COME L’AQUILA… (M. Scaligero)

aquila

Sul sentiero procedo, perché so che debbo avanzare, ma non so quale cielo si apra o quale prova mi attenda. Si ripiega l’ombra, cadono tutte le ombre, si chiudono le ali nere, sento l’immoto supporto “croce di Cristo – spada di Michele” e la pace perfetta e il riposo del supporto sino a estinzione di respiro, sino al respiro cosmico, sino ad essere uno con il pensiero del Christo.

V’è un suono antico e misterioso che giunge da lontananze del Cosmo e che ha un potere di luce risanatrice: il suono è un potere di vita profonda piú della stessa vita fisica. Entra in profondità: è un’antica musica di redenzione, che afferra le radici della vita e restituisce la purità originaria, lo svincolamento dall’irreale, la risoluzione dell’irreale. È in relazione all’autonomia del midollo spinale, di cui parlo in Magia Sacra. È un moto puro di luce che, potente come l’Amore di cui è emanazione, scocca attraverso il centro piú profondo, attraversando, folgorando la tenebra. Occorre che il guizzo di luce sia contemplato, sino alla sua possibile immediata evocazione, in ogni momento.

Scende allora una calma confortatrice, un essere senza determinazione, secondo la potenza primigenia dell’essere: cessata è la febbre dell’esistere. Scende una calma che risuona dalla corona delle costellazioni, da tutto l’Empireo: è la quiete profonda, la quiete delle Gerarchie, il riposo divino: si comincia ad essere secondo la propria infinita assoluta libertà, che non ha bisogno di affermazione alcuna, non ha bisogno di sforzo alcuno, per affermarsi come invincibile potenza. In quel momento si ha il segreto di tutto, che è indicibile, ma ha un suo simbolo nell’espressione “L’Essere è Amore”.

Questo pensiero fa vivere tutto l’essere novello: è il principio dell’essere assoluto immediato, donantesi nella grande calma: donantesi dal profondo del proprio essere come Amore. Si distingue da esso, come termine di riferimento, come punto di risollevamento all’infinità originaria, il fiore di luce. Nella calma posante nel profondo, nella calma lasciata essere, nell’essere lasciato essere, si accoglie la vita di luce come mistero della visione aurea. Prima di tale essere non c’è nulla: comunque si cerchi dietro di sé, vi è sempre il proprio essere: perciò l’Amore infinito: il primo Essere è l’Amore Divino, il Primo Fulgore.

Come l’aquila posando raccoglie le ali, e nella immobilità ha la potenza del volo, cosí è raccolta tutta la forza là dove posano le ali, nell’immobile figura, nell’attitudine della meditazione. È l’operazione piú sottile del Sacro Amore, perché riapre il varco alla potenza cosmica dei ritmi nella “sede mediana”: senza il moto eterico di questi ritmi, il Sacro Amore può essere pensato, ma non realizzato. Occorre la volontà piú potente alla “operazione delle ali”. Cosí, ritrovata la postura dell’aquila, volgo alla santa contemplazione.

Massimo Scaligero

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da una lettera del novembre 1970 a un discepolo

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L’ETERNITA’ FOLGORA IL PASSATO

28 E 29 SETT 2015 FK 014

INTENSO E PROVVISORIO IL GRAN LAMENTO DEL TEMPO E’ L’IMPOSSIBILE.

 
FUOCO DELL’ATTIMO PIU’ ALTO IN CUI L’ETERNITA’ TOCCA IL PASSATO E LO REDIME.
 
INCENERENDO ILTEMPO.

PROVVISORIO – POICHE’ PERENNEMENTE DA RICONFERMARE – L’ATTIMO LAMPEGGIA E IMMETTE FORZE CHE DAL CENTRO DEL CREARE IRRAGGERANNO LUCE.
 
ATTIMO DEL PENSARE CHE CONTEMPLANDO L’ESSENZA DEI CONCETTI RICORDATI :
OTTIENE LA VISIONE DEL PASSATO MENTRE LO REDIME.
MENTRE LO TRASMUTA.
MENTRE LA VIVENTE AURA SORUMANA CONCEDE IL FARMACO E IL LAVACRO.
 
RIVIVE L’ESSENZA DI CIO’ CHE AVVENNE NEL PASSATO
MA ORA CHI LA RICORDA E’ IL LAMPO DELL’ATTIMO D’ETERNO
CHE LA CONTEMPLA DALL’ALTO DEL REDIMERE.
 
LO SGUARDO DELLA SINTESI IMPEGNATA NEL COSCIENTE UNIRE :
RICREA L’ANIMA PROFONDA DEGLI EVENTI POICHE’
– IN VARIO GRADO –
LI RICONNETTE AL LOGOS INTERNO AL RITO D’OCCIDENTE.
 
L’UNICO E IL SOLO VERAMENTE OPERATIVO POICHE’ VERAMENTE SACRO.
 
FUTURI EVENTI MORALI SI IRRAGGIANO
GERMINALI E INARRESTABILI
SUI DESTINI DEL MONDO.
 
EVENTI IMPREVISTI ED IMPOSSIBILI
CHE MUTANO LE ALTRIMENTI INAMOVIBILI LEGGI DELLE CAUSE E DEGLI EFFETTI.
 
EVENTI IN CUI L’ELEMENTO DI INTRUSIONE RIEDIFICATRICE E’ LA FOLGORE DEL LOGOS.
UNICA FONTE DEL SACRO FRA GLI IMMENSI DESERTI DELL’ANIMA MODERNA  INARIDITA E PERSA.
 
ARDE FRA LE VETTE IMMATERIALI E DOMINA L’IMPOSSIBILE LAVACRO.
 
LUCE E CALORE TRATTI
 – MEDIANTE OCCULTA IMMATERIALITA’ TRASMUTATRICE –
DAL PIU’ ADDENSATO CAOS DI MOSTRUOSE ROCCE VOLITIVE.
 
LIEVE RIAPPARE L’ANGELO OLTRE LE SQUARCIATE NEBBIE DEGLI INFERI
NEL FOLGORAR DELL’ATTIMO DILAVATI E SCOSSI.
 
L’IRRUZIONE DI FORZE TRASCENDENTI NELL’UMANO
ATTINTE FRA I CIELI DEGLI DEI LEGITTIMI DEL BENE
SOLO ATTRAVERSO L’ASCESI PUO’ ATTUARSI
E SOLO POICHE’ IL PIU’ IMPENSABILE ED IL MENO PLAUSIBILE LOGOS DEL PENSIERO ARDE ED AGISCE OVE L’IO UMANO RIESCE PER ATTIMI A RESPIRARE LUCE.
 
APICI IN CUI LA VOLONTA’ IMMESSA NEI PENSIERI CONTEMPLANDO IL PALPITO DI UN INSIEME DI CONCETTI  : 
OTTIENE PER ATTIMI QUELLA PURITA’ IN CUI L’ANIMA RISORGE ALLA VEGGENZA.
ED IN QUEGLI ATTIMI : RESPIRA DEGNITA’ E AMORE.
 
PERTANTO IN QUEGLI ATTIMI
IN VARIO GRADO
LA POTESTA’ DEI CIELI MUTA L’UMANO E LO REDIME.
 
RITO DEL SOLE D’OCCIDENTE CHE SOLO PUO’ LAVARE I MONDI.
 
ASCESI DEL PENSIERO E SUA TENACIA NELL’ACUME PERENNEMENTE MANTENUTO.

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K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Primo Giorno – P. 5 e 6

Copgenesi

IL PRIMO GIORNO

5. L’uovo cosmico

In linea di principio non vi è alcuna differenza se gli eventi vengono descritti in scala piccola o grande. Certamente, causa alcune difficoltà il rappresentare i processi della suddivisione nella maturazione (formazione dei corpuscoli polari), di fecondazione e formazione della blastula nella loro effettiva piccolezza. Nella maggior parte dei casi non lo facciamo neppure, bensì conserviamo a nostra disposizione, in forma di rappresentazioni, su per giù raffigurazioni che presentano appunto ingrandimenti considerevoli. Altrettanto difficile è il rappresentarsi la nascita del mondo nella sua vastità, per la nostra coscienza, quasi infinita. Noi traduciamo, quindi, ciò che è minimo e ciò che è massimo in rapporti umani. Per l’idea di una forma è entro certi limiti la stessa cosa se tale forma sorga nel grande o nel piccolo. E poiché la Genesi descrive il nascere e il mutare delle forme, in linea di principio essa è applicabile altrettanto bene sia alla nascita del mondo che alla nascita del mondo corporeo umano. Ma l’evento umano è tanto più piccolo di quello cosmico?

Se consideriamo l’evoluzione embrionale in relazione con la Genesi , scorgeremo abbastanza presto che veniamo costretti ad allargare la nostra conoscenza e a non considerare più la grandezza dell’ovocellula come l’unica realtà.

Il risalire sopra descritto dalla blastula all’ovocellula non fecondata, mostra come i concetti di «Cielo» e di «Terra» si sciolgano sempre più da un rapporto materiale, via via che si risalga sempre più indietro. Quello che nel caso della blastula potrebbe ancora essere messo in relazione con la formazione e la plasmazione, nel caso dell’ovocellula si riferisce ancora unicamente ad un punto. Tuttavia, nella misura in cui, tornando indietro queste immagini si emancipano dall’elemento materiale, esse si dilatano in rapporto al loro stesso contenuto sin nell’infinità dello spazio e, si potrebbe dire, aleggiano sull’uovo come possenti pensieri cosmici nel Primordiale Principio.

Chi ripercorre concettualmente sempre di nuovo questa via a partire dalla blastula in relazione col primo versetto della Genesi , potrà sperimentare come quest’ultimo appaia sempre tanto più potente quanto minore sia il suo riferimento materiale. E allorché un tale riferimento sia diventato puntiforme, risuonano rimbombando attraverso l’infinito le Parole del Principio Primordiale. – Attraverso un tale esercitarsi si può giungere al sentimento che le forze che plasmando portano a sviluppo l’ovocellula avvolgono l’intero spazio cosmico. E forse ciò è effettivamente giusto se poi ci si rappresenta l’ovocellula, secondo la sua sfera di forze, come una sfera avvolgente il cosmo, come un immenso uovo cosmico il cui centro, come il perno o il cardine in fisica, è l’ovocellula corporea.

Il considerare la Genesi nel suo rapporto all’evento embrionale conduce necessariamente in regni sovrasensibili. Chi colleghi con le Parole della Genesi un qualsivoglia significato fisico-materiale, lo fraintende. Esse descrivono stadi che precedono l’elemento fisico-materiale. Allorché più sopra era una questione di «sostanza primigenia», con ciò è intesa una sostanzialità non materiale, e non una sostanza tale che la si sarebbe potuta afferrare con mani corporee. La sostanza primigenia deve significare che è preesistita una «elementarità» sovrasensibile, che gli Elohim hanno trovata già presente. Chi attraverso lo studio della Genesi , oppure su altra via, sia giunto ad una certezza sufficientemente grande che nella Creazione del mondo ci sia stato qualcosa di preesistente, dovrà sostenere l’idea che la Genesi non descrive l’inizio di tutto l’essere. La presente considerazione vorrebbe indicare che la Genesi contiene l’evoluzione della Terra e dell’uomo dalla sua origine alla sua fine. Che essa inoltre mette in Parole le leggi dell’evoluzione, secondo le quali sono stati formati la Terra e l’uomo e tutto ciò che lo spazio umano-terreno produce. Se raggiungiamo questo scopo attraverso lo studio comparato della Genesi e dei processi dell’evoluzione organica che possono essere abbracciati con lo sguardo, saremo allora nella condizione, partendo dal regno dell’esperienza sensibile, di riconoscere la validità di queste dichiarazioni bibliche.

Se ci rappresentiamo come l’embrione materiale sia all’interno dell’involucro di calore dell’organismo materno – giacché nient’altro che calore penetra nell’ovocellula dall’organismo materno – e se ci rappresentiamo inoltre, come il nascituro fanciullo umano sia collocato in tale calore, che è anche il portatore del calore animico della madre in attesa, e come la madre da parte sua nella sua fiduciosa speranza si senta avvolta dall’intera natura compenetrata di forza divina, abbiamo un’immagine per quelle Parole alle quali ci siamo già avvicinati a tentoni:  «e lo Spirito di Dio covava sulle Acque» – ve Ruach Elohim merachephet al-pĕné ha majim. – L’immagine della cova di un uovo cosmico appare esplicitamente in qualche racconto della Creazione; la Genesi utilizza a tale scopo di nuovo soltanto una Parola – merachephet (covare, aleggiare). Ma ciò basta per dirigere il pensiero al calore della cova, che deve essere necessariamente presente , se uno sviluppo deve riuscire. Vive, secondo RUDOLF STEINER7, in queste Parole tanto l’aleggiare quanto il compenetrare di calore. E quando sentiamo come il calore di uno spazio crei per la giovane vita una specie di abitazione, possiamo percepire attività di calore già nella prima lettera della Genesi, nel suono beth.

6. Della nascita della Luce

Il nostro sistema planetario era, una volta in epoche primordiali, così si presume, un unico corpo. Nel corso dell’evoluzione la Terra e i Pianeti si sono separati da quest’unico corpo cosmico ed hanno iniziato i loro cammini attorno al corpo abbandonato, il Sole. Dai singoli pianeti ed anche dalla Terra si separarono in simile maniera delle lune. Questa rappresentazione, risalente a KANT, corrisponde essenzialmente ancora a quella che invale oggi (C.F. VON WEIZSÄCKER). Come venisse formato questo corpo cosmico comune, se esso sia da rappresentarsi come gas o nebbia oppure da una formante massa pulviscolare, la ricerca non può ancora deciderlo. Ma se questo corpo racchiudeva in sé il Sole, esso era verosimilmente luminoso, oppure in esso è sorta gradualmente la facoltà di illuminare.

Se si considera il processo della separazione della Terra dal Sole, che ora deve qui essere preso in considerazione in maniera particolare, a partire dalla Terra, si vede il Sole separarsi dalla Terra. Questo tipo di considerazione è altrettanto naturale di quello che si ha quando si parla dello spuntare o levarsi del Sole, anche se si sa che questo «spuntare » o «levarsi» si realizza attraverso una rotazione della Terra. Si può addirittura dire che questa maniera geocentrica di considerare sia la più naturale per il punto di vista umano o per quello terreno.

Ora si deve considerare quanto segue. Se un corpo luminoso è nello spazio e non vi è nessun altro secondo corpo vicino a questo, esso non può ancora irradiare così chiaramente, rimane oscuro. Il generatore della luce vede la sua propria luce soltanto quando la stessa compare da qualche parte. Se tuttavia questo corpo luminoso ha un altro corpo non luminoso in se medesimo e separa ora la parte generatrice di luce da quella non luminosa, allora la luce cade dal di fuori su quest’ultima. – Un tale processo dev’essersi svolto nel lontanissimo passato, alla nascita della Terra. Di questo racconta la Genesi. Essa descrive dapprima come gli Elohim uno dopo l’altro produssero, in maniera duplice, un elemento anelante all’esterno ed un elemento vivente all’interno, e chiama queste formazioni polari Cielo e Terra. Poi viene descritto come gradualmente si prepari qualcosa – come ondeggi confusamente ciò che è elementarità, come ciò venga ancora attraversato dalla Tenebra. E secondo il senso letterale allora ciò suona: ma quel che ora vuole formarsi in questa dualità circonda il covante calore dello Spirito degli Elohim. – E a questo punto si compie tale separazione attraverso l’attività degli Elohim. In quei tempi remotissimi, quella sostanzialità, attraverso la quale le forze creatrici splendevano dall’interno, cominciò a separarsi da quella spegnentesi materialità non autoluminosa – e per la prima volta la giovane Terra venne illuminata dall’esterno, sulla Terra sorse il giorno:

E DIO DISSE: SIA LA LUCE!

E LA LUCE FU. E DIO VIDE,

CHE LA LUCE ERA BUONA.

Ora gli Elohim videro la Luce, ch’essi avevano prodotta. Questa sorse per la prima volta. Tradotto alla lettera questo punto suona: «E Dio vide la Luce, che buona» [n.d.C.: Dio vide la Luce, (vide) che (era) buona]. Con ha-schamajim, il Cielo, l’elemento solare che si allontana dalla Terra, gli Elohim estraggono fuori e riflettono la loro Luce, con la quale essi dal di fuori plasmano e vivificano ha-aretz, la Terra (Questo significato delle Parole bibliche della nascita della Luce è il risultato dell’investigazione spirituale di RUDOLF STEINER. Vedi: La Genesi. I misteri della storia biblica della creazione).

Dove troviamo nell’embriologia il correlato di queste immagini?

Abbiamo visto come il «Cielo», nel senso del principio maschile, possa essere rappresentato come il luogo dell’ovocellula che spinge in tutte le direzioni verso l’esterno, mentre invece la «Terra», nel senso del principio femminile, possa essere rappresentata come vivente all’interno. Inoltre abbiamo trovato il tohu va-bohu essere come una sorta di eco di queste forze risuonanti attraverso lo spazio, che ha la sua raffigurazione nella suddivisione di maturazione, ossia nella formazione dei corpuscoli polari. Così come il «Cielo» in quanto forza maschile agisce verso l’esterno, così i corpuscoli polari vengono staccati dall’ovocellula come un elemento maschile. Soltanto attraverso ciò l’ovocellula è divenuta autenticamente femminile. Ora essa ha ottenuto la facoltà di concepire, essa attende (con ansia) quel che produrrà nella sua vita interna, essa attende come «Terra». – Così come il Cielo e la Terra una volta si separarono l’uno dall’altra, così anche l’essere umano deve svilupparsi in due forme separate l’una dall’altra, in uomo e donna. Ma come la Luce si riflesse dal Cielo che si allontanava per illuminare la Terra e renderla capace di germinare, così l’elemento maschile ritorna alla donna per risvegliare nel suo corpo la vita.

Nell’organismo maschile si compie un evento analogo a quello relativo all’organismo femminile. Nella donna, nel corso delle suddivisioni di maturazione, sorgono nella maggior parte dei casi tre corpuscoli polari, i quali appunto, come abbiamo visto, sono molto più piccoli dell’ovocellula e vengono distrutti. Nel caso di ogni cellula seminale maschile si formano tre cellule corrispondenti ai tre corpuscoli polari, le quali mantengono la stessa grandezza della loro cellula originaria. Tutte queste cellule diventano cellule seminali (spermium – spermatozoi) sessuali mature. Nell’uomo si formano per così dire unicamente corpuscoli polari, che crescono tutti come spermatozoi; nella donna è l’unica ovocellula matura quella che trae da sé medesima la sostanza dei corpuscoli polari. Ambedue gli eventi si rapportano l’uno verso l’altro in maniera polare.

Così come nella migrazione della sostanza dei corpuscoli vive il pensiero di ha-schamajim, così nell’ovocellula rimasta indietro vive il pensiero di ha-aretz. E come nell’elemento solare sospingente di ha-schamajim si riflette la Luce ed incontra la Terra, così l’elemento corpuscolare ritorna dalla periferia come la forza del seme maschile. Ciò che si è svolto macrocosmicamente in un organismo cosmico, avviene qui in due organismi umani. Solo apparentemente, giacché questi due, nel loro incontro, divengono uno.

Allorché il contadino ara la Terra e getta i semi nel solco, egli è l’aiutante delle forze della Luce. Giacché sono esse che fanno verdeggiare il grano e maturare le spighe. Secondo un’antica leggenda8 Zarathustra ha ricevuto dal dominatore celeste del Sole, Ahura Mazdao, un pugnale dorato, per arare con quello la Terra. Attraverso il possesso di questo pugnale, che rappresenta le forze della Luce, egli poté diventare il fondatore dell’gricoltura. – Quando, dopo la fecondazione, l’ovocellula si accinge alla prima scissione cellulare, allora le forze della Luce arerebbero effettivamente la Terra. Nel caso degli embrioni di rana e di riccio di mare questo processo della prima suddivisione cellulare viene chiamato appunto, come già menzionato secondo il suo aspetto, «aratura». Nel caso della rana si è riusciti addirittura ad avviare lo sviluppo dell’ovocellula, invece che attraverso la fecondazione con seme maschile, unicamente mediante iniezione con un ago di vetro nell’uovo, dal quale si è sviluppato un piccolo ranocchio (partenogenesi). Anche nel caso del coniglio sono stati eseguiti tanti tentativi; in questo caso gli ovuli vennero portati a sviluppo mediante influsso termico a breve termine (o stimolazione chimica) ed ottenute figliate di animali normalmente mature9. Si vede come anche imitazioni di stimolazioni luminose possano sostituire la forza di Luce del seme.


7Vedi: RUDOLF STEINER, Il Vangelo di Matteo.

8Vedi: RUDOLF STEINER, Il Vangelo di Matteo.

9Vedi D.STARCK, Embryologie

(Continua)

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ALTERNATIVE?

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E’ imbarazzante: Eco chiama e io, non influente ma influenzato sì, tiro fuori dai miei documenti una lettera mandata a qualcuno anni addietro. Come articolo non regge molto ma allora avrei dovuto rivedere criticamente ogni parola e tutto l’insieme che, mi rendo conto, è disarmonico. Cosa che, con la scusante di febbre e debolezza, evito di fare. Del resto, quando si tenta di parlare di cose che riguardano la concentrazione, ciò che viene fuori è come un gomitolo arruffato da un gatto.

*

Allora, caro amico, se può, dimentichi le mirabolanti costruzioni che l’anima ha costruito come nella teologia dove tutto poggia su quello che non c’è ma che si presume ci sia, piuttosto con coraggio segua il minimo e se desidera un supporto significativo ai “perché” dell’estrema semplicità (austerità, povertà) dell’azione interiore, rilegga attentamente i primi capitoli de L’uomo interiore.

Si sieda, se le va bene, ricordando che l’attività interiore intesa come pensiero non ha alcun bisogno di positure corporee, ed evochi nella coscienza desta un oggetto semplice, comune, comprensibile, facile, banale, ecc. (un chiodo, un tappo di sughero, un bicchiere, ecc).

Cioè costituito da pochissimi concetti e adempiente ad una funzione semplice, chiara, ordinaria, banalissima.

In effetti basta evocare l’oggetto che la sintesi già c’è: evocarlo in un attimo di consapevolezza e sapere tutto di esso è cosa che attraversa la mente. Ma siamo noi a non reggere per un tempo anche minimo questa immediata comprensione che lampeggia come una folgore, per un attimo, nel buio.

La ricostruzione dell’oggetto e del suo uso – voluta con tutta la volontà (dedizione univoca) di cui è capace – con parole e immagini, ci serve come esercizio per dominare il pensiero ordinario ed abituarlo (con la volontà: è tutto questione di volontà) a essere sempre maggiormente attivo e indipendente da ogni supporto fisico (veda le righe con le quali R. Steiner descrive il senso del “controllo del pensiero” nel V cap. della Scienza Occulta.

Dominare il pensiero ordinario è un lavoro duro e improbo, spesso vorrà rifuggire da questa innaturale fatica interiore svincolata dal calore di istinti, sentimenti e sensazioni.

Quando il dominio inizia ad essere raggiunto sul serio (il tempo della pratica è individuale, i risultati della pratica sono individuali e non stanno lì fermi), terminato il breve e semplice lavoro di ricostruzione dell’oggetto che è formalmente assai semplice, come un tema di poche righe compitato da un bimbo di II elementare scarso di fantasia e di vocabolario, freni la mania della parola sub-vocalica che è solo una pessima abitudine: realizzi che non c’è nulla da dire e tanto meno da dirsi. Impari progressivamente a svestire i pensieri dal veicolo delle parole.

Qui l’equilibrio sta nel mezzo tra il non scalare troppo presto questo gradino oppure il non tentarlo mai, paghi della sicurezza che si raggiunge poggiando sulle parole. Tenga nella coscienza l’ultima immagine prodotta, o la prima o una qualunque del breve percorso – non ha alcuna importanza – e polarizzi tutta l’attenzione interiore su essa.

Attenzione: non faccia come tanti lo stravagante tentativo di “tenere” nella consapevolezza le immagini che ha prima evocato: tutta l’attenzione deve venir rivolta ad un solo punto di pensiero: è impossibile pensare simultaneamente 5 o 50 pensieri diversi: ciò significherebbe solo che passerebbe velocemente da un’immagine ad un altra e non si concentra.

Un altro ircocervo è il tentativo di fondere in una immagine unica tutte le altre: la fantasiosa traduzione personale della parola sintesi usata da Scaligero. La “sintesi” è esperienza qualitativa e non un arzigogolo mentale!

Le sottolineo che è solo una questione di sforzo, di audacia che non molla, tant’è che Scaligero talvolta indicava, per combattere l’automatismo e lo scemare dell’attenzione concentrata, di rifare il breve decorso dei pensieri ripercorrendoli (con rigore) dall’ultimo al primo. Perciò terminando il percorso con il primo pensiero/immagine e non con l’ultimo. Così si accorgerà che il tentativo di stabilire (fissare) una formula intellettuale del percorso è in sostanza il desiderio dell’intelletto comune di intervenire là dove esso non ha posto.

Dopo poco, l’immagine voluta sfugge: la rievochi. Poi la rievochi nuovamente. E ancora. E’ una faticaccia frustrante: si chiama concentrazione: può essere un’agonia perché la continuità cosciente dura poco e, in aggiunta, l’anima si ribella: qui non trova alcun sollievo segreto. L’unica tecnica utile è l’insistenza.

Prima o poi diverrà più abile e un minuto senza interruzioni sarà un successo colossale e molte cose cambieranno, però anche questo deve venir riconquistato ogni santo giorno, poiché la sua perdita è nell’ordine delle cose.

Può sostituire spesso l’oggetto, poi si accorgerà che le medesime difficoltà si ripresenteranno…così scopre che non occorre nemmeno mutare oggetto: essendo qualsiasi oggetto pensato, non un pensiero ma “il pensiero”: in questo equivalendo a tutti i pensieri pensabili (perché spillo e non Dio?: perché lo spillo è pensabile completamente. Dio no. E nemmeno angeli o diavoli che – i primi naturalmente – piacciono tanto ai vacanzieri dello spirito).

Altra cosa di cui non dovrei parlare è la questione del tempo dell’esercizio: forse me cavo dicendo che meno di cinque minuti, nel fare pratica, è troppo poco e che da Scaligero dovevo spremermi per almeno un quarto d’ora. Se la “ricostruzione” veniva tirata per le lunghe, Massimo la considerava un esercizio di pigrizia interiore, mentre si compiaceva per una pura, immediata concentrazione: anche quando essa pareva più simile ad un arrembaggio assai mal riuscito. Aggiungo che a diversi amici Scaligero indicava come base del lavoro interiore la concentrazione e l’atto puro (quest’ultimo è il secondo esercizio dei cinque ausiliari dati dal Dottore).

Quante volte? Meglio iniziare dal possibile. Due volte al giorno è prudentemente possibile. Realizzata una continuità certa, uno si accorge che forse è troppo poco e aumenta le sessioni dell’esercizio. Così poi andranno bene più volte e persino molte volte. Prima si fa, poi si sa: per qualcuno tre volte saranno il massimo, altri potranno fare sei. Un senso interiore ci dice quanto è troppo poco oppure troppo.

Poi un giorno avverte che riesce a “tenere” l’immagine e l’anima, tutta l’anima, inizia a riposare di un riposo speciale. In questa condizione, già eccezionale, vede sottilmente che l’immagine sembra assumere una particolare indipendenza (sebbene sia una continuità dipendente da una attenzione assoluta) e può rimanere come pura forma, oppure muta, oppure si trasforma in un segno luminoso, oppure…ecc. Essa è’ l’abito della volontà che fluisce continua, sottile, ininterrotta, ma è una volontà sconosciuta che non prende più la via del corpo.

Questa è la “sintesi” che continua ad essere contemplata…mentre cambia tutto in lei e in essa: è sostanza di volontà che riempie il pensiero. Una specie di “più che pensiero”: più reale del senso di sé corporeo.

Aggiungo una cosa (un fatto) che, nell’itinerario interiore, assume grande importanza. Non è qualcosa di fissabile in punti precisi. E’ solo che in taluni momenti anche distanziati nel tempo, come nella storia di Hansel e Gretel, vengono scoperte briciole di pane che indicano la via di casa. Sono momenti in cui affiora nell’anima un alito di Vita e Realtà che sostiene il senso di tutto il lavoro: attimi di interiore, profonda pienezza che giunge dal Cielo a consolare e ha pure un nome, ma i nomi dati a che servono? Attimo, Evento che rovescia i valori fondanti della vita terrena.

Come vede, l’itinerario è semplice ma impervio e difficile: passare da un mondo sensibile ad un mondo supersensibile è percorso iniziatico, non certo un gioco della mente.

Anche per questo, scrivo sempre che occorre far molto. Come un garzone a bottega che impiega anni per imparare. Altre vie non ci sono. I venditori di facili illusioni, invece, sono tantissimi.

Ho toccato solo certi punti, ma quello che le ho scritto lo pensi e lo confronti. Poi il tentativo, la tenacia, lo sforzo e la continuità sono tutti suoi!

Vale.

Ps: è poco, non è esaustivo ma ho notato che dire poco o molto non cambia granché la situazione, poiché il fare o il non fare dipende da una decisione profonda che parte da un principio dell’Essere presente ma molto lontano dalla nostra coscienza comune. Lui dà (le ha dato) il via, l’assenso poi il resto può (deve) dipendere da noi. Cioè per lei da lei stesso.

L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2017

Anno XXII n. 2
Febbraio 2017

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Cura-del-giardino

In questo numero:

La Concentrazione: l’Ascesi a sé sufficiente

swordNegli anni ormai lontani della mia adolescenza ebbi l’incontro – mediato dall’amico L. – con la Via del Pensiero e con Massimo Scaligero. Gli incontri con Massimo Scaligero si protrassero .  poi nel corso di tutta la mia giovinezza, e dettero luogo ritmicamente ad una assidua frequentazione oltre che degli appuntamenti individuali, anche degli incontri per il Rito della meditazione in comune con lui ed alcuni amici, e delle riunioni nelle quali Massimo Scaligero, in una irripetibile atmosfera speciale di intensità spirituale, rispondeva alle domande scritte, che gli venivano poste sull’Ascesi e sugli altri temi della Scienza dello Spirito. Fu il periodo più luminoso e felice della mia vita.  Continua a leggere

SU UN TERRENO SOLIDO

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L’Amministrazione di Eco ha fiducia in chi scrive e necessità di scritti. Di sicuro ha la ragione dalla sua ma sono io poi che nutro molte perplessità, poiché vado controcorrente e ancor peggio, mi ripeto.

Mi spiego: sono molti che leggono tanta antroposofia e fanno bene. Pure io ho letto tanto, e non solo di Scienza dello Spirito, ma continuereste a fare le stesse cose sullo stesso binario, nella medesima direzione per cinquantacinque anni (dedicati e) filati? Forse anche sì ma c’è modo e modo.

Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. No, non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore esso affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava “la propria tradizione interiore” a cui, continuava, “bisogna essere fedeli”. L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero così, ma in profondità le cose cambiano poiché in realtà non v’è alcuna frattura, nessun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente così non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della Tradizione interiore, cioè ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto. In rari casi lo palesa in un volto amato.

Dunque, su tale terreno, oggi mi spoglio di molte cose, sento che è cosa giusta abbandonare le vesti che non servono più alla mia anima essenziale…e in esse c’è molta antroposofia, quella che non serve a nessuno poiché è solo un saputo e la separo da ciò che rimane vivo, che ha impregnato carne e ossa: ciò che della Scienza dello Spirito è divenuto intimamente mio. Tradotta in semplice immagine, tolgo dal fiume dell’impermanenza una piccola gemma. Essa è l’eredità che trasmetto all’essere futuro come forza per continuare il cammino sulla nostra millenaria (infinita?) strada.

E siccome quel che brilla nella gemma è la quintessenza di una vita, per quanto ancora mi è possibile, traggo da essa qualcosa che possa servire anche nel presente. Verso coloro che seguono quel poco che posso dire cerco di promuovere gli atti più semplici, le letture fondamentali: perché sono convinto che la comprensione del nocciolo della Scienza dello Spirito e la disciplina che di necessità sfolgora in esso, siano il nocciolo segreto che molti cercano e difficilmente troveranno in mille nozioni o in segrete indicazioni e nel quantitativo.

Mi sento spesso incerto e sicuramente inadeguato circa una giustificazione solida per scrivere sul minimo che riguardi il terreno su cui si poggia la conoscenza e poi la pratica della disciplina fondamentale: devo fare un lungo viaggio nella memoria. Poi scopro che tante cose, in un certo senso dimenticate poiché assimilate, agli inizi mi sembravano montagne da scalare senza itinerari certi.

Al netto di tante letture, fu una scuola di grandi interrogativi però credo fosse una buona scuola poiché non dava mai rassicuranti certezze: piuttosto strattonava l’anima a proseguire, sempre valutando e spesso demolendo le certezze faticosamente guadagnate nei mesi e nelle precedenti settimane, obbligava a scrutare e scindere ogni riga letta e riletta. Inoltre forgiava una attitudine dell’anima a separare ciò che forse poteva contenere qualcosa di vero dall’idea patacca o dalla fiducia di comodo.

Pertanto, nei riguardi delle correnti sapienziali e nella Scienza dello Spirito in particolare, ebbi grande apertura d’anima: ma mai adesione cieca o fideistica: i cosiddetti punti fermi furono guadagnati con il bisturi della logica e l’assenso del cuore: comunque sempre ripercorribili (ri-sperimentabili) dall’inizio alla fine, messi alla prova davanti ad ogni nuova esperienza. Se una minima confutazione sembrava intaccarli, si ricominciava tutto daccapo. E questa fu la mia scuola in cui ebbi amici, taluni molto speciali, ma non maestri.

Ora, l’organo decisivo è il pensiero, su ciò spero che non ci piova: le esperienze non sensibili o illuminative certamente incitano, fanno toccare la realtà del sovrasensibile…ma sostanzialmente appartengono al singolo individuo, non modificano un pelo dei nostri simili.

Il pensiero invece può essere ripensato da chiunque, in tal senso è con esso che si comprende e si comunica perciò è stato il puro mezzo che i Maestri hanno usato.

Qualcuno, erroneamente, crede che ciò accada con sentimenti ed emozioni: non è vero: nel contingente il mio sentire rimane mio e, più nel male che nel bene, esso potrebbe coinvolgere altre anime più deboli, le subordinerebbe. E’ successo e succede di continuo proprio perché è l’opposto della libertà.

Il sentimento è corretto solo quando risponde al pensiero: è l’idea, guadagnata e liberamente pensata dal soggetto che deve infiammare il sentimento.

Anche se il maestro a scuola già ammoniva a “pensare con la propria testa”, questa è l’azione che rimane tra le più evitate. Scrive il Dottore nell’aggiunta al III capitolo del Filosofia della Libertà: “ Non bisogna far confusione fra l’avere immagini mentali e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire: se si intende il pensare in questo modo, in questo pensare sta nascosto il volere, e allora non si ha a che fare soltanto col pensare, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione, tuttavia, autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve sempre essere voluto.

E pensare volendo pensare è davvero difficile. Almeno per me non è nemmeno definibile.

Non occorre fare per forza la concentrazione: per liberare minimamente il pensiero dalla sua eco cerebrale (che continuiamo a chiamare pensiero) basterebbe e avanzerebbe ripensare autonomamente il pensiero espresso dalla Filosofia della Libertà o dal Trattato del Pensiero Vivente. Qui però si apre un abisso di incomprensione in cui cadono quasi tutti e che con questa ultima frase non ho neppure sfiorato. Pare che (quasi) nessuno comprenda che non basti leggere attentamente Testi come la Filosofia della Libertà: cosa già difficile ma questo è solo un gradino elementare.

Il fatto più importante e più incompreso è che le righe, le pagine portano con sé una continua esigenza di sperimentazione: l’usuale capire la riga o la pagina è un nulla al confronto (non solo afferrare i concetti ma tentare con essi vere e proprie trasformazioni). Già il brano riportato sopra in corsivo indica un pensare che quasi non c’è, non esiste e che dovrebbe essere conquistato.

Non v’è pagina che non indichi un processo qualitativo che andrebbe assunto nella propria anima e che comporta, quale soluzione, una operazione di pensiero del tutto reale ma ignota a ciò che poi Scaligero chiama “pensiero dialettico”: qualche salto mortale doppio o triplo sul trapezio alla radice del pensare: dove si tende e si spezza il rappresentare acquisito.

Nella vita comune è già difficile comprendere il senso delle due questioni che Steiner pone all’inizio della prefazione alla seconda edizione della FdL…figuriamoci pensare come “nostri pensieri” i canti e controcanti con cui Scaligero struttura i brevi capitoli del Trattato!

Molti credono che tanti lo facciano ma così non è. Mi ricordo assai bene, quando andavo a Roma per incontrare Scaligero, le figure che venivo a conoscere: per carità, tutti buoni e gentili. Tutti adoravano Massimo e lo ascoltavano come soldatini sull’attenti.

Ma poi se parlavi con loro, rimanevi spesso basito: quasi un mare magnum di sentimentalismo teosofico (mi spiace che qualcuno, leggendomi ora, possa sentirsi offeso, ma è quello che io e non solo, avvertii in quel tempo).

Da cui sorse il sospetto che, potendo avere la presenza di Scaligero in carne ed ossa, nemmeno leggessero seriamente qualche suo libro, nonostante i suoi ripetuti inviti a seguire quello che aveva comunicato negli scritti, utilizzando assai meno le sue conferenze.

Come si fa dunque? Ognuno dirà la sua mentre io dirò la mia. Innanzi tutto occorre abituarsi ai concetti. Occorre comprendere che le parole scritte sono l’occasione per capire. Capire è formarsi concetti corrispondenti. I concetti danno la comprensione, le parole per sé stesse no!

La connessione tra i concetti permette la vera comprensione del capitolo: se manca la connessione significa che la catena è spezzata. Se è spezzata è inutile. Significa che si erano assunte, qua e là, solo le vesti dei concetti, cioè le parole: riconoscibili certo, ma senza il concetto attinto non costituiscono comprensione: rimangono ad un livello conoscitivo alla pari di un sūtra o sutta scritto in sanscrito o pāli e non tradotto.

La prova è possibile ed è una vera prova: ripensare limpidamente tutti i concetti espressi nel capitolo: il primo deve agganciarsi al secondo e così via. Non va evitata la fatica di riformarli rifiutandosi di ripescare nel ricordo la spenta immagine di essi.

Quando si arriva a tanto, si è fatta allora una lunga pratica di pensiero desto, rigoroso e voluto. Sorge, dopo una lunga sessione in tale senso, per il pensiero con cui si pensava, una sorta di sfinimento, una stanchezza peculiare, poiché il pensiero, di solito, in sé non si stanca (la stanchezza interviene per altri fattori).

Allora può succedere uno strano fenomeno: si accende qualcosa. Se immaginiamo la coscienza come un luogo, possiamo sperimentare come l’Io si ritiri verso l’interno e acquisisca una certa immobilità. A compenso di tale immobilità si vedono scorrere diversamente i pensieri: essi diventano mobili, attivi, ricchi di “sostanza”: fluiscono portando in sé immagini vivide e vivaci. Sprizzano. Tutto ciò accade davanti ad una desta e quieta immobilità (riposo) della coscienza di sé.

Noi a questo punto non abbiamo ancora superata la condizione dialettica ma ne siamo al confine (l’individualità di Evola possedeva naturalmente questa condizione, poi forse perduta).

Infatti la “potenza” eterica, chiamata dal Dottore conoscenza per immagini, sta affiorando, è sul punto di affiorare. Tale successione di processi può sembrare inusuale per la coscienza comune e, in verità, lo è: ma potrebbe non esserlo per coloro che sanno insistere nello studio rigoroso e prolungato di qualsiasi testo fondamentale della Scienza dello Spirito. Proprio per questo Rudolf Steiner diede a molti che divennero suoi discepoli semplicemente un libro da “leggere” e rileggere per mesi o anni o sino a quando le frasi del testo non fossero divenute immagini dotate di vita propria.

E’ una condizione eccezionale, almeno rispetto alla coscienza stordita nel sensibile e, come capita sempre con le esperienze interiori vere, tutto ciò che sta sotto si rivela vuoto rumore di lingua che esprime solo le infinite sciocchezze cogitate dall’elemento banale dell’anima, quella sì, impura: dalla testa ai piedi.

Scrive Scaligero nella breve presentazione del Trattato:”…propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta…

Ecco, probabilmente nel peggiore dei modi, ho indicato qualcosa di elementare in merito alle letture.

Alle letture “vive” vanno aggiunti gli esercizi. In generale si afferra troppo poco dei testi essenziali senza un’anima esercitata nella concentrazione, concentrazione meditativa e meditazione: le rappresentazioni preesistenti, irrigidite e ingombranti che automaticamente riempiono la coscienza ed il labile confine con la subcoscienza sbarrano il passo alla rivelazione che giace (e attende nella dimensione eterica, cioè vivente) nella struttura della Filosofia della Libertà o del Trattato del Pensiero Vivente, perciò occorre liberare una parte dell’anima, vuotarla dai propri abbarbicati elementi rappresentativi. In alternativa la lettura non si stacca dalla carta delle pagine e, al massimo, viene raggiunta una comprensione sterilmente razionale: limite mortale in cui non sono pochi coloro che di ciò si appagano con soddisfazione: sbarrando ogni apertura al livello reale dell’Opera.

Il primo giorno di quest’anno ricevo sul cellulare un augurio seguito da una lunga tiritera che mi pare come un grumo di farneticazioni spiritualistiche, poi mi accorgo che sono una decina di righe copiate da una conferenza del Dottore: dunque non mi ero sbagliato. Messe lì in quel modo erano soltanto sciocchezze di pessimo gusto. Mandatemi da chi crede che, messe in quel modo, siano qualcosa di importante. Questa è l’antroposofia di tanti.

Una cosa ancora. Si noterà che ho portato a modello testi impervi come la Filosofia della Libertà ed il Trattato del Pensiero Vivente. Ma se uno, per destino o altri fattori trovasse come sbarrata la via che conduce a questi Manuali tecnici di ascesa spirituale? Può trovare la via attraverso Teosofia o la Scienza Occulta, operando con ogni parola, ogni frase ma trasformando i concetti in immagini, unendo l’ immagine precedente a quella successiva e così via. Nemmeno ciò è “facile” ma può, per alcuni, essere in qualche modo più congeniale.

Poi ognuno faccia ciò che gli pare ma non mi stanco di consigliare anche qui i fondamentali e il meno possibile anche di questi, cercando invece costantemente l’obbiettivo dell’intensificazione della pratica e mai la ricerca dispersiva, curiosa ora con questo e domani con quello. Altrimenti si rischia l’intellettualismo e ci si arena lì. “Così deve essere, perché il Dottore, dopo aver dato una spinta verso il pensiero puro, dopo non ne ha parlato più. Cioè ne ha parlato nell’appendice di Iniziazione, ne ha parlato nel capitolo dell’iniziazione su Scienza Occulta, facendo però una parentesi, chiudendola perché è meglio non parlarne perché se no l’intellettualismo se ne impossessa. E l’intellettualismo è il vero nemico dello spirito. Quindi, vedete, né intellettualismo né assenza di pensiero. Bisogna che ci sia questo pensiero e sia santificato, ma questa è l’operazione della libertà. In questo pensiero c’è tutto il coraggio del mondo eroico di cui i kamikaze e i samurai furono capaci. Ma guardate anche il coraggio dei grandi yogi, il coraggio dei santi cristiani: tutto questo chiede oggi di rivivere in un atto interiore.” (Da una conferenza di Massimo Scaligero).

Una parte dell’anima è sempre ostile alla disciplina e all’esercizio interiore deciso, voluto e ripetuto in chiarezza di coscienza dall’Io. Mentre è decisamente benevola con gli ariosi sfarfalleggiamenti di piume e lustrini o con gli SMS del tipo di cui ho raccontato sopra.

La comprensione attiva dei testi e la magica forza suscitata dalla disciplina si rafforzano vicendevolmente. Così è sempre stato dai tempi più antichi, anche sotto altre forme, e Steiner, Colazza e Scaligero non hanno derogato da questo percorso di formazione; anzi in molti casi, da Essi furono indicati subito gli esercizi e consequenzialmente lo studio.

Solo deviazioni e tradimenti hanno portato la Scienza spirituale ad una controimmagine negativa di sé che ha separato queste pietre angolari.

Accorgersene è un evento importante che porta, in diversi casi, un pesante dazio sociale da pagare, poiché come dicevo all’inizio in diverso contesto si va controcorrente, spesso si è soli, costretti di fatto ad uscire dalle abitudini delle comunità, dei gruppi: persino dalle amicizie più fragili.

Come scrisse un mio amico su pagine diverse: poiché tanti commedianti, che a parole, si proclamano davanti alla maya del mondo antroposofi fedeli, “scambiano la solitudine per arroganza, la sofferenza per assenza di bonarietà, l’isolamento per aristocratica presunzione, il silenzio esteriore per interiore miseria, la semplicità per desolazione...” .

Niente di così nuovo: si impara con i colpi della vita ed i colpi della disciplina a poggiare progressivamente sul silenzioso essere che si è: solo da questo livello di assoluta moralità spirituale è possibile congiungere il pensare con il volere, cioè con “la base dell’equilibrio e della forza dell’anima” che può “aprire il varco al suo potere sovrasensibile”.

Ps: questa nota, per molte parti, risale ad un articolo di anni fa. Che però è stato revisionato, ampliato e approfondito.

DEL CORPO SENSIBILE

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Passa un po’ di tempo e qualcuno mi fa osservare che si parla troppo poco di ciò che pare appartenere al mondo sensibile e che pure ci accompagna per tutta la vita: il corpo fisico-sensibile. Limitare il corpo fisico al solo corpo fisico già sarebbe un errore, poiché – come tutti sanno – una pura fisicità nemmeno esiste. Anzi esiste molto più in là dei concetti che ci appartengono e ovviamente alla direzione di queste righe. Essa, sul piano dell’esistenza terrestre sarebbe propriamente il cadavere dell’uomo, mentre l’uomo vivo ha la corporeità permeata dalla vita.

Dunque dovrei parlare di un corpo fisico unito ad un altro corpo: ad un corpo di vita. Nel linguaggio della Scienza dello Spirito chiamiamo tale temporanea unità come fisico-eterica. Perciò scusatemi se nel proseguire questa nota indico la nostra buccia semplicemente come “fisica”. Per il senso delle righe successive, ossia per il poco di cui scrivo, mi pare sufficiente perché va incontro a ciò che mi è stato domandato.

Un grande asceta del secolo scorso scrisse che il corpo fisico non è che uno “strumento e un’ombra”. E per le condizioni attuali ciò può essere sostanzialmente vero.

Il corpo fisico è soltanto lo strumento dell’Io ed è anche solo un’ombra scura se solo lo si confrontasse con la luce del Sole interiore.

Mi chiedo: è tale ombra utile allo sviluppo dell’anima ed è forse possibile che, coltivando lo strumento, esso sia di qualche utilità per le vite che verranno dopo questa?

In generale, ogni volta che l’anima si incarna in un corpo nuovo, viene con l’intento di vivere nuove esperienze che l’aiuteranno nella sua maturazione. Di vita in vita l’entità spirituale si contrae nella forma, diviene a caro prezzo una personalità cosciente e indipendente e che, a gradi sempre maggiori di sviluppo, può scegliere non solo il momento della propria incarnazione, ma il luogo, lo scopo e l’opera da compiere. Chi lo può di più, chi lo può di meno : è un processo evolutivo, cioè in un continuo divenire.

Comunque è il corpo che sostiene la coscienza ordinaria, lo dimostra una martellata sulla testa o meno violentemente, una condizione qualsiasi che provochi un minor afflusso di sangue ossigenato al cervello. Esistono persino dubbie correnti spirituali che operano con un calcolato strozzamento per portare la coscienza su altro piano: queste pratiche sono pericolose per diversi motivi. E tornando alle situazioni comuni, un disturbo organico determina quasi sempre un cambiamento temporaneo di umore, di carattere e indirizza il pensiero su binari particolari.

Quando nasciamo, il rapporto col corpo è tenue: con esso non ci siamo ancora confrontati e la coscienza, nei pochi casi in cui è desta, è diffusa come un alone e vede molto attraverso la madre. Sa molto con estrema precisione, ma poiché non ha ancora nulla su cui riflettersi, non può dire “io” a se stessa, non possiede pensiero autonomo: dunque non può riflettere su nulla di ciò che percepisce: è coscienza che nulla sa di sé.

Immergendosi progressivamente nel corpo, l’essere umano entra nell’oblio, la durata del quale è, anche in quel periodo più soggettiva di quanto si pensi: può essere inframmezzata a risvegli. Poi, come tutti sanno, nel terzo anno di vita, svolte le tre grandi operazioni del verticalizzarsi, del parlare e del pensare, l’essere inizia a riferirsi a sé stesso come ad un io. Sono eventi grandiosi che vanno ben oltre le ordinarie leggi di natura (un intuitivo pedagogista disse che “il più era fatto” per la totale biografia umana.).

Nonostante si sia già in grado di afferrare i concetti universali, la coscienza è semi sognante. Tale condizione, anch’essa in divenire, dura molti anni poiché le forze animiche devono operare nella corporeità, plasmarla: appena dopo due decenni si potrà parlare di una coscienza desta; nel frattempo le attività della veglia e del sogno si frammischiano, tant’è che molti ragazzini vivono più nella fantasia che nel mondo sensibile.

E’ del tutto possibile che in questo lungo periodo, l’entità umana possa, talvolta, percepire da sveglia alcune attività che appartengono allo stato di sogno, ovvero non sogni ad occhi aperti riproducenti le condizioni notturne più arbitrarie, ma immagini e azioni soprasensibili.

Quando l’entità animico-spirituale, secondo forze che variano per ciascuno, termina il suo inserimento nella corporeità, la destità per il percepito (corpo compreso) si fa massima per molti decenni: essa comporta la migliore consapevolezza di sé corrispondente e la più robusta attività nel pensiero ordinario.

Il corpo, salvo malanni passeggeri, è diventato davvero un buon veicolo, utile ma poco percepito: ora è davvero un’ombra di sé. Non percepire troppo intensamente corpo e organi è segno di salute: condiziona il meno possibile le nostre attività, che sono sempre interiori anche quando siano immerse nelle produzioni sensibili.

Allora è giustificata la domanda circa le chiacchiere di questo articoletto?

Ma insisto, poiché sono sempre due gli elementi che concorrono alla nostra adeguata incarnazione.

Quando ci svegliamo dal sonno possiamo anche constatare che sono due i mondi che concorrono al nostro divenire svegli: uno di questi è l’apparente oggettività persistente di quello che ci attornia; l’altro è il mondo del pensiero, dei concetti: altrettanto concreto e reale. Infatti capita a tutti, alle volte, di aprire gli occhi ma per un attimo di non sapere nulla: di chi si sia, di dove si sia, ecc. Poi interviene la mente e tutto va a posto.

Se l’attività interiore non ritrovasse la sua buccia fisica e se la buccia fisica non fosse in grado di accogliere l’attività interiore, di noi in quanto uomini terrestri cosa ne sarebbe?

Voglio, una volta tanto, dirigere l’attenzione sul corpo fisico, così come viene sperimentato nella nostra attuale condizione di consapevolezza e percezione. E rivalutare la sua coltivazione, ragionata e consapevole. Poiché con ciò aiutiamo allo stesso tempo la crescita dell’anima, il suo progresso e la sua illuminazione.

L’educazione fisica consiste nell’immissione di consapevolezza nel corpo. Che lo si sappia o lo si ignori, resta un fatto che ha la sua importanza.

Quando ci concentriamo per far agire i muscoli in accordo con la nostra volontà, quando ci sforziamo di rendere più elastiche le membra, a dar loro una agilità o una forza o una resistenza che è superiore a quanto abbiamo avuto in dote, infondiamo nella sostanza di questo corpo una forma di coscienza che esso non aveva e ne facciamo uno strumento che progredisce mediante questa azione.

Non è l’unica cosa che dia coscienza al corpo, ma è cosa che agisce in modo generale e questo è piuttosto raro. Come, al contrario, non è raro vedere persone (sane) che camminano in maniera disarmonica, che trovano difficoltà nell’esercitare la presa delle dita, che posseggono una sorta di deficit nell’equilibrio e che, persino, non sanno sdraiarsi o alzarsi senza manovre goffe e pesanti.

Per contro, l’artista come il pittore, lo scultore infonde coscienza nelle braccia e nelle mani e mi sembra, a ricordo, che uno tra i primi esercizi dati dal Dottore per la fanciulla che sarebbe divenuta una tra le prime euritmiste fu di farle scrivere con le dita dei piedi. Questa azione che può apparire stravagante, aiuta la coscienza a impadronirsi, in certo qual modo, delle gambe e dei piedi, per i quali, di solito, ci si accontenta che funzionino con automatismi acquisiti.

La cultura fisica ha un’azione generale. Quando i risultati sono visibili, quando si osserva a quale punto il corpo possa venir perfezionato, è anche possibile intuire come ciò possa essere utile all’azione dell’essere animico-spirituale che, possedendo un mezzo organizzato, armonioso, forte e agile ad un gradino superiore, è favorito considerevolmente nel suo lavoro.

Sono poche le persone che praticano l’educazione fisica con questo scopo, ma che lo sappiano o meno, il risultato c’è. Se si è un poco più sensibili dell’ordinario sognante, vedendo i movimenti di un essere che ha fatto molta pratica nella cultura fisica ragionata e metodica, si vede come essi siano pervasi da una luce, un’armonia, una vita che non esiste nelle persone comuni. La grazia di una danzatrice o la possanza di un pesista sono percettibili anche quando i suddetti siedono fermi dal parrucchiere o barbiere. Beninteso, se si guarda.

Ci sono molte persone che vedono (pensano) la cosa esteriormente, astrattamente e dicono che a far forza e muscoli bastano i mestieri pesanti, che almeno sono produttivi, che “servono a qualcosa di utile”.

E’ un’ignoranza bella e buona (tipica negli intellettuali di testa) poiché c’è un’essenziale differenza tra i muscoli che sono stati sviluppati mediante un speciale utilizzo, localizzato e limitato e muscoli coltivati insieme volontariamente e armoniosamente che, secondo un programma d’insieme, non lascia indietro nulla senza disciplina, lavoro ed esercizio controllato.

Le persone che, per la loro occupazione, sviluppano particolarmente certi muscoli hanno sempre una deformazione “professionale”: ciò non aiuta minimamente il progresso interiore.

Da un certo punto di vista l’intera vita aiuta necessariamente il progresso interiore, ma così lentamente che l’entità animico-spirituale dovrà reincarnarsi tantissime volte per giungere ad un grado elevato.

Posso dire, senza troppo rischio, che la cultura fisica è la disciplina ascetica del corpo e che ogni disciplina ascetica aiuta e affretta il passo sulla via della meta.

Tanto più coscientemente venga eseguita, tanto più il risultato è rapido e generale e anche se si fa senza vedere oltre la punta del naso, si dà un aiuto allo sviluppo totale.

Sottolineo che ogni disciplina, qualunque sia, se la si esegue con rigore, con sincerità e volontariamente, è sempre un aiuto considerevole. Disciplinarsi vuol dire affrettare l’avvento di una nuova vita di realtà superiore.

Così com’è, il corpo fisico è ombra, riflesso del principio saturnio e solare, ma quest’ombra possiamo renderla capace di un progressivo sviluppo e l’Io che si rende capace di svilupparla ora ne sarà capace in ogni ulteriore formazione individuale (incarnazione). Finché potrà produrre una condizione in cui la vita fisica e la vita spirituale forgeranno una unità di luce, forza e consapevolezza.

Una nota aggiunta: molti lettori di Eco non sono giovani e ciò potrebbe far loro pensare che quello che ho scritto non li riguardi affatto. Invece, a mio parere, potrebbe interessarli come e più di un giovane. Chi è “malandato” troverebbe grande giovamento dalla “ginnastica posturale”, naturalmente sotto la guida di laureati esperti. Per tutti gli altri, lo stretching, gli esercizi di mobilitazione, di coordinazione, di potenziamento, di equilibrio (importantissimi) e infine con piccoli attrezzi e una regolare passeggiata sull’imitatore di sci di fondo (ellittica) o tapis roulant o cyclette, accompagnati da un miglioramento nella respirazione, porteranno benefici impressionanti nella vita generale. Potreste almeno fare gli esercizi base dell’euritmia con la verga di rame alla sera e le 12 posizioni in sequenza dinamica del Surya Namaskara al mattino: salute accresciuta e benefici assicurati.

Un esempio abbastanza facile può essere questo: prendete dal Hatha Yoga un āsana tra i più semplici: il Vrksāsana o posizione dell’albero. Si tratta di piegare una gamba al ginocchio e di portare il tallone all’attaccatura dell’altra coscia per poi bilanciarsi sulla gamba diritta. Rimanere in equilibrio su una gamba sola per pochi secondi e poi ripetere con l’altra gamba. Può sembrare difficile ma si impara presto. Quando ci riuscite per mezzo minuto vi accorgete che una forte sensazione di equilibrio trapassa dal corpo alla psiche. Così accrescerete un senso interno di stabilità ed equilibrio favorevole alla vita di ogni giorno.

Anche per queste attività, meglio sarebbe non iniziare col “fatevelo da voi” ma sotto la guida di attenti insegnanti (persino un idoneo respirare sotto sforzo deve essere insegnato: tutti respirano ma quasi nessuno sa respirare). Le carenze nell’uomo moderno sono preoccupanti: spesso è necessario un ciclo di propriocezione guidata da figure professionali: persone rovinate da incidenti o ictus vengono riabilitate con spugnette di diverse densità!

Sono tante le cose che andrebbero valutate ed esaminate con cura ma questo Sito non paga abbastanza gli articolisti, perciò rimango sul generico e anzi qui mi fermo.

Insomma, senza eccessi fate qualcosa di disciplinato per il corpo: esso vi sarà grato e vi ricambierà generosamente!

L’ARCHETIPO-GENNAIO 2017

Anno XXII n. 1
Gennaio 2017

l-archetipo-verde

re-magi

In questo numero:

NATALE – CAMPANA SUONA…

La cantante folk solista ungherese Szilvia Bognár in una performance che condividiamo con voi su Eco. E’ tramite la sua splendida voce e le parole di una poesia di Endre Ady (uno dei maggiori poeti ungheresi del novecento) che ECOANTROPOSOPHIA porge ai suoi lettori gli auguri di

BUON NATALE

*

NATALE – CAMPANA SUONA …

I.
Suona la campana,
Risuona il canto,
L’inno di lode vola lontano,
Nel mio amato paesino
A Natale
Guarda in sé ogni cuore.
 
Ogni uomo
Con amore
Si prosterna per pregare,
Nel mio amato paesino
Il Messia
Felicità suol portare.
 
Verso la chiesa
In lunga fila
Piccoli e grandi partono,
Nel mio amato paesino
Grati sono
Al Dio dell’universo.
 
Quaggiù è come se
La santa grazia di Dio
Sussurrasse, volasse,
Nel mio amato paesino
In ogni cuore
Oggi discende l’amore.
 
II.
Al mio animo fa male
L’aspro rumore della grande città
Che bello sarebbe
Festeggiare
Là, a casa.
– Come allora –
Pregare,
Placarsi, che bello sarebbe.
 
Che bello sarebbe
Scordare tutto, tutto
Che bello sarebbe
Essere bimbo  giocoso.
Con vera fede e cuore-bambino
Fare pace
Col mondo,
Amando andare in Paradiso.
 
III.
Se questa bella leggenda
Diventasse fede pura
Che felicità grande
Sul mondo scenderebbe!
Quest’uomo peccatore
Nuovamente uomo diventerebbe,
Talismano sarebbe
Nella tristezza del cammino.
 
Questa vita terrena
Non sarebbe un calvario,
Una gran forza agirebbe
Sull’universo immane.
Non vi sarebbe altra fede
Se non questa soltanto:
Adorare Iddio
Ed amarsi l’un l’altro…
La leggenda di Natale
Se diventasse realtà
Vera felicità
Sul mondo stenderebbe.

STEINER E LA COMUNITÀ’ INTERIORE

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E’ sempre una buona cosa ricordare, con immagini e parole la figura del Dottore. Però ciò appare quasi sempre come un azione strumentale: condotta al fine da riempire una pagina di carta o una videata. Così si va sul sicuro: diventa incontestabile per chi segue, in ogni maniera possibile, la Scienza dello Spirito. Persino dove essa funge da piedistallo per i poveri, illusori fasti personali.

Difficile che venga posta con la devozione o almeno il rispetto minimo con cui essa andrebbe configurata. Questi caratteri interiori dovrebbero essere sostanza di realtà e se mancano, magnificare Steiner o una capra, l’insignificanza è la medesima.

Può colpire come particolarmente tragico il fatto che questa miseria coincide con l’enorme acuirsi dei conflitti sociali che inesorabilmente spingono verso decisioni gravi.

Che la crisi della società venga appunto a culminare in questi tempi, pone in misura tutta speciale davanti alla nostra anima il problema come una questione di coscienza.

Ciascuno di noi dovrebbe porsi la domanda: dove sta il nostro dovere?

Dobbiamo cercarlo in una comoda tolleranza che, per evitare la lotta e serbare di fronte al mondo l’apparenza della fratellanza, lascia correre le cose come vogliono, sacrificando così il voluto ideale di una spiritualità pura e cosciente e distruggendo a priori ogni tentativo nuovo di comunità che si dedichino su basi rigorose allo studio e all’esercizio della conoscenza dello Spirito?

Oppure sta nell’impegnare tutte le nostre forze affinché si adempia il massimo desiderio nutrito da Rudolf Steiner per il movimento da lui fondato, e cioè che di esso si fosse potuto dire: è esistita una volta, dedita allo studio dell’indagine spirituale, una Comunità che non ha tollerato, là dove esso voleva imporsi, un vano giocare all’esoterismo, ed ha impedito che nel proprio seno, si affermasse la volontà di dominio che su quello s’appoggia facilmente, aprendo le vie alla ciarlataneria.

In ciò sta il massimo pericolo per ogni società che si occupa dei risultati dell’indagine spirituale; poiché essa è sempre esposta ad essere invasa dai più svariati elementi; è un pericolo a cui soggiacque spesse volte nel corso dei tempi, e a cui si può sfuggire solo vigilando con la massima severità.

Da questo deriva la quasi naturale predisposizione del mondo, che occultismo e ciarlataneria vadano sempre uniti.

Infatti il mondo si occupa solamente dei ben noti personaggi, molto in vista che, spinti dall’ambizione, vogliono soltanto con questo mezzo, crearsi un nome e una posizione nel mondo, per venire, per quanto possibile, sollevati in alto dai flutti della vita sociale e politica.

Oppure vi sono tante piccole esistenze oscure, che usano la loro medianità a scopo di lucro e quindi soggiaciono facilmente alla tentazione di ingannare.

Colui che nel campo dell’indagine spirituale è puro, grande e incorruttibile, viene, come ben si sa, deriso, crocifisso o bruciato , e solo poi riconosciuto, forse dopo secoli, da un’umanità che nel frattempo, per la sua opera, è stata innalzata di qualche gradino.

Quando un tale martire ha lasciato la terra, proseguono a coltivare il suo lavoro i gruppi di uomini radunatisi intorno a lui perché da lui potevano ricevere risposta ai problemi che li assillavano: ora, se riconoscenti, essi vogliono trasmettere ad altri quell’opera che insegna le vie del progresso spirituale.

E quando l’opera è cresciuta, quando comincia ad essere radicata nel mondo delle anime, si accostano di più in più anche coloro che vogliono trovare in essa un campo dove esercitare la loro volontà di dominio e raggiungere ciò che altrimenti non è facile trovare nel mondo, un podio per salire più rapidamente.

Il bisogno che essi hanno di farsi valere trova un ostacolo nelle forze più modeste e meno egoistiche, che in quel campo hanno dovuto faticosamente creare, ed ora gli ambiziosi cercano di spinger quelle da parte, per brillare loro.

E se hanno ingegno, lingua lunga, molta cocciutaggine, pochi riguardi per gli altri, vi riescono facilmente. Poiché in una fratellanza consacrata a mete ideali, non si suppone, a tutta prima, che gli uomini che ne fanno parte possano volere il male: si è fiduciosi, fidenti.

E ciò fornisce il terreno propizio per molte oscure tendenze.

Quegli ambiziosi ingannano talmente sé stessi, possono essere così convinti di sé, che non riesce loro difficile convincere anche altri.

E molto si può raggiungere per mezzo di allusioni mistiche, quando si crede fermamente in sé stessi!

Ma il maestro al quale si aggrappano, che vede intorno a sé queste aspirazioni, questi sforzi, che deve dare un posto alle diverse facoltà, dice, se è un vero occultista: “Come non apro il cassettone chiuso di un altro per scoprire cosa esso contenga, così non mi è lecito, come occultista, scrutare le pieghe segrete di un’anima, per indagare cosa possa giacervi nascosto.” Già il pensiero, che dietro alle pretese buone intenzioni, si nasconda dell’altro, rafforza il male ancora nascosto nel subconscio.

Il pensiero di un occultista, nel mondo animico, è una forza assai più vigorosa del pensiero astratto ordinario. Perciò esso si proibisce quel pensiero anche quando ha ragione di presentirlo, anche quando, per questa ragione, egli a tutta prima ha rifiutato rapporti più stretti con tale discepolo.

L’occultista deve lasciarsi ingannare...” Anche queste sono parole che Rudolf Steiner ha pronunciato.

Tragiche parole, perché hanno conseguenze ineluttabili, e perché il Maestro prende su sé il Karma del discepolo. Sempre di nuovo vi furono dei casi in cui si vide questa tragicità estrinsecarsi in tutta la sua grandezza.

Quando nei discepoli si palesavano la vanità e l’ambizione unite a frascherie mistiche, come le ciance intorno alle incarnazioni passate, Rudolf Steiner soleva dire: In una Società vastamente diramata, cose siffatte non si potranno mai totalmente impedire: si potrà venirne a capo, purché non ne entri mai nulla nella Direzione: se questa resta immune, si riuscirà ugualmente a tenere alto il livello della Società.

E sotto la sua direzione il livello fu sempre possibile: si riconosceva come naturale e indiscutibile la sua autorità…a meno che, per vanità offesa non si fosse usciti dalla Società e divenendone nemici giurati.

Naturalmente, coloro che a bella posta si oppongono agli influssi del massimo bene, si aprono tanto più ai nascosti sentimenti di odio, e in loro il male si accumula in misura stupefacente, diventa più forte di loro, si agglomera, ed ha inoltre la pericolosa qualità di agire suggestivamente, con la sua forza demoniaca, sugli altri.

Così si spiegano molte cose, altrimenti inspiegabili, nei tristi destini della Società Antroposofica e nella sorte, davvero inconcepibilmente tragica, della generosa Guida degli uomini.

Sul terreno di fatti così negativi, simili alle ombre che accompagnano la luce del sole sulla terra, germoglia poi tutto ciò di cui si impadronisce l’odio che esiste nel mondo circostante, per denigrare una figura radiosa, per rimpicciolire il grande.

Coloro che hanno sperimentato come possa venir odiato in un uomo ciò che è spiritualmente eccelso, come ciò sia insopportabile alla meschinità circostante, riconoscono che il loro compito più grande è quello di salvare, non solo la purezza della sua immagine, ma anche quella della sua opera, conformemente al suo desiderio così chiaramente espresso a questo riguardo.

Perciò non devono sottrarsi alla lotta per salvare la purezza di quest’opera, anche se avrebbero prescelto di ritirarsi piuttosto loro stessi.

La lotta viene loro imposta a forza, e diventa allora un dovere; e col riconoscere questo dovere la necessità della lotta s’accresce, dovesse pur l’anima spezzarsi.

Ma forse, appunto per questo, verrà un giorno in cui si potrà dire: Sono esistite delle comunità, che almeno hanno cercato, con tutte le loro forze, di tenere lontano da sé ciò che sempre di nuovo ha abbassato e indebolito altre fratellanze del genere.

Forse che il franco guardare in faccia i propri errori può far progredire tutta una comunità sacra di quanto occorre, affinché le manchevolezze solite di tali associazioni non si ripetano in eterno.

Forse che solo per questa via è possibile la formazione di una coscienza fondata sull’Io, in interi gruppi umani. Poiché, ove non vi fosse la lotta per riconoscere gli errori che si insinuano in unioni più numerose di uomini, non vi sarebbe nemmeno una possibilità di sviluppo per gruppi umani, né superamento cosciente dei relativi e purtroppo sintomatici fenomeni negativi, né ascesa a più alti gradi di comunità: così l’umanità, non solo si consoliderebbe nel materialismo e vi affonderebbe, ma cadrebbe in preda alle demonìe.

Oh, ben si sa, in quel regno, perchè le cose ci vengano rese così difficili: essi vogliono che la Terra appartenga a loro, e combattono per assoggettarsi i poveri uomini.

Quanto poco il Dottor Steiner si sia sottratto alla lotta contro sempre rinnovati assalti, appare da molti e molti dei suoi discorsi, e da molte introduzioni e chiuse dei suoi cicli di Conferenze. Cito ad esempio le parole con cui conclude le sue conferenze a L’Aja (1913), il primo ciclo dopo la separazione dalla Società Teosofica. Esso è uscito in forma di libro, col titolo scelto allora da Rudolf Steiner:”Quale importanza ha l’evoluzione occulta dell’uomo per i suoi involucri e per il suo Sé”. Nelle sue parole d’addio, egli vi parla della liberazione da ciò “che, in un certo modo, ci ha pure imposto dei ceppi, ceppi che, se vogliamo veramente progredire secondo le esigenze dell’evoluzione spirituale umana, ci sarebbero diventati, di giorno in giorno, più insopportabili…vennero interrotte forme di pensiero che hanno prodotto un certo influsso ostacolatore…E’ per noi una liberazione: pensieri che prima ci ostacolavano, devono ora come esulare dalle nostre file, veramente esulare…pensieri che prima operavano, non voglio dire come, in seno al nostro lavoro”.

Quindi egli continua: “Molte cose dovranno venir comprese, poiché il modo come, per es. si sono comportati i nostri avversari in Germania, e che ci ha portato alla necessaria difesa, ha mostrato ovunque, in ogni punto, il contrario di ciò che deve essere il modo di lavorare di un vero movimento occulto, ha cioè mostrato ad ogni proposito, una smania di tiranneggiare, rivestita di obbiettive menzogne. Un vero occultista non può che arrivare a non voler avere nulla da fare con coloro dei quali sa che non possono essere dei suoi. E cioè a non volerli avere nelle sue file. Questo è l’unico principio che può regnare in un movimento occulto: lavoro positivo e diritto di non occuparsi di coloro che lavorano su un altro terreno…Questa è stata l’unica pretesa che sia stata sollevata nelle nostre file. E chi esamina la cosa, potrà appunto vedere realizzato nelle nostre file questo sacro, antichissimo criterio di una vera comprensione dell’occultismo. Era infatti derisoria, per un vero occultista, la pretesa che la Sezione tedesca dovesse accogliere ognuno che volesse appartenervi per opinione propria e non secondo la valutazione della Sezione stessa. Ciò che allora chiedevano a noi i nostri avversari, e a cagione di che ci hanno scagliato contro ogni sorta di menzogne, equivaleva al fatto che gli uomini non dovessero camminare sulle gambe, ma sulla testa. Solo che al tempo nostro non si perseguono le cose fino alle loro ultime conseguenze”.

Ciò contro cui il Dottor Steiner ebbe a lottare è mostrato anche dal passo seguente: “Si è già arrivati al punto che in uno degli ultimi “Bollettini” si è dovuto dire che uno dei rappresentanti del sistema Besant in Germania ha detto persino che egli non comprendeva come mai quel singolare ragazzo (s’intende il giovane Krishnamurti) avesse potuto passare per una evoluzione come quella che si diceva avesse passato. Poiché, scrive quel signore, Annie Besant fa pompa di lui come futuro Cristo. Ma chi ha letto le non so quante incarnazioni di quel singolare ragazzo, saprà bene che Annie Besant non intende parlare di lui come fosse il Cristo dei Vangeli; essa dice solamente (dice quel signore) all’umanità europea, che colui che essa non ritiene essere il Cristo, è il Cristo.

Orbene, io credo che se è possibile che qualcuno stenda sulla carta simili cose, è già una prova sufficiente di fatti che non vogliamo più oltre caratterizzare.

Dunque, quanto avvenuto può veramente significare una liberazione. Voi pure lo avete sentito in questo ciclo che è stato per me, in certo senso, molto serio e solenne, perché è stato il primo ciclo del nostro nuovo Lavoro, nel nostro nuovo produrre. E in verità, solo il sentimento del dovere di questo nuovo produrre, ci ha dato la possibilità di sopportare con una certa equanimità tutto ciò che ci si è accostato in modi importuni, disgustosi e sfrontati.

Fate dunque sì, miei cari amici, voi tutti che avete potuto parteciparvi, che questo ciclo venga sentito nei nostri cuori come una certa inaugurazione di un nuovo periodo di lavoro.

Così vi ho salutati al principio, e così penso, siamo stati uniti in questo tempo in una intonazione armonica concorde.

E se, miei cari amici, questa volta non abbiamo veduto insieme a noi, taluno che forse vi sarebbe stato, ove i fatti precedenti non si fossero svolti possa qualche altra cosa, se noi la sentiamo nel giusto modo, sollevarci ben al di sopra di tutto questo”.

Forse tali parole paiono ora superate dai mille avvenimenti successivi, oppure possono sembrare poco incisive o astratte, ma se comprese oltre il recinto categorico di spazio e tempo, se accolto il loro senso nella coscienza meditante, fanno – insieme a tante altre – da cartina tornasole per l’anima, così che ognuno giudichi da sé su quale possa essere la reale cifra dello spirito che suggerisce le sue azioni.

LA VITA E L’ATTIVITA’ DI MARIE STEINER

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Circa nove lustri fa – doveva essere il 1971 o il 1972 – come sovente quando mi trovavo a Roma, accompagnavo l’amico L. in Via Tevere alle riunioni del Gruppo Novalis, del quale egli allora era il bibliotecario. Le riunioni del Novalis venivano tenute allora, con mano salda, dall’ancor giovane Romolo Benvenuti, che era stato portato alla Scienza dello Spirito da Massimo Scaligero e, assieme a questi, era stato discepolo diretto del Dott. Giovanni Colazza.  

Il Gruppo Novalis aveva ai miei occhi giovanili – e l’ha ancora tutt’oggi, che tanto giovane non son più – una importanza speciale, di natura sacrale: esso era stato fondato e consacrato ritualmente direttamente da Rudolf Steiner, il quale lo aveva affidato alla direzione di Giovanni Colazza, aveva dato le modalità rituali di riunione, e indicato pure i contenuti della Scienza dello Spirito che vi dovevano essere coltivati. Al Novalis Rudolf Steiner dette due mantram particolari per la sacralizzazione delle riunioni e per l’uso personale dei discepoli. Sono gli stessi mantram che nella mia città adoperiamo per la consacrazione nelle nostre riunioni durante il Rito della meditazione in comune. Romolo Benvenuti mi disse che, proprio per le modalità rituali alle quali ci conformavamo – che erano quelle adoprate da Giovanni Colazza nelle riunioni della cerchia interna – e per i mantram che usavamo nel Rito, potevamo considerarci facenti parte del Novalis, e chiamarci altresì “Novalis”. La cosa fu per me di  grande, significativa, importanza, perché un profondo mysterium è celato nell’esistenza di questo cenacolo della Scienza dello Spirito.  

Per questo motivo, nel tempo, il Gruppo Novalis era sempre stato mantenuto in “mani sicure”, avendo avuto alla sua direzione orientatrice, per volontà di Rudolf Steiner, prima Giovanni Colazza, e dopo la morte di questi Mario Viezzoli, poi per breve stagione l’Avv. Sallustio Crispo, e successivamente – per esplicita indicazione di Massimo Scaligero – Romolo Benvenuti. Quando vi furono i conflitti tra la Direzione della Società Antroposofica, diretta da Albert Steffen e dal suo famulo Guenther Wachsmuth nei confronti di Marie Steiner, conflitti causati dalla emarginazione, dalla diffamazione, dall’aggressione nei confronti di Marie Steiner, nei quali furono usati – è la dura, esplicita, parola di Lei stessa – “metodi gangsteristici”, il Gruppo Novalis si schierò, senza esitazione alcuna, dalla parte della Verità, cioè di Marie Steiner. Lo stesso Giovanni Colazza ruppe ogni rapporto con Albert Steffen, al quale un tempo era stato legato da antica amicizia. Sia Massimo Scaligero che Romolo Benvenuti mi ragguagliarono ampiamente su queste tristissime vicende.

Dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta pochi anni fa, la Società Antroposofica ha cercato di riappropriarsi del Novalis, inviando quattro streghe farlocche a gettar zizzania, a pretendere che il Gruppo si trasformasse in un “Club di Lettura e Conversazione”, e si trasferisse obbligatoriamente alla sede ufficiale della suddetta Società a Roma. Io venni avvertito da cari amici del Novalis, preoccupati della mala impresa tentata dalle su citate megere, le quali erano state aizzate da un antroposofazzico medico di Milano, che odiava, e odia tuttora, Massimo Scaligero e la sua opera, e mi precipitai a Roma. Vi fu una riunione del Novalis, alla quale vennero le quattro attempate, acidiose e biliose signore, e in quella riunione portai una serie di documenti originali: lettere di Marie Steiner, scritte per conto di Rudolf Steiner, a Giovanni Colazza, datemi a suo tempo da Hella Wiesberger; uno scritto di Giovanni Colazza su come dovevano svolgersi le riunioni del Novalis; uno scritto di Adelheid Petersen, nel quale il Dottore le dava le indicazioni operative su come si doveva orientare un Gruppo di Scienza dello Spirito, come ella doveva prepararsi alle riunioni, e come queste dovevano svolgersi. Rifeci, per sommi capi, la storia del Novalis, parlai del significato particolare che aveva questo Gruppo ritualmente fondato e consacrato da Rudolf Steiner stesso, e ribattei per ore, una per una, tutte le argomentazioni delle avide e invide streghe farlocche, che desideravano condurre a impietosa fine quel glorioso Gruppo di Scienza dello Spirito. Alla fine, le sciagurate desistettero e se ne andarono, ed ora il Gruppo – che è in buone mani di persona amica – continua ad operare spiritualmente more antiquo.

Un altro tentativo, ancora più insidioso e pericoloso, d’impadronirsi del Gruppo Novalis – per snaturarlo e farlo felicemente defungere ad majorem gloriam della nota potenza d’Oltretevere – fu tentato dopo la morte di Romolo Benvenuti, sia da parte dell’Innominato, del quale abbiamo avuto più volte modo di occuparci, sia da parte di una sua “famula”: tentativo miserrimamente fallito per la svegliezza e l’incrollabile fedeltà di chi a Roma aveva assunto, con mano ferma, l’orientamento del Novalis.

Per tornare a quanto dicevo al principio di queste considerazioni, agli inizi della mia frequentazione del Novalis, oltre quarantacinque anni fa, vi conobbi una signora molto anziana, gentilissima, dall’animo delicato. Era una tedesca, trapiantata per un periodo in America, la quale si era poi trasferita in Italia. Si chiamava Elba Gasser, coniugata Chiasserotti. In Italia lei era diventata l’infermiera professionale di Giovanni Colazza nel suo studio di Corso Italia, al numero 6. Negli Stati Uniti, Elba Gasser era stata discepola del traditore e plagiario Max Heindel, il fondatore della sedicente Rosicrucian Fellowship. Conoscevo Max Heindel per lettura diretta delle sue opere e per quello che me ne avevano parlato Massimo Scaligero e il mio amico L., il quale prima dell’incontro con la Scienza dello Spirito aveva appartenuto a quella sedicente organizzazione rosicruciana. Massimo Scaligero considerava particolarmente pericolosa la “via” di Max Heindel, che definiva la “più regolare delle irregolari”. In vari colloqui, egli mi chiarì il retroscena del tradimento di Max Heindel, le sue conseguenze, e i di lui successivi destini. Giovanni Colazza distolse Elba Gasser da quel malsano sentiero, oltremodo scivoloso, e ne fece una fedele discepola della Scienza dello Spirito.

Quando la conobbi, come ho detto, era già molto anziana e, a quel che vedevo, non se la doveva passare granché bene a livello economico. Elba cercava di arrotondare per quel che poteva i suoi magri cespiti, facendo traduzioni dal tedesco di conferenze di Rudolf Steiner o di scritti di suoi discepoli, e offrendole agli amici del Novalis. Quando la incontrai, le presi alcuni di questi suoi lavori dattiloscritti e le offrii quello che uno squattrinatissimo giovinastro, qual io ero allora, poteva donarle. Se è per questo, dopo tanti decenni, le cose – dal punto di vista economico, e non anagrafico, naturalmente – non sono affatto cambiate. Tra le cose che le presi, vi era lo scritto di Hans Werner Zbinden su Marie Steiner, che viene presentato qui di seguito su questo temerario blog. Nel trascriverlo ho voluto lasciare intoccata la forma nella quale Elba Gasser aveva riversato in lingua italiana lo scritto originariamente in tedesco. Ho lasciato intatta anche l’interpunzione e alcune oscillazioni – a volte Maria, a volte Marie – del nome di Marie Steiner. Il periodare risente alquanto dell’originale tedesco, sia nel lessico che nella sintassi del periodo, abbastanza diversi dall’attuale uso italiano. Ma ho voluto lasciare immodificate tali caratteristiche, oltre che per scrupolo di fedeltà all’originale, soprattutto perché nell’italiano, che oggi appare un po’ arcaico, in cui Elba scriveva risuona tutto un mondo che aveva ancora l’impronta viva che l’Antroposofia possedeva un tempo in cuori fedeli a Rudolf Steiner e alla Verità, impronta che nella Società Antroposofica è andata persa ad opera dei mestatori che sappiamo.

Quanto all’autore dell’articolo da me trascritto, al lettore basti per il momento sapere ch’egli fu il più stretto collaboratore di Marie Steiner, e che la difese con ogni fibra della sua anima contro le indegne diffamazioni e aggressioni che Steffen e Wachsmuth portarono a Lei e alla Sua memoria. Per molti anni egli diresse la Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, ossia il Lascito di Rudolf Steiner, che centinaia di opere del Dottore ci ha trasmesse in splendide e rigorose edizioni. Hella Wiesberger, che fu amica e stretta collaboratrice di Hans W. Zbinden, mi parlava spesso nei nostri colloqui dei tempi difficili e delle aspre battaglie sostenute da Zbinden e dagli altri membri del Lascito per difendere l’Opera di Rudolf Steiner dall’azione di rapina e di deformazione da parte di Albert Steffen e soci.

Ancora pochi anni fa, potei leggere in un bollettino della Società Antroposofica in Italia le velenose – e vergognose – calunnie  che Rudolf Grosse, Presidente della Direzione, il Vorstand, della Società Antroposofica, con una azione che più vile e infame non poteva essere, scriveva contro la figura luminosa di Marie Steiner, e contro lo stesso Hans Werner Zbinden, suo fedele collaboratore, oramai anche lui defunto. Egli aveva una venerante devozione – autentica, non sentimentale – per la Verità e la Conoscenza, unita alla gratitudine per chi, come Rudolf Steiner e Marie Steiner, Verità e Conoscenza con grande sacrificio personale ci hanno trasmesso. Di lui – e, naturalmente, soprattutto di Marie Steiner – avremo modo di riparlare su questo audace blog.  

***

Hans Werner Zbinden

La vita e l’attività di Marie Steiner

Non è facile parlare di una personalità che da taluno è stata conosciuta soltanto di nome e che negli ultimi anni si è appena maggiormente affacciata alla pubblicità. La Signora Maria Steiner non poté più lasciare la sua abitazione; tanto più intensamente Essa da lì ha operato.

Quando orientiamo la coscienza su una Personalità che è morta, dobbiamo porci una domanda: quali attività e quali forze sono promanate da questa Personalità, che l’ambiente temporale abbia promosso oppure ostacolato? Le attività che scaturiscono da noi o che riceviamo, non sono da noi sempre considerate come positive. Giungiamo con ciò a parlare di un problema essenziale dell’umanità: perché spesso non siamo contenti di noi stessi e delle attività che riceviamo oppure che fluiscono da noi?

Goethe ha reso evidente, che si giunge pienamente all’attività soltanto dopo che tutto il proprio essere umano diventa organo dell’Umanità. La lotta e lo sforzo di tutti i contemporanei parte dal porsi al servizio dell’Umanità. Questo tendere con sforzo alla nobilitazione, risiede in ogni anima, sepolto talvolta sotto molti calcinacci. Quanto più l’uomo raggiunge questo, diventa, nel senso di Goethe, organo dell’Umanità.

Per Maria Steiner cade perciò a proposito di porsi il quesito fondamentale: come questa personalità si è configurata quale organo dell’Umanità? Da una parte si poté percepire che qui operava. Pensava, parlava, una Personalità che nulla voleva per sé personalmente, ma che invece agiva tenendo conto che gli uomini intorno a Lei nascessero a se stessi e progredissero. D’altra parte si poté percepire che questo avveniva per merito di un’immensa ed ininterrotta rinuncia.

Maria Steiner è morta a 82 anni, divenuta, dunque, fisicamente assai vecchia. Non sempre delle attività creatrici si riversano nel mondo esterno da un essere umano che abbia una vita così lunga. Se però si guarda alla Sua vita, si affaccia in tale pienezza ciò che, in modo corrispondente alla Sua forza creatrice, ha recato nel mondo, per cui si può rimanere stupiti. Quelli che si sono occupati di ciò, di abbracciare cioè con lo sguardo la Sua opera e di continuarla, dovranno dedicarvi un tempo senza fine.

Maria Steiner von Sivers nacque come figlia di un alto ufficiale in una parte della Polonia che allora apparteneva alla Russia. Essa era baltica-tedesca, apparteneva dunque a quel rado strato etnico, che da Pietro il Grande era portatore in Russia dell’elemento culturale, furono degli emigrati tedeschi ad essere richiamati dallo Zar quali scienziati, artisti ed alti impiegati dello Stato, che hanno in certo qual modo raffigurato la storia russa. A questi baltici tedeschi si deve che molte ragguardevoli personalità furono dalla Europa chiamati in Russia e che hanno agito in diversi campi, iniziando un’epoca nuova. 

Tra costoro ci sono medici famosi, chirurghi, artisti e scienziati, per esempio il matematico Euler di Basilea. Da questo strato sociale portatore di cultura, di origine germanica, innestato nell’elemento popolare russo, che però scarsamente si mescolava per via di matrimonio, discese Marie von Sivers. Essa crebbe in massima parte in campagna, frequentò le scuole come in Russia era possibile per le ragazze e portò a termine una preparazione per la professione di maestra. A tutto Essa andava incontro con uno slancio immenso per il sapere e per l’autoeducazione. Fortemente la occupava, per esempio, il problema di che cosa fosse la religione. Così Essa raccontava con molto umore – poiché Marie Steiner aveva umore – come venisse mandata per l’istruzione religiosa dal parroco protestante e come giungesse con timidezza e venerazione alla prima ora, in attesa che le venisse data risposta al Suo problema bruciante: Che cos’è la religione? Allora il parroco incominciò l’istruzione con le parole: «Religione è una parola che deriva dal latino e che significa congiungimento».

Tutta l’esigenza spirituale di questa bambina ricevette con ciò una doccia fredda e venne respinta. Tali cose passarono nel destino umano. Ed una scossa simile può produrre qualcosa di cattivo, ma anche qualche cosa di buono. Qui la bambina venne ricacciata tutta in se stessa. La forte esigenza spirituale dovette riposare e giungere ad una particolare maturità. Sin dall’età giovanile Marie von Sivers si affrancò da quell’elemento convenzionale che dominava in certe cerchie. Dato che in Russia non vi erano gli istituti scolastici corrispondenti al Suo interesse, Essa andò in Europa. Poiché quell’interesse si volgeva a ciò che è artistico, specialmente all’arte della recitazione, Essa imparò a conoscere molti tentativi di come per mezzo della recitazione di opere d’arte poetiche, della configurazione della lingua, si cercasse di servire l’artistico modo di porgere.

Essa venne poi a Parigi e credette di trovare ciò verso cui tendeva in una scuola annessa alla Comédie Française. Ivi ebbe una maestra ragguardevole. La Comédie Française aveva una tradizione secolare, che risaliva a figure come Molière. Vi erano delle regole ben determinate, secondo le quali era configurato il linguaggio ed erano rappresentati i drammi. Quello che era stato coltivato attraverso molte generazioni, risuonava in modo significativo ancora nell’ultimo secolo. Il modo artistico di parlare, secondo regole severe e misure, venne tramandato dal Maestro all’allievo, ed era necessario un lungo tempo di educazione prima che all’allievo fosse permesso di presentarsi pubblicamente. Qui Marie von Sivers ha così superato una scuola severa.

In ogni destino umano si presentano delle cose notevoli: si può osservare che una vita si sarebbe configurata del tutto diversamente, se non fosse accaduto un determinato avvenimento. Nella nostra vita entrano personalità, amicizie, viaggi, scosse, impressioni che in seguito maturano qualche cosa, cosicché dopo dieci o venti anni possiamo dirci: tutto quanto ne deriva mi appartiene come mi appartengono la mia pelle e le mie ossa, e tuttavia tutto si sarebbe svolto diversamente, se io non avessi sperimentato questo o quello.

Nella vita di Marie Steiner un tale avvenimento fu l’incontro con Rudolf Steiner, il Fondatore dell’Antroposofia. In Lui si manifestava nel mondo qualcosa di grande importanza per l’umanità attuale e futura. Poiché fin dai Suoi anni giovanili, Egli aveva lottato con il problema della conoscenza. Con spirito desto egli percepì e scoprì le correnti che si rappresentano nelle singole Individualità, che hanno plasmato i risultati della civiltà. Egli si poneva il quesito: Si può uscire dai soliti limiti della conoscenza? Non teoricamente, ma nella Sua propria interiorità, Egli ha risposto a tale quesito; Egli si è trasformato in organo di tempo. Così era l’uomo che si allacciava a Goethe come a una specie di battistrada, a Goethe che poteva dire di sé che tutto quanto proveniva da lui era stato il risultato del suo lavoro interiore. Le sue opere poetiche provengono da una certa visione ed anche quelle di Scienza Naturale.

Allorché Rudolf Steiner cominciò a parlare pubblicamente della Sua conoscenza spirituale, incontrò Marie von Sivers, ed allorché dalla Società Teosofica Egli venne chiamato ad assumere la Direzione della Sezione Tedesca, consentì a condizione che Marie von Sivers collaborasse con Lui. Poiché Essa portava con sé ciò che l’essenza teosofica poteva serbare con sé prima della deviazione nel settario. Ciò che diede Rudolf Steiner era oggettivo e non poteva degenerare nel fideismo. Ciò che Marie von Sivers vi apportò era il talento di approfondire la conoscenza spirituale nel Suo essere, e il rapporto con la parola, con ciò che come essere spirituale vive nella parola. Da quel momento hanno camminato ambedue attraverso la vita nel lavoro comune.

Ciò che Marie Steiner elaborò in connessione con l’Antroposofia, con ciò che Rudolf Steiner offerse, Essa lo continuò nel campo della “Sprachgestaltung” – configurazione del linguaggio – della recitazione, dell’arte drammatica. Esercita una forte azione sugli ascoltatori e sugli spettatori ciò che gli attori devono formare in se stessi per via di una severa educazione. Ciò che come corrente attiva, afferra i cuori in modo immediato, è puramente oggettivo. A questo lavoro Marie Steiner dedicò gran parte della sua vita, con una intensità che difficilmente può rappresentarsi. Chi ha goduto la fortuna o la disgrazia di una formazione accademica, perde la connessione con ciò che vive nel linguaggio come elemento vitale. Ci si è abituati solo a pensare sulle cose ed è difficile ad uno di cogliere la convinzione che in una tale educazione del linguaggio risieda qualcosa di formativo.

Marie Steiner si è assoggettata ad una fatica senza fine per superare l’intelletto degli uomini. Gli artisti devono dimenticare ciò che è il mero contenuto della parola. In una poesia o in un dramma, questo deve essere superato, si deve cogliere ciò che vi scorre dentro. Proprio per via di questo fiume, il poeta suscita un’azione vitale. Grazie al movimento, giunge nei cori un impeto immenso: Esseri spirituali, Angeli, Dèmoni diventano percepibili. Goethe sapeva esattamente che egli lavorava con questa realtà. Marie Steiner ha colto a volo tali germi e sviluppati in quell’arte che a migliaia e a migliaia di uomini ha donato ricordi incancellabili e ha destato in essi forze vitali. Per gli uomini che crescono nelle grandi città, ove manca la connessione con le forze della Natura che in modo immediato fluiscono nella vita, è particolarmente importante che una tale arte diventi operante. Così Rudolf Steiner poté dire che Marie von Sivers ha suscitato alla Sua Antroposofia l’elemento artistico per il Movimento Antroposofico. Questo poi ha agito in tutto il mondo.

Quando Rudolf Steiner viaggiava attraverso l’Europa, l’accompagnava sempre Maria Steiner, che attivamente partecipava a configurare le esigenze che un tale crescente movimento propone. Vennero poi migliaia di uomini e vollero rileggere le conferenze che Rudolf Steiner aveva tenute. Allora Marie decise di fondare una Casa Editrice (1908), per pubblicare in forma degna, pratica e pulita i libri di Rudolf Steiner. Le opere apparse prima, come la “Filosofia della Libertà”, la “Teosofia”, l’“Iniziazione” (Come si conseguono conoscenze dei Mondi Superiori?), apparvero in strana compagnia, cui esse non appartenevano. L’Antroposofia di Rudolf Steiner si basava su di un sapere spirituale del tutto nuovo, essa non apparteneva a vecchie connessioni. La pubblicazione dei libri esigeva molto lavoro, attenzione, abilità, e e di badare ai bisogni degli uomini. Non vi era una richiesta che Marie Steiner non avesse trattato e ponderato a fondo. Per appagare quelle esigenze, dovettero essere scritte dozzine di lettere. Difficilmente si può rappresentare quanta intensità di lavoro sia stata ancora data da questa Signora nella Sua grave età.

Vennero ad aggiungersi le esigenze dell’Euritmia, di questa arte del movimento creata da Rudolf Steiner e da Lei elaborata. A questo scopo Essa lesse i poemi e da ciò sviluppò la nuova arte della recitazione. Tutto quanto giungeva alla Signora Steiner, Essa lo studiò e lo elevò alla coscienza. Quando si parlava con Lei, ascoltava intensamente, per poi descrivere in modo vivente e deciso a quale connessione appartenesse un problema, spesso riandando lontano nel ricordo, avvicinando cose apparentemente distanti, per dare una immagine di una realtà superiore, l’essenza della cosa, che era quella che importava.

In ciò era aiutata da una forma di memoria del tutto insolita. Essa poteva, per esempio, ricordare dettagli detti da Rudolf Steiner nel 1903. Essa conosceva esattamente la connessione dei passi, e si trovavano poi confermate le sue dichiarazioni in lettere oppure in conferenze; conosceva migliaia di uomini, ricordava personalità, quale aspetto avessero, che cosa avessero dato al Movimento, come avessero agito e quale fosse il loro destino. Questo accenna a forze che Le consentivano di essere sempre attiva, di lavorare plasmando l’essenza spirituale dell’umanità. Essa poté guidare gli uomini nella Sprachgestaltung (configurazione del linguaggio), nell’Euritmia, nella drammaturgia, mentre tutti i gradi di evoluzione dell’uomo Le stavano dinanzi come comandamenti; sapeva ciò che poteva un determinato uomo, da quale lato si dovesse integrarlo, in che cosa potesse essere ulteriormente sviluppato.   

Nella drammaturgia Marie Steiner ha formato un campo particolare di dimostrazione. In un dramma si ha a tutta prima dinanzi solo il testo stampato. Spetta alla speciale facoltà di vivere dentro alle figure spirituali, portatrici degli elementi umani di rappresentare in modo che esso viva, che non venga compresso e che nulla vi venga tolto, come oggi spesso succede. Il drammaturgo deve avere venerazione per l’opera d’arte e per far sì che questa agisca in modo puro. Egli deve viverci dentro, deve poterla sperimentare come un suo proprio dramma animico. Questa percezione interiore di ciò che con le figure stesse è voluto, è stata sviluppata in modo del tutto particolare da Maria Steiner. A ciò appartiene un’arte grandiosa, per esempio il poter rappresentare i drammi di Schiller secondo il loro stile, i Misteri di Rudolf Steiner in forma degna, i drammi di Steffen, di Goethe, di cui specialmente il Faust. Esige molto un dramma così potente per essere rappresentato. Anche per questo Marie Steiner ha fatto delle cose straordinarie. Si può sperare che gli uomini che hanno imparato da Lei continuino a lavorare nel Suo senso.

Avanti la prima guerra mondiale, il linguaggio scenico era di una tale mancanza di livello, che difficilmente si può rappresentarselo. Alle opere di questa Signora appartiene anche quella che è diventata per moltissimi esseri umani la forza della parola come importante esperienza. Si incomincia a notare che nel parlare, nella formazione della parola risiede qualcosa che appartiene al Santissimo dell’uomo. Questa cosa è piena di significato e continuerà ad operare.

Un’abbondanza illimitata di libri – le opere di Rudolf Steiner – è stata edita grazie a Marie Steiner. Accanto a questa dovizia, sparisce qualche cosa altro. Essa ha pure letto e corretto la massima parte delle copie delle conferenze. A ciò Essa dedicò ore ed ore, giorni e giorni di attento lavoro. Si confronti con ciò la frettolosità con la quale oggi viene scritto per i giornali: accade un avvenimento e il giorno dopo appare subito una relazione in stile telegrafico. Ciò avviene con leggerezza ed in un linguaggio superficiale. Questo può apparire sufficiente, ma per Rudolf Steiner un tale linguaggio non era sufficiente, ed è difficile redigere la Sua parola parlata. Marie Steiner diede somma importanza alla pubblicazione delle opere di Rudolf Steiner. Essa lavorava tutto il giorno, instancabilmente.

Da molto tempo camminava a disagio e negli ultimi anni riceveva però gli attori nella Sua stanza per provare le parti. Chi aveva partecipato una volta a una tale prova, poteva percepire come a coloro i quali intendevano farsi strumento della parola, Essa parlasse ad alta voce, e quale potenza e quale pienezza vivesse allora nella parola. Nessuno poteva fare altrettanto. Né sulla scena, né nel coro parlato risuonò mai una tale forza della parola. Settantenne, Essa, andando su e giù, provava con gli attori, e ottantenne, dalla sua poltrona. Poteva capitare che la prova riuscisse male e tuttavia la rappresentazione riusciva e nella Sala l’effetto perdurava profondo ed era percepibile. Marie Steiner accoglieva con gioia un tale avvenimento, però con l’impulso in seguito faremo ancora meglio. Sempre si proponeva d’imparare, di progredire e non di adagiarsi su quanto aveva raggiunto.

Di fatti esteriori, come si è abituati a parlare di eventi esteriori, non ne sono accaduti molti nella Sua vita. Essa dovette cambiare assai spesso residenza, dopo la prima guerra mondiale fece i viaggi col Gruppo della Euritmia e recitò nelle rappresentazioni. Essa prese straordinariamente sul serio questo compito. Rudolf Steiner lo desiderava, poiché nel periodo di fase spirituale della prima guerra mondiale, come pure oggi, l’elemento artistico aveva speciale valore e lo ha ancora oggi in maggiore misura. Si deve parlare di queste cose quando si considerino le attività che Marie Steiner ha irradiato nel mondo.

Il Suo modo di parlare e di agire era aperto, chiaro e senza riserve. Ciò ha recato difficoltà a molti uomini. Ed ugualmente Essa era un essere umano di straordinaria bontà. Essa ha provato molte inimicizie; la Sua bontà si mostrava specialmente allorché aiutava gli uomini che per lo più la facevano lavorare perché a causa loro era avvenuta una frattura della Sua sfera di attività. Talvolta dovette allontanare da sé degli uomini perché avevano avanzato ingiuste pretese sull’opera di Rudolf Steiner. Essa respinse da sé tali uomini. Essa aveva piena comprensione dei bisogni da cui provenivano tali esagerate richieste e pretese, per esempio, da ambizione personale. Essa poi non faceva questo, solo esteriormente – spesso a mezzo del Suo proprio denaro – ma Essa aiutava specialmente un uomo nel bisogno esteriore.

Era proprio del Suo essere un amore incondizionato della verità. Oltre a Rudolf Steiner nessuno si tenne così inesorabilmente aderente alla verità e alla realtà quanto Lei. Su ciò non volle mai transigere. E questo esigeva anche nell’arte: dedizione alla verità e alla realtà: in questo era inflessibile. Quando questo solo aspetto si manifesti può apparire duro. Verso gli uomini usava amore e mitezza, ma non lasciava intaccare la cosa. Si poteva allora attenersi solo alla verità e alla realtà. Era un’azione importante che promanava da Lei.

I suoi sguardi entravano nelle anime degli uomini; spesso si aveva il sentimento che prima di giungere a Lei si dovesse togliere la polvere non solo dalle scarpe. In Sua presenza si era sollecitati a rendere pronte ad agire le proprie forze più nobili. Eppure Essa non era una dottrinale. Chi dinanzi a Lei faceva una figura barbina, era da Lei ascoltato con grande mitezza. Se però Le venivano avanzate ingiuste pretese, se La si faceva oggetto di pressione, Essa poteva allora energicamente difendersi, senza diventare dura. Quando, però, si diffondeva la non verità sull’opera di Rudolf Steiner, oppure quando, per il proprio egoismo, si metteva a repentaglio l’opera stessa, Essa allora era inesorabile. Così essa fu un Maestro efficace ed importante: questo lo si può comprendere e si può restarne impressionati. Chi lo comprenda, ha imparato qualche cosa.

Quando si esponeva un’opinione, Marie Steiner ascoltava intensamente, spesso con gli occhi chiusi, in modo che ascoltando le parole accoglieva nella Sua anima l’essere degli altri. Questo era il modo di ascoltare che Essa aveva. Poi veniva il riflettere e il considerare l’opinione. Mentre accoglieva in contemplazione i punti di vista degli altri, spesso consentiva, oppure citava un caso e chiedeva: Che cosa farebbe lei in questo caso? Ascoltava poi altrettanto intensamente l’opinione dell’interrogato e mostrava la sua comprensione per il suo pensare e sentire. Allora si credeva che si sarebbe decisa in conformità, ma spesso si era sorpresi, tornando dopo qualche tempo, di sperimentare che aveva deciso del tutto diversamente. Che cosa era accaduta nel frattempo? Gli altri avevano, per così dire,  messo un punto dietro la Sua opinione ed Essa aveva continuato a lavorare sul problema perché Essa vedeva un problema anche nello specchio di una coscienza umana. Poteva perciò prendere le decisioni più proficue che uno potesse pensare. Giacché possedeva la facoltà di far maturare una cosa, preparava una soluzione per un momento futuro e aveva così colto l’essenziale. Molto tempo dopo si conosceva che con la Sua decisione, aveva colto nel segno.

In questo si mostrava la maturità di una personalità: Essa può aspettare. Marie Steiner non si lasciava eccitare contro l’uno o contro l’altro, anche se veniva esercitata pressione su di Lei, perché aspettava l’interiore maturità di coscienza per una situazione e poi agiva con forza. Dei giornali, Goethe disse che non consentivano più agli uomini di giungere a maturità. Egli definì ciò “velociferico”. Non si sanno più custodire con cura le cose. Marie Steiner non si faceva togliere la possibilità di far giungere le cose a maturazione e perciò ha agito con tanta forza.

Quando in altri casi si giunge a una personalità, la si trova nella sua casa, privatamente; con Marie Steiner non si era mai in privato. Questa Signora non aveva alcuna vita privata, ma un’attività ininterrotta. Se si volesse esprimere ciò nel modo più banale, tutto recava in Lei il carattere del Movimento Spirituale Antroposofico. Fino ai Suoi ultimi giorni di vita Essa era così un organo dell’umanità. Aveva rinunziato a tutto ciò che era comodità, assistenza, ricreazione, riposo, a ciò che non apparteneva alle necessità più indispensabili. In forma attiva, donava ciò che viveva nella Sua grande anima, affinché l’umanità si sviluppasse e si nobilitasse. Alla fine della Sua vita, vide in modo chiaramente significativo quale abbondanza di lavoro sarebbe ancora rimasto da fare e perciò moltiplicò la Sua forza di lavoro ed accelerò fino in ultimo il ritmo della Sua attività.

Coloro i quali scrivevano per Lei, non potevano quasi più tenerLe dietro. Immediatamente prima della Sua morte, negli ultimi mesi era difficilmente possibile di dominare quanto Lei ininterrottamente dettava di lettere, correzioni e articoli. Quando era stanca, si faceva leggere e così riposava. Nella Sua stanza si era fatta la conoscenza delle opere più importanti dell’epoca: della letteratura inglese, francese e tedesca. Essa si faceva sempre leggere i prodotti della letteratura mondiale e con questo nesso si rendeva conto delle esigenze e dei bisogni del mondo contemporaneo. Era una vita intensa nei problemi attuali dell’Umanità, di modo che una vita privata non poteva trovare più posto. Così Marie Steiner aveva fatto di se stessa la coppa dell’Umanità, aveva portato in Sé la sofferenza cosciente dell’Umanità, il bisogno del tempo.

La rovina e le forze distruttive, le guerre all’esterno e all’interno, lo squallore animico, il moltiplicarsi dei delitti hanno trovato una risonanza in Lei, mentre Essa li elevava a coscienza, ravvivando le forze opposte nell’epoca di Rudolf Steiner. Nella Sua giovinezza aveva sperimentato l’essenza orientale e nei Suoi viaggi l’Occidente. In Lei viveva una grande abbondanza di immagini di esseri, di personalità di ambedue le parti della Terra.

Era avvincente, quando cominciava a parlare delle Sue esperienze, come indicava la corrente del tempo in personalità importanti e non importanti, come scorgeva i condottieri in connessione con un Movimento: come, per esempio, dalla comunità dei Russi poteva farsi avanti Stalin, oppure in quella inglese fosse possibile una figura come quella di Churchill.

Poco è detto con tutto ciò, quando si accenni a una tale Personalità. Dal 1941 Marie Steiner era legata per lo più alla Sua poltrona, e negli ultimi anni la Sua vista era diventata sempre più debole: tutto sopportò con pazienza esemplare, non che per questo fosse un essere flemmatico, anzi era piena di temperamento e di forza vitale. Qualcuno si è vergognato vedendo la Vecchia Signora nella Sua attività perché La si vedeva piena di fuoco interiore e di slancio fattivo. Non si è mai lamentata, ma si è, invece, sempre adattata al Suo dolore che riusciva a superare aumentando la Sua attività spirituale. Mai si difese per Sé, ma soltanto per l’opera vivente di Rudolf Steiner.

Un Suo desiderio è stato appagato: di non essere colpita da lunga malattia in tarda età. Nella pienezza della Sua attività, in mezzo al Suo lavoro, le è caduto lo stilo. Ha importanza per ognuno come Marie Steiner si portò quale personalità, quale essere umano, se si guarda a ciò che per Suo mezzo è divenuto.

L’ ILLUSIONE delle FORME

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Talora accade – quasi fosse a caso – che una serpentina musicalità, anche una sola, vibrante nota, suoni nel cuore e nel sangue di un uomo e lo renda dolorosamente sensibile alle catene a cui si tiene asservito. In queste catene egli ha creduto di amare molte cose di sé o del mondo, anche se per esse ha dovuto sempre complementarsi con la morte.

Piagato dalle catene egli inizia ad aspirare ad una liberazione: è come se una candela venisse accesa nel buio. Attira nella sua aura una genia di maestri, seguaci e succubi: avidi di ghermirlo con le catene ulteriori dello spirito contraffatto che giganteggia nell’obbedienza, nel sacrificio, nel simbolismo, nella rituale osservanza.

Non tutto resta buio: nelle anime sane o segnate, il male incita il bene e una frase remota o un breve incontro sono i minuti veicoli di grandi scelte: in chi porta il segno dello spirito l’ostacolo non prevale.

Però sono (e sono state) non poche le creature irretite nel metafisico campo di prigionia allestito da mediocri orientalisti o disinvolti manipolatori di sacri simboli, ombre meccaniche dei tanti strutturalisti e comparativisti che imperano nelle Università e nelle Associazioni culturali.

Per usare umida metafora, le anime appaiono, di questi tempi, semi sommerse nell’informe di acque che mareggiano a moto continuo, spruzzi e riverberi scivolosi di spiagge sassose, quasi che gli uomini non meritassero neppure i cimenti rocciosi che hanno caratterizzato buona parte del secolo scorso.

La pletora di ciarpame umidiccio esiste, è pure abbondante: iniziati imprenditori, divulgatori di pseudo digesti, blasonati ciarlatori: ominidi bidimensionali astutamente assurti in veste di mirabili mentori di piccole folle avide di follia.

Il ricercatore dotato di tormento interiore o di discriminazione conoscitiva, sente, intuisce o sa che un vero esoterismo inizia con la percezione diretta delle Forze, ossia da una posizione dinamica del tutto estranea alla cultura esoterica, al romanticismo esoterico ed al bazar dell’occulto, i quali non smuovono alcun limite al desolato quotidiano, ma anzi ingravidano il sordido e l’abbietto – nascosto in statiche e languide rappresentazioni – di cui è capace l’anima nelle sue lande crepuscolari.

E’ possibile dire che dietro lo scenario ingenuamente consolante di un vasto e rinnovato interesse per le antiche vie sapienziali (vedi Yoga e Tantrismo) non ci sia nemmeno una esigenza di tipo mistico-religioso ma piuttosto una larvale tensione psichica verso un mondo trasognato, intermedio – potremmo chiamarlo “junghiano” – che pare sufficiente a fornire quelle evasioni a cui altri disgraziati si dedicano esaltando o deprimendo funzioni organiche con la chimica delle sostanze psicotrope.

Il ricercatore sveglio attraversa e supera o evita tali malsane contrade. Se animato da attitudine più alta ed orientato ad Oriente, giunge alle indicazioni sorgive dello zen, dello yoga e parimenti ai più limpidi testimoni contemporanei di tali sentieri: Sri Aurobindo, Ramana Maharshi, Paramansa Yogananda, ecc.

V’è un mondo o un sopramondo in cui i giganti dello Spirito possono incontrarsi? Credo di sì: hanno tutti qualcosa in comune: una ricerca individuale senza filologie del Sacro, una illimitata audacia, attinta all’inesauribile siderea sostanza dell’Essere.

Il samadhi è un’evasione…” scrive Aurobindo (Guida allo Yoga, pag.58. Roma 1975). In Aurobindo il suo “Yoga integrale” non si fonda sulle note tecniche del Hatha yoga, Jnana yoga, ecc. con la panoplia di pranayama, asana, mudra, mantra.

Yoga integrale è yoga non frammentato, yoga della consacrazione della coscienza, della vita e del corpo alla universale potenza della Vita Divina. Qui, dove l’uomo si trova, incarnato nella fisicità più densa, deve penetrare la Luce: fino alle oscure potenze della vita organica. Tutto va rovesciato e reso strumento della vita supermentale: impresa non contemplata nell’ortodossa ascesi yoghica, né dai coronamenti del Nirvikalpa samadhi né dalla liberazione Kaivalya mukti. “Il fine dello yoga è sempre difficile da raggiungersi, ma il nostro è ancor più difficile di ogni altro; esso è solamente per coloro che…sono risoluti ad affrontare tutto e a correre tutti i rischi...” (Op. cit. pag. 74). “Il fine del nostro yoga non è solo l’unione con la coscienza superiore, ma la trasformazione, tramite il suo potere, della coscienza inferiore, compresa la natura fisica” (Op. cit. pag. 83).

F. Hiebel, (tradotto senza alcuna utilità o virtù, in italiano) che fu formale presenza nell’Edificio, dalle pagine del “Das Goetheanum” da soldatino attento alla propria funzione di astratto teorico dello Spirito, attenendosi all’analisi della terminologia dell’asceta bengalese, contestò ad Aurobindo un indirizzo estatico, dunque incapace di cogliere le esigenze individualizzate dell’uomo “cosciente”. Contento lui che aveva visto subito in A. Steffen il continuatore dell’opera del Dottore.

Lasciamo parlare Aurobindo: “ Ciò che noi intendiamo quando parliamo di Vita divina è il compimento spirituale dell’impulso alla perfezione individuale e alla pienezza interiore dell’essere. E’ la prima condizione essenziale di una vita veramente umana sulla terra e ciò giustifica di fare della perfezione individuale la nostra prima preoccupazione. Se la verità del nostro essere è spirituale e non meccanica, allora deve essere il nostro stesso essere a determinare la propria evoluzione. La legge del karma è solo uno dei processi di cui a tal fine si serve. Il nostro Io deve essere più grande del karma. E’ inconcepibile che il nostro spirito sia una macchina nelle mani del karma.” E, aggiungerei, delle traduzioni inanimate della tradizione in Occidente.

Su tali parole anche l’occidentale cosciente potrebbe riflettere, laddove l’idea del karma (così necessaria all’uomo moderno!) porti ad un passivo (e naturalmente virtuoso) abbandono di sé a quanto succede e trascina quando l’Io venga scartato.

Indubbiamente è vero che luminose figure come Aurobindo o Ramana si muovono nello spazio dell’uomo orientale che però non sempre coincide con gli ambiti geografici attribuiti a questi o a quelli. Vi sono discepoli che non sopportano le contraddizioni culturali e metodologiche tra l’opera di Aurobindo e quella del dott. Steiner, ma ciò rimanda solo alla mancanza di esperienza e all’incapacità di sentire fiducia nell’azione provvidenziale del Mondo spirituale: mai unica e uniforme ma piuttosto articolata secondo necessità e rispondenze diverse.

Il problema di una comprensione vera con simili ascesi non sta tanto nella loro eterodossia ma piuttosto nell’ampia incapacità umana di trovarsi in possesso di talune qualità elementari ed imprescindibili a tali vie.

Però è anche vero che col samadhi non si risolve l’enigma che la coscienza normale offre attimo dopo attimo: tra il conto della spesa e il samadhi non v’è filo che l’Oriente sia in grado di tendere.

Autorevoli indicatori quali l’Evola, il Guenon e, su diverso piano Mircea Eliade, Aldous Huxley e altri ancora, hanno scelto il metafisico Oriente abbandonando l’Occidente alla sua compiuta desacralizzazione.

Inclini alle manifestazioni culturali dello spirituale, non hanno neppure sospettato che lo Spirito, ridotto da essi ad apparato o cosa, sia presente e vivente. E che non va o viene ma presenzia tutta la realtà e persino quanto in essa sembri esterno ed estraneo. Quando esso venga ridotto a identificarsi in sistemi o rituali, in mancanza dei quali pare non esserci, è questo il metro realistico della profondità di simili indicatori.

Nel più eccezionale dei casi il limite interiore di tali anime si riassume nel sintetico assunto che la via sarebbe l’arresto delle funzioni mentali. Condizione plausibile prima di Buddha e del Cristo. Poiché evitando le funzioni si evita l’esperienza del loro determinarsi nella conoscenza del mondo esteriore.

Infatti il mondo greco, la nascita della filosofia, lo studio matematico, lo sguardo artistico del corpo divengono sviluppo delle determinazioni: la logica, la filosofia della natura non si estinguono nella funzione conoscitiva ma sono formative di un’autocoscienza che nasce e cresce da una premessa e verso direzione opposta al senso intimo dell’antico yoga. Ora è la forza della determinazione che deve essere posseduta.

In quanto occidentali, sarebbe solo ignoranza prendere posizione contro lo yoga, mentre sarebbe vitale rendersi conto che la dinamica pensante a cui si attinge ora, sia per l’ordinario che per l’iniziale passo nella ricerca spirituale è polare rispetto all’antico conseguimento yoghico di liberazione e alla basale struttura dell’asceta antico.

E’ un dato facilmente sperimentabile (specie per anime che già furono operanti in Oriente) il fatto che attualmente con il sādhana di un tempo si possa scivolare agevolmente ad una “trance” povera di coscienza e ricca di fenomeni extrasensibili. I tanti che godono di questa condizione dovrebbero riflettere su quanto può valere una coscienza desta, anche se apparentemente priva di esperienze speciali (è questo il fondamento delle strane paure che poi vengono addebitate alla concentrazione: può succedere che durante i primi tempi della pratica, l’operatore non si accorga minimamente di scivolare dalla destità al trasognamento, situazione superabile con uno sforzo giornaliero e con la moralità intrinseca al pensare).

Tutto questo non inficia l’altissimo valore di asceti del calibro di Aurobindo o Ramana: essi hanno intuito (sperimentato) il mutato assetto della coscienza umana e, di conseguenza, di rinnovate modalità operative: per diretta esperienza individuando nell’Io il senso delle discipline o percependo che una vera liberazione non dovrebbe eludere la sfera dell’incarnazione.

E’ auspicabile, per l’occidentale moderno, un sentiero che parta dalle sue peculiari condizioni di coscienza, estranee alle nobili forme dell’antica tapasyâ, temporaneamente valide per l’asceta in ritardo o come ricapitolazione di remoti percorsi. Rintracciare in Occidente il filo di insegnamenti autentici può sembrare vano se si è sonnambolicamente aderito al ripiego orientalistico degli orientatori professionisti: occorre non cadere nell’errore di confondere la Tradizione perenne col prodotto dei sistemologi (è quasi divertente assistere a dibattiti accesi in cui, all’esaurirsi delle raffinatezze, uno accusa l’altro di essere meno tradizionale di lui).

Le vere scelte non sono solo problema di logica e acuto giudizio, rimandano piuttosto al presentimento di una antica volontà o scelta che si spiega lungo le azioni della vita terrestre. Ciò non dovrebbe essere smorzato!

non è necessario dapprima che tale evento sia consapevole: l’importante è che esso sorga nell’anima del discepolo nella forma di un intento profondo: di fedeltà alla propria Tradizione interiore, intuita in rari momenti, di cui non gli può essere abituale il ricordo. Come pura Tradizione interiore…essa esprime la sua assoluta indipendenza rispetto alle espressioni riflesse della Tradizione formalmente regolari” (Scaligero, La Tradizione solare. Pag. 66).

Chi è debole, perciò bramoso di integrarsi in strutture formali (perpetuando il materialismo interiore), finisce nelle putrescenti braccia dell’apparato cattolico o magistico o nello sensualismo mistico.

In ciò alcuna critica: non c’è scelta per carenza di libertà del soggetto. Però nel nostro Paese ciò avviene in forma grave, condizionante: al punto da esigere un lungo e radicale lavoro interiore, non sempre coronato da una vera indipendenza (ho visto tante brave persone trasferire il loro cattolicesimo nella Classe esoterica). E ciò vale per i substrati dell’agnostico o dell’ateo: tanto superficiali da essere immuni solo a parole.

Inoltre potenze avverse distolgono l’anima dai pochi ispiratori che garantiscono con l’esperienza diretta le indicazioni elargite. In negativo vale come prova la patente di maestro (realisticamente insensata) elargita a Evola e Guenon, che sono stati indicatori non banali ma interpreti fuorvianti dei testi tradizionali.

Mtre Philippe, Rudolf Steiner, Massimo Scaligero: quanti salami di sacrestia (tradizionalisti o meno) hanno torto occhi e cervella davanti questi nomi: raggelando ogni impulso conoscitivo con un apriorisma che sconfina nella patologia della psiche. Inaccettabili e basta e…così sia!

Ma non sono nemmeno pochi quelli ai quali il destino aveva combinato l’incontro con queste figure e che poi hanno scelto di retrocedere verso una mistica personale, perciò limitata ad una impossibile ascesi dell’anima su sé stessa, laddove questa richiede severamente la direzione opposta, cioè di essere dominata, equilibrata e vinta: come condizione necessaria per dare un varco all’obbiettiva potenza dello Spirito. Viste le difficoltà inevitabili è comprensibile che ciò sia avvenuto…lo è molto meno il fatto che ci si vanti di tale regressione e se ne faccia verbo, più o meno assoluto, presso altri ricercatori.

A tale proposito, veniamo costantemente accusati di unilateralità ed è vero. Spesso ci poniamo su un solo binario: quello della disciplina interiore e dell’esperienza diretta. Forse perché riteniamo insensato e un po’ folle tenersi per tutta la vita aggrappati alla giostra dei temi metafisici ed alle chiacchierate sentimentali su cose non sperimentate. Esiste un gruppo che, ritenendosi molto importante, non può non credere che qui (e da altre parti) non ci si dia altrettanta importanza. E’ inutile spiegarsi con chi dipende in toto dalle proprie rappresentazioni marmorizzate nel sentimento. Il mondo è più vasto di quanto quel gruppo stima. Riporto le parole di un esoterista d’oltralpe a cui venne chiesto della sua amicizia con Scaligero: “Spiace che la sua grandezza non sia stata adeguatamente compresa anche a causa dello scempio fatto del suo insegnamento da alcuni suoi congiunti e discepoli romani. Comunque le sue opere parlano per lui e sono onorato di averlo fatto conoscere in Francia“. Ecco che il giudizio negativo, basato su documentazioni inequivocabili, verso chi si sente prosecutore e che pare invece persecutore, è assai più vasto di chi crede che fuori Roma finisca il mondo. Noi veniamo costantemente bollati come pagani o non-cristiani o patologici egoisti: mai attraverso una sensata critica sui contenuti ma sempre con livore manifestato o camuffato.

Criticando noi in quanto persone mostrano di avere vista corta, criticando la nostra indicazione verso la Concentrazione, sottomettono i Maestri e la Filosofia della Libertà alle loro tendenze personali. Ma il mio parlare di questi melliflui sgherri di un “partito spirituale” (poiché tra ipocrisie, intrighi, intrallazzi e connivenze è proprio un partito), non serve a niente.

Dato che il loro pallino, un po’ ossessivo, è il freddo egoismo in cui caderebbero quelli che fanno ciò che (invece) loro non fanno o fanno assai male o hanno tentato di fare con anima morta, fallendo, chiudo citando due testimonianze di poche righe.

La prima è di un amico lettore e costante operatore che, in un breve saluto scrive: “…e ti posso dire che, al di là di tutte le cose, la Devozione cresce, cresce”.

La seconda appartiene al colloquio di Scaligero con un discepolo della Via del Pensiero: “ Non ti preoccupare del risultato, il Cristo è già presente nella descrizione iniziale dell’oggetto, perché è un movimento nuovo che la tua volontà/pensiero opera, ed il lento cambiamento che genera in te è ciò per cui il Cristo si fece Uomo”.

Ambedue si riferiscono a quello che risulta dalla pratica verace della Concentrazione.

RIGHE AL VENTO

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In uno scritto di Eco, l’autore ricordava come Massimo Scaligero si rifiutasse di dare, ai tanti che sicuramente lo chiesero, un costrutto di concentrazione. Invariabilmente Scaligero rispondeva che questo sarebbe stato un errore. L’indicazione formale e il senso dell’esercizio, altrettanto importante, lo si trova alla base di tutti i suoi scritti. Mentre il “costrutto” sarebbe una incursione dialettica e definita oltre un confine dell’azione, in cui – mi pare ovvio – curiosità e finalità razionalistiche non dovrebbero avere neppure un permesso temporaneo per metterci il naso.

La concentrazione è un atto serissimo e se ciò non viene compreso…forse sarebbe meglio tentare altre cose. Chi è “pratico” – per quanto tale termine possa essere accettabile – nella concentrazione, sa che di fatto, egli entra in un mondo diverso, dove inizia a trovare un grado di realtà superiore a quello in cui si auto-percepisce di consueto, avverte che la pace è possibile, che un centro dell’essere esiste, che la determinazione sacrificale di tutto quello che avvertiva abitudinariamente come sostanza di sé, può consumarsi univoca in un punto geometrico oltre il quale si spalanca l’infinito…e che, mediamente per un lungo periodo, chiede sforzo, fatica vera: quella dei facchini o degli atleti: azioni invise o inconcepibili per i filosofeggianti.

Da tutto quello che ho sentito e visto – e gli anni non sono pochi – mi pare evidente che solo una minoranza di discepoli dell’antroposofia si sia sentita disposta a seguire la via, “più esatta e sicura” della Scienza dello Spirito. Ciò è assolutamente comprensibile: in genere la comunicazione antroposofica dona tantissimo alle anime mentre la luce del pensiero, se diventa il contenuto per eccellenza dell’anima, appare fredda, arida…anzi non appare affatto se non come un invisibile (nemmeno avvertito) che illumina ciò che del pensiero giunge a coscienza come rappresentazione. La rappresentazione, pur necessaria mediatrice tra noi e il mondo, è sempre riproduzione del sensibile, sia esso una poltrona oppure un saputo o un pensato qualsiasi. In tal senso, attenendoci all’esperienza, non potremmo mai dirci altro che materialisti: l’interiore presentandosi come specchio imperfetto e frammentato del mondo sensibile.

Pure il sopravvalutato sentire, quello ordinario sia chiaro, non se la cava, rivelandosi solamente come l’impronta di condizioni o situazioni: dando anzi una passiva e ingiustificata valenza di valore vitale alle “cose”.

La Scienza dello Spirito ci indica un percorso che, prendendo l’avvio dall’esperienza dell’immanenza di questo pensiero che come puro riflesso non condizionante ha avuto il positivo compito di rafforzare il senso dell’Io ed un certo spazio di libertà di cui purtroppo troppo pochi sembrano esserne consapevoli, può risalire al suo momento dinamico ossia a ciò che esiste potentemente (il “più che pensiero”) prima che si rifletta, ormai estraniato, in ogni cosa altra da sé, in cui è pressoché impossibile intuirlo.

La strategia atta a percorrere questa strada è, al contempo arida impersonalità scientifica e arte ineffabile. Chiamiamo il suo passo col nome di concentrazione.

Sinceramente è un pessimo nome, così generico e abusato che, a fronte della comprensione non approfondita, regge poco. Tant’è che potremmo usare il termine antico di ekagrata, che almeno rallenta la disattenzione. Naturalmente l’obiezione consisterebbe sulla liceità del significato. Vero! Ma anche altri termini d’uso, come karma, ātma ecc. devono venir corretti da un energico lavoro di comprensione e rettifiche.

Del resto, in tutta la Scienza dello Spirito, la facile fissazione dei concetti in geometrie statiche è l’errore tra i più gravi. Tutte le comunicazioni antroposofiche sono congegnate in modo da pretendere un pensiero mobile e immaginativo (sto parlando di una condizione già non comune ma a cui giungere è possibile): se per passività e pigrizia si permette alle comunicazioni di scivolare sul piano razionalistico della mente (e di restarci a memoria), mi pare inutile girarci intorno: si consegna la prima fioritura dell’Anima Cosciente al dio oscuro. Cosa che viene fatta e perseguita con lodevole impegno.

Occorrerebbe mettersi d’accordo, una buona volta – una volta per tutte – che già il tentativo di una corretta conoscenza volta allo spirituale, implica un grande sforzo, una vera e propria lotta con sé stessi e col proprio mondo concettuale: quest’ultimo è dapprima, per proprie peculiarità, naturalmente inadatto ad acquisire senza tensioni e rivoluzioni, i pensieri che, anche se aggiogati alla necessità formale della dialettica, recano contenuti spirituali. In questo caso occorrerebbe accorgersi che la struttura dialettica è una forma che l’anima dovrebbe superare: non col facile rumine nella propria provincia emozionale, né con la fantasticheria che vola oltre i contenuti ma con una immediatezza di pensiero che non si disperda subito dopo continuando a galoppare per inerzia oltre la pura forma: nessun pensiero oltre essa, ma in essa dandosi con intensità.

Ci sono parole e frasi: sono il territorio di confine che va superato per azione profonda proprio lì, nelle stesse, perché ci si cala dentro esercitando un pensiero più profondo. Si giunge persino a percepire come il cervello venga allora tirato e maltrattato da tutte le parti!

Suppongo conveniente per il lettore che su ciò mi ripeta: se lo studio e la comprensione della letteratura spirituale non includessero fatica, lotta e superamenti interiori, se appagassero l’anima come fossero zucchero filato, nessuno dovrebbe illudersi di ricordare o riconoscere lo spirito: per restare in dolce analogia, piuttosto si è trovata la via del Luna Park dello spirito. O del Paese dei Balocchi.

Realtà e finzione. Occorre che vi citi qualche nome inciso sui grani del rosario delle personalità che prima e assai meglio di me, hanno ammonito gli incauti ricercatori del pericolo di farsi attrarre proprio da quello che per l’anima canagliesca è facile ed attraente?

Non si tratta di chiudere l’interiore a quanto ci viene incontro ma di riflettere poi, attentamente, se regge ad una logica essenziale e infine, se saprebbe reggersi per sé, senza il nostro complice intervento. Contemplare una struttura di pensieri che si reggono da sé è la nuova religio dell’anima.

Tutto questo dovrebbe avvenire sul terreno di una serena e illuminata trasparenza di destissima consapevolezza.

Con la scomparsa di Massimo Scaligero, il senso di un serio lavoro interiore fondato sul fondamento del proprio Io, per tanti è svanito in un soffio. Troppi si sono, per così dire, sostituiti a lui: più di zero sono subito tanti!

Vige una femminea attitudine (spero di non essere mal compreso dalle lettrici) di cercare e trovare un polo aggregante fuori di sé. Senza un particolare impulso conoscitivo ma fondamentalmente emozionale, attrattivo. Anche di questo ne ho parlato abbondantemente, attirandomi addosso strali e critiche, ma forse non è stato compreso perciò lo ripeto così come lo scrissi, citando come esempio, il caso della signora von Halle, verso cui mi astengo da ogni giudizio.

Allora, con il massimo rispetto: ha le stigmate, non mangia, possiede vari e diversi poteri: bene! Ma, detto semplicemente, qual’è l’ aiuto che lei può dare al mio lavoro interiore? Se il suo principale avversario che non demordeva e lanciava dardi con la bifolca scusa di Caterina Emmerich, avesse imparato a volare come Superman, certo anche questo sarebbe stato sensazionale…ma ciò cosa avrebbe portato al mio tentativo di modificare la mia coscienza? E, su un terreno più vicino, a che possono servirmi le ampie lezioni (e digressioni) sulla Filosofia della Libertà svolte alla luce di una considerevole cultura ben versata nella analisi della psiche?

Vedo in queste manifestazioni ciò che allontana e non ciò che avvicina su un cammino che è individuale e interiore. Ripeto: non è questo un giudizio sul valore di ragguardevoli personalità. Mi pare solo che la loro produzione, in quanto pubblica, non dia, in pratica, alcuna indicazione di sostanza per chi voglia camminare sul sentiero interiore ma che, anzi, abbia un’azione centrifuga e il fatto che piacciano o meno non è un serio metro di misura nel confronto con l’essere vivo della disciplina esoterica.

Chi si scandalizza o dileggi il senso – davvero abbastanza semplice – di queste ultime righe, mi pare che non abbia compreso granché.

Cerchiamo di essere un po’ più fondati al centro: per certi versi basterebbe giungere all’intuizione della “persuasione” di Michelstaedter rispetto alla rettorica e il ricercatore farebbe un enorme passo in avanti. Ma il conoscere è davvero difficile. Richiede un profondo bisogno dell’anima (anelito, sacralità, dedizione) che può non esserci.

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2016

Anno XXI n. 12

Dicembre 2016

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buon-natale

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