò: dalla soglia, come in visita,
alla Vergine guardava la stella di Natale.

(Boris Pasternak)

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BUON NATALE

a tutti voi da Ecoantroposophia.it

IL GUERRIERO E LO ZEN

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Porto nell’immaginario Presepe di Eco un piccolo dono senz’altro stravagante. Ma che volete farci: non è colpa vostra. Riprendo un vecchio articolo breve che trattava di uno stile di vita poco conosciuto in Occidente, ovvero del Bushidô, cioè del portato interiore ed esteriore del guerriero nipponico. Tento un modesto approfondimento del legame tra il combattente tradizionale e quella tersa, essenziale ascesi che è conosciuta con il nome di Zen, e non me ne vogliate se mi permetto qui di dire qualcosa su di un fenomeno, conosciuto anche nel passato europeo (penso ai Templari, monaci guerrieri) ma che in Giappone è stato un fatto unico, durato il tempo di divenire quasi la spina dorsale di una cultura complessa e che, per certi versi, si è estinto abbastanza recentemente.

Di cosa sto parlando? Dell’anima guerriera, divenuta inconcepibile nei nostri poco luminosi giorni, sfrattata dai luoghi comuni dei molti “maître à penser” contemporanei che l’hanno portata al biasimo collettivo o persino al disprezzo e all’orrore (mi sovviene l’irrisione degli straccioni brechtiani verso gli eroi).

Dell’anima guerriera che incontra felicemente lo Zen.

Nel XII secolo la nobiltà guerriera delle province con i vassalli, costituiti da bushi (guerrieri) o samurai, si affermò sulla nobiltà di corte e impose il costume virile e marziale che manterrà tali caratteristiche sino al XIX secolo.

Al contempo cresceva e si affermava la corrente buddhistica dello zen, altrettanto severa e virile nella disciplina ascetica, libera da speculazioni dottrinarie e da ritualismi.

L’incontro fu spontaneo: il tipo guerriero trovò nello zen un percorso interiore congeniale alla sua natura, d’altra parte lo zen trovò tra i samurai, più che in altre classi sociali, individui disciplinati nel “tirare avanti diritti, senza voltarsi indietro e senza porsi alcun problema”.

Da allora lo zen divenne in prevalenza la via interiore del samurai: il bushi, abbracciando lo zen, diede come risultato, un carattere unico e irripetibile nella storia del genere umano.

Nel periodo Kamakura (e nel successivo, detto degli Ashikaga), allo spirito giapponese si offrirono due strade: la via del monaco e la via del guerriero (di fatto, pure l’occidente ebbe una stagione simile). Poi la seconda, se non finiva precocemente con la morte in battaglia, confluiva naturalmente nella prima: i grandi guerrieri si ritiravano nei monasteri, terminando la vita in meditazione e contemplazione.

In tempi (secoli) di continue guerre, il bushi dal monacale cranio rasato, assai spesso continuava a servire il proprio signore, mentre anche i monaci armati (come i “cavalieri della montagna” della setta Tendai) guerreggiavano per proprio conto.

A questo punto il lettore può chiedersi dove fosse finita la compassione e l’amore universale che sono ancora la bella bandiera del buddhismo.

Allora andrebbe chiarita l’esistenza di un buddhismo popolare, devoto e religioso e lì accanto il più impercepito ramo del buddhismo iniziatico e reintegrativo. Lo zen, in quanto dottrina jiriki (il “fare da sè” senza appoggi esterni, sensibili o metafisici), appartiene al buddhismo operativo.

Il buddhismo originario (e in ciò Evola non ha torto) fu prevalentemente dottrina di classi guerriere: l’ascesi richiede un animo kshatriya (forse che ora sia del tutto diverso?). Il Buddha storico fu di stirpe regale e anche il grande Bodhidharma, secondo le leggende, fu di stirpe regale: giunto in Cina, insieme agli insegnamenti del Buddha, insegnò pure a combattere a mani nude. Inoltre è noto che la “retta condotta” non venne considerata come una morale autonoma ma uno stadio preparatorio che si abbandona “come una zattera” lungo una via che supera le antitesi di “bene” e “male”.

E, ritornando alla specifica ascesi, valeva il detto: “Quando esci di casa dimentica moglie e figli, quando impugni la spada dimentica il corpo”.

Troviamo maggiori specifiche nell’Hagakure (testo del XVII secolo) che significa “Nascosto sotto le foglie”, indicativo di modestia e segretezza. “…quando stai sul campo di battaglia chiudi la mente al ragionare, se ti dai al ragionare sei perduto. Il ragionamento ti priva di quella forza con la quale puoi aprirti la strada che porta diritto alla meta”; “Nessuna opera grande è stata mai compiuta senza il “divenire pazzo”…che non significa abbaiare alla luna ma rompere le funzioni della coscienza ordinaria per affidare l’azione all’Io sovraindividuale in una coscienza illuminata.

Quando la dominante idea della morte perde il suo potere, la “mente spirituale” può penetrare entro l’oggetto e supera l’inganno della dualità.

Suzuki sostiene che, ad un livello inferiore, dominare l’idea della morte era l’attrattiva maggiore che lo zen offriva al guerriero, senza le sovrastrutture di religione, morale e ritualismo.

Scrive il principe di Mito: “La gente delle altre classi si occupa di cose visibili, i samurai di cose invisibili, insostanziali” e Aoyama Shigeyoshi (maestro di dottrine segrete) dice: “spesso le battaglie in realtà si ingaggiano entro il tama (essenza spirituale) dei guerrieri combattenti…una Forza superiore può agire nel Kendô, nel Judô e nel Karate, e in altre arti marziali meno conosciute”.

Un grande guerriero e monaco del XVI secolo, Uesugi Kenshin, così esortava: “ Quelli che si attaccano alla vita, muoiono; e quelli che sfidano la morte, vivono. La cosa essenziale è la “mente” (shin); guardate in questa Mente e prendete stabile possesso. Voi comprenderete allora che c’è qualcosa in voi al di là dalla morte e dalla vita”.

L’andare “al di là dalla morte e dalla vita”, significa per chi ha percorso il Sentiero, superare la divisione del mondo in soggetto ed oggetto.

Il mondo della diversità (shabetsu) è tale perchè l’ignoranza (mumyô) e la mania delle passioni (bonnô), ottenebrano nell’io che crediamo di essere – mentre è quasi solo un aggregato di impermanenze immerse nell’angoscia del divenire – la capacità di vedere la natura originale. Questa “natura” è il volto dell’Io Superiore, chiamato “Cuore di Buddha”.

Ritrovare tale “cuore”, consumando le aggregazioni caduche ed effimere dell’io illusorio è il compito dell’ascesi.

Lasciando la presa sull’effimero, si dissolvono ignoranza e mania e ci si apre alla visione intuitiva (né concettuale, né psicologica, né intellettuale) della identità assoluta (byôdô) risolvente ogni antitesi e dualismo. Questa conoscenza intuitiva suprema è prajna. Risvegliarsi a questa conoscenza è il satori, l’illuminazione, il fine ultimo dello zen.

In questa esperienza, il supremo paradosso consiste nella visione metafisica che prajna è immanente in ogni uomo e che alterità ed identità sono cosa unica: il mondo del divenire e l’Assoluto coincidono. In sede pratica può essere ricordata questa frase: “Non essere attaccati a nulla è contemplazione; se avete capito questo (il termine “capire” ha sempre il significato di “realizzare”), nell’andare, nello stare, nel sedere e nel giacere non cesserete mai di essere in contemplazione”.

Da una diversa angolatura, il risveglio di prajna è chiamato mushin che, tradotto, sarebbe il vuoto mentale (attenzione, qui non si intende una ipotetica cancellazione della mente che, per un pensiero assai superficiale sarebbe persino “pensabile”, ma il dominio e la cancellazione delle funzioni della mente). In codesta condizione viene raggiunta l’identità perfetta tra volontà ed azione: punto d’arrivo delle vie marziali (budô) e arti marziali (bugei) nel segno dello zen. Tutto l’addestramento tende a questa meta che non si possiederà se lo stato di mushin non verrà raggiunto. Ma chi raggiunge questo stato è già sulla via della Liberazione: l’arte non gli serve più: qui si incontrano zen, budô e bushidô.

Per concludere, voglio citare per intero il credo del Samurai. Esso descrive la condizione del Samurai, educato dal Bushidô e radicato nel mushin.

Non ho genitori: il Cielo e la Terra sono i miei genitori.

Non ho casa: il saika tanden (il centro vitale) è la mia casa.

Non ho poteri divini: la lealtà (chûgi) è il mio potere divino.

Non ho mezzi: l’obbedienza è il mio mezzo.

Non ho poteri magici: la forza interiore è il mio potere magico.

Non ho né vita né morte: l’Assoluto è la mia vita e la mia morte.

Non ho corpo: l’impassibilità adamantina è il mio corpo.

Non ho occhi: la luce del lampo è i miei occhi.

Non ho orecchie: la sensibilità è le mie orecchie.

Non ho membra: la prontezza è le mie membra.

Non ho legge: l’autodifesa è la mia legge.

Non ho l’arte della guerra: sakkatsu jizai (libero di uccidere e di restituire la vita) è la mia arte della guerra.

Non ho miracoli: il Dharma è i miei miracoli.

Non ho principî: l’adattabilità a tutte le circostanze è i miei principî.

Non ho tattiche: la vacuità e la pienezza è la mia tattica.

Non ho capacità: la prontezza di spirito è la mia capacità.

Non ho amici: la Mente è i miei amici.

Non ho nemici: la disattenzione è i miei nemici.

Non ho armatura: la sensibilità ed il senso del dovere è la mia armatura.

Non ho castello: la Mente imperturbata è il mio castello.

Non ho spada: mushin è la mia spada.

Sembrerà assai lontano, alieno, quello che vi ho esposto. Forse è vero. Ma chi agogna alla trascendenza sentirà qualcosa che gli è familiare. C’è chi, leggendo questo credo avverte commozione e c’è chi è pronto allo scetticismo e alla risata profanatoria: un bel discrimine!

Ma gli avventurieri dal cuore coraggioso che praticano gli infiniti superamenti che la disciplina interiore (quella vera, essenziale e povera) esige ogni giorno, forse si sentiranno parenti lontani di questi implacabili e splendidi guerrieri. Ormai il loro ciclo si è chiuso, i nuovi tempi abbisognano di nuove conoscenze e nuove forze…ma l’eroismo, nell’oggi, è ancora più necessario di un tempo. Per chi contempla l’umanità nel suo intero questo è un fatto sicuro ed evidente.

Auguro agli amici lettori che ora, nel tempo del buio, albeggi la luce dell’Io-Sole: nell’anima, nella coscienza e divenga azione liberatoria nella pietraia del mondo.

L’ANIMA ESOTERICA E I GRUPPI (di F. Giovi)

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(Albrecht Dürer «Le due signore»)

Da alcuni corrispondenti, lettori dell’Archetipo, ci è giunta quasi simultaneamente una domanda pressoché uguale nel contenuto e non connessa a temi esaminati recentemente. Essa, ponendo qualche dubbio a cui tenteremo di rispondere, si riferisce alla liceità della meditazione di gruppo.

Per gli interessati che non conoscono o non ricordano il tema, riproponiamo la lettura degli articoli di Dicembre 2000 (Esercizi: M. Scaligero, “La meditazione in comune”, anno VI, n. 2) e di Giugno 2001 (Esercizi: F. Giovi, “Aspetti pratici della meditazione in comune”, anno VI, n. 8), apparsi su questa rivista e consultabili in rete, che contengono tutte le indicazioni utili per sperimentare la meditazione in comune attenendosi alle necessarie regole. A chi ci legge è chiaro da anni che le nostre note si pongono volutamente distanti sia dal nozionismo spiritualista sia dall’intellettualismo spiritualizzato, e si riferiscono di solito a suggerimenti indirizzati all’Opus interiore, nei suoi caratteri pratici piú elementari: nella ferma e sperimentata convinzione che di solito quando si chiacchiera circa le precedenti incarnazioni di Steiner, su cosa faremo nello stato Vulcano, oppure ci si scambiano “conoscenze akashiche” come fossero news dell’Ansa, non si “fa antroposofia” ma ci si è posti assai lontano da essa sino dal piú elementare accostarsene, probabilmente mancando la sufficiente potenza dell’anima per una connessione con il Principio che inizialmente emerge non tanto dai testi quanto dalla propria attività rivolta ai testi e soprattutto dal pensare, cosciente e voluto oltre la propria natura, ossia alimentato da una impercepita moralità radicale (sovrapersonale).

Farebbe bene nell’accostarsi a Steiner riflettere, ad esempio, sulla distinzione, enunciata dal cardinale Newman, tra l’assenso nozionale e l’assenso reale: un uomo accorda il suo assenso nozionale a qualcosa che la sua intelligenza capisce ed accetta, ma non agisce mai secondo tale assenso, che rimane nel campo intellettuale, vano e astratto. L’assenso reale, al contrario, non proviene dall’intelligenza, ma da un contatto vivo con l’essere, e questo assenso reale impegna non soltanto l’intelligenza ma anche il sentimento, la volontà e quindi l’azione.

Sembra evidente la difficoltà di uscire da una sorta di canone erroneo, ancorato ad una superficialità subordinata crepuscolarmente agli impulsi dettati da inferiori (arimanici) spiriti del tempo: indicatori persuasivi di mode e modi d’essere che promuovono in tutti i campi della vita le progressive fasi di degradazione dall’umano verso ciò che sta sotto di esso.

Evola aveva ragione, quando accennava ad una tipologia umana differenziata: non abbiamo mai conosciuto seri ricercatori esoterici, in Italia e in Europa, che fossero o siano suscettibili a subire dette influenze.

Eppure la gravità di questa deriva verso il basso sembra aumentare vistosamente proprio tra gli individui e negli ambienti che, per svariati motivi, coltivano l’opinione di essere in qualche modo “esoterici”. E che mai lo saranno, in quanto fondano e perpetuano la loro convinzione solo su un discutibile sapere nominalistico (la cui ampiezza di nozioni determina il “valore spirituale” del singolo!) giustificato da un ondivago pregiudizio mistico- sentimentale.

Proviamo a chiarire almeno uno dei “perché” fondamentali. La chiave del problema si trova nella coscienza, e piú precisamente nella capacità di distinguere da quale io si parte per leggere, comprendere, meditare ecc. (ne abbiamo già accennato nel precedente articolo).

È un punto cruciale che esige ripetitività e chiarezza. Possiamo ricordare senza anatemi l’ostentato disprezzo di Gurdjieff per il “me” comune, il pirandelliano Uno, nessuno e cen tomila: un santo alle 9, un assassino potenziale alle 11, uno zombi alle 14, un amorevole pater familias alle 18, un mistico alle 19 e via cantando.

È lo stesso motivo che si canta anche piú su: il grande Ramana, interrogato dai visitatori, spesso rispondeva con una contro-domanda: «Chi è l’Io che pone questa domanda?».

Portiamo il nocciolo della cosa nelle esperienze piú comuni, quelle che incontriamo ad ogni angolo di strada. Di cui siamo spettatori (o inconsapevoli attori).

Ecco: due distinte signore s’incontrano nel far la spesa quotidiana. «Buon giorno, signora Maria», «Buon giorno a lei, signora Bice, come va?». «Ah! Non me ne parli!…». «Le è successo qualcosa?». «Signora Maria, è un brutto periodo… sono piena di pensieri. Non riesco neppure a dormire perché sono tormentata da pensieri tutta la notte!» .

Allontaniamoci dalle due signore per rispetto e per non tediare il lettore, ma esaminiamo le parole udite. Secondo voi la signora Bice sta mentendo? Assolutamente no!

Magari esagera un pochino, ma questo non è un grande peccato. Però è strano: Rudolf Steiner, per fare un esempio, nel primo capitolo de La Soglia del Mondo Spirituale caratterizza la sperimentabile natura del pensare rovesciando completamente l’effetto animico che i pensieri producono alla signora Bice: «Persino nella tempesta delle passioni può subentrare una certa calma, se la navicella dell’anima è riuscita ad approdare all’isola del pensare»; «Potersi dedicare alla vita del pensiero è qualcosa che induce una profonda calma».
È forse concepibile che il pensare possa in realtà essere formato da due “sostanze” diverse e persino opposte? Certamente tutto è pensabile, ma sovente non è affatto reale: la natura di qualsiasi fenomeno coincide con se medesima, ossia i cavoli sono sempre cavoli e non sono mai fagioli. Dunque, “in sé” il pensare della nostra signora e quello indi cato dal Dottore è sempre e comunque pensiero.

A parer nostro l’intoppo sta a monte. Il problema, in poche parole, si può riassumere in una domanda: Chi sta pensando? Perché il pensiero è uno ma i soggetti sono tanti. Ordinariamente “el leader maximo” è l’astrale, quello vincolato alla corporeità, quello che non esce dal corpo e dalle sensazioni.

L’astrale usa il pensiero, l’astrale si sostituisce all’Io come soggetto: è l’io bramoso, l’io spurio che usa vestirsi del riflesso del Pensiero per esprimersi per quello che è, ossia un tumultuoso coacervo di sensazioni, istinti, passioni, sentimenti frustranti perché privi di una vita vera che possa appagarli. In perfetta tangenza con il Lucifero infero, la coscienza sottomessa all’astrale, ossia la psiche, legge le Opere di Iniziati, di nobili mistici o di maghi possenti, persino medita, stimolando le forze di inframondi sub-corporei dai quali, pur non possedendone consapevolezza, ottiene talvolta esperienze (medianiche) di notevole appagamento.

Questo “corso d’opera” che, contemplato nella sua realtà, appare guasto e pervertito, è di fatto il comune stato animico, mutevole ma che in essenza non muta mai, anche se si motiva con l’essersi appropriati di letture o connessioni a logge o alle mille diavolerie dissepolte tra i cimeli dell’antiquariato sapienziale. È quello (lo diciamo accoratamente) che fa continue domande e chiede risposte “esoteriche” mantenendo il medesimo chaos identificativo tra l’astrale ed il pensiero che si esprime nella coscienza della signora Bice, perciò senza averne diritto. Diritto che appartiene alla sfera morale pura, al pensiero puro e al Soggetto vero, ossia allo Spirito in quanto si manifesta nell’uomo. Invero possiamo conoscere, amare e compatire tutti gli esseri, intuire la necessità karmica dell’azione criminosa, ma non sostenere da complici la tangibile realizzazione dell’impulso scellerato. Ed è ciò che avviene quando, per un sentimento di fratellanza o di simpatia mal collocato, si accetta e si dignifica con leggerezza il guasto strutturale dell’essere che andrebbe certamente aiutato, ma con impersonale saggezza e amore, che è il collegarsi sacrificalmente al suo vero Io. Mentre al contrario, ci si scandalizza automaticamente davanti a quanto appare come esempio di difformità dalla tradizione formalizzatasi nel tempo, il cui livello è tale che anche quando trasmetta i resti di un prezioso retaggio non sa elevarsi oltre l’affabulazione catechistica perché istituzionalizzata “orizzontalmente” dai pigri, dai politici e dai neo-primitivi.

Il senso di questa lunga riflessione è per noi una sorta di necessaria premessa a risposte che non vadano immediatamente riposte e dimenticate in (psichici) archivi tombali. Depositari dei tanti casi di risposte inutili a domande futili perché suggerite piuttosto dall’impertinente vacuità della corrente astrale inferiore che da tensione spirituale.

Revenons à nos moutons, cioè torniamo al tema: nessun testo di Steiner o di Scaligero indica tra gli esercizi la meditazione in comune, né tantomeno essa viene sottesa. Si potrebbe dunque concludere, a ragione, che essa non sia essenziale o necessaria ai fini di una ascesi interiore, la cui natura pratica è in effetti personale, intima. Del resto se qualcuno, per destino o per sofferta scelta individuale, cammina in solitudine, sarebbe forse per questo limitato nel lavoro interiore?

Altresí sappiamo che Steiner operò insieme ad altre figure di rango in elevate operazioni meditative; che Colazza partecipò molto attivamente alla “catena di Ur”; che Scaligero meditava con diversi gruppi di persone ed in particolare con un suo gruppo. E che molti discepoli diretti del Dottore operarono consimilmente.

Sappiamo anche che, dopo la morte dello Steiner, iniziò una specie di “fuoco di sbarra mento” nei confronti degli esercizi e in generale delle operazioni esoteriche che, seppur attenuatosi negli ultimi anni, sembra vigere tuttora. A dirla tutta c’è stata una lunghissima opera di dequalificazione costituita dalla stratificazione di comunicazioni ambigue o estradanti, la quale, a nostro parere, ha procustianamente ridotto (pauperizzato) alcuni tratti importanti dello spirito delle indicazioni primarie e “cloroformizzato” il livello della capacità d’intendere nelle successive generazioni di discepoli, fatti salvi i pochi ed eterodossi “lottatori della conoscenza”.

Per un approfondimento di questi temi invitiamo i nostri lettori a collegarsi al sito davvero notevole www.think-light.org del nostro caro amico Mark Willan, che per decenni, con grandissima energia, ha tentato l’impossibile.

Cos’è alla fin fine la meditazione in comune? È la riunione antroposofica maturata, fattasi adulta. Poiché non parla ma medita, non ascolta passivamente ma opera attivamente attraverso la mediazione di un puro contenuto interiore. E presuppone una esercitata disciplina animica (concentrazione, meditazione, i sei ausiliari, la pratica immaginativa) che dovrebbe essere, nei discepoli dell’antroposofia, il retto proseguimento della strada iniziata con l’apprendimento e lo studio. Tutto qui.

C’è chi, pur trovandosi d’accordo in linea generale con questa visione, teme una qualche pericolosità generata dal fatto che in una comunità di meditanti avviene un passaggio, un flusso di forze interiori tra i partecipanti (questo è il vero motivo per cui la meditazione in comune è interdetta ai neofiti, agli psichicamente alterati e ai bevitori). Detto volgarmente ma realisticamente: «Qui mi becco il pattume altrui!».

È un rischio incontestabile se ognuno non dà il meglio assoluto di sé. Se non ci si riunisce in sacro e responsabile silenzio. Se il filo che, almeno per mezz’ora, lega assieme i partecipanti, non è l’ideale piú alto.

Dunque il prezzo è piuttosto severo, ma, qualora il karma permetta l’associarsi, non appare impossibile per teste disciplinate e cuori che battano per i fini dello Spirito.

Per contro, ciò che viene respinto magicamente dalla purità della comunità meditante, accede (invade) invece in ogni gruppo che si ritrova, inconsapevole, senza destità e disciplina, operante a qualsiasi altro livello.

Chi domina almeno il mentale, vede nel silenzio come il sopore della coscienza, le angustie, le antipatie e tante altre cose ben peggiori degli uni penetrino nell’intera comunità con pessimi risultati per tutti. Tutti vengono infettati!

Questo non accade solo nel caso eccezionale in cui nel sodalizio sia presente una figura che operi con un’azione morale impersonale costantemente ispirata dalla percezione della presenza spirituale anche senza che nulla si palesi, nemmeno in saggi ammonimenti o in azioni sensibili. Non occorre essere veggenti per accorgersi di un imbarazzante malessere che afferra l’anima durante o dopo la riunione e che si soffoca nell’auto-inganno. Finché, per ascesi di Pensiero, non ci si liberi dal tragico imbroglio del sacro allestito come dato percepito, per cui si scambia la forma fissata con il contenuto spirituale che non c’è, sino a quando il dato non sia risolto in idea, ossia in ciò che non si oppone allo Spirito.

Amici cari, in sostanza quello che nella nota può apparire come critica non è diretto a nessuno, essendo solo dettato dall’imprescindibile esigenza di distinguere continuamente il sottile sentiero interiore dal moltissimo che non lo è affatto. Distinzione che sappiamo essere difficile poiché quanto ostacola e offende il Vero spirituale, persino quando sia individuabile in cose e fatti, è tuttavia sempre interno a noi stessi .

Quelli che sanno ciò e possono fare qualcosa, abbiano il coraggio e la generosità di spendersi, di sperimentare voltando le spalle ai miserabili ricatti razionali e sentimentali della Paura, seppure ribattezzata con falsi sinonimi. La via che porta all’esperienza co sciente dello Spirito è (drammaticamente) semplice; tante risposte a tante domande sono nocive e inutili e potrebbero ridursi soltanto a tre concrete indicazioni fondamentali:

diventare forti, deporre se stessi, abbandonarsi al silenzio.

Franco Giovi

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http://www.larchetipo.com/2007/ago07/esercizi.pdf

STRALCI DI CORRISPONDENZA

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E’ risaputo che scrivo sempre le stesse cose, però la mia voce,di solito, sembra defungere assai vicino. Certamente per mio demerito, ma osservo con obbiettivo dolore come, in tanti, si cerchi il “sensazionale” che verrà dopo o quello che scalda automaticamente il sentimento (fiore, cuore, amore, ecc.) C’è una ragione per tutto, anche per questo…però so piuttosto bene che su queste strade forse ci si frequenta ma non ci si muove e, anzi, ci si riempie l’anima di una incredibile incapacità di comprensione. Forse per una stravagante legge della fisica dei concetti – inaugurata in questo istante – che indica come si formi un campo statico in chi ne è privo ed in chi ne ha troppi.

Troverete tutti gli errori possibili nelle righe che seguono. Però con una qualità: è tutto reale, spontaneo. Nel senso che tolti nomi, fatti più personali e saluti augurali, sono risposte scritte di getto ad amici che formulavano domande. Utili o inutili, lascio a voi ogni giudizio…affidandomi ad ogni strenua goccia della vostra positività.

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Ripeterò spesso o sempre che il risultato della concentrazione non è immediato. Possono essere immediati, giungere da subito, diversi fenomeni che sono, come dice Meyrink, soltanto vapori del ghiaccio che si scioglie. Non escludo astrattamente un rapido sviluppo, ma sembra piuttosto che si debba attraversare un lungo periodo d’adattamento o preparazione, soprattutto se la natura psicofisica non sia preparata da quello che il Dottore chiama “studio”. L’esperienza dello studio varia moltissimo tra gli individui: questo fa parte del grande gioco.

Però, nei limiti del possibile, i vari punti di vista o i gradini dello studio non sono oggettivamente infiniti: per studio si può intendere ciò che nell’essoterico si è sempre fatto con qualunque materia da apprendere. Questa è già una attività che dovrebbe venir svolta con sufficiente ampiezza e profondità. Un grado superiore dello studio possiamo chiamarlo approfondimento: qui aumenta l’impegno, si riduce l’ampiezza generale, ci si sforza in profondità: per capirci, non si passa sopra il “karma” o il “corpo astrale” riconoscendo la parola e via. No! Ci si arresta e si lavora finché alla parola si riesca a collegare il concetto e/o l’immagine che le corrisponda. Solo poi si continua. So bene che è uno sforzo inusuale, ma l’alternativa è il giornale o il ricettario. Dai, forza! E almeno prova.

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Se tutta l’anima non interviene in tale lavoro, non può essere che esso sia vero.

Non dico di evitare le discussioni: a patto che queste siano sostenute dalla volontà di comprendere, di render chiara alla propria coscienza qualcosa che rimaneva incomprensibile alla conoscenza. Questa maieutica reciproca è piuttosto rara, preziosa. Altrimenti è tutto una scusa per critiche e polemiche: esse sono nella lista degli ostacoli che la natura pone inizialmente al ricercatore, il quale se non sa, o impara a distinguere tra l’impulso conoscitivo e gli impulsi (ciechi) della natura o perde solo il proprio tempo e turba inutilmente la propria anima. E’ possibile che essa al momento sia troppo carente (o priva) di devozione e senso del sacro. Non occorre che lo ripeta. Lo scrive assai chiaramente lo Steiner all’inizio del libro L’iniziazione. Non c’è alcuna difficoltà a comprenderlo: difficile è riferire quelle osservazioni a sé stessi.

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Rimango convinto che se uno non si perde in chiacchiere bizantineggianti, se interiormente è serio, arriva al punto in cui non può non trovarsi di fronte ad un limite, un muro. E, se nello studio egli ha fatto propri i temi dei testi, se li ha pensati e sentiti, può accorgersi, qualunque sia la strada conoscitiva intrapresa (epistemologica, occultistica, mistica o l’insieme di tutte) che il limite concettuale e rappresentativo non soddisfa più: è come una superficie o un muro: lì tutto si consuma e si avverte un’esigenza di profondità, di maggiore realtà. (Si sperimenta così il limite del pensiero astratto, anche se i temi erano alti) In questo caso il più elevato essere che vive in noi spinge verso l’azione che chiamiamo meditazione e concentrazione o se preferisci è una questione di rettitudine e di logica portata a conseguenza. La “conseguenza” però, afferra tutto l’uomo.

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Come ho già scritto in Eco, non ci si volge alla pratica interiore per tramite di un assenso meramente intellettuale ma affiora da un lavorio complessivo dell’anima: spesso ciò sale a consapevolezza con i tratti sofferti dell’impotenza o della disperazione. Si avverte l’insopportabilità della superficialità che condanna noi stessi a sperimentarsi altrettanto irreali come ogni altra rappresentazione. In casi più rari ma possibili balena in noi, con atemporale immediatezza, la grazia o la volontà dell’IO: in questo secondo caso si sa senza mediazioni ciò che va fatto.

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La concentrazione? Leggi il capitolo corrispondente del Manuale o di Tecniche (Tecniche della Concentrazione…dopo tanti anni penso che Massimo non avrebbe dovuto scrivere quel libro: non lo merita nessuno). Anche il corrispondente capitolo che trovi sull’Uomo Interiore potrebbe far capire anche al mio cane il perché dell’oggetto semplice e “costruito dall’uomo”.

Generalmente la coscienza si diffonde dappertutto, si disperde in tutte le direzioni, all’infinito verso questo o quello. Quando si vuol fare qualcosa di serio, come prima cosa si deve richiamare a sé tutta la coscienza e concentrarsi.

Se si guarda da vicino, si vede che la coscienza è spinta a concentrarsi in un punto, su una sola occupazione, come quando si compone una poesia o quando un botanico studia un fiore. Se si potesse convincere un giovane a praticare l’esercizio dell’attenzione dato da Ramacharaka nel suo Raja Yoga! Quando penso agli anni buttati via in occultismi e magismi e tradizionalismi filologici…

Ci si può chiedere che cosa avvenga di tutto il resto, quando ci si concentra: la coscienza diventa silenziosa, e anche quando a ciò non arriva ancora, pensieri fuggevoli o altre cose possono ancora muoversi come se fossero al di fuori di noi, ma la parte concentrata non se ne occupa e nemmeno li nota. Se il dardo della concentrazione permane lungo la propria traiettoria è ciò che succede quando la concentrazione ragionevolmente sta riuscendo.

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Non ci si deve stancare all’inizio con una lunga concentrazione (se non si è abituati): una mente stanca perde potere e valore. La meditazione stanca meno. Soltanto quando la concentrazione diventa una condizione, è possibile allungarne il periodo poiché si passa dalla fatica ad una sorta speciale di riposo. Ma ciò, a tale punto serve relativamente poco. Davvero i tempi dell’orologio non hanno più significato. Ho scritto e dato tempi solo perché, all’inizio, si vogliono regole, ossia quante più certezze possibili. Inoltre il disciplinarsi è veicolo di volontà.

*

No! E’ un errore pensare che si possano fare dei progressi avendo paura. La paura è un sentimento che devi sempre respingere con disprezzo o con qualche…risata. Ciò che temi è esattamente quello che ha maggiori probabilità di accadere: la paura attira l’oggetto della paura. Ma a dirtelo non cambia, credo, nulla.

Dona te stesso al Signore, al Tao, al Cielo…comunque a Chi ti trascende: puoi farlo in ogni momento e nulla te lo impedisce (se non te stesso). Provaci prima di criticare una caratteristica comune a tutti noi. Non soffocarla com’è d’abitudine: più ti apri verso l’Alto più il suo potere scende in te. In alcuni momenti della vita può essere l’essenza di tutto. Fiducia, devozione, donazione sono i petali del fiore della tua anima. Senza essi come vuoi che il pensiero che non è santificato possa illuminare qualcosa?

*

Il nocciolo del nocciolo? Massimo lo ha scritto centinaia di volte moltiplicate in tutte le sue opere. Superare, risalire la condizione ordinaria del pensiero per ritrovare quello che c’è prima: la forza pensiero. Semplice semplice come un giardino zen: silente essenzialità: luce vivente.

La Filosofia della Libertà è divisa in due parti. Ciò era evidente nella prima stesura (vedi la prima ed. italiana del Tommasini). Mi pare che non si voglia notare che l’agire, indicato nella seconda parte ha il presupposto della ”intuizione”: che si sviluppa assumendo l’opera indicata nella prima parte. Perciò lontana anni luce dal fare, per così dire, ordinario.

Ti faccio un accostamento scandaloso: alla prima parte corrisponde la concentrazione. Alla seconda parte l’atto puro. Certo, è una semplificazione eccessiva, me ne rendo conto, ma pensaci su e prova, sperimenta. Riguardo al testo, credo occorrano anni di lavoro serissimo: poi, integrato alle discipline, magari scopri che non è stato scritto per non essere compreso.

*

Mah! Io ribalterei la questione. Abbiamo un mucchio di testimonianze che confermano il fatto che il Dottore dava, a chi lo interpellava, esercizi (persino a chi non li chiedeva affatto). Dal pochissimo che so, anche Colazza fece la stessa cosa. In prima persona, al nostro primo incontro, Massimo mi indicò tre discipline (oltre la concentrazione che già facevo), senza parole intermedie. Solo: “Fai questo, questo e questo”. Piuttosto, con serenità ma senza cecità, andrei a vedere cosa successe nella Società dopo la scomparsa del Maestro.

La via più larga e più percorsa non è sinonimo automatico di via retta.

Dato che solo di Scaligero posso accennarti per diretta esperienza, molte furono le orecchie che avrebbero dovuto arrossarsi per le benevole ma ironiche pizzicate quando diceva (cito a memoria): “E’ facile andare da Rotondi (piccola libreria specializzata in via Merulana) a comperare i libri”. Mai disse di non studiare, credo lo considerasse ovvio, ma quante sono state le volte che esclamò che, raggiunta la vita del pensare, i libri potevano essere buttati!

Poi, persino gli esercizi, ad un certo punto e in un certo modo, possono venir superati. Quando? Quando le istruzioni ti vengono date dagli Invisibili.

Bene. Mi fermo qui e tralascio scritti assai più lunghi. Quelli che avete ora letto non sono mattoni per il mio soppalco. Anzi. Mi sono proibito di correggere, di abbellire, di minimizzare gli scivoloni. La disciplina, a cui sono grato e fedele, mi ha liberato dalle smanie in vari sensi. Buon lavoro a tutti.

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2017

Anno XXII n. 12

Dicembre 2017

natale-2017

VIVERE ARDENDO…

Oggi, in un mondo sempre più automatizzato, ubriaco di effimero e di agitazione, in un mondo che sempre più vive in una spenta routine e in reazioni automatiche, si ha – fortissima – l’impressione di vivere in ogni campo come in un vasto cimitero. Sta dilagando quella qualità che, in Oriente, nel Sâmkhya e nello Yoga viene chiamata tamas, ossia l’elemento torpido, inerte, pigro, accidioso, che porta l’anima ad essere avida d’inerzia e di passiva dipendenza dall’abietto servaggio corporeo. Questo elemento tamasico intossica e oscura l’anima, le preclude la speranza dell’altezza e la avvilisce al punto di renderle inconcepibile una condizione diversa dalla schiavitù che la astringe alla vicenda mediante la quale gli dèi distruttori divorano la sua vitalità spirituale prima, e poi anche quella corporea. La Via del Pensiero – la pratica assidua, alacre, intensa della Concentrazione – è oggi l’unica cura, LA cura radicale alla dilagante malattia dell’anima. Via dura e faticosa, proprio perché l’anima schiavizzata è avida d’inerzia e di servaggio, ed è ostile al richiamo salvifico che indica il risveglio e la liberazione.

Abbiamo avuto modo di vedere come l’infida natura inferiore tenti incessantemente di ridurre al proprio dominio e di rendere inoffensivo persino l’elemento spirituale che la dovrebbe dissolvere e trasformare. Pigrizia e torpida inerzia portano ad evitare il coinvolgimento decisivo con la pratica interiore, in particolare con la Concentrazione. Magari a preferire le comode e “morbide” vie del misticismo e dell’emotività più torbida, illudente, e traditrice. È proprio quel «vivere a metà» della quale parla – mirabile ammonizione – la poesia di Khalil Jibral, donatami da un’anima eletta e pura, e che con grandissima gioia ho voluto trascrivere su questo audacissimo blog.

Khalil-Gibran

Vivere a metà…
Khalil Jibran

Non frequentare coloro che sono innamorati a metà.
Non essere l’amico di coloro che sono amici a metà.
Non leggere coloro che sono ispirati a metà.
Non vivere la vita a metà.
Non morire a metà.
Non scegliere una metà di soluzione. Non fermarti a metà della verità.
Non sognare a metà.
Non ti attaccare a metà di una speranza.
Se taci, conserva il silenzio sino alla fine, e se ti esprimi, esprimiti pure sino in fondo.
Non scegliere il silenzio per parlare, né la parola per essere silenzioso…
Se sei soddisfatto, esprimi pienamente la tua soddisfazione, e non fingere di essere soddisfatto a metà…
e se rifiuti, esprimi pienamente il tuo rifiuto, giacché rifiutare a metà è accettare…
Vivere a metà, è vivere una vita che tu non hai vissuta…
Parlare a metà, è non dire tutto quello che vorresti esprimere
Sorridere a metà, è rinviare il tuo sorriso,
amare a metà, è non raggiungere il tuo amore,
essere amico a metà, è non conoscere l’amicizia.
Vivere a metà, è ciò che ti rende estraneo a coloro che ti sono più vicini, e renderli estranei a te…
La metà, delle cose. È finire e non finire, lavorare e non lavorare, è essere presente e… assente.
Quando fai le cose a metà, sei tu quando non sei te stesso, giacché non hai saputo chi eri.
È non sapere chi sei…
Chi ami non è l’altra tua metà… sei tu stesso in un altro luogo, nello stesso momento.
Bere a metà non placherà, mangiare non sazierà la tua fame…
Una strada percorsa a metà non ti porterà da nessuna parte
e un’idea espressa a metà non darà nessun risultato…
vivere a metà. È essere nell’incapacità e tu non sei affatto incapace…
Perché tu non sei la metà di un essere umano.
Tu sei un essere umano…
Tu sei stato creato per vivere pienamente la vita, non per viverla a metà.

ISIDE SOPHIA-QUINDICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

QUINDICESIMA LETTERA

Giugno 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 3

Nelle due ultime Lettere abbiamo parlato del Sole e delle sue attività in relazione col momento della nascita. Ora noi guardiamo il Sole a partire dall’aspetto dell’evoluzione prenatale dell’essere umano. Sappiamo che l’evoluzione embrionale di un essere umano dura circa nove mesi. Il periodo è differenziato, naturalmente, in ogni caso individuale. Se prendiamo il periodo di nove mesi come una media, troviamo allora che il Sole si muove attraverso tre quarti dello Zodiaco, ovvero nove Costellazioni, mentre esso avrebbe attraversato l’intero Zodiaco se lo stato embrionale fosse durato un anno intero. Questa è la ragione del fatto che in ogni oroscopo ci sono circa tre Costellazioni attraverso le quali il Sole non è passato durante l’evoluzione prenatale. Sono quelle tra le posizioni del Sole al momento del concepimento e il momento della nascita. Sono costellazioni diverse a seconda del giorno di nascita dell’essere umano. Per esempio, se qualcuno è nato il 21 giugno allorché il Sole entra nella Costellazione dei Gemelli, allora possiamo presumere che il Sole non è stato nelle Costellazioni dei Gemelli , del Cancro e del Leone, poiché iniziò il suo corso nove mesi prima nella Costellazione della Vergine.

Se potessimo immaginare noi stessi sul Sole, vedremmo la Terra nella direzione opposta da quella in cui osserviamo il Sole dalla Terra. Per esempio, se dalla Terra osserviamo il Sole che entra nella Costellazione dei Gemelli, dal Sole vedremmo allora la Terra che entra nella Costellazione del Sagittario.

In un oroscopo individuale tutte le Costellazioni dello Zodiaco sono compenetrate dall’attività del Sole, eccetto che quelle tre che abbiamo menzionato più sopra. Ma alla metà dell’evoluzione embrionale, dal punto di vista del Sole, potremmo vedere la Terra in quelle Costellazioni. Nella Figura 1 più sotto vediamo il cammino del Sole durante i nove mesi di un’evoluzione embrionale. Esso comincia nella Costellazione della Vergine e si trova nei Gemelli allorché ha luogo la supposta nascita. Così esso lascia aperti i Gemelli, il Cancro e il Leone. La Figura 2 mostra il cammino della Terra nello stesso periodo. La Terra può essere vista dal Sole nei Gemelli, nel Cancro e nel Leone, mentre il Sole stesso è in Sagittario, in Capricorno e nell’Acquario, cioè durante il periodo centrale dello sviluppo embrionale. Perciò, queste tre Costellazioni nello “spazio aperto” sono collegate in maniera particolare col Pianeta Terrae il suo speciale significato nell’Universo.

SPAZIO APERTO

Ѐ la Terra sulla quale gli esseri umani sono discesi, dove cercheremo e forse troveremo il nostro compito, dove ci attendono dolore e gioia. Le tre Costellazioni nello “spazio aperto” dell’oroscopo prenatale indicano la natura di quelle esperienze terrestri che attendono l’anima. Diciamo che è la posizione della Terra che può essere osservata dal Sole all’incirca alla metà dello sviluppo embrionale durante il quarto, il quinto, e il sesto mese. Questo periodo, e gli eventi cosmici che avvengono durante esso, sono un riflesso d’importanti stadi nella vita tra l’ultima morte e la nuova nascita. Ed è altresì una previsione del periodo centrale della futura vita sulla Terra, in special modo per il periodo tra i 30° e i 35° anno.

Finora ciò appare essere interamente una questione riguardante la Terra, e la sua relazione col Sole sembra essere soltanto indiretta. Inoltre, qui è celato un profondo mistero che concerne ciò che tesse spiritualmente tra il Sole e la Terra.

Dalla Morte sul Golgotha, l’Essere del Christo si è unito con la Terra ed è lo Spirito dirigente, l’Individualità Cosmica, per così dire, di questo Pianeta. Il Christo discese sulla Terra da altezze cosmiche e dimorò nel corpo di Gesù. La discesa venne osservata dagli Iniziati delle civiltà precristiane. Essi sapevano che il Christo era lo Spirito Solare, la Guida degli Esseri Solari, che sarebbe disceso per salvaguardare ed abbracciare l’evoluzione della Terra. Ѐ l’azione fondamentale che giunge lontano nel futuro, poiché attraverso questo evento l’attuale condizione del nostro Universo muterà completamente, e la Terra diventerà il “Sole” di un nuovo Universo. Così la Terra viene conquistata dallo Spirito del Sole, dall’Essere del Christo, e allorché l’anima passa attraverso la sfera del Sole nella vita tra la morte e la nuova nascita, non può trovare più l’Essere del Christo in quella regione.

Possiamo ora immaginare che, quanto prima l’anima viene compenetrata dal desiderio di scendere in una nuova incarnazione sulla Terra, essa abbassi lo sguardo sulla Terra come il solo luogo nell’Universo ove, dall’epoca del Mistero del Golgotha, essa può sperimentare l’essere del Christo. Questo desiderio dell’anima di discendere in quel luogo ove il Christo può essere sperimentato, trova il suo riflesso in quella parte dell’oroscopo che abbiamo chiamato lo “spazio aperto”.

Possiamo leggere in esso gli impulsi e le decisioni che l’anima ha accolto mentre è ancora nel grembo del Mondo Spirituale. Esso mostra come, a prescindere dalle esperienze e dagli errori in precedenti vite terrene, l’anima vuole unirsi con la Terra nella Grande Opera d’Amore, al fine di trasformarla nella veste splendente del Christo. Allorché l’anima poi è nata sulla Terra e vive un un corpo, un velo d’incosienza cela tutte queste esperienze prenatali. Comunque, esse vivono nell’anelare dell’anima alla Verità, nelle molteplici maniere in cui il destino guida ognuno fino a che lui, o lei, non trovi la verità e la Pace dell’anima. Non possiamo mai comprendere le nostre intenzioni e i nostri impulsi prenatali, possiamo persino tradirli, ma poi realizzeremo dopo la morte dove abbiamo sbagliato, e questa conoscenza ci aiuterà a costruire le basi delle nuove incarnazioni sulla Terra per redimere il nostro proprio passato.

Ora può essere giunta l’epoca in cui ognuno di noi deve anelare al riconoscimento cosciente delle nostre risoluzioni prenatali, e per questo scopo ci  potrebbe essere permesso di guardare al nostro cielo di nascita, in questo caso lo “spazio aperto” e il suo valere come retroscena di eventi spirituali.

Per illustrare ed elaborare ciò che è stato detto circa questo terzo aspetto del Sole, considereremo ora pochi cieli di nascita di personalità storiche.

In Lettere precedenti abbiamo parlato di Tommaso Moro, che era nato il 7 febbraio 1478. Il Sole era allora nella costellazione dell’Acquario. Il suo concepimento deve aver avuto luogo attorno all’inizio di maggio del 1477. Il Sole era allora entrato nella Costellazione del Toro.

Così avvenne che il Sole non era stato nella Costellazione dell’Acquario (vi era entrato all’epoca della nascita), nei Pesci e nell’Ariete. Essi costituiscono lo “spazio aperto”. In questo “spazio aperto” il Pianeta Giove aveva formato un nodo nella transizione dai Pesci all’Ariete durante l’evoluzione embrionale di Tommaso Moro. Se fossimo riusciti ad osservare dal Sole la discesa della sua anima giù nell’incarnazione, avremmo visto ad un certo momento – all’incirca al quinto mese del suo stato embrionale – la Terra nei Pesci e dietro di essa la brillante luce di Giove. La Terra nei Pesci è la Costellazione che illumina l’anelito di Tommaso Moro per il riconoscimento della Divinità nella vita terrena, ma abbiamo pure le Costellazioni dell’Acquario e dell’Ariete.

Tommaso Moro appare, forse molto contro la sua volontà, come una figura fortissima nella vita sociale e politica della sua epoca. Fu più volte sul punto di ritirarsi completamente dalla sfera politica e seguire una vita di studio e di devozione, tuttavia il destino lo condusse sempre di nuovo sulla scena politica. Quando ebbe 37 anni di età, egli scrisse la sua Utopia che lo rese famoso. Espose le sue vedute per creare uno stato ideale, e pronunciò giudizi severi sulle istituzioni sociali e culturali corrotte del suo tempo. Inoltre basò il suo ideale di uno stato perfetto su un’assoluta sovranità della religione, addirittura sulla sovranità della Chiesa.

Perciò, egli sperimentò l’essenza dell’esistenza terrena nella sfera della vita sociale. Egli era un uomo profondamente religioso e pio. Inoltre il destino premeva su di lui sempre di nuovo per cercare le esperienze del Divino, non solo nella pace dell’anima ma anche di fronte all’umanità nel corpo sociale. Era la sfera in cui egli cercò la presenza dello Spirito Solare, che aveva unito Se Stesso alla Terra attraverso il Mistero del Golgotha. La Terra nella Costellazione dei Pesci eredita l’anelito all’esperienza del Sole spirituale nel corpo dell’umanità, essendo la realizzazione cristiana dell’Uomo Spirito che fu creato al principio dell’evoluzione del Mondo (vedi Lettera Quinta ) ed opera al di là dai Pesci. Quest’esperienza del Divino dalla Terra nei Pesci fu ulteriormente aiutata nella vita di Tommaso Moro dalle altre due Costellazioni nello “spazio aperto” : Ariete ed Acquario. L’Ariete gli dette il potere di realizzare il Divino nell’umanità attraverso il pensare purificato. Sappiamo che egli era un umanista ed un allievo devoto di Erasmo da Rotterdam. L’aspetto della Terra in Acquario gli dette il potere di sperimentare nel suo cuore il Sole Spirituale della Terra nella gentilezza e nell’amore per tutte le creature dell’Universo. La sua erudizione non fu una questione di mera formalità, bensì fu collegata ad una profonda venerazione e devozione per l’Universo del Creatore.

Un altro esempio di significato universale è Ralph Waldo Emerson. Egli nacque il 25 maggio 1803: il Sole era allora in Toro. All’epoca del suo concepimento esso era nella Costellazione del Leone. Così lo “spazio aperto” comprende le Costellazioni del Toro, dei Gemelli, del Cancro e parte del Leone, con i Gemelli al centro. La Terra nei Gemelli indica una ricerca per l’esperienza del Sole Spirituale nella sfera dell’Io, nella vita più intima dell’anima. E indubbiamente troviamo ciò realizzato nell’anelito di Emerson ad un grado tale che noi possiamo guardare con una profonda ammirazione questa personalità. All’età di 30 anni, al suo ritorno da un viaggio in Italia, Francia, Scozia ed Inghilterra, egli scrisse:

“Una persona contiene dentro di sé tutto ciò che necessario al suo governo… Tutto il bene o il male reale che può accaderle deve provenire da lei stessa… Vi è una corrispondenza tra l’anima umana e tutto ciò che esiste nel mondo; o meglio, tutto ciò che è conosciuto. Invece di studiare le cose al di fuori di se stesso, è possibile penetrare i princìpi di tutte le cose dall’interno di sé… Lo scopo della vita per una persona sembra essere il realizzare la conoscenza di se stesso…La più alta rivelazione è che Dio è in ogni-uno”.

Egli poi si stabilì a Concord e sviluppò quello che usualmente è chiamato il suo Trascendentalismo. Comunque, in ogni cosa che proveniva dal suo insegnamento, egli si rivelò come maestro d’indipendenza. “Desidero dire quello ch’io sento e penso oggi; con la clausola che domani forse io contraddirò tutto ciò”. Questa è l’esperienza del Sole Spirituale dentro l’individualità umana o la Terra nei Gemelli. (Sui Gemelli, vedi le  Lettere Terza e Quinta). Essa venne assecondata dalla Terra in Toro, che portò l’esperienza della presenza del Divino nella molteplicità delle cose create. Ciò apparve in special modo nelle conferenze e nei saggi sui Grandi Uomini nella storia e sulla Filosofia della Storia. Ma il suo atteggiamento interiore nei confronti della storia e dei grandi uomini rivelava inoltre un’altra esperienza dello Spirito Solare.

Se leggiamo i suoi saggi su Napoleone I, Swedenborg ed altri, diventeremo più coscienti del fatto ch’egli non agisce come un critico o come un giudice, bensì come il portatore del calice nel quale erano confluite le azioni, i raggiungimenti e gli errori di quegli uomini. Egli fu un vero sacerdote, che attentamente e devotamente recò la coppa dell’anelito umano sulla Terra e l’offrì per la transustanziazione allo Spirito Divino operante nell’umanità.

Questa è la ricerca dello spirito Solare che opera dalla Terra nel Cancro o Calice.

 (Continua)

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