ANCORA LA VESSAZIONE DEGLI STOLTI, OVVERO CONTRO L’IMPOSTURA E L’ANTROPOSOFIA IN SALSA NEW-AGE

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Tu nihil invita dices faciesve Minerva – Tu nulla dirai o farai  a dispetto di Minerva.

Quinto Orazio Flacco, Ars poetica, 385.

Poiché il presente lupaccio cattivissimo oramai si è già fatta una pessima fama, ovverossia fama di intollerantissimo lupaccio ringhioso, mordace, ed oltremodo polemico – fama di cui egli con una qual certa delinquenziale voluttà mena pure sconsideratamente vanto – tanto vale per lui trarre un qualche colpevole vantaggio da cotal mala fama, levarsi con palese soddisfazione qualche sassolino dalla scarpa, ed eziandio permettersi il lusso di dir fuori dai denti quel ch’ei pensa.

E siccome, nel gran teatro del mondo, i posti per i ‘buoni’ sono già tutti preventivamente occupati da quanti, in maniera stucchevolmente dolciastra, a gran voce si proclamano  tali ogni due per quattro, ed esibiscono pure l’autocertificazione che li autorizza a farsi conoscere come autenticamente ‘buoni’, anzi ‘buonissimi’, a questo lupaccio cattivissimo non resta che andare ad accomodarsi su nel loggione, ove vengono di regola relegati i cattivi, e i reietti. Ma, devo dire, che la compagnia dei ‘cattivi’, e dei ‘cattivissimi’, è alquanto più gradevole, e di gran lunga preferibile, di quella dei ‘buoni’ politically and esoterically correct, rispetto ai quali è davvero opportuno e salutare affermare: dai ‘buoni’ mi salvino gli Dèi, che da pirati e masnadieri mi salvo io da solo.

Nelle notti – specie in questo periodo piuttosto afose e accaldate – di quella dolcissima e melanconica insonnia dell’etrusco lupaccio, che tanto diverte la nostra ottima Savitri e il tergestino lupaccio Isidoro, al tirrenico lupaccio càpita, per distrarsi ed ingannare il sempre fuggevole tempo notturno, di leggere qua e là quanto vanno scrivendo vari pittoreschi personaggi su vari siti, pagine, e forum che fanno bella (si fa per dire…) mostra di sé in quell’immensissima fogna che è Infernet, ossia in quell’aracnide rete, che pare che ormai tutto avvolga e tutto divori. E questo, nella fattispecie, è il precipuo fine che si pone ogni ragno che si rispetti nel tesser la sua sapientissima, geometrica, tela: irretire, ossia – secondo etimologia – avviluppare nella rete, e poi divorare, e ben digerire, quante più vittime possibile. Nella fattispecie, la submateriale telematica rete dell’ormai ovunque imperante Infernet viene tessuta con millenaria perfida sapienza – velenosa “sapienza”, sia ben chiaro – dall’Oscuro Signore, dal Principe dell’Oscuro Pensiero, come veniva questi chiamato nell’antichissima zarathustriana Persia.

E dove vuole giungere con le sue ‘macchinazioni’ – è proprio il caso di chiamarle così – l’Oscuro Signore? È, invero, interessante, oltre che estremamente salutare, e salvifico, rendersene conto. In una lezione esoterica, tenuta il 23 dicembre 1924, curata e pubblicata dalla mia compianta amica Hella Wiesberger all’interno dell’Opera Omnia, nella sezione Aus den Inhalten der Esoterischen SchuleDai contenuti della Scuola esoterica, Rudolf Steiner comunica qualcosa che dovrebbe far oltremodo riflettere coloro che troppo superficialmente, e spensieratamente, dicono di richiamarsi alla sua Opera:

«È impossibile immaginarsi che cosa possa accadere in un tal caso, se l’umanità non avrà ancora raggiunto l’altruismo. Soltanto attraverso il raggiungimento dell’altruismo sarà possibile trattenere l’umanità sull’orlo della perdizione. Il declino della nostra epoca attuale sarà causato dalla mancanza di moralità. La civiltà lemurica è stata distrutta dal fuoco, l’epoca atlantica dall’acqua, la nostra sarà distrutta dalla guerra di tutti contro tutti; gli uomini distruggeranno se stessi nella lotta fra di loro. Ed il fatto desolante – più desolante di altri modi di rovina – sarà il fatto che gli uomini stessi ne porteranno la responsabilità!

Un piccolo gruppetto si salverà per la sesta epoca di cultura. Questo piccolo gruppetto sarà progredito sino all’altruismo. Gli altri raggiungeranno ogni raffinatezza nell’elaborare le forze fisiche della natura e nel metterle al proprio servizio, senza sviluppare il grado necessario di altruismo.

Particolarmente nella settima epoca di cultura questa guerra di tutti contro tutti imperverserà nel modo più tremendo. Forze potenti, violente, deriveranno da scoperte che trasformeranno l’intero globo terrestre in una specie di aggregato elettrico autofunzionante. In un modo che non può essere rivelato, il piccolo gruppo sarà protetto», GA 93, Die Tempellegende und die Goldene Legende, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1978, pp. 123-124.

Le parole «zu einer Art selbstfunktionierendem elektrischem Apparat», appunto una sorta di aggregato-macchina-apparecchio elettrico autofunzionante, non lasciano granché dubbi circa l’affinità tra quello che, già oggi, si sta realizzando sulla Terra attraverso l’omninvadente tecnologia telematica – che ora tenta di spingersi sino al 5G – e quanto afferma lo stesso Rudolf Steiner. Ma questo complicato, e stritolante, marchingegno – l’Apparat, come lo chiama il Dottore nella sua comunicazione – è solo il mezzo, lo strumento, il canale, per veicolare qualcos’altro. Ora, l’Oscuro Signore è dominatore della materia, della menzogna, nonché il suscitatore dello spirito d’avversione.

Menzogna, paura, e spirito d’avversione – che è sempre avversione nei confronti dello Spirito – sono gli strumenti per incatenare il poco, davvero troppo poco, consapevole uomo alla materia. La sua influenza si estende ormai in ogni campo: compreso quello politico, culturale, religioso, ed altresì – anzi a maggior ragione – quello esoterico. Perché, essendo o dovendo essere la Via esoterica una ‘Via di liberazione’, pervertendo, deviando, inquinando la Via esoterica, si rende appunto impossibile la liberazione. Naturalmente, l’Oscuro Signore ha l’abilità e l’accortezza di adoprare una molteplicità di mezzi e strumenti diversi a seconda della varia conformazione degli esseri umani. A lui poco importa se le catene che astringono l’uomo, e lo tengono in schiavitù, siano di rozzo acciaio, o d’oro, o d’argento, o addirittura se siano catene di petali di rosa: l’importante è che esse mantengano l’essere umano nell’abietto servaggio al quale egli vuole destinarlo.  

A tal fine, a livello esoterico, viene usata una vasta gamma di ‘vie’, le più diverse, e persino antitetiche, che però solletichino, e soddisfino, i gusti rozzi o raffinati delle predestinate vittime. Vie d’Oriente e d’Occidente, vie magiche e mistiche, forme rituali cerimoniali e devozionali, complessi di ideologie e filosofie spacciate per ‘metafisiche’, forme più o meno alterate, modernamente “aggiornate” di yoga: yoga ginnico e respiratorio, yoga tantrico della “mano destra” e della “mano sinistra”, vie di “magia sessuale” spacciate per “alchìmia”, magia “bianca”, “rossa”, “nera”, black&white (come il whisky), la Wicca, il Vaudou, la Santeria, l’Umbanda, il Candomblé la stregoneria vera e propria, e via dicendo. 

Nel primo incontro personale, alla fine della primavera del 1970, che io ebbi con Massimo Scaligero, ad una mia domanda circa certe vie ed influenze spirituali, che giungevano allora in Italia da Oltreoceano, egli rispose ben deciso: Ricordati dall’America non verrà mai niente di buono! Ed io mi tengo per detto tale tagliente affermazione. Anche perché, in quasi mezzo secolo di Scienza dello Spirito, ne ho potuto constatare l’assoluta verità. In una forma o nell’altra, tutte quelle vie sedicenti spirituali sguazzano nella medianità più sfatta. Medianità non è soltanto quella del volgare spiritista che fa ballare il tavolino a tre gambe. Oggi, medianità è ogni forma di spiritualità non fondata sull’autocoscienza dell’Io: visionarismo, channeling, magismo inferiore, shamanesimo, misticismo sentimentale. Oggi si può dire che persino la pubblicità, le strategie di marketing, la politica – tutta la politica, e in special modo quella che viene mescolata all’esoterismo – con le sue spregiudicate manipolazioni sono medianità: sono un coltivare in sé e negli altri forme varie e insidiose di medianità. Massimo Scaligero affermava apertamente che i politici erano e sono dei medium. E levò la pelle di dosso ad amici che si davano alla politica. Uno di loro, persuaso da “qualcuno”, sconsideratamente, aspettò la morte del Maestro per ricominciare a fare politica! 

In questo senso, dall’America negli ultimi decenni ci è giunta una delle forme più sfatte di spiritualità medianica: la New Age. E la New Age, slavata e sognante forma di ‘spiritualità’ un po’ hippy, un po’ liberty, e un po’ celtic folklore, con una patina di orientalismo di maniera, sta imperversando di là e di qua dall’Oceano Atlantico. E siccome notoriamente molti antroposofi sono delle vere “aquile” di sapienza e discriminazione (si fa sempre per dire…) possiamo oggi assistere a tutta una serie di indebite commistioni della Sapienza Celeste dell’Antroposofia con qualcosa di guasto e malsano, che con essa nulla, proprio nulla, ha, nonché nulla deve o dovrebbe avere a che fare. Una indebita commistione dove – come in un americanissimo melting pot – tutto viene fuso e con-fuso. Il mio amico L. – che incontrai a Roma nell’agosto del 1969, e che nella successiva primavera del 1970 doveva presentarmi Massimo Scaligero – chiamava causticamente tali commistioni: un fricandò colle cipolle. Va da sé che il contenuto di un tale melting pot, o un tale fricandò, così come il contenuto del pentolone delle streghe del Macbeth di Shakespeare, sia assolutamente immangiabile, e procuri inevitabilmente nausea, forti dolori di stomaco e intestinali.  

Al presente lupaccio cattivissimo è capitato, alcuni giorni fa, di leggere, su un noto social network di Infernet, tutta una discussione, a momenti piuttosto accesa, su quanto aveva scritto, proprio sul quel noto social network, il 22 giugno scorso, un tale X.Y., il quale letteralmente (con incerta sintassi e ortografia che non correggo) così scrive:

«Fausto Carotenuto ha detto in un un’incontro (sic) a Milano che i ritmi del giorno sono scanditi dalla presenza, fra gli altri, degli arcangeli e che la sera in particolare sarebbe presieduta da Michele … mi piacerebbe approfondire il tema con lui se vorrà gentilmente partecipare e con tutti voi cari amici grazie mille per l’attenzione … naturalmente posso essermi sbagliato e in questo caso chiedo scusa».

Questa affermazione aveva suscitato una nutrita discussione. Vi fu chi, con correttezza chiese da quale fonte dell’Opera di Rudolf Steiner risultasse una cotale apodittica affermazione, a mio modo di vedere non solo sicuramente errata, ma anche dimostrabile come errata. Ma la richiesta di citare la fonte, avanzata dalla nostra amica Shanti Di Lieto Uchiyama, non ha trovato soddisfazione, come ci si sarebbe ragionevolmente aspettato:

«Sarebbe opportuno citare le fonti. Perché spesso non viene detto da dove vengono tali conoscenze».

A questa richiesta, la nostra amica Shanti, poco dopo, aggiunge quanto segue, senza peraltro ricevere, neppure questa volta, adeguata risposta, ma solo evasive, divaganti, considerazioni:

«Tutti siamo esperienza che vive, ma se non siamo Rudolf Steiner che attinge al Mondo Spirituale le sue conoscenze, è opportuno citare le fonti. Steiner stesso parla con chiarezza di come acquisisce tali informazioni nelle sue ricerche, di ciò che gli viene mostrato e ciò che non riesce a vedere anche con ricerche estenuanti, nei suoi viaggi che duravano anche tre giorni in una stanza nella stanza, e nessuno lo disturbava. Se avesse avuto una vita frenetica come la nostra non so cosa avrebbe potuto dire nelle sue conferenze…».

La richiesta più che onesta e legittima della nostra amica Shanti – quasi fosse un atto di “lesa maestà” nei confronti di chi – come direbbe il bravo Arturo Reghini – “ammanniva ex cathedra il verbo salvifico al popolo catecumeno”, ha suscitato un vero e proprio vespaio da parte dei seguaci di colui che tale affermazione aveva fatta, nonché la risentita reazione dello stesso Fausto Carotenuto.   

Ora lasciando perdere tutta una serie di commenti di sapore, per così dire, un po’ “cortigiano” e laudativi di taluni, e quelli polemici ma che non colgono nel segno di altri, è interessante riportare una prima reazione del Carotenuto, il quale a tutta prima cerca di sottrarsi all’onesto confronto, così scrivendo:

«Come voleva e auspicava Rudolf Steiner, non solo Rudolf Steiner doveva e poteva attingere al Mondo Spirituale, ma un po’ alla volta tutta l’umanità in evoluzione. Ma, vedendo l’aria che già tira nei commenti, mi astengo dal dire altro su questo tema in questa pagina e ne parlerò all’amico X.Y., se me lo ricorderà, quando ci vedremo personalmente»,

ma, poi, ei proprio non resiste, e più sotto – pur eludendo bellamente la  più che legittima richiesta di Shanti – aggiunge:

«Io non ho comunicato nulla in questo post… e quindi come avrei potuto comunicare la fonte di una cosa che non ho scritto? Maurizio mi ha chiesto un approfondimento rispetto ad una conferenza tenuta a Milano tempo fa. Di massima quando parlo cito Steiner quando c’è da citarlo, così come altri iniziati… parlo di conoscenze rosicruciane quando sono quelle che lo stesso Steiner cita spesso senza dire da chi le ha avute, quando e perché (e faceva bene). E quando non cito qualcuno, nelle conferenze, vuole dire che sono io che dico le cose, sulla base delle mie esperienze e conoscenze. Tutto qui. Il mio lavoro non è affatto quello di “citatore”, né sono un adoratore acritico del pur grandissimo Steiner. Ma si fa scienza dello Spirito anche senza rifarsi ad ogni passo a Steiner. (E forse questo mi distanzia dalla maggioranza degli aderenti a questo gruppo). Quello che mi interessa è comunicare, con linguaggio comprensibile ai più, contenuti che siano utili alle persone, per aiutarci reciprocamente a crescere nella nostra capacità di creare il bene. Il resto mi pare terribilmente secondario e poco utile. Ma ognuno, come sempre, ha un suo compito e segue un sua strada, giusta o sbagliata che sia. A me interessa l’uovo, e non capisco quelli che invece del vero contenuto dell’uovo, cercano solo il pelo».

Indi poscia, il Carotenuto, poco sotto, sempre per non citare le fonti della sua alquanto problematica affermazione, si defila ancora una volta, e scrive:

«Ogni cosa ha il suo contesto. Ripeto che io qui, in questo post, non ho comunicato nulla, e quindi qui non ho fonti da comunicare. Tutto qui. X.Y. mi ha chiesto di approfondire. Per qualcun altro approfondire significa citare Steiner (perché solo Steiner poteva…). E io – vista l’aria che tira, appunto, non ho altro da dire su questo tema. E preferirei chiuderla qui».

Ma ancora una volta, spinto da uno spiritello loquace, ei non resiste ad “esternare” il suo pensiero e aggiunge:

«Comunque, per dare un elemento in più e da dove viene, per non lasciare in sospeso chi è interessato (e per non fare l’antipatico stizzoso)… riporto sinteticamente quanto segue: è conoscenza propria degli iniziati e da ultimi dei rosacroce, già prima dell’ultima incarnazione di Steiner, che dai maestri rosacroce lo ha appreso e poi reso in parte noto, che non solo i quattro arcangeli Gabriele, Raffaele, Uriele e Michele sono, tra le tante altre cose, spiriti della stagioni, nell’ordine Inverno, Primavera, Estate e Autunno. Ma che le loro qualità e influenze si riflettono nello stesso ordine in 4 periodi di sei ore sulle ore della notte (22-4), del mattino (4-10), del mezzodì (10-16) e del pomeriggio-sera (16-22). Per parlare più direttamente di Michele che ora guida la crescita del pensiero e del cuore umani (della coscienza) nell’ “età del cuore che pensa”, è in effetti a partire dal pomeriggio, quando il sole esteriore, il logos solare, comincia a calare, e ci investe in misura minore con la sua forza divina, che questo rende più libero il nostro sole interiore di brillare con le proprie forze, e di emettere i propri raggi unendo pensiero e cuore per pensare e sentire come meglio agire per il Bene di tutti. Sono nella nostra epoca le ore migliori per pensare e sentire michelianamente a come meglio creare il Bene».

E, per meglio precisare, afferma sinteticamente:

«Quando intendo iniziati rosacroce non intendo affatto gli ordini che si definiscono rosacroce… ma i veri maestri di quella corrente, dai quali in via diretta lo stesso Steiner ha preso parte importante delle sue conoscenze e tecniche. Che non si trovano certo ad ogni angolo di strada».

Le “sapienti” (ancora una volta, si fa tanto per dire…) “rivelazioni” di Fausto Carotenuto riscuotono la fervida ammirazione di tale Sabrina Madama D’ore (sic), la quale commenta:

«Grazie tantissime… dunque se ho ben capito Michele ci sarebbe fino alle 22.. (sic) poi subentra Gabriele…».

Le risponde così il Carotenuto: «Sabrina Madama D’ore, ci sono sempre tutti. diciamo che, in modo non meccanicistico, le qualità dell’uno prevalgono sulle qualità degli altri in quelle determinate ore».

A questo punto, non poteva mancare la stupita, e commosa, risposta di Sabrina Madama D’ore, in trepida attesa di ulteriori “mistiche rivelazioni” :

«Meraviglioso… poi se un giorno ti andrà di parlarci delle qualità accolgo con molto interesse per ora grazie davvero per la tua disponibile generositaà … Buona giornata, Fausto Carotenuto».

Beh, non dispiaccia al signor Carotenuto, ma qua, nella fattispecie, non si tratta affatto di “cercare il pelo nell’uovo” (per usare la sua espressione), bensì di cercare la Verità, e sulla Verità non è affatto il caso di fare sconti proprio a nessuno. E il perché lo dice Rudolf Steiner in un ciclo di conferenze – al quale rimando, anche se dalla milanese Editrice Antroposofica è stato tradotto un po’ maluccio, ma ne io posseggo da decenni anche l’originale tedesco – ossia, Die okkulte Bewegung im  neunzehnter Jahrhundert und ihre Beziehung zur Welkultur, apparso in italiano col titolo Il movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura, O.O. 254, Milano,1993.

In tale importantissimo ciclo, sin dalle prime delle tredici conferenze, tenute a Dornach tra il 10 ottobre e il 7 novembre 1915, il Dottore parla – e descrive con abbondanza di particolari – delle spregiudicate strategie di una serie di confraternite occulte di “sinistra”, spiritualmente deviate e deviatrici, le quali si sforzano di mettere fuori strada i cercatori dello Spirito attraverso l’inserire alcuni singoli particolari, apparentemente del tutto secondari (ma che tali non sono punto), volutamente errati, in una concezione spirituale più generale, facendola così deviare verso una forma di “materialismo spirituale” (ci si perdoni l’audace ossimoro, che però è di Rudolf Steiner), e paralizzando così lo sforzo del ricercatore di un autentico Mondo Spirituale, e provocando effetti negativi tutt’altro che trascurabili nel mondo della cultura e nella civiltà.  

Non vi è nulla di peggio di una concezione apparentemente spirituale, o che si vorrebbe tale, “colorata” materialisticamente attraverso l’introduzione di singole, o poche, nozioni, solo apparentemente secondarie, ma le quali hanno il potere di aggirare, o letteralmente scavalcare, il pensiero cosciente e il potere critico di un ingenuo ricercatore, e di scendere nella sognante sfera del sentire, e in quella ancora più profonda e oscura della volontà istintiva, “configurandole” al servizio dei non dichiarati – e non certo encomiabili – fini di chi, ben coscientemente, e cinicamente, mette in scena una tale farsa, o illudente “fattispecie”. Rudolf Steiner, descrivendo tutta una serie di eventi della storia del movimento occulto del XIX secolo, e le tragiche conseguenze che tali eventi ebbero, e tuttora hanno (tra le quali la diffusione pandemica di quel cancro spirituale che è la medianità spiritica o magico-cerimoniale), parla della “confusione” che, attraverso gli scritti di Sinnett e della Blavatsky, – su istigazione di deviate confraternite occulte indiane della “mano sinistra” – venne introdotta nel movimento teosofico tra l’attuale satellite della Terra, ossia la Luna fisica, e la famigerata “ottava sfera”, mentre da parte di altre, sempre anch’esse deviate, confraternite occulte del mondo anglosassone, e di quello inglese in particolare, veniva falsata la funzione cosmica degli Spiriti planetari, ed eziandio dell’intera evoluzione cosmica. 

Molto, ma molto, peggiore, e soprattutto ben più pericoloso del materialismo volgare, o di quello scientifico, il quale almeno ha un campo limitato nel quale è utile e giustificato, è il falso spiritualismo, il falso esoterismo, che si riveste di seducenti apparenze, le quali nascondono realtà e finalità inconfessabili, che con l’autentica sfera spirituale nulla, o molto poco, hanno a che fare.   

La nostra amica Shanti con molta modestia e correttezza, ha provato a rispondere al Carotenuto, cercando di riportare le cose su un terreno più onesto e sano, anche se talune sue affermazioni devono essere meglio precisate. Ma leggiamo quel che lei scrive:

«In ambito della Loggia dei cosiddetti Rosacroce ossia Loggia di Misraim, in effetti girano post da anni sugli Arcangeli in relazione alle quattro stagioni, e anche sul collegamento con le ore del giorno devo aver letto qualcosa, forse di Giorgio Tarditi Spagnoli, o qualcuno che come lui si esprime in modo che a me ricorda tanto la Besant e i guru della teosofia, piuttosto che la Scienza dello Spirito come la conosco nel mio piccolo dal lato di Massimo Scaligero e Giovanni Colazza, con immagini e linguaggio molto diversi da questi signori della Loggia dei Rosacroce. Anche Archiati ne aveva scritto mi sembra di ricordare. Dal punto di vista del contenuti, probabilmente andranno a recuperare delle conoscenze che giravano tra ottocento e inizio novecento nel sottobosco esoterico in cui Rudolf Steiner si trovò a navigare come in una palude di notte, tra luci ed ombre. Una necessità karmica di certo, in quel periodo. E probabilmente queste conoscenze sugli Arcangeli avranno un loro fondamento, nonostante la fumosa aura di mistero svelato dal sapore teosofico faccia sorridere chi ha la fortuna di aver conosciuto il lavoro di Massimo Scaligero. Il punto che mi fa riflettere anche su me stessa però è un altro: la curiosità che anima noi che impieghiamo tempo e attenzione nel discutere su questa come su altre rivelazioni, la caccia a prodigiose conoscenze e segreti custoditi per millenni nelle scuole rosicruciane, e resi generosamente disponibili da un vero e proprio esercito di Maestri che scende ad allietare la comunità antroposofica dei giorni nostri, mai così ricca di iniziati che attingono, pare, direttamente dai Mondi Spirituali e dalle gerarchie, suscita in una piccola aspirante discepola indegna come me, una semplice domanda: ma Massimo Scaligero cosa è venuto a fare in questo mondo? Ma chi gliel’ha fatto fare di scrivere e fare riunioni e seminari solari? Ma la Via della Volontà Solare a cosa ci serve, se poi dobbiamo passare i pomeriggi domenicali a discutere delle ore degli Arcangeli o del sesso degli Angeli?». 

La precisazione che è doveroso fare è che, nel caso dell’imperante e strombazzante occultistame fognardo, si dovrebbe parlare di falsi, falsissimi, rosacroce, essendo assolutamente una sacrilega, e blasfema, appropriazione indebita il richiamarsi di costoro all’autentica Rosacroce, così come è una sfacciata impostura il richiamarsi di questi tristi figuri al Rito di Misraim. Per cui, nel loro caso, niente Loggia dei Rosacroce, e niente Loggia di Misraim. Come, del resto, ebbi modo di mostrare, e documentare, nel caso di quel pittoresco personaggio che è Giorgio Tarditi Spagnoli, del quale ho avuto modo di occuparmi su questo blog in passati articoli. So bene come nell’esiziale, mortifera, palude stigia dell’occultismo ovunque dilagante dalle “dighe rotte” – per esprimersi come fa Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – innumerevoli siano gli Ordini, le associazioni, i gruppi, i gruppastri, che si appropriano indebitamente di tali sacre e gloriose denominazioni, ed abusano dell’ingenua credulità di molti, troppi, non bene informati ricercatori. Per cui è giustificato, e oltremodo opportuno, il rilievo di Shanti, che ho solo voluto meglio precisare, ritenendolo necessario.  

Ma, entrando in medias res, l’attribuzione della direzione arcangelica delle ore, che fa Fausto Carotenuto, anzitutto nulla ha a che fare con la Scienza dello Spirito – e questo è il motivo per cui egli si esime da indicare la fonte nell’Opera di Rudolf Steiner – e, secondo di poi, essa è eziandio totalmente errata. Ma non gli andremo a dire il perché. Un vecchio iniziato, anni fa, mi disse che “i demoni della bramosa curiosità vanno fatti morire di fame”, per cui, come si dice birbonissimamente nella Città del Fiore, nìsba, nìcchesse! La cosa interessante, invece, è che della questione (molto equivocata, e producente risultati che più errati non potrebbero essere) delle cosiddette “ore magiche”, rette da entità spirituali varie (non solo Arcangeli), oggi, si occupano coloro che, in maniera insana e improvvida, si dànno a quelle oltremodo venefiche forme di magia inferiore, che sono la magia cerimoniale, e la magia sessuale: alla Giuliano Kremmerz, o alla Pascal Beverly Randoph, o alla Aleister Crowley, tanto per intendersi. Il che, a dirla tutta, lascia non poco perplessi circa dove voglia, o possa, suo malgrado, ossia anche non volendo, andar poi a parare il nostro “mistico istruttore”. Mah!

Normalmente, l’esito fatale di molti che rinunciano all’impresa interiore è quello di darsi ad una dialettica intellettualistica, o ad un sentimentalismo mistico, o a forme varie di attività estetizzanti (con il condimento di uncinetto, pifferi, acquerelli, “danze cosmiche”, teatro, e via dicendo), oppure – se sono alla ricerca di quelle che Massimo Scaligero chiamava ironicamente le “vie della facile forza” – vi è per essi l’inoltrarsi negli infidi meandri attossicanti della bassa magia, spesso addirittura di una “magia da serve”, come la chiama il mio ottimo amico C., Asceta di altra dottrina. In quest’ultimo caso, si va a chiedere a cerimonie, a rituali scenografici, a profumi, incensi, a “parole di potenza”, ad esercizi corporei, a cifre e glifi magici, quel che non si sa, o non si vuole, per mancanza di coraggio, imperiosamente esigere dalla propria fiacca volontà. Ma, tanto per disilludere gl’imbelli e gl’ingenui, occorre dire chiaramente che “surrogati” della volontà non ne esistono. Nell’epoca dell’anima cosciente, non esistono alternative alla Via della Concentrazione, ossia all’energico immettere sempre più la forza della volontà cosciente nel pensiero cosciente: occorre volere, volere intensamente, volere a lungo, volere instancabilmente, sino a che non venga superato lo stato di morte del pensare, sino a che non si inveri la resurrezione cosciente dello Spirito, dell’Io, oltre il sonno dell’anima. 

Ma che problema c’è?! Presso l’immortale Accademia della Coscienza, in quel di Castel Giorgio di Orvieto, si tengono corsi per “Sviluppare i Propri Talenti Spirituali”, a cura di Fausto Carotenuto, che così scrive:

«Un importante percorso di approfondimento e di sviluppo dei talenti speciali che ognuno di noi porta con se (sic per: sé) per contribuire al benessere ed alla crescita della rete umana. Un cammino di consistente rafforzamento interiore. Maggiore forza, sicurezza, serenità nel compiere la propria missione nella vita».

Si tratta di ben  «9 seminari residenziali nel corso di un biennio (2019-2021)», dei quali ci vengono fatti conoscere i  Temi ed esperienze del percorso:

«Comprensione del senso e del ruolo della propria vita e del proprio karma. Riequilibrio interiore, tecniche corporeo-eteriche. Pratiche per il rafforzamento del pensiero, della volontà e del sentimento. Lettura dell’aura, visualizzazioni, ricordo cosciente delle vite precedenti. Collaborazione operativa con gli Archetipi. Lettura profonda della realtà. Sviluppo dei rapporti con le energie di Madre Terra e la Geografia Sacra. Conoscenza della gamma di aggressioni da parte degli esseri dell’ostacolo sui vari piani; attività di difesa, contrasto e trasmutazione. Conoscenza delle simbologie sacre. Visualizzazione e ascolto delle dimensioni superiori. Sviluppo delle relazioni con gli esseri di luce delle diverse dimensioni intorno a noi e dentro di noi. Iniziazione ad un corretto rapporto con i Mondi Spirituali nelle varie dimensioni Crescere per portare nella vita quotidiana la forza intuitiva, equilibrata e amorosamente fattiva del proprio Spirito».

“Amorosamente fattiva”, appunto! E che volete di più?! Il nobile scopo di così sublime Accademia è dichiaratamente:

«Un percorso per liberarsi progressivamente dai lacci e dai condizionamenti che impediscono alle proprie qualità superiori di emergere. Ed alla connessione con il mondo spirituale di aprirsi e consolidarsi. Un cammino evolutivo per comprendere meglio i propri doni d’amore e svilupparli. Un percorso multidisciplinare di approfondimento delle conoscenze e delle tecniche di connessione con il mondo spirituale e con le sue molteplici manifestazioni nelle dimensioni materiale, vitale e psichica. Per farsene interpreti nel mondo intorno a noi. Per migliorare decisamente la qualità ed il senso della nostra vita».

Un vero corso di ripetuti fine settimana, vòlto al rafforzamento di pensiero-sentimento-volontà, e quant’altro: con quello che pagano gl’intervenuti discenti il successo sarà certamente assicurato: secondo la formula “soddisfatti o rimborsati”!  Stupisce il fatto che, a questo punto, nella bella italica Terra d’Ausonia  gli Iniziati e gli Illuminati non siano già legione! Siamo proprio in piena New Age !

Della “reggenza” dei quattro Arcangeli – Michael, Gabriel, Raphael, Uriel – nelle quattro stagioni, scandite nell’anno dalla “croce” solstiziale-equinoziale, Rudolf Steiner parla, per esempio, in Das Miterleben des Jahreslaufes in vier kosmischen Imaginationen, O.O. 229, parzialmente tradotto e pubblicato dalla Editrice Antroposofica col titolo L’esperienza del corso dell’anno in quattro immaginazioni cosmiche, Milano, 1983. Mentre della “reggenza” dei sette Arcangeli, collegati ai sette pianeti dell’antico sistema tolemaico, Rudolf Steiner parla varie volte all’interno delle “lezioni” (esoterische Stunden) della prima Scuola Esoterica (1904-1914), nonché naturalmente anche altrove, per esempio, nelle conferenze del 1924 sui Nessi karmici. Ivi, il Dottore mette in relazione i sette Arcangeli con i sette giorni della settimana, ma altresì con la “reggenza” – ognuna di 354 anni –  di ognuno di questi Arcangeli con le succedentisi epoche storiche. In questa successione, Steiner segue il sistema angelico di Johannes Heidenberg Trittenheim, ossia del sapientissimo Giovanni Tritemio, abate mitrato prima di Sponheim, e poi di Würtzburg, il Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, dei quali possiedo importatissime opere. Ma non ho mai, veramente mai, trovato nell’Opera di Rudolf Steiner il benché minimo accenno – e dire che possiedo tutta, dico tutta, la sua Opera, inediti compresi – alle “ore magiche”, rette dai quattro Arcangeli nominati da Fausto Carotenuto. E quel che questi afferma è clamorosamente errato anche dal punto di vista dell’Ermetismo tradizionale, ma – come da me detto più sopra – birbonissimamente non gli rivelerò il perché. 

Comunque lo stesso Rudolf Steiner avverte – anzi ammonisce – che sarebbe un grave errore, partendo dalle comunicazioni ch’egli fa, cercare di dedurre, per via puramente logica e dialettica, ulteriori realtà, ed è quello che fa – palesemente parvemi che faccia – il Carotenuto con le sue elucubrazioni. Ciò nella Scienza dello Spirito non è lecito, ed è sempre vanità, sacrilega presunzione. Ogni affermazione deve scaturire, sempre e solo, da diretta concreta esperienza spirituale dell’Iniziato. E Fausto Carotenuto Iniziato non è punto: non ne ha l’autorità, né tampoco l’autorevolezza.

Vi è stato  persino chi, tra i commentatori pro e contro, tale Lorenzo Maria Semplici – anche se non è chiaro se costui celiasse o facesse sul serio –  ha affermato :

«Fausto Carotenuto, scusami, non mi sembra che ti sia stato mancato di rispetto, soltanto ti è stata chiesta la fonte: non tutti sanno che tu sei veggente. E in ogni caso sarebbe opportuno precisare sempre se ciò che si comunica è frutto di personali investigazioni».

Il rilievo in grassetto è, ovviamente, del presente lupaccio cattivissimo. Personalmente, dubito assai assai della chiaroveggenza del Carotenuto, e non solo di quella. E non solo della sua. Nella mia esperienza di cinquantacinque anni di occultismo, di “veggenti” ne ho incontrati tanti da poterne riempire i treni: posti in piedi e bagagliai compresi. Molti simulano – e siamo allora all’impostura vera e propria – altri, pur in buona fede, non si rendono affatto conto di essere degli inconsapevoli medium, che non sono in grado di distinguere la realtà dall’illusione, la verità dall’errore. Come ammoniva Arturo Reghini, “la diffidenza è madre della sapienza”. E noi dobbiamo essere prudentiores quam filii tenebrarum. Proprio perché i figli delle tenebre pensano che chi non sia come loro, debba essere a fortiori sciocco, stupido, illudibile, facilmente manipolabile. Ma non è sempre così: anzi vi sono in questo immondo mondo anche dei lupacci cattivissimi che pensano, che dubitano, che verificano, che sperimentano, e che soprattutto non si “bevono” acriticamente qualsiasi affermazione venga loro fatta.

Personalmente, prima di bere “l’acqua delle bottiglie”, se ho la possibilità di attingere direttamente, e bere, “l’acqua pura scaturente dalla sorgente”, dalla “roccia”, preferisco di gran lunga bere quella. Certo, a volte può essere gioco forza dover attingere da contenitori vari, ma in tal caso è bene accertarsi prima che l’acqua non sia stata avvelenata, drogata, da chi abbia non dichiarati, inconfessabili, interessi e fini. Fausto Carotenuto afferma che:

«come voleva e auspicava Rudolf Steiner, non solo Rudolf Steiner doveva e poteva attingere al Mondo Spirituale, ma un po’ alla volta tutta l’umanità in evoluzione»,

e, con questo, dando per scontato quel che non è punto scontato, ei si arroga il diritto, e la libertà, di “evangelizzare” coloro che ignorano il suo personale “verbo”. Ma questa è una “petizione di principio”. Presumere – senza “qualificazioni” conquistate con la dura ascesi che ben conosce chi la pratica ogni giorno da molti decenni – di mettersi ad insegnare, quello che Steiner non ha insegnato – e lasciamo perdere talune marginali irriverenti espressioni del Carotenuto sul Dottore – insegnare quel che non si è realizzato, è essere affetti da quella che Massimo Scaligero chiamava “maestrite acuta”, è un esser pervasi da una presunzione che ammala se stessi e gli altri. Il mondo ne è pieno, al punto che è superfluo farne esempi. 

Quel che, poi, lascia ulteriormente perplessi è l’atmosfera di lucroso “agriturismo esoterico”, che risalta con chiarezza dal sito web di Fausto Carotenuto, ove si parla di « Politica, Economia, Arte e Cultura, Spiritualità, Ecologia, Agricoltura, Alimentazione, Benessere», in una rilassante atmosfera New Age. Atmosfera davvero costosa, che ben pochi, che non siano di classe agiata, possono permettersi. In un tale gradevole, e rilassante milieu, vengono proposti e svolti – a pagamento, s’intende – corsi dei più vari tipi per conseguire dei ‘master’, per esempio, in:

«Scienze Politico Spirituali : uno strumento molto importante per l’acquisizione di una visione politico spirituale non improvvisata, basata su conoscenze vaste e profonde, sia politiche che spirituali».

Una cotale “visione politico-spirituale” non è certo improvvisata, bensì sapientemente – velenosa sapienza, anche questa, a mio modo di vedere – indotta, e insufflata nelle anime di coloro che la accolgono in estatico ascolto. La Scienza dello Spirito nulla, proprio nulla, ha a che fare con la politica (la quale è cosa sudicietta assai…), e lo stesso Rudolf Steiner lo ribadisce negli Statuti della Società Antroposofica Universale nel Convegno di Natale del 1923: quasi un secolo fa. Inoltre, i costi che affrontano coloro che si fanno affascinare da cotale mercenaria “sapienza”, sono oltremodo elevati, poiché i “corsi” durano più anni, e coloro che vi si iscrivono devono obbligatoriamente alloggiare solo nella struttura del Centro del Carotenuto, o in strutture affiliate, e col Centro debitamente “convenzionate”. Ora, nei non pochi anni nei quali ho frequentato Massimo Scaligero, non l’ho mai visto “monetizzare” il suo tempo, che con liberale generosità donava a tutti coloro che a lui si rivolgevano.

Che dire?! Il mondo è bello perché vario – anzi è bello perché “avariato”, come ironicamente dice qualcuno – e Fausto Carotenuto fa benissimo a fare quel che fa, perché, affermava Massimo Scaligero: «Non è il Guru, o il Maestro, che fa i discepoli, bensì sono i discepoli che fanno il Guru, o il Maestro. Ognuno ha il Maestro che si merita!». E se ai frequentatori di una simile Accademia di Scienze Politiche Sociali sta bene quanto Fausto Carotenuto  ammannisce come mirabil verbo della sua sapienza, che se lo tenessero pure!

A questo punto, io inviterei il candido lettore ad essere oltremodo prudente, ad evitare costosi corsi e seminari, conditi in salsa New Age in una discutibile (per usare un eufemismo) atmosfera da agriturismo esoterico, e di attenersi a quanto indicato dai Maestri – autentici Iniziati e Istruttori spirituali: consacrati tali dal Mondo Spirituale, e non da se stessi – nonché a praticare con dedizione, con tenacia, e devozione, in silenzio, l’Ascesi solare alla quale alludeva Shanti nel rispondere alle affermazioni – veramente fuori luogo – di Fausto Carotenuto. Vi sono altri che come lui a giro spandono una mala semenza, ed avremo modo presto, e ripetutamente, di occuparcene.

Tanto per rassicurare il signor Fausto Carotenuto, il presente lupaccio cattivissimo non cerca il “pelo nell’uovo”, ma solo la Verità. E le uova gli piacciono moltissimo, soprattutto affrittellate!

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2019

Anno XXIV n. 7

Luglio 2019

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Giugno 2019

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CONCENTRAZIONE E ASCESI SOLARE

concentrazione

(Concentrazione di M. Sagramora)

La Via del Pensiero – la Via Solare donata da Rudolf Steiner, e instancabilmente indicataci da Massimo Scaligero – è una Ascesi, non una “filosofia”, non una “gnoseologia”, ossia non una “teoria della conoscenza”. Il decadimento nella disanimata astrattezza del mentale umano lo si può bene scorgere già nel fatto che per Elleni e Latini il termine θεωρία-theoria aveva originariamente il significato platonico di ‘contemplazione delle idee’, ossia si trattava di una ben concreta percezione spirituale. Una piccola digressione – ad uso degli innamorati della philologia – lo mostrerà. Saccheggiando impunemente quanto si trova nella telematica ‘rete’ – risparmio così ad altri la facile fatica che chiunque al posto mio potrebbe agevolmente compiere – si può ritrovare l’originario significato di una sì mirabile parola, così orribilmente distorta dai moderni.

Etimologicamente, in greco, theoria è parola composta da θέαthea: spettacolo (da cui anche θέατρον-théatron,  “spettacolo”, dal verbo θεάομαι-theàomai, ossia “vedo”, passato poi nel latino theatrum,  “teatro”) grado, prospettiva, prospetto, punto di vista, scena, veduta, visibilità, visione, vista, visuale,  e da ὁράω-horào, nel significato, appunto, di ‘vedere’ con gli occhi, ma anche con la mente, percepire, scorgere, accorgersi, conoscere, riconoscere.

Per esempio tra i presocratici, in Anassagora “teoria” significa «contemplazione dell’ordine cosmico». Nella Repubblica di Platone la «contemplazione (θεωρία-theoria) della totalità del tempo e dell’essere» designa la conoscenza e suprema Sapienza dei Filosofi, iniziati ai Veri, ai sommi Archetipi ideali ai quali, nell’utopia della polis, dovrebbe essere ispirato il governo degli umani. Iniziati,  i quali, dunque, non sono ricamatori di vuote parole, non emanatori di un mero ‘flatus vocis’. Non “chiacchieroni dello spirito”, come li apostrofava duramente un autentico Maestro come Giovanni Colazza. In Aristotele il tema platonico conoscitivo ed etico del βίος θεωρητικός – bìos theoretikòs, ossia della «vita contemplativa» dette luogo alle «scienze teoretiche» (matematica, fisica, teologia). Aristotele operò una netta distinzione tra la scienza «divina» dell’intelletto puro, fine a sé stessa, temporanea nell’uomo e perpetua negli dei, e le scienze pratiche e sociali. In Severino Boezio la vita contemplativa divenne theoria, contemplatio, e – in un senso superiore – speculatio: tutti sinonimi per designare l’ascesi spirituale e l’itinerario della mente verso il Divino. Niccolò Cusano definì apex theoriae la conoscenza che culmina nella contemplazione dell’Archetipo divino. Si potrebbero moltiplicare molto tali significativi esempi. Sed de hoc satis.

La Concentrazione – l’Ascesi del Pensiero – è, dunque, una pratica: indubbiamente una dura pratica, che percorre un aspro sentiero. Una pratica, non una filosofia, non una teologia. Un sentiero in salita, irto di difficoltà. La Concentrazione è un sentiero in salita, perché molto, moltissimo, siamo discesi in quella oscura maceria dello Spirito, che è la materia. Per molti gradini siamo discesi nel profondo baratro della materia. Materia illusoria e illudente. Materia illusoria finché si vuole, certo, ma potente, costringente, e stritolante. E di tanti gradini siamo discesi nel suo baratro, altrettanti ne dovremo risalire. Con coraggioso e duro sforzo. E gli ostacoli alla risalita sono molti, e per moltissimi, per i più, ostacoli scoraggianti. Per questo la solare Via del Pensiero è una Via eroica.

Questi ostacoli si presentano sin dai primi passi che l’audace praticante compie su questo aspro sentiero. Non sono risparmiati a nessuno. E molte sono le tentazioni che suggeriscono di abbandonare la Via eroica per una più comoda – ben più gradita alla torpida ignavia umana – via egoica. Non sono pochi coloro che, appena “assaggiate” le prime difficoltà, volgono le spalle alla Via, e – per meglio dormire – cercano un comodo giaciglio nell’abietto servaggio imposto loro da una corrotta, arrogante, natura inferiore. Natura inferiore, a sua volta, asservita essa stessa all’Oscuro Signore. Costoro tornano a rotolarsi nel fango della effimera esistenza profana: rinunciano al Sacro. Altri cercano, invece, di diluire la durezza della Via sentimentalizzandola, intellettualizzandola, trascinandola sul piano inclinato della problematica filosofica, o culturale, frantumandola nella inconcludente molteplicità dialettica dell’esangue pensiero riflesso.

Non è, davvero, facile per il ‘neofita’, per il ‘novizio’ alle prime armi, orizzontarsi nella landa selvaggia del cammino interiore, nella quale a tutta prima non si scorgono pietre miliari, o sentieri tracciati. Certo, vi è l’Opera di Rudolf Steiner, vi è l’Opera – per noi, figli della Terra d’Ausonia, particolarmente preziosa – di Massimo Scaligero, ma tali Opere sono esse stesse oggetto dell’esperienza interiore. Devono esserlo, altrimenti esse vengono equivocate: equivocate in senso intellettuale, in senso mistico-sentimentale, in senso estetizzante, e persino volgarmente strumentalizzate – come stiamo, purtroppo, constatando – in senso confessionale e persino, caso ancora peggiore, in senso cinicamente ‘politico’, pseudo-esoterico e antispirituale. Di quest’ultima, deprecabile, evenienza il presente lupaccio cattivissimo avrà presto modo di occuparsi.

Per mostrare quali difficoltà incontri il nostro ‘neofita’, e a quali fraintendimenti in molti casi egli vada incontro, voglio riportare quanto scrittomi, di recente, da un nostro lettore, X.Y., perché trovo che quanto egli scrive sia abbastanza paradigmatico di tali difficoltà e fraintendimenti.  Così egli scrive:

«Una considerazione sulla mia concentrazione. Quando è il corpo ad avere problemi mi è relativamente semplice riuscire ad ottenere un certo grado di separazione e controllo del pensiero; ma quanto è dura quand’è l’anima ad essere turbata! Non sono gravi turbamenti ma ad esempio stamattina ho dovuto lottare molto per restare concentrato, senza lasciarmi distrarre dall’apprensione generata dalla precarietà lavorativa. Alla fine ho concluso l’esercizio ma credo che dovrei sviluppare un maggiore distacco e superiore indifferenza». 

Mentre, in altra occasione, sempre X.Y., così scrive:

«… dopo poco tempo che ho cominciato a fare la concentrazione mi sono chiesto: cominciata a percepire la differenza tra pensiero dialettico e predialettico, cosa bisogna fare? Poi ho cominciato a ritenere che quello stato del pensiero sia il presupposto per poter avere un rapporto immediato con il mondo e con me stesso, con le forze e gli stati che bisogna imparare ad usare e trasformare; oppure che in quello stato avrei potuto creare con l’immaginazione qualcosa da realizzare. Intanto, negli ultimi giorni, ho dato una lettura veloce al “Manuale pratico della meditazione” e mi è parso di avere qualche conferma. È così? Ora mi sono riproposto di riprendere dall’inizio una lettura meditativa e operativa di questo libro, che mi è molto piaciuto per la sua sinteticità, chiarezza e praticità».

È pressoché inevitabile che domande come queste vengano poste, specialmente da chi, nel suo percorso educativo, abbia ricevuto una formazione intellettuale. Il mio amico L., che conobbi esattamente cinquant’anni fa, nell’agosto del 1969, e che tempo dopo mi fece incontrare Massimo Scaligero, per sua e mia grande fortuna, era un asceta e un mago, non un intellettuale: era un intenso praticante interiore, non un ricamatore di arabeschi concettuali, pur avendo una formazione filosofica. Sempre per mia grandissima fortuna, alcuni mesi dopo mi fece incontrare – avevo solo diciannove anni – Massimo Scaligero, il quale, pur avendo una vastissima cultura filosofica, era un asceta autentico, potente e adamantino. E questo mi salvò.

Nelle Vie spirituali d’Oriente – delle quali mi ero nutrito nella mia adolescenza, e del cui spirito Massimo Scaligero mi invitò esplicitamente a continuare a nutrirmi – l’elemento centrale è la pratica, ossia la realizzazione operativa, non la speculazione concettuale fine a se stessa, come nei sistemi filosofici e intellettuali dell’Occidente moderno. Anche in Vie metafisiche come il Vedanta di Shankaracharya, o il Madhyamika di Nagarjuna, tutto è finalizzato alla realizzazione operativa, non alla ‘speculazione’. E Vie come il Chan cinese, o lo Zen giapponese, sono, in maniera crudamente spartana, anti-intellettuali: sino all’uso «dell’urlo e del bastone» in Lin-tsi e in Ju-tsing. E per me, che venivo da una simile Via rudemente brutale, come lo Tsao-tung Chan di Ju-tsing, o il Soto Zen del suo discepolo giapponese Dogen Zenji, l’incontro con Massimo Scaligero fu un ritrovare – rinato in novella forma – qualcosa di familiare: il primato della realizzazione pratica, e l’avversione per la dialettica e il morto pensiero riflesso.

Per cui, alle difficoltà manifestate da X.Y. nella prima citazione su riportata, Massimo Scaligero stesso risponde con quanto egli mi scrisse in una lettera del 18 febbraio 1971:

«Esercizi: non vanno mai interrotti, neppure un giorno: continuarli, quale che sia la situazione, quale che sia l’impedimento. […] Gli esercizi devono attraversare il tempo, l’esistenza, debbono passare attraverso tutto: la misura della loro forza, è il loro essere possibili attraverso le situazioni meno favorevoli».

Per Massimo Scaligero, l’ascesi era – e per noi ancora oggi è, e sempre lo sarà – unicamente una questione di forza interiore. Infatti, molto drasticamente, egli affermava – e lo ripeteva spesso – che non sono esercizi particolari, complessi, barocchi, “aristocratici”, quelli che portano all’esperienza spirituale, bensì l’esercizio più semplice – il meno accetto all’ego –  nel quale si sia capaci del massimo impegno, della massima dedizione, della massima forza, senza che in tale impeto interiore e impegno della forza ci si risparmi: ossia la pratica della Concentrazione. Infatti, in una seconda lettera, dell’8 novembre 1971, così mi scriveva:

«[…] occorre sostituire al problematismo dell’anima, la forza. La forza è tutto, salute, equilibrio, moralità, socialità, aiuto al prossimo. La forza si costruisce con la volontà decisa, obbediente a se stessa. Occorre essere in due in se stessi: uno che comanda e uno che obbedisce senza potersi sottrarre. La concentrazione è la chiave: va fatta a freddo, con matematica precisione, con autorità e direi con prepotenza, riguardo a ogni interruzione o distrazione. Occorre farsi un programma giornaliero e obbedire: fare veramente l’esercizio fondamentale, quello della concentrazione. Se non è facile, è segno che è proprio quello che va fatto. […] Vedrai che, appena fluiscono forza e sicurezza, i vari problemi dileguano».

A quell’epoca, il presente lupaccio cattivissimo era soltanto un giovane lupacchiotto, ignorantissimo, e senza esperienza. Un ‘pischello’, si direbbe dalle mie parti, in terra d’Etruria. Ma il lupesco fiuto – che nei decenni successivi si sarebbe evoluto, sino ad una forma selvaggia di “fiutoveggenza” – mi diceva che il Sentiero Aureo – la Via Regia –  era quello che mi mostrava Massimo Scaligero, e non quello delle dialettiche discorse dei filosofanti. Conciosiacosaché mi buttai senza esitazioni sùbito nella mischia: ossia nella pratica interiore, nella Concentrazione, alla quale mi aveva già introdotto l’amico L. Tanto più che per me essa era il logico coronamento di quanto, per motivi karmici, avevo in precedenza percorso sui sentieri d’Oriente: coronamento, e al contempo un andare oltre. Radicalmente oltre.

Ciò mostra come le domande che si pone X.Y. – ma che anche non pochi altri pongono – nella seconda citazione sopra riportata, pur essendo affatto comprensibili, e direi pressoché inevitabili per chi abbia una formazione intellettuale, in realtà non abbiano alcuna ragion d’essere. Perché non si tratta di “capire” – in realtà, vi è ben poco da capire, e, quanto a tal fine è necessario, lo si potrebbe scrivere in una mezza paginetta – bensì di realizzare, di attuare la resurrezione del pensare da uno stato di morte, o di sonno catalettico, a vera vita. E ciò non è affatto un “problema” da capire, ma un còmpito da realizzare: è solo, unicamente, una questione di forza: un còmpito di Ascesi operativa. Si tratta, appunto, di bene intendere, e di non fraintendere, ché in tal caso le conseguenze sarebbero, da ogni punto di vista, poco piacevoli.

Percepire la differenza tra pensiero dialettico e predialettico’, è – mi creda X.Y. – ben ardua conquista. Massimo Scaligero ammonisce che non bisogna mai scambiare l’idea di una esperienza spirituale – l’idea dialettica, che è sempre e solo un esangue pensato – per l’autentica esperienza spirituale, che è tutt’altra cosa. Nella Kundalini d’Occidente, egli mette in evidenza come a viva forza debba essere espugnato il pensiero puro. Su questo è bene che il discepolo non si faccia illusione veruna, ché a tale proposito non vengono fatti sconti di nessun tipo.

Altrettanto poco ha senso porsi all’inizio di un cammino su un Sentiero, non ancora percorso  il problema di comequello stato del pensiero sia il presupposto per poter avere un rapporto immediato con il mondo e con me stesso, con le forze e gli stati che bisogna imparare ad usare e trasformare; oppure che in quello stato avrei potuto creare con l’immaginazione qualcosa da realizzare, per la semplicissima ragione che quegli stati e quelle forze sono ancora tutti da conquistare, da realizzare, e quindi ancora non esistono, e lo stesso ‘imaginare magico’ è – in senso iniziatico – qualcosa di assolutamente diverso da quanto il disanimato, e intellettuale, pensiero riflesso si possa immaginare, il che sarebbe solo un vacuo fantasticare.

Inoltre, i testi delle opere di Massimo Scaligero – così come, del resto, quelli di Rudolf Steiner – sono scritti vòlti a ‘formare’, a ‘trasformare’, e non ad ‘informare’. Non basta una rapida lettura di essi, ché il loro scopo non è quello di una  mera comunicazione di cristallizzati pensati, di mere parole, bensì quello di trasformare l’anima dell’ascetico lettore, di dargli modo di mutare ontologicamente la sua costituzione interiore. Una “rapida lettura” porterebbe solo a fraintendere, e non a intendere.

E poiché, da questo punto di vista, non vi è nulla di peggio di una antroposofia dialettizzata, intellettualizzata, e sentimentalizzata – ossia ridotta a morto pensiero riflesso, e a sentimentalismo mistico – come non concordare assolutamente con quanto ha scritto di recente Franco Giovi su un noto social network a proposito dell’esser fedeli alla propria “storia interiore”:

«Ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. No, non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore esso affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava “la propria tradizione interiore” a cui, continuava, “bisogna essere fedeli”. L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero così, ma in profondità le cose cambiano poiché in realtà non v’è alcuna frattura, nessun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente così non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della Tradizione interiore, cioè ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto. In rari casi lo palesa in un volto amato.

Dunque, su tale terreno, oggi mi spoglio di molte cose, sento che è cosa giusta abbandonare le vesti che non servono più alla mia anima essenziale… e in esse c’è molta antroposofia, quella che non serve a nessuno poiché è solo un saputo e la separo da ciò che rimane vivo, che ha impregnato carne e ossa: ciò che della Scienza dello Spirito è divenuto intimamente mio. Tradotta in semplice immagine, tolgo dal fiume dell’impermanenza una piccola gemma. Essa è l’eredità che trasmetto all’essere futuro come forza per continuare il cammino sulla nostra millenaria (infinita?) strada».

Vi è chi ha espresso livide critiche – per me molto ingenerose critiche – all’accentuazione della centralità della Concentrazione che fa Franco Giovi nei suoi scritti, ed alla distinzione ch’egli fa tra la Concentrazione e il controllo del pensiero, inteso come il primo dei noti “cinque esercizi”. Il Giovi – sempre sul suddetto social network – aveva scritto limpidamente che:

«Ho sempre cercato di promuovere la disciplina interiore (esercizi). Ma l’avvicinamento ad essi non deve assolutamente venire dalla fretta. È implicito, come in ogni via interiore, che il ricercatore svolga o abbia svolto uno studio progressivo dei testi fondamentali della Scienza dello Spirito (cito a caso: Teosofia, Scienza Occulta, Iniziazione e, se possibile, qualcosa dell’unica individualità che ha portato avanti l’essenziale dopo lo Steiner, cioè Massimo Scaligero: di lui, al minimo, il Trattato del Pensiero Vivente e L’Uomo Interiore) senza dimenticare i fondamenti del fondamento quali Verità e Scienza e La filosofia della libertà.

Per “fondamentali” si intende ciò che dà il livello da cui prendere le mosse. Poi essi sono molto di più: per l’attento fruitore modificano l’assetto dell’anima e formano l’organo interiore della comprensione per i contenuti spirituali: organo senza il quale gli stessi testi rimangono carta stampata di nessun valore. Solo poi il ricercatore può avvertire l’esigenza di un lavoro diretto: qui tutto deve essere concreto, è azione e non più semplice “pensato”. […]

Piuttosto preferisco sottolineare sino alla nausea l’importanza, oltre allo studio (serissimo), per una volitiva, rafforzata attenzione ai fenomeni del mondo sensibile, il quale, fino ad un certo punto – ma per moltissimo tempo – corregge il pensiero indisciplinato o fantasioso e rafforza il proprio soggetto che è quell’Io da cui prendiamo le mosse per scegliere un abito in negozio e per fare il primo passo sul cammino dello spirito.

Certamente e di pari passo, va energicamente tentato il primo dei cinque esercizi (controllo del pensiero) così, a poco a poco, si impara una azione essenziale: disciplinare volitivamente il pensiero: si impara a pensare con logica e rigore anziché venire pensati da masse di pensieri vaghi e fuggevoli come di norma succede. È un esercizio di salute per l’anima».

A quanto così chiaramente esposto da Giovi, il suo ingeneroso critico oppone una prima considerazione, divenuta addirittura stantia da quante volte ce l’hanno ripetuta in tutte le salse, e tipica di coloro che propugnano una “via dell’anima”, che eviterebbe la caduta nell’abisso della “via del sublime egoismo”, pericolo che corre – a loro dire – chi si doni con tutto se stesso alla Via del Pensiero, e all’intensa pratica della Concentrazione. Costui scrive:

«Va detto poi però anche di non limitarsi negli anni come molti asceti discepoli fanno, di perseverare [in buon italiano, io avrei scritto: perseguono o praticano] solamente il primo esercizio cioè quello della concentrazione senza poi coltivare anche gli altri, cioè quelli dell’anima. altrimenti inevitabilmente si arriverà ad un punto di sentirsi padroni e controllori del proprio pensiero in realtà non accorgendosi di rafforzare l’ego anziché l’Io».

La serena puntualizzazione di Franco Giovi al suo critico è stata la seguente:

«Sì, certo. Però farei una distinzione tra il primo dei cinque e la concentrazione. Se la concentrazione si fa assoluta l’ego è sparito».

Al che così gli risponde il suo pocomolto poco, a mio modo di vedere – sereno critico:

«Franco Giovi : vero solo in parte. Per fare la concentrazione assoluta occorre essere preparati e già “allenati” anche attraverso gli altri esercizi. Questo argomento per gli antroposofi è la classica discussione se è nato prima l’uovo o la gallina: gli scaligeriani jihadisti evidenziano maggiormente di fare concentrazione, mentre il resto magari la snobba fino a non farla. L’equilibrio sfugge sempre ai più».

L’appellativo – davvero volutamente ingiurioso – di ‘scaligeriani jihadisti’ mi ha riportato sùbito alla mente quanto, negli anni ottanta del trascorso secolo, l’Innominato diceva, e faceva ripetere ai suoi devoti assecli, a proposito della mia concezione militante della Scienza dello Spirito, e della mia reietta persona, che loro si preparavano molto “cristianissimamente” a diffamare alle spalle, nonché a pugnalare di fronte e alle spalle. Preferibilmente, visto come il mio orsolupesco caratteraccio poteva reagire, in questa seconda modalità.

Costoro – fulgidi esempi di “cristianissima” carità – affermavano che avevo una «concezione militarista della Scienza dello Spirito», e mi elargivano “generosamente” l’epiteto di «integralista islamico». In altri momenti, invece, venivo definito – facendomi l’immeritato onore di rivolgermi le stesse accuse che l’Innominato indirizzava a Massimo Scaligero – orientale, yoghico, buddhista. Confesso che simili accuse – che sono continuate sino a tempi recentissimi – mi sorprendevano piacevolmente, e un po’ mi lusingavano pure, vista l’inaspettata, nobilissima peraltro,  “compagnia”, alla quale immeritatamente mi associavano. In cuor mio, mi ripromettevo, ogni volta, di compiere ogni sforzo per meritare cotali onorevoli epiteti, insulti, e compagnia.

Certo, che stupisce non poco – sia detto con divertita sopportazione – il fatto che tali discorsi vengano fatti e diffusi da coloro che, propugnando, ogni due per quattro, le languide delicatezze di una morbida “via dell’anima”, affermano l’importanza degli ultimi tre dei noti cinque esercizi (importanza peraltro mai negata da coloro che da essi vengono ingiustamente accusati di trascurarli), e sorprende altresì alquanto che costoro, che tanto parlano del “punto di luce, che si trova nel cuore di ogni uomo”, che bisogna “vedere il Logos in ogni essere: anche nel più orrendo dei criminali”, che occorre, in ogni occasione, giustamente, “praticare equanimità, positività, e spregiudicatezza”, che è necessario attuare “l’autotrasformazione nell’anima dell’altro”, arrivino poi ad accusare coloro che animosamente si dànno ad una intensa pratica della Concentrazione, di essere degli scaligeriani jihadisti, degli integralisti islamici, persino dei posseduti dagli Asura, come del presente lupaccio cattivissimo un tempo fu più volte detto pubblicamente, in mia presenza e alle spalle, da chi si adoperava per portare avanti ed attuare le volontà dell’Innominato, ossia l’ormai leggendario “trasbordo ideologico inavvertito”. Il sottoscritto sarà pure un paganaccio, incallito e impenitente, ma non è che simili ingiuriosi, calunniosi e diffamanti, “cristianissimi” comportamenti invitino molto a rivolgersi ad una sì sublime scuola per apprendere le mirabili virtù educatrici dell’anima. Tanto più che, in certi momenti, a questo selvaggio, ed ineducato, lupaccio della steppa da costoro son giunte persino vere e proprie minacce – “cristianissime” minacce, si intende – di «regolare prima o poi i conti» col sottoscritto. Bah!

Ma togliamoci, per il momento, da tali polemiche – che, tuttavia, per me erano doverose al fine di difendere la verità distorta, oltre che un amico ingiustamente accusato – e, dantescamente, “non ragioniam di lor”, bensì torniamo al nostro tema: la concreta Via del Pensiero, e la pratica della Concentrazione. Può, sicuramente, apparire una “unilateralità” la forte accentuazione della centralità della Concentrazione, il mettere fortemente in evidenza l’assoluta necessità della sua più intensa pratica ai fini dell’Iniziazione. Ma ad una cotale “unilateralità” – felix culpa, a mio orsolupesco modo di vedere – invitava apertamente Massimo Scaligero alcuni di noi, che temerariamente volevamo perseguire non semplicemente la via ‘antroposofica’, o quello che tale Via, donata da Rudolf Steiner, è divenuta nelle sciagurate mani degli “antroposofazzi”, ma la radicale, eterna, Via del Pensiero.

Certo, oggi, una tale Via radicale – quella che Rudolf Steiner descrive in opere come la Filosofia della Libertà, Verità e Scienza, Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, la Via che Massimo Scaligero indica nel Trattato del Pensiero Viventenon è per tutti, e forse neppure per molti. Il Dottore stesso così avverte in un passo, dai più trascurato, della sua Scienza Occulta – che amo citare nella bellissima edizione di Laterza del 1932 – passo nel quale voglio sottolineare una parte importante:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in se stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire». 

È evidente come qui Rudolf Steiner faccia una netta differenza netta tra una Via spirituale mediata, la Via ‘antroposofica’, che studia e coltiva le comunicazioni della Scienza dello Spirito, ed una Via spirituale immediata, assoluta, la radicale Via del Pensiero, che ha il suo fulcro nella pratica della Concentrazione. Che una tale Via radicale non sia una Via per tutti è quanto afferma lo stesso Massimo Scaligero già nelle prime righe del Trattato del Pensiero Vivente:

«Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi».

Pratica, dunque, e non mera, intellettuale, teoria. Pratica che è solo veicolo della incondizionata forza spirituale dell’Io. Forza, non discorso, non intelligentissimo commento, non glossa, non erudizione, non dialettica. Forza, ossia «presenza dell’Io nella volontà, nel pensare». Per questo, voglio concludere con le parole che scrisse Massimo Scaligero ad un discepolo della bella, e romana, Tergestum:

«La concentrazione deve essere un’operazione assolutamente semplice, inintellettuale, indialettica (pur servendosi della mediazione delle parole, la più parsimoniosa possibile): è una concentrazione di forza e nient’altro. Ho notato che amici non intellettuali, persino operai, riescono nella concentrazione, perché ne fanno solo una pratica di intensità di pensiero o di attenzione portata al massimo (e questo è invero tutto), meglio che amici intellettuali e colti, preoccupati di teoriche modalità. In breve si tratta di raccogliere tutta la forza pensiero in un punto: questo punto, non sapendosi ancora avere dal pensare stesso, si realizza mediante un qualsiasi oggetto sensibile, che ci dia modo di raccogliere in un nucleo di pensiero tutti i pensieri che lo riguardano. Non c’è da preoccuparsi di vedere o non vedere l’oggetto, come non ci si preoccupa normalmente di vedere o non vedere un qualcosa che si conosce bene e di cui si parla per esempio a un amico. L’oggetto della concentrazione può essere rapidamente ricostruito, ma se si intende prolungare la concentrazione, si può ricominciare daccapo, ripetendo non meccanicamente il percorso, persino invertendolo, sempre comunque raggiungendo una conclusione che è una sintesi. Questo già potrebbe essere l’esercizio completo della concentrazione che, eseguito con l’attenzione e l’intensità volute, può suggerire qualsiasi ulteriore movimento. Il problema vero è un problema di forza, più che di tecnica».

È falso – falsissimo – dunque, quanto affermò l’Innominato che «la Via del Pensiero di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata», ed egli è smentito dalle parole stesse di Rudolf Steiner, oltre che dall’Opera e da tutta la vita di Massimo Scaligero. Infatti, la realtà è che – come ebbi modo di scrivere tempo fa ad un’amica, «la donazione di Massimo nell’indicarci le vie dell’operatività nella Via Solare del Pensiero Vivente è di una generosità infinita! La Via Solare del Pensiero, ch’egli ci ha donato, è completa, insuperata, e insuperabile, ma solo infinitamente attuabile in un adamantino Sentiero di illimitata intensificazione del volere pensante!».

L’ARCHETIPO – MAGGIO 2019

Anno XXIV n. 5

Maggio 2019

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ascensione-1

 In questo numero:

L’ARCHETIPO-APRILE 2019

Anno XXIV n. 4

Aprile 2019

Resurrezione-1

L’ARCHETIPO-MARZO 2019

Anno XXIV n. 3

Marzo 2019

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NELL’ATTIMO CHE NON PUO’ ESSERE SPORCATO

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HELIOS SOLE INVITTO 23 GIU 25 LUGL 2018 FKHSIFS 005 2_640x604

NON HANNO POSSIBILITA’ DI ESSERE DEVOTI IN QUANTO ADORATORI DELLA PIETRA.

 

NON VI E’ AMORE NEI CENTRI DEL POTERE.

IMPLACABILI NEI MORTI CODICI IN CUI SCORRE IL GELO DELL’OTTUSITA’ NEL PESO.

 

LA TROPPA INTELLIGENZA RAZIONALE ESCLUDE OGNI INTUIRE.

ESCLUDE OGNI MIRACOLO.

SPEGNE OGNI CALORE.

 

SONO GLI IMMERSI NEGLI OCEANI MINERALI DEL BUROCRATICO IMPIETRARE.

 

LEGGI E COMMI DI GELIDO CALCARE : INDURISCONO LENTAMENTE E CRESCONO.

SINO A SPROFONDARE.

SINO A GIUNGERE NELLE BOLGE DI UNA FALSA VITA IN CUI GLI INFERI DILAGANO.

 

NEL PROFONDO DELL’AFFLITTA INTERIORITA’ :

IGNORANO QUANTO PROFONDA SIA L’INFETTA RELIGIONE CHE LI DOMINA.

E QUANTO ASSORTA E CONCENTRATA L’ANIMA LORO SI MMERGA NELLA CENERE DEL MALE.

 

LA BUROCRAZIA E’ SEMPRE GIURIDICA INTROMISSIONE NELLA VITA ALTRUI.

GIUDICATA CON GLI OCCHI DEI DIABOLICI STRATEGHI INFRAUMANI

CHE DAGLI INFERI ISPIRANO GLI SPENTI NORMATORI SENZA SENNO.

 

ORDE DI INCONSAPEVOLI ADORATORI DELLA TENEBRA E DEL PESO

IMPONGONO UN ORDINE CAOTICO IN CUI IL BENE E’ PALESEMENTE ODIATO.

MENTRE IL PRIVILEGIO DI INFLIGGERE DOLORE  AFFASCINA  L’ANONIMO ESTENSORE.

 

ORDE DI TOPI SPENTI CHE SPENDONO LA VITA PER ALLONTANARSI DALLA MERAVIGLIA.

PER AVVELENARE OGNI AUREO IMMAGINARE.

PER TOGLIERE IL RESPIRO AI CIELI DEL LIMPIDO CREARE.

 

ORDE STRISCIANTI CHE SPARGONO VELENO: CELEBRANO RITI INTERIORI IMMONDI

MENTRE CONCEPISCONO TORTUOSE LEGGI

CHE AVRANNO LORO COMPLETAMENTO MOSTRUOSO NELLA CORONA DI SENTENZE

CUI HANNO FORNITO I CORRUCCIATI PRESUPPOSTI.

 

ANCHE IL PIU’ MINUSCOLO CENTRO DI POTERE COMUNALE

AMBISCE AD ESIBIRE IL POTERE TENEBROSO DELL’ANONIMO OTTUSO SANZIONARE.

PICCOLE PERSONE PER IL GRANDE SOMMOVIMENTO DELLE ESORBITANTI NORME CORROSIVE.

 

MA  -SEPPURE IPERATTIVI E ONNIPRESENTI-  NON HANNO VITA PROPRIA.

 

HANNO SOLO IL POTERE VAMPIRICO DI DETURPARE CIO’ CHE NASCE SANO.

HANNO SOLO IL POTERE DI OPACIZZARE IL NITIDO LAMPO DELL’INTELLIGENZA.

POSSONO SOLO BESTEMMIARE DINANZI AL MANIFESTARSI DELLA FOLGORE DELL’IO.

 

FOLGORE DEL DIO.

 

L’UMANAMENTE CONCEPIBILE MA SPONTANEAMENTE IMPOSSIBILE DA SPERIMENTARE:

UMANAMENTE CONCEPIBILE E VOLITIVAMENTE SPERIMENTABILE MEDIANTE ASCESI DEL PENSIERO:

FOLGORARE DEL PENSARE NELL’ATTIMO NASCENTE DI OGNI IDEA CHE STA PER ESSERE CREATA.

FOLGORE NASCENTE DA CUI OGNI CONCETTO DISPIEGA LE SUE VESTI DISCORSIVE.

 

LAMPO DELL’INTELLIGENZA CHE ATTENDE L’ATTO DELL’IO CHE IN ESSO VOLITIVAMENTE RESPIRI.

 

APICI IN CUI IL PENSARE  MEDIANTE ASCESI  CONTEMPLA UN INSIEME DI CONCETTI DISCORSIVI.

APICI ENTRO I QUALI L’IO VIVE IL PROPRIO MANIFESTARSI CONSAPEVOLE

MANTENENDO VIVENTE ATTENZIONE DINANZI  AL PROPRIO RICORDARE.

 

IN TALI APICI VOLITIVI NON PUO’ ESSERVI MENZOGNA.

 

IL PENSARE CHE CONTEMPLA IL PROPRIO RICORDARE: OTTIENE IL RESPIRO NELL’ATTIMO CHE NON PUO’ ESSERE SPORCATO.

 

ATTINGE IL VALORE PURO CHE VIVE ALLA FONTE OGGETTIVA DELL’INTELLIGENZA.

 

IMMATERIALMENTE RESPIRA OVE L’AURA DEL LOGOS NON ABBANDONA MAI L’UMANO.

 

NELL’ESPERIENZA LUMINOSISSIMA E TREMENDA DEL MODERNO UOMO D’OCCIDENTE.

 

OVE L’ACCESSO ALLE ARMONIE MORALI  -GRADUALMENTE E PROPORZIONALMENTE-  SI IMPRIME NEL MONDO

E TACITA E TRAVOLGE E INCENDIA LE BALBETTANTI PIETRE CEREBRALI DEI POSSEDUTI  DALLE DENSE TENEBRE.

MENTRE L’IMPOSSIBILE RITO DEL PENSARE ACCENDE E PERMETTE  IL SORGERE DELLA NUOVA AURORA.

 

SE L’ENTE CEREBRALE DELL’IMPLACABILITA’ GELIDA E NOTTURNA PERCORRE E DESERTIFICA LE VIE DEL MONDO:

CIO’ ACCADE COME SIMBOLO E MISURA DI QUANTE IMPRONTE SOVRUMANE OGGETTIVAMENTE NECESSITANO

 AFFINCHE’ VI SIA VERITA’ NEGLI ATTI DELL’UMANO.

 

LA VITA DEL TURPE E’ ASSENZA DI LUCE

SE LUCE RISORGE NELL’IMPREVEDIBILE LIBERO ATTO D’ASCESI DELL’UOMO:

IRROMPE IL GRADUALE REDIMERE.

 

RITO DEI NUOVI TEMPI.

RITO DEL TEMPO NUOVO.

UNICO E SOLO RITO DALLE UMANAMENTE INCOMPRENSIBILI MA CAUSALMENTE IMMENSE E RESURRETTIVE CONSEGUENZE LUMINOSE.

 

QUANDO L’INTERIORITA’ E’ SOLLECITATA DA UN QUALUNQUE STIMOLO:

ATTINGE AL PENSARE PER USARLO QUALE UNICO STRUMENTO CONOSCITIVO IN RAPPORTO ALLA SOLLECITAZIONE AVVENUTA.

IMMEDIATAMENTE LA CORRENTE DEL PENSARE: LAMPEGGIA

OSSIA PERMETTE LA CONSAPEVOLEZZA DELL’IO E LA RIFLESSIONE E IL GIUDIZIO SULL’EVENTO CHE ACCADE.

 

MA TALE GIUDIZIO ATTUATO MEDIANTE IL RIFLETTERE

(CHE INFINE E’ LA CONTINUA, PERENNE, SCELTA ESISTENZIALE DELLA PROPRIA VITA)

VIENE IMMEDIATAMENTE SOMMERSO, ASSEDIATO, PLASMATO

DA TUTTO CIO’ CHE PRECEDENTEMENTE SI E’ SEDIMENTATO COME QUALITA’, TENDENZA DI FONDO, POLARITA’ OCCULTA

DEL PROPRIO (UMANO TROPPO UMANO) ESISTERE E DECIDERE.

 

SI POTREBBE AFFERMARE CHE IL PENSARE VIENE ACCOLTO E DEVIATO DA QUANTO DI REALMENTE VIVENTE

LA PROPRIA VITA UMANA HA CREATO, HA ERETTO, HA IMPRESSO LUNGO I SENTIERI DELL’ETERNITA’.

E ATTUALMENTE (OSSIA OGGI PER L’UOMO OCCIDENTALE, IN QUANTO PER L’ORIENTALE E’ ANCORA PEGGIO)

IL PRODOTTO INTERIORE E’ SOLO CATASTROFE E ORRORE MEDIANTE UN SEMPRE PIU’ INTENSO ALLONTANAMENTO DALLE ARMONIE CELESTI.

 

LA VOLONTA’ UMANA INTENSAMENTE SOLLECITATA IRRAGGIA NEL MONDO E VI IMPRIME DISEGNI VIVENTI

CHE POI DIVERRANNO VALORI DOMINANTI E INFINE AZIONI INTERIORI E COSTRUZIONI MATERIALI E  LEGGI POLITICHE.

TALE VOLONTA’ USA I PENSIERI E SONNAMBOLICAMENTE LI INDIRIZZA VERSO CIO’ CHE HA GIA’ EVOCATO COME ENTITA’ DOMINATRICE.

 

MENTRE DOVREBBE ESSERE L’OPPOSTO: IL PENSIERO DOVREBBE VIVERE OLTRE LA BARRIERA CEREBRALE USANDO LA VOLONTA’ CONTEMPLANTE

CHE E’ DIRE LA VOLONTA’ QUANDO E’ PURA.

SOLLECITANDO IL VOLERE QUANDO IL PENSARE E’ IMMERSO NEL MASSIMO POTERE COSCIENTE.

 

OVE L’IO PUO’ RESPIRARE NELLA LUCE DEL LOGOS.

 

SENZA PRATICARE L’ASCESI DEL PENSARE, L’UOMO ATTUALE SUBISCE SOLTANTO IL SUBUMANO.

SUBISCE QUANTO DI INTENSO LA VITA SOLLECITA IN LUI

O QUANTO AUTONOMAMENTE DECIDE DI OTTENERE DALLA VITA FISICA

PRETENDENDO DA ESSA L’APPAGAMENTO DI BISOGNI ESISTENZIALI ASSOLUTI CHE SENTE URGERE IN SE’

E CHE IN REALTA’ COSTITUISCONO L’ANELITO VERSO UN SOVRUMANO CHE NON RIESCE NEPPURE A IPOTIZZARE POSSA ESISTERE.

 

NELLE ZONE ALTE DEL PENSARE E’ PRESENTE UN POTERE AUREO CAPACE DI REDIMERE E RICONSACRARE L’UOMO MODERNO.

TALI ZONE SONO SPERIMENTABILI (OSSIA RAGGIUNGIBILI) UNICAMENTE MEDIANTE ASCESI DEL PENSIERO

OSSIA MEDIANTE LA TECNICA DELLA CONCENTRAZIONE INDICATA DA MASSIMO SCALIGERO IN BASE ALL’INSEGNAMENTO DI RUDOLF STEINER.

 

CREDERE CHE CIO’ SIA VERO PARALIZZA LA POSSIBILITA’ DI SPERIMENTARLO.

OCCORRE SOLO TENTARE DI VERIFICARE QUANTO ASSERITO DA TALI INDICAZIONI.

 

NEL TENTATIVO DI CONTEMPLARE UN INSIEME DI CONCETTI MENTALMENTE FORMULATI:

LA VOLONTA’ IMPIEGATA VIENE SPESA SINO ALLE ETREME POSSIBILITA’ INTERIORI

OSSIA VIENE SPESA SINO AL VIVENTE IMPRIMERE ESSENZE OPERATIVE NELLA REALTA’ E NEL MONDO.

MA TALE VOLONTA’ E’ SOLLECITATA DA UNA SCELTA DI PENSIERO CHE E’ SENZA APPETITI

(SENZA ESPERIENZE UMANE CHE NE POSSANO APPETIRE LA MANIFESTAZIONE).

TALE SCELTA DI PENSIERO E’ CONTINUAMENTE CONTESTATA DA UNA RAZIONALITA’ (LA PROPRIA)

CHE E’ COSTRETTA A MOSTRARE ILLOGICI MOTIVI DI INSOFFERENZA E RIGETTO VERSO UN SOVRAMENTALE:

IN CUI GRADUALMENTE AFFIORA IL RESPIRO DELLE VETTE.

 

ORO LOGOS DEL SOTTILE UNIRE I CONCETTI CONTEMPLATI IN UN RAREFATTISSIMO AMBITO DI FEDELTA’ AL VERO.

 

DINANZI A TUTTO CIO’ E SOLO DINANZI A TUTTO CIO’:

SGRETOLA E SI CONSUMA IN PROPORZIONE IL GELO SUBRAZIONALE ESPRESSO NELL’APPARENTE RAZIONALITA’ BUROCRATICA.

OPPRESSIONE DEL SUBUMANO INFERNALE INTERNO ALL’APPARENZA PLAUSIBILE DEL FORSENNATO LEGIFERARE.

FINANZA,POLITICA,INDUSTRIA FARMACEUTICA O IPERTECNOLOGICA: TUTTO AGISCE MEDIANTE RAZIONALITA’ INFETTATA DA ENTI ABISSALI.

 

SOLO UN REINNALZAMENTO DEI CIELI INTERIORI POTRA’ CONSUMARE E DISSOLVERE IL MALE.

 

TUTTO PASSA ATTRAVERSO L’USO DEL PENSARE NELL’ESPERIENZA DELL’UOMO OCCIDENTALE.

 

AFFINCHE’ L’INCONCEPIBILE EPPUR SPERIMENTABILE FULGORE DEL LOGOS POSSA DILAGARE  -SANANTE-  NEL MONDO.

 

UNICA ARMA E UNICO RITO RIPOSTI NEL PIU’ TENUE ED APPARENTEMENTE INCONSISTENTE ATTO LIBERO DELL’INDIVIDUO.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

MARCO VALERIO MESSALLA CORVINO (64 AC 8 DC) URNACINERIS

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CRISTO SALVEZZA DELL’UOMO

C.S. locandina copia-1 2

L’iniziativa dell’artista Mara Maccari è un bel tentativo di aprire un fiore d’Arte e Conoscenza in un tempo e in un panorama troppo avvolto da nebbie scure. Insomma essa accende una luce che non dovrebbe venir perduta e (sappiamo che) non andrà perduta. Le attività rivolte allo Spirito entrano benefiche nel mare animico in cui tutti ci troviamo e tutti ne beneficiamo poiché non sono limitate da spazio e tempo ma irraggiano con forza. Medicine quanto mai necessarie.

Ecoantroposophia

Cristo salvezza programma copia-1

Cristo salvezza programma copia-2

L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2019

Anno XXIV n. 2

Febbraio 2019

titolo1

Copertina-Logos

LA VIA ASSOLUTA – OVVERO ANCORA E SEMPRE LA CONCENTRAZIONE

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A questo lupaccio cattivissimo è capitato di recente di leggere su un noto social network un paio di citazioni di Massimo Scaligero, commentate peraltro da chi le presentava, ed eziandio da altri suoi sodali, in una maniera che parvemi essere per qualche verso irrispondente al contenuto stesso. Ma cotali commenti, in definitiva, sono, penso, affatto irrilevanti, così come lo è, del resto, la quasi totalità di quanto viene pubblicato in quell’immensissima fogna, che è la palude stigia telematica nella quale vegetano e prosperano molti – non tutti: per fortuna vi sono anche, sia pur pochi, alcuni blog temerari, che nel web fanno la parte dei rompiscatoloni – tra i vari forum e social network, ove i deliranti sproloqui, che si vorrebbero “spirituali” e “antroposofici”, nei commenti vengono sovente infiorati di faccine, stelline, cuoricini, e svenevolezze varie, oppure dànno luogo ad ‘edificanti’ (si fa per dire…) risse, il cui linguaggio turpiloquente farebbe orrore persino agli scaricatori di porto di varie città di mare, con gran sollazzo della transtiberina parte avversa.

Ma tralasciando queste tragicomiche amenità, che fanno parte della fatua superficialità del barbarico presente tempo, nel quale gli Dèi ci hanno dato in sorte di vivere, voglio cogliere l’occasione per riportare, e completare, la citazione in questione, nella quale invece è di estrema importanza proprio quanto scrive Massimo Scaligero a proposito della radicalità della Via. In una sua opera, che mi è molto cara, Il Logos e i Nuovi Misteri, egli alle pp. 37-38 così scrive:

«La via del Pensiero-Logos è la via diretta, rispetto alla quale ogni mediazione risultando semplicemente preliminare, o preparatoria, deve essere conforme a una rigorosa disciplina. Il compito di coloro che non sono ancora pronti o non si sentono capaci della via diretta – e sono i più – è conformarsi a norme e discipline, la cui regolarità consiste nel provenire da chi possiede la via diretta: data infatti dal Maestro dei nuovi tempi. La garanzia della legittimità di questa è il suo presupposto, l’ascesi della Volontà, la Via del Pensiero, che fa appello al pensiero cosciente della normale vita di veglia e lo conduce per intensità di concentrazione, ad attingere alla sua originaria forza, sino ad identificarsi con essa e a superare la dimensione riflessa».

Viviamo in tempi che si rivelano essere sempre più tragici, ossia viviamo – sempre per usare una espressione di Massimo Scaligero in Iniziazione e Tradizione«in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in illusori rimedi». Per cui bando alle fallaci speranze, ai rosei sogni, alle consolanti prima – e poi sempre deludenti – illusioni, e guardiamo, invece, romanamente in faccia una realtà, certamente non piacevole, ma, appunto, ben reale: con la quale è savio fare bene i conti. 

Ora, quella che Massimo Scaligero qui indica – e che, del resto, indica instancabilmente in ogni sua opera – è la Via Assoluta dello Spirito. E “assoluto” significa “incondizionato”, ossia svincolato, disciolto – ab-solutum – da ogni condizione, e limitazione. Perciò essa è una Via percorribile da ogni essere umano, quale che sia la sua situazione di partenza. A differenza dalle Vie antiche, le quali – giustissimamente – richiedevano inevadibili “qualificazioni”, la Via dei Nuovi Tempi, la Via Assoluta della quale parla Massimo Scaligero, non richiede preventivamente, e necessariamente, tali “qualificazioni”, perché esse non sono affatto il presupposto dell’Ascesi, anzi, sotto certi aspetti ne sono il risultato.

In questo peculiare campo, il qui presente lupaccio cattivissimo ha potuto fare molteplici e variate esperienze, che per lui sono state oltremodo istruttive. Tutta una serie di persone, che di per sé avevano le migliori qualità intellettuali e morali per percorrere il Sentiero iniziatico, e realizzarne la Mèta – quella che l’ascetico principe Siddhartha Gautama, il Buddha Shakyamuni, chiama “l’Eccelsa Mèta” – si sono persi per strada, a volte persino in miserevoli e ridicole banalità. Queste persone possedevano quelle che per la concezione “tradizionale” venivano considerate le migliori “qualificazioni”, ossia le “felici” – e indispensabili – predisposizioni, gli अधिकार adhikâra  delle varie ascesi indiane, eppure, con mio grandissimo disappunto, si sono poi persi per strada.  

È opportuno, e savio, chiedersi, perché tali persone, pur provviste di sì belle qualità, abbiano poi smarrito l’Aureo Sentiero, e in qualche modo siano venute meno alla loro originaria vocazione. Sicuramente, l’aver incontrata la Via Solare – e bisogna ben rendersi conto come un tale incontro sia davvero un dono aristocratico e un privilegio raro, che i Numi nel presente tempo concedono a non molti esseri umani, il che di conseguenza impone severe responsabilità alle quali si deve far fronte – corrisponde ad una scelta prenatale e ad un destino di più antiche vite. La mirabile trama di un tale destino determina, fatalmente, gli “appuntamenti” – occasioni, luoghi e incroci di individualità – che portano il cercatore dello Spirito ad incontrare la Via. E per un lasso di tempo – breve o lungo – il neofita vive nella gioia dell’incontro con una sì luminosa Via, vive ed opera con un sacro entusiasmo, donandosi talvolta ad una intensa fattività spirituale.

Ma tutto ciò è ancora risultato di una “natura spirituale”, cioè è il risultato di ciò che in antichi tempi, o nel non-tempo dell’esistenza spirituale, fu allora “atto”, ed ora si presenta come un “fatto”: non è ancora Spirito, il quale per essere autentico è, e deve essere, perennemente “atto in atto”. Fatalmente, la spinta proveniente dall’esistenza spirituale prenatale e da precedenti vite a un certo punto della vita incarnata si esaurisce, e ad essa deve sostituirsi l’energica iniziativa cosciente. Deve attivarsi una volontà, che non solo non è “natura” – né animale né spirituale – ma che la “natura”, anzi, ostacola e contrasta con ogni mezzo. E il discepolo si ritrova allora in una deserta “landa selvaggia”. In una tale arida condizione dell’anima, facilmente l’entusiasmo si raffredda, la tensione della volontà si allenta, si sfiocca e si sfrangia, la tenuta interiore – detto alla romana – “si abbiocca”.

Nella mia pluridecennale esperienza di lupaccio cattivissimo, sin troppe volte ho dovuto constatare che proprio questo è quel accade, pressoché regolarmente, in molti cercatori spirituali i quali accostano la Via Solare provvisti di notevoli belle qualità. E ciò vien detto senza ironia veruna. Sempre a quanto risulta al “vissuto” dal qui scrivente lupaccio cattivissimo, è paradossalmente una condizione più “felice”, “fausta”, “fortunata” – nell’antichissimo senso romano, e misterico, del termine – quella di chi alla Scienza dello Spirito giunga sfasciato e disperato. Condizione, dal mio delinquenziale punto di vista, davvero oltremodo preferibile alla precedente, perché in essa non vi sono illusioni né inganni, e a chi è realmente disperato non è affatto dato di vivere di rendita sulla spinta di un passato luminoso. Massimo Scaligero più volte disse, e scrisse, con una chiarezza che non lasciava adito ad nessun equivoco, che nello Spirito si è, non si sta, e che spiritualmente non si può vivere di rendita, e ai giovani della mia città indicava come dovessimo essere, per arrivare, lottando, alla Mèta instancabili e disperati. Conciosiacosaché il disperato procede con quella forza inesorabile, che solo la disperazione riesce a suscitare, e non sa che farsene di quelle consolazioni, che gli “insinuanti pupari” abilmente propongono, come paralizzante e ottenebrante narcotico spirituale, alle “anime belle”, ch’essi vogliono illudere e, appunto illusoriamente, “ideologicamente trasportare”. E purtroppo ho davanti agli occhi molti casi di amici – alcuni dei quali son persino voluti diventare ex-amici o addirittura dichiarati nemici – che si son persi, intossicati, obnubilati, paralizzati, addormentati ad opera di un sì perfidamente abile “inavvertito ideologico trasbordo”. 

Su questo blog, più volte in articoli passati è stato indicato, senza infingimento alcuno, come proprio dalla disperazione – da una lucida e freddamente, volitivamente, coltivata disperazione – possa sorgere quella forza indomabile che porta il temerario discepolo della Iniziazione alla Mèta. Tale forza è il frutto di – e a sua volta genera – ripetute, e incessanti, durissime lotte interiori, che esigono dall’asceta una tenacia della volontà a tutta prova. Tali lotte generano e plasmano quella inesorabilità del volere di profondità, consacrato alla Mèta, che un Maestro dell’Arte Ermetica del XVI secolo, Ireneo Filalete, nel suo Introitus ad occlusum Palatium Regis, chiama “acciaio dei Saggi”. Volere risoluto, che è acciaio al cromo-vanadio, come usa dire uno nella bella Florentia, che solo permette di “entrare nell’ermeticamente chiuso Palazzo del Re”, ossia nel Mondo Spirituale.

Si dirà che questo ispido e importuno lupaccio parla sempre delle stesse cose. Ma che altro volete ch’egli faccia, se le persone che dovrebbero essere dei praticanti interiori non praticano, se quelli che dovrebbero essere degli asceti energicamente operanti non operano, s’essi, in definitiva, dormono profondissimamente, e perdono tempo e forze, cullati da soavissimi, mistici, e intellettuali sogni, e sono – per dirla una calzante espressione sportiva di M., un valoroso mio amico della Città del Fiore – “sempre ferme ai blocchi di partenza”? Si parla sempre delle stesse cose, perché sempre, tragicamente, e banalmente, lo stesso è, purtroppo, il problema. Si parla sempre delle stesse cose perché sempre riflesso è il pensiero; perché questo esangue, assottigliato, sfrangiato e sfilacciato pensiero è sempre manovrato, come un imbelle pupazzo, da una arrogante o da sfatta natura inferiore; perché sempre l’essere umano viene portato a spasso come un cagnolino al guinzaglio – talvolta in maniera ridicola – da istinti, brame, passioni; perché sempre un tale essere umano è gravato e schiacciato dal cascame del pensiero morto. Si parla sempre delle stesse cose, perché sempre il rimedio è la Concentrazione.

E questa è la patente contraddizione di molti che si dicono spiritualisti. Essi affermano giustissimamente che: «Nel cuore dell’uomo vi è una scintilla del Fuoco che ha creato l’Universo. Il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi. Il mio Io è illimitatamente fondato nell’Io Sono», e poi si fanno muovere come burattini dai mille condizionamenti – da quelli realmente tragici a quelli più palesemente ridicoli – che fanno dell’essere umano lo zimbello delle Entità Ostacolatrici, degli Dèi Distruttori, i quali, da parte loro, non fanno altro che eseguire, con l’impersonalità e l’inesorabilità di forze della natura, il loro còmpito e la loro funzione. Mentre se l’essere umano viene meno al suo còmpito e alla sua funzione – quella di attuare coraggiosamente Autocoscienza, Libertà e Amore – non può accusare altro che  la propria radicale debolezza, e la propria scarsa o inesistente consapevolezza. Egli non può affatto accusare tali Deità Avverse, perché esse non sono affatto libere, ed eseguono unicamente una funzione ed un’azione, che sono state loro imposte, che esse non hanno certo scelte, e  alle quali esse non possono punto sottrarsi. È l’uomo che dovrebbe essere libero, e per la sua appannata coscienza e la sua radicale debolezza della volontà, invece, si dimostra purtroppo sempre più incapace di essere libero.  

Ora, se vogliamo osservare, con distaccata oggettività, questa abietta e contraddittoria condizione dell’essere umano, ridotto ad essere schiavo e mancipio di Deità Avverse, o se – come affermano in India –  gli esseri umani sono ridotti ad essere mero “bestiame utile” a tali Deità Avverse, le quali non gradiscono certo perdere “capi di bestiame”, è evidente che se sempre il medesimo è il problema, sempre la stessa può, e deve, essere la soluzione.

Allorché, nel Giardino dei Cervi, circa 2600 anni fa, il Buddha Shakyamuni “mise in moto la Ruota della Legge”, con quello che venne chiamato il “Discorso di Benares”, Egli, come un esperto medico, proclamò le Quattro Verità Sante, che illustravano il male della condizione umana generale. Come un abile medico, appunto, Egli del male umano ne fece la diagnosi, ne stabilì l’etiologia, ossia ne esaminò e determinò la causa, ne fece la prognosi possibile, se il paziente umano avesse voluto seguire la terapia da Lui prescritta.

In maniera simile, del tutto analoga, Massimo Scaligero, come un medico asciuttamente compassionevole – ma punto sentimentale, come quelli che con i pannicelli caldi “fanno le piaghe puzzolenti”: qui potest capere capiat – determina la diagnosi del male umano: lo stato di morte dell’anima reclusa, come nel mito orfico, nella prigione-tomba della corporeità; ne individua l’etiologia, ossia la causa che come un veleno mortale porta alla morte dell’anima nella prigione somatica: lo stato di riflessità dell’esangue pensiero legato ai sensi, al sistema nervoso, alla cerebralità; ne stabilisce la prognosi favorevole nel caso che venga attuata la necessaria terapia, ossia la liberazione del pensiero dallo strumento fisico del cervello, restituendo la vita all’anima liberata dalla tomba corporea; e porge la prescrizione attuatrice della terapia: la Via del Pensiero, la Concentrazione.

Questa, e non altra, è la Via Assoluta della quale Massimo Scaligero parla nella citazione tratta da Il Logos e i Nuovi Misteri. E in maniera asciutta e sintetica così da descrive sempre a p. 38 dello stesso volume:

«Per afferrare il reale senso della riflessità, il pensiero dovrebbe percepire la dimensione che gli è simultanea sul piano sovrasensibile: che è il segreto della sua reintegrazione. Il pensiero vive al tempo stesso nei tre mondi, fisico, animico, spirituale: movendo in basso, muove simultaneamente in alto: deve intensificare il momento della propria forza, per percepirsi nella propria interezza: secondo il principio della retta concentrazione». 

Massimo Scaligero non usa certo circonlocuzioni di parole, né attenua la impietosa diagnosi, o porge sentimentalmente al paziente un gradevole, quanto inutile e illudente, rimedio palliativo – come farebbe, invece, il medico pietoso, quello che, appunto, fa la piaga puzzolente – bensì crudamente indica un còmpito arduo e inevadibile, che è oramai più che urgente realizzare. Così egli lo indica alle pp. 74-76 de Il Logos e i Nuovi Misteri :  

«Quando il discepolo attuale dello Spirito, mediante l’uso cosciente del principio della libertà, riconosce la struttura sovrasensibile del mondo e della propria natura psicofisiologica, scopre che lo Spirito può r i p e r m e a r e questa natura solo distruggendola e riedificandola: non commetterà se medesimo ai metodi dello Yoga e della Saggezza trascorsa o delle loro adattazioni moderne, tendenti a continuare il rapporto mediato un tempo da Entità irregolari dominate dalle Gerarchie celesti grazie al Rito tradizionale – rapporto in realtà esaurito – ma seguirà il metodo dei nuovi tempi, a cui apre il varco il pensiero immediato, potente della sua immediatezza, intensificata sino a divenire cosciente. Tale pensiero si attua mediante una opposizione ad antichi processi naturali formativi e ad una distruzione dell’elemento vitale-fisico, necessarie a produrre un vuoto al fluire delle pure forze dell’Io. L’Ascesi dei nuovi tempi dà modo allo sperimentatore di portare volitivamente in profondità tale processo di distruzione della natura vitale, con ciò radicalizzando il «vuoto» e aprendo il varco allo Spirito riedificatore.

Il pensiero in atto nella concentrazione, il pensiero liberato, è ancora pensiero umano, traente la propria forza dalla sua contrapposizione alla natura «abbandonata dal Divino». A questo livello esso sviluppa come intimo moto sovrasensibile, l’impulso della libertà, ma deve superare questo livello per realizzare la libertà: deve superare il limite umano-animale per restituire alla Natura la connessione con il Principio perduto. Può risalire la direzione cosmica della caduta nella materialità, in quanto si congiunge in sé con l’intimo I m p u l s o  c o s m i c o: con il Principio al quale la Natura si è alienata.

Ascesi vera è quella che dà modo al Logos-folgore di p e r c u o t e r e la natura vitale-animale: la quale tende a serbare intatti i propri processi psicofisiologici, in cui in realtà è inserita la necessità della Morte. La natura vitale-animale non va fornita di poteri spirituali, bensì trasformata. Questa trasformazione, quando è autentica, è sostanzialmente un processo di distruzione e di riedificazione. […]

L’Io dell’uomo, come autocoscienza e libertà, diviene portatore di tale processo di disintegrazione e reintegrazione, recando in sé una direzione opposta a quella della natura vitale-fisica, che attrae la Luce dello Spirito a sé per i propri processi animali-vitali. L’Io nel veicolo del p e n s i e r o  p u r o inverte tale direzione e tende a distruggere quei processi. Esso va incontro alla natura vitale-fisica, non per legarsi ad essa e subire persino l’inganno del potenziarsi yoghico-medianico di essa in quanto natura egoico-animale, ma per distruggerla e riedificarla secondo lo Spirito.

È una distruzione-riedificazione che si compie gradualmente mediante l’Ascesi del Pensiero. Il pensiero come ordinario processo mentale è in sé l’iniziale processo di morte dell’antica natura spirituale-animale: è simultaneamente un processo di morte e di s p a r i z i o n e della Materia. Il pensiero diviene, oltre che distruttore, riedificatore, quando per insistenza nel suo trarsi dalla propria originaria Luce, riproduce in sé il processo mediante cui il Logos edifica la Vita. La Vita della propria Luce il pensiero può ritrovarla nel proprio momento predialettico, come nel contenuto indialettico della percezione. La risoluzione della Materia è dapprima un fatto logico: questo fatto logico deve divenire esperienza interiore: in tal senso coincide con la fulgureità del Logos che annienta l’oscurità dell’umana natura». 

Massimo Scaligero, era, ed è, un autentico Maestro nel dissolvere le illusioni e gli autoinganni di coloro che cercano una via, inevitabilmente “egoica”, che sia meno esigente, meno impegnativa e dura della solare Via “eroica”, ossia cercano una via che si dimostri comoda, e indulgente nei confronti di una infida natura inferiore, espressione della soggezione alle Deità Avverse, natura che non gradisce essere “disturbata” nel proprio dominare l’essere umano. Inevitabilmente, coloro cercano una cotale via “comoda”, per sottrarsi alla scomodissima Via Solare, ad una Via del Pensiero, indubbiamente molto esigente ed estremamente dura, si volgono ad una “via dell’anima”, ad una “via del sentire” esplicita, o più o meno mascherata. E, sempre inevitabilmente dal loro fallace punto di vista, essi sono portati a disprezzare la scomodae sicuramente lo è – Via del Pensiero come una via “inferiore”, come «una via incompleta e superata» – come affermò apertamente l’Innominato ventitré anni fa a casa mia – perché, a suo dire, come ebbi modo di leggere sulla nota rivista gianicolense, della quale ebbi modo di occuparmi, «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoica», e perché sempre a dire suo e di altri, che non si peritano di adoprare contro il Maestro, e contro chi osa temerariamente difenderne la figura e l’opera, frasi monche e staccate dal contesto, evocando uno scenario sommessamente apocalittico, e affermando con minacciosa ammonizione, che  «la via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo». Ad affermazioni di cotale risma, Massimo Scaligero risponde con disilludenti parole, che non lasciano spazio ad equivoco alcuno circa il loro significato, alle pp. 85-86 de Il Logos e i Nuovi Misteri , parole che da parte di tutti sarebbe savio meditare a lungo:  

«Chi cerca il Logos lungo le vie della Tradizione, non è consapevole di seguire sostanzialmente una via del sentimento, piuttosto che della conoscenza. Nel pensiero, quale attività razionale, giustamente egli sente di non poter trovare il Logos: perciò lo cerca mediante la conoscenza tradizionale, ma non s’avvede che l’elemento intuitivo a cui fa appello per tale ricerca, non è più nel sentimento, ma alla sorgente del pensiero con cui pensa.

I Mistici e i Santi cristiani ebbero la missione di incarnare la sintesi umano-divina del Logos nel sentimento, in un’epoca in cui l’organo dell’Autocoscienza non era ancora formato: potevano incarnarla nell’impulso della devozione, non nella volontà correlata al pensiero, – come doveva cominciare a verificarsi nell’indagatore di tipo galileiano – epperò a condizione che il pensiero non presumesse comprendere il Logos. Attitudine saggia, perché in effetto il pensiero meramente umano non può comprendere il Logos.

Il còmpito attuale del pensiero tuttavia non è comprendere, o intuire il Logos: impresa retorica, concepibile solo in base a scarsa consapevolezza del limite dialettico del pensiero. Còmpito del pensiero è incarnare l’elemento di Vita che gli è intimo e a cui si estrania per farsi dialettico: elemento di Vita sovrasensibile da cui muove e senza cui non sarebbe, anche quando riveste l’errore. Còmpito del pensiero è attuare il proprio nucleo intuitivo, in cui il Logos è presente come Forza originaria. Il pensiero deve risorgere come Pensiero Magico.

Il congiungimento con il Logos oggi non può essere opera del sentimento, la funzione del quale è scaduta in un passivo risonare secondo contenuti soggettivi, nell’àmbito della coscienza riflessa. Il sentimento del Divino deve risorgere da uno stato di morte: esso è più che mai la forza dell’Opera, ma come tale esige essere ridestato. Un tempo, nel sentimento il mystes o il santo poteva abbandonarsi al dominio del Logos, non mediante un atto di volontà, ma mediante una radicale rinuncia all’elemento individuale della volontà. Ciò che egli compieva di prodigioso era azione del Logos m e d i a n t e lui. Oggi, l’esperienza del Logos fa appello unicamente all’elemento individuale della volontà: ma questo giunge al sentimento, passando per il pensiero. Negli asceti della Tradizione, il sentimento non era certo l’esangue e psichico sentire dell’uomo moderno, ma l’originaria forza del sentire superindividuale e cosmico, eccezionalmente sopravvivente: in essi tale sentire operava come veicolo sovrasensibile, in attesa dell’epoca della volontà individuale e della libertà: ossia dell’epoca in cui il Logos può avere un centro di forza nell’Autocoscienza ed essere alimento dell’Io. Nella coscienza stessa, la virtù originaria della mediazione pensante, l’immediatezza assoluta, può essere sperimentata dall’asceta: l’iniziale elemento individuale della volontà può essere da lui contemplato come scendente dal Logos».

Sull’altra sponda di quello che i Romani chiamavano Mare Superum, ossia l’Adriatico – il Mare Inferum era, invece, per loro il mio amato Tirreno – ove fa bella mostra di sé l’antica e gloriosa Tergeste, la romana Tergestum, nonché sull’altipiano carsico, imperversa, oramai da molti decenni, un altro lupaccio cattivissimo, tale Franco Giovi, anch’egli pessimo elemento da frequentare, e anch’egli, per una sua qual certa “asociale” qualità di sapore taoista e chan, da lupi e orsi molto apprezzata, individuo assolutamente impresentabile in “società”. Devo dire che data la “nequizia dei tempi” – come la chiamava causticamente quel vessatore dell’umana stoltizia ch’era Arturo Reghini – rincuora molto il qui scrivente lupaccio cattivissimo il fatto ch’egli pure parli fuori dai denti circa la centralità della Via del Pensiero, e circa l’assoluta necessità di una alacre, intensa, risoluta, “estremista”, Ascesi della Concentrazione. Ed ecco quanto Franco Giovi scriveva giorni fa, temerariamente manifestando “qualcosa che fa parte del suo vero”, su quel social forum sul quale tante scempiaggini insane e improvvide càpita purtroppo di leggere un giorno sì e l’altro pure:

«Il pensiero svincolato, il pensiero tutto-potenza, Shakti universale, è la chiave, e la porta, e l’ambito della Via diretta indicata all’attuale coscienza da Rudolf Steiner. La sua dynamis ascetica è la Via “più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile”, la sua esperienza è “un’entità di per sé vivente”.

Testi come la Filosofia della Libertà e, quasi cent’anni dopo, Il Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero, vengono compresi con immensa difficoltà: perché non è sufficiente per essi lo studio disciplinato, anche se inizialmente necessario. Il pensiero logico non basta: serve il pensiero coraggioso, quello che sia capace di superare il timore (la paura) delle conseguenze alle quali proprio la logica dei suddetti scritti porta il ricercatore: là dove l’automatica, rassicurante certezza del famigliare pensato cede il suo limite a quello che il già pensato non può pensare: l’impensabile, nel suo più letterale significato.

In realtà Steiner, con una autorità non concessa da filiazioni sensibili, non è un sincretista di comodo, come fu arguito negli apriori dei suoi avversari. Non riassume l’antica Sapienza: con La Scienza Occulta, L’Iniziazione, i Cicli antroposofici, ricapitola in forma non più simbolica ma in quadri di pensiero (sovente in forma così minuziosa da urtare lo pseudo “sentimento cosmico” dei piccoli mistici) il divenire interiore dell’uomo e del suo cosmo: la Tradizione perenne, resa accessibile alla potenza conoscitiva dell’attuale coscienza. È un insegnamento che pochi hanno la spregiudicatezza di pensare. Soprattutto i custodi delle vuote tombe delle tradizioni trascorse: ingabbiati nel cliché del dogmaticamente formalizzato, purché sembri antico; comunque valutato con i parametri del pensiero ingenuo: duale e materialistico.

Rudolf Steiner ha offerto al mondo le strade per il rinnovamento della Sapienza, le ha fornite alle arti, ai mestieri e ai grandi problemi umani, sociali, economici, esistenziali. Da tempi anteriori alla storia nessuna élite esoterica ha dato così tanto agli uomini inseriti nell’immanenza e per di più in un periodo buio ed ostile.

Proprio mentre il Sole potentemente realizza il profetismo che Āruni consegnò al figlio Śvetaketu: “Da questa verità tutto è animato; essa è il solo vero, essa è l’Ātman e tu stesso o Śvetaketu, lo sei”. Così si compie il divenire Io dell’uomo.

Ora può risorgere dall’uomo l’intero cosmo con i suoi fiammanti tessitori, il fuoco di Kundalinî, il Vajrasattva Mahasattva, la pentecostale folgore del Logos, qualora esso tenti l’impresa di volere oltre tutti i pensieri per giungere alla sintesi, che fu scissa, di Vita e Coscienza. Purché l’uomo liberamente osi, il Principio è immanente.

È la lenta ma totale conversione, il radicale rovesciamento del luogo dello Spirito: che può essere compiuto davanti l’abisso, nella devastata situazione del mondo umano.

Rudolf Steiner è stato l’unico a indicare la via che dal pre-umano è ascesa all’autocoscienza. Via inconcepibile anche per il più sublime passato, perché conduce oltre ogni esistente già esistito: la indicò in un sobrio scritto, minimamente cifrato da una necessaria veste filosofica.

Era l’anno 1894».

alcuni giorni fa, è ritornato sul tema dell’assoluta necessità di radicalità dell’Ascesi con una citazione di Shri Ramana Maharshi, che ben si attaglia alla Concentrazione, come alla meditazione, che dice:

«La meditazione è una lotta. Appena la cominci, i pensieri si affollano, prendono forza, e cercano di sopraffare quell’unico che hai scelto per attenertici. Continuando nell’esercizio, questo pensiero prenderà forza a poco a poco. Quando sarà abbastanza forte, metterà in fuga tutti gli altri pensieri. Questa è la battaglia che avviene sempre nella meditazione. Nessuno riesce senza sforzo. Il controllo della mente non è un tuo diritto naturale; chi riesce, lo deve alla sua perseveranza». 

Il suddetto lupaccio tergestino, non contento di quanto da lui fatto conoscere del “suo vero”,

Una indicazione ascetica così radicale – e alquanto disilludente per i fiacchi e sentimentali ricercatori delle morbide vie dell’anima – non può non ricordare il quinto degli Shivasutra, che crudamente afferma che: उद्यमो भैरवः, Udyamo Bhairavaḥ, ossia che «Il Tremendo è sforzo», ossia che il Supremo, chiamato “Tremendo” per il suo spietato annientare ogni parvenza, ogni irrealtà, ogni illudente maya, che rende gli umani pashu, ossia “animali”, è conoscibile, realizzabile unicamente attraverso il perseverante, estremo, sforzo eroico dell’asceta che sia – come affermava un Iniziato rosicruciano del XVIII secolo, amico e discepolo del Conte di Saint-Germain – vir mirus ad omnia natus quaecumque auderet, ossia “mirabil eroico uomo nato e disposto a tutto osare” per realizzare lo Spirito, ossia per penetrare audacemente in quel Magico Mondo de gli Heroi di Cesare della Riviera, rosicruciano ermetista del secolo XVII, molto amato da Massimo Scaligero, che dava ad alcuni di noi il suo aureo libro da studiare ritualmente, ed alcune sue espressioni come temi di meditazione. 

Questa è la Via Assoluta, perché il pensiero che si realizza nella Concentrazione è – secondo l’espressione di Massimo Scaligero – l’immediato mediante, ossia la Forza, l’Essenza, l’Essere, che per essere non ha bisogno di nessuna mediazione che non sia il suo stesso elemento, al tempo stesso nel pensare stesso attuato e conosciuto, ossia il suo dato nell’atto conoscitivo è il suo stesso darsi, e tuttavia è anche la necessaria mediazione all’essere e alla conoscenza di ogni altro elemento dato.

Per l’uomo che sia, e voglia essere, veramente figlio di questa tempestosa epoca, e rinunciando alle “comodità” della via egoica, non voglia pascersi di illusioni, questa, e solo questa, e non altra, è la Via Assoluta, la Via Solare, la Via Eroica, la Via dell’Io, la Via Unica: la più alta, la più radicale, la più coraggiosa, la più esigente, la più veloce, la più sicura, quella magicamente più potente. La Via della Concentrazione, che può essere condotta – per intensità e continuità di risoluta consacrazione volitiva – oltre ogni limite della natura, spezzandone il millenario dominio sull’uomo.

Per questo motivo, il qui scrivente cattivissimo lupaccio etrusco agli audaci compagni d’armi spirituali, che temerariamente, con slancio e impeto, si consacrano, e si impegnano, si compromettono, senza risparmio veruno, in libertà e per amore, nella Aurea Via del Pensiero, e nella intensa pratica della Concentrazione, rivolge l’antico, misterico, augurio: quod bonum, faustum, felix, fortunatumque sit!

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Secondo Giorno – P. 2

 

Copgenesi

IL SECONDO GIORNO

2. Viene eretta la vôlta celeste

Collegamento al paragrafo precedente

Attraverso la scissione cellulare si ripartisce la sostanza dei centrioli e perciò la forza di ha-schamajim su tutto il corpo. A poco a poco non sta più in primo piano la cellula o un complesso cellulare, bensì la totalità dell’embrione, la sua figura, la sua forma vivente. La cellula deve subordinarsi alla concezione totale. Attraverso il processo di suddivisione cellulare, ogni cellula ha sperimentato per se stessa in piccolo l’atto di creazione della formazione della volta celeste da parte di ha-schamajim, per così dire come preparazione di una più grande esperienza comune – così come in un’orchestra il singolo musicista si esercita da solo, per poter poi dare origine nell’armonia di tutte le voci alla grande esperienza.

Come si fa valere ha-schamajim nel Macrocosmo? Per vedere ciò dobbiamo dapprima seguire le vie sulle quali la Luce percorre la sostanza terrestre dell’ovocellula. Ve ne sono due di tali vie, una esterna ed una interna. La Luce proveniente da ha-schamajim appare nell’incontro di seme ed ovocellula sulla superficie del corpo dell’uovo. Lo spazio intorno a questo corpo è illuminato. Ora si separano le vie della Luce. Con la penetrazione di uno spermium irradia Luce nell’interno dell’ovocellula. Questa è la via interna. Troviamo l’altra, quella esterna, se ci diciamo: con la suddivisione cellulare si formano vie che dallo spazio esteriore conducono tra le cellule figlie; e quante più cellule figlie nascono, tanto più si ramificano queste vie dello spazio esteriore nell’interno dell’antico spazio ovulare; gli spazi intercellulari della morula sono perciò vie della Luce proveniente da ha-schamajim , per così dire bidimensionali, giacché il suo corpo, come morula appare ormai racchiuso come dall’immissione di piani di Luce nell’ovocellula. La Luce attraversa, solca il corpo ovulare. – La via interna della Luce descrive la formazione delle pareti cellulari all’interno. Laddove nella scissione cellulare si trovano i coni di Luce del fuso, nascono le sottili membrane separatorie delle cellule. Queste devono il loro sorgere, come tutto quello che sorge nuovamente tramite la scissione cellulare, ai centrioli, e perciò al raggio di Luce proveniente da ha-schamajim. Ora sulle sottili membrane si incontrano la Via interna di Luce e quella esteriore, così come in seguito nel polmone sulle membrane degli alveoli si incontreranno il sangue e l’aria respiratoria. E lì, così come l’aria si congiunge al sangue e dona a questo la nuova forza della pulsazione, così si congiungono anche qui le due vie della Luce. Le forze della Luce dello spazio cellulare interno irradiano nel regno della Luce dello spazio intercellulare – dalle cellule si riversa del fluido nello spazio intercellulare, e con ciò si forma sempre più uno spazio interno che si distacca dalle cellule . Questo è il frutto germinante, che si gonfia, di ha-schamajim. Ora ha-schamajim diventa attivo all’interno dell’embrione. E, ingrandendosi la superficie intercellulare col crescente numero di cellule, cresce la forza di ha-schamajim all’interno della morula. Gradualmente questa forza si concentra; ed anche in seguito lo vedremo sempre di più: allorché l’elasticità ha raggiunto una certa misura, comincia l’espansione. Sorge dapprima uno spazio all’interno della morula a forma di fessura; però questa si estende sempre di più. Le cellule vengono spinte alla periferia, attraverso la suddivisione diventano sempre più piccole e possono disporsi più vicine una accanto all’altra. Lo spazio all’interno dell’embrione diviene una volta. E’ nata la blastula. E con piena forza scaturiscono ora le Parole della Genesi:

E DIO DISSE:

VI SIA UNA DISTESA TRA LE ACQUE

E QUESTA SIA UNA SEPARAZIONE TRA LE ACQUE.

DIO FECE ALLORA LA DISTESA.

E DIVISE L’ACQUA SOTTO LA DISTESA DALL’ACQUA

SULLA DISTESA.

E FU COSI’.

E DIO CHIAMO’ LA DISTESA CIELO.

Qui viene eretta, con un potente gesto all’interno delle «acque», della massa cellulare protoplasmatica, una vôlta. La Genesi fa sorgere davanti ai nostri occhi dalla morula la blastula. – Questo processo diventa sperimentabile in maniera particolarmente forte attraverso la vigorosa traduzione di Martin Lutero:

Dio disse:

vi sia una vôlta in mezzo alle acque

ed essa sia la separazione delle acque dalle acque.

così Dio fece la vôlta

e divise l’acqua sotto la volta e l’acqua al di sopra della volta.

E ciò fu.

E Dio chiamò la volta: Cielo!

L’«acqua sotto il Cielo» è l’embrioplasto, che noi abbiamo chiamato Terra; da esso si sviluppa l’uomo corporeo. L’«acqua sopra il Cielo» è il trofoblasto, da esso provengono le membrane ovulari e la placenta. All’inizio delle nostre considerazioni abbiamo chiamato Cielo questa parte della blastula, poiché essa s’incurva come un «Cielo» sulla parte terrestre dell’embrione. Dopo tutto quello che adesso sappiamo di ha-schamajim, non possiamo più rivolgerci al trofoblasto stesso come Cielo, sebbene come immagine ciò sia assolutamente giusto, bensì con ciò designamo la forza all’interno dell’embrione che edifica la vôlta e dalla terra tende verso l’esterno. La sostanza cellulare del trofoblasto si ordina in questa sfera di forze. In seguito da questa medesima sfera di forze viene formato il sacco vitellino, poi il chorion e sfere sempre più grandi, sino alla vôlta dell’utero e all’inarcamento del corpo materno. Ma nella misura in cui queste forze del Cielo agiscono dall’interno all’esterno e si separano dalle forze della Terra, ne irradieranno, da quelle forze che tendono verso l’esterno, altre nel senso delle forze della Luce. Sono queste forze riflettentisi che formano e plasmano l’embrione.

3. Arare e seminare 

La prima aratura avvenne come scaturita da un’azione di eco in seguito al primo Appello divino. La Luce non era ancora creata, solo l’idea vivente del Cielo ha-schamajim si distacca dall’attività creatrice – barà – della Divinità. In barà accanto al significato di generare, formare, creare, vi sono anche quelli di purezza, chiarezza, bor – e altresì quello di innocenza, bar. La stessa parola bar significa anche figlio (in aramaico bar, in ebraico ben) e anche granoBarà scritto in una maniera un po’ diversa significa mangiare, nutrirsi, barut, pasto, barà anche ingrassare. Per cui sono affini le parole benedire, berakà, ed anche folgorare, fulmine, splendore, baràk. Anche la parola grandine, barad, appartiene a questa serie. In tutte queste parole vive la segnatura della Luce, dell’irradiare-dal-Cielo-alla-Terra. Se rovesciamo la succesisone dei suoni, riceviamo quel che sperimentiamo, allorché dalla Terra guardiamo il Cielo: ab, padre.

Già la prima aratura della sostanza ovulare – tohu va-bohu – ha luogo nelcrepuscolo di una prima azione innata della Luce – barà. Poi appare la Luce, e con essa la forza del seme penetra nella Terra vivente dell’uovo. Con ciò viene rappresentato il motivo primordiale dell’arare e del seminare. Il seme primordiali è penetrato come Luce nella Terra primordiale e d’ora in avanti si sviluppa ulteriormente in questa.

Fin qui si svolge la sfera del primo giorno. Poi si può sperimentare una specie di baratro tra questo primo giorno e il secondo. L’esatta traduzione dell’ultimo versetto del primo giorno suona: «E fu sera, e fu mattino, un giorno» (secondo WOHGELMUTH e BLEICHRODE). Le parole «un giorno» formano, come se qui la creazione fosse compiuta, la chiusura della sfera, nella quale la Luce nasce ed incontra la terra primordiale.

Nel corso della nostra esposizione vedremo sempre più chiaramente che nel primo giorno della Creazione è contenuto tutto ciò che vi è nel mondo. Ivi c’è un possente seme dal quale cresce fuori tutta la Creazione. La Genesi è realmente sin dal primissimo inizio un tutto. Da un punto germinale scaturisce un pensiero dopo l’altro, fino a che non diviene visibile la figura matura della Creazione. Il primo giorno è il seme dei giorni successivi; tuttavia esso scaturisce dal seme del primo versetto, questo dal seme della prima Parola, questa dal seme del primo suono beth , dalla casa della Terra, che alberga lo Spirito (qui risiede l’elemento dimensionale, il punto, dimora nello spazio terrestre) – questo è Dio.

Se guardiamo all’Abisso, che si apre tra il primo e il secondo giorno della Creazione, scorgiamo: unicamente e soltanto la Luce ci trasporta dal primo al secondo giorno, la Luce che è capace di agire nello spazio terrestre. Soltanto con questa Luce congiunta alla Terra possiamo lasciarci dietro l’abisso e proseguire il cammino.

Si ripete ora, su piani superiori, il motivo dell’aratura e della semina. Per così dire risuona dapprima spiritualmente la nuova Parola creatrice «Vi sia una distesa in mezzo alle acque», e come una eco risuona diffondendosi ovunque nello spazio terrestre e riflettendosi centinaia di volte e moltiplicandosi nella suddivisione cellulare. Con ciò la Terra embrionale viene nuovamente arata. – Abbiamo descritto più sopra la formazione della blastula, l’innalzamento della vôlta interna da parte delle forze del Cielo, le quali come seme della Luce avanzano fin nello spazio intercellulare e poi partendo da qui giungono all’azione espansiva. Questo, tuttavia, è ora soltanto un lato dell’evento, si potrebbe dire quello fisiologico. Tuttavia perché si giunga ad un nuovo atto di creazione, all’aratura, che è l’azione dell’eco, deve diventare attiva la voce stessa, che si unisce al creato, divenire carne. Ciò accade attraverso la semina, ed è il lato spirituale dell’evento, che nella singola vita è impresso dalle forze del Destino, dell’individualità.

Perciò possiamo caratterizzare il contenuto del secondo giorno all’incirca così: dopo che il corpo terrestre dell’ovocellula è stato solcato e arato dalle forze della Luce, dopo che queste forze sono penetrate in tutti gli angoli della sostanzialità, la zolla può ricevere il seme celeste. Come vôlta, esso si affonda nella sostanzialità elementare delle acque. Attraverso ciò nasce nello spazio terrestre un sopra e un sotto. – E se ora spingiamo una volta lo sguardo in avanti nell’ultimo mese della vita embrionale e ci volgiamo all’organo polmonare, vediamo che gli alveoli polmonari si formano, per l’aspetto, come le singole cellule di una morula. Anche qui, come per l’intero corpo, la sostanza terrestre viene «arata». E quando poi si giunge alla nascita, risuonano le Parole: «e Dio gli soffiò l’alito vivente» e per la prima volta il polmone si riempie d’aria. L’organo polmonare si gonfia, e viene eretta una vôlta all’interno dello spazio toracico. E quindi il cuore e l’intero corpo si riempiono per la prima volta con sangue pervaso di aria propria. Con ciò abbiamo di fronte a noi la più elevata intensificazione corporea della semina di un seme divino.

Da ciò risulta quanto segue. Abbiamo visto: ogni volta, allorché risuonano le Parole  «e Dio disse», gli Elohim donano alla evoluzione della Terra, che è anche l’evoluzione dell’uomo, un nuovo pensiero della Creazione, un nuovo impulso creativo. Ognuno di questi impulsi pervasi dalle forze del Cielo, ha-shamajim, viene elevato dalla terra, ha-aretz, fino a che il medesimo non diventa parte della stessa. E così la Terra, anche se è intessuta delle forze del Cielo, dopo un certo periodo di elaborazione, può di nuovo essere chiamata Terra, anche se poi non si tratta più della stessa Terra, bensì di una Terra di un gradino superiore. Poi la novella Terra è di nuovo matura per accogliere un nuovo impulso, un nuovo seme divino. Perciò non stupirà se nel prosieguo noi scambieremo sempre di nuovo nell’applicazione concetti come  «Terra» «Cielo» o  «Luce» in rapporto ad un sostrato organico.

Inoltre la Terra non viene nominata nel secondo giorno, udiamo soltanto parlare  «dell’acqua sotto il Cielo». Si presagisce come venga preparata qui una Terra che già si avvicina un po’ al concetto che è rapportato all’elemento sensibile. Se volgiamo lo sguardo alla blastula, qui ora il suo polo embrionale è diventato più pesante di tutta la sua restante parte. Davanti a questo pesante polo terrestre si accosta ora il germe della mucosa terrena.

E FU SERA E FU MATTINO L’ALTRO GIORNO

Nella Genesi, un giorno corre dalla sera sino di nuovo alla sera. Nella Tenebra, nella notte cosmica, comincia la Creazione. Distaccandosi il Sole dal corpo della Terra primordiale, sorge il primo mattino, appare il primo giorno. E ancor oggi, se consideriamo il sorgere del Sole per la nostra posizione sulla Terra il Sole ascende. E allorché vediamo al tramonto del Sole come il Sole ritorni nella Terra, ciò può essere per noi un’indicazione del fatto che il Sole un giorno si riunirà alla Terra. Il tramonto del Sole è per noi pure un’immagine di come la Terra venga sempre di nuovo compenetrata dalle forze della Luce, nella maniera in cui possiamo udirlo nella Genesi.

Se ora consideriamo ancora una volta l’evoluzione embrionale fino all’evoluzione della blastula, risulta la seguente immagine. Nell’esistenza tenebrosa appare l’ovocellula e a tutta prima essa diviene ancor più tenebrosa attraverso la formazione dei corpuscoli. Qui siamo nella notte fonda. Ma allorché l’ovocellula incontra la corrente degli spermium , si fa giorno. E nella misura in cui questo processo giunge a termine, si fa sera. – Chi cerchi di sperimentare interiormente in maniera immaginativa questi processi con tutte le loro mutazioni di forma, può ora avere realmente la sensazione di come l’embrione dopo questo primo giorno passi attraverso una notte e sperimenti nella formazione della blastula un nuovo giorno. Allorché, dopo l’incontro col seme l’ovocellula esteriormente giunge alla quiete, comincia dapprima un’altra  vita, una vita interna, la solcatura – dopo che il Sole, irradiando è salito in Cielo, esso la sera s’immerge nella Terra. Sale la tenebra e da essa si distacca il brillare di una stella. Presto si vedono stelle più numerose, dapprima grandi, poi più piccole e giù giù sempre di più, fino a che in piena notte il cielo non è cosparso di stelle, delle quali le più piccole vengono appena presagite. Il processo della suddivisione cellulare del giovane embrione, fino a che non abbia raggiunto lo stadio della morula, dà una tale immagine. E come poi, allorché al mattino il Sole sorge nuovamente, le luci delle stelle vengono ricacciate indietro dalla vôlta del giorno, così arretrano le cellule della morula in periferia – cedendo il loro posto al Cielo della blastula, che è un Cielo diurno. Ma se la blastula si sviluppa pienamente, allora si fa nuovamente sera e la navicella cosmica corre nel porto, ove essa si àncora saldamente.

(Continua)

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L’ARCHETIPO-GENNAIO 2019

Anno XXIV n. 1

Gennaio 2019

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In questo numero:

SOGNO DI NATALE ( di Luigi Pirandello)

Auguri amici lettori, sulle magnifiche note di un brano musicale ormai così tanto amato da essere entrato nel canone dei canti natalizi nonostante il testo possa esularne alquanto; il brano, di L. Cohen, è interpretato in questo live dell’anno passato in maniera magistrale dall’artista Elisa, e ne consigliamo l’ascolto completo, perché in certi momenti tocca apici difficilmente imitabili. Di seguito vi proponiamo poi la lettura di un racconto del grande Pirandello.

………………. 

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SOGNO DI NATALE

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di Luigi Pirandello

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: – Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?

– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

– Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

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BUON NATALE

a tutti Voi da Ecoantroposophia.it

 

ETERNA AURORA

11 LUGL 2018 FKHSIFS 012

HELIOS SOLE INVITTO 23 GIU 25 LUGL 2018 FKHSIFS 005

INFINE S’ANNUNCIA LA LUCE NEL CIELO DA CUI TENEBRA FUGGE

E PIU ALTO IL FUOCO S’ACCENDE AMPLIANDO IL CALORE

MENTRE IL GELO SI ESTIGUE POICHE’ LA SPERANZA DIVENTA REALE MIRACOLO ECCELSO.

RINASCERE AL SOLE IN ETERNO E’ IL RITO CHE COMPIE CHI SEPPE MORIRE.

CHI EBBE LA FORZA DI RICONOSCERE AMORE QUANDO TUTTO IL PLAUSIBILE IMPONEVA IL DESERTO DEFORME DEL NOTTURNO INCUPIRE.

E’ NATO E RISORGE IN ETERNO IL SOLARE.

CALORE : E DIVINA BELTA’ SCOLPISCE ARMONIA NEL CUORE DEI FEDELI IN ACUME.

E’ SORTO E RINASCE IN ETERNO IL CALORE DELL’IO CHE SEPPE INNALZARE L’UMANO NELL’AURA DEL LOGOS.

ETERICA FIAMMA PENSIERO CHE VIVE NEL RINATO FRAMMENTO DI LUCE CHE UNISCE I CONCETTI E LI PONE DINANZI AL VALORE ASSOLUTO IN CUI PALPITA L’IMPOSSIBILE AMORE.

AVE SUPREMA SCINTILLA DEL SOLO VALORE CHE INCORONA L’ALTARE DEL DIVINO FANCIULLO IN CUI L’UMANO RISORGE AL SOLARE DI CUI MANTENNE IL RICORDO E L’ANELITO ESTREMO.

E PER ATTIMI ETERNI NELLA LUCE VI E’ SOLO POTENZA SCULTOREA DEI CIELI.

NITIDISSIMA ALATA VIRTU’ CHE PALPITA E INFIAMMA.

SOVRUMANO CHIARORE SI APPRESTA E RISANA.

ELEVANDO.

ETERNA E’ L’AURORA CHE INFINE PERMETTE IL VIVENTE RISTORO.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

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