LA VIA ASSOLUTA – OVVERO ANCORA E SEMPRE LA CONCENTRAZIONE

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A questo lupaccio cattivissimo è capitato di recente di leggere su un noto social network un paio di citazioni di Massimo Scaligero, commentate peraltro da chi le presentava, ed eziandio da altri suoi sodali, in una maniera che parvemi essere per qualche verso irrispondente al contenuto stesso. Ma cotali commenti, in definitiva, sono, penso, affatto irrilevanti, così come lo è, del resto, la quasi totalità di quanto viene pubblicato in quell’immensissima fogna, che è la palude stigia telematica nella quale vegetano e prosperano molti – non tutti: per fortuna vi sono anche, sia pur pochi, alcuni blog temerari, che nel web fanno la parte dei rompiscatoloni – tra i vari forum e social network, ove i deliranti sproloqui, che si vorrebbero “spirituali” e “antroposofici”, nei commenti vengono sovente infiorati di faccine, stelline, cuoricini, e svenevolezze varie, oppure dànno luogo ad ‘edificanti’ (si fa per dire…) risse, il cui linguaggio turpiloquente farebbe orrore persino agli scaricatori di porto di varie città di mare, con gran sollazzo della transtiberina parte avversa.

Ma tralasciando queste tragicomiche amenità, che fanno parte della fatua superficialità del barbarico presente tempo, nel quale gli Dèi ci hanno dato in sorte di vivere, voglio cogliere l’occasione per riportare, e completare, la citazione in questione, nella quale invece è di estrema importanza proprio quanto scrive Massimo Scaligero a proposito della radicalità della Via. In una sua opera, che mi è molto cara, Il Logos e i Nuovi Misteri, egli alle pp. 37-38 così scrive:

«La via del Pensiero-Logos è la via diretta, rispetto alla quale ogni mediazione risultando semplicemente preliminare, o preparatoria, deve essere conforme a una rigorosa disciplina. Il compito di coloro che non sono ancora pronti o non si sentono capaci della via diretta – e sono i più – è conformarsi a norme e discipline, la cui regolarità consiste nel provenire da chi possiede la via diretta: data infatti dal Maestro dei nuovi tempi. La garanzia della legittimità di questa è il suo presupposto, l’ascesi della Volontà, la Via del Pensiero, che fa appello al pensiero cosciente della normale vita di veglia e lo conduce per intensità di concentrazione, ad attingere alla sua originaria forza, sino ad identificarsi con essa e a superare la dimensione riflessa».

Viviamo in tempi che si rivelano essere sempre più tragici, ossia viviamo – sempre per usare una espressione di Massimo Scaligero in Iniziazione e Tradizione«in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in illusori rimedi». Per cui bando alle fallaci speranze, ai rosei sogni, alle consolanti prima – e poi sempre deludenti – illusioni, e guardiamo, invece, romanamente in faccia una realtà, certamente non piacevole, ma, appunto, ben reale: con la quale è savio fare bene i conti. 

Ora, quella che Massimo Scaligero qui indica – e che, del resto, indica instancabilmente in ogni sua opera – è la Via Assoluta dello Spirito. E “assoluto” significa “incondizionato”, ossia svincolato, disciolto – ab-solutum – da ogni condizione, e limitazione. Perciò essa è una Via percorribile da ogni essere umano, quale che sia la sua situazione di partenza. A differenza dalle Vie antiche, le quali – giustissimamente – richiedevano inevadibili “qualificazioni”, la Via dei Nuovi Tempi, la Via Assoluta della quale parla Massimo Scaligero, non richiede preventivamente, e necessariamente, tali “qualificazioni”, perché esse non sono affatto il presupposto dell’Ascesi, anzi, sotto certi aspetti ne sono il risultato.

In questo peculiare campo, il qui presente lupaccio cattivissimo ha potuto fare molteplici e variate esperienze, che per lui sono state oltremodo istruttive. Tutta una serie di persone, che di per sé avevano le migliori qualità intellettuali e morali per percorrere il Sentiero iniziatico, e realizzarne la Mèta – quella che l’ascetico principe Siddhartha Gautama, il Buddha Shakyamuni, chiama “l’Eccelsa Mèta” – si sono persi per strada, a volte persino in miserevoli e ridicole banalità. Queste persone possedevano quelle che per la concezione “tradizionale” venivano considerate le migliori “qualificazioni”, ossia le “felici” – e indispensabili – predisposizioni, gli अधिकार adhikâra  delle varie ascesi indiane, eppure, con mio grandissimo disappunto, si sono poi persi per strada.  

È opportuno, e savio, chiedersi, perché tali persone, pur provviste di sì belle qualità, abbiano poi smarrito l’Aureo Sentiero, e in qualche modo siano venute meno alla loro originaria vocazione. Sicuramente, l’aver incontrata la Via Solare – e bisogna ben rendersi conto come un tale incontro sia davvero un dono aristocratico e un privilegio raro, che i Numi nel presente tempo concedono a non molti esseri umani, il che di conseguenza impone severe responsabilità alle quali si deve far fronte – corrisponde ad una scelta prenatale e ad un destino di più antiche vite. La mirabile trama di un tale destino determina, fatalmente, gli “appuntamenti” – occasioni, luoghi e incroci di individualità – che portano il cercatore dello Spirito ad incontrare la Via. E per un lasso di tempo – breve o lungo – il neofita vive nella gioia dell’incontro con una sì luminosa Via, vive ed opera con un sacro entusiasmo, donandosi talvolta ad una intensa fattività spirituale.

Ma tutto ciò è ancora risultato di una “natura spirituale”, cioè è il risultato di ciò che in antichi tempi, o nel non-tempo dell’esistenza spirituale, fu allora “atto”, ed ora si presenta come un “fatto”: non è ancora Spirito, il quale per essere autentico è, e deve essere, perennemente “atto in atto”. Fatalmente, la spinta proveniente dall’esistenza spirituale prenatale e da precedenti vite a un certo punto della vita incarnata si esaurisce, e ad essa deve sostituirsi l’energica iniziativa cosciente. Deve attivarsi una volontà, che non solo non è “natura” – né animale né spirituale – ma che la “natura”, anzi, ostacola e contrasta con ogni mezzo. E il discepolo si ritrova allora in una deserta “landa selvaggia”. In una tale arida condizione dell’anima, facilmente l’entusiasmo si raffredda, la tensione della volontà si allenta, si sfiocca e si sfrangia, la tenuta interiore – detto alla romana – “si abbiocca”.

Nella mia pluridecennale esperienza di lupaccio cattivissimo, sin troppe volte ho dovuto constatare che proprio questo è quel accade, pressoché regolarmente, in molti cercatori spirituali i quali accostano la Via Solare provvisti di notevoli belle qualità. E ciò vien detto senza ironia veruna. Sempre a quanto risulta al “vissuto” dal qui scrivente lupaccio cattivissimo, è paradossalmente una condizione più “felice”, “fausta”, “fortunata” – nell’antichissimo senso romano, e misterico, del termine – quella di chi alla Scienza dello Spirito giunga sfasciato e disperato. Condizione, dal mio delinquenziale punto di vista, davvero oltremodo preferibile alla precedente, perché in essa non vi sono illusioni né inganni, e a chi è realmente disperato non è affatto dato di vivere di rendita sulla spinta di un passato luminoso. Massimo Scaligero più volte disse, e scrisse, con una chiarezza che non lasciava adito ad nessun equivoco, che nello Spirito si è, non si sta, e che spiritualmente non si può vivere di rendita, e ai giovani della mia città indicava come dovessimo essere, per arrivare, lottando, alla Mèta instancabili e disperati. Conciosiacosaché il disperato procede con quella forza inesorabile, che solo la disperazione riesce a suscitare, e non sa che farsene di quelle consolazioni, che gli “insinuanti pupari” abilmente propongono, come paralizzante e ottenebrante narcotico spirituale, alle “anime belle”, ch’essi vogliono illudere e, appunto illusoriamente, “ideologicamente trasportare”. E purtroppo ho davanti agli occhi molti casi di amici – alcuni dei quali son persino voluti diventare ex-amici o addirittura dichiarati nemici – che si son persi, intossicati, obnubilati, paralizzati, addormentati ad opera di un sì perfidamente abile “inavvertito ideologico trasbordo”. 

Su questo blog, più volte in articoli passati è stato indicato, senza infingimento alcuno, come proprio dalla disperazione – da una lucida e freddamente, volitivamente, coltivata disperazione – possa sorgere quella forza indomabile che porta il temerario discepolo della Iniziazione alla Mèta. Tale forza è il frutto di – e a sua volta genera – ripetute, e incessanti, durissime lotte interiori, che esigono dall’asceta una tenacia della volontà a tutta prova. Tali lotte generano e plasmano quella inesorabilità del volere di profondità, consacrato alla Mèta, che un Maestro dell’Arte Ermetica del XVI secolo, Ireneo Filalete, nel suo Introitus ad occlusum Palatium Regis, chiama “acciaio dei Saggi”. Volere risoluto, che è acciaio al cromo-vanadio, come usa dire uno nella bella Florentia, che solo permette di “entrare nell’ermeticamente chiuso Palazzo del Re”, ossia nel Mondo Spirituale.

Si dirà che questo ispido e importuno lupaccio parla sempre delle stesse cose. Ma che altro volete ch’egli faccia, se le persone che dovrebbero essere dei praticanti interiori non praticano, se quelli che dovrebbero essere degli asceti energicamente operanti non operano, s’essi, in definitiva, dormono profondissimamente, e perdono tempo e forze, cullati da soavissimi, mistici, e intellettuali sogni, e sono – per dirla una calzante espressione sportiva di M., un valoroso mio amico della Città del Fiore – “sempre ferme ai blocchi di partenza”? Si parla sempre delle stesse cose, perché sempre, tragicamente, e banalmente, lo stesso è, purtroppo, il problema. Si parla sempre delle stesse cose perché sempre riflesso è il pensiero; perché questo esangue, assottigliato, sfrangiato e sfilacciato pensiero è sempre manovrato, come un imbelle pupazzo, da una arrogante o da sfatta natura inferiore; perché sempre l’essere umano viene portato a spasso come un cagnolino al guinzaglio – talvolta in maniera ridicola – da istinti, brame, passioni; perché sempre un tale essere umano è gravato e schiacciato dal cascame del pensiero morto. Si parla sempre delle stesse cose, perché sempre il rimedio è la Concentrazione.

E questa è la patente contraddizione di molti che si dicono spiritualisti. Essi affermano giustissimamente che: «Nel cuore dell’uomo vi è una scintilla del Fuoco che ha creato l’Universo. Il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi. Il mio Io è illimitatamente fondato nell’Io Sono», e poi si fanno muovere come burattini dai mille condizionamenti – da quelli realmente tragici a quelli più palesemente ridicoli – che fanno dell’essere umano lo zimbello delle Entità Ostacolatrici, degli Dèi Distruttori, i quali, da parte loro, non fanno altro che eseguire, con l’impersonalità e l’inesorabilità di forze della natura, il loro còmpito e la loro funzione. Mentre se l’essere umano viene meno al suo còmpito e alla sua funzione – quella di attuare coraggiosamente Autocoscienza, Libertà e Amore – non può accusare altro che  la propria radicale debolezza, e la propria scarsa o inesistente consapevolezza. Egli non può affatto accusare tali Deità Avverse, perché esse non sono affatto libere, ed eseguono unicamente una funzione ed un’azione, che sono state loro imposte, che esse non hanno certo scelte, e  alle quali esse non possono punto sottrarsi. È l’uomo che dovrebbe essere libero, e per la sua appannata coscienza e la sua radicale debolezza della volontà, invece, si dimostra purtroppo sempre più incapace di essere libero.  

Ora, se vogliamo osservare, con distaccata oggettività, questa abietta e contraddittoria condizione dell’essere umano, ridotto ad essere schiavo e mancipio di Deità Avverse, o se – come affermano in India –  gli esseri umani sono ridotti ad essere mero “bestiame utile” a tali Deità Avverse, le quali non gradiscono certo perdere “capi di bestiame”, è evidente che se sempre il medesimo è il problema, sempre la stessa può, e deve, essere la soluzione.

Allorché, nel Giardino dei Cervi, circa 2600 anni fa, il Buddha Shakyamuni “mise in moto la Ruota della Legge”, con quello che venne chiamato il “Discorso di Benares”, Egli, come un esperto medico, proclamò le Quattro Verità Sante, che illustravano il male della condizione umana generale. Come un abile medico, appunto, Egli del male umano ne fece la diagnosi, ne stabilì l’etiologia, ossia ne esaminò e determinò la causa, ne fece la prognosi possibile, se il paziente umano avesse voluto seguire la terapia da Lui prescritta.

In maniera simile, del tutto analoga, Massimo Scaligero, come un medico asciuttamente compassionevole – ma punto sentimentale, come quelli che con i pannicelli caldi “fanno le piaghe puzzolenti”: qui potest capere capiat – determina la diagnosi del male umano: lo stato di morte dell’anima reclusa, come nel mito orfico, nella prigione-tomba della corporeità; ne individua l’etiologia, ossia la causa che come un veleno mortale porta alla morte dell’anima nella prigione somatica: lo stato di riflessità dell’esangue pensiero legato ai sensi, al sistema nervoso, alla cerebralità; ne stabilisce la prognosi favorevole nel caso che venga attuata la necessaria terapia, ossia la liberazione del pensiero dallo strumento fisico del cervello, restituendo la vita all’anima liberata dalla tomba corporea; e porge la prescrizione attuatrice della terapia: la Via del Pensiero, la Concentrazione.

Questa, e non altra, è la Via Assoluta della quale Massimo Scaligero parla nella citazione tratta da Il Logos e i Nuovi Misteri. E in maniera asciutta e sintetica così da descrive sempre a p. 38 dello stesso volume:

«Per afferrare il reale senso della riflessità, il pensiero dovrebbe percepire la dimensione che gli è simultanea sul piano sovrasensibile: che è il segreto della sua reintegrazione. Il pensiero vive al tempo stesso nei tre mondi, fisico, animico, spirituale: movendo in basso, muove simultaneamente in alto: deve intensificare il momento della propria forza, per percepirsi nella propria interezza: secondo il principio della retta concentrazione». 

Massimo Scaligero non usa certo circonlocuzioni di parole, né attenua la impietosa diagnosi, o porge sentimentalmente al paziente un gradevole, quanto inutile e illudente, rimedio palliativo – come farebbe, invece, il medico pietoso, quello che, appunto, fa la piaga puzzolente – bensì crudamente indica un còmpito arduo e inevadibile, che è oramai più che urgente realizzare. Così egli lo indica alle pp. 74-76 de Il Logos e i Nuovi Misteri :  

«Quando il discepolo attuale dello Spirito, mediante l’uso cosciente del principio della libertà, riconosce la struttura sovrasensibile del mondo e della propria natura psicofisiologica, scopre che lo Spirito può r i p e r m e a r e questa natura solo distruggendola e riedificandola: non commetterà se medesimo ai metodi dello Yoga e della Saggezza trascorsa o delle loro adattazioni moderne, tendenti a continuare il rapporto mediato un tempo da Entità irregolari dominate dalle Gerarchie celesti grazie al Rito tradizionale – rapporto in realtà esaurito – ma seguirà il metodo dei nuovi tempi, a cui apre il varco il pensiero immediato, potente della sua immediatezza, intensificata sino a divenire cosciente. Tale pensiero si attua mediante una opposizione ad antichi processi naturali formativi e ad una distruzione dell’elemento vitale-fisico, necessarie a produrre un vuoto al fluire delle pure forze dell’Io. L’Ascesi dei nuovi tempi dà modo allo sperimentatore di portare volitivamente in profondità tale processo di distruzione della natura vitale, con ciò radicalizzando il «vuoto» e aprendo il varco allo Spirito riedificatore.

Il pensiero in atto nella concentrazione, il pensiero liberato, è ancora pensiero umano, traente la propria forza dalla sua contrapposizione alla natura «abbandonata dal Divino». A questo livello esso sviluppa come intimo moto sovrasensibile, l’impulso della libertà, ma deve superare questo livello per realizzare la libertà: deve superare il limite umano-animale per restituire alla Natura la connessione con il Principio perduto. Può risalire la direzione cosmica della caduta nella materialità, in quanto si congiunge in sé con l’intimo I m p u l s o  c o s m i c o: con il Principio al quale la Natura si è alienata.

Ascesi vera è quella che dà modo al Logos-folgore di p e r c u o t e r e la natura vitale-animale: la quale tende a serbare intatti i propri processi psicofisiologici, in cui in realtà è inserita la necessità della Morte. La natura vitale-animale non va fornita di poteri spirituali, bensì trasformata. Questa trasformazione, quando è autentica, è sostanzialmente un processo di distruzione e di riedificazione. […]

L’Io dell’uomo, come autocoscienza e libertà, diviene portatore di tale processo di disintegrazione e reintegrazione, recando in sé una direzione opposta a quella della natura vitale-fisica, che attrae la Luce dello Spirito a sé per i propri processi animali-vitali. L’Io nel veicolo del p e n s i e r o  p u r o inverte tale direzione e tende a distruggere quei processi. Esso va incontro alla natura vitale-fisica, non per legarsi ad essa e subire persino l’inganno del potenziarsi yoghico-medianico di essa in quanto natura egoico-animale, ma per distruggerla e riedificarla secondo lo Spirito.

È una distruzione-riedificazione che si compie gradualmente mediante l’Ascesi del Pensiero. Il pensiero come ordinario processo mentale è in sé l’iniziale processo di morte dell’antica natura spirituale-animale: è simultaneamente un processo di morte e di s p a r i z i o n e della Materia. Il pensiero diviene, oltre che distruttore, riedificatore, quando per insistenza nel suo trarsi dalla propria originaria Luce, riproduce in sé il processo mediante cui il Logos edifica la Vita. La Vita della propria Luce il pensiero può ritrovarla nel proprio momento predialettico, come nel contenuto indialettico della percezione. La risoluzione della Materia è dapprima un fatto logico: questo fatto logico deve divenire esperienza interiore: in tal senso coincide con la fulgureità del Logos che annienta l’oscurità dell’umana natura». 

Massimo Scaligero, era, ed è, un autentico Maestro nel dissolvere le illusioni e gli autoinganni di coloro che cercano una via, inevitabilmente “egoica”, che sia meno esigente, meno impegnativa e dura della solare Via “eroica”, ossia cercano una via che si dimostri comoda, e indulgente nei confronti di una infida natura inferiore, espressione della soggezione alle Deità Avverse, natura che non gradisce essere “disturbata” nel proprio dominare l’essere umano. Inevitabilmente, coloro cercano una cotale via “comoda”, per sottrarsi alla scomodissima Via Solare, ad una Via del Pensiero, indubbiamente molto esigente ed estremamente dura, si volgono ad una “via dell’anima”, ad una “via del sentire” esplicita, o più o meno mascherata. E, sempre inevitabilmente dal loro fallace punto di vista, essi sono portati a disprezzare la scomodae sicuramente lo è – Via del Pensiero come una via “inferiore”, come «una via incompleta e superata» – come affermò apertamente l’Innominato ventitré anni fa a casa mia – perché, a suo dire, come ebbi modo di leggere sulla nota rivista gianicolense, della quale ebbi modo di occuparmi, «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoica», e perché sempre a dire suo e di altri, che non si peritano di adoprare contro il Maestro, e contro chi osa temerariamente difenderne la figura e l’opera, frasi monche e staccate dal contesto, evocando uno scenario sommessamente apocalittico, e affermando con minacciosa ammonizione, che  «la via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo». Ad affermazioni di cotale risma, Massimo Scaligero risponde con disilludenti parole, che non lasciano spazio ad equivoco alcuno circa il loro significato, alle pp. 85-86 de Il Logos e i Nuovi Misteri , parole che da parte di tutti sarebbe savio meditare a lungo:  

«Chi cerca il Logos lungo le vie della Tradizione, non è consapevole di seguire sostanzialmente una via del sentimento, piuttosto che della conoscenza. Nel pensiero, quale attività razionale, giustamente egli sente di non poter trovare il Logos: perciò lo cerca mediante la conoscenza tradizionale, ma non s’avvede che l’elemento intuitivo a cui fa appello per tale ricerca, non è più nel sentimento, ma alla sorgente del pensiero con cui pensa.

I Mistici e i Santi cristiani ebbero la missione di incarnare la sintesi umano-divina del Logos nel sentimento, in un’epoca in cui l’organo dell’Autocoscienza non era ancora formato: potevano incarnarla nell’impulso della devozione, non nella volontà correlata al pensiero, – come doveva cominciare a verificarsi nell’indagatore di tipo galileiano – epperò a condizione che il pensiero non presumesse comprendere il Logos. Attitudine saggia, perché in effetto il pensiero meramente umano non può comprendere il Logos.

Il còmpito attuale del pensiero tuttavia non è comprendere, o intuire il Logos: impresa retorica, concepibile solo in base a scarsa consapevolezza del limite dialettico del pensiero. Còmpito del pensiero è incarnare l’elemento di Vita che gli è intimo e a cui si estrania per farsi dialettico: elemento di Vita sovrasensibile da cui muove e senza cui non sarebbe, anche quando riveste l’errore. Còmpito del pensiero è attuare il proprio nucleo intuitivo, in cui il Logos è presente come Forza originaria. Il pensiero deve risorgere come Pensiero Magico.

Il congiungimento con il Logos oggi non può essere opera del sentimento, la funzione del quale è scaduta in un passivo risonare secondo contenuti soggettivi, nell’àmbito della coscienza riflessa. Il sentimento del Divino deve risorgere da uno stato di morte: esso è più che mai la forza dell’Opera, ma come tale esige essere ridestato. Un tempo, nel sentimento il mystes o il santo poteva abbandonarsi al dominio del Logos, non mediante un atto di volontà, ma mediante una radicale rinuncia all’elemento individuale della volontà. Ciò che egli compieva di prodigioso era azione del Logos m e d i a n t e lui. Oggi, l’esperienza del Logos fa appello unicamente all’elemento individuale della volontà: ma questo giunge al sentimento, passando per il pensiero. Negli asceti della Tradizione, il sentimento non era certo l’esangue e psichico sentire dell’uomo moderno, ma l’originaria forza del sentire superindividuale e cosmico, eccezionalmente sopravvivente: in essi tale sentire operava come veicolo sovrasensibile, in attesa dell’epoca della volontà individuale e della libertà: ossia dell’epoca in cui il Logos può avere un centro di forza nell’Autocoscienza ed essere alimento dell’Io. Nella coscienza stessa, la virtù originaria della mediazione pensante, l’immediatezza assoluta, può essere sperimentata dall’asceta: l’iniziale elemento individuale della volontà può essere da lui contemplato come scendente dal Logos».

Sull’altra sponda di quello che i Romani chiamavano Mare Superum, ossia l’Adriatico – il Mare Inferum era, invece, per loro il mio amato Tirreno – ove fa bella mostra di sé l’antica e gloriosa Tergeste, la romana Tergestum, nonché sull’altipiano carsico, imperversa, oramai da molti decenni, un altro lupaccio cattivissimo, tale Franco Giovi, anch’egli pessimo elemento da frequentare, e anch’egli, per una sua qual certa “asociale” qualità di sapore taoista e chan, da lupi e orsi molto apprezzata, individuo assolutamente impresentabile in “società”. Devo dire che data la “nequizia dei tempi” – come la chiamava causticamente quel vessatore dell’umana stoltizia ch’era Arturo Reghini – rincuora molto il qui scrivente lupaccio cattivissimo il fatto ch’egli pure parli fuori dai denti circa la centralità della Via del Pensiero, e circa l’assoluta necessità di una alacre, intensa, risoluta, “estremista”, Ascesi della Concentrazione. Ed ecco quanto Franco Giovi scriveva giorni fa, temerariamente manifestando “qualcosa che fa parte del suo vero”, su quel social forum sul quale tante scempiaggini insane e improvvide càpita purtroppo di leggere un giorno sì e l’altro pure:

«Il pensiero svincolato, il pensiero tutto-potenza, Shakti universale, è la chiave, e la porta, e l’ambito della Via diretta indicata all’attuale coscienza da Rudolf Steiner. La sua dynamis ascetica è la Via “più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile”, la sua esperienza è “un’entità di per sé vivente”.

Testi come la Filosofia della Libertà e, quasi cent’anni dopo, Il Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero, vengono compresi con immensa difficoltà: perché non è sufficiente per essi lo studio disciplinato, anche se inizialmente necessario. Il pensiero logico non basta: serve il pensiero coraggioso, quello che sia capace di superare il timore (la paura) delle conseguenze alle quali proprio la logica dei suddetti scritti porta il ricercatore: là dove l’automatica, rassicurante certezza del famigliare pensato cede il suo limite a quello che il già pensato non può pensare: l’impensabile, nel suo più letterale significato.

In realtà Steiner, con una autorità non concessa da filiazioni sensibili, non è un sincretista di comodo, come fu arguito negli apriori dei suoi avversari. Non riassume l’antica Sapienza: con La Scienza Occulta, L’Iniziazione, i Cicli antroposofici, ricapitola in forma non più simbolica ma in quadri di pensiero (sovente in forma così minuziosa da urtare lo pseudo “sentimento cosmico” dei piccoli mistici) il divenire interiore dell’uomo e del suo cosmo: la Tradizione perenne, resa accessibile alla potenza conoscitiva dell’attuale coscienza. È un insegnamento che pochi hanno la spregiudicatezza di pensare. Soprattutto i custodi delle vuote tombe delle tradizioni trascorse: ingabbiati nel cliché del dogmaticamente formalizzato, purché sembri antico; comunque valutato con i parametri del pensiero ingenuo: duale e materialistico.

Rudolf Steiner ha offerto al mondo le strade per il rinnovamento della Sapienza, le ha fornite alle arti, ai mestieri e ai grandi problemi umani, sociali, economici, esistenziali. Da tempi anteriori alla storia nessuna élite esoterica ha dato così tanto agli uomini inseriti nell’immanenza e per di più in un periodo buio ed ostile.

Proprio mentre il Sole potentemente realizza il profetismo che Āruni consegnò al figlio Śvetaketu: “Da questa verità tutto è animato; essa è il solo vero, essa è l’Ātman e tu stesso o Śvetaketu, lo sei”. Così si compie il divenire Io dell’uomo.

Ora può risorgere dall’uomo l’intero cosmo con i suoi fiammanti tessitori, il fuoco di Kundalinî, il Vajrasattva Mahasattva, la pentecostale folgore del Logos, qualora esso tenti l’impresa di volere oltre tutti i pensieri per giungere alla sintesi, che fu scissa, di Vita e Coscienza. Purché l’uomo liberamente osi, il Principio è immanente.

È la lenta ma totale conversione, il radicale rovesciamento del luogo dello Spirito: che può essere compiuto davanti l’abisso, nella devastata situazione del mondo umano.

Rudolf Steiner è stato l’unico a indicare la via che dal pre-umano è ascesa all’autocoscienza. Via inconcepibile anche per il più sublime passato, perché conduce oltre ogni esistente già esistito: la indicò in un sobrio scritto, minimamente cifrato da una necessaria veste filosofica.

Era l’anno 1894».

alcuni giorni fa, è ritornato sul tema dell’assoluta necessità di radicalità dell’Ascesi con una citazione di Shri Ramana Maharshi, che ben si attaglia alla Concentrazione, come alla meditazione, che dice:

«La meditazione è una lotta. Appena la cominci, i pensieri si affollano, prendono forza, e cercano di sopraffare quell’unico che hai scelto per attenertici. Continuando nell’esercizio, questo pensiero prenderà forza a poco a poco. Quando sarà abbastanza forte, metterà in fuga tutti gli altri pensieri. Questa è la battaglia che avviene sempre nella meditazione. Nessuno riesce senza sforzo. Il controllo della mente non è un tuo diritto naturale; chi riesce, lo deve alla sua perseveranza». 

Il suddetto lupaccio tergestino, non contento di quanto da lui fatto conoscere del “suo vero”,

Una indicazione ascetica così radicale – e alquanto disilludente per i fiacchi e sentimentali ricercatori delle morbide vie dell’anima – non può non ricordare il quinto degli Shivasutra, che crudamente afferma che: उद्यमो भैरवः, Udyamo Bhairavaḥ, ossia che «Il Tremendo è sforzo», ossia che il Supremo, chiamato “Tremendo” per il suo spietato annientare ogni parvenza, ogni irrealtà, ogni illudente maya, che rende gli umani pashu, ossia “animali”, è conoscibile, realizzabile unicamente attraverso il perseverante, estremo, sforzo eroico dell’asceta che sia – come affermava un Iniziato rosicruciano del XVIII secolo, amico e discepolo del Conte di Saint-Germain – vir mirus ad omnia natus quaecumque auderet, ossia “mirabil eroico uomo nato e disposto a tutto osare” per realizzare lo Spirito, ossia per penetrare audacemente in quel Magico Mondo de gli Heroi di Cesare della Riviera, rosicruciano ermetista del secolo XVII, molto amato da Massimo Scaligero, che dava ad alcuni di noi il suo aureo libro da studiare ritualmente, ed alcune sue espressioni come temi di meditazione. 

Questa è la Via Assoluta, perché il pensiero che si realizza nella Concentrazione è – secondo l’espressione di Massimo Scaligero – l’immediato mediante, ossia la Forza, l’Essenza, l’Essere, che per essere non ha bisogno di nessuna mediazione che non sia il suo stesso elemento, al tempo stesso nel pensare stesso attuato e conosciuto, ossia il suo dato nell’atto conoscitivo è il suo stesso darsi, e tuttavia è anche la necessaria mediazione all’essere e alla conoscenza di ogni altro elemento dato.

Per l’uomo che sia, e voglia essere, veramente figlio di questa tempestosa epoca, e rinunciando alle “comodità” della via egoica, non voglia pascersi di illusioni, questa, e solo questa, e non altra, è la Via Assoluta, la Via Solare, la Via Eroica, la Via dell’Io, la Via Unica: la più alta, la più radicale, la più coraggiosa, la più esigente, la più veloce, la più sicura, quella magicamente più potente. La Via della Concentrazione, che può essere condotta – per intensità e continuità di risoluta consacrazione volitiva – oltre ogni limite della natura, spezzandone il millenario dominio sull’uomo.

Per questo motivo, il qui scrivente cattivissimo lupaccio etrusco agli audaci compagni d’armi spirituali, che temerariamente, con slancio e impeto, si consacrano, e si impegnano, si compromettono, senza risparmio veruno, in libertà e per amore, nella Aurea Via del Pensiero, e nella intensa pratica della Concentrazione, rivolge l’antico, misterico, augurio: quod bonum, faustum, felix, fortunatumque sit!

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Secondo Giorno – P. 2

 

Copgenesi

IL SECONDO GIORNO

2. Viene eretta la vôlta celeste

Collegamento al paragrafo precedente

Attraverso la scissione cellulare si ripartisce la sostanza dei centrioli e perciò la forza di ha-schamajim su tutto il corpo. A poco a poco non sta più in primo piano la cellula o un complesso cellulare, bensì la totalità dell’embrione, la sua figura, la sua forma vivente. La cellula deve subordinarsi alla concezione totale. Attraverso il processo di suddivisione cellulare, ogni cellula ha sperimentato per se stessa in piccolo l’atto di creazione della formazione della volta celeste da parte di ha-schamajim, per così dire come preparazione di una più grande esperienza comune – così come in un’orchestra il singolo musicista si esercita da solo, per poter poi dare origine nell’armonia di tutte le voci alla grande esperienza.

Come si fa valere ha-schamajim nel Macrocosmo? Per vedere ciò dobbiamo dapprima seguire le vie sulle quali la Luce percorre la sostanza terrestre dell’ovocellula. Ve ne sono due di tali vie, una esterna ed una interna. La Luce proveniente da ha-schamajim appare nell’incontro di seme ed ovocellula sulla superficie del corpo dell’uovo. Lo spazio intorno a questo corpo è illuminato. Ora si separano le vie della Luce. Con la penetrazione di uno spermium irradia Luce nell’interno dell’ovocellula. Questa è la via interna. Troviamo l’altra, quella esterna, se ci diciamo: con la suddivisione cellulare si formano vie che dallo spazio esteriore conducono tra le cellule figlie; e quante più cellule figlie nascono, tanto più si ramificano queste vie dello spazio esteriore nell’interno dell’antico spazio ovulare; gli spazi intercellulari della morula sono perciò vie della Luce proveniente da ha-schamajim , per così dire bidimensionali, giacché il suo corpo, come morula appare ormai racchiuso come dall’immissione di piani di Luce nell’ovocellula. La Luce attraversa, solca il corpo ovulare. – La via interna della Luce descrive la formazione delle pareti cellulari all’interno. Laddove nella scissione cellulare si trovano i coni di Luce del fuso, nascono le sottili membrane separatorie delle cellule. Queste devono il loro sorgere, come tutto quello che sorge nuovamente tramite la scissione cellulare, ai centrioli, e perciò al raggio di Luce proveniente da ha-schamajim. Ora sulle sottili membrane si incontrano la Via interna di Luce e quella esteriore, così come in seguito nel polmone sulle membrane degli alveoli si incontreranno il sangue e l’aria respiratoria. E lì, così come l’aria si congiunge al sangue e dona a questo la nuova forza della pulsazione, così si congiungono anche qui le due vie della Luce. Le forze della Luce dello spazio cellulare interno irradiano nel regno della Luce dello spazio intercellulare – dalle cellule si riversa del fluido nello spazio intercellulare, e con ciò si forma sempre più uno spazio interno che si distacca dalle cellule . Questo è il frutto germinante, che si gonfia, di ha-schamajim. Ora ha-schamajim diventa attivo all’interno dell’embrione. E, ingrandendosi la superficie intercellulare col crescente numero di cellule, cresce la forza di ha-schamajim all’interno della morula. Gradualmente questa forza si concentra; ed anche in seguito lo vedremo sempre di più: allorché l’elasticità ha raggiunto una certa misura, comincia l’espansione. Sorge dapprima uno spazio all’interno della morula a forma di fessura; però questa si estende sempre di più. Le cellule vengono spinte alla periferia, attraverso la suddivisione diventano sempre più piccole e possono disporsi più vicine una accanto all’altra. Lo spazio all’interno dell’embrione diviene una volta. E’ nata la blastula. E con piena forza scaturiscono ora le Parole della Genesi:

E DIO DISSE:

VI SIA UNA DISTESA TRA LE ACQUE

E QUESTA SIA UNA SEPARAZIONE TRA LE ACQUE.

DIO FECE ALLORA LA DISTESA.

E DIVISE L’ACQUA SOTTO LA DISTESA DALL’ACQUA

SULLA DISTESA.

E FU COSI’.

E DIO CHIAMO’ LA DISTESA CIELO.

Qui viene eretta, con un potente gesto all’interno delle «acque», della massa cellulare protoplasmatica, una vôlta. La Genesi fa sorgere davanti ai nostri occhi dalla morula la blastula. – Questo processo diventa sperimentabile in maniera particolarmente forte attraverso la vigorosa traduzione di Martin Lutero:

Dio disse:

vi sia una vôlta in mezzo alle acque

ed essa sia la separazione delle acque dalle acque.

così Dio fece la vôlta

e divise l’acqua sotto la volta e l’acqua al di sopra della volta.

E ciò fu.

E Dio chiamò la volta: Cielo!

L’«acqua sotto il Cielo» è l’embrioplasto, che noi abbiamo chiamato Terra; da esso si sviluppa l’uomo corporeo. L’«acqua sopra il Cielo» è il trofoblasto, da esso provengono le membrane ovulari e la placenta. All’inizio delle nostre considerazioni abbiamo chiamato Cielo questa parte della blastula, poiché essa s’incurva come un «Cielo» sulla parte terrestre dell’embrione. Dopo tutto quello che adesso sappiamo di ha-schamajim, non possiamo più rivolgerci al trofoblasto stesso come Cielo, sebbene come immagine ciò sia assolutamente giusto, bensì con ciò designamo la forza all’interno dell’embrione che edifica la vôlta e dalla terra tende verso l’esterno. La sostanza cellulare del trofoblasto si ordina in questa sfera di forze. In seguito da questa medesima sfera di forze viene formato il sacco vitellino, poi il chorion e sfere sempre più grandi, sino alla vôlta dell’utero e all’inarcamento del corpo materno. Ma nella misura in cui queste forze del Cielo agiscono dall’interno all’esterno e si separano dalle forze della Terra, ne irradieranno, da quelle forze che tendono verso l’esterno, altre nel senso delle forze della Luce. Sono queste forze riflettentisi che formano e plasmano l’embrione.

3. Arare e seminare 

La prima aratura avvenne come scaturita da un’azione di eco in seguito al primo Appello divino. La Luce non era ancora creata, solo l’idea vivente del Cielo ha-schamajim si distacca dall’attività creatrice – barà – della Divinità. In barà accanto al significato di generare, formare, creare, vi sono anche quelli di purezza, chiarezza, bor – e altresì quello di innocenza, bar. La stessa parola bar significa anche figlio (in aramaico bar, in ebraico ben) e anche granoBarà scritto in una maniera un po’ diversa significa mangiare, nutrirsi, barut, pasto, barà anche ingrassare. Per cui sono affini le parole benedire, berakà, ed anche folgorare, fulmine, splendore, baràk. Anche la parola grandine, barad, appartiene a questa serie. In tutte queste parole vive la segnatura della Luce, dell’irradiare-dal-Cielo-alla-Terra. Se rovesciamo la succesisone dei suoni, riceviamo quel che sperimentiamo, allorché dalla Terra guardiamo il Cielo: ab, padre.

Già la prima aratura della sostanza ovulare – tohu va-bohu – ha luogo nelcrepuscolo di una prima azione innata della Luce – barà. Poi appare la Luce, e con essa la forza del seme penetra nella Terra vivente dell’uovo. Con ciò viene rappresentato il motivo primordiale dell’arare e del seminare. Il seme primordiali è penetrato come Luce nella Terra primordiale e d’ora in avanti si sviluppa ulteriormente in questa.

Fin qui si svolge la sfera del primo giorno. Poi si può sperimentare una specie di baratro tra questo primo giorno e il secondo. L’esatta traduzione dell’ultimo versetto del primo giorno suona: «E fu sera, e fu mattino, un giorno» (secondo WOHGELMUTH e BLEICHRODE). Le parole «un giorno» formano, come se qui la creazione fosse compiuta, la chiusura della sfera, nella quale la Luce nasce ed incontra la terra primordiale.

Nel corso della nostra esposizione vedremo sempre più chiaramente che nel primo giorno della Creazione è contenuto tutto ciò che vi è nel mondo. Ivi c’è un possente seme dal quale cresce fuori tutta la Creazione. La Genesi è realmente sin dal primissimo inizio un tutto. Da un punto germinale scaturisce un pensiero dopo l’altro, fino a che non diviene visibile la figura matura della Creazione. Il primo giorno è il seme dei giorni successivi; tuttavia esso scaturisce dal seme del primo versetto, questo dal seme della prima Parola, questa dal seme del primo suono beth , dalla casa della Terra, che alberga lo Spirito (qui risiede l’elemento dimensionale, il punto, dimora nello spazio terrestre) – questo è Dio.

Se guardiamo all’Abisso, che si apre tra il primo e il secondo giorno della Creazione, scorgiamo: unicamente e soltanto la Luce ci trasporta dal primo al secondo giorno, la Luce che è capace di agire nello spazio terrestre. Soltanto con questa Luce congiunta alla Terra possiamo lasciarci dietro l’abisso e proseguire il cammino.

Si ripete ora, su piani superiori, il motivo dell’aratura e della semina. Per così dire risuona dapprima spiritualmente la nuova Parola creatrice «Vi sia una distesa in mezzo alle acque», e come una eco risuona diffondendosi ovunque nello spazio terrestre e riflettendosi centinaia di volte e moltiplicandosi nella suddivisione cellulare. Con ciò la Terra embrionale viene nuovamente arata. – Abbiamo descritto più sopra la formazione della blastula, l’innalzamento della vôlta interna da parte delle forze del Cielo, le quali come seme della Luce avanzano fin nello spazio intercellulare e poi partendo da qui giungono all’azione espansiva. Questo, tuttavia, è ora soltanto un lato dell’evento, si potrebbe dire quello fisiologico. Tuttavia perché si giunga ad un nuovo atto di creazione, all’aratura, che è l’azione dell’eco, deve diventare attiva la voce stessa, che si unisce al creato, divenire carne. Ciò accade attraverso la semina, ed è il lato spirituale dell’evento, che nella singola vita è impresso dalle forze del Destino, dell’individualità.

Perciò possiamo caratterizzare il contenuto del secondo giorno all’incirca così: dopo che il corpo terrestre dell’ovocellula è stato solcato e arato dalle forze della Luce, dopo che queste forze sono penetrate in tutti gli angoli della sostanzialità, la zolla può ricevere il seme celeste. Come vôlta, esso si affonda nella sostanzialità elementare delle acque. Attraverso ciò nasce nello spazio terrestre un sopra e un sotto. – E se ora spingiamo una volta lo sguardo in avanti nell’ultimo mese della vita embrionale e ci volgiamo all’organo polmonare, vediamo che gli alveoli polmonari si formano, per l’aspetto, come le singole cellule di una morula. Anche qui, come per l’intero corpo, la sostanza terrestre viene «arata». E quando poi si giunge alla nascita, risuonano le Parole: «e Dio gli soffiò l’alito vivente» e per la prima volta il polmone si riempie d’aria. L’organo polmonare si gonfia, e viene eretta una vôlta all’interno dello spazio toracico. E quindi il cuore e l’intero corpo si riempiono per la prima volta con sangue pervaso di aria propria. Con ciò abbiamo di fronte a noi la più elevata intensificazione corporea della semina di un seme divino.

Da ciò risulta quanto segue. Abbiamo visto: ogni volta, allorché risuonano le Parole  «e Dio disse», gli Elohim donano alla evoluzione della Terra, che è anche l’evoluzione dell’uomo, un nuovo pensiero della Creazione, un nuovo impulso creativo. Ognuno di questi impulsi pervasi dalle forze del Cielo, ha-shamajim, viene elevato dalla terra, ha-aretz, fino a che il medesimo non diventa parte della stessa. E così la Terra, anche se è intessuta delle forze del Cielo, dopo un certo periodo di elaborazione, può di nuovo essere chiamata Terra, anche se poi non si tratta più della stessa Terra, bensì di una Terra di un gradino superiore. Poi la novella Terra è di nuovo matura per accogliere un nuovo impulso, un nuovo seme divino. Perciò non stupirà se nel prosieguo noi scambieremo sempre di nuovo nell’applicazione concetti come  «Terra» «Cielo» o  «Luce» in rapporto ad un sostrato organico.

Inoltre la Terra non viene nominata nel secondo giorno, udiamo soltanto parlare  «dell’acqua sotto il Cielo». Si presagisce come venga preparata qui una Terra che già si avvicina un po’ al concetto che è rapportato all’elemento sensibile. Se volgiamo lo sguardo alla blastula, qui ora il suo polo embrionale è diventato più pesante di tutta la sua restante parte. Davanti a questo pesante polo terrestre si accosta ora il germe della mucosa terrena.

E FU SERA E FU MATTINO L’ALTRO GIORNO

Nella Genesi, un giorno corre dalla sera sino di nuovo alla sera. Nella Tenebra, nella notte cosmica, comincia la Creazione. Distaccandosi il Sole dal corpo della Terra primordiale, sorge il primo mattino, appare il primo giorno. E ancor oggi, se consideriamo il sorgere del Sole per la nostra posizione sulla Terra il Sole ascende. E allorché vediamo al tramonto del Sole come il Sole ritorni nella Terra, ciò può essere per noi un’indicazione del fatto che il Sole un giorno si riunirà alla Terra. Il tramonto del Sole è per noi pure un’immagine di come la Terra venga sempre di nuovo compenetrata dalle forze della Luce, nella maniera in cui possiamo udirlo nella Genesi.

Se ora consideriamo ancora una volta l’evoluzione embrionale fino all’evoluzione della blastula, risulta la seguente immagine. Nell’esistenza tenebrosa appare l’ovocellula e a tutta prima essa diviene ancor più tenebrosa attraverso la formazione dei corpuscoli. Qui siamo nella notte fonda. Ma allorché l’ovocellula incontra la corrente degli spermium , si fa giorno. E nella misura in cui questo processo giunge a termine, si fa sera. – Chi cerchi di sperimentare interiormente in maniera immaginativa questi processi con tutte le loro mutazioni di forma, può ora avere realmente la sensazione di come l’embrione dopo questo primo giorno passi attraverso una notte e sperimenti nella formazione della blastula un nuovo giorno. Allorché, dopo l’incontro col seme l’ovocellula esteriormente giunge alla quiete, comincia dapprima un’altra  vita, una vita interna, la solcatura – dopo che il Sole, irradiando è salito in Cielo, esso la sera s’immerge nella Terra. Sale la tenebra e da essa si distacca il brillare di una stella. Presto si vedono stelle più numerose, dapprima grandi, poi più piccole e giù giù sempre di più, fino a che in piena notte il cielo non è cosparso di stelle, delle quali le più piccole vengono appena presagite. Il processo della suddivisione cellulare del giovane embrione, fino a che non abbia raggiunto lo stadio della morula, dà una tale immagine. E come poi, allorché al mattino il Sole sorge nuovamente, le luci delle stelle vengono ricacciate indietro dalla vôlta del giorno, così arretrano le cellule della morula in periferia – cedendo il loro posto al Cielo della blastula, che è un Cielo diurno. Ma se la blastula si sviluppa pienamente, allora si fa nuovamente sera e la navicella cosmica corre nel porto, ove essa si àncora saldamente.

(Continua)

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L’ARCHETIPO-GENNAIO 2019

Anno XXIV n. 1

Gennaio 2019

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In questo numero:

SOGNO DI NATALE ( di Luigi Pirandello)

Auguri amici lettori, sulle magnifiche note di un brano musicale ormai così tanto amato da essere entrato nel canone dei canti natalizi nonostante il testo possa esularne alquanto; il brano, di L. Cohen, è interpretato in questo live dell’anno passato in maniera magistrale dall’artista Elisa, e ne consigliamo l’ascolto completo, perché in certi momenti tocca apici difficilmente imitabili. Di seguito vi proponiamo poi la lettura di un racconto del grande Pirandello.

………………. 

*
SOGNO DI NATALE

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di Luigi Pirandello

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: – Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?

– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

– Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

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BUON NATALE

a tutti Voi da Ecoantroposophia.it

 

ETERNA AURORA

11 LUGL 2018 FKHSIFS 012

HELIOS SOLE INVITTO 23 GIU 25 LUGL 2018 FKHSIFS 005

INFINE S’ANNUNCIA LA LUCE NEL CIELO DA CUI TENEBRA FUGGE

E PIU ALTO IL FUOCO S’ACCENDE AMPLIANDO IL CALORE

MENTRE IL GELO SI ESTIGUE POICHE’ LA SPERANZA DIVENTA REALE MIRACOLO ECCELSO.

RINASCERE AL SOLE IN ETERNO E’ IL RITO CHE COMPIE CHI SEPPE MORIRE.

CHI EBBE LA FORZA DI RICONOSCERE AMORE QUANDO TUTTO IL PLAUSIBILE IMPONEVA IL DESERTO DEFORME DEL NOTTURNO INCUPIRE.

E’ NATO E RISORGE IN ETERNO IL SOLARE.

CALORE : E DIVINA BELTA’ SCOLPISCE ARMONIA NEL CUORE DEI FEDELI IN ACUME.

E’ SORTO E RINASCE IN ETERNO IL CALORE DELL’IO CHE SEPPE INNALZARE L’UMANO NELL’AURA DEL LOGOS.

ETERICA FIAMMA PENSIERO CHE VIVE NEL RINATO FRAMMENTO DI LUCE CHE UNISCE I CONCETTI E LI PONE DINANZI AL VALORE ASSOLUTO IN CUI PALPITA L’IMPOSSIBILE AMORE.

AVE SUPREMA SCINTILLA DEL SOLO VALORE CHE INCORONA L’ALTARE DEL DIVINO FANCIULLO IN CUI L’UMANO RISORGE AL SOLARE DI CUI MANTENNE IL RICORDO E L’ANELITO ESTREMO.

E PER ATTIMI ETERNI NELLA LUCE VI E’ SOLO POTENZA SCULTOREA DEI CIELI.

NITIDISSIMA ALATA VIRTU’ CHE PALPITA E INFIAMMA.

SOVRUMANO CHIARORE SI APPRESTA E RISANA.

ELEVANDO.

ETERNA E’ L’AURORA CHE INFINE PERMETTE IL VIVENTE RISTORO.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

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DESIDERIO E ASCESI

Massimo Scaligero

Un attento lettore di questo audacissimo blog, in un suo commento ha sollevato un problema che – a mio giudizio, ma non solo mio – si presenta inevitabilmente a chi decide di percorrere l’aspro ed erto sentiero – quello che il mio amato Dante chiama “lo cammino alto e silvestro” (Inf. II, 142) – della Iniziazione ad una più alta vita spirituale: una “Vita nova”, la chiama il Poeta nella sua prima opera. Ed è, quello sollevato dal nostro attento lettore, un problema di importanza capitale, un problema che vieta di cavarsela – in effetti un po’ troppo comodamente – con una rapida e sommaria risposta al suo commento.

Il nostro lettore Firemind nel suo commentare l’articolo Concentrazione: lotta contro il sonno e la morte, afferma giustissimamente che:

«Non avendo il pieno controllo delle forze dell’anima, si può tendere allo spirito in modo non adeguato. Ciò è d’altronde naturale, visto che tale pieno controllo delle forze dell’anima e il giusto rapporto con lo spirituale sono molto più una meta che una condizione iniziale. Così si punta intensamente allo spirituale, desiderando lo spirituale. Come prima la volontà era totalmente tesa al sensibile e a scopi terrestri, ci si può sorprendere di portare ora tale tensione anche verso lo spirituale. Almeno fino ad un certo punto, è inevitabile che nel volgere allo spirito si muovano le forze della personalità, si abbia sete dello spirito. Ma esso si tiene a distanza dalla brama, qualsiasi forma essa assuma».

E, molto opportunamente aggiunge, che:

«Occorre volgere allo spirito, ma senza desiderarlo, almeno non nel modo usuale. Si ha qui un enigma, una prova. È una questione delicata… per esempio Steiner ne parla ne “L’Iniziazione”, nelle prime pagine del capitolo “Punti di vista pratici” (fino all’asterisco), dove parla dell’impazienza, del desiderio e della sincerità verso se stessi».

Non vi è assolutamente nulla da eccepire su queste considerazioni del nostro lettore. Ma forse è il caso di approfondirle, in modo da mostrare tutta la portata del problema. In effetti, nei passi del libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, indicati dal nostro lettore, Rudolf Steiner è quanto mai esplicito, ma bisogna ben intender le sue parole, e non equivocarle. Così leggiamo alle pp. 74-75:

«Bisogna tendere ad uno speciale sviluppo della pazienza. Ogni moto d’impazienza esercita un effetto paralizzante, anzi letale, sulle capacità superiori latenti nell’uomo. Non si deve pretendere che dall’oggi al domani si schiudano orizzonti infiniti nei mondi superiori, perché allora, di regola, non si rivelano affatto; invece la nostra anima, per ogni più piccolo risultato ottenuto, deve essere sempre piena di soddisfazione, di calma e di serenità. È ben comprensibile che il discepolo aspetti con impazienza dei risultati. Ma non arriverà a niente finché non avrà dominato la sua impazienza. Né serve lottare contro tale impazienza nel senso ordinario della parola; in tal caso essa non farà che crescere. Ci si illude di averla vinta, mentre invece si è insediata sempre più nelle profondità dell’anima. Si arriva a superarla soltanto abbandonandosi sempre di nuovo ad un determinato pensiero, assimilandolo completamente. Esso è: «Devo far di tutto per educare la mia anima e il mio spirito, ma aspetterò con calma che le potenze superiori mi giudichino maturo per una certa illuminazione». Se questo pensiero assume tale forza nell’uomo da formare una disposizione del suo carattere, egli è sulla giusta strada».

E veniamo alle successive, oltremodo severe, parole di Rudolf Steiner, che risulteranno sicuramente tra le meno “digeribili”: almeno per la maggior parte degli animosi intraprendenti del Sentiero Occulto. Alle pp. 76-77, leggiamo:

«La pazienza esercita un’azione di attrazione sui tesori del sapere superiore. L’impazienza invece li respinge. Nelle regioni superiori nulla si consegue con la fretta e l’irrequietezza. Prima di ogni altra cosa bisogna far tacere desideri e passioni. Sono qualità dell’anima dinanzi alle quali ogni sapere superiore si ritira timidamente. Per quanto grande sia il valore della conoscenza superiore, non bisogna chiedere, se essa deve venire a noi. Chi la desidera per soddisfazione propria, non la consegue mai […].

Deve svanire ogni curiosità nel discepolo dell’occultismo. Egli deve perdere l’abitudine, per quanto è possibile, di fare domande su argomenti che desidera conoscere soltanto per soddisfazione della sua personale sete di sapere. Deve limitarsi a chiedere ciò che può servire al perfezionamento della propria entità, ai fini dell’evoluzione. La gioia però che prova nella conoscenza e la sua devozione alla medesima non devono venir affatto meno. Deve ascoltare con attenzione tutto ciò che serve a raggiungere tale scopo e cercare ogni occasione per dedicarvisi.

Per il perfezionamento occulto è di speciale importanza educare la vita del desiderio. Non si tratta qui di spogliarsi di ogni desiderio, poiché tutto ciò che dobbiamo conseguire deve essere da noi anche desiderato; e un desiderio verrà sempre esaudito se dietro di esso sta una particolare forza. Tale forza proviene dalla giusta conoscenza. La massima: «Non desiderare in alcun modo, prima di aver conosciuto quel ch’è giusto in un dato campo», è una delle norme auree per il discepolo dell’occultismo. Il savio impara prima a conoscere le leggi del mondo e poi i suoi desideri diventano forze che si avverano».

E, parlando del più che comprensibile, e sin troppo umano-troppo umano desiderio, per esempio, di conoscere le proprie vite precedenti, desiderio che nelle cerchie occultistiche imperanti è fonte sovente delle più grandi illusioni, ed eziandio delle più stravaganti aberrazioni, le quali non di rado degenerano in situazioni ridicole e patologiche, Rudolf Steiner, sempre a p. 77, così prosegue:

«Diamo qui un esempio di cui è chiara la portata. Certamente molte persone desiderano conoscere, per visione propria, qualcosa della loro vita prima della nascita. Un tale desiderio non ha scopo né risultato, finché la persona in questione non abbia assimilato, per mezzo dello studio scientifico-spirituale, la conoscenza delle leggi – e precisamente nel loro carattere più delicato e intimo – dell’essenza dell’eternità. Se ha veramente acquistato questa conoscenza e se allora vuole avanzare più oltre, lo potrà fare per mezzo del suo desiderio nobilitato e purificato.

Non giova neppure dire: «Desidero conoscere la mia vita precedente, e studio appunto con questo scopo». Si deve piuttosto saper rinunziare a questo desiderio, eliminarlo completamente, e mettersi a imparare senza quel fine. Bisogna sviluppare devozione, piacere per ciò che si impara, senza mirare allo scopo ricordato, perché così soltanto si impara al tempo stesso a sviluppare il desiderio in modo che esso possa portar seco il proprio esaudimento».

Proprio se si esaminano con attenzione le parole di Rudolf Steiner, appare quanto mai necessario ch’esse vengano comprese in profondità: molto di più di quanto non avvenga abitualmente. L’infingarda pigrizia e lo scarso coraggio di molti pavidi chiacchieroni dello spirito – come li chiamava un Maestro come Giovanni Colazza – che amano chiamarsi “antroposofi ”, o che tali si autodefiniscono, possono trarre scusa e pretesto per nulla fare. Così come, nel campo che più ci interessa – quello che il mio amico C. chiama scherzosamente “scaligeropolitano” – molti ingenuamente sedotti e convinti dalle suadenti discorse di abili “insinuanti”, finiscono per darsi ad una via misticamente sentimentale, che sicuramente darà alle “anime belle” profonde, languide emozioni, ma che non permetterà mai loro, per quanto vengano sublimate tali “morbide” emozioni, accompagnate dall’immancabile “virtuoso” moralismo, nonché dagli incontri nel mitico “Club di Lettura e Conversazione”, di uscire dal limite soggettivo di una psiche, che non per questo è meno dominata dalle categorie corporee, ferreamente obbedienti alla logica dell’Oscuro Signore.

Il problema si annuncia difficile, apparentemente contraddittorio, perché postula la simultanea attuazione di istanze e comportamenti tra loro confliggenti e contraddittori. Ma sempre la logica dello Spirito – cioè la logica del Logos – non solo contraddice, ma addirittura frange e sbriciola la logora, irrigidita, apparentemente coerente, logicuzza umana.

In un articolo – mi si perdoni una piccola divagazione “storica” che, come vedremo, ha la sua ragion d’essere – che scrissi su Ecoantroposophia nel 2016, presentando la luminosa figura di Martina von Limburger, parlando dei genitori di lei, e in particolare del padre, scrivevo:

«L’adesione di Oskar ed Eveline von Hoffmann alla Teosofia blavatskyana fu convinta ed entusiastica. Ma nel tempo fu chiaro che essi in realtà ricercavano un impulso spirituale non solo più radicale e profondo, ma anche più autentico, che sarebbe venuto loro solo dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un momento, anzi una “realizzazione” importante fu la traduzione, che Oskar von Hoffmann fece, dell’aureo libretto di Mabel Collins, The Light on the Path, testo che ebbe notevole importanza e che fu apprezzato molto dalla parte sana del movimento teosofico, ma anche calunniato da coloro che tale parte sana avversavano. […]

Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco il testo della Collins col titolo Licht auf dem Weg, che venne pubblicato da Grieben nel 1888 a Lipsia, ove oramai gli Hoffmann vivevano stabilmente con le loro figlie, una delle quali era appunto Martina von Limburger. In seguito, Oskar von Hoffmann tradusse in tedesco, nel 1889, un’altra opera di Mabel Collins, un romanzo occulto intitolato The Idyll of the White Lotus, che apparirà anche in italiano, nel 1944 per i tipi del benemerito editore Fratelli Bocca, col titolo de L’Idillio del loto bianco.

Che Rudolf Steiner desse un particolare valore all’aureo libretto di Mabel Collins, che negli ambienti teosofici era ritenuto ispirato da un Maestro, lo si può rilevare dal fatto che già nel suo giovanile periodo viennese – prima ancora di manifestare pubblicamente la propria missione di Istruttore spirituale – egli consigliasse lo studio e la meditazione de La Luce sul Sentiero, poco dopo la sua pubblicazione in tedesco, ad alcune persone sue amiche. Inoltre, non appena all’interno della Società Teosofica alcune persone si rivolsero a lui per riceverne direttive per il cammino spirituale, egli dette nuovamente tale scritto della Collins come testo di Schola iniziatica, del quale fece un ampio commento, sia orale che scritto, e ne dette vari aforismi come mantram da usare nelle meditazioni quotidiane. Ed è di particolare importanza il fatto che la stessa Mabel Collins giunse a riconoscere l’alta figura spirituale di Rudolf Steiner, col quale pure si incontrò a Londra nel maggio del 1913. Già prima di quell’incontro, la Collins scrisse, nel numero di marzo 1912 della Occult Review, un articolo intitolato A Rosicrucian Ideal, di aperto riconoscimento dell’Antroposofia come Via dei Nuovi tempi.

Hella Wiesberger, riferendo una comunicazione di Martina von Limburger, fa notare come fosse in un certo senso fatale che proprio l’opera della Collins per così dire conducesse l’anziano Oskar von Hoffmann ad incontrare la figura di Rudolf Steiner. Infatti, così scrive in una delle sue opere dedicate alla storia della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner:

«Che il Maestro Hilarion sia stato l’ispiratore dello scritto di Mabel Collins, La Luce sul Sentiero, era universalmente noto nella T.S. [Theosophical Society]. La figlia di Oskar von Hoffmann, il quale tradusse in tedesco The Light on the Path, tramandò la comunicazione di Rudolf Steiner, fatta a lei personalmente, che il Maestro Hilarion aveva aiutato suo padre ispirandolo nella traduzione. Questi sarebbe stato un greco, da qui la bella lingua della traduzione che sarebbe mantricamente addirittura più efficace dello stesso testo originale inglese»Nota di H.W. in Zur Geschichte und aus der Inhalten der ersten Abteilung der esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Dornach, 1996, p. 205».

In tale mirabile scritto di Mabel Collins (che io ebbi donato dalla mia carissima amica B.F.M., prima  teosofa sana e poi discepola di Massimo Scaligero, oltre quarantacinque anni fa), così altamente apprezzato da Rudolf Steiner al punto non solo di consigliarlo allo “studio” di amici viennesi negli anni ottanta dell’Ottocento – ben prima, dunque, dell’inizio del suo magistero spirituale pubblico – bensì da farne ripetutamente un commento nella Scuola Esoterica, che fu poi tradotto e pubblicato nei cosiddetti Quaderni Esoterici, troviamo alcune parole, brevi aforismi, che appaiono essere un palese ossìmoro, i quali tuttavia ci daranno la chiave dell’enigmatiche indicazioni nel citato libro L’Iniziazione di Rudolf Steiner. Ne La Luce sul Sentiero. Trattato ad uso di coloro che ignorano la sapienza orientale e desiderano riceverne l’influenza. Trascritto da Mabel Collins. Trad. it. dall’inglese, edita da Società Teosofica Italiana, Roma, 1961, pp. 11-12:

   «1. – Uccidi l’ambizione.

    .2.   – Uccidi il desiderio di vivere.

    .3.   – Uccidi il desiderio del benessere.

    .4.   – Lavora come lavorano quelli che sono ambiziosi. Rispetta la vita come quelli che la desiderano. Sii felice come chi vive per la felicità».

La palese, ma solo apparente, contraddizione è tutta qui: separare l’ambizione, il desiderio di vivere etc., dall’energia interiore che mettono in atto l’ambizioso e il bramoso nel loro intenso e instancabile operare.

Normalmente, ossia abitualmente, ma non per questo necessariamente, l’essere umano agisce solo se mosso dall’ambizione, dalla brama, dal desiderio di un benessere, che si rivelerà poi illusorio. Ma, appunto, per essere esatti, egli non agisce, bensì viene “agito” dall’ambizione e dalla brama, così come dalla paura, dall’avversione, dalle fallaci speranze, e via dicendo. Egli, se bene osserva se stesso, appunto, non agisce, non si muove, bensì viene agito da qualcosa che penetra nella sua anima, cui essa si identifica senza residui, e lui stesso, a sua volta, ad essa; egli viene mosso, come un pupazzo, come un burattino, da un agente esterno, a lui occulto, celato, da un “ignoto movitore”, come scriveva un autore di un secolo fa! Tale occulto agente esterno viene spacciato dalla corrente psicologia e psicoterapia come l’inconscio, al quale – a loro dire – sarebbe “saggio” arrendersi al fin di giunger ad una “vita armoniosa”, senza tensioni, senza angosce, senza disturbanti “complessi”. Menzogna peggiore di questa – vera truffa nei confronti dell’anima umana – non potrebbe esservi. Anzitutto perché questo “ignoto movitore” è tutt’altro che “inconscio”: esso è, al contrario, ben più intensamente e perfidamente cosciente del burattino umano, dalla crepuscolare coscienza, dalla ben limitata intelligenza, ch’egli disprezza e facilmente domina, illude e giuoca. Inoltre, perché il consiglio, veramente antiterapeutico, di affidarsi ad esso, di stabilire uno stato di armoniosa convivenza con esso, di farsene ispirare, come consigliano tra gli altri persino alcuni fallaci sedicenti maestri “zen”, si risolve alla fine in una “resa senza condizioni”, in un porsi alla mercé di un cinico e spietato nemico dello spirito umano, che non mostra alcuna pietà per i vili, per i deboli, per i pavidi. E non ne mostra punta, naturalmente, neppure per gl’intelligentissimi furbastri, per gli opportunisti, né tampoco per i mistici morbidamente sentimentali. Idea, dunque, assolutamente distruttiva nei suoi effetti esiziali: davvero una idea insana e improvvida, sotto ogni aspetto sconsigliabile.

Normalmente, ossia abitualmente, l’essere umano, se non mosso dall’ambizione, dalla brama, dal desiderio di un illusorio benessere, dalla paura, dall’illudente speranza, dall’avversione, diviene troppo facilmente inerte, incapace di azione, e rimane come svuotato, in preda ad un angoscioso non senso della vita. Diviene tale per incapacità di autosensibilizzazione, di autostimolazione, per incapacità di libera iniziativa della volontà, di quella “iniziativa d’azione”, indicata tra gli esercizi basilari dei Quaderni Esoterici, e che è base solida e concreta sostanza della cosciente ascesi della volontà. Ossia, è Filosofia della Libertà applicata.

Il fatto paradossale è che l’essere umano di regola (quasi sempre, come coartato da un pavloviano riflesso condizionato) si lascia sconfiggere dalle “abitudini” – da quelle che Massimo Scaligero chiamava, con tagliente immagine, le rughe dell’anima – ossia dalla meccanica e spenta ripetitività di azioni esteriori e automatiche reazioni interiori, che si impongono alla coscienza – ad una debole, consunta e crepuscolare coscienza – come un fatto scontato, e mostrano un’apparente insormontabilità, una sorta di invincibilità. Queste insormontabilità e pretesa invincibilità sono, esse pure, una menzogna: una menzogna avvincente e convincente, artatamente “insinuata” dal celato avversario. E l’anima, l’appannato soggetto conoscente – molto poco conoscente – vengono letteralmente truffati, manipolati dall’abile menzogna inscenata a pro’ del poco accorto soggetto umano dall’Oscuro Signore.

La via d’uscita da una tale contraddittoria condizione dell’essere umano oggi viene offerta solo dalla Via del Pensiero. Solo passando dal piano, inevitabilmente sempre soggettivo, dell’anima a quello oggettivo dello Spirito, si esce dalla intricata foresta della dialettica ragionante, degli stati d’animo seducenti, illudenti, coinvolgenti, esaltanti e deprimenti, infine sempre deludenti. Solo nella Via del Pensiero si muove con una forza spirituale assolutamente indipendente dai coinvolgimenti della volontà istintiva.

La Concentrazione è l’azione sempre e comunque possibile all’essere umano cosciente. Anche a quello limitatamente cosciente. La Via del Pensiero non richiede quelle che in Oriente si chiamavano adhikara, ossia le indispensabili “qualificazioni spirituali”, necessarie per percorrere il Sentiero Spirituale. La Via del Pensiero può essere intrapresa da ogni essere umano pensante, quale che sia la condizione di partenza, sia essa pure una situazione umanamente e moralmente disastrosa. Quel che viene richiesto – assolutamente necessario – è il coraggio: la volontà dura, pertinace, di andare oltre ogni limite, contro e oltre ogni ostacolo: ignorando le insinuanti seduzioni dell’intelletto, le debilitanti agonie dell’anima, le insorgenti pulsioni della volontà istintiva.

Naturalmente, le carenze umane e morali di partenza – che, ripeto, non sono affatto motivo per non intraprendere praticamente la Via – nel corso del discepolato occulto vengono energicamente affrontate, compensate, rettificate, dall’azione stessa dell’elemento spirituale indipendente dai coinvolgimenti della personale natura animica. Mentre, come limpidamente mostra Massimo Scaligero in tutte le sue opere, ben poco o nulla possono gli afflati mistici e moralistici nella trasformazione dell’anima: anzi possono dar luogo – come l’esperienza ampiamente illustra – a pericolose illusioni e a non poche patologiche deviazioni.

La pratica della Concentrazione, la si principia, inevitabilmente, con l’ego, e la si realizza con l’Io. Si inizia oltre e malgrado la personale natura animica. Si potrà ben essere ambiziosi, all’inizio della Via, ma – se la Concentrazione viene portata avanti con energia, dedizione, abnegazione, slancio, coraggio, pertinacia – il calor cogitationis della volontà pensante arderà e consumerà l’inevitabile forma egoica dell’iniziale atto ascetico, e gradualmente lo trans-formerà, lo trans-muterà in ciò che autenticamente deve essere: l’atto assoluto dell’Io.

Dell’ambizione rimarrà solo la forza, l’energia, la dynamis, direbbe Massimo Scaligero. Sarà la forza dell’Io, appunro, e non l’arrogante hybris del caotico e semianimale corpo astrale umano. Questa forza viene restituita all’Io, al quale era stata illegittimamente sottratta da millenni. E così l’ira, la brama, l’avversione, la paura, ed ogni altro coartante moto dell’anima.

Quanto al “desiderio”, tutto dipende da chi ne è il soggetto e quale ne è l’oggetto. Tutto dipende se il soggetto è l’Io o il caotico corpo astrale umano, ovvero se all’origine di tale moto è lo Spirito indipendente dalla materia o se, invece, è l’anima dominata dalla natura corporea. Tutto dipende, inoltre, se l’oggetto di tale moto è lo Spirito, l’Assoluto, l’Incondizionato, o se, invece, oggetto è un non valore effimero, un illusorio oggetto della brama, sia pure travestito in allettanti forme intellettuali, sentimentali, moraleggianti, magari addirittura mistiche.

In questo peculiare dominio, infinite sono le forme di autoillusione delle quali si compiace l’anima irretita nelle suadenti maglie della rete di Maya. Anzi, paradossalmente si può dire che sarebbe quasi preferibile partire con lo svantaggio di un’animaccia problematica piuttosto che dalle “delizie” di un’anima bella, coi suoi mistici languori, e le infinite problematiche moraleggianti.

Da un punto di vista spirituale, il vantaggio, invero notevole, di essere un lupaccio cattivissimo, ed un predone della steppa, ossia il vantaggio di essere un pessimo elemento, poco presentabile in società, consiste nel fatto che il suddetto lupaccio e predone non ha eccessive illusioni circa le proprie eccelse “virtù”, e quindi starà sempre bene in guardia rispetto a quanto possa emergere dalla sua poco raccomandabile animaccia. Egli si rivolgerà necessariamente all’elemento spirituale puro, radicalmente indipendente dall’anima e dai suoi movimenti: cercherà lo Spirito oltre, rigorosamente oltre, l’anima, e farà in modo che sia l’elemento spirituale a dominare l’anima con il distacco, la conoscenza trasfiguratrice e la volontà solare. E non viceversa, come propongono, invece, in maniera allettante per gli ingenui e gli sprovveduti, i suadenti “insinuanti” operatori dell’inavvertito trasbordo ideologico, a pro’ dell’avversa potenza transtiberina, che nei loro propositi dovrebbe condurre le “anime belle”, smarrite, impaurite, e fidenti pecorelle, ad un “più sicuro ovile”.

Oggi si è veramente se stessi, e si appartiene unicamente a se stessi, solo se si è interiormente liberi. E si è interiormente liberi unicamente se si opera alla liberazione del pensiero da ogni limite e da ogni legame. La Concentrazione è il Rito che attua la resurrezione del pensare dallo stato di morte, al quale lo costringe il suo soggiacere, nello stato riflesso, alla cerebralità, al sistema nervoso, alla corporeità. La Concentrazione è l’Atto eroico che fa risorgere il conoscere da una condizione cadaverica, che tiene incatenato l’umano all’abietto servaggio alle Potenze Avverse.

Questa Mèta della liberazione del pensiero – l’Eccelsa Mèta, la chiamerebbe il Buddha Shakyamuni – questa esperienza della folgorante travolgenza dell’originario Pensiero Vivente, la comunione col quale l’uomo ha smarrito da troppi millenni, è il vero oggetto dell’Ascesi radicale dei Nuovi Tempi. Essa è, al contempo, la mèta, il motivo impulsante, e il cammino che muove l’audace sperimentatore dello Spirito. Quella che è richiesta è una duplice, apparentemente contraddittoria, esigenza: da un lato – lo fece notare anche Shri Aurobindo – il discepolo deve avere e mettere in atto l’energia di chi vuole dare l’assalto al Cielo, dall’altra, egli deve avere, anzi conquistarsi, la sovrumana, eroica, pazienza di chi sia disposto a lottare, operare instancabilmente, un milione di anni prima di giungere alla mèta, magari senza vedere apprezzabili risultati prima di tale mèta.  

Tanta abnegazione è rara, e mette a dura prova sia la sincerità dell’intenzione del discepolo dell’Iniziazione, sia il suo non egoistico disinteresse nel percorrere la Via. Dico “nel percorrere”, perché nell’intraprendere la Via – bando alle rosee illusioni! – vi è sempre mescolata alla sincera intenzione una dose piccola o grande di egoismo: ciò è scontato, e previsto. Ma ciò non deve scoraggiare, perché la Via è tale che si parte ego e si arriva alla mèta Io. Dunque tenacia e pazienza: ambedue sono necessarie. A tale proposito, sono illuminanti alcune parole pronunciate da Rudolf Steiner in una lezione della Scuola Esoterica, ES, Monaco 4.9.1913, GA 266-3, p. 163.

«Spesso ci si accosta agli esercizi esoterici con grande leggerezza, si comincia a farne qualcuno e poi ci si ferma per comodità, fiacchezza, eccetera. Le meditazioni stanno all’anima come il respirare sta al corpo fisico. Se si cessasse di respirare, interverrebbe rapidamente Arimane come Signore della Morte. L’anima non deve arrivare al punto di sforzarsi o preoccuparsi di fare la meditazione, deve sentire di non poterne fare a meno: le meditazioni devono diventare per essa come il respirare per il corpo fisico.

Rispetto al Mondo Spirituale, accanto a questa comodità e fiacchezza, esiste anche l’eccesso contrario: un tempestoso desiderio di accedervi. Non bisogna voler desiderare ed aspirare al Mondo Spirituale prima che l’anima si sia saldamente rafforzata. Le condizioni preliminari dell’anima sono la calma e la pace (Il Risveglio delle Anime, scena III). Solo con queste condizioni possiamo acquisire le forze animiche corrette e indispensabili a chi voglia trovare la Via mediana, che non devia né a destra e a sinistra, per non diventare schiavo di Lucifero, e di Arimane, ma si attiene alla Via mediana».

Ad esser sincero, di persone che si siano slanciate, desiose di conquistare tumultuosamente l’esperienza spirituale, ne ho conosciute davvero pochine. Davvero troppo poche. Fiacchezza e comodità – le caratteristiche fondamentali della via egoica – la fanno da padrone, e fanno strage delle tiepide intenzioni, e dei pavidi desiri di molti, troppi, sedicenti spiritualisti. Poi, tra coloro che amano definirsi “antroposofi”, purtroppo, non se ne vede quasi traccia. E gli “insinuanti” operatori del “trasbordo ideologico inavvertito” fanno mala opra di disfattismo tra coloro che nella Comunità Solare, e cercano di convincere le file “scaligeropolitane” a non “esagerare” con la Concentrazione. In taluni casi – personalmente da me accertati – si è giunti sino a sconsigliarla apertamente.A cotanta pusillanime “prudenza”, il cattivissimo lupaccio etrusco non può non ricordare le parole di Massimo Scaligero, che diceva – e gli diceva – ossia che:

«Se si ha coscienza di operare per il Divino, nella Via del Pensiero, nella Concentrazione, potete anche strafare, potete esagerare, perché la Forza-Pensiero è la sola capace di autocorrezione».

Quindi, per rispondere operativamente alla domanda del nostro lettore Firemind, “dalla mente infuocata”: insistere, persistere, mai desistere dalla Concentrazione. Slancio ed energia, pertinace insistenza ed eroica pazienza, desiderare col cuore puro, abnegazione e “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, come dicono in Oriente!

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2018

Anno XXIII n. 12

Dicembre 2018

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IN QUESTO NUMERO:

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Novembre 2018

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CONCENTRAZIONE : LOTTA CONTRO IL SONNO E LA MORTE

PLATONE ACCADEMIA

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Qui agnoscit mortem, cognoscit Artem!

Il nostro terribilissimo lupaccio tergestino, Franco Giovi, con un suo articolo, intitolato appunto Ekagrata e Concentrazione, ci propone una volta di più – con la diligente mediazione della nostra Savitri, e con una sua risposta ad un lettore sull’ultimo numero de L’Archetipo, che più chiara e calzante non poteva essere – una serie di pensieri sulla Concentrazione. È vero che solo Massimo Scaligero era veramente capace di ripetere sempre di nuovo e sempre in novella forma la mirabile fiaba – fiaba sempre vera – della resurrezione del pensiero dallo stato di morte cui lo costringe l’anemico stato di coscienza riflesso di un’anima prigioniera di un corpo, di una psiche pallidamente cosciente, schiava dei sensi e del sistema nervoso centrale, e soprattutto del cervello.

Ma conviene, a noi pure, ritornare instancabilmente sul tema della Concentrazione, sulla sua radicalità, sulla sua unicità, sulla sua assoluta necessità, e infatti Franco Giovi, terribilissimo lupaccio tergestino, ritorna con indefessa pertinacia e con ostinata insistenza, da taluni ritenute fastidiosamente inopportune, per non dire addirittura importune, ma che invece sono, a mio modo di vedere, assolutamente necessarie in questa epoca di voluta babelica “confusione delle lingue”, e di freddamente programmato “trasbordo ideologico inavvertito”, al fine di sottolineare la centralità della Via del Pensiero e della Concentrazione, come ce le ha indicate – e come ce le ha iniziaticamente trasmesse – Massimo Scaligero per la pratica individuale solitaria e per quella individuale fraternamente attuata insieme nel silente e austero Rito della meditazione in comune.

E siccome noi cattivissimi lupacci etruschi siamo piuttosto dispettosi, anche io, che lupaccio cattivissimo indubbiamente sono, dispettosissimamente insisto – certamente con molta minor grazia ed abilità del lupaccio tergestino – su tale assoluta centralità e necessità della pratica ascetica della Via del Pensiero e della Concentrazione, così subdolamente e surrettiziamente avversate da coloro che – non fosse altro per la gratitudine da essi dovuta al Maestro – meno di tutti dovrebbero.  

Già Platone aveva messo in evidenza lo stato di abiezione dell’anima reclusa nella prigione somatica. Infatti, egli iniziato ai Misteri eleusini, e – a parere non solo mio – anche a quelli orfici e al pitagorismo, affrontando il problema dell’immortalità dell’anima mostra la difficile – oggi addirittura disperata – condizione dell’uomo caduto da una condizione edenica di “sovrana grandezza”, come la definisce Massimo Scaligero ne L’Uomo Interiore, all’attuale devastata condizione. Il corpo come “tomba” e “prigione” dell’anima: σῶμα-σῆμαsôma-sêma, dicevano, appunto, gli Elleni. Naturalmente – osserva sempre Massimo Scaligero – se di quella paradisiaca condizione edenica l’uomo fosse stato signore e autore, certamente da essa egli non sarebbe mai decaduto. E invece da essa, che era dono degli Dèi nella sua luminosa infanzia spirituale, egli è decaduto, e nella sua sciagurata – o “felice” e  “fortunata”, a seconda dei punti di vista – caduta, egli è stato, peraltro senza venir consultato prima, letteralmente precipitato in un baratro antispirituale. E – sia detto senza infingimenti, e senza edulcorare minimamente la poco gradita diagnosi – egli rischia ora una nuova, veramente infausta questa volta, caduta, la quale rischia per lui di rivelarsi irreversibile: quella possibile caduta nel subumano della quale parla apertamente Rudolf Steiner nelle ultime pagine delle sue Massime Antroposofiche

Platone ritorna varie volte sull’aspro e scabroso tema della primordiale caduta, così fatale agli umani. Vi ritorna – facciamo per una volta contenti i filologi con l’indicazione delle fonti – nel Cratilo, 400c, nel Fedone, 61e-62c, nel Gorgia, 493a, nel Fedro 249d-256e, nella sua immortale Republica, IX, 586. Al nostro scopo, ci è sufficiente leggere quanto Platone scrive nel Cratilo – e non è senza importanza ch’io abbia scelto di citare proprio da questo suo dialogo. In esso leggiamo:

«Dicono alcuni che il corpo è séma (segno, tomba) dell’anima, quasi che ella vi sia sepolta durante la vita presente; e ancora, per il fatto che con esso l’anima semaínei (significa) ciò che semaíne (significhi), anche per questo è stato detto giustamente séma. Però mi sembra assai piú probabile che questo nome lo abbiano posto i seguaci di Orfeo; come a dire che l’anima paghi la pena delle colpe che deve pagare, e perciò abbia intorno a sé, affinché sózetai (si conservi, si salvi, sia custodita), questa cintura corporea a immagine di una prigione; e cosí il corpo, come il nome stesso significa, è séma (custodia) dell’anima finché essa non abbia pagato compiutamente ciò che deve pagare. Né c’è bisogno mutar niente, neppure una lettera»Cratilo, 400c, in Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 213-214. 

L’essere umano si adagia nella prigione corporea in uno stato di vero e proprio tramortimento. Ed è oltremodo significativo che termini come “tramortimento” e “tramortito” siano parole connesse alla parola “morte”. Così come a “morte” – fisica e spirituale – è connesso il “sonno”: anchesso fisico o spirituale. E conviene ben meditare le parole iniziali (Inf., I, 1-7) di quella Comoedia del nostro Dante, che Giovanni Boccaccio per primo definì “divina”:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte.

In effetti, la caduta nella prigione somatica equivale veramente ad una morte rispetto alla realtà spirituale, per cui è giustificata l’equivalenza orfica e platonica tra corpoprigione, e tomba. Platonici, orfici e pitagorici, inoltre, facevano una equivalenza assoluta tra “sonnoobliostordimento, e morte. La medesima equivalenza la facevano, nel loro “linguaggio segreto”, i Fedeli d’Amore: Guido Guininzelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi, Cino da Pistoia, Francesco da Barberino, e Dante Alighieri, E sempre il nostro amato Dante ai sopracitati versi aggiunge (Inf., I, 10-12):

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Già nel linguaggio comune usa dire, che un essere umano all’estremo delle forze  viene sopraffatto dalla stanchezza, trova difficile il rimaner sveglio, ed è “morto di sonno”. Anche di chi è poco “intelligente”, e poco “accorto”, usa dire che nella vita è poco “sveglio”, e che è “morto di sonno”. Dormendo, nel sognare, non si percepisce la realtà fisica circostante, e le immagini del sogno hanno un carattere alquanto illusorio. E sempre nel linguaggio comune, a chi, pur sveglio, insegue idee illusorie ed elabora pensieri errati, usa dire: «Ma tu sogni!».

Il seguir da svegli “sogni”, e idee illusorie, non è certamente una condizione sana dal punto di vista mentale e spirituale. E a chi a livello sensibile o sovrasensibile insegua una malsana condizione sognante, condita di idee illusorie varie, nonché da languidi e soavi sentimenti, l’antichissima sapienza partenopea crudamente pronuncerebbe, a mo’ di cruda diagnosi, le parole: «Don Ciccillo, ma vui pazziate, eh!».

Vi è anche un’altra particolare condizione: non sempre i sogni possono essere piacevoli, e talvolta possono trasformarsi in veri e pochi incubi. E colui che si rende conto che sta sognando e che quel che nel sogno vive è un incubo, può fare lo sforzo di svegliarsi. Ma deve volere svegliarsi, e la cosa può risultare difficilefaticosa, e talvolta dolorosa. Quando qui detto vale sia per il sogno del sonno notturno, sia per il sognare del sonno della vita. Perché la vita della maggior parte degli umani è un letargico dormire, e il loro stato di coscienza abituale è davvero un piacevole o doloroso sognare.

Nel sognare notturno, si è coscienti delle immagini del sogno, ma non della magica attività della nostra anima creatrice delle immagini sognate. Ma la stessa, stessisima, cosa avviene nella vita di veglia: gli umani sono coscienti delle immagini percepite, ma nulla sanno del magico atto del percepire che fa sorgere quelle immagini; gli umani sono coscienti dei pensati che appaiono sul palcoscenico della loro coscienza – anche se spesso, più che pensieri, sono (come direbbero i Futuristi del primo Novecento) “parole e immagini in libera uscita” – ma nulla sanno di quel pensare che invera quei pensati nella loro pallida ed esangue coscienza.

E come i sogni del sonno notturno possono tramutarsi in angoscianti incubi, altrettanto in dolorosi, angoscianti, e disperanti incubi possono tramutarsi quei “sogni”, creduti “reali”, che gli umani chiamano “esperienze della vita”. Nell’incubo del sonno notturno occorre fare un intenso sforzo di volontà per sottrarsi ad esso, per dissolverlo, e infine svegliarsi. È evidente – o dovrebbe essere evidente – che l’importante è proprio lo svegliarsi, e non il tramutare l’angosciante incubo in un piacevole sogno, perché le piacevoli immagini del sogno possono sempre nuovamente ritornare ad essere le ossessive immagini di un insopportabile incubo. Lo stesso dovrebbe accadere nella vita, ovvero voler compiere lo sforzo di svegliarsi. Ma perlopiù così non è, o molto raramente così è: persino negli ambienti sedicenti spiritualisti!

L’essere umano nella consueta vita – che “vita” davvero non è, ma solo la consunzione di un lento morire – è immerso in uno “stordimento”, in un “sonno”, in un “oblio” letèo, ossia letale, che nelle tradizioni d’Oriente – in particolare nell’Induismo, e nel Buddhismo – viene chiamato avidyânescienza o ignoranza, la radice di tutti i mali. Nel Buddhismo, tale stato viene addirittura definito come “stato di ebrezza”“mania”“follia”. Le male figlie di questa nescienza o ignoranza sono la brama, la paura, l’avversione, e loro inevitabile conseguenza è la dolorosa condizione di questa sciagurata umanità caduta.

Solo che difficilmente gli umani decidono di svegliarsi da un cotale incubo: sotto la spinta della brama, della paura, e dell’avversione, essi si “attaccano”, addirittura si avvinghiano, nello spasmo di un doloroso crampo, al loro incubo. Neppure concepiscono una condizione “diversa”, libera dalla fiaccante consunzione ch’essi credono essere un “vivere”, e che invece è un essere “arsi” dalla mala fiamma di quella che il Buddha Shakyamuni chiama la “sete” di quel nulla, per cui si brama, si odia, si lotta, si gioisce, e si soffre, e che, come avverte Massimo Scaligero nel X capitolo del Trattato del Pensiero Vivente:

«È il mondo che sfugge ancor più quando si crede di amare o di soffrire, o di bramare o di odiare, perché sono gli stati d’animo e gli istinti in cui l’astrattezza del mondo, ossia la sua irrealtà, si è fatta potenza interiore, sete della vita riflessamente rappresentata e pensata: che è dire assunta nella sua inversione. Onde si crede di amare ciò che è l’imagine della continua perdita di una segreta capacità di amate, e si odia ciò che non risponde all’elemento di brama di questo illusorio amore». 

E, più oltre, nel XIII capitolo del Trattato, Massimo Scaligero, parlando del tramortito stato di sogno e di comatoso sonno  spirituale di quella che l’uomo comune ritiene, errando clamorosamente, essere la sua «lucida coscienza di veglia», e della irrealtà dello scenario sensibile – irreale, perché non penetrato coscientemente nel suo fondamento, e perché non viene avvertito il momento genetico della sua percezione – ammonisce:

«Perciò si pensa il nulla: che, soltanto dopo la morte, si vedrà come il nulla, che si è creduto di percepire, che si è pensato e per cui si è gioito e sofferto. Ma è il pensare il giore e il soffrire il cui l’Io comincia, sia pure ottusamente, a operare».

Appunto, solo dopo la morte  la irrealtà di quel mondo bramato, temuto e odiato,  la si vedrà come il nulla, come la grande illusione, la menzogna che avvelenava la nostra visione e paralizzava la nostra volontà.

Esattamente come nell’incubo notturno, che ci opprime e che è così difficile e doloroso dissolvere. Se come scrive Massimo Scaligero, la morte dissolve questa perniciosa e letale illusione, allora perché aspettare la morte biologica, con tutto il suo devastante irrompere, quando – secondo quanto ammonisce tutta la tradizione platonica, e quella ermetico-rosicruciana – si può «morire prima di morire»«morire al mondo»«morire al secolo», e realizzare l’indipendenza radicale, dello Spirito, dell’Io, dalla tombale prigione corporea?

Si può dissolvere l’incubo notturno, che ci opprime nel sonno, e  si può dissolvere l’incubo – perché tale è agli occhi di chi lotta per il risveglio spirituale – dello scenario sensibile, e della prigionia corporea. Ma non ci si “sveglia” dall’incubo della vita senza sforzo, e non si compie lo sforzo di combattere una così malsana condizione senza coraggiocoraggio di voler conoscere – “vedere”, perché questo è il senso originario della parola sanscrita vidyâ, “conoscenza”, parola imparentata con le parole latine visiovideo, e vidère – una verità che, appunto, ancora non vediamo. Nel Nobile Ottuplice Sentiero, indicato dal Buddha Shakyamuni, vi è sammâ vâyâma, ossia il “retto sforzo”, che deve accompagnare costantemente la “retta azione”. Nella Via del Pensiero, e nella Concentrazione, indicate da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero, è esattamente la stessa cosa. 

Questa «morte filosofale» – mors philosophorum, come la chiamerebbero i platonici antichi, e quelli del nostro Rinascimento – è, come ogni morte, un separare l’anima dal corpo, ma da questa «morte filosofale» non consegue la corruzione, la decomposizione, e la disgregazione del corpo fisico, che invece permane inalterato. Piuttosto, sono l’Io e l’anima che sperimentano, prima della morte fisica, da vivi quello stato di coscienza, che normalmente l’essere umano sperimenta solo dopo la morte del corpo. Si può, dunque, «morire prima di morire, senza morire», ma ciò che ostacola l’inverarsi di questa molto auspicabile «morte», è la paura paralizzatrice della volontà: quella che, nel Majjhima Nikayo, il Sublime chiama il «terrore-spavento». Devo questa preziosa indicazione a Massimo Scaligero. 

Questo «terrore-spavento», figlio di «ignoranza» e di «brama», genera a sua volta una esiziale «avversione» nei confronti della Concentrazione. A questo proposito, molti si fanno le più varie illusioni, e per non confessare a se stessi paura e avversione, rivestono di molta dialettica tali paura e avversione. Ma esse restano tali, e il fondo dell’anima non si lascia ingannare dai molti discorsi, che voorebbero agire come un narcotico nei confronti di essa.

La contraddizione è che gli umani, durante l’esistenza fisica, nella loro ottusa ignoranza, spinti dalla sete, dalla brama, da un selvaggio attaccamento alla degradante e avvilente prigione corporea, cercano la vita – quella lenta consunzione che, illudendosi, credono essere vita – e, invece, trovano la morte. Al contrario, gli innamorati cercatori della Sapienza, cercano la morte – la «morte filosofale», beninteso, e non quella corporea – e trovano una vita immortale. È quel che afferma il nostro Marsilio Ficino in una delle sue mirabili Epistolae:

«Conosci te stessa, o schiatta divina vestita di mortal veste; spoglia, di grazia, te stessa, separa quanto puoi, e quanti ti sforzi, separa, dico, l’anima dal corpo, la ragione dall’affetto dei sensi. Vedrai tosto, dismesse le brutture terrene, un puro oro e, scacciate le nubi, vedrai un lucido aere, e allora, credi a me, rispetterai te stessa come un raggio sempiterno del divino Sole».

E, a conferma di quanto scrive il Ficino, possiamo leggere quanto a proposito della «morte filosofale», scrisse, oltre 2300 anni fa, lo stesso Platone, che trascrivo dal Fedone, in Platone. Tutti gli scritti,  trad. a c. di  Giovanni Reale, Bompiani, Il Pensiero Occidentale, I ediz., Milano, 2000. Riporto i riferimenti per aiutare gli amanti della Sapienza, e per non farmi brontolare dai filologi, ché di leticare  anche con loro non ho davvero punta voglia !

«E allora, non è evidente, innanzi tutto, che il filosofo, diversamente dagli altri uomini, per quanto riguarda questo genere di cose, cerca di liberare l’anima dal corpo, quanto più gli è possibile?». Fedone 64 E- 65 A, p. 77.

«E la purificazione, come è detto in un’antica dottrina, non sta forse nel separare il più possibile l’anima dal corpo e nell’abituarla a raccogliersi e a restare sola in sé medesima, sciolta dai vincoli del corpo, e a rimanere nel tempo presente e in quello futuro sola in sé medesima, sciolta dal corpo come da catene? […]

E non è forse questo che noi chiamiamo morte, cioè lo scioglimento e la separazione dell’anima dal corpo? […] E a scioglierla, come dicevamo, desiderano ardentemente, sempre e soli, coloro che esercitano filosofia in modo retto? E precisamente è il compito dei filosofi: sciogliere e separare l’anima dal corpo. O no?». Fedone, 67 C, p. 79.

Naturalmente, questa “purificazione”, kàtharsis, e la mors philosophorum, la platonica ed ermetica «morte filosofale», non sono un giuoco, uno scherzo, o una gradevole passeggiata, non sono cosa che riguardi l’asettica accademica erudizione universitaria, ovvero, come ammonisce l’ottimo Arturo Reghini, «non sono cosa da prendere a gabbo»: sono il frutto di un interiore agire eroico, di uno sforzo assoluto – quel «retto sforzo», assolutamente necessario, del quale parla il Buddha Shakyamuni nel Nobile Ottuplice Sentiero – sforzo che coinvolge l’intera vita dell’anima, e a render possibile il quale deve essere orientata, in ogni suo aspetto, anche l’intera vita esteriore del discepolo dell’Iniziazione. 

Occorre volersi risvegliare, dall’incubo, dissolvere l’illusione, rompere le catene di un abietto servaggio, abbattere la prigione. Occorre volere uscire dalla consunsione, mettere fine al deliquio, ritrovare intatta la forza dell’Io, conquistare conoscenza, verità e libertà. Altrimenti, nulla nella vita ha senso e, se non ci si narcotizza da soli, si giunge alla disperazione.

Abbiamo avuto modo di vedere su questo temerario blog come la disperazione possa essere oltremodo preziosa per il sincero cercatore della Conoscenza liberatrice. Perché non permette di barare con se stessi. Massimo Scaligero – l’ho riferito più volte – indicò ai giovani della mia città le qualità dell’anima, e la tensione interiore, necessarie per giungere alla mèta: «Voi dovete essere instancabili e disperati: dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Dalla lucida disperazione nasce il coraggio, e dal coraggio l’instancabilità. La lucida disperazione, che non sa che farsene di comode approssimazioni o di illudenti e consolanti surrogati, porta a scegliere la Via dell’Io, dello Spirito, oltre l’anima: la Via del Pensiero e la Concentrazione. 

Solo chi è lucidamente disperato, sa anche essere veramente coraggioso, e la coscienza realistica che non vi sono alternative alla Via eroica, alla Via dell’Io, rende instancabili: genera forze, che non si dissolvono – come nel languido misticismo delle cosiddette vie dell’anima – alle prime difficoltà, e permettono, invece, di superare vittoriosamente le situazioni più distruttive, e anche le più disperanti. Perché lo Spirito non può non travolgere i limiti oppostigli dalla materia, dalla natura caduta. «Noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero!»ci diceva sovente Massimo Scaligero. 

«Sonno» e «morte» hanno, dunque, un significato completamente opposto per l’uomo comune e per il Saggio, per l’Iniziato. È quel che afferma anche un antico testo di ascesi guerriera, la Bhagavad-gītā, II, 69., che per far felice il mio amico M., verrà citato nell’originale sanscrito:

Yā niśā sarva-bhūtānāḿ,

tasyāḿ jāgarti saḿyamī.

Yasyāḿ jāgrati bhūtāni,

sā niśā paśyato muneḥ.

In questi versi, il Supremo, Shri Krishna, afferma che:

«Ciò che per tutti gli esseri è notte, è veglia per colui che è signore di sé, e ciò che per loro è veglia, non è che notte per il saggio che vede».

La Bhagavad-gītā è un testo di ascesi “guerriera”, di ascesi “eroica”, perché incita a lottare contro il sonno della coscienza e lo stato di morte dell’anima: anima normalmente bramosa di sonno e di morte. Ed è lo stesso impulso “eroico”, la stessa “idea-forza” di tutta lopera di Massimo Scaligero sin da quando, alla fine degli anni cinquanta dello scorso secolo, egli pubblicò – in seguito ad un «atto dimperio del Mondo Spirituale, e non per una sua iniziativa personale», come in un colloquio egli stesso mi disse esplicitamente – lAvvento dell’Uomo Interiore, ove nella seconda di copertina appose, come sintesi di tutta la sua futura opera di Istruttore spirituale, le seguenti parole, da vari amici meditate per decenni:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’uomo.Viene indicata una «via spirituale»  che, mentre è di là dalle tradizioni, attinge a un segreto e imperituro insegnamento: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente , oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’Occidente, per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza soprasensibile descritta in questo volume già reca in sé quanto di essenziale operò nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno , che può sorgere soltanto nello svincolamento del pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno , è questo pensiero disanimato, che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo della resurrezione cosciente del «sopranaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

Massimo Scaligero ci ha fatto dono di quanto fu per lui frutto di un lungo e aspro lottare, nel quale egli, da vero “asceta-guerriero”, volle chiedere inesorabilmente alla propria volontà, oltre ogni limite umano, oltre ogni limite della sua personale natura. Egli fu esploratore e pioniere in una landa selvaggia, e in tempi difficili. Col suo operare aprì a noi un Sentiero nella foresta, e una Via che sta a noi coraggiosamente percorrere, donando ogni nostra forza alla Concentrazione, alla Meditazione, al silente Rito della redenzione del pensiero.   

Certo, la Via indicata è dura e aspra, ma non meno dura è oggi la vita individuale e sociale, mentre in quella autentica barbarie che oggi chiamiamo con fatuo orgoglio “civiltà”, stiamo ballando, come ubriachi, sull’orlo dell’abisso nel quale l’umanità rischia di sfracellarsi in una irreversibile nuova, e veramente infausta, caduta nel subumano. La Via del Pensiero è oggi – piaccia o non piaccia – la Via radicale: quella che affronta in maniera veramente radicale il male dell’uomo, ovvero lo stato di “sonno” e di “morte” dell’anima, l’ottusa “ignoranza” che ci paralizza nell’incubo della illusoria visione sensibile e materiale del mondo.

L’importante per il discepolo dell’Iniziazione, che voglia cimentarsi nella temeraria, e disperata impresa della redenzione del pensiero, e di resurrezione dell’anima dallo stato di morte al quale essa è costretta, è non perdere il senso dell’urgenza di tale audace impresa, di rendersi conto che – oggi – non vi è altra Via efficace, e che la Via del Pensiero, e la disciplina della Concentrazione, sono la Via – l’unica – più sicura, la più veloce, quella più magicamente potente: l’unica veramente efficace e risolutiva.

E per questo motivo – se si è lucidamente disperati e coraggiosi – la Concentrazione deve essere eseguita, ogni volta, con tutto se stessi, impegnando ogni nostra forza interiore, sino al limite estremo, o almeno tendendo con sforzi progressivi ad una tale mèta. Si deve poter “respirare” l’atmosfera del “pensiero puro”, del “pensiero libero dai sensi”, la cui pratica è – contrariamente da quanto leggemmo in una rivista esoterica – è una disciplina volitiva, tutt’altro che spontanea, intensamente cosciente, anzi dissolvitrice della “spensierata” incoscienza umana, e quindi l’unica veramente superatrice, se portata coraggiosamente sino in fondo, di ogni umano egoismo. Ed è quanto indica Massimo Scaligero a p. 142 de L’Uomo Interiore :

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è par­lato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere l’ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere pos­sibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, l’ostacolo. Non v’è ostacolo che così non possa essere superato: occorre vole­re sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesi­ma idea, il medesimo culmina, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stes­si, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Massimo Scaligero, con una chiarezza esemplare, che non lascia alcun spazio a dubbi su ciò che egli voleva dire, indica alle pp. 155-156 de L’Uomo Interiore, quale sia l’ostacolo di fronte al quale si fermano e si arrendono i pavidi, gli incerti, i non risoluti, coloro che non hanno salda volontà, e che non hanno una idea chiara della pericolosità, della fragilità, della precarietà della attuale condizione umana, quale sia la Mèta, e quale, infine, sia l’unica Via che ad essa mena: 

«Non v’è ostacolo, non v’è potere avverso né in Ciclo né in Terra, che possa essere veduto come limite reale e perciò possa fermare la volontà di colui che conosce la meditazione e il suo compimento. Dinanzi alla coscienza vuota, cambia il vol­to del mondo: una simile promessa è attuale per chi coltiva la reale tecnica della libertà. Si tratta di far entrare in azione una forza, che diviene vittoriosa, in quanto la si chiama ad agire, dal centro di sé; e che non può funzionare se in sua vece si crede di poter ricorrere ad ogni appoggio, ad ogni abitudine, ad ogni consolazione, offerti dall’antica natura. L’uma­no può essere superato, ma soltanto dall’uomo che senta co­me intimo principio la propria origine superumana. […]

Chi volesse identificare la condizione interna che distoglie dal sentiero della libertà, troverebbe la paura: la forza subcon­scia che trattiene entro i limiti voluti dalla natura. Ma è dif­ficile afferrare il senso di ciò, quando si pensa, si agisce, si organizza la vita e si cerca lo Spirituale mossi appunto da que­sta paura, e quando in funzione di essa si crede di ravvisare nella via della libertà o un’eresia o una via individualistica o una via exoterica. In tal senso, chi segua la Scienza dello Spi­rito fondata  dal Maestro  dei  nuovi  tempi, ha dinanzi  a  sé molte prove dalle direzioni più varie di un mondo che è sol­tanto «passato», necessità, abitudine, meccanicismo, esteriorismo. dogmatismo, falso rinnovamento: ossia paura. Paura del­la libertà:   che perciò si manifesta nella forma più  sottile in coloro che, presumendo seguire associativamente la via dello Spirito, ne sostanzializzano e materializzano le forme, giun­gendo a codificazioni dogmatiche e ad espressioni accademiche, in cui ben poco scorre della conoscenza liberatrice a cui fanno appello: onde, malgrado la regolarità della  terminolo­gia e la ortodossia esteriore, veramente l’opera viene separata da Colui che l’ha data».

A questo punto è necessario, purtroppo, constatare e segnalare – e, credetemi, dispiace molto il doverlo fare una volta di più – quelle che appaiono essere alterazioni vere e proprie dell’opera di Massimo Scaligero, così come da lui era stata voluta e realizzata: alterazioni evidentemente volute, che non possono non lasciare molto perplessi coloro che amano l’opera del Maestro. Infatti, dopo che dell’Avvento dell’Uomo Interiore, apparso nel 1959, per la casa editrice fiorentina Sansoni, per ragioni delle quali un giorno forse verranno fatte conoscere, da qualcuno ne era sta impedita la circolazione, Massimo Scaligero, ne rivide l’intero testo, facendovi altresì una serie di aggiunte da lui ritenute necessarie. Il libro apparve nel 1976 per le romane Edizioni Mediterranee, che già avevano pubblicato altri duei suoi testi, ed altri ne pubblicheranno. La nuova edizione apparve col titolo L’Uomo Interiore, ed il sottotitolo – importante e significativo – Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, che fa parte integrale del testo del libro. Ho potuto constatare che ultimamente che questo sottotitolo, nell’edizione del 2012 e, presumo in eventuali ristampe successive, è scomparso. Nulla giustifica un tale cambiamento, tanto più che l’opera è la semplice ristampa anastatica dell’edizione del 1976. 

Un altro discutibile “aggiornamento” – a mio personale giudizio – lo troviamo nella quarta di copertina. Massimo Scaligero curava i suoi libri sin nei minimi particolari, e – per esempio – per i testi apparsi nelle Edizioni Mediterranee, egli scriveva sempre personalmente persino la sintesi del libro che appariva, appunto, nella quarta di copertina. Come, del resto, è evidente a chi, come il sottoscritto, quelle mirabili parole abbia meditate per decenni. Ora, nell’ultima edizione, questa sintesi meditativa appare monca della prima parte di tale presentazione. Non si vede ragione alcuna che giustifichi una tale evidente alterazione del pensiero e della parola di Massimo Scaligero. Per cui, ho deciso di riportare questa presentazione, così come essa appariva nella quarta di copertina dell’edizione originale del 1976, in modo che chi non possegga la prima edizione possa integrare questa parte nella nuova pubblicazione. La prima parte di essa, mancante nell’ultima edizione, viene evidenziata in colore diverso rispetto a ciò che la segue:

 «L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile.

Il tema del presente libro è antico e attuale quanto l’uomo. infatti, l’Autore propone in esso una via per ritrovare, come uomini moderni, il segreto dell’antico Yoga, quello autentico, per realizzarne l’elemento di perennità che esige in ogni tempo il rinnovarsi tra umano e Superumano. Egli presenta, così, il metodo attuale necessario alla resurrezione dell’uomo interiore, dell’uomo magico, indicando da dove si deve cominciare a ritrovare se stessi, oltre tutte le dialettiche, compresa quella che definiamo esoterica.

Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere, a superare la psiche, a creare; passare decisamente all’azione facendo scattare l’elemento immediato dell’azione cosciente: questa è la semplice istanza proposta dall’Autore.

Superare le illusorie, anche se dialetticamente smaglianti, vie allo Spirituale, pervenire come cercatori a una reale sincerità con se stessi, che dia modo di ritrovare in se stessi il principio della Forza che si cerca fuori di sé: tale è la proposta del discorso sull’uomo interiore. il senso del libro è appunto questo: viene mostrato come, grazie all’idonea disciplina, scatti nella coscienza l’elemento originario dell’azione interiore, la forza-pensiero.

L’opera si svolge attorno a tre temi principali: l’immaginazione creatrice, alla quale si perviene mediante la pratica della concentrazione e della meditazione; l’ascesi della percezione sensibile, che permette di sperimentare il sovrasensibile nel mondo della percezione; infine, la contemplazione, arte della quale è data una dettagliata descrizione pratica nei suoi diversi momenti». 

Che tutte le parole di Massimo Scaligero abbiano una importanza decisiva per chi si consacri al Rito della Concentrazione e all’Arte del Meditare, risulta esplicitamente da quanto egli stesso scrive sempre nella breve presentazione biografica nella quarta di copertina:

«I libri da lui scritti non hanno funzione espositiva o informativa, ma unicamente formativa, in quanto organizzati in modo che i testi, ripercorsi dal pensiero del lettore, sollecitino in lui le forze interiori di cui parlano».

Che poi è esattamente ciò che Massimo Scaligero scrive nella prefazione del Trattato del Pensiero Vivente, presente – per fortuna – in tutte le edizioni: 

«II presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza inte­riore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. […]

Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa».

O le parole che, come necessaria avvertenza Massimo, Scaligero pose, già nel 1956, all’inizio di Iniziazione e Tradizione

«Queste pagine intendono offrire un orientamento meditativo a coloro che, oltre ogni preferenza dottrinaria o passione o attaccamento – in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in illusori rimedi – sentono la lniziazione come esigenza assoluta. Una indicazione versa tale esperienza – non una dimostrazione che non dimostrerebbe mai nulla – vuole essere il presente scritto; la cui sostanza è stata curata in modo da non fare appello al moto di un “sapere” che lascia inerte la vita, ma alle forze interiori del lettore, così che possa, l’animarsi di queste, divenire il contenuto a cui si è alluso. Esso esige, perciò, una lettura attenta che segua, senza omissioni, il percorso dei pensieri».

Che dire di più? Per chi voglia svegliarsi dal “sonno” letargico, risorgere dalla “morte” interiore, uscire dalla “paralisi” spirituale, dissolvere la nebbia di un “oblio” ottuso che asserve alla abiezione del servaggio corporeo, parole più chiare di queste non ne conosco. Eppure quanto poco esse, oggi, vengono ascoltate: sovente son da molti dimenticate, o addirittura avversate: persino da coloro che pure conobbero Massimo Scaligero, e che ben sanno quel ch’egli diceva, e soprattutto quel ch’egli voleva. Io posso solo testimoniare quel che Massimo Scaligero disse la sera del 25 gennaio 1980, prima del nostro mensile Rito della meditazione con lui, e poche ore prima che lasciasse lo scenario sensibile. Con parole che non possono in alcun modo essere equivocate egli ci ricordò la radicalità della Via del Pensiero, la centralità della Concentrazione, e quel realismo del pensare, che solo può dissolvere l’infera magia dell’Oscuro Signore. Ci chiese la fedeltà assoluta alla Via, che per tanti anni egli ci aveva generosamente indicata. 

Come diceva, a fine Settecento, un Iniziato: Qui vult capere, capiat! 

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2018)

 30MAGG 2018 FKHSIFS 063 2

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NUOVO AMORE

AFFILATA INTELLIGENZA NEGLI ISTRUITI DALL’ELETTROMAGNETISMO.

DILIGENTE E PRECISO ACUME EDUCATO FRA I MISTERI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE.

DEDITI ALL’ELETTRONICA SOPPORTANO TUTTO TRANNE LE ARMONIE.

SALINA RABBIA SPREZZANTE LI DIVORA SE LUCE SOVRAMENTALE URTA LA LORO SOGLIA.

I DISCEPOLI DI ARIMANE NON SANNO COSA AMARE.

NON SANNO DOVE AMARE.

LA LORO DEVOZIONE E’ SOLO UMILTA’ OBBLIGATA DINANZI AI MOSTRI DELLA MEMORIA OSCURA.

VIVACI NELLA PIETRA SONO ATTERRITI DAL VIVENTE IN CUI DOMINA IL SOLE.

EPPURE DALL’INCONCEPIBILE PUO’ SORGERE IL SOVRUMANO SGUARDO CHE LI FOLGORA.

ACCESO OVE REGNA L’AMORE CHE SOLLEVA.

OVE LO SCULTOREO LAMPO CONTEMPLA IL POTERE DELLA FORMA

IN CUI L’ESSENZA DEL CONCETTO E’ VOLITIVAMENTE RICORDATA.

NEGLI APICI IN CUI

-PER ATTIMI SENZA TEMPO-

IL SOVRAMENTALE VIVE E RESPIRA.

CONSACRANDO.

ARGINE ALLA FOLLIA MECCANICA E SUA POSSIBILE REDENZIONE.

MENTRE SCOMPARE LA SALINA RABBIA DEL TENACEMENTE INSERITO NEL SUBUMANO ACUTAMENTE CALCOLARE IL GELO.

TUTTO SPAZZATO VIA DINANZI ALL’IMPREVEDIBILE TEMPESTA

IN CUI L’ETERNITA’ –PER ATTIMI- IRRAGGIA LA FERREA IMPRONTA CELESTE

CHE RIEDIFICA  L’UMANO.

ARCANGELICA IRRUZIONE DEL RISORGERE CREANDO.

OVE L’IMPERCEPIBILE ALTO RESPIRO DEL PENSARE MUOVE GLI UNIVERSI

ED ATTRAVERSO LA LIBERTA’ DELL’UOMO : LI RIEMPIE DI NUOVO AMORE.

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 2/18042

DAL CENTRO DELL’IDEA

ALTA IMMATERIALITA’ ERIGE IL SUO SCOLPIRE.

E NEL PROFONDO DELLE CARNI ENERGIZZATE :

SI IMPRIME LA LA POTENZA FORMANTE CHE NON HA APPETITI.

NEL VILUPPO DI FORZE IN CUI LA FRENESIA SANGUIGNA FINGE DI POTER PENSARE :

ED ESPRIME INFINE OPINIONI CHE PROVENGONO DAL BUIO :

E GIURA SU EVIDENZE CHE ESISTONO SOLO PER POTER NEGARE :

SI AFFERMA E SI IMPRIME  UN VALORE CHE LE TAGLIA.

ATTIMI IN CUI VI E’ IL DISVELARSI DELL’IMPURO.

APICI IN CUI L’ILLOGICITA’ CHE MENTE VIENE ISOLATA

ED APPARE QUALE E’  : ENERGIA CHE BRAMA NEL MENTIRE.

– MENTRE RIFULGE LA STELLA INCORONATA –

AUREO FERRO TENUISSIMO CHE IRRAGGIA DAL CENTRO DELL’IDEA.

APICI IN CUI IL CONCETTO CONTEMPLATO ASSURGE A VIVENTE METRO DELLA SOLA VERITA’.

ESSENZA REDIMENTE DEL REALE

CHE SOLO L’UMANA LIBERTA’ PUO’ GIUNGERE A FAR MANIFESTARE.

LUNGO GLI UMANAMENTE IMPERCEPIBILI SENTIERI DELL’ASCESI

IN CUI DALLA VOLONTA’ IMMESSA NEL PENSARE

L’ARCANGELICO VALORE PUO’ IRROMPERE SANANDO.

UNICA ARMA CAPACE DI SBIOLOGGIZZARE IL DENSO DISSOLVENDO IL MALE.

UNICA ARMA IN CUI L’ETERNA MERAVIGLIA E’ L’IMPOSSIBILE REDIMERE.

ARGINE E INALZAMENTO NEL CUORE DELLA FOLGORE.

ATTO DEL PENSARE NEL RITO DELL’IDEA IN CUI IL GIUSTO ANELITO ENUCLEA L’ESSENZA DELLA FIAMMA.

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RESPIRO SOVRUMANO

I LUOGHI ESISTENZIALI IN CUI LA VOLONTA’ GALOPPA TRISTE E SPIETATA.

NELLA FALSA EVIDENZA DI UN EFFICIENTISMO SENZA GARBO.

L’AFFANNO DI CHI SENZA SPERANZE MUOVE NEL CAOS

E VIGOROSAMENTE AL CELESTE RESPIRO SI SOTTRAE.

MORENDO AL COMPITO DELL’IO.

TURBINIO DI VOLONTA’ CHE INFINE GIUNGONO AL MALIGNO.

ACUTI NELLA DENSITA’ DELLA MATERIA NON SANNO PERCEPIRE ESSENZE

E QUINDI NON SANNO RAGIONARE.

PERDONO LE CONNESSIONI LOGICHE QUANDO SI TRATTA DI VERITA’ E GIUSTIZIA.

NON POSSONO MUTARE : POSSONO SOLTANTO PEGGIORARE.

SOLO DALL’ATTO LIBERO DI ALTRI

SUBIRANNO IL RESPIRO SOVRUMANO CHE POTRA’ PLACARLI.

SOLO L’ATTO ETERICO DELL’INTELLIGENZA IN CUI SI MANIFESTA L’AUREITA’ DEL LOGOS : POTRA’ RESTITUIRE IL RESPIRO SOVRUMANO A QUELLE VOLONTA’ SCHIACCIATE NELPESO INCAROGNITO DEL PLAUSIBILE.

SOLO NEGLI APICI IN CUI IL CONCETTO CONTEMPLATO GIUGE A FARSI VITA DELLA FOLGORE :  PUO’ SORGERE DALL’IMPOSSIBILE IL RIEQUILIBRIO DELLE FORZE.

FISIONOMIE CELESTI DISSOLVERANNO I TRATTI DEL BESTIALE.

CUORE DI METEORA CHE INTERNO AL CONCESSO LAMPO DELL’IDEA

PUO’ PORRE AL COSPETTO DEGLI DEI QUANTO DI ABERRANTE SI ANNODAVA NEL CAOS DELL’UMANO DECADUTO.

PERMETTENDO IL CONSACRARE.

ATTO LIBERO DI CHI FEDELTA’ MANTENNE  NEL PERENNE RIASCENDERE ALL’ESSENZA TRAMITE L’INSIEME DEI CONCETTI CONTEMPLATI RICORDANDO.

UNICO ELEMENTO CHE PERMETTE IL DIVINO FOLGORARE.

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NUOVO ORO

CERTI SOLO DELLA CONFORMITA’ AI CODICI

ALBERGANO ANIME BALBETTANTI E PRIMITIVE.

ANIME GIURIDICHE IN CUI NON ALITA ALCUNA VITA INTERIORE.

INTENSO ACUME FRA GELIDE NORME E VITA ISTINTIVA RICOLMA DI MOSTRI.

VIVONO SEPARATI DAL RESTO DEGLI UMANI

ADORANDO ENTITA’ DI GELO E DI MISERIA.

FRA PIETRE INTELLETTIVE DI CUI NON COLGONO L’ORRORE.

ACIDE CARNI RECITANTI PENSARE

IL CUI UNICO IMPEGNO E’ RINNOVARE LA MORTE INTERIORE ED INFLIGGERLA.

SUBISCONO VERTIGINE E DOLORE QUANDO UN VALORE AUREO VIVE LE LORO ESSENZE E DALLE ARMONIE GIUDICA QUEI MOSTRI.

INTACCANDO LA SOLIDITA’ INFERNALE  DI QUEL RAZIOCINIO SORDO ED IMPLACABILE.

ALTRE EVIDENZE –LE VERE- PERCORRONO QUEI LUOGHI DEL MORIRE.

ED UNA ESSENZA SACRA SI IRRAGGIA DALLE FORZE DEL CONNETTERE

IN CUI IL SILENZIO ACCOGLIE LA VOLONTA’ PROTESA NEL MANTENERE UNITO IL SENSO DEL RICORDO CHE E’ LA FORMA DI UNA INTELLIGENZA SPESA FRA I CONCETTI.

POICHE’ INTERNO ALL’UNIRE LOGICO SI MANIFESTA IL SOLO VALORE.

LAMA DELL’ARCANGELO E SUO SCETTRO.

MENTRE AVVAMPA DI NUOVO ORO QUANTO DI SACRO AVVIENE NELL’ASCESI.

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BIANCO VISO

DEFORMITA’ E VECCHIAIA NEL TURBINE DELL’ANTIUNIRE.

FLUSSI DI ENERGIE NEL SANGUE INFETTO

GENERATO DA VOLONTA’ SPESA NEL FALSO AGIRE.

COLORO CHE PORTANO A COMPIMENTO UMANO IL FALSO CONCEPIRE.

ABOMINEVOLI OPINIONI DIVENUTE AZIONI PROLUNGATE

TRAPASSANO NELLA FUTURA DEFORMITA’.

NOTTE DELLA SECONDA MORTE ATTENDE AL VARCO I FUTILI DEL MAGICO INCRUDELIRE.

MA OVE LA BELTA’ FOLGORA DAL BIANCO VISO :

PUO’ ACCENDERSI LA FORZA DEL SOLO RISANARE.

FUOCO DELL’IDEA CHE –FORTE DEL GIUSTO ANELITO- GIUNTA A CONTEMPLARE IL SENSO DI QUANTO HA RICORDATO  (MANTENENDO E RINNOVANDO GLI APICI RAGGIUNTI) : SI PONE QUALE STRANIERA FORZA NEL CAMPO DEL DEFORME E LO CONSUMA.

RITO DEL TEMPO ULTIMO

IN CUI LA LIBERTA’ DELL’UOMO

PUO’ GIUNGERE NEI CIELI A RIPLASMARE IL FATO.

PUO’ GIUNGERE A INDEBOLIRE LE TRAME DEL CATASTROFICO

SINO AD ARGINARE EVENTI GIA’ DECISI CHE POTRANNO ANCHE NON ACCADERE.

NEL LAMPO DELL’ARCANGELO IN CUI IL PENSARE OTTIENE ATTIMI DI VOLONTA’ CREANTE.

VETTE DALLE QUALI GLI ATTIMI DI BELTA’ ERIGENTE POSSONO GIUNGERE LONTANO.

RISANANDO.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS SOLE INVITTO 23 GIU 25 LUGL 2018 FKHSIFS 005

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L’ARCHETIPO-OTTOBRE 2018

Anno XXIII n. 10

Ottobre 2018

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Ermete-Trismegisto-2

EKAGRATA E BASTA (di F. Giovi)

tiroarco

Appoggio subito, sul tavolo, le mie carte: cinicamente sfruttando la vostra illimitata generosità, saltabecco, come è evidente, sempre con gli stessi ringhi e ululati. Ottima scusa per dimostrare che sono sorpassato, che il mio tempo è finito, che il discreto credito avuto in dote s’è consumato. Poi mi giungono, davvero inaspettati, messaggi fin troppo buoni. A qualcuno rispondo, ad altri no: puro arbitrio. Ma non è questo il punto: è che mi costringono a rifarmi serio su una tra le poche cose che non sono mai state uno scherzo,dove la baldanza è scarsa e i balbettamenti tanti.

Solo Scaligero è stato capace di ripetere una cosa mille di quelle volte, rinnovandola ogni volta. Non è stato certo una sorta di chiodo fisso. Egli sapeva, in trasparente chiarezza, quanto sia difficile, per l’anima umana, cogliere la sfida del percorso interiore diretto, quello che passa dalla mortalità corporea allo Spirito vivente. Tentare la “scalata in diretta” è realmente la cosa più difficile. Volerla è anche cosa da matti.

Credo anche che siano pochini quelli che superata la miseria delle parole, del saputo, dei facili stati d’animo, hanno picchiato chiodi nel granito e agganciati moschettoni e corda metro dopo metro con freddo ardore, per decisione e disciplina: incuranti del prima e del poi. Poi, se questa impressione è sbagliata, meglio così, non vi pare?

Già: passare dal sentirsi corpi senzienti e pensanti a Spiriti viventi è una salita terribile, impossibile: bisogna farsi tanto cattivi da giungere alla radicalità del delitto: togliersi la calda vita dopo aver preparato il gesto per lunghissimo tempo. Semplice? Sì, semplice anche questo: si taglia il cordino e tutto quello che si è cade nel vuoto. Permane solo ciò che non può mai cadere. Anche prima c’era ma nessuno sapeva che ci fosse.

I monti alti hanno, di solito, tante vie, e comprendo bene come ognuno segua quella che sembra più accessibile alle sue forze. Non entro nel merito di tali scelte, spesso obbligate. Quindi, se parlo di una non escludo le altre. Però, se possibile, fate che ciò sia, nel giudizio, un tantino reciproco. Non escludetemi a priori.

Ora passo, imperfettamente, a soffermarmi su una apparente contraddizione per la quale un amico sconosciuto mi ha inviato un messaggio con un bel punto interrogativo.

Tutto verte sul significato di una parola…ma va ben oltre la parola, anzi investe tutta la téchnē della via diretta.

Ridotta come un dado per il brodo la domanda è questa: “Ho letto nelle lettere a un discepolo che vengono stampate mensilmente dall’Archetipo, come più volte Scaligero indichi, come atto di base, “l’ekagrata assoluto”, mentre all’inizio del XIII capitolo del suo libro Dallo yoga alla rosacroce scrive che tra l’ekagrata e la concentrazione attuale la differenza è determinante”. Il messaggio è più lungo ma credo che il nodo centrale sia ciò che ho riportato.

Bene, iniziamo dal significato di ekâgrata: è confortante che le varie traduzioni non si discostino troppo tra loro e quella che mi piace di più è “la capacità di focalizzare la mente su un oggetto senza distrazioni per lungo tempo”. Tutto qua. Il bello o brutto dei termini antichi di lingue lontane è che si prestano a infinite interpretazioni. Forse non andrebbero nemmeno tradotti. Scaligero, come il Dottore, ne fa un uso molto parsimonioso e a ragione: fu attaccato a destra e a manca. Gli uni lo accusarono di essere un orientalista traditore, gli altri di voler orientalizzare la Scienza dello Spirito (Credo che nessuna delle due fazioni comprendesse i suoi scritti: cosa si può capire quando la lettura della copertina o della prima pagina ti manda già di traverso la digestione?).

A mio modesto parere, vista la traduzione riportata sopra, il termine non è per nulla importante. Importante davvero resta il modo dell’operazione.

E i modi sono sostanzialmente due.

Scaligero scrive che bisognerebbe conoscergli entrambi per ravvisare la divergenza.

E, a mio parere, già qui casca l’asino. A parole è facile condividere la formulazione che dice: “l’ekagrata è una concentrazione passiva, mentre la Scienza dello Spirito indica una concentrazione attiva”.

Ma il problema c’è già prima, poiché la concentrazione è comunque di molto difficile, di molto elusa, e sarei pronto a scommettere che molti tra quelli che credono di farla, non la fanno né orientale né occidentale: mollano prima. Basta e avanza la confusione che c’è ancora tra il primo esercizio (controllo del pensiero) e la concentrazione vera e propria. Poco tempo fa leggevo le stizzite parole di un esoterista per burla che rampognava i reprobi che fanno all’infinito il primo esercizio, intendendo senza alcun dubbio la concentrazione. Questo signor “so tutto”, in ciò identico a tanti “maestrini” bramosi di gridare al mondo la loro ignorante sapienza, parla e straparla, ma non sa dove abiti la concentrazione, né sa cosa essa sia. Del resto i molaccioni, i turdini ed i tardoni (così me li chiamò Massimo), probabilmente non capiranno mai l’esigenza di saturare la cranica psiche e di mollare robusti schiaffoni alle proprie verità da cinepanettone: carenza di “Io” e sovrabbondanza di “ego”.

In alcuni casi non c’è nemmeno la confusione ma la paura di tentare la concentrazione. Non giudico nessuno, esprimo solo una constatazione confermatami dalle castronate che sento da parecchi decenni.

In questo senso le concentrazioni che non sono concentrazioni si fermano un tantino prima che passività e attività diventino una discriminante di reale importanza.

Poiché in ambedue le direzioni occorrerebbe giungere ad una totale polarizzazione percettiva su qualcosa, temporaneamente obliando completamente tutto il resto del mondo, ovviamente includendo in esso il nostro essere abituale.

Solo se ciò viene veramente compreso ci sarà possibile continuare con un discorso concreto.

Eppure il capire come la concentrazione andrebbe fatta, non è poi così difficile ed è pure possibile, con un po’ di fatica in più, quale possa essere il suo significato per l’uomo: basterebbe seguire il percorso logico che, su essa, instancabilmente, Scaligero ci ha fornito. Solo una cosa sarebbe impossibile: ricavare la sua necessità, il suo percorso e il suo senso dall’esperienza limitata alla vita comune: essa (la concentrazione), che può raggiungere lo Spirito, non può essere che dono dello Spirito. Non sorgerà mai dal piccolo caos interiore che si scambia con un reale se stessi. Sapete quante di quelle volte ho inteso Tizio o Caio dire che, in nome della propria libertà, avrebbero trovato da sé la via interiore? Che furbacchioni! Senza dubbio qualcuno è diventato un buon padre di famiglia, ma oltre non hanno trovato mai nulla.

Sul percorso fenomenologico è possibile però distinguere da subito le due tendenze. Generalmente la polarizzazione della coscienza nella via antica (orientale) si avvale in primis di tutte le strategie fisiopsichiche ( posizioni del corpo, respirazione controllata, rilassamento, brevi mantra ripetitivi, ecc.) per giungere ad una mente sempre più calma e inerte in cui l”oggetto” della contemplazione può permanere proprio in virtù della profonda passività del mentale acquietato.

C’è pure da valutare cosa sia “l’oggetto” dell’esercizio, poiché nelle modalità tradizionali questo può essere un qualcosa che persiste stabilmente poiché è parte del mondo fisico-sensibile, come una immagine sacra o un punto lucente. In una corrente moderna si usavano cartoncini ritagliati su figure geometriche colorate poste non lontano dagli occhi. Ancora oggi vi sono antroposofi che guardano la matita, aggiungendovi, con beneficio d’inventario, dei pensieri correlativi…per poi discettare sui cosmici segreti…quelli sì facilmente compresi!

Nella concentrazione “moderna” o “rosicruciana”, all’opposto, si interviene immediatamente con il pensiero su di un tema o sul pensiero/immagine di un semplice oggetto, proprio per non subire il condizionamento della natura fisica e astrale: un pensiero che incessantemente si attiva nell’atto pensante, si ripropone costantemente come atto pensante. Certamente e per lungo tempo pensante “qualcosa”. Pensare senza rappresentazioni è impossibile. Polarizzare l’attenzione del pensiero senza qualcosa che permetta di polarizzarla è impossibile. L’assidua ripetitività dell’esercizio è necessaria poiché sostituisce il fuoco dell’attenzione assoluta che non si è, da subito, in grado di suscitare e reggere. Questa lunghissima collana di “insistenze” rafforza la parte cosciente e volente dell’anima e simultaneamente purifica gli strati di tenebra: scioglie, nodo dopo nodo, le fisime ed i complessi che imprigionano l’uomo interiore.

Di queste ultime esperienze, si dovrebbe comprendere che parlarne è inutile, forse dannoso. Non fosse altro perché: a) la curiosità non è conoscenza ma vizio, b) per ognuno il cammino interiore si configura con una fisionomia plasmata sull’individuo singolo, ossia il nocciolo è unico ma le colorazioni sono infinite e per concludere, vale solo e concretamente solo ciò che viene realmente sperimentato.

Tutto ciò finché il puro atto supera la mediazione del qualcosa e subentra l’esperienza del “più-che-pensiero”, che altro non è che la (dapprima) sconosciuta corrente del Volere, quella che un tempo fu chiamata Kundalinî, che fluisce in tutta la sua luminosa potenza, non più dalla radice corporeo-sottile ma dal pensiero vuoto di sé. Questa è esperienza, prima deducibile,a volte intuibile. Ma tra la deduzione e l’esperienza vi è un fosso che chiacchiere e filosofia non colmano: alla realtà sensibile si aggiunge un cosmo tremendamente più vasto e possente: è il cosmo della vita che suole essere definito come mondo eterico. Generalmente esso si dà come esperienza del corpo eterico dell’uomo, poi può allargarsi nell’infinito.

Lungo il tracciato che va dall’evanescente pensiero comune alla fioritura del Pensiero-Luce o vivente, vi sono atteggiamenti dell’anima (nel senso dato dal dott. Colazza) che devono essere tentati, coltivati e realizzati. Essi sono importanti quanto l’esercizio in sé.

Ho già citato il primo di essi che consiste nell’affrontare immediatamente le immagini ed i pensieri stabiliti volitivamente. In negativo ci si spiega meglio: ci si siede e ci si lancia: senza dare attenzione alla postura, ai rilassamenti…insomma a tutte le false esigenze dell’individuo psico-fisico, senza preoccuparsi se l’anima è a posto o fuori posto: si inizia dal pensiero e basta!

Un secondo atteggiamento importante è quello di coltivare, adialetticamente, l’idea o l’impressione che il pensiero (i pensieri) che si fanno incedere, voluti, nella coscienza, sono assolutamente indipendenti da qualsiasi altra cosa, cioè dagli stati d’animo, dalle situazioni contingenti, da qualsivoglia disturbo o distrazione esteriore o interiore: si aspira a percepirli come una realtà che si regge su se stessa: reale e bastante non meno di un qualunque oggetto dell’esperienza del mondo fisico.

Accenno di sfuggita al Silenzio. Esso è importantissimo, ma dal punto di vista di queste righe, si può dire che, se l’esercizio è corretto, il silenzio è un effetto progressivo. Poi può diventare molto di più.

Se l’esercizio si fa profondo, altra tappa importante (e indicata da Scaligero) è il mutamento che avviene nei confronti dell’immagine su cui si convergeva con sforzo: l’oggetto permane, come fosse dotato di propria autonomia. Ciò riflette una modificazione nell’operatore che ha raggiunto una speciale quiete liberatoria poiché ora non è più questione di tensione interiore ma è il puro volere che alimenta l’immagine, lasciando al contemplante il sottile e decisivo onere di mantenersi al livello nel quale la volontà non è impedita dal personale senso di sé che è sempre una ricaduta nella corporeità. Immaginativamente parlando, si è aperto un varco o canale tra la zona metabolica e la testa: il compito dell’operatore è solo il mantenimento di rotta, non permettendo alcuna interferenza del sé riflesso nello svolgimento dell’operazione.

Ho trovato, come via più “facilitata” per questo livello dell’opera, un grande aiuto dalle concentrazioni meditative che Scaligero ha dato in Meditazione e Miracolo…ma non è mai la sola tecnica che può produrre qualcosa: occorrono attenzione intensa e prolungata e dedizione, dunque la palla torna sempre al soggetto, in questo genere di lavoro l’ex opere operato non esiste.

A molti importa molto e a ragione, quale destino abbia, in tutto questo, il sentire. In effetti può sembrare che la forza dei sentimenti sia stata dimenticata. Prevengo le obiezioni: ciò è vero, ossia non è stata “dimenticata” ma messa a tacere. A ragione! Non sarebbe sano che una matita o un bicchiere pensato fossero oggetto di passioni. In tale senso vi è una parte del tragitto che dovrebbe sostenere la fredda luce del pensiero non ancora svincolato: il risveglio del volere esige una temporanea morte del sentire (ricordatevi che stiamo parlando di frazioni eccezionali di tempo). Eppure, da questo sacrificio nasce un sentire ben più profondo: dalla dedizione nasce la devozione e la concentrazione profonda diventa un tutt’uno con la preghiera più pura che sorge dal cuore. Elementare! Quando la testa si svuota per eccesso, al cuore viene tolto l’ostacolo principale. Si sente che è nella natura vera dell’anima adorare il Divino, che risponde. E se ciò vi sembra troppo poco passate pure ad altro articolo.

Il metodo antico, passivo, era lecito finché l’uomo era in possesso di una virtù edenica, originaria, sostanzialmente identica allo Spirito che si attendeva e permeava l’asceta. Ora, almeno per gli occidentali, ciò di solito porta a condizioni che si esprimono sotto il livello di veglia. Queste possono facilmente condurre a orge di visioni, come successe a rami laterali della Golden Dawn oppure, se si è fortunati, al sonno.

Il metodo moderno, attivo, è per l’uomo contemporaneo che ha subito una conversione delle forze che bollono sotto la desta coscienza, cioè libere come potenze d’animalità, esse insidiano e continuamente giungono a subordinare persino il suo “senso dell’io”. Per questo tipo d’uomo diventa urgente e necessaria una “presa diretta”: essa può provenire solo dal pensiero che in sé, è sovrasensibile. Virtualmente indipendente dai guasti…che non si vedono poiché fanno da padroni nella coscienza comune.

Poi il termine in sé (ekâgrata), come avevo scritto, può essere solo un termine e magari anche venire usato per indicare la capacità di “tenere” con intransigente attenzione l’oggetto della concentrazione, che non è mai solo oggetto ma movimento continuo di pensiero.

Per terminare la mia predica, ricordo il primo capoverso della prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione Interiore: “L’accordo del pensiero con la volontà è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima”. Se, con vivo pensiero, percorrete interamente questa semplice e breve meditazione, avrete accolto nell’anima (niente di meno che) tutto il percorso verso la realtà dello Spirito.

 

FRANCO GIOVI

L’ARCHETIPO- SETTEMBRE 2018

Anno XXIII n. 9

Settembre 2018

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San-Michele-pesa-le-anime

 

ANIME MERCENARIE

lupo luna

Humilis et inertis est tuta sectari: per alta virtus it.

«È da codardi e pigri cercar solo luoghi sicuri: la virtù procede per alti sentieri scoscesi».

Seneca, De providentia, V,11.

At ardua per quae vocamur et confragosa sunt” Quid enim? Plano aditur excelsum?

«Ma la via che dobbiamo intraprendere è dura e scoscesa? E che mai? Che si ascende forse alle vette passeggiando in pianura?». 

Seneca, De constantia, I, 2.

In questi giorni di soffocante afa, nei quali il sottoscritto – forzatamente nomade, e alla ricerca di un minimo di refrigerio – si chiedeva, vista la mancanza di virulente reazioni a quanto negli ultimi articoli, senza misurare le parole, aveva scritto contro tutta una serie di plateali tradimenti e degenerazioni dell’ambiente esoterico in generale, e in quello antroposofico e “scaligeropolitano” in particolare, appunto si chiedeva s’ei non avesse per caso sbagliato qualcosa, o s’ei nello scrivere non avesse, per avventura e disattenzione, mancato di chiarezza ed incisività. E, invece, no! Vi è stata una – per ora, solo una, ma speriamo in altre – animosa e agitata reazione, che potrei definire “notevole” per la sua natura particolare.

Mentre stavo quasi per finire queste peregrine note, e chiudere il presente, nuovo, articolaccio piuttosto “pepatino”, ecco che ricevo un messaggio da “qualcuno” il quale, esprimendosi in maniera non precisamente “urbana”, vomita addosso al povero Hugo tutta una serie di accuse, alle quali è necessario dare una adeguata risposta: perlomeno una preliminare e sommaria risposta, in attesa di un’altra, eventualmente più completa e soddisfacente. Ad Hugo, da costui viene rivolta tutta una serie di accuse, che il lupaccio cattivissimo ritiene profondamente ingiuste, oltre che essere espresse in termini volutamente offensivi e volgari, che risparmierò al candido lettore. Conciosiacosaché, egli ha deciso di aggiungere, a tale proposito, in apertura del presente articolo alcune doverose considerazioni.

Anzitutto, al povero Hugo viene rimproverato il fatto che il suo «ultimo articolo è un brutto attacco» all’Innominato, «oltre che ripetitivo», al punto tale che al suddetto accusatore il sottoscritto sembra quasi essere «ossessionato dalla sua figura». Gli viene rimproverato che il “brutto attacco” che Hugo avrebbe rivolto all’Innominato sarebbe, a suo dire, «veramente meschino per più motivi: il compiacimento nello sciorinare fatti che nessuno può controllare, il riprendere per l’ennesima volta frasi estrapolate da articoli sulla rivista [e qui il mio non proprio equanime e oggettivo critico allude ad una certa rivista esoterica] per comprovare la veridicità delle tue accuse, e la tua considerazione dei poveri beoti, truppa cammellata ingenua, anime belle ovvero utili idioti che saremmo noi tutti».

Costui si inganna ed erra grandemente. Il sottoscritto non è affatto “ossessionato” – glielo posso assicurare a cuor leggero – dalla figura dell’Innominato. Personalmente, io ritengo che “veramente meschine” siano semmai le cose che l’Innominato disse – in casa mia, e alla presenza di un’altra persona, la quale, se volesse, potrebbe benissimo confermare, penso, la veridicità delle mie affermazioni – parole che non lasciavano adito alcuno ad esser fraintese. Io, ci tengo a dirlo, non mi invento proprio nulla. Semmai mi trovo nella scomodissima situazione che il poeta risorgimentale Giuseppe Giusti descrive nella sua poesia Sant’Ambrogio, ove causticamente, sin dalle prime parole, così dice:

«Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco / Per que’ pochi scherzucci di dozzina, / E mi gabella per anti-tedesco / Perché metto le birbe alla berlina».

Solo che, nel caso specifico – parole ed azioni dell’Innominato – non si tratta affatto di “cosucce” di poco conto, da trattare “dozzinalmente scherzando”, bensì di cose molto gravi, che coinvolgono l’intera vita di una Comunità spirituale: della Comunità spirituale che amo, e non solo quella. Nel caso dell’Innominato, e delle sue male intraprese, non si tratta semplicemente di “metter le birbe alla berlina”, giuocando con forme sottili o mordaci d’ironia, come usa fare da secoli, celiando, nella Città del Fiore, bensì di “bollare a fuoco la menzogna”, come invita esplicitamente a fare Rudolf Steiner perché:

«La verità deve dominare fra gli uomini in tutte le loro relazioni. Soltanto grazie a questo dedicarsi alla verità potremo portare nel mondo ciò che ora vi manca. E sono venute le disgrazie proprio perché vi manca. Non vediamo forse dappertutto nel mondo agire la menzogna, e persino la tendenza, l’anelito alla menzogna? Nel mondo della politica viene forse ancora detta la verità? Nelle condizioni attuali certo no». 

Nella fattispecie, Rudolf Steiner usò parole di fuoco proprio nei confronti dello spirito di menzogna che “serpeggia” – è il proprio il caso di usare questa immagine – nelle comunità spirituali, e in quella antroposofica in particolare. Anzi, possiamo dire che oggi, più che un tempo, questa serpe velenosa dello spirito di menzogna circola, morde, e avvelena soprattutto negli ambienti antroposofici, e purtroppo da troppi anni vi è chi si sforza, serpentinamente strisciando, di introdurlo come un paralizzante mortale nella stessa Comunità Solare. Ecco cosa dice Rudolf Steiner – lo spazio mi costringe a riportare solo i tratti salienti, comunque decisivi – in Risposte della scienza dello spirito a problemi sociali e pedagogici, O.O. 192, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, pp. 254-257:

«Tutto testimonia per il senso del mondo attuale, tendente alla menzogna. Proprio qui, nell’àmbito della nostra Società, si dovette ricordare quanto sia necessario acquisire nel modo più completo il senso per la vera realtà. […] Proprio in movimenti come quello antroposofico si vede quanto si preferiscano coltivare gli antichi errori piuttosto che le nuove virtù. Scivolar via sulla verità in tal modo è qualcosa per cui si formò una speciale tendenza. Spesso era difficile, proprio nell’àmbito della Società Antroposofica, di immettere qualcosa che semplicemente consisteva nel chiamare menzogna la menzogna. Quando succedeva che nella Società si facessero avanti persone per dire qualcosa che non era vero, si aveva sempre la tendenza di scusarle, oppure di presentare la menzogna in modo che si potessero rilevare le buone intenzioni sotto il non vero.

Invece è proprio necessario di dire non vero al non vero. […]

Anche questi fatti devono venir considerati come un fenomeno storico; esso si manifesta nella circostanza che in un movimento, il quale vorrebbe lavorare secondo lo spirito, può venire coltivata al massimo anche la menzogna. È assolutamente necessario che da parte nostra venga oggi coltivato nel modo più rigido il senso per la verità. […] Oggi non si può chiamare menzogna la menzogna, anche se la menzogna appare in un posto del quale in astratto e in teoria si dice che ivi si cerca la verità. Sia che nascano in campo confessionale, sia in ambienti che cercano una concezione del mondo, oggi le menzogne, soprattutto quelle alle quali si possono contrapporre i fatti, devono venir bollate a fuoco, altrimenti non andremo avanti. Lo spirito di menzogna, lo spirito dell’inganno è infatti il peggior nemico del vero progresso spirituale».

La verità – è stato detto più volte – è di chi la cerca, di chi faticando, soffrendo, e duramente lottando, la conquista. Non è affatto cosa salutare, nella presente epoca di combattimento spirituale, immaginarsi che la verità arrivi all’uomo dal Cielo, calata col panierino dagli Angeli, mossi a compassione nei confronti della tremula pavidità, della inerzia, dell’accidia degli umani.

Non è affatto vero, che il sottoscritto “sciorini fatti che nessuno può controllare”, perché – posso su ciò rassicurare il mio inviso accusatore – sono fatti che è sin troppo facile trovare, e di conseguenza controllare e verificare, sol che li si vogliano ricercare. Ma è proprio questo che ai più – per pigrizia, comodità, opportunismo, e viltà – drammaticamente manca: il coraggio e la volontà di cercarli. Infatti, non solo io li ho cercati, e trovati, e verificati: altri, pure, lo hanno fatto indipendentemente da me, e una volta – per destino – incontratici, questi altri mi hanno fatto conoscere di quale peculiare natura fossero amicizie, relazioni, fatti, eventi vari, riguardanti l’Innominato, ai quali mai sarei arrivato con le mie sole forze. E, poi, vi sono stati, come detto nel mio precedente articolo, decisivi e preziosi “aiuti” del Cielo, luminosi e molteplici, di una natura particolare, sui quali è inutile farmi domande.

Posso assicurare il mio poco “urbano” critico, che non vi è in me affatto verun “compiacimento” nel riferire fatti e misfatti del suddetto Innominato: vi è solo immenso dolore nel vedere come da parte di chi, in tempi lontani ritenevo, malgrado le polemiche che ci opponevano a vicenda, essere un fedele alla Via, e un amico, venga vilmente tradita una Via luminosa come la Scienza dello Spirito; dolore nel vedere calunniata e infangata la figura spirituale di Massimo Scaligero, che alla Via Solare ha dedicato tutta intera la sua non facile vita. Ho, forse, aspettato sin troppo tempo – decenni, purtroppo, di scontri e polemiche – prima di decidermi a lacerare il velo di menzogne da costui sì abilmente intessuto.

Quanto, poi, al “riprendere per l’ennesima volta frasi estrapolate da articoli sulla rivista [qui si tratta nuovamente della rivista esoterica cui allude il mio aggressivo critico] per comprovare la veridicità delle accuse” da me rivolte all’anonimo redattore degli articoli iniziali di detta rivista, se mi mettessi davvero a commentare, rigo per rigo, quanto in essi viene scritto (e sarebbe facilissimo il farlo), se ne vedrebbero delle belle, e la situazione che ne risulterebbe sarebbe ben peggiore e più drammatica di quella che attualmente, “moderandomi” alquanto, nei miei articoli più “pepati” descrivo. Per paradossale che ciò possa sembrare, quel cattivissimo lupaccio di Hugo si sta “moderando”, e “limitando” alquanto, visto che ha tirato fuori meno dell’un per mille di quello che potrebbe mettere in evidenza, al fine di erudire il candido lettore. Ma la gente, si sa, è piuttosto pigrotta, e in verità son ben pochi quelli che si vanno a leggere tutti, e interamente, quegli intorcinati “articoli di fondo” dell’anonimo redattore. E, francamente, non mi interessa punto sapere, e verificare, se tale anonimo autore di quegli “articoli di fondo” sia o meno il nostro ineffabile Innominato: quel che in tali articoli vien detto per me basta e avanza per una diagnosi infausta!

Inoltre, “la considerazione dei poveri beoti, truppa cammellata ingenua, anime belle ovvero utili idioti che saremmo noi tutti”, non è quel che penso io, cosa senza importanza alcuna, bensì è proprio come gli abili manipolatori, gl’intelligentissimi e callidi “pupari”, senza darlo troppo a vedere, considerano, pensano e trattano coloro che ritengono essere, il target, ossia l’obbiettivo, e  l’oggetto preferenziale, delle loro molto interessate “cure”.

Infine, costui mi chiede: «Chi vi ha insignito del ruolo di unici fedeli in cattedra ad ammaestrare il gregge?». La risposta di questo lupaccio cattivissimo non può essere altro che Massimo Scaligero, quasi cinquanta anni fa, pose sulle sue spalle l’enorme peso di essere l’orientatore di una Comunità spirituale, consacrata – per volontà di Massimo Scaligero, e non di chi scrive – esclusivamente alla pratica interiore e alla Via del Pensiero, e tale schiacciante onere comporta, tra l’altro, quello di separare rigorosamente dalla Via del Pensiero ciò che a tale Via non appartiene, di difenderne la stellare purezza, di lottare contro tutto ciò che tale Via vorrebbe deviare dal prescritto percorso.

Inoltre, allorché Massimo Scaligero prima, nel luglio del 1971, e i discepoli di Rudolf Steiner e di Marie Steiner poi, nel novembre del 1985, mi accolsero nella Scuola Esoterica, presi, giurando ritualmente – come riconoscevo essere giusto e necessario, e come mi fu apertamente chiesto – davanti alla Potenza di Michele, l’impegno sacrale di difendere la Scienza dello Spirito, l’Essere Angelico Anthroposophia, la Via Solare, davanti al mondo con tutto il mio pensare, sentire, volere ed agire.

Questa sacra promessa fu da me rinnovata nell’ultimo incontro che nel 2013 con la mia amica e sorella d’armi spirituale Hella Wiesberger, ignobilmente calunniata a Roma da chi mai l’aveva neppure incontrata o conosciuta. E questo lupaccio cattivissimo, contrariamente a certi volatili da cortile, e “vermiciattili” di sua conoscenza, ha sempre voluto, e vuole tuttora essere, rigorosamente fedele alle promesse sacre e ai giuramenti fatti, senza riserve mentali, né accomodamenti di sorta. Non posso avere che disprezzo per una concezione della verità e dei giuramenti a “geometria variabile” di chi mi disse che ero solo un ingenuo, e che delle promesse e dei giuramenti da me fatti dovevo avere una “visione creativa”: come del resto il suo oltremodo disinvolto comportamento, in più occasioni, chiaramente mi dimostrò. E come mi dimostrò, altresì, più volte, pure l’Innominato col suo comportamento.

Mi ricordo come, nella seconda metà degli anni settanta del trascorso ultimo secolo, Massimo Scaligero proprio alla persona che pochi anni dopo doveva trattarmi da “ingenuo”, e da “sprovveduto”, per la mia volontà di essere fedele – ripeto: rigorosamente fedele – alla parola data, alle promesse e giuramenti, e per il mio non voler avere una «concezione creativa» di promesse e giuramenti, da me fatti sia a Massimo Scaligero, che agli amici del Lascito di Rudolf Steiner, che in me avevano voluto avere fiducia, levasse la pelle di dosso per aver inteso ella difendere una persona che, comportandosi male, aveva preso, ma poi non rispettato, un impegno nei confronti di Massimo Scaligero. Siccome ero presente alla scena, mi stupii non poco per il fatto di udire Massimo Scaligero citare addirittura un saggio di Julius Evola, saggio da lui apprezzato proprio per come questi stigmatizzava lo sfaldamento interiore, che sempre di più si va diffondendo in ogni àmbito: persino – e questo è gravissimo – nelle cerchie spirituali, “scaligeropolitana” compresa. Personalmente, non sono mai stato evoliano, ed ho persino avuto nei confronti di Julius Evola un rapporto molto polemico per come egli trattò ingiustamente Rudolf Steiner nelle sue varie opere, e per come, negli anni venti del secolo scorso, egli malissimo si comportò nei confronti di Arturo Reghini. Ma non posso non essere assolutamente d’accordo con Massimo Scaligero, e con quanto Evola scrisse in un articolo, La razza dell’uomo sfuggente, apparso prima sul giornale «Roma» il 3 febbraio 1951, e ripubblicato, poi, quindici anni dopo. nella raccolta di articoli e saggi L’arco e la clava,  edito presso Scheiwiller.

«[…] eliminando ogni principio di sovranità e di vera autorità e ogni ordinamento dall’alto, oggi fa riscontro in un numero rilevante di individui una «liberazione» che significa l’eliminazione di qualsiasi «forma» interna, di ogni carattere, di ogni drittura: in una parola, il declino o la carenza nel singolo di quel potere centrale pel quale abbiamo ricordato la suggestiva denominazione classica di egemonikon. Ciò, non solo nei riguardi puramente etici, ma nel campo stesso dei comportamenti più correnti, della psicologia individuale, della struttura esistenziale. Il risultato è il diffondersi di un tipo labile e informe – di quella che si può ben chiamare la razza dell’uomo sfuggente. […]

Il tipo di una simile razza non solo è insofferente per ogni disciplina interna, non solo aborre dal mettersi di fronte a sé stesso, ma è anche incapace di ogni serio impegno, di seguire una linea precisa, di dimostrare un carattere. In parte, egli non lo vuole; in parte, non lo può. Infatti, è interessante notare che tale labilità non è sempre quella che sia al servigio del proprio interesse privo di scrupoli, non é sempre quella di chi dice: «Non sono, questi, i tempi in cui ci si possa permettere il lusso di avere un carattere». No. In varî casi detto comportamento va perfino a danno delle persone in questione. 

Abbiamo detto che il fenomeno non riguarda solamente il campo morale. La labilità, l’evasività, l’allegra irresponsabilità, la disinvolta scorrettezza si dimostrano anche nelle banalità della vita di ogni giorno. Si promette una cosa – scrivere, telefonare, interessarsi di questo o di quello – e non lo si fa. Non si è puntuali. In certi casi più gravi la stessa memoria non viene risparmiata: ci si dimentica, si è distratti, si prova difficoltà a concentrarsi. Da specialisti è stata constatata, peraltro, la minor memoria delle nuove generazioni, fenomeno che si è cercato di spiegare con varie ragioni peregrine e adiacenti, mentre la vera causa e da vedersi nell’accennata modificazione del clima generale che sembra portare fino ad una vera e propria alterazione strutturale psichica. E se si ricorda ciò che acutamente ha scritto il Weininger sulle relazioni fra eticità, logica e memoria sul significato della memoria su un piano superiore, non semplicemente psicologico (la memoria ha strette relazioni con l’unità della personalità, col suo resistere alla dispersione nel tempo, al flusso della durata: ha dunque anche un valore etico e ontologico: non per nulla un particolare rafforzamento della memoria ha fatto parte di discipline di alta ascesi, ad esempio nel buddhismo), si possono comprendere  le più profonde implicazioni di tale fenomeno.

In più, allo stile dell’uomo della razza sfuggente è naturalmente proprio il mentire, spesso il mentire gratuitamente, senza nemmeno un vero scopo; da qui un suo tratto specificamente «feminile». E se a qualcuno di tale razza si rinfaccia un simile comportamento, egli o si stupisce, tanto lo trova naturale, ovvero si sente urtato, reagisce con una insofferenza quasi isterica. Non si vuole essere «seccati». Nella cerchia delle proprie relazioni ognuno potrà constatare facilmente questa specie di nevrosi, solo che vi presti un po’ di attenzione. E si potrà anche rilevare come molte persone che ieri ci si illudeva di conoscere come amici e come uomini aventi una certa tenuta interna, oggi,dopo la guerra, sono irriconoscibili». 

Mai parole furono, purtroppo, più appropriate per descrivere la mancanza di «tenuta interiore», di correttezza, di affidabilità dell’Innominato, e dell’altra sopracitata persona, alle quali è propria una cotale «concezione creativa» della verità a “geometria variabile”, un comportamento oltremodo disinvolto di fronte a promesse sacre e giuramenti! Che dire? Che ciò buon pro’ loro faccia!

Comunque, non è certo a chi mi ingiuria che io voglio, né tampoco devo, rendere conto delle mie azioni. A parte le leggi dello Stato, che come tutti sono tenuto ad osservare puntualmente, le uniche “leggi” che io venero, e rispetto, sono la volontà del Cielo, e la voce della mia coscienza che parlano, nel mio cuore, nel silenzio delle passioni sedate. Non rispondo certo delle mie azioni a chi – “cristianissimamente”, s’intende – m’ingiuria con frasi da taverna e da bordello, le quali non sporcano la mia coscienza, ma solo la bocca di chi le pronuncia.

Il mio critico afferma che quanto scrivo sia solo “spandere puro veleno”. No, non dispiaccia al mio ingiuriatore, quel che disvelo in articoli, che interiormente molto mi costano, è solo una serie di scomode verità di fronte alle quali la volontà di autoillusione di molti “scaligeropolitani” vuole chiudere vilmente gli occhi. Ma la verità, come un ferro incandescente su una ferita aperta e infetta, brucia, ed è dolorosa, ma risana. Veleno sono, invece, le suadenti, illudenti, e narcotizzanti menzogne, che vengono propinate dagli abili “pupari”. Se sapesse il mio critico ingiuriatore quanto veleno per decenni l’Innominato ha voluto spandere, e fatto spandere, su questo cattivissimo lupaccio! Oltre al veleno che sullo stesso Massimo Scaligero, e su chi gli era fedele amico, egli ha voluto spandere: suo ipsissimo ex ore hoc auribus meis audivi

Ma è ora che quel cattivissimo lupaccio di Hugo, torni al suo articolo, interrotto dalle precedenti polemiche considerazioni.

***

Nell’oltremodo vario mondo di coloro che, ad altrettanto vario titolo, operano nel milieu dell’esoterismo in generale, e in quello italico in particolare, vi è tutta una mala genìa di individui dalle intenzioni tutt’altro che limpide ed encomiabili, individui che ormai da troppo tempo operano altresì con mezzi e metodi non proprio commendevoli. Abbiamo avuto modo di vedere – e lo si è fatto esplicitamente notare su questo coraggioso blog – come nelle Comunità spirituali autentiche si “insinuino” tutta una serie d’individui, i quali non operano, in libertà e per amore, come dovrebbe essere, “sposando” le finalità della Comunità spirituale, ma, appunto, altre: siano esse dichiarate o meno.

Pare, davvero, che la spiritualità in molti – invece di incitare al superamento dei propri limiti, e alla radicale trasmutazione di se stessi – ecciti i più bassi istinti e li spinga ad una egoica autoaffermazione, il che è l’autentico naufragio di ogni impresa spirituale. Perché non vi sono soltanto gli “insinuanti”, mascherati o meno, che cercano di penetrare dall’esterno nelle varie Comunità spirituali, per manipolarle ai lor propri scopi – che talvolta sono i precipui scopi dei “pupari” che stanno dietro le quinte e che come burattini li manovrano – per deviarle dall’originario sentiero prescritto, per “configurarle” abilmente attraverso l’operare surrettizio di “programmi” ben celati – come se questi fossero telematici virus, o malware, o trojan horse – veri “cavalli di Troia”, che penetrano nella “cittadella”, per indebolirla, danneggiarla, deviarla, o addirittura per distruggerla. In sostanza, questo è quel “trasbordo ideologico inavvertito”, tante volte messo in evidenza su Ecoantroposophia: messa in evidenza che non è affatto piaciuta a chi faceva di cotale occulta “inavvertenza” la condizione necessaria per attuare propria strategia di “ideologico trasbordo”.

Non vi sono, dicevo, soltanto gli “insinuanti”, vi sono anche – e la cosa è ben più grave – i “decaduti”, ossia coloro che, pur avendo inizialmente risposto sinceramente alla “chiamata” dello Spirito, hanno poi rinunciato all’impresa spirituale, e sono precipitati dall’altezza raggiunta giù nel fango della profana volgarità, nel letame della putrescente mondanità. Questi sono i peggiori nemici – i più infidi e insidiosi – delle Comunità spirituali, e in particolare della Comunità Solare, ossia di quella Comunità alla quale Massimo Scaligero ha consacrato l’intera sua vita per la resurrezione della Scienza dello Spirito, della Via Solare, per il ritrovamento del “filo aureo” della Via del Pensiero Vivente, dopo lo sfaldamento vergognoso, e i ripetuti, innumerevoli, tradimenti avvenuti nella e da parte della Società Antroposofica.

A rigor di termini, gli “insinuanti”, siano essi volgari “mercanti di birra e venditori di trippa”, o “comancheros” e “pupari” – pur essendo essi tutti avversari e nemici temibili – non sono dei “decaduti” o dei “traditori”, perché, loro, almeno, sono stati sempre dall’altra parte della barricata: ossia non sono mai stati dalla parte dello Spirito, di quello autentico perlomeno. Per tradire lo Spirito – affermava Massimo Scaligero – bisogna esser stati collegati con lo Spirito, bisogna esser stati schierati dalla parte dello Spirito, ossia è necessario averlo scelto, ed esserne stati per del tempo nutriti, risanati, rafforzati, e almeno in parte “trasformati”: il che evidentemente non è affatto il caso dei “mercanti di birra e venditori di trippa”, o dei “comancheros”, o, infine, degli intelligentissimi “pupari”, delle “eminenze grigie” manovranti da dietro le quinte uomini e situazioni. Ma questo non esclude affatto – e se ne constatano, purtroppo, concretamente molteplici esempi – rapporti intensi, e “fruttuosi”, tra “decaduti” e “insinuanti”. È tutt’altro che raro che si verifichino quegl’intrecci e quegl’intrighi, che nel mal costume politicante invalso nella Terra d’Ausonia vengono chiamati, con rozza parola, “inciuci”.

Decisamente più grave – per la Comunità spirituale – è il caso di chi, appunto, sia stato “connesso”, in una forma o nell’altra, con l’autentico Spirituale, ed abbia poi voltato ad esso le spalle. Per usare l’espressione dello scrittore dell’Apocalisse, essi “hanno tradito il loro primo amore”, e compiuto un vero e proprio “adulterio”, congiungendosi in lussurioso amplesso con la “prostituta di Babilonia”. Invero, è cosa vilissima – veramente turpe – voltar le spalle alla celeste Iside, all’amore della Dea Divina Sapienza, alla Sua abbagliante bellezza, per gettarsi tra le braccia di una “cortigiana”, di una elegante escort (come vengono oggi chiamate le “cortigiane” d’alto bordo, frequentanti gli ambienti della politica o del potere economico, e persino di quello sedicente religioso), o di una peripatetica “professionista” di strada, che offrono sozzi favori e prestazioni mercenarie.

Taluni di coloro che all’impresa eroica hanno sì vilmente “rinunciato”, vengono affetti – o, più esattamente, vengono infetti – da una sorta di “nihilismo esoterico”: per una specie di rivalsa, o di “invidia metafisica”, ciò ch’essi non hanno realizzato altri non devono realizzare!  Ciò ch’essi non hanno saputo o potuto realizzare – e non lo hanno saputo o potuto realizzare, proprio perché in realtà non lo hanno voluto realizzare: vilissimamente vi hanno rinunciato, avendo essi scelto l’apparente comodità della “via egoica”, invece dell’ardua, e scomoda, “via eroica” – non è opportuno, ai loro occhi, che “altri” realizzino. È “scandaloso” che coloro i quali al loro “intelligentissimo” e “perspicace” sguardo appaiono magari meno “dotati”, meno “cólti”, forse, sempre ai loro occhi, persino meno “intelligenti”, ossia che non sono, come loro, scaltri, moralmente cinici e spregiudicati, bensì di animo semplice e di cuore puro, vadano sino in fondo alla Via, che risolutamente la percorrano, e riescano là dove essi, gli “intelligenti”, non hanno voluto – per insufficienza di consacrazione e di dedizione – riuscire. Non è opportuno che costoro – i semplici, i fedeli, i puri di cuore, i coraggiosi, che sono i veri “forti” – realizzino quell’impresa spirituale, alla quale, invece, essi – i cólti e callidi “decaduti” – hanno voltato pavidamente le spalle: ciò suonerebbe a loro perenne e cocente rimprovero, suscitando scomodi ripensamenti e amari rimorsi, che essi con ogni mezzo, con potenti narcotici animici, nella loro anima hanno ridotto, soffocandoli, al silenzio.

Un antico insegnamento rivela che il Cielo non sceglie affatto i più capaci, i più “dotati”, ossia i più intelligenti, i più abili, i più astuti. Rende, invece, più capaci e “dotati” quelli che sceglie: ossia dona intelligenza, sapienza, abilità, sguardo acuto, veggenza, a coloro che sono “affidabili”: ai fedeli, ai puri di cuore, ai perseveranti, ai generosi, ai risoluti, ai consacrati. Ciò mal si concilia con la “filosofia” e le “strategie” sia degli “insinuanti” che dei “decaduti”.

Naturalmente – c’è bisogno di dirlo? – essendo tutti “intelligentissimi”, “abili” e “cólti”, e avendo ricavato dalla Scienza dello Spirito un certo potere mentale, o psichico, i “decaduti” sono capaci di molta dialettica per giustificare la loro posizione: per mascherare il loro aver voltato le spalle all’impresa eroica, addirittura per fare apparire il loro “adulterio” spirituale – perché questo in sostanza è il loro abbandonare il “primo amore” per le ambigue grazie di una “cortigiana” – non come un volgare tradimento, bensì come un mirabil “progresso”, un necessario “aggiornamento” di una Via – quella indicata da Massimo Scaligero –  in alcuni momenti, apertamente dichiarata essere ai loro occhi “incompleta”, e ormai “sorpassata”, “superata”, Via che non è ‘up-to-date’, come dicono gli anglofoni, e quindi, a loro dire, bisognosa di essere “aggiornata”, “adeguata ai tempi”, “messa al passo” rispetto alle nuove esigenze che via via si manifestano. Gran copia di dialettica viene messa in atto per “convincere” altrui della grande bontà della loro novella “scelta”, e di come sarebbe “doveroso” per coloro ai quali essi si rivolgono di “convincersi”, e di seguirli con entusiastico zelo.

Come mi fu detto da “qualcuno”, cui facevo presente che il Rito della meditazione in comune – Rito assolutamente adialettico, austero, ieratico, silente, senza il “condimento” di inutili commenti e di “intelligenti” ed “erudite” discussioni – non era affatto una mia invenzione, cosa di cui quella persona, mentendo spudoratamente, mi accusava, ma era proprio il Rito che Massimo Scaligero mi aveva trasmesso, affinché fosse praticato nella cerchia di amici della mia città, e che ne avevo le testimonianze scritte da parte del Maestro – come mi fu detto, ripeto, da quella persona, alla quale ricordavo come una volta ella fosse stata presente ad una tale “trasmissione”: «Prima c’era Massimo Scaligero: ora i tempi son cambiati». E ricordo il commento mordace di Alfredo Rubino, il più fedele discepolo di Massimo Scaligero, e per questo il più aggredito dai “decaduti”: «Sì, facciamo come la chiesa cattolica: adeguiamoci ai tempi!».

Il tradire, peraltro, non è il cadere nel percorrere la Via: ciò è ampiamente previsto, ed è addirittura necessario ed “educativo”. Personalmente, ho perso il conto delle innumerevoli volte che io son miserrimamente caduto. Un discepolo che affermi, ch’ei non cadrà mai nel percorrere il Sentiero occulto della Iniziazione, è uno sciocco avventato che – come direbbe la nostra Savitri – non ha capito un tubero, e la vita s’incaricherà di farlo velocemente ricredere e, attraverso dolorose esperienze, renderlo più saggio, e soprattutto molto più accorto. L’autoconoscenza è sempre, e per tutti, un severo capitolo della vita interiore, del quale non può mai fare a meno chi s’impegna nell’irto cammino della Iniziazione.

Il tradire non è, dunque, il cadere, bensì una volta caduti, il mettersi a strisciare, come serpenti, o come – direbbe il terribilissimo Arturo Reghini – un “vermiciattile”, e pur con forbita dialettica “giustificare” non la caduta, ma lo strisciare, il non volersi rialzare, il rinunciare a riprendere la lotta, il voltare le spalle alla mèta. Ma ai “decaduti” lo strisciare, il voltar le spalle alla mèta, il giustificar dialetticamente la rinuncia alla lotta, non pare esser sufficiente: ad essi è “necessario” trascinare in basso, al proprio fangoso e liquamoso livello, quegli audaci che – pur con i loro inevitabili difettoni – temerariamente vogliono risolutamente continuare a combattere per quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’«Eccelsa Mèta». I “decaduti” vorrebbero che quei combattenti cessassero di battagliare, e facessero loro compagnia nell’immondo strisciare. Davvero gran brutta gente!

“Insinuanti” e “decaduti” son anime mercenarie, ovvero –  come si esprime causticamente il mio terribilissimo amico C., che ama usar le metafore da Far West – sono “pistole in vendita”. “Mercenari” che non è affatto il caso di idealizzare, come nell’andazzo deprecabile di certa cinematografia. Le “anime mercenarie” delle quali stiamo parlando non sono dei generosi, e non sono affatto dei coraggiosi. Ambedue le categorie sono composte da quei pavidi che hanno evitato di affrontare – appunto per cosciente o soffocata paura – o hanno rinunciato ad affrontare l’esperienza concreta dello Spirituale.

Queste “anime mercenarie” – siano esse i “decaduti” che hanno voltato le spalle allo Spirito, siano esse quelle dei “mercanti”, dei comancheros, dei “pupari”, dei quali abbiamo avuto occasione di discorrere – talvolta offrono degli “spettacoli” veramente poco edificanti. “Spettacoli” – perché di ciò, invero, si tratta – che non saprei dire se siano più lacrimevoli o più comici. In effetti, si passa con una certa disinvoltura dalla tragedia alla commedia. Uno pensa di andare a teatro a vedere una tragedia di Sofocle e, invece, direbbe il mio ineffabile amico C., si ritrova di fronte ad una commedia napoletana di Eduardo Scarpetta.

Abbiam potuto vedere, con notevole stupore, ad esempio, e persino “caricati” su Youtube, gl’interventi di una serie di relatori ad un “convegno” tenutosi nel settembre del 2013 in una regione dell’Alta Italia, interventi da parte dei più “spregiudicati” – sempre in senso morale, e non conoscitivo – manipolatori e “mercanti” dell’occulto. In tale “convegno”, salivano alla “ribalta del palcoscenico” una serie di personaggi, maestri della plot theory, dell’intramontabile “teoria del complotto”, e sciorinavano con una stupefacente superficialità tutta una serie di discorsi su “religione”, “massoneria”, “esoterismo”, “occultismo”, e da costoro sommessamente si parlava di grandi ed imminenti pericoli per il “futuro dell’umanità”. Ma non è il caso che il lettore si allarmi eccessivamente per quei discorsi: si trattava, appunto di uno “spettacolo”, di un “divertissement”, di un divertente – nel senso etimologico e pascaliano del termine – “intrattenimento”, messo in atto per “dis-trarre” gl’ingenui e gli sprovveduti dai veri e ben più gravi problemi.

Il cercatore spirituale si deve preoccupare, e molto, ma non certo per quei discorsi, che hanno solo lo scopo di gettare polvere negli occhi degli sprovveduti, di fare provar loro qualche innocente brivido, e disorientare un pubblico avido di emozioni, di novità (che poi son sempre le stesse), e di mediocrità. Semmai è gravissimo – realmente gravissimo –, e lo riportiamo unicamente come sintomo emblematico di una situazione sempre più diffusa, che una persona che, in passato, ha avuto modo di conoscere la Scienza dello Spirito, e che ha avuto modo persino di conoscere personalmente Massimo Scaligero, sia andato a mescolarsi con quei vecchi “arnesi” dello spettacolarismo esoterico, con autentici “mercanti dell’occulto”, abbondantemente intrallazzati, loro sì, con oscuri poteri, ed abbia dato, egli pure, il triste spettacolo di degradare la Celeste Sapienza a chiacchiere da talk-show, e finire col far leggere ad uno dei suddetti “arnesi” uno dei mantram più sacri della Scienza dello Spirito, tra i sorrisi ironici e i commenti beffardi degli scafatissimi e irridenti presenti. Scrivo queste righe – e il lettore può credermi – con profonda tristezza.

Mette tristezza – e legittimamente allarma – venire a sapere che un’altra persona, ispiratrice e mandante del suddetto “convegnante”, e anch’essa conoscitrice della Scienza dello Spirito, nonché frequentatrice di Massimo Scaligero, e moltissimo intrallazzata, abbia partecipato in una località laziale ad un incontro – me lo raccontò lui stesso, rivendicandone la pretesa bontà della discutibile operazione – con persone davvero singolari: un nobilastro del luogo, un rappresentante dello “spettacolarismo esoterico”, ammanicato esplicitamente con intelligenti servizi e logge massoniche deviate, un rappresentante della malavita campana, un eminente prelato d’Oltretevere. Oggetto di un sì singolare incontro era mediare, da parte sua, il “mercatare” – come avrebbero detto nel nostro Rinascimento – alcuni originali scritti di Rudolf Steiner, finiti per essere acquistati, infine, ad alto prezzo ovviamente, dall’eminente prelato.

Non stupisce ormai più, ma mette comunque tristezza, vedere come vi sia chi sostenga che «bisogna portare lo Spirito nella politica», ovvero, sia detto senza inutili infingimenti, «bisogna portare la politica nella Comunità Solare»,  contaminandola, e che a tal fine si rivolga proprio a quel sozzo politicantismo italiota, che sta rovinando il nostro bel Paese, e che ci si appoggi ad altro individuo che organizza lucrosi corsi – veri e propri master – di “spiritualità politica”, ossia di “politica spirituale”. E, leggendo quanto un cotale organizzatore di spiritualissimi, e costosi, master scrive nella propria scheda biografica, non si può non rimanere oltremodo perplessi nel venire a sapere ch’egli pure proviene da intelligentissimi servizi.

Bando a queste poco salutari illusioni: l’esoterismo, la Scienza dello Spirito – lo abbiamo detto altre volte – nulla, proprio nulla, devono avere a che fare con la politica! Su questo punto Massimo Scaligero fu esplicito sino alla più cruda chiarezza. E quando, nel passato, nella storia dell’esoterismo dei tempi passati, antichità compresa, vi furono tentativi, partoriti dalle generose illusioni di taluni, di mescolare politica ed esoterismo, vi furono vere e proprie tragedie. Esperienze assolutamente da non ripetere.

Abbiamo avuto modo di constatare, in tempi relativamente recenti, il tentativo da parte di individui – non certo “generosi”, e totalmente privi di ideali e di scrupoli di qualsiasi tipo –  di impadronirsi di antiche, e venerande Vie occulte, per utilizzarle per finalità politiche della peggior specie: solo accorte, pronte, azioni ad hoc, fecero fallire uno di quei torbidi tentativi, che se riuscito avrebbe avuto conseguenze ben gravi.

Altra mala intrapresa, in parte riuscita, fu il penetrare, mimetizzato, decenni fa, di una serie di elementi della “Miriam” kremmerziana nella gelliana loggia P2, ed eziandio d’impadronirsi della direzione di un potente Rito massonico  – il Rito Scozzese Antico Accettato del Grande Oriente d’Italia – per usare ai propri fini occulti, economici e politici il suddetto Rito massonico, che dispone di notevoli relazioni politiche, legami internazionali e di cospicui fondi finanziari: in proposito esistono eloquenti documenti probanti. “Anime mercenarie e pistole in vendita”, li definirebbe il mio ottimo amico C.

Abbiamo potuto vedere come, diversi anni fa, uno squallido arrampicatore sociale, e vecchio arnese della politica più problematica, che si era impadronito con abili maneggi di una parte (per fortuna non di tutta…) dell’antica, “filosofica”, Via orfico-pitagorica, abbia cercato di lucrare col tentare di venderla, ad una grande Obbedienza massonica italiana, in cambio della concessione e del finanziamento di una Agenzia di Assicurazioni in favore di suo figlio, ricevendone in cambio solo feroce sarcasmo e derisione. Ora costui cerca, fuori dalla Terra d’Ausonia, di diffondere e vendere quella antica Via, dopo averla imbastardita con le sozze dottrine e pratiche del Mago di Portici, Giuliano Kremmerz. Nella sua cinica e disinvolta spregiudicatezza morale, costui si è permesso persino di prendere un mio scritto sul Gruppo di Ur, apparso a suo tempo su Ecoantroposophia, e di pubblicarlo, tradotto in lingua lusitana, con grande scorrettezza, sul suo blog, naturalmente senza chiedere verun permesso. Ma anche costui è un bel rappresentante della viscida razza dell’uomo sfuggente,  della quale parlava lo scritto di Evola, per cui nessuna meraviglia!

Cotali “anime mercenarie”, che spesso e volentieri si autodefiniscono “pagani”, “ghibellini”, “anticlericali”, e quant’altro, in verità, non si peritano minimamente d’intessere cordiali e duraturi rapporti con dignitari vari della potenza d’Oltretevere. A volte si tratta di rapporti “operativi”, sia di tipo politico che esoterico. Per esempio, vi fu il caso di due personaggi, ai vertici della “Miriam” kremmerziana, i quali fondarono un “paganissimo” gruppo politico-esoterico, la cui rituaria, da loro definita “magica”, “pagana”“romana” venne fornita direttamente da dignitari della potenza straniera transtiberina, coi quali quei due personaggi avevano molteplici e cordiali rapporti. E lasciamo perdere le tragedie verificatesi in quella “magica” cerchia, i cui due ispiratori e fondatori – in osservanza alla Prammatica fodamentale del Mago di Portici – si guardavano bene dal praticare le ritualità “romane”, che facevano invece praticare ai loro fidenti seguaci con risultati disastrosi, e in alcuni casi addirittura tragici. Uno dei due, maestro di orientali arti marziali, era talmente “fervido” nel suo “paganesimo”, che ogni anno, il 21 aprile, per il Natale di Roma, faceva inginocchiare i suoi allievi, e li invitava ad inchinarsi verso la sede di tale potenza straniera, per rendere omaggio al «nostro legittimo Imperatore romano», e faceva allora il nome di colui che, trans Tiberim, abusivamente si è impadronito del “paganissimo” titolo di Pontifex Maximus. Ma perché stupirsi, se altrettanto fanno i vertici della Società Antroposofica in Italia, i quali son giunti a svendere le scuole Waldorf in Italia, e parte dell’agricoltura biodinamica, a tale potenza avversa, e se tali rapporti vengono “coltivati” persino da taluni in ambito “scaligeropolitano”?! Non stupisce più di tanto il fatto che l’Innominato sia stato in rapporti con quei due personaggi ispiratori, dei quali si parlava più sopra. Hai visto mai che si verifichi il caso che tutti e tre attingessero allora, o attingano ancora, alla stessa misteriosa “fonte” transtiberina? Chissà?!

In questa “mercatura”, in un mondo nel quale tutto si vende, e tutti – quasi tutti : non proprio tutti – si vendono, si è potuto assistere all’edificante (si fa per dire…) fenomeno di intellettuali (brutta razza questa!) che con eleganti “giri di valzer”, che prima, da giovani, erano ferocemente “pagan-celtico-germanici”, indi poscia, una volta laureati, e alla ricerca di una buona “sistemazione”, si “pentono” dei loro turbolenti trascorsi giovanili, sia politici che esoterici, e diventan “uomini di curia”, ai quali – dopo le “necessarie umiliazioni” e le “salutari penitenze” – si aprono prestigiose, e lucrose, carriere in statali facoltà universitarie: se ne sono potuti osservare vari casi piuttosto eloquenti.

Altri, dopo una scialba, e passabilmente scipita, grigia vita da gregari universitari, decidono di cogliere il kairòs, tardivamente loro pervenuto, ma da sempre fortemente agognato, il momento “giusto”, quello che offre l’opportunità di “emergere”, e di principiare una prestigiosa carriera di pontificio cattedratico universitario all’ombra della protettrice potenza avversa. Anche in questo caso, naturalmente, solo dopo le “necessarie umiliazioni” e le “salutari penitenze”, perché trattandosi di una bassa “mercatura”, vi è un prezzo da pagare. Ed una stretta “disciplina” da seguire al fine di evitare, in futuro, di “dare scandalo” con pubbliche devianze ereticali. Anche rispetto queste evenienze, abbiamo vari eloquenti esempi davanti agli occhi: “scaligeropolitani” compresi.

In taluni casi, prima di concedere cattedre e prebende, tra le “necessarie umiliazioni” e le “salutari penitenze”, per accertare la “sincerità” della recentissima “conversione”, e far sì che, bruciandosi, per così dire, i ponti alle spalle, si intraprenda un sentiero senza ritorno, la potenza avversa impone la “nobilissima” (si fa per dire…), e antichissima, pratica della delazione. Pratica questa inaugurata e ampiamente praticata da Agostino d’Ippona, nel IV secolo d. C., nei confronti di quei manichei, i quali dopo la “torquatura” da Agostino fatta eseguire dagli scherani del braccio secolare del Praefectus Africae«vix confessi sunt», ossia a malapena con la tortura furon costretti a confessare, e a convertirsi all’ortodossia. Agostino cristianissimamente pretese da loro la delazione di tutti i nomi dei manichei da essi conosciuti nell’africana provincia romana, e il dichiarare, e sottoscrivere, che se tale lista fosse risultata parzialmente errata, oppure anche solo reticente e incompleta, essi, i poveri manichei torturati, «si ritenevano colpevoli con le loro stesse parole».

Ebbene, in tempi storici recentissimi, abbiamo gran copia di esempi accertati anche in questo peculiarissimo campo, fulgidamente “morale”, senza bisogno alcuno di “torquatura”, di un molto meno drammatico “pentitismo” e di una più comoda, anzi piuttosto lucrosa,  “conversione”. Si può giungere addirittura alla mirabile evenienza che una tale “conversione sulla via di Damasco” apra una felice, e oltremodo gratificante, carriera culturale ed ecclesiale. Vi è davvero di che consolarsi, di che stare proprio allegri: molto allegri…

In taluni casi, è invero difficile stabilire se, come “decaduti”, essi abbiano tradito il lor “primo amore” per gettarsi tra le avvenenti (poco tali, a mio modo di vedere…) braccia di una “cortigiana”, oppure se siano essi stessi ad essersi “prostituiti”, offrendosi spregiudicatamente, in vista degl’indubbi vantaggi materiali di varia natura. Ma in fondo, il quesito è di pura curiosità accademica, passabilmente oziosa, perché all’atto pratico nulla cambia. Magari son vere ambedue le possibilità. E, forse, una volta di più, vale il principio ippocratico: similia cum similibus. Ovvero, come usa dire in Terra d’Etruria: “Chi si somiglia, si piglia”.

Dopo questa rapida, inevitabilmente molto sommaria, carrellata della poco consolante situazione della covata esoterica italiana in generale, e in più in particolare, purtroppo, anche “scaligeropolitana”, carrellata nella quale abbiamo potuto osservare come numerose siano le “anime mercenarie”, le “pistole in vendita”, le “anime cortigiane” disposte a vendere i propri corpi e le anime, per usare le colorite metafore del mio impetuoso amico C., vi sarebbe davvero di che giustificare il più nero pessimismo, se non vi fossero concrete prospettive  “diverse”: molto “diverse”. 

Massimo Scaligero ci affermava con forza che: «Noi siamo condannati a vincere, perché noi abbiamo il pensiero!». La conoscenza del vero e la volontà del giusto, e del bene possono tutto realizzare, possono essere “onnipotenti”, perché rinunciando alle velleità della egoica natura inferiore, esse si aprono alla travolgenza realizzatrice della forza sovraindividuale dello Spirito. Il coraggio, la dedizione consacrata dei pochi che si consacrano alla Via del Pensiero, alla pratica silenziosa e solitaria della Concentrazione, la consacrazione silenziosa, austera, sacrale, ieratica, di questi pochi che praticano l’ascesi individuale insieme ad altri “commilitoni” spirituali, “fratelli d’armi” nel lottare spirituale, nel praticare il Rito della meditazione in comune, secondo quanto trasmesso da Massimo Scaligero ad alcuni discepoli, da lui indicati come “orientatori” della Comunità spirituale: quella ch’egli chiamava la Comunità Solare.

Secondo quanto comunicò lo stesso Rudolf Steiner – per esempio ad Adelheid Petersen – la silente azione ascetica di un discepolo della Scienza dello Spirito, che si consacra alla Concentrazione, al meditare, al meditativo studio rosicruciano dei testi della Scienza dello Spirito, e l’azione rituale di coloro i quali, oltre alla pratica ascetica individuale solitaria, si votano, si consacrano, al Rito della meditazione in comune, può mutare moltissimo del destino di un popolo, può pareggiare moltissimo del karma del mondo. 

Si tratta di un segreto, celato, agire nel mondo delle cause, senza lasciarsi minimamente coinvolgere nella maya degli effetti del problematico mondo esteriore. Quindi senza insozzarsi con le trame di una qualsivoglia sporca politica (la politica pulita non esiste affatto…), senza compromissioni di sorta con ambienti e gerarchie confessionali, senza le vanità intellettualistiche con pretese culturali, senza finalità di tipo economico di sorta. 

L’azione occulta di un discepolo dell’Iniziazione, e a maggior ragione quella della Comunità Solare, sarà tanto più efficace, quanto più invisibile, celata, e, appunto, occulta: senza venire intralciata, e paralizzata, da improvvidi coinvolgimenti nella esteriorità sensibile, da compromissioni con elementi che nulla hanno, e nulla devono avere a che fare con la stellare purità della Sapienza Celeste, con la Scienza dello Spirito, con l’aurea Via del Pensiero. E questa è la certezza dei coraggiosi, dei consacrati al Rito della Concentrazione, dei votati al meditare secondo il canone trasmessoci da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. E questa è la mia certezza interiore, e la mia volontà d’azione.

CRISTO SALVEZZA DELL’UOMO

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(Per informazioni sul programma: mara.maccari@libero.it cell. 338.3878657)

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L’iniziativa dell’artista Mara Maccari è un bel tentativo di aprire un fiore d’Arte e Conoscenza in un tempo e in un panorama troppo avvolto da nebbie scure. Insomma essa accende una luce che non dovrebbe venir perduta e (sappiamo che) non andrà perduta. Le attività rivolte allo Spirito entrano benefiche nel mare animico in cui tutti ci troviamo e tutti ne beneficiamo poiché non sono limitate da spazio e tempo ma irraggiano con forza. Medicine quanto mai necessarie.

Ecoantroposophia