L’ARCHETIPO-AGOSTO 2020

Anno XXV n. 8

Agosto 2020

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Il-Ritorno

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Terzo Giorno – P. 1

Copgenesi

 

IL TERZO GIORNO

1. La via alla Terra.

Collegamento al Capitolo precedente

Fino allo stadio della blastula, l’embrione, come abbiamo visto, dapprima si sviluppa liberamente nella cavità del dotto ovarico, poi nell’utero. Ora però, sei giorni e mezzo dalla fecondazione, è giunto il momento nel quale la blastula maturata viene accolta nell’alveo dell’utero. Dapprima essa si fissa con il suo polo terrestre sulla mucosa. Dal polo terrestre crescono nelle profondità, delle terminazioni sottili, mobili; come radichette, con l’aiuto delle quali l’embrione lavora attivamente nella mucosa uterine (vedi Tavola III, fig. 1, poi figg 2 e 3) , fino a che non è completamente avvolto da essa.

TAVOLA III

Implantazione dell’embrione (liberamente, secondo LANGMAN). Fig. 1: la blastula penetra attivamente nella mucosa uterina (da sei a sette giorni dopo la fecondazione). Fig. 2: implantazione giunta alla metà del processo; il trofoblasto è cresciuto fortemente e si è differenziato nei citotrofoblasti generativi e i sinciziotrofoblasti, verosimilmente derivati da quelli, che entrano in rapporto con la mucosa materna. L’embrioblasto si è differenziato in ectoderma ed entoderma (7 giorni e mezzo dopo la fecondazione). Fig. 3: 9 giorni dopo la fecondazione. Implantazione praticamente completata; il coagulo di chiusura chiude le porte alla cavità uterina. Il frutto appiattitosi nel corso del processo d’implantazione diviene nuovamente sferico; il trofoblasto si è potentemente sviluppato. La cavità amniotica già visibile nella Fig. 2 è divenuta più grande e attorno al blastocele si è formata la membrana di HAUSER; perifericamente rispetto a questa sorge il coelom estraembrionale, la cavità corporea posta al di fuori dell’embrione vero e proprio. Il punto, indicato dalla freccetta sotto la Fig. 3, mostra l’effettiva grandezza dell’uovo (embrione e trofoblasto), che è disegnato nella Fig. 3.

All’interno di questa Terra materna l’embrione umano ora può svilupparsi, fino a che esso non è abbastanza forte da venir abbandonato alle forze della Terra esteriore. Anche la Terra esteriore un tempo era diversa. Anch’essa si è evoluta: da una sostanzialità più sottile sulla sua superficie è divenuta «pesante» e dura come una roccia. Secondo la Genesi, anche la Terra una volta fu un campo di forze immateriali, come la «Terra» del giovane embrione umano, giacché la Genesi descrive ambedue le evoluzioni: quella umana e quella della Terra. Questo processo di condensazione che la Terra poté compiere nel corso di miliardi di anni, il corpo umano ora, in una certa maniera, deve eseguirlo durante il suo sviluppo embrionale. Così lo sviluppo embrionale è una sorta di evoluzione cosmica svolgentesi in tempo breve. E allorché le ossa del corpo in formazione cominciano a solidificarsi, allora quest’ultimo si è conformato ed è maturo per la nascita. L’uomo si sviluppa per la Terra. Il suo corpo viene plasmato per la vita sulla Terra, riceve delle ossa ed un corrispondente peso. A tal fine lo aiutano le forze terrestri. Finora noi conosciamo l’elemento della Terra, ha-haretz, soltanto come ciò che è vivente-attivo nell’interno e sta di fronte alle forze del Cielo, ha-schamajim, che tendono verso l’esterno. Ciò porta, in relazione all’elemento sostanziale che va costituendosi sempre di più alla maniera di concepire, che ha-schamajim operi maggiormente all’assottigliamento ed alla volatilizzazione, ha-haretz invece alla condensazione e all’indurimento: che con ha-schamajim l’elemento sostanziale tenda dal centro verso la periferia, che con ha-haretz invece la sostanza si condensi nel corpo dell’embrione. Nella relazione dinamica di esterno ed interno abbiamo trovato la Terra dentro. Ma dopo che, nel secondo giorno della Creazione, le forze del Cielo, come espressione di un nuovo atto di Creazione, si sono immerse nell’elemento fluido, sorse nello spazio della Terra il  «sopra» e il «sotto». Nella regione inferiore ora presagiamo la Terra. Con ciò è stato fatto pure il primo passo nella gravità. La Terra non è più unicamente un elemento che si attiva in maniera vivente nell’interno; d’ora in avanti al concetto Terra inerisce anche quello della gravità. E d’altro canto, nel concetto Cielo penetra ciò che possiamo caratterizzare come ciò-che-tende-verso-l’alto.

Con l’immergersi della blastula nell’utero abbiamo un’immagine su come ora l’embrione si ponga nella sfera delle forze di questa nuova Terra sottoposta alla gravità. Tuttavia ora il suo successivo essere umano dipenderà proprio dal fatto che esso superi sin dal principio questa gravità. Che esso riesca a farlo, lo vediamo per esempio nel fatto che l’embrioblasto, che appunto rappresenta il polo gravitazionale, rimanga ancora costantemente incluso nella sfera del trofoblasto. Avviene diversamente nel caso della scimmia. Anche la scimmia (macacus) ha una bellissima blastula (vedi Fig. 6), ma la differenza morfologica tra trofoblasto ed embrioblasto è già grandissima, quest’ultimo appare goffo e pesante nei confronti del primo che invece appare delicato, quasi come un’esilissima parete (überdünnwandig).

Nel caso dell’uomo, sia l’embrioblasto come i suoi successivi stadi di sviluppo rimangono molto più pervasi dalle forze delle sfere celesti, che superano la gravità. Con ciò viene toccata una differenza essenziale, affatto generale, tra l’uomo e l’animale. Attraverso tutta la sua struttura, l’animale è molto più fortemente legato alla Terra che non l’uomo, il quale conquista il suo esser umano proprio attraverso la facoltà di stare eretto, attraverso il superamento della gravità. Per la verità, anche una scimmia può talvolta stare eretta, ma questo è sempre un ergersi esteriore, giacché il corpo della scimmia è organizzato per la gravità. Allorché l’uomo si erge eretto, questo stare eretto corrisponde alla sua organizzazione. Per lui la stazione eretta non è niente di esteriore, bensì qualcosa di profondamente fondato nel suo essere. Accanto alle forze della gravità, sono quelle della stazione eretta le plasmatrici del suo corpo. Perciò in lui il principio della stazione eretta è all’interno di tutti gli organi, e ciò si lascia dimostrare addirittura sin nella fine struttura di essi¹. Ergersi eretto non significa sottrarsi alle forze della Terra. Significa non farsi sopraffare dalle forze della Terra, ricercare nel corpo terrestremente pesante le forze del Cielo e farle essere presenti. Il poter fare ciò necessita di una speciale organizzazione.

Fare questo è una faccenda che riguarda la personalità umana.

Nel momento in cui ora le forze della Terra cominciano ad essere attive in maniera vera e propria nell’embrione, vediamo le forze del Cielo sviluppare ora più che mai la loro attività. L’embrione vive tra le forze della Terra e quelle del Cielo.


¹Vedi RUDOLF STEINER: per esempio in Scienza dello Spirito e medicina, ciclo di conferenze per medici e studenti di medicina, tenuto a Dornach nel 1920, Editrice Antroposofica O.O.98-99.

(Continua)

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NEL SILENZIO IN CUI LA VOLONTA’ E’ CALORE.

NOVATEK CAMERA

 

NELL’IMMENSO GELO : IL FUOCO CHE AVVAMPA

E’ UNA GOCCIA DEL CUORE DI LUCE

CHE MANIFESTA L’ARMONIA DEGLI ETERNI.

 

MENTRE NELLA STASI DEL GELO LE ANIME PERSE ESPRIMONO ODIO.

TENUE IL CALORE SI ANNUNCIA NEGLI AUREI BAGLIORI DEL CIELO.

 

E TALE INVINCIBILE LUCE CHE SORGE

SCATENA IL FURORE DI COLORO CHE VOLLERO IL MALE

NEL MARE GHIACCIATO DELL’OTTUSO SENTIRE SOLTANTO LE PIETRE.

 

L’ABOMINIO CHE MUORE PRONUNCIA SOLTANTO LAMENTI RIBELLI

VOLUTI LADDOVE ODIO E STRIDORE PERVADONO INTELLETTI OSCURATI.

 

OTTUSI INTELLETTI  NEL GELO MALEDICONO IL BENE

CHE PURE DESIDERANO ESISTA PER POTERLO AGGREDIRE.

 

UNA NUBE SI ESTENDE

-ARIDISSIMA-

PERMEATA DA UN FORTE VOLERE

IN CUI L’ELEVATO ED IL DEGNO APPAIONO DEPRECATI E IMPOSSIBILI.

 

INSENSATE POTENZE DELL’INCUBO

DENSISSIME

IMPONGONO PRESSANTI CERTEZZE

CHE SONO SOLTANTO POSSENTI SENSIBILITA’ CEREBRALI

NUOVE E PLAUSIBILI E FALSE

APPARSE DAL NULLA.

VOLUTE LADDOVE IL FARNETICANTE DISPREZZO E’ ABITATO DA ENTI DEL MALE.

 

NEI DECADUTI IL PENSARE SI FONDA SU PRESUPPOSTI SUBITI

CHE -QUALI GORGHI CHE PRECEDONO IL RIFLETTERE- INDIRIZZANO E MANOVRANO OPINIONI ED AZIONI.

 

UNA FORMA MENTALE SINISTRA E’ UNA FORZA FORMANTE DENSA ED OSCURA

CHE RICONDUCE  -OSSESSIVA- AI VELENI DA CUI SCATURISCE

E CHE E’ OBBLIGATA AD INSERIRE NEL MONDO.

 

IL SOGGETTO SPESSO E’ PASSIVAMENTE ASSOPITO DINANZI AL PROPRIO VELENO

E TENDE A RIFLETTERE COME PAROLA IDEOLOGICA QUANTO HA INABISSATO IL PROPRIO INTERIORE SENTIRE CIO’ CHE CONSIDERA VERO E CREDIBILE.

 

INCONCEPIBILE RISULTA LA POSSIBILITA’CHE UN MONDO PIU’ ALTO

POSSA ISPIRARE PENSIERI SENTIMENTI E AZIONI VERSO UN VALORE VIVENTE

CHE ABBIA I CARATTERI DELLA SOVRUMANITA’.

 

EPPURE SI AMMETTE CHE DA UN IPOTETICO NULLA SORGANO I PENSIERI E LE IDEOLOGIE LIBERAMENTE CONCEPITE E CONDIVISE PURCHE’ APPARTENENTI

AD UN MALIGNO ODIARE GLI AVVERSARI.

 

SI ADORA UN MALE CONDIVISO CHE NON AMMETTE ERETICI

DEI QUALI PERO’ NECESSITA PER POTERSI ESPRIMERE.

 

E’ L’ETERNA DUALITA’ DEGLI INFERI

CHE HA COME COROLLARIO IMPRESCIDIBILE LA CONTINUITA’ NELLA MENZOGNA.

 

TALE ESECRABILE  FOLLIA E’ UNA POTENZA MALATA CHE ATTENDE LA SUA CURA.

 

SPLENDE DI MERAVIGLIA L’ALTA ESSENZA DI VERITA’ OVE L’IDEA NE SFIORA L’ALBEGGIARE.

 

POTERE UNITIVO DELL’INTELLIGENZA CHE MANTIENE COLLEGATI FRA LORO I CONCETTI RICORDATI MENTRE LI CONTEMPLA :

OTTIENE L’IMPOSSIBILE VIRTU’ DI CONSUMARE IL MALE CHE

-CONTRASTANDO QUALE OSTACOLO L’ATTO DEL NITIDO RICORDO-

E’ OBBLIGATO A MOSTRARE LA CONTORTA POTENZA AVVERSANTE CHE LO GENERA.

 

A TALI LIVELLI IN CUI L’ASCESI DEL PENSIERO CONTEMPLA LA SINTESI DEI CONCETTI RICORDATI :

OGNI OSTACOLO,OGNI OPPOSIZIONE,OGNI ENERGIA NEGANTE,OGNI FISICIZZAZIONE,OGNI DISTRAZIONE E’ LA VESTE (ALTRIMENTI INAVVERTITA E INCONCEPIBILE) DI ALCUNI DEI MALI OPERATIVI CHE INFESTANO IL MONDO E CHE INFETTANO LE OPINIONI DEGLI UOMINI E LE AZIONI MALIGNE CHE NE DERIVANO.

 

LA VERITA’ QUALE ESSENZA OPERATIVA NEL VIVENTE : DISSOLVE O CONSUMA IL MALE E LA MENZOGNA.

 

NEGLI INDIVIDUI E NEL MONDO.

 

FOLGORE DELL’IMPOSSIBILE RISORGERE.

 

FOLGORE CHE –STRUTTURATA DI VOLONTA’- GIUNGE FRA LE VETTE

OVE OPERA IL RESPIRO OCCULTO CHE REDIME.

 

FRA LE VETTE :

OVE GIUNGE IL GRAN SILENZIO A CONSUMARE I NODI DELLA RABBIA.

OVE NELL’IMPOSSIBILE QUIETE POSSONO OPERARE GLI ENTI DEL REINNALZARE.

OVE INFINE NELL’INTENSO E PROLUNGATO CONTEMPLARE :

PUO’ DISPIEGARSI IL CELESTE MANTO DELLE ANIME LACERATE CHE INIZIANO A RIGENERARSI.

 

INAVVERTITO IL VALORE DEL SOLENNE VOLTO SOLARE

PERMEA GLI ATTIMI IN CUI L’UMANO TROPPO UMANO BLATERARE : TACE.

 

L’ETERNITA’ PUO’ IRRAGGIARE LA FIGURA INTERIORE DEI MOLTI

CHE ORA LA NEGANO CON MINORE CONVINZIONE

POICHE’ LE CEREBRALITA’ STUPITE SONO ASSEDIATE DAL SILENZIO.

 

ORO DEL SILENZIO NEL GRAN RESPIRO DEL SIGNORE DELLE FOLGORI.

 

OVE L’ASCESI GIUNGE A CONSACRARE.

 

CROLLANO I PRESUPPOSTI DELL’IMMENSO GELO

MENTRE SI IMPRIMONO E SI ESTENDONO I SEMI DELL’INVITTO ORO.

 

NEL CALORE IMMATERIALE LIBERAMENTE ATTINTO NEL VOLERE.

 

ESSENZA DELL’INTELLIGENZA CHE ATTUA IL COSCIENTE CONTEMPLARE.

 

ORO LOGOS.

 

PRINCIPIO CREANTE DELL’UNICO CALORE.

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HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

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LEGGERE CON MAGGIOR ATTENZIONE TESTI QUALI TEOSOFIA O LA SCIENZA OCCULTA (di F. Giovi)

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«Leggere con maggior attenzione testi quali Teosofia o La Scienza Occulta, ascoltare il più possibile soltanto sé stessi e quello che si sente vero nelle parole del Dottore, e imparare a fare a meno delle ‘opinioni’ degli altri».

Questo è un consiglio, non un’opinione. Confesso che tra un’opinione e un cobra, senza esitazione scelgo il cobra (tra l’altro ai serpenti la meditazione, a modo loro, piace… ma questa è un’altra storia): di solito, nei tanti gruppi che ho frequentato, quando qualcuno con voce esitante ed educata chiedeva la parola con la magica formula: «Forse non ho capito bene, ma vorrei esprimere la mia opinione…» fiondava un istante dopo una cretinata più grossa d’un elefante impazzito ed altrettanto catastrofica, poiché nessuno aveva il coraggio di imbrigliare la cosa.

Un giorno provai a contrastare tale fenomeno in un gruppo di studio indipendente, con la massima diplomazia di cui ero capace a quel tempo: «Ma dai! Chiudi la bocca e non dire scemenze!». Ebbene, una dozzina di volti ruotarono nella mia direzione manifestando irritazione e tristezza, quasi avessi lordato il Santissimo: solo l’opinionista zittito mi guardò e disse: «Scusa».

Si, l’anima umana è davvero complicata. Non credo che un’individualità entrata nel percorso della Scienza dello Spirito scelga l’una o gli altri (lettura o esercizi): con buona pace per l’idea primitiva e personale della libertà, è l’Antroposofia che attrae te o, se preferisci, sono impulsi pre-natali che ti dirigono ad essa.

E, non di rado, si veicolano dapprima alla brama: in alcuni come brama di conoscenza, in altri persino come brama di potenza. Mi sembra meschino guardare queste cose, quando si fanno strada nell’anima, con la lente del moralismo. L’anima dice a se stessa: «Ho bisogno di queste cose». Dice il Dottore: “Sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento”. Il “bisogno” è potente ed elementare (hai una fame nera: hai bisogno di mangiare; cammini, zaino in spalla, da otto ore: hai bisogno di fermarti). L’aspetto sostanziale sta semplicemente nell’intensità del bisogno. Chi di sete sta morendo non s’attarda a selezionare le bevande, similmente chi trova la Scienza dello Spirito come ciò che ha sempre cercato come senso della propria vita, afferra di essa quanto, al momento, gli è più vicino.

Fintanto che il ricercatore permane (immerso) nella corrente del karma, la sua azione è assistita da una saggezza sovrapersonale. Spesso si dice: “il peso del karma” o frasi consimili, tutte allusive alla gravità del destino. Non voglio contestarle, da un certo punto di vista sono oro colato, ma l’incontro con i contenuti dello Spirito modifica molte cose nell’anima. Ne cito una, drammatica e decisiva: quella che in precedenti note ho chiamato “assunzione di responsabilità”. Se essa è radicale, il karma muta, per così dire, professione: passa da tutore ad accompagnatore. Allora nella sfera dell’Io devi sostenerti da solo, solo tue diventano le sconfitte, le vittorie e le scelte: tessi tu stesso il tuo destino e divieni cosciente (o semi-cosciente) dell’abisso che si apre a destra e a sinistra intorno a te. Per l’uno sono impressioni diversificate di forze interiori, per l’altro lampi immaginativi, il terzo avverte tempeste ed angosce, mentre il quarto purtroppo sente solo paura e si contrae o scappa in tutti i modi possibili. Chi non scappa, a volte tra mille turbamenti, concepisce che la propria evoluzione dipende, ora, dalla sua attività, e inizia a completare ciò che la ‘natura’ ha abbandonato in corso d’opera: fa gli esercizi, magari oscillando tra un sentimento di pochezza “Domine non sum dignus”e il prometeico impulso del “Che importa. Io li faccio lo stesso”.

Sono consapevole che il disegno tratteggiato è assolutamente incompleto, frammentario: ma è per qualcuno l’itinerario reale, e non è del tutto necessario che si svolga oggi in un fiato: spesso le consapevolezze salgono lente da luoghi profondi.

Gli esercizi non sono “un problema”. Non portano danni all’anima, spaccature alla psiche, ingestibilità alla coscienza morale: casomai è proprio il contrario. Se si impara a dominare le forze dell’anima che spesso e volentieri (sempre!) scorazzano indipendenti e selvatiche, è tutta la struttura umana che, semmai, si riarmonizza: dove prima c’era il caos inizia l’ordine. Inoltre aiutano non poco le ‘letture’ di testi il cui contenuto non si ferma al riflesso del mondo sensibile ma dovrebbe essere “risvegliatore della vita spirituale del lettore, non una somma di comunicazioni” (purtroppo la “somma di comunicazioni” s’è ampliata a dismisura e viene concepita come qualcosa di assai positivo!).

I continui avvertimenti lugubremente ammonitori sulla incalcolabile serie di danni che l’operatore si troverebbe a subire tre minuti di disciplina voluta, e che sento da oltre cinquant’anni, sono queruli, noiosi e inutili. Stare attenti, ma in nome di tutti gli dei, da che cosa? Non c’è uno tra gli accademici avvoltoi che abbia tentato davvero una disciplina forte e vera. Non uno che abbia sperimentato qualcosa che non sia la propria, onanistica, elucubrazione. Farsi sordi ai canti sirenici delle acque infere, leggere assai lentamente qualche testo di Steiner e di Scaligero con cuore aperto, volontà di comprendere e pensiero disciplinato.

Lasciare che singole frasi o parole vibrino nell’anima: questo è lo schema del meditare. I pensieri suscitati dalla lettura, se sperimentati nell’anima, sono il miglior viatico per il lungo cammino che ci aspetta. Se poi l’anima avverte che la vita nella lettura sta inaridendosi, che non giunge più fino al cuore, allora potrebbe essere giunto il momento di darsi una scrollata da cane bagnato e di iniziare, con attenta cura, gli esercizi di fondamento. Credo non vada dimenticato che il pensiero ordinario è strutturalmente funzionale alla sfera ahrimanica, cioè al mondo dei sensi, e quando astrae da questo mondo s’intrappola nella rete luciferica che chiamiamo astrazione; dire questo è corretto, ma è pure straordinariamente scorretto non aggiungere l’indicazione che è possibile formarsi pensieri coscienti in cui agisce l’elemento puro del volere voluto dall’Io e non dagli dèi degli ostacoli. La concentrazione e poi la meditazione paralizzano l’azione di Lucifero e di Ahrimane: ciò è, in un certo senso, sperimentabile per l’asceta. Nella concentrazione la determinazione univoca rivolta all’oggetto spinge a realizzare l’inutilità dei pensieri più acuti, dei giudizi, di tutto il pensiero ordinario. Ci si incammina sulla via di liberare il pensare dai pensieri. Poi sarà possibile giungere allo spirituale che pensa in noi: questa è la via di Michael.

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2020

Anno XXV n. 7

Luglio 2020

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La-Creazione

In questo numero:

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. OTTAVA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_Light

La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea, alle quali Rudolf Steiner dava sì tanta importanza nella prima ‘Scuola Esoterica’, da lui fondata nel 1904 e operante sino al 1914, sono per molti ‘antroposofi’ –  legati o meno alla ‘ufficiale’ Società Antroposofica – ma anche per molti che, in varia maniera, fanno riferimento al pensiero e all’Opera di Massimo Scaligero, di non facile comprensione, e questo non perché Rudolf Steiner non parli chiaro, ché, anzi, egli lo fa, sempre, in modo limpidamente esemplare, bensì perché, da una parte, essi son temi che richiedono un notevole approfondimento meditativo, che solo una energica pratica interiore può dare, dall’altra, perché chi si accosta a tali temi deve – ripeto: non solo può, ma deve – liberarsi dei condizionamenti che mediante una quasi bimillenaria ‘fascinazione’ è stata abbondantemente esercitata sulle anime da parte delle varie poco cristiche confessioni religiose ‘cristiane’.

Non va affatto sottovalutata questa occulta azione di ‘fascinazione’ – di ‘envoûtement’, direbbero i francesi, termine espressivo che nell’Ottocento gli occultisti italici traducevano ad litteram con ‘involtolamento’ – da parte della gerarchia ecclesiale di ogni epoca, perché essa è stata esercitata mediante un uso decisamente ‘magico’, quasi bimillenario, della ritualità liturgica. Una tale ritualità – largamente desunta, copiata, per non dire addirittura ‘scippata’, dagli Antichi Misteri egizi, ellenici, orientali e romani del Mondo Classico – ha una sua indubbia potenza di efficacia magica, e può sortire i più diversi effetti, spesso non precisamente positivi, nel venire usata secondo la volontà e l’arbitrio di chi ne detiene il potere e le chiavi. Una tale ritualità è lontanissima dalla spartana semplicità in uso tra i primissimi cristiani, e – come riconobbe pure lo stesso R.P. Antoine Dondaine O.P., scopritore e curatore dell’edizione del Liber de duobus principiis del cataro Giovanni di Lugio, e lui stesso domenicano, ossia appartenente proprio a quell’Ordo Praedicatorum nato per lo sterminio della ‘eresia’ catara, definita, per certi versi giustamente, ‘manichea’ dalla ‘Santa Inquisizione dell’eretica pravità’, della quale l’Ordine Domenicano era magna pars – è proprio nei semplicissimi e scarni ‘Riti’ della ‘traditio orationis’, ossia nella trasmissione del Pater Noster, nella ‘fractio panis’ della mistica Cena, nel ‘Battesimo spirituale’, ossia nel ‘Consolamentum’ dei Catari che è possibile ritrovare e vedere i puri e semplici riti praticati dai primissimi cristiani.  

Dunque, un tale condizionamento di quasi due millenni, operato ‘magicamente’ attraverso la ritualità, la predicazione, l’elaborazione teologica, ha ‘configurato’ le anime in profondità, e ‘deconfigurarsi’, e l’affrancarsi da una tale massiccia ‘configurazione’ richiede indubbiamente un grandissimo sforzo, che va contro la bimillenaria passività artatamente indotta nelle anime da un cotale insidioso condizionamento. Ed è necessario operare a lungo ed energicamente per dilavarne sin nelle profondità dell’anima anche le minime tracce.

Nulla è più difficile, in questo campo spirituale, del fatto di vedere limpidamente e in profondità il senso della contrapposizione – fatale, ma al contempo necessaria – tra la stirpe e la corrente spirituale di Abele-Seth e la stirpe e la corrente spirituale di Caino.  E nulla è più difficile del cogliere i vari e profondi sensi celati nel racconto della Genesi a proposito della ‘seduzione’ di Eva da parte del ‘serpente’ nel giardino dell’Eden. Ma leggiamo cosa è scritto nel terzo capitolo della Genesi mosaica, che riflette la tradizione abelita delle confessioni religiose ebraica e cristiana. Così leggiamo nella traduzione – la famosa ‘Riveduta’ – del valdese Giovanni Luzzi:   

«Or il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che l’Eterno Iddio aveva fatti; ed esso disse alla donna: ‘Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?’  E la donna rispose al serpente: ‘Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero ch’è in mezzo al giardino Iddio ha detto: Non ne mangiate e non lo toccate, che non abbiate a morire’. E il serpente disse alla donna: ‘No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male’. E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si apersero gli occhi ad ambedue, e s’accorsero ch’erano ignudi; e cucirono delle foglie di fico, e se ne fecero delle cinture. E udirono la voce dell’Eterno Iddio, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell’Eterno Iddio, fra gli alberi del giardino. E l’Eterno Iddio chiamò l’uomo e gli disse: ‘Dove sei?’ E quegli rispose: ‘Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perch’ero ignudo, e mi sono nascosto’. E Dio disse: ‘Chi t’ha mostrato ch’eri ignudo? Hai tu mangiato del frutto dell’albero del quale io t’avevo comandato di non mangiare?’. L’uomo rispose: ‘La donna che tu m’hai messa accanto, è lei che m’ha dato del frutto dell’albero, e io n’ho mangiato’.  E l’Eterno Iddio disse alla donna: ‘Perché hai fatto questo?’ E la donna rispose: ‘Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato’.  Allora l’Eterno Iddio disse al serpente: ‘Perché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre, e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita. E io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo, e tu le ferirai il calcagno’. Alla donna disse: ‘Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figliuoli; i tuoi desiderî si volgeranno verso il tuo marito, ed egli dominerà su te’. E ad Adamo disse: ‘Perché hai dato ascolto alla voce della tua moglie e hai mangiato del frutto dell’albero circa il quale io t’avevo dato quest’ordine: Non ne mangiare, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra donde fosti tratto; perché sei polvere, e in polvere ritornerai’. E l’uomo pose nome Eva alla sua moglie, perch’è stata la madre di tutti i viventi. E l’Eterno Iddio fece ad Adamo e alla sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì. Poi l’Eterno Iddio disse: ‘Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo’.  Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto. Così egli scacciò l’uomo; e pose ad oriente del giardino d’Eden i cherubini, che vibravano da ogni parte una spada fiammeggiante, per custodire la via dell’albero della vita».

Dalla lettura di questo terzo capitolo della Genesi mosaica, di tradizione ‘abelita’ di stretta osservanza, che preannuncia tutti i drammi, le tragedie, le sofferenze, e gli strazi, che accompagneranno l’umanità nei millenni, risultano evidenti alcune ‘cose’, che hanno la loro grandissima importanza dal punto di vista dell’Esoterismo Cristiano – in contrapposizione alla visione ‘ortodossa’ della Chiesa cattolica sia latina che greca, e di quella protestante e riformata – e in particolare hanno notevole rilevanza in una visione ‘gioannita’, ‘gnostica’, ‘manichea’, ‘catara’, e ‘rosicruciana’. Naturalmente, proprio in questo campo, notevoli saranno nelle anime i pregiudizi, le resistenze, e in molti casi anche il rifiuto, come conseguenza del bimillenario condizionamento del quale è stato detto più sopra.  

Anzitutto, leggendo il testo da un punto di vista di chi non si accontenti della semplice ‘fede rivelata’, sempre ‘ingenerata e ricevuta dall’Alto e mai generata dall’uomo’, ovvero quella che gli antichi Gnostici valentiniani chiamavano πίστις, pìstis, ma ricerchi quella che sempre i Valentiniani definivano γνῶσις, gnôsis, ‘Conoscenza’, che contrapponevano alla semplice ‘fede’, risulta che il ‘serpente’ – ὄϕις, ophis, in greco, e נָחָשׁ, nâḥâsh in ebraico, da qui la corrente gnostica degli ‘Ofiti’, ὀϕίται, ophītae, o ‘Naasseni’ – abbia detto a Eva una ‘scomoda verità’ – nella fattispecie ‘scomoda’ per il ‘Signore’, ossia ‘Adonai’, ovvero ‘Jahve-Jehova’. Infatti, non fu affatto il ‘gustare il frutto dell’Albero della Conoscenza’ che dette, di per sé, la morte all’uomo. Semmai – come si accorse sùbito Eva – il gustare tale frutto dette a lei e ad Adamo una speciale ‘intelligenza’, in particolare la ‘conoscenza del Bene e del Male’. È evidente che Jahve-Jehova non desiderava affatto che la donna e l’uomo ricevessero una tale ‘intelligenza’, la quale donava all’essere umano qualcosa che, in qualche modo, lo elevava a livello divino. Il ‘serpente’ non offrì affatto ad Eva un ‘frutto avvelenato’, un ‘frutto mortale’. La susseguente e conseguente ‘morte’ furono, al contrario, la ‘punizione’ decisa da Jahve per il fatto che l’essere umano ricevette tale ‘intelligenza’. Infatti, è Jahve che, nel testo della Genesi, pronuncia le parole: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo».

È bene soppesare le parole, che non sempre nelle varie traduzioni rispecchiano interamente – e, aggiungerei, inevitabilmente – il senso dell’originario testo biblico, per cui, per documentazione del candido lettore, riporto la traslitterazione del testo ebraico.  La prima parte della frase in ebraico suona così:

Va-jjòmer Jahve Elohìm : hen ha-adàm kě-achàd mimmènu la-da‘ath tov va-ra‘ ve-‘attah. 

Dunque, il ‘serpente’ non mentì affatto a Eva dicendole :«No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». Infatti l’intero brano ebraico, integralmente riportato, così suona :

Vě ha-nachash hayah ‘arum  mikkòl hayyoth hassadeh asher ‘assah Jahve Elohim. Va-jjomer el ha-isshah: Af ki-amar Elohìm lo to’kělu mikkòl ‘etz ha-ggan? Va-tomer ha-isshah el ha-nnachash: mi-pěrì etz ha-ggan nokhel. U-mi-ppěrì ha-‘etz asher bě-thokh ha-ggan amar Elohim, lo thokhělu mimmènu vě-lo tig‘u bo pen-těmutun. Va-jjòmer ha-nnachash el ha-isshah: Lo-moth temuthun, ki yodea‘ Elohim ki be-jjòm akhalekhèm mimmènu nifqěhù ‘ejnikhèm vihějitèm ke-Elohìm jodea‘ tov va-ra’.

Nell’Esoterismo Cristiano il termine Jahve-Elohìm – anche se nelle varie Bibbie cattoliche latine e greche, e in quelle protestanti e riformate, viene tradotto come Dio, l’Eterno Iddio, il Signore, e simili espressioni – non designa affatto il Divino, l’Altissimo – ebraico El ‘Eljòn, al quale, nella Genesi, XIV, 18, sacrifica Melchisedec, re e sacerdote – nel senso dell’Assoluto, e nemmeno Lucifero, come è stato dimostrato nel mio precedente studio, bensì un Eloha o Eloah, un’entità della Gerarchia degli Elohim, delle ‘Exousiai’, ovvero delle ‘Potestà’, un’entità di quelli che nella Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner vengono chiamati ‘Spiriti della Forma’.

Considerando il racconto della Genesi in una prospettiva cainita – chiaramente inaccettabile da parte di chi si ponga all’interno della “ortodossia” abelita – proprio non si capisce perché l’essere umano non debba nutrirsi del ‘frutto dell’Albero della Conoscenza’, visto che esso dona, come sperimentò per prima Eva, Madre dei Viventi, l’“intelligenza”. Evidentemente, prima di gustare tale ‘frutto proibito’, l’essere umano era in uno stato di innocente ‘inconsapevolezza’, di inintelligente ‘ignoranza’, di non responsabile, infantile, non colpevole, ‘irresponsabilità’. L’essere umano era in uno stato di immeritata ‘purezza’: immeritata perché non frutto di conquista, ma ‘grazioso’ dono di Jahve-Jehova, di una deità che non desidera che l’uomo acceda alla ‘intelligenza’, e attraverso questa, alla ‘Conoscenza’: una deità che, nel Vecchio Testamento, dimostra esser molto ‘gelosa’ del suo possesso umano. Anche secondo la abelitica teologia cattolica, l’uomo nel Giardino dell’Eden era in possesso di facoltà e doni ‘preternaturali’, che lo rendevano capace di illimitata sapienza e potenza. Ma tali qualità erano appunto ‘gratuito’, ‘grazioso’, dono di Jahve, non conquista dell’uomo: arbitrario dono, che in maniera altrettanto arbitraria – ‘libito licito’ – gli poteva essere tolto. Come, in effetti, poi avvenne. E Massimo Scaligero, fin dalla sua prima grande opera, negli anni Cinquanta del trascorso secolo, nell’Avvento dell’Uomo Interiore, G.C. Sansoni Editore, Firenze, 1957, p. 57, delinea il senso della fatale ‘caduta’ dell’uomo primordiale sino all’attuale tristissima, e abietta, condizione di ottusa reclusione nell’effimero, nel contingente, e nell’illusorio, e avverte che:

«In realtà l’Io superiore è divenuto ego, perché l’ego si faccia Io superiore. Si può dire che l’uomo originario è stato strappato alla trascendenza da potenze superiori e avviato a un’esperienza del mondo finito, perciò lungo una «via discendente», il cui senso è riflesso nel simbolismo delle Quattro Età. S e  d e l l a  c o n d i z i o n e  s u p e r i o r e   p r o p r i a  a l l a  P r i m a  E t à, o  «E t à  d e l l’ o r o», l’ u o m o  f o s s e  s t a t o  v e r a m e n t e  a u t o r e  e  s i g n o r e, c e r t a m e n t e  n o n  s a r e b b e  p o t u t o  d e c a d e r e  d a  e s s a. Si tratta, in effetto, della condizione nella quale egli era contenuto, era ispirato, non libero».

Quindi, se l’uomo di quell’originario stato di sovrumana grandezza, nel quale egli si trovava nell’Eden, non aveva alcun proprio ‘merito’, neppure aveva veruna personale ‘colpa’ per la perdita di esso. Anzi – da uno spregiudicato punto di vista ‘cainita’ – una cotale, fatale perdita fu, paradossalmente, una ‘felix culpa’, perché gli permise di conquistare, con le proprie forze, perciò con proprio ‘merito’, e con ‘umana sapienza’ con ‘Anthroposophia’ – Autocoscienza, Libertà e Amore. Vedremo, nel corso del presente studio, come sia propria questa ‘felix culpa’, in una prospettiva ‘cainita’, la chiave della penetrazione conoscitiva, in senso manicheo, del ‘Mistero del Male’, dell’inverarsi di una ‘Filosofia della Libertà’, del compimento della ‘impresa del Graal’, della restituzione dello ‘stato primordiale’, della realizzazione dell’Androgine Celeste.   

Del resto è il testo stesso della Genesi mosaica che  afferma che Eva vide che l’albero era desiderabile per diventare intelligente [lě-ha-skil]. In ebraico biblico abbiamo una radice trilittere – sin-kaf-lamed – dalla quale, se consultiamo l’ancor ottimo e utile, seppur datato, Francesco Scerbo, Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento, Libreria Editrice Fiorentina, 1912, a p. 371, nn. 3-4-5, discende la parola sekhel, che come verbo ha il significato di ‘esser prudente’, ‘esser savio’, ‘agire saggiamente’; come aggettivo verbale ha il significato di ‘prudente’, ‘probo’, ‘intelligente’, ‘savio’, e addirittura ‘pio’; e come sostantivo quello di ‘intelligenza’, ‘prudenza’, ‘buon senno’. Dunque, lo ripeto ancora una volta, il ‘serpente’, nell’Eden, non mentì affatto proponendo alla donna un frutto sì prezioso, che le donava ‘intelligenza’. Inoltre, è il Christo stesso che nel Vangelo di Matteo, X, 16, avverte i suoi seguaci che non basta esser ‘puri come colombe’, ma è necessario eziandio esser ‘prudenti come serpenti’γίνεσθε οὖν φρόνιμοι ὡς οἱ ὄφεις καὶ ἀκέραιοι ὡς αἱ περιστεραί, ghinesthe oùn frònimoi hos òi òfeis, ài akéraioi hos ài peristerài.  

Ma nelle varie poco cristiche Chiese cristiane, si sposa totalmente il punto di vista abelita, e si ritiene essere solo ‘presunzione’, ‘superbia’, ‘blasfemia’, ‘ribellione’, la volontà dell’uomo di ‘conoscere’. Un esempio di ciò è quanto scrive Ireneo, vescovo di Lione del II secolo, feroce avversario, derisore e calunniatore, degli Gnostici. Infatti così scrisse in Adversus haereses II, 26, 1:

«È dunque meglio e più salutare essere semplici ed ignoranti ed appressarsi a Dio mediante la carità piuttosto che credere di sapere molte cose e dopo molte avventure di pensiero essere blasfemi contro Dio».

Del resto, è Jahve stesso che conferma quanto rivela la dichiarazione del ‘serpente’, ossia che col gustare il frutto proibito dell’Albero della Conoscenza, l’uomo diveniva «come gli Dèi – kě-Elohìm – conoscitore del bene e del male – jodea’ tov va-ra’».  

Ma nel Vangelo di Giovanni X, 34-36, trad. della Riveduta di Giovanni Luzzi, è il Christo stesso che afferma la suprema dignità dell’Uomo:

«Gesù rispose loro: Non è egli scritto nella vostra legge: Io ho detto: Voi siete dèi? Se chiama dèi coloro a’ quali la parola di Dio è stata diretta (e la Scrittura non può essere annullata), come mai dite voi a colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo, che bestemmia, perché ho detto: Son Figliuolo di Dio?».

Per documentazione del benevolo, e volenteroso lettore, riporto l’originale del testo greco di questo brano giovanneo:

ἀπεκρίθη αὐτοῖς ὁ Ἰησοῦς· Οὐκ ἔστιν γεγραμμένον ἐν τῷ νόμῳ ὑμῶν ⸀ὅτι Ἐγὼ εἶπα· Θεοί ἐστε;  εἰ ἐκείνους εἶπεν θεοὺς πρὸς οὓς ὁ λόγος τοῦ θεοῦ ἐγένετο, καὶ οὐ δύναται λυθῆναι ἡ γραφή,  ὃν ὁ πατὴρ ἡγίασεν καὶ ἀπέστειλεν εἰς τὸν κόσμον ὑμεῖς λέγετε ὅτι Βλασφημεῖς, ὅτι εἶπον· Υἱὸς τοῦ θεοῦ εἰμι;

Ora, se mi son permesso di riportare il testo ebraico di alcuni versi della Genesi mosaica, e quello greco dei Vangeli, non è stato per  sfoggiare una ‘edificante erudizione’ a pro’ del benevolo lettore – cosa che reputo essere inutile, oltre che vanitosa – bensì perché alcune parole del testo biblico originario sono particolarmente significative, e possono illuminare molto il tema che ci sta a cuore: il tema del Graal. Infatti, sia il ‘serpente’, nachash, che l’Eloha o Eloah Jahve, usano parole tra loro correlate: la voce verbale jodea‘ e il sostantivo da’ath. Ora, nel sopra citato Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento di Francesco Scerbo scopriamo, alle pp. 111 n. 13, e 112 n. 1, che ambedue le parole sono costruite a partire dalla radice trilittere jodh-daleth-‘ajin, dando origine al verbo jadà‘ col significato di ‘accorgersi’, ‘conoscere’, ‘sapere’, ‘avere intendimento’, e, a p. 59, da‘ath, col significato di ‘conoscenza’, ‘sapere’, ed aggiungo io, di ‘Gnosi’.

Ed è, appunto, questa da‘ath tov va-ra‘, questa ‘Gnosi del Bene e del Male’, che Jahve-Jehova non voleva che gli esseri umani, e nel caso specifico Adamo ed Eva, facessero loro perché – come apertamente dichiara il ‘serpente’, e conferma lo stesso Jahve, li rendeva  ke-elohìm jodea’ tov va-ra’, come gli Dèi, conoscitori del Bene e del Male. Ma il verbo jada‘, in ebraico, ha anche un altro senso, un senso traslato, quello legato alla generazione fisica. Infatti al primo verso del quarto capitolo della Genesi è scritto: Vě-ha-Adam jada‘ eth-Chavah ishtò, e Adamo ‘conobbe’,  ossia ‘fecondò’, Eva, sua moglie.

Di molti Patriarchi, nell’antico Testamento, viene detto che ‘conobbero’ la loro sposa, e questa ‘concepì’, e partorì un figlio. E persino nel Vangelo di Luca, I, 26-35, sempre nella citata traduzione del valdese Giovanni Luzzi, all’annuncio fatto dall’Arcangelo Gabriele, Maria risponde usando il verbo ‘conoscere’, cui viene dato appunto il significato traslato usuale nell’Antico Testamento. Infatti leggiamo:  

«Al sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea detta Nazaret ad una vergine fidanzata ad un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. E l’angelo, entrato da lei, disse: Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore è teco. Ed ella fu turbata a questa parola, e si domandava che cosa volesse dire un tal saluto. E l’angelo le disse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco tu concepirai nel seno e partorirai un figliuolo e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande, e sarà chiamato Figliuol dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, ed egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine. E Maria disse all’angelo: Come avverrà questo, poiché non conosco uomo? E l’angelo, rispondendo, le disse: Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà, sarà chiamato Figliuolo di Dio».

Il testo greco del Vangelo di Luca, al verso 34, riportando la risposta di Maria, dice: εἶπεν δὲ Μαριὰμ πρὸς τὸν ἄγγελον· πῶς ἔσται τοῦτο, ἐπεὶ ἄνδρα οὐ γινώσκω, èipen de Mariàm pros ton ànghelon, pôs èstai toùto, èpei àndra où ghinòsko. Le parole di Maria: àndra où ghinòsko, non conosco uomo, stanno appunto a significare il legame significativo che, anche nei Vangeli, ha il ‘conoscere’ col ‘generare’, col ‘fecondare’. Ed è di grandissimo momento che proprio Rudolf Steiner dia, et pour cause, una interpretazione ‘superiore’, un ‘sovrasenso’, una interpretazione, oserei dire – dantescamente – iniziaticamente ‘anagogica’, alla speciale identità tra il concetto di ‘conoscere’ e quello di ‘fecondare’: una interpretazione ‘iniziatica’, che può condurci, come vedremo, direttamente nel cuore stesso del Mistero del Graal. Infatti, così leggiamo in Rudolf Steiner, XII conferenza de Il Vangelo di Giovanni,intitolata La Vergine Sofia e lo Spirito Santo, tenuta ad Amburgo il 31 maggio 1908, traduzione di Emmelina De Renzis, Prefazione di Marie Steiner, R. Carabba Editore, 1930:   

«Dobbiamo ora comprendere, che l’uomo, quando conseguirà questa iniziazione, diverrà in fondo affatto diverso da quel che era prima. Mentre prima non era in rapporto altro che con le cose del mondo fisico, dopo, invece, acquista la possibilità di praticare ugualmente i processi e gli esseri del mondo spirituale. Questo implica, che l’uomo raggiunge la conoscenza in un senso molto più reale di quello astratto, timido, prosaico, con cui si parla ordinariamente della conoscenza. Per chi consegue la conoscenza spirituale, il processo cognitivo è anche tutt’altro; è una vera e propria realizzazione del bel detto: «Conosci te stesso!». Ma è pericolosissima cosa, nella sfera della conoscenza, comprendere questo detto in modo errato, come oggidì succede anche troppo spesso. Molti si spiegano quel detto nel senso, che essi non debbono più guardare attorno nel mondo, ma soltanto curiosare nella propria interiorità o cercare in essa sola ogni spiritualità. Questa è una interpretazione molto errata di quel detto, che ha invece tutt’altro significato. L’uomo deve rendersi chiaramente conto, che una vera conoscenza superiore è anche un’evoluzione, che da un punto di vista, che l’uomo aveva già raggiunto, conduce a un altro, che prima non aveva raggiunto ancora. Se ci si esercita nell’autoconoscenza in modo, come se ci si covasse interiormente, si vede soltanto ciò che già prima si aveva; non si acquista nulla di nuovo, ma solamente una conoscenza, intesa nel senso che oggi è corrente, del proprio io inferiore. Questa interiorità non è che una parte di quanto si richiede per la conoscenza; l’altra parte, che le occorre, deve ancora aggiungersi. Senza entrambe le parti, non si conchiude nulla. Per mezzo dell’interiorità, l’uomo può arrivare a sviluppare in sè gli organi, coi quali esercita le sue facoltà cognitive. Ma come l’occhio, organo sensorio esteriore, non conoscerebbe il sole, se guardasse introspettivamente in sé stesso, invece di guardar fuori verso il sole stesso, così del pari anche l’organo cognitivo interiore deve guardar fuori, s’intende verso una esteriorità spirituale, per poter veramente conoscere. Il concetto di «conoscenza» aveva nei tempi, in cui s’intendevano le cose spirituali più realisticamente, un significato assai più profondo, più realistico di oggi. Leggete nella Bibbia, che cosa significa: «Abraham conobbe sua moglie!» oppure, che questo o quel patriarca «conobbe la propria moglie». Non dovete faticare molto a comprendere, che in quei passi s’intende parlare di fecondazione, e se si considera il detto: «conosci te stesso» in greco, non significa: «va a curiosare nella tua interiorità», bensì «feconda il tuo sé con ciò che fluisce a te dal mondo spirituale». Conosci te stesso! significa: Feconda te stesso col contenuto del mondo spirituale! – All’uopo occorrono due requisiti: che l’uomo si prepari con la catarsi e l’illuminazione, e poi che apra la sua interiorità liberamente al mondo spirituale. In questa connessione con la conoscenza, possiamo paragonare l’interiorità dell’uomo all’elemento femminile, e l’esteriorità al maschile. L’interiorità bisogna renderla atta a ricevere il Sé superiore; quando a ciò sia resa atta, il Sé superiore dell’uomo, dal mondo superiore, fluisce e penetra nell’uomo stesso. Dove infatti è il Sé superiore dell’uomo? Sta forse là dentro, nella persona umana? No! Durante i periodi di Saturno, del sole e della luna, il Sé superiore era riversato sull’intiero Cosmo; l’Io del Cosmo fu allora riversato sull’uomo, e questo Io, l’uomo deve far lavorare su di sé, deve farlo lavorare sulla propria interiorità preparata in precedenza. Vale a dire, che deve essere purificata e purgata, nobilitata, assoggettata alla catarsi l’interiorità dell’uomo, in altre parole: il suo corpo astrale. Allora egli può aspettarsi che la spiritualità esteriore penetri in lui, a illuminarlo. E questo succede quando l’uomo è tanto bene preparato, da avere sottoposto il suo corpo astrale alla catarsi e da avere per tal mezzo formato i suoi organi interiori di conoscenza. Il corpo astrale, allora, è sotto ogni riguardo tanto progredito, quando s’immerge nel corpo eterico e in quello fisico, da far seguire l’illuminazione, il fotismo. Ciò che veramente si verifica è per l’appunto che il corpo astrale dà al corpo eterico l’impronta dei propri organi, con che si determina il fatto che l’uomo percepisce il mondo spirituale che gli sta d’attorno, ossia che la sua interiorità, il corpo astrale, accoglie ciò che gli può offrire il corpo eterico, ciò che il corpo eterico gli trae da tutto il Cosmo, dall’Io cosmico».

Ho citato l’esegesi che Rudolf Steiner fa del Vangelo di Giovanni nella traduzione di Emmelina De Renzis, edita nel 1930 a Lanciano da R. Carabba Editore, pur apprezzando molto l’ottima traduzione di Willy Schwarz, edita per la prima volta nel 1956 da L’Editrice Scientifica di Milano, e in seguito più volte dall’Editrice Antroposofica, perché l’edizione del 1930 porta la prefazione di Marie Steiner, la fedele compagna di Rudolf Steiner, alla cui abnegazione, oltre che alla sua competenza spirituale, dobbiamo la salvezza dell’Opera di Rudolf Steiner, sia per il rapporto ‘graalico’ che l’ha unita al Maestro dei Nuovi Tempi: elemento sacrale che ha un rapporto diretto e profondo col tema del presente studio. L’elevatezza della figura spirituale di Marie Steiner fu anche oggetto dell’ultimo colloquio ch’io ebbi, assieme al mio amico ‘eleusino’ Trittolemo, con Hella Wiesberger nel 2013, ed è per me un gioioso dovere ricordare e rendere omaggio a Colei, la cui fatidica ‘domanda’ permise a Rudolf Steiner di donare al mondo l’Antroposofia.  

Dunque, l’uomo deve al ‘serpente’, al biblico ‘nachash’, l’aver avuto accesso, mediante ‘intelligenza’, alla ‘Conoscenza’, alla ‘Gnosi’. La parola greca γνῶσιςgnòsis, oltre che nello Gnosticismo,  era usuale nella filosofia pitagorica e platonica, nelle religioni dei Misteri Classici, nell’Ermetismo alessandrino, ed aveva il significato di una conoscenza ‘vitale’, ‘diretta’, ‘intuitiva’ nel senso etimologico del termine, della reale natura dell’uomo come natura ‘divina’, recante in sé, pur nello stato di ‘caduta’, di ‘esilio’, dal luminoso ‘stato primordiale’, una ‘scintilla’ che può condurre l’uomo alla ‘liberazione’ dallo stato di abiezione e di schiavitù nel quale geme, alla folgorante ‘Illuminazione’: appunto alla ‘Gnosi’, all’unione con l’Uno-Tutto, con l’Uno Unissimo.

La ‘Gnosi’ è, dunque, un ‘vissuto’, una ‘Conoscenza folgorante’, una abbagliante ‘consapevolezza’, una ‘animadversio’ la chiamerebbe Massimo Scaligero, e come tale si contrappone alla conoscenza meramente ‘intellettuale’, all’εἶδειν, eídein, come una appercezione diretta si contrappone ad una rappresentazione mentale riflessa. Infatti il ‘genio della lingua’ in italiano contrappone ‘conoscere’ a ‘sapere’, in francese ‘connaître ’ a ‘savoir’, in castigliano conocer’ a ‘saber’, in tedesco ‘kennen’ a ‘wissen’, ed anche in latino ‘cognoscere’ a ‘scire’. Ed è proprio questa folgorante ‘Conoscenza’ diretta, questa ‘percezione’ diretta, ‘in-mediata’ – ossia ‘non mediata’ da un organismo istituzionale – che la jahvetica tradizione abelita ha sempre avversato, e che la stirpe ‘cainita’, invece, ha sempre appassionatamente cercato.

Ma è evidente che solo la ‘Conoscenza’ può ‘generare’, ‘fecondare’ e non il ‘sapere’. Infatti, il Christo nel Vangelo di Giovanni, VIII, 32, proclama:  καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς. Kài gnòsesthe ten alètheias, kài he alètheia eleutheròsei hymàs, che nella sua Vulgata Gerolamo traduce come et cognoscetis veritatem et veritas liberabit vos, e nella bella lingua di Dante: e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi. ‘Cognoscere’, non ‘scire’; ‘conoscere’, non ‘sapere’. Ed uno dei motti più eloquenti di Christian Rosenkreutz, fondatore della Fraternitas Rosae Crucis era ‘summa scientia nihil scire’

Massimo Scaligero, nel Trattato del Pensiero Vivente, una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979,  pp. 13-14, parlando dell’estrema concretezza dell’esperienza folgorante, in-mediata, del Pensiero Vivente, nel capitolo terzo così scrive:

«Come esperienza, è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori».

Il Pensiero Vivente è vivificante,  creante, fecondante, risanante, trasmutante, perché reca in sé l’etere della vita: l’amṛta, l’ambrosia, il ‘cibo d’immortalità’ che dall’Alto si riversa nella ‘Coppa del Graal’. Ed il fecondante processo di conoscenza s’illumina di particolare luce leggendo quanto, sempre nella XII conferenza sul Vangelo di Giovanni, Rudolf Steiner aggiunge alle comunicazioni  sopra riportate:

«L’esoterismo cristiano chiamava questo corpo astrale purificato, purgato, che nel momento di sottoporsi all’illuminazione non contiene più nessuna delle impressioni impure del mondo fisico, ma solamente gli organi per la conoscenza del mondo spirituale: «la pura, casta, sapiente, vergine Sofia». Per mezzo di tutto ciò che accoglie nella catarsi, l’uomo purifica e monda il suo corpo astrale sino a farne la Vergine Sofia. E alla Vergine Sofia muove incontro l’Io cosmico, l’Io dei mondi, che opera l’illuminazione, che fa sì che l’uomo abbia luce, luce spirituale attorno a sé. Questo secondo elemento, che si aggiunge alla Vergine Sofia, l’esoterismo cristiano chiamava – e lo chiama ancor oggi – lo «Spirito Santo». Di guisa che, in senso cristiano esoterico, si dice cosa giustissima, quando si dice che il cristiano esoterico per mezzo dei processi iniziatici ottiene la purificazione, la purgazione del suo corpo astrale; che egli fa di quest’ultimo la Vergine Sofia, e che viene illuminato – se volete, potete dire: adombrato – dallo «Spirito Santo», dall’Io cosmico dei mondi. E chi dunque è illuminato, chi, in altri termini, nel senso dell’esoterismo cristiano, ha ricevuto in sè lo «Spirito Santo», parla oramai in senso diverso da prima. Come parla egli? Parla in modo, che non esprime il suo parere, quando discorre di Saturno, del Sole, della Luna, delle varie membra dell’entità umana, dei processi dell’evoluzione cosmica. Dei suoi giudizi non fa neppure cenno. Quando un cotal uomo parla di Saturno, è Saturno stesso che parla attraverso di lui; quando parla del Sole, è l’entità spirituale del Sole che parla attraverso di lui. Egli è uno strumento; il suo io si è sommerso, vale a dire, che per dei momenti come quelli ora citati, è divenuto impersonale, ed è l’Io cosmico che si serve di lui come di uno strumento, per parlare attraverso di lui. Nei veri insegnamenti esoterici, perciò, che provengono dall’esoterismo cristiano, non si può parlare di punti di vista e di opinioni. Sarebbe un errore nel più alto senso della parola: non esistono. […]

Abbiamo così cominciato col conoscere due concetti, nel loro significato spirituale: cioè l’essere della Vergine Sofia, che è il corpo astrale purificato, e l’essere dello Spirito Santo, dell’Io cosmico dei Mondi, che viene accolto dalla Vergine Sofia e che può allora parlare dal corrispondente corpo astrale. Conviene però conseguire ancora dell’altro, conseguire un grado più alto: potere, cioè, aiutare il prossimo, potergli dare gl’impulsi per realizzare quei due concetti. Gli uomini del nostro periodo di evoluzione possono accogliere nel modo suddescritto la Vergine Sofia (il corpo astrale purificato) e lo Spirito Santo (l’illuminazione). Soltanto Cristo Gesù poteva dare alla Terra, ciò che all’uomo era necessario. Egli ha inoculato nella parte spirituale della Terra le forze, che rendono possibile il verificarsi di ciò che si è descritto con l’iniziazione cristiana».

Caratteristica della jahvetica coscienza ‘abelita’ è una ‘lunare’ coscienza sognante, che riceve discendente dall’Alto la ‘saggezza’ come ‘rivelazione’ del sovrasensibile, come un ‘dono’, esattamente come Epimèteo del mito greco: quella ‘abelita’ è una coscienza ‘ricettiva’, ‘mediata’, ‘riflessa’, ‘passiva’, ‘sacerdotale’, ‘tradizionale’, vòlta al passato. La coscienza ‘cainita’, invece, è ‘solare’, pienamente ‘sveglia’, elabora e conquista, con le proprie forze, ascendendo dal basso, la ‘Gnosi’, ‘Scienza’ e ‘Conoscenza’, esattamente come il Promèteo del mito greco: quella ‘cainita’ è una coscienza ‘operativa’, ‘in-mediata’, ‘attiva’, ‘iniziatica’, ‘costruttiva’, vòlta al futuro.

L’etica ‘abelita’ è la passiva accettazione del volere di Jahve-Jehova, la scrupolosa conformità alla ‘Legge’, alla ‘Torah’. È un passivo ‘dipendere’ da un altrui volere: un ‘non sui juris esse’. La morale ‘cainita’, al contrario, è l’attivo voler esser fondati solo su se stessi, sul proprio ‘libero volere’, un voler – romanamente – esser ‘faber fortunae suae’, ‘facitori del proprio destino’, ovvero, come ammonisce il motto di Teofrasto Paracelso: ‘alterius non sit, qui suus esse potest’, ‘non sia di altri, chi può esser di se stesso’. L’etica ‘abelita’ è  ‘eteronima’, quella ‘cainita’ è ‘autonoma’

Questa posizione ‘cainita’ di radicale autonomia dell’essere umano, questa volontà di ‘conoscenza diretta’ della verità e della realtà, indipendente da antiche ‘rivelazioni’, è quanto ricollega la ‘Via’ percorsa dalla stirpe ‘cainita’ al ‘manicheo’ tema del ‘Graal’, al tema della reintegrazione dello ‘stato primordiale’, della restituzione dell’Androgine Celeste. Questo tema, infatti, lo ritroviamo in Massimo Scaligero, Graal. Saggio sul Mistero del Sacro Amore, Perseo, Roma, 1969, ove, nel primo capitolo, La Via Adamantina d’Occidente, alle pp. 10-12, prendendo spunto da una istanza del tantrismo indiano, spiritualmente ancora insufficiente rispetto alla richiesta dei ‘nuovi tempi’, ma già prefigurante l’esigenza dell’attuale radicale ‘Via dell’Io’, e  della correlata ‘Via del Pensiero’, così scrive:

«Nei testi tantrici sembra posseduta quella conoscenza che in Occidente sta alla base della moderna filosofia, circa l’esaurita funzione delle antiche metafisiche: non si dà più ausilio dagli Dèi, dalle rivelazioni, dalle ispirazioni: gli Dèi hanno lasciato l’uomo, perché si sorregga da sé, realizzi in sé con la sua forza la sua originaria natura. Chi vuol tronare indietro, segue la «»via dei morti», in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, oltre i quali ormai l’uomo dovrebbe portarsi per essere. Che egli percorra sino in fondo la via della liberazione, è in effetto ciò che gli Dèi attendono da lui: non il suo ritorno a uno stato di dipendenza che solo in antico era giustificato, quando egli ancora traeva sue forze dal grembo della Madre. Lungo il tempo, accompagnata dalla correlativa rivelazione, l’individualità dell’uomo si fa sempre più indipendente dall’antica matrice cosmica, ma questa indipendenza essa paga con la perdita di stati di coscienza trascendenti. La sua esperienza si fa sempre più terrestre: è il kaliyuga, l’oscura notte che precede l’alba. La madre lascia l’uomo nella solitudine dell’esperienza sensibile, perché egli affronti l’impresa della libertà: ma appunto per questo, qui nella materia, nel sensibile, nel corpo fisico, ormai il potere della Madre va ritrovato. La decisione di ritrovarlo non può essere un dono della Madre, bensì autonoma iniziativa dell’uomo: ciò che egli può volere, ma anche non volere. La via della libertà è anche la via del ritrovamento del Divino, secondo una comunione incomprensibile a chi sia immerso in quel tradizionalismo in cui la Tradizione ha cessato di fluire. Ritrovare la Madre, come virtù originaria, o come coscienza cosmica rispetto a cui l’odierna coscienza è immersa nel sonno profondo, è un còmpito di cui si possono ravvisare aspetti similari nella mistica d’Occidente. […]

Il metodo per la realizzazione di un simile còmpito, teoricamente presenta qualche affinità con la posizione idealistica occidentale della i m m a n e n z a  a s s o l u t a. Ogni trascendenza è astrazione per l’uomo che non ha più la diretta percezione del Divino: la coscienza da cui si prendono le mosse è l’immediatezza identica a sé, che non può essere ignorata o saltata. La coscienza che si ha, la costituzione che si ha, il corpo che si ha, sono i punti di partenza: se il Divino è alla base del mondo, esso sarà ritrovato». 

Che il gesto di Eva, nell’Eden, di accettare l’offerta del ‘serpente’, del ‘nachash’, di nutrirsi del frutto dell’‘Albero della Conoscenza’, sia stata una necessaria, ‘felicissima culpa’, è quanto Massimo Scaligero mette in evidenza nell’ultimo capitolo, Restituzione dell’Albero della Vita, del Graal, Saggio sul Mistero del Sacro Amore. Infatti, così scrive alle pp. 150-151:

«L ’u o m o  n o n  a v r e b b e  p e r d u t o  l’ i m m o r t a l i t à,  s e  a v e s s e  r i n u n c i a t o a l l a  C o n o s c e n z a: si sarebbe cibato del frutto dell’Albero della Vita perennemente, se avesse obbedito al monito del Signore, di non cibarsi del frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Scacciato dall’Eden, egli non può più cibarsi del frutto dell’albero della Vita, ma la virtù di tale Albero fluisce come vita fisica, vita estranea alla coscienza, alla quale da quel momento egli è congiunto mediante i sensi, mediante brama. Sete di vita, impossibilità di estinguerla, è da quel momento il prezzo mediante cui l’uomo paga il nascere dell’autocoscienza, la possibilità della libertà. La conoscenza non è all’altezza della vita, non ha potere di vita: le sfugge la vita».

Naturalmente, sarebbe stata cosa vilissima se Eva, Madre dei Viventi, avesse rinunciato a cibarsi di tale prezioso ‘frutto’: la sua fu, quindi, una intelligentissima, coraggiosissima, e felicissima ‘colpa’. Infatti, Massimo Scaligero, a p. 153, così aggiunge:

«L ’ u o m o  n o n  a v r e b b e  p o t u t o  p e r d e r e  l ’ i m m o r t a l i t à  d e l l ’ E d e n,  o  l ’ i m m o r t a l i t à  t e r r e s t r e,  s e  q u e s t a  n o n  f o s s e  s t a t a  u n  d o n o. Se fosse stata un suo possesso, un bene da lui fatto sorgere e da lui irradiato, egli non avrebbe potuto perderla. La perdita dell’immortalità, la «caduta», la necessità della malattia e della morte, sono state necessarie, perché l’uomo riconquisti come proprio essere, ciò che era meramente un dono. L’Eden è il suo vero regno, ma è il regno che attende da lui essere restituito: tale il senso dell’autocoscienza».

Vedremo, nel proseguo del presente studio le conseguenze conoscitive – in senso sia umano che cosmico – di questa visione ‘cainita’ e ‘manichea’ dell’impresa del Graal, e della funzione occulta del Male e della sua ‘trasmutazione’ in un superiore Bene.  

L’EQUIVALENTE DELLA STELLA POLARE (di F. Giovi)

orsa polare

Sono stato un lettore accanito sin dai banchi delle primarie, e per molti anni onnivoro, anche se il cuore accelerava quando leggevo accenni a qualche mistero. Quando passai faticosamente e con intense lotte interiori dall’Oriente all’Occidente e infine all’antroposofia, mi costruii rapidamente una delle piú ricche biblioteche private del Paese: avevo tutto, a cominciare dalla prima edizione della Filosofia della Libertà edita nel 1918 ed i libriccini di piccole edizioni nate e morte in un battito di ciglia.

Tra i tanti che mi aiutarono ad accumulare, in tempi di magra, proprio tutto, oltre alla gentile signora Bossi-Riganti di Milano ricordo il teosofo e bibliofilo Erwin Danussi, che faceva parte della compagnia di maghi e occultisti di cui ho raccontato qualcosa varie volte.
Danussi era un omone germanico che si sentiva orgogliosamente italiano ma lottava inutilmente con il linguaggio, pesantemente condizionato dal suo d’origine, e cosí lo sentivi spesso tuonare: “Zölo nella nostra pella lincua…” sinché da un diverso punto del serpentone dei tavoli accostati una tagliente voce tantrico-divertita lo interrompeva: «Zitto Erwin! Che se parli, ti portano dentro per oltraggio all’italiano».

Quanto leggevo! Mi rovinai il sonno perché depredavo la notte con i testi che erano ancora chiusi alla sera. Ho divorato tutto quello che c’era. Serve davvero? Certo, finché la brama del conoscere ti cuoce l’anima, e soprattutto finché ti muovi: finché ti muovi sei salvo, ma se ti esaurisci con il primo che capita e non passi avanti, sei fregato.
Già qui entra l’immisurabile, perché la quantità di informazioni o i tentativi pratici sono soltanto l’immagine esteriore del bruciante morso animico che ti sospinge incessante verso ciò che non hai ancora, verso l’incontro con quello che attende che tu lo raggiunga: oltre l’illusione rappresentativa e culturale.
Leggere molto, sapere molto, sarebbe una trappola se non avverti che ti viene richiesta la capacità di discriminare, di distinguere il buono dal cattivo, il vero dal contraffatto: ma dopo aver letto senza pregiudizi. Di solito è un percorso per nulla lineare.

Mi ricordo un sentimento assai prossimo all’invidia di fronte alle robuste certezze che il mio amico tantrico traeva dalla sua bibbia: L’Uomo come Potenza che era un testo terribile, inadatto alle anime delicate (le edizioni successive vennero ‘normalizzate’ e annacquate dallo stesso Autore). Certezze che non possedevo, perché un dubbio mi disturbava l’anima: “Ma l’autore ha sperimentato quello di cui parla?”. Tale dubbio fu per me l’equivalente della stella polare per i vecchi marinai. Non volevo chi sa scrivere ma chi sperimenta quello che dice.

Trovai Scaligero perché il suo era al momento l’unico libro nuovo in libreria – ne parlavano tutti male, era un “caso preoccupante” o “un traditore” – iniziai comunque a leggere quello che mi parve scritto in uno stile terribilmente impervio, e la sorpresa giunse presto, in alcune righe che riguardavano un’antica forma di alchimia cinese a me famigliare: mi accorsi che questo Autore parlava con l’autorità dell’esperienza diretta (c’è chi ha scritto quasi un’intera pagina di prefazione ad un proprio libro per comunicare urbi et orbi – ma sopratutto agli orbi – l’opposto. Mi parvero righe insincere e funzionali alle ambizioni del personaggio).

Quel poco che a quei tempi riuscivo a comprendere mi rimise faticosamente sulle tracce di Colui che avevo da tempo abbandonato per via delle tante critiche sparate dal tradizionalismo, su cui svettava Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo di Evola.
Mi si perdoni per la lunga descrizione del mio percorso iniziale, ma è quello che posso descrivere meglio perché lo conosco bene: essendo soggettivo mi consente il massimo dell’osservazione oggettiva.

Se non ci si ferma, prima, durante o poi si devono fare i conti con quello che si sa e magari anche si capisce. Che cosa? Che l’esoterismo ‘letto’ è solo un atto preliminare, da uomo moderno che inizia supponendo una identità tra il sapere e il percepire sovrasensibile, tra il leggere e la trasformazione di sé. Questa confusione in principio si chiama ingenuità e se si protrae troppo a lungo possiamo avvertirla come ottusità a fondo cieco.

È anche vero che nell’oceano del ciarpame vi sono testi in cui le parole esprimono un contenuto sovrasensibile (mantrico), però non ho mai conosciuto nessuno che, tolta una abhinavaguptiana “caduta di potenza”, privo di forze interiori maturate, tragga da quei testi qualcosa che sia la percezione animico-spirituale e non un accumulo di sapere. Il punto cruciale del problema è se all’anima basti il placido accatastarsi di libri oppure si possegga ancora un po’ di disperazione per i propri limiti e di volontà di liberazione.
«Quella che verrà data non sarà una risposta teorica, da portare poi con sé come una semplice convinzione conservata nella memoria …ma si indicherà un campo di esperienze dell’anima nel quale …per virtú dell’attività interiore dell’anima, (l’uomo) tornerà ad avere una risposta viva …affinché …possa ulteriormente esplorare in larghezza e profondità i misteri della vita…». Sono parole estratte (ma sequenziali) dalla Prefazione alla Filosofia della Libertà.

Un serio ricercatore potrebbe impiegare anni per capire la loro portata ma sembra che pochi desiderino sprecare il loro tempo per così poco. E sembra che quasi nessuno afferri la differenza che passa tra il leggere, il capire ed il conoscere.
E se si vuole conoscere, i testi diventano altissimi percorsi interiori e allora in una vita ne basterebbero pochi, pochissimi. Fare antroposofia non significa leggere e fare i buoni, per questo basta il volontariato o lo scoutismo, ma agire nel senso della percezione spirituale e per essere degni di ciò occorre trasformare le potenze dell’anima: per iniziare a trasformarle occorrono gli attrezzi idonei che si conviene chiamare discipline o esercizi. Ma se gli esercizi vengono prolungati ed intensificati nel tempo, succede un fatto increscioso per le accademiche virtù: succede che si può accedere a lampi di una realtà più reale di quella dei fatti, delle cose… e pure dei libri.

Diventano cenere le cose e anche il pensiero sulle cose nella misura in cui ci si accontentava di fabbricare passive rappresentazioni di quelle. Un indicativo e realistico esempio: occorre una vita d’attività interiore per immaginare consequenzialmente quanto descritto nella Scienza Occulta e farne sintesi che sarebbe una vera azione di magia spirituale. Spero di esser stato chiaro. No? Pazienza. Oltre i testi scritti del Dottore (e qualche ciclo di eccezionali conferenze come Coscienza d’Iniziato) consiglierei ben poco: essi sono già molto. In una seria ricerca Scaligero è fondamentale! Dubito che al presente, pur sapendo molto, il ricercatore possa trovare la dimensione viva della Scienza dello Spirito senza l’aiuto di Massimo Scaligero. Opinione mia, s’intende.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SETTIMA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_LightNelle parti precedenti del presente studio è stato accennato alla correlazione profonda che vi è tra il tema della ricerca del Graal e quelli della Leggenda del Tempio, della Leggenda Aurea. La correlazione profonda, segreta, tra questi temi, come avrà modo di rendersi conto il benevolo lettore nel corso di questo studio, può essere scorta proprio nella questione della peculiare concezione del Male, e nell’essenza del Manicheismo, così come esse vengono messe in evidenza dalla Scienza dello Spirito, dall’Antroposofia di Rudolf Steiner. Ma per molti non è affatto un còmpito facile quello di giungere ad una reale, autentica, e corretta, comprensione della questione del Male, e ciò porta necessariamente a non intendere, nonché spesso fatalmente a fraintendere, come vedremo, alcuni dati fondamentali della Scienza dello Spirito, proprio in relazione della questione del Graal e della Leggenda Aurea.      

Un esempio lampante di un tale non intendimento e, di conseguenza, di fatale fraintendimento, del tema del presente studio, lo possiamo trovare proprio nella concezione che sta dietro all’interpolazione, ossia all’indebito inserimento, nel testo di Rudolf Steiner – da me citato nella sesta parte di questo studio volutamente a partire dalla corretta, e soprattutto onesta, traduzione di Bruno Roselli dell’Esoterismo Cristiano, edita nel 1940 dai Fratelli Bocca – di un passo che non vi è né nell’originale francese, né nel testo tedesco della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia pubblicata dal benemerito Lascito di Rudolf Steiner, passo che si trova, invece, inserito nella traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, la cui prima edizione apparve nello scorso secolo, senza data, nel 1981, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré,  ove si trovano aggiunte, a p. 121, le seguenti parole:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Indipendentemente dalle intenzioni, che nel presente contesto non saranno indagate ulteriormente, di chi ha inserito surrettiziamente nella traduzione del testo di Rudolf Steiner tale passo interpolato, è interessante notare come quanto affermato in tale passo sia veramente lontano, e contraddica molte affermazioni di Rudolf Steiner. È noto come nelle sue esposizioni della Scienza dello Spirito, Rudolf Steiner sovente illustri esseri, cose, fatti ed eventi, da molti punti di vista diversi: punti di vista anche, almeno per la concezione comune, piuttosto lontani tra loro e, spesso apparentemente, ma solo apparentemente, tra loro contraddittori. Lo ‘studio’ della Scienza dello Spirito‘studio’, rosicrucianamente, ossia ritualmente, e asceticamente, inteso, e non certo quello intellettuale ed universitario – richiede che si vada molto a fondo nella pratica della ‘Via del Pensiero’, e che si scorga il rapporto con essa, non certo moralistico, bensì conoscitivo, degli ultimi tre ‘esercizi ausiliari’, nonché del risultante ‘equilibrio creativo’, dati dal Maestro dei Nuovi Tempi nelle Regole iniziatiche date da Rudolf Steiner ai discepoli della Scuola Esoterica, esercizi che sono fondamentali, e che troviamo nella bella traduzione di Massimo Scaligero – traduzione che è proprio sua – in fondo al libro Manuale pratico della meditazione, prima edizione Teseo, Roma, senza data, ma 1973, pp. 144-152.

Proprio a chi voglia penetrare conoscitivamente il tema della origine e della funzione del Male, il tema della Leggenda del Tempio, quello della Leggenda Aurea, il tema stesso del Graal, e quindi quello della Coppia Primordiale e dell’Androgine Celeste, è appunto richiesta molta, ma molta, equanimità, e soprattutto moltissima positività ed alquanta spregiudicatezza, perché a chi voglia con coraggio affrontare simili temi, è richiesto di affrancarsi radicalmente dalle inevitabili, scontate, automatiche reazioni emotive, dalle automatiche pulsioni istintive, che quasi due millenni di suadente fascinazione confessionale in àmbito cristiano hanno configurato, e stratificato, nelle anime dei più, come una ‘seconda natura’, indotta dall’esterno, ed erroneamente scambiata per genuina ‘spontaneità’, mentre in realtà si tratta dell’effetto di una ‘ipnotica suggestione’, vòlta deliberatamente ad anestetizzare la sensibilità autentica, e a narcotizzare, paralizzare, spegnere nel singolo essere umano, e nelle varie collettività, la nascente, appena affiorante, anima cosciente. Questa  ‘seconda natura’, illudente, dis-orientante, e deviatrice, veniva chiamata dagli antichi Gnostici ‘spirito contraffatto’, e dagli antichi Egizi, nel cosiddetto ‘Libro dei Morti’, veniva descritto come il ‘cattivo pilota’

La Scienza dello Spirito delinea nella storia cosmica dell’uomo, a partire dalla Leggenda Aurea e dalla Leggenda del Tempio, la nascita, la formazione, e la successiva evoluzione di due diverse, e contrapposte, stirpi umane, quella di Caino, generato dall’unione di un Eloha, o Eloah, con Eva, e quella di AbeleSeth, nato dall’unione di Adamo, plasmato da un altro Eloha o Eloah, JahveJehova – come afferma la Genesi, II, 7 – dalla ‘polvere della terra’, ‘aphar min adamah, con Eva. Da qui, la minaccia, e la punizione, di Jahve-Jehova nei confronti dell’essere umano, che ha ascoltato l’esortazione del ‘serpente’, nahash, a nutrirsi del frutto dell’Albero della Conoscenza, affinché a lui ‘si aprissero i suoi occhi’, e divenisse così ‘come gli Dèi-Elohim’, ‘conoscitore del Bene e del Male’. Le punitive parole minacciose di Jahve-Jehova ricordano all’uomo ‘caduto’‘felix culpa’, per gli gnostici ofiti-naasseni, ed anche per chi qui scrive, perché una tale colpa apre all’essere umano la possibilità dell’Autocoscienza e della Libertà – che egli morirà, «quia pulvis es et in pulverem reverteris», come scritto nella Vulgata (Genesi III,19) di Gerolamo, ossia «perché sei polvere e in polvere ritornerai».

Per inciso, è da rilevare che nell’Ermetismo rinascimentale e settecentesco, e soprattutto nell’Alchìmia rosicruciana, viene dato un senso molto peculiare a questa ‘aphar min adamah, a questa ‘polvere della terra’ dalla quale Adamo è stato formato, e alla quale, come punizione, con la morte, egli viene condannato da Jahve-Jehova a fatalmente ritornare. Tale morta ‘polvere’ alla quale Adamo viene condannato, è sicuramente un gran ‘male’, ma da una tale ‘polvere della terra’ – lavorata ‘per viam transmutationis’ – può essere tratto un gran ‘bene’: la ‘pietra filosofale’ stessa, la chiave di una non più smarribile immortalità. Per esempio, questo è quanto indica un autore rosicruciano del XVII secolo – ‘le siècle d’or’ dell’Alchìmia, secondo gli ermetisti francesi – Eugenius Philalethes, ossia il gallese Thomas Vaughan, nella sua opera Anthroposophia Theomagica, del 1648, ossia nella prima opera avente il termine ‘Antroposofia’ sin nel titolo. Eugenius Philalethes, Thomas Vaughan, ricavò il termine ‘Antroposofia’ dall’opera di Enrico Cornelio Agrippa, che lo menziona nel suo Arbatel, opera della quale vi è una bella traduzione in francese di Marc Haven, il coraggioso riabilitatore della figura del Conte di Cagliostro, calunniato e diffamato con ogni mezzo dalla ‘parte avversa’. Per gli ermetisti rosicruciani, dunque, una tale ‘polvere della terra’, così come le ‘ceneri’, e il ‘caput mortum’, che il diligente alchimista trova e raccoglie in fondo al ‘vaso’, sia qualcosa non solo da non disprezzare, ma addirittura da ritenere particolarmente prezioso. Ciò mostra come si debba avere una savia ‘prudentia’ – nel senso latino e romano del termine – nel valutare la natura, e la funzione, del ‘Male’.  

Nell’ebraico del testo biblico della Genesi vi è una relazione stretta tra ‘Adam’, che letteralmente significa ‘uomo’ e ‘adamah’, l’umida e fertile ‘terra rossa’, così come in latino, secondo un’etimologia cara agli ermetisti rinascimentali, vi è una relazione stretta tra ‘homo’ e ‘humus’. E il sapientissimo rosicruciano Thomas Vaughan, nella sua sopra citata ‘Anthroposophia Theomagica’, sulla scorta e l’esempio di Enrico Cornelio Agrippa, del quale egli si riteneva discepolo postumo, parla di una ‘triplice terra’. A p. 27 di The Works of Thomas Vaughan : Eugenius Philalethes, Edited, Annotated and Introduced by Arthur Edard Waite, Theosophical Publishing House, London, In the Year of the Lord MCMXIX,  il Nostro così scrive:

«Ma io parlo di nature celesti, occulte, note unicamente a maghi assoluti, i cui occhi sono nel centro, non nella circonferenza; e in questo senso ogni elemento è triplice. Per esempio, vi è una triplice terra : in primo luogo, una terra elementare, poi vi è una terra celestiale, ed infine vi è una terra spirituale».

Ossia di quella che Thomas Vaughan, sempre a p. 27, chiama Terra Adamica. E Arthur Edward Waite, in nota a piè di pagina, chiarisce: «Cioè, Terra elementaris, Terra caelestis e Terra Spiritualisquest’ultima essendo Terra viventium».

Il candido lettore non si spaventi per l’enigmaticità del linguaggio ermetico e alchemico di Eugenius Philalethes: il suo significato diverrà gradualmente sempre più chiaro nel corso delle successive di questo studio, e soprattutto nella parte finale del medesimo. Il lettore abbia solo una necessaria pazienza: le cose, nei limiti del lecito, possono essere esposte solo con la dovuta gradualità. Ma, sin d’ora, sia chiaro che si tratta sempre della spiritualizzazione della materia, e della redenzione del Male, della sua trans-mutazione – qui  è proprio il caso di usare questo termine alchemico – del Male in un più grande Bene. Ossia, si tratta prima di ‘solvere’, di ‘volatilizzare il fisso’, di ‘spiritualizzare il corpo’, e poi di ‘coagulare’, di ‘fissare il volatile’, di ‘corporificare lo spirito’: operazioni che sono quanto di più audacemente concreto, e di meno mistico si possa concepire. 

Come abbiamo detto, il fatto che l’uomo plasmato dalla ‘polvere della terra’, dall’aphar min adamah, sia mortale, e alla ‘polvere della terra’, con la morte, debba fatalmente ritornare, è sì di per sé un gran Male, ma una tale ‘polvere’, e una tale ‘terra’, sapientemente ‘lavorate’ secondo quell’Arte Regia cara ad Ermetisti e Rosacroce, possono non solo restituire all’uomo l’immortalità perduta con la cacciata dall’Eden, reintegrandolo nello ‘stato primordiale’, ma possono addirittura condurlo ad una condizione ben superiore a quella ‘edenica’, da lui smarrita a causa della ‘caduta originaria’, ossia possono portarlo alla realizzazione non solo della sua ‘angelificazione’, ma anche a quella dell’‘Androgine Celeste’, e a raggiungere quella condizione che Dante chiama ‘indiamento’: l’unione assoluta col Divino.

Questa ‘lavorazione’ della ‘terra’, della ‘polvere’, aphar min adamah, è in gran parte un’opera di ‘purificazione’. Lumi su una tale ‘opera’ li possiamo trarre da un testo proveniente da cerchie rosicruciane dello scorso secolo. Si tratta del libro Die entschleierte Alchemie. Das Geheimnis des Steins der Weisen erstmalig erklärt von Johannes Helmond, 1963, Karl Rohm Verlag, Bietigheim Württemberg, ossia de L’Alchìmia disvelata. Il segreto della pietra filosofale per la prima volta spiegato di J.H.

Di questo libro esiste una traduzione italiana, ma – sia detto con sopportazione – si tratta di una traduzione davvero non felice, in vari punti incompleta e insoddisfacente. Per cui, preferisco ritradurre nuovamente i paragrafi che ci interessano in modo particolare per il presente studio. A p. 77 del testo tedesco, Johannes Helmond prima cita una poetica strofa dell’alchimista tedesco Siebmacher così concepita, e poi la commenta:

«La generazione di questa pietra è ovunque: / la sua fecondazione è negli inferni, / la sua nascita è sulla terra, / essa conduce la sua vita in Cielo».

L’Opera alchemica penetra effettivamente nei tre mondi di fronte a sé: nel mondo inferiore, tenebroso, poi nel mondo intermedio, paradisiaco; ed infine nel superiore mondo celeste».

Mentre, alle pp. 83-84, così scrive:

«Questa congiunzione con lo spirito celeste, tuttavia, per il principio animale, cioè per l’inferiore anima astrale, l’antico Adamo in noi, è in certo qual modo mortale, cosicché esso attraversa una condizione di morte, perde la sua forma astrale divenuta sino ad allora demonica, e penetra nuovamente nel limbo prenatale, cioè nella sua primeva indifferenziazione creatrice, appunto la sua materia prima! Ora esso è divenuto nuovamente TERRA, dalla quale egli è stato tratto, cioè APHAR min ha-ADAMAH, una rossa aurea polvere tinturale, unita con la rugiada del Cielo (Genesi, II, 7)».

Ora, il senso di queste enigmatiche parole ed immagini della tradizione alchemica rosicruciana – uno tra altri e più profondi sensi e significati – è che ciò che vi è di più ‘basso’, ‘inferiore’, ‘corporeo’, ‘materiale’, è sì, per il suo stato di ‘caduta’, un ‘male’, ma quel ‘male’ può essere ‘purificato’‘trasformato’, ‘trasfigurato’, ‘trasmutato’, sino a reintegrarsi nella sua originaria, luminosa, essenza spirituale, ritornando così ad essere un ‘bene’. E questa è l’autentica essenza dell’insegnamento manicheo, ossia che il ‘Male’ non è affatto – come erratamente è stato infinite volte ripetuto a partire da Agostino di Ippona, e da molti altri Padri della Chiesa, in poi – un che di ‘assoluto’, bensì esso è una realtà limitata e provvisoria, destinata ad essere superata e reintegrata nel luminoso stato primordiale. ‘Assoluto’, ‘incondizionato’, e fondato su sé, è unicamente lo Spirito, e non certo il ‘Male’, che invece è una realtà – a rigore, dovrei dire : una ‘irrealtà’, ossia una potente e illudente ‘maya’‘relativa‘, ’condizionata’, ‘fondata su altro’, ma siccome al di fuori dello Spirito nulla può essere riconosciuto come realmente ‘ex-sistente’, l’autonoma realtà del ‘Male’ è soltanto, appunto, una illudente ‘apparenza’: una ‘irrealtà’. Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ben mostrano, come nella concezione manichea, dietro al ‘dualismo cosmologico’ sia celato un metafisico ‘monismo ontologico’.

Questa apparente ‘dualità’ – questo ‘binario’ come lo chiamavano un tempo gli antichi occultisti – tra ‘Bene’ e ‘Male’, tra ‘Luce’ e ‘Tenebra’, tra ‘Essere’ e ‘Non Essere’, tra ‘soggetto’ e ‘oggetto’, nasce dalla apparente ‘alter-azione’, dalla apparente ‘alien-azione’, dell’Uno‘Uno Unissimo’ lo chiamavano i Pitagorici e i Platonici – ad opera dell’avidyâ, della ottenebrante ‘ignoranza’,  della ‘non conoscenza’, letteralmente della ‘non visione’. E questo dà un senso profondo a quanto Eugenius Philalethes, Thomas Vaughan, scrive, alle pp. 28-29, in Anthroposophia Theomagica :

«In secondo luogo, dovete apprendere che ogni elemento è duplice. Questa duplicità o confusione è quel Binarius del quale tratta Agrippa in Scalis Numerorum, e sia lui che Tritemio nelle loro Epistolae. Altri autori che ne trattarono, in questa scienza furono dei pragmatici scribacchini e non compresero questo Segreto dell’Ombra [Secretum Tenebrarum]. Questo è ciò in cui prevarica la creatura e decàde dalla sua primeva armonica unità. Voi dovete dunque sottrarre la diade [Subtrahere Binarium] e allora la triade del mago può venire ridotta “dalla tetrade nella semplicissima monade”, e di conseguenza “in una metafisica unione con la Suprema Monade” [In metaphysicam cum Supremâ Monade unionem]».

Questo enigmatico linguaggio ‘rosicruciano’ – indubbiamente difficile da intendere per chi non abbia una discreta pratica con i testi ermetici – allude, tra le altre cose, al superamento di ogni ‘realismo’ – come lo chiamava Massimo Scaligero – mediante il superamento della ‘dualità’ tra oggetto e soggetto, tra Io e mondo, tra percezione e pensiero, tra pensiero e volontà. Ciò mostra il senso ‘iniziatico’‘rosicruciano’ e ‘manicheo’ – della ‘Via del Pensiero’, così come indicata da Rudolf Steiner nella Filosofia della Libertà, e da Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Non solo, ma è anche l’aurea chiave – per chi sappia ‘vedere’ – del ritrovamento e della realizzazione dell’Androgine Celeste, e quindi anche la chiave dell’impresa del Graal.

L’impresa di una sì audace ‘trasmutazione’, tale da apparire addirittura temeraria agli occhi di molti, è in realtà una eroica impresa ‘cainita’, e non certo ‘abelita’. Da questo punto di vista, non è ‘Caino’ che attende dall’uomo di esser ‘redento’, bensì è la stirpe dei ‘Figli di Caino’, dei ‘Figli degli Elohim’, che mediante il ‘fuoco’ opera, con coraggio e abnegazione, alla ‘trasmutazione’ del ‘Male’ in ‘Bene’, della ‘Tenebra’ in ‘Luce’: sia nell’Uomo, che nella Natura. Ovvero, come affermato nel detto rosicruciano, oltremodo incompreso ed equivocato, ‘igne natura renovabitur integra’, ovvero ‘mediante il fuoco l’intera natura verrà rinnovellata’: il che ha un senso sia microcosmico che macrocosmico. Da questo punto di vista, l’Opera di Rudolf Steiner, e quella di Massimo Scaligero, hanno un forte, ed esplicito, carattere ‘cainita’, ossia un carattere ‘gioannita’, ‘rosicruciano’, e cristicamente ‘manicheo’. Un’opera di Massimo Scaligero in cui un tale carattere è particolarmente accentuato, è Kundalini d’Occidente, Edizioni Mediterranee, Roma, 1979: l’ultima sua opera pubblicata lui ancora vivente, mentre Iside-Sophia. La Dea ignota, Edizioni Mediterranee, e Zen e Logos, Tilopa, sono sue opere che apparvero postume, a Roma, nel 1980. Così alle pp. 37-38, di Kundalini d’Occidente leggiamo:  

«L’uomo deve rendersi conto del livello in cui è caduto: non può decidere di essere vero uomo, se non lo conosce. È il livello all’altezza del quale è inevitabile il Materialismo, ma è parimenti il livello in cui l’uomo comincia a essere libero, perché può accogliere non estaticamente l’Io puro, bensì allo stato di veglia. Ma prima occorre che egli in tale stato di veglia divenga cosciente di sé. La coscienza dialettica è ancora semi-sognante, perciò di tipo medianico: ogni odierna ossessione dialettica, o ideologica, è in sostanza l’inizio di una infestazione medianica. È importante rendersi conto che si tratta della forma più bassa della manifestazione dell’Io, inizialmente incapace di distinzione di sé dalla sfera degli istinti, ma proprio perciò capace di potere egoico. È inevitabile che l’autocoscienza nasca come inferiore individualismo. Tuttavia, non si tratta di evirarsi, rinunciando al potere dell’individualità, bensì di liberare questa dall’inconscia identità con gli istinti. La forza degli istinti sopraffà l’uomo, perché è di natura superumana. L’uomo può educarla, evitarla, smorzarla, ma non conquistarla, se non mette in atto ciò che in lui è superiore all’umano, l’Io: che non ha bisogno di lottare, per dominare gli istinti: è sufficiente la sua presenza. Grazie alle giuste discipline, che occorre riconoscere, riconoscendo il Maestro dei nuovi tempi, gli istinti purificati, risorgono come poteri dell’Io. L’operazione è simboleggiata dal fiorire delle “rose rosse” dalla “croce nera”: segno, questa, dell’ordine originario dei quattro elementi, riaffermantesi sul caos, presente appunto nell’uomo come dominio degli istinti sottraentesi all’Io. Un discepolo non può iniziare se stesso, ma può preparare se stesso a ricevere l’Iniziazione dal proprio Maestro, che lo segue anche se egli non lo conosce. La meditazione sulla Rosacroce è importante per una tale preparazione. Il discepolo ben presto si rende conto che sperimentare lo Spirituale non significa avere sensazioni eccentriche, o evocare simboli dottrinariamente pre-interpretati, bensì penetrare praticamente determinati simboli, secondo ciò che essi esigono occultamente, non secondo ciò che essi significano all’intelletto, sino a percepire concretezze sovrasensibili, altrettanto obiettive quanto quelle sensibili, ma perciò tanto insolite da destare la paura della coscienza ordinaria, rispetto alla loro diversità».

E, poco oltre, nel capitolo Il sistema eterico della testa, alle pp. 46-48, ove, come mio solito, metterò in risalto in grassetto alcuni punti particolarmente importanti per il nostro tema, Massimo Scaligero affronta il problema radicale dell’uomo: il problema della morte, alla quale la decisione di Jahve-Jehova condannò l’uomo con la cacciata dall’Eden e con la proibizione, a lui ingiunta, di gustare i frutti dell’Albero della Vita:

«Mediante la disciplina della concentrazione, in sostanza l’uomo entra in contatto con la forza della morte: nel dominarla vi inserisce il potere di un volere che, nell’essenza, reca la trasmutazione della Morte, cioè la corrente novella della Vita. Il senso ultimo della concentrazione, secondo il canone del Maestro dei nuovi tempi – che nessun altro canone può sostituire – è dominare ciò che rende necessaria la Morte, perché il volere così suscitato appartiene all’Io, in cui è il Logos come essenza. Perciò l’ego, che abbia coscienza di sé e sappia di essere un nulla senza l’essenza, o la propria reale scaturigine, trova infine il Logos, il senso ultimo dell’autocoscienza, grazie al quale trasmuta. Senza tale ritrovamento, l’autocoscienza è al servizio dell’animalità umana, la quale è al servizio del Demone della Terra. Mediante l’innocente animalità, il Demone della Terra domina l’uomo, sino al pensiero.

La concentrazione vince la Morte, perché s’impossessa del potere illegittimo di Ahrimane sul pensiero: è il potere della caduta, per il quale è inevitabile che l’uomo venga distrutto dai suoi istinti. La concentrazione insegnata dal Maestro dei nuovi tempi, consegue il proprio oggetto, perché toglie il pensiero agli istinti, alla psiche, all’animalità, mediante la luce arida, lo sforzo arido, il tema prosaico. In questa aridità v’è il bene prezioso del sentiero verso il concetto puro, che si libera dell’obiettività sensibile: lo sforzo è penoso, privo di entusiasmo, vuole solo arida volontà: e questo è appunto ciò che occorre, una volontà pensante inusitata, nuova alla coscienza abituata alle accensioni emotive della psiche animale: una volontà non egoica e tuttavia fortemente individuale, appena affiorante e tuttavia intensa, capace di estrinsecarsi nel pensiero puro, nel pensiero senza oggetto. In questo volere affiora la forza di cui tutto l’essere ha bisogno: una forza superiore al marasma quotidiano dell’anima, una tangenza con il Logos che sorregge la vita. Il primo darsi dello Spirito: perciò Spirito Santo.

Qui il pensiero ha a che fare con la Morte e con la possibilità di restituzione della Vita. Si vedrà come i pensieri viventi, quelli eccezionalmente vissuti nel momento pre-cerebrale, grazie alla volontà di profondità, giungano sino alle ossa, abbiano a che fare con lo scheletro, perché contengono tutta la logica e la matematica cosmica, mediante cui lo scheletro viene edificato dalle Gerarchie, per il regno di Ahrimane: superano la fisicità dell’organo cerebrale, possono entrare nel regno stesso della Morte, perché recano il potere originario della Vita».  

Che la ‘Via del Pensiero’, e l’Ascesi della Concentrazione, siano – come, con parole che più chiare non potrebbero essere, afferma Massimo Scaligero – una ‘Via’ aspra, dura, arida, per nulla consolante, e tantomeno ‘mistica’, oramai il lettore di questo temerario blog lo sa bene. E chiunque in una tale ‘Via’, e in una tale ‘Ascesi’ con serietà e abnegazione si impegni, sa bene quanto essa sia una ‘Via eroica’ una ‘Via’ – per dirla con le parole del mio amico C., ‘asceta d’altra dottrina’, e fratello d’armi di molte battaglie – molto ‘achea’, ‘dorica’, ‘spartana’, ‘secca’, che esige intenso sforzo volitivo, tenacia, continuità a tutta prova, e come tale, essa non può essere accetta all’anima, ancora schiava della inferiore natura animale, che, sottoposta ad una tale disciplina, giustamente si sente letteralmente ‘morire’: preludio alla ‘nigredo’, all’ermetica ‘opera al nero’, al ‘nigrum nigro nigrius’, al ‘nero più nero del nero’ degli autentici testi alchemici rosicruciani.

Nei paragrafi immediatamente successivi, Massimo Scaligero delinea un tema che fu molto caro agli antichi Manichei, e che venne beffardamente, meschinamente, e alquanto stupidamente, dileggiato da Agostino d’Ippona, dimentico dei esser stato anch’egli un tempo – per ben nove anni – ‘uditore’ manicheo. Sulla base di quanto comunicato da Rudolf Steiner, e sulla base della sua personale, rigorosamente controllata, esperienza interiore, Massimo Scaligero descrive come nel processo della percezione sensoria, e in quello della nutrizione, vi sia un ‘separare’, un ‘liberare’ per restituirli al ‘Mondo della Luce’, loro realtà originaria, i ‘semi di luce’ – come li chiamavano i Manichei – dalla prigionia della ‘hỳle’, dal ‘caos’ della ‘materia’, che altro non è se non la ‘maceria’ dello Spirito, dominata dall’Oscuro Signore. Alle pp. 48-49, troviamo scritto:

«Il semplice esercizio della concentrazione, secondo il canone della mera oggettività vissuta per entro e oltre la cerebralità, va incontro a un’operazione eterica continua, di natura divina, grazie alla quale, in una zona privilegiata della testa, di continuo la pura essenza minerale dell’esperienza dei sensi si unisce con la quintessenza del processo nutritivo, dal quale vengono espulsi l’elemento animale e l’elemento vegetale, perché permanga come puro essere della forza l’elemento minerale originario, l’elemento solare dei cibi. Questa sintesi minerale, dell’estratto della percezione dei sensi e dell’essenza della nutrizione, operata dalle più elevate forze eteriche della testa, sotto la direzione incorporea dell’Io, viene chiamata dal Maestro dei nuovi tempi “il Cibo del San Graal”. È infatti il germe dell’azione trasmutatrice movente dalla mineralità spirituale verso la mineralità normalmente dominata dalla Morte, malgrado il suo potere di organizzazione fisica: azione dell’Io vittorioso sulla materia, perché recante la forza di vita da cui ha origine la possibilità di annientamento della materia. Negli organismi che subiscono la Morte, tale materia è temporaneamente dominata. Chi contempla il Graal non è più soggetto alla Morte, perché scatta in lui la coscienza di ciò che gli dà il potere di contemplare il formarsi della materia dalla Luce caduta, risorgente per virtù del Logos: il più alto Mistero dell’Universo: mediante tale coscienza egli si sente rivivere, comincia a percepire la Resurrezione.

Nella testa dell’uomo si svolge l’impresa del Graal, perché nella testa egli soggiace alle forze della Morte: proprio per questo suo soggiacere alle forze della Morte, nella testa urgono di continuo, mediante il pensiero, le forze della Resurrezione. Mediante tre ordini di nervi cerebrali operano rispettivamente le correnti del pensare, del sentire, del volere: il volere, come corrente istintiva, si manifesta mediante i processi del ricambio dei nervi cerebrali, il sentire mediante i processi ritmici di tali nervi (è il respiro sottile connesso con la circolazione del sangue e i moti del liquido cefalo-rachidiano), il pensare mediante l’attività nervosa, la più pura, indipendente dai processi ritmico-metabolici. Tale indipendenza, però, raramente si attua nell’uomo, perché viene da lui sollecitata soltanto quando egli pensa razionalmente, secondo rigorosa astrazione del processo razionale da influssi esteriori ed interiori. Per solito i processi ritmico-metabolici, espressivi della psiche istintiva ed emotiva, sopraffanno i puri processi nervosi mediatori della coscienza pensante vera, così che viene invertita la funzione obiettiva del pensiero quale veicolo dell’Io nella coscienza: gli istinti e gli stati d’animo giungono ad asservire il pensiero, che diviene persino strumento e codificatore scientifico della propria caduta nella natura inferiore. Per tale via, per ora, la Scienza aiuta l’uomo a conoscersi e a superarsi, solo a condizione che egli l’assuma con un pensiero capace di superare il livello della sua astratta razionalità».

Alle pp. 61-62 del successivo capitolo – Luce-Folgore del Logos – Massimo Scaligero riprende l’immagine manichea della liberazione dei ‘semi di luce’ che l’essere umano, nella nutrizione e nella conoscenza, libera dall’incantamento dell’apparire minerale:

«Questa luce viene dal Sole spirituale, di cui il Sole fisico è la parvenza. L’uomo gode dei doni del Sole, ma la Scienza, limitata a peso e misura delle cose, lo aiuta ben poco a conoscere le forze di cui si avvale e di cui gode. Lo Spirito del Sole diviene vivente in lui, attraverso i cibi, la frutta, il pane, il frumento impregnato di vita solare. Così la luce, i colori, i suoni, così il pensiero: nell’essenza fluisce in lui un’unica eterica vita, che egli frammenta nelle percezioni, che crede esteriori e obiettive, mentre esse sorgono dall’incontro delle sue forze solari con la struttura solare delle cose. Suo compito è restituire ad esse l’unità dell’essenza, a cui la sua degradazione nella sfera della materiale molteplicità, le ha tolte.

Finché l’uomo si limita a godere dei doni del Sole, ignorando la loro sorgente una in lui e nelle cose, subendo l’incantesimo di una realtà obiettiva esistente fuori di lui, indipendente dal suo conoscerla, non è libero: ignora la verità del proprio essere, operante nelle cose, la verità che può renderlo libero. Ignora la propria natura solare, perché rinuncia a stabilire un rapporto cosciente con il Principio del Sole in lui, che è dire, con il suo Io nel mentale, e perciò con la potenza del Sole nascente nel cuore. Ahrimanicamente si estrania alla propria origine cosmico-solare, e con ciò prepara le proprie catastrofi ».

Ma, ritornando al precedente capitolo di Kundalini d’Occidente – Il sistema eterico della testa – leggiamo che, sempre a p. 49, Massimo Scaligero scrive:

«Il pensiero ritorna strumento dell’Io  e delle forze riedificatrici dell’umano. Queste forze sono tali  che, per penetrare nell’umano, debbono dapprima distruggere la natura [sc. il ‘solvere’] , ciò che nell’umano è animale: debbono produrre dei canali vuoti attraverso i quali lo Spirito possa passare come volontà riedificatrice [sc. il ‘coagulare’]. Ma a tale fine, lo Spirito deve muovere nell’organismo umano dal supporto della mineralità, che gli dà modo di essere libero nell’interiorità cosciente. L’«alimento del Graal» è già mineralità spiritualizzata. […] Qui lo Spirito comincia a entrare vittorioso nella terrestrità». 

E, più oltre, alle pp. 53-54, Massimo Scaligero usando un’immagine, che ricorda molto da vicino quella dello Jesus patibilis, che il manicheo Fausto di Milevi non riuscì a far intendere alla ‘intelligentissima stupidità’, preconcetta e partigiana, di Agostino di Ippona – il quale, recluso com’era nelle sue cristallizzate rappresentazioni della sua rigida e disseccata ortodossia, non era punto in grado di concepire l’essenza cristica del Manicheismo – così scrive:

«Si tratta in realtà del vivente eterico sempre paralizzato per la coscienza egoica, o riflessa: che è dire che il Logos viene sempre crocifisso dall’Io inferiore dell’uomo, cioè dall’Io riflesso, che esige il dominio delle leggi della natura e della realtà opposta allo Spirito, cioè il dominio della Morte: sul quale invece il Logos ha vinto.

La Resurrezione fu preparata perché operasse per questa morte del pensiero, cui è legata la distruzione e la morte del corpo. La Morte è necessaria all’immortalità. L’introduzione alla riconquista della vita, ha inizio con la resurrezione del pensiero, di cui l’uomo ha la segreta chiave, l’iniziativa, nel volere individuale dell’ego».

Questa audace concezione che nell’operatività interiore porta l’asceta al superamento di ogni forma di ‘realismo ingenuo’, sia esso il volgare ‘realismo primitivo’, sia il ‘realismo critico’ di stampo kantiano, sia il ‘realismo scientifico’, come pure il ‘realismo spiritualista’, e persino quello ‘antroposofico’ – tema sul quale in incontri personali, in riunioni e nei suoi scritti, Massimo Scaligero insistette alquanto negli ultimi tempi, anzi: sin nelle ultime ore della sua vita – e di conseguenza ogni forma di ‘realismo’ che veda l’oggetto conosciuto fuori dell’‘atto’ del conoscere. Egli mostrò come l’unico concreto, e valido, ‘realismo’  – che come tale deve essere sperimentato dall’asceta operante – sia il ‘realismo del pensare’, ch’egli chiamava anche ‘realismo eterico’, o ‘realismo cristico’. Il ‘Male’ sorge proprio in questa ‘frattura’, in questa ‘scissione’ che per l’essere umano vi è tra il pensare e l’essere. L’uomo non risolverà mai, per quanta buona volontà e nobili aspirazioni morali egli abbia, nessun problema – sia esso scientifico, economico, sociale, etico, religioso – finché egli vedrà una ‘realtà’ su sé fondata  nel mero ‘fatto’ scientifico, economico, sociale, etico, religioso, fuori dell’‘atto’ del pensare che invera il conoscere. E questa è la sostanza, l’essenza stessa della ‘Via del Pensiero’: la sua cristica essenza manichea. Ed è altresì il senso ultimo dell’evoluzione dell’uomo: la vittoria sulla dualità, il dissolvimento dell’alterità: di ogni dualità ed alterità, che sono il ‘Male’ nella misura in cui dominano l’uomo, e asservono l’Io ai moti dell’anima condizionata dal corpo e dall’illusoria esteriorità del mondo. ed è quello che Massimo Scaligero indica, alle pp. 69-70, nel capitolo Luce-Folgore del Logos del libro Kundalini d’Occidente.

«L’uomo è dominato dalla corrente della Morte, che si esprime negli istinti e nelle passioni soverchiami l’Io, in quanto, al livello della coscienza fisica, egli è dominato da Ahrimane. Ma l’uomo può percepire la forza-pensiero, che opera nella sua indagine fisica, e intendere come possa liberarla dalla soggezione osseo-nervosa. Mediante questa forza-pensiero, l’uomo dissolve il regno di Ahrimane, perché le leggi matematiche della materia sono la proiezione intellettuale della cristallizzazione di forze spaziali discendenti sulla Terra da ritmi dello Spirito, che lo Spirito ha il potere di riafferrare. Tale potere è la forza della Resurrezione, grazie a cui il pensiero, da morto pensiero della materia fisica, ritorna vivente. Solo un pensiero morto può edificare una Scienza del mondo fisico, in cui non c’è posto per la vita, essendo questa sostanzialmente sovrasensibile: una Scienza che suscita la connessione delle quantità misurabili, ossia con ciò che della natura è esclusivamente la Morte, e perciò può produrre solo meccanismi morti, etica morta, socialità morta, o astratta. In questa sfera di Morte, il pensiero può muovere solo in quanto astratto e riflesso. Ma può volere coscientemente questo movimento e insistere nel volerlo, sino a scorgere nella sfera della Morte il Resuscitatore della Vita: egli lo reca sconosciuto in sé, ma può farlo sorgere, se muove volitivamente in tale ambito di Morte.

Solo l’Io dell’uomo può scendere nel regno della Morte, in quanto reca in sé il Logos: ma lo reca sconosciuto. Egli deve conoscerlo, per incarnarlo, o realizzarlo, mediante volontà cosciente. L’Io accende in sé la segreta folgore-Logos, per il fatto che incontra la mineralità che gli si oppone mediante angoscia e paura, o brama. A questa opposizione, sperimentabile solo nella sfera terrestre, l’Io deve la possibilità di evocare in sé con assolutezza il potere del Logos, capace di penetrare vittorioso la struttura delle ossa: il cui simbolo ermetico è la «discesa nella tomba», l’Opera al Nero, la sua realtà la Resurrezione».

L’esperienza qui esplicitamente indicata da Massimo Scaligero – ma anche, sia pure più velatamente, dallo stesso Rudolf Steiner – è la realizzazione della trasmutazione del ‘Male’ in ‘Bene’, della ‘Tenebra’ in ‘Luce’, la connessione  della ‘Via del Pensiero’ con l’Arte Regia, ossia con la Grande Opera, con la ‘Operatio Solis’ dell’Alchìmia ermetica e rosicruciana, e con la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, alcuni paragrafi dopo, a p. 71, leggiamo:

«La via iniziatica di questo tempo esige dal discepolo gradualmente il progredire volitivo, mediante autocoscienza purificata, verso l’evento della Pentecoste. Nelle ossa, simbolo della morte, è celata l’istanza ultima della Resurrezione: lo scaturire di un pensiero che incarni lo Spirito Santo.

Questo pensiero nasce come luce che vince il buio dell’anima: deve contenere tutta la potenza del cuore, lo splendore dell’Oro Filosofale, la forza spirituale del Sole raccolta in unico punto, da cui irraggia nel mondo come potenza d’Amore salvatrice. Questo pensiero, capace di conoscere e dissolvere la tenebra della malvagità e perciò di instaurare la fraternità umana, nato dall’eroicità lucida nella sofferenza, segretamente diviene, per mediazione angelica, folgore delle ossa, che annienta Ahrimane e restituisce l’eros come corrente creatrice, secondo il Logos».

Su questo aspetto ‘cainita’ del nostro tema, avrò da ritornare proprio per approfondire – sulla base delle cosiddette ‘opere filosofiche’ di Rudolf Steiner, che io amo chiamare ‘filosofali’ per il loro occulto e misconosciuto contenuto – nelle successive parti del presente studio. Il candido e benevolo lettore, che avrà avuto la diligente pazienza di seguire la concatenazione dei pensieri, vedrà gradualmente chiarirsi una parte del linguaggio simbolico, tipico della letteratura ermetica dell’antico Rosicrucianesimo medievale, rinascimentale, e settecentesco. Avremo, inoltre, modo di penetrare più a fondo nel senso della contrapposizione fatale che storicamente vi è stata nei millenni tra la corrente abelita e quella cainita, e come essa trovi il suo superamento e la sua composizione nella Scienza dello Spirito, nell’Antroposofia, che Rudolf Steiner ha donato al mondo.

L’ARCHETIPO-GIUGNO 2020

Anno XXV n. 6

Giugno 2020

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Libertà (di F. Giovi)

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Il fiore dell’indipendenza dagli Dei che l’uomo sperimenta in ogni momento non può non essere altro che la Libertà. Parola troppo facile che nasconde un contenuto tremendo ed imprevedibile. E’ ciò che l’uomo di oggi può volere o non volere: dipende dalla sua propria azione.

Non v’è uomo che non porti in sé l’antico. A cui ripugna e spaventa l’atto libero. Anche le religioni, seppure ricche di tesori, appartengono al passato, seguono la via dei morti. Le pseudo religioni o le pseudo mistiche contemporanee sono solo fenomeni di tarda necrofilia su corpi marcescenti.

Ora, lo si desideri o meno, è il corpo che abbiamo, la coscienza che possediamo, che fanno da base ad ogni ulteriore movimento. Converrebbe parlare meno di “mondi spirituali” e di contenuti “morali”: venendo essi assunti da una coscienza vuota di Spirito e da un pensiero astratto, privo di realtà condizionante. Non direi simili cose se non mi fosse chiaro il contenuto della coscienza: piena di rappresentazioni, vuote anch’esse di realtà ma sostenute da una debole impressione di vita elargita dalla oscura vis biologico-istintiva.

L’attività della coscienza di sé si svolge in pensieri o, più esattamente, in una sfera di astratte rappresentazioni: semplici riflessi del mondo come appare o dell’inconosciuta vita organica, quella del corpo o della psiche soggetta al corpo. Ma se la rappresentazione è un riflesso, una maya, essa non muta il suo carattere “sia che pensi Dio o una sedia” o l’Opera Omnia del Dottore.

Un riflesso non può trasformarsi in una realtà senza una concreta animadversio. Per questo motivo chi evita di guardare con coraggio la condizione di “caduta” in sé stesso, cerca di saltare l’ineludibile fosso con azioni e parole illudenti che ponendolo in condizioni crepuscolari (di fatto medianiche) lo trascinano verso condizioni più involute rispetto allo stato di coscienza dell’uomo comune.

L’involuzione può essere “elettrizzante”, stimolando nel soggetto retrogrado impulsi di evangelizzazione (contagio) verso i deboli e gli instabili.
Questo è semplicemente il retroscena che anima la maggior parte di “Maestri”, “Guide” e “Profeti” del teatrino del mondo e, in particolare, del mondo esoterico.

GLI SCRITTI DEI MAESTRI (di F. Giovi)

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Ho sempre considerato gli Scritti, per molti versi, più importanti di altre cose: certamente la vivacità, in questi, è smorzata o addirittura non esiste, ma essi altresì non dipendono da contingenze e dagli interrogativi di qualche singola anima. Essi sono stati curati e prodotti per tutti i lettori o almeno per tutti i ricercatori che provano interesse per i percorsi della Scienza dello Spirito, sebbene un po’ meno per chi in questa cerca emozioni di qualunque tipo.

Poi non è secondario il fatto che gli scritti i quali discendono da una fulgida visione spirituale possano essere pensati dai lettori, anzi lo scopo del veggente che abbia avuto la capacità ed il permesso di scrivere è sostanzialmente questo: che ogni sua parola possa venir pensata, che ogni nesso tra questa e quella possa offrire da guida a fare altrettanto: ciò diventa un movimento meditativo nostro, che si dipana nella nostra anima: il suo pensiero diventa nostro pensiero, perché possiamo volerlo in libertà e piena consapevolezza. E se per lui lo scritto è esperienza spirituale tradotta in pensieri interconnessi in modo particolare, così – in perfetta chiarità – possiamo risalire il suo percorso.
Una caratteristica del pensiero è di non essere qualcosa che uno possiede solo per sé medesimo. Il pensiero è universalmente condivisibile.

Steiner e Scaligero, seppure in maniera diversa, non si rivolgono affatto al lettore onnivoro, al “turista (spirituale) per caso”, ma a tipologie animiche non proprio comuni (secondo la terminologia di Evola: differenziate), comunque, in un certo qual modo, particolari.
Come spesso accade all’impressione dei lettori, il linguaggio del Dottore, poiché incurante delle ortodossie terminologiche, sembra forse più semplice, mentre quietamente apre le porte alle conoscenze più elevate – più ardite – che possano essere avvertite sul limitare del pensiero sveglio e consapevole. Certo, Egli invita a prestare la massima attenzione verso tutte le facoltà dell’anima, ma per poter fare ciò è necessario che l’indagatore non ne sia in queste sommerso: dunque è bene vivere appieno i moti dell’anima ma è al pari importante procurarsi la forza per poterli contemplare in assoluta indipendenza.

Scaligero sfida la difficoltà di offrire i mezzi per comprendere la situazione in cui si trova immancabilmente il pensiero ordinario, sia esso esotico o esoterico, il suo limite e dunque il modo per il suo trascendimento. Operazione non facile, perché il lettore non può non usare se non il livello di pensiero che dovrebbe superare: la comprensione di tale superamento è uno dei motivi della ripetitività di alcuni concetti fondamentali che riappaiono costantemente nella lettura dei suoi scritti.

Scaligero, come ho già evidenziato altre volte, si rivolge agli esoteristi di qualsiasi appartenenza per svegliare in essi l’idea di una priorità epistemologica ed operativa ignorata, nonostante la loro passione: che molte volte è geniale, impetuosa, ma che essi credono venire dalle profondità della tradizione abbracciata: una splendida audacia “naturale” che diviene, proprio a causa del pensiero discorsivo che l’avvolge, il limite che andrebbe eroicamente superato.

Eppure, almeno a mio parere, non è soltanto la Scienza spirituale ad unire nell’essenza tali grandi figure, non sono solo i contenuti, ma anche il rapporto che c’è o potrebbe esserci tra questi ultimi ed i lettori.
Senza pregiudizi è facile notare ciò che non c’è: ambedue trattano di esperienze spirituali, di realtà operative senza darsi alcuna pena per quanto vive nel contingente sensibile quando esso si riflette nell’anima, mentre informano l’indagatore su quali possono essere le vie da intraprendere al massimo delle forze.

Permettetemi un siparietto che già in sé spiega qualcosa.

Mi è stato raccontato da un amico che, andato un giorno a incontrare Scaligero, questi, appena esauriti i saluti, impassibilmente gli chiese ragguagli sulla salute del suo gatto. Avuta risposta (il gatto stava benissimo), Scaligero continuò chiedendogli risposte su cose di tenore più o meno simile. Ottenute monosillabiche e stupite risposte in merito, Scaligero con più vivacità esclamò: “Ma allora oggi possiamo parlare di spirito!”. Poi, mantenendo questo lieve umorismo raccontò qualcosa della valanga di sciocchezze settimanali postegli sul tavolo dai tanti deferentissimi amici.
Morale della storiella è che se le condizioni del gatto o di ogni altra cosa si presentano come il prius interiore, diventa impossibile concedere se stessi ai momenti di disciplina, questa iniziando da una lettura in pensieri desti di un testo spirituale e giungendo fino alla contemplazione, itinerario impossibile per chi non riesce a dominare le sue preoccupazioni e le banalità che sempre infesteranno l’anima: abbiano pur esse una base di verità obbiettiva o siano frutto di fantasia: c’est toujour la même chose.

In questo genere di cose Scaligero si è mostrato (quasi sempre) molto paziente, compassionevole e gentile. Anzi, ho potuto constatare che, se nel tempo qualcuno deludeva la propria potenzialità di ascesi, verso costui aumentava in Scaligero la gentilezza.
Del resto chi fu presente e desto in quegli anni alle riunioni settimanali potrà convenire circa la sua santa capacità di incamerare in alte tematiche domande che forse avrebbero imbufalito anche la Mitezza incarnata.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SESTA PARTE.

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Continuiamo il presente studio, che vorrebbe portare ad una maggiore comprensione delle immani forze che operano nell’attuale tragica situazione dell’uomo e dell’umanità, ossia delle forze che sono attive nell’attuale ‘guerra occulta’ tra Michele e gli Spiriti delle Tenebre, i quali sconfitti nei Cieli, e scaraventati nel terrestre, si avventano sull’uomo per portarlo a perdizione. Ma questa è, appunto, la natura del Male, e la comprensione della sua funzione ci riporta all’essenza dell’insegnamento di Mani, alla missione umana e cosmica del Manicheismo. Prima di affrontare il mistero del Male delle origini, è savio ricordare – una volta di più – la pericolosità dell’attuale situazione, nella quale l’essere umano si aggira stordito e inconsapevole. A tale proposito giova riportare le parole del Maestro dei Nuovi Tempi, che si trovano in chiusura di uno dei suoi più importanti cicli di conferenze, ciclo tenuto poco dopo la fine del primo conflitto mondiale. Il tema affrontato da Rudolf Steiner è collegato con quello della soluzione del problema sociale, che oggi, forse ancora più drammaticamente di allora, assilla il singolo uomo, e le comunità. Ho trascritto quel testo letteralmente: ho solo sostituito alla parola ‘triarticolazione’ quella di ‘tripartizione’, che fu adoperata in Italia, col consenso del suo autore, sin dalla primissima edizione del suo libro sulla questione sociale. Del resto, ‘tripartizione’ fu la parola costantemente usata, et pour cause, da Massimo Scaligero nelle sue opere, ed ha una diretta connessione con la ‘tricotomia’ di Paolo di Tarso, con la ‘tripartizione’ della struttura occulta dell’uomo in corpo, anima, e spirito. Per cui leggiamo in Rudolf Steiner, La missione di Michele, GA-194, Editrice Antroposofica, Milano 1981, pp. 218-219:

«La missione di Michele

Conferenza tenuta a Dornach il 15 dicembre 1919

Se il corso del mondo proseguirà come è avvenuto per la vita spirituale, venuta da oriente ma in corso di degenerazione, allora la vita spirituale, che a un estremo all’inizio, era stata la verità più elevata, precipiterà all’altro estremo nella menzogna più terribile. Nietzsche dovette esporre come già i greci si preservarono dalla menzogna nella vita mediante la loro arte. L’arte è in effetti la creatura divina che preserva gli uomini dalla caduta nella menzogna. Se questo primo ramo della civiltà sarà seguito solo unilateralmente, questa corrente [sc. la corrente spirituale] sfocerà nella menzogna. Negli ultimi cinque o sei anni [sc. durante la prima guerra mondiale] si è mentito in seno all’umanità civile, più che in tutti gli anni della storia del mondo; quasi mai venne detta la verità nella vita pubblica, quasi nessuna parola corsa per il mondo era vera. Mentre questa corrente sfocia nella menzogna, la corrente centrale sfocia nell’egoismo. Una vita economica come la angloamericana, che dovrebbe approdare al dominio del mondo, se non si adatta a lasciarsi compenetrare dalla vita spirituale indipendente e dalla vita statale indipendente, sfocerà nel terzo abisso della vita umana, nel terzo dei tre. Il primo abisso è la menzogna, degenerazione dell’umanità attraverso Arimane; il secondo è l’egoismo, degenerazione dell’umanità attraverso Lucifero; il terzo è la malattia e la morte sul piano fisico, la malattia e la morte della civiltà sul piano culturale.

Il mondo anglo americano può raggiungere il dominio del mondo: senza la tripartizione, con tale dominio riverserà malattia e morte sulla civiltà del mondo, poiché queste sono il dono degli Asura, così come la menzogna è un dono di Arimane e l’egoismo un dono di Lucifero. Dunque il terzo abisso che si pone degnamente accanto agli altri due, è un dono delle potenze asuriche.

Questi fatti ci devono infondere entusiasmo e fuoco per cercare le vie per illuminare quanti più uomini è possibile. Illuminare l’umanità è oggi compito di chi ha compreso la realtà. Dobbiamo fare tutto il possibile per contrapporre alla stoltezza che si crede saggezza, e pensa di aver agito magnificamente, tutto quanto possiamo acquisire dall’aspetto pratico della scienza dello spirito orientata antroposoficamente». 

Queste le parole – attuali oggi come non mai – del Maestro dei Nuovi Tempi, dette in chiusura del ciclo sulla ‘missione di Michele’, missione che in definitiva viene a coincidere con urgenza che l’uomo fronteggi e risolva l’enigma del Male. Quindi, essa è anche la ‘missione dell’uomo’. Questo ci riporta all’essenza del Manicheismo. Ora, già nella seconda conferenza (II capitolo del libro), La missione del Manicheismo, tenuta nel 1906 a Parigi, trascritta da Édouard Schuré in Esoterismo cristiano. Lineamenti di una cosmogonia psicologica, tradotta da Bruno Roselli, e pubblicata da Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 31-32, leggiamo:

«L’occultismo cristiano procede in gran parte dai manichei la cui tradizione è sempre viva e il cui fondatore, Mani, visse sulla terra trecento anni dopo Gesù Cristo.

L’essenziale dell’insegnamento manicheo poggia sulla dottrina del bene e del male. Per l’opinione comune, il bene e il male sono due assoluti irreduttibili, di cui l’uno (il bene) deve distruggere l’altro (il male). Per i manichei, al contrario il male è una parte integrante del cosmo; esso collabora alla sua evoluzione e deve infine essere assorbito, trasfigurato dal bene. La grande originalità del manicheismo è di studiare la funzione del male e del dolore».

Nel capitolo XII, là dove si parla degli strati che costituiscono l’interno della Terra, a p. 164, viene data da Rudolf Steiner una breve descrizione – non più di un accenno – dello strato più interno, il nono ed ultimo, con le seguenti parole:

«L’ultimo strato è dotata di una sostanza dotata d’azione morale, ma opposta a quella che deve elaborarsi sulla Terra; poiché la sua sostanza, la forza ad essa inerente, è la separazione, la discordia, l’odio. È qui che nell’Inferno di Dante, si trova Caino, il fratricida. Tale sostanza è l’opposto di tutto ciò che tra gli uomini è buono e bene. Il travaglio dell’umanità per stabilire la fraternità sulla Terra neutralizza e depaupera, in proporzione diretta, il potere di tale sfera. È la forza dell’amore che trasformerà, in ragione della sua spiritualizzazione, il corpo stesso della Terra. Questa nona sfera è l’origine sostanziale di ciò che appare sulla Terra nella magia nera, cioè nella magia fondata sull’egoismo».

Ho preferito trascrivere la traduzione eseguita da Bruno Roselli, e pubblicata nel 1940 dai Fratelli Bocca, e non la traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, senza data, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano. 18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré, perché nella versione pubblicata dalla Tilopa di Roma, si trova aggiunta, a p. 121, sùbito dopo il paragrafo da me trascritto, la seguente frase, che non si trova nell’originale francese, né nel testo tedesco edito dal Lascito, come si può constatare, nel volume GA-94, pp. 109-110. Tale frase, che non corrisponde affatto allo stile di Rudolf Steiner, e nemmeno a quello di Schuré, così recita:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Il testo tedesco letteralmente dice:

Neuntens: Diese letzte Schicht besteht aus einer mit moralischer Aktivität ausgestatteten Substanz, aber ihre Moralität ist entgegengesetzt derjenigen, die sich auf der Erde entfalten muß. Denn ihr Wesen, die mit ihr verbundene Gewalt, das ist: die Trennung, die Zwietracht und der Haß. Hier in der Danteschen Hölle befindet sich Kain, der Brudermörder. Diese Substanz ist entgegengesetzt allem, was unter Menschen gut und schön ist. Die Bemühung der Menschheit zur Verbreitung der Brüderlichkeit auf der Erde vermindert in entsprechendem Maße die Macht dieser Sphäre. Es ist die Macht der Liebe, die in dem Grade, wie sie sich vergeistigen wird, sogar den Leib der Erde umbilden wird. Diese neunte Schicht ist der substantielle Ursprung von dem, was auf der Erde als schwarze Magie erscheint, das heißt als Magie, die auf den Egoismus begründet ist.

Non vi è traccia di quella frase aggiunta. Qualunque sia il valore di questa arbitraria interpolazione al testo originario, ho ritenuto preferibile attenermi con rigorosa fedeltà alla parola di Rudolf Steiner, riportata dallo Schuré. 

Nel XIV capitolo della traduzione di Bruno Roselli, edita dalla benemerita, scomparsa, casa editrice Fratelli Bocca, capitolo intitolato Redenzione e Liberazione, ritroviamo un argomento sul quale si era soffermata Hella Wiesberger, e che avevo affrontato nel precedente studio. In questo capitolo, troviamo nominati in particolare sia il mistero della morte, che il mistero del male, che sono collegati in modo precipuo al tema del presente studio. Infatti, alle pp. 169-171, leggiamo:

«Vi sono sette segreti della vita dei quali non si è mai parlato, sino ad oggi, fuori delle confraternite occulte. Solo all’epoca attuale se ne può parlare liberamente. Essi vengono chiamati anche i sette segreti inesprimibili o indicibili e sono: il segreto dell’abisso, il segreto del numero (che si può studiare nella filosofia pitagorica), il segreto dell’alchìmia (che si può comprendere dalle opere di Paracelso e di Jakob Böhme), il segreto della morte, il segreto del male (al quale accenna l’Apocalisse), il segreto della Parola o del logos, e il segreto della felicità di Dio, che è il più occulto.

Tenteremo di parlare del quarto segreto, quello della morte.

Ricordiamoci che sul pianeta che ha preceduto la nostra Terra, sull’antica Luna, abbiamo distinto tre regni naturali, molto diversi dai regni terrestri. Il nostro regno minerale non esisteva ancora. Esso è nato dalla condensazione, dalla cristallizzazione del minerale-pianta lunare. Il nostro mondo vegetale è sorto dalla pianta-animale lunare. E ciò che costituisce attualmente il mondo animale proviene da ciò che fu sulla Luna l’animale-uomo. Vediamo, dunque, come ciascuno di questi regni lunari compì sulla Terra una discesa verso la materializzazione.

La stessa cosa può dirsi per gli esseri che sulla Luna erano al di sopra dell’animale-uomo: gli spiriti del fuoco. Gli uomini di quel tempo aspiravano quel fuoco come noi, oggi, aspiriamo l’aria; per ciò il fuoco è rimasto, nelle leggende e nei miti, come la prima manifestazione degli dei. Nel Faust, Goethe vi allude quando dice: «Facciamo un po’ di fuoco perché gli spiriti possano rivestirsene». Tali spiriti del fuoco dell’antica Luna, nella fase terrestre, s’incarnano nell’aria. Pertanto anch’essi sono discesi verso una maggiore materialità, verso l’aria che noi attualmente inspiriamo ed espiriamo. Essi sono la sostanza stessa dell’aria che vive attorno a noi, in noi ed avviluppa la Terra della sua atmosfera.

Ora, se tali spiriti sono così discesi sino all’aria, se i regni lunari si sono così involuti, ciò fu affinché l’uomo potesse elevarsi, grazie ad essi, sino alla divinità. S’è compiuto, infatti, un doppio movimento in seno a ciascuno dei regni lunari, la parte inferiore discendendo mentre quella più affinata s’elevava. Così l’animale-uomo fu scisso in due gruppi, dei quali l’uno, sotto l’influenza della respirazione e dell’azione degli spiriti del fuoco che si prolungano negli spiriti dell’aria, lavorò per l’elaborazione del proprio cervello, mentre l’altro discendeva verso il regno animale. Tale scissione si ritrova persino nella costituzione dell’uomo, la cui parte inferiore s’avvicina all’animale, mentre la parte superiore si eleva verso gli spiriti. Secondo che l’uno o l’altro carattere fosse più o meno pronunciato, si formarono a poco a poco, due specie di uomini: una legata, per mezzo della sua natura inferiore alla Terra; l’altra più sviluppata e svincolata dalla Terra. I primi regredirono verso gli animali; gli altri poterono ricevere in sé la scintilla divina, la coscienza dell’io. […] L’espressione fisica correlativa a questa evoluzione fu lo sboccio e la crescita del cervello umano, che divenne un tempio ove Dio poté abitare».

Dalle parole di Rudolf Steiner emerge la ‘legge del sacrificio’. Si tratta dello stesso sacrificio che ritroviamo in India sin dai tempi più antichi, ossia nei testi sacri dei Veda, nei quali dal sacrificio di Prajapati nasce l’Universo, e sorge Ṛtà, l’ordine cosmico. Lo stesso sacrificio lo ritroviamo in Grecia nel mito di Dioniso dilaniato dai Titani, e in Egitto in quello di Osiride assassinato e fatto a pezzi da Set-Tifone. Quella del sacrificio fu ritenuta essere la legge, Dharma, che ‘regge’, ‘sostiene’, la manifestazione cosmica. Infatti, il sanscrito Dharma ha la stessa radice del latino firmus: ciò che è saldo, stabile, incrollabile. Vedremo che questo sacrificio è duplice: da una parte, è il sacrificio di ciò, involvendosi, ‘scende in basso’, ossia il sacrificio di ciò che è ‘inferiore’; ma è eziandio il ‘sacrificio’ di ciò che, evolvendosi, ‘ascende in alto’, ossia di ciò che è ‘superiore’, ma che poi va incontro a ciò che, sacrificandosi, è rimasto in una condizione ‘inferiore’ allo sopo di permettere a ciò che è ‘superiore’ di ‘ascendere in alto’. Del resto, questo è il senso – o almeno, uno dei sensi – della ‘lavanda dei piedi’ dell’Iniziazione cristiano-gnostica descritta da Rudolf Steiner in moltissimi dei suoi cicli di conferenze, in particolare nella sua esegesi del Vangelo di Giovanni. Nel ‘sacrificio’ di ciò che, involvendo, ‘rimane indietro’, in una condizione ‘inferiore’, avremo la spiegazione dell’origine del Male, mentre nel ‘sacrificio’ di ciò che da una condizione ‘superiore’, acquisita evolvendo, va incontro a ciò che è ‘inferiore’, per ‘risollevarlo’, ‘trasformarlo’, ‘trasmutarlo’, avremo l’essenza dell’insegnamento di Mani e la missione del Manicheismo: la redenzione del Male.

Quanto all’origine e alla funzione del Male, nel divenire cosmico, Rudolf Steiner così ne parla nel proseguo della sua esposizione, pp. 171-175, mettendone in evidenza la natura non assoluta, anzi relativa, e finalizzata:

«Ma se si fosse realizzata soltanto questa evoluzione, sarebbe mancato ancora qualcosa: avremmo avuto minerali, piante, animali e persino uomini dal cervello sviluppato e capaci di giungere alla forma umana attuale, ma qualcosa sarebbe rimasto allo stato lunare. Sull’antica Luna non vi era nascita, né morte.

Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dalla nascita attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; essi erano rispetto a lui ciò che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello rispetto alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e, se la sua evoluzione sulla Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore dell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi nello specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei propri pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Iehovàh.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Iehovàh erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la loro evoluzione sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei di Iehovàh avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per gli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei iehovici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto tempo che Iehovàh.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III, 5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quella di aver coscienza di sé, di scegliere e di essere libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Iehovàh, sarebbe rimasto impersonale.

Lucifero è dunque il principio che permette all’uomo di divenire veramente un uomo indipendente dagli dei. Il Cristo, o logos, manifestato nell’uomo, è il principio che gli permette di risalire sino a Dio.

Prima del Cristo l’uomo possedeva il principio di Iehovàh, che gli conferiva la forma, e quello di Lucifero, che lo individualizzava: era diviso tra l’obbedienza alla legge e la rivolta dell’individuo. Ma il principio del Cristo venne a stabilire l’equilibrio tra i due primi, insegnando a ritrovare nell’interiore stesso dell’individuo la legge primitivamente data dall’esterno. È ciò che spiega san Paolo il quale fa della libertà e dell’amore il principio cristiano per eccellenza: la legge ha retto l’antica alleanza, come l’amore regge la nuova. Troviamo dunque nell’uomo  tre principi inseparabili e necessarî alla sua evoluzione: Iehovàh, Lucifero il Cristo».

Ma Rudolf Steiner, nel medesimo ciclo di conferenze da lui tenute a Parigi nel 1906, dopo aver affrontato il mistero dell’origine e del significato del Male, in funzione della formazione della coscienza e della realizzazione della libertà dell’uomo, affrontò pure nell’ultima conferenza, che rappresenta il XV capitolo del libro trascritto da Édouard Schuré, nella traduzione di Bruno Roselli ed edito dai Fratelli Bocca nel 1940, intitolato L’Apocalisse, il problema della ‘trasformazione’ del Male in Bene, della sua ‘trasfigurazione’, della sua alchemica ‘trasmutazione’, ossia della trasformazione della ‘tenebra’ in ‘luce’, della ‘materia’ in ‘spirito’. E questa viene ad essere la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, così leggiamo alle pp. 188-190:

«Analogamente, ciò che l’uomo possiede oggi nell’intimo della sua anima – i suoi pensieri, i suoi sentimenti – si esteriorizzerà e diverrà il suo ambiente. L’avvenire riposa in seno all’uomo: a lui la scelta di farne un avvenire di bene o di male. E come l’uomo ha lasciato dietro di sé, nel passato, ciò che costituisce il mondo animale odierno, così ciò che oggi è il male in lui formerà in avvenire, una specie di umanità degenerata. Attualmente, possiamo più o meno nascondere il bene od il male che sono in noi: verrà un giorno in cui non lo potremo più, in cui saranno scritti in modo indelebile sulla nostra fronte, sul nostro capo e persino sulla faccia della Terra. Allora, l’umanità si scinderà in due razze. Come incontriamo oggi delle rocce o degli animali, incontreremo allora degli esseri di puro male e di bruttezza. Oggi, solo il chiaroveggente legge negli esseri la loro bontà o la loro bruttezza morale; ma quando i caratteri somatici dell’uomo saranno l’espressione del suo carma [sc. Karma], gli uomini si distingueranno da se stessi, secondo la corrente alla quale manifestamente apparterranno; secondo che in essi la natura inferiore sarà stata vinta o avrà, invece trionfato sullo spirito. Tale distinzione comincia, a poco a poco, ad operarsi. Quando s’attinge nel passato la comprensione dell’avvenire e quando si vuole lavorare a realizzare l’ideale di tale avvenire, se ne vedono profilarsi i segni. Una nuova razza si formerà, che sarà l’anello tra gli uomini attuali e gli uomini spirituali dell’avvenire.

Occorre distinguere tra l’evoluzione delle razze e quella delle anime. È lasciato alla libertà di ciascuna anima di svilupparsi sino alla forma esteriore che avrà il proprio carattere del bene che incarnerà; si apparterrà liberamente a tale razza, per uno sforzo dell’anima individuale; la razza non sarà più una costrizione per le anime, ma lo scopo della loro elevazione.

Il senso della dottrina manichea è che le anime si preparano sin d’ora a tramutare in bene il male che apparirà nella sua pienezza soltanto nella sesta epoca. Occorrerà, infatti, che le anime umane siano molto possenti a far uscire il bene, per mezzo di una alchimia spirituale, dal male che si manifesterà.

Quando l’evoluzione del pianeta terrestre ripasserà, in senso inverso, per le fasi anteriori della sua involuzione, si verificherà dapprima una riunione della Terra con la Luna, poi di nuovo di questo globo misto col Sole. Ora, la riunione con la Luna segnerà il punto culminante del male sulla Terra, e l’unione successiva col Sole segnerà, per converso, l’avvento della felicità, il regno degli eletti».

Per l’uomo attuale, ossia per l’uomo del XXI secolo, nato in Occidente, e cresciuto all’interno di una civiltà materialistica, tecnologica, e intellettualistica, la cosmogonia manichea sicuramente non è di facile accostamento e comprensione. Mani parlava ad uomini antichi, nati per lo più in Oriente, che disponevano in parte ancora di una chiaroveggenza istintiva, uomini che ancora pensavano per immagini, e non per concetti astratti, uomini per i quali il linguaggio immaginativo toccava ancora corde profonde dell’anima, e risvegliava più facilmente le risonanze di una memoria spirituale. In effetti, non è certo con l’arido, e cerebrale, pensiero intellettualistico dell’uomo attuale, che si può cogliere il significato profondo della cosmogonia manichea. Ma, a tal fine, ci giunge in aiuto la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia conquistata e donataci dal Maestro dei Nuovi Tempi, il quale per la prima volta al mondo ha tradotto l’esperienza della concreta percezione spirituale nell’umano linguaggio concettuale. Come fece notare Simone Hannedouche, amica e discepola di Déodat Roché, a sua volta seguace entusiasta dell’Antroposofia, in due conferenze, Manès et le Manichéisme, e Le Catharisme Résurgence du Manichéisme, da lei tenute presso la sede della Association de Science Spirituelle, e pubblicate nei Cahiers d’Études Cathares, Ire Série, 5e année, 1954, N° 20 e N°21, 1955, la parola di Rudolf Steiner ha portato una grande luce anche su questo problema. Infatti nella prima conferenza Simone Hannedouche afferma:

«La Cosmogonia di Mani che Sant’Agostino ricostruisce sulla base della «Epistola del Fondamento» –  oggi perduta – e che si ritrova nei Kephàlaia (i Capitoli) attribuiti a Mani stesso, o a suoi discepoli immediati, è abbastanza difficile da comprendere in ragione della sua complessità e soprattutto del suo carattere immaginativo; poiché Mani si rivolgeva a popolazioni orientali che pensavano ancora per immagini. Ma riferendoci all’evoluzione cosmica, spiegata ai pensatori occidentali da Rudolf Steiner, potremo constatare la stupefacente concordanza che esiste tra le due, e l’una ci aiuterà a comprendere l’altra».

La cosa è per noi tanto più stupefacente in quanto i Kephàlaia manichei furono trovati a Medinet Madi, nel Fayyûm egiziano, solo nel 1931: sei anni dopo la dipartita di Rudolf Steiner. Tradurrò e trascriverò – per utilità del volenteroso lettore – alcuni passi della bella sintesi che Simone Hannedouche fa della sorprendente concordanza tra l’immaginativa cosmogonia manichea e la concettualmente rigorosa cosmologia propria della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Così leggiamo nella prima conferenza-articolo:  

«Bisogna dapprima fare lo sforzo di pensare lo Spirito prima dell’apparizione dello spazio e del tempo: un oceano senza limiti di entità spirituali in incessante attività di pensiero; attività naturalmente invisibile ad occhi umani. Ma quel che occorre sottolineare, è che, benché distintegli uni dagli altri, questi esseri spirituali non sono separati, divisi: essi costituivano veramente un oceano agitantesi di pensieri creatori.

Ora, può accadere – ed è accaduto – che una parte di quest’oceano si separi dal resto, senza barriera separatrice naturalmente, divenendo in qualche maniera più ricettiva: una sfera immensa di essenza spirituale si offre all’attività delle entità circostanti. Si concepisce che, spiritualmente, si produce la separazione: uno «spazio» si pre-forma nello Spirito. Questa essenza spirituale, ancora appena distinta, è, secondo Rudolf Steiner, l’essenza dei Troni, e, l’immensa sfera ch’essa offre all’attività ambiente, è il periodo che la Scienza Occulta denomina come quello di Saturno.  Essa ruota su se stessa per permettere ad ogni gruppo di entità di pre-formare in successione le dodici parti del futuro corpo umano, e si stabilisce una successione: il tempo. Lo spazio a tre dimensioni non si formerà in realtà che sulla T erra. 

La Scienza Occulta indica poi come questa essenza saturnia, che può essere paragonata ad una specie di calore estremamente sottile, si sia condensata poco a poco restringendosi. Essa si scinde: una parte delle entità ricettive, troppo lente ad evolversi, tendono a ritardare l’evoluzione, ad appesantire il globo, mentre altre evolvono verso la pura luce. La sfera pimitiva passa così dal calore sottile allo stato di fumo, di vapore, si dice generalmente: di aria, poi secondo la medesima tendenza, allo stato liquido, e infine allo stato solido della nostra Terra attuale. La separazione iniziale si è dunque accentuata al punto di giungere ad una «Terra» completamente isolata in se stessa, e la cui materia densa è il contrario stesso dello Spirito; e poiché questa materia è, in origine, essenza di volontà spirituale (i Troni), essa manifesta ormai una tendenza estrema a mantenere questo isolamento, a divenire un mondo indipendente, il contrario, il nemico dello Spirito primordiale. Se questo irradia  come la luce, la Terra solida, al contrario, è oscurità; è l’opposizione manichea della «Terra lucida» primitiva, e della «Terra pestifera» attuale. È altresì ciò che si può chiamare il Male cosmico per opposizione al Bene cosmico, e procedente dalla divinità creatrice.

Ora, il corpo dell’Uomo, in origine fatto di calore, ha partecipato a questa densificazione; se non è arrivato alla durezza cristallina delle nostre montagne primarie, è che esseri spirituali lo hanno protetto da ciò, la carne che lo costituisce è ancora compenetrata di vita; solo, la struttura di sostegno, lo scheletro, si è ossificato, e la testa, per lungo tempo aperta verso l’alto, si è richiusa, isolando così il pensiero. Questo pensiero che la vita divina non attraversa più, questo pensiero «umano», è alla base di ciò che noi chiamiamo coscienza; esso è la condizione della nostra libertà nei confronti degli dèi. […] Il male cosmico ha dunque come risultato – e come scopo – quello di realizzare delle individualità umane, coscienti, e libere:  

«Le forze del male non esistono nel cosmo per portare gli uomini ad azioni delittuose. Esse esistono invece per suscitare nell’uomo, quand’egli sia chiamato a sviluppare l’anima cosciente, l’inclinazione ad accogliere la vita spirituale  nel modo», Rudolf Steiner, Lo studio dei sintomi storici, V conferenza , tenuta a Dornach, il 26 ottobre 1918, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, p.105.

[HdP: per la sua importanza rispetto al tema della funzione del Male nell’evoluzione dell’uomo e del mondo nel Manicheismo, trascrivo qui il corrispondente testo tedesco di Rudolf Steiner: «diese Kräfte des Bösen, um den Menschen zu verbrecherischen Handlungen zu führen, sondern sie sind im Weltenall dazu vorhanden, um, wenn der Mensch aufgerufen ist zur Bewußtseinsseele, in ihm die Neigung hervorzurufen, das geistige Leben so zu empfangen», Rudolf Steiner, Zeitgeschichtliche Betrachtungen, GA-185, Rudolf Steiner Verlag, Dornach. 1982, p. 111]

La coscienza della nostra solitudine, di quel che si chiama oggi l’assurdità della condizione umana, ci condurrà in effetti a ricercare e a ritrovare lo Spirito. Ma innumerevoli esseri hanno accettato nel nostro interesse di lasciarsi stregare [ensorceler in francese] nella materia, se altri hanno rallentato la loro evoluzione per non abbandonarci interamente, non è altro che giusto che l’uomo, dotato di un vantaggio inestimabile, li restituisca, poco a poco, nella misura dei suoi progressi, alla loro condizione spirituale prima, e, a sua volta, li aiuti nella loro evoluzione, giacché tutto evolve: è il debito cosmico dell’Uomo nei confronti dei regni inferiori. Tuttavia non vi è  soltanto il male cosmico: tutti abbiamo in noi la tendenza a isolarci nella nostra individualità personale, non soltanto dagli dèi, ma anche dai nostri fratelli umani: l’egoismo, l’incomprensione, la frenesia di voler tutto riportare a sé, è il male umano. Bisognerà vincere  anch’esso, e risollevare coloro che vi si abbandoneranno: questa redenzione, lenta ma necessariamente totale degli uomini malvagi e dei regni inferiori che si sono sacrificati per noi, è la ragion d’essere del manicheismo».  

Possiamo dire che questo pensiero dell’operare alla salvezza di coloro che per noi si sacrificarono, affinché ascendessimo ad una condizione spirituale più alta, sia l’essenza cristica stessa del Manicheismo, così come lo è della concezione del Mahâyâna del Bodhisattva, il quale è talmente interiormente ‘libero’ da decidere coraggiosamente di ‘rimandare’, sine die, la propria stessa ‘liberazione’, e la stessa beatitudine del Nirvâṇa, sino a che «l’ultimo filo d’erba, e l’ultimo granello di sabbia del Gange, non abbiano raggiunta l’Illuminazione, e la Liberazione prima di lui». È la Via della ‘Grande Compassione’, Mahâkaruṇa, che scaturisce dalla della ‘Sapienza Trascendente’, Mahâprajñâ, : la Via del Bodhisattva Avalokiteśvara. È l’impulso cristico del Graal, che nel Parzifal di Wagner fa pronunciare le parole finali: «Salvezza al Salvatore». Ma proseguiamo con la trascrizione delle parole di Simone Hannedouche:

«Ciò [sc. la redenzione e il risollevamento di coloro che, sacrificandosi per noi, sono caduti in una condizione inferiore] non si farà senza lotte, e la resistenza sarà violenta: è per questo motivo che Mani presenta la sua cosmogonia  come un combattimento che comincia con la manifestazione: da lì viene l’accusa di dualismo assoluto. Egli non parla di ciò ha preceduto tale lotta, egli insiste sull’esistenza effettiva del male, che Sant’Agostino negherà.

Il primo Eterno esiste prima di tutto ciò che è esistito ed esisterà: questo Dio unico è al di sopra di tutto, è il Padre della Grandezza (Zervan, il Tempo senza limiti) e dai lui procedono le «emanazioni divine». […]

La cosmogonia di Mani ci pone immediatamente nella fase di evoluzione che R. Steiner chiama la fase solare; l’elemento di calore si condensa, la luce si svincola verso l’alto, mentre che il «fumo», l’aria, si accumula verso il basso. Durante l’evoluzione del mondo solare, gli Arcangeli si costituiscono un corpo gassoso, ma lo lasciano, secondo un ritmo regolare, per irradiare nello spazio la Saggezza divina. È allora che si stabilisce un antagonismo: Lucifero l’entità ribelle, sedotto da Satana, il principe delle tenebre, vuole restare presente in questo corpo gassoso ed impadronirsi per se stesso della Saggezza divina, per rinchiuderla in sé e non irradiarla; mentre Colui che chiamiamo il Christo, si offre alle entità divine superiori perché, attraverso di Lui, esse possano irradiare la Saggezza. Due «regni», secondo l’espressione manichea, sono così in presenza; quello del Principe delle Tenebre la cui «sostanza» è l’aria e quello dell’Entità di Luce. E il desiderio nasce nel  Principe delle Tenebre di «conquistare con i suoi demoni quella regione straniera e sfolgorante, e di assimilarsela inghiottendola in sé», H. Ch. Puech, Le Manichéisme, Civilisation du Sud, S.A.E.P., Paris, p. 76.

Di fronte alla minaccia di un tale assalto, il Padre della Grandezza invia la propria «anima», quell’«io» che Mani chiama l’Uomo primordiale, ma questo Messaggero viene divorato dai Demoni. È facile riconoscere qui l’azione dei Cherubini che, dal circolo dello Zodiaco circondante la sfera solare, proiettano nella parte gassosa l’immagine delle quattro forme primordiali, l’Aquila, il Toro, il Leone, e l’Angelo, la cui armonia l’Uomo futuro realizzerà. Il Padre della Grandezza «mescola» così all’oscurità, quel lievito di potenza divina, di vita, che a poco a poco trionferà delle forze di condensazione inerenti all’elemento oscuro che diventerà materia.

E, difatti, per salvare l’Uomo primordiale  così «inghiottito», il Padre della Grandezza suscita una seconda creazione, lo «Spirito Vivente», che interviene in una nuova fase dell’evoluzione: l’antica Luna, secondo la Scienza Occulta di Rudolf Steiner. – L’aria è divenuta acqua e, in quel nuovo abisso, Lucifero è caduto con i suoi angeli, trascinando l’Uomo primordiale. Ma lo Spirito Vivente «chiama»: la Scienza Occulta spiega che ad ogni condensazione risponde uno svincolamento di un elemento più puro: il suono corrisponde all’acqua. Essi si separano più nettamente di quanto non abbiano fatto la luce e l’aria nel Sole: due astri si distaccano, l’uno, luminoso, l’altro, oscuro: è ciò che Mani indica con la chiamata dello Spirito Vivente e la risposta dell’Uomo primordiale che sale dall’abisso. Lo Spirito Vivente tende allora la mano destra all’Uomo primordiale ch’egli trae fuori dall’oscurità: questo segno di saluto si è conservato nella stretta di mano manichea. 

Ma se l’Uomo primordiale irradia come un nuovo Sole al di sopra dell’abisso, la sua anima è rimasta mescolata agli elementi densificati: essa è, in effetti, quella sostanza luminosa derubata e conservata da Lucifero. Lo Spirito Vivente organizza allora la fase seguente dell’evoluzione della Terra con il «rozzo corpo degli Arconti». Noi riconosciamo la struttura della Terra con i suoi continenti, i suoi oceani, ed altresì la disposizione del Cosmo con i dieci firmamenti, le dieci gerarchie (contando quella dell’uomo) e le otto terre, cioè gli otto pianeti dell’Omoforo, il corpo, il corpo portatore dell’uomo, porta sulle sue spalle: Terra, Luna, Venere, Mercurio, Sole, Marte, Giove e Saturno.

E, come terzo inviato, il «Messaggero», che forma il nostro «sé spirituale» (secondo Steiner), incaricato di liberare poco a poco la luce rimasta prigioniera nella materia mediante la trasmutazione di questa in spirito: ma sorge un nuovo contrattempo: la bellezza della forma luminosa del Sé spirituale suscita il desiderio di «Az», la materia concupiscente. Essa costruisce dei corpi della stessa forma, li riempie di materia, e Lucifero porta le anime ad introdurvisi «per conoscervi il bene e il male». E le anime sedotte si ritrovano prigioniere di quei corpi di carne e legati alla Terra mediante la procreazione carnale. La minaccia è grave: diviene necessario un quarto inviato: è Gesù-Splendore, Gesù Glorioso, l’Uomo-Dio, che noi chiamiamo il Christo. Questi «risveglia Adamo, gli apre gli occhi lo fa alzare ed ergersi… gli rivela l’origine infernale del suo corpo, la sorgente celeste del suo spirito, gli disvela la «gnosi», la scienza di tutte le cose, di tutto ciò che è stato, di tutto ciò che è, e di tutto ciò che sarà», H. Ch. Puech, op. cit., p. 82.

A partire da questo momento, grazie alle forze solari del Christo ch’egli può prendere in sé, è l’uomo che condurrà la lotta contro il male, liberare la propria anima, e riconquistare il proprio corpo spirituale così come i suoi principi spirituali sino all’Io primordiale. I tre sigilli dell’iniziato manicheo sono i segni di questa evoluzione, ma l’uomo, perfezionandosi, purificandosi attraverso vite successive, libera la «sostanza divina inghiottita, che emerge e si libera dell’Oscurità al tempo stesso che esaurisce la vita della materia», H. Ch. Puech, op. cit., p. 83. Le peripezie di questa lotta, indicate sino al completamento della fase terrestre fisica, concordano con quelle che annuncia Giovanni nell’Apocalisse. In quel momento, la «Statua umana» sarà completata: il sé spirituale nel corpo spirituale, ma la realizzazione completa dell’Uomo, spirito della decima gerarchia, e la redenzione del male proseguiranno in fasi di evoluzione che Mani non precisa più e che dobbiamo ricercare nella Scienza dello Spirito.

***

Certamente, il manicheismo è all’opera sin dalla venuta del quarto inviato, il «Gesù-Glorioso», ma esso non si rivela che nel terzo secolo della nostra era con l’incarnazione di Mani. Prima del Christo, erano gli dèi di luce stessi che intervenivano per impedire alle anime di sprofondare totalmente nell’abisso; ora che esse hanno la forza di salvare se stesse, prima che l’Uomo abbia piena coscienza del suo potere, è Mani che interviene ogni volta che un pericolo grave minaccia l’evoluzione umana. […] È per questo che il suo nome personale rimane ignorato: egli è «Manas, Mani», il Sé spirituale e i suoi discepoli lo venerano come il Paraclito, lo Spirito Consolatore promesso dal Christo, lo «Spirito Santo».

Nel mito del Graal, nel suo precipitare dai Cieli, dal mondo della Luce, in séguito alla lotta con l’Arcangelo Michael, Lucifero perdette la pietra verde ch’egli portava col suo diadema sulla fronte. Da questa pietra verde venne poi ricavato il Graal, il Sacro Calice nel quale Giuseppe d’Arimathea raccoglierà parte del sangue del Christo. Il Graal fu portato in Occidente – fatto estremamente significativo – e dato in custodia prima a Titurel, poi ad Anfortas, e custodito nella inaccessibile Sacra Rocca, nel Castello del Graal. Infine, fu Parzifal a divenire Re e Custode del Graal. Per chi conosca la ‘leggenda del Graal’, così come essa venne sapientemente raccontata da un Iniziato come Wolfram von Eschenbach, non vi è alcun dubbio circa il fatto che, nella saga da lui riportata, si abbia a che fare con una forma iniziatica, e profondamente spirituale, di Cristianesimo che nulla doveva all’imperante, e arrogante, ortodossia  cattolica, che proprio in quegli anni, nella cosiddetta ‘crociata contro gli albigesi’, procedeva a sterminare i catari, da essa definiti, dal suo punto di vista con ragione, ‘manichei’. Anzi, molti studiosi hanno visto nella ‘spiritualità misterica’ che aleggia nella trilogia di Wolfram von Eschenbach – il Titurel, il Willehalm, il Parzifal – una forma di spiritualità ‘catara’ e ‘manichea’. La cosa è per me assolutamente certa, se si tien conto del fatto che Rudolf Steiner parla di Parzifal come del rinato Mani. Alla base dell’impresa del Graal vi è la restituzione dello stato primordiale dell’uomo in forma novella, la ricostituzione dell’Androgine Celeste, della Coppia Univoca, la redenzione del Male mediante la sua trasmutazione in Bene, la trasformazione della Tenebra in Luce.   

Nel mito, riportato da vari autori, il Graal è sia una ‘pietra’ – la gemma perduta da Lucifero nella sua caduta dai Cieli – sia un ‘vaso’, un ‘calice’ nel quale venne raccolto sul Golgotha il sangue del Christo – ed è singolare che il nome ‘Mani’ – che in sanscrito significa ‘gemma’, ‘pietra preziosa’, come nel caso della ermetica e alchemica ‘pietra filosofale’, autrice di ogni mirabile ‘trasmutazione’ – e che in siriaco ‘Mana’ significhi ‘vaso’, ‘ricettacolo’, e che Agostino di Ippona, che nella sua gioventù era stato ‘uditore’ manicheo per nove anni, riferisca che per i suoi antichi compagni di fede il nome ‘Manicheus’ – come anche veniva trascritto il suo nome nelle fonti latine –  significasse «pietra vivente» o «vaso vivente» (in siriaco Manî Hayyâ, e Mana Hayyâ). Questo ci riporta al tema del Graal, e della sua impresa. Il lettore avrà modo, nel proseguo del presente studio, di vedere la connessione profonda di queste considerazioni col tema che tanto ci preme approfondire.

L’ARCHETIPO-MAGGIO 2020

Anno XXV n. 5

Maggio 2020

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Finalmente-liberi

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. QUINTA PARTE.

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(Mani)

Sin dall’inizio di questo nuovo studio, già nella parte introduttiva è stato parlato della lotta di Michele contro il Drago. Lotta che nella storia cosmica della Terra e dell’uomo – secondo le comunicazioni di Rudolf Steiner – si è ripetuta varie volte, ed è stata pure raffigurata in varie saghe e leggende. La lotta che, per il presente tema, riguarda l’uomo di quest’epoca, si svolse tra il 1841 e il 1879, tra Michele e le schiere degli Angeli ribelli, gli Spiriti delle Tenebre, i quali una volta sconfitti vennero cacciati dalla loro originaria dimora celeste, e precipitati giù nel terrestre, ove hanno operato nell’umano in maniera da allora sempre più distruttiva.

Si può dunque dire che tale lotta dai Cieli si sia spostata sulla Terra, da qui l’immagine, più volta evocata dal Maestro dei Nuovi Tempi, di Michele che incalza il Drago sin nel terrestre. Ma le schiere degli Spiriti delle Tenebre, già avverse all’uomo nella sfera cosmica, nel terrestre lottano per impadronirsi dell’umano, per asservirlo all’Oscuro Signore, per distoglierlo dal perseguire la sua mèta originaria, per obnubilarlo, per distruggerlo. Proprio per tale motivo, la drammatica situazione dell’uomo, non consente a questi di rimanere indifferente, neutrale, di fronte all’attuale lotta di Michele contro il Drago. L’uomo – il singolo uomo, e l’umanità tutta – si trova posta alla necessità di dover fronteggiare, di dover lottare, e vincere, il Male. Ma il dover lottare, dominare, e vincere il Male, implica – con logica stringente – l’esigenza di dover ‘conoscere’ il Male. Poiché si può dominare e vincere, unicamente ciò che si conosce. Per millenni tutto l’Oriente ha affermato, instancabilmente ripetuto, che l’ignoranza, la non conoscenza, è la radice di tutti i mali, mentre la ‘Conoscenza’, la ‘Gnosi’, è la fonte inesauribile di ogni bene. In fondo, anche il mondo antico dell’Occidente ha visto nella ‘Conoscenza’ non solo un valore supremo, ma anche in essa strumento e motivo di salvezza e di libertà. In modo particolare, nel Vangelo di Giovanni, 8, 32, è detto:  καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶςkài gnòsesthe ten alètheia, kài he alètheia eleutheròsei hymãs, ovvero, nella traduzione del valdese Giovanni Luzzi, «E conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». E poco oltre, 8, 36, ἐὰν οὖν ὁ υἱὸς ὑμᾶς ἐλευθερώσῃ, ὄντως ἐλεύθεροι ἔσεσθεeàn oùn hyiòs hymãs eleutheròse, òntos elèutheroi èsesthe«Se dunque il Figliolo vi farà liberi, sarete veramente liberi». Perché in Giovanni 14, 6, leggiamo Ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, Egò eimì he hòdos kài he alètheia kài he zoè«Io sono la Via, la Verità, e la Vita». Dunque la ‘Conoscenza’ è la ‘Via’ per giungere alla ‘Verità’, che, sola, è la ‘Vita’. Ne consegue che l’ignoranza, la non conoscenza, è il malo sentiero che fa smarrire la retta ‘Via’, e conduce alla ‘menzogna’, e alla ‘morte spirituale’: questo è il Male. Perché il Male è ignoranza, è illusione fuor-via-ntetra-via-nte – anche etimologicamente –, è smarrimento, menzogna: morte.

L’uomo deve affrontare oggi il Male perché il mistero del Male è collegato con quello della realizzazione della libertà. Per cui, prima di affrontare la questione dell’azione attuale nell’umano degli Spiriti delle Tenebre, dopo loro cacciata dai Cieli, come conseguenza della vittoria di Michele, e il loro precipitare nel terrestre, è prima necessario risalire, e chiarire il mistero dell’origine e della finalità del Male nell’evoluzione del cosmo e dell’uomo. Ciò rende necessario che, in questa quinta parte del presente studio, si affronti preliminarmente il mistero, e il significato, di questa origine.

Rudolf Steiner ne L’evento della morte e i fatti del dopo morte, conferenza tenuta a Lipsia il 22 febbraio 1916, Editrice Antroposofica, Milano, 1990, tratta da ciclo Il legame tra i vivi e i morti, GA-168, Editrice Antroposofica, Milano, 2010, conferenza nella quale alle pp. 28-30, leggiamo:

«Sappiamo e ne abbiamo spesso parlato (lo voglio menzionare ancora qui per concludere) che all’esistenza spirituale nella quale viviamo prendono parte Lucifero e Arimane. Sappiamo pure che nella Bibbia Lucifero viene simbolizzato dal serpente, dal serpente sull’albero. Il serpente fisico però, così come lo sperimentiamo oggi e così come lo dipingerà un pittore di oggi ogni volta che dipinge il paradiso, il serpente fisico non è un vero Lucifero, ma la sua immagine esteriore, l’immagine  fisica. Il vero Lucifero è un’entità che è rimasta indietro al tempo dell’evoluzione lunare. […]

Ciò significa che non è davvero passato molto tempo da che gli uomini sono stati del tutto sospinti entro il piano fisico. Quel che oggi ci viene raccontato dal mondo materialistico come decorso della storia spirituale dell’umanità, in sostanza non è altro che un inganno, poiché ci si immagina che l’uomo sia stato sempre come è diventato soltanto nei secoli più recenti, mentre non è per nulla lontano il tempo in cui con la sua antica chiaroveggenza guardava nel mondo spirituale. Solo che dovette uscirne, poiché non era libero, dovette uscirne per poter ricevere la piena libertà e la coscienza dell’io; ora deve riuscire a rientrare nel mondo spirituale. Per questa ragione la scienza dello spirito prepara qualcosa di importante, di essenziale: reinserirsi nel mondo spirituale. Sempre di nuovo possiamo porci davanti all’anima quanto sia importante il percepire, il sentire che le poche persone che oggi vivono in mezzo al mondo materialistico e che attraverso il proprio karma sono portate a cogliere i compiti più importanti dell’umanità per il futuro, che queste poche persone, attraverso la propria vita animica, hanno qualcosa di importante, di importantissimo. Senza essere superbi, occorre appunto pensare in tutta modestia e umiltà, quanto grande sia la differenza fra un’anima che si addentra nel mondo spirituale, e tutte le altre persone superficiali che oggi non ne hanno idea alcuna, e in particolare non vogliono avere idea alcuna dello spirito». 

Poiché Rudolf Steiner, nell’affrontare il mistero dell’origine del Male, varie volte fece riferimento alla figura di Mani, e alla corrente spirituale del Manicheismo, ch’egli descrisse come corrente spirituale addirittura superiore alla stessa corrente iniziatica rosicruciana, e poiché egli riconnetté apertamente al Manicheismo la corrente del Graal, è importante dare al lettore un quadro sia della vita di Mani, che del suo Insegnamento. Nel proseguo del presente studio verrà data anche una interpretazione di tale Insegnamento. Nella ‘lezione esoterica’ qui novellamente tradotta e presentata, Rudolf Steiner riguardo alla vita di Mani riporta una significativa ‘leggenda simbolica’, che per millesettecento anni venne tramandata all’interno di varie confraternite occulte che dal Manicheismo in vario modo nel corso di molti secoli gemmarono, e ad esso si richiamarono. Può, forse, essere di ausilio allo studioso leggere anche ciò che è scritto nell’Introduzione del Curatore della traduzione italiana dell’opera di Déodat Déodat degli Studi manichei e catari, pubblicata dalla felsinea casa editrice CambiaMenti, Bologna, 2002, ove alle pp. XXVIII-XXXV, leggiamo:  

* * * 

Vita di Mani

Mani nacque a Mardinu o Afrûnya, un piccolo sobborgo della Babilonia, nei pressi di Seleucia-Ctesifonte, allora capitale, profondamente ellenizzata, dell’impero partico degli Arsacidi, che presto soccomberanno sotto i colpi della sorgente dinastia persiana dei Sasanidi. La data della sua nascita, il 14 aprile 216 della nostra era, corrispondente allo 8 Nisan 527 dell’era seleucide, viene riportata nello Šabuhragan, opera in mediopersiano che lo stesso Mani dedico a Šâhpuhr, figlio di Ardašir, fondatore della dinastia sasanide. La stessa data è riportata nel primo dei Kephàlaia, vera summa dell’intera dottrina manichea in lingua copta, trovati nel 1930 a Medînet Mâdî, nel Fayyûm egiziano. Il suo nome, anticamente reso con Manes Manete o ancora Manichaios Manicheus, viene dal siriaco Mânî Ḥayyâ, «Mani il Vivente». Egli era di stirpe iranica: suo padre proveniva da Hamadan, l’antica Ecbatana della Media, ed era legato per parentela alla famiglia reale arsacide; sua madre Maryam, della famiglia dei Kamsaragân, aveva anch’essa parentela con gli Arsacidi.

Suo padre Patîk, in seguito ad una profonda crisi religiosa attraversata, e ad un comando interiore ricevuto in un tempio di Ctesifonte, aveva iniziato una ricerca spirituale, che lo condusse  ad unirsi, per lunghi anni, ai seguaci di una comunità giudeocristiana a carattere gnostico, i cui fedeli vengono chiamati nelle fonti greche e copte baptistai («battezzatori»), almuġtasilah («coloro che si lavano») dalle fonti arabe e mênaqqedê («coloro che si purificano») o ḥallê ḥewârê («dalle vesti bianche») in quelle siriache. Inizialmente questi seguaci furono scambiati, dagli studiosi moderni, per Sabei Mandei, appartenenti quindi a correnti gnostiche non cristiane o addirittura anticristiane. Ma, dopo il ritrovamento del codice greco di Ossirinco, nell’Alto Egitto, si è identificata con assoluta certezza questa comunità con quella fondata da Elkhasai attorno all’anno 100 della nostra era e che variamente si diffuse dalla Palestina alla Mesopotamia. Si trattava appunto, e lo si sa da molte fonti eresiologiche cristiane, tra cui Epifanio, di una comunità giudeo-cristiana a sfondo gnostico. In essa l’elemento della conformità alla Legge, ereditato dalla Tôrâebraica, era molto forte. All’interno di questa comunità fu allevato Mani dall’età di quattro anni. All’età di dodici anni egli ebbe la rivelazione paracletica attraverso la visione di un essere angelico, vero suo alter ego, che egli denominerà come «il Compagno», «il Gemello» (at-Tawm in siriaco). Questi, annunciandogli la sua futura missione, gli trasmise, con lampeggiamento istantaneo, la ‘Conoscenza’ trascendente, che lo fece diventare nei confronti del Paracleto «un corpo e uno spirito con lui» (Kephàlaia I, p. 16, 23 et seq.). Questa Rivelazione, che si ripeté quando egli ebbe ventiquattro anni, lo condusse fuori della comunità elcasaita e costituì la consacrazione dell’inizio della sua missione. Questa Rivelazione cosi viene espressa nelle parole di Mani riportate nei Kephalaia: «Negli anni stabiliti, sotto il regno di Ardašir, scese su di me il Paracleto Vivente e mi parlo. Mi rivelò il mistero occulto, che era nascosto al mondo e alle generazioni: il mistero delle profondità e delle altezze; mi rivelò il mistero della luce e delle tenebre» (Kephàlaia I, p. 14). Consapevole della universalità del suo messaggio, egli volse dapprima la sua predicazione ad Oriente, recandosi nelle regioni dell’India settentrionale, nelle regioni del Tûrân e del Makrân (l’attuale Beluchistan), permanendovi circa due anni, sino alla morte di Ardašir I, avvenuta nel 242. Mani torno nella Babilonia e attraverso l’amicizia, o meglio la devota ammirazione che provavano per lui Mihršâh, governatore della Mesene, e Pêrôz, governatore del Khorâsân, ambedue fratelli del nuovo sovrano, lo šahanšah Šâhpuhr I, poté incontrare appunto quest’ultimo. Šâhpuhr rimase profondamente colpito dalla figura e dall’insegnamento di Mani e non solo gli accordò il permesso di predicare liberamente in tutto l’Impero, ma lo prese spesso nel suo seguito, per esempio nella campagna che lo portò allo scontro con Roma, nella guerra contro Valeriano (256-260). La sua attività missionaria fu intensissima e, già egli vivente, essa sorpassò le frontiere iraniche, penetrando in Palestina, in Siria e in Egitto. Il lungo regno di Šâhpuhr I (242-273) permise un ampio diffondersi della nuova religione. Anche Hôrmizd I (273-274), che successe brevemente a Šâhpuhr, fu favorevole a Mani. Le sorti mutarono invece con la salita al trono di Bahrâm I (274-277), sotto il cui regno si rafforzò l’ortodossia mazdea come religione di stato ed ideologia nazionale: presto intollerante, sotto l’influenza del clero mazdeo ed abilmente manovrato dal capo dei magi il môbêKartîr, con un pretesto chiamò a corte Mani e, dopo un colloquio tempestoso, che oppose la violenta arroganza di Bahrâm alla calma jeratica dell’Apostolo, oramai consapevole della propria prossima fine, lo fece imprigionare e condannare senza appello, sotto l’accusa di lesa maestà e corruzione della religione di Zarathuštra. Nella città di Gundêšâpuhr (l’Attuale Bêlapat) si consumò la Passione dell’Apostolo, chiamata dai manichei coi nomi cristiani di dargideh o di staurosis, cioe ‘crocefissione’. Mani fu incatenato al muro con sessanta libbre di catene, che gli impedivano anche il minimo movimento. Dopo ventisei giorni di questo martirio, terminatosi probabilmente il 26 febbraio del 277, egli, esausto, spirò attorniato solo da poche discepole elette. Secondo l’uso del tempo, si infierì sul suo cadavere mutilandolo, dopodiché esso fu gettato ai cani, fuori delle mura della città.

A cominciare dalla morte di Mani, tutta la vita della sua comunità fu il passare, in ogni paese, da una persecuzione all’altra, e meraviglia che tanto a lungo essa abbia potuto resistere prima di scomparire storicamente.

* * *

L’insegnamento di Mani 

Come è stato già detto, la dottrina di Mani è essenzialmente una cosmologia, una gnosi o una theosophia, che vuole rivelare all’uomo, smarrito nella molteplicità materiale e oppresso da un oscuro soffrire, di cui non sa trovare la ragione, la sua origine spirituale, le forze avverse, che in se stesso e nel cosmo egli deve riconoscere per liberarsi, quali siano le deità ostacolatrici da cui scaturiscono queste forze avverse, e quale cammino il mondo spirituale originario gli additi attraverso l’opera di Aiutatori, di Messaggeri, di Deità salvatrici. Il cammino, che l’Uomo percorre nella sua storia cosmica, è essenzialmente una vittoria sul Male, attraverso la trasmutazione delle Tenebre in Luce, il risollevamento di ciò che temporaneamente è caduto sotto l’incantesimo della materialità. La storia cosmica si scandisce in tre tempi: la separazione della Luce primordiale dalle Tenebre, la mescolanza che consegue all’aggressione delle Tenebre nei confronti del mondo della Luce, la redenzione della Luce sacrificatasi per la sconfitta delle Tenebre. Cercheremo di delineare questa storia cosmica nelle sue linee essenzialissime, rimandandone l’approfondimento ad opere di carattere più specialistico.

All’inizio troviamo la contrapposizione tra un mondo di luce, essenza e sostanza di tutto ciò che è, oltre che luminoso, buono, ordinato secondo principi di giustizia, di bellezza, di amore, e un mondo di tenebre e malvagità, diviso in se stesso, agitato da quel movimento caotico e contraddittorio, che costituisce l’essenza stessa della hỳle, la materia oscura e bramosa. Il mondo delle luci è retto dal «Padre della grandezza», detto anche «Re del Paradiso della Luce», identico allo Zurvân dell’antica religione zarathustriana. Ipostasi del Dio di Luce, o sue emanazioni, sono l’«Intelligenza», il «Pensiero», la «Riflessione», l’«Intenzione», il «Ragionamento»: essi sono sue «membra» o «sedi della realtà luminosa del Padre». Signore, invece, della Tenebra caotica, mossa da continuo disordinato movimento, è Ahrmên, l’Angra Mainyûh dell’Avesta, principe dell’oscuro pensiero, le cui ipostasi sono «Fumo», «Fuoco devastatore», «Vento distruttore», «Acqua torbida», «Tenebre». Queste ipostasi della Luce e delle Tenebre si manifestano in mondi gerarchicamente sovrapposti e concatenati.

Il disordinato movimento della hỳle, conduce le schiere demoniache di Ahrmên ai confini del Paradiso delle Luci, la cui trascendente bellezza sveglia in esse il desiderio di conquistare e sommergere la fonte di questa bellezza. Il Padre della Grandezza non può punire l’impotente tentativo del Regno del Male con una azione diretta, non essendovi nel mondo luminoso nulla di vendicativo o di malvagio, che possa rispondere alla tracotanza ed alla rapacità dei demoni di Ahrmên. Dal Dio di Luce procedono per «evocazione», o emanazione, successivamente il «Grande Spirito» e la «Madre dei Viventi». Questa a sua volta emana l’Uomo Primordiale, identificato con Ôhrmazd, lo Ahura Mazdâh avestico. I cinque figli dell’Uomo Primordiale (Aria, Vento, Luce, Acqua, Fuoco) costituiscono la sua «anima vivente», la sua armatura. Nello scontro con le Tenebre, l’Uomo Primordiale e sconfitto: soccombendo viene privato degli elementi luminosi (zîwanê), della sua armatura. L’Anima Vivente viene divorata dai demoni, dando cosi origine alla «Mescolanza» (gumêčišn) di Luce e Tenebre, che costituisce l’attuale mondo. In aiuto dell’Uomo Primordiale il Padre «evoca» in una seconda creazione l’«Amico delle Luci» (Narisafyazd), il «Grande Architetto» (Bân), e lo «Spirito Vivente» (identificato in Mihryazd, il Mithra avestico e misterico), che risveglia, chiamandolo dal Sonno Mortale, l’Uomo Primordiale. Questa «chiamata» (Xrôštag) costituisce un vero e proprio essere, cui va incontro, da parte dell’Uomo, la «Risposta» (Padvaxtag): da questa unione nasce il «Desiderio di Vita». Lo «Spirito Vivente» scende nella tenebra e tendendogli la mano destra libererà l’Uomo Primordiale, traendolo in alto al Mondo della Luce. Per la liberazione della Luce, rimasta prigioniera delle Tenebre, ha luogo una terza «evocazione» la cui figura principale e il «Terzo Messaggero»«dio del Regno di Luce» (rôšnšahryazd) che, quale Demiurgo, ordina il cosmo in modo da provvedere alla progressiva liberazione della Luce prigioniera. Puri vasi di luce sono il Sole e la Luna ed il mondo stellare. Sulla Terra si forma una razza umana, che ha mescolato in se stessa la Luce dell’Anima Vivente, forzatamente abbandonata dall’Uomo Primordiale nel cammino della sua riascesa, ed un elemento tenebroso, ahrimanico, proveniente dalla hỳle. Primo uomo terrestre, Adamo viene reso consapevole della sua misera condizione da Gesù «Fulgore», che gli porta incontro la gnosi, la ‘conoscenza’ salvifica. L’Anima Vivente, crocifissa nella materia, è lo Jesus patibilis, di cui il manicheo Fausto di Milevi parlò ad Agostino, un tempo anch’egli ‘uditore’ manicheo. La redenzione di Adamo e l’archetipo della redenzione di ogni uomo e, lentamente, la  redenzione dell’uomo conduce a sua volta alla redenzione della Luce sepolta nei vari regni della natura, ad un superamento dell’incantamento che imprigiona lo Spirito nella materia.

Nella sua prigionia terrestre, l’uomo e in stato di stordimento, di sonno mortale, di alienata non-consapevolezza (a-nous). Gesù «Fulgore» e per l’Uomo il Nous della Luce. Egli è per l’uomo l’«Io-Luce» (grêv rôšn), l’«Io Vivente» (grêv zîndag), l’«Io Supremo» (grêv burzist), che, attraverso la gnosi folgorante, scuote l’uomo dal sonno della vita somatica, riaccende la memoria spirituale della patria perduta, operando, mediante la Conoscenza, la resurrezione dell’Uomo Interiore.

Questa lunga opera di separazione della Luce dalle Tenebre viene nelle varie epoche impulsata da vari Inviati che accompagnano l’umanità nel suo cammino. Mani si pose come «sigillo dei Profeti» e accolse nella sua sintesi universalistica il messaggio di tutti i suoi predecessori: Seth, Enoch, Noè, Sem, Abramo, Buddha, Zarathuštra, Gesù e Paolo. Egli stesso definisce se stesso «Apostolo di Gesù Cristo» e vede nel Cristo colui che, alla fine di questa immane lotta cosmica, giudicherà, separando il Bene dal Male, da quella stessa Cattedra di Sapienza (Bêma), che nella festa più cara ai seguaci della Chiesa Eletta ricorda il martirio di Mani e il suo Insegnamento.

Si può dire che la logica sottile, che muove la cosmologia manichea, e l’intuizione che la Luce non può lottare col Male, dissolverne la Tenebra, rimanendo sul proprio piano trascendente, bensi soltanto sacrificandosi, non resistendo alla malvagità del Princeps huius mundi, ma operando come lievito della Tenebra, come farmaco trasmutatore all’interno della stessa hỳle, opaca alla Luce dello Spirito e sorda al suo richiamo.

L’uomo, incontrando in se medesimo questa lotta tra il suo principio spirituale e la corporeità, nella quale subisce il dominio della materialità, può, per usare un’espressione goethiana, «morire e divenire», superare se stesso, inverandosi in quell’Io-LuceIo-Gioia, l’unione con il quale affranca l’uomo dal servaggio dell’ignoranza, della paura, dell’avversione e della brama.

Il manicheismo volle usare, per significare la morte dell’Apostolo, il termine buddhista di parinirvâṇa. Per il manicheismo, la progressiva liberazione dei semi di luce, sepolti nella materia, conduceva al superamento, alla fine dei tempi, del saṃsâra da parte del nirvâṇa. Forse fu proprio questa intuizione della trascendenza della Luce, immanente nella inerte ottusità della tenebra, l’idea che attrasse tanti spiriti, la cui nostalgia ricercava, oltre il dualismo cosmologico dei due Principi opposti – Bene e Male – un monismo ontologico, che fosse al contempo slancio etico di purificazione mediante l’altrui redenzione e di conoscenza liberatrice (gnôsis, sophia) dall’aspetto illusorio del mondo. Questi due aspetti, che furono espressi nel Buddhismo Mahâyâna come Illimitata Compassione (mahâkaruṇâ) e come Sapienza Trascendente (mahâprajñâ), vollero nel manicheismo congiungersi con l’idea del Logos-Luce, che, con la propria potenza fulgurea, va incontro all’uomo caduto, che si dibatte nella dualità alla ricerca di una via di liberazione. Il manicheismo volle essere l’appagamento dell’esigenza umana di una libera e diretta conoscenza dello Spirito, perché «l’uomo non deve credere, finche non ha visto con i propri occhi l’oggetto della propria fede» (Kephàlaia, p. 142), e della spinta morale alla redenzione di sé e del mondo, perché «sulla Croce della Luce – come disse Fausto di Milevi – Gesù, Vita e Salvezza degli uomini, è appeso ad ogni ramo».

Queste immagini potenti del manicheismo, alle quali si ispireranno, come a idee forza, pure molti insegnamenti del catarismo medievale, forse ricorderanno all’uomo attuale, in un’epoca difficile e spiritualmente pericolosa, quegli enigmi dell’anima che egli, per nuove e più ardite vie – nuove per la forma, non nel contenuto d’eternità –, è chiamato a sciogliere in un mondo arrogante e distruttivo, che lascia poco spazio alle esigenze di realizzazione interiore e spesso sgretola sottilmente la capacità di orientamento spirituale dell‘uomo, mediante un’idolatrica e ipnotica visione esclusivamente sensibile del mondo, con i correlativi miti di attivismo esteriore e di spregiudicato pragmatismo. Ma di fronte alla Sfinge minacciosa che, una volta di più, sbarra la strada al suo procedere, l’Uomo Interiore coraggiosamente saprà trovare la risposta agli enigmi attraverso la conoscenza risvegliatrice del vivente Pensiero-Folgore, attraverso l’agire luminoso della radicale trasformazione di sé.

* * *

Rudolf Steiner, Der Manichäismus, in Die Tempellegende und die Goldene Legende, als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, pp. 68-79.

Il Manicheismo

Berlino, 11 novembre 1904

Dobbiamo parlare un po’ della Frammassoneria per un desiderio che ci è stato espresso. Ma non si può comprendere questa, prima di aver considerate le correnti spirituali, che stanno in relazione con la Frammassoneria in maniera tale che la Frammassoneria è per così dire scaturita da esse. Una corrente spirituale ancora più importante di quella dei Rosacroce fu quella del Manicheismo. Dobbiamo quindi effettivamente prima parlare di questo molto più importante movimento, e potremo poi, in seguito, gettare una volta una luce anche sulla Frammassoneria.

Quel che io ho da dire in proposito è in relazione con diverse cose che operano all’interno della vita spirituale presente e futura. E per mostrarvi che, se si è attivi in questi campi, si deve continuamente mettersi in relazione con qualcosa, sia pure occultamente, desidero accennare solo in maniera introduttiva, come in ripetute occasioni io abbia designato il problema di Faust come uno particolarmente importante per la nuova vita spirituale. Ed è altresì per questo motivo, che nel primo numero del Luzifer il movimento spirituale moderno è stato messo in relazione con il problema di Faust. Così come ne ho trattato nel mio articolo sul Luzifer, non è senza una certa motivazione che in esso viene fatta allusione al problema di Faust. 

E per mettere reciprocamente in rapporto le cose delle quali qui si tratta, dobbiamo perciò dapprima partire da un orientamento spirituale, che ci viene incontro per la prima volta all’incirca nel III secolo. Questo è quell’orientamento spirituale che ha trovato in Sant’Agostino il suo grande avversario, benché questi, prima di entrare nella Chiesa Cattolica, fosse seguace di questa corrente. Dobbiamo parlare del Manicheismo, che fu fondato da una personalità, che designò se stesso come Mani, e visse all’incirca nel III secolo d.C. Il movimento è partito da una regione, che allora era dominata dai re dell’Asia minore; esso è dunque partito dalle regioni dell’Asia minore occidentale. Questo Mani fondò una corrente spirituale, che dapprima non raccolse che una piccola setta, ma che divenne una potente corrente spirituale. Gli Albigesi, i Valdesi, e i Catari medievali sono la prosecuzione di questa corrente spirituale, al quale appartiene pure l’Ordine dei Templari, del quale dovremo appunto parlare a parte, ed allo stesso modo – attraverso una mirabile concatenazione di rapporti – la Frammassoneria. All’interno di questa corrente appartiene autenticamente la Frammassoneria, sebbene essa sia legata ad altre correnti, per esempio il Rosicrucianesimo.

La storia esteriore, che ci viene raccontata, su Mani, è estremamente semplice.

Viene detto, che nelle regioni dell’Asia anteriore un mercante, che era straordinariamente erudito. Egli redasse quattro importanti scritti: in primo luogo i Mysteria, in secondo luogo i Capitula, in terzo luogo l’Evangelium, in quarto luogo il Thesaurus. In oltre viene raccontato che alla sua morte egli avesse lasciato questi scritti alla sua vedova, che era una persiana. Questa vedova a sua volta li lasciò ad uno schiavo ch’ella aveva riscattato e affrancato. Questi sarebbe il Mani che abbiamo nominato, il quale avrebbe tratto da questi scritti la sua sapienza, ma che era stato inoltre iniziato nei Misteri del culto di Mitra. Egli poi fece nascere questo movimento del Manicheismo. Mani viene chiamato anche il «Figlio della Vedova» e i suoi seguaci i «Figli della Vedova». Ma lui stesso, Mani, si designava come «Paracleto», come lo Spirito Santo promesso dal Christo all’umanità. Ora questo caso si deve intendere che egli designò se stesso come una incarnazione di quello Spirito Santo; egli non pensava affatto di essere l’unico Spirito Santo. Egli si rappresentava questo Spirito Santo  come manifestantesi in ripetute incarnazioni, e designò se stesso come una di tali ripetute incarnazioni dello Spirito.

La dottrina che egli annunciava fu da Agostino, allorché questi fu entrato nella Chiesa Cattolica, combattuto nella maniera più accesa. Agostino contrappose la sua concezione cattolica all’insegnamento manicheo, che fa rappresentare da una personalità, che egli chiama Fausto. Fausto è nel senso di Agostino il lottatore contro il Cristianesimo. Qui vi è l’origine del Faust di Goethe con la sua concezione del Male. Il nome «Faust» risale sino a questo antico insegnamento agostiniano.

Si apprende abitualmente dall’insegnamento manicheo, come esso si distingua dal Cristianesimo occidentale attraverso la sua diversa concezione del Male. Mentre il Cristianesimo cattolico è dell’opinione che il Male riposi su una caduta dalla scaturigine divina, su una caduta di Spiriti, originariamente buoni, che si separarono da Dio, invece che l’insegnamento del Manicheismo che il Male sarebbe altrettanto eterno del Bene; che non vi sarebbe resurrezione della carne e che il Male in quanto tale non avrebbe fine. Dunque, esso non avrebbe altresì inizio, bensì sarebbe della stessa origine del Bene, e non avrebbe fine.

Se intendiamo il Manicheismo in questa maniera, esso appare certamente come qualcosa di radicalmente non cristiano e come qualcosa di assolutamente incomprensibile.

Ora vogliamo affrontare la cosa sino in fondo secondo le tradizioni che devono risalire allo stesso Mani ed esaminare di cosa autenticamente si tratta.  Un punto di riferimento per questo esame ce lo dà la leggenda del Manicheismo, una leggenda proprio dello stesso tipo di quella che vi ho recentemente raccontato come Leggenda del Tempio. Tutte queste correnti spirituali, che sono in rapporto con iniziazioni, si esprimono exotericamente in leggende. Solo, la leggenda del Manicheismo è una grandiosa leggenda cosmica, una leggenda di natura sovrasensibile.

In essa viene raccontato come una volta gli Spiriti delle Tenebre vollero assalire il Regno della Luce. Essi giunsero in effetti sino ai confini del Regno della Luce e vollero impadronirsi del Regno della Luce. Ma essi nulla potevano contro il Regno della Luce. Ora esse dovevano – e qui vi è un tratto particolarmente profondo che vi prego di notare – ora esse dovevano venir punite dal Regno della Luce. Ma nel Regno della Luce non vi era nulla, in qualsivoglia forma, di Male, bensì unicamente di Bene. Dunque i demoni della Tenebra avrebbero potuto essere puniti soltanto con qualcosa di buono. Che cosa accadde allora? Avvenne quanto segue. Gli spiriti del Regno della Luce presero una parte del loro proprio Regno e mescolarono questa nel Regno materiale della Tenebra. Attraverso il fatto che una parte del Regno della Luce fu ora mescolato al Regno della Tenebra, attraverso il fatto che in questo Regno della Tenebra vi fosse introdotto per così dire un lievito, una sostanza fermentante, mise il Regno delle Tenebre in una vorticosa danza caotica, attraverso la quale esso ricevette un nuovo elemento, ovverossia la morte. Cosicché esso divora incessantemente se  stesso e porta in sé in germe del proprio annientamento. Inoltre, viene raccontato che per il fatto che è accaduto ciò, sia sorto il genere umano. L’Uomo Primordiale sarebbe appunto proprio ciò che è stato inviato dal Regno della Luce per mescolarsi col Regno della Tenebra, per vincere mediante la morte quel che non deve esistere nel Regno della Tenebra; per vincerlo in se stesso.

Il pensiero profondo che vi è in esso è che da parte del Regno della Luce il Regno delle Tenebre non deve essere vinto attraverso la punizione, bensì attraverso la dolcezza; non attraverso la contrapposizione al Male, bensì mediante la mescolanza con il Male, per redimere il Male in quanto tale.  Mediante il fatto che una parte della Luce penetra nel Male, il Male stesso viene vinto.

Alla base di ciò sta la concezione del Male che io ho spesse volte esposta come la concezione teosofica. Che cos’è il Male? Non è nient’altro che un Bene inattuale. Per addurre un esempio, che è stato da me spesso citato: supponiamo di avere a che fare con un eccellente pianista e con un eccellente tecnico di pianoforte, i quali siano ambedue perfetti nel loro genere. Dapprima il tecnico deve costruire lo strumento, e poi consegnarlo al pianista. Se questi è un buon suonatore, egli lo adopererà nella maniera corrispondente, e così ambedue sono per così dire il Bene. Ma se ora il tecnico volesse andare nella sala del concerto e strimpellarvi, allora egli non sarebbe nel posto giusto. Il Bene diverrebbe così il Male. Vedete così che il Male non è nient’altro che il Bene non nel posto giusto.

Se quel che in una qualsivoglia epoca è estremamente buono, volesse conservarsi ulteriormente, irrigidirsi, ed intralciasse da allora il cammino di quel che è già progredito, allora diverrebbe indubbiamente un Male, perché si contrapporrebbe al Bene. Supponiamo che le forze direttrici dell’epoca lunare, nella quale erano perfette nel loro genere e dovessero concludere la loro attività, si immischiassero ulteriormente nell’evoluzione. Allora esse rappresenterebbero nell’evoluzione terrestre il Male. Così il Male non è nient’altro che il Divino, giacché nell’altra epoca, ciò che nel momento non opportuno è il male, era il Divino.

In questo senso profondo dobbiamo intendere la concezione manichea, che il Bene e il Male siano fondamentalmente dello stesso genere, siano fondamentalmente identici al loro principio e alla loro fine. Se interpretate così questa concezione, allora comprenderete che cosa veramente Mani voleva proporre. Ma dall’altro lato dobbiamo dapprima spiegare, perché Mani  chiamava se stesso il «Figlio della Vedova» e perché i suoi seguaci si chiamano «Figli della Vedova».

Se risaliamo ai tempi più antichi, che stanno prima della nostra razza radicale, allora la specie e la modalità di come gli esseri umani conoscevano, conquistavano il sapere, era un altro. Dalla mia descrizione dell’epoca atlantica, ed ora che appare il prossimo numero del Luzifer, anche dalla descrizione dell’epoca lemurica, vedrete come allora ogni sapere – in parte è così sin nella nostra epoca – era influenzato dal quel che sta al di sopra dell’umanità. Ho già menzionati frequentemente come soltanto il Manu, che apparirà nella prossima razza radicale, sarà un reale fratello umano, mentre i precedenti umani erano  una specie di esseri sovrumanamente divini. Solo ora l’umanità matura abbastanza per avere un proprio fratello umano come Manu, che dalla metà dell’epoca lemurica ha attraversato tutti gli stadi. Che cosa accade dunque veramente durante l’evoluzione della quinta razza radicale? Avviene questo, che questa rivelazione, la rivelazione dall’alto, la direzione dell’anima dall’alto si ritrae gradualmente e abbandona l’umanità sulle proprie vie, cosicché essa diventa la sua propria guida.

Ora, in tutto l’Esoterismo (Mistica) l’anima venne chiamata la «Madre»; l’istruttore il «Padre». Padre e Madre, Osiride e Iside, sono le due Potenze presenti nell’anima: l’istruttore, colui che rappresenta il Divino riversantesi in maniera immediata, Osiride è il Padre; l’anima stessa, Iside, concepisce, riceve il  Divino-Spirituale, è la Madre. Ora, durante la quinta razza radicale il Padre si ritira. L’anima viene resa vedova, deve essere resa vedova. L’umanità viene abbandonata a se stessa. Essa deve cercare nella propria anima la Luce della verità, per guidare se stessa. Tutto l’elemento animico da tempo immemorabile venne portato ad espressione con simboli femminili. Perciò questo elemento animico – che oggi è presente in germe e in seguito verrà sviluppato completamente – questo elemento animico dirigente se stesso, che non ha più di fronte a sé  il fecondatore divino, viene designato da Mani come la «Vedova». E per questa ragione e gli designa se stesso come il «Figlio della Vedova».

È Mani colui che prepara quel gradino dell’evoluzione animica umana, che cerca la propria animica Luce dello Spirito. Quel che proviene da lui, era un appello alla propria luce animica dello Spirito ed era al contempo un deciso ribellarsi contro tutto quel che non voleva provenire dall’anima, dalla propria osservazione dell’anima. Alcune belle parole provengono da Mani e sono diventate il leitmotiv dei suoi seguaci di ogni epoca. Ascoltiamo: Dovete spogliarvi di tutto quel l’autorità esteriore vi tramanda; poi dovete diventare maturi per contemplare la vostra propria anima.

Agostino invece – in un dialogo, nel quale egli si pose come avversario di quel Fausto manicheo, rappresenta il seguente principio: – Io non accetterei l’insegnamento del Christo, se esso non fosse fondato sull’autorità della Chiesa –. Invece, il manicheo Fausto dice: Voi non dovete accettare nessun insegnamento sulla base dell’autorità; noi vogliamo accettare un insegnamento solo liberamente. – Questa è la ribellione della Luce spirituale edificantesi su se stessa, che venne poi pure portata ad espressione in così bella maniera nella saga del Faust.  

Noi ci troviamo di fronte questa opposizione pure delle più tarde leggende del Medioevo. Da un lato la leggenda di Faust, dall’altro la leggenda di Lutero. Lutero è il rappresentante del principio autoritario, Faust invece è colui che si ribella, colui che si appoggia sull’interiore luce spirituale. Abbiamo la leggenda di Lutero: questi scaglia il calamaio in testa al diavolo. Ciò che al lui si presenta come Male, viene messo da parte. E dall’altro lato, abbiamo l’alleanza di Faust col Male. Una scintilla del Regno della Luce viene inviata al Regno della Tenebra, per penetrare nella tenebra, per redimere la tenebra attraverso se stessa, per vincere il male attraverso la dolcezza. Se lo intendete in questa maniera, allora vedrete pure che questo Manicheismo si accorda benissimo con la concezione del Male che abbiamo esposta.

Come possiamo rappresentarci la collaborazione del Bene e del Male? Ce la dobbiamo spiegare a partire dall’armonia di vita e di forma. Come la vita diventa forma? Attraverso il fatto che essa incontra un’opposizione; attraverso il fatto che esso non viene a espressione tutta in una volta – in una forma. Osservate un po’ come la vita in una pianta, diciamo il giglio, si affretti di forma in forma. La vita del giglio ha edificato, plasmato, una forma di giglio.

Allorché questa forma è stata plasmata, la vita vince la forma, trapassa nel germe per far rinascere in seguito la medesima vita in una novella forma. E così la vita procede di forma in forma. La vita stessa è senza forma e non potrebbe estrinsecarsi in maniera percepibile in se stessa. La vita del giglio per esempio è nel primo giglio, trapassa nel secondo, nel terzo,  nel quarto, nel quinto. Ovunque è la medesima vita diffusa nel suo tessere, quella che appare in una forma limitata. Che essa appaia in forma limitata è un ostacolo a questa vita universalmente fluente. Non vi sarebbe forma alcuna, se la vita non venisse ostacolata, frenata nella sua forza scorrente da tutti i lati. Proprio da quel che è rimasto indietro, quel che a ciò che sta su un piano superiore appare come una catena, proprio da ciò nel grande cosmo scaturisce la forma.

Sempre quel che è la vita viene afferrata come forma da quel che come vita era presente in un periodo precedente. Esempio: la Chiesa cattolica. La vita, che nella Chiesa cattolica vive da Agostino sin nel 15° secolo, è vita cristiana. La vita in essa è Cristianesimo. Sempre di nuovo viene fuori questa vita pulsante (i mistici). La forma, da dove viene la forma? Questa non è nient’altro che la vita dell’antico Impero romano. Quel che in questo antico Impero romano era ancora vita, si è irrigidito nella forma. Quel che esistette prima come Repubblica, e poi come  Impero, quel che è vissuto nelle sue manifestazioni esteriori come Stato romano, ha consegnato la vita irrigidita nella forma al successivo Cristianesimo, sino a renderlo capitale, proprio come la precedente Roma era la capitale dell’Impero romano mondiale. Persino i funzionari provinciali romani hanno avuto come prosecutori i preti e i vescovi. Quel che prima era vita, diviene in seguito forma per un superiore gradino della vita.  

Non è esattamente la stessa con l’essere umano? Che cos’è la vita umana? La fecondazione manasica è oggi vita interiore dell’uomo, che venne impiantata a metà dell’epoca lemurica. La forma è quel che seminalmente proveniva dall’epoca lunare. Allora, nel periodo lunare, era l’evoluzione kamica la vita dell’uomo; ora essa è l’involucro, la forma. Sempre la vita di un’epoca precedente è la forma di una epoca successiva. Nell’armonizzazione di forma e vita è dato al contempo l’altro problema: quello del Bene e del Male; attraverso il fatto che il Bene di un epoca precedente è unito con il Bene di un’epoca nuova. E questo, fondamentalmente, non è proprio nient’altro che l’armonizzazione del procedere con i suoi propri ostacoli. Ciò è al tempo stesso la possibilità dell’apparire materiale, la possibilità di giungere all’esistenza manifesta. Questa è la nostra esistenza umana all’interno della solida Terra minerale: vita interiore e vita rimasta indietro da epoche precedenti indurita in forma ostacolatrice. Questo è pure l’insegnamento del Manicheismo sul Male. 

Se partendo da questo punto di vista domandiamo ulteriormente: Ora che cosa vuole Mani e che cosa significa la sua espressione di essere il Paracleto, lo Spirito Santo, il Figlio della Vedova? Ciò non significa nient’altro se non che egli vuole preparare quell’epoca, nella quale nella sesta sottorazza l’umanità si guiderà se stessa, mediante la sua propria luce animica e supererà le forme esteriori, le trasformerà in Spirito.

Mani vuole creare una corrente dello Spirito che superi il Rosicrucianesimo, che vada oltre la corrente dei Rosacroce. Questa corrente di Mani arriva sino alla sesta razza radicale, che viene preparata dalla fondazione del Cristianesimo. Proprio nella sesta razza radicale soltanto il Cristianesimo arriverà alla sua piena espressione. Soltanto allora esso esisterà realmente. L’interiore vita cristiana in quanto tale vince qualsivoglia forma, si diffonde attraverso il Cristianesimo esteriore e vive in tutte le forme delle diverse confessioni. Chi cerca la vita cristiana, la troverà sempre. Essa crea forme e spezza forme nei diversi sistemi religiosi. Quel che importa non è cercare ovunque l’identità nelle forme esteriori di espressione, bensì di sentire l’interiore corrente vitale, che esiste ovunque sotto la superficie. Ma quel che ancora deve essere creata è una forma per la vita della sesta razza radicale. Questa deve venir creata prima, giacché essa deve esistere, onde possa riversarvisi la vita cristiana. Questa forma deve venire preparata da uomini, che devono creare una tale organizzazione, una tale forma, onde la vera vita cristiana della sesta razza radicale possa prendervi dimora. E questa forma esteriore di società deve scaturire dall’intenzione di Mani, dal manipolo che Mani prepara. Questa deve essere la forma esteriore di organizzazione, la comunità, nella quale la scintilla cristiana potrà così giustamente prendere dimora.

Da ciò voi potete desumere che questo Manicheismo si sforzerà dapprima, di plasmare anzitutto la vita esteriore in maniera pura; giacché essa deve  condurre gli uomini a diventare in futuro un vaso appropriato. Perciò venne dato una così grande importanza ad un modo di pensare assolutamente puro e alla purezza della vita. I Catari furono una setta, che comparve come una meteora nel XII secolo. Essi venivano chiamati così, perché Catari significa i «Puri». Erano uomini che per quel che riguarda il loro atteggiamento animico e il loro comportamento morale dovevano essere puri. Essi dovevano cercare la kàtharsis – la purificazione – interiormente ed esteriormente, per formare una comunità pura, che doveva essere un ricettacolo puro. Questo è ciò a cui il Manicheismo aspira. Si tratta meno della coltivazione della vita interiore – la vita continuerà a scorrere anche il altra maniera – , bensì piuttosto della coltivazione della forma esteriore della vita.  

Gettiamo ora uno sguardo su quel vi sarà nel corso della sesta razza radicale. Allora il Bene e il Male formeranno ancora una contrapposizione ben altrimenti diversa che non quella di oggi. Ciò che nella quinta ronda subentrerà per l’intera umanità, il fatto che la fisionomia esteriore, che ognuno si crea, sarà una immediata espressione di quel che il Karma avrà creato sino ad allora dell’essere umano, apparirà come un preludio rispetto a questa condizione, nel corso della sesta razza radicale, all’interno dell’elemento spirituale. In coloro nei quali il Karma avrà prodotto un eccesso di Male, il Male apparirà in maniera del tutto particolare all’interno dell’elemento spirituale. Da una parte esisteranno allora uomini di una potente bontà interiore, di una genialità d’amore e di bontà; ma dall’altro lato, vi sarà pure il contrario. Il Male sarà presente senza maschera come atteggiamento animico in una grande quantità di uomini, non più ammantato, non più occultato. I malvagi andranno fieri del Male come di qualcosa di particolarmente prezioso. Già spunta in qualche geniale essere umano una qual certa voluttà per questo Male, per questo elemento demoniaco della sesta razza radicale. La «bestia bionda» di Nietzsche per esempio ne è così un preannuncio spettrale.

Questo puro Male deve venire rigettato dalla corrente dell’evoluzione cosmica come una scoria. Esso sarà espulso nella ottava sfera. Oggi stiamo in maniera immediata di fronte ad un’epoca, nella quale avrà luogo una contrapposizione cosciente col Male da parte dei buoni.

La sesta razza radicale avrà il compito reinserire, per quanto possibile, il Male mediante la dolcezza nella corrente progredente dell’evoluzione. Sarà sorta allora una corrente spirituale che non si opporrà al Male, malgrado il fatto che questo apparirà nel mondo nella sua forma più demoniaca. Rinsaldata sarà in coloro che saranno i seguaci dei Figli della Vedova, la coscienza che il Male deve essere nuovamente reinserito nell’evoluzione, ma che esso deve essere vinto non attraverso la lotta, bensì mediante dolcezza. Preparare energicamente ciò, questo è il compito della corrente spirituale manichea. Essa non perirà, questa corrente spirituale: essa si manifesterà in svariate forme. Comparirà in forme, che taluni si possono immaginare, ma che non è necessario che vengano oggi dichiarate. Dovesse riguardare unicamente la coltivazione dell’atteggiamento interiore, questa corrente non raggiungerebbe quel che essa deve realizzare. Essa deve esprimersi nella fondazione di comunità, che cercano prima di tutto di considerare e di diffondere come elemento decisivo la pace, l’amore, il non contrastare il Male [con la lotta]. Poiché esse devono creare un ricettacolo, una forma per la vita, che si propaga anche senza di essa.

Ora voi comprenderete perché Agostino, la mente più significativa della Chiesa cattolica, che nella sua Città di Dio edificò addirittura la forma della Chiesa, creò la forma per il presente, perché egli dovette diventare il più violento avversario de la forma che prepara l’avvenire. Due polarità si fronteggiano: Fausto e Agostino. Agostino, che edifica sulla chiesa, sulla forma presente; Fausto, che vuole preparare a partire dall’essere umano il senso per la forma dell’avvenire.

Questa è l’opposizione, che si sviluppa nel III e IV secolo dopo Christo. Essa rimane presente e trova la sua espressione nella lotta della Chiesa cattolica contro i Templari, i Rosacroce, gli Albigesi, i Catari e così via. Essi vengono tutti distrutti sul piano fisico esteriore, ma la loro interna vita continua ad operare. In seguito, l’opposizione viene di nuovo ad espressione in forma attenuata, ma sempre ancora in forma violenta, in due correnti scaturite da un’unica civiltà occidentale, come Gesuitismo (Agostinismo) e Frammassoneria (Manicheismo). Quelli che guidano la lotta da un lato, i Cattolici e i Gesuiti degli alti gradi, sono tutti coscienti di ciò; ma tra coloro che, dall’altro lato, nello spirito di Mani, conducono la lotta, solo pochissimi sono coscienti, solo i vertici del movimento ne sono coscienti.

Così nei secoli successivi si fronteggiano Gesuitismo (Agostinismo) e Frammassoneria (Manicheismo). Sono i figli delle antiche correnti spirituali. Perciò nel Gesuitismo come nella Frammassoneria voi avete una prosecuzione nelle iniziazioni delle stesse cerimonie come nelle antiche correnti. L’iniziazione della Chiesa nel Gesuitismo ha i quattro gradi: coadjutores temporalesscholarescoadjutores spiritualesprofessi. I gradi dell’iniziazione nella vera e propria frammassoneria occulta sono analoghi. Essi corrono parallelamente, ma perseguono direzioni completamente diverse.  

 

PROVOCARE LA NOIA (di F. Giovi)

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Se fossi severo come un Inquisitore da celluloide, sapere che vi state autotorturando sarebbe uno spasso… Naturalmente sto scherzando. Quasi…
Per pignoleria ripassiamo il lavoro corretto. Di solito si inizia l’esercizio della concentrazione cambiando l’oggetto: ciò è corretto ed è indicato pure dal Dottore nella completa versione dei 5 esercizi, come si può controllare dalla perfetta traduzione di Scaligero nel suo “Manuale pratico della Meditazione” o nelle “Indicazioni per una Scuola esoterica”. Steiner aggiunge che «si può mantenere lo stesso pensiero per parecchi giorni» e non quantifica. Dunque fa parte della sperimentazione dell’operatore provare soluzioni diverse. In una fase iniziale delle discipline non credo trovi posto il concetto di giusto o sbagliato: si fa quello che si è compreso, e l’eventuale errore, che di sicuro c’è sempre, fa solo parte d’inizio partita.

Poi magari ci si accorge che evocare le stesse immagini, volere gli stessi pensieri, in qualche modo rassicura : il percorso è stabile: e anche questo va bene, pur comportando un solo, grande pericolo. Meglio chiarire. Già dal momento in cui ci si siede per pensare pensieri evocati per decisione predeterminata inizia uno sforzo animico inconsueto, poiché ordinariamente si è del tutto passivi nei confronti del flusso pensante. In realtà ci capita alle volte di costringere il pensiero a dedicarsi a temi impegnativi: allora è pensiero voluto.

Un testo da studiare, un manuale d’istruzioni da comprendere o una attività manuale complessa a cui non siamo abituati, comportano uno sforzo di pensiero più elevato del solito. E, senza nasconderci dietro un dito, simili attività spesse volte si presentano già con carattere di fatica e sgradevolezza. Rispetto a queste, la concentrazione (corretta) si presenta su di un gradino di difficoltà notevolmente più alto. Massimo Scaligero, nei suoi libri, ha spiegato e rispiegato assai chiaramente il senso e lo scopo di tale difficoltà: nell’esercizio della concentrazione dovrebbero essere del tutto assenti i mille motivi che comunque ci inducono ad un pensare volontario. I “mille motivi” sono essenzialmente uno: l’interesse personale.

Può venir chiamato con termini giustificativi: essi vanno dalla curiosità al desiderio conoscitivo. Può essere nobilitato con il nobile carattere del tema: lessi le affermazioni di una nota personalità del panorama antroposofico: essa scrive che l’antroposofia è per lei «…un godimento che non finisce mai… una festa della mente e del cuore senza fine». Sono parole assai belle (magari l’antroposofia fosse sentita così da molti) ma le ho anche sentite formulate da altri, in altri campi, in altri domini (persino da industriali), perché appartengono all’ordinario dell’anima quando essa, non assopita, abbraccia con passione il proprio agire. Sebbene possano venir considerate come “positive reazioni d’incontro”, non è mai esistita una via iniziatica (esoterica) che non trascenda feste e godimenti personali nel suo itinerario (e nemmeno le mistiche d’Occidente e d’Oriente, avendo significati del tutto differenti sia la “beatitudine” che la “delizia” o l’“ānanda”), oppure si pensi ad un Goethe che fa il chiasso animico della festa nel giardino botanico di Palermo!

La concentrazione sviluppata secondo il proprio canone si fa, si realizza nel momento in cui nessun motivo naturale la sostiene. Ripeto che la concentrazione deve divenire indipendente dalla natura fisica e animica dell’operatore: non si fa concentrazione con gli entusiasmi, ma con il pensiero via via purificato da ogni traccia soggettiva (una nota per chi usa soprattutto la parola mentale: persino l’uso di aggettivi nella descrizione dell’oggetto, celando essi giudizi di funzionalità o d’estetica o comunque rafforzativi, dovrebbe venir cancellato). Poi, fare e rifare la medesima concentrazione, con il medesimo percorso più volte al giorno per settimane che diventano mesi, rende furibondo l’animico e persino il vitale per quanto inerisce al primo.

La concentrazione, a farla breve, è una dichiarazione di guerra per l’alterata costituzione occulta dell’uomo, che vorrebbe in effetti continuare a far festa senza fine. Se l’operatore resiste durante il tempo dei bombardamenti pesanti (immagini impazzite, pensieri molesti, sensazioni insopprimibili ecc.) l’attacco arriva subdolamente, poiché è sempre assai difficile pensare pensieri fondati solo sul puro volere. Allora basta addormentarsi – attenzione: solo un pochino – in modo che la coscienza non s’accorga di nulla e la concentrazione non c’è più: resta di essa una riproduzione, spesso formalmente esatta, ma meccanica, ipnotica: questa la fa l’astrale con l’eclissi dell’Io.

E magari esiste lo spudorato che chiama esercizio questo stato di dolce rimbambimento e considera rivelazioni dello Spirito le eventuali immagini di sogno che facilmente sorgono poiché si dorme. Questa è l’origine della rêverie, usata scientemente nella produzione artistica e nella pratica psicoanalitica, e in stolida incoscienza negli ambienti occulti. Si potrebbe trarne uno slogan: “Con l’espulsione dell’Io tutto diventa facile”. Allora si proceda nell’autotortura: superare questi momenti rafforzati e pronti per il dopo, che è una ritmica incursione in una noia terribile.

Noia è il termine usato dal Dottore in alcune conferenze per gli operai che costruivano il Goetheanum: «Occorre rimanere sani e saper provocare la noia artificialmente. Chi dice la verità su come si possa entrare nel Mondo Spirituale, deve anche dire: occorre saper provocare in sé noia artificiale, altrimenti non si riesce per niente a entrare nel Mondo Spirituale» e aggiunge di seguito: «Che cosa si desidera oggi? Si vuole di continuo evitare la noia…[la gente] si vuol sempre divertire. Che cosa significa volersi sempre divertire? Significa allontanarsi dallo Spirito e nient’altro».

Credo che ben pochi orientatori contemporanei, magari con termini diversi, abbiano il coraggio e l’esperienza per dire queste cose, ossia le cose come stanno. La concentrazione, sempre determinata volitivamente ma pure sempre ripetuta, più volte al giorno e sette giorni su sette, usando le medesime immagini, lo stesso oggetto, produce velocemente la condizione indicata da Rudolf Steiner. È una condizione che va vissuta con tutto il nostro essere, in cui dobbiamo immergerci completamente e… agonizzare. Così si superano i limiti e arrivano mutamenti e risultati. It’s not 5 p.m. tea.