SUGLI ESERCIZI AUSILIARI (di F. Giovi)

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La rocca (Marina Sagramora)
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Sembra essersi acceso un rinnovato interesse per i cinque o sei esercizi, quelli con cui generazioni di ricercatori hanno iniziato il tentativo di un cammino spirituale. Questo interesse è certamente di buon auspicio poiché indica un impulso o almeno attenzione e sensibilità per quella parte delle Scienze Spirituali che di solito viene indicata come sfera dell’ascesi, della disciplina interiore, sempre troppo negletta e tuttavia intima ed imprescindibile nel tendere a corrette domande e a concrete risposte sui piú importanti e tormentati enigmi che accompagnano la vita terrena dell’uomo e che in natura non si spiegano mai.
V’è però un diverso punto d’osservazione, dal quale, considerata l’ampia disponibilità della descrizione degli esercizi in molti e raggiungibilissimi testi, viene piuttosto avvertito il pericolo, da sempre incombente e spesso vittorioso, della facile inclinazione di pensare il pensabile attorno ai sei esercizi, in una sorta di eterno cortocircuito. Uno degli inciampi piú insidiosi che incontriamo subito sul sentiero della Conoscenza Spirituale è la tendenza a tradurre e ridurre i contenuti dell’Antroposofia, vera espressione dell’anima cosciente, al livello del veicolo razionale. Come ampiamente dimostrato nei fatti, è un errore dominante. Si potrebbe persino affermare che la Scienza dello Spirito, nella maggioranza dei casi, è stata e viene ancora portata per il mondo come un monopolio dagli esseri dominati dall’anima razionale, avvalendosi di innumerevoli nozioni, prive però di quella nobile vita che solo l’attimo vivo del pensiero può ad esse restituire.
È una possente insidia di Arimane. Nel tentativo esoterico l’errore arimanico domina quando una verità intuita, sperimentata, viene fermata dalla memoria. Di solito, la luce che illumina il mondo oltre il sensibile e la luce che si accende nel momento della comprensione, è esperienza di un attimo. L’errore è voler poi ricordare tale esperienza, vivendo da allora, per cosí dire, della rendita di quell’attimo di luce che non c’è piú. La retta via viene ritrovata nello sforzo di revivificare l’esperienza interiore riscoprendo e rinnovando gli atti pensanti che permetteranno di aprire nuovamente la strada all’esperienza.
 
I sei esercizi con la descrizione di ciò che viene chiamato il II tempo e III tempo, furono pubblicati per la prima volta da Marie Steiner, in due volumetti nel 1947 e 1948 (un terzo volume apparve postumo, nel 1951). Queste pubblicazioni, conosciute come Quaderni Esoterici, raccoglievano importanti esercizi con i quali il Dott. Steiner aveva preparato, all’inizio dello scorso secolo, alcuni particolari discepoli, per un decisivo lavoro occulto che purtroppo fallí (Massimo Scaligero accenna a tale argomento a pagina 87 del suo libro Dallo Yoga alla Rosacroce).
La stesura originale dei sei esercizi con i tre tempi fu trasmessa a Julius Evola che aveva promesso di pubblicarli (ciò avvenne prima della loro uscita nei volumi della signora Steiner) onde fossero a disposizione di qualsiasi ricercatore esoterico. In seguito, alcuni dirigenti italiani della Società Antroposofica diedero al fatto un giudizio negativo, fondandosi su di una inappellabile pretesa di assoluta autorità sull’Opera di Rudolf Steiner, valutazione che per diversi motivi non appare necessariamente condivisibile.
Gli esercizi furono stampati nel III volume di Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io pubblicato dall’editore Bocca nel 1955. Questa edizione, che riuniva i fascicoli del gruppo di Ur venne però modificata in piú parti da Evola che, nei riguardi degli esercizi del Dott. Steiner e del breve commento a seguito, sommò una scorrettezza ad un errore: nel far stampare il tutto con il proprio pseudonimo e nell’alterare le indicazioni scritte ed il conseguente disegno esplicativo del II e III tempo del primo esercizio. I fascicoli del gruppo di Ur, esprimendo in monografie una pluralità di indirizzi sapienziali operativi, pur con qualche sensazionalismo magico, furono e sono tuttora uno dei piú qualificati documenti scritti dell’esoterismo Occidentale.
È un vero peccato che la bella prima edizione in lingua inglese, uscita da poco negli Stati Uniti, consista nella traduzione di una edizione italiana degli anni ’70 ulteriormente modificata da J. Evola, brillante dialettico ma chiuso alla comprensione del Pensiero Vivente, limite ormai avvertito da diversi giovani seguaci ma non dagli accademici curatori che, oltre a cadere in evolistiche incoerenze circa il valore obiettivo degli scritti e dei collaboratori di Ur, hanno singolarmente tradito l’attitudine ed il vanto dei veri tradizionalisti: quello di saper volgersi con rigore alle fonti prime o almeno a quelle piú antiche.
 
I sei esercizi possono venir considerati la somma o sintesi di tutti gli esercizi che riguardano la “preparazione” dell’anima; divengono esercizi iniziatici se si attuano nel II e III tempo.
Cosa sono in essenza questi esercizi? Sono progressivi e ripetuti atti interiori che accendono movimenti nella complessiva struttura umana capaci di schiudere il limite di questa allo Spirito; ciò in maniera tale che la dimensione umana non venga spezzata o persino distrutta dallo Spirito ma trasformata e riedificata. Deve essere concepibile per un operatore, specie nel nostro tempo, che anche un evento catastrofico per l’individuo che lo patisce, una grave malattia o una patologia che porti alla dissociazione della personalità, possono permettere una apertura allo Spirito, ma con esiti incontrollabili e soprattutto non diretti dall’Io.
Fondamentale agli esercizi è il I tempo, rintracciabile come dicevamo in vari scritti (allo studente che voglia percorrere ed assimilare con chiarezza una accurata descrizione degli esercizi, raccomandiamo in particolare la versione espressa da Rudolf Steiner nel V capitolo della Scienza Occulta). La problematica riguarda essenzialmente il I tempo e si concentra, non senza una inizialmente corretta esecuzione, sulla intensità o forza interiore immessa: se la Forza riesce a superare il limite personale, allora circola.
Il II e III tempo si riferiscono al primo moto eterico conseguente all’esercizio del I tempo. Se qualcosa si muove, se l’anima riesce a percepire davvero questo qualcosa, il II e III tempo confermano e aiutano l’orientamento che tende comunque a manifestare da sé il proprio circuito. In alternativa non succede nulla, per quanto smaglianti possano essere immagini e visualizzazioni con cui si tenta di intervenire. Viste le difficoltà operative e persino la pandemonica confusione formale suscitata da un approccio superficiale ai sei esercizi, è possibile affermare che di solito, nella maggioranza dei casi, il problema del II e III tempo proprio non si pone.
Ciò naturalmente non vuole essere un invito alla desistenza, ma ad una realistica valutazione del proprio lavoro interiore, scevra da autosuggestioni e da indisciplinate autovalutazioni.
 
La disciplina fondamentale si attua con il primo e secondo esercizio, non certo perché gli esercizi successivi siano meno importanti, ma perché è anche sicuro che se i primi due non vengono praticati con regolarità e crescente intensità, il terzo esercizio e quelli successivi si ridurranno semplicemente ad artificiosi atteggiamenti animici personali. Inoltre con il controllo del pensiero e l’azione pura si attua lo schema interiore piú essenziale: portare la Volontà nel Pensiero (primo esercizio) ed il Pensiero nel Volere (secondo esercizio), lasciando svanire il sentire personale nella Quiete Profonda.
L’allineamento gerarchico dei veicoli sottili viene allora positivamente recuperato: esso è il fondamento per qualsiasi esperienza animica o spirituale che non sia atavica o subcorporea.
Il “controllo del pensiero”, che di fatto diviene concentrazione, secondo il consiglio di Massimo Scaligero, andrebbe ripetuto durante la giornata «per almeno due volte». La nostra esperienza ci ha indicato una frequenza ripetuta, martellante, di tre o quattro volte al giorno per giungere a un risultato forte e concreto.
Si inizia l’esercizio con l’immediatezza apsichica e scabra del gesto sportivo dell’atleta. Durante l’esercizio in cui vanno normalmente usate parole ed immagini si vigila sulla continuitàcosciente della descrizione che sarà semplice e parca. Esauriti i pensieri e indirettamente attivata la massima forza pensante di cui si è capaci, si conclude l’esercizio quando l’immagine finale, o l’immagine piú congrua o l’immagine simbolica fissa o mutevole, permette di sostenere desto nella coscienza il concetto dell’oggetto, il medesimo concetto che d’ordinario balena nella coscienza quando ad esempio cerchiamo tra le nostre cose una matita che ci serve: la differenza è che ora il concetto è voluto indipendentemente dalla sua utilità e mantenuto per il maggior tempo possibile nella concentrata consapevolezza.
Riguardo al secondo esercizio chiamato “atto puro” è importante che l’operatore lo consideri con una attenzione ed energia assolutamente non minore di quella messa in moto per il primo esercizio: l’atto puro non è un esercizio piú facile o di mero sussidio alla concentrazione. Se ci accorgiamo che nell’anima questa convinzione manca, è forse meglio posporre di qualche settimana il suo inizio, spendendo piuttosto una decina di minuti al giorno per immaginare una esecuzione tipo dell’esercizio con l’attenzione ed il tenore interiore che si guadagna quando si medita. Questa indicazione vale come una sana disciplina preparatoria a molti altri esercizi. Va anche detto che l’esecuzione dell’atto puro passa obbligatoriamente per la mediazione degli arti che compiranno semplici azioni controllate dall’Io, ma assolutamente indipendenti da obiettivi personali.
Il secondo esercizio va predeterminato possibilmente 24 ore prima della sua attuazione. Risulta piú incisivo determinare nuovamente l’azione anche alla sera, prima d’addormentarsi e poi ancora alla mattina, appena svegli o subito dopo gli eventuali esercizi esoterici che già si compiono al momento del risveglio. Alla sera evocando con cura le immagini riferite all’atto, al mattino evocando piuttosto la decisione di compiere l’azione (sera = immaginazione, mattina = volontà). Durante l’esecuzione accanto ad una attenzione desta va mantenuto il silenzio interiore.
Il primo e secondo esercizio, praticati regolarmente e con energia, portano ad un vero mutamento del proprio mondo interiore e persino possono mutare la nostra precedente visione di cosa sia la Via Esoterica; comunque è certo che un’esecuzione solo formale e poco impegnata porterà ad un completo fallimento nel passaggio agli esercizi successivi.
 
Ogni esercizio dovrebbe essere tentato al limite della nostra capacità produttiva, osando anche poco oltre quel limite. Ricordiamoci sempre che non esistono speciali esercizi che conducono oltre il limite sensibile o egoico, non esistono esercizi che ci possono condurre piú lontano rispetto all’esercizio che stiamo facendo.
È l’esercizio che stiamo facendo che tende a sollecitare il pensiero eterico, che può condurci alla coscienza eterica corrispondente ai gradi di “preparazione” e “illuminazione”.
Non è ancora la Soglia, ma è la via che conduce alla Soglia e che mai sarà riflessione filosofica, cultura esoterica o pensiero discorsivo, bensí l’attività pura dell’ideare, dell’immaginare, il cui moto vivente, sperimentato e coraggiosamente accolto nel nulla dell’anima, diviene l’alto scopo dell’Impresa.
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Franco Giovi

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ESOTERISMO E SEGRETEZZA (di F. Giovi)

 segreto
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Poniamoci subito la domanda: cos’è esoterico e cosa non lo è? Poi per rispondere procederemo per gradi. La parola esoterico prende origine negli ambienti filosofici dell’antica Grecia. Esoterikos significava “ interno” ed exoterikos va tradotto come “esterno”. Il primo si riferisce a quegli insegnamenti che venivano riservati ai discepoli scelti, mentre il secondo termine è indicativo di quanto poteva essere comunicato pubblicamente. In breve, il termine esoterico ha acquistato nei secoli successivi il senso di “cosa molto segreta” riferita ai misteri dello Spirito che non dovevano essere divulgati.

Perciò, nel nostro passato, le arti magiche, l’alchimia, la gnosi, la quabbalah ecc, permeate da una visione del tutto contrastante rispetto alla concezione di pensiero del dominante potere politico-religioso, ebbero caratteri esoterici, venendo coltivate in circoli esclusivi ed espresse con simboli ed analogie pressoché incomprensibili al non iniziato. Le comunicazioni, in certi casi scritte o persino pubblicate, erano velate e criptiche, comunque scientemente fuorvianti per il profano.

In Occidente la segretezza fu sovente una necessità giustificata dalle azioni repressive dell’ortodossia cattolica, tendente ad estirpare con ogni mezzo le idee, concernenti lo spirituale, ritenute pericolose o eretiche. Come gli occhi abituati alle lontananze spesso si confondono a pochi centimetri dal proprio naso, cosí le “male piante” a volte crebbero e prosperarono vicinissime alla Chiesa: ciò vale ad esempio per le conoscenze iniziatiche dei mastri costruttori di chiese e cattedrali o per le arti alchemiche, a volte praticate nei sotterranei di francescani conventi. In genere tutte le arti ed i mestieri, adottando i simboli dell’opera quotidiana, trasmisero agli adepti importanti conoscenze che riguardavano le metamorfosi dell’anima e la sottile trasformazione spirituale della corporeità.

La reale segretezza è stata una caratteristica peculiarmente occidentale. L’opinione della cultura contemporanea che valuta il tantrismo quale parte esoterica del bramanesimo, o al pari lo zen del buddismo, è solo uno tra gli innumerevoli esempi di come l’astratto pensiero deduttivo, continuando per forza d’inerzia la sua attività e allontanandosi dal fenomeno osservato, smarrisca il sufficiente legame con la realtà..

In Oriente, accanto al bramanesimo ed al buddismo popolare e ingenuamente devozionale, hanno sempre convissuto, consapevolmente contigue, le correnti piú alte, dirette e per molti aspetti eterodosse: ovvero quelle comparabili a quanto in Occidente fu prerogativa dell’esoterismo. La rigidezza del corpus dottrinale ed ascetico è stata (e sembra rimanere ancora) un carattere di natura occidentale. In Oriente, i passaggi, le osmosi da una scuola minore ad un sodalizio di rango iniziatico sono stati un privilegio naturale dettato dalle reali forze interiori (illuminative) e dalle scelte del singolo. Non pochi asceti orientali hanno transitato dallo hinayana al vajrayana, integrandovi magari talune pratiche del Tantrismo. In Cina ad esempio, la scuola Chan (risveglio immediato, privo di gradualità) ha, di solito, sempre onorato, ricambiata, la vasta corrente dello jing-tu-zong o Terra pura, via semplice di tipo monastico-devozionale. La permeabilità dottrinaria e tecnica si rende evidente con l’autorevole figura di Aurobindo. Incarcerato dagli inglesi, inizia il suo apprendistato con Lele, yogin mussulmano. Superati in poche settimane gli stati di coscienza offerti dagli insegnamenti di Lele, Aurobindo approfondisce l’esperienza interiore tramite tecniche tantriche impartitegli da Vivekananda, morto in India qualche tempo prima, per poi approdare a nuovi sentieri dello Spirito.

Ai tempi nostri anche se l’esasperazione mediatica della cultura dell’informe utilizza aggettivi come esoterico, iniziatico, karmico in serie televisive o in aggiunta ai titoli di modesti romanzi popolari (raddoppiandone la tiratura), nei Sodalizi poggiati su di una schietta ricerca interiore l’idea dell’esoterismo, generalmente vaga, assume comunque un significato abbastanza alto e nobile. Permane invece, per l’infelice colpa di indicatori, invero di scarsa statura interiore, sia pure onesti in quanto ricercatori dello Spirito ma nemici della Libertà (per la coscienza umana contemporanea che si risveglia questa è una contraddizione perfetta), una grande confusione tra l’esoterico ed il segreto. Quando ci si rappresenti l’esoterismo identico ad una conoscenza riservatissima e posseduta da associazioni qualitativamente differenziate, che ritengono opportuno non comunicarla a causa dell’intrinseco potere in essa contenuto, il correttivo informale a una simile rappresentazione ingenuo-romantica potrebbe essere una bella risata liberatoria. Nei casi in cui tali associazioni esistono davvero, lo Spirito, se un tempo c’era, si è ormai ritirato, e ciò che rimane è solo la segretezza aggiunta ad una entità psichica di dubbio segno, poiché portatrice di erranti cariche medianiche.

Se si è capaci di superare l’estroversione materialistica del pensato convenzionale, appare chiaro che una vera conoscenza esoterica non è qualcosa che per ragioni misteriose debba essere rifiutata alla conoscenza generale, ma che trova senza dubbio notevoli impedimenti a causa del grado di destità di coscienza necessaria per venir comunicata ed accolta.

La segretezza eccita come non mai la vanità umana personale e nelle grandi organizzazioni profane come nelle piccole conventicole occultistiche c’è molto dell’anelito a penetrare in ciò che si presume essere intimo, segreto: nel circolo piú interno. Esiste un bel libro di C.S. Lewis intitolato Questa orribile forza (raro caso in cui il piacere della narrativa fantastica si coniuga senza sforzo al racconto morale e ad originali intuizioni) in cui, incarnato nelle vicissitudini di un protagonista, l’autore descrive con arguta sapienza questo prepotente difetto.
Il quale, insieme alla presunzione ed alla litigiosità, ha pesato sulle organizzazioni di carattere esoterico (non esclusa quella antroposofica), confondendo il ragionevole riserbo con segretezze personalizzate, rendendo in pratica alquanto peregrina per molte anime una corretta connessione interiore con l’Insegnamento originario, ostacolato persino da pretese mediazioni formali-amministrative. Ingiustificabili lotte di distinzione e di potere hanno pesato, sulla bilancia dell’agire, molto piú di un corretto lavoro interiore, quest’ultimo anzi venendo di solito osteggiato o respinto. Il problema è mondiale, come dall’Oriente ci conferma Lu K’uan Yu, che dedicò molti decenni della sua vita a tradurre e pubblicare in lingua inglese i testi piú segreti ed antichi della grande tradizione alchemica e buddistica cinese per divulgarli presso gli occidentali: «Il buddismo in Oriente è in declino, perché il Dharma si è frantumato in diverse scuole in ostile contraddizione tra loro …invece di praticare si abbandonano a interminabili disquisizioni prive di concretezza e di risultati pratici …senza sforzarsi di comprendere il profondo significato dei Sutra…»(1). Ecco il triste ponte tra Oriente ed Occidente: la disgrazia comune!

Chi incontra la moderna Scienza dello Spirito occidentale dovrebbe riascoltare (o rammentare) le parole, nette e decise, di Massimo Scaligero: «Non c’è alcun segreto, il Dottore ha detto tutto». Scaligero aveva ragione. Un esempio? Due pagine della Scienza Occulta (testo diffuso in molte nazioni da quasi cent’anni, letto da milioni di persone) minuziosamente dedicate alla costruzione della piú importante meditazione d’Occidente, sintesi tecnica dell’immaginare, del meditare e della concentrazione, la cui dinamica reintegrativa può permettere al discepolo l’esperienza dell’astrale sidereo e la connessione sovrasensibile con la comunità interiore che guida l’umanità: in pratica l’accesso al piú grande dei Misteri dei nostri tempi.

Il segreto, quello inviolabile, certamente esiste, ed esiste una linea di confine tra l’esoterico e l’essoterico, ma essi non stanno nei libri o nelle conferenze e nemmeno nei testi della Classe, bensí nella capacità o nell’incapacità dell’uomo di mutare una parte di sé, di modificare la propria coscienza.
Finché l’approccio all’esoterismo rimane una curiosità da soddisfare o una facile risposta a questioni poste dalla leggerezza intellettuale, allora è soltanto l’incontro tra illusioni. Se la Scienza Sacra fosse veramente capace di rispondere in siffatta maniera, allora dimostrerebbe di essere Essa stessa null’altro che un prodotto illusorio (ed è proprio in questa visione che spesso viene giudicata da chi fuggevolmente Le si accosta). Per la coscienza immatura, le domande e le risposte che l’esoterismo pone ed insegna all’uomo non sono altro che parti di parole incrociate: essa è soddisfatta quando queste si combinano.

Il pensiero addormentato sogna fatalmente il materialismo: il dato oggettivo a sé stante. Il pensiero addormentato quando sogna lo Spirito lo sogna al pari di un oggetto, perciò può coerentemente sognare che il manoscritto riservato o la conferenza secretata contengano l’insegnamento piú esoterico. Il pensiero addormentato non conosce il proprio potere: quello di essere lui stesso lo Spirito cercato altrove. Troppo spesso il ricercatore del Sacro non riesce a destarsi alla sperimentabile realtà di essere lui stesso il pensatore che pensa la Scienza Occulta o il Trattato del pensiero vivente. È nostra l’attività di pensiero che riaccende significati e forze di risveglio giacenti come inerti segni in tali Testi. Il pensiero che, finalmente portato a coscienza, possa volere solo e semplicemente se stesso, si libera da ciò che esso non è. Abbandonato il riflesso di ciò che esso non è, permane il suo moto impersonale, perciò sovrasensibile, poiché inizia dove cessa il proprio sentire se stessi, ossia il limite della temporanea illusione sensibile. Sentire se stessi è l’inganno necessario alla nascita della coscienza individuale. Per l’asceta dotato di coscienza individuale il senso della vita è spezzare il prolungarsi dell’inganno. Da questo punto inizia l’esoterismo perenne (poiché di continuo rinnovantesi) che, come ripetiamo spesso, è essenzialmente esperienza: da cui si esce colmi di una speciale devozione, perché l’Infinito è divenuto parte del nostro essere.

Franco Giovi

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L’ARCHETIPO-APRILE 2018

Anno XXIII n. 4

Aprile 2018

Pasqua-2018

IL FIUME DELLA VITA HA DUE SPONDE (di F. Giovi)

 Kamaloka
(Kamaloka-Marina Sagramora)
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Esiste un aspetto della “questione sociale”, vissuta con forte consapevolezza dai popoli delle società piú evolute, che proprio in tali società non affiora, rimane impensato e per ora impensabile.
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La marcata evoluzione intellettuale e l’intensa coscienza individuale, precipua, in linea di massima, all’area occidentale (fa regola a sé il mondo nipponico, il quale nonostante l’assimilata e persino esasperata modernità, sembra conservare una sensibilità unica nei riguardi dell’oggetto di questo articolo), ha dovuto pagare molti pedaggi alla propria formazione, portando circa allo zero il patrimonio di conoscenza e di visione relativo al Mondo Spirituale.
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La “questione sociale” abbraccia molto di ciò che preme nelle comunità tra doveri e riforme volte alla tutela dell’individuo e dei suoi bisogni primari, ma traccia in ogni caso un rigido confine al di qua, poiché si occupa soltanto di chi vive.
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Eppure una società umana davvero completa dovrebbe concedere una non minima apertura di credito all’umanità che vive al di là, oltre il confine: i defunti.
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Sappiamo quanto suoni paradossale ai tempi nostri, anche se è facile prevedere che nessun provvedimento sociale sarà mai completo e realisticamente fruttuoso finché non si sarà riconquistato un ponte che possa avvicinare l’uomo sensibile che vive nello spazio e coloro che vivono fuori da questa categoria. Un simile incontro possiede una fisionomia sociale che non è economica o politica, ma di integrazione tra l’uomo terreno e l’uomo sovrasensibile, che andrebbe presentita qualora il pensiero umano intuisse l’altissimo ideale dell’unità profonda di tutta l’Umanità.
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La viva realtà dei defunti non è l’astrazione pietosa di chi resta; molti, oltre l’amaro dolore per la scomparsa di chi li amò e li sorresse, oltre l’orrorifico inganno arimanico del cadavere percepito, presagiscono oscuramente l’ulteriore presenza del defunto; non pochi, in momenti di sogno veridico, tessono dialoghi essenziali con chi non abita piú la nostra terra; alcuni sono ancora capaci di vedere i morti.
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Poiché stiamo scrivendo per persone motivate verso una visione del Mondo Spirituale, troviamo subito i termini del quesito: in che modo può essere trovato l’accesso al mondo dei morti?
(Non ci soffermeremo neppure un attimo nelle infette contrade della medianità e dello spiritismo, antitetiche a quanto è cristiano e solare, e che non dovrebbero lambire neppure gli istinti di chi ha scelto la via purissima della Libertà e del Pensiero Vivente).
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Nel corso ordinario della vita confermiamo continuamente la nostra esistenza riferendoci ad una centralità corporea e psichica in opposizione ai nostri simili: «io sono, io voglio, io credo…». Questo naturale egocentrismo nuoce considerevolmente all’incontro con altri esseri umani, ma sbarra completamente l’accesso ai Mondi Spirituali ove i morti sono vivi. Un simile stato di cose va comunque considerato equamente: il nocciolo di tale egocentrismo consente la coesione della nostra coscienza di veglia, della nostra capacità di percepire, pensare e volere.
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Per la vita sulla terra la nostra coscienza di veglia esige una netta localizzazione nello spazio: qui il soggetto, lí l’oggetto percepito. Sino dentro noi stessi ciò pare cosí naturalmente essenziale che di norma siamo incapaci di rappresentarci qualsivoglia realtà che sia strutturata in forma diversa da quella spaziale. In tale situazione, appare evidente che l’uomo moderno non sappia nulla di ciò che appartiene al mondo dei morti, poiché il defunto ha abbandonato il corpo materiale e nella sua immaterialità non può essere localizzato nello spazio. Poiché lo spazio è una condizione fondamentale della coscienza desta, come può essere possibile conoscere senza opporsi come soggetto all’oggetto? Lo sforzo umano dovrà allora essere rivolto a ristabilire una comunione con il mondo e gli altri uomini che sia vivente di una vita che nel divenire storico egli ha perduto, quasi senza sapere come.
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All’inizio di una ricerca interiore indirizzata in tal senso, dobbiamo portare alla luce della coscienza pensante il fatto che la nostra comune autocoscienza ed i nostri sensi sono imparentati con tutto quanto cade sotto l’azione di forze distruttive e impietranti, mentre non percepiamo assolutamente nulla della sfera dell’Essere in cui agisce ciò che sostiene la vita e la rinnova incessantemente.
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È possibile uscire dalla fissità del finito? Certamente! Ma solo giungendo a slegare la nostra coscienza dalla presa corporea, svincolandola anche dall’isolamento prodotto dall’alterità del dato sensibile.
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Liberarsi dei limiti personali senza smorzarsi e senza abbandonare la conquistata lucidità individuale è il frutto di un potenziamento illimitato e sottile delle forze dell’anima quando queste siano perfettamente pure in se stesse. Questo è attuabile soltanto attraverso la disciplina spirituale. Concentrazione, contemplazione e silenzio sono i severi veicoli che permettono alla coscienza di immergersi in altro da sé: in un vastissimo mondo che può essere penetrato e che simultaneamente ci compenetra. Allora svaniscono i limiti della corporeità e il nostro essere si fa grande e si eleva e si sprofonda nel tessuto vivo di forze ed esseri universali.
Inizia a stabilirsi un rapporto del tutto nuovo con quello che per la coscienza corporea era mondo esteriore. È il mondo, nelle sue svariate organizzazioni e fenomeni, che cominciamo a sentire come parte attiva di una nostra, diversa, corporeità. Le forze sovrasensibili, il cui segno fisico era l’arbusto o il cielo stellato, diventano in attimi intemporali parti della nostra sostanza e noi diveniamo parte di esse.
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Si stabilisce un nuovo rapporto tra quella che nella nostra vita cosciente chiamavamo corporeità e il mondo della natura: cominciamo ad avvertire tutto quello che compone il mondo esterno ed i suoi mutamenti come parte della nostra corporeità, non in quanto apparire materiale, ma nel suo essere sovrasensibile. Cosí ciò che ci appariva soltanto come dato sensibile trapassa in mobile essenza che diventa per noi sostanza interiore. Si potrebbe anche dire che tutto ciò che circondava indifferente il nostro limite corporeo diventa ora il vero corpo della nostra anima. La coscienza desta si unisce alla possente attività della vita. In un certo senso germogliamo con il grano, sbocciamo con i fiori, scorriamo con il ruscello, vogliamo crescere con l’erba ecc.: immagini alquanto imperfette e soltanto indicative. Per questa via entriamo nella sfera ove vivono i defunti.
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Poiché essi hanno abbandonato la veste stretta e frusta che comprimeva la potenza delle loro anime e le ancorava al mondo sensibile, ora possiedono il corpo della natura vivente e dei mondi stellari; espansi ed uniti a ciò che, in opposizione alla corporeità distinta, è la dinamica della vita, la sua forza plastica, il suo soffio ritmico.
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Durante la vita, iniziamo a rapportarci al mondo dei morti quando con silenziosa meraviglia ci immergiamo nell’espressione artistica di un paesaggio naturale. Se talvolta si permettesse all’anima di abbandonarsi alla pura luce di un giorno invernale, oppure alla forza piena di speranza di un mattino primaverile, o ancora alla pienezza feconda del meriggio estivo, allora impareremmo il cammino sul limitare del mondo dei morti e un riflesso della loro esistenza e della loro attività scenderebbe nelle nostre anime.
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L’azione dei morti è ben lontana dai parti prosaici e utilitaristici prodotti dalle teste contemporanee; all’opposto essa si apparenta in profondità alla piú sincera coscienza artistica, a tutto quello che impressiona, anima e feconda artisticamente la complessiva entità umana. La forza che si esprime in tutte le arti (arte del pensare compresa) trova forse nella musica il piú avanzato linguaggio per giungere ad un veridico sentimento intorno all’esistenza dei defunti.
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Per i morti la musica non è qualcosa di esteriore, essendo anch’essi musica vivente nei campi delle Sonorità Creatrici che vibrano attraverso la loro sostanza.
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Oltre la mediazione della silente meraviglia della natura, dell’impressione artistica, del sentire musicale, per una coscienza minimamente addestrata e matura, i defunti possono essere raggiunti attraverso un intenso sentimento religioso (non confessionale!) che in essi non vive “dentro” l’anima come nell’esperienza terrestre, ma che forma e sorregge la sostanza stessa della loro anima: il defunto che percorre il devayana è come immerso in una condizione di Spirito Divino, la cui manifestazione è pace raggiante, devozione e adorazione: sfera del Verbo Cosmico.
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In sostanza, quando l’uomo dopo un lungo lavoro d’ascesi merita di liberarsi dalla prigionia della testa, libera anche le potenze dell’anima e l’anima stessa. Poi molto viene, per cosí dire, da sé; come, ad esempio, l’esperienza di una particolare comunione col mondo intero e la gratitudine verso il destino che Rudolf Steiner indica come caratteristiche per stabilire un ponte con i defunti. Per il dettaglio e l’approfondimento del tema possono essere reperiti diversi Cicli del Dottore, per la pratica si consiglia il gruppo di conferenze intitolato Morte sulla terra e vita nel cosmo.
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Comunque, in certi momenti della vita interiore, tutte le esperienze che ci sollevano oltre l’ordinario percepito possono divenire punti d’incontro con i trapassati: un intimo e approfondito studio antroposofico, il sonno e il sogno se purificati da una Ars dormiendi conforme all’attuale struttura dell’uomo, l’esperienza eterica della natura, alcune intense impressioni artistiche, il quinto degli esercizi ausiliari quando riesca davvero a fluire verso il mondo, e molto altro ancora.
Rimane da accennare ad una operazione netta e decisiva che può venire tentata ad un certo livello della disciplina occulta.
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Immaginiamo l’uomo tripartito: testa, torace, ventre-arti, poi colleghiamo a queste tre parti e nello stesso ordine pensiero, sentimento e volontà, infine ricordiamoci che questi tre aspetti dell’uomo animico celano altrettanti Centri di forza sovrasensibile.
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Con gli esercizi esoterici fondamentali operiamo direttamente con il pensiero, indirettamente con la volontà e molto indirettamente sul sentimento. Eppure è da questa zona piú “lontana”, allorquando essa sia purificata (vuotata) dai traboccanti sentimenti personali, che si avvia la potenza di visione, la forza illuminante. Le condizioni per la sua accensione sono il pensiero perfettamente dominato dalla volontà e la perfetta quiete del volere: con questa premessa l’elemento sottile di una immagine evocata o di una percezione naturale non precipita negli abissi del sistema metabolico (corporeità) e non viene attratto e ucciso dalla gelida ragnatela del sistema cerebrale (pensiero riflesso) ma “percuote” il Centro del cuore che si risveglia attivandosi come un impetuoso e puro torrente di emozione spirituale che scorre avanti, veicolando luce veggente e amore illuminato nell’universo (per questo fatto alcune tradizioni indicavano come vere soltanto le orazioni svolte con il “cuore aperto”).
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L’accensione del centro cardiaco, quella piú difficile, è ciò che permette al discepolo della Scienza dello Spirito di donare al Mondo la sua essenzialità e di ricevere immagini viventi ed esseri del Cosmo di cui fanno parte le entità umane sovrasensibili. Si sperimenta la nobile verità pronunciata dal Buddha: «Tutto viene dal cuore, nasce dal cuore, è creato dal cuore».
Da Il Domenicano bianco: «Ogni uomo è sí una colombaia, ma non è anche un Cristoforo. La gran parte dei cristiani lo presume soltanto. In un vero Cristiano le bianche colombe escono ed entrano in volo».

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Franco Giovi

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L’ESTREMISMO INTERIORE DELL’ASCETA

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(Massimo Scaligero)

La parola “estremismo” – soprattutto riferita all’attività interiore del ricercatore spirituale – è una parola che ai più non piace affatto. Non piace perché è presentita alludere ad una decisa intensificazione della volontà cosciente, che segretamente viene ritenuta scomoda e faticosa, e quindi sistematicamente avversata. Ebbene, costoro hanno perfettamente ragione! Vi è solo da chiarire che in realtà è all’infingarda natura inferiore che un tale estremismo interiore non piace punto, e non può piacere. Ed è una tale accidiosa – ed eziandio acidiosa – natura inferiore quella che non gradisce la scomoda e faticosa intensificazione della volontà. 

Il fatto è che – come di diceva molti anni fa il mio amico L. – la maggior parte delle persone, compresi molti sedicenti “spiritualisti”, vorrebbero andare in paradiso confortevolmente in carrozza: belli comodi comodi, con l’aria condizionata, e forniti – aggiungo io – di smart-phone, tablet, Wi-Fi funzionante e, naturalmente, con un ben rifornito frigo-bar. Simpatica prospettiva, invero, però molto illudente e, soprattutto, poco salubre.

Da sempre, nelle vie iniziatiche d’Oriente e d’Occidente, la condizione umana viene considerata al contempo privilegiata e pericolosa. Condizione privilegiata, perché solo l’essere umano, pienamente incarnato sulla Terra, può realizzare, come è stato più volte ribadito sulle pagine di questo blog, Autocoscienza, Libertà, e Amore. Ma, come ammoniscono i testi della Sapienza d’Oriente, «una nascita umana è difficile da ottenere»: per molti sarebbe importante che capissero perché. La condizione umana viene invidiata persino dagli Dèi, i quali – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno sì coscienza sovrasensibile e illimitata sapienza, ma non autocoscienza; hanno sì travolgente potenza, ma non sono liberi; hanno sì capacità di suscitare ed emanare profondi sentimenti ma, per così dire, lo fanno in maniera ‘automatica’, ossia secondo necessità, sia pure trascendente.

Ora, Massimo Scaligero ha insegnato che si ama perché si vuole amare, e non perché si è costretti ad amare, o perché non si sa o non si può farne a meno. Quindi per amare – per autenticamente amare – si deve essere liberi, e per essere liberi è necessario – assolutamente necessario – essere autocoscienti. Ma autocoscienza e libertà – condizione necessaria per amare – sono conquista, talvolta aspra e faticosa conquista, e non sono un dato di natura. Ovvero sono un atto, e non un mero fatto naturale: non sono nulla di scontato. Come vedremo dalle stesse parole di Massimo Scaligero.

Questa condizione umana, perlomeno da questo punto di vista, è dunque “privilegiata”, e Rudolf Steiner mette bene in evidenza il fatto che non vi sia dio che possa sperimentare il mondo in concetti, s’ei non si incarna sulla Terra in un corpo umano. Ben poche deità – come insegna la Scienza dello Spirito – hanno scelto di rinunciare al proprio rango divino, per incarnarsi sulla Terra ed accompagnare così l’essere umano nella sua temeraria missione, nella sua impossibile impresa.   

Condizione oltremodo pericolosa, inoltre, quella umana, nella quale viene a svolgersi la suddetta temeraria  impresa, che oggi potrebbe essere definita addirittura impresa disperata. Che la condizione umana sia tale, può essere ben caratterizzato dalle parole ammonitrici di Massimo Scaligero, il quale giunse ad affermare, in colloqui e in riunioni, che l’uomo attuale, nella sua involuzione nella materia con le relative conseguenze, è andato persino oltre le previsioni e le più rosee speranze dello stesso Oscuro Signore, del Principe dell’Oscuro Pensiero, come veniva chiamato nella tradizione zarathustriana. E certamente poco rassicuranti e per nulla consolanti sono le parole dell’ultimo capitolo delle Massime Antroposofiche, nelle quali Rudolf Steiner parla di una possibile caduta nel subumano, o le parole ch’egli disse a Giovanni Colazza nel loro ultimo incontro, allorché disse che «l’esperimento uomo potrebbe anche fallire».

Si tratta di aver ben chiaro – ed è bene non volersi fare in proposito veruna illusione – che quella umana attuale è una condizione di estremo pericolo. Giova ricordare le parole – al tempo stesso preveggenti e ammonitrici – che Massimo Scaligero scrisse nel 1956 in Iniziazione e Tradizione, pp. 41-42:

«Chi guardi con occhio rischiarato, riconosce nel mondo della necessità – fisica o psichica – nel passato e nella natura, ciò che rende inevitabili il male, la malattia, la morte. È ciò che, venendo scambiato per vita, in quanto costituisce le basi dell’ordinaria esistenza, porta l’essenza della vita alla contraddizione radicale con l’essere, ormai passivamente accettata e persino organizzata scientificamente, ma ogni volta riemergente nella sua tragicità attraverso quella misura del reale che è il dolore e la morte.

Questa contraddizione giunta collettivamente al limite, ormai per la seconda volta, nell’attuale secolo, conoscerà la sua istanza risolutiva nei prossimi decenni quando si presenterà la terza prova: la quale è virtualmente cominciata e pesa ormai su ciascun essere, come segreta angoscia, come segreta paura, come senso d’inutilità e senso di impotenza. L’ora presente è grave: non è una espressione retorica questa. Chi conosce come realmente stiano le cose, sa che quei pochi che hanno una qualunque responsabilità interiore, non dovrebbero ormai perdere più un minuto di tempo, non dovrebbero rimandare di un attimo la loro decisione per quei superamenti che in segreto essi veramente conoscono di quale natura debbano essere. Compiti del genere non possono più essere rimandati. Occorre nella calma decisione realizzare quella stessa forza che è stato possibile evocare in taluni momenti decisivi, quando, per lo schianto di ogni resistenza umana, sembrava che dovessero venir meno le basi della vita.

Si è alla vigilia di eventi che possono essere gravemente distruttivi per l’uomo o preludere a una rinascita nel segno dello spirito».

Mi sembra che quelle di Massimo Scaligero siano parole estreme, che descrivono, senza infingimenti di sorta, una situazione estrema, ed indichi altresì un compito eroico e, appunto, estremo. Un testo come Iniziazione e Tradizione venne da lui scritto, come abbiamo detto più sopra, e secondo la testimonianza che me ne dette il cugino Amleto Scabelloni, nel 1956: dunque solo tre anni dopo la scomparsa di Giovanni Colazza, e meno di otto anni dopo quella di Marie Steiner. Dunque in un epoca che a noi potrebbe apparire, oggi, quasi come un sogno pervaso di luce, ed un’epoca addirittura “invidiabile” se paragonata alla presente da noi vissuta. Il suo lucido sguardo di Iniziato vedeva già allora chiaramente la situazione spirituale del tempo – era già ampia e irreversibile degenerazione della Società Antroposofica – e quella futura. Di fronte al dissolvimento delle comunità spirituali in generale, e alla sempre più convulsa e dilagante degradazione della civiltà, Massimo Scaligero, il quale – stando a quanto mi comunicò Amleto Scabelloni, riferendomi il contenuto di un colloquio tra lui e suo cugino, avvenuto proprio in quell’anno – pur essendo egli contrario a scrivere di Scienza dello Spirito, decise di scrivere questa sua prima opera, Iniziazione e Tradizione, e poi di seguito l’Avvento dell’Uomo Interiore e il Trattato del Pensiero Vivente, ma lo fece solo su esplicita richiesta del Mondo Spirituale: questo in conseguenza della drammaticità dei tempi di allora e di quelli futuri. 

Amleto Scabelloni mi riferì di quel colloquio, avendogli io posto delle domande sulla decisione di scrivere, rievocando quanto Massimo Scaligero stesso mi aveva detto in alcuni incontri, da me avuti con lui.  In uno di quei colloqui, Massimo Scaligero definì questa “necessità” di scrivere, come il «sacrificio della parola», la «compromissione della propria Via per la Via degli altri»: sacrificio che io trovavo nobilmente bodhisattvico in senso mahayanico e manicheo. So, per certo, quanto un tale sacrificio gli costasse: sacrificio che lo portava a donare molto del suo tempo e delle sue forze per incontrare tutti coloro che avevano bisogno di orientamento interiore. 

Oggi a trentotto anni dalla sua dipartita, la situazione pericolosa è, a mio modesto parere, moltissimo peggiorata, per non dire che è addirittura parossisticamente compromessa. Per usare un’immagine calzante – metaforica solo sino ad un certo punto – si può dire che l’essere umano, oggi, stia seduto spensieratamente nella bocca del drago. È stato ribadito più volte su questo blog che, in realtà, come esseri umani siamo esattamente dove dobbiamo essere; che siamo esattamente dove, da millenni, era previsto che fossimo e dove sarebbe stato necessario essere. Il problema per l’uomo attuale è che una tale condizione di estremo pericolo egli l’affronta con uno stato di coscienza del tutto inadeguato. Appunto, spensieratamente, superficialmente, con una fatua e colpevole noncuranza. Mentre si preoccupa, facendone delle vere e proprie tragedie, per inezie assolutamente insignificanti. Viene alla mente quel che il premier inglese Winston Churchill – da me non esattamente stimato – diceva degli italiani, e cioè ch’egli si stupiva come gl’italiani «andassero alla guerra come fosse una partita di calcio, e ad una partita di calcio come se andassero alla guerra». Pur nella malevolenza che il politico britannico mostrava di nutrire per il nostro paese, vi è del vero in quel ch’egli beffardamente affermava. Ma la sua affermazione è estendibile a molti campi della vita, e non solo italiana: esteriore ed interiore.

Massimo Scaligero, per esempio, più volte mise in evidenza come i discepoli della Scienza dello Spirito, che si lamentavano della difficoltà della Via, del fatto di non avere, a loro dire, sufficienti forze di volontà, in realtà di forze ne avevano sin troppe: forze che abbondavano nelle forme dell’ego. Ma questa soverchia abbondanza di forze non era – così diceva – consacrata  e messa al servizio dello Spirito, bensì consumata e sciupata per esteriori finalità assolutamente effimere. Infatti molte volte fece osservare, con quanta tenacia molti “discepoli” perseguissero l’appagamento delle proprie effimere brame, e quanta sagacia e intelligenza mobilitassero per la soddisfazione delle medesime. Metteva in evidenza come molti fossero capaci, per esempio, di alzarsi alle 3.00, o alle 4.00 del mattino, per partire ad ore antelucane in vacanza verso luoghi lontani, ma che non erano capaci di lasciare il letto mezzora o un quarto d’ora prima per  iniziare la giornata con una concentrazione. Faceva notare come tanti “discepoli” della Scienza dello Spirito avessero tempo in abbondanza per mangiare, bere, lavorare, divertirsi, occuparsi e preoccuparsi di innumerevoli beghe, e così via, e come donassero alla pratica interiore e allo studio rituale dei testi della Sapienza sacra solo rimasugli del loro tempo. È assurdo far trascorrere 23 ore e 50 minuti nella dispersione esteriore, e poi pretendere di attuare, in soli 10 minuti, la Concentrazione interiore.

In effetti l’anima dell’uomo attuale è avida di inerzia, ha una voluttuosa brama di comodità, e questo fatto la fa permanere in uno stato di assonnato stordimento, di illudente ebrezza, che gli fa provare avversione per ciò che vorrebbe spingerla a sottrarsi a tale spenta e vilissima condizione. L’illusione di molti è che una cotale condizione sia sì indegna e vilissima, ma che in fondo essa non comporti di per sé alcun pericolo, mentre viene vista come scomoda e faticosa la Via che mena alla realizzazione spirituale. Per cui si cerca di farla al risparmio. Non certo con scomodo estremismo. In realtà, non può esistere una illusione più clamorosa, e più pericolosa, di questa.

Un tempo l’essere umano poteva scegliere se vivere immerso nel sonno della Tradizione, lasciandosi guidare dall’esterno da coloro che spiritualmente sceglievano per lui, oppure intraprendere il difficile e duro cammino della liberazione. Nelle antiche civiltà – e ciò risulta sempre più vero quanto più indietro si risalga nel tempo – l’essere umano non ancora del tutto autocosciente, in quanto ancora non del tutto recluso nella prigione somatica, ma possessore di residui di una primordiale chiaroveggenza, viveva in un mondo largamente a misura dell’Uomo spirituale, dell’Uomo interiore. Rudolf Steiner, infatti, così scrive nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori?, Editrice Antroposofica, Milano, 1971, pp. 17-20 :

«Le vie che rendono l’uomo maturo ad accogliere un segreto sono ben determinate. La loro direzione è tracciata con lettere indelebili ed eterne nei mondi dello spirito nei quali gli iniziati custodiscono gli arcani superiori. Nei tempi antichi anteriori alla nostra «storia» i templi dello spirito erano anche esteriormente visibili; oggi, quando la nostra vita è diventata così vuota di spiritualità, essi non esistono nel mondo che è visibile all’occhio esteriore. Ma spiritualmente esistono dappertutto, e chiunque cerchi può trovarli. […]

Di una cosa conviene rendersi ben conto: che un uomo, completamente immerso nella civiltà tutta esteriore della nostra epoca, incontra gravi difficoltà per giungere alla conoscenza dei mondi superiori. Vi riesce soltanto, se lavora energicamente su di sé. Ai tempi in cui le condizioni della vita materiale erano semplici, era anche più facile conseguire un’elevazione spirituale. Ciò che meritava venerazione, ciò che era da considerarsi come sacro, emergeva maggiormente sulle condizioni ordinarie del mondo circostante. In epoca di critica gli ideali si abbassano. Altri sentimenti subentrano alla venerazione, al rispetto, alla devozione e all’ammirazione».

A riprova di queste parole del Maestro dei Nuovi Tempi, purtroppo – e fa sanguinare l’anima il dirlo – basta andare a vedere sino a quale infimo, e infame, livello è sceso il comportamento di non pochi “seguaci” della Scienza dello Spirito, i quali non si fanno alcun scrupolo di criticare – con argomentazioni false e perfide, e in taluni casi con espressioni che più imbecilli non potrebbero essere – Massimo Scaligero, Marie Steiner e lo stesso Rudolf Steiner. E questo avviene sia nell’ambito della cosiddetta Antroposofia “ufficiale” (ovvero all’interno della Società Antroposofica in Italia e all’estero), sia all’interno di quelle cerchie che il mio ottimo amico C., animoso asceta d’altra dottrina, e grande ammiratore del nostro Maestro, scherzosamente chiama “scaligeropolitane”. E la cosa tanto più sconcerta vedendo a quali livelli letteralmente osceni, su certi social network, taluni di questi “seguaci” siano capaci di scendere, con un linguaggio da lupanare. Ma ancor più stupisce e sconcerta vedere come nessuno dei frequentatori di quelle pagine virtuali, per viltà e opportunismo, per conformismo, si ribelli di fronte a simili sacrileghe blasfemie. Molti, anzi, non pochi si compiacciono, ammirati, di fronte a tali espressioni – che di per sé sono sintomi patologici di anime sporche e deformi – come di manifestazioni di particolare spregiudicatezza, o minimizzano la cosa come se si trattasse di innocenti birichinate, di una sorta di divertente “goliardia esoterica”, mentre invece sono atti laceranti che castrano letteralmente l’anima, e rendono inutile o dannoso un eventuale operare occulto. Certo che, se questo è il livello dei suddetti “seguaci” della Scienza dello Spirito, non vi è affatto bisogno dell’opera demolitrice degli avversari esterni: a distruggere la Comunità Solare può essere anche più che sufficiente la sola opera dei nemici interni. Sed de hoc satis!   

Il cammino spirituale che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero indicano, un tempo veniva considerato adatto a pochissimi, e le ardue prove alle quali veniva sottoposto l’iniziando operavano una severa selezione. Ma oggi, in un’epoca in cui si sono dissolte le società tradizionali, e nella quale la demonia economica e materialistica ha ormai devastato Oriente e Occidente, senza nulla risparmiare, tutti gli esseri umani sono chiamati ad affrontare l’impresa spirituale. Oggi, ogni essere umano dovrebbe essere un praticante interiore: l’alternativa a un tale impegno sono l’alienazione crescente, le nevrosi sempre più dilaganti, l’istupidimento televisivo e telematico, il non senso della vita, l’angoscia di un’esistenza in-autentica e in-significante, e sempre più spesso la follia. Sempre più sarà così, come si può scorgere da molti segni.        

Nella sapienza indiana arcaica, vi è un testo, la Katha-Upanishad, 1.3.14, che ammonisce il cercatore della Via di liberazione, con queste parole:

«Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Difficile è il passo sul filo tagliente di un rasoio: così i saggi dicono che ardua è la via della salvezza».

E Massimo Scaligero antepone alcune parole al suo scritto Iniziazione e Tradizione, parole che indicano chiaramente il Sentiero da seguire e la mèta da perseguire. Ne trascrivo solo la frase iniziale:

«Queste pagine intendono offrire un orientamento meditativo a coloro che, oltre ogni preferenza dottrinaria o passione o attaccamento – in un momento della storia dell’uomo la cui gravità non consente indugi in rimedi illusori – sentono la Iniziazione come esigenza assoluta».

Potremmo dire, con gli Antichi: Extrema Thule ultima salus! Situazioni estreme esigono, appunto, estremi rimedi. Nell’attuale situazione di estremo pericolo, che per la Comunità Solare – per le inadeguatezze, le diserzioni e i tradimenti che si sono verificati – è stata come una vera e propria Caporetto, ossia una colpevole disfatta, anche se non totale, è necessario essere molto risoluti e trarre dalla lucida disperazione forze di coraggio, di interiore disciplina, ed energia instancabile. In altre parole, per usare una immagine analoga a quella appena riportata, occorre formare una sorta di linea del Piave, che per nulla al mondo deve cedere e che, costi quel che costi, deve resistere all’impatto dissolvente delle forze distruttive. A costo di ripetermi, voglio ribadire, nel caso qualcuno dubitasse dell’estrema pericolosità dell’attuale condizione umana, quanto scrisse il Maestro dei Nuovi Tempi nell’ultimo capitolo delle sue Massime Antroposofiche, ove parla del fatto che la salvezza e la realizzazione dell’uomo come mèta delle Gerarchie non è affatto cosa scontata e che vi è la possibilità concreta che l’umanità si sfracelli nell’abisso del subumano. Durante l’ultimo colloquio che Giovanni Colazza e Rudolf Steiner ebbero a Dornach, prima della morte di quest’ultimo, dopo aver dichiarato, come abbiamo riportato più sopra che : «L’esperimento “uomo” potrebbe anche fallire», volle aggiungere che se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, essa sarebbe rinata in Italia in una forma nuova, giovanile, non cristallizzata in istituzioni burocratiche. E questa fu l’opera di Massimo Scaligero. Questo è altresì il compito ch’egli ci ha trasmesso. Ciò spiega gli attacchi che vengono rivolti, per far fallire quest’opera, anche e soprattutto all’interno della cerchia “scaligeropolitana”. Attacchi di ogni tipo: dalla volgare derisione nei confronti dei Maestri, fuori e dentro la “cittadella”, alla riduzione della Scienza dello Spirito ad una logorante dialettica, intellettualistica, ad una stucchevole mistica sentimentalità moraleggiante, insino alla alterazione e falsificazione degli scritti di Massimo Scaligero, al noto “trasbordo ideologico inavvertito”.  

In questa situazione oramai di permanente emergenza e di estrema pericolosità, non è affatto fatale che l’essere umano realizzi Autocoscienza, Libertà e Amore. Ciò è detto a chiare lettere alle pp. 155-156 de L’Uomo Interiore:

«In certi ambienti esoteristici si crede che a un dato mo­mento, per impulso evolutivo, dovrebbe scattare da sé la molla della libertà, per cui l’uomo riascenderebbe fatalmente le sfere dello Spirito: ma certamente come un automa, il cui volere non si è liberato dalla natura. Ciò è ingenuo, come ogni concezione che veda fatale una evoluzione, o una salvez­za dell’uomo. Occorre accostarsi all’essenza del pensiero co­me al mistero della libertà, perché questa cominci a sorgere come concreta forza: con il senso dell’assolutezza della sua fun­zione, si può procedere verso il punto in cui la libertà erom­pe nell’anima come potere creatore. O l’Io che sorge, o nulla, o il centro di ciò che si è, o un decadere che si continua a chiamare  esistenza: tale l’alternativa.

L’umano può essere superato ma a condizione che sia l’uo­mo a volerlo. Oggi taluni pochissimi avrebbero il compito di iniziare una simile esperienza. A costoro, ove le facoltà siano deste, possono presentarsi le prove decisive dell’esistere ed es­si possono ad ogni momento ricordare che queste non sono nulla in sé valido, ma solo segni indicatori del limite che si pone all’Io per destare la sua forza, non per essere patito co­me tale. È chiamata in atto l’essenza onde si è eterni, per la quale non vi è difficoltà che non possa essere guardata come ciò che va superato e che perciò già comincia a perdere il suo potere. Questo potere torna all’Io.

Non v’è ostacolo, non v’è potere avverso né in Ciclo né in Terra, che possa essere veduto come limite reale e perciò possa fermare la volontà di colui che conosce la meditazione e il suo compimento. Dinanzi alla coscienza vuota, cambia il vol­to del mondo: una simile promessa è attuale per chi coltiva la reale tecnica della libertà. Si tratta di far entrare in azione una forza, che diviene vittoriosa, in quanto la si chiama ad agire, dal centro di sé; e che non può funzionare se in sua vece si crede di poter ricorrere ad ogni appoggio, ad ogni abitudine, ad ogni consolazione, offerti dall’antica natura. L’uma­no può essere superato, ma soltanto dall’uomo che senta co­me intimo principio la propria origine superumana.

Generalmente però oggi si pensa e si agisce come se la si­tuazione  problematica  debba  evolvere  per  propria  forza:   gli stessi cercatori dello Spirituale si comportano come se una spin­ta superiore, a un dato momento, debba far funzionare il centro dell’essere individuale e portare l’uomo al superamento di sé: che sarebbe il fallimento dell’impresa, perché funzionerebbe co­me Spirituale qualcosa che esclude la reale attività dello Spi­rito, sostituendosi al principio individuale, che è lo Spirito in atto nella coscienza. Questa rinuncia dell’Io a risorgere e il ri­durre  esso  la  propria  funzione  a  una  risposta  alla  necessità naturale,  spiegano  la  condizione  attuale  dell’umanità.   L’espe­rienza esteriore manca di controparte spirituale, non compor­ta sensibilità per la libertà, né per la conoscenza, neppure quin­di per il superamento».

Proseguendo, Massimo Scaligero indica nella paura il vero limite che paralizza la ricerca interiore del discepolo dello Spirito:

«Chi volesse identificare la condizione interna che distoglie dal sentiero della libertà, troverebbe la paura:  la forza subcon­scia che trattiene entro i limiti voluti dalla natura. Ma è dif­ficile afferrare il senso di ciò, quando si pensa, si agisce,  si organizza la vita e si cerca lo Spirituale mossi appunto da que­sta paura, e quando in funzione di essa si crede di ravvisare nella via della libertà o un’eresia o una via individualistica o una via exoterica. In tal senso, chi segua la Scienza dello Spi­rito  fondata  dal Maestro dei  nuovi  tempi, ha dinanzi  a sé molte prove dalle direzioni più varie di un mondo che è sol­tanto «passato», necessità, abitudine, meccanicismo, esteriorismo. dogmatismo, falso rinnovamento: ossia paura. Paura del­la libertà: che perciò si manifesta nella forma più sottile in coloro che, presumendo  seguire assocìativamente la via dello Spirito, ne sostanzializzano e  materializzano le forme,  giun­gendo  a  codificazioni  dogmatiche  e  ad  espressioni accademiche, in cui ben poco scorre della conoscenza liberatrice a cui fanno  appello:   onde,  malgrado  la  regolarità  della  terminolo­gia e la ortodossia esteriore, veramente l’opera viene separata da Colui che l’ha data».

Questo, naturalmente, vale – è proprio il caso di dirlo – oltre che per l’opera di Rudolf Steiner, anche e soprattutto nei confronti dell’opera di Massimo Scaligero, il quale così prosegue alle pp. 174-175:

«Se la liberazione e la resurrezione fossero qualcosa di pre­visto, di fatale, esterno alla sua decisione, la libertà non avreb­be senso. Ma gli uomini, oggi, presi da una visione meccanica dell’Universo, la traspongono anche al piano metafisico e inconsciamente sognano una salvazione che comunque, da qual­che direzione, per una sorta di automatismo trascendentale, dovrebbe venire: anche i più provveduti attendono una solu­zione che venga da fuori. Se così fosse, la liberazione non avrebbe valore, che, nascendo da una gratuita provvidenza, non avrebbe relazione con lo Spirito. Non v’è, infatti, salva­zione o reintegrazione che non debba iniziarsi con la decisione dell’uomo, perché solo a tale decisione può rispondere la Grazia. Occorre all’attuale situazione del mondo l’intervento di esseri liberi, che, conoscendo il valore della sfera sensi­bile, sappiano suscitare in sé una volontà capace di giungere ai confini di tale sfera: là donde unicamente può giungere la forza rettificatrice. A ciò la tecnica del «pensiero libero dai sensi» è la via.

Ogni altra via, come si è visto, non è che brama persi­stente del mondo, segreto attaccamento a ciò che i sensi dan­no in forma di parvenze. Tale brama, tale attaccamento sono quelli che oggi assumono persino la veste mentita di una ricerca spirituale. La confusione al riguardo è tale che persino i cercatori dello Spirito possono venir ingannati. Anche per questo, rispetto ai compiti posti dalla «via» attuale verso il Sovrasensibile, si deve dire che già l’umanità contemporanea è in ritardo. La libertà si lega alle contingenze dell’esistere quo­tidiano: va sfuggendo all’uomo».

Più volte ho riferito quel che come una indicazione operativa Massimo disse a noi giovani, che venivamo a Roma dalla mia città, circa lo stato interiore che era necessario che coltivassimo, al fine di percorrere la Via sino alla mèta: 

«Voi dovete essere instancabili e disperati! Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Questo è l’estremismo al quale, per la gravità e l’urgenza dei tempi, ci sollecitò Massimo Scaligero. Di esso egli ci parlò sino a poche ore prima che ci lasciasse, quella sera del 25 gennaio 1980, prima del Rito meditativo che alcuni di noi compivamo con lui l’ultimo venerdì di ogni mese. Più volte, negli incontri che avevamo con lui, egli ci chiese di essere fedeli a oltranza alla Via del Pensiero, di praticare, senza temere di essere unilaterali, o di esagerare, o di essere faziosi – haec sua ipsissima sunt verba – la Concentrazione. Ci chiese anzi proprio di “esagerare” con essa, di insistere con essa aumentando progressivamente il numero delle concentrazioni e la loro durata.

L’impegno interiore a livello spirituale di ogni autentico praticante non può che essere crescente, perché  – come scrive Massimo Scaligero ne L’Uomo Interiore – «nello Spirito si è, non si sta». Ovvero come dice l’antichissima sapienza latina: «Non progredi est regredi », ovvero: chi non avanza, regredisce o indietreggia. Come sa chi nuotando voglia risalire l’impetuosa corrente di un fiume.

L’eccezionale impegno interiore richiesto dall’attuale situazione estrema dell’uomo e della civiltà esige – imperiosamente esige – questo “estremismo interiore”, un impegnarsi generosamente nella lotta spirituale, un incalzare la natura inferiore, un non evitare bensì un affrontare decisamente i limiti che fermano la pavidità e la labilità umana: un essere – come mi disse una Donna di elevato sentire – «sempre all’attacco; degli arditi sempre all’offensiva». Questo “estremismo interiore”, al quale ci sollecita Massimo Scaligero, è sacro, e richiede la più alta tensione della volontà consacrata, come è detto alle pp. 137-138:

«Non è sufficiente avere la forza, occorre saperla dedicare. La forza va consacrata, perché sempre risorga come vera forza: soltanto ciò mantiene la comunione vivente con l’Iniziatore dei liberi ed evita il pericolo che l’insegnamento divenga accademia, retorica presuntuosa. Evita che vada perduto ciò che è stato donato: pericolo che, purtroppo, non risulta sia stato evitato». 

Ci si può chiedere quale debba essere lo stato interiore dell’anima di colui che con coraggio, tenacia, e disperazione si consacri al lucido e severo estremismo di questa impresa eroica. Troviamo la risposta in quanto scrive Massimo Scaligero, a p. 142: 

«La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è par­lato, dovrebbero diventare motivo della esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere l’ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere pos­sibile oltre la prova quotidiana, la difficoltà, l’ostacolo. Non v’è ostacolo che così non possa essere superato: occorre vole­re sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesi­ma idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stes­si, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».

Ho già avuto occasione di riportare quel che rispose Rudolf Steiner a chi gli chiese che cosa spingesse un discepolo della Scienza dello Spirito a consacrarsi alla pratica interiore della Concentrazione: «Un urlo interiore», rispose il Maestro dei Nuovi Tempi.

Che le “anime urlanti” di coloro che “sono stati morsi dal drago”, si consacrino, dunque, con energia crescente ed estremismo interiore,  alla risoluta pratica della Concentrazione, alla realizzazione della Via del Pensiero.  

TRASCENDENZA CHIMICA (di F. Giovi)

Unknown
(Aldous Huxley)
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Vale forse la pena d’occuparsi di un tema, per conto suo assai vasto e complesso, che risulta però del tutto estraneo alla vera coscienza religiosa e cosí pure alla coscienza di chi abbia sviluppato una fondamentale comprensione per l’essenziale dell’esoterismo antico o moderno? La risposta immediata potrebbe, giustificatamente, consistere in una negazione ben chiara. Eppure molte sono le sollecitazioni, invisibili per la stessa autocoscienza, che spingono alcuni a giustificare, con la ragionevolezza di “pecore matte”, i sentieri della psiche piú bizzarri e devianti. Ma, in fondo, niente è mai del tutto ovvio e scontato.
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Infatti l’uso di sostanze speciali accompagna l’uomo in tutta la sua storia. Lo stesso concetto scientifico di droga non possiede per forza un carattere peculiarmente negativo, essendo, in via naturale, definibile come la parte di un organismo dotata di principi attivi che determinano un’azione farmacologica. Mate, caffè, tabacco, guaranà e cacao sono droghe, e ben prima di divenire alimenti d’uso quotidiano furono usate da antichi mistici ed asceti.
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Nei Misteri eleusini all’iniziando veniva somministrata una bevanda segreta chiamata kykeon, nei sutra sullo yoga, Patanjali riferisce che i siddhi (poteri) possono derivare da elisir assunti nelle dimore degli Asura. Nell’età di mezzo d’Occidente vige l’uso, comunque assai parco e definito con chiarezza come pericoloso, delle cosiddette acque corrosive e degli elettuari.
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In un senso assai generale con questi termini si allude a mezzi tossicologici che provocavano un brusco e rapido arresto di alcune importanti funzioni vitali naturali con conseguenze simili all’asfissia o all’arresto cardiaco. In individui addestrati esotericamente ciò permetteva (con considerevoli rischi) l’esperienza reale di una morte limitata, con il trapasso temporaneo delle forze di coscienza “stanti e non cadenti”, l’oro dei saggi, nei mondi soprasensibili. Stiamo accennando, in termini attuali, ad una parte del corpo eterico e del corpo astrale sufficientemente rafforzata e indipendente per non disgregarsi, insieme alla coscienza, nella crisi indotta. Non è difficile comprendere che simili strade non erano “facili scorciatoie”, ma esigevano molti anni di lavoro, coraggio, abnega­zione e la consapevolezza che il rito comportava la possibilità di perdere la vita. Questa è l’unica versione corretta circa l’uso iniziatico di sostanze tossiche.
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Sarebbe fuori luogo valutare tali vie con l’umido moralismo contemporaneo, e va anche sottolineato che quanto indicato a grandi linee avveniva, sino al XVIII secolo, in seno ad “organismi tradizionali”, cioè in piccole comunità detentrici di conoscenze iniziatiche, tramandate e sperimentate, perciò competenti nel rapporto con quei domíni supersensibili ai quali veniva avviato, dopo molte prove, il discepolo.
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Poi il rapporto tra uomo e mondi e l’uomo stesso cambia celermente. Alcune sostanze, che del resto non avevano mai fatto parte della panoplia esoterica, entrano nel mondo profano per corrompere corpi e anime in cambio di crepuscolari frammenti di coscienza alterata.
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I demoni della decadenza incitano l’allestimento di sguaiate caricature della “morte iniziatica” nelle fumerie d’oppio, in cui l’uomo scivola verso abissi di sonno mortifero disturbato da allucinazioni estatiche o repellenti, mentre negli angoli di caffè mal illuminati dalle fiammelle del gas la visione poetica si rifrange nei velenosi riflessi verdastri dell’assenzio.
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L’elemento puro dell’anima segue ora una direzione opposta: siamo a metà del XIX secolo e Ramakrishna rifiuta di bere il vino rituale durante l’iniziazione al sādhanā tantrico, esprimendosi categoricamente sulle droghe: «il sadhu che usa tossici non è un vero sadhu».
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La seconda metà del XX secolo, luce di democrazia e di nuovi orrori, poggiante sullo sfacelo di due guerre mondiali, offre finalmente a tutte le classi sociali la fruibilità di un ampio mercato di droghe e di spiritualità spensierata.
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Negli anni ’60 il prof. Timothy Leary, attivo ricercatore dell’università di Harward, in seguito ad esperimenti effettuati su sé e sui suoi studenti con l’assunzione di acido lisergico (sintetizzato negli anni ’20 dal chimico A. Hoffmann) e psylocibine, scopre sotto l’effetto della droga l’esistenza di un mondo piú vasto ed intenso: promossa dal suo furore missionario inizia l’epoca delle droghe psichedeliche o della mente denudata. La figura di guru messianico di Leary ben presto si scontra con l’apparato repressivo statunitense. Da una parte l’araldo dell’LSD patirà il carcere, dall’altra godrà del sostegno di intellettuali di rango come Margaret Mead, Jack Kerouac ed i coniugi Huxley. La sua fama di liberatore o corruttore sarà vastissima nel (cosí avido ed ingenuo!) mondo occidentale.
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Ma piú avvincente e raffinato è l’itinerario culturale del ro­manziere e saggista Aldoux Huxley. 
Nato da un robusto ceppo di scienziati e naturalisti fortemen­te inclini al materialismo, Huxley, fuori dal coro, si rivela uma­nista attratto dai fenomeni sociali, biografici e da una sottile ri­cerca mistico-religiosa. Intellettuale acutissimo, sempre distan­te dai ranghi dei luoghi comuni, saprà donare ai suoi tanti lettori idee originali e in controtendenza.
Ad evitare lungaggini portiamo tre soli esempi:
1944: The Perennial Philosophy. In questo saggio il Nostro in­dividua un filo aureo di conoscenza spirituale, dietro e sopra la varietà dei diversi insegnamenti religiosi, non subordinata dai tempi e dagli uomini.
1949: After Many a Summer. In forma di romanzo traccia con ironia i caratteri della smania per la longevità illimitata (ora ri­proposta da un esercito di imbroglioni che si definiscono scien­ziati) e vede con chiarezza come il prolungamento innaturale della vita fisica possa provocare nell’uomo una oscena evolu­zione a novello primate.
1954: Doors of Perception.
1956: Heaven and Hell. In questi due volumi, famosi per le accurate descrizioni delle esperienze provocate dalle droghe, l’Autore intuisce che il cervello non è quel super organo di cui si mitizzano ancora gli inesplorati poteri, ma una griglia riducente la capacità percettiva umana. Purtroppo gli scivoloni sotto l’uscio del sensibile segnano indelebilmente l’intelletto, bramoso d’espansione, ma per sua natura ostile alla trascendenza.
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Le esperienze di “coscienza alterata” che per un professore semi-cieco sembrano grandiose, per l’occultista si rivelano solo banali. Il portacenere che assume la potenza dell’assoluto, i colori che risuonano, i suoni che si colorano interspaziati tra abissali ritmi di tempo e tutta questa paccottiglia di confusioni ipersensorie che si modella in una essenza cosmica, dai tempi del Buddha o di Plotino sarebbe stata (e lo è tuttora) soltanto, per chi prega o medita, un onere aggiunto di iattura e disagio.
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Huxley, incapace di religiosità, giunge ad affermare che «inghiottire una pillola contribuisce ad una esperienza religiosa genuina, poiché [tutte le discipline tradizionali] sono come le droghe psichedeliche: potenti espedienti per mutare la composizione chimica del corpo e del sistema nervoso. La conseguenza è un cambiamento della coscienza». Il Nostro tace il fatto documentato che “gli alterati stati di coscienza” vengono anche prodotti da iperventilazione, ipoglicemia, stroboscopia, demenza da neurosifilide, schizofrenia ecc. Vero è che, dopo l’assunzione dell’agente tossico, il corpo ed il sistema nervoso vengono dominati e usati, e che la coscienza ordinaria, in totale impotenza, ne patisce gli effetti.
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In definitiva Huxley – ed insieme a lui i rampanti neurologi contemporanei – dimentica o non vuole sapere che in qualsiasi atto interiore vige la centralità di un soggetto, di un io autocosciente e volitivo che causa i processi messi in moto per sua decisione, quali essi siano, modificando verso l’esterno le proprie mediazioni, dalla coscienza di sé sino alla corporeità piú grossolana.
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Gli intellettuali limitati dal proprio intelletto e gli eruditi prigionieri dell’erudizione non saranno mai esoteristi o affiliati ad una catena iniziatica o ispirati religiosamente, e sempre riuscirà loro incomprensibile l’esistenza di una fondamentale eterogeneità tra sostanze sintetiche e sostanze naturali. Non osserveranno, come fece G. Meyrink, l’estrema diversità d’effetti indotti dall’hashish procuratogli da affiliati a gruppi esoterici egiziani, rispetto alla medesima sostanza acquisibile presso l’ordinario mercato nero. Né potranno in alcun modo ipotizzare che il significato dei boccioli tossici, nelle culture sciamaniche, possa consistere nel segmento di un sistema organizzato in cui viene raggiunta una connessione con l’Ente soprasensibile del quale i cactus sono espressione sensibile e che decide, secondo un extraumano metro di simpatia o antipatia, chi aiutare saggiamente su certi piani del mondo eterico e chi rigettare come cibo guasto. Ancora oggi in queste enclavi i tossici vengono usati ritualmente, non per sbracarsi in abnormi diletti, ma per allentare il corpo eterico dalla morsa del corpo fisico. Come si scriveva all’inizio, tutto ciò rimanda ad una valutazione critica ed etica assai complessa e delicata.
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In modo nettissimo le grandi correnti della Scienza Sacra (raja yoga, vedanta, buddismo Zen, mistica cristiana ecc.) e la moderna Scienza dello Spirito procedono in una direzione perfettamente opposta. Nel nostro antico occidente già Aristotele esprimeva in chiari concetti come tutto quello che sia altro da se stessi è una privazione e non un arricchimento. Il bisogno per le forze della coscienza di essere supportate da altro, dall’heteron, è impurità per l’Essere.
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In particolare la Scienza dello Spirito principia con l’afferrare il processo conoscitivo umano. Perché, ad essere seriamente logici, nessuno a questo mondo ha il diritto di dire: «Io so questo o quello» senza sapere come avviene in lui il processo del conoscere.
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Invero tale necessità fondamentale (di “conoscere il conoscere”) viene presentita ed invocata, come ad esempio fa Edgar Morin, che la definisce “il principio educativo permanente”. Definisce, ma non sa cosa sia, e subentra il sospetto che non sappia nemmeno quel che dice quando si leggono a seguire frasi come questa: «La mente è un’emergenza del cervello suscitata dalla cultura» (da: I sette saperi necessari all’educazione del futuro). La spiritosa pedagogia cognitiva del Terzo Millennio!
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La Scienza dello Spirito, con desta lucidità matematica, individua nel percepire (non nel percepito!) e nel pensare (non nel pensato!) gli elementi originari dell’atto conoscitivo, e offre i mezzi per sperimentarli in sé, ossia puri da qualsiasi mediazione. Va da sé che un tale sperimentare diviene un punto d’arrivo esigente una grande capacità d’azione interiore e non una condizione di partenza: proprio su questa non ovvia differenza molti ricercatori, con la scusa di studiare all’infinito l’ánthrōpos, volgono le spalle a Sophía.
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Eppure, è proprio questo sperimentare ad essere un valore assoluto, poiché si realizza dove pensare e percepire sono attivi ad un livello precedente l’esperienza corporea e sensibile. Questo è il livello in cui il pensare, obiettivato in forma di viventi immagini, svela il tessuto di forze producenti l’apparire. Alla radice del conoscere si sperimenta l’impensata radice della realtà.

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Franco Giovi

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2005/lug05/

L’ARCHETIPO-MARZO 2018

Anno XXIII n. 3

Marzo 2018

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GIORDANO BRUNO, IL GUERRIERO DELL’IO (di F. Giovi)

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Dalla sua morte sul rogo, a Roma, in Campo dei Fiori, l’altera figura di Giordano Bruno, che in nome della libertà respinge con il sacrificio supremo ogni compromissione, ha generato nei secoli – quasi che le fiamme del suo supplizio e impregnate dalla sua essenza si fossero riaccese di continuo nei petti umani – l’ideale riferimento per i singoli o i gruppi di pensatori che in ogni tempo successivo hanno tentato di dare al mondo idee nuove, perciò indipendenti dalla oppressione dei precedenti modelli: quelli che immancabilmente divengono poi i tiranni della società che ad essi deve conformarsi.

Ancora oggi chi ha sentito il nome di Bruno lo associa ad un individuo che seppe resistere a testa alta davanti all’ottusa potenza del potere costituito, sia esso secolare, ideale o religioso. Quasi nessuno conosce la sua opera e sa di quanto possiamo essergli debitori quando prendiamo consapevolezza dell’ultimo nato in casa nostra: l’Io. È difficile rendersi conto del contributo di Giordano Bruno nello sviluppo dell’autocoscienza. Del resto è incredibile la cecità degli uomini verso quello che credono di possedere come un semplice dato di fatto: sono malauguratamente troppi coloro i quali, nei confronti della coscienza desta e pensante, hanno la medesima impressione di chi, vedendo un vaso di pregiata fattura, pensasse ad esso come un capriccioso e casuale prodotto di forze naturali. Del resto la banalità che oggigiorno si stima essere in ogni cosa è il prodotto del pensiero banale, ossia del pensiero monco: il pensiero che collassa prima di pensare a fondo le cose e con ciò superando la parvenza di esse.

Ma torniamo a Bruno: il fatto importante della sua vita e della nostra evoluzione è stato lo spezzare i rigidi limiti della volta celeste, infranta la quale ciò che va concepito è l’infinità.

Oltre un secolo prima, già Nicolò Cusano aveva embrionalmente esposto questo terrificante concetto, ma a farlo valere con forza dirompente fu Bruno.

Secondo la concezione tolemaica (che spiritualmente vale ancora e che il sottoscritto ama con passione), il cosmo è formato da sette sfere planetarie e racchiuso dalle stelle fisse, dietro le quali va pensata la Divinità quale motore dell’universo.

In questa concezione il “cielo cristallino” chiude da fuori l’universo.

Il pensiero di spazio di Giordano Bruno si lanciò nella vertigine dell’Infinito-Illimitato. E ciò lo spinse a immaginare mondi molteplici, soli remotissimi, altri sistemi planetari.

Con la cosiddetta “rivoluzione copernicana” la Terra aveva già perduto la posizione centrale, fissa, intorno alla quale orbitava l’intero cosmo: Bruno radicalizzò la visione di Copernico estendendo anche al Sole un ruolo di stella tra altre innumerevoli stelle. Questa totale mancanza di centralità divenne, dai secoli seguenti ad oggi, un contenuto di coscienza.

Non si ha, di solito, contezza del substrato di smarrimento e terrore che si accompagnò a questa dissoluzione di limiti e certezze nell’abisso dell’infinità fisica.

I grandi come Copernico e Keplero furono rivoluzionari, ma per essi era ancora un presupposto indiscutibile il sistema planetario inteso come un’organica unità cosmica, un intero definito. Anzi, Keplero contestò“la fantasticheria sull’infinito” e confessò di provare un tenebroso brivido «al solo pensiero di trovarsi errante in uno smisurato Tutto al quale fossero contestati i confini».

In queste parole confessate dal poeta Arturo Onofri troviamo con chiarezza il sentimento di ogni uomo nei confronti della “perdita del centro”:

…Un tragico silenzio

ottunde la stanchezza che mi duole…

un mutismo irreale, antecedente

alla natività dei mondi,

scava abissi impossibili, i cui fondi

precipitosi, intimano alla mente

un nulla smisurato.

Nei tempi remoti, Terra e uomo, in quanto creazione e mèta degli Dei, furono in assoluto al centro dell’universo, mentre intorno ad essi, quale periferia, si intrecciavano le gesta delle potenze universali. Occorre davvero rievocare nel pensiero e nel sentimento l’antica visione del cosmo per immergersi in essa, averne sensazione. Solo cosí avremo un barlume di quello che abbiamo perduto e cosí potremo anche prendere consapevolezza di quello che abbiamo conquistato.

Il tradizionalismo si è volto all’antico ma, irrigidendosi in ciò, esso ha rifiutato senza condizioni l’arido e detestabile mondo moderno: questo atteggiamento può essere comprensibile ma zoppica nella logica: infatti, a penetrarlo troviamo che esso è soprattutto romanticismo elevato a potenza.

E pigrizia: poiché le anime si sdraiano nella confortante luce degli splendidi tesori delle compiute spiritualità, ma non osano avventurarsi nel mistero del presente, ove la concezione promossa dalle forze propulsive di cui Bruno fu veicolo ci ha guidato al desto sguardo sensibile che si specchia in un mondo privo di Dei, in un cosmo fisico infinito.

Il problema – per molte anime la tragedia – si potrebbe racchiudere in una “semplice” domanda: a cosa può servirci un mondo spoglio e arido, un infinito senza un centro di valore?

Il mondo senza Dei e senza Spiriti è il mondo che può essere visto e contemplato con sguardo sveglio, netto e obiettivo: è il mondo in cui l’uomo può porsi sul primo gradino della destità non condizionato dallo Spirito universale, perciò in piena libertà individuale. In tale mondo senza centro, senza sostegno, l’uomo può essere lui stesso il centro del cosmo, purché intuisca che a ciò è stato eletto: a reggersi su se stesso.

Magari rendendosi conto che gli spiritualismi e gli idealismi appartengono alle certezze del passato: ora divenute le comode grucce per chi non sa stare in piedi.

Tant’è che attraverso la concezione matematica dell’idea dell’infinito, divenuta un mezzo di sperimentazione spirituale, Giordano Bruno giunse alla dottrina delle monadi, le quali costituiscono l’uomo e ogni altro fenomeno: attraverso le monadi che stanno alla base di tutti gli esseri, il divino è attivo e presente all’interno di ogni evento e non supporta da fuori l’esistenza del cosmo, come nella concezione aristotelica: il Deus ex machina.

Secondo quanto scrive il Dottore nel suo libro L’evoluzione della filosofia dai presocratici ai postkantiani, la dottrina delle monadi di Giordano Bruno è il riflesso della lotta combattuta dall’Io per la sua esistenza nell’epoca moderna. Quello che traspare di questa lotta è esprimibile con questa frase: Io sono una monade e una monade è increata e imperitura.

È da questo punto realizzato che, come ancora Onofri ci rivela nei suoi versi, possiamo contemplare a nuovo le sfere celesti, la nuova conoscenza dell’universo:

O musica di limpidi pianeti

che nel sangue dell’Io sdemoniato

articoli i tuoi cosmici segreti:

nella tua chiarità, che ci riscatta

dalla tenebra morta del passato,

la densità ritorna rarefatta.

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Franco Giovi

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per gentile concessione de http://www.larchetipo.com/2014/set14/

L’EROISMO DELLA CONCENTRAZIONE E L’ASCETA

Massimo Scaligero

L’Ascesi del Pensiero – lo abbiamo detto e ripetuto sino a non avere più né fiato né parole – è una Via eroica. Lo è perché essa va in rotta di collisione con il millenario dominio che la natura inferiore, afferrata e mossa da deità avverse, esercita da millenni, in maniera incontrastata, sull’uomo. La Via del Pensiero va in rotta di collisione anche nei confronti di tutta una tradizione antica, orientale e occidentale, che all’uomo attuale, caduto definitivamente nella prigionia somatica, difficilmente oggi può essere d’un qualche aiuto.

Non che in testi sacri, come i Veda, le Upanishad, la Bhagavadgita, o nei testi del Buddhismo Theravada, o Mahayana, o Vajrayana, o nel Taoismo, non vi siano profonde verità di valore eterno, ma l’uomo attuale – ossia l’uomo cerebrale, intellettualizzato, e in definitiva “intelligentemente” animale – ne è tagliato fuori, e allo stato attuale delle cose non può granché giovarsene. La ragione di ciò la mette bene in evidenza, senza minimamente edulcorarla, Massimo Scaligero già nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, là dove dice:

«Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti. Onde se all’uomo venisse oggi comunicato il segreto dell’essere, gli sarebbe inutile, perché non saprebbe pensarlo: potrebbe pensarlo solo a condizione di ridurlo a quella riflessità, o astrattezza, al cui livello non è possibile si dia qualcosa dell’essere».

Difficilmente – per non dire che è affatto impossibile – l’uomo attuale, cosciente unicamente a livello del mentale astratto – unica dimensione nella quale può muovere liberamente, e illusoriamente, il suo pensiero morto – per fare solo qualche esempio, può penetrare testi, di mirabile bellezza e profondità, della tradizione hindù come la Brihadaranyakopanishad di Yajñavalkya, o il Drigdrishyaviveka del grandissimo Shankara, o della tradizione buddhista mahayana come il Prajñaparamitahridayasutra o Sutra del Cuore, o il Vajracheddikasutra, o Sutra del Tagliatore di Diamanti, che l’orientalista Raniero Gnoli (grande amico di Massimo Scaligero) traduce anche come La Fenditrice del Fulmine, perché il pensiero astratto, riflesso, non può penetrare minimamente realtà come il Brahman, dell’Induismo, o la Shunyata, ossia la Vacuità, del Buddhismo Mahayana.

L’uomo attuale, innamorato della tradizione orientale, non si rende affatto conto ch’egli pensa concetti metafisici come il Brahman, o la Vacuità, o il Tao, esattamente con lo stesso pensare riflesso, astratto e disanimato col quale egli pensa una sedia o una forchetta. Ei non muta certo di livello solo perché invece di pensare la prosaica ma utilissima forchetta, pensa invece eccelse realtà metafisiche. Ma l’uomo attuale, ingannato dall’infida natura alla quale è identificato, difficilmente si rende conto e si arrende ad una tale evidenza.

E lo stesso vale per la tradizione di sapienza del nostro Occidente. Giusto per fare solo qualche esempio, chi è che possa, oggi, fare l’esperienza del sovrasensibile Mondo delle Idee del quale parlava Platone, o di quella unione tra l’Intelletto possibile e l’Intelletto agente della quale parlava Aristotele, e che nel nostro Medioevo venne cantato con lirici accenti d’Amore da Guido Cavalcanti, da Dante Alighieri e da tutti i Fedeli d’Amore? Chi è che possa – ripeto: oggi – avere concreta esperienza interiore delle realtà che stanno dietro ai miti dell’antica tradizione misterica, o dei testi della tradizione ermetico-alchemica, o di quella rosicruciana?

Bando alle sentimentali, mistiche e poetiche illusioni, e guardiamo coraggiosamente in faccia la cruda realtà. La situazione conoscitiva dell’uomo attuale è tragica, e a nulla vale evitare di guardarla: non farebbe che peggiorare la sua situazione, sino a renderla irrecuperabile. Innumerevoli volte Massimo Scaligero ripete, nella sua aurea opera, come l’attuale pensare cerebrale sia ormai anemico, disanimato, astratto, riflesso, senza interiore realtà, e capace solo di cogliere ombre menzognere e non autentiche realtà. E meno che meno la realtà spirituale. In effetti, l’uomo, tramortito nella sua identificazione con la natura somatica è sì cosciente del pensato, ossia dell’oggetto del pensiero, ma è del tutto incosciente dell’atto stesso del pensare. Ossia egli è cosciente del mero effetto di una causa a lui perfettamente ignota. E questo – con buona pace della superstizione psicanalitica – è l’unico inconscio del quale sia lecito parlare. L’essere umano, dunque, è sì cosciente (spesso poco anche questo…) del fatto, ossia del pensato disanimato, ma non è punto cosciente dell’atto del pensare: la sua è una conoscenza monca, tagliata fuori dalla sostanza della vita che potrebbe conoscere s’egli fosse cosciente dell’atto pensante stesso. Ossia annientando l’inconscio. Ed è quanto afferma, sempre nel primo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente, Massimo Scaligero:

«Conoscendo solo il pensato, l’uomo veramente non può dire di conoscere: in realtà non ha il conoscere, ma il conosciuto, privo del momento interiore per virtù del quale è conoscenza. Il pensiero deve prima venir pensato, cadere nella riflessità, per essere da lui conosciuto. Ma, conosciuto, cessa di essere conoscenza».

E questo ci porta direttamente al punto di uscita dalla ferrea prigione della riflessità, che ci reclude nella natura somatica e animale. Perché non si diviene coscienti dell’atto del pensare, aggiungendo ai pensati altri pensieri, bensì attraverso la pratica interiore, ossia attraverso la Concentrazione. E, sempre Massimo Scaligero così scrive nel seconda di copertina interna dell’Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Sansoni, Firenze, 1959, in quella che, a mio avviso, è una delle più belle – veramente mirabile – sintesi della Via del pensiero:

«Chiave del senso della presente epoca e del valore attuale della Iniziazione, quest’opera è dedicata a coloro che hanno ancora il coraggio di volere l’Uomo. Viene indicata una «via spirituale» che mentre è di là delle tradizioni, attinge ad un segreto e imperituro insegnamento,: che un tempo agì attraverso le metafisiche dell’Oriente, oggi opera, inconosciuto, nell’anima dell’Occidente. La Luce sorge ormai dall’Occidente per chi giunga a scorgerla. La tecnica dell’esperienza sovrasensibile descritta in questo volume, già contiene in sé quanto di essenziale agì nello Yoga, nel Taoismo, nella «via» del Buddha, nello Zen, nel Tantrismo, ma si trae precipuamente dall’attivazione di un ulteriore elemento interno, che può sorgere solo dallo svincolamento del moderno pensiero razionalistico e astratto dai contenuti finiti e sensibili, valsi unicamente alla sua formazione. Per l’uomo moderno, è questo pensiero che, risorgendo come magica forza, diviene veicolo del «soprannaturale» in lui, epperò virtù risolutrice degli urgenti problemi del tempo».

Ciò mostra come le luminose esperienze interiori dell’Oriente – così come quelle dell’autentico Occidente interiore – non sono perse se non per l’astratto pensiero riflesso, ma che esse risorgono nuovamente per l’asceta che realizzi la resurrezione del Pensiero Vivente dalla tomba della conoscenza morta. Ovvero che compia il Rito della Concentrazione.

Nell’Ascesi del Pensiero si compiono atti di pensiero, e si ripetono volitivamente tali atti sino a che la corrente della volontà non fluisca potente nell’atto stesso. Normalmente non si è coscienti di tale atto genetico del pensare – senza il quale non esisterebbe neppure il pur pallido pensato – perché troppo debole, sfrangiata, anemica, allentata è la volontà nel pensare. E non lo è, perché la volontà è letteralmente “sbracata” – a Roma direbbero “abbioccata” – e affogata nella corporea vitalità animale.

Per questo la pratica della Concentrazione è un Ascesi eroica: perché essa deve lottare tenacemente, senza veruna misericordia, contro una natura animale, nei confronti della quale è imperioso e vitale strappare la volontà, che vi è identificata in un comatoso stato di tramortimento. Ma se una tale Ascesi è eroica, ciò non significa affatto che eroico sia automaticamente anche l’asceta. Anzi all’inizio della Via – diamo nuovamente bando a pericolose illusioni – egli non lo è per niente, e semmai dovrà diventarlo strada facendo. Ma, come usa dire, «regnum regnare docet», «il regno insegna al regnante il regnare», ossia le cose le si apprendono realmente, solo «facendole», ovvero operando concretamente: smuovendo la volontà, praticando e non filosofando.

Ora, lottare contro una natura inferiore, astuta e, da molti millenni, dominatrice, non è cosa semplice, né indolore. Ciò implica una pratica indefessa, ininterrotta, tenace, fedele, che si protrae , anche se non lo si avverte, sui tempi lunghissimi: per mesi, anni, decenni, per tutta la vita. Giovanni Colazza, nelle sue conferenze al Gruppo Novalis, nell’inverno 1944-1945, sul libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori di Rudolf Steiner, osserva che il discepolo deve giungere ad «amare» di per se stessa, senza aspettative egoiche, la disciplina interiore, e perdere un po’ il senso del tempo che passa. Il quale, davvero, non passa invano.

Ogni giornata della pratica interiore deve essere considerata come l’unica a disposizione per la interiore pratica realizzatrice. Ed ogni singolo esercizio di Concentrazione deve essere considerato come unico: come quello che, se ad esso doniamo l’interezza della nostra forza interiore, ci può portare alla concreta esperienza spirituale. Massimo Scaligero più volte ha esplicitamente affermato che non sono particolari esercizi, aristocratici e complicati, quelli che possono portarci all’Iniziazione, ma l’esercizio – magari quello meno accetto e più faticoso e avversato per la nostra natura, ossia la Concentrazione – nel quale, malgrado ogni ostacolo, si sia capaci di mobilitare e metere in atto tutta intera la nostra forza di volontà.

A suscitare la volontà dell’intrapresa della pratica della Concentrazione, la migliore spinta, l’impulso più radicale e potente è – come abbiamo detto altrove – è la disperazione. L’agire «senza speranza né timore» è, per usare un linguaggio “geometrico”, una condizione assolutamente necessaria, ma di per sé potrebbe – anche se in realtà lo dovrebbenon rivelarsi sufficiente. Perché è difficile tener dèsta questa lucida disperazione, contro la quale giuoca contro la lunghezza della lotta, senza tempi umanamente prevedibili, e giuocano pure i ripetuti periodi di aridità interiore e, più che la stanchezza, la routine, e le abitudini.

Massimo Scaligero definiva le abitudini le rughe dell’anima. Routine e abitudini appannano la vivezza della memoria interiore, e fatalmente sfrangiano e allentano la tensione della volontà. Un aiuto sono le prove della vita, le situazioni di pericolo nelle quali può accadere di incorrere nel procedere del cammino interiore. Ciò è pacifico, per non dire addirittura scontato. Ma data l’imprevedibilità del darsi di prove e colpi del destino – ancorché paradossalmente auspicabili per il discepolo dell’Iniziazione – è bene trovare dentro di sé, e non fuori di sé, un antidoto efficace allo smarrimento della memoria del còmpito interiore, liberamente assunto nei momenti di lucida e intensa disperazione.

Un tale antidoto è l’operare nell’Ascesi in uno stato di mobilitazione permanente: un lottare senza tregua. Si tratta, sostanzialmente, di non accontentarsi mai, ma di esigere gradualmente sempre di più dalla propria volontà. Sino ad un incalzare la natura inferiore, e cercare di andare oltre quel limite che un tempo ci fermava, e cercare di superarlo.

Ciò, naturalmente, costa sforzo, e molta fatica. Alfredo Rubino – il quale, oltre che un discepolo veramente fedele di Massimo Scaligero, fu anche un autentico praticante interiore, ingiustamente calunniato proprio da coloro che meno avrebbero dovuto – soleva dire, che l’Ascesi è vera quando la natura inferiore comincia a gemere e a dissolversi sotto l’imperiosa pressione dello Spirito, e che l’esercizio interiore comincia ad essere veramente efficace, proprio quando in noi la natura inferiore astutamente suggerirebbe di cessarlo, perché «hai fatto abbastanza».

Sempre Alfredo Rubino metteva in evidenza come, nella Via interiore, «rimanere fermi è andare indietro», e come sia necessario chiedere sempre di più alla nostra volontà ascetica: saviamente e gradualmente, ma anche coraggiosamente ogni volta fare un po’ di più. Sino ad osare in particolari momenti – adeguatamente preparati – il tutto per tutto.

Per fare un paragone, un nuotatore che in un fiume impetuoso non lotti nuotando contro la corrente, da essa viene portato indietro. Già per rimanere immobili in un punto della corrente occorre nuotare energicamente. Se, poi, si vuole addirittura risalire la corrente è necessario nuotare ancor più energicamente, o – secondo un’immagine Zen, cara a Massimo Scaligero – essere capaci del “salto del carpione”, di un guizzo col quale si vada oltre se stessi, e i propri illusori, ma ben costringenti, limiti.

Questo osare l’inosabile, questo incalzare senza tregua la riottosa e recalcitrante natura, questo interiore lottare senza tregua, questo mantenere la volontà in costante, permanente mobilitazione, è – a mio avviso – ciò che mantiene viva la lucida e dinamica disperazione. A sua volta, la radicale lucida disperazione impedisce il cadere nella routine, nella spenta abitudine, e avviva l’ardore della volontà.

Senza questo ardore e questa disperazione l’Ascesi, oggi, in un mondo che velocemente erode le forze interiori, va poco lontano. Occorre nei confronti della Concentrazione – mi si passi l’ossìmoro – essere freddamente ardenti e ardentemente gelidi: occorre innamorarsi della Concentrazione, e farla, ripetendola instancabilmente. Occorre non porsi limiti nella pratica della Concentrazione, e voler gradualmente superare i limiti – che sono i limiti della natura personale – nel praticarla: sia di tempo nell’esecuzione che di frequenza di essa.

Nessuno è veramente “eroe” all’inizio di questo arduo Sentiero, ma tutti – se vogliono, se “disperatamente” vogliono – possono diventarlo lungo questo impervio cammino. Gli Dèi rispondono ai coraggiosi, ai disperati, ai consacrati. Che poi sono – o strada facendo lo diventano – le stesse persone. Poiché non vi è limite che non possa essere superato, non vi è limite che non sia limite di pensiero e del quale non possa essere immaginatolo svincolamento e voluto il superamento. Occorre volere, intensamente volere, volere oltre ogni limite raggiunto, perché si può volere – come mi insegnò Massimo Scaligero – anche oltre i limiti del karma. E la Concentrazione è il veicolo aureo di tale audace, anzi temerario, volere. Temerario perché il discepolo dell’Iniziazione non lotta contro complessi psicologici, o limiti ideologici et similia, ma contro avverse deità distruttive, che vogliono asservire l’uomo o distruggerlo.

Si dirà, forse, che diciamo sempre le stesse cose. Ciò è senz’altro vero, ma purtroppo è vero perché – per usare l’espressione sportiva di un caro amico, veterano della pratica interiore – «siamo sempre fermi ai blocchi di partenza», e si teme che l’Ascesi funzioni davvero – perché è verissimo che, se praticata con energia e sincerità, essa agisce potentemente – e si teme, vilissimamente, di dover essere quell’Io che trasformerebbe radicalmente la nostra vita e il nostro esistere. E poiché segretamente il praticante conosce essere la Concentrazione il veicolo più potente della volontà dell’Io, allora spesso essa viene fatta al risparmio, “rimandando” l’incontro, o lo scontro con il limite. Ci si tiene – prudentemente – al di qua del limite, e si evita di raggiungerlo. Il coraggio, l’eroismo dell’Ascesi è voler incontrare – costi quel che costi – tale limite nella Concentrazione, ed operare coraggiosamente, con tenace volontà consacrata, a superarlo. 

Mi raccontava il mio amico C., temibile lupaccio e asceta d’altra dottrina, che una persona di rango spirituale, molti anni fa, gli comunicava che oramai la maggior parte della gioventù (ma non solo quella…) «era nel miglior dei casi razionalista, ed aveva la volontà smarmellata» e che «una Via spirituale deve trasformare il discepolo in un miles spirituale», ed è giusto perché, mitriacamente, «vita est militia sacra super terram». Oggi vi è nel mondo una lotta per l’uomo o per la sua distruzione: una lotta che non consente di essere neutrali. L’eroismo è voler essere l’Io: è volere illimitatamente nella Concentrazione, consacrando la forza all’essere originario dell’Io.

K. Appenzeller – LA GENESI ALLA LUCE DELL’EVOLUZIONE EMBRIONALE UMANA – Il Secondo Giorno – P. 1

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IL SECONDO GIORNO

1. L’agire della Luce e della Tenebra

Un artista, che voglia iniziare un opera, pensa al suo compimento. Il suo sforzo è quello di condurre l’idea che porta in sé alla manifestazione esteriore attraverso tutti i gradi dello sviluppo. Così come all’artista la concezione evoca davanti all’anima l’opera compiuta, così per il poeta della Genesi l’immagine dell’uomo vive già nel primo pensiero creativo degli Elohim. Di gradino in gradino essa viene condotta, attraverso sempre nuovi impulsi, alla sua più eccelsa elevazione. Se nella Genesi viene dato un impulso, esso agisce ulteriormente, anche allorché ne sopraggiunge un altro. Esso non viene sostituito dall’intervento di uno nuovo, come potrebbe apparire a tutta prima, bensì il nuovo impulso coopera con tutto ciò che lo precede nel divenire evolutivo, fino a che l’intero coro degli impulsi divini non completa l’immagine dell’uomo. Così agiscono ulteriormente le forze del «Cielo» che agiscono verso l’esterno e quelle della «Terra» vivente nell’interno, le forze della «Luce» e quelle delle «Tenebre», che s’incontrano a partire da quelle polari e primordiali; agisce tohu va-bohu, agiscono l’Abisso tehom e il calore della cova aleggiante spiritualmente, operano il «Giorno»  e la «Notte», la  «Sera» e il «Mattino». E quando non solo si prende conoscenza di tutte queste forze polari, ma si tenta di sperimentare il loro contenuto interno, ad uno può sopraggiungere la sensazione di un pulsare vivente, che inizia nella prima Parola bereschith e che muove attraverso tutte le immagini dell’intera creazione, fino a sorgere nella manifestazione esteriore nel corpo umano creato come battito cardiaco. Ora, dopo che ha avuto luogo l’incontro del seme e dell’ovocellula nella forma descritta, il movimento delle code seminali è giunto gradualmente alla quiete, l’ovocellula sino ad ora mossa dall’esterno comincia a muoversi internamente. L’impalcatura fluidamente granulosa del nucleo cellulare comincia a solidificarsi in diversi punti e si forma un gomitolo di formazioni filiformi (vedi Fig. 5).

 

 

 

 

 

 

 

Figura 5: Scissione cellulare (mitosi). Da sinistra a destra: interfase (cellula quiescente), profase (inizio della scissione cellulare: ammorbidimento del nucleo cellulare, disposizione polare dei centrioli), anafase (migrazione dei cromosomi sui centrioli), telofase (formazione dei nuclei cellulari, restrizione del corpo cellulare), fase di ricostruzione ovverosia trapasso in una nuova interfase.

Queste diventano sempre più evidenti e presto riconoscibili all’occhio del ricercatore tramite il microscopio come filamenti singoli, denominati cromosomi, mentre la membrana del nucleo cellulare si dissolve gradualmente. In conseguenza di ciò, i cromosomi penetrano nel citoplasma e si diffondono proprio in esso. Nel frattempo è iniziata la formazione del cosiddetto fuso. Nel citoplasma dell’ovocellula vi sono ora due pallidi granellini puntiformi, circondati da una delicata corona di raggi. Essi derivano dallo spermatozoo che è penetrato al momento della fecondazione. I cosiddetti centrioli tendono ad allontanarsi l’uno dall’altro e si spostano in due direzioni opposte alla periferia del globo cellulare, ove poi si trovano l’uno di fronte all’altro come due poli. Essi devono ora essere considerati come due piccoli soli, i cui sottilissimi raggi di citoplasma si incontrano attraverso il piano che passa per il centro cellulare e producono nel complesso la forma di un fuso. I cromosomi si ordinano ora in questo piano, si scindono per la lunghezza e dopo un certo tempo le due metà tendono ad allontanarsi reciprocamente in direzione dei centrioli polarmente disposti. Contemporaneamente il corpo cellulare si allaccia in quel piano mediano, finché da una cellula non ne sono nate due. Poi si estinguono i raggi del fuso. Le metà cromosomiche si addensano di nuovo in un gomitolo, la loro struttura si dissolve sino alla completa irriconoscibilità e le loro sostanze formano ora i nuclei delle cellule figlie. I centrioli migrano al centro delle due cellule, si dividono e si dispongono ognuno come una minuscola stella doppia accanto al nucleo neoformato. In questo ora si raddoppia la sostanza cromosomica e dopo un certo periodo di riposo le cellule figlie possono di nuovo cominciare a dividersi. Queste ultime hanno quindi, al contrario dell’ovocellula, i loro propri centrioli; questi sono, quindi, anche i discendenti delle prime cellule derivanti dal materiale seminale. Perciò i centrioli in ogni cellula, quando presenti, sono i discendenti della sostanza maschile. Essi ordinano e rendono possibili, durante l’intera vita, le scissioni cellulari. – Con ciò viene descritta la prima suddivisione cellulare. Essa introduce l’evoluzione dell’embrione. E tutte le innumerevoli suddivisioni cellulari, che seguono questa prima, si compongono secondo le medesime leggi.

Seguiamo in maniera ancora più precisa la via degli spermium e dei loro discendenti, i centrioli. Dalla cerchia circostante arrivano sull’ovocellula due o tre milioni di spermatozoi, come vengono anche chiamati gli spermium, e dànno ad essa la forza di rotazione nella maniera descritta. (Incidentalmente: SHETTLES, nella sua ricerca, fa girare l’ovocellula altrettante volte quante la Terra gira attorno al suo asse in vent’anni, nel tempo dunque del quale l’uomo ha bisogno per passare dalla nascita al suo completo sviluppo). Uno spermium penetra ora attraverso la zona pellucida e s’inoltra nel corpo dell’ovocellula (un istantaneo notevole ispessimento della zona pellucida impedisce l’ingresso di ulteriori cellule seminali), nel quale la sua testa si gonfia e si separa dalla coda (vedi Tavola I in basso).  La testa si arrotonda e si espande a grandezza del nucleo dell’ovocellula femminile, dal quale ormai non può più essere differenziato morfologicamente. Il tratto di collegamento tra la testa dello spermium e la coda si chiama collo. In questa parte vi sono le ulne organiche del movimento della cellula. Dal lato più anteriore di questa parte del collo, dal cosiddetto disco di testa originano i centrioli. Col distacco della coda, pure il materiale dei centrioli si distacca, diventa sferico e si divide subito in due parti. Nascono così i centrioli. Questi migrano negli angoli dei nuclei cellulari maschile e femminile che si toccano, e che ora si fondono l’uno con l’altro. Con ciò è formato il primo zigoto e può iniziare la prima scissione (cellulare).

Le cellule seminali hanno stimolato dall’esterno il movimento dell’ovocellula. I centrioli, discendenti dalle cellule staminali, rendono possibili i processi di movimento all’interno dell’ovocellula. Ma di che tipo sono questi? I centrioli migrano in direzioni opposte, e quanto più si allontanano uno dall’altro, tanto più fortemente essi cominciano ad «irradiare»; intorno ad essi si forma, come già descritto, una corona a forma di sole di sottili raggi di plasma, la cosiddetta radianza polare. Ma tra di loro si forma uno spazio, delimitato e riempito dai loro raggi, il fuso (radianza polare e fuso sono due strutture del citoplasma un po’ diverse l’una dall’altra, che vengono provocate ambedue dai centrioli). Si scorge, dunque, che ai centrioli è inerente la medesima segnatura che noi chiamiamo ha-schamajim: essi anelano all’ambiente circostante e riflettono, verso il centro, un correlato di Luce. Ma poiché ora le forze celesti di ha-schamajim si sviluppano qui all’interno della sostanzialità terrestre, esse respingono tale sostanzialità e si forma (così) uno spazio. In ciò si riflette un che di luminoso (Lichtartiges), il fuso. La Luce origina sempre da ha-schamajim – e laddove essa appare, dona le forze della sua sorgente. Gli spermatozoi sono dei correlati dell’azione cosmica della Luce; se vengono in contatto con l’ovocellula, le donano le forze della loro propria sorgente, ha-schamajim. Nell’elemento organico queste forze scaturiscono dai centrioli (vedi nota a p. 346)

Al centro di questo spazio neoformato sorge una membrana di separazione e comincia la suddivisione cellulare. Troveremo sempre che, laddove le forze della Luce si riflettono da ha-schamajim, sorge qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c’era. Troveremo un atto di creazione ogni qual volta avviene questa irradiazione di Luce, sia nel Macrocosmo che nel Microcosmo. Qui vi è l’elemento nuovo: che da una cellula ne nascano due. Lo spazio creato viene suddiviso e con questo fatto l’embrione, nel senso dell’idea complessiva, viene mutato e gli viene data forma. Ed ora ascoltiamo risuonare, come primo presagio, le parole della Genesi :  «E Dio disse: vi sia una distesa in mezzo alle acque». In luogo di «distesa», rakia, si può dire pure «vôlta», «estensione». E poi viene affermato: «e questa sia una separazione tra le acque»; o più precisamente: «e questa divida in mezzo tra acque e acque». Si forma allora in mezzo al fuso la membrana separatrice e l’immagine scompare. La scissione cellulare è terminata. I centrioli si spengono e sono di nuovo al centro, sùbito accanto ai nuclei cellulari e fino a che nuovamente essi non si spengono in tutte le cellule neoformate sempre di nuovo udiamo, lievi, le Parole: «Vi sia una distesa in mezzo alle acque, e vi sia una separazione tra le acque». Sorge così a poco a poco la morula.

(Continua)

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L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2018

LA DISPERAZIONE DELL’ASCETA

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La condizione di disperazione, ancorché tutt’altro che desiderata dai più tra gli umani, è una condizione veramente “felice”, ossia “fortunata” nella concezione latina e romana del termine. Per l’asceta la disperazione è foriera di non pochi e notevoli vantaggi, tutt’altro che disprezzabili, vantaggi che mi sforzerò di evidenziare.

Anzitutto, è da mettere bene in evidenza il fatto che vi è una grandissima diversità, che può rivelarsi ben decisiva, nella maniera di accostare la Scienza dello Spirito. Si può giungere ad essa spinti da una raffinata curiosità intellettuale, dalla suggestione di qualche lettura che tocchi corde profonde dell’anima, o dalla conversazione con un amico, oppure dalle parole ascoltate in una qualche conferenza. È sicuramente una eventualità frequente, perfettamente lecita e normale, ma è difficile che – salvo eccezioni – in tali situazioni si vada poi molto lontano nel calcare il Sentiero della Conoscenza.

Altri – sempre nel calcare l’arduo Sentiero dell’Iniziazione, sentiero sempre irto di difficoltà – possono giungere alla Scienza dello Spirito spinti da una situazione estrema, da una condizione senza uscita, che può sfociare – appunto “felicemente”, almeno da un punto di vista speciale – in una vera e propria forma di disperazione.

Ma perché una tale situazione senza uscita, una tale condizione di disperazione, è un’evenienza addirittura “felice”? Lo è davvero perché è una condizione di sincerità assoluta e di radicalità, nella quale non si può mentire più a se stessi, e nella quale si rivelano inaccettabili le soluzioni di ripiego, le “cure” palliative, meramente sintomatiche, a base di analgesici o di narcotici: di qualsivoglia specie essi siano. Chi si appaga con cotali analgesici e narcotici – come quelli indicati dalle “anime belle” che da molti anni ci asfissiano con un loro slavato moralismo o con uno stucchevole sentimentale misticismo – non è veramente disperato, ed è alla ricerca solo di un “divertissement”, come lo chiamava nel XVII secolo l’ottimo Blaise Pascal, ossia di una “distrazione”: di qualcosa che ci faccia in qualche modo “distrarre” dalla noia, e dall’angoscia di una vita vuota e inautentica, la quale poi continua indisturbata.

Una vita priva di spirito, una vita tagliata fuori dalla comunione con la realtà spirituale è fatalmente una vita vuota, inautentica e dolorosa. Purtroppo, molti cercano di risolvere in modo “anomalo”, ossia barando, il problema di tale “dolorosità” – e per questo vanno alla ricerca di palliativi vari come analgesici e narcotici animici – e non cercano di affrontare veramente la vacuità e la in-significanza di una cotale vita inautentica. Ossia cercano semplicemente di sopprimere i sintomi della dolorosità e non di affrontare la mancanza di significato di una vita totalmente immersa in un abietto servaggio ad una natura inferiore, la quale da millenni domina l’essere umano.

La dolorosità, invero, non è che il sintomo rivelatore della irrealtà nella quale è immerso un essere umano che viva – ma poi è realmente vita quella? – un’esistenza inautentica. La volontà di soppressione di tale sintomo sorge dalla brama, dalla paura e dall’avversione: le tre malefiche figlie della radicale ignoranza dell’essere umano. La brama è sempre brama di ciò che è irreale, di ciò che è illusorio. Si brama perché si è in uno stato di ubriacatura, perché si è presi dall’effimero illusorio, perché si cerca fuori di sé ciò che si è incapaci di cercare in se stessi. Si teme di perdere l’oggetto della brama, e ancor più – sottilmente – si teme di perdere la brama medesima: come in uno stato di ebrezza e di follia, ci si innamora del proprio abietto servaggio, ci si affeziona e ci si avvince alle proprie catene e si amano le mura che ci imprigionano. Si odia, infine, ciò che può sottrarci l’oggetto della brama, ciò che ci impedisce di possederlo, e ancor più violentemente si odia ciò che vuol risvegliarci dallo stato di ebrezza e di follia, ciò vorrebbe affrancarci sottraendoci da una millenaria schiavitù.

In una sana Arte medica non è mai augurabile una terapia basata su di una mera soppressione di sintomi: è sicuramente una terapia fallace e sovente molto pericolosa. Il dolore, per quanto non sia punto gradito, è il segno di uno stato morboso, che sarebbe savio affrontare subito, e molto risolutamente, senza aspettare il peggioramento della malattia. Ora, Massimo Scaligero ha messo bene in evidenza come l’essere umano sia in realtà un malato in via di guarigione. Anche se, personalmente, a dire il vero parvemi che l’essere umano, più che in via di guarigione, sia in via di veloce peggioramento delle sue condizioni di salute spirituale, e di conseguenza anche fisio-psichiche. Diciamo che è fortemente bisognoso di cura e di guarigione. Il problema è che un tale malato oggi fa di tutto per allontanare la cura e la guarigione, delle quali ha tanto bisogno, e s’ingegna per deviare il più possibile dalla via della guarigione. Ciò può sembrare assurdo ma è proprio quel che accade, e nulla viene avversato quanto la terapia risanatrice e nessuno viene odiato quanto colui che ci porta incontro la Via di liberazione, ossia colui che vorrebbe scuoterci dal comatoso sonno, rotto solo da incubi, nel quale da lungo tempo siamo immersi. L’essere umano immerso nel letale oblio di una tale esiziale ignoranza è in uno stato di menzogna nei confronti di se stesso, dello Spirito e del mondo. Egli teme soprattutto lo smascheramento di tale menzogna. Difficile, veramente difficile, concepire una condizione peggiore, una condizione più pericolosa. Giovanni Colazza – adamantino, come affermava di lui Massimo Scaligero, come un Maestro Ch’an o Zen – affermava che ciò che ci separa dalla concreta esperienza spirituale è unicamente il muro di menzogna che erigiamo tra noi e il Mondo Spirituale: nel momento in cui abbattessimo tale muro di menzogna – solo in parte cosciente – il Mondo Spirituale si precipiterebbe possente in noi. Ma è proprio questo che più temiamo.

Il respingere la Via di liberazione può essere esplicito, violento e rabbioso, oppure essere truffaldinamente mascherato dal tentativo di «adattare» la Via alla propria infingarda natura, abbassandola, anzi degradandola, al proprio livello, mentre ciò che lo Spirito richiede – anzi imperiosamente esige – è che si sia noi ad innalzarci al suo livello. Una cotale impresa è ardua per ché implica uno spogliarsi dalla propria decadente natura inferiore, con la quale siamo adusi a convivere da millenni. Vi è, dunque, in noi una celata complicità con le deità avverse, nostre carceriere.

L’idea più stupida è quella di voler trarre almeno un qualche vantaggio dalla condizione di servaggio e di prigionia, come chi, invece di tentare una salvifica evasione, cercasse di rendere più comoda la cella della propria prigione, arredandola di poltrona, televisione, WI-FI, aria condizionata e frigo bar. E magari qualche altro piacevole sollazzo trasgressivo. Si tratta, per scongiurare l’effimero e il precario, dello sciocco tentativo di eternare lo stato di abietto servaggio, come se la vita animale fosse eterna, mentre ogni vita biologica finisce comunque sepolta in una fossa. Ma a ciò nessuno pensa mai: ad una tale stupidissima spensieratezza gli Dèi hanno prescritta come sola terapia è il dolore. Il dolore, invece di addormentare, scuote dal torpore e dal sonno, e rende scomoda la vita.

Quindi è di gran lunga preferibile scegliere di affrontare senza indugi l’esperienza spirituale, e cercare di metter fine ad una condizione umana oramai divenuta patologica e pericolosa. Mi fu tramandato, decenni fa, che Rudolf Steiner avrebbe detto lapidariamente a chi gli chiedeva  perché uno debba intraprendere il sentiero della Concentrazione e della meditazione: «Perché a costui sorge nell’anima un urlo interiore!». Personalmente, ritengo veritiero questo aneddoto tramandatomi. E le parole di Rudolf Steiner si congiungono nella mia anima a quelle che Massimo Scaligero disse a noi, che da lontano venivamo da lui a Roma alla ricerca di una indicazione interiore, circa lo stato interiore che dovevamo avere per percorrere il Sentiero della Conoscenza e giungere alla mèta: «Dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio!».

Chi, appunto, giunge alle soglie della Scienza dello Spirito attraverso la disperazione non è più disposto ad illudersi e guarda in faccia crudamente la realtà: questo è un uscire dalla condizione di menzogna: un uscire dal sonno comatoso e dalla radicale debolezza della volontà, generate dall’ignoranza e dalla menzogna interiore. L’intensità della decisione di scegliere sino in fondo la Via dell’Iniziazione è proporzionale alla profondità della disperazione che ci porta a ricercare la Conoscenza liberatrice. La Via dello Spirito è una Via veramente rivoluzionaria: non si può scegliere lo Spirito e venire a patti con l’illusione mondana. La Via dell’Iniziazione o è una esperienza radicale – senza patteggiamenti di sorta – o non è nulla, O, peggio è solo una ulteriore menzogna. Non si può intraprendere il sentiero spirituale e portarsi dietro tutta o in parte la zavorra di una precedente vita inautentica. Non si può voler seguire lo Spirito e rimanere borghesi nell’anima. Lo stato lacrimevole nel quale sono ridotte la maggior parte delle comunità spirituali – o sedicenti tali – la dice lunga di quanto in basso si sia caduti, e di quale inarginabile oceano di menzogne stia dilagando in esse.

Ma non basta l’iniziale tensione estrema, lo slancio interiore verso l’Assoluto, la dedizione con la quale ci si consacra con tutto se stessi allo Spirito all’inizio della Via e nel momento della scelta decisiva. È savio aspettarsi il tentativo di rivincita dell’antica natura e, attraverso di essa, la rappresaglia degli dèi distruttori. Per tali deità gli umani sono un gregge di “animali utili agli dèi”, ed ovviamente quelle deità distruttive non amano punto perdere “capi di bestiame”. Come dicevano nell’Ermetismo d’un tempo i Maestri dell’Arte, «vita brevis, ars longa»: la vita è breve e il cammino è lungo e accidentato. Nemici mortali sono l’abitudine, la ripetitività, la spenta routine, la stanchezza e i momenti di aridità, la fiacchezza della volontà, la banalizzazione dei contenuti spirituali: ostacoli fatali e previsti di fronte alle crescenti difficoltà della Via. E, dopo l’iniziale entusiasmo, è forte la tentazione di attenuare il rigore della Via, la seduzione di scegliere una “via” più comoda, che fatalmente è sempre la via egoica.

Ma qual è l’antidoto a questo sfrangiarsi della volontà, a questo appannarsi dello slancio interiore? Io ne conosco uno solo veramente efficace: la disperazione. Ma non è certo la facile – e tutto sommato comoda – disperazione sentimentale, più o meno condita di espressioni colorite. No, al contrario, quella che è necessaria è una disperazione lucida, volitivamente provocata, e soprattutto instancabilmente coltivata. Si tratta di far riemergere sempre nuovamente vivide le motivazioni profonde dell’impulso iniziale. Si tratta di coltivare tale disperazione – soprattutto nei periodi di aridità, che possono essere prolungati – con un pensare freddamente geometrico: come direbbe il mio ottimo amico C., valoroso asceta d’altra dottrina. La disperazione coltivata destabilizza l’illusorio ordine interiore che la natura inferiore ha stratificato nel nostro essere. La disperazione ha funzione analoga a quel “dissolvente universale” che nell’Ermetismo alchemico veniva chiamato Alkaest. L’essere umano deve essere radicalmente de-configurato, e devono essere dissolte quelle dure concrezioni interiori che, in Oriente, Buddhismo e Yoga chiamano vasana e samskara. È un’opera di “purificazione” – come la chiamerebbe l’antico Orfismo – difficile e faticosa e, per quanto essa sia dura opra, essa va condotta con estrema risolutezza e soprattutto senza alcuna misericordia.

«Instancabili e disperati», ci disse Massimo Scaligero. Instancabili, perché quest’opera di dissoluzione delle illusioni, delle morbide aspirazioni ad una egoica “via comoda” deve essere sempre di nuovo rinnovata: instancabilmente rinnovata, perché l’abbassare la guardia è fatale, anzi letale. Disperati, perché non si vuole più mentire a se stessi, e non vi è menzogna più insidiosa della speranza. Come disse il Conte di Saint-Germain nel 1760 in Olanda a chi lo minacciava per conto dell’onnipotente ministro di Francia Choiseul: «Io ho calpestato la paura e la speranza». E secondo l’antico motto, si deve procedere sine spe nec metu, perché speranza e timore fiaccano la volontà ed ottenebrano la lucida visione, necessaria a chi vuole lottare per raggiungere l’Eccelsa Mèta, come la chiamava il Buddha Shakyamuni.

Una radicale, lucida, disperazione non consente l’indugiare in rimedi illusori, e non consente la menzogna di false speranze. Chi è lucidamente disperato non ha più speranze che lo indeboliscano. E chi non ha più speranze vince la paura. Chi vince la paura possiede intatta la volontà. La volontà intatta, non più sfilacciata e sfrangiata è la forza per portare a fondo la Concentrazione.

La Concentrazione è l’operazione interiore che è necessario ripetere ogni volta come se fosse la prima volta, è il Rito sacro da rinnovare instancabilmente ogni giorno, più volte al giorno, per anni, per decenni, per tutta la vita, cercando ogni volta di impegnare in essa tutta la volontà, quindi è l’operazione del più alto coraggio. Armati di solo coraggio, ci disse Massimo Scaligero, perché portare avanti, instancabilmente, per decenni – oltre ogni ostacolo, oltre ogni ribellione della natura inferiore in noi – un’operazione interiore asciutta, arida, non consolante, fatta solo di pura forza, come la Concentrazione, richiede di non sperare nulla dalle comode e illusorie consolazioni del misticismo, dalla sentimentalità, dal facile moralismo. Non solo, chi ha chiaro – assolutamente chiaro – che una disciplina radicale come la Concentrazione esige un impegno totale della volontà, sa pure che la volontà che si possiede non è sufficiente, ma che è necessario conquistare ulteriori forze di volontà per donarle al Rito della Concentrazione. Un tale tenore della volontà può scoraggiare i pavidi e coloro che si pascono di speranze. Ma chi tenga sempre viva la memoria dei motivi della propria disperazione, chi la coltivi e la frequenti come una fedele e cara amica, chi senza misericordia verso se stesso rinunci alla menzognera speranza, saprà esigere liberamente da se stesso quanto il Mondo Spirituale chiede alla sua volontà di libertà.

Allora si sarà capaci di volere, di volere intensamente, di volere con tutto se stessi, di volere instancabilmente, di volere a lungo, e si consacrerà in libertà e per amore alla più alta azione che un essere umano possa compiere sulla Terra: la Concentrazione.

COMMENTANDO (di F. Giovi)

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(Dedicato al “meritevole” reduce del Celeste Impero)

Un mio vecchio amico (anzi piú che un amico è un fratello gemello) ha scritto su questo – ormai glorioso – mensile (L’Archetipo), l’ennesimo articolo che riguarda l’ascesi indirizzata verso la Concentrazione.

Mi sembra che abbia voluto parlare dei tempi, cioè della durata dell’esercizio. Credo abbia fatto bene, poiché ha calcato sul tanto per non burlarsi dei lettori attivi, ma relativizzandolo, perché è in effetti relativo ad un milione di condizioni e situazioni individuali. Però so bene – ne parlammo insieme, come sempre – che lo esaspera il continuo sbucare, come i funghi dopo una notte piovosa, qualcosa dell’eterna litania dei tempi fissi, naturalmente inclinati a ottantanove gradi verso il minimo.

Purtroppo i quattro gatti che ne sanno qualcosa, sanno pure, con montagne di esperienza diretta e confrontata per tanti lustri, che cosí non è, che cosí non può essere, e che, se qualcuno parla cosí, o fa accademia di quello che non fa, oppure è prezzolato come ottusa manovalanza dagli agenti klingoniani.

Questo perché, anche sul gradino piú elementare, ma ampio e faticoso, del “dominio del pensiero” ordinario, non è certo una semplice questione di pensiero (quello che “non paga dazio”): già qui tutta l’anima viene messa in gioco. Nemmeno nel corpo fisico umano le singole parti e i grandi sistemi sono realmente separati. Lo possiamo capire con qualche semplice immagine tolta dal sensibile.
Se oggi mi dedico alla corsa, potrei dire che stanco gli arti inferiori. Dunque domani potrei dedicarmi alle pagaiate in canoa e riprendere a correre dopodomani. Come sembra logico! È un vero peccato che cozzi contro la realtà: dopo qualche settimana accuserei tutta la dozzina di sintomi del superallenamento, mi beccherei il raffreddore per un nonnulla, i valori ematici sarebbero stravolti, diverrei un perfetto raccoglitore di ogni germe vagante in vena di conquista e cosí via.

Questo perché il corpo è un insieme interconnesso, e non v’è organo che venga sollecitato separatamente: non v’è per il fegato un lunedí di lavoro e il martedí di riposo (come tutto sia “collegato” lo si osserva, con conoscenza e senza sforzo, persino nel cadavere aperto per bene in autopsia completa, se lo si guarda spregiudicatamente).
Nell’anima, le forze sono ancor piú frammischiate, fluiscono di continuo le une nelle altre: in tal modo che separare il pensiero dal sentire modifica sia il pensiero che il sentire.
Tutto l’uomo interiore interviene in un atto cosí radicale com’è la Concentrazione (nemmeno la coda, se qualcuno ce l’ha, ne resta fuori): la Concentrazione prende tutto: questo tentativo d’essere solo nel pensiero costringe al digiuno estremo l’elemento passivo, personale e superficiale del sentire… mentre il sentire vero, il grande organo di percezione interiore, inizia a liberarsi dalla tenebra che lo imprigionava proprio nel falso sentire. Pensate ad un occhio che volesse vedere solo se stesso: che funzione avrebbe? Questo è il falso sentire. La Concentrazione prende tutto: come il Sole caccia il buio, cosí essa azzera implacabilmente il falso volere, costantemente usurpato dalle spire caliginose degli istinti e delle brame: cosí comincia a far nascere nell’anima la terza delle tre potenze che mai l’uomo terrestre aveva conosciuto nella loro realtà originaria.
Il volere è la spada leggendaria che nessun “ego” impugnerà e brandirà, mai giungendo a sfilarla dal macigno magico che l’uomo crede di conoscere come suo corpo.

Mi sa che le persone abbiano un sesto senso, chiamato con piú (im)pertinenza fifa nera: che parte da sé solo con l’avvertire che v’è uno spiffero di cambiamento. Quello che di continuo si reclama a gran voce per il mondo, quando sospetti che potrebbe succedere dentro te… sono dolori, e si patteggia o si molla.

Racconta divertito Aurobindo che un discepolo va da lui spaventatissimo: «Maestro, sono diventato scemo!». «Perché? Cosa ti è successo?». «Maestro, succede che non penso piú!». Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. Era successo qualcosa di positivo, dunque ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto discepolo.

Comunque, se uno non ha avuto per improbabile destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare che i sospirati mutamenti possano diventare reali. Anche l’uomo fatto può volere la luna, come un bambinello, ma stando sicuro, perché sa bene che non l’avrà mai.

Questa non è una critica ad un fratello gemello, comprendo bene che non si può dire tutto in poche e mirate righe. Ad esempio, quando egli scrive di varianti per generare piú intensità, e per non macinare meccanicamente l’esercizio (dismettere talvolta ogni parola o rifare il percorso all’indietro – questa variante dovrebbe far sospettare quello che ho/abbiamo scritto in vari commenti, cioè che la tristemente famosa “immagine sintesi” è il prodotto di intensità e mai una sorta di sbocco naturale o artificioso di rappresentazioni) si dimentica del consiglio piú semplice e rude.

Mi spiego. Molte volte erano proprio i discepoli piú attivi che si lamentavano della brevità della ricapitolazione interiore dell’oggetto e di questo ne parlavano con Scaligero, ossia che l’esercizio iniziava e terminava in pochi minuti. Scaligero rispondeva che avrebbero semplicemente potuto ripeterlo piú e piú volte.

Altra cosa che l’amico non ha menzionato è che la “saturazione”, la saturazione dell’anima, che nel mondo del sensibile trova analogia in un bicchiere che va riempito fino all’orlo da dove poi il liquido trabocca, non si raggiunge con una ripetizione ottusa, meccanica del circuito, divenuto familiare, di parole e immagini: questo è un pericolo che arriva per tutti, quando si usa lo stesso oggetto con i suoi pochi elementi formativi. Allora: riempire il bicchiere è analogicamente l’esercizio, il traboccare (ciò che trabocca) inizia ad essere quello che si realizza: realizzare qualcosa non è mai l’esercizio ma quanto va oltre esso.

Naturalmente, chi è furbo piú di una volpe, cambia spesso l’oggetto… per poi accorgersi che dopo pochissimo le stesse difficoltà si ripresentano. Dalle difficoltà non si scappa: in fondo sono proprio loro a esigere un impegno ed uno sforzo maggiore, esattamente come i muscoli del corpo fisico, i quali si rafforzano combattendo resistenze progressivamente piú elevate (Milo docuit).

Può essere, per un certo tempo che spesso non è minimo, che il lavoro interiore sia per l’anima come l’andare da un dentista: paghi molto per gustarti sgradevolezze e dolori di ogni tipo, tenendo conto che il dentista sei tu, ossia un pasticcione autodidatta che si impratichisce sopra la soglia della tua sopportazione.

Qui però ho esagerato: superate le tensioni corporee, che immancabilmente duettano con lo sforzo interiore, la ripetizione voluta dell’esercizio dapprima disturba la spontaneità dell’anima (astrale), poi diviene un vero sforzo per il pensare che attraversa la scura, appiccicosa selva dell’astrale: il cervello, veicolo del pensiero ordinario, si stanca e si inceppa. Sembra davvero impossibile pensare. È un buon momento, poiché precede il disincagliarsi del pensiero dall’organo che abitualmente lo media attraverso il corpo fisico. Il motivo del tanto sta in questo. Semplice-mente.

Accanto al martellamento rappresentato dalle ripetizioni dell’esercizio, è necessario che la consapevolezza concettuale di ogni singola parola e immagine non tracolli mai in qualcosa di vuoto, che viene da sé poiché è stata ripetuta cento o mille volte.

Anzi, è proprio questa consapevolezza attiva il “filo” che non dovrebbe spezzarsi dal princi- pio alla fine dell’esercizio.

Perciò la parola “ripetizione” non andrebbe mai intesa nel suo senso comune: dunque sono almeno due le cose difficili che dovrebbero essere inderogabili:

a)  la prima consiste nel fatto che non deve esistere un ripetere l’esercizio piú volte durante lo stesso giorno, che possa definirsi come ripetizione di qualcosa di precedente, anche quando lo sia stato fatto già per due, cinque volte, con il medesimo percorso, le stesse immagini;
b)  la seconda consiste nel fatto che la ricostruzione, in quanto collana di concetti, non deve spezzarsi in nessun punto.
Queste due, per lungo tempo, non sono regole ma piuttosto intoppi su cui si ruzzola: il bello è che alternative facili non esistono: bisogna solo tirar su dal pozzo dell’anima, con piú energia e determinazione, secchiate abbondanti di pura insistenza e pazienza.

Sarebbe sempre l’ora giusta di smettere la bambocceria che ci portiamo dentro per tutta la vita da quando essa era giustificata nell’età del ciuccio. C’è chi dirà che non è vero, ma nel sistema limbico è cosí: la Chiesa, imbarazzata, si è decisa a cancellarlo dalla carta geo- grafica dello Spirito, ma il Limbo vive in noi e tiene tutto.
È da esso che galleggia sulla soglia della coscienza comune la strana visione che una Via iniziatica sia simile a via X o ad un viale alberato Y: una passeggiata dal principio alla fine. Invece è un’aspra e stretta mulattiera, invisibile per le anime ipovedenti, che parte dai limiti inferiori: da un basso che piú basso sarebbe impossibile, per giungere a  Tir-na-nÓg.

Perdendo un pezzo di sé ad ogni passo. Non il sé ma tutto ciò che di solito crediamo sia parte di noi: qui perdendo si diventa piú forti, perché occorre essere fortissimi per salire perdendo tutto quello che fummo e che siamo. Spoliazione ineludibile per una frazione di ora, ma che poi può diventare l’intimo carattere stesso dell’anima. È bene ricordare che non è la forza di cui parliamo quando viviamo come uomini del mondo.

Dobbiamo sempre ricordare che nel campo dello Spirito non esistono parole umane, e che «L’Iniziato che vuole esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera sovrasensibile è costretto ad esprimere ciò coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla» (R. Steiner: Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911). Dunque qualsiasi esperienza interiore che non sia rappresentazione tolta dal sensibile deve usare parole usuali con senso diverso: anche questo sforzo necessario è la continua disciplina dell’esoterista che tenti di abbandonare la dialettica per giungere a momenti noetici.

Insomma, un lavoro interiore che porti a qualcosa è un lavoro severissimo, e pian piano assorbe tutto il vivere: certamente gli esercizi indicati dai Maestri richiedono solo brevi frazioni di tempo… però nel tempo i loro effetti riorganizzano la vita. Persino la spontaneità, che deve esserci, che è salutare, muta: la spontaneità naturale diventa cosa diversa.

La coscienza umana impara ad essere una condizione meditativa che, in immobile traspa- renza, continuamente si plasma nel variabile.

Molti tra i tanti amici che leggono queste righe meditano nella solitudine di una stanza e forse nella solitudine umana generale. Non è facile dirigersi nella direzione opposta a quella che pare abbia preso il mondo: ebbene, si facciano coraggio. Anche se soli, non sono mai soli, non sono abbandonati. Intorno al meditante, con animo fattivo, amoroso, si raggruppano i Messaggeri, e se, per dedizione alla disciplina, i mari interiori si placano e s’acquieta il vortice abissale (come le cascate dell’Iguazú  ma senza fondo) che per essi appare spaventosamente l’uomo, allora possono entrare e uscire portando in dono suggerimenti e sottili aiuti: ciò non va cercato. Succede.

Per non incorrere in equivoci, molto di cui sopra si rivolge ai neofiti…tenete in conto che anche alla piú decisa e dedita creatura umana occorrono tempi di maturazione lunghi o molto lunghi. Poi, in effetti, l’esercizio regale, la Concentrazione – la Concentrazione profonda – penetra subito in profondità: se la Volontà è stata risvegliata, l’opera è immediata, la via è aperta.

Il mio amico ha ricordato Ramakrishna: in effetti quest’ultimo aveva ragione: poi basterebbero tre minuti…

Franco Giovi

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per gentile concessione: http://www.larchetipo.com/2014/ago14/

 FRIEDRICH RITTELMEYER (di F. Giovi)

F R

Nel mio precedente articolo sulla Comunità dei Cristiani avevo ricordato Friedrich Rittelmeyer  (1871-1929), l’uomo che sostenne il rischio e la responsabilità di una simile avventura nella sfera viva dell’elemento religioso dell’anima.

Qual era la dote di questa figura? Possiamo dire che in lui vivevano con forza elementi dell’anima che appaiono a molti come estremamente diversi. Era una natura profondamente religiosa ma parimenti aperta alle esigenze moderne della metodologia, della logica, dell’esattezza scientifica. Ciò lo portava a rimettere in causa la passata tradizione teologica che costantemente vagliava con il severo criterio della veridicità.

Per lui il Vangelo era un nutrimento morale che doveva divenire una esperienza vissuta. L’impegno della sua Fede, l’ampia cultura, la conoscenza dei fenomeni umani, sociali e scientifici e la sua intransigenza morale fecero dei suoi sermoni un faro di luce spirituale nell’Europa di lingua tedesca. È un fatto storico che le sue prediche, stampate in milioni di esemplari, furono inviate ai combattenti durante la Prima Guerra Mondiale.

L’angelo che lo portò a Rudolf Steiner fu una grande figura, ai piú del tutto sconosciuta. Rittelmeyer, cosí attento ai fenomeni umani e sociali, pastore evangelico a Norimberga, chiese ai rappresentanti dei movimenti teosofici documentazioni, cause, origini. E nel suo ufficio si presentò  Michaël Bauer. Alto e snello, con una gran barba nera «poteva passare per un Maestro indiano in viaggio per le grandi città europee».
Scrive Rittelmeyer che per alcune persone «la semplice vista di quest’uomo di alta statura, che andava e veniva tra i fiori del giardino, fu un avvenimento che segnò le loro vite».

Gli occhi di Bauer erano la cosa piú impressionante: in essi l’impressione esotica era cancellata dalla luce del Cristo che attraverso essi si riversava sul mondo. «Giammai ho visto – salvo che in Rudolf Steiner – brillare una simile luce dorata nel profondo di uno sguardo umano».

I dialoghi tra i due si svolsero in un’atmosfera sana e spirituale e costrinsero il Nostro a riprendere pile di testi teosofici in cui trovò soprattutto una mescolanza di antiche tradizioni e di soggettivi sentimentalismi. L’unico autore interessante rimase Rudolf Steiner. Nei “Cicli” (che ora sono volumi) le parole di questi erano in contrasto con la teologia e molto rimase inaccessibile o inverosimile. Per il rigore e l’onestà della sua natura, Rittelmeyer, nonostante tutto, avvertiva l’invito di Steiner a comprendere l’insieme, a portare chiarezza in una visione nuova dello Spirito.
Sul tavolo da lavoro stava la Scienza Occulta: «Essa mi respingeva. Non potevo venirne a capo. La leggevo e dopo poco venivo preso dalla nausea. Quelle “conoscenze” mi pesavano sullo stomaco come cibi indigesti».
Dove i piú avrebbero lasciato (vedi ora con i libri di Scaligero), Rittelmeyer studiò una strategia: leggere poco, leggere imparzialmente, leggere attivamente e infine leggere meditativamente, intercalando lunghe pause in cui riprodurre nell’anima le righe lette, liberi da pregiudizi.

«Prima di tutto devi chiederti: ciò che c’è qui è vero? Non hai il diritto di voler decidere precipitosamente quali verità tu desideri e ritieni utili per il mondo!».

In maniera efficace il pastore delinea i contrastanti stati d’animo che sorgono in personalità già mature ma capaci di lotta conoscitiva.

Rittelmeyer vide Steiner per la prima volta nell’agosto del 1911. Non tesserato, fu comunque ammesso alle riunioni (la tessera quale condizione di presenza è ora piú che mai un paletto che mi pare non del tutto giustificabile, specie se ripreso da alte figure come la von Halle).

Per il pastore l’impressione generale non fu delle migliori: «Una certa forma di passività avida di godimento spirituale mi diede molto da pensare. E quando vidi uomini dai lunghi capelli fui sul punto di darmi alla fuga».

Comunque lo trattenne una certa solennità d’atmosfera, di nobiltà umana che traspariva dal fatto della prossimità di un grand’uomo. Ascoltò Rudolf Steiner, non vide traccia di vanità, e anzi, a voler essere pignoli, gli parve anche troppo coscienzioso e intelligente. L’impressione generale restava un quid aperto.

Alla fine della conferenza riuscí ad intercettare Steiner poco oltre l’impenetrabile muro dei seguaci. Gli domandò se poteva ritornare anche alla sera. Steiner lo fissò per un istante, poi volse gli occhi a terra (secondo Rittelmeyer, con le successive frequentazioni, gli parve, in questo comportamento, un modo per andare oltre l’apparire sensibile e percepire piú chiaramente l’essenza spirituale di un essere) e seccamente rispose: «Poiché voi siete stato qui la mattina, potete venire anche questa sera» e si allontanò. Fu la prima conversazione tra i due!

Quattro anni dopo, durante una conferenza, non era la prima volta che Rittelmeyer non si sentiva capace di «dare un’anima alle parole dello Steiner». Alla fine della conferenza fu Steiner che gli si avvicinò, e senza preamboli gli disse: «Parlo cosí di queste cose intenzionalmente e consapevolmente. Se parlassi altrimenti, marcherei troppo direttamente la sensibilità della gente. Attendete che queste cose si sviluppino per una cinquantina d’anni tra gli uomini: allora esse produrranno il loro effetto sulla sensibilità e sulla volontà».

Comunque era impressionante l’autorità che Steiner emanava. E la “mobilità” straordinaria del suo volto: «Appariva giovanissimo, poi d’età matura. C’era tanta potenza mascolina quanto una delicatezza femminile. Pareva un arido professore e subito si trasformava in un Dionisio ispirato. Comparato ad altri oratori, egli aveva una facoltà di trasformazione per lo meno dieci volte piú grande e un campo di possibilità interiori che non avevo mai visto…».

Giunse infine il giorno del primo vero colloquio tra i due. Rittelmeyer non gradiva l’ipotesi che Steiner potesse vedere la sua aura. L’amico Bauer lo confortò con divertimento: «Il Buon Dio la vede bene, non le pare?».

Steiner guardò con estrema attenzione Rittelmeyer che saliva i gradini. Impassibile ma con un grande abbandono di sé, fuso nei movimenti dell’altro. Solo piú avanti Steiner gli confermò che i movimenti di un essere rivelano molte cose sulle sue esistenze precedenti.

Non riporto il colloquio. Nei termini di cortesia e rispetto potete immaginare il pastore sempre all’attacco e il Dottore che rispondeva con disorientante blandezza. Alla fine del colloquio Steiner gli consigliò quattro discipline interiori. Che Rittelmeyer poi modificò per farne una cosa sua propria. Successivamente Steiner approvò tale approccio.

L’avvicinamento era iniziato, ma fu tutto meno che una cosa facile. Passarono anni di vaglio e discordanze (una tra tante, l’idea della reincarnazione: già nei primi colloqui Steiner aveva chiarito che la reincarnazione non era una “dottrina” cristiana: «È un fatto che si rivela all’investigazione occulta. Va accettato per quello che è»).

1915: la Guerra era in corso. Steiner riprese il Nostro: «Non è un bene dire alla gente: voi non dovete odiare l’Inghilterra. Questo snerva le persone e non le aiuta in niente. È molto meglio dire loro: voi non odiate davvero l’Inghilterra se siete dei veri tedeschi! Il tedesco, quando combatte, non odia mai la persona ma la causa».

Il Cristo era il punto focale per l’anima di Rittelmeyer, che chiese a Steiner quale fosse la sua immagine piú reale, la bocca ad esempio: «…Quando io la vidi – rispose Steiner – per la prima volta, ebbi l’impressione che non fosse mai servita per mangiare, ma che da tutta l’eternità essa avesse annunciato le verità divine».

«Ma – chiese il pastore – se sapete com’è il Cristo, non si potrebbe rendere la sua figura accessibile all’umanità?».

Steiner rispose positivamente. Si riferiva alla scultura del “Rappresentante dell’umanità”.

Quando in seguito Rittelmeyer vide la statua, commentò che alla figura sembrava mancare l’espressione della bontà.

«Avete ragione – rispose Steiner – ma la bontà non si presta ad essere rappresentata in una scultura, è assente dallo sguardo. Per questo ho cercato di introdurre l’espressione della bontà nel gesto della mano sinistra alzata».

Nel lungo cammino di Rittelmeyer verso l’antroposofia, il Dottore fu sempre la pietra angolare: in Steiner egli non trovò mai una, magari leggera, traccia di orgoglio, di compiacimento. Steiner mai si metteva avanti, nemmeno nelle conversazioni personali, e se sorgeva ammirazione nei suoi confronti, si ritirava e attendeva. Un giorno in cui Rittelmeyer gli chiese di convincere una personalità potenzialmente preziosa per il Movimento, Steiner rispose energicamente: «Io non voglio conquistare nessuno!».
Nel 1917, nel fare pochi passi insieme, Steiner disse che, per giungere ai suoi scopi, si limitava all’occulto. Mentre il dominio religioso era il percorso di Rittelmeyer.

Quest’ultimo iniziò a scrivere articoli sull’antroposofia che trovarono riscontri positivi e… negativi. Johannes Müller, ad esempio, scrisse in termini appassionati contro l’antroposofia. Ma replicare ad una replica è la cosa piú ingrata che ci sia. Infatti Steiner sconsigliò indirettamente il Nostro.

Con gli articoli sulla Tripartizione dell’organismo sociale, si levarono contro Steiner le passioni politiche ed economiche. Egli venne svergognato, vilipeso, e l’anatema si estese su tutti i suoi amici. «Il Papa invisibile dell’opinione pubblica si era pronunciato».

Sono molte le cose per le quali Friedrich Rittelmeyer visse e lottò in quegli anni, ma anche scegliendo i fatti piú salienti ci vorrebbe una intera pagina per ognuno di essi, e queste righe non sarebbero piú il modesto cenno che vogliono essere.

Per Rittelmeyer la frase pronunciata un tempo da Steiner: «Il campo religioso è la vostra strada» corrispondeva al suo piú profondo sentimento. Ma pazientemente aspettava ancora di essere assolutamente convinto della giustezza e della necessità del passo ulteriore, attendendo da Steiner tutto quello che avrebbe potuto sentire. Per un uomo di cinquant’anni abbandonare tutto il passato per intraprendere un nuovo indirizzo completamente diverso, è una esperienza che esige un coraggio fuori dal comune!

Venne finalmente il tempo in cui Steiner sviluppò, tra l’estate e l’autunno del 1921, due corsi sulla possibilità di un rinnovamento religioso.

«Malgrado tutto ciò che sapevo di Steiner, non mi sarei mai immaginato tanto approfondimento nel regno della teologia, sia che avesse tanto da dire di nuovo e di grande, non soltanto sulla Bibbia e la scienza biblica, ma anche sulla storia ecclesiastica, sulle diversità confessionali, sulla profondità spirituale e morale del cristianesimo, aprendo anche immense prospettive sull’avvenire …e la maniera concreta e sicura con cui afferrava il campo della pratica religiosa».

Rittelmeyer esaminò a fondo il testo dell’Atto di Consacrazione dell’Uomo e venne afferrato da questa idea: «Non si ha il diritto di privare di ciò l’umanità!».

Tuttavia l’esperienza determinante fu qualcosa di diverso, inatteso: «…l’esperienza che nel Pane dell’Altare ci sia realmente il Cristo vivente che giunge all’uomo. Ciò era presente con una purezza e una limpidezza indicibili. Fu una percezione puramente spirituale: non durante la cerimonia evangelica della Cena – benché l’abbia celebrata percependo frequentemente la vicinanza del Mondo divino – ma nella meditazione su l’Atto della Consacrazione dell’Uomo; fu una percezione spirituale cosí certa ed intensa che su essa si poteva fondare tutta una vita. …Ciò significa un nuovo servizio divino, una nuova azione del Cristo e una predicazione nuova».

«Mi trovai allora in presenza di questo problema: se è possibile penetrare direttamente in Cristo, quanti tra gli uomini ne sarebbero capaci? Non può essere necessario, per la maggioranza degli uomini, di poter avere una celebrazione che possa condurli a tale esperienza, che li conduca alla realtà della presenza del Cristo?».

Da questo punto di vista, il rapporto tra il movimento antroposofico e la Comunità dei Cristiani si fa chiaro.

«Se un culto venisse instaurato all’interno della Società Antroposofica, esso potrebbe appoggiarsi ad uno spazio piú ampio e in modo piú dettagliato sulla nuova concezione del mondo che si fa luce con l’antroposofia. Ma per il momento questa visione del mondo è lontana dal riconoscimento nella vita generale, e il suo compito è nella lotta, nell’aprirsi un varco spirituale. L’umanità nel suo insieme non può attendere che questo fine si realizzi. A gran parte della gente non interessa la lotta di questa concezione che cerca d’affermarsi. Ma per molti si può concepire l’importanza di un culto che sia in perfetta armonia con la conoscenza spirituale antroposofica; senza essa non si potrebbe vivere, ma nella vita cultuale sí: senza insegnamenti, senza il presupposto di questa conoscenza spirituale: un tale culto comunica all’uomo in modo immediato ciò che lo unisce alla realtà suprema».

Infatti quando fu chiesta a Steiner la distinzione tra il movimento antroposofico e la Comunità dei Cristiani, egli rispose: «Il movimento antroposofico si indirizza al bisogno di conoscenza e apporta conoscenza; la Comunità dei Cristiani si indirizza al bisogno di resurrezione e apporta il Cristo».

Deve essere però chiaro che anche la vera conoscenza può condurre pienamente al Cristo! Il movimento antroposofico abbraccia il pensiero in tutti i suoi interrogativi piú radicali. La Comunità dei Cristiani è una Chiesa che può abbracciare tutti gli uomini per la loro salvezza.

Per motivi di lavoro e di salute personale, le conversazioni tra Rittelmeyer e Rudolf Steiner, negli ultimi due anni di vita del Dottore, furono meno frequenti.

Circa un anno dopo la fondazione della Comunità, Rittelmeyer scrisse un forte articolo in difesa di Steiner, che rimproverò redazione e comitato per averlo pubblicato. Sappiamo però che soffrí manifestamente di non essere stato protetto dagli antroposofi. Egli vedeva bene che gli attacchi alla sua persona avevano lo scopo di soffocare la sua opera. Cosa che gli antroposofi non vedevano proprio!

L’ultima conversazione tra i due ebbe luogo nel maggio del 1924 e fu, con la comprensione di poi, l’incontro di commiato. Quando Rittelmeyer ricordò quanto potentemente fosse stato aiutato da Steiner durante la sua lunga malattia, questi, con un’espressione di immensa bontà, fermò il pastore: «No, caro Herr Doctor, siete voi che io ringrazio per avermi dato l’occasione di aiutare». Furono queste le ultime parole che Rudolf Steiner indirizzò a Rittelmeyer su questa terra.

Sei mesi piú tardi, su richiesta di Marie Steiner, Friedrich Rittelmeyer celebrò il servizio funebre secondo il rituale della Comunità dei Cristiani, con l’involucro mortale del Dottore ai piedi della possente e spirituale scultura lignea del Rappresentante dell’Umanità.

Franco Giovi

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Nota: tutto il virgolettato proviene dal volume Meine Lebensbegegnung mit Rudolf Steiner (Verlag Urachhaus, Stuttgart). E avverto subito i gentili lettori che le mie zoppicanti traduzioni non sono letteralmente fedeli. Il senso, spero, sí.

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per gentile concessione: http://www.larchetipo.com/2012/dic12/