ARMONIA CELESTE (di Savitri)

musica e poesia

Può accadere che

varcata la frontiera

in zona franca

senza pagar dazio

all’alba

d’un giorno qualunque

la Musica ti rapisca

o che tu la possieda

diventando Essa stessa:

tu musico e

strumento

orchestra intera e

direttore di

superba Sinfonia,

sacro respiro in

cassa armonica

navigante nel

Mare Celeste

sofficemente immerso

in luminosità

di fluide

aeree note.

(S. S.)

 

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SEDICESIMA PARTE ED ULTIMA PARTE.

MELCHISEDEC RAVENNA 2 - CopiaNel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.

George Orwell

Ci sono due modi per essere ingannati: uno consiste nel credere ciò che non è vero; l’altro nel rifiutarsi di credere ciò che è vero.

Søren Kierkegaard

Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero: non andare fino in fondo e non iniziare. 

Siddhârtha Gautama Shakyamuni Buddha 

Nell’esaminare le due opere di Orao, Resurrezione e Madre, che l’editore romano ha pubblicato, colpisce – a parte l’impostazione ‘mistica’ e ‘visionaria’, che, come ho largamente dimostrato, è stata fonte di errori capitali – una qual certa ‘unilateralità’, generata dalla sua condizionante visione del mondo, non scevra di presupposti, anzi carica di ‘pre-giudizi’. Si tratta di una impostazione di pensiero e di sentimento che risente fortemente di una formazione ‘confessionale’, e precisamente di una formazione ‘cattolica’. Naturalmente anch’essa ‘rivista’ e ‘corretta’, così come Orao ha fatto nei confronti dell’Opera stessa di Rudolf Steiner.  

La cosmogonia, e la cosmologia, cui fa riferimento Orao risentono fortemente del suo trascurare o ignorare una serie di contenuti della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, che pur sono espliciti nelle esposizioni di Rudolf Steiner. Sia che si tratti di semplice ‘ignoranza’ o, invece, di voluta ‘negligenza’ di tali contenuti, le conseguenze risultanti si sono rivelate, come abbiamo visto, disastrose.

Una parte di estrema importanza dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – almeno a mio modo di vedere, ma evidentemente non solo mio – è quanto Rudolf Steiner comunica in una serie di ‘esoterische Stunden’, di ‘lezioni esoteriche’, che fanno parte del ‘lascito’ della Esoterische Schule, la Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner nel 1904, chiusa a causa della prima guerra mondiale, e poi da lui rifondata, per quel che riguarda la sola Prima Classe, su basi nuove nel 1924. Questo patrimonio della Scuola Esoterica – veramente un mirabile tesoro di Sapienza – a parte i primi tre ‘Quaderni’ di poche decine di pagine ciascuno, apparsi negli anni quaranta dello scorso secolo, per volontà e a cura di Marie Steiner, fu curato interamente da Hella Wiesberger, e consta di una quindicina di volumi, molti dei quali di grande formato. Personalmente, devo l’accesso all’interezza di questo ingente lascito esoterico di Rudolf Steiner alla più che fraterna generosità donatrice di Hella Wiesberger, la quale nei suoi colloqui me ne illustrò il contenuto, indirizzando in senso giusto le mie ricerche. Una parte di questo ‘tesoro’ di Sapienza – appunto i cosiddetti tre ‘Quaderni Esoterici’, tradotti in italiano da Mario Viezzoli, e ritradotti poi da altri, con correzioni di mano di Massimo Scaligero – circolava già da decenni anche in Italia, in forma dattiloscritta e veniva affidato più o meno discretamente da Giovanni Colazza prima, e da Massimo Scaligero poi, a particolari discepoli della Scienza dello Spirito seriamente impegnati sulla Via dell’Iniziazione.  

Hella Wiesberger aprì la serie dei libri della Scuola Esoterica, curando la redazione e pubblicazione all’interno della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, dei «Quaderni esoterici», in una forma molto ampliata, con Anweisungen für eine esoterische Schulung, Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», GA-245, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1968, testo tradotto in italiano col titolo di Indicazioni per una Scuola Esoterica. Dai contenuti della «Scuola esoterica», Editrice Antroposofica, Milano 1999. Questa edizione italiana, che pur si presenta in una veste tipografica bella, non è troppo soddisfacente dal punto di vista della traduzione. Comunque si tratta di un libro di enorme importanza, ché già abbiamo visto come da un mantram che Rudolf Steiner dà in una pagina di questo testo, sia impensabile l’erronea identificazione che Orao fa tra l’Eloha Jahve e Lucifero. Io ricevetti in dono la prima edizione tedesca dei suddetti ‘Quaderni Esoterici’, nel 1972, da un’anziana antroposofa tedesca di nome Ilse Küchel, trapiantata nella mia città già prima della seconda guerra mondiale. Ilse Küchel era una fedele discepola di Rudolf Steiner, e persona volitiva di grande saldezza interiore: gli scozzesi direbbero ch’ella era una ‘oakheart’, un ‘cuore di quercia’.  

Il secondo importante testo della Scuola Esoterica, curato ed edito da Hella Wiesberger, fu Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, Zwanzig Vorträge gehalten in Berlin zwischen dem 23. Mai 1904 und dem 2. Januar 1906, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, ossia: La leggenda del tempio e la leggenda aurea come espressione simbolica dei misteri evolutivi passati e futuri dell’uomo, Dai contenuti della Scuola Esoterica. Venti conferenze tenute a Berlino tra il 23 maggio 1904 e il 2 gennaio 1906.

Questo testo fu solo parzialmente tradotto in italiano, ovvero, prima solo le sei conferenze del 2, 9, 16 dicembre 1904, 23, 23 ottobre 1905 e 2 gennaio 1906 nel volume Natura e scopi della massoneria, traduzione di Silvia Nicolato e Daniela Realini, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, ed anche questo testo non è, purtroppo, granché soddisfacente dal punto di vista della traduzione; poi, solo le quattro conferenze del 15, 22, 29 maggio e 5 giugno 1905 nel volume La leggenda del tempio e la leggenda aurea, traduzione di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 1994. Una singola conferenza, di estrema importanza, del 11 novembre 1904, col titolo I manichei, Editrice Antroposofica, Milano 1995, fu tradotta sempre da Iberto Bavastro, curata ed integrata dall’amico, purtroppo prematuramente scomparso, Gabriele Burrini. Una conferenza del 4 novembre 1904, intitolata Il mistero dei Rosacroce, tradotta da Alberto Avezzù, venne pubblicata dalla veneziana Table Ronde nel 1995, ma presto né pubblicherò una traduzione mia su Ecoantroposophia.

Questo testo tedesco di Rudolf Steiner venne pubblicato all’interno della Gesamtausgabe, dell’Opera Omnia di Rudolf Steiner, soltanto nel 1979. Fu in quell’anno che io potei andare per la prima volta a Dornach, per accompagnare L., una cara amica della mia città appartenente alla nostra cerchia collegata con Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, alla Lukas Klinik di Arlesheim, delle cui terapie ella aveva bisogno. Il libro su La leggenda del Tempio, che trovai alla Haus Duldeck, la piccola e bellissima libreria del Lascito, mi fece una enorme impressione, e mi aprì un mondo. Iniziò allora una ricerca per me molto particolare, che nel tempo mi condusse a risultati veramente straordinari quanto imprevisti e imprevedibili: una ricerca che dette origine a vari mutamenti di destino, nonché nella maniera di percorrere la ‘Via’.

Il Leitmotiv, il tema portante, di quell’intero libro – vero filo d’oro – è, come si evince dal titolo, appunto, quello della ‘leggenda aurea’, e quello della ‘leggenda del Tempio’, nelle cui immagini simbolico-reali viene illustrata l’origine divina dell’umanità – una  duplice divina origine: come ‘Figli del Fuoco’ e come ‘Figli della Terra’ – e vengono mostrate le vicende e i destini, che si incontrano, si scontrano e s’intrecciano, di queste due diverse stirpi dell’umanità terrestre. Le comunicazioni di Rudolf Steiner vertono soprattutto sulla diversa nascita di Caino, ‘Figlio del Fuoco’, nato dall’unione di un Eloha con Eva, e di Adamo, ‘Figlio della Terra’, plasmato da Jahve col ‘Fango’ o la ‘polvere della Terra’ – l’aphar min adamah del Sepher Bereshith, ossia libro della Genesi della Bibbia  ebraica e cristiana – e poi da lui unito ad Eva, generando così Abele.

Per tale ragione, Jahve non amava Caino, che come ‘Figlio del Fuoco’ era stato generato dall’altro Eloha, mentre amava Abele, anche lui, come Adamo, ‘Figlio della Terra’. Per questo motivo, Jahve rifiutò – secondo il racconto biblico della Genesii sacrifici di lui. Ciò portò alla contrapposizione tra Caino e Abele, e l’esito di un tale dissidio fu la morte di Abele. Dalla nuova unione di Adamo con Eva nacque Seth. Di conseguenza si formarono le due diverse stirpi : quella dei figli di Caino, lavoratori della terra, artigiani estremamente abili col legno e i metalli, artisti, curiosi indagatori dei segreti della natura, muratori e costruttori di città, appassionati conquistatori della Scienza e della Sapienza, e quella dei figli di Abele-Seth, pastori, contemplativi, dediti ad una veggenza sognante, mistici, sacerdotali, coltivatori della calma Saggezza jahvetica.

Il dissidio tra i fratelli, figli della stessa ‘madre’, Eva, ma di sì diverso ‘padre’, si trasmise ai rispettivi discendenti, sino a giungere al saggio Salomone, il più eminente dei discendenti di Abele-Seth, e a Hiram, architetto e abile lavoratore di ‘metalli’, il più straordinario discendente di Caino.

Nella ‘leggenda aurea’ viene raccontato come Salomone, incapace di costruirlo lui stesso, commissionasse a Hiram la costruzione del Tempio di Gerusalemme, di come Hiram con un solo sguardo facesse innamorar di sé, Balkis, la Regina di Saba, anch’ella di stirpe cainita e, come lui, ‘Figlia del Fuoco’, che era venuta a Gerusalemme attirata dalla saggezza di Salomone. Nella ‘leggenda’ si narra della ‘gelosia’ di Salomone nei confronti di Hiram, di come il re lasciasse operare il sabotaggio della fusione del ‘mare di bronzo’, il capolavoro che doveva decorare il Tempio, da parte di tre cattivi ‘compagni’, ‘invidiosi’ di Hiram, da questi ritenuti indegni di essere elevati a ‘maestri’. Poi la ‘leggenda’ narra della sacra unione tra Hiram e Balkis, della fuga di lei da Gerusalemme, dell’assassinio di Hiram da parte dei tre cattivi ‘compagni’.  

Rudolf Steiner narrerà molte volte nella Prima e nella Seconda Classe della prima ‘Scuola Esoterica’, quella da lui fondata nel 1904 e poi sciolta nel 1914, sia la ‘leggenda aurea’, che la ‘leggenda del Tempio’. Egli la commenterà più volte ai discepoli qualificati della ‘Scuola’, la prescriverà come esercizio, e tema di meditazione, all’interno dei tre gradi della Seconda Classe, ossia della Mystica Aeterna, dove ne veniva eseguita ritualmente pure uno svolgimento come ‘dramma-mistero’.  Di tale ‘leggenda’, egli ne farà varie redazioni scritte, una delle quali particolarmente importante, che vedrò di tradurre e pubblicare, in un prossimo futuro, su questo temerario blog. Nelle sue spiegazioni della ‘leggenda’, Rudolf Steiner mette in evidenza la contrapposizione tra la passiva, sognante, sentimentale, saggezza abelita, e la fortemente attiva, volitiva, cosciente sapienza cainita: solo quest’ultima si dimostrerà trasformatrice, e trasmutatrice, del mondo fisico. Nella storia dell’umanità, lungo i millenni, queste due correnti spirituali contrapposte, si incontreranno, e si scontreranno, ripetutamente. Mentre la sognante saggezza abelita è vòlta alla contemplazione passiva, tradizionalista e conservatrice, lunare, del passato, la volitiva sapienza cainita è vòlta all’azione attiva, innovatrice, solare, volitivamente trasformatrice, nei confronti del futuro. Rudolf Steiner mostrò come la corrente ‘abelita’ si manifestò, con aspetti migliori, peggiori, e talvolta pessimi, sia nella corrente mistica e in quella religiosa ‘istituzionale’ dell’antico biblico ebraismo precristiano e in quella delle varie chiese cristiane, mentre la corrente ‘cainita’ si manifestò come libera spiritualità nelle Fratellanze Iniziatiche, nello Gnosticismo antico, nell’Ermetismo, nell’Alchìmia. e soprattutto nel Rosicrucianesimo.   

Il contenuto cosmogonico e cosmologico della ‘leggenda aurea’, o ‘leggenda del Tempio’, i suoi sviluppi nella storia terrestre e cosmica dell’essere umano, sono alla base dell’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, di quella ‘ermetico-rosicruciana’, di quella ‘manichea’. La stessa eroica ‘impresa del Graal’, la più alta speranza di ‘reintegrazione’ dell’uomo, ma anche, secondo Massimo Scaligero, l’unica autentica possibilità di soluzione della questione sociale, è concepibile – e ciò risulta direttamente dagli elementi sapienziali facenti parte della ‘leggenda’ – unicamente sulla base della concezione spirituale che sta alla base della ‘leggenda’ stessa. Ora, tutto ciò semplicemente non esiste negli scritti di Orao. Oraosive mas sive faemina‘prescinde’ totalmente da tali contenuti. Né in Resurrezione, né in Madre, pubblicati dall’editore romano, né negli altri scritti, firmati Orao, apparsi sulla rivista romana pubblicata dallo stesso editore ve ne è mai – dico mai – la benché  minima traccia.

Mi si potrebbe obbiettare che i testi, successivamente tradotti e pubblicati dalla milanese Editrice Antroposofica, forse non erano ancora apparsi durante la vita di Orao. A parte il fatto che a Roma vi erano diverse persone che ben conoscevano la lingua tedesca, e nulla vi era di più facile del farsi venire da Dornach quei testi, io, non appena cominciai a procurameli, li feci conoscere agli amici sia della mia città, sia agli amici romani. Anche la traduzione di tali preziosi testi fu da me proposta a chi di dovere a Roma, negli anni ottanta dello scorso secolo, ma ne ebbi una violenta ripulsa, che devo dire mi stupì assai, e della quale allora, non scorgendone i motivi, mi rammaricai non poco. Solo nel tempo, e dopo molte ‘diligenti ricerche’, riuscìi a ‘intuire’, a ‘comprendere’ in profondità, il ‘perché’, nell’immediato non poi così evidente, di un cotanto pregiudiziale rifiuto. In séguito, avrei compreso sin troppo bene la correlazione profonda di un tale rifiuto con le tragiche vicende occorse nella Comunità spirituale della mia città, e soprattutto col famigerato tentativo di quel ‘trasbordo ideologico inavvertito’, che avrebbe dovuto portare, o dovrebbe portare, la Comunità Solare là dove mai sarebbe dovuta andare, o dovrebbe andare. Comunque, una tale obbiezione di una non disponibilità di quei testi della ‘Scuola Esoterica’, riguardanti la ‘leggenda aurea’ e i suoi logici corollari, non sarebbe affatto valida, perché nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis di Roma – ed in precedenza ho scritto come l’avvocato Caio Sallustio Crispo, che per un periodo diresse il Gruppo Novalis, già negli anni sessanta dello scorso secolo, redigesse un catalogo di tutte le conferenze tradotte e dattiloscritte, che erano presenti nei vari Gruppi della Società Antroposofica in Italia – era presente, col numero 251, un volume di dattiloscritti rilegati, ed intitolato ‘Sunti’, nel quale era presente, tra gli altri, un primo dattiloscritto intitolato Il Mistero dei R.C. – Rosacroce, recante in alto una scritta a matita nella riconoscibilissima calligrafia di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», chiara allusione alle logge della Seconda Classe della Scuola Esoterica, ossia della Mystica Aeterna. Vi era, altresì, un secondo dattiloscritto, recante anch’esso, sempre a matita, e riconoscibilissima, una simile scritta di mano di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», intitolato Loggia Rosicruciana, seconda conferenza dei cicli interni, La leggenda Aurea dei R.C. In fondo a questo dattiloscritto vi sono due mantram, con la spiegazione di Rudolf Steiner, relativi alle due colonne J e B costruite da Hiram, e da lui poste all’entrata del Tempio di Salomone.  

Quindi Orao avrebbe potuto benissimo accedere a quei particolari contenuti della Scuola Esoterica, e in particolare alla ‘leggenda aurea’, e alla ‘leggenda del Tempio’. Per attingere alla ricca biblioteca del Gruppo Novalis sarebbe bastato chiedere al fiduciario del Novalis, Romolo Benvenuti, o direttamente al bibliotecario, che per vari anni fu il mio amico L. Lo studio meditativo di quei due preziosi dattiloscritti – così importanti da recare scritta su ognuno di essi un’avvertenza a matita di Giovanni Colazza – avrebbe potuto portare molto lontano Orao nel cammino interiore, ed essere estremamente fecondo sul piano di una corretta, esatta, percezione spirituale. Abbiamo visto come Rudolf Steiner espliciti essere una precisa regola dell’investigazione spirituale, che chiunque voglia compiere una qualsiasi indagine chiaroveggente nel Mondo Spirituale, debba prima collegarsi, e ben conoscere, quanto gli Iniziati, prima di lui, abbiano investigato, e comunicato, in passato sull’oggetto di tale indagine. Con ogni evidenza, a questo cogente principio – sia ciò avvenuto per mera ignoranza, o per colpevole negligenza, o anche per una precisa volontà di non tener conto di talune comunicazioni del Maestro dei Nuovi Tempi –  Orao non si è affatto attenuto. Il risultato di un tale comportamento – ampiamento descritto da Rudolf Steiner – è stato la produzione di una serie di errori, di percezioni fallaci, di illusioni, e di vere e proprie menzogne.  

Probabilmente, la parte della ‘leggenda aurea’ che narra dell’unione dell’Eloha con Eva, e la conseguente nascita di Caino appariva agli occhi di Orao possedere un ‘sapore’ decisamente ‘gnostico’, come nella ‘gnosi cainita’, o in quella ‘ofita’ e ‘naassena’. Ciò, per chi fosse improntato anche solo in parte dalla visione confessionale cattolica, è semplicemente inaccettabile. Così come la storia di Hiram, l’architetto costruttore del Tempio, il ruolo di Balkis, la Regina di Saba, la ‘gelosia’ di Salomone nei confronti di Hiram, l’assassinio di questi da parte dei tre ‘cattivi compagni’, il suo seppellimento da parte di questi ultimi, che posero sul suo tumulo di terra un ramo di acacia, il ritrovamento di lui da parte dei ‘maestri’ inviati alla sua ricerca, e le parole pronunciate in tale occasione, che divennero le nuove ‘parole sacre’, potevano apparire agli occhi di Orao avere un forte ‘sapore’, a sua volta, decisamente ‘massonico’, e quindi essere per tale motivo inaccettabile, secondo i canoni della più che discutibile ortodossia cattolica. Del resto, da parte dei gesuiti, e degli altri rappresentanti dell’integralismo cattolico, l’Antroposofia veniva – e viene tuttora – apertamente accusata di essere una forma di ‘gnosticismo’, e di avere altresì carattere ‘massonico’.  

Naturalmente, Rudolf Steiner respingeva come calunniosa l’accusa che gli veniva rivolta, sia da parte gesuitica e cattolico-integralista, sia da parte degli ambienti, ottusamente militaristi, dei circoli pangermanisti, i quali poi aderiranno al nazional-socialismo hitleriano, che l’Antroposofia fosse una sorta di “minestra riscaldata”, ossia la riedita mescolanza dei più svariati elementi dell’antica ‘Gnosi’. Rudolf Steiner affermò sempre, con estrema chiarezza, di non aver mai attinto ad elementi o documenti di sorta di un qualsivoglia passato, sia pure ai suoi stessi occhi venerabile, e di comunicare unicamente quanto era frutto, assolutamente originale, della sua personale indagine spirituale. Ma, al di là della calunniosa accusa, puramente strumentale, soprattutto gli ambienti cattolici avversi non intendevano punto che Rudolf Steiner operasse unicamente un semplice ‘revival’ dell’antica ‘Gnosi’ – quest’accusa calunniosa era un mero pretesto, e i suoi avversari lo sapevano benissimo – bensì era il fatto che l’essere umano potesse giungere al Divino attraverso la Conoscenza, ed una Iniziazione, frutti di una ascesi iniziatica, di una autonoma, individuale trasformazione dell’anima, trasformazione indipendente dal magistero e dalla mediazione sacramentale della Chiesa, ciò che rendeva, e rende tuttora, ai loro occhi, l’Antroposofia una novella – molto più pericolosa di quella antica, da lungo tempo defunta – forma di ‘Gnosi’.

Dalle stesse cerchie gesuitiche, cattolico-integraliste, militariste e pangermaniste, venne infinite volte ripetuta, nei confronti di Rudolf Steiner, l’accusa di un preteso carattere ‘massonico’ dell’Antroposofia, della sua Scuola Esoterica, ed in particolar modo della Seconda Classe di questa, ovverossia della Mystica Aeterna. Ci si basava soprattutto sul racconto dell’edificazione del Tempio di Gerusalemme, del ruolo in tale racconto di Salomone e del suo Architetto Hiram. Ma la ‘leggenda del Tempio’ non è affatto di origine ‘massonica’, bensì essa – come giustamente afferma Rudolf Steiner – è di origine ‘rosicruciana’, e ben anteriore alla nascita della Gran Loggia di Londra e della moderna ‘massoneria speculativa’, avvenuta il 24 giugno 1717. 

Ad una simile accusa, ingiusta, denigratoria, e in malafede, volle rispondere Marie Steiner, e lo fece coraggiosamente, in maniera risoluta, e soprattutto competente. Circa l’assoluta competenza spirituale di Marie Steiner – sulla cui figura umana e spirituale, in àmbito antroposofico e non, son state proferite le più vergognose calunnie, che disonorano chi le ha pronunciate, e chi le ha accolte e diffuse – vale la parola di Rudolf Steiner, il quale nel già citato Epistolario, Rudolf Steiner Marie Steiner-von Sivers, Briefwechsel und Dokumente 1901 – 1925, Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, GA-262, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 2002, a p. 450, nella lettera n°. 229, del 27 febbraio 1925, così le scrive: «Aber Du hast Dich zum Verständnis durchgerungen; das ist ein Segen für mich. Im Urteil zusammenfühlen und -denken kann ich ja doch nur mit Dir. […] Denn innere Kompetenz gestehe ich für mich doch nur Deinem Urteil zu. Aber sei sicher, so unendlich lieb es mir ist, wenn ich Dich hier habe: ich könnte es gar nicht ertragen, wenn Du auch nur eine Stunde Deine Tätigkeit abkürzest». Il che tradotto, il più letteralmente possibile, così suona: «Ma Tu Ti sei sforzata di giungere alla comprensione; questa è una benedizione per me. Nel giudizio io posso, appunto, con-sentire e con-pensare unicamente con Te. […] Giacchè da parte mia concedo interiore competenza solo al Tuo giudizio. Ma sìi sicura, che così come mi sei infinitamente cara, quando Tu sei qui: così non potrei sopportare che Tu accorciassi, anche di una sola ora, la Tua attività».

Ora, nel volume Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, – Per la storia e dai contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914Briefe, Dokumente und Vorträge aus den Jahren 1906 – 1914 sowie von neuen Ansätzen zur erkenntniskultischen Arbeit in den Jahren 1921 – 1924, GA-265, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, curato come tutto il lascito della Scuola Esoterica da Hella Wiesberger, la quale nell’aprile del 1988 volle farmene dono, vi sono tre abbozzi di un articolo, ed un articolo scritto da Marie Steiner nella forma definitiva, da lei pubblicato col titolo War Rudolf Steiner Freimaurer?, ossia Era Rudolf Steiner libero muratore?, sulla rivista Anthroposophie. Zeitschrift für freies Geistesleben, Antroposofia. Rivista per una libera vita spirituale, 16. Jg. Buch 3, Aprile-Giugno 1934, Stoccarda, edita da C.P. Picht. In questo articolo, pp. 111-115, Marie Steiner chiarisce abbondantemente la natura non massonica dell’Antroposofia in generale, e della sezione cultico-conoscitiva, la Mystica Aeterna, in particolare. Purtroppo, l’edizione italiana di questo volume, pubblicato nel 2017 dall’Editrice Antroposofica, è solo parziale, e la traduzione – peraltro di un testo tutt’altro che facile – non è pienamente soddisfacente. Per l’appunto, nell’edizione italiana, manca – tra le molte altre cose – proprio l’articolo, con gli abbozzi del medesimo, di Marie Steiner. Ma, siccome intendo tradurre proprio quella parte – al fine di sfatare alcune ‘leggende’ menzognere, messe artatamente a giro sulla Mystica Aeterna – il benevolo lettore attenda con pazienza la comparsa di quell’articolo su questo temerario blog.  

Ora, è storicamente dimostrabile che la ‘leggenda del Tempio’, e la figura di Hiram, sono ben più antiche della nascita della moderna ‘Massoneria speculativa’, e della Gran Loggia di Londra, all’inizio del XVIII secolo. La figura di Hiram è di origine ‘rosicruciana’ e non ‘massonica’. La si ritrova in autori del primo movimento rosicruciano nel XVII secolo. Fu la Massoneria a ‘prendere’, o meglio, a ‘ricevere’ la ‘leggenda di Hiram’ dal Rosicrucianesimo, e non viceversa. Infatti, il pitagorico, ermetista, e massone, Arturo Reghini, scrivendo in Ignis. Rivista di studi iniziatici, anno I, n°. 10, 1925, sulla figura di Alessandro Conte di Cagliostro, al contempo alchimista, rosacroce e massone, nell’articolo, Le Proposizioni del rituale della Massoneria Egiziana censurate dal Tribunale del Sant’Uffizio. (Da documenti originali del Sant’uffizio), così scrive nella nota (7), a p. 307:  

«Esiste un’opera del celebre rosacroce Michele Maier, la “Septimana Philosophica (1620)”, scritta sotto forma di dialogo, i cui interlocutori sono: Salomone, Hiram, e la regina di Saba. Anche in un’altra sua opera, i “Symbola Aureae Mensae (1617)”, il Maier pone in connessione questi tre personaggi. Notiamo il precedente perché significativo».

Michele Maier, originario dello Holstein, in Germania, conte palatino, medico e consigliere dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, fu un rosicruciano del XVII secolo, della prima cerchia di coloro che si esposero personalmente per difendere la Fraternitas Rosae Crucis, amico personale dell’inglese Robert Fludd, del quale Rudolf Steiner parlò sovente, tessendone grandi elogi. Un discepolo di Robert Fludd, fu l’archeologo, ermetista, alchimista inglese Elias Ashmole, autore del Theatrum Chemicum Britannicum, opera molto stimata e ricercata dai cultori dell’‘Arte’. L’Ashmole fu pure uno dei primi ‘massoni speculativi’, oltre mezzo secolo prima della fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra, avvenuta nel 1717, ed apparteneva a quel milieu esoterico, che fece fluire all’interno delle sopravviventi logge ‘operative’ l’elemento rosicruciano che arriverà ad esprimersi ritualmente tra l’altro nel dramma-mistero della morte e resurrezione di Hiram Abif. Come vedremo in una ‘lezione esoterica’ – che pubblicherò, spero presto, su Ecoantroposophia – Rudolf Steiner affermerà apertamente l’origine rosicruciana della ‘leggenda del tempio’, e del ruolo in essa di Hiram.

Che poi la stessa Massoneria abbia poi avuto, in  tempi diversi e in luoghi diversi, più o meno accentuati, e vistosi, fenomeni di decadenza, a volte anche gravi, va da sé, ma non si dovrebbe fare di ogni erba un fascio, ed emettere in maniera semplicistica un giudizio generalizzato. Del resto, se si osservano le degenerazioni, ben più vistose sotto ogni aspetto, delle varie Chiese cristiane, ed in particolare di quella cattolica, vi sarebbe da fare in proposito un discorso ben più severo. Ed anche il milieu antroposofico ha avuto, prima e dopo la morte del suo fondatore, Rudolf Steiner, pagine veramente tristi, e triste, sulle quali preferisco, per ora, stendere un velo pietoso. Lo stesso ambiente dei seguaci e discepoli di Massimo Scaligero – gli ‘scaligeropolitani’ come li chiama, celiando un po’, il mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina – in questi ultimi decenni dopo la morte di Massimo Scaligero, non è che si sia fatto molto onore. Inoltre, lo stesso Rudolf Steiner, pur lui stesso non massone, era estremamente tollerante nei confronti di quelle forme della Massoneria rimaste, ancorché decadenti, oneste e tradizionali, non coinvolte nella politica, e dei massoni che avevano una tenuta morale. Vari preminenti, fedeli, discepoli di Rudolf Steiner erano massoni, come Harry Collison, Johannes Geyer, August Karl Stockmeyer, Herman Joachim, e in Italia Giovanni Colonna di Cesarò, e al di fuori della stretta cerchia dei seguaci dell’Antroposofia, lo zio di Massimo Scaligero, Pietro Scabelloni, del quale lo stesso Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, e in altri suoi scritti, parla come di una figura spirituale luminosa. Per cui, non avrebbe molto senso una opposizione pregiudiziale da parte di un discepolo – sive mas sive faemina – della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, ai contenuti della parte più riservata della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, ossia della Mystica Aeterna, per un preteso carattere ‘massonico’ della ‘leggenda del Tempio’, e della figura di Hiram, che invece hanno carattere, e origine, ‘rosicruciani’.

Abbiamo visto, in quanto ebbi modo di scrivere su questo animoso blog in articoli sul ‘prometeico idealismo magico di Rudolf Steiner’, et similia, come egli abbia una posizione spirituale accentuatamente ‘cainita’, e non certo ‘abelita’. Tanto più, se si considerano le comunicazioni della sua indagine spirituale, che esplicitamente identificano – in particolare nella Prima Classe della sua Scuola Esoterica, e nella Mystica Aeterna – la figura del ‘cainita’ Hiram, con Giovanni-Lazzaro, autore del quarto Vangelo, Christian Rosenkreutz, il Conte di Saint-Germain. Su ciò avrò modo di ritornare in un mio studio futuro che, spero, vedrà presto la luce su Ecoantroposophia. Tutto ciò getta una luce particolare proprio sull’ultima allocuzione, che Rudolf Steiner pronunciò il 28 settembre 1924, nella quale egli, tra le altre sue indicazioni, invitava i discepoli dell’Antroposofia ad indagare sulla ‘figura di Lazzaro-Giovanni in loro’. Quell’ultima allocuzione del Maestro dei Nuovi Tempi, in un certo senso una sorta di suo ‘testamento spirituale’, ha un senso ed un significato ben diverso da quello che gli dà Orao in Resurrezione, ed in Madre. Per la penetrazione della figura spirituale di Lazzaro-Giovanni, non si può affatto prescindere da quanto Rudolf Steiner rivela all’interno della Scuola Esoterica, e soprattutto della Mystica Aeterna, alcuni testi della quale Orao poteva avere facilmente a disposizione nella biblioteca romana del Gruppo Novalis, ma dei quali non tiene minimamente conto, così come di non poche altre comunicazioni di Rudolf Steiner, rispetto alle quali Orao va in aperta rotta di collisione. Si tratta di palesi contraddizioni rispetto a quanto insegna la Scienza dello Spirito: contraddizioni che non possono, e non devono, essere ‘opportunamente’ taciute, ma che anzi devono essere coraggiosamente dichiarate e corrette, perché – come ha anche giustamente osservato, su un noto social forum, S., un nostro benevolo lettore e critico – che vale il detto che è la verità a meritare il rispetto più grande. E lo stesso Rudolf Steiner, proprio all’inizio del libro Iniziazione, pone, come primissima esigenza per il discepolo della disciplina spirituale la devozione, che deve essere rivolta non tanto alle persone, quanto alla Verità e alla Conoscenza. Dunque è alla Verità, che andrà la nostra maggior devozione. 

Ora, la posizione di Orao, l’evidente attitudine, quale traspare nei due scritti considerati in questo mio studio, è decisamente tipologicamente ‘abelita’, e non certo ‘cainita’. Rudolf Steiner mette in evidenza come sia esistita una corrente ‘abelita’ superiore, quale si espresse, per esempio, nelle pagine più luminose dell’antico ebraismo, ed in parte nella mistica cristiana, ed una corrente ‘abelita’ inferiore, decadente, scivolante – come nel caso delle pratiche medianiche sadducee, al tempo del Christo, ed il Kohen Gadol, il Gran Sacerdote, Caifa che, come afferma il Vangelo di Giovanni‘profetizzò’ che era meglio che uno solo morisse, piuttosto che Israele venisse distrutta, ne era un esempio – nel medianismo, nella incosciente apertura di una decaduta ‘veggenza atavica’ ad un oscuro ‘visionarismo’ più degenerato, facile preda di ostili Deità Ostacolatrici. Esempi di una simile decadenza ‘abelita’, ve ne sono in abbondanza nei venti secoli di storia della Chiesa Cattolica, la quale respinse ben presto l’esigenza di una ‘Conoscenza’ diretta del Mondo Spirituale, di una ‘Gnosi’, da conquistarsi mediante l’Iniziazione, che perseguitò sempre con ferocia, assieme ad ogni forma di dissenso, da essa bollato come ‘eretica pravità’. Un altro esempio è Helena Petrovna Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica, la quale possedeva potenti forze di ‘veggenza atavica’, ma che in lei scivolavano spesso nella più ambigua medianità, generando errori a non finire. Ora, Rudolf Steiner non accoglieva nella sua Scuola Esoterica chi avesse tali ‘abelitiche’ facoltà ataviche, colludenti con la medianità, e non se ne volesse liberare energicamente.

La non regolarità spirituale della posizione ‘abelita’ di Orao è, purtroppo, dimostrata dai molti – invero troppi – ‘errori’, che mi son preso la ‘pedante’ pena di documentare, e che il lettore può tranquillamente controllare, data l’abbondanza di fonti da me citate, anche ripetutamente. Il non tener conto, volutamente, di quanto Rudolf Steiner – basandosi su un metodo rigorosamente scientifico, affatto scevro di presupposti, che il discepolo dell’Iniziazione può, anzi deve, verificare, ‘rivivendolo’ – ha comunicato, con un linguaggio che più chiaro non potrebbe essere, nelle sue, fondamentali, opere scritte che Orao sicuramente possedeva, e in una notevole mole di ‘cicli’ di conferenze, stampati o dattiloscritti, che parimenti Orao sicuramente possedeva, nonché in altri ‘cicli’ più riservati, come quelli della Scuola Esoterica, o non ancora pubblicati, ma che erano facilmente a sua disposizione, per esempio, nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis, ha portato Orao ad affermazioni che non sono diversi ‘punti di vista’, ma ben l’esatto contrario di quanto affermano Rudolf Steiner, e l’Antroposofia. Con gli scritti di Orao – si abbia o meno il coraggio di volerlo vedere – si ha a che fare non con una ‘logica dei distinti’, o ‘logica dei diversi’, crocianamente intesa, bensì proprio con una ‘logica dei contrari’, o ‘logica degli opposti’, ‘contrari’ e ‘opposti’ assolutamente inconciliabili con la Scienza dello Spirito. Ossia, o è vero quanto afferma Rudolf Steiner, che si basa su un metodo rigorosamente scientifico, espone le sue comunicazioni in chiari concetti, in un linguaggio asciutto, chiaro, di nitore ‘geometrico’‘stellare’, e di conseguenza è falso quanto afferma Orao; oppure, al contrario, è vero quanto, basandosi su una incerta, ‘abelitica veggenza visionaria’, esprimendosi in un anfibologico, e suggestivo, linguaggio mistico, afferma Orao, che ‘pretende’ di ‘correggere’,  e ‘completare’, dicendo esttamente il contrario, e ‘presume’ di poter ‘fare a meno’, e addirittura ‘sostituire’ le comunicazioni della Scienza dello Spirito, ed allora ha torto Rudolf Steiner, ed è falso quello che il Maestro dei Nuovi Tempi afferma.  Non vi è una terza possibilità. Bisogna avere il coraggio della radicalità della Verità, la quale non concede punto accomodamenti con personali ‘opinioni’, morbidamente accarezzate. Nella Scienza – e l’Antroposofia è ‘Scienza’, dello Spirito, ma, appunto, piaccia o non piaccia, ‘Scienza’, non ‘teologia’, non ‘religione’, non ‘misticismo’ – vi è la certezza della Verità, sperimentata, conosciuta e dimostrata, e non vi è spazio alcuno per le personali, sentimentali, idolatriche, ‘opinioni’

Dal punto di vista della Scienza dello Spirito – dunque di un’Antroposofia che voglia essere ‘Scienza’non è accettabile l’imposizione, come fa Orao a p. 7 di Resurrezione, di presupposti obbligatori, tanto più se tali presupposti sono di natura religiosa, e confessionale. Non è accettabile che venga detto che: «I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità». Ciò non è accettabile perché è falso che i Vangeli siano ‘necessari’, perché Rudolf Steiner – lo abbiamo visto, e ben documentato – non partì affatto da essi, bensì dalla Scienza, e dall’esperienza dell’essere originario del pensare. Ed è altresì falso che lo siano come ‘testimonianza’, perché il discepolo dell’Iniziazione trae ‘principi’ e ‘verità’ dalla diretta esperienza interiore, da una attività del ‘pensare puro’, del ‘pensare libero dai sensi’, senza presupposti di sorta, e poggiante unicamente su se medesima : questa è l’attiva, volitiva, cosciente, non egoistica, ‘Via del sublime eroismo’, che Rudolf Steiner con la sua Filosofia della Libertà prima, e Massimo Scaligero con l’intera sua Opera poi, hanno donato al mondo, e ai temerari che coraggiosamente vogliono realizzare l’Io, e sperimentare lo Spirito.  

Con una tale opera di redenzione del pensiero, con tutta la buona volontà del mondo, non si vede proprio che cosa abbiano a che fare, p. 7 di Resurrezione, «i Fioretti di San Francesco, le Lettere di Santa Caterina», né cosa giustifichi, dal punto di vista della Scienza dello Spirito l’assoluta identificazione,  ibidem p. 8, del tutto arbitraria – e ben errata, visto che Rudolf Steiner afferma il contrario – di «Melchisedek, Manes, Manu, Minos, Cristiano Rosenkreutz». Abbiamo visto come Orao abbia la ‘pretesa’ di ‘correggere’, e la ‘presunzione’ di ‘completare’ – ed è un controllo che chiunque può fare con facilità, perché ne ho dati, nel corso di questo mio studio, tutti i riferimenti bibliografici – le comunicazioni date da Rudolf Steiner in Cronaca dell’Akasha, e in Scienza occulta nelle sue linee generali con i risultati della propria ‘percezione veggente’, che si è rivelata ambigua, infondata, visionaria, fallace, e menzognera.

Abbiamo visto, inoltre, come Orao alteri, scientemente, la cosmologia e la cosmogonia dell’Antroposofia, per identificare tra loro l’Eloha o Eloah Jahve con l’entità di Lucifero, come dia come ‘sede di Lucifero’ la Luna terrestre fisica, quando invece essa è Venere, e come questo capitale, e blafemo errore, crei una ulteriore, molto pericolosa, menzogna facente il giuoco di Lucifero e Ahrimane, dalle conseguenza inimmaginabili quanto esiziali, circa la dottrina occulta della ‘ottava sfera’, errore e menzogna affatto analoghi a quelli compiuti dai teosofi Helena Petrovna Blavatsky e da Alfred Percy Sinnett, dai loro ‘amici’ occultisti indiani della ‘sinistra’, e dai loro ‘avversari’ angloamericani anch’essi della ‘sinistra’ occultista. Rudolf Steiner, nei testi da me ampiamente citati, mostra come nella Blavatsky e nel Sinnett agisse, inconsapevole, un una ben celata forma di ‘materialismo spirituale’, frutto dell’origine medianica della loro ‘veggenza visionaria’. È difficile – e lo dico con profondo rammarico – sottrarsi all’impressione della stretta analogia che vi è tra l’errata concezione cosmologica di Orao e quella delle sopra citate deviazioni della medianica teosofia blavatskyana, per non dire con quella, volutamente errata, di un certo occultismo britannico, legato all’Alta Chiesa Anglicana, ostile tale occultismo non tanto all’idea stessa della reincarnazione, quanto alla divulgazione di una tale idea, e a tal fine alterante la dottrina cosmologica planetaria, e quella della Luna terrestre, nonché quella della ‘ottava sfera’ in particolare.

Abbiamo visto come Orao manipoli spregiudicatamente i testi evangelici, a pro’ delle sue tesi di fondo sulle quali vuole edificare una ‘novella Iniziazione graalica’.  Abbiamo visto come Orao giunga a falsificare l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, inserendo con un’abile interpolazione – compiendo quella che non può venir chiamata con altro nome che quello di una ‘sfacciata impostura’ – un brano inesistente in un importante ciclo di conferenze del Dottore sulla pedagogia, parlando dell’atto fisico tra l’uomo e la donna – atto sessuale del quale, come ho dimostrato, Rudolf Steiner non parla mai in tutta la sua sconfinata Opera – che correlerebbe direttamente la coppia umana con la prima e più elevata tra le Gerarchie celesti. Abbiamo visto come Orao abbia la ‘pretesa’, nonché la ‘presunzione’, di ‘correggere’, e ‘completare’ l’Opera di Rudolf Steiner, e di Massimo Scaligero – in realtà sostituendosi ad esse – descrivendo i gradi di una pretesa ‘Iniziazione graalica’, ben quattro dei quali, a suo dire, verrebbero ad aggiungersi ai sette gradi della ‘Iniziazione cristiano-gnostica’ del Maestro Gesù, e a quelli della ‘Iniziazione rosicruciana’ di Christian Rosenkreutz, il che, francamente, mi sembra vada troppo oltre ogni limite consentito. Tanto più che secondo l’antico adagio iniziatico – come ho già scritto – ‘nemo dat quod non habet’.

Quanto alla ‘via della coppia’, che Orao descrive, sia pure per accenni, persino in modalità dell’atto sessuale, il sottoscritto – facendo valere un legittimo principio di precauzione – invita il cercatore spirituale alla più grande prudenza, perché errori in cotal dominio si pagano molto salati, e i sentieri intrapresi possono troppo tardi rivelarsi essere senza ritorno. Nel tempo, ho avuto modo di osservare in àmbito cattolico, in Italia e altrove, varie di codeste ‘vie’ – tutte egualmente errate – alcune delle quali con modalità e risultati piuttosto inquietanti, e scabrosi, come quella, a mio modo di vedere, veramente folle, scelta da ‘Paolo Virio’ e ‘Luciana Virio’, che seguivano gl’insegnamenti magico-sessuali, spacciati per spagirica Alchìmia, di quel traditore spirituale – Massimo Scaligero apertis verbis dixit – che era il conte Umberto Alberti “Erim” di Catenaia. Ho potuto constatare come troppe volte un edulcorato misticismo sentimentale, ed una ‘veggenza visionaria’, conducano sin troppo facilmente su obliqui sentieri scivolosi, che portano solo ad irrimediabili disastri. In questo campo, una sana diffidenza è madre della sapienza. Ergo

La ‘Via vera’, la ‘Via regia’, è un’altra: è quella ‘Via del Pensiero Vivente’, che al giovanissimo Rudolf Steiner venne indicata a Vienna dal suo anonimo Iniziatore. ‘Via’ radicale, scevra di presupposti, metodicamente ‘scientifica’, ‘Via dello Spirito’ rigorosamente oltre il corpo, e oltre l’anima. ‘Via della Concentrazione’ che è la ‘Via del sublime eroismo’, che affronta direttamente, senza mediazioni, lo stato di morte del pensare, lo stato di morte dell’anima nella prigione-tomba corporea, e lo risolve: non vi è altra ‘Via’.

Ci tengo a dire – e lo ribadisco a scanso di equivoci – che per me Orao, è unicamente quello che risulta dagli scritti apparsi con la sua firma, presumibilmente postuma, dei libri Resurrezione e Madre. Non mi sono occupato, e non mi occuperò, della sua figura umana – sive mas sive faemina – né delle eventuali vicende luminose o tristi della sua vita. Non mi sembrerebbe giusto farlo. Di quei due libri ho analizzato solo alcuni punti. Ma su di essi si regge tutta la concezione del cammino spirituale che Orao vuole indicare, ed ho mostrato quanto tale concezione, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, sia ben errata. Venendo meno quelle fondamenta, di conseguenza crolla tutto l’edificio che su di esse si appoggia. Per ora, non intendo scavare oltre in quelle opere, e sarebbe facilissimo rinvenire in esse errori su errori.

Per rendere il dovuto onore alla Verità, alla cui devota venerazione nessuno si può, né deve, esimersi, ed evitare qualsivoglia forma di distorcente suggestione, il benevolo lettore dovrebbe non tenere conto di chi sia, o sia stato, Orao, bensì unicamente delle affermazioni che sotto suo nome sono state pubblicate nei due libri Resurrezione e Madre, e considerare – controllando rigorosamente le fonti, che fedelmente riporto – se quel che Orao dice sia vero o falso. Viceversa, il benevolo lettore non dovrebbe tener punto conto di chi io sia, ossia la mia persona, sicuramente piena di difetti, bensì unicamente considerare se quello ch’io affermo, e documento, sia vero o falso, e nel caso che quel che affermo e documento sia vero, riflettere profondamente su quali ne siano le conseguenze nella vita spirituale individuale, della Comunità Solare, e nella vita spirituale e sociale in generale. Il lettore dovrebbe – risalendo alle fonti, che riporto con una certa abbondanza, e che potrei moltiplicare con facilità, e controllandole direttamente – farsi un giudizio autonomo, coraggioso, cosciente e, soprattutto, libero. E, ancora una volta, ci tengo a ribadire che quanto posso aver scritto – scritto senza odio, né spinto da una qualsivoglia partigianeria – non è contro una persona, chiunque essa sia, ché ognuno ha un suo destino non facile da affrontare, e che non mi permetto di giudicare, bensì contro affermazioni che apertamente confliggono con la Verità, e con le comunicazioni che Rudolf Steiner ha posto a fondamento della Scienza dello Spirito, della rosicruciana Antroposofia.

Amor mi mosse, che mi fa parlare. (Dante, Inf. II, 72).

Ma prima di concludere il presente studio – e poter dire con Paolo di Tarso, 2 Timoteo, 4, 7: Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi, ossia: ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho preservato la mia fedeltà – vorrei porre alcune facili domande all’editore che si è presa la pesante, e grave, responsabilità morale di pubblicare quelle due opere. Domande lecite, e ben comprensibili, visto che i due libri di Orao vengono pubblicati senza un solo rigo di presentazione, che ne spieghi la genesi e la finalità. Ma procediamo con ordine.

Questi testi di Orao, a quale epoca della sua vita risalgono? Orao ha condiviso sino alla fine della sua vita i contenuti di questi suoi scritti? Data la delicatezza dei contenuti di tali testi, Orao voleva che fossero resi pubblici? Dopo la dipartita di Orao, questi testi, o ‘quaderni’, chi li ebbe in eredità, ossia di chi essi erano in possesso legale? L’editore romano, che si è assunta poi la responsabilità di pubblicare quei testi di Orao, come ne è entrato in possesso? L’editore romano in questione ha per caso operato su i testi di Orao una qualsivoglia ‘azione redazionale’? Nel caso in cui quanto dalle mie analisi di quei testi di Orao, e soprattutto dal confronto di quei testi con le esplicite, chiarissime, comunicazioni di Rudolf Steiner – controllo che chiunque, con un po’ di buona volontà, può agevolmente fare – risulti che le affermazioni di Orao contraddicano i risultati della di lui indagine scientifico-spirituale, e di conseguenza, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, e non mio personale, risultino false, ossia risultino essere menzogne, l’editore romano intende continuare a far circolare tali testi? Intende pubblicare ancora altri eventuali testi di Orao?

Termino qui la mia disanima dei due testi di Orao, Resurrezione e Madre, ma se in futuro la cosa si rivelasse necessaria, potrò senz’altro ritornare sui temi trattati. Al benevolo lettore, che ha avuto la pazienza di seguire questa documentata disanima, spero di essere stato in qualche modo utile al suo cammino spirituale, ed auguro a lui tutto il meglio, ed ogni realizzazione. Ma, soprattutto, gli auguro sinceramente di preservare la purezza del suo cuore, e di rimanere sempre, coraggiosamente, libero. 

Omnia vincit Veritas!

CONTEMPLATIO MORTIS (di F. Giovi)

Il-Dio-dellUltima-Ora

Quando Ramana stava morendo di cancro, i suoi devoti gli chiesero di operare una guarigione su se stesso: «Perché fratelli? Questo corpo è sfatto, perché aggrapparsi ad esso? Perché costringerlo a durare?» rispose Ramana. Al che, essi implorarono: «Maestro, ti preghiamo di non lasciarci». Guardandoli come si guardano dei figli, Ramana rispose: «Lasciarvi? E dove sarebbe il luogo dove vado?». Giovedí 15 aprile 1950, un medico portò a Ramana un sedativo per alleviargli la congestione ai polmoni, ma lui rifiutò. «Non è necessario, tutto accadrà come deve entro due giorni». Al tramonto del giorno successivo, Ramana chiese a quelli che lo assistevano di aiutarlo a mettersi seduto. Essi sapevano che ogni movimento o anche solo toccarlo era per lui doloroso, ma egli disse loro di non preoccuparsi e rimase seduto. Un dottore fece per somministrarli l’ossigeno, ma Ramana lo allontanò con un piccolo gesto. Improvvisamente, un gruppo di devoti seduti all’esterno della veranda cominciò a cantare Arunachala Shiva. Udendo il suo canto preferito Ramana aprí gli occhi che brillarono, sorrise con indescrivibile dolcezza, lacrime di benedizione gli scesero lungo le guance. Ancora un respiro profondo e poi niente piú. Non ci fu lotta, non ci fu spasimo, nessun segno di morte, soltanto il respiro successivo non venne.

La paura della morte sorge nell’anima dell’uomo moderno dal momento in cui egli si estroflette con il suo essere verso il mondo sensibile, dal quale trae la forza per sviluppare una precisa ed intensa chiarezza di pensiero ed enucleare un senso di sé mai prima raggiunto. Dall’osservazione del mondo esterno egli però non raccoglie conoscenza per la sua anima, anzi essa sembra sparire al suo sguardo. Perdendo l’anima, ciò che rimane indubitabilmente è il corpo. Corpo sensibile che il mistero della morte pare rendere evidente come qualcosa che si decompone e si disgrega. Incollato tenacemente ai fenomeni del mondo che gli paiono fatti e finiti, e incapace di cogliersi quale attore o soggetto del percepirli, l’uomo crede di vedere soltanto una natura indifferente che distruggerà il suo essere riassorbendolo nel ciclo delle proprie leggi. Una simile visione, radicatasi nel sentimento e costantemente affermata dalla cultura generale, ha suscitato la paura della morte e, in tempi piú recenti, persino la rimozione: ossia la paura della paura. In epoche moderatamente piú antiche il terrore dell’annichilimento non esisteva.

Intendiamoci: l’evento della morte, da quando essa esiste per l’uomo, non è mai stata una semplice passeggiata (ora sono qui, poi faccio due passi e sono dall’altra parte) e frasi come “La morte non esiste!” appartengono alle idilliache fantasie (tutte latte e miele) di una certa teosofia moderna. Però un tempo l’uomo sognava da sveglio. Cosa sognava? Sognava obiettivamente la propria anima e le azioni dello Spirito che in essa si contessevano. Se egli meditava, o pregava, il suo sognare diveniva piú reale del mondo sensibile (questo a volte spariva del tutto), si estendeva, e con una certa facilità incontrava esseri e mondi assai concreti seppure privi di sostanze fisico-minerali, riconoscibili poiché già conosciuti prima della nascita (non a caso Rudolf Steiner enuncia un concetto enormemente importante che chiama innatalità). Perciò la morte, del resto ben presente e familiare nell’ordinario divenire della vita sociale, era piuttosto considerata come un importante gradino di maturazione e di trasformazione: per i piú semplici accettabile e accettata, per gli asceti un incontro proficuo.

In tempi non proprio remoti l’Oriente usava drastiche tecniche immaginative per liberare il discepolo dai timori legati alla morte e alla dissoluzione del corpo. Il discepolo veniva condotto, nelle piú oscure ore della notte, in isolati e lugubri luoghi cimiteriali o naturalmente orridi. Poi, seduto in silenzio, doveva evocare immagini spaventose, di demoni che lo assalivano, che squarciavano il suo corpo e lo divoravano finché di esso non rimanevano che sparse ossa. Alexandra David-Neel racconta che qualcuno, travolto dalla paura, non usciva vivo dalla prova!

Ma anche l’Occidente rispondeva all’appello. Nella Formula honestae vitae di Bernardo da Chiaravalle si leggono queste indicazioni: “…Quomodo nutat caput, cadunt brachia, rigent crura, jacent tibiae: quomodo induantur, consuantur, deferantur humanda. Quomodo componantur in tumulo, quomodo pulvere contegantur, quomodo vorentur a vermibus, quomodo quasi saccus putrefactus consumantur. Summaque tibi sit philosophia, meditatio mortis assidua. Hanc ubicumque fueris, et quocunque perrexe- ris, tecum porta, et in aeternum non peccabis.”

Per onestà d’inventario non va dimenticata la medioevale Ars moriendi, che appare lungo un asse di tempo che va dal basso medioevo e giunge sino al ’600 o ai primi del ’700 con oltre 300 testi documentali. In sintesi essa segue tre modalità. La prima consiste nella coltivazione di cinque virtú: fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità. In questo caso il morente viene portato in cielo dagli angeli. La seconda è costituita da preghiere e meditazioni sulla morte recitate da coloro che assistono il morente. La terza è un compendio di citazioni bibliche che commentano la morte a edificazione dei vivi e dei morti. Sull’Ars moriendi, salvo i casi contrari, aleggia una certa leziosità formale (a ben guardare già espressa nel suo nome) ed uno scarso contenuto sostanziale somigliante alle gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” per cui solo i tradizionalisti stravedono in bellezza e significati.

Piú austero e… lapidario l’uso del memento mori, non per nulla coniato dallo spirito latino e successivamente adottato dai monaci trappisti, che assume due significati: il primo consiste nell’accettazione consapevole della morte; il secondo nell’abitudine a considerare i valori mondani e gli appetiti relativi come vuoti e transitori. Anche il buddhismo possiede una formula analoga con il marana sati (consapevolezza della morte), in cui la tecnica consiste nella ripetizione di “marana vavissati” che significa “arriverà la morte”.

La necessità della contemplatio mortis non appartiene solo all’antico, ma appare qua e là sino ai giorni nostri. Miguel Unamuno avverte con forza la tragica, insopportabile incongruità dell’esser vivi, attivi e coscienti per poi non essere, e scrive: «Pensa al lento tuo disfacimento: la luce si spegne e piú non danno suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, di sotto i piedi scivola via il terreno, svaniscono come in deliquio i ricordi, tutto va a dissolversi nel nulla e neppure rimane la coscienza del nulla. …È un confrontarsi faccia a faccia con lo sguardo della Sfinge: è cosí che si spezza il suo incantesimo». Si può intravvedere nell’ultima frase che Unamuno, gran lottatore, presagisce un atto, coraggioso e profondo, che possa spezzare il limite dell’inevitabile (che forse è un potente incantesimo). Negli stessi anni un altro uomo assai diverso per età, carattere e cultura, Carlo Michelstaedter, presagisce l’incombenza della morte, ma anche intuisce lo svincolamento radicale dalla “rettorica” del dato, del compiuto, e con ciò il superamento della morte (pur essa rettoricamente data) attraverso il compimento di una dolorosa, ineffabile ascesi verso un nuovo tipo d’uomo: il “persuaso”.

Anche l’immersione nell’esperienza della morte di congiunti o sconosciuti è capace di insegnare molto. Non avete forse notato come il dolore della perdita di una persona amata regala ai sopravvissuti un respiro di spiritualità forse mai prima presentatosi all’anima? E la vita tra malati terminali riserva spesso grandi sorprese. Ne fu testimone Roger Godel (Essais sur l’expérience libératrice) durante il suo soggiorno medico tra moribondi in Egitto negli anni Trenta del secolo trascorso. Ne rende testimonianza recentissima la dottoressa Marie de Hennezel che, senza preconcetti metafisici, lavora da anni nelle unità di cure palliative a Parigi. Tali settori, fortemente sostenuti da François Mitterand, aiutano i malati terminali a riconciliarsi con l’evento inevitabile. Estraggo da lui, ormai presciente della propria fine, alcune considerazioni. «…Mi accompagnarono al capezzale dei moribondi. Qual era il segreto della loro serenità? Dove attingevano la tranquillità dei loro sguardi? …Spesso chiedevo a Marie della trasformazione profonda che lei stessa osservava in alcuni pazienti alle soglie della morte. Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Scoprono la libertà di aderire a se stessi. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di essere noi stessi. Il mistero di esistere e morire non è affatto chiarito, ma è pienamente vissuto. È questo l’insegnamento: la morte può far sí che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’uomo una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove?».
È interessante notare come in Mitterand, uomo laico e spregiudicato, per molti anni dedito al massimo potere politico e agli intrighi di corte, il contatto con la morte risvegli nell’anima le forze corrispondenti a quanto mostra di intendere con quelle parole. Questa impressione non pare astratta, perché la morte insegna davvero molto quando la coscienza, limpida e disciplinata, non venga trascinata in fantasie gotico-romantiche o nelle pessime trame di pessimi film (con ciò non dico di evitare un’affascinante stagione artistico-letteraria e persino il “macabro” spesso presente nei prodotti della Decima Musa. I divieti spiritualistici spesso sono risibili e ridicoli, perché ad essere radicali allora andrebbe vietata l’intera esperienza sensibile in quanto dualistica…) e qualche tipologia interiore potrebbe persino trarre ottimi spunti dai confusionari insegnamenti tolteco-stregoneschi di don Juan: «La cosa da fare quando sei impaziente è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di una enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lí che ti sorveglia. …La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, vòltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: “Non ti ho ancora toccato!”. …Si deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli».

Ci sarebbe anche molto, troppo da dire circa le NDE (near-death experiences) o esperienze di pre-morte che, per l’appunto, non sono meditazioni ed esercizi ma esperienze dirette. Diversi studiosi hanno svolto lunghe e approfondite indagini sulle NDE, come Frank e Potzel, ma la grande risonanza mediatica è stata suscitata dal lavoro del prof. Raymond A. Moody dopo l’uscita del suo primo libro La Vita Oltre la Vita, tuttora facilmente reperibile nelle librerie. Sulla sua strada diversi altri medici hanno continuato la ricerca, persino specializzandosi nelle sotto-categorie del fenomeno. L’esperienza piú completa si configura in otto stadi successivi: la sensazione della morte, il senso di pace e l’assenza del dolore, il tunnel, gli esseri luminosi, l’incontro con il supremo essere di luce, la visione panoramica dell’intera vita, l’ascesa al cielo e la riluttanza a tornare in vita. Ma tutto ciò, con quanto è stato pubblicato da Moody e dai suoi epigoni, può venir approfondito fuori da questa nota. Credo invece che valga sottolineare la vastità del fenomeno che è assai piú comune di quanto si possa immaginare e come questo venga artatamente occultato da moltissimi medici. Sono molti i pazienti che, raccontata la loro esperienza al personale sanitario, vengono autoritariamente invitati a tacerla e dimenticarla, anche con l’aiuto di sostanze chimiche. Risulta inoltre che nelle linee direttive di diverse entità ospedaliere, le NDE sono valutate alla stregua di sintomi patologici da curare.

Nella Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente una forma nuova di contemplazione della morte è spesso presente, anche prescindendo dai molti Cicli di conferenze specifiche. Non è una tematica svolta in maniera angosciante o malsana, ma ad un livello conoscitivo impersonale: «La morte stessa ha per sola causa un mutamento nel rapporto degli arti dell’entità umana». L’impersonalità conoscitiva che parla a te di te, venendo riprodotta in te al suo proprio livello, trasporta il tuo essere ad un momento di superiore consapevolezza ove il pensare inizia ad essere qualcosa che porta in sé una entità cosmica. Da questo privilegiato punto d’osservazione ti senti connesso agli eventi dell’universo e avverti, in serena ampiezza, come l’umano episodio della morte si armonizza in seno a questi. Con questa chiara e persino gioiosa impressione acquisti una nuova forza e speranza per la tua vita e per il mondo a cui sei legato da viventi azioni dello Spirito. È la tua stessa anima a suggerirti l’immagine della trasformazione, organicamente vera per l’uomo, il pensiero e il bruco. L’inganno arimanico-scientista che, con amplificato schiamazzo, offende la tua coscienza pensante con le ottuse immagini di un tutto che meccanicamente reciso diventa il nulla, puoi persino vederlo, livido e rancoroso, allontanarsi dalla tua anima. A tutto ciò non può non connettersi l’idea del ritorno (karma): essa è vertigine d’altezza, il cuore sente un illimitato dilatarsi dell’orizzonte; ti responsabilizza sub specie aeternitatis. Il significato della tua vita si scioglie dalla falsa banalità del caso, del contingente – le azioni e le cose acquistano luce e gravità morale – e si infiamma di speranza e d’audacia sacra perché presagisci una vita e un senso che sono cosmici.

Nello specifico dell’Opera di Rudolf Steiner esiste una contemplatio mortis vissuta come un gradino conoscitivo del vero Io dell’uomo. Sto parlando della prima meditazione che trovate in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni. I pensieri suggeriti da Steiner in tale meditazione si correlano in maniera rigorosa e severa e possono «far sperimentare interiormente tutto l’orrore del pensiero della morte, senza che a questa impressione si mescolino i sentimenti puramente personali che abitualmente sono connessi nell’anima con quel pensiero». Permettetemi di disegnare una traccia della meditazione proposta: solo una traccia che non vuole essere né una sintesi né tantomeno un riassunto. Il corpo fisico è qualcosa che io ho, non è una cosa che io sono. Il mio corpo, attraverso cui vedo, ascolto, tocco, mi esprimo ecc., in un giorno qualsiasi sarà perduto: il mondo lo distruggerà. Ma il modo in cui il mondo esterno tratterà il mio corpo (il mio cadavere) non cambia. Sarà il medesimo con il quale ora tratta il mio corpo vivo. Tuttavia io sono e vivo in questo corpo che, di fatto, appartiene al mondo: io vivo in un corpo a me esterno poiché appartiene al mondo che mi è esterno. Se la meditazione viene vissuta dal discepolo sino a quella condizione in cui il pensiero dialettico si consuma, la sua anima scopre una sensazione di estraneità rispetto al corpo fisico. Avverte che il corpo le è sostanzialmente estraneo, esterno, come qualsiasi altra cosa presente nel mondo esteriore.

Questo primo gradino meditativo prepara l’anima al passo successivo, ma determina anche effetti suoi propri. Uno di questi, ad esempio, è avvertire il nostro corpo come uno strumento usato o guidato da un principio volitivo che lo muove e lo usa.

Ancora uno sguardo. Il nostro esercizio regale, perché contiene proprio tutto, ossia la Concentrazione, è estraneo al tema di questa nota? Non direi proprio: da un certo punto di vista la Concentrazione è assai piú che una meditazione sulla morte. È un’immersione nella morte; attraverso essa ci rechiamo al punto zero dell’esistenza personale e oltre. Non sto dicendo parole: oltre alle esperienze interne all’esercizio in sé, che ognuno può fare, sono inevitabilmente possibili anche esperienze “collaterali” come, ad esempio, questa: si avverte qualcosa che non si conosce, che però viene dall’interno come vero contenuto spirituale che, se non si pasticcia, si palesa, ma sulle prime sembra irriferibile a quanto si conosce. I “contenuti interiori”, quando sono veri, saranno pure sottili, ma sono anche forti: lasciano una traccia nell’anima che spesso, giorni dopo, risuona ancora come un debole diapason. Si entra nel Silenzio, si afferra il diapason per la coda e si attende con molta dolcezza: riesce oppure no. Se riesce, l’immagine si alza nel campo visivo della coscienza ed è come se si alzasse la luna e la luce lunare nella notte. Lo sperimentatore trova cosí, in un punto della Concentrazione, la medesima esperienza descritta da Rudolf Steiner quando il discepolo si abbandona all’impressione interiore che può sorgere (obiettivamente!) nella ripetuta immersione meditativa rivolta ai fenomeni dell’appassimento e della morte.

Rivediamo per un momento la situazione dell’operatore. Egli non nega il corpo, la psiche, ecc. rivolgendosi al pensiero “io non sono questo o quest’altro”, ma indirizza tutta l’attenzione verso una direzione inusuale (per trovare il sé si vuole in un assoluto “altro da sé”) e nel far ciò abbandona con dedita indifferenza corpo, sentimenti, ricordi, volizioni, pensieri, il proprio soggetto comune, il mondo dei sensi: insomma tutto cade “come corpo morto cade”. Questo da un lato, mentre l’oggetto verso cui l’operatore conduce la quintessenza della sua potenza percettiva – l’immagine del chiodo, del turacciolo, del bicchiere ecc. – è, a tutti gli effetti, l’unica cosa morta che esiste in un universo vivente in molti modi. L’immagine del chiodo non è il nulla: è soltanto una delle infinite forme (simboli) della morte del pensiero. Perciò il vero asceta contemporaneo, per frazioni di ora giornaliere, muore al mondo e a se stesso per contemplare ciò che è morto. Per fare questo occorre mettere in campo tutta la forza che non si sa di possedere e che, in un certo senso, non si possiede, poiché è inavvertibile e dunque inavvertita. La Forza che non viene avvertita è la Presenza dello Spirito. Esso è ciò che conduce l’acme della Concentrazione e anche l’eroismo per ritentarla sempre: l’uomo, nell’accezione comune, non potrebbe contemplare, lui vivo, la morte. Altrimenti una simile operazione, basta il buonsenso per capirlo, sarebbe una vana e folle presunzione inattuabile. Ciò spiega tante cose: l’avversione e la paura per la Concentrazione, la scarsità di operatori veri, l’abbondanza di ascoltatori e lettori ecc., ed è anche un punto di osservazione forte per avvertire come possano essere necessari alcuni provvedimenti che, a svariati livelli, conducano il discepolo ad un’opera di trasformazione e riedificazione dei veicoli costitutivi – alludo alla pratica dei cinque esercizi – per non danneggiare o distruggere la propria entità umana quando lo Spirito scende ed infrange vittorioso “il volto di Medusa”. Fu per queste mancanze che il citato Michelstaedter pagò con la vita la sua possente intuizione.

Franco Giovi

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2008/ago08/

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUINDICESIMA PARTE.

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Non è davvero facile avere a che fare con gli scritti di Orao pubblicati in Resurrezione, nei quali, i testi ai quali Orao fa riferimento, sono sovente disinvoltamente manipolati. Ciò avviene sia per i testi di Rudolf Steiner – ed abbiamo visto persino un caso di aperta impostura, che non ha scusanti di sortasia, malgrado la proclamata venerazione, persino per il testo dei Vangeli. Orao, che passa per conoscere perfettamente il greco antico – in particolare la κοινὴ διάλεκτος, koinè diàlektos, la κοινὴ ἑλληνική, koinè ellenikè, ovvero la lingua “greca comune”, basata sul dialetto attico, e conosciuta anche come greco alessandrino o greco ellenistico, o ‘comune’, traduzione di κοινή, koinè, o ancora, a causa del suo utilizzo per la redazione dei primi testi cristiani, greco del Nuovo Testamentogreco biblico o greco patristico – traduce in maniera disinvoltamente personale i testi evangelici: per piegarli alle proprie tesi precostituite, che vuole in ogni modo dimostrare. Per esempio, parlando, a p. 98, del mutamento che l’ultima reggenza in epoca pre-cristiana dell’Arcangelo Michael avrebbe portato – al dire di Orao, naturalmente – nella dislocazione dei Misteri, così scrive:

«Si configurò, proprio all’inizio della sua reggenza, il periodo del pensiero volitivo o della volontà pensante. Questo evento significò per tutti gli asceti, i santi, gli Iniziati presenti da quell’epoca in poi sulla Terra, il germe per una nuova Iniziazione, ma anche un modo completamente nuovo di poter accedere alle sedi dei Misteri. Queste non furono più localizzate in un determinato paese o in determinati popoli, presso i quali recarsi per ottenere l’accesso ai Maestri, onde essere da questi avviati all’Iniziazione. La reggenza arcangelica aveva dislocato senza più tempo e spazio il periodo nuovo che stava per albeggiare nella storia dell’uomo: fu tutto interiorizzato, tutto fu sparso sulla Terra, tutto fu posto a disposizione dell’uomo purché questo «volesse». Quando gli Angeli, nel momento della nascita del Gesù di Nazareth, intonarono l’inno dai Cieli: «Gloria nell’alto dei Cieli, pace agli uomini di buona volontà», intendevano alludere proprio alla situazione che si sarebbe determinata nella nostra epoca, allorquando la nascita del Cristo-Gesù sarebbe divenuta evento reale per la coscienza superiore dell’uomo. Essi significarono che da quel momento in poi si apriva questa possibilità offerta quale dono del Cielo all’anima dell’uomo, ma che l’uomo stesso avrebbe realizzato.

Il cantico degli Angeli diceva propriamente: «Testimonianza all’Altissimo nei Cieli, pace per gli uomini di volontà risvegliata (o elevata, o sollecitata, o donata, o offerta, o alata, così in lingua greca)».

Per l’esattezza, l’epoca di Michele, l’ultima prima dell’incarnazione del Logos, si svolse circa dal 550 a.C. sino al 200 a.C., impulsò il pensare filosofico di Pitagora, Parmenide, Protagora, Socrate, Platone, Aristotele, impulsò inoltre l’azione travolgente di Alessandro Magno, dando luogo dopo la sua morte ai vari regni ellenistici, ma non comportò affatto – non allora almeno – la dissoluzione, e la scomparsa degli Antichi Misteri. A quell’epoca i Misteri mediterranei funzionavano perfettamente. I Misteri isiaci, osiriani, orfici, dionisaci, eleusini, mitriaci, continuarono ancora per quasi un millennio, e diffusero la loro possente influenza spirituale per tutto l’Impero romano. Si ritrovano, per esempio, i resti dei templi mitriaci dal Vallo Adriano, nel Nord della Britannia, ai confini della celtica Caledonia, l’attuale Scozia, sino a Doura Europos in Siria, e sulle rive dell’Eufrate della lontana Caldea. A cavallo tra terzo e quarto secolo d.C., Iniziati ed Epopti come Porfirio, discepolo di Plotino, e Giamblico, entrambi autori di opere di grandissima sapienza, mostrano come alla epoca loro i Misteri del Mondo Classico. ai quali essi largamente attingevano, fossero ancora vitali. Nel quarto secolo d.C., l’Iniziato ed Epopta  Flavio Claudio Giuliano, che i poco cristici ‘cristiani’, che lo diffamarono, ed eziandio lo assassinarono, chiamano ‘Giuliano l’Apostata’, venne iniziato da Massimo di Efeso, detto ‘il Teurgo’, nei Misteri di Mithra e in quelli di Ecate, e dallo Ierofante Nestorio ad Eleusi nei Misteri di Cerere-Demetra e di Proserpina-Persefone. I Misteri di Eleusi furono proibiti dall’ottuso, ignorante, brutale, e intollerante, imperatore Teodosio, assieme ai tutti i culti del Mondo Classico, solo con l’editto del 382, e il Telesterion di Eleusi venne distrutto nel 396 dai Visigoti di Alarico, guidati da monaci ‘cristiani’ nerovestiti. In Egitto, ad Alessandria, insegnava, finché non venne assassinata dai parabolani dell’infame ‘cristiano’ Patriarca Cirillo, di esecrata memoria, l’Iniziata e Epopta neoplatonica Ipazia, la sapientissima figlia del matematico Teone, che il platonico e cristiano Sinesio, vescovo di Cirene chiama, nelle sue lettere a lei, ‘Ierofantide’. Il Tempio di Iside a Philae, nell’Alto Egitto, fu fatto chiudere dall’ottuso, ignorante, e intollerante, imperatore ‘cristiano’ Giustiniano, assieme alla ormai quasi millenaria Accademia Platonica di Atene, nel 529 d.C.

Ancora per quasi 1500 anni dall’inizio di quella reggenza di Michele, il pensare umano – anche quello dei filosofi – più che umano fu un pensare ispirato. Ancora nella platonica Scuola di Chartres, nell’XI secolo, il pensare più che volitiva ed individuale elaborazione umana, era un’attività dell’anima ispirata dal Mondo Spirituale. Solo con la Scolastica, con le dispute tra realisti e nominalisti, inizia lo scollamento dell’individuale pensare umano dalle influenze provenienti da mondi superiori. Addirittura Massimo Scaligero, ne La Logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero, Tilopa, Roma, 1967, p. 63, collega la definitiva caduta del pensiero umano nella morta riflessità, e nella cerebralità, ad un tragico evento, avvenuto all’inizio del XIV secolo, evento che ha segnato la storia dell’uomo:

«Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno obiettivamente visibile. Se la coscienza riuscisse ad avere un rapporto obbiettivo con la cerebralità, questa non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto di un errato pensiero, di un secolare processo di deterioramento razionalistico: che si può far risalire alla crisi del «sacro» in Occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione dei Templari, la premeditazione del loro sterminio e l’alterazione della verità circa la loro funzione storica: e alle premesse della presenza dell’elemento metafisico del pensiero, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, indi alla dialettica vuota d’intelletto».  

Quanto al passo del Vangelo di Luca 2,14, che Orao cita, in greco suona così: δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας, e viene variamente tradotto, come nella traduzione cattolica ufficiale della C.E.I., «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama», oppure come in quella, ottima nella sua spartana semplicità, della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi, «Gloria a Dio nei luoghi altissimi e pace in terra agli uomini che egli gradisce!». Comunque la si voglia vedere, siamo lontani dalla traduzione di Orao, con le sue forzature fatte in funzione della sua tesi precostituita, che vuole ad ogni costo dimostrare.

Visto che oramai, coi miei deboli sforzi, sono riuscito a guadagnarmi eziandio la fama di ‘pedante’, mi permetterò un’altra disquisizione filologica, ed ancora una volta vorrò essere ‘evangelico’. In greco δόξᾰ, dóxa, può avere vari significati, come quelli di ‘opinione’, ‘giudizio’, ‘credenza’, ‘aspettazione’, ‘gloria’. ‘onore’, ma non certamente quello di ‘testimonianza’ (che in greco è μαρτυρία, martyrìa), che qui gli attribuisce  Orao. ἐν ὑψίστοις, en hypsìstois, è un plurale superlativo, complemento di stato in luogo, al caso dativo, mancando in greco ablativo e locativo, e significa alla lettera ‘nei [luoghi] altissimi’, e non un complemento di termine, al singolare, ossia non ‘all’Altissimo’, come invece è stato tradotto nella citazione da me riportata. Mentre manca del tutto in Orao il complemento di termine, sempre al dativo, θεῷ, theô, che significa ‘a Dio’. Poi Orao salta bellamente καὶ ἐπὶ γῆς, kài epì ghês, ‘sulla Terra’.  Infine, εἰρήνη, eirène, viene correttamente tradotta con ‘pace’, mentre ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας, en anthròpois eudokìas, un altro complemento di stato in luogo, in greco sempre al caso dativo, con aggiunto un genitivo singolare, significante alla lettera ‘negli uomini di εὐδοκία, eudokìa, viene maltrattato, e alterato in maniera arbitraria e fantasiosa, a significare «per gli uomini di volontà risvegliata o elevata, o sollecitata, o donata, o offerta, o alata», il che è una ‘invenzione’ bella e buona, estremamente irrispettosa del testo evangelico. εὐδοκία, eudokìa, in greco – in particolare nel Nuovo Testamento – significa ‘buona volontà’, ‘favore’, ‘soddisfazione’, ‘compiacimento da parte di Dio’, ‘felicità’, ‘diletto per l’uomo’, e non le suggestive, ‘poetiche’, ‘mistiche’, personali ‘interpretazioni’ – chiamiamole così, per usare, ancora una volta, una parola decente – vòlte a ‘stupire’ gl’inscienti, gl’ignoranti – e tutti in qualche misura lo siamo – attuando, nel senso romano ed ellenico, una vera e propria mistificazione. Tra l’altro, Eὐδοκία è il nome che assunse, convertendosi al Cristianesimo, l’ellena pagana Atenaide, di preclara bellezza, che il 7 giugno 421 sposò l’imperatore Teodosio II, assumendo il nome di Aelia Eudocia.

Ma questa non è la sola alterazione del testo evangelico. A p. 9, Orao scrive, col suo caratteristico stile involuto e misticamente allusivo, quanto segue:

«L’Io, agente in dimensione autonoma dai riferimenti dell’astrale, che volta per volta potrà essere sottratto al rapimento di Lucifero, evocato nella sua celeste composizione quale germe divino-spirituale entro la carne, si comporrà secondo la movenza micheliana nell’attività perenne pensante. S’inizia quindi l’entrata nel Tempio dei Misteri rosicruciani, dalla resurrezione del pensiero fino ad ora strumentalizzato dalla fisicità cerebrale: «Lazzaro fuori da qui per sempre», ossia: «O uomo, dal Logos, pensa nel Logos il tuo essere da Lui generato ed in lui vissuto e vivente. Esci dalla tomba della natura minerale-cerebrale e risorgi nel Risorto».

In Giovanni 11, 43, il testo evangelico, nell’originale greco, suona così: καὶ ταῦτα εἰπὼν φωνῇ μεγάλῃ ἐκραύγασεν· Λάζαρε, δεῦρο ἔξω, che tradotto significa: Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il Christo disse semplicemente: «Lazzaro, vieni fuori!». Alla lettera, «Lazzaro, fuori di qui!», ché δεῦρο, dèuro, è un avverbio, e significa ‘qui’, mentre ἔξω, èxo, ‘fuori’. Non disse: «per sempre», parole che sono un’aggiunta arbitraria di Orao, che manipola il testo evangelico a pro’ delle sue personali tesi. Da sempre, nella Chiesa cattolica, sia latina che greca, ha avuto corso una forma di ‘esegesi allegorica’ dei testi biblici. Una tale ‘esegesi’ può essere una ‘interpretazione’ personale più o meno lecita, anche se talvolta forzata, con finalità di edificazione morale, o di teologia mistica. Ma, sicuramente, una tale ‘interpretazione’ non è Scienza dello Spirito. Comunque, gli allegoristi della tradizione cattolica, occidentale latina od orientale ortodossa, non si permettono mai di alterare a proprio piacimento il testo biblico, e distinguono sempre bene tra ‘testo’ e ‘interpetrazione’, come invece non fa, spesso e volentieri, Orao nei suoi scritti.

Dalla personale, soggettiva, ‘interpretazione’ dei Vangeli, e dalla propria, altrettanto soggettiva e personale, ‘chiaroveggenza visionaria’, Orao trae la ‘presunzione’ di poter, a suo piacimento, ‘completare’, ‘correggere’ le comunicazioni di Rudolf Steiner, e la ‘pretesa’ di ‘indicare’, anzi ‘rivelare’, la ‘novella iniziazione graalica’. Quanto tali ‘presunzione’ e ‘pretesa’ vadano in rotta di collisione  – sia come ‘metodo’, sia come ‘contenuti’, sia come ‘legittimazione’ in simil suo ‘proporre’ – rispetto alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’Antroposofia, lo si può constatare, una volta di più, da quel che Orao scrive nel secondo libro, pubblicato dall’editore romano, Madre. La luce dei Nuovi Misteri, Tilopa, 2018, p. 211, ove leggiamo:

«Inoltre c’è da considerare che, in questa specialissima atmosfera, le correnti macrocosmiche che poterono avere l’accesso nella costituzione microcosmica per la prima volta, nella storia evolutiva della terra, senza che il potere yahvetico, o luciferico, contrapponesse il suo potente rifiuto dalle zone più profonde dell’anima umana».

Vediamo, ancora una volta, come qui Orao, sulla base della propria, soggettiva, ‘veggenza visionaria’, identifichi arbitrariamente Jahve a Lucifero, e le forze jahvetiche con quelle luciferiche. Infatti, più oltre, a p. 212, Orao, parlando delle forze jahvetiche – che secondo Rudolf Steiner, invece, operavano a combattere, e limitare, il potere delle forze luciferiche nell’uomo – come di forze ostacolatrici, ed alterando altresì quanto vien detto nel racconto biblico della Genesi, così scrive:

«Maria cancellò l’alleanza fra la Donna e il Serpente che, con la tentazione di Eva, si era instaurata nella corrente interiore umana. Divenne la Eva celeste, veicolo dell’incontro fra le forze macrocosmiche e microcosmiche, nella quale la tenuta yahvetica sull’elemento del sangue non aveva più ragione d’essere».

È noto come, nella concezione antroposofica, sia stato Lucifero, e non Jahve, a trasferire il calore al sangue, rendendolo in tal modo veicolo delle passioni del corpo astrale, invece che veicolo dell’Io, la cui coscienza, di conseguenza, è costretta a trarsi dal disanimato sistema nervoso. Ma Orao, proprio per il suo arbitrario identificare Jahve, il settimo Eloha, con Lucifero, scrive – in uno stile che trovo passabilmente intorcinato – alle pp. 212-213:

«Si è già accennato al respiro della Vergine, per cui ad ogni pensiero espresso dal Figlio, Ella glielo restituiva trasmutato in vivente immagine, creante entità reali proprio dal soffio del Suo respiro alitante d’intorno la cristica realtà che dal Cosmo si espandeva già sulla Terra. Questa pervasione fu possibile proprio quando la sostanza del sangue mossa dalla presa yahvetica fu liberata da quella circonvoluzione egoico-corporea, ed attraverso questo succo tanto peculiare, scorse, senza ormai impedimento, la reale corrispondenza cristica, il germe dell’Io superiore che in sé conteneva dalla macrocosmica trascendenza, la microcosmica favilla del Logos germinante nell’anima umana il seme del divino, che la Madre tratteneva divenendo alveo per la nascita, la crescita e la manifestazione futura dell’Impulso-Cristo in sé, ma per tutte le anime del mondo, da allora in avvenire».

Quanto poco coraggio ed amore per la Verità vi siano in tanti sedicenti spiritualisti – antroposofi o meno, ‘scaligeropolitani’ o meno – lo possiamo evincere da quanto, arrampicandosi sugli specchi, si sforzano taluni di evitare di pronunciarsi con chiarezza di fronte alle pur palesi contraddizioni, ben evidenti già al primo sguardo, tra ciò che scrive Orao e quanto comunica la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un caso emblematico è quello di un tale X, che così scrive su un noto social forum:

«Interessante…. forse è un semplice errore voluto da chissà chi… o forse vi fu una sovrapposizione fra Ahrimane e Lucifero nella visione di Orao. Lucifero che – in un certo senso – spodesta Ahrimane per dare la libertà agli uomini facendone identificare l’antica coscienza egoica, l’intelligenza riflessa, con il terrestre e tal fine corrompe l’astrale. Qualcosa a cui si è posto rimedio con la discesa del Cristo, venuto non ad abolire ma a completare. Certo è difficile – addirittura scandaloso – pensare che Jahve, volto del Cristo, continui attualmente la sua primitiva opera di creazione come Ahrimane, con Lucifero, alleato ed avversario al tempo stesso, entità che fa attaccare gli uomini al desiderio del mondo fisico nell’astrale. Potrebbe tuttavia essere necessario por mente al fatto che, nel Mondo Spirituale, le cose non sono fisse, come i nostri concetti terrestri, ma più che viventi ed estremamente mobili, si trasformano in continuazione. D’altra parte, se pensiamo al fatto che la nostra intelligenza terrestre – affinché potessimo acquisire la libertà – è stata edificata sul pensiero riflesso, cioè arimanico, pensiero che oscura la visione del vivente mondo dello Spirito, si spiegherebbe il potere accordato in questa era al Dio della morte (che noi ora vediamo come morte, come una specie di salto nel buio, ma che gli antichi – noi stessi, in passato – consideravano come trasformazione; che poi, in natura, sulla Terra ogni cosa – uomo compreso – nasce per morire). Tutto terribilmente complicato, credo che spetti a ciascun uomo – a ognuno di noi – interpretare le immaginazioni».

Naturalmente, se le immaginazioni sono da ciascun uomo da interpretarsi, data la soggettività imperante, e secondo personale, sentimentale, e istintivo arbitrio, la conclusione risultante che verrebbe fuori inevitabilmente, sarebbe che ‘tot capita, tot sententiae’, ed ognuno le intenderebbe tali immaginazioni, affatto anarchicamente, a modo suo. Ma allora diverrebbe impossibile parlare di una oggettiva ‘Scienza dello Spirito’. Se, poi, s’invoca una sorta di ‘fluidità’ e ‘mobilità’ del Mondo Spirituale per sottrarsi alla constatazione delle evidenti contraddizioni, ed evitare così di veder crollare miseramente al suolo un ‘idolo’, acriticamente e sentimentalmente adorato, è fatale che si navighi sempre più in un tempestoso oceano di incertezze, che può sfociare unicamente nel più disastroso naufragio. Un altro esempio di una totale incomprensione di cosa sia la Verità, la possiamo rinvenire in un passo di un lungo commento, apparso sempre in un gruppo di discussione sul medesimo social forum, di un tale Y. che, tra le altre cose, così scrive:

«Per comprendere i testi di Orao dobbiamo viceversa affidarci a quelle forze immaginative, ispirative ed intuitive dettagliatamente illustrate da Steiner particolarmente nella trilogia L’Iniziazione / Sulla via dell’Iniziazione / Coscienza di Iniziato. Tramite tali forze Orao, Essere dotato di piena veggenza a differenza dell’articolista summenzionato che di veggenza non ne possiede neppure un grammo (del resto lo ha più volte ammesso lui stesso nei suoi lunghissimi ed estenuanti articoli) ha potuto verificare la piena sinergica cooperazione esistente da un lato tra l’Entità Mani e l’Entità Christian Rosenkreuz e dall’altro tra l’Entità Jheova’ [sic!] e l’Entità Lucifero. Tale cooperazione è nei tempi presenti talmente forte da determinare una SOVRAPPOSIZIONE tra Mani e Christian Rosenkreuz da un lato e tra Jheova [sic!] e Lucifero dall’altro. Se l’articolista ed i suoi supporters conoscessero la dottrina gnostica saprebbero che Jheova [sic!] altri non è se non il demiurgo, il creatore della materia (hulè) [sic, per ὕλη, hyle, con accento tonico eventualmente sulla y, per favore] e del mondo del quaternario ovverosia di QUESTO mondo: il princeps eius  [sic, per huius] mundi alias Ahrimane!».

Affermare che l’EloahEloha, Jahve o Jehova sia identico ad Ahrimane è una sacrilega bestemmia, almeno quanto lo è la identificazione che fa Orao tra Jahve e Lucifero. Le dottrine gnostiche le conosco molto bene, e le studio da almeno cinquant’anni sui testi originali, ma esse dicono cose alquanto diverse da quello che afferma il nostro critico Y. La ‘sovrapposizione’ tra Mani e Christian Rosenkreutz, tra Jahve e Lucifero, è una pura sciocchezza, come abbiamo visto, contraddetta da Rudolf Steiner, e non vale la pena parlarne ulteriormente. Delle mie esperienze interiori non amo parlare, ma ciò non vuol dire affatto che non esistano. Che un asceta praticante, che si dia con tutto se stesso alla ‘Via’, voglia diventare sempre più ‘helldenker’, ossia ‘chiaropensante’ – come dissi in un incontro a Hella Wiesberger, facendola sorridere – non significa punto che egli non abbia esperienze interiori. Certo simili ‘difensori’ non giovano davvero affatto alla ambigua, ed oltremodo discutibile, causa di Orao !

Ma torniamo a quanto Oraoan sive mas sive faemina sit, nescire volo, e vedremo in fine perché – scrive in Resurrezione. Nel capitolo I gradi della iniziazione graalica, pp. 103-139, Orao (tralasciamo tutta una serie di suoi discorsi in parte collaterali, per così dire, di carattere generale) passa poi alla descrizione circa l’atto fisico tra uomo e donna – sul quale, così come viene da Orao caratterizzato, vi sarebbe molto da eccepire, sed etiam de hoc, in hac sede transeamus – e alla descrizione, preannunciata già nel titolo del capitolo – dei ‘gradi della novella iniziazione graalica’. Tenuto conto, che di questi gradi non fa mai – veramente mai – verbo Rudolf Steiner, né tampoco su di essi fanno accenno alcuno, ancorché minimo, personalità iniziaticamente qualificate come Marie Steiner – che per il suo rapporto con il Maestro dei Nuovi Tempi, più di tutti gli altri discepoli di lui, avrebbe potuto dire qualcosa di decisivo, e lei mai lo fece – o Michael Bauer, o Alfred Meebold, o Giovanni Colazza, o infine lo stesso Massimo Scaligero, non può non stupire la temerarietà, o – per meglio dire – la ‘presunzione’ di affermare quanto Rudolf Steiner non comunicò, et pour cause. E, a mio modo di vedere, nella ‘forma’, e coi ‘contenuti’, come lo fa Orao, mai egli lo avrebbe fatto, in quanto la ‘forma’ è errata, e i ‘contenuti’ sono falsi, sono menzogne, scaturiti da un ‘metodo’ erratissimo, spiritualmente irregolare, in quanto conoscitivamente non fondato, non scevro da presupposti, e prodotto, in maniera malsana, da una ‘chiaroveggenza visionaria’, i cui risultati contraddicono platealmente le comunicazioni di Rudolf Steiner, e la logica stessa.  

Orao, a principiare da p. 108, descrive quelli che sarebbero – a suo dire, naturalmente – i ‘gradi’ della ‘graalica iniziazione’ nel suo libro Resurrezione, esposti e proposti. E si comincia sùbito col ‘difficilissimo’:

«Il primo gradino dell’Iniziazione graalica si potrebbe [sic!] definire Dedizione, il secondo Accoglimento: con questi due gradini l’esperienza può svolgersi al di fuori della corporeità in quanto sostituenti l’esperienza fisica con quella eterica. Il corpo eterico immette – sostituendosi al corpo fisico in stato di sonno profondo prima, di liberazione aerificata dopo – in tutta l’esperienza i suoi due movimenti di «simpatia e antipatia» che, come lo Steiner precisa senza equivoci nulla hanno a che fare con simpatia e antipatia della sfera psico-corporea».

Orao non dice come si possano attuare questi due gradini dell’evoluzione interiore, gradini che, presupponendo totale indipendenza dal corpo fisico, sono già rare culminazioni in altre ‘Vie’ autenticamente iniziatiche. Nella ‘Via’ rosicruciana, il primissimo gradino dell’Iniziazione, più modestamente, è lo ‘studio’ rituale, meditativo – attuato mediante quel ‘pensiero puro-libero dai sensi’, che qualcuno, in maniera insana e improvvida ha dichiarato essere «una esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», ed invece è ardua, e soprattutto cosciente, conquista, che il discepolo ‘espugna a viva forza’, come scrive Massimo Scaligero ne la Kundalini d’Occidente –  delle opere nella quali sta racchiusa la Sapienza celeste. Nella ‘Via’ cristiano-gnostica, prima di accedere alla ‘lavanda dei piedi’, vi è una lunga preparazione, da compiersi – necessariamente ed obbligatoriamente – sotto la guida di un Maestro a ciò deputato dal Mondo Spirituale, e realizzata attraverso la meditazione metodica del Prologo del Vangelo di Giovanni, dei primi dodici capitoli del medesimo Vangelo, di altre parti dell’Antico e Nuovo Testamento, ed affiancata da particolari esercizi, che sicuramente Orao non conosceva per difetto di conoscenza dell’Opera di Rudolf Steiner, a mio modo di vedere, colpevolmente negletta, in favore della propria soggettiva, problematica, ‘veggenza’.

A p. 109, Orao prosegue la descrizione in questo susseguirsi di ‘gradi’:

«Il terzo gradino potrebbe dirsi [sic!] della Conoscenza d’amore o Fecondazione d’amore. È noto che in antico l’espressione «conoscere un uomo o una donna» alludeva al processo della fecondazione. Al presente, tale fecondazione riguarda un’operazione magica: dopo aver espanso la sua sostanza di luce entro la tenebra inconsapevole della mineralità corporea, il corpo eterico viene ricevuto dalla sostanza stellare del corpo astrale».

Anche qui, non viene data veruna indicazione di come attuare una cotale ‘operazione’. Ora, conoscendo bene quanto circola in ambienti vari dell’occultismo cattolico –  emblematico è quello che faceva capo prima al conte Umberto Alberti, Erim, di Catenaia, e poi ai suoi due ‘discepoli’, Paolo Virio e Luciana Virio – viene sùbito da pensare ad uno scivolare in una delle molte, e variate, forme di quella problematica ‘magia sexualis’, che spesso e volentieri – più spesso e più insospettatamente di quel che non si creda – possono condurre a vere e proprie perversioni e patologie dell’anima e del corpo.

Ed ora viene, a p. 110, una parte ancora più problematica, che, quando l’ho letta, mi ha fatto letteralmente sobbalzare:

«Gli altri quattro gradini iniziano là dove si concludeva la antica Iniziazione cristiana – occorre comprendere che di staccato, di innovazione a sé stante non esiste nulla nella storia dell’uomo ad eccezione della venuta del Cristo. Solo una volta nella storia del mondo un Dio si fece carne e su questa carne discese l’entità del Sole, il Figlio dell’Altissimo. Questo fu un evento unico, tutto il resto precede o procede da ciò. Il quarto gradino potremmo [sic!] immaginativamente [sic!] chiamarlo Resurrezione, il quinto Ascensione, il sesto Pentecoste nuova, il settimo Battesimo dell’aria, o Evento del Graal propriamente detto». 

Per l’esattezza, se è vero che una sola volta il Logos Solare si incarnò, che una sola volta Egli si fece uomo sulla Terra, ed una sola volta avvenne il Mistero del Golgotha, non è altrettanto vero che una sola volta un Dio scelse la ‘umanazione’, ossia s’incarnò sulla Terra, perché alcune Entità delle Gerarchie Divine – invero poche – rinunciando ad un rango divino, decisero di accompagnare l’uomo nel suo cammino terrestre, nella sua temeraria ricerca e realizzazione di Autocoscienza, Libertà, e Amore. Un essere come il discepolo di Sais-il Figlio della Vedova di Nain-Mani-Parzifal, un essere come Hiram Abif-Giovanni Lazzaro-Christian Rosenkreutz-il Conte di Saint Germain, un essere come Zaratustra– il Gesù Salomonico-il Maestro Gesù, un essere  come Sciziano, un essere come il Conte di Cagliostro, sono Entità delle Gerarchie Divine che, appunto, hanno compiuto l’indicibile ‘sacrificio’ di scegliere liberamente l’‘umanazione’, d’incarnarsi sempre di nuovo, in frequenti, sempre di nuovo ripetute, incarnazioni come ‘uomini’, e di accompagnare l’essere umano nel suo difficile cammino terrestre. Su questo punto, le comunicazioni di Rudolf Steiner sono precise, e uno studio diligente da parte di Orao dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi avrebbe non solo fugato ogni dubbio in proposito, ma avrebbe altresì evitato da parte sua molti palesi errori. A meno che Orao non ritenesse – come è pure possibile, per non dire probabile – necessario ‘correggere’ coi risultati della propria personale ‘veggenza’ le comunicazioni di Rudolf Steiner.

Qui, Orao afferma che oltre il settimo grado della Iniziazione cristiano-gnostica, che Rudolf Steiner  a volte chiama ‘Resurrezione’ e a volte ‘Ascensione’, vi sarebbero – a suo dire – altri quattro gradini iniziatici, e quindi avremmo una ‘Via’ o una ‘Iniziazione’ in undici gradi, il che francamente mi sembra a dir poco grottesco. Lo stesso problema, si pone, naturalmente, nei confronti della Iniziazione cristiano-kabbalistica, affine secondo Rudolf Steiner alla Iniziazione cristiano-gnostica, e di quella propriamente rosicruciana. Nel ciclo Alle porte della Scienza dello Spirito, Editrice Antroposofica, Milano, 2015,  Rudolf Steiner, nella tredicesima conferenza, tenuta a Stoccarda il 3 settembre 1906, alle pp. 140-141, così dice:

«Il settimo gradino, la resurrezione, non può descriversi in parole. Perciò in occultismo si dice: il settimo stato può essere pensato soltanto da colui la cui anima si sia liberata interamente dal cervello. Solo a lui si potrebbe descriverlo. Per questo si può solo menzionare. Il maestro cristiano occulto indica come attraversare questo gradino.

Quando l’uomo ha vissuto attraverso questo gradino, allora il cristianesimo è diventato un’esperienza interiore della sua anima. Allora egli è completamente col Cristo Gesù. Il Cristo Gesù è in lui».

Nel ciclo Die Theosophie des Rosenkreuzers, GA-99, pubblicato in italiano col titolo La saggezza dei Rosacroce, traduzione di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 2011, nella quattordicesima conferenza, tenuta a Monaco il 6 giugno 1907, abbiamo, a p. 159, nuovamente una descrizione del settimo grado dell’Iniziazione cristiano-gnostica. Siccome la traduzione di questo punto, invero non facile, così come fu eseguita da Iberto Bavastro, non mi soddisfa pienamente, ho preferito ritradurla. Soprattutto, in tedesco ‘Himmelsfahrt’ non è semplicemente il ‘viaggio celeste’, com’è stato ivi tradotto alla lettera, ma è l’espressione tecnica e liturgica che indica la ‘Ascensione’ del Christo Gesù, così come il termine ‘Höllenfahrt’ non è semplicemente il letterale ‘viaggio all’Inferno’, bensì la ‘Discesa agl’Inferi’ da parte del Salvatore, ossia la κατάβασις, katàbasis degli Antichi Misteri, analoga a quella di Orfeo, Ercole, Ulisse, Enea, e nel nostro Medioevo, quella di Dante, alla quale seguiva, negli Antichi Misteri, l’ἀνάβασις, anàbasis, l’ ‘Ascesa’, come quella di Dante nel Paradiso.  Così leggiamo:

«Non è possibile descrivere il settimo gradino, l’Ascensione. Si deve avere un’anima che per pensare su ciò non dipenda più dallo strumento del cervello. E per sperimentare – empfinden – ciò che la persona sta vivendo come ciò che si chiama Ascensione, devi avere un’anima in grado di provare questo sentimento. L’attraversare umilmente queste condizioni con piena dedizione rappresenta l’essenza dell’Iniziazione cristiana. Chi la percorra così con questa serietà, costui sperimenterà la sua Resurrezione nei mondi spirituali. Oggi non tutti possono farlo. Perciò è necessario che esista un altro metodo, che conduca ai mondi superiori. Questo è il metodo rosicruciano».

Per un possibile controllo da parte dell’attento lettore, riporto qui il testo tedesco, p. 167, della mia traduzione:

«Das siebente, die Himmelfahrt, läßt sich nicht beschreiben. Man muß eine Seele haben, die nicht mehr darauf angewiesen ist, durch das Instrument des Gehirns zu denken. Um das zu empfinden, was der Betreffende als das, was man Himmelfahrt nennt, durchmacht, muß man eine Seele haben, die dieses Gefühl erleben kann.

Das Durchgehen durch demütig hingebungsvolle Zustände stellt das Wesen der christlichen Einweihung dar. Wer sie so ernsthaftig durchgeht, der erlebt seine Auferstehung in den geistigen Welten. Nicht jeder kann das heute durchführen. Daher ist es notwendig, daß eine andere Methode besteht, die zu den höheren Welten hinaufführt. Das ist die rosenkreuzerische Methode».

Infine – ma sarebbe facilissimo moltiplicare assai le citazioni dai cicli di Rudolf Steiner – vi è quanto egli dice nel ciclo Das christliche Mysterium. Die Wahrheitssprache der Evangelien. Luzifer und Christus. Alte Esoterik und Rosenkreuzertum. Erkenntnisse und Lebensfrüchte der Geisteswissenschaft, GA-97, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1998, p. 189, ossia Il Mistero cristiano. Il linguaggio di verità dei Vangeli. Lucifero e Christo. Esoteriemo antico e Rosicrucianesimo. Conoscenze e frutti per la vita della Scienza dello Spirito, ove nella conferenza-allocuzione tenuta per la consacrazione del Gruppo Paracelso, di Basilea, il 19 settembre 1906, Rudolf Steiner così si espresse:

«Il settimo grado non può essere descritto in maniera più precisa, giacché esso sta oltre ogni capacità di rappresentazione sensibile. Al massimo, può ancora essere afferrato pensando da quegli uomini che infine  sono divenuti liberi da questo mondo mediante instancabile esercitarsi. Questo gradino include l’entrare nella perfetta Divinità e Gloria, per le quali le nostre parole non sono più sufficienti per la  descrizione».

Ed ecco il testo tedesco per il consueto controllo da parte del volenteroso lettore:

«Die siebente Stufe kann nicht genauer beschrieben werden, denn sie steht jenseits allen sinnlichen Vorstellungsvermögens. Höchstens kann sie noch denkend von jenen Menschen erfaßt werden, welche durch unablässige Übung endlich von dieser Welt frei geworden sind. Diese Stufe umfaßt das Eingehen zu vollkommener Göttlichkeit und Herrlichkeit, wofür unsere Worte zur Schilderung nicht mehr ausreichen».

Queste parole del Maestro dei Nuovi tempi. Evidentemente, Orao, che ritiene non necessario lo studio fedele, umile, e devoto dell’Opera di tanto Maestro, essendo – secondo sua personalissima opinione – sufficiente la propria ‘chiaroveggenza’, evidentemente non necessitante, a suo modo di vedere, di severo controllo scientifico, né tampoco di confronto o verifica rispetto alle comunicazioni di Rudolf Steiner. Non vi è, evidentemente, in Orao quello ‘sich zurückziehen’, quel ‘ritrarsi’, quel ‘tirarsi indietro’‘farsi da parte’, per far parlare direttamente la di lui Opera, che Hella Wiesberger mi dette come divisa interiore, come principio a cui attenermi sempre, come ‘pietra di saggio’ con la quale esaminare le affermazioni, e la fedeltà, di tanti che nel tempo si sono pronunciati sulla Scienza dello Spirito, sull’Antroposofia, donata al mondo da Rudolf Steiner.  

L’indicare addirittura altri quattro gradi, oltre quello dell’Iniziazione cristiano-gnostica dell’Ascensione, coincidente – Rudolf Steiner dixit –  con la Beatitudine divina dell’Iniziazione rosicruciana, e col Samâdhi dell’Iniziazione orientale yoghica o buddhista o taoista, è un oggettivo porsi al di sopra non solo di Rudolf Steiner che ci ha donato l’Antroposofia, ma anche al di sopra di Maestri sovrumani come Christian Rosenkreutz che ci ha recato l’Iniziazione e la Sapienza Rosicruciana, e di Zarathustra, il Maestro Gesù che ci ha recato l’Iniziazione cristiano gnostica. Per non parlare di Mani e dell’Iniziazione manichea.

Il porsi oggettivamente ‘oltre’, ‘al di sopra’ del Maestro dei Nuovi Tempi, e dei Maestri della Sapienza e dell’Armonia dei Sentimenti, è ὕβϱις, hýbris, ‘insolenza’, ‘tracotanza’, ‘eccesso’, ‘superbia’, ‘orgoglio’, ‘dismisura’, ‘arroganza’‘violenza’‘prevaricazione’: un ‘andare oltre il limite’ del lecito. In termini della Sapienza indiana, la hybris è adharma: ciò che è contro il dharma, l’universa legge, l’Ordine cosmico, il Rtà, che sorregge i mondi. È un ‘frangere’, una ‘effrazione’, che suscita ‘sdegno’ e ‘ira’ negli Dèi, e nel Cielo.

Una ‘Via’ d’Iniziazione non è – e non può essere – una ‘intelligentissima’ escogitazione umana. Viene dal Superumano, dall’Ultraumano: dal Mondo Spirituale. Al vertice di essa vi è sempre un Iniziatore degli Iniziati, che è il ‘mediatore’ tra ciò che, come spirituale puro, è al di là dell’umano, e l’umano stesso. Vi è una ragione profonda al fatto che l’Iniziazione sia in sette gradi. In sette gradi era l’Iniziazione mitriaca, in sette gradi sono l’Iniziazione cristiano-gnostica, quella cristiano-kabbalistica, quella rosicruciana. Aggiungere quattro gradi con la pretesa di superare il grado sommo di ognuna di queste, confezionando così una Iniziazione in undici gradi, è cosa che non sta né in cielo né in terra.

Per comprendere a fondo il perché della settemplice struttura in sette gradi della ‘Via’ dell’Iniziazione, giova leggere quanto scrive Hella Wiesberger, Rudolf Steiners Wirken und das fünfte der sieben großen Geheimnisse des Lebens, in   Zur Geschichte und aus den Inhalten der ersten Abteilung der Esoterischen Schule 1904 bis 1914. Briefe, Rundbriefe, Dokumente und Vorträge, GA-264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1. Auflage, Gesamtausgabe Dornach 1984. 2. Auflage, neu durchgesehen und erweitert um den Anhang Gesamtausgabe Dornach 1996, pp. 255-256. Quest’opera è stata solo parzialmente tradotta in Rudolf Steiner, Storia e Contenuti della Prima Sezione della Scuola Esoterica 1904-1914, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella quale nella seconda parte, molto ben tradotta da Stefano Pederiva, vi è di Hella Wiesberger, L’opera di Rudolf Steiner e il quinto dei sette grandi segreti della vita, dove, alle pp. 185-186, così scrive:

«Il male si presenta quando l’essere umano – sia come singola individualità  sia come comunità – devia dalla concordanza con gli impulsi progressivi del cosmo. Non esiste, infatti, il male in sé. Tutto il male non è una realtà assoluta, esso sorge quando qualcosa, che in un modo qualsiasi è buono, viene usato nel mondo in un modo non corrispondente. In tal modo viene stravolto in un male (Monaco, 25 agosto 1913).

Nel periodo di civiltà precedente, il greco-latino, era determinante una concezione diversa del male, perché, come quarto periodo, era soggetto al quarto segreto, quello della nascita e della morte. È possibile avvedersene considerando la seguente modificazione dei sette gradi iniziatici. La via iniziatica gnostico-cristiana, quella che fu determinante  nella quarta epoca, era costituita da sette gradi: Lavanda dei piedi, Flagellazione, Corona di spine, Crocifissione, Morte mistica, Deposizione, Ascensione; la via iniziatica cristiano-rosicruciana, determinante per il quinto periodo di civiltà, ha i seguenti gradi: Studio della vera autocoscienza, Immaginazione, Apprendimento della scrittura occulta o conoscenza ispirata, ritmizzazione della vita (Preparazione della pietra filosofale), Corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo (Conoscenza della connessione dell’uomo con il mondo), Dimora o immersione nel macrocosmo, Beatitudine divina. . in entrambe le vie iniziatiche l’esperienza del male è sì al quinto grado, ma nella via gnostico-cristiana del quarto periodo era unita, quale cosiddetta “Discesa agli inferi”, all’esperienza della Morte mistica. Nella via iniziatica del nostro quinto periodo, invece, al quinto grado iniziatico si impara a conoscere il vero bene come corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, e il male come deviazione da tale corrispondenza in ogni sua manifestazione. Dato che la via iniziatica determinante per un’epoca è sempre connessa con le forze che, in tale periodo, vanno sviluppate in unione con i sette segreti della vita, l’antroposofia doveva divenire necessariamente la scienza delle corrispondenze, o anche non corrispondenze, tra macrocosmo e microcosmo. Oggi perciò, la questione del bene e del male va risolta mediante la conoscenza della giusta corrispondenza».

Da quanto sopra, si può evincere agevolmente quanto, in maniera enorme, erri Orao nella descrizione della sua ‘novella via graalica’ proposta, e addirittura sovrapposta ai gradi più alti dell’iniziazione cristiano-gnostica e di quella cristiano-rosicruciana. Come abbiamo visto – e ampiamente documentato – una tale ‘erranza’ nasce dal suo volersi basare unicamente sulla propria ‘veggenza’, che si è dimostrata ampiamente fallibile, dal suo non voler ‘studiare’‘rosicrucianamente studiare’ – l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, dal suo non poter controllare la realtà o l’illusorietà delle proprie ‘percezioni’, le quali non essendo conoscitivamente, scientificamente, controllate, e verificate, si dimostrano essere parto di una ‘chiaroveggenza visionaria’: ingannevole, e in definitiva patologica. Una tale ‘erranza’ è generata e, a sua volta, genera, quella ‘hybris’, quella ‘tracotanza’, quello ’andar oltre il limite del lecito’, che agli occhi dei Numi e del Cielo è ‘arroganza’, ‘insolenza’, ‘prevaricazione’ che, ponendosi come ‘frammento’ contro il ‘Tutto-Universo’, viene fatalmente da questo travolto e vinto. A questo proposito, il discepolo dell’Iniziazione ha nelle parole limpide e lapidarie del Maestro dei Nuovi Tempi una chiara distinzione – e al contempo una severa ammonizione – tra libertà e arbitrio. Così leggiamo in Rudolf Steiner, Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, traduzione di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp.147-148:

«Mercè la trasformazione del suo mondo interiore ha in sé la facoltà di percepire quell’essenza eterna. Per chi cerca la conoscenza, assumono inoltre un’importanza speciale i seguenti pensieri. Quando egli trae il motivo dell’azione da se stesso, sa di trarlo dall’essenza eterna delle cose, perché le cose esprimono tale loro essenza in lui. Egli agisce quindi nel senso dell’ordine eterno del mondo quando trae dall’eterno che vive in lui la direzione da imprimere all’azione Egli sa così di non essere più soltanto condotto dalle cose, ma di condurle egli stesso secondo le leggi ad esse inerenti, le stesse che sono divenute leggi del suo proprio essere.

L’agire partendo dall’interiorità può essere soltanto un ideale a cui si aspira. Il raggiungimento di questa meta è assai lontano, ma chi cerca la conoscenza deve voler vedere chiaramente questa via. Questa è la sua volontà di libertà, poiché la libertà è agire partendo da se stessi, ed è lecito agire partendo da se stesso solo a chi derivi i moventi dall’eterno. Chi si comporta altrimenti agisce per motivi diversi da quelli inerenti alle cose. Si oppone all’ordine universale, e da questo dovrà essere vinto. In altri termini, ciò che egli prescrive alla sua volontà non potrà da ultimo attuarsi. Egli non può divenire libero. L’arbitrio del singolo essere si annulla attraverso gli effetti delle sue azioni».

Ad Orao, in maniera evidente – almeno per chi voglia ‘vedere’ – è sfuggito l’essenziale, ed è mancata, per difetto, tutta una parte  di conoscenza dell’Opera di Rudolf Steiner. Una tale mancanza di conoscenza avrebbe potuto essere agevolmente superata, attingendo sia alle opere stampate di Rudolf Steiner, che sicuramente possedeva, sia attingendo, per esempio, alla biblioteca, ricchissima, del romano Gruppo Novalis. Una tale mancanza di conoscenza poteva in parte essere frutto di trascuratezza o negligenza, ma in parte era frutto di una ‘volontaria scelta’, visto che le palesi contraddizioni tra quanto affermato nei suoi scritti e le comunicazioni di Rudolf Steiner, contenute in libri stampati e molte volte ripubblicati per decenni, non permettono una diversa conclusione logica.

Il benevolo lettore abbia ancora un poco di pazienza: oramai siamo quasi alla fine di questo mio lungo studio. Nel proseguo vedremo ‘che cosa’ è mancato, e ‘perché’ è mancato nella visione dell’Iniziazione che ne ha Orao. Il suo non partire da una assenza di presupposti – come avrebbe dovuto essere se Orao avesse avuto fondamento conoscitivo nella ‘teoria della conoscenza’, asceticamente sperimentata, esposta nelle opere ‘filosofiche’, o ‘filosofali’, come amo dire, di Rudolf Steiner – ha portato ad un essere pre-condizionati da una serie di ‘pre-giudizi’, che non hanno fondamento veruno, e ad edificare tutto un edificio di illusioni, di fisime, di menzogne, che ammalano non soltanto la vita animica di chi le produce, ma ammalerebbero anche quella di cerchie della Comunità spirituale, nella misura in cui esse venissero da queste accettate e seguite.

Come diceva un grande Iniziato, Giovanni Tritemio, Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, Qui non amat claritatem, amat caecitatemchi non ama la luce, ama la cecità. Amare la Verità è amare la Luce, ed è amare il Logos, che disse, nel Vangelo di Giovanni, 8. 12:  ἐγὼ εἰμι τὸ φῶς τοῦ κόσμου, Io Sono la Luce del mondo.

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUATTORDICESIMA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Come misi in evidenza all’inizio di questo studio, citando un passo di Guarire con il pensiero di Massimo Scaligero, è la verità obbiettiva quella che unicamente importa, e non le fascinose affabulazioni che possono suggestionare coloro che non riescono ad uscire dagli astringenti legami della loro soggettività, e sono preda della propria natura sentimentale ed emotiva. L’agire con strumenti opportuni sulla passività delle anime umane, è quanto si propongono quei maestri della manipolazione, che oggi – con un’espressione oltremodo appropriata, più calzante di quanto molti non sospettino – vengono denominati ‘persuasori occulti’. Ma ciò che ‘suade’, ciò che dolcemente ‘persuade’, ciò che morbidamente ‘seduce’, – avverte Massimo Scaligero – non libera, e spesso diviene un dolce veleno, della cui intossicante azione, a un certo punto, non si desidera più liberarsi. Si diviene ‘dipendenti’ – o per esprimersi come Rudolf Steiner – ‘clienti’ di tali ‘occulti persuasori’.

Così operano lobby economiche, partiti politici, cerchie e circoli ‘culturali’, e soprattutto le Chiese. Viene suscitato – molto abilmente, e insensibilmente, ad arte suscitato – un ‘bisogno’, che può manifestarsi come disagio, come ansia, inquietitudine, senso di incertezza, o d’insicurezza, di precarietà, di sfiducia in se stessi e nelle proprie forze, e in taluni casi addirittura di pericolo. Poi, viene proposto, in maniera ‘suadente’‘seducente’, ambiguamente ‘convincente’, ‘rassicurante’, e ‘consolante’ , un infallibile ‘rimedio’, un ‘farmaco’ – il lettore si ricordi, come abbiamo già detto, che in greco φάρμακον, ‘phàrmakon’, significa, al tempo stesso, sia ‘pianta curativa’‘medicina’, che ‘veleno’, o ‘droga’ – che elimini il disagio, plachi l’ansia, dissolva l’inquietitudine, dia certezza, sicurezza, allontani il pericolo. Naturalmente chi ‘propone’ un cotal portentoso ‘rimedio’, lo farà perché avrà, e vorrà mantenere, ad ogni costo, il monopolio del ‘rimedio’, fuori di ogni indesiderata concorrenza, il controllo della situazione, e non dichiarerà certo le ascose, inconfessabili, finalità ch’ei, spregiudicatamente, mira a raggiungere.

Occorre essere ben sagaci, ben svegli, per accorgersi, che questa opera di ‘suadente seduzione’ è un’opera di ‘inganno’, di ‘menzogna’, e abbiamo visto come Rudolf Steiner stigmatizzi, con parole di fuoco, la menzogna, come affermi che essa «deve essere bollata a fuoco», come non le si debba concedere quartiere. Ma, una volta di più – a costo di essere pesantemente ‘antologico’, e addirittura ‘pedante’, come qualcuno ha spiritosamente osservato – voglio, a beneficio degli ‘immemori’, riportare un passo importante di Rudolf Steiner, che per documentazione, e maggior tranquillità del benevolo lettore, trascriverò sia in italiano che nel testo tedesco. Il passo è tratto dalla conferenza del 2 gennaio 1921, tenuta a Stoccarda, del ciclo Wie wirkt man für den Impuls der Dreigliederung des sozialen Organismus? Zwei Schulungskurse für Redner und aktive Vertreter des Dreigliederungsgedankens. GA 338,  Rudolf Steiner Verlag, 4. Ausgabe, Dornach, 1986, p. 242 – Come si opera per l’impulso della Tripartizione dell’organismo sociale? Due corsi di formazione per oratori e rappresentanti attivi del pensiero della Tripartizione. Anche qui metterò in rilievo, come mio solito, alcune espressioni, che ritengo decisive:

«V’è una certa gradazione in rapporto al mentire. Al primo posto vengono le chiese, al secondo posto soltanto viene la stampa, mentre al terzo posto vengono i politici. Ciò viene presentato in maniera assolutamente obbiettiva e non come qualcosa che scaturisca da un’emozione. L’entusiasmo per il mentire scaturisce da quanto si può ricevere solo grazie all’educazione all’interno della Chiesa. L’entusiasmo per il mentire nella stampa scaturisce dalle condizioni sociali, e nella politica la menzogna è in realtà propriamente – vorrei dire – soltanto un proseguimento nella vita civile di quel che nel militarismo – con il quale evidentemente la politica è strettamente connessa – è affatto ovvio. Se si vuole sconfiggere un avversario, lo si deve ingannare. L’intera strategia consiste nel fatto, che si deve imparare ad ingannare. Ma qui abbiamo un sistema. Ciò viene poi trasposto, attraverso l’affinità tra il militarismo e la politica, anche nella vita civile. Tuttavia, là è metodo, mentre nelle altre due categorie – nella stampa e nei rappresentanti delle confessioni religiosevi è puro e semplice entusiasmo per il mentire. Queste cose non sono affatto radicalismo, se vengono presentate così; sono semplicemente un fatto obbiettivo. La cosa peggiore è che, a causa dei pregiudizi degli esseri umani, una gran parte delle persone ancora non scorge  che è del tutto impossibile stare nelle confessioni religiose e al tempo stesso dire la verità».

Ed ecco il testo tedesco di questo importante passo di Rudolf Steiner:

«Es gibt eine gewisse Abstufung in bezug auf das Lügen. An erster Stelle kommen die Kirchen, an zweiter kommt erst die Presse und an dritter kommen dann die Politiker. Das ist ganz objektiv dargestellt und nicht etwa aus einer Emotion heraus. Der Enthusiasmus des Lügens wird durch die Dinge hervorgerufen, die man nur durch die Erziehung innerhalb der Kirche bekommen kann. Der Enthusiasmus der Lüge in der Presse wird durch die sozialen Verhältnisse hervorgerufen, und in der Politik ist die Lüge eigentlich nur, ich möchte sagen, eine Fortsetzung im zivilen Leben dessen, was ja beim Militarismus – mit diesem hängt ja die Politik eng zusammen – ganz selbstverständlich ist. Wenn man einen Gegner besiegen will, so muß man ihn täuschen. Die ganze Strategie ist darauf angelegt; da muß man lernen zu täuschen. Das ist System. Das wird dann durch die Verwandtschaft zwischen Militarismus und Politik auch auf das zivile Leben übertragen. Aber da ist es Methode, während es bei den anderen beiden Klassen, bei der Presse und den Vertretern der Bekenntnisse, Enthusiasmus des Lügens ist. Diese Dinge sind auch nicht Radikalismus, wenn man sie so darstellt; es ist einfach eine objektive Tatsache. Das Schlimme liegt darin, daß durch das Vorurteil der Menschen ein großer Teil der Menschen noch nicht einsieht, daß es eben unmöglich ist, innerhalb der Bekenntnisse zu stehen und die Wahrheit zu sagen».

Poi, a completare il già sufficientemente inquietante quadro, vi sono – chiamiamole così – le lobby ‘esoteriche’Lobbynon autentiche Comunità spirituali. Così come vi sono pure ‘cattivi maestri’, che autentici ‘Maestri’ e ‘Istruttori spirituali’ non son punto, in quanto non sono qualificati, e consacrati, come tali dal Mondo Spirituale. A tale proposito vale la parola di Massimo Scaligero, ne La Luce. Introduzione all’imaginazione creatrice, Tilopa Roma, s.d. ma 1964, pp. 132-134:

«Occorre rendersi conto che se gli Avversari dell’uomo oggi veramente vogliono impedire la sua nascita spirituale nella forma cosciente debbono diventare maestri esoterici ed esporre le dottrine con sagacia avvincente. Ma ciò che avvince non libera. L’arte di tali esseri non è liberare, ma sedurre, non indicare i mezzi di conoscenza – ché non potrebbero – ma persuadere secondo antiche dottrine revivificate. Secondo simboli già interpretati, secondo stimoli tradizionali rivolti all’anima antica divenuta subcoscienza nell’uomo. […]

In tal senso, una misura della maturazione del discepolo sarà scoprire quale parte morbida della propria anima sia seducibile dalle dottrine degli Ostacolatori in veste di maestri. […]

L’arte del discepolo è intuire lo spirito che ha dettato le opere a cui attinge. Non è sufficiente che egli sia persuaso: occorre che sappia che cosa in lui in realtà viene persuaso: quale parte del suo essere.

Egli deve divenire vero mediante autoconoscenza: non deve rinunciare a conoscere che cosa in lui ha il potere di conoscere: non deve limitarsi all’immediato conoscere, ossia non può essere pago del fatto che una determinata, in quanto conosciuta, lo tenga o lo attragga: perché può attrarlo proprio in quanto tende a distruggerlo.

Egli può affidarsi solo a discipline che gli diano modo di esser conoscente del proprio conoscere, ossia di sperimentare le forze del conoscere là dove esprimono la loro interezza perché indipendenti dal conosciuto. Può affidarsi soltanto a una dottrina che gli insegni come incontrare in sé la sorgente noetica mediante cui può apprendere questa o quella dottrina.

Le dottrine dello spirito non sono vere se non fanno appello all’indipendenza dell’atto conoscitivo, ossia al «pensiero libero dai sensi». In verità, lo spirito riflesso non è lo spirito: non penetra il mondo dei sensi, perché non ne è indipendente. La misura della sovrasensibilità di un pensiero è la possibilità di penetrare il sensibile».

Un severo avvertimento, un salutare ammonimento – hic qui potest capere capiat – è quello che qui dà Massimo Scaligero: severo avvertimento, e salutare ammonimento, che il sincero ricercatore spirituale è pregato di prendere con la massima serietà, perché ne va della vita della sua anima, e della libertà del suo spirito. L’indipendenza dal conosciuto – da ogni conosciuto – è quell’assoluta assenza di presupposti che abbiamo visto essere stata il punto di partenza della ‘teoria della conoscenza’ e dell’ascesi di Rudolf Steiner. Egli non partì affatto da presupposti ‘scientifici’, o ‘filosofici’, e men che meno ‘religiosi’: egli partì dal puro ‘atto’ del conoscere, che si realizzi indipendentemente da qualsivoglia ‘conosciuto’. Solo l’‘atto puro’ del conoscere in ‘atto’, che conosca se stesso, e che divenga ‘estraformale forma’ del proprio essere, e del proprio folgorante movimento, asceticamente realizzato, lucidamente sperimentato, volitivamente attuato, è l’unico presupposto. Ma come avverte Massimo Scaligero nel terzo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, pp. 11-12:

«Come esperienza è quella che sopra tutte ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori». 

In queste particolari ‘aggregazioni’, che sono le lobby, e le cerchie di certi falsi ‘maestri’, si mescolano, e si fondono, i più diversi interessi di ‘potere’: politici, economici, confessionali, magici, sotto le illudenti apparenze di una seducente, ma ambigua, ‘spiritualità’: teologica o meno, liturgica o meno, mistica o meno. Ma quello che in esse – e, soprattutto, per esse – conta veramente è, appunto, unicamente il ‘potere’: il come ottenerlo è solo un dettaglio ‘tecnico’, certo importante, ma, tutto sommato, di secondaria importanza rispetto al raggiungimento del fine bramato. A tal scopo, possono tranquillamente esser usati i mezzi più diversi, anche contraddittori tra loro e, alla bisogna, sostituirsi persino vicendevolmente. Come è teoria e prassi dello stile ‘politico’ della nota, mai troppo esecrata, ‘Compagnia’«il fine giustifica i mezzi».  In tal caso – si sia di ciò consapevoli o no – si è servi, burattini, dell’Oscuro Signore: del Principe dell’Oscuro Pensiero. E questi è il padre della menzogna, e dell’avversione: che è sempre avversione allo Spirito, avversione alla Verità. Come si può leggere nel Vangelo di Giovanni, 8, 44 – anche questa volta voglio essere un po’ ‘evangelico’ – nel testo greco, e nella traduzione, bella e precisa, della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi: «ὑμεῖς ἐκ τοῦ πατρὸς τοῦ διαβόλου ἐστε καὶ τὰς ἐπιθυμίας τοῦ πατρὸς ὑμῶν θέλετε ποιεῖν. ἐκεῖνος ἀνθρωποκτόνος ἦν ἀπ’ ἀρχῆς καὶ ἐν τῇ ἀληθείᾳ οὐκ ἔστηκεν, ὅτι οὐκ ἐστιν ἀλήθεια ἐν αὐτῷ. ὅταν λαλῇ τὸ ψεῦδος ἐκ τῶν ἰδίων λαλεῖ, ὅτι ψεύστης ἐστιν καὶ ὁ πατὴρ αὐτοῦ. – Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna».

Per cui, parvemi evidente che sulla questione della Verità non siano possibili ‘compromessi’ di sorta, che non esistano ‘menzogne’ dette ‘a fin di bene’, che non siano un ingannar se stessi e gli altri. Queste, comunque, producono sempre disastri: in ogni campo, e più di tutti in campo spirituale. Perché, sempre nel Vangelo di Giovanni, 14, 6, leggiamo: «ἐγὼ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή· Io sono la Via, e la Verità, e la Vita». Non cercare la ‘Verità’, o addirittura avversare la ‘Verità’, è smarrire la ‘Via’, perdere la ‘Vita’, cercare e trovare la ‘morte’: la ‘morte spirituale’. E ‘Signore della Morte’, come lo è dell’Avversione, è proprio l’Oscuro Signore. Per questo, per il sincero, e audace, ricercatore spirituale, l’unica ‘Via’ da seguire, oggi, è la ‘Via della Verità’, la ‘Via dell’Io’, dell’‘Io Sono’. Che è la ‘Via del Pensiero’: la ‘Via del sublime eroismo’. La ‘Via’ instancabilmente indicata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Non quella di Orao. Non la ‘via’ del misticismo, del sentimentalismo, del moralismo, della ‘chiaroveggenza visionaria’.

L’Iniziazione è un evento eterno – in ogni tempo, e in ogni luogo, sempre uguale a se stesso – ma la ‘Via’, che conduce all’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, la ‘preparazione’, o ‘catarsi’, o ‘purificazione’ dalle inerenze del contingente e dell’effimero nell’anima, che devono produrre prima la ‘illuminazione’, e condurre poi alle soglie dell’Iniziazione, non può non cambiare, nello spazio e nel tempo, a seconda dei mutamenti che intervengono nella interiore costituzione occulta dell’uomo, nonché della diversità che si riscontra nella tipologia dei singoli uomini. Per l’occidentale uomo moderno, le forme possibili di accesso all’Iniziazione sono – secondo l’insegnamento del Maestro dei Nuovi Tempi – l’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, e quella ‘rosicruciana’. Come prospettiva futura, connesse alle due precedenti ‘forme’, come sviluppo ulteriore e coronamento delle medesime, vi è l’Iniziazione ‘manichea’. L’esperienza del ‘Graal’ viene ad essere il coronamento dell’esperienza iniziatica cristiano-gnostica, rosicruciana, e manichea. Sotto vari aspetti, peraltro, l’esperienza del ‘Graal’ ha un rapporto profondo, e coincide con quella ‘manichea’.

L’Iniziazione, le sue ‘forme’, i ‘contenuti conoscitivi’ che dischiude, i ‘gradi’ di essa che il discepolo attraversa, non sono affatto una ‘abilissima’, ‘intelligentissima’, ‘sapientissima’, escogitazione ‘umana’. Nulla di tutto ciò! Sono qualcosa che proviene dall’Eterno, da una dimensione ‘ultraumana’: dal Mondo Spirituale. E il Mondo Spirituale non sa che farsene di tali ‘abilissime’, ‘intelligentissime’ perfomance ‘umane’ – comunque sempre ‘umano-troppo umane’ – e la pretesa ‘sapienza’ umana appare agli occhi delle Gerarchie Celesti ‘stupidità’, ‘hybris’ ossia ‘arroganza’, disprezzata e odiata dai Numi, ‘illusione’, ‘follia’ di chi dalla maya viene giocato e mosso come un burattino.

Alla guida dell’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, come Iniziatore – che a quel che mi risulta, è ancora attiva, sia pure difficilissimamente accostabile – vi è Zarathustra, ossia il Gesù salomonico, che al Battesimo del Giordano fece il massimo sacrificio nei confronti del Logos, e che dopo il Mistero del Golgotha è sempre ricomparso in frequenti vite terrene come il Maestro Gesù. All’origine dell’Iniziazione ‘rosicruciana’, come Iniziatore degli Iniziati – secondo l’espressione di Massimo Scaligero – vi è Christian Rosenkreutz, ossia Hiram, e Giovanni-Lazzaro, autore del Vangelo di Giovanni, che, anche lui, ricomparirà sempre nuovamente in frequenti vite terrene: la sua ultima ‘apparizione’ pubblica sarà quella settecentesca come Conte di Saint-Germain. L’Iniziazione ‘manichea’ ha, invece, come Guida e Iniziatore, Mani, il ‘Figlio della Vedova’, che rinascerà come Parzifal nell’epopea del Graal. Queste attribuzioni – ci tengo a dirlo esplicitamente – non sono frutto di una mia personale elaborazione intellettuale, né sono frutto di una ambigua pretesa ‘veggenza’: esse sono rigorosamente documentate – tutte e solo – di Rudolf Steiner. Ricevetti, a suo tempo, dal Lascito di Rudolf Steiner, tutta la documentazione probante che le dimostra, e nei colloqui con Hella Wiesberger ho potuto raccogliere altre importanti comunicazioni orali in proposito. Inoltre, applico col massimo rigore a me stesso il principio essenziale di atteggiamento interiore di ‘mich zurückziehen’, indicatomi da Hella Wiesberger, ossia di ‘ritrarmi’, di ‘cancellarmi’, per far parlare direttamente l’Opera di Rudolf Steiner. Se ciò sentivano il dovere di fare Marie Steiner, Michael Bauer, Alfred Meebold, Giovanni Colazza, e Massimo Scaligero, tanto più dovrò farlo io, che circa mia oceanica – incosciente, e a volte un po’ spensierata – imperfezione non ho dubbio alcuno. Il fatto che altrettanto non faccia Orao, è cosa che non può non lasciare oltremodo perplessi.

Quanto alla sovrumana elevatezza dei queste figure spirituali – attingo sempre, e solo, alle ‘comunicazioni’ di Rudolf Steiner, senza permettermi interpolazione veruna – vi è da considerare che Zarathustra è un Bodhisattva, Christian Rosenkreutz un Eloha, o Eloah, ossia egli fa parte della Gerarchia degli Elohim. A questo proposito, posso riportare quello che mi disse Massimo Scaligero, in un incontro che ebbi con lui alla fine di una riunione, che teneva a Roma, in Via Barrili, ossia che Giovanni  Colazza gli riferì che: «Gli occultisti chiamano i devoti di Christian Rosenkreutz: gli ‘elohisti’». Mentre – sempre Rudolf Steiner dixitMani è uno ‘Spirito della Saggezza’, della Gerarchia delle Kyriotetes. E sempre secondo Rudolf Steiner, Mani ‘guida’, ‘ispira’, tre figure spirituali: il Buddha Shakyamuni che porta il discepolo dell’Iniziazione, attraverso l’Ottuplice Sentiero, alla purificazione del corpo astrale, trasformandolo in Sé Spirituale, nel Manas, e all’esperienza dell’accogliere lo Spirito Santo; Zarathustra, che porta il discepolo alla trasformazione del corpo eterico in Spirito Vitale, nella Buddhi, e all’esperienza dell’accogliere il Christo; e Sciziano, che porta il discepolo alla trasmutazione del corpo fisico in Uomo Spirito, nell’Atma, e all’esperienza dell’accogliere il Padre.

E poiché vi è una relazione profondissima tra la cosmologia, la cosmogonia, l’essere delle Gerarchie da una parte, e le ‘Vie’ che conducono a realizzare l’Iniziazione dall’altra, è bene che su alcuni concetti venga fatta estrema chiarezza. Questo proprio in quanto quel che scrive Orao, nel suo non voler tener conto di ciò che comunica Rudolf Steiner sulla base di una scientifica ‘chiaroveggenza esatta’, anzi di voler, in taluni casi, addirittura ‘correggere’, e ‘sostituire’ i risultati della propria ambigua ‘veggenza visionaria’ alle comunicazioni del Maestro dei Nuovi Tempi, finisce per andare apertamente in rotta di collisione con i dati fondamentali della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, portata da Rudolf Steiner. Per esempio, se prendiamo il libro La Genesi ei i misteri della versione biblica della creazione, traduzione di Emmelina de’ Renzis, Gius. Laterza & Figli Editori, Bari, 1932, nella sesta conferenza – settima nell’edizione dell’Editrice Antroposofica curata da Iberto Bavastro – tenuta a Monaco il 22 agosto 1910, alle pp. 107-108, possiamo leggere:

«Quando vediamo l’uomo entrare, piccolissimo bambino, nell’esistenza, sappiamo che in lui ancora non è sviluppato quella che chiamiamo unità di coscienza. Il bambino, del resto, non pronunzia la parola Io, che tiene unita la coscienza, se non dopo qualche tempo. Allora ciò che vi è nella sua vita animica s’inserisce nell’unità della coscienza. L’uomo cresce in altezza in quanto riunisce le diverse attività che nel bambino sono ancora decentrate. Raccogliere quelle attività è dunque nell’uomo un evolversi verso uno stato superiore. In modo analogo possiamo immaginarci il progresso evolutivo degli Elohim. Questi hanno esplicato una certa attività durante l’evoluzione preparatoria dell’uomo. Per il fatto di aver esplicato questa attività, essi hanno imparato qualcosa, hanno essi stessi recato un contributo per sollevarsi a un grado superiore. Come gruppo, essi hanno ormai raggiunto una certa unità di coscienza; non sono, per così dire, rimasti semplicemente un gruppo, ma sono diventati un’unità. L’unità, in certo modo, acquistò esistenza. Ciò che ora diciamo, è cosa di straordinaria importanza; fino ad ora vi potevo soltanto dire, che i singoli Elohim erano fatti in modo, che ciascuno di essi aveva una capacità speciale. Ognuno di essi poteva recare un contributo al comune intento, alla comune immagine, secondo la quale essi volevano formare l’uomo. E ciò che l’uomo era, non era, in certo modo che un’idea, nella quale potevano collaborare.  Questo, dapprima, nel lavoro degli Elohim, non era ancora niente di reale. La realtà sorse soltanto, quando essi ebbero creato il prodotto comune. Con questo lavoro stesso, però, essi si evolvettero a maggiore altezza, evolvettero la loro unità fino a divenire realtà, sicché ormai non erano più soltanto sette, ma il settetto era un tutto, e noi possiamo ora parlare si una «Elohimità», manifestantesi in settemplice modo. Allora soltanto sorse questa Elohimità; essa è ciò, a cui gli Elohim si sono innalzati col loro lavoro. E la Bibbia lo sa; la Bibbia conosce l’idea, che gli Elohim, in certo modo, sono prima i membri di un gruppo e poi si coordinano in una unità, in modo che prima essi lavorano insieme come membri di un gruppo, e poi vengono diretti da un organismo comune. E questa unità reale degli Elohim, in cui gli Elohim esercitano la loro azione come arti, come organi, viene chiamata dalla Bibbia «Jahve-Elohim».

Avete così, in modo più profondo di quel che finora non fosse possibile avere, il concetto di Jahve, di Jehova. Per questo la Bibbia, nella sua narrazione, parla dapprima soltanto degli Elohim e, quando gli Elohim stessi sono progrediti a un grado superiore, all’unità, comincia a parlare di Jahve-Elohim. Questa è la ragione più profonda, perché alla fine dell’opera della Creazione comparisce a un tratto il nome Jahve».

Questa citazione dal ciclo sulla Genesi, tenuto da Rudolf Steiner a Monaco di Baviera nell’agosto 1910, mostra una volta di più quanto sia errata – e soprattutto come essa sia una blasfema menzognal’identificazione che Orao fa di Jahve con Lucifero. Orao vuole basarsi sulla propria ambigua ‘veggenza visionaria’, della quale ho potuto documentare numerosi errori, e non vuole tenere conto di quanto Rudolf Steiner afferma – con assoluta coerenza logica con la propria intera opera – in un’opera stampata già nel 1932, che Orao sicuramente possedeva, e preferisce invece valersi della propria soggettiva errante percezione, presumendo di ‘correggere’ quanto comunica il Maestro dei Nuovi Tempi, perché non è affatto pensabile che Orao non avesse letto il ciclo di Steiner sulla Genesi, uno dei più importanti, che sicuramente aveva in casa. Ma una cotale ‘presunzione’ di infallibilità della propria ‘visionaria veggenza’, oltre che certa fonte di innumerevoli errori, perché conoscitivamente basata su un ‘metodo’ errato e incongruo, è ‘hybris’, ‘arroganza’, ‘tracotanza’ – ossia il contrario di quella ‘devota venerazione’ verso la Verità e la Conoscenza, che Rudolf Steiner pone come prima qualità necessaria nel libro Iniziazione – ed è, in definitiva, nel suo volersi ‘sostituire’ al Maestro, come oggettivamente fa, un vero e proprio atto di ‘tradimento’ verso l’Iniziazione stessa. E, a questo punto, si ben comprende, la sorda opposizione alla ‘Via del Pensiero’, e il tentativo di sostituirvi una ‘novella’ – è il caso di dire: nel duplice significato del termine – ‘Iniziazione’, la cui spiritualmente ‘irregolare’ natura vedremo sùbito.  

Orao, nel capitolo di Resurrezione intitolato La ricerca del Graal, pp. 81-102, comincia a descrivere quella che – a suo dire – è, e sarà, la novella «Iniziazione», la «Iniziazione del Graal», e lo fa sulla base della sua, personale, soggettiva, concezione – ma sarebbe più esatto dire: ‘visione’ – cosmologica. Una tale ‘visione’, basata su una ‘chiaroveggenza visionaria’, è errata nel ‘metodo’, e fallace nei ‘contenuti’, ossia nei ‘risultati’ che una tale soggettiva ‘veggenza’ inevitabilmente produce. La visione cosmologica sulla quale si basa Orao, diverge, contraddice, e tacitamente pretende addirittura ‘correggere’ – come ho potuto mostrare e documentare – quella scientifica, esatta, innumerevoli volte controllata, e verificata, di Rudolf Steiner. Ma, se questa ‘visione’ cosmologica di Orao è errata – ed è dimostrabilmente erratissima – anche lo è anche la ‘via iniziatica’ proposta, che su tale fallace ‘visione’ si fonda. E questo per la semplice ragione – illustrata da Rudolf Steiner nella Filosofia della Libertà – che «allorché il peso del primo piano fa crollare il pian terreno, assieme a quest’ultimo vien giù anche il primo piano». Può sembrare banale e lapalissiano, ma spesso si trascurano, e si dimenticano, ‘banalità’ evidenti di questo genere.

Abbiamo a che fare con un duplice errore: da una parte, si ‘pretende’ di ‘correggere’ le comunicazioni di Rudolf Steiner, e, dall’altra, si ‘presume’ di essere all’altezza di indicare una ‘novella iniziazione’, che – nella forma esposta ex cathedra, ed ex tripode, da Orao – Rudolf Steiner assolutamente non ha mai e poi mai dato. Dunque, ‘pretensione’ e ‘presunzione’, che conducono, fatalmente, a risultati esiziali: ‘orgoglio’, ‘prevaricazione’, ‘tradimento’ dell’Opera del Maestro dei Nuovi tempi, e grande acritico, feroce, violento, fanatismo in coloro che alle sue ambigue ‘rivelazioni’, con fede cieca, si affidano.

La stessa persona, il signor M., che nel gennaio scorso, in un suo commento su un noto social forum pubblicò, con evidente ammirazione, una frase tratta dal libro Resurrezione, la Luce dei nuovi Misteri, p. 15, ove è detto: «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima», pochi giorni fa – sempre commentando sullo stesso social forum – riferendosi al mio presente studio, mi invita ad ‘essere spregiudicato’, e ad ‘aver fede’. Così egli scrive:

«Quando si racconta una propria esperienza l’altro dovrebbe attivare l’esercizio della spregiudicatezza. Ovviamente questo è reversibile, per cui altrettanto su quanto esprime lo scrittore e cioè HDP [Hugo de’ Paganis]. Se proprio si leggessero alcuni passi di Resurrezione di Orao, ella parla proprio della Fede e della coscienza. Tutti noi siamo in perenne bilico tra fede e coscienza. Pertanto, HDP affermerebbe che alcune dichiarazioni di Orao rispetto a Steiner sono errate e sono facenti parte di una visione incosciente. Ma noi abbiamo realmente sperimentato quanto Steiner afferma? È altresì abbiamo sperimentato quanto Orao afferma? Oppure ci si basa anche qui su la fede? Dunque come tu affermi si potrebbe criticare anche quanto Steiner afferma no? Morale! Allora ci si muove in silenzio interiore ma anche una fede [sic!]. Chi ha conosciuto entrambi può anche “almeno aver percepito la personalità di entrambi”! Dunque se ci si vuole anche osservare non solo i dieci capitoli demolitori di Orao da parte di HDP, ma anche quanto poi ha affermato riguardo alla cristologia in genere allora si potranno trarre le conclusioni».

Anzitutto, ‘avere spregiudicatezza’ non significa affatto accettare per fede: significa avere il coraggio di esaminare diligentemente anche quella che può apparire una ‘verità improbabile’; significa, inoltre, avere il coraggio di affrontare una ‘verità scomoda’, che può far crollare dal piedistallo ‘figure’, che, come ‘idoli’, vengono sentimentalmente ‘adorate’ da molti. ‘Spregiudicatezza’ significa ‘esaminare’, non ‘accettare obbligatoriamente’. Da parte mia, poi, io non sono affatto «in bilico tra Fede e coscienza». Io non ho affatto ‘fede’ in ciò che Rudolf Steiner afferma: io ho certezze assolute, ossia sono certoassolutamente certo – per averle verificate, razionalemente e sperimentalmente verificate – di una serie di sue affermazioni. Chiaramente, non tutte: nella pratica interiore, la verifica è ‘opus in fieri’. Ma, evidentemente, in oltre cinquant’anni di Scienza dello Spirito praticata quotidianamente con appassionato ardore, dedicandovi tutte le forze e tutto il tempo disponibile, ‘qualcosa’ avrò pur ‘sperimentato’, anche se – per innato pudore – non è mia abitudine parlarne. Ed ho verificato altresì, che una serie di affermazioni di Orao sono decisamente errate, che sono false, ossia : che non sono altro che menzogne.

Rudolf Steiner, nelle Osservazioni preliminari alla prima edizione tedesca della sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, editrice Antroposofica, Milano, 1969 – cito da una delle varie edizioni pubblicate dall’Editrice Antroposofica, perché penso esse siano più accessibili al signor M. rispetto alle edizioni Laterza di prima della guerra – pp. 27-28, a proposito del ‘verificare’ le sue comunicazioni di Scienza dello Spirito, così scrive:

«Ma tutto ciò che andrebbe detto, a questo proposito, è contenuto nel libro stesso, nel quale si mostrerà come il pensiero razionale» – il ‘pensiero razionale’, dunque, per Rudolf Steiner, e non la ‘fede’ limitante la ‘ragione’, come affermano Orao ed M. – «possa e debba essere assolutamente la pietra di paragone di quanto vi è descritto. Solamente chi sottoponga questo contenuto a un esame razionale, non altrimenti di quanto si fa per il contenuto delle scienze naturali, potrà decidere su quello che l’intelletto dice di un siffatto esame. […]

Sebbene il libro si occupi di indagini non accessibili all’intelletto legato al mondo dei sensi, pure nulla vi è detto che non sia comprensibile alla ragione scevra di preconcetti, e ad un sano senso della verità di ogni persona che voglia usare le sue qualità umane. L’autore lo dice chiaramente: egli vorrebbe soprattutto lettori che non fossero disposti ad accettare per fede cieca il contenuto del libro, ma piuttosto tali che si sforzassero di controllarlo sulla scorta delle conoscenze della propria anima e delle esperienze della propria vita1. Egli desidera soprattutto lettori prudenti che ammettano soltanto ciò che può giustificarsi logicamente. L’autore sa che il suo libro non varrebbe nulla, ove dovesse fondarsi esclusivamente sulla fede cieca; esso vale solo nella misura in cui può giustificarsi di fronte alla ragione spregiudicata. La fede cieca può troppo facilmente scambiare ciò che è stolto e superstizioso con ciò che è vero. Alcuni che volentieri si accontentano della sola fede nel «soprasensibile» troveranno che in questo libro si esige troppo dal pensiero. Ma in questa esposizione non si tratta di un’esposizione purchessia; essa deve corrispondere a ciò che risulta  a un’indagine coscienziosa dei rispettivi domini della vita. E si tratta proprio di quei domini nei quali le cose più alte confinano facilmente con la ciarlataneria sfacciata, e nei quali la conoscenza e la superstizione si toccano nella vita reale; dove, soprattutto, è così facile confonderle fra di loro».

Riporto anche la nota 1, di Rudolf Steiner, relativa a questo paragrafo:

«Non si vuole alludere solamente al controllo scientifico-spirituale, mediante i metodi d’indagine soprasensibile, ma anzitutto al controllo, perfettamente possibile, sulla base del sano e spregiudicato pensare umano. (Nota aggiunta alla IV edizione del 1913)».

Il lettore attento ha potuto constatare, nel corso di questo mio studio sul libro Resurrezione, come l’opera di Orao non sia affatto ‘scevra di presupposti’ – come rigorosamente esige, invece, la scientificità del ‘metodo’ di Rudolf Steiner – e come, già ad un semplice esame razionale e logico, essa mostri insanabili incongruenze e contraddizioni patenti nei confronti dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi. Ora, l’investigazione spirituale di Rudolf Steiner, ch’egli sottopone volentieri – anzi, come abbiamo visto, lo esige – all’esame razionale, è basata un ‘metodo’, che ha una giustificazione conoscitiva, mentre la ‘veggenza visionaria’ di Orao non si fonda su una base scientifica conoscitivamente giustificata, e che, di conseguenza, porta a risultati palesemente errati e contraddittori, con grave pregiudizio del valore della ‘novella via iniziatica del Graal’, che pretende e presume voler indicare.  

Massimo Scaligero riferisce, in Dallo Yoga alla Rosacroce. come proprio dalla lettura, avvenuta nella primavera del 1940, di alcune pagine della Scienza Occulta di Rudolf Steiner, che trascrivo dall’edizione di Laterza del 1932, la stessa da lui allora usata, egli trasse la certezza assoluta della rigorosa e della veridicità della ‘Via’ indicata dall’Antroposofia. In quelle pagine, ch’egli volle indicarci, vi è il ‘metodo’ assolutamente sicuro che conduce l’aspirante all’Iniziazione all’esperienza diretta del Mondo spirituale. È il ‘metodo’ del ‘pensiero libero dai sensi’, contro il quale si sono scagliati gli strali di coloro che propugnano una morbida ‘via dell’anima’, e parlano della ‘Via del Pensiero’ come di una ‘via’ pericolosa, che potrebbe sfociare nella ‘via del sublime egoismo’. Giova, quindi, riportare quelle parole di Rudolf Steiner, perché mostrano quanto si sia lontani dall’ambiguo mondo fantastico e sentimentale di Orao. Così troviamo alle pp. 223-225:

«Il valore interiore del gradino immaginativo della conoscenza viene assicurato, quando in appoggio delle concentrazioni (meditazioni) animiche appunto descritte, il discepolo coltiva l’abitudine di ciò che si può chiamare il «pensiero libero dai sensi». Allorché l’uomo si forma un’idea basata su quanto è stato osservato nel mondo fisico-sensibile, questa idea non è libera dalla influenza dei sensi. Ma non è detto che l’uomo possa formarsi soltanto idee di quel genere, né che il pensiero umano diventi vuoto e insignificante quando non è riempito dalle osservazioni dei sensi. Per il discepolo dell’occultismo la via più sicura per conseguire tale pensiero libero dai sensi potrebbe essere quella, di assimilare gl’insegnamenti della scienza dello Spirito riguardo ai fatti del mondo superiore e formare di essi il contenuto del proprio pensiero. Questi fatti non possono essere osservati per mezzo dei sensi fisici; nondimeno il discepolo si accorgerà che li può comprendere, purché eserciti sufficiente pazienza e perseveranza. Il mondo spirituale non può essere da noi investigato senza un’adeguata preparazione; ma anche senza la disciplina superiore possiamo arrivare a comprendere tutto ciò che ci viene riferito dagli occultisti. Se qualcuno ritenesse di non poter accettare con convinzione ciò che viene riferito dagl’investigatori, perché direttamente non è in grado di verificare quelle notizie, egli cadrebbe in errore, essendo assolutamente possibile, per mezzo della semplice riflessione, di acquistare l’assoluta convinzione della verità di quelle comunicazioni. E se qualcuno non riesce con la riflessione a formarsi tale convinzione ciò non proviene affatto dall’impossibilità di «credere» a qualcosa che non si vede, ma unicamente dal fatto, che la sua riflessione difetta tuttora di imparzialità, di larghezza e di profondità. Per chiarire questo punto bisogna riflettere, che il pensiero umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato, poiché il pensiero contiene un’essenza interiore, la quale è in rapporto con il mondo supersensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto, perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto per il mondo dei sensi, e giudica perciò incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo supersensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero, che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando continuamente in tal modo gl’insegnamenti dell’investigazione occulta ci si abitua a pensieri che non sono tratti dalle percezioni dei sensi; s’impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero vien contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il loro nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi, che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre si pensa ci si trova nel campo di una forza supersensibile vivente. L’uomo dice a se stesso: «Vi è in me come un organismo formato di pensiero; io sono però tutt’uno con esso». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili che noi osserviamo con i sensi fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici. L’osservatore del mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta ch’egli sia spregiudicato per poter dire ugualmente a se stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo formato di pensiero». Le due attività però destano sentimenti diversi; vi è una differenza fra ciò che si palesa all’osservatore del mondo sensibile esteriore, il quale vede la rosa, e ciò che essenzialmente si rivela all’uomo nel pensiero libero dai sensi. Il primo osservatore si sente di fronte alla rosa, si sente al di fuori di essa, mentre colui che si abbandona al pensiero libero dai sensi ne sente l’essenza che gli si rivela come dentro di sé, si sente tutt’uno con essa. L’uomo, il quale più o meno incoscientemente dà valore essenziale soltanto a ciò che gli sta di fronte come oggetto esteriore, non potrà certamente avere il senso che una cosa di per sé essenziale possa rivelarsi a lui anche per il fatto ch’egli si senta tutt’uno con essa. Per discernere la verità a questo riguardo occorre potere avere la seguente esperienza interiore. Bisogna imparare a distinguere fra le associazioni di idee volontariamente create e quelle sperimentate in noi, quando la nostra volontà è messa a tacere. Nell’ultimo caso si può dire: «Io rimango completamente tranquillo, non provoco nessuna concatenazione di idee, mi abbandono a ciò che «pensa in me». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato colore, o percepisco un determinato profumo». Non vi è nessuna contradizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei proprii pensieri dagl’insegnamenti dell’investigatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’investigatore occultista desti nel suo uditore o lettore dei pensieri, che questo deve attingere anzitutto in sé stesso, mentre colui il quale descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».

Il fondamento conoscitivo dell’esperienza iniziatica indicata da Rudolf Steiner, basata sull’essenza originaria del pensare che ritrova il proprio vivente essere non riflesso, è evidente dalle su riportate parole del Maestro dei Nuovi Tempi nella sua Scienza Occulta. È una ‘Via Assoluta’, ossia ‘incondizionata’, ‘senza presupposti’, non contaminata da nulla che sia esterno all’‘atto’ del pensare puro, del pensiero libero dai sensi, del pensare attuante se stesso in se stesso: come ‘forma’ e ‘sostanza’, al contempo, di se stesso: nel pensiero vivente coincidono ‘forma’ e ‘sostanza’, e pensare sentire e volere. Orao, invece, parte da presupposti religiosi, confessionalmente condizionati in senso cattolico, e si appoggia su personali, soggettive, esperienze ‘mistiche’ e ‘visionarie’, tutt’altro che indipendenti dal corpo, che generano errori ed illusioni. Orao propone una ‘Iniziazione graalica’, una ‘Iniziazione della coppia’, strettamente fondata su una errata visione cosmologica, frutto di sue sognanti esperienze soggettive: comunque divergenti dalle chiare comunicazioni di Rudolf Steiner. Inoltre, Orao, come vedremo, sempre sulla base della propria errata concezione cosmologica, propone una ‘pratica’, definita ‘rituale’, di coppia che rischia fortemente – per mancanza di fondamento conoscitivo – di scivolare in una di quelle forme di ‘magia sexualis’, che abbondano negli ambienti dell’occultismo cattolico: il caso del conte Umberto Alberti, Erim, di Catenaia e di sua moglie Ersilia, il caso di Paolo e di Luciana Virio, sono esempi emblematici, oltremodo eloquenti, di un tale ‘scivolamento’. Sed de hoc sapienti satis.

A p. 84 del capitolo La ricerca del Graal di Resurrezione, troviamo il collegamento che Orao compie tra la propria soggettiva, errata, visione cosmologica, l’identificazione ancora più errata, e soprattutto blasfema, di Lucifero col ‘Settimo Elohim’, ossia con Jahve, e la sua problematica ‘operazione rituale’ tra uomo e donna. Infatti, ivi così leggiamo:

«E poiché a tale trasmutazione del Sé superiore nel Cristo cooperano le entità angeliche cui abbiamo accennato, occorrerà mai smarrire che la ritualizzazione iniziatica d’amore è una realizzazione cosmica: la coppia ne è l’esecutrice; sacerdote, forza e impulso il Logos. È dalla coppia però che tale Impulso si diffonde su tutta l’aura della Terra e, più da vicino ancora,  su tutti quanti sono e si muovono intorno all’uomo e alla donna immessi in tale sacra operazione.

Il mondo spirituale ha come demandato ai due il cómpito di restituire redenzione al Settimo Elohim, perfino alla sua azione nello spazio celeste-solare, affinché egli possa tornare ad essere da entità lunare entità solare, divenendo il più importante collaboratore del Cristo. «Oggi stesso sarai con me in Paradiso», questa promessa diviene così attuazione del Logos nell’essere umano, ma inizialmente proprio nella coppia. Pertanto, se tutto potrà essere ricongiunto con la matrice ideale originaria, la prima funzione da redimere sarà proprio quella che per prima subì la contaminazione, ossia la funzione procreativa. Si sottolinea il fatto che innanzi tutto l’unione sessuale tornerà ad essere finalità per la procreazione come fu in origine, allorché ci si sentiva spinti ad unirsi perché un’anima doveva incarnarsi. Nei remotissimi tempi tale spinta era possibile perché sostanza maschile e femminile non erano ancora coppia, ma unità predestinata dall’Alto per il compiersi nel terrestre di un determinato stato evolutivo che l’anima che si incarnava doveva percorrere».

Anzitutto, la diffusione dell’Impulso del Christo nell’aura della Terra – stando a quel che afferma nel 1908 Rudolf Steiner nel ciclo di Amburgo sul Vangelo di Giovanninon è opera dell’‘azione rituale’ – leggi ‘sessuale’ – della coppia umana, perché, se dipendesse realmente da tale ‘azione rituale’, allora la situazione dell’umanità sarebbe veramente disperata.  È opera, invece, di quel che avvenne nel Mistero del Golgotha: come vedremo in un mio studio, attualmente in preparazione. Infatti, così si esprime Rudolf Steiner nella dodicesima, ed ultima conferenza, del 31 marzo 1908, intitolata La Vergine Sofia e lo Spirito Santo, nel Vangelo di Giovanni, trad. di Willy Schwarz, L’Editrice Scientifica, Milano, 1956, pp. 210-211:

«Ma cosa si era compiuto, in verità? In verità, quella compagine corporea, di Gesù di Nazareth, abbandonata dall’io, era talmente matura, talmente perfetta, che poté penetrarvi il Logos solare, l’essenza dei sei Elohim, che abbiamo descritto come l’essenza spirituale del Sole. Esso poté incarnarsi per tre anni in quella corporeità, poté farsi carne. Il Logos solare (che per mezzo dell’illuminazione può risplendere nell’uomo), il Logos stesso, lo Spirito Santo, vi penetrò; vi penetrò l’io cosmico, e da quel momento, dal corpo dei Gesù di Nazareth parlò per tre anni il Logos solare, cioè il Cristo. A questo evento si accenna nel Vangelo di Giovanni (e anche negli altri Vangeli) con l’immagine della discesa della colomba, dello Spirito Santo, su Gesù di Nazareth. Nel cristianesimo esoterico questo fatto si esprime dicendo che in quel momento l’io di Gesù di Nazareth abbandona il suo corpo e che da allora parla in lui lo spirito del Cristo, per insegnare ed operare. Questo è il primo grande evento, espresso nel Vangelo di Giovanni: abbiamo dunque il Cristo nel corpo fisico, eterico e astrale di Gesù di Nazareth. Egli opera nel modo e nel senso che abbiamo descritto, fino al mistero del Golgotha. Che cosa avviene sul Golgotha? Avviene quanto segue. Teniamo presente il momento veramente importante, quello in cui il sangue scorre dalle ferite del Crocifisso. Per chiarire meglio la cosa, ricorrerò a un paragone.

Immaginate di avere un recipiente pieno d’acqua, in cui fosse disciolto un sale. Se si procede a raffreddare l’acqua, il sale si deposita: si potrà vedere come il sale precipita  e si deposita in basso. Questo è il processo, come si manifesta a chi osservi solo con gli occhi fisici; ma per chi guardi con occhi spirituali, avviene anche qualcos’altro, attraverso l’acqua, e la riempie tutta. Il sale può precipitare solo in quanto lo spirito del sale lo abbandona per diffondersi nell’acqua. Chi conosce queste cose, sa che laddove ha luogo una precipitazione, oppure una condensazione, avviene sempre una spiritualizzazione. Quel che si condensa dunque verso il, basso, ha la sua controparte spirituale, verso l’alto. Anche nel mistero del Golgotha, dunque, non avvenne solo un fatto fisico: mentre il sangue fluiva, si svolgeva anche un processo spirituale. E questo consiste nel fatto che lo Spirito Santo, ch’era stato accolto nel Battesimo nel Giordano, si congiunse con la Terra. Da quel momento, la Terra fu trasformata; come ho già ricordato nelle conferenze precedenti, vista da un astro lontano, la Terra avrebbe presentato una completa trasformazione dal momento dell’evento del Golgotha. Il Logos solare doveva congiungersi colla Terra, allearsi con lei, diventarne lo Spirito».

Poi,  che «il mondo spirituale ha come demandato ai due [cioè, secondo Orao, alla coppia uomo-donna] il cómpito di restituire redenzione al Settimo Elohim [ovverossia di Lucifero erratamente, e sacrilegamente, identificato con Jahve], perfino alla sua azione nello spazio celeste-solare, affinché egli possa tornare ad essere da entità lunare entità solare, divenendo il più importante collaboratore del Cristo», è un’affermazione di Orao, che francamente non sta né in Cielo né in Terra. E questo perché Lucifero non è affatto il settimo Eloah o Eloha, ossia non è Jahve, e non è punto una ‘entità lunare’ – come abbiamo potuto vedere nelle parti precedenti del presente studio. Personalmente, io – nella mia molto limitata sapienza, e nella mia illimitata ignoranza – mi ero modestamente fatto  l’idea essere Michael – il ‘Volto del Christo’‘il più importante collaboratore del Christo’. Rudolf Steiner afferma che la redenzione di Lucifero non avverrà nella fase di evoluzione ‘Terra’, e nemmeno nella prossima incarnazione della Terra, ossia sul futuro ‘Giove’, e che essa si attuerà solo sulla futura ‘Venere’. Quelli di Orao sono errori non da poco: errori addirittura capitali. Ed è inquietante che la ‘graalica via della coppia’, che propone in Resurrezione, discenda in linea diretta proprio da simili errati presupposti, frutti di una deviata ‘veggenza visionaria’. Infine, l’affermazione di Orao, che: «si sottolinea il fatto che innanzi tutto l’unione sessuale tornerà ad essere finalità per la procreazione come fu in origine», è proprio una dottrina – ‘dogma’ da obbligatoriamente credere, e ‘precetto’ al quale disciplinatamente obbedire – della Chiesa cattolica, mentre la visione antroposofica e rosicruciana è completamente differente. Ma ancora una volta, dantescamente, ‘le carte son piene’, e devo rimandare al proseguo di questo studio l’esame della ‘via iniziatica’ che Orao ha la presunzione di indicare.

QUALCUNO MI CHIEDE L’IMPOSSIBILE (di F. Giovi)

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Qualcuno mi chiede l’impossibile. Io vorrei… ma m’è impossibile: ho dimenticato la bacchetta (magica) in un supermercato. Se potessi prendere ora un appuntamento in via Giovanni Cadolini N. 7, informerei con molto rispetto Massimo che alcuni termini usati nei suoi libri hanno incocciato teste dure – naturalmente chi mi legge ne è escluso – causando qua e là scintille.

Come per esempio la parola “risalire” e naturalmente “imagine sintesi”. Sono termini che vanno bene per pochi e maluccio per tanti. Con il “risalire” qualcuno pensa di poter cogliere con lo sguardo interiore il pensare nel momento anteriore al pensato: cosa che può avvenire, ma non tentando di (metaforico) guardarsi alle spalle per acchiappare il ‘prima’ dei pensieri.

Con il termine “imagine sintesi” abbiamo altre difficoltà, almeno due: la prima consiste nel fatto che Massimo è tremendamente preciso (ad esempio se scrive “Scienza dello Spirito” si riferisce a qualcosa che si distingue interiormente da quello che, ad un livello di esperienza piú ordinario è indicato genericamente come antroposofia) e usando la parola “imagine” (con una sola emme) nuovamente distingue riferendosi ad una piú profonda evocazione d’immagine che ascende piuttosto dal “cuore” che dallo sforzo (iniziale) di costruire immagini nel buio tosto della nostra testa, sforzo oculare compreso.

Non è che desse per scontato che fossimo quasi Iniziati, ma parlava all’elemento più elevato di noi: quello che potenzialmente può, e poco alla nostra miseria che crede di non farcela mai. Non giudicava il ‘basso’ ma parlava all’alto: all’IO presente a nostra insaputa. Io sono un ottuso patentato e per questo, forse, non faccio testo. Posso però affermare che molto di quello che mi indicò, seppure con estrema semplicità verbale, l’ho compreso veramente 10, 20 e più anni dopo: sempre attraverso una corrispondente esperienza.

Con la parola “sintesi” si riferisce al potere di sintesi interno ai concetti e alle idee: potere che c’è, che usiamo continuamente (“Maria, passami il cucchiaio” e Maria di solito non ti lancia il tritacarne ma ti porge, tra tutti i cucchiai possibili, quello più adatto al tuo pasto) ma che non sperimentiamo mai in sé, o meglio potere che s’accende con ogni concetto – è la sua forza – ma immediatamente svanisce per la coscienza ordinaria in cui permane al massimo l’eco: l’astrazione/rappresentazione.

Morale: ricostruire l’oggetto della concentrazione ed enucleare e mantenere con l’immagine pure il suo significato (concetto) è già afferrare di continuo la sintesi, ordinariamente perduta: all’inizio fare più di questo è impossibile, ed è già un atto di notevole difficoltà. Molti hanno provato nel tempo a far confluire diverse rappresentazioni in una sorta di unità superiore: non ci sono mai riusciti o hanno prodotto una fantasia psichedelica che non sposta il limite astratto di un centimetro. Non avendo compreso che la concentrazione non è un percorso tra A e B che si finisce in dieci minuti, ma corrisponde a un’ascesi di molti anni di duro lavoro.

Ogni indicazione che trovi in un testo spirituale è polisenso, come scrive papà Dante a Cangrande della Scala: ad ogni mutamento dell’anima e della coscienza risponde con un nuovo significato: «Tuttavia l’ignoranza della gente formula giudizi azzardati, allo stesso modo in cui crede il Sole della dimensione di un piede».
Date un’occhiata a quali profondità alludono le belle parole della dott.ssa Karen Swassjan quando nella recensione della Logica contro l’Uomo aprì uno spiraglio al significato di alcune frasi dello Steiner che trovate in un volumetto con il quale mai ci si confronta – trattasi di Verità e Scienza, libriccino indicato dal Dottore pure nella Scienza Occulta, V capitolo, insieme alla Filosofia della Libertà, quale via operativa e sicura per l’esperienza spirituale.

Del resto: se la concentrazione è intensificazione insistente del movimento tale che esso divenga forma del proprio contenuto, mi si spieghi come si possano davvero pensare 2, 5, 10 immagini contemporaneamente e quale sia il senso di incollarle insieme se non quello di svilire l’esercizio ad una visualizzazione da circo. È palesemente impossibile (patologie psichiche a parte)! Questi tentativi, legittimi solo nell’ignoranza del primo approccio, divengono poi esperimenti da mad doctor dei b-horror movie anni ’50.

Allora: brutale scopo della Concentrazione è portare tutta l’attenzione (in senso letterale ed assoluto) in un solo punto di pensiero. È impossibile farlo immediatamente. È possibile farlo a poco a poco per gradi. Si inizia dall’apprendimento di un decente controllo sul flusso dei pensieri e lo chiamiamo “controllo del pensiero”: è il primo esercizio dei famosi 5. Questo è il lavoro duro, lungo e faticoso: protratto e duro quanto dura l’inerzia e la ribellione dell’anima. Quando ciò viene realizzato, il pensiero stesso tende a rallentare e persino ad arrestare a momenti il proprio flusso inferiore.

Passiamo alla seconda fase: dopo una brevissima considerazione riassuntiva – discorsiva, immaginativa o mista – dell’oggetto, si tiene nella luce dell’attenzione totalmente voluta e concentrata, l’immagine dell’oggetto (che già contiene la sua sintesi!!): la prima, l’ultima, una qualsiasi, un qualcosa di stilizzato: non ha alcuna importanza (la struttura formale dell’oggetto è proprio un niente che serve a mantenere la continuità della focalizzazione). L’opera non esige più lotte e fatiche: nel silenzio dei pensieri la richiesta è fornire attenzione e continuità all’immagine: è in questa quieta semplicità che l’attenzione può separarsi completamente dal sé corporeo per darsi o “abbandonarsi” del tutto all’oggetto di pensiero. In piena destità e continuità per cinque secondi o tre minuti. Allora tutto cambia: l’universo si rovescia!

Rammentiamo all’infinito che di solito questi passaggi celano un lavoraccio individuale di anni o di moltissimi anni. Poi, subito o dopo – qui regna l’imprecisione – succede che rimane il flusso e cade il “senso dell’immagine”, ossia quello che l’umano ordinario attribuisce ai pensieri, oppure cade l’immagine e rimane un “nulla pieno” o un “segno di luce” e, al posto di immagini, pensieri o rappresentazioni e compagnia cantante c’è una forza (fortissima) che fluisce come fluiva il pensiero, ma questa è forza-pensiero: quello che viene prima del pensiero. Ed è vivente.

La “conditio sine qua non” indiretta è la potenza del volere che, praticando con regolarità e rigore, s’accende e sale, saturando il pensare… sino a far ‘saltare il banco’: il vero segreto sta tutto nella volontà che sino a quel momento non va vista o cercata: non perché non si ‘deve’ ma perché non si può: tentarlo è da scemi. Sarebbe un vero guaio confonderla – come si fa di solito – con il suo effetto corporeo che rimanda sempre ad un a-posteriori del tutto fisico-sensibile.
Il mio parere è che il Grande Ostacolo (tolto l’ovvio della grande confusione dilettantesca e della carenza di seria disciplina giornaliera) stia nel fatto che la Via appaia troppo semplice per le complicate menti contemporanee, in primis quelle antroposofiche, che in una certa misura conoscono la strada ma non smettono mai di godersi i propri pensieri. Tutto qua.

L’ARCHETIPO-MARZO 2020

Anno XXV n. 3

Marzo 2020

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In questo numero:

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. TREDICESIMA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

In una delle redazioni dattiloscritte, compilate da Massimo Scaligero – ne formulò varie versioni, in epoche diverse, venendo incontro ad esigenze oggettive diverse – delle Regole essenziali per lo sviluppo interiore secondo la Scienza dello Spirito, egli descrive gli esercizi basilari con i quali si deve formare interiormente colui che aspira a realizzare l’Iniziazione ad una superiore vita spirituale e, di conseguenza, giungere alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. La percezione del Mondo Spirituale – delle forze, dei processi e delle entità spirituali – è cosa tutt’altro che semplice, e conosciamo la precisa distinzione che Rudolf Steiner fa tra il semplice ‘chiaroveggente’, che unicamente ‘vede’, non tutto ‘vede’, non necessariamente ‘comprende’ ciò che ‘vede’, e non necessariamente sa discernere l’autentica, oggettiva, ‘realtà’ spirituale dalla fallace ‘illusione’, in ciò che ‘vede’, e l’‘Iniziato’, che, invece, non solo lucidamente, e integralmente, ‘percepisce’, ma altresì ‘comprende’ la ‘realtà’ dello Spirito, ed è in grado di annientare inesorabilmente – è in grado di farlo sempre – ogni fonte di ‘illusione’, ossia ogni soggettiva fantasia, ogni menzogna, ogni illegittimo, invadente, influsso di avverse deità ostacolatrici in lui.

Parlando di questi esercizi, Massimo Scaligero sottolinea la necessità che il discepolo dell’Iniziazione giunga ad appropriarsi della capacità di distinguere la verità dall’errore, la realtà dall’illusione. Egli dà delle qualità risultanti dalla pratica di quegli esercizi fondamentali, non una immagine moralistica – come cercano di fare coloro che tentano di cattolicizzare il suo pensiero – bensì ‘conoscitiva’, ossia come scaturenti direttamente dall’‘atto’ del pensare intuitivo descritto nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, mediante essi il discepolo si distoglie dalla abituale acquiescenza passiva nei confronti del ‘fatto’ – abitudini mentali, reazioni emotive automatiche, emergenti pulsioni istintive – per elevarsi alla coscienza dell’‘atto’, che si invera nel processo dinamico del pensare e del percepire. Da questo punto di vista, la stessa Ascesi indicata da Rudolf Steiner nel libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, non è altro che Filosofia della Libertà applicata: è il prodotto, il risultato, dell’ ‘atto’ della ‘fantasia morale’, scaturente dal momento dinamico del ‘pensare intuitivo’. Questo, secondo l’esplicita dichiarazione di Rudolf Steiner stesso. Alle pp. 4-5 del suddetto opuscolo dattiloscritto, Massimo Scaligero così si esprime:

«Occorre guardarsi dall’alimentare in se stessi l’illusione che le qualità risultanti dai cinque esercizi già si posseggano, solo per il fatto che si è capaci talora di positività, spregiudicatezza, ecc.: tali qualità vanno sviluppate di proposito, con impegno metodico e con la precisa intenzione dell’azione liberatrice delle forze superiori dell’anima: quelle che dànno modo al discepolo di scindere l’essenziale dall’illusorio, di vedere la realtà oltre la parvenza.  

Attraverso il gradino del vedere interiore, il discepolo giunge a quello dell’udire spirituale. Trovandosi sul gradino del “v e d e r e”, gli occorre anzitutto imparare in quale rapporto le immagini delle cose stiano con queste: il conoscere vero. Egli penetrerebbe impreparato nella sfera delle esperienze astrali, se si abbandonasse alle iniziali percezioni interiori, senza forze di orientamento. Anche per questo gli occorre una guida, o un Guru (Maestro), che gli insegni fin dall’inizio come si concatenino le esperienze». 

E proprio qui è la questione fondamentale: distinguere l’essenziale dal non essenziale, la verità dalla menzogna, la realtà dall’illusione. Il ‘veggente’, di per sé, ‘percepisce’ sì questo o quel fatto, o evento, astrale o spirituale, ma – con le sue sole forze – non può mai sapere se quel che percepisce è autentica verità, realtà, oppure se non sia, invece, inganno, illusione, irrealtà, ossia menzogna. Inoltre, il ‘veggente’ potrebbe decidere di voler fare a meno di una ‘Guida’, e – in maniera insana e improvvida – di ergersi a ‘Maestro’. In questo caso, si ha una vera e propria ‘prevaricazione’, e si consegna inconsapevolmente – e perciò tanto più stupidamente – nelle mani delle avverse deità ostacolatrici. Le quali possono fornire all’incauto ‘veggente’ imponenti esperienze allucinatorie, ingenuamente credute ‘immaginative’, ed ispirare una illudente e menzognera ‘sapienza’, che avvelena poi l’anima del ‘veggente’, e quella di coloro che gli si affidano. Il ‘veggente’sive mas sive faemina, come dicevano i Romani – può giungere ad saturare l’anima di quelle ‘percezioni’ di carattere immaginoso, scambiate, appunto, per reali ‘immaginazioni’: può giungere ad una vera e propria ‘inflazione immaginativa’, e l’ego può, con estrema facilità, enfiarsi sino a livelli ‘stratosferici’.

In tale condizione – in una condizione francamente patologica: di patologia animica – può nascere nell’incauto veggente, che abbia tralignato dal retto e prescritto ‘Sentiero della Conoscenza’ una forma, dichiarata o meno, di avversione per la ‘Via del Pensiero’ e per la Concentrazione. Specialmente se il ‘veggente’ fai-da te – sive mas sive faeminanon ha una solida formazione scientifica e filosofica, ossia non ha una rigorosa formazione di pensiero, può muovendosi nell’ìnfida, e infìda, palude astrale – ove i peggiori inganni sono all’ordine del giorno – cadere nel visionarismo più medianico, e non accorgersene neppure. Il soggetto in questione può, lui  cieco, farsi ‘guida’ di altri ciechi, col prevedibile risultato che finiscano poi tutti nel primo baratro che si aprirà fatalmente sotto i loro piedi. Ad un tale soggetto – ma anche a coloro che ad esso si affidano – capiterà talvolta di ricevere ‘avvertimenti’ da coloro che invece hanno ‘Conoscenza’ certa, ma, nella loro egoica infatuazione, li spregeranno, e talvolta si ribelleranno con ira, reagendo rabbiosamente a tali generosi ‘avvertimenti’.  Evento avvenuto, e del quale – in taluni casi – sono stato testimone. Purtroppo.

Certo, la necessaria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica non è detto che il discepolo della Scienza dello Spirito se la debba fare, a fortiori, nella scienza ufficiale, e nella filosofia corrente – non ho alcun dubbio circa la ‘intelligentissima stupidità’ delle attuali corporazioni scientifiche, e genericamente universitarie, le quali, soprattutto negli ultimi decenni sono ridotte in uno stato pietoso – ma può benissimo farsela all’interno della stessa Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. Ma occorre essere – con grande rigore – profondamente leali nei confronti di essa, e senza farsi ‘sconti’ di sorta. Occorre lealtà, gratitudine verso i Maestri, e grandissimo rigore morale. Bisogna non ‘presumere’ di ‘completare’, di ‘correggere’ i Maestri, e ancor meno ‘sostituirsi’ ad essi. Esattamente in ciò consisterebbe la ‘prevaricazione’, il ‘tradimento’. Una volta avvenuto il ‘tralignamento’ conoscitivo, la ‘prevaricazione’, seguono, poi, sovente, conseguenze morali, che creano situazioni veramente problematiche: menzogne, tradimenti umani, distruzioni di amicizie, persecuzioni di persone, spergiuri, manipolazioni dell’altrui libertà, macchinazioni più o meno ‘machiavelliche’, il ritenere che – ‘a fin di bene’, naturalmente – si possano compiere le azioni più meschine e turpi.

Massimo Scaligero, alle pp. 6-7 del citato opuscolo, dopo aver parlato della posizione del discepolo dell’Iniziazione nei confronti del Maestro – il Guru della Tradizione orientale – nelle ‘Vie’ orientale, in quella yoghica, e in quella cristiano-gnostica, così si esprime nei confronti della ‘Via’ che meglio si adatta all’uomo moderno, che sino in fondo sia veramente ‘figlio di questo tempo’:

«Indipendenti al massimo si è nella Via Occidentale, o “rosicruciana”: che si rivolge a coloro per i quali lo Spirito è immanenza, o presenza, nell’Io, ossia agli uomini più moderni. Qui il Guru non è più la guida, bensì il consigliere che dà a ciascuno il suggerimento sul da farsi. Egli cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un energico sviluppo del ‘pensare’: senza il quale non è possibile reale formazione interiore. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre attività non hanno. Ogni attività interiore si muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se utilizza forze di altri livelli.. si può dire che ogni livello ha le proprie percezioni. V’è un’attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il p e n s i e r o  l o g i c o. Un pensiero logico che divenga coscientemente veste  di una verità, risuona, anche non sapendolo, nei mondi superiori, come una reale forza. Movendo da tale principio, la disciplina rosicruciana addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa dal piano fisico a quello puramente metafisico. Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le forze superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario».

Naturalmente, i contenuti spirituali dei quali il pensiero logico diviene veste – e questa è l’arte del meditare, ed anche quella dello ‘studio’, in senso rosicuciano, ossia della elaborazione meditativa dei testi della Scienza dello Spirito – devono essere quelli ‘giusti’, ossia devono essere ‘verità’ di ordine autenticamente spirituale, provenienti da un autentico Maestro spirituale, e non parti soggettivi di una ‘veggenza visionaria’, o frutto di una elaborazione meramente ‘intellettuale’, o ‘dialettica’, o scaturire da ambigui afflati ‘mistici’, perché in tal caso si produce qualcosa di spiritualmente ‘irregolare’, di ‘patologico’: qualcosa che avvelena le anime. Come, del resto, abbiamo avuto modo di vedere nelle comunicazioni di Rudolf Steiner, allorché egli descrive quanto avvenuto nell’Ottocento nelle lotte, nelle quali si trovò in mezzo Helena Petrovna Blavatsky, tra le confraternite occulte ‘di sinistra’ anglo-americane e quelle indiane, che portò lo scatenamento dello spiritismo e della medianità nel mondo, e a tutto quello che riguarda la falsificazione della funzione occulta di Jahvè e della Luna terrestre in rapporto famigerata ‘ottava sfera’ – operata in concordi forme diverse – da tali contrapposte confraternite occulte ‘di sinistra’. Ed abbiamo visto che qualcosa di troppo simile compie Orao in Resurrezione. Per questo, è tanto più necessario fondarsi sul rigoroso ‘metodo’ della ‘Via del Pensiero’ – che è la ‘Via’ dell’Io, ossia  la ‘Via’ dello Spirito oltre l’anima – portata da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero. Per questo, è necessario essere leali, e fedeli, verso i Maestri, verso il loro insegnamento, che non deve essere alterato, o surrettiziamente ‘sostituito’. Infatti, scrive Massimo Scaligero, a p. 7, del citato opuscolo:

«Il Guru è, nella disciplina rosicruciana, soltanto un amico saggio che consiglia il discepolo, perché il Guru reale, l’Io, lo si educa nell’individualità propria, col proprio radicale lavoro di pensiero. Anche in questo caso, perciò in forma diversa, il Guru è necessario, essendo fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. La redenzione del mentale è l’inizio della vera Magia: ma fa appello a qualcosa di più che il pensiero dialettico. Il discepolo giunge a meritare di riconoscere spontaneamente, autonomamente, l’azione che sulla liberazione del pensiero esercita il contenuto interiore di specifiche opere dovute al Maestro dei nuovi tempi, portatore dell’accennato insegnamento perenne. Lo studio meditato di tali opere – contro cui si appuntano naturalmente gli attacchi critici delle varie scuole legate al passato – equivale alla più energica disciplina interiore. Si tratta di leggere non per apprendere, ma per rivivere determinati pensieri o immagini, in cui è inserita la forza del Pensiero Vivente».  

L’Iniziazione è un evento eterno. In ogni epoca essa è stata ‘Conoscenza’, capacità di percepire il Mondo Spirituale, i suoi processi, i suoi eventi, le sue entità. L’Iniziazione il discepolo la conquista, sacrificando il contingente per l’Incondizionato, l’effimero per l’Eterno. Ciò implica – anzi esige – la morte dell’ego, e l’annientamento radicalecompiuto senza misericordia veruna – di tutte le velleità, e di tutte le illusioni dell’ego. Ma, come ammonisce Massimo Scaligero nell’Avvento dell’Uomo Interiore, da lui poi rielaborato come l’Uomo Interiore, «nello Spirito non si sta, nello spirito si è». Ossia, nell’esperienza spirituale – e, di conseguenza, nel cammino spirituale – non vi è nulla di ‘scontato’; in esso non si può ‘vivere di rendita’, perché lo Spirito è ‘atto’, non un mero ‘fatto’. L’azione spirituale è – sempre – un ‘atto eroico’: un vivere, o un rivivere, ogni volta, il volitivo annientamento di ogni legame con l’effimero, ogni volta, il sacrificio del contingente per l’Incondizionato, per l’Assoluto. Il venir meno a questo impegno, il volgere le spalle ad esso, è il ‘tradimento’. Lo scegliere le intelligentissime ‘strategie’ umane, le abili ‘macchinazioni’, le plausibili ‘menzogne’, invece della nuda semplicità dello Spirito, è la ‘prevaricazione’, è il ‘tradimento’. Siccome nella sfera dello Spirito non vi è nulla di ‘scontato’,  nulla di ‘automatico’, è possibilissimo ‘smarrire’ l’Iniziazione, e – peggio ancora –  giungere persino a ‘pervertire’ l’Iniziazione.

Rudolf Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero avvertono – anzi perentoriamente ammoniscono – che in qualsiasi momento vi può essere, anche nell’Iniziato, un risorgere improvviso della natura inferiore, un subitaneo riattizzarsi delle più violente velleità dell’ego. Massimo Scaligero diceva: «Io posso tradire in qualsiasi momento», e non abbassava MAI la guardia nei confronti delle deità ostacolatrici. Sotto questo aspetto, l’Iniziato è un ‘lottatore contro la morte’, e ricordo come, in una riunione svoltasi a Roma, in Via Barrili, Massimo Scaligero pronunciasse, con grande forza, alzando la mano destra aperta, le potenti parole del Buddha Shakyamuni, riportate nel Majjhima Nikayo, «Oggi è da dare battaglia, forse domani non saremo più. Per noi non vi sia tregua contro la grande Armata della Morte», ossia: contro le schiere dell’Oscuro Signore.  

Il Mondo spirituale conosce Verità, e non menzogna; conosce umile ed eroica ‘azione pura’, e non tatticismi, macchinazioni, intrighi; conosce il coraggioso schierarsi per la Verità e la Giustizia, e non ‘compromessi’, ‘transazioni’; conosce incondizionata venerazione per la Verità e la Conoscenza, gratitudine e lealtà verso i Maestri, e non l’abile ‘inavvertito trasbordo ideologico’, la ‘prudentissima’, vilissima, denigrazione dei Maestri e del loro insegnamento, nonché la tacita, truffaldina, ‘sostituzione’ dell’originario, schietto, loro insegnamento, con ‘abili’, ‘intelligentissime’, ‘dottrine umane’, in realtà intelligentissime escogitazioni ‘umano-troppo umane’, che con l’autentico Mondo dello Spirito nullaassolutamente nulla – hanno a che fare. Questa è ‘prevaricazione’, e questo è ‘tradimento’. Chiunque ciò compia.

Dopo questa necessaria premessa generale, torniamo ad esaminare il testo di Orao. Dopo aver esaminato nella parte precedente il ‘metodo’ di Orao, e averlo dimostrato fondamentalmente errato, ed in aperta contraddizione con quello conoscitivamente fondato sulla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, dobbiamo ora esaminare i ‘contenuti’, ovvero i ‘risultati’ della ‘chiaroveggente’ indagine spirituale che Orao, sulla base del suo fallace ed illudente ‘metodo’, ha proclamato essere ‘verità certe’, le quali invece si dimostreranno – sempre alla luce della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner – illusioni, inganni, mortali menzogne. Anzitutto, come vedremo sùbito, vi sono in Orao, pesanti condizionamenti da parte della teologia cattolica, ossia da parte di quella teologia che, secondo Rudolf Steiner, è la principale responsabile del moderno materialismo scientifico ed etico. In Resurrezione – il primo dei due libri sinora pubblicati dall’editore Tilopa, e non sappiamo se ne seguiranno ancora altri – Orao, a p. 15, dove sottolineerò, come mio uso, in grassetto alcune affermazioni, così letteralmente scrive:

«Dopo le molte dispute teologiche sul primato della ragione sulla fede e della fede sulla ragione, proprio quando si delimitarono i confini conoscitivi alla ragione, allora si confermò che la fede era in grado, come unico stato di coscienza, di raggiungere una condizione essenziale: quella di credere l’uomo nato da sostanza spirituale (perché il Cristo si era fatto carne) e già albergante in sé la realtà del Cristo come scintilla conoscitiva».

A dire il vero la ‘fede’ – quale qui viene intesa – più che uno ‘stato di coscienza’, è uno ‘stato d’incoscienza’, perché la credenza – l’ho già scritto – non è, e non può essere ‘Conoscenza’. Tra l’altro, proprio contro la ‘Conoscenza’contro la ‘Gnosi’, contro ogni forma di ‘Gnosi’ – basilidiana, valentiniana, ofita, sethiana, manichea, o catara che fosse – si accanì la persecuzione più spietata, crudele, e omicida, della Chiesa cattolica d’Oriente e d’Occidente. Ed una delle ricorrenti accuse fatte a Rudolf Steiner, tra le altre molte, è appunto quella di essere uno ‘gnostico’, e di essere una ‘Gnosi’ viene accusata la stessa Antroposofia. All’essere umano, si giunse a strappare – nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell’869 – lo Spirito dalla costituzione occulta dell’uomo, tra l’altro contraddicendo Paolo di Tarso, che invece ne parla esplicitamente. Per la Chiesa, l’essere umano è, solo e unicamente, corpo e anima, lo spirito – il quale soltanto nell’uomo potrebbe conoscere lo Spirito, perché solo il simile conosce il simile – all’uomo viene ‘amministrato’, sacramentalmente, dalla gerarchia sacerdotale, che avrebbe – a suo proprio dire – il potere di mettere il ‘fedele’ – ossia colui che, avendo ‘fede’, crede incondizionatamente ai dogmi, ed obbedisce ordinatamente a ciò che dalla gerarchia ecclesiale gli viene comandato – in ‘comunione’ con lo Spirito, ma che si arrogherebbe altresì il potere di togliere tale ‘comunione’, quindi di ‘scomunicare’, a chi compia una hàiresis, una ‘scelta’ diversa, e non accetti i suoi dogmi, e non si uniformi ai suoi voleri.

Più sotto, sempre a p.15, Orao, fa una serie di considerazioni, una delle quali ho potuto leggere pure, in un noto social forum, più volte citata – non so quanto a proposito – da tale M., ma che ora è bene reinserire nel suo contesto:

«Il Logos è sempre stato e sempre sarà nell’uomo. Egli è l’uomo stesso e l’uomo si sperimenta come tale proprio perché già in sé percepisce l’essere di quella essenzialità».

Ora, naturalmente, io non dubito affatto che il Logos sia l’essenza dell’essere umano, che sia – secondo un felice neologismo tedesco coniato da Rudolf Steiner – la Ichheit, l’autentica ‘essenzialità dell’Io’ nel suo Io. Ma una cosa è che l’essere umano sia identico al Logos, e sicuramente lo è, e tutta un’altra cosa è ch’egli abbia coscienza di tale identità. Anzi, si può dire che tutto il male, e il soffrire umano, nascano proprio dal baratro che si è spalancato in lui tra ‘essere’, e ‘coscienza’. A dirla tutta, da millenni – salvo nobili quanto rare eccezioni – l’essere umano, soprattutto in Occidente, ma ormai sempre di più anche in Oriente, non ha proprio più nessuna coscienza di una tale identità. Certamente, l’Assoluto è alla base di ogni essere umano, ma lo è anche, senza eccezione veruna, di ogni essere non umano terrestre – pietra, pianta, animale – e lo è anche di ogni essere estraumano appartenente alle Gerarchie celesti – Angelo, Arcangelo, etc. – ed ognuno di questi esseri umani, non umani ed estraumani, nel profondo, è identico all’Assoluto, ma ‘esserlo’ non significa affatto automaticamente ‘saperlo’, ‘conoscerlo’. Uno dei vertici dell’esperienza spirituale è realizzare la coscienza della ‘Identità Suprema’, ma questa è mèta di arduo conseguimento. Nulla di scontato.

E poche righe dopo troviamo la parte citata da M. sul noto social forum :

«Solo delimitando le facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della fede, che è percezione pura dell’anima: così la ebbe il primo asceta cristiano, al quale ogni elemento della natura rispondeva che lui non era Dio, mentre l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo, perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo».  

A parte il poetico affabulante linguaggio di Orao, che per taluni può essere forse suggestivo e sommuovere una facile emotività, vi sono alcune osservazioni da fare circa ciò che qui viene affermato. Abbiamo già visto, che non si tratta affatto di «limitare le facoltà della ragione mentale e sensoria», bensì di portarle – abolendo i limiti nelle quali sono costrette dalla identificazione dell’essere interiore dell’uomo alla veste somatica – a piena espansione e sviluppo, a piena coscienza: sino a giungere a sperimentare coscientemente il loro ‘momento genetico’, il loro ‘momento dinamico’. Che al primo asceta cristiano – qui probabilmente Orao si riferisce ad una pagina autobiografica delle Confessioni di Agostino di Ippona, rievocante un periodo della sua vita tutt’altro che “ascetico”, e non proprio ancora molto “cristiano” – «ogni elemento della natura rispondesse che lui non era Dio», è fare della ‘letteratura’, non della ‘Scienza dello Spirito’. Così come rispetto all’affermazione del fatto che «che l’anima affermava che lui poteva rispondere su tale interrogativo perché era lei quel contenuto divino medesimo, in quanto fattura del divino medesimo», viene fatta altrettanta poetica affabulante ‘letteratura’, e non vi è in essa nulla di ‘scientifico’. Non ho mai trovato che Rudolf Steiner, o Massimo Scaligero usassero un tale ‘suggestivo’ linguaggio, anzi è più che evidente come essi lo evitassero di proposito.

Quanto al fatto che «l’anima sia divina in quanto fattura del divino», bisogna dire che qui l’affabulante poetico linguaggio è intenzionalmente vòlto ad evitare di esprimersi chiaramente – ossia in maniera da evitare di non dar luogo ad equivoci, esprimendosi troppo chiaramente – circa un punto molto dolente per chiunque risenta del pesante condizionamento da parte della teologia cattolica. Una delle accuse che la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, fa – giustificatamente dal suo punto di vista – è l’accusa di ‘panteismo’, ch’essa rivolge all’Antroposofia, ma anche a tutto l’esoterismo. Per la Chiesa cattolica, romana o ortodossa, vi è un incolmabile abisso tra Dio e le ‘creature’ tutte, tra la ‘Trascendenza’ di Dio e la ‘contingenza’ delle suddette ‘creature’, e in particolare quella dell’uomo. Per la teologia cattolica, Dio ha ‘creato’ – così recita da sempre il Catechismo ecclesiale – il mondo e l’uomo dal ‘nulla’, mediante un atto gratuito ed arbitrario della sua volontà, per cui l’essere umano, nella sua immanenza, è quanto di più ‘contingente’, effimero e precario. Mentre, per la Scienza dello Spirito, per l’Antroposofia, ma anche per ogni autentico esoterismo, l’uomo è ‘emanato’ dall’Uno, e non ‘creato dal nulla’, e il mondo è, esso stesso, ‘emanazione’ dell’Uno, di Dio, e niente affatto ‘creato’, esso pure, dal ‘nulla’. A mio modo di vedere, ed ho avuto modo di scriverlo in passato, sarebbe oltremodo auspicabile che i ‘creati dal nulla’ evitassero di occuparsi delle cose degli ‘emanati dall’Uno’, e lasciassero in pace questi ultimi, ma – a giudicare dalla pervicace intolleranza di venti secoli – temo che la mia sia vana speranza. 

«Per l’uomo moderno, però, neppure tale conferma può essere sufficiente: la fede, nata dal limite conoscitivo della ragione, non può bastare, perché da essa egli si sperimenta escluso dalla partecipazione all’azione stessa del divino, oltre che in sé, nel Cosmo. Dalla fede semplice derivano due correnti non valide per l’esistenza dell’uomo odierno: il panteismo (vedere Dio senza discernimento in tutto, quindi abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto), o la deificazione della natura, del terrestre, del dato sensibile separato dalla controparte ideale e ideante di cui l’uomo è indissociabile mediatore (materialismo, pragmatismo, soggettivismo razionalistico). La ragione fece largo alla fede cosciente; la fede cosciente, ossia la persuasione di avere il Cristo in sé e di essere «persona» per il Cristo in sé, farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito e di conseguenza farà largo alla sperimentazione dal piano eterico dell’unità ed identificazione con l’Impulso-Cristo, vivente nel terrestre come nel Cosmo superiore, inconosciuto nell’anima, ma da là conoscibile e pulsante nel volere più profondo».

Tutto questo discorso di Orao potrà, forse, anche suggestionare e illudere chi scambi l’oscurità per profondità, e preferisca abbandonarsi passivamente all’ambigua, e comoda, emotività senziente. Invece per chi voglia pensare coraggiosamente, lucidamente, e spregiudicatamente, ossia senza ‘presupposti confessionali’ o ‘teologici’, tutto questo discorso è basato, e addirittura letteralmente infarcito, di menzogne. Nelle poco cristiche confessioni ‘cristiane’, storicamente, la ‘fede’ è nata non dal «limite conoscitivo della ragione», perché, anzi, proprio le Chiese ‘cristiane’ hanno lottato ferocemente contro la ‘ragione’, attuando ogni forma di repressione violenta di essa, e di ogni forma di libertà di pensiero. Il ‘panteismo’ non è affatto nato dalla «semplice fede»: anch’esso è stato vittima del più feroce ‘odium theologicum’, e combattuto violentemente con ogni mezzo. Gnostici, Manichei, e Catari, proclamavano il primato della ‘ragione’ sulla semplice ‘fede’, e invitavano apertamente a non ‘credere’ sino a quando la ‘ragione’ non avesse compreso, e confermato, quanto veniva annunciato come verità. Nel medioevo, spesso, il termine greco ‘Logos’ veniva tradotto in latino con ‘Ratio’, ossia con ‘Ragione’, e a Padova vi è, decorato da bellissime pitture angeliche, il ‘Palazzo della Ragione’. Del resto, se non fosse così, perché mai i Rosacroce avrebbero chiamato il Mondo Spirituale superiore, estraformale, devachan superiore, arupa devachan, ‘Mondo Celeste’, o ‘Mondo della Ragione’, come si può leggere nella Saggezza dei Rosacroce, ed anche in altre cicli di conferenze, di Rudolf Steiner?!  

«La ragione» non «fece largo alla fede cosciente»: essa fu repressa, e spietatamente perseguitata dalle poco cristiche chiese ‘cristiane’, le quali per un pavor metaphysicus, per un incoercibile terrore di fronte all’incandescenza dissolvitrice dello Spirito, annientatore di tutto ciò che è, in quanto natura caduta, ‘maceria spirituale’, hanno rinunciato alla ‘Gnosi’ salvivica, hanno rinunciato a ‘conoscere’, e la decaduta ‘fede’ è stata la consacrazione della voluta, pavida, impotenza dell’anima, che si chiude alla travolgenza trasformatrice, trasmutatrice, dello Spirito. Non solo si è divenuti spiritualmente ‘ciechi’, ma si è altresì preteso dalla gerarchia ecclesiastica, che tutti lo divenissero: si è preteso che ciò che tale gerarchia sacerdotale aveva, per viltà e corruzione, rinunciato a ‘conoscere’, anche gli altri non dovessero ‘conoscere’. Ma è scritto: «Conoscerete la Verità, e la Verità vi farà liberi».

Che, poi, affermare il ‘panteismo’ – o, in buona sostanza, l’‘emanazionismo’ gnostico, che concepisce l’uomo ‘consustanziale’ all’Assoluto – agisca «abolendo il principio della libertà autonoma del pensiero-volontà, rendendo Dio responsabile di tutto», non è solo un grossolano errore di pensiero, bensì è una spudorata menzogna, tipica della teologia cattolica, che vede nella salvifica ‘Conoscenza’, frutto del ‘pensiero folgorante’, o ‘vivente’, che annientando la mâyâ illudente, ricongiunge l’uomo con l’Assoluto, un atto di ‘superbia’, di ‘disobbedienza’, di ‘ribellione’, di ‘arroganza’, di ‘lesa maestà’ nei confronti del Dio, troppo antromorficamente concepito come regale sovrano, il quale – a suo insindacabile arbitrio – ‘crea dal nulla’ e gli esseri umani, e il mondo. Semmai, è proprio il ‘creazionismo’ – come affermavano Gnostici, Manichei, e Catari – a delegittimare l’essere umano, ledendo la sua dignità e libertà, e a rendere Dio responsabile del male nel mondo. Basta leggere le opere di Déodat Roché – in particolare Studi manichei e catari – o quelle di René Nelli, o le stesse scritture catare, le poche e fortunosamente scampate ai roghi, per rendesene conto.  

In realtà, proprio perché l’essere umano è ‘emanato’ dall’Uno, è ‘consustanziale’ all’Assoluto, che – come ha affermato, e scritto, molte volte Massimo Scaligero – permane comunque alla base del suo essere, egli può, e deve, per usare un’espressione dantesca, ‘indiarsi’. Proprio perché egli – un ‘dio caduto’ – è di natura ‘divina’, l’uomo può, e deve, ritornare al Divino, reintegrarsi nello smarrito ‘stato primordiale’, ritrovare la perduta sovrumana grandezza dell’Uomo Cosmico, da lui obliata onde il Divino si manifestasse anche come Autocoscienza, Libertà, e Amore. Dopo la  καταστροφή, katastrophé, la ‘distruzione’, il ‘ruinare in basso’, la sfracellante ‘caduta’ primordiale nella frantumazione della illusoria molteplicità, l’uomo può, infine, attuare la ἐπιστροφή, epistrophé, il ‘risollevamento’, il ‘tornare in alto’, la ‘conversione’ di direzione, onde si attua il ‘ritorno alla Sorgente’, il ‘ritorno all’Uno’, come lo chiamavano Plotino in Occidente, e Laotse in Oriente. Ossia tutto il contrario di quanto afferma Orao.   

Se poi un ricercatore spirituale va leggersi le opere di un Meister Eckhart – che soltanto la morte salvò dalla condanna nel processo che l’Inquisizione dell’eretica pravità gli aveva intestato ad Avignone – o le opere di un San Giovanni della Croce, il quale ebbe – egli pure – persecuzioni, contrasti accesi, e subì carcerazioni, e diffamazioni, può intuire perché Rudolf Steiner apprezzasse così tanto il loro pensiero, sino a tenere una importante conferenza sul pensiero di quest’ultimo, le cui posizioni spirituali egli dimostra essere identiche a quelle del ‘panteismo’ dell’Antroposofia. Vi sono stati persino studiosi che hanno trovato difficile distinguere pensiero e ascesi di Meister Eckhart dal platonismo di Plotino, o dall’Advaita Vedânta di Shankara, e pensiero e ascesi di San Giovanni della Croce dallo Yogashastra di Patañjali. Per Orao, la Sapienza del Mondo Classico d’Occidente, e quella d’Oriente, semplicemente non esistono.

Su questo temerario blog, venne pubblicato, il 23 aprile 2015, un articolo di chi scrive, intitolato Il “prometeico” idealismo magico di Rudolf Steiner, nel quale venne riprodotto un testo – inedito in italiano – nel quale, una volta di più, risulta in maniera inequivocabile il pensiero di Rudolf Steiner circa l’Assoluto, il Divino, e il suo rapporto col mondo. Trovo utile riproporlo qui, in modo che il lettore possa farsi un’idea autonoma su come e cosa egli pensava circa il rapporto tra Dio e l’uomo, Dio e il mondo:

«Professione di fede dell’idealismo empirico.

I. Dio come oggetto del rapporto religioso.

Dio deve essere pensato come la concreta unità dei due momenti, nei quali per la coscienza umana si scinde il mondo formato: il lato dell’esistenza obbiettivo dato, e quello soggettivo prodotto dallo Spirito. Attraverso la scissione dell’esistenza in questi due lati, l’entità divina è inerente al nostro spirito cosciente non come concreto Agens, bensì come idea astratta, che può divenire un contenuto non mediante l’immersione in qualsivoglia elemento obbiettivo, bensì unicamente attraverso il reale, continuativo processo evolutivo dell’umanità. Questo processo evolutivo è il vivere di Dio e, nel conclusivo risultato finale del medesimo, la totale entità di Dio è giunta a manifestazione. 

II. L’uomo in rapporto a Dio e al mondo.

L’evoluzione umana è un incessante superamento delle due sunnominate polarità, dunque un continuativo giungere a manifestazione di Dio. Nella scissione dell’unità originaria del mondo in oggetto e soggetto sta la ragione dell’imperfezione umana. Questa imperfezione si manifesta nel campo dell’agire come non-libertà. Non liberi noi siamo unicamente in quelle parti della attività, nelle quali non si è ancora compiuta la compenetrazione di soggetto e oggetto. In questo caso stiamo sotto l’imperio dell’oggettivo. Quest’ultimo svanisce immediatamente, allorché noi abbiamo compreso lo spirito di una cosa, e la dominiamo in maniera corrispondente alla sua propria essenza. Vista da questo punto di vista, l’evoluzione umana è al contempo una evoluzione divina, e addirittura un incessante processo di liberazione.

Rudolf Steiner, 8.12.1892».

Chiunque conosca, per poco che sia, la storia davvero poco edificante delle confessioni ‘cristiane’, sa appunto come «la ragione» non fece affatto «largo alla fede cosciente». La ‘ragione’, rosicrucianamente intesa, non ha alcun bisogno di limitarsi e far spazio a quella che qui Orao chiama «la fede cosciente», la quale – a suo dire –   a sua volta «farà largo alla conoscenza da parte dell’Io vivificato dall’Impulso celeste del proprio Sé quale gemmazione originaria dello Spirito». La ‘ragione’ ha unicamente bisogno di sperimentarsi – facendo a meno di ogni presupposto: soprattutto di ordine teologico e confessionale – integralmente, ossia di sperimentarsi come ‘pensiero-folgore’, come ‘pensiero vivente’. Per realizzare questo essa non ha alcun bisogno di riconoscersi ed  aderire a nessuna confessione religiosa, tantomeno cattolica. Ed è il cammino conoscitivo stesso di Rudolf Steiner a dimostrare che le cose stanno esattamente così. Ma il Sentiero della Conoscenza, prima sperimentato, e poi indicato da Rudolf Steiner, porta l’uomo ad ‘indiarsi’, a ‘ricongiungersi’ con l’Uno Unissimo, a sperimentarsi come ‘Uomo Universale’, e sperimentare coscientemente la ‘Identità Suprema’ con l’Assoluto. Questo è inaccettabile per la teologia cattolica. E questo è un aspetto che Orao si guarda bene persino dallo sfiorare, ma che è ben presente in tutta l’Opera di Massimo Scaligero.

A questo punto, è possibile intendere l’opposizione, a volte sorda e dissimulata, a volte più esplicita e virulenta, di taluni nei confronti di una radicale ‘Via del Pensiero’, e la loro denigrazione della assoluta fondamentale centralità della ‘Concentrazione’, anch’essa, nella sua radicalità concepita – l’espressione è, naturalmente, di Massimo Scaligero – come ‘atto assoluto’,  come ‘ekagrata assoluto’, come ‘Via a sé sufficiente’. Contro una tale coraggiosa concezione dell’Ascesi si sono diretti gli strali di coloro che vedono nella ‘Via del Pensiero’ il pericolo di diventare una ‘via del sublime egoismo’, secondo la loro ingenerosa espressione. In fondo, l’impostazione di costoro è esattamente quella di Orao, che tuttavia, in verità, si esprime alquanto più ‘prudentemente’, ed alla concezione di Orao, con ogni evidenza essi si ispirano, il che li porta a indicare la necessità di una ‘Via’ diversa da quella indicata, con sin troppo chiare parole, da Massimo Scaligero, che poi è quella di Rudolf Steiner: il filo aureo della ‘Via’ rosicruciana e antroposofica. 

Ma la ‘via’ diversa, indicata da Orao, si basa, appunto su di una concezione, come abbiamo visto, e come constateremo ulteriormente, dal punto di vista scientifico tutt’altro che scevra di ‘presupposti’, anzi inficiata dai ‘presupposti’ più discutibili, soprattutto ‘confessionali’, e, dal punto di vista spirituale, contraddicente – malgrado ogni ‘prudente’ dissimulazione – sia dal punto di vista ‘dottrinario’ che ‘pratico’, ossia dell’Ascesi realizzativa, l’insegnamento di Rudolf Steiner, e quello di Massimo Scaligero stesso. In particolare – ne abbiamo dati al lettore numerosi esempi documentati – dal punto di vista cosmologico e cosmogonico, Orao ‘sostituisce’ – e la cosa può sfuggire facilmente ad un lettore che non sia attentissimo, o che sia emotivamente commosso e suggestionato dall’affabulante, narcotizzante, ‘mistico’ linguaggio di Orao – all’insegnamento di Rudolf Steiner, il suo proprio, frutto della sua personale ‘chiaroveggenza’ soggettiva, la quale, a causa dei troppi, sistematici, ed evidenti, risultati errati, inevitabilmente si è costretti a definire ‘visionaria’. Abbiamo visto che cosa – addirittura con parole dure – Rudolf Steiner dice di una tale ‘chiaroveggenza visionaria’: sia dal punto di vista dei ‘contenuti’, che dal punto di vista ‘morale’.

Ora, la ‘via’ diversa, che in Resurrezione propone Orao, è la conseguenza ‘logica’ – ma dovrei dire, più esattamente, la conseguenza ‘illogica’  – di tale errata ‘chiaroveggenza visionaria’. Ed abbiamo visto quale estrema importanza Rudolf Steiner e Massimo Scaligero diano, dal punto di vista spirituale, al pensiero logico, e al suo risuonare – anche se inavvertito dalla coscienza che si muove sul piano fisico – nei mondi superiori. Abbiamo visto altresì come i frutti di una errata ‘chiaroveggenza visionaria’ non siano paragonabili ad un semplice errore di calcolo algebrico, o ad una errata dimostrazione geometrica, sempre facilmente risolvibili – proprio da un adeguato pensiero logico – sul piano fisico stesso, senza veruna conseguenza spirituale. Mentre, l’errore compiuto da un simile visionario ‘veggente’ crea sul piano astrale, e su quello spirituale, un ‘essere’, che non può affatto venire ignorato, un ‘essere’ col quale si devono fare i conti, un ‘essere’ che,  quale malefico, e venefico, ‘ente di menzogna’ agisce come avversario ostacolante,  e che deve essere energicamente combattuto, e spazzato via. Per esempio, uno di questi veramente malefici errori lo leggiamo a p. 72, di Resurrezione di Orao, dove a chiare lettere si ripete – una volta di più – la falsa dottrina circa la Luna terrestre, oggettivamente identificata alla famigerata ‘ottava sfera’, come nella Blavatsky e nei suoi avversari, per di più aggravata da un ulteriore, ancor più grave, errore che è la menzognera, sacrilega e blasfema, identificazione di Jahve-Jehova con Lucifero. Infatti, a quella pagina, ancora una volta, leggiamo:

«L’entità luciferica stessa aveva in tempi ancora anteriori promanato da sé entità luciferiche, che al tempo della ribellione nei Cieli rifiutarono tutte con essa l’azione del Sole e si trasferirono sulla Luna, abitando il cosiddetto «regno della Luna terrestre». Tali entità agivano dalla Luna sull’astralità dell’uomo in formazione sulla Terra, operando dall’interno di lui verso l’esterno, intenzionate però a dominare tutti i processi tendenti a mantenere la materia morbida e poco densificata».

E, invece, come scrive Rudolf Steiner nel quarto capitolo della sua Scienza Occulta, Jahve fu l’Eloah o Eloha solare, il quale sacrificalmente scelse per sé come ‘dimora’ la Luna terrestre per combattere gl’impulsi luciferici presenti sulla Terra. Fu proprio l’azione di Jahve dalla Luna, come abbiamo visto in parti precedenti del presente studio, ad impedire – riflettendo dalla Luna le forze del Sole, le forze del Logos, come sintesi dei sei Elohim rimasti sul Sole – la ‘mummificazione’ della forma umana, che sempre più avrebbe impedito alle anime umane d’incarnarsi sulla Terra, e quindi permise di mantenere ‘plastica’ la corporeità dell’uomo. In particolare, l’azione di Jahve operò a sottrarre la sfera generativa all’azione di Lucifero, col rimanere tale l’azione procreativa nell’incoscienza della volontà organica profonda. E fu sempre Jahve – come mostra Rudolf Steiner nelle conferenze, tenute ad Amburgo nel 1910, sul Vangelo di Giovanni – a promuovere l’amore umano, prima tra consanguinei nella famiglia, poi nella stirpe, e nel popolo. Ora, su un così enorme, e ben grossolano, errore conoscitivo, che si protrae, e si ripete, per tutto il libro Resurrezione, si basa la ‘proposta operativa’ di Orao. E che, purtroppo, io non mi sbagli in questo esame di tale opera, è mostrato da quanto Orao, ‘correggendo’, e ‘completando’, l’insegnamento Rudolf Steiner, scrive a p. 80 di Resurrezione :

«L’uomo e la donna, indicati per primi nella storia evolutiva quali archetipi della funzione riproduttiva, diverranno in un lontano avvenire anche gli artefici della soluzione liberatoria di questo mistero, adoperando proprio le forze di coscienza  attivate in sé dal Cristo che, per libera e santificata decisione autonoma, vorranno nel loro volere più profondo, fin nella fisicità della struttura del sistema del ricambio, quale soggetto di amore in loro. Gli Iniziati di Vulcano, riuniti ad altri uomini meno evoluti, tradirono i misteri aderenti alle Verità più alte, loro rivelati dalle celesti entità, e connessi col mistero della procreazione quale rito congiunto con la potenzialità conoscitiva per il futuro sviluppo dell’uomo sulla Terra.

Fu da quel momento che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva: il sangue non fece scorrere più in sé le qualità animiche dell’uomo, ma l’intensità di passioni e desideri sfrenati, interiorizzati dall’azione di Lucifero, e questo contenuto irregolare portò alla solidificazione sempre più mineralizzata del sistema osseo, proprio attraverso la fisicizzazione del respiro. Il sangue recò la sua movenza fino a interferire sul respiro, che era rimasto, ad opera delle entità superiori, attività del corpo eterico, l’unica di questo corpo non aderente al fisico. In precedenza l’uomo l’uomo inspirava la sostanza delle entità cosmiche ed emanava un respiro che cooperava alla crescita della struttura del Cosmo: l’entrata dell’azione di Lucifero legò per un minimo tale aerità alla solidificazione del corpo ed il respiro fu condizionato, attraverso la veicolazione degli impulsi del sangue, alle diverse situazioni del corpo astrale.

Solo mediante l’Impulso-Cristo nell’Io potrà essere posto nuovamente ordine fra queste tre funzioni, aerificando le ossa, eterizzando il sangue, impulsando dall’Io la coscienza-Cristo nel corpo eterico del proprio essere, attraverso la nuova coscienza d’amore ed il nuovo amore per la conoscenza dello spirituale nell’uomo. Ma questo còmpito sarà affidato unicamente al misterioso congiungimento androginico dell’uomo con la donna».

Tutto questo discorso di Orao, che ‘pretende’, e ‘presume’, di ‘correggere’, di ‘completare’, e financo tacitamente ‘sostituire’ l’insegnamento di Rudolf Steiner, in vista della ‘novella Iniziazione’, che vuole proporre, è rigorosamente errato e falso. Per far ciò, Orao altera non poco le comunicazioni date da Rudolf Steiner nella Cronaca dell’Akasha, e in Scienza Occulta. Anzitutto, ‘mescola’, volutamente ‘con-fonde’, eventi che ebbero luogo nell’antica Lemuria, con quelli che accaddero in Atlantide: eventi che si produssero non solo in epoche diverse, ma sotto l’influenza di entità spirituali diverse. In realtà,  non è vero che «fu da quel momento [ossia: solo dopo il tradimento dei Misteri di Vulcano in Atlantide, come si evince da quel che scrive Orao] che la funzione procreativa fu staccata dall’attività conoscitiva», perché tale funzione procreativa venne già tolta alla coscienza dell’uomo, a causa della ‘seduzione luciferica’, già al tempo dell’antica Lemuria, mentre il tradimento dei Misteri di Vulcano avvenne, appunto in Atlantide a causa della successiva seduzione arimanica, e non di quella luciferica. L’evento più rilevante, al quale Orao allude, fu la conseguenza del tradimento dei Misteri di Vulcano, e provocò, come extrema ratio, la distruzione del continente di Atlantide. Ecco alcuni passi significativi a tale proposito. In Cronaca dell’Akasha, trad. di Lina Schwarz, quarta edizione riveduta, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma, 1953, alle pp. 25-27, leggiamo:  

«Grazie a questi fatti si produssero, all’epoca della terza sottorazza, quelle fiorenti comunità che ci vengono descritte nella letteratura teosofica. E le esperienze personali che si andavano facendo, trovavano appoggio da parte di coloro che erano iniziati nelle leggi eterne dell’evoluzione spirituale.

Gli stessi potentissimi re ricevevano l’iniziazione, affinché la capacità personale avesse in essa un sostegno completo. Pel suo valore personale l’uomo a poco a poco si rende atto all’iniziazione; egli deve, prima, sviluppare le proprie forze, da sotto in su, perché poi gli possa venir conferita l’illuminazione dall’alto. Così ebbero origine i re e le guide iniziate degli Atlanti. Un potere immenso stava nelle loro mani; e immensa era pure la venerazione che veniva loro tributata. Ma in questo fatto si nascondeva anche il germe della decadenza e della rovina. Lo sviluppo della memoria condusse all’esaltazione della personalità; l’uomo volle essere esaltato per la sua potenza personale, e quanto più la sua potenza aumentava, tanto più egli voleva sfruttarla a scopi personali. L’ambizione, che si era sviluppata, divenne egoismo, e quest’ultimo condusse all’abuso della forza. Se pensiamo al potere che gli Atlanti avevano acquistato col dominio sulla forza vitale, comprenderemo come l’abusarne dovesse condurre a gravissime conseguenze. Un ampio potere sulle forze della natura poteva venir messo così al servizio dell’egoismo.

Ciò avvenne, pienamente, nella quarta sottorazza, nei Turani primitivi. Questi uomini, avendo appreso a dominare tali forze, se ne servirono spesso per soddisfare le proprie brame egoistiche. Ma, adoperate cosi, queste forze si distruggono per i loro vicendevoli effetti. È come se in una persona i piedi volessero a tutti i costi avanzare, mentre il resto del corpo volesse retrocedere.

Tali rovinosi effetti poterono essere arrestati soltanto pel fatto che una forza superiore si sviluppò nell’uomo: la forza del pensiero. Il pensiero logico domina e frena i desideri personali egoistici.

L’origine del pensiero logico è da ricercarsi nella quinta sottorazza, quella dei Protosemiti. Gli uomini cominciarono ad arrivare più in là del semplice ricordo del passato e a confrontare tra loro le diverse esperienze. Si sviluppò la facoltà del giudizio, la quale regolò i desideri e le passioni. Si cominciò a calcolare e a combinare; s’iniziò il lavorio del pensiero. Se prima gli uomini si abbandonavano a ogni desiderio, ora soltanto cominciarono a chiedere se il pensiero lo approvasse o no.

Mentre gli uomini della quarta sottorazza cercavano violentemente la soddisfazione delle loro passioni, quelli della quinta cominciarono a porgere ascolto ad una voce interiore. E questa voce interiore mette un argine alle passioni, anche se non riesce a distruggere le pretese della personalità egoistica». 

Un discorso ancora più esplicito da parte di Rudolf Steiner lo possiamo leggere ne La Scienza occulta nelle sue linee generali, traduzione dalla 4a edizione tedesca di E. de Renzis e E. Battaglini, con Prefazione di Arturo Onofri,  Gius. Laterza e Figli Editori, Bari, marzo 1932, pp. 170-173:

«Verso la metà dell’evoluzione atlantea il male si sviluppò gradatamente nell’umanità; i segreti degl’iniziati dovettero esser nascosti con molta cura, perché non ne avessero conoscenza gli uomini, i quali non avevano purificato il loro corpo astrale dall’errore, per mezzo di una preparazione adatta. Se essi avessero potuto penetrare con lo sguardo fino a quelle conoscenze occulte, a quelle leggi, a mezzo delle quali le entità superiori dirigono le forze della natura, se ne sarebbero serviti per soddisfare i loro desideri e le loro passioni malsane. Il pericolo era tanto maggiore, in quanto che gli nomini, come abbiam detto, erano entrati in contatto con degli esseri spirituali inferiori, i quali non potevano partecipare alla regolare evoluzione della Terra, e perciò la ostacolavano. Questi spiriti influirono sugli uomini in modo da ispirar loro dei desideri veramente contrari al bene dell’umanità. Orbene, gli nomini avevano però ancora la capacità di disporre delle forze della crescenza e della riproduzione della natura animale e della natura umana. Le tentazioni di quegli esseri spirituali inferiori ebbero forza di sedurre non soltanto gli nomini ordinari, ma anche degl’iniziati, i quali si servirono così delle forze supersensibili, di cui abbiamo parlato, per scopi contrari all’evoluzione dell’umanità; si associarono con tal fine anche altri uomini che non erano iniziati, e che si valevano dei segreti delle forze supersensibili della natura per scopi molto bassi; ne risultò una grande corruzione nell’umanità. Il male si andò estendendo. Le forze della crescenza e della procreazione, quando sono strappate dalla Terra-madre e vengono utilizzate isolatamente, sono in occulto rapporto con altre determinate forze che agiscono nell’aria e nell’acqua; perciò a mezzo delle azioni umane vennero scatenate dalle forze naturali straordinariamente potenti e dannose, che determinarono gradatamente la distruzione della regione atlantea, per mezzo di catastrofi dovute all’aria e all’acqua. […] Un influsso particolarmente sfavorevole venne esercitato dalla divulgazione illecita del segreto di Vulcano, poiché lo sguardo dei seguaci di quel culto era diretto in particolar modo verso le vicende terrestri. Quella divulgazione assoggettò l’umanità a degli esseri spirituali, i quali, per causa della loro passata evoluzione, si opponevano a tutto ciò che proveniva dal mondo spirituale sviluppatosi dalla separazione della Terra dal Sole. Conformemente a questa loro tendenza essi agirono appunto su quell’elemento che si era sviluppato nell’uomo per virtù delle percezioni che egli aveva del mondo sensibile, dietro al quale sta nascosto il mondo spirituale. Tali esseri acquistarono ormai su molti abitanti umani della Terra grande influenza che si fece sentire particolarmente nel fatto, che gli uomini andarono sempre più perdendo il senso delle realtà spirituali. […] Dopo la metà dell’evoluzione atlantea esercitarono influenza nel campo dell’evoluzione umana alcuni esseri, i quali tendevano a spingere l’uomo nella vita del mondo fisico sensibile in modo non spirituale. Questa loro influenza ebbe tale forza che l’uomo, invece di vedere il mondo nel suo vero aspetto, scorgeva delle immagini illusorie e dei fantasmi, e non era esposto soltanto all’influsso luciferico, ma anche all’influsso di questi altri esseri, alla guida dei quali può essere dato il nome di Arimane, perché così fu chiamato più tardi dalla civiltà persiana (Mefistofele è la stessa entità). A cagione di questo influsso l’uomo venne a trovarsi anche dopo la morte soggetto a forze, che lo facevano apparire come un essere completamente dedicato alle condizioni terrestri materiali. La chiara visione dei processi del mondo spirituale venne gradatamente tolta all’uomo; egli dovette sentirsi sottoposto alle forze di Arimane e allontanato in certo qual modo da ogni comunicazione col mondo spirituale».

La ‘seduzione’ luciferica ebbe luogo nell’antica Lemuria, e non in Atlantide, come afferma Orao, e gli effetti sull’anima umana provocarono nella natura lo scatenamento delle forze del fuoco che portarono alla distruzione di quel continente. Nell’epoca atlantidea, invece, ebbe luogo la ‘seduzione’ arimanica, la penetrazione delle forze arimaniche nell’uomo, che operarono alla corruzione delle forze vitali legate alla crescita e alla riproduzione. L’azione di ‘seduzione’ arimanica portò al tradimento dei Misteri di Vulcano, e alla distruzione di Atlantide per lo scatenamento nella natura delle forze legate agli elementi aria e acqua. Le ‘percezioni’ di Orao, scaturenti dalla sua ‘chiaroveggenza’ sono errate, e false. Il suo ‘pretendere’, il suo ‘presumere’ di ‘correggere’, ‘completare’, ‘sostituire’ quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi, porta Orao, e chi si affida alla sua ‘veggenza’ a smarrirsi in sentieri pericolosi: persino alla ‘presunzione’ di poter dare una novella ‘via iniziatica’ la quale, essendo basata su una tale ambigua ‘veggenza’, partorisce menzogne sul piano conoscitivo, e deragliamenti morali sul piano pratico, sul piano operativo dell’Ascesi. Come vedremo nel proseguo del presente studio.     

ISIDE SOPHIA-SEDICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

 

SEDICESIMA LETTERA

Luglio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

LA LUNA 

Ora, dopo la conclusione della descrizione dei Pianeti superiori – Saturno, Giove, Marte e Sole – dovremo esplorare le attività dei Pianeti inferiori: Mercurio, Venere e Luna. Dovremo entrare in un mondo abbastanza diverso da quello dei Pianeti superiori e delle loro attività, proprio come il Mondo Animico dell’essere umano è interamente diverso dalla regione dei suoi princìpi corporei. La Luna è la “più vicina” oggi alla nostra coscienza animica, perciò cominceremo con lei.

La Luna

Nelle Lettere Undicesima Tredicesima abbiamo menzionato l’idea del movimento in forma di lemniscata sia dei movimenti del Sole che della Terra. Secondo quest’idea, anche il cammino della Luna appare abbastanza diverso da quello dato dal punto di vista copernicano. Esso appare come una linea serpentina lungo la  lemniscata Sole-Terra; comunque, pensare i movimenti della Luna – così come quelli del Sole e della Terra – come quelli aventi luogo su certe linee nello spazio dell’Universo, ci guiderebbe soltanto ad un’altra astratta prospettiva dell’Universo.

A meno che non impariamo ad immaginare i tragitti dei corpi celesti come confini degli organi viventi di quell’Essere il cui corpo è l’Universo, possiamo sperimentare l’Universo come un’Entità che opera in tutti i regni della natura.

Per esempio, il movimento a forma di lemniscata del Sole e della Terra può risvegliare in noi l’impressione che questa lemniscata abbia una certa somiglianza con il sistema circolatorio del sangue del corpo umano.

Questa è una realtà. La  “corrente sanguigna” spirituale dell’Essere del nostro Sistema Solare causa il movimento del Sole e della Luna in forma di lemniscata. Naturalmente possiamo obiettare che la circolazione del sangue umano non costituisca una semplice lemniscata. È più complicata di quella. Ma nemmeno la lemniscata Sole-Terra è così semplice come può apparire a prima vista. Per esempio, ci sono movimenti portati in relazione ad essa che fanno sì che il corpo del Sole, durante l’anno, appaia in un cerchio.

In maniera simile dovremmo guardare il movimento della Luna. Il diagramma che segue ci aiuterà a riconoscere il suo carattere essenziale. La lemniscata tratteggiata esterna indica allora qual è il limite dell’invisibile, e tuttavia spiritualmente reale, corpo lemniscatico della Luna.

Quindici giorni più tardi vi sarebbe la Luna Nuova. Questa è l’epoca in cui la Luna sta tra la Terra e il Sole. Naturalmente nel frattempo il Sole e la Terra si sono spostati nella posizione (b). Ora, come possiamo vedere nel diagramma, la lemniscata della Luna si è contratta sino alla forma che viene indicata dalla lemniscata tratteggiata e interna.

Andando verso la successiva Luna Piena, questa forma a lemniscata del percorso della Luna si espanderebbe di nuovo e crescerebbe lentamente al di là della misura della lemniscata Terra-Sole. Possiamo osservare così un’espansione una contrazione continue del corpo lemniscatico della Luna in relazione alle sue fasi.

È una sorta di attività respiratoria che è molto caratteristica per la Luna, e che illumina le sue tendenze essenziali nei vari regni della natura.

 Corrispondono aisimboli, da sinistra a destra: Sole, Terra, Luna

Corrispondono ai simboli, da sinistra a destra: Sole, Terra, Luna

Possiamo volgere ora la nostra attenzione a quest’attività respiratoria della Luna. In Lettere precedenti abbiamo delineato le attività contraddittorie del Sole e della Terra. Abbiamo descritto il Sole come un “buco” nell’Universo la cui attività giunge lontano fuori nello spazio cosmico e aspira, per così dire, la sostanza astrale dai margini dello Zodiaco verso il centro. Tra la regione Stellare dello Zodiaco e il “buco” del Sole vi sono i Pianeti superiori e specialmente la Terra. Essi sono le pietre miliari della condensazione di questa sostanza astrale nella materia. La culminazione di questa attività condensante ha luogo sulla Terra. Poi di nuovo nello spazio tra la Terra e il Sole, ove troviamo i Pianeti inferiori, ha luogo la dissoluzione ed eterizzazione della materia. Così l’attività aspirante del Sole è la causa indiretta della materializzazione della sostanza astrale, ed è poi infine il foro attraverso il quale la materia viene dissolta e riportata indietro alla sua origine eterica dopo che la natura dei Pianeti superiori e quella della Terra hanno operato un’impronta su di essa.

La Luna sta tra queste attività del Sole e della Terra. Il diagramma ci mostra che, all’epoca della Luna Piena, la Luna e il suo corpo lemniscatico sono fortemente connessi alla regione dello spazio che è preposta al processo di materializzazione “dietro” la Terra, poiché il corpo lemniscatico della Luna è esteso molto oltre la sfera in cui ha luogo l’attività dissolvente ed eterizzante tra la Terra e il Sole. All’epoca della Luna Piena, dobbiamo così presumere che la Luna abbia una tendenza creatrice di materia. All’epoca della Luna Nuova il corpo della Luna e la sua lemniscata sono all’interno di quella sfera di eterizzazione tra la Terra e il Sole, e dobbiamo presumere un’attività maggiormente dissolvente ed eterizzante. In mezzo, grosso modo all’epoca del Primo e dell’Ultimo Quarto, essa dev’essere neutralizzata o trasmutata da un’attività all’altra.

Perciò, possiamo concepire la Luna come la grande “tessitrice” cosmica, che tesse le sostanze cosmiche nell’esistenza terrestre e le riprende nuovamente nel Cosmo come Immaginazioni eterizzate delle dissolte forme terrene.

Possiamo trovare questa ritmica attività tessitrice delle forze della Luna ovunque nella natura e nell’umanità. La sua attività creatrice di materia è stata tracciata scientificamente mediante esperimenti. Già nel secolo scorso [n.d.C.: nell’Ottocento] uno scienziato, che da allora è stato dimenticato, provò la creazione della materia. Il suo nome era Herzeele. Pochi anni fa uno scienziato, il Dr. Hauschka, trasse quest’idea dall’oblio. In esperimenti accuratamente predisposti, in relazione alla germinazione dei semi delle piante egli provò che ha luogo un aumento di materia che può essere pesato e misurato. Egli scoprì che ciò avviene all’epoca della Luna Piena. Con lo stesso metodo scoprì che una diminuzione di materia si manifesta in relazione con la Luna Nuova. Abbiamo qui la conferma della conclusione cui eravamo giunti allorché avevamo alzato gli occhi alla cangiante lemniscata della Luna, che appare intessuta nelle attività del Sole e della Terra come una sorta di fattore equilibrante.

Possiamo ora capire perché la falce della Luna crescente sia stata sperimentata da alcuni veggenti come l’immagine della coppa sempre alimentante del Santo Graal e la parte oscura della faccia della Luna, il cui profilo può essere pallidamente riconosciuto immediatamente dopo la Luna Nuova, come l’immagine dell’Ostia Santa che discende come sorgente di salute eterna. Verso l’epoca della Luna Nuova la coppa si svuota e poi è già pronta a ricevere nuovamente le forze dell’Ostia Santa ch’essa riversa sulla Terra durante il periodo della Luna crescente. Così la storia del Graal, della Sacra Coppa sostentatrice, non è semplicemente una bella fantasia. È una realtà.

 (Continua)

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VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. DODICESIMA PARTE.

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Quella di attenersi sempre, saldamente e risolutamente, alla provvida indicazione che sin dal 1985 mi dette Hella Wiesberger – mia generosa amica, sapiente mèntore, e leale compagna d’armi spirituale – all’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla sovrumana Opera di Rudolf Steiner, di ‘sich zurückziehen’, ossia di ‘ritrarsi’‘tirarsi indietro’‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera stessa del Maestro dei Nuovi Tempi, nel tempo è divenuta per me una ‘divisa interiore’, una ‘regola aurea’, e cerco di non discostarmi mai da essa. La stessa cosa vale, per me, rigorosamente, anche nei confronti dell’Opera di Massimo Scaligero.

Ma ciò non è per una sorta di cristallizzato ‘conformismo antroposofico’, o ‘scaligeropolitano’, come a volte mi piace dire, celiando un po’, e ispirandomi all’ottimo amico C.: ‘conformismo’ del quale non saprei davvero che farmene. È, piuttosto, per una precisa posizione conoscitiva, che discende del tutto naturalmente dalla ‘logica’‘logica dell’essenza’, come la chiamava Massimo Scaligero, ossia ‘logica’ del Logos – che sta alla base di tutta la Scienza dello Spirito. E chi abbia sperimentato una volta – meglio se più volte – vividamente il coincidere, senza residui, nell’‘atto’ del pensare volitivo, dell’‘essere’ con il ‘momento dinamico’, col ‘processo genetico’ del pensiero, non ha dubbi su quanto sia essenziale ripercorrere fedelmente i pensieri, le connessioni viventi di pensieri, che Rudolf Steiner ha – «con suo immenso sacrifico», Massimo Scaligero dixit‘incantato’ in umane parole.

Si tratta, non tanto di commentare, glossare, studiare in maniera universitaria, ossia intellettuale, l’Opera di Rudolf Steiner – e, sempre per me, la stessissima cosa vale eziandio nei confronti della sacralità dell’Opera di Massimo Scaligero – quanto di ripercorrere volitivamente, attentissimamente, con intenso concentrato pensare la serie dei pensieri di Rudolf Steiner – e di Massimo Scaligero, naturalmente – sino a che la volitiva intensità pensante non consumi, ‘ardendola’, la veste verbale o rappresentativa di quei pensati, e si attui – come lo definirebbero gli asceti shivaiti della Scuola del Trika in Kashmir – il ‘folgorante dischiudimento’ del momento originario del pensare. Questa è la ‘Via’ assoluta, la ‘Via’ senza presupposti, Asparśa, ossia ‘senza appoggi’, ‘ senza sostegni’, la ‘Via’ non ordinaria, quella più difficile, quella meno accetta, e la più temuta dalla pusillanime natura inferiore. Ma è anche la ‘Via’, l’unica, della ‘certezza assoluta’, la radicale sterminatrice delle illusioni, delle false percezioni, delle inconsapevoli, vanitose, presunzioni. Perciò, la ‘Via’ del ‘coraggio assoluto’, dell’autentico ‘coraggio’: quello che Massimo Scaligero chiamava il «coraggio dell’impossibile»

Questa audace ‘Via’ troviamo riflessa – come in una mirabile anticipante prefigurazione – in alcuni aforismi degli Shivasutra, sui quali scrisse parole chiare Raniero Gnoli, allievo di Giuseppe Tucci, amico e discepolo di Massimo Scaligero. Egli in Testi dello Śivaismo, Introduzione, traduzione e note di Raniero Gnoli, Boringhieri, Torino, 1962, p. 14, così limpidamente scrive:

«Alcuni di questi sûtra sono specialmente importanti e ricchi di eco, soprattutto per gli sviluppi che hanno, in progresso di tempo, subìto i concetti in essi brevemente ed enigmaticamente accennati. Tra questi mi piace ricordare i due sûtra 1, 5 (“Il Tremendo è sforzo”) e 1, 12 (“Gli stadi della meditazione yoghica sono stupore”). Il primo già contiene in embrione il concetto dell’io, del pensiero pensante come sforzo, tensione, movimento, ricerca, elaborato dalla posteriore scuola del Riconoscimento. Nel secondo troviamo adombrato il concetto di camatkâra o dell’esperienza religiosa e estetica come meraviglia, stupore – meraviglia e stupore dovuti alla rottura del mondo empirico ed alla intrusione improvvisa di un’altra dimensione della realtà, – che fa il suo definitivo ingresso nel pensiero dell’India con Uptaladeva ed Abhinavagupta».

Un altro testo shivaita importante, tradotto e commentato nella sua bella Introduzione da Raniero Gnoli nel medesimo libro, nel quale vi è una lampeggiante prefigurazione dell’essere dell’Io, dell’azione libera dell’Io, e dell’esperienza del Pensiero Vivente, sono Le Spanda Kârikâ, Le Stanze o Le Strofe del movimento,  ed ivi Raniero Gnoli così scrive alle pp. 15-16:

«Spanda significa, in sanscrito, movimento, vibrazione, energia. Le Spanda Kârikâ sono, in questo senso, le stanze del movimento. Secondo Vasugupta e il suo discepolo Kallaṭa la realtà ultima delle cose non è immota e cristallina coscienza – essere, intelligenza, e beatitudine – come volevano le scuole del Vedânta, ma movimento, energia, forza incessante, non segregata dal mondo ma piuttosto il principio attivo fonte delle innumerevoli creazioni e dissoluzioni, cosmiche e individuali. Movimento e vibrazione nel momento teoretico e meditativo, lo spanda, nel momento religioso e devozionale, si identifica con Śiva, il dio tremendo e dissolvitore della mitologia indù. Questi due momenti – quello teorico e quello religioso – come di solito accade nel pensiero dell’India non sono in contrasto vicendevole né rappresentano l’uno il superamento dell’altro, ma si alternano equanimemente nella mente del devoto. Questo movimento si identifica con la coscienza, col sé, è la stessa forza del sé, da cui tutto dipende e su cui tutto riposa. Non identificabile in nessun pensiero – esso sarebbe automaticamente pensato, dunque morto, limitato – lo spanda è piuttosto il principio dove nasce e dove insieme si spegne questo o quel pensiero, il punto di connessione ideale, mai pensato, ma pensante, che collega due pensieri, due immagini tra loro. «Quella realtà – dice Kallaṭa – dalla quale, mentre uno è mentalmente tutto occupato su un dato oggetto, nasce improvvisamente un altro pensiero, è, secondo noi, lo schiudersi, la causa del pensiero stesso. Tale realtà, senonché, dev’essere scorta dallo yoghin da se stesso, sperimentata come quella che pervade interiormente due pensieri». Ma se questa realtà è piena e perfetta, libera ed autosufficiente, come mai da essa nascono i vari pensieri limitati, le cosiddette  rappresentazioni mentali, che stanno all’origine della trasmigrazione e quindi del dolore? La manifestazione del pensiero pensato non è dovuta – risponde questa scuola – a nessuna causa estrinseca ma alla volontà stessa di Śiva, della coscienza, del movimento, che liberamente, di per se stessa si offusca, come liberamente, di per se stessa si illumina. Questa sua attività gratuita è, com’è noto, chiamata, con un termine famoso nel pensiero dell’India, la sua magia, la sua mâyâ».

Tra gli audaci asceti pensatori del Kashmir della Scuola dello Spanda, del ‘Movimento’, del Trika, della ‘Triade’, o della Pratyabhijñā, del ‘Riconoscimento’, nel IX-X secolo della nostra èra, in India comincia ad emergere una dimensione ‘nuova’, ancora ignota ad una antica spiritualità brahmanica, tutta vòlta alla statica contemplazione del Trascendente, ossia comincia ad emergere – è ancora solo una ‘prefigurazione’, tuttavia già mirabile e possente – l’azione dell’Io, che si appressa a farsi immanente, a realizzarsi non solo come trascendente ‘coscienza sovrasensibile’, ma come immanente ‘autocoscienza’, solo su se stessa fondata, e su nient’altro; un Io attuantesi non solo come ‘liberazione’ dai vincoli della trasmigrazione, ma soprattutto come ‘libertà’: libertà assoluta di un essere che non ha ‘presupposti’, né ‘appoggi’, o ‘supporti’, se non la perenne, libera da qualsivoglia vincolo, attuazione del suo stesso essere, non recluso in nessuna forma, non appoggiantesi su nulla, perché, come scrive Raniero Gnoli, a p. 16, «Questa realtà del movimento o dell’energia» – la ‘potenza’, la śakti, della libera volontà – «è la stessa forza dell’io, che tutto brucia e dissolve».

Tutto ciò dimostra, una vòlta di più, che «lo Spirito soffia dove vuole» (Giovanni, 3, 8), e che non vi è affatto bisogno di partire da un obbligatorio presupposto confessionale, ‘evangelico’, per scoprire e realizzare il momento vivente del conoscere, il Pensiero Vivente, l’essere originario – al contempo trascendente e immanente, dell’Io. La Scienza dello Spirito è sì di essenza ‘cristica’, in senso ‘cosmico’ naturalmente, ma non certo ‘cristiana’ in senso confessionale, e ancor meno in senso cattolico. E se fosse rimasto ancora qualche sopravvivente dubbio, basterebbe considerare la guerra che le confessioni sedicenti cristiane, e molto poco cristiche, la Chiesa cattolica in testa, hanno fatto per oltre un secolo all’Antroposofia: in taluni casi anche con intenti omicidi. La Scienza dello Spirito non necessita di ‘presupposti’ di sorta, non necessita di precostituiti punti di partenza, di appoggi di nessun tipo. Certo una cotale audace disposizione dell’anima può far paurafar paura alla natura inferiore, alla quale torpidamente il poco consapevole uomo moderno si identifica – ma tale paura è, appunto, soltanto un ‘pensato’, scaturente da un poco consapevole pensare, il quale dopo averlo generato, smette di pensare, e lo prende come presupposto per il proprio soggettivo, decomposto, sentire: un ben illusorio presupposto. Forse, non sarebbe fuori luogo che i ricercatori dello Spirito, meditassero – voglio, per un momento, essere anch’io ‘evangelico’ – che è scritto, Luca, 9, 20: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra dove posare il capo». Il che non è poi molto diverso dalla folgorante esperienza della ‘Śûnyatâ’, della ‘Vacuità’ di Nâgârjuna, di Aryadeva,  del Buddhismo Mahâyâna.   

Massimo Scaligero fa molteplici riferimenti a questa idea-forza di ‘assenza di presupposti’, di ‘rinuncia agli appoggi’, alla ‘âśraya-paravritti’, alla ‘revulsione dei supporti’, ‘atto supremo’ che caratterizza l’azione dei Bodhisattva, sia nel libro La Via della volontà solare, Edizioni Tilopa, Libreria Rocco, Napoli, 1962, nel quale vi dedica tutto l’VIII capitolo, Il vuoto e la quiete delle Gerarchie, pp. 275-296, e in un articolo sulla bella e importante rivista dell’IsMEO, East and West, New Series, Vol. 11, N. 4, 1961, pp. 249- 257, The Doctrine of the «Void» and the Logic of the Essence,  in inglese;  apparso, poi, nel 1973-1974 in Vie della Tradizione, anno III, Vol. III, 11-12, e anno IV, Vol. IV, 13, in italiano col titolo La dottrina del “vuoto” e dell’essenza, ripubblicato anche dalla nostra Marina Sagramora su L’Archetipo, febbraio-marzo-aprile-maggio 2002. Ma una parola particolarmente incisiva – oserei dire addirittura ‘tranciante’ –, di sapore ‘Ch’an’ o ‘Zen’, Massimo Scaligero la scrive in Magia Sacra, Tilopa, Roma, 1966, p. 205, dove così dice:

«Occorre educarsi a non aver paura di sprofondarsi in sé. Si deve tendere al coraggio di non necessitare di sostegno: di lasciare il sostegno su cui, senza saperlo, ancora ci si sostiene.

Ci si sostiene sempre. Ma a un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare a essere veramente vivi.

Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia ad essere.

Chi si appoggia, non può reggersi.

Chi vuole reggersi non ha capito».  

Questo ‘rovesciamento degli appoggi’, questa ‘revulsione dei supporti’, è un ‘atto’ decisamente ‘rivoluzionario’ nei confronti di quella tirannica natura inferiore, dominata e mossa da deità avverse all’uomo, che tiene da millenni in abietto servaggio l’essere umano. Un atto di ‘coraggio’, che sfida temerariamente il ferreo dominio che gli Ostacolatori, da millenni, hanno sull’uomo. Ma non sempre – anzi, quasi mai – l’essere umano ha un tale ‘coraggio dell’impossibile’. Ed è logico, perché un tale straordinario ‘coraggio’ non è un dato ‘naturale’, ché la natura ha tutto l’interesse che l’uomo un tale ‘coraggio’ non l’abbia affatto. Le avverse deità ostacolatrici considerano gli esseri umani ‘bestiame utile agli dèi’, e non hanno affatto piacere di ‘perdere capi di bestiame’. Infatti, quel così singolare ‘coraggio’ va costruito con l’Ascesi dell’Io, non è punto una qualità spontanea, e ‘naturale’ dell’anima. L’Ascesi dell’Io, ossia l’Ascesi dello Spirito oltre l’anima, è indubbiamente una ‘Via’ difficile, aspra, dura, ed ‘eroica’. Per cui vi è, forte, la tentazione di sostituire la scomoda ‘Via’ eroica con una più comoda ‘via’ egoica. E, nella ricerca di ‘sostegni’, ‘appoggi’, o ‘nidi’, ‘tane’, od ‘ovili’, o ‘chiese’, si cerca di sostituire la ‘Via del Pensiero’ con una ‘via dell’anima’, nella quale sia richiesta ‘fede’, la quale deve ‘ridimenzionare’, ‘limitare’, ‘diminuire’ il pensiero: discorso estremamente pericoloso, questo. 

Mi è capitato di leggere di recente, lo scorso gennaio, su un noto social forum, quel che scriveva un tale M., che cita – non so quanto a proposito – una frase di Orao, ch’egli evidentemente ammira, tratta dal libro Resurrezione, la Luce dei nuovi Misteri, p. 15, ove è detto:  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Detta nei termini riportati da M., l’affermazione è assurda, perché la ‘fede’ è credenza, e la credenza non è  certo ‘Conoscenza’. È molto meglio sapere di non sapere, che credere. Questo già gli Gnostici lo avevano intuito e realizzato, e sottolineavano la superiorità della Gnòsis, della Conoscenza, che è del Pneuma, dello Spirito, sulla Pistìs, sulla fede, che è della psiche, dell’anima. Certamente, la facoltà razionale deve essere superata, ma non certo ‘delimitandola’, bensì portandola ad essere sino in fondo quel che essa è, e deve essere. La razionalità dell’uomo attuale è insufficientemente razionale, ma non è certo diminuendola ‘kantianamente’, per far spazio alla ‘fede’, che essa viene superata. Il limitare razionalità ed esperienza sensibile per far spazio alla ‘fede’ è il dogma assiomatico di tutta la teologia scolastica cattolica: tomista, scotista, occamista, suarezista, etc., sino a quella dei tempi attuali: nulla a che vedere con la posizione conoscitiva della Scienza dello Spirito.

La vittoria sul male umano, ossia la vittoria sull’ottenebrante egoismo, sulla malattia, e sulla morte, sul dolore, è tutta nel superamento della millenaria condizione di ‘ignoranza’ – di quella che in India viene chiamata avidyâ, alla lettera: ‘non visione’ – che l’uomo patisce, costringendolo ad una ottundente degradazione. Tale vittoria è frutto della ‘folgorante Conoscenza’, dell’‘Illuminazione’, del ‘Risveglio’ dal narcotico tramortimento, conseguenza della caduta del pensiero nella condizione di morte del cadaverico pensiero riflesso. Non è certamente raggiunto  «solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria» la quale, al dire di Orao, fa in modo che «avanza la fede, che è percezione pura dell’anima». Invece, è solo resuscitando dallo stato di morte, di letargico sonno, il pensare, sino a divenir coscienti del ‘momento dinamico’, dell’‘atto’ generatore del pensare, sino a contemplare, nella sua folgorante interezza, il processo vivente del pensiero, e solo divenendo coscienti dell’interezza del ‘processo genetico’, ‘produttivo’, del percepire, che si realizza il ‘Risveglio’, la ‘Illuminazione’ dello Spirito – lo Spirito oltre l’anima – la ‘percezione pura’ che è atto cosciente dello Spirito, e non dell’anima. Che le cose siano così è quel che mostra Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, Tilopa, Roma, 1979, pp. 25-26, nel Capitolo 8, ove è detto:

«Il vero pensare è l’essenza che integra l’apparire e perciò di ogni fatto è il contenuto interiore che lo completa, togliendolo alla contingenza e all’esteriore grossolanità. È il pensare che, indipendentemente dalla necessità razionale, in quanto abbia in sé tutta la razionalità, non dialettizza, ma tocca le cose. Non cade nell’argomentare, ma immediatamente ha l’essere, penetrando la realtà di ciò a cui si volge: non ha bisogno di perdersi in pensieri, perché la sua percezione è diretta. Accosta il mondo e lo palpa: lo ha».

Questa improvvida scelta di sostituire una ben problematica ‘via dell’anima’ alla ‘Via del Pensiero’, ossia alla ‘Via’ nella quale lo Spirito, in quanto Io, agisce sullo Spirito, direttamente, mediante lo Spirito, ossia mediante il pensiero, porta facilmente – a causa della soggettività, e della variabile emotività, dell’anima – a pretendere, tacitamente, di ‘completare’ quel che si ‘crede’ mancare in Rudolf Steiner, e in Massimo Scaligero, e porta altresì a presumere, sempre tacitamente, di ‘correggere’ quel che si ‘crede’ essere errato in Rudolf Steiner e Massimo Scaligero. Ma, appunto si tratta di soggettiva ‘credenza’, non di ‘Conoscenza’, e soprattutto non di ‘Scienza’: ossia non di Scienza dello Spirito, non di Antroposofia

Il benevolo, e molto paziente, lettore, a questo punto mi perdoni una piccola, pedante, digressione filologica, che tuttavia è necessaria, perché è bene intendere – e non fraintendere – il significato di alcune parole, che non vogliono assolutamente avere ‘colorazione’ emotiva di nessun tipo, soprattutto non di dispregio o di avversione, ma vogliono solo caratterizzare oggettivamente alcuni fatti. 

Questa ‘pretensione’ – secondo il dettato della Enciclopedia Treccani, pretensióne, viene dal latino tardo praetensio –onis, sostantivo derivato da praetendĕre «pretendere», e descrive il fatto di pretendere, nelle varie accezioni del verbo, e quindi sinonimo spesso del più comune pretesa. In particolare, definisce l’azione o l’atteggiamento di chi pretende di avere cose a cui non ha pieno diritto o di far cose superiori alle proprie forze, e la stima eccessiva di sé, delle proprie capacità o possibilità. In particolare la pretensione è ‘ambizione di apparire di qualità o livello superiore’ –, e questa ‘presunzione’ – sempre secondo la Enciclopedia Treccani, il termine preṡunzióne, dal latino praesumptio –onis, sostantivo derivato da praesumĕre «presumere», il cui participio passato è praesumptus, ed è argomentazione o congettura per cui da fatti noti o anche in parte immaginati si ricavano opinioni e induzioni più o meno sicure intorno a fatti ignorati, fiducia eccessiva nelle proprie capacità, alta ed esagerata opinione di sé, con riferimento a un comportamento particolare e determinato, o con riferimento a un atteggiamento abituale, a un difetto costante – portano Orao a scontrarsi nel metodo, ossia nel come sono state conseguite quelle pretese conoscenze, che si sono poi rivelate errate al massimo grado, e nel merito, ossia nelle affermazioni che, ad un esame obbiettivo, risultano poi essere il contrario di quanto afferma Rudolf Steiner. Come documenterò.

Affrontiamo sùbito la questione del metodo, ossia del come Orao ha ottenuto le sue ‘percezioni’. È evidente, ad un esame obbiettivo, come Orao si basi prevalentemente sulla propria ‘chiaroveggenza’, e non tanto, o non solo, e non del tutto, sulle comunicazioni che di fatti spirituali Rudolf Steiner ha prima conquistato, attraverso titaniche lotte interiori, e poi ci ha portato in dono in forma di pensiero. Che ciò sia realmente avvenuto è dimostrato, in maniera lampante, dalla contradittorietà dei risultati della ‘chiaroveggente’ indagine di Orao rispetto a quanto comunicato dal Maestro dei Nuovi Tempi. Rudolf Steiner esclude in maniera categorica che i risultati di indagini spirituali – correttamente condotte e rigorosamente esaminate – di autentici chiaroveggenti possano essere tra loro divergenti, che possano in qualche modo reciprocamente contraddirsi. Abbiamo visto con quanto scrupolo scientifico Rudolf Steiner conducesse le sue indagini spirituali, con quanto rigore egli controllasse, talvolta per lunghi anni, i risultati delle sue ‘percezioni’. Ed abbiamo visto quale alto valore egli desse alla propria, rigorosa, formazione scientifica e filosofica. Orao, che tale formazione scientifica e filosofica, in maniera evidente, non aveva, si allontana assai dal metodo di Rudolf Steiner, e soprattutto non ottempera ad una prima assolutamente imprescindibile, condizione che sta alla base di ogni autentica indagine occulta. L’aver trascurata questa imprescindibile istanza – apertamente dichiarata essenziale, come vedremo sùbito, dal Maestro dei Nuovi Tempi – ha portato Orao alquanto fuori strada. Questa condizione è esposta, in maniera in equivocabile da Rudolf Steiner nel ciclo L’occultismo dei Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 2001, contenuto in GA-109, dove nella seconda conferenza, tenuta a Budapest il 4 giugno 1909, così dice alle pp. 19-20:  

«Prima di iniziare la vera e propria esposizione, vorrei parlare di un problema di straordinaria importanza. Perché occorre occuparsi di pensieri e di nozioni scientifico-spirituali prima di poter noi stessi sperimentare qualcosa nel mondo spirituale? Qualcuno potrebbe obbiettare: è ben vero che ci vengono comunicati risultati di un’indagine chiaroveggente; io stesso però non sono ancora in grado di guardare nel mondo spirituale. Non sarebbe allora meglio che i risultati dell’indagine chiaroveggente non ci venissero comunicati e che ci venisse soltanto detto come poterci sviluppare fino a diventare noi stessi chiaroveggenti? In tal caso ciascuno di noi potrebbe poi da sé percorrere un’intera evoluzione.

Chi sia estraneo all’indagine occulta potrebbe certo credere che sarebbe bene non parlare già prima di cose e fatti soprasensibili. Nel mondo spirituale esiste però una legge ben precisa il cui significato cercheremo ora di ullustrare con un esempio. Supponiamo che in un certo anno un veggente regolarmente istruito abbia osservato qualcosa nel mondo spirituale. Supponiamo che dopo dieci o vent’anni un altro veggente altrettanto bene istruito osservi la medesima cosa, nulla avendo appreso dei risultati del primo veggente. Se lo si credesse possibile, ci si sbaglierebbe di molto, perché un fatto del mondo spirituale che sia stato una volta scoperto da un veggente o da una scuola occulta, non potrà una seconda volta essere investigato, se chi vuole investigarlo non abbia prima ricevuto notizia che era già stato investigato. Se dunque nel 1900 un veggente ha investigato un fatto occulto, e nel 1950 un altro veggente è in grado di osservare il medesimo fatto, potrà farlo soltanto se avrà appreso che prima di lui un altro lo aveva già scoperto e investigato. Ossia nel mondo spirituale realtà già note in precedenza possono venir osservate solo qualora ci si decida a riceverne comunicazione e le si impari a conoscere nel modo corrente. È la legge sulla quale nel mondo spirituale e per tutti i tempi è fondata la fraternità universale. È impossibile entrare in una qualche regione, se prima non ci si sia legati con ciò che già era stato investigato e osservato in passato dai fratelli più anziani dell’umanità. Nel mondo spirituale si ha cura che nessuno diventi per così dire un isolato e possa dire: io non mi occupo di tutto quanto esiste già e faccio indagini solo per me. Tutti i fatti che oggi vengono comunicati dalla scienza dello spirito, non potrebbero venir percepiti neppure dai veggenti più evoluti e progrediti, se prima questi non ne avessero già avuto notizia. Poiché le cose stanno così, poiché è necessario riallacciarsi a ciò che è già stato investigato, per questo anche il movimento antroposofico dovette essere fondato in questa forma».

Negli anni ottanta del passato secolo, circa trentacinque anni fa, avevo intrapreso a tradurre le conferenze di Rudolf Steiner sul Quinto Vangelo. A Dornach, alla Haus Duldeck, la libreria del Lascito, avevo comprato l’originale testo tedesco in una edizione bellissima, con la Prefazione di Marie Steiner. Ero già andato un po’ avanti nella suddetta traduzione, che cercavo di fare con grande entusiasmo, molto impegno e amore, allorché, andando una volta a Roma, ne parlai con M., pensando che fosse un evento importante, soprattutto per la nostra Comunità spirituale, che una tale opera di Rudolf Steiner venisse pubblicata in Italia. Alla mia proposta furono fatte molte obbiezioni riguardo alla delicatezza del contenuto di quel ciclo di conferenze. Feci presente, che quel ciclo era già stato pubblicato in tedesco, e tradotto eziandio in francese e in inglese. Con una serie di ragionamenti, che mi sembravano ben motivati – soprattutto per il fatto che una tale pubblicazione era stata voluta fortemente, ed esplicitamente, da Marie Steiner, che per giunta, come ho detto più sopra, ne aveva redatta la Prefazione, cosa che feci presente – riscìi a persuadere M. che una tale pubblicazione era cosa buona e importante per la Comunità Solare. Il tempo che, una volta uscito dalla casa di M., arrivassi a casa del mio amico L., che benignamente mi ospitava, ed ecco che mi telefona sùbito l’editore della più volte nominata rivista romana, il quale così mi disse: «Mi ha incaricato M. di dirti di smettere immediatamente di tradurre il Quinto Vangelo: quella pubblicazione sarebbe un tradimento dei Misteri!». Ad una tale apodittica affermazione – che, tra l’altro, era lesiva della mia libertà – non potei opporre altro che una tale pubblicazione era stata fortemente voluta da Marie Steiner stessa. Al che il suddetto editore mi rispose, seccato: «Ma chi è quella donna?!». Al che non potei obbiettare altro, che non ci restava che aspettare che quel libro venisse pubblicato incompleto – infatti delle diciotto originali conferenze del testo tedesco ne vennero tradotte e pubblicate solo sette – e magari mal tradotto dai membri della Società Antroposofica ufficiale, come poi, in effetti, puntualmente avvenne, così vi sarebbe stato motivo di lamentarsi dell’incompletezza, e della imperfezione, della loro traduzione. La stessa situazione si ripresentò allorché intrapresi la traduzione, in vista di una eventuale pubblicazione, dei ‘Quaderni Esoterici’: in quella occasione mi furono opposti i medesimi capziosi ragionamenti, e i risultati furono, anche in tal caso, identici. Naturalmente, mi rendo personalmente moralmente garante della veridicità di questo mio racconto.

A quell’epoca, sia pure molto contrariato da una tale denegazione, non riuscìi a vedere altre motivazioni al loro rifiuto ad una tale pubblicazione, se non una concezione antiquata, superata, e in pratica addirittura inutile, del ‘segreto’. Solo dopo decenni, e dopo molte amare esperienze, mi son reso conto che vi erano anche ‘altre’, non dichiarate, motivazioni, e finalità. Da una parte, la ‘pretensione’ di ‘completare’ un’Opera come quella di Rudolf Steiner, basandosi sulla propria ‘chiaroveggenza’, e dall’altra, la ‘presunzione’ di poter ‘correggere’, sempre sulla base della propria, personale, oltremodo soggettiva, e fallace, ‘chiaroveggenza’, quelli che son stati ritenuti ‘errori’ di Rudolf Steiner. Per non parlare del ‘presumere’ e ‘pretendere’ di ‘correggere’, ‘completare’ la stessa Opera di Massimo Scaligero. Naturalmente, veniva usata allora, e viene usata tuttora, a tale riguardo, moltissima ‘prudenza’, e si è estremamente ‘cauti’ nel parlare di un simile spinoso problema, in vista dell’attuazione dell’ormai da me più volte dibattuto ‘inavvertito trasbordo ideologico’

Ma tornando a trattare della posizione veramente peculiare di Orao, riprendiamo la trascrizione di quanto Rudolf Steiner dice, alle pp. 20-21, della citata seconda conferenza de L’occultismo dei Rosacroce:

«In un tempo relativamente breve molti diventeranno chiaroveggenti, ma potrebbero vedere nel mondo spirituale solo qualche inezia, e non la verità, se non potessero conoscere tutto ciò che di essenziale vi è già stato investigato. Prima bisogna apprendere le verità che la scienza dello spirito presenta, e solo dopo le si potrà percepire. Anche il veggente dunque deve prima imparare a conoscere ciò che è già stato investigato, e poi potrà osservare i fatti, grazie a una scrupolosa disciplina. Possiamo dire: una volta che le entità spirituali abbiano fecondato per una prima veggenza un’anima umana, avvenuta questa unica verginale fecondazione, è necessario poi che altri, prima di avere il diritto di conseguire e osservare qualcosa di simile, rivolgano lo sguardo a ciò che quella prima anima ha già raggiunto.

Questa legge costituisce un fondamento quanto mai intimo per una universale fraternità, per una fraternità vera fra gli uomini. Così il patrimonio della saggezza è passato di epoca in epoca attraverso le scuole occulte ed è stato fedelmente custodito dai maestri. Anche noi dobbiamo contribuire a conservare questo tesoro e, se vogliamo ascendere a regioni superiori del mondo spirituale, dobbiamo mantenerci in rapporto di fraternità con coloro che hanno già raggiunto un certo grado di evoluzione occulta. La legge morale a cui sul piano fisico si aspira, è dunque nel mondo dello spirito una legge di natura».  

È questo, in realtà, il motivo profondo dell’invito, della provvida indicazione, di Hella Wiesberger a suscitare nell’anima quell’atteggiamento interiore di ‘sich zurückziehen’, di quel ‘ritrarsi’, di quel ‘tirarsi indietro’, ‘farsi da parte’, ‘cancellarsi’, per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato Solare, del Maestro dei Nuovi Tempi. Questo è il motivo vero di quella ‘devota venerazione’, che si traduceva in un atteggiamento interiore di ‘umile modestia’, da parte di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Alfred Meebold, di Giovanni Colazza, e infine di Massimo Scaligero. Essi erano tutte elevate personalità spirituali, discepoli progrediti della Via dell’Iniziazione, eppure essi non hanno mai esposto, ostentato, i risultati di una loro percezione spirituale, che pure avevano vasta e profonda. Da questo punto di vista, l’agire di Orao costituisce un errore, perché è una ‘prevaricazione’ rispetto a quanto più sopra affermava Rudolf Steiner. Il non aver ottemperato a questa esigenza fondamentale, e l’aver trascurato il corretto ‘studio’, rosicrucianamente inteso, spiegano le errate, ingannevoli, percezioni di Orao, il suo cadere in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, che ha prodotto non autentiche ‘imaginazioni’, bensì illusorie fantasie, e rappresentazioni menzognere.

Mi si potrebbe obbiettare che un tempo molte opere di Rudolf Steiner non erano state pubblicate dall’Editrice Antroposofica e da altre case editrici. Ma una simile obbiezione non tiene conto del fatto che nelle sedi dei gruppi antroposofici in Italia esisteva una vasta collezione di cicli di conferenze di Rudolf Steiner tradotte, battute a macchina, e rilegate. In alcuni casi si trattava di una collezione se non completa, però così vasta da rappresentare una nutrita biblioteca. Ho in mio possesso un catalogo delle opere di Rudolf Steiner presenti nelle biblioteche dei vari gruppi antroposofici, pubblicato dalla Società Antroposofica in Italia, come bollettino per i Soci. Questo catalogo di 49 pagine fu redatto già negli anni sessanta dall’Avv. Caio Sallustio Crispo, che dopo la morte di Giovanni Colazza, e di Mario Viezzoli, che a Colazza era succeduto, diresse per un periodo il Gruppo Novalis, che aveva allora sede in Via Tevere 39, a Roma, nei pressi di Porta Pia. Dal suddetto catalogo risulta che la biblioteca del Gruppo Novalis era una delle più ricche di opere di Rudolf Steiner, sia stampate, che dattiloscritte. Nulla di più facile sarebbe stato per Orao dell’attingere alla ben fornita biblioteca di tale Gruppo, del quale per molti decenni fu capogruppo, e fiduciario per la Società Antroposofica, Romolo Benvenuti, e per molti anni, bibliotecario, il mio amico L. Con ogni evidenza, Orao preferiva attingere alla propria personale, estremamente soggettiva, ‘veggenza’, e non confrontare i risultati cosìottenuti con le comunicazioni di Rudolf Steiner, perfettamente accessibili. 

Quanto viene esposto da Orao in Resurrezione e Madre ha un carattere tale che nei confronti di molti vengono fatte, insistentemente, ripetute e forti pressioni, affinché il contenuto di tale ‘mirabile rivelazione’ venga ‘accettato’. ‘Accettato’ per ‘fede’, a differenza di quanto comunicato da Rudolf Steiner, il quale dà un preciso metodo di conoscenza e di verifica, mentre Orao assolutamente no. E quanto esposto da Orao deve’ essere ‘accettato’, anche se contraddice platealmente quanto comunicato da Rudolf Steiner, mentre, al contempo, viene dichiarato essere ‘pedante’, e addirittura ‘meschino’, chi osi sottoporre a verifica, ed inviti altri a verificare essi pure, le contraddittorie affermazioni di Orao. Ma accettare di ‘rinunciare’ a conoscere, e dover accettare per ‘fede’, ‘fede cieca’ sulla base di una ‘mistica’ autorità, è cosa che ripugna ad un essere libero, e deve essere fermamente respinta. Inoltre, quella di ‘sostituirsi’ a Rudolf Steiner, di ‘completare’ – per più compiendo enormi, dimostrati, inescusabili, errori – l’Opera di Rudolf Steiner, di ‘correggere’ pretesi errori nella sua Opera, il fare lo stesso nei confronti della figura e dell’Opera di Massimo Scaligero, non è soltanto ‘pretensione’, e ‘presunzione’, ma è addirittura, a livello spirituale, vera e propria ‘prevaricazione’. A cosa possa portare il deviare dal corretto sentiero conoscitivo, per fidarsi unicamente ‘percezioni’ della propria ‘visionaria veggenza’, è mostrato da quanto dice Rudolf Steiner nel più volte citato Filosofia e Antroposofia, pp. 115-117 :

«Colui che vuol credere ciecamente, accogliendo tutte le comunicazioni introno ai mondi superiori sulla sola autorità di un altro, sceglie una strada comoda, ma che cela in sé un pericolo. Invece di conquistarsi i fatti, di elaborarli col proprio pensiero, accetta il sapere di un altro, quel che un altro a veduto, rinunciando al proprio lavoro di pensiero, all’esame, alla riflessione. Piò accadere che un uomo, il quale si abbandoni così alla cieca fede, perda se stesso e non sappia più distinguere il vero e la menzogna. Nulla è più adatto a promuovere la mendacia, quanto una certa chiaroveggenza puramente visionaria, non sostenuta né controllata dal pensiero. Anche un altro difetto può essere favorito: un certo orgoglio, una certa superbia, che può arrivare sino alla megalomania, ed è tanto più pericolosa in quanto non lo si osserva. L’uomo si ritiene qualcosa di superiore, perché vede questa o quella cosa che altri non vede; giura sulle proprie visioni con assoluta sicurezza, non tollera obiezioni, e non si accorge quanto egli sia vicino alla megalomania. Ci sono persone che credono alle cose più folli, quando le ritengono comunicate dal piano astrale; cose che non si sognerebbero mai di credere, se gliele dicesse un uomo sul piano fisico, ma che «bevono», con credulità da schiavi, quando siano comunicate dal piano astrale. Chi scarti questa credulità, non potrà più essere preda di ogni inganno e ciarlataneria; invece ne cadrà vittima chi non sviluppi in sé la tendenza ad esaminare ogni cosa, e non voglia formarsi, con sforza proprio, una convinzione. Non si devono prendere le cose alla leggera; bisogna riconoscere che formarsi una convinzione fa parte dei più sacri còmpiti umani; in tal caso non si risparmierà fatica, si lavorerà sul serio, e non ci si limiterà ad ascoltare per sete di sensazioni. Le comunicazioni dei mondi spirituali sono necessarie, e ne abbiamo ormai molte, ma bisogna stabilire in sé il giusto atteggiamento e le giuste rappresentazioni di fronte ad esse».   

In Rudolf Steiner e in Massimo Scaligero ho sempre visto con grande chiarezza la loro rinuncia completa ad ogni forma di suggestione, di accattivante persuasione, di azione sulla sentimentale emotività di chi di persona, o attraverso la lettura delle loro opere, si accostava loro. In Massimo Scaligero non vi era traccia alcuna di quell’equivoco “magnetismo”, che tanti “maestri” dell’occulto volentieri usano. In lui, certamente, si avvertiva, e potente, la forza, si sentiva l’elemento luminoso, irradiante, ‘sattvico’, del ‘sovramentale’, che diveniva – per osmosi vitale-spirituale – chiarezza, e intensità di coscienza, in chi lo accostava. Ma non mai visto in lui tentativo veruno di ‘convincere’, di ‘stupire’, o di manipolare, o piegare l’altrui volontà: assolutamente mai. Egli lasciava sempre assolutamente libere le persone. E mai, né in Rudolf Steiner, né in Massimo Scaligero, ho rinvenuto il tentativo aperto o celato, di fare appello alla sentimentalità, ai moti meno coscienti, subrazionali, dell’anima: come sin troppo spesso avviene in àmbito confessionale. Semmai, in loro vi era il costante richiamo allo sforzo interiore, all’intenso impegno volitivo, al coraggio di voler andare oltre i limiti personali, al combattere l’ignave, turpe, inerzia interiore, alla radicale indipendenza, dal “si dice”, dalla ‘pubblica opinione’, profana o esoterica, a demolire quella ‘immane potenza del convenzionale’, che asserve i più, a cercare sempre la ‘via più difficile’, a non adagiarsi mai su quanto già conseguito. In loro vi era l’invito alla ‘generosità morale’, a non mai ‘vivere spiritualmente di rendita’, a non mai passivamente ‘stare’, ma sempre attivamente ‘essere’. Per questo, in Filosofia e Antroposofia, alle pp. 117-119, Rudolf Steiner, in chiusura della sua conferenza, invita – una volta di più – all’energico sforzo di pensiero:

«Tutto ciò non vuol essere una predica, ma è stato detto con ragioni fondate. Perciò, forse, il seguire queste considerazioni è già stato di per sé uno strenuo lavoro di pensiero. Infatti, io cerco sempre, anche nei miei metodi, di tenere quella via che devo considerare giusta per noi. Molti vogliono prediche piene di unzione: io vi rinuncio; cerco d’esporre le cose in modo che possano rivestirsi di vere forme di pensiero. Quando, come oggi, si espongono fatti del piano fisico, ciò richiede talvolta un lavoro mentale alquanto difficile; poiché quei fatti non sono altrettanto sensazionali e nemmeno piacevoli come le comunicazioni dei mondi superiori; sono però estremamente importanti. E ne riconoscerete tutta la portata, dicendovi: «Se ha realmente da verificarsi quel che dovrà verificarsi, cioè che nelle incarnazioni avvenire un numero sufficiente di uomini si ricordi dell’incarnazione attuale, occorre che ciò venga preparato sin d’ora». Se dunque sviluppate la vostra facoltà di giudizio, diverrete candidati a ricordare l’attuale incarnazione nella prossima. Rendetevi capaci di comprendere il mondo, coi vostri pensieri; perché qualunque cosa possiate vedere chiaroveggentemente per via di visioni, non vi servirà per ricordarci l’incarnazione attuale. Ma l’antroposofia esiste appunto per preparare un numero sufficiente di uomini ad essere capaci di guardare per forza propria all’incarnazione attuale. Il riuscire o no ad aggiungere la capacità chiaroveggente allo studio dell’antroposofia sta nel karma del singolo; per karma, molti tra voi non riusciranno forse in questa loro incarnazione a penetrare il mondo chiaroveggentemente; ma per tutti coloro che si assimilano quel che, rivestito di forme di pensiero, viene esposto nella vera scienza dello spirito, ne godranno i frutti nell’incarnazione prossima; poiché appunto si saranno appropriate le basi per questo. L’uomo può, per così dire, essere un chiaroveggente senza saperlo; se studia giustamente l’antroposofia, possiede la chiaroveggenza, e può aspettare finché il suo karma gli permetta anche di vedere le cose spirituali». 

Certamente, la ‘Via’ proposta, con parole inequivocabili, da Rudolf Steiner, e riproposta, in maniera altrettanto inequivocabile, da Massimo Scaligero è un ‘Sentiero’ oltremodo esigente, aspro, duro, e difficile da percorrere. Sicuramente – per il momento, almeno – non è un ‘Sentiero’ per tutti, e forse neppure per molti, perché non tutti, anzi molto pochi, cercano la Conoscenza. La Scienza dello Spirito – ricordava spesso Massimo Scaligero – non ha nulla da dire a chi è pago della propria limitata, relativa, verità, che non è l’assoluta Verità. La Scienza dello Spirito risponde, ma non ‘sollecita’, non ‘insinua’, non ‘insuffla’, con abile e consumata retorica, e suggestione emotiva, domande nelle anime umane: risponde solo alle sincere domande che sorgono spontaneamente dal cuore dei singoli esseri umani. Per chi senta il bisogno di un conforto religioso – ed è cosa perfettamente lecita e degna – vi sono le varie confessioni religiose, cristiane e non cristiane. Ma chi segue una determinata confessione religiosa non deve pretendere di ridurre l’Antroposofia, la Scienza dello Spirito, al proprio livello, e soprattutto non deve cercare di farlo in maniera surrettizia, in maniera ‘insinuante’ – come avrebbero detto gli esoteristi del Settecento – perché l’Antroposofia non è una religione, ma una Scienza. E, come ho avuto modo di ribadire più volte, una Scienza, che tale voglia essere, per essere compiutamente ‘scientifica’ deve basarsi unicamente sull’esperienza, cioè sulla percezione e sul pensiero, facendo a meno di qualsiasi tipo di presupposti: religiosi, in primis, compresi. La Scienza dello Spirito, intensificandoli, porta a completo sviluppo, a piena coscienza, percezione e pensiero, trasformandoli in ‘percezione pura’ e in ‘pensiero puro’. Quindi è un totale non senso, per chi segua la ‘Via dell’Io’, ossia la ‘Via dello Spirito’, e non una mistica ‘via dell’anima’, quanto scrive Orao – almeno come riportato pure da M. su un noto social forum – che  «Solo delimitando la facoltà della ragione mentale e sensoria avanza l’elemento della Fede, che è percezione pura dell’anima». Infatti, lo stesso Rudolf Steiner, nelle Linee generali dei principi della Società Antroposofica, fondata da Marie Steiner, Michael Bauer, e Carl Unger, nel 1913, dopo la separazione dalla Società Teosofica di Adyar, così scrisse a p. 3:

«Niente deve restare più estraneo agli sforzi della Società quanto un’attività ostile o favorevole ad un qualsivoglia orientamento religioso, poiché il suo scopo è la ricerca spirituale e non la diffusione di una qualunque fede, cosicché ogni propaganda religiosa non fa parte dei suoi compiti».

Circa la questione del ‘metodo’ seguito da Orao, appare chiaro come la causa degli enormi errori, che sono stato costretto a rilevare nei suoi scritti, sia nel volersi basare sulla propria ‘chiaroveggenza’, non collegata con la fonte prima della Scienza dello Spirito, ‘chiaroveggenza’ non controllata, non verificata coi metodi scientificamente severi, ed esatti, indicati da Rudolf Steiner. Il voler prescindere dalle comunicazioni spirituali del Maestro dei Nuovi Tempi e, in taluni casi, ‘prevaricando’, volerlo ‘completare’, e il pretendere addirittura di ‘correggere’, o in taluni casi ‘sostituirsi’ a lui, il ‘non ritrarsi’ – per usare la sapiente espressione di Hella Wiesberger – per far parlare l’Opera, è causa dello scivolamento di Orao in un incontrollato sperimentare animico, in un ambiguo  sperimentare soggettivo, che non può non essere definito fallace, ingannevole, ‘veggenza visionaria’. Ora, se il ‘metodo’ è errato – ed ho dimostrato, sulla base di quanto afferma Rudolf Steiner, che esso è radicalmente errato – i risultati di cotale ‘chiaroveggenza’ non possono non essere pessimi, e non possono non agire distruttivamente nella vita animica e spirituale degli individui e della Comunità spirituale. Come vedremo nel proseguo di questo mio studio.     

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. UNDICESIMA PARTE.

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Negli incontri che ebbi con Hella Wiesberger – incontri che iniziarono nell’aprile del 1985, e che si protrassero sino al novembre del 2013,  quando andai a trovarla per l’ultima volta assieme all’eleusino amico Trittolemo, circa un anno prima che lei passasse la Soglia – due furono gli argomenti principali affrontati e sviluppati nei nostri incontri. In relazione alla doverosa fedeltà a Rudolf Steiner, alla missione ch’egli, a prezzo della sua stessa vita, ha compiuto sulla Terra, per Hella Wiesberger fondamentali erano questi due punti: il mettere al centro la ‘Via del Pensiero’, così come essa viene indicata ed esposta nella Filosofia della Libertà, e nelle altre opere ‘filosofiche’, ed un preciso atteggiamento nei confronti dell’Opera di Rudolf Steiner.

Più volte, Hella Wiesberger mi ricordò – e ne ho accennato in parti precedenti del presente studio – come lo studio assiduo, lo studio meditativo, ‘rituale’, non intellettuale, di una, ma anche di ognuna di esse, di tre opere scritte di Rudolf Steiner, come Teosofia, Iniziazione, e Scienza Occulta, rappresenti per il discepolo dell’Iniziazione, una Via, un Sentiero di Conoscenza, cui dedicarsi con continuità per tutta la vita. Ognuna di quelle tre opere, singolarmente, ma ovviamente anche insieme, è un Sentiero percorribile con devozione, con fedeltà, al quale il discepolo può consacrarsi, per l’intera vita, con tutte le sue forze. Tre Sentieri diversi per venire incontro a tre diverse tipologie di anime. Ma, da questo punto di vista, la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, costituisce – secondo quel che mi disse Hella Wiesberger – una ‘Via’ ancora superiore alle altre tre: la ‘Via’ che più si addiceva ad una personalità spirituale eccezionale come Marie Steiner. Una volta di più, voglio sottolineare la radicalità e la centralità della ‘Via del Pensiero’ esposta nella Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Infatti, egli stesso così scrive nella sua La Scienza Occulta nelle sue linee generali, che in questo caso amo citare dall’edizione del 1932, quella che fece fare a Massimo Scaligero la svolta decisiva della sua vita interiore, pubblicata a Bari da Giuseppe Laterza e Figli, pp. 225-226:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per se vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in se stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire».  

Pochi hanno, poi, riflettuto sulle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Prefazione alla terza edizione della sua Teosofia. Introduzione alla conoscenza soprasensibile del mondo e del destino umano, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 11-12, parole che dimostrano il suo profondo rispetto per la scienza – per la reale scienza, non per quel dilettantismo che sovente, allora come oggi, indisturbato impera – dimostrano altresì la sua scientifica metodicità nella sperimentazione spirituale diretta, il suo antimisticismo, il suo costante richiamarsi all’esperienza vivente del pensiero, alla Filosofia della Libertà:   

«L’autore di questo libro non descrive nulla di cui non possa testimoniare per esperienza propria, per quella specie di esperienza che può esser fatta in questo campo. Perciò egli esporrà unicamente cose che in questo senso ha sperimentate lui stesso.

 Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno esser conquistati con sforzo. A ciò si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono venir sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso.

Il libro non può essere giudicato secondo i criteri della scienza usuale, se il punto di vista per un tale giudizio non si desume dal libro stesso. Se però il critico adotta questo punto di vista, vedrà che l’esposizione non è mai in contrasto con i veri metodi scientifici. L’autore sa di non aver voluto, nemmeno con una sola parola, entrare in conflitto con la sua coscienziosità scientifica.

Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

Che questa sia la ‘Via Regia’ – come la definirebbero due miei amici di elevato rango spirituale, seguaci di una antichissima ‘Via’, ma che stimavano al più alto grado Massimo Scaligero, e che ora sono nei ‘Campi Elisi’ – è cosa per me assolutamente certa. Questa – e non altra – è la ‘Via delle Vie’, la ‘Via Aurea’, portataci in dono dal Maestro dei Nuovi Tempi, smarrita da molti suoi inadeguati discepoli, la ‘Via’ da molti indegni, sedicenti  ‘seguaci’ deformata, tradita e sfigurata, la ‘Via’ ritrovata e rimessa al centro del Sentiero iniziatico da Massimo Scaligero. Questa è, inoltre, la ‘Via’ dell’assoluta certezza interiore – l’unica – di fronte a quella inesauribile fonte di errori, illusioni, inganni e autoinganni, smarrimenti, dis-trazioni, deviazioni, suggestioni, infatuazioni, seduzioni, fanatismi, che è la natura inferiore, che il ricercatore della conoscenza spirituale si trova sul suo cammino come generatrice intralci e ostacoli, che tendono a paralizzare l’impresa spirituale, e talvolta a distruggere o pervertire l’incauto che alla sua mefitica, venefica, fonte si abbeveri.

L’aurea ‘Via del Pensiero’, per chi, con cuore puro e volontà risoluta, la percorra è la ‘Via del sublime eroismo’, e non – come, con troppa facile disinvoltura affabulano, taluni che staccano dal contesto, e dall’intenzione, frasi di Massimo Scaligero – la ‘via del sublime egoismo’. Che la ‘Via del Pensiero’ sia una ‘Via’ assolutamente completa, non necessitante di presupposti di nessun tipo, e soprattutto non di tipo mistico o confessionale, ch’essa sia una ‘Via’ a sé sufficiente risulta, con adamantina chiarezza dalle parole che Rudolf Steiner scrisse nella Seconda aggiunta alla seconda edizione del 1918, della sua Filosofia della Libertà, pp. 216-218:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo sperimentabile solo spiritualmente, per mezzo del quale, nel conoscere, ogni percezione viene inserita nella realtà. Nel libro non si doveva dire più di quanto si potesse abbracciare con l’esperienza del pensare intuitivo. Ma occorreva pure rilevare quale struttura di pensieri venga richiesta da tale pensare sperimentato. Esso richiede di non venir rinnegato nel processo conoscitivo come esperienza poggiante su se medesima, e di non vedersi contestata la facoltà di sperimentare, insieme con la percezione, anche la realtà, in luogo di dover cercare quest’ultima soltanto in un mondo giacente al di fuori di questa esperienza, in un mondo chiuso da disserrare, di fronte al quale l’attività pensante dell’uomo avrebbe un valore puramente soggettivo.

Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente a vivere nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue pure che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivamente sperimentato, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre a ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare intuitivo è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo percettivo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «filosofia della libertà» è la base filosofica di tali miei scritti posteriori. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è già un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può con tutta serietà accogliere il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore vivente ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Esattamente cinquant’anni fa, l’amico L., colui che pochi mesi dopo mi fece incontrare personalmente Massimo Scaligero, in una lettera – che conservo come un dono del Cielo, e un caro cimelio – mi scrisse  un pensiero, trasmessogli da Massimo Scaligero perché me lo comunicasse, una breve frase che per me è un prezioso tema di meditazione, ed una mirabile sintesi dell’essenza della ‘Via del Pensiero’, e di conseguenza della stessa Scienza dello Spirito. Essa così diceva:

«La Via è dominare in modo cosciente il momento dinamico del pensiero, che dà a se stesso la forma di concetto e nella percezione diviene oggetto».

La meditazione di questo pensiero, racchiudente in poche parole, come ho detto e lo ribadisco, l’essenza aurea della ‘Via’, può portare molto lontano l’ardito praticante interiore, che si dedichi con tutte le sue forze alla realizzazione del momento originario del pensiero, alla realizzazione del pensiero vivente. Ma un tale pensiero – vissuto, asceticamente attuato, e non solo meramente ‘capito’ – può essere anche la ‘pietra di saggio’ per distinguere l’autentica, oggettiva, percezione spirituale, dagli ambigui risultati della ‘chiaroveggenza visionaria’, della quale ci stiamo occupando nell’esame del libro Resurrezione di Orao.

Negli ultimi incontri ‘rituali’ di meditazione insieme, che alcuni di noi avevamo periodicamente con Massimo Scaligero, ma anche negli incontri più allargati, che poi sono stati trascritti dall’amica M. come Seminario solare, egli insisteva ripetutamente su quello ch’egli chiamava ‘realismo eterico’, o ‘realismo del pensare’, o ‘realismo christico’, e lo contrapponeva non solo al realismo primitivo del materialismo storico-dialettico, o al realismo positivista dell’ideologia scientista, o a quello economico, ma anche a quello proponentesi come ‘spiritualista’religioso o mistico che fosse – sino a quello di gran parte del sedicente ‘esoterismo’ circolante, e infine anche al ‘realismo antroposofico’ di tanti seguaci della Scienza dello Spirito, che non riescono a superare il dualismo tra ‘pensare’ ed ‘essere’, che già 2500 anni fa, in Italia, i Pitagorici e gli Eleati, e in India, gli asceti dello Yoga, e i seguaci del Buddha Shakyamuni, avevano superato.

Il difficile, arduo, aspro, cammino della ‘Via del Pensiero’ vuole condurre l’audace sperimentatore alla lucida, cosciente, esperienza del ‘momento genetico’ sia del pensiero che della percezione: ‘momento genetico’, o ‘momento dinamico’, che nell’essenza è identico sia nel pensiero che nella percezione. Non vi è altra possibilità di superamento del ‘realismo’. Si tratta di passare dalla passiva, tramortita, coscienza del ‘fatto’, all’attiva, dinamica, ben ‘sveglia’, coscienza dell’ ‘atto’. Questo sia nell’esperienza sensibile che in quella sovrasensibile. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ si può essere in presenza di percezioni che, come ‘fatto’, si impongono magari anche con caratteri di grandiosità, ma non si è coscienti del momento ‘dinamico’, del momento ‘genetico’, ‘formativo’, della percezione stessa. Ma anche nel sogno si è nell’identica situazione: le immagini del sogno possono presentarsi appunto con caratteri di grandiosità, ma esse sorgono da una ignota scaturigine, e non si è punto coscienti  della loro ‘genesi’. Nella ‘chiaroveggenza visionaria’ non si è liberi, come non si è liberi nel sogno: si assiste passivi al fatto compiuto, ma non si è coscienti del suo compiersi. Nella Filosofia della Libertà è detto a chiare lettere che non può essere libera un’azione, se chi la compie non è cosciente delle cause che lo spingono all’azione: se egli non è il cosciente, attivo, e libero, autore e creatore dei motivi della propria azione.

Da questo punto di vista, deve essere fatta una certa differenza tra ‘chiaroveggenza atavica’ e ‘chiaroveggenza visionaria’. Al livello attuale della sua evoluzione, il formarsi della percezione sensibile, e quella del sogno, non sono coscienti. Essi si presentano all’uomo come un ‘fatto’ del quale egli non è cosciente del loro ‘farsi’, rispetto al quale loro compiersi in fieri. Ma questo appartiene ancor oggi alla spontaneità dell’evoluzione naturale dell’uomo. Solo chi si inoltra concretamente nel Sentiero iniziatico arriva a superare quella incoscienza. Ma anche la ‘chiaroveggenza atavica’ – entro certi limiti – può trovarsi esattamente nella medesima situazione. Persone che in altre vite hanno fatto un percorso spirituale o che, per particolari motivi, ricevono dal Cielo e dai Numi, particolari ‘doni’, possono possedere una elevata ‘veggenza spontanea’. Tali persone, per un loro peculiare destino, e se posseggono un cuore puro, una elevata moralità, coi loro ‘doni’ possono aiutare a volte altre persone in momenti difficili. A volte il Cielo e i Numi, vedendo la temerarietà di qualche loro animoso combattente, che spesso può finire in guai spiacevoli e in situazioni veramente pericolose, possono decidere di aiutarlo, proprio attraverso persone di questo genere. Alcuni anni fa, a me pure è capitato di ricevere più volte un simile prezioso aiuto i situazioni difficili ed estreme, e ne sono grato al Cielo e a quelle persone. Lo stesso Rudolf Steiner accenna all’esistenza di tali personalità, e della loro possibilità di essere dei benefici ‘aiutatori’, sia nel libro L’Iniziazione che nella Scienza Occulta.

A questo punto, non sarà senza importanza riportare quanto, a tale proposito, scrive Rudolf Steiner in L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, traduzione di Emmelina de Renzis, Gius. Laterza e Figli, 1926, pp. 70-71 – proprio nel capitolo dedicato all’Iniziazione, e alle ‘prove’ dell’anima – così scrive:

«Occorre però far notare che vi sono delle persone capaci di eseguire tali azioni incoscientemente, sebbene non abbiano seguito nessuna disciplina occulta. Tali «aiutatori del mondo e dell’umanità» attraversano la vita benedicendo e beneficando; a loro, per ragioni che qui non è il caso di spiegare, sono state concesse delle doti che sembrano soprannaturali. Ciò che li distingue dal discepolo dell’occultismo è il fatto, che quest’ultimo agisce coscientemente, con piena visione dell’intiero insieme; egli consegue, per mezzo appunto della disciplina, ciò che ai primi è stato donato dalle potenze superiori per il bene del mondo. Questi uomini benedetti da Dio meritano sincera venerazione, ma non per questo il lavoro della disciplina dovrà essere considerato come superfluo».

Nella ‘spontanea veggenza atavica’ vi è la possibilità dell’errore, non la necessità automatica, ossia non la certezza dell’errore. Se le persone che dal Cielo hanno ricevuto simili mirabili ‘doni’ hanno un cuore puro, elevata moralità, e sono disinteressate, difficilmente errano. Personalmente, ho incontrato, e scrupolosamente verificato, innumerevoli volte che, invece, errano molto di più, scivolando in una fallace ‘chiaroveggenza visionaria’, molti occultisti, e addirittura molti seguaci della Scienza dello Spirito, i quali per presunzione, vanità, ambizione, ‘maestrite acuta’, immoralità, scivolano facilmente, e inavvertitamente, nella più medianica, allucinatoria  ‘chiaroveggenza visionaria’. Le persone, cui alludevo più sopra, spesso per ragioni morali – in gran parte condivisibilissime – diffidano dagli ambienti occultistici, e se ne tengono ben lontani, e difficilmente errano nelle loro ‘percezioni’, anche se originate da facoltà ‘ataviche’. Come dar loro torto, vedendo gl’indegni spettacoli ai quali dànno luogo, molti, troppi, occultisti, sedicenti ‘maestri’, ‘ierofanti’, e sedicenti ‘iniziati’!

Ma al di là di queste particolari personalità – molto rare quando siano autentiche, e ancor più rare da incontrarsi – le quali per destino hanno ricevuto dal Cielo i loro ‘doni’,  il discepolo dell’Iniziazione non potrà basarsi altro che sullo sviluppo cosciente delle forze interiori col seguire una rigorosa Ascesi del Pensiero. Questo oggi – a causa di una ancor maggiore caduta del pensiero umano nell’astrazione, nella cerebralità – è ancor più necessario di un secolo fa, allorché Rudolf Steiner parlava ad un tipo umano meno irrigidito, meno fisicizzato, di quanto lo sia oggi l’essere umano recluso in un mondo sempre più meccanico, sempre più ossessivamente tecnologico, in definitiva sempre più arimanico. Ed oggi, ancor più che non ai tempi di Rudolf Steiner, è necessario – assolutamente necessario – scorgere tutti i pericoli insiti in una ‘chiaroveggenza visionaria’, frutto dei uno scivolamento, avvertito o inconsapevole, in una medianica dipendenza dalla natura corporea. Dipendenza che può benissimo fornire al compiaciuto incauto visioni grandiose e poteri vari: appunto medianici. Che, poi, si pagheranno molto cari. Ma già oltre un secolo fa, Rudolf Steiner parlava a tale proposito, come abbiamo visto, un linguaggio estremamente chiaro, che può da taluni essere volutamente trascurato, o dimenticato, ma non equivocato. Infatti sempre in Filosofia e Antroposofia, più volte citato in questo studio, leggiamo alle pp. 110-112 :

«Così dobbiamo renderci conto che chi compenetra col pensiero i fatti del mondo spirituale, può anche comunicarli in modo che chi abbia acquistato i pensieri qui, sul piano fisico, possa applicare gli stessi pensieri anche a quanto viene comunicato dai mondi superiori. Allora può comprenderlo. Ognuno deve riconoscere che la cosa più importante non è ricevere comunicazioni dai mondi superiori, ma il modo come si ricevono; un modo rispondente alle condizioni terrene. Ognuno deve badare a che le comunicazioni dei mondi superiori non gli vengano trasmesse diversamente. Certo, è comodo limitarsi a credere a quel che viene comunicato; ma è molto dannoso. Chi vuol semplicemente credere, è come chi si contenta di farsi raccontare che esiste un lume, mentre ha bisogno di avere il lume per illuminare la sua stanza; per questo occorre avere il lume; non basta la sola credenza. Così è importante afferrare prima di tutto la forma del pensare solido, coscienzioso, per ricevere prima attraverso questa forma le comunicazioni del mondo spirituale. Queste possono essere ottenute solo da chi possiede la chiaroveggenza, ma, una volta ottenute, possono essere comprese da ognuno che le accolga nel modo giusto.

Se si pensa così, tutti i pericoli che altrimenti possono andar congiunti all’indagine spirituale, saranno eliminati. I pericoli sorgono non appena qualcuno sviluppa facoltà chiaroveggenti senza arricchire al tempo stesso la sua mente e la sua conoscenza coi mezzi del pensiero. Molti sono avidi di carpire ad ogni costo notizie al mondo spirituale, senza procedere con ogni cura a sviluppare conoscitivamente quel ch’è necessario conquistare sul piano fisico. Non c’è Dio che possa afferrare il mondo in pensieri, se non s’incarna sulla Terra fisica. Potrà afferrare il mondo in altra forma; ma per afferrarlo in questa forma, deve incarnarsi sulla Terra. Se pensiamo a ciò, potremo comprendere che sviluppare facoltà senza adoperarle nel modo giusto porta con sé gravi pericoli. Chi sviluppa una certa chiaroveggenza visionaria e non l’adopera nel modo giusto, in quanto si trattiene sul piano astrale senza essere capace di trasportare le sue esperienze giù sul piano fisico, si espone al pericolo che tra le sue visioni e il piano fisico si spalanchi un abisso».   

Prima di proseguire a trascrivere quanto Rudolf Steiner dice in questa sua, al massimo grado preziosa, conferenza, vorrei sottolineare come nel libro di Orao si esiga un ‘credere’, una ‘fede’, come passo preliminare al cammino iniziatico. O meglio come condizione preliminare al cammino sedicente ‘iniziatico’, che Orao propone. E ciò sin dalle prime parole del libro Resurrezione, dove – come abbiamo visto – già a p. 7, è detto:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità».

Ciò – e anche questo lo abbiamo visto e documentato – è contraddetto non solo dalle parole di Rudolf Steiner, che nella sua infanzia e nella sua adolescenza non aveva ricevuto affatto una educazione religiosa, ma anzitutto, e soprattutto, dalla sua stessa vita, visto ch’egli, nel suo cammino iniziatico, come lui stesso affermò, non partì affatto dai Vangeli, ma dalla Scienza, dalla Filosofia, dall’esperienza del momento originario del pensiero sperimentato, percorrendo nell’anima, vivendola come evento interiore, la ‘teoria della conoscenza’. Come ogni vera Scienza, la Scienza dello Spirito è ‘priva di presupposti’, compresi quelli mistici, religiosi, o confessionali.  

Quel che Orao scrive, diviene una pre-condizione inaccettabile per chi si accosti alla Scienza dello Spirito, all’Antroposofia, provenendo dalle ‘Vie’ orientali, dallo Yoga, dall’Induismo, dallo Zen, dal Buddhismo, dal Taoismo, o dalle ‘Vie’ iniziatiche occidentali, che si rifacciano al Mondo Classico, alle ‘Vie’ orfiche, pitagoriche, ermetiche, platoniche, o alle ‘Vie’ kabbalistiche. Ma non così la pensava, evidentemente, Massimo Scaligero – che proveniva da ‘Vie’ orientali, e da una visione del mondo ‘pagana’ – il quale in una delle versioni dattiloscritte da lui redatte delle:

REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE

Secondo la moderna

SCIENZA DELLO SPIRITO

Così scrive sin dall’incipit :

«I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo moderno e al tempo stesso come terapia di ogni alterazione della vita psichica e degli effetti di pratiche irregolari, orientali o occidentali.

La Scienza dello Spirito di cui gli esercizi sono espressione non è una religione bensì un metodo di conoscenza , che dà modo al religioso, cristiano o buddhista o islamico ecc., di ritrovare le fonti vive della propria religiosità e al tipo agnostico o ateo di questo tempo di riconoscere da sé sperimentalmente i processi interiori in cui il suo sentimento ateo muove. La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria presente verità».

Determinate distorsioni della verità, che ho avuto il penoso còmpito di evidenziare e documentare – mi è stata rivolta persino l’accusa di essere “pedante”, accusa che molto volentieri accetto come un involontario elogio – sono il frutto di una irregolare vita dell’anima, la conseguenza inevitabile di un ‘metodo’ e di ‘pratiche’, che non sono quelle indicate da Rudolf Steiner e da Massimo Scaligero come azioni interiori scaturenti, in maniera rigorosa e coerente, dalla rosicruciana Scienza dello Spirito, orientata antroposoficamente. Distorsioni della verità, e fallaci ‘visioni’ scaturenti da una fallace ‘veggenza visionaria’, hanno come causa sempre una dipendenza diretta o indiretta della vita dell’anima dalla natura corporea, come mostra chiaramente Rudolf Steiner nella precedentemente citata Appendice del 1918 al libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. E, proprio in quella Appendice, Rudolf Steiner dà come unico criterio di certezza e di verità nella percezione spirituale l’esperienza del pensiero puro, ossia l’esperienza del dinamico momento genetico del pensare, attivo al di fuori e indipendentemente da qualsiasi coinvolgimento corporeo, momento di quel ‘pensiero-folgore’, presente in maniera identica, al contempo, nella formazione del concetto nel pensare e nella generazione del percepito nell’atto del percepire. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nell’explicit del citato opuscolo dattiloscritto:

«Per il discepolo è fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero. Normalmente l’uomo passa da un oggetto all’altro, o da un tema all’altro, ma non sa di passare in realtà da un pensiero all’altro. Muove di continuo mediante concetti delle cose, ma ignora il formarsi in lui del concetto, onde il p o t e r e  d i  r e a l i z z a z i o n e da concetto a concetto viene illegittimamente usato dalla psiche legata alla corporeità: la relazione interiore originaria, viene sostituita dalla esteriore relazione logica. Con la relazione stabilita dall’esterno.

La relazione originaria tra concetto e concetto è la r e a l e  f o r z a  del pensiero e risponde alla interna relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche; ciascuno dispone della logica necessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità. Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che come forza vive simultaneamente nel mentale e nel sopramentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla “via cosciente” o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi. Qualsiasi orientamento culturale o ideologico egli scelga prima di una tale l i b e r a z i o n e  del pensiero, lo rende strumento di una dottrina o di una corrente, pedina di un gioco che egli non può controllare: ostacola la sua evoluzione e di conseguenza l’evoluzione della società di cui fa parte».   

Una volta di più è necessario ribadire che l’Antroposofia, in quanto rosicruciana Scienza dello Spirito, non parte da nessun documento religioso. Su questo Rudolf Steiner è quanto mai esplicito. Vale la pena riportare, per abbondare nella misura a beneficio del risveglio di molti addormentati – usiamo per una volta un’espressione kantiana – in un ‘sonno dogmatico’, un passo del ciclo L’occultismo dei Rosacroce, 10 conferenze tenute a Budapest dal 3 al 12 giugno 1909, ciclo contenuto nella GA-109, tradotto in italiano da Iberto Bavastro, e pubblicato dall’Editrice Antroposofica a Milano nel 2001. Nella quarta conferenza, del 6 giugno 1909, alle pp. 41-42 leggiamo:

«Vorrei essere compreso bene: l’occultista non giura su alcun documento o autorità; per lui solo i fatti del mondo spirituale sono decisivi; i documenti però ridiventano poi per lui preziosi in modo imparziale. La scienza dello spirito non è edificata su alcun documento religioso, ma direttamente sull’indagine dei fatti spirituali. Il fondamento della scienza dello spirito è l’indagine oggettiva; se poi i documenti religiosi contengono anch’essi fatti simili, a maggior ragione l’occultista potrà nel modo giusto riconoscerne il valore».  

Naturalmente, questo principio metodico fondamentale della Scienza dello Spirito, vale nei confronti dei documenti di tutte le religioni, e non solo di quelli della Cristianità. Vi è però una differenza: i Veda, le Upanishad, i Sutra del Tripitaka buddhista, sia mahayana che theravada, l’Yi King, il Tao Teh King, i classici del Taoismo, del Confucianesimo, sono stati trasmessi pressoché intatti nel corso di vari millenni, non alterati dalla faziosità partigiana, che nelle confessioni cristiane è giunta ad alterare. modificare e, a volte sopprimere, molte parti del Nuovo Testamento, Vangeli compresi. Le confessioni cristiane, sedicenti ortodosse, hanno agito con furia distruttiva, in molti casi addirittura con furia omicida, non solo nei confronti delle antiche Religioni e dei Misteri del Mondo Classico, definiti dispregiativamente ‘pagani’, ma anche nei confronti dello Gnosticismo, del Manicheismo, dell’Arianesimo, del Bogomilismo, del Catarismo, sino a giungere a sopprimere pressoché tutta la letteratura di quelle correnti spirituali, oltre che a bruciare sui roghi i loro seguaci. Ma torniamo a quel che Rudolf Steiner dice in Filosofia e Antroposofia, dove alle pp.112-115, egli getta ulteriore luce su quanto di illusorio, ingannevole, fallace, vi è nella ‘veggenza visionaria’, fa ben comprendere l’origine di molti errori:

«Supponiamo che qualcuno abbia visioni importantissime, appartenenti al piano astrale, e supponiamo pure ch’esse siano una realtà (poiché possono essere una realtà anche le visioni del chiaroveggente che non è un pensatore). Ma tra quest’uomo e ciò che sta dietro il piano fisico, si spalanca un abisso. Dietro il piano fisico, come di là da una cortina, sta il vero e proprio mondo spirituale: il piano fisico è Maja. Ora colui che è chiaroveggente visionario non è in grado di far sparire il piano fisico; quest’ultimo sparisce solo per chi è in grado di eliminarlo coi mezzi del pensiero. Solo così si penetra di là dal piano fisico; sicché solo con la chiaroveggenza pensante si può comprendere il mondo spirituale, nascosto dal piano fisico. L’abisso si spalanca qui, e il piano fisico sussiste come Maja. L’impossibilità di attraversarlo dipende dal fatto che il cervello non è in grado di togliersi di mezzo.

Chi abbia imparato a pensare giustamente, non impiega direttamente il suo cervello per pensare. L’attività del pensiero lavora intorno al cervello, ma non lo adopera direttamente. Sarebbe un assurdo voler affermare che il cervello pensa. […] Dunque, non è il cervello quel che pensa. E se non si è monisti o materialisti, nel senso moderno della parola, è anche facile rendersene conto. L’attività pensante non ha affatto bisogno, a tutta prima, di adoperare il cervello come suo strumento. Dove il pensiero diventa puro, il cervello non è chiamato a collaborare. Lo è soltanto dove si formano immagini del mondo sensibile. Se vi rappresentate un circolo disegnato col gesso, lo fate attraverso il cervello; ma se pensate un circolo, scevro di elementi sensibili, il circolo stesso è l’elemento attivo che prima conforma il cervello. Se l’uomo possiede una chiaroveggenza visionaria, egli rimane nel suo corpo eterico e non raggiunge nemmeno il cervello fisico; perciò non può mai varcare l’abisso. Perché appunto qui l’immagine chiaroveggente si collega con quel che sta dietro il piano fisico.

Chi sdegna di lavorare col pensiero, sviluppa facoltà che non afferrano il loro oggetto, che non penetrano veramente nel mondo spirituale. E ne nasce, come conseguenza, un disaccordo tra quel che l’uomo sviluppa continuamente nel suo corpo eterico, e quel ch’egli è come uomo; ne nasce una continua disarmonia, in quanto il cervello non si adegua alle facoltà chiaroveggenti. Il cervello di quell’uomo è grossolano, perché egli non si è curato di affinarlo e nobilitarlo per mezzo del pensiero. È grossolano; contiene qualcosa che presenta all’uomo degli ostacoli per cui egli non può penetrare con le sue visioni fino alla vera realtà spirituale; sicché, invece di avvicinarsi alla verità, egli se ne allontana, e così perde ogni possiblità di giudicare i fatti spirituali. Un uomo siffatto potrà vedere forse molte cose, ma non avrà mai la garanzia ch’esse corrispondano alla realtà. Un giudizio può averlo soltanto chi sia capace si distinguere tra visione e realtà. Né può chi non abbia il discernimento che si acquista unicamente con il lavoro sul piano fisico. Se si disdegna il faticoso lavoro di pensiero, arduo a conquistarsi, si ondeggerà sempre nel vuoto.

Questo dobbiamo imprimerci nell’anima. Allora non potranno più accadere le cose che altrimenti sempre si ripetono, e cioè che taluni, sviluppando in sé una chiaroveggenza visionaria, erigono una barriera tra sé e il mondo reale, e poi vivono nelle loro fantasie, ch’è quanto dire non sapersi più orientare nel mondo fisico e non essere perfettamente in senno. La chiaroveggenza puramente visionaria conduce facilmente a ciò. Il senno va conquistato lavorando nel solo modo atto a svilupparlo, cioè mediante il pensiero nel piano fisico».

Rudolf Steiner non avrebbe potuto più chiaramente, e inequivocabilmente, descrivere l’origine, e la natura delle ‘erranze visionarie’ di Orao. Massimo Scaligero, come potei constatare di persona, aveva una robusta formazione scientifica e filosofica, e sulla vastità, illimitata profondità, esattezza, e rigore della sua percezione spirituale non ho mai avuto alcun dubbio, avendomene egli date innumerevoli prove e conferme. Mentre la stessa cosa non si può proprio dire di Orao, nelle cui opere, Resurrezione e Madre, abbondano inesattezze, clamorosi errori, aperte contraddizioni tra quanto in tali scritti viene apoditticamente ex cathedra ed ex tripode dogmaticamente affermato, e quanto comunica Rudolf Steiner, cosa che, invece, non ho mai riscontrato in Massimo Scaligero: né nella sua opera scritta, né nelle sue comunicazioni orali fatte in incontri personali o in cerchie più allargate. In quel che scrive Orao non ritrovo né esattezza, né scientificità, e neppure un pensiero essenzialmente ‘logico’

Quanto sia importante, invece, e addirittura indispensabile, per chi è chiamato ad esporre risultati di una propria, autonoma, facoltà di ‘percezione spirituale’, una severa educazione sulla base di una rigorosa formazione scientifica – cosa alla quale il benevolo lettore è pregato di portare adeguata attenzione, essendo un fatto per niente da sottovalutare – risulta, per esempio, da quanto scrive Rudolf Steiner nell’Introduzione al libro Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, traduzione di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, pp. 16-17:

«L’erudizione e la cultura scientifica non sono condizioni necessarie al dischiudersi di questo “senso superiore”. Esso può aprirsi tanto nell’uomo semplice quanto nel dotto. Anzi, ciò che ai nostri tempi per lo più si considera come la “sola” scienza, può spesso essere piuttosto d’intralcio che di aiuto. Per sua natura, essa ammette come “realtà” unicamente quel che cade sotto i sensi ordinari. Per quanto grandi siano i suoi meriti riguardo al riconoscimento di tale realtà, quando dichiara valido per ogni sapere umano quel che è necessario e salutare per il suo dominio, essa crea una quantità di preconcetti che precludono l’accesso alle verità superiori. […]

Per essere “maestro” in questi campi superiori dell’esistenza, non basta però che in un uomo si siano aperti i sensi capaci di percepirli. Anche qui occorre “scienza” come per esser maestri nel campo della realtà comune. La “vista superiore” non fa dell’uomo un “dotto” in materia spirituale, come i sensi sani non fanno di noi dei “dotti” nel mondo della realtà sensibile. Ma poiché la realtà inferiore e quella spirituale non sono in ultimo che due aspetti della stessa e unica essenza fondamentale, chi è ignorante nel campo delle conoscenze inferiori rimarrà per lo più tale anche nel campo di quelle superiori. Questo fatto, in chi per vocazione spirituale si sente chiamato a pronunciarsi intorno ai domini spirituali dell’esistenza, genera il sentimento di una responsabilità illimitata, e gli impone modestia e riservatezza».

Ma vi è un punto che devo rilevare, a proposito degli scritti di Orao che sono stati pubblicati, un punto che per me ha una importanza veramente decisiva. Il secondo argomento fondamentale dei ripetuti colloqui tra Hella Wiesberger e me – il secondo argomento al quale accennavo all’inizio di questa undicesima parte del presente studio – è quello di un ‘atteggiamento particolare’ da tenere costantemente nei confronti  della figura e dell’Opera spirituale di Rudolf Steiner. Hella Wieberger mi parlava di atteggiamento di devota modestia nei confronti di tale grandiosa Opera, di un ‘ritrarsi’, di un ‘tirarsi indietro’ – in tedesco ‘sich zurückziehen’ – per far ‘parlare’ l’Opera stessa di Rudolf Steiner. È quell’atteggiamento di ‘devota venerazione’ nei confronti della Verità e della Conoscenza, del quale parla Rudolf Steiner sin dalle prime pagine del libro Iniziazione, e che spinge il discepolo dell’Iniziazione a voler ‘servire’ l’Opera che ‘incarna’, o ‘veicola’ tale Verità e Conoscenza. È lo stesso atteggiamento di ‘devota venerazione’ che visibilmente traspariva quando il Maestro dei Nuovi Tempi parlava dei Maestri della Saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti, dei Maestri della Rosacroce. Questa ‘devota venerazione’, assieme all’amore per la Verità, costituisce quella che è la autentica ‘moralità dello Spirito’

Vi sono vari esempi luminosi di questa ‘devota venerazione’ che si attua, e si manifesta, attraverso quel ‘ritrarsi’ per far parlare direttamente l’Opera dell’Iniziato dei Nuovi Tempi. Un primo luminoso – oserei dire addirittura ‘abbagliante’ – esempio è proprio Marie Steiner, la fedele compagna e la più stretta collaboratrice di Rudolf Steiner. Di lei Rudolf Steiner disse a Tatiana Kisseleff, che «non si poteva scrivere una biografia, perché Marie Steiner era un ‘essere cosmico’. Al massimo si poteva stendere una cronaca degli eventi esteriori della sua vita». Ebbene, lei che – secondo la testimonianza di Adolf Arenson – nella Mystica Aeterna «‘operava’», al dire di Rudolf Steiner «all’altare d’Oriente con una ‘funzione cosmicamente giustificata’», si cancellò come personalità per ‘servire’, ‘curare’, ‘proteggere’ devotamente l’Opera dell’Iniziato Solare. Io posseggo tutte le opere di Marie Steiner, nelle quali ella si fa ‘ancella’ fedele e devota della di lui Opera. Ma mai – ripeto: mai – lei propone frutti della sua personale ‘veggenza’, che pure aveva – ne ho varie testimonianze nelle biografie di lei che posseggo – vastissima e profonda. I suoi scritti sono introduzioni alle opere di Rudolf Steiner, oppure propri componimenti poetici, molto belli peraltro, o considerazioni sulla letteratura e l’arte della sua epoca, o considerazioni sulle vicende felici o dolorose del movimento antroposofico. Mai Marie Steiner dette insegnamenti, esercizi, o pratiche, che non fossero quelli che Rudolf Steiner aveva donato al mondo. E proprio sulla difesa dell’Opera di Rudolf Steiner contro il saccheggio e la deformazione che ne facevano Albert Steffen, Guenther Wachsmuth, ed altri, ella dimostrò di essere una lottatrice formidabile.  

Un altro esempio è quello di Michael Bauer, discepolo tra i più fedeli e progrediti di Rudolf Steiner. Egli, che pure aveva avuto grandiose esperienze spirituali, nei suoi scritti – anche di lui ho le opere – mai parla dei risultati della sua ‘veggenza’, ma – sempre e solo – fa parlare l’Opera di Rudolf Steiner. Altro esempio ancora, è quello di Giovanni Colazza: sicuramente il più avanzato, intimo, e caro, dei discepoli che Rudolf Steiner aveva in Italia. Eppure, anche lui, che era un autentico Iniziato e un Maestro, mai volle parlare dei risultati della sua veggente indagine spirituale, o dette un insegnamento che non provenisse da Rudolf Steiner. Giovanni Colazza nelle conferenze tenute a Roma nel Gruppo Novalis nell’inverno del 1945, nelle quali fece l’esegesi del libro Iniziazione, disse sùbito, esplicitamente, che lui avrebbe dato sempre e solo quello che Rudolf Steiner aveva indicato come insegnamento, esercizi, e pratiche interiori. Vale la pena di riportare direttamente dal dattiloscritto originale della trascrizione di quelle conferenze – quanto è stato pubblicato, decenni dopo la sua dipartita, dalla romana casa editrice Tilopa, ha subito pesanti e, a mio avviso, molto discutibili, interventi redazionali da parte dell’editore – quanto Giovanni Colazza disse già nella prima conferenza, quella del 4 gennaio 1945:

«Io seguirò più o meno il libro, ma naturalmente, in quasi diciotto anni di ulteriore attività, il Dottore ha dato molto, specialmente su certi punti, che serve di schiarimento e di integrazione a questo libro; aggiungerò poi altri insegnamenti del Dottore che si trovano sulla stessa direzione e che sono estremamente utili per ottenere dei reali risultati.

Naturalmente se io espongo queste cose in modo personale, tengo a dire che non ci metto niente di mio, vale a dire niente che il Dottore non abbia detto; di questo potete essere sicuri, in quanto su questo punto sono sempre stato intransigente con me stesso e con gli altri».

E lo studio delle conferenze che di lui son giunte sino a noi, conferma pienamente questa sua severità e rigore, questa sua ‘intransigenza’, nel ‘ritrarsi’, nel ‘tirarsi indietro’, per far parlare l’Opera di Rudolf Steiner.   

Lo stesso rigore lo possiamo constatare nell’Opera di Massimo Scaligero. Egli più volte disse che la sua Opera era ‘prima’ e ‘dopo’ quella di Rudolf Steiner: ‘prima’, perché voleva essere la ‘chiave’ per penetrare nell’essenza della Scienza dello Spirito, la ‘Via del Pensiero’ recataci da Rudolf Steiner, ossia la ‘chiave’ per ritrovare quel filone aureo del suo insegnamento che molti antroposofi hanno smarrito per superficialità, incuria, inadeguatezza, sentimentalità, intellettualismo, vanità, tradimento; ‘dopo’, perché voleva essere la ‘chiave’ della fedeltà all’aureo insegnamento, la fedeltà, appunto, alla ‘Via di Michele’, alla ‘Via del Pensiero Vivente’, alla ‘Via’ della concreta realizzazione, attraverso gli esercizi, la costante pratica della Concentrazione, della Meditazione secondo il canone della liberazione del pensiero, la fedeltà alla Filosofia della Libertà. Ma mai, veramente mai, nella trentina di libri ch’egli pubblicò, volle ‘sostituirsi’ al Maestro dei Nuovi Tempi, ‘correggere’ le comunicazioni,  ‘completare’ i risultati delle investigazioni spirituali, di Rudolf Steiner. Mai, veramente mai, egli – che pure aveva una illimitata capacità di penetrante percezione spirituale, e ne ebbi molte prove – portò risultati della sua pur eccezionale ‘veggenza’ spirituale, e meno che mai egli insegnò qualcosa che fosse in contraddizione, o anche semplicemente ‘diverso’ da quello che insegnava Rudolf Steiner. Come, invece, fa Orao nei suoi scritti, Resurrezione e Madre. Mai, e poi mai, ho trovato negli scritti di Massimo Scaligero errori, menzogne, fumisterie, affabulazioni, finzioni, o imposture, come invece ho dovuto rilevare, e documentare, molte volte nei suddetti scritti di Orao

Prendendo come criterio di discriminazione spirituale quell’atteggiamento interiore di ‘devota venerazione’, di ‘modestia’, di ‘umiltà’, di fronte alla grandiosità della rivelazione di Rudolf Steiner – atteggiamento interiore che non esclude punto, anzi esige un ben sveglio senso critico, grande coraggio conoscitivo, e coerenza di fronte alla Verità – che mi indicava Hella Wiesberger, e che si traduce in quel ‘sich zurückziehen’, in quel ‘ritrarsi’, ‘tirarsi indietro’, ‘cancellarsi’ per far parlare l’Opera del Maestro dei Nuovi tempi, che è la verace moralità dello Spirito, è inevitabile concludere che l’atteggiamento, la  disposizione dell’anima di Orao, nei suoi scritti, nel suo presumere – compiendo enormi errori, e giungendo sino alla falsificazione, e all’impostura – di ‘correggere errori’ sia di Rudolf Steiner che di Massimo Scaligero, di ‘completare’ un’Opera ‘carente’, e sotto certi aspetti – a suo dire – ‘superata’, sia molto lontano da quello proprio, invece, di Marie Steiner, di Michael Bauer, di Giovanni Colazza, dello stesso Massimo Scaligero. Vedremo, nel proseguo del presente studio, a quali risultati veramente ‘stupefacenti’ conduca una tale – sit venia verbo – ‘presunzione’, e come le ‘rivelazioni’ della sua peculiare ‘chiaroveggenza’ vadano direttamente in rotta di collisione con le comunicazioni di Rudolf Steiner, che le smentiscono clamorosamente.   

IL PING PONG DELL’ANIMA

Risultato immagini per cenerentola che pulisce casa

Cari amici,

se non vi dispiace, mi permetto di guardare da vicino uno tra gli aspetti tormentosi che accompagnano l’operatore interiore nella sua giornaliera vicenda d’asceta.

Una situazione che purtroppo può accompagnarlo per tempi lunghi e può ripresentarsi in qualunque momento in cui la dedizione profonda o, semplicemente, l’attenzione assoluta cede per un’infinità di fattori.

Chi si è già, in qualche modo, impratichito con l’esercizio della concentrazione – vale per tutte le discipline: tutte implicando la concentrazione – osserva a proprio scorno che essa viene quasi continuamente interrotta da un fenomeno che sembra addirittura legato ad una forma di necessità umana: ha un carattere che appare precipuo alla nostra natura.

Badate che non alludo alle interruzioni, come dire, grossolane, come quelle la cui causa è esterna e nemmeno a quelle interiori come i ben conosciuti “pensieri estranei” o il dialogo sottotraccia che potrebbe continuare (continua) anche quando la parte superiore della coscienza percorre il sentiero dei pensieri chiaramente voluti.

Infatti, come con una radio di poca qualità, molti e per molto tempo nemmeno si avvedono che permane sullo sfondo un brusio continuo. Anche per questo ho più volte rimarcato come vi siano gradi di silenzio, ben oltre una forma generica di silenzio mentale. In tale senso vi sono “silenzi” così diversi che potremmo usare per essi la parola: stati. Condizioni o stati di silenzio parenti forse, ma non fratelli.

E’ giustificato dal retto sforzo non disperdere l’attenzione su tutte queste cose, anzi è il segreto semplice per superarle: polarizzare la coscienza cosciente solo sull’immagine o il tema o qualsiasi cosa possa essere, a patto che sia pensiero afferrato e costantemente voluto.

Come ha vigorosamente sottolineato un lettore piuttosto esperto, non si pone problema su cosa l’attenzione si concentra: non occorre che sia un’immagine fedelmente riprodotta o un tema razionale (è forse razionale pensare che “ogni pietra ha la sua folgore”?). In effetti, l’oggetto di pensiero deve possedere due sole caratteristiche: a) che sia pensiero e non una sua impronta psicofisica, b) che sia la scusa per il risveglio di una volontà sconosciuta.

Chi sperimenta questa volontà sperimenta immediatamente il “più che sentire” ed il “più che pensare” e sa che ciò che l’uomo, seppure spiritualista tiene in gran conto, è una gran massa di sciocchezze o per dirla più finemente, è un tessuto di maya, possedendo anch’essa vari gradini di potenza.

Un intermezzo: sento un fastidioso fischio alle orecchie che mi conduce a dirette o indirette critiche perché viene sempre posto in prima linea il pensiero e la volontà, quasi impedendo che la povera Cenerentola-sentire vada al ballo del Principe.

Mi chiedo: si legge quello che è stato scritto e ripetuto alla nausea?

Il sentire racchiude la più alta forma di conoscenza e percezione interiore. Il comune sentimento no. Esso è piuttosto la baldracca che vive rapinando l’anima nostra.

E’ assai facile estrarre qualche riga da 18 volumi e 6.000 conferenze del Dottore per affermare il contrario.

Possiamo controllare in diretta come stanno le cose: se, con silente coscienza e senza pregiudiziali osserviamo il sentire, vediamo subito che questo si raccoglie nella sfera toracica, dove è sempre tessuto insieme ad attività corporee.

Già questa mistione oppone la sua natura allo spirituale che principia nell’entità umana in ciò che si manifesta come attività pensante cosciente: è il suo minimo livello. Sotto il quale si agitano ed agiscono le forze della natura, cioè quanto di minerale, vegetale e animale l’uomo reca in sé.

L’ordinario sentimento è assolutamente passivo: viene colpito dagli eventi (esteriori o interiori) e indebitamente scarica sull’io troppo debole piacere e dispiacere, brame inappagate o godute.

L’ordinario sentimento vive nel crepuscolo del sogno: è purtroppo del tutto “normale” che l’anima che rifugge il risveglio preferisca riferirsi alla comodità della coscienza sognante: così essa “sente” eternamente solo se stessa: la destità comporta oneri pesanti che, detto senza critica, non sono poi tanti in vena di sopportare.

Il sentire potrebbe essere una via diretta?: teoricamente sì, ma si dovrebbe parlare di un sentire talmente intenso e attivo da contenere un elemento sovraindividuale che, in genere, ha cessato da tempo di fluire nell’uomo moderno.

Il sentire può essere educato senza il passaggio per la forca caudina della liberazione del pensiero? Anche questo è possibile se venisse educato fino a divenire una struttura unitaria di devozione e venerazione, cioè del tutto “religioso” e anche in questo caso sarebbe facile e realmente pericoloso uno sbilanciamento della coscienza se solo troppo incline verso tale direzione.

Se a qualcuno interessa il “piacere dello spirituale”, può trovarlo da ogni parte. In rete vi sono diverse realtà che appagano tale inclinazione.

So per certo che molti lettori (lettori!) di Eco leggono, appunto, il nostro sito proprio perché non segue quell’andazzo. Qualcuno mi ha persino telefonato perché veggentemente preoccupato che non accadano cose simili. Se Eco perdesse la sua fisionomia si inabisserebbe nel mare magnum dell’insignificanza. Chi lo desidera, prenda tutti i placebo che vuole in altri lidi.

Ora ritorno al filo dell’argomento: si parlava di interruzioni, le quali come si sa, recano danno all’opera dell’asceta meditante.

Con l’insistenza, la pratica e la santa pazienza, queste vengono cacciate o lasciate indietro…ma ne rimane una che è forse la più difficile a essere superata e vinta.

E’ il potente magnete della corporeità: l’operatore si lancia nella inusuale sfera dove il pensare contempla il pensiero, cioè dove tutta l’attività è “solo” pensiero.

Condizionati come siamo dal nostro abituale essere “corpi pensanti”, il mondo in cui il pensiero pensa il pensiero è un ambito alieno, come lo è il mondo acqueo di profondità per colui che si immerge. Questo è un paragone che regge: succede che ci manca l’aria e si sale.

Così per il meditante che brama, dopo poco, di sentirsi nella corporeità.

E inizia l’andirivieni tra pensiero indipendente e il senso corporeo: ci si autopalleggia un po’ qua e un po’ là.

Superare questa situazione chiede qualcosa di più dell’esercizio corretto: occorre osare uno slancio, una dedizione che superi davvero quello che, con troppa facilità, chiamiamo limiti personali.

Ed è anche l’esoterica prova del nove. Prima di questo superamento potremmo anche essere bravi e buoni ma saremmo solo il meglio della nostra natura.

E’ il momento espresso bene dal latino: Sic nos, non nobis. COSI’ FACCIAMO MA NON PER NOI STESSI.

E’ straordinariamente vero ciò che Scaligero dice spesso, ossia che occorre la forza più forte:

essa appartiene ancora alla persona, eppure senza la massima forza sarebbe impossibile anche solo tentare lo svincolamento dalle categorie corporee: occorre che un soggetto venga lasciato e un soggetto non si arresti nell’opera: una operazione desta, chirurgica, totale: una lotta di vita che non vuole morire contro il cristallino canone di ciò che nell’umano è più che umano.

Una guerra che si svolge nella quiete.

Volgersi indietro è la salina, infeconda sorte della femmina di Lot, andare avanti è perdere l’esistenza per essere l’essenza che del “me” non ha alcun bisogno.

Ora le operazioni ulteriori giustificano se stesse secondo lo Spirito…ed il resto solo appare per quanto era sempre stato: per l’appunto, appare.

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. DECIMA PARTE.

RRRRRRRRRRRR

Abbiamo visto quali enormi, fatali, addirittura esiziali, errori, sia conoscitivi che morali, scaturiscano da una ‘chiaroveggenza’ atavica, visionaria, istintiva, la quale non può mai essere, a causa della sua passività, fonte e soggetto dell’atto conoscitivo del pensare. Semmai, è essa a necessitare urgentemente di divenire oggetto di una cosciente, volitiva, indipendente attività del pensare. Ed è tale manifestazione di una ‘con-fusa’ mescolanza di percezione, sensazione, emotività, istintività, e falsi ‘pensati’, suggeriti da una apparente spontaneità propria della natura inferiore, ad avere urgente necessità di una energica e indipendente attività pensante, che attraverso la cosciente, lucida, formazione di concetti – tratti, come insegna la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner, dal proprio mondo ideale, e non dalla percezione stessa – e ad aver bisogno di venire restituita alla dimensione ad essa dovuta, fuori della quale una tale mistura, spacciata per ‘percezione spirituale’, è intossicante menzogna. Ma, come ho detto nelle precedenti pagine di questo studio, una volta che, con tutta chiarezza, sono stati individuati quali siano gli errori – che ad uno sguardo attento, e spregiudicato, risultano essere oggettivamente, vere e proprie menzogne – presenti, come ho ampiamente documentato, sin dalle prime pagine del libro Resurrezione di Orao, è urgente, oltre che necessario, ricercare, e rendersi conto, del come e del perché possano sorgere in un’anima simili errori: tutta l’impostazione della Via dell’Iniziazione ne dipende.

Grandissimo aiuto ad una tale necessaria chiarificazione ci giunge dal citato aureo libretto, Filosofia e Antroposofia, tradotto da Lina Schwarz, ed edito sin dal 1938, da “La Prora” di Milano, come primo testo della collana «Conosci te stesso», Quaderni di Scienza dello Spirito a cura di Rinaldo Küfferle, Nuova Serie, nel quale Rudolf Steiner, rispondendo ad una possibile obbiezione – che, come suo costume, egli stesso si fa, anticipando quelle di eventuali avversari della Scienza dello Spirito – alle pp. 95-99, così dice con parole che in parte metterò in particolare evidenza:

«Con tutto ciò, potreste anche obiettare che, se le comunicazioni dal mondo spirituale non sono viste da sé, si può sempre dubitare del loro valore. Ma ora poniamo accanto ai due che abbiamo messo dinanzi poc’anzi [scil. ossia il chiaroveggente spontaneo o atavico, e il chiaroveggente pensatore], un terzo, che non sia affatto chiaroveggente, ma al quale siano stati solo comunicati certi risultati dell’indagine spirituale acquistati per via del pensiero (cioè della chiaroveggenza accompagnata dal pensiero). Egli li accoglie e li comprende come ragionevoli, come fatti del mondo spirituale. L’uno, il pensatore veggente, li possiede; ma chiunque li abbia compresi con la sua ragione, li possiede pure, sebbene non ne sia cosciente. Non occorre affatto essere chiaroveggenti per avere in sé il pieno valore di quanto si è ricevuto come comunicazione. C’è una differenza tra il possedere qualcosa e l’essere coscienti di quel che si ha. Supponiamo, ad esempio, di aver fatto un’eredità e di non averne avuto ancora nessuna notizia; ciò nonostante, il valore dell’eredità fatta esiste già oggi per noi. Anche se non ne siamo ancora venuti a conoscenza, la possediamo ugualmente. Così è colui che apprende i fatti del mondo spirituale per mezzo dell’antroposofia; se li ha compresi con la sua ragione, egli li possiede già, e non ha che da attendere il momento nel quale ne diverrà cosciente. Ciò si mostra soprattutto dopo la morte. Possiamo chiederci, usando un’espressione spicciola per meglio chiarirci la cosa: «Dopo la morte, è più utile all’uomo aver veduto chiaroveggentemente i fatti spirituali senza lavoro di pensiero, oppure l’aver ricevuto la comunicazione antroposofica di quei fatti anche senza veggenza propria?».

È facile credere che, per la vita dopo la morte, la chiaroveggenza sia una preparazione migliore che non il semplice accogliere la comunicazione dei fatti spirituali. Eppure non è così. Dopo la morte, ben poco serve all’uomo ciò ch’egli ha veduto solo chiaroveggentemente; invece ha sùbito una realtà, non appena comincia a divenire cosciente delle comunicazioni spirituali che ha ricevute durante la vita, se le ha comprese con la sua ragione. Dopo la morte, ha valore appunto quel che si è compreso durante la vita; sia stato visto chiaroveggentemente o no. Anche il più profondo iniziato, capace di vedere tutto il mondo spirituale per mezzo della sua chiaroveggenza, non aumenta con ciò il suo valore dopo la morte, se non è stato in grado di esprimere quei fatti in concetti umani. Dopo la morte, possono servigli soltanto le cose che quaggiù egli possiede in concetti. Sono i semi per la vita dopo la morte. Naturalmente, chi è chiaroveggente e insieme pensatore si può avvantaggiare di quanto vede chiaroveggentemente. Ma due che non siano pensatori, dei quali l’uno sia chiaroveggente e l’altro senta solo raccontare ciò che l’altro vede, si trovano, dopo la morte, nell’identica situazione, poiché nella vita dopo la morte possiamo portare con noi solo quel che ci siamo conquistati quaggiù con l’ausilio del pensiero esercitato. È quest’ultimo che là germoglia come un seme; non già quel che troviamo nelle sfere in cui, dopo la morte, entriamo. Quanto riceviamo dai mondi superiori non ci viene regalato gratuitamente affinché ci divenga più comoda la via per abbandonare il piano fisico, ma ci viene dato perché lo convertiamo in moneta di questa Terra; e solo quel tanto che abbiamo convertito in moneta di questa Terra ci serve dopo la morte».

Dopodiché, Rudolf Steiner descrive, con geometrica precisione, quelli che sono i lati ambigui, equivoci, fonti di innumerevoli illusioni, propri della ‘veggenza visionaria’, di quella veggenza che non è stata sottoposta al vaglio severo della rigorosa coscienza pensante. Una volta di più, è necessario dire che, a tale riguardo, a nessuno, proprio a nessuno, possono esser fatti sconti di sorta, proprio perché altrimenti si espone noi stessi e gli altri, oltre che alle più svariate illusioni, e a situazioni animiche decisamente patologiche, a pericoli notevoli, circa i quali la storia dell’occultismo degli ultimi secoli fornisce, per chi voglia vedere e non illudersi, numerosi, plateali, esempi. E così, alle pp. 99-101, così Rudolf Steiner prosegue con parole ammonitrici, che l’attuale ricercatore spirituale farebbe bene a tenere sempre presenti, e a mai dimenticarle:

«Ma anche quaggiù sul piano fisico c’è una differenza tra il chiaroveggente visionario ch’è pensatore, e quello che non lo è. Certo, è bello e interessante guardare nei mondi spirituali; ma esiste egualmente una differenza tra il vederli solo per via di visioni e il comprenderli per mezzo del pensiero, anche prescindendo dal fatto che, se queste cose non si penetrano col pensiero, non si è mai protetti da inganni e illusioni. (Né c’è altro mezzo contro le illusioni che pensare chiaramente quanto si è veduto). Inoltre, tutto quello che vede un chiaroveggente visionario, così com’egli lo vede, è sempre compenetrato di elementi del piano fisico. Avete mai sentito descrivere un angelo altrimenti che con elementi tolti dal piano fisico? Lo si descrive con le ali, come le hanno gli uccelli; con un torso, come lo hanno gli uomini sul piano fisico, ecc. naturalmente, il modo come sono composte queste immagini, di cui parla il chiaroveggente visionario, non esiste sul piano fisico; ma i loro elementi sono ricavati dal mondo fisico. Quanto dunque ci appare in forme, in immagini tolte dal mondo fisico, non appartiene al mondo spirituale, ma è solo un «simboleggiamento» del mondo spirituale con mezzi del mondo fisico.

Ne ho parlato chiaramente nel mio libro La Scienza Occulta, dicendo che la chiaroveggenza odierna, quantunque debba prima sviluppare l’immaginazione, non deve arrestarsi ad essa, ma giungere ad eliminare da quel che si vede anche l’ultimo residuo di elementi terreni.

E qui, quando si toglie di mezzo ogni residuo terrestre, si presenta davvero un certo pericolo per il chiaroveggente. Quando, ad esempio, vedendo un angelo, egli ne elimina ogni residuo terrestre, c’è il pericolo che non veda più nulla. Se elimina tutte le immagini fisiche con cui lo simboleggia, corre il rischio di non vedere più nulla. E ciò che lo preserva dal perdere totalmente la cosa, quando sale davvero nel mondo spirituale, è il seme che può germogliare dal pensiero. Sono i pensieri che dànno allora la sostanza per afferrare quel che esiste nel mondo spirituale. E noi acquistiamo veramente la facoltà di vivere nel mondo spirituale, quando afferriamo qui, sulla Terra, qualcosa che non è più compenetrato di elementi sensibili, e che pure esiste sul piano fisico. E sono unicamente i pensieri.. nel mondo spirituale non possiamo portare null’altro che i pensieri; ad esempio di un circolo disegnato non ci è lecito portar con noi il gesso, ma solo l’idea del circolo. Coi pensieri ci si può elevare nel mondo spirituale, ma dell’immagine non ci è permesso di portare nulla».

Qui è da ricordare un punto fondamentale del quinto capitolo della Filosofia della Libertà, La conoscenza del mondo, ove a p. 72 dell’edizione del 1966, ottimamente tradotta da Dante Vigevani, e ripubblicata, anche recentemente, dall’Editrice  Antroposofica di Milano, nella quale Rudolf Steiner introduce, per la prima volta nella storia della conoscenza umana, un nuovo, rivoluzionario, concetto di ‘realtà’, ossia quello della realtà non come antecedente, bensì come ‘risultato’ dell’atto conoscitivo, mediante il quale il soggetto conoscente, ossia l’Io, ‘con-crea’ il mondo:

«Con che diritto considerate voi il mondo come completo, senza il pensare? Non produce forse il mondo, colla stessa necessità, il pensare nella testa dell’uomo e i fiori sulla pianta? Piantate un seme nel terreno: getterà una radice e un fusto, svilupperà foglie e fiori. Ponete la pianta di fronte a voi stessi: essa si unisce nella vostra anima con un determinato concetto. Perché questo concetto apparterrebbe all’intera pianta meno delle foglie e dei fiori? Voi dite che le foglie e i fiori esistono anche senza un soggetto percipiente, mentre il concetto appare soltanto quando l’uomo si contrappone alla pianta. Verissimo. Ma anche le foglie e i fiori si formano nella pianta solo quando vi sia della terra in cui collocare il seme, e vi siano luce e aria in cui foglie e fiori possano svilupparsi. Proprio così si forma il concetto della pianta, quando una coscienza pensante si accosta alla pianta».

Questo concetto di ‘realtà’, come ‘produzione’ del soggetto conoscente, e come ‘risultato’ dell’‘atto’ che ‘realizza’ l’unione di percezione e concetto nella coscienza ad opera del pensare fu ciò che mi colpì – come una folgorazione – sin dalla prima volta che lessi la Filosofia della Libertà, e mi è stato per cinque decenni l’idea-forza orientatrice di tutta la pratica realizzativa, che mi sono sforzato di perseguire nella ‘Via del Pensiero’. Mi fu sùbito chiaro che quel che Rudolf Steiner afferma nella citazione riportata, vale sì per l’esperienza sensibile, ma anche – e soprattutto – per l’esperienza sovrasensibile. Ed è il non rendersi conto di questo punto cruciale della Scienza dello Spirito – punto che non affatto è una mera questione filosofica di ‘teoria della conoscenza’, ma il fondamento operativo di tutto il prometeico ‘idealismo  magico’ che sta alla base dell’Antroposofia – a portare coloro che si affidano alla veggenza atavica a smarrirsi nei labirinti dell’illusione, e ad affondare nelle paludi della medianica degradazione morale. Sempre a p. 72 della sua Filosofia della Libertà, Rudolf Steiner così prosegue:

«È del tutto arbitrario considerare come una totalità, come un intero, la somma di tutto ciò che di una cosa apprendiamo dalla semplice percezione, e di considerare quel che risulta dall’attività pensante come qualcosa di aggiunto, che non abbia nulla a che fare con la cosa stessa».

E, poco oltre, a p. 73, egli descrive addirittura quale sia l’autentico ‘atto conoscitivo’ nell’esperienza spirituale, umana o non umana: la si potrebbe definire addirittura un’autentica ‘teoria angelica della conoscenza’:

«Parimenti non è permesso di prendere la somma dei vari elementi percepiti per la cosa stessa. Potrebbe benissimo darsi che uno spirito fosse in grado di accogliere il concetto, contemporaneamente e unitamente alla percezione. Ad un simile spirito non potrebbe neppure venire in mente di considerare il concetto come non appartenente alla cosa. Dovrebbe attribuirgli un’esistenza collegata inseparabilmente con la cosa».

Ma proseguiamo a leggere, alle pp. 101-103, quel che Rudolf Steiner espone nella conferenza che costituisce la seconda parte del libretto Filosofia e Antroposofia. Egli descrive la differenza che vi è tra l’esperienza che ha il veggente atavico, visionario, non pensatore, e l’esperienza ‘ritardata nel tempo’ che, invece, ha dello spirituale sovrasensibile colui che percorra la ‘Via del Pensiero’:

«Ed ora posso descrivere ancora più precisamente il processo soggettivo esposto dianzi. Poniamo di nuovo che qualcuno veda un ostensorio. Poniamo che il semplice chiaroveggente lo veda in a, mentre il chiaroveggente pensatore lo veda soltanto in b.

a ———— b

Il pensatore diventa cosciente dell’immagine solo più tardi, quando giunge in b; ma per questo fatto riceve l’immagine al tempo stesso col pensiero, e può compenetrarla di pensieri. E nel momento in cui il chiaroveggente pensatore compenetra l’immagine di pensieri, per il chiaroveggente visionario essa diventa nera e indistinta, al punto b. Sicché il semplice chiaroveggente non è mai in grado di collegare il pensiero con le immagini, e non ha mai il senso di esser stato presente col proprio Io alla sua esperienza.

Sono fatti che portano a penetrare molto intimamente la cosa e sui quali è importante rifletter bene, poiché conducono a riconoscere quanto sia importante sviluppare il proprio pensiero e superare quell’inerzia che si rifiuta di acquistare il sapere, la conoscenza. È mille volte meglio aver da prima afferrato per la via del pensiero le rappresentazioni antroposofiche e soltanto in seguito, – prima o dopo, a seconda del proprio karma – divenir capaci di salire da sé nei mondi spirituali, che veder prima, senza compenetrarle col pensiero, le verità sovrasensibili che vengono comunicate. È mille volte meglio conoscere l’antroposofia e non possedere ancora alcuna chiaroveggenza, che vedere immagini e non aver la possibilità di compenetrare anche col pensiero le cose vedute, poiché la mancanza di una tale possibilità genera incertezza».

Naturalmente, è assolutamente necessario che i pensieri, ai quali ci si rivolge per illuminare le esperienze della ‘veggenza spirituale’, siano veri, e non falsi, ossia che corrispondano ad autentiche realtà oggettive, e non a irreali illusioni soggettive. Da qui, la grandissima responsabilità di comunicare conoscenze spirituali, risultati di esatte investigazioni, solo dopo averle vagliate, esaminate, e più volte verificate con quella scientifica metodicità dimostrata da Rudolf Steiner in tutta la sua opera scritta o orale, metodicità della quale, come abbiamo visto in parti precedenti del presente studio, egli parlava a Friedrich Rittelmeyer. Dopo aver dovuto constatare nel libro Resurrezione di Orao tutta una serie di errori gravissimi relativi ad elevate entità delle Gerarchie spirituali, nonché su oggettivi dati della cosmologia, ed aver persino dovuto constatare l’insincerità di una aperta impostura, la menzognera alterazione del pensiero e dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – ed abbiamo esaminate sin qui soltanto poche pagine, e pochi paragrafi, di Resurrezione – francamente, non è possibile riconoscere in tale testo quei caratteri di verità, di oggettività, di autenticità, di scientificità che son propri, invece, di tutta l’Opera di Rudolf Steiner. Abbiamo visto come Rudolf Steiner indichi la pericolosità dei risultati di una errata, deviata, chiaroveggenza visionaria. Pericolosità non solo per lo stesso veggente visionario, ma anche per l’azione distruttiva che tali contenuti esercitano sulle anime di coloro che, non facendo uso del loro sano raziocinio, del loro sano buon senso, li accolgono acriticamente con mistica fede sentimentale. I risultati di una errata e deviata veggenza visionaria agiscono, nel mondo astrale e in quello spirituale, oggettivamente come entità ostacolatrici anche nei confronti degli autentici ricercatori spirituali: entità che, come dice Rudolf Steiner, devono essere aspramente combattute, e vinte.  E, sempre nelle pagine di Filosofia e Antroposofia, vediamo che vengono indicati grandi limiti morali inerenti all’ostentazione di una cotale veggenza visionaria. Addirittura, alle pp.103-104, con parole insolitamente durissime, Rudolf Steiner stigmatizza i limiti morali di una tale veggenza visionaria:

«Si può esprimere la cosa ancora più esattamente, dicendo: al tempo nostro vi sono pensatori molto acuti che comprendono razionalmente la concezione antroposofica; e appunto questi hanno talvolta tanta difficoltà per arrivare alla chiaroveggenza. Perché? Coloro che non sono acuti pensatori riescono con relativa facilità a raggiungere una chiaroveggenza visionaria, e diventano allora facilmente arroganti verso i pensatori; mentre questi hanno difficoltà per divenir chiaroveggenti. Ecco lo scoglio dove si manifesta una certa superbia mascherata. Nulla suscita la superbia, quanto la chiaroveggenza non illuminata dal pensiero; e questa è così particolarmente pericolosa, perché generalmente la persona in questione ignora d’essere presuntuosa, anzi si crede molto umile. Non sa nemmeno giudicare quale immensa presunzione sia quella di disprezzare lo sforzo conoscitivo dell’uomo, e di dare il massimo valore a certe ispirazioni. In questa tendenza sta nascosto e mascherato un orgoglio mostruoso».

A questo punto, alle pp. 103-107, Rudolf Steiner dice qualcosa di estremo interesse per chi, con ardore e abnegazione, si dedica alla ‘Via del Pensiero’: ‘Via’, che non può essere – come ammonisce Laotsu – la via ordinaria, e che, indubbiamente, invece, è una ‘Via’ essenziale, scarnaaspra, dura, faticosa, ovvero, come la definisce il mio amico C., valoroso asceta daltra dottrina, e compagno d’armi di mille battaglie, una Via molto ‘achea’, ‘dorica’, ‘spartana’, ossia una ‘Via eroica’«attuabile forse da pochissimi», come ammonisce, nel Trattato del Pensiero Vivente, Massimo Scaligero:

«Ma la questione da risolvere ora è questa: «Perché appunto a certi pensatori riesce così difficile – come insegna l’esperienza – diventare chiaroveggenti?». Ciò sta in rapporto con un fatto importante. Il pensiero logico, la facoltà umana del giudizio, del discernimento, che appunto il pensatore sviluppa, produce una trasformazione ben determinata  di tutta le struttura del cervello. Lo strumento fisico viene trasformato dal pensare acuto. L’indagine fisica sa ben poco di ciò, ma un cervello che sia stato adoperato da un pensatore acquista una struttura diversa da quello appartenuto a un non pensatore. Il fatto di essere chiaroveggenti trasforma poco il cervello. Chi non pensa ha un cervello dalle circonvoluzioni molto complicate: il pensatore acuto invece ha un cervello particolarmente semplice, senza grandi complicazioni. Il pensare si esprime appunto nella semplificazione delle circonvoluzioni del cervello. Il pensiero acuto è quello che può abbracciare l’insieme; non quello che dirige la propria attività all’analisi. Da ciò la maggiore semplicità nelle circonvoluzioni cerebrali del pensatore. […] Avviene dunque, come ho detto, una trasformazione dello strumento del pensiero.; e questa trasformazione dello strumento del pensiero dev’essere prodotta dall’attività del pensiero. Nessuno nasce con tutte le facoltà che acquisterà più tardi; avrà le disposizioni, ma le facoltà deve prima svilupparle; sicché, dopo una vita di pensiero, il cervello sarà diventato diverso da quel ch’era prima.

 Il fatto è che il nostro corpo eterico, che dobbiamo liberare dal nostro cervello fisico perché possa prodursi la coscienza chiaroveggente viene di nuovo incatenato al cervello fisico. Questo lavoro del pensiero collega strettamente il corpo eterico al cervello.. se l’uomo, pel suo karma, non ha anche le forze per liberarlo di nuovo al momento giusto, può darsi che in quella incarnazione non gli sia possibile raggiungere gran che in fatto di chiaroveggenza; ciò dipende dal karma. Supponiamo che, per karma, egli sia stato un acuto pensatore in un’incarnazione precedente; in tal caso il suo pensiero non unirà ora tanto strettamente il suo corpo eterico al cervello, sì ch’egli riuscirà relativamente presto a liberare il corpo eterico e, poiché i pensieri sono i migliori semi per l’ascesa ai mondi superiori, sarà in grado d’investigare nel modo più sottile i segreti del mondo spirituale. Ma naturalmente dovrà prima riuscire a liberare di nuovo il corpo eterico dal cervello. Invece, se il corpo eterico nel cesellare, per così dire, il cervello fisico con le facoltà pensanti, vi si è talmente impigliato da rimanerne esaurito, allora può darsi che, per karma, quell’uomo debba aspettare molto tempo prima di poterlo nuovamente liberare. Quando però riuscirà a salire nei mondi spiirtuali, egli sarà passato davvero per il punto del pensiero logico e allora nulla andrà perduto per lui di quel che avrà conquistato, e nessuno glielo potrà togliere. Ciò è infinitamente importante ed essenziale; altrimenti la chiaroveggenza può sempre andar perduta.

Vi faccio osservare ancora una volta che voi tutti foste chiaroveggenti in tempi passati. E perché attualmente non possedete più la facoltà della chiaroveggenza? Perché allora non eravate collegati e uniti con l’esistenza terrestre, ma eravate «rapiti» nel mondo spirituale; e non avete portato giù quei mondi superiori fino alle vostre facoltà umane, perché la chiaroveggenza visionaria si fondava sull’estasi». 

La situazione drammatica dell’uomo in questa epoca è determinata dal fatto che, dalla fine del Kali Yuga, dell’Età Oscura, i corpi eterici degli esseri umani vanno lentamente, e progressivamente, allentandosi, sganciandosi, dallo stretto legame che per millenni hanno avuto con i rispettivi corpi fisici. Ma questo evento non è affatto, come taluni troppo affrettatamente cocludono e pensano, un fatto di per sé automaticamente  positivo, e salutare, perché se questo allentamento rispetto al fisico non è accompagnato da un adeguato livello di coscienza, della vitalità spirituale delle emergenti facoltà s’impadroniscono, e vampiricamente si nutrono, avverse deità ostacolatrici – luciferiche, arimaniche, asuriche – le quali concupiscono deviare la coscienza umana verso la medianità, verso una chiaroveggenza visionaria, verso uno spettrale mondo di illusioni. Gli strumenti da essi usati, per giungere alla corruzione delle forze dell’anima cosciente, sono, da un lato, lo sprofondamento sempre più coinvolgente nel consumante, interiormente erodente, apparire materiale, ossia in un ‘materialismo etico’, fatto di lavoro logorante, arrivismo economico e politico, ‘dis-trazione’ televisiva e telematica, falsa e ottenebrante ‘cultura’, evasione tramite droghe et similia, e dall’altro, l’occultismo e l’esoterismo alterati e deviati, la medianità, lo spiritismo, il channeling, la new-age, il misticismo sentimentale, la magia cerimoniale, la magia sessuale, l’adulterata e falsificata ‘alchìmia’, ossia un ‘materialismo magico’ spacciato per spiritualismo.  

Ma, come usavano dire gli Antichi, ‘corruptio optimi pessima’, ossia il massimo bene, profanato, degradato, sfigurato, deformato, diventa il peggiore dei mali. Quasi due millenni di storia del Cristianesimo confessionale lo dimostrano, una volta di più, ad abundantiam. E la massima tragedia spirituale del XX secolo è stata – a mio modo di vedere – il tradimento del dono che il Cielo e i Numi avevano fatto all’umanità con la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia recata dal Maestro dei Nuovi tempi: tradimento dapprima di alcuni pochi, che poi ha causato la latitanza, la diserzione, la dispersione, l’infiacchimento, l’accidia, la vanità, il traviamento di molti, e successivamente la banalizzazione, la culturalizzazione, la spettacolarizzazione, e addirittura in taluni casi la pagliaccesca caricatura di contenuti sacri. Proseguendo nella degradazione, si è avuta la sostituzione degli originari contenuti autentici con ‘altri’ di matrice confessionale, e infine la commistione, nonché l’infeudamento, dei contenuti autentici con quelli di vie palesemente antispirituali. Si è giunti persino, nell’àmbito della stessa dirigenza della Società Antroposofica Generale, da parte di personalità preminenti della medesima, all’aperta, calunniosa, critica della figura umana e morale di Rudolf Steiner, e di molti aspetti del suo insegnamento. Tutte cose ben documentate, e documentabili: perfettamente accessibili a chiunque voglia coraggiosamente conoscere, e non vegetare, dormendo, in turpe ozio. Ma la stessa strategia – peraltro in forma ancor più sottile, e indubbiamente più abile e perfidamente infida – è stata messa in atto anche nei confronti dell’Opera di Massimo Scaligero, che pur aveva dedicato la vita a rimettere al centro il filone aureo dell’insegnamento antroposofico e rosicruciano di Rudolf Steiner, e a rettificare le conseguenze dei tradimenti e delle inadeguatezze emerse nel movimento spirituale antroposofico. Anche nei suoi confronti sono state pronunciate e scritte – proprio da coloro che meno di tutti avrebbero dovuto farlo – parole di ingiusta, ingiustificata, calunniosa e falsa, critica sul suo insegnamento, sulla sua figura umana, sulla sua intelligenza, sulla sua ascesi, sulla sua moralità. E anche nei suoi confronti è stata tentata una surrettizia, non apertamente dichiarata ‘sostituzione di contenuti’, nell’àmbito del più volte ricordato – e famigerato – ‘trasbordo ideologico inavvertito’. Anche questo, sin troppo facilmente documentabile.

Il paragrafo che si trova a p. 90 nel libro Resurrezione di Orao, e che si è dimostrato essere una palese impostura, perché – come abbiamo visto e documentato –  non si trova affatto ne La conoscenza della costituzione umana come base della pedagogia, testo tradotto da Lina Schwarz, pubblicato a Roma, nel 1947, dalla Editrice Cultura Moderna, e ripubblicato in seconda edizione dalla Editrice Antroposofica di Milano, come traduzione della GA-293 tedesca, col titolo Arte dell’educazione. I° – Antropologia, né – a quel che a me risulti da una diligente e puntigliosa ricerca sui testi originali – in nessun’altra opera di Rudolf Steiner, non è affatto un quid di isolato, qualcosa di casuale, ‘incastonato’ senza riferimenti, o collegamenti, senza una ragione, in un discorso più ampio. Tutt’altro: è un discorso funzionale al proporre – e ciò viene fatto in maniera abbastanza esplicita – una ‘nuova via iniziatica’. Per comodità del lettore – repetita juvant – riproduco quel passo qui di séguito:

«Nell’opera La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, lo Steiner rivela che: «durante il congiungimento fisico l’uomo può sperimentare il contatto diretto con la prima Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini», ed ancora più avanti «il congiungimento fisico rappresenta nell’umano l’atto unico in cui non esiste più dualità per l’uomo, ma si attua eccezionalmente la completa unità fra la natura superiore e natura inferiore dell’uomo». Occorre quindi, ancora al presente, tenere in una certa considerazione tale esperienza per il significato che questa può mantenere al grado di evoluzione terrestre, ossia quale momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti e quale momento, per l’uomo e la donna, entro cui attuare l’atto resurrettivo della natura corporea da parte della natura superiore».

Ora, l’esperienza da «tenere in una certa considerazione», alla quale nel passo citato allude Orao, quella esperienza che dovrebbe costituire un «momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti», sarebbe – al dire di Orao – l’attuazione di una «via graalica», di una «via iniziatica della coppia», ed in effetti l’intero capitolo del libro Resurrezione, dal quale è tratta la citazione, e che si estende da p. 81 a p. 102, si intitola La ricerca del Graal, mentre il successivo capitolo, da p. 103 a p.130, porta il nome I gradi della Iniziazione graalica. Naturalmente, non metto affatto in dubbio che il percorrere la ‘Via del Graal’ sia esperienza suprema, e che lo sia per coloro che aspirano a realizzare l’Androgine Celeste, e quindi soprattutto per quella che una persona mia amica chiamò la ‘Coppia Superumana’, ma è necessario – assolutamente necessario – che la ‘Via del Graal’, ossia l’esperienza indicata con quel sacro nome sia quella autentica, e che, chi ne parla, tale autentica ‘Via’ l’abbia effettivamente percorsa, e concretamente realizzata.  Perché, come veniva detto dagli Antichi Sapienti: «Nemo dat quod non habet», ossia nessuno può dare quel che non ha realizzato, quel che non possiede, quel che non ha conquistato. Altrimenti si arriva a quella sacrilega ‘parodia’ dei Sacri Misteri, che Greci e Romani chiamavano, con severo disprezzo, ‘mistificazione’, e della quale in questi ultimi anni vediamo molteplici esempi. Ora, al di là dei contenuti esposti – sui quali vi sarebbe, vi è, e vi sarà, moltissimo da eccepire, e moltissimo da scrivere – vi sono alquante cose riguardanti la forma e il merito di una tale “esposizione” circa le quali non è possibile, né tampoco giusto e lecito, tacere. E non tacerò. Perciò, neque amore et sine odio, sine ira et studio, parlerò, esponendo, con la maggiore oggettività possibile, quanto risulterà ad un imparziale esame.

Tempo fa – per la precisione il 27 dicembre dell’ormai trascorso anno – mi è capitato di leggere sulla pagina di un gruppo chiuso, che su un social forum vuole occuparsi, o dice di occuparsi, di Scienza dello Spirito, l’affermazione stupefacente – per lo meno, per me, essa è oltremodo stupefacente – che Orao «ci piaccia o no, nel volume Resurrezione ha descritto, per la prima volta nella Storia a quanto mi risulta, la via iniziatica della Coppia, con le sue varie tappe…». Cosa che a me non risulta punto essere affermazione veritiera. Anzi, è dimostrabile che vero proprio il contrario. Certo, nel libro si parla molto, ed anche con forti accenti emotivi emotivi, del Graal e della Coppia graalica, ma la ‘via’ indicata, il ‘sentiero’ descritto non sono affatto quelli indicati dalla Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e non sono la ‘Via del Graal’ indicata da Massimo Scaligero. Sono qualcosa di molto, moltissimo, diverso.

Che io non mi sbagli affatto in questa mia conclusione, che il mio non sia un punto di vista mio personale, che il mio non sia per niente un giudizio ‘affrettato’‘soggettivo’ e – come mi potrebbe, polemicamente, essere imputato dalla parte avversa – ‘presuntuoso’, risulta proprio dalle affermazioni, che son state fatte più volte da taluni all’interno della Comunità Solare, secondo le quali la Via del Pensiero di Massimo Scaligero sarebbe «una via incompleta e superata», e che «in Massimo Scaligero manca il Cristo, manca il Graal», che la ‘Via’ di Massimo Scaligero sarebbe «antica, orientale, yoghica, buddhista, niente affatto cristiana», nonché che vi sarebbe stato «un Iniziato molto più grande di Massimo Scaligero, un Iniziato che aveva portato al mondo la ‘Via del Cristo’, e la ‘Via del Graal’». Circa quella che – a quel che udii – sarebbe la novella, iniziatica, ‘Via del Cristo’, mi venne data, già ventiquattro anni fa, una sommaria descrizione delle varie tappe di una contemplazione, in forma d’immagini, del Mistero del Golgotha, cosa che mi ricordava moltissimo la Via crucis della vecchia pratica cattolica, ossia quanto di più lontano si possa immaginare dal metodo, dai contenuti e dal clima stesso – rosicruciano e antroposofico – della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, e quanto di più lontano dalla Via del Pensiero rimessa al centro della medesima da Massimo Scaligero. In buona sostanza, si trattava di una forma di ‘misticismo’ a forte coloritura confessionale, e di un ‘occultismo cattolico’, come ve ne sono a giro nel mondo molteplici e svariati esempi. Invece, sulla questione della “rivelazione”, che questo Iniziato avrebbe portato per la prima volta al mondo – che, sempre a quel che mi veniva detto, sarebbe stato molto più grande di Massimo Scaligero – le persone, a quel tempo, si mostravano alquanto più reticenti: quasi temessero di tradire il Grande Arcano. Ma, ora, con la pubblicazione dei due volumi di Orao, Resurrezione e Madre (oltre ai quali non saprei dire se ne verranno pubblicati altri), quale sia la misteriosa ‘Via del Graal’ portata nel mondo per la prima volta da questo «Iniziato molto più grande di Massimo Scaligero», oramai è palese, e palese è altresì di quale natura essa sia.   

Naturalmente, l’affermazione che non Massimo Scaligero, bensì la personalità che si celerebbe dietro l’eteronimo di Orao, avrebbe portato concretamente nel mondo, «per la prima volta», la ‘Via del Graal’, la ‘Via della Coppia iniziatica’, e che solo Orao avrebbe portato nella Comunità Solare quell’«elemento christico del Logos», che – a quanto mi fu detto esplicitamente – mancherebbe gravemente in Massimo Scaligero, non è punto mia, ma ben di coloro la fecero, apertis verbis, in più occasioni, per cui non fa meraviglia che si sia poi deciso di pubblicare gli scritti di Orao, che sto esaminando.

Altrettanto naturalmente, non mi aspetto affatto che venga confermata, mettendola per iscritto, una tale paradossale, estrema, compromettente, affermazione circa l’incompletezza, e altresì circa il suo esser superata, della ‘Via del Pensiero Vivente’ di Massimo Scaligero, che – al dire di taluni che strumentalizzano frasi delle opere di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, staccate dal contesto – potrebbe diventare per il temerario ricercatore spirituale «una via del sublime egoismo».  Da una tale «opinione» non solo è lecito, ma addirittura savio e salutare dissentire fortemente. Vedremo perché.   

Pertanto, non mi stupii affatto allora, né tampoco me ne stupisco oggi, e anzi  proprio oggi ben me ne spiego il perché, allorché, pochi anni dopo, mi trovai a leggere nel numero 81-82 della rivista romana – quelle parole le ripropongo, volutamente, ogni tanto, per ricordarle agli ‘immemori’, che con ‘opportuni accomodamenti’ trovano modo di ‘obliare’, e far dimenticare altrui, una scomoda verità – che: «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», a correzione della quale viene proposta, e contrapposta, come ‘farmaco’ risanatore, una poco salutare, veterotestamentaria, «circoncisione eterica». Ma, in greco antico, la parola φάρμακον, phármakon, ha molteplici interessanti significati, tra i quali non solo quelli di «rimedio medicinale», «droga», «filtro», ma altresì quelli di «veleno», «sostanza tossica», mentre il termine φαρμακός, pharmakòs, aveva persino il significato di ‘espiatoria vittima sacrificale’, di ‘capro espiatorio’, ‘espiaculum culpae’, non solo in determinati rituali ellenici di sacrifici umani, ma anche in quelle che furono le veterotestamentarie ‘guerre teocratiche’, e nelle sanguinose, e plurisecolari, ‘crociate’ antiereticali della Chiesa cattolica. Il che è, francamente, molto inquietante, ed eziandio cosa che, per chi non avesse ardente vocazione al martirio, consiglierebbe estrema prudenza.

Anzitutto, è necessario rispondere alla, volutamente ‘dis-orientante’, affermazione essere la ‘Via del Pensiero’, indicata da Massimo Scaligero una «via incompleta e superata», e all’affermazione, altrettanto errata, e – a mio modo di vedere – anch’essa volutamente ‘dis-orientante’, che «l’esperienza del pensiero-puro libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», della quale ho avuto modo spesso di scrivere su questo temerario blog. La migliore risposta la dà proprio lo stesso Rudolf Steiner  in quelle pagine della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, che furono lette da Massimo Scaligero in quella fatidica primavera del 1940: pagine che determinarono una svolta radicale e definitiva in lui, il riconoscimento della grandezza spirituale di Rudolf Steiner, il suo collegamento con Giovanni Colazza, e la consacrazione totale della sua vita alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’autentica Anthroposophia. Ecco che cosa scrive in quelle memorabili pagine – 276-279 dell’edizione del 1969 – il Maestro dei Nuovi Tempi:

«Per chiarire questo punto bisogna riflettere che il pensare umano, quando si stimola interiormente con energia, arriva ad abbracciare un campo molto più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo soprasensibile. L’anima di solito non è cosciente di questo rapporto perché è abituata a educare il suo pensiero soltanto in relazione al mondo dei sensi, e perciò giudica incomprensibili le comunicazioni tratte dal mondo soprasensibile; ma queste sono comprensibili, non soltanto per il pensiero educato alla disciplina occulta, ma anche per ogni pensiero che sia cosciente di tutta la propria forza e desideroso di servirsene. Assimilando in tal modo gli insegnamenti dell’indagine occulta, ci si abitua ad un pensare che non attinge alle percezioni dei sensi; si impara a riconoscere che nell’intimità dell’anima un pensiero vien contessuto dall’altro, un pensiero si associa all’altro, anche quando il nesso non è determinato dalla forza dell’osservazione sensoria. L’essenziale è il fatto di accorgersi che il mondo del pensiero ha una vita interiore, e che mentre veramente si pensa ci si trova già nel campo di un vivente mondo soprasensibile. Ci si dice: «Vi è in me qualcosa che forma un organismo di pensiero, ma io sono tutt’uno con quel “qualcosa”». Abbandonandosi al pensiero libero dai sensi si diventa coscienti di un’essenza che fluisce nella nostra vita interiore, così come le proprietà delle cose sensibili fluiscono in noi attraverso i nostri organi fisici, quando osserviamo con i sensi. L’osservatore del mondo fisico dice: «Là fuori, nello spazio, vi è una rosa; essa non mi è estranea, perché mi si rivela per mezzo del suo colore e del suo profumo». Orbene, quando agisce nell’uomo il pensiero libero dai sensi, basta che egli sia abbastanza spregiudicato per poter dire ugualmente a se stesso: «Qualcosa di essenziale si rivela a me, ricollega in me un pensiero all’altro e costituisce in tal modo un organismo di pensiero». Vi è però una differenza nei sentimenti di fronte a ciò che l’osservatore del mondo sensibile esteriore ha nell’occhio, e ciò che di essenziale si annunzia nel pensare libero dai sensi. Il primo osservatore si sente esterno alla rosa, mentre chi si abbandona al pensare libero dai sensi ne sente l’essenza che gli si rivela come dentro si sé, si sente tutt’uno con essa. Chi più o meno coscientemente da valore di essenza soltanto a ciò che gli sta di fronte come oggetto esteriore, non potrà avere che una cosa di per sé esistente possa rivelarsi a lui anche per il fatto che egli si senta tutt’uno con essa. Per discernere la verità a questo riguardo, occorre poter avere la seguente esperienza interiore. Bisogna imparare a distinguere fra le associazioni di idee volontariamente create, e quelle sperimentate in noi quando la nostra volontà è messa a tacere. Nell’ultimo caso si può dire: «Io rimango completamente tranquillo in me stesso, non provoco nessuna concatenazione di idee, mi abbandono a ciò che “pensa in me”». Allora si può dire con ragione: «Agisce in me un alcunché di essenziale»; come pure si ha il diritto di dire: «Ricevo un’impressione dalla rosa, quando vedo un determinato rosso, o percepisco un determinato profumo». Non vi è nessuna contraddizione nel fatto di avere attinto il contenuto dei propri pensieri dagli insegnamenti dell’indagatore spirituale. I pensieri già esistono quando ci abbandoniamo ad essi; ma non si potrebbero pensare se non si creassero ogni volta a nuovo nell’anima. Si tratta appunto di questo: che l’indagatore dello spirito desti nei suoi uditori o lettori dei pensieri che questi devono attingere anzitutto in se stessi; chi invece descrive delle realtà sensibili indica qualcosa che può essere osservato dall’uditore o dal lettore nel mondo sensibile».   

Queste furono le parole decisive che, nella primavera del 1940, Massimo Scaligero lesse nella Scienza Occulta di Rudolf Steiner, e che lo spinsero ad un cambiamento radicale della propria ascesi e della propria visione del mondo. Parole che lo decisero alla scelta definitiva della rosicruciana Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. A questa ‘Via completa’, a questa ‘Via insuperata’, indicata dal Maestro dei Nuovi Tempi, ‘Via’ ch’egli aveva cercato appassionatamente per decenni, volle consacrarsi Massimo Scaligero con ogni sua forza. Questa è l’aurea ‘Via Regia’ – come me la definirono due Iniziati, che ora sono nei Campi Elisi, e che moltissimo ammiravano Massimo Scaligero – ‘Via’ ch’egli ci indicò sino alle ultime ore della sua vita: sino a quell’ultimo colloquio che, come l’ultimo venerdì di ogni mese, veniva seguìto dal Rito della meditazione: incontro che alcuni amici avemmo, esattamente quarant’anni fa, quella fatidica sera del 25 gennaio 1980. La ‘Via’ alla quale, in quell’indimenticabile estremo incontro, egli ci chiese esplicitamente – a me e a coloro che quella sera erano con me – di «rimanere sempre fedeli». Forsan et haec olim meminisse iuvabit: forse un giorno gioverà ricordare anche queste cose (VirgilioEneide, I, 203).

Massimo Scaligero, che molto aveva cercato spiritualmente, e sino ad allora inutilmente, una risposta nelle Vie orientali, e in quelle del mondo ‘tradizionalista’, descrisse l’apparente ‘casualità’ di quell’evento, così carico di destino, in Dallo Yoga alla Rosacroce, Teseo, Roma, 1972, pp. 65-67:

«Questa risposta mi doveva venire dalla direzione che meno supponevo. A un dato momento, ero entrato nella persuasione che solo attingendo a me stesso avrei avuto la risposta: perciò comincia a organizzare un metodo a mio uso e consumo: cominciai una descrizione delle esperienze, in modo da poter in qualche modo farle entrare nella veste del pensiero e giungere così minimamente a obiettivarle: pensavo che, di notazione in notazione quotidiana, avrei piano piano tracciato qualcosa  di riconoscibile, come mettendo insieme dei caratteri, per poter leggere ciò che essi volevano unitamente significare. Cominciai così, di pari passo con lo sperimentare interiore, a riempire pagine e pagine, quaderni di appunti, descrizioni e interpretazioni, cercando di percepire un filo unitario: mi avvidi ben presto che tale filo esisteva e talora riuscivo a intravvederlo, ma esigeva ulteriore paziente lavoro.

Così avvenne che un giorno avessi la risposta dalla direzione che meno mi aspettavo. Era un pomeriggio di primavera e stavo seduto su una comoda sedia per leggere qualcosa di semplice – giornale o rivista – prima di rimettermi al lavoro, quando, mancandomi un qualsiasi foglio o libro di leggera lettura, allungai una mano verso un reparto della mia libreria in cui raccoglievo i volumi di scarso interesse o di frivola lettura, e ne trassi La Scienza occulta di Rudolf Steiner. L’opera mi era stata donata dall’amico prof. Gislero Flesch, psicologo e criminologo, in un momento in cui egli si andava disfacendo, per un trasloco, dei libri non direttamente connessi con il suo ordine di studi.

Trassi dunque dalla libreria La Scienza occulta, proprio per leggere qualcosa di semplice come una favoletta o un racconto sensazionale, dato che non avevo altro sotto mano. Aprii a caso il libro verso la metà e il mio occhio andò su una frase che immediatamente mi colpì: mi parve dirmi qualcosa di molto familiare: lessi e rilessi il periodo, lo meditai alquanto, e l’impressione di trovarmi dinanzi a qualcosa di essenziale gradualmente si accrebbe in me. Lessi ciò che veniva prima di quel punto e quello che veniva dopo, e mano a mano avevo la certezza di trovarmi dinanzi a quello che mi attendevo da tempo. [..]

Ricordo che quel giorno, chiudendo il libro, ebbi per la prima volta l’idea che dietro la figura e l’opera di Rudolf Steiner si celasse la personalità del Maestro che molti affannosamente cercano in Oriente o nei recessi della Tradizione».

Siccome, ancora una volta, «le carte son piene», è necessario rimandare al proseguimento di questo studio, l’esame approfondito della seconda affermazione: quella riguardante l’avere solo Orao portato concretamente nel mondo, «per la prima volta», la ‘Via del Graal’, la ‘Via della Coppia iniziatica’. Un simile esame mostrerà tutta l’infondatezza di tale temeraria affermazione, e mostrerà soprattutto come quella descritta da Orao in Resurrezione non sia affatto quella ‘Via del Graal’, quella ‘Scienza del Graal’, che indicano Rudolf Steiner e Massimo Scaligero: perché non lo sia, e  perché non lo possa essere.

L’ARCHETIPO-FEBBRAIO 2020

Anno XXV n. 2

Febbraio 2020

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Presentazione-di-Gesu-al-Tempio

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. NONA PARTE.

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È assolutamente necessario, addirittura vitale, arrivare a vederci chiaro nella questione cosmologica e cosmogonica dell’essenza della Luna terrestre e dell’ottava sfera, in collegamento con entità spirituali come Lucifero e Jahve o Jehova. La questione è tutt’altro che peregrina, essendo collegata, tra le altre cose, al tipo di ‘Via’ spirituale che il discepolo dell’Iniziazione sceglierà è che, poi, sarà destinato a percorrere. Gli errori che si commettono in questo campo particolare hanno un prezzo altissimo e, anche se compiuti per ingenuità, e in buona fede, si pagano sempre ben cari: senza sconti.

Non vi è errore peggiore – e sotto certi aspetti errore più stupido – che l’affidarsi alle rivelazioni di una decadente ‘chiaroveggenza atavica’, nostra o altrui. Anzi, la scelta più scioccamente ingenua è proprio quella di rinunciare a servirsi del proprio raziocino, ed affidarsi, con infervorata sentimentalità, alle ‘rivelazioni’ dell’altrui atavica ‘veggenza’. Come abbiamo avuto modo di vedere, Rudolf Steiner a tale proposito parla molto chiaro circa i pericoli spirituali cui ci si espone affidandosi alle esperienze ‘immaginative’ di tale atavica ‘veggenza’, e rinunciando ad ogni autonomo esame critico, e al buon senso. La ‘Via del Pensiero Vivente’ è certamente un ‘trascendere’, un ‘andare oltre’ il livello dell’intelletto razionale – che è dire andare ‘oltre’ i limiti dell’anima razionale-affettiva – ma altrettanto certamente non un regredire a forme di coscienza emotive e istintive, prerazionali e subrazionali, proprie di una ancora molto primitiva anima senziente. Se un cotale regresso fosse la cosa giusta per l’evoluzione dell’uomo, a cosa mai sarebbero serviti oltre 2500 anni di Scienza e di Filosofia, da Pitagora, Socrate, Platone, Aristotele, e gli altri grandi della Grecia, e poi Leonardo, Copernico, Keplero, Bruno, Galileo, Newton, e giù giù sino a Goethe, e allo stesso Rudolf Steiner?! È ben vero che razionalità e dialettica devono essere superate, ma è pur certo che può essere superato unicamente ciò che è stato conosciuto, conquistato, posseduto e dominato. Ossia: autenticamente ‘realizzato’.

Questo, in fondo, fu il senso della mia risposta a chi nel maggio del 1996 mi andava affermando che la ‘Via del Pensiero’ di Massimo Scaligero era, a suo dire, una «Via incompleta e superata». Una simile affermazione può scaturire unicamente dalla più grande incomprensione possibile di quanto indicato da Massimo Scaligero, e dal fatto che, con ogni evidenza, chi esprime un tale giudizio di completo dis-valore nei confronti di tale ‘Via’, non ha sicuramente mai sperimentato l’essere originario del pensare. Lo stesso dicasi della medesima personalità, la quale nel n° 81-82 della rivista romana da lui diretta, scrisse che «il pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, quindi egoistica». Una tale apodittica affermazione può scaturire unicamente dalla più grande incomprensione possibile di quanto Rudolf Steiner scrive, non solo nelle sue opere ‘filosofiche’, ma anche – e questo è ben significativo – in una parte importante del quinto capitolo della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato La conoscenza dei mondi superiori (Dell’Iniziazione), ove, alle pp. 276-279 dell’edizione del 1969, ove egli parla a lungo, e in maniera alquanto diversa dal suddetto svalutatore di essa, proprio dell’esperienza del ‘pensiero libero dai sensi’, ed è noto che fu proprio l’aver letto in quelle pagine la descrizione di tale esperienza, coincidente con la propria, ciò che convinse Massimo Scaligero, che da quella lettura rimase folgorato, a scegliere, nonché a consacrarsi con tutte le sue forze, e per tutta la vita, alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’Antroposofia. Evidentemente, una tale esperienza descritta da Rudolf Steiner è ignota a chi in maniera così improvvida la svaluta e la nega.

Non stupisce, quindi, che sia proprio costui ad editare e pubblicare – su questo particolare avrò da ritornare alla fine del presente studio – questi scritti di Orao. Evidentemente proponendoli abbastanza esplicitamente, sia pure non apertis verbis, come quella ‘via’ che, nel 1996, sempre a suo dire, «era più completa, superiore, e superatrice rispetto a quella ‘Via del Pensiero Vivente’, indicata da Massimo Scaligero». Ma, come ho detto, su questo punto ‘specialissimo’ avrò in séguito da ritornare.

Ora, invece, è il momento di riprendere ad esaminare la connessione profonda che vi è tra l’errore dell’identificazione della Luna terrestre con la famigerata ‘ottava sfera’ e l’errata identificazione di un’entità spirituale ostacolatrice, anche se non solo tale, come Lucifero con Jahve-Jehova. La situazione si presenta in maniera specularmente del tutto analoga a quella venuta in esistenza nella lotta tra le confraternite occulte americane e britanniche da una parte, e quelle indiane dall’altra, con Helena Petrovna Blavatsky che, cercando di districarsi, appartenne per un tempo alle prime, e poi si schierò, o meglio fu spinta, e finì, nelle mani delle seconde. Ambedue le parti appartenevano a quella che in occultismo si definisce essere ‘la via dei fratelli della sinistra’, ossia la via di individualità e gruppi che – in maniera veramente “sinistra” – perseguono, con metodi a dir poco molto ‘spregiudicati’, finalità non disinteressate di potenza particolare, e non le finalità che il Mondo Spirituale pone all’uomo nella sua non unilaterale universalità, ossia le finalità che lo Spirito pone all’Uomo, e all’Umanità. Infatti, sempre nel più volte citato ciclo I movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura, GA-254, nella quinta conferenza, Rudolf Steiner entra molto nei particolari, ed afferma l’esatto contrario di quanto scrive Orao in Resurrezione. Così leggiamo alle pp. 86-89:

«Vediamo come in realtà dall’inizio dell’evoluzione terrestre l’intenzione di Lucifero e Arimane fosse quella di far sparire nell’ottava sfera l’intera evoluzione terrestre. Per contrastarli gli esseri appartenenti agli Spiriti della Forma dovettero creare un contrappeso. Quello da loro creato consiste nell’aver inserito per così dire nello spazio dell’ottava sfera qualcosa che vi si oppone.

Se vogliamo disegnarlo in modo esatto, dovremmo rappresentare la cosa in maniera che, se in un punto abbiamo la Terra, dobbiamo disegnare intorno l’ottava sfera come facente parte della Terra fisica. In fondo siamo ovunque circondati dalle immaginazioni nelle quali di continuo deve venir portato l’elemento minerale, materiale. Appunto per questo, ad opera di Jahve o Jehova , si ebbe il sacrificio, l’esplulsione delle forze lunari da cui risultò una sostanza molto più densa della solita sostanza fisica, mineralizzata e che Jahve stabilì nella Luna come azione contrastante. Si trattava di una sostanza molto solida, ed è ciò che Sinnett descrisse in modo particolare; una sostanza molto più fisica, più minerale di quella ovunque presente sulla Terra, affinché Lucifero e Arimane non la potessero disciogliere nel loro mondo immaginativo.

La Luna dunque ruota nello spazio come una materia solida, vitrea, dura soda, compatta, infrantumabile. Persino nelle descrizioni fisiche della Luna, se lette con sufficiente attenzione, si può trovare una certa corrispondenza con quanto è stato detto. Tutto quel che era disponibile sulla Terra venne tolto da lì e inserito nella Luna affinché vi fosse in misura sufficiente materia fisica che non potesse essere assorbita. Osservando la Luna  scopriamo che nell’universo si trova un materiale fisico molto più compatto di quanto si trovi in un qualunque punto della Terra. Dobbiamo dunque considerare Jahve l’entità che, già nell’ambito fisico, fece in modo che non tutto l’elemento materiale venisse assorbito da Lucifero e Arimane. A tempo opportuno il medesimo spirito provvederà a far sì che la Luna rientri nella Terra, quando questa sarà diventata abbastanza forte da accoglierla di nuovo, quando il pericolo si sarà allontanato grazie a un’adeguata evoluzione.

Questo nell’ambito minerale fisico esterno. Anche per quanto riguarda l’uomo si dovette creare un contrappeso alle intenzioni esistenti riguardo il capo umano. Proprio come all’esterno dovette venire condensata materia, affinché Lucifero e Arimane non potessero discioglierla con la loro alchimia, così pure nell’uomo andava contrapposto qualcosa all’organo che più subisce i loro attacchi. Jehova dovette dunque provvedere, come per l’ambito minerale, perché non tutto diventasse preda degli attacchi di Lucifero e Arimane.

Era necessario che nell’essere umano non potesse diventare preda di Lucifero e Arimane tutto quanto proviene dal capo. Si dovette fare in modo che non tutto si fondasse sul lavoro  del capo e sulle percezioni sensorie esterne, poiché lì Lucifero e Arimane avrebbero avuto partita vinta. Andava creato un contrappeso nell’ambito della vita terrena: in noi doveva esserci qualcosa del tutto indipendente dal capo; fu raggiunto grazie al lavoro degli Spiriti della Forma regolari: fu impresso nel principio terreno dell’ereditarietà il principio dell’amore; ossia nel genere umano vive ora qualcosa che è indipendente dal capo, che passa di generazione in generazione e che nella natura fisica umana ha il suo livello più basso.

Tutto quanto è connesso con la riproduzione e con l’ereditarietà; tutto quanto è indipendente dall’uomo, tanto che egli non vi possa intervenire con il suo pensare; tutto quel che la Luna è nel firmamento, nell’essere umano è il principio dell’amore che compenetra la riproduzione e l’ereditarietà. Da ciò nasce la lotta furibonda di Lucifero e di Arimane che attraversa la storia nei confronti di tutto quanto proviene da tale ambito. Lucifero e Arimane ci vogliono sempre imporre il dominio esclusivo del capo e dirigono i loro attacchi per la via indiretta del capo contro tutto ciò che esteriormente è solo parentela naturale. Tutto quanto sulla Terra è sostanza ereditaria non può infatti venire preso da Lucifero e Arimane. Ciò che la Luna è in cielo, sulla Terra fra gli uomini è l’ereditarietà. Tutto quel che si fonda sulla trasmissione ereditaria, tutto quel che l’uomo non penetra con il pensiero, quel che è connesso con la natura fisica, è principio jahvetico. Tale principio è attivo al massimo la dove opera la natura per così dire «naturale»; lì Jahve ha riversato al massimo il suo amore naturale, per creare un contrappeso alla mancanza d’amore, alla tendenza luciferica e arimanica verso la saggezza.

Si dovrebbero ora penetrare a fondo certi argomenti dibattuti di recente, partendo da altre prospettive, per mostrare come nella Luna e nell’ereditarietà umana siano state create dagli Spiriti della Forma barriere contro Lucifero e Arimane. Riflettendo più a fondo su tali cose, si troverà in questi accenni qualcosa di molto importante.  

Per comprendere almeno in parte tutto questo, si deve partire da una prospettiva ancora un poco diversa. Se si considera l’evoluzione umana secondo la mia Scienza Occulta, nel suo procedere attraverso Saturno, Sole e Luna, si vedrà che su Saturno, sul Sole e sulla Luna non si può parlare di libertà. L’essere umano è inviluppato in tessuto di necessità: tutto è necessario. Nell’uomo venne inserita la natura minerale: doveva diventare un essere compenetrato dall’elemento minerale per poter maturare verso la libertà. Di conseguenza poteva essere educato alla libertà solo nel mondo sensibile, terreno».   

Dopo aver “rotto le dighe” che separavano l’umano da una sorta di “trascendenza verso il basso”, aprendo il varco all’emergere dalla sfera subsensibile delle peggiori forze antispirituali e antiumane, gli Ostacolatori si servirono di un mezzo più raffinato – e più pericolosamente corruttore – per trascinare nel materialismo il pensare umano. Anche su questo punto, non facile per molti da scoprire e intelligere, Rudolf Steiner getta una vivida luce, che mostra quanto poco accorti siano gli umani: molti spiritualisti compresi. Così leggiamo alle pp. 92-93:

«Considerando il puro materialismo terrestre, l’uomo con il proprio pensiero è ben in grado di scoprire che non esistono gli atomi.. se dunque si rimane semplicemente sul piano di tale materialismo, [per i fini delle deità ostacolatrici] non si andrà molto lontano. Rendendolo invece occulto, si potrà certo corrompere il pensare umano. A tal fine la possibilità migliore era far passare come ottava sfera la Luna che venne creata come contrapposta all’ottava sfera. Se la gente ritiene infatti che la materia creata come contrappeso all’ottava sfera sia l’ottava sfera stessa, si va oltre ogni immaginabile materialismo terrestre. E questo avvenne con le affermazioni di Sinnett. Il materialismo viene così portato nel campo dell’occulto, e l’occultismo diventa materialismo. Ma presto o tardi la gente lo avrebbe scoperto. La Blavatsky, che vedeva a fondo nel divenire terreno, intuì qualcosa al riguardo, dopo aver scoperto gli intrighi di quella strana indivividualità di cui ho già parlato. Si accorse che non si poteva continuare così, si doveva fare altrimenti. Sotto l’influsso degli occultisti indiani di sinistra disse: si deve fare altrimenti, ma in un modo o nell’altro si deve creare qualcosa cui non sia tanto facile pervenire.

Per creare dal canto suo qualcosa che andasse oltre le affermazioni di Sinnet, aderì alle proposte degli occultisti che la ispiravano. Appartenendo alla sinistra, questi non miravano ad altro che ai loro interessi particolari. Miravano cioè a fondare sulla Terra un sistema di sapienza dal quale Cristo fosse escluso e ne fosse escluso anche Jahve. Nella teoria bisognava dunque celare qualcosa che a poco a poco avrebbe eliminato il Cristo e Jahve.

Decisero quindi: si guardi un po’ Lucifero (di Arimane non si parlava; lo si conosceva così poco che si usava lo stesso nome per entrambi). Egli è in effetti il grande benefattore dell’umanità, e porta agli uomini tutto quello che possiedono grazie alla testa, al capo: scienza, arte, in breve ogni progresso. Egli è il vero spirito di luce, a lui ci dobbiamo appoggiare. Che cosa fece Jahve in realtà? Da lui discese sugli uomini l’ereditarietà fisica. È un dio dio lunare, e introduce l’elemento lunare. Da ciò l’affermazione della Dottrina segreta: non ci si deve attenere a Jahve, poiché egli è soltanto il signore dell’elemento sensibile e di tutto il basso elemento terrestre; Lucifero è il vero benefattore dell’umanità. Tutta la Dottrina segreta è redatta in modo che questo vi traspaia e vi sia chiaramente enunciato. Perciò anche la Blavatsky dovette venir disposta, per motivi occulti, a nutrire odio per Cristo-Jahve. In ambito occulto infatti una tale posizione riveste lo stesso significato che ha nell’opera di Sinnett l’affermazione che la Luna è l’ottava sfera».

Un ultima citazione, tratta dalla sesta conferenza del medesimo ciclo, sintetizza bene quel che Rudolf Steiner vuol comunicare circa la falsificazione che nell’Ottocento venne operata attraverso personalità manovrate come Sinnett e la Blavatsky, della Società Teosofica, da parte di “sinistri” occultisti, che pescavano nel torbido per i loro non dichiarati fini. Ecco quanto possiamo leggere alle pp. 115-116:

«Quante volte nel nostro movimento si è detto che il nostro insegnamento non deve essere semplice teoria, ma vita reale! Facendone una semplice teoria lo si uccide; lo si consegna ad Arimane, il dio della morte. È il modo migliore per consegnargli quel che viene insegnato per rimuoverlo regolarmente dal mondo. Inoltre è un metodo molto simile, come si vede, a quello adottato dalle individualità che, diciamo, stavano dietro a Sinnett. Gli diedero una direzione precisa, che non era giusta, per guidarlo verso un certo orientamento falso: denigrare proprio ciò che è giusto. La Luna, che in quanto Luna fisica è un modo di paralizzare l’ottava sfera, viene dichiarata ottava sfera. Così l’ottava sfera viene appunto nascosta, eliminata. Più tardi ciò fu corretto da H.P. Blavatsky, dicendo che Jahve creò soltanto la sfera inferiore dell’esistenza, la sfera sensoria umana (mentre con la Luna egli creò un rimedio rispetto all’ottava sfera). Il metodo consiste dunque nel diffondere la nebbia del vilipendio su qualcosa, ponendolo così in una falsa luce».   

Se ben si osserva, in forma diversa – ma neanche poi tanto – è proprio quel che è accaduto nel caso delle “rivelazioni” che Orao comunica in Resurrezione: viene vilipesa un’elevatissima entità spirituale, un’entità della gerarchia degli Elohim, l’Eloha, o Eloah, Jahve, identificato in maniera errata, e oggettivamente menzognera, con una entità ostacolatrice come Lucifero. Viene falsata la corretta concezione della Luna – sulla quale Jahve, compiendo un plurimillenario sacrifico ha preso dimora – la cui funzione è proprio quella di paralizzare gli effetti negativi dell’azione di Lucifero e Arimane, i quali vorrebbero trascinare l’intera umanità, e l’evoluzione della Terra, nella spettrale ‘ottava sfera’, da essi dominata.  

Ma una volta che, con tutta chiarezza, sono stati individuati quali siano gli errori – che sul piano occulto oggettivamente, risultano essere vere e proprie menzogne – errori che son presenti sin dalle prime pagine del libro Resurrezione di Orao, è necessario ricercare, e rendersene bene conto, del come e del perché possano sorgere in un’anima simili errori. Ciò è tanto più necessario in quanto tutta l’impostazione della Via dell’Iniziazione ne dipende. E si tratta di qualcosa che è bene conoscere – e conoscere appunto beneprima di intraprendere a percorrere l’aspro Sentiero della Conoscenza, perché dopo si rischia che le molte illusioni, e le risultanti deformazioni dell’anima, rendano impossibile l’abbandonare il falso sentiero. E non vi è nient’altro che possa generare illusioni senza numero quanto un’atavica, inferiore, ‘chiaroveggenza’. Questa un tempo –salvo alcune eccezioni volute dal Cielo e dai Numi per particolari ragioni, e che vedremo più in là – aveva avuta la sua funzione, e la sua ragion d’essere: ce l’aveva soprattutto in un tipo umano sempre meno affondato nella materialità corporea quanto più indietro si risale nel tempo. Ma oggi essa ha, per l’uomo compiutamente moderno, un carattere recessivo, e decisamente regressivo: è qualcosa che è saggio eliminare dalla propria anima, per la salute e la salvezza della medesima.

Rudolf Steiner esclude categoricamente che le comunicazioni della Scienza dello Spirito – frutto delle investigazioni dell’Iniziato chiaroveggente: investigazioni talvolta lunghe, difficili, e necessitanti di severi controlli – debbano essere accettate, e credute per fede. Anzi, egli vede un grande pericolo proprio nell’affermazione che quanto viene da lui comunicato debba essere accolto per fede, senza un controllo razionale, rinunciando al proprio sano raziocino. Infatti nella quinta conferenza del sopra più volte citato ciclo, alle pp. 96-97, Rudolf Steiner così si esprime:

«In tutti questi anni in cui ci siamo occupati di scienza dello spirito ho cercato di esporre le cose in modo che sia evidente a chi vi aderisce come le si possano comprendere pur senza essere ancora pervenuti alla chiaro veggenza. Ho cercato di non pubblicare nulla che non possa rientrare in tale ambito. Quindi solo chi favorisce che l’uomo passi nell’ottava sfera può avere qualcosa contro il movimento scientifico-spirituale. […] dobbiamo perciò osservare le cose che ci vengono presentate e non dire che fra di noi esse vengono accolte per fede nell’autorità. Non dovrebbe mai comparire la frase che le verità vengono accolte soltanto perché le dico io! Peccheremmo contro la verità, se dicessimo qualcosa di simile. È possibile che qualcosa si fondi sulla fiducia; ma non se ne può fare un principio, dovrebbe essere un motivo che ciascuno tiene per sé, mentre un altro potrebbe procedere meglio verificando invece di accettare per fiducia.

Proprio attraverso la verifica si vedrà come stanno le cose. Ogni qualvolta è apparsa fra noi la parola fiducia, ci si è trovati in pericolo: era un segno che eravamo entrati in un periodo in cui qualche pericolo ci minacciava. Il modo di comportarsi finora assunto deve avere fine, perché la scienza dello spirito non si fonda sull’autorità, ma sulla conoscenza. Il tempo in cui non dava problemi presentare la scienza dello spirito è passato».

La fede nell’autorità nel campo delle questioni spirituali, è il frutto del nefasto dominio bimillenario della teologia cattolica, la quale ha imposto – anche con estrema violenza – l’obbligo di credere quel che il supremo Oracolo – come veniva chiamata l’autorità del papa nel Settecento – imponeva doversi credere. Questa rinuncia all’esperienza diretta dello Spirituale, accompagnata dalla rinuncia all’uso del proprio personale raziocinio, e del sano buon senso, apre la strada alle peggiori infatuazioni, alle più crasse superstizioni, a tutte quelle “cabale” e macchinazioni, che il mio ottimo amico C., coraggioso asceta d’altra dottrina, definisce «essere le dinamiche tipiche del mondo settario», nonché «tratto caratteristico della mediocrità delle petites chapelles, delle parrocchiette». E infatti, Rudolf Steiner, quasi alla fine della stessa conferenza avverte, e al contempo ammonisce, a p. 98, che «L’odio è molto più diffuso di quanto si pensi; bisogna tenerne conto. La verità viene dunque sempre odiata, e quando vuole affermarsi sono già in atto artifici per far sì che si trasformi, si trasmuti in modo da servire alle potenze oppositrici. In alcuni tentativi, apparsi in mezzo a noi, dobbiamo appunto vedere lo sforzo per far sì che la verità che compare presso di noi venga capovolta, usata in altro modo». Appunto, quel che più volte su questo temerario blog, è stato chiamato ‘trasbordo ideologico inavvertito’.  

Se torniamo  all’aureo volumetto Filosofia e Antroposofia, tradotto da Lina Schwarz, grande amica di Marie Steiner, ed edito per la prima volta da “La Prora”, Milano, 1938, troviamo nella seconda parte di esso la trascrizione di una conferenza di Rudolf Steiner, da lui tenuta a Stoccarda il 13 dicembre 1909, conferenza che a me pare di grande momento, in quanto chiarisce a fondo proprio la questione della ‘chiaroveggenza’, atavica o meno, in rapporto all’autentica esperienza spirituale, e soprattutto sottolinea l’importanza di una salda formazione di pensiero. Anche nella suddetta conferenza, Rudolf Steiner nega decisamente che per accogliere i contenuti della Scienza dello Spirito, della concezione spirituale portata nel mondo dall’Antroposofia, siano necessari “atti di fede” di qualsivoglia tipo. Infatti, alle pp. 82-85, rispondendo alla domanda ch’egli si pone: «Che cosa ci comunica veramente l’antroposofia?», afferma:

«Ci comunica fatti, verità derivanti dalla sfera dei mondi spirituali soprasensibili; fatti che la coscienza chiaroveggente è in grado d’indagare in quei mondi spirituali.

È vero che chi riceve tali comunicazioni, senza essere egli stesso chiaroveggente, non può, a tutta prima, persuadersi dei fatti come tali per propria visione immediata; è vero che accoglie semplicemente le comunicazioni ma non può constatarle con la sua visione chiaroveggente; sarebbe però totalmente errato credere che l’uomo non chiaroveggente non possa esaminare e riconoscere le cognizioni oggi comunicate dall’antroposofia, e sarebbe falso affermare che le comunicazioni derivanti dalla coscienza chiaroveggente siano perciò da accogliersi unicamente per fede, sull’autorità di chi le espone. Se così fosse, se si dovessero semplicemente accettare per fede, queste comunicazioni sarebbero oltremodo imperfette, manchevoli. Fatti che si comunicano nel modo giusto richiedono certamente la chiaroveggenza per poter essere scoperti; ma, trovati e narrati che siano, anche da una sola persona, la semplice ragione umana scevra di preconcetti può comprenderli e vederne la verità con mezzi accessibili al piano fisico. Chiunque ascolti quei fatti può, prendendosi il tempo necessario, esaminarli con le facoltà del piano fisico, senza crederli per fede cieca; se sono verità storiche, potrà investigare tutti i documenti, tutte le scritture esistenti, e vi troverà confermati i dati ottenuti con la chiaroveggenza; quanto più le sue ricerche saranno esatte e accurate, tanto meglio troverà la conferma desiderata. Se invece sono verità della vita vissuta, come, ad esempio, la reincarnazione e il karma, e la descrizione della vita fra la morte e una nuova nascita, basterà osservare spregiudicatamente quel che la vita stessa offre, e quanto meglio lo si osserverà, tanto più si troverà confermato quel che ne dice il chiaroveggente. Ci sono insomma tutte le possibilità di constatare nel mondo fisico esteriore quel che si scopre nei mondi soprasensibili; e la ricerca di questa constatazione dev’essere per noi una necessità imprescindibile. Non dobbiamo affatto ripetere la frase: «Queste cose vanno credute per fede». No; quel che forse, da principio, solo pochi sono in grado d’investigare, dobbiamo provarlo al contatto con la vita; non dobbiamo affatto accettarlo per fede cieca, ma esaminarlo senza pregiudizi.

Naturalmente. In un certo senso, un tale esame è faticoso. Richiede uno sforzo di pensiero, e uno strenuo lavoro per trovare nel mondo fisico la conferma di quanto l’indagine soprasensibile comunica. E qui tocchiamo un punto importantissimo della nostra questione. «È necessario o almeno è bene che l’uomo attuale, oltre a nutrire l’aspirazione giustificatissima di penetrare da sé nei mondi spirituali, eserciti a fondo ed energicamente il proprio pensiero del piano fisico?». In altre parole: «Fa bene lo studioso di antroposofia a vincere l’inerzia di pensiero che abbondantemente porta con sé dal mondo extra-antroposofico, e ad elaborare seriamente il suo pensiero, a impadronirsi e a servirsi dei soli mezzi coi quali si può conoscere l’uomo, partendo dal mondo fisico?». (È persino difficile far capire con chiarezza e precisione alla coscienza attuale che cosa s’intenda con ciò!)».

In effetti – si potrebbe facilmente osservare – che anche per scoprire nuove leggi matematiche occorre avere un intuito matematico, che ben pochi posseggono. Ma una volta che una legge matematica è stata scoperta, ed adeguatamente esposta, non deve certo venir accolta per mistica fede: con un energico lavoro di pensiero, chiunque può verificare l’intero campo della matematica, che magari sarebbe impotente a scoprire con le sue sole proprie forze. Per scoprire il calcolo integro-differenziale, ci sono voluti un barone Gottfried Wilhelm von Leibniz in Germania e un sir Isaac Newton in Inghilterra; per definire il calcolo ottico parassiale, come caso particolare dell’ottica classica, e determinare gli elementi cardinali di un tale sistema ottico, è stato necessario, sempre in Germania, un Carl Gauss; per scoprire sperimentalmente e dimostrare teoricamente, con semplicità classica, il più perfetto metodo di controllo dei sistemi ottici mediante le frange di interferenza, è stato necessario in Italia un Vasco Ronchi;  ma di comprenderli a fondo, ed applicarli adeguatamente, è capace qualsiasi adolescente che in un buon liceo si appassioni alla materia, e studi con energia. Ma, sovente, gli umani temono e avversano la nobile fatica del pensare, come il caso che Rudolf Steiner, alle pp. 86-87, cita di uno che si era avvicinato all’Antroposofia, ma che rifuggiva, per turpe accidia, dallo sforzo di pensare, e che così commenta:

«Ecco un bell’esempio dell’inerzia di pensiero con la quale molti si accostano all’antroposofia. Non appena si sono acquistati una credenza, sono paghi, e schivano la fatica di elaborarsela passo passo in quelle rappresentazioni tutt’altro che comode da acquistare. Ma così facendo, non si può mai arrivare ad altro che a una fede cieca, mentre non si tratta più di fede cieca quando si disciplini realmente il proprio pensiero, e non si cerchi con avidità solo di acquistare le facoltà che conducono a un grado elementare di chiaroveggenza».

Rudolf Steiner con fervore indicò l’assoluta necessità di un tale energico lavoro di pensiero. Egli affermava che per quanto in vite passate uno possa essersi appropriato – per via di spontanea veggenza atavica o attraverso l’applicazione dei metodi dell’occultismo antico – di grandiose percezioni, non per questo nelle vita successiva esse verrebbero ricordate, a meno che non fossero state trasformate in pensieri. Mentre, oggi, ciò che, con le forze dell’anima cosciente, viene conquistato con il pensiero puro – quel pensiero puro-libero dai sensi, che abbiam visto essere svalutato nella citata rivista romana – è tale che connaturandosi con l’Io, diverrà parte della non più smarribile ‘memoria spirituale’ di tutte le future vite terrene. Su questo punto, Rudolf Steiner è del tutto esplicito. Inoltre, se continuiamo l’elaborazione meditativamente pensante di Filosofia e Antroposofia, alle pp. 91-95, espresso con parole che mostrano come, da questo punto di vista, la condizione umana sia – come da sempre afferma tutta la tradizione orientale – ‘suprema’ anche rispetto agli Dèi, troviamo:

«Perché gli Dei hanno creato gli uomini? Perché solo negli uomini potevano sviluppare certe facoltà che altrimenti non sarebbero mai venute ad esistenza. La facoltà di pensare, di rappresentarsi qualcosa in pensieri che siano legati al discernimento, questa facoltà può svilupparsi soltanto sulla nostra Terra; non esisteva prima; poteva sorgere solo pel fatto che fossero stati creati gli uomini. Se vogliamo usare un paragone, supponiamo di avere un chicco di frumento; possiamo guardarlo, ma, per quanto lo guardiamo, non ne nascerà una spiga; dobbiamo seminarlo nella terra e lasciarlo crescere, cioè lasciare che le forze della crescenza agiscano su di esso. Ciò che gli Dei avevano prima della formazione dell’uomo, può essere paragonato al chicco di frumento; perché potesse germogliare in forma di pensieri, doveva prima esser coltivato sul pian fisico per mezzo di uomini. Non c’è altra possibilità di coltivare pensieri dall’alto dei mondi spirituali, se non quella di farli germogliare in incarnazioni umane. Sicché ciò che gli uomini pensano quaggiù sul piano fisico è qualcosa di unico nel suo genere, che deve aggiungersi a quel che è possibile nei mondi superiori. L’uomo era effettivamente necessario; altrimenti gli Dei non lo avrebbero creato. Gli dei hanno fatto sorgere l’uomo per ottenere attraverso lui, anche sotto la forma del pensiero, quel che essi già possedevano. Quanto scende dai mondi spirituali, non potrebbe mai ricevere la forma del pensiero, se l’uomo non fosse in grado di dargliela. E l’uomo che sulla Terra non vuol pensare, sottrae agli Dei quello su cui hanno fatto conto, e quindi non può raggiungere ciò ch’è il vero còmpito e la vera destinazione umana sulla Terra. Lo può raggiungere soltanto in quell’incarnazione nella quale prende la determinazione di lavorare col pensiero.

Se si riflette su ciò, il resto ne vien fuori di conseguenza.

Le rivelazioni intorno al mondo spirituale, ai veri fatti del mondo spirituale, possono penetrare nell’anima umana nei modi più svariati. È certo possibile, e oggi nella maggior parte dei casi avviene realmente, che gli uomini giungano a una veggenza visionaria senza essere buoni pensatori; (è maggiore il numero di coloro che giungono alla chiaroveggenza senza essere pensatori che essendolo); ma c’è un gran differenza tra le esperienza che fa nei mondi spirituali un acuto pensatore e un uomo che non lo sia. È una differenza che si può esprimere così: «Le rivelazioni che provengono dai mondi superiori s’imprimono nel miglior modo in quelle forme di rappresentazioni che noi portiamo loro incontro come pensieri. È il miglior recipiente».

Ora, se non siamo pensatori, le rivelazioni devono cercarsi altre forme; ad esempio la forma dell’immagine. Infatti, il simbolo è la forma più frequente nella quale chi non è pensatore riceve le rivelazioni. I chiaroveggenti visionarî, che non siano anche pensatori, vi racconteranno in forma di simboli le rivelazioni che ricevono. Tali simboli son certo belli; però dobbiamo sapere che l’esperienza soggettiva è diversa nel caso che si ricevano rivelazioni essendo pensatori o non essendolo. Un non pensatore, che riceva una rivelazione, vede sorgere davanti a sé un simbolo, una figura che gli si manifesta dal mondo spirituale. Vede, ad esempio, una figura d’angelo, oppure una croce, un ostensorio, un calice; vede comparire uno di quei simboli nel campo soprasensibile, come un’immagine finita, e sa che questa è bensì una realtà, ma sotto forma di un’immagine. Già per la coscienza soggettiva le esperienze provenienti dal mondo spirituale sono sperimentate dal pensatore in un altro modo; si presentano diversamente, non in modo immediato come per il non pensatore. Il pensatore che riceva una rivelazione dal mondo spirituale, non la vede nel momento stesso in cui la riceve, ma un po’ più tardi; e nel momento in cui la vede, l’ha già afferrata col pensiero, può già distinguerla e sapere se è verità o menzogna. ciò che gli appare dal mondo spirituale, gli appare un po’ più tardi, ma già compenetrato di pensiero, così ch’egli è in grado di discernere se è illusione o realtà; egli, per così dire, riceve qualcosa prima di vederlo. Naturalmente lo riceve nello stesso momento in cui lo riceve il non pensatore, il chiaroveggente visionario; ma lo vede un poco più tardi, e, quando lo vede, l’apparizione è già compenetrata di pensiero, di giudizio, sì ch’egli può sapere se è una vana parvenza, se è una semplice oggettivazione dei suoi proprî desideri, o una realtà oggettiva. Questa è la differenza nell’esperienza soggettiva. Il chiaroveggente visionario non pensatore vede l’apparizione subito; il pensatore la vede un po’ più tardi; ma pel primo essa resterà quale l’ha vista, e così egli potrà descriverla; il pensatore invece potrà collocarla al suo posto fra le esperienze del mondo fisico abituale, e metterla in relazione con esse; poiché anche il mondo fisico è, come quella rivelazione, un’estrinsecazione del mondo spirituale.

Così potete già vedere che, se vi accostate al mondo spirituale armati dello strumento del pensiero, ne avrete grande sicurezza nel giudicare di quanto vi verrà comunicato».

E qui viene non solo da pensare quanta gratitudine il sincero ricercatore spirituale deve a Rudolf Steiner, al Maestro dei Nuovi Tempi, per averci portato la conoscenza del Mondo Spirituale in concetti. Chi conosca la letteratura ermetico-rosicruciana, e quella kabbalistica, dei secoli scorsi, sa bene come sia difficile – quasi al limite dell’impossibilità – il districarsi nel labirinto di simboli, dei quali è saturo il linguaggio immaginativo attraverso il quale veniva allora lasciato trapelare qualcosa della conoscenza del mondo spirituale. E grande è la gratitudine che l’audace cercatore dello Spirito deve a Massimo Scaligero per quanto ci ha donato in limpido pensiero, sia come contenuti che come metodo realizzativo. A questo proposito, non voglio trascurare di riportare quanto Massimo Scaligero scrive nel terzo capitolo del suo Trattato del Pensiero Vivente. Una Via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen, III edizione, Tilopa, Roma, 1979, ove parlando dell’esperienza del momento originario del pensiero, alle pp. 11-12, così si esprime:

«Come esperienza è quella che, sopra tutte, ha il diritto di chiamarsi positiva, essendo la più diretta che l’uomo possa compiere e di cui l’Io possa rendere conto a se stesso come di ciò che è veramente oggettivo.

Ma non è speculare, non è filosofare. È il coraggio di conoscere: che è conoscere la verità: la verità che rende liberi. Non è argomentare, ma creare: non è riflettere, ma dominare. È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori».

Vi è grandissima differenza tra l’impostare la ‘Via spirituale’ conoscitivamente come ‘Via del Pensiero’, ossia come un’attività conoscitiva del pensare, che non accetta presupposti di nessun tipo, se non il suo stesso essere allo stato puro, il suo stesso moto condotto sino al punto in cui esso diviene coscientemente automovimento e forma ‘vuota’, nel senso mahayanico, di se  medesimo, e, invece, una ‘via mistica’, basata su una emotività animica, e alimentata da una incontrollata ‘chiaroveggenza’ dalla quale, come abbiamo potuto constatare, può sorgere ogni sorta di errori, una via che si appoggia a discutibili ‘presupposti religiosi’, se non addirittura ‘confessionali’. Questo non voler rinunciare a non verificati presupposti religiosi – sedicenti ‘cristiani’, ma non per questo automaticamente ‘cristici’ – può portare non solo, sul piano conoscitivo, ad enormi, fatali, e distruttivi errori nell’ambito di una veggenza visionaria, scambiata per autentica percezione spirituale, ma altresì ad azioni oltremodo devianti e pericolose sul piano della volontà, ossia sul piano dell’agire morale. Di simili deplorevoli casi, ne abbiamo, purtroppo, gran copia nella storia del movimento antroposofico – cosa che, con grandissima facilità, potrei documentare ad abundantiam – ed eziandio anche nella storia del movimento antroposofico in Italia, e nelle stesse file di discepoli di Massimo Scaligero. E – il candido lettore mi creda – pesa molto sul cuore a chi scrive il doverlo fare nel caso specifico di quanto scrive Orao, perché si tratta di un caso di dimostrata, aperta, impostura, o come dicono, e praticano da circa venti secoli, i rappresentanti dell’ortodossia clericale, di una ‘pia frode’, a loro dire ‘lecita’, perché compiuta – sempre a loro dire, naturalmente – ‘a fin di bene’.  

Un problema in più – un problema che, invero, lascia non poco perplessi – è quello di stabilire a ‘quale’ Orao sia da attribuirsi una simile, davvero poco commendevole azione. Questo perché, nella rivista romana, della quale su questo temerario blog ho avuto modo più volte di occuparmi, l’eteronimo Orao è stato usato non univocamente. Per la precisione – per quel che chi scrive ha potuto verificare direttamente – tale eteronimo è stato usato sicuramente per due persone molto diverse, anche se tra loro, in qualche modo collegate e, a suo tempo, collaboranti. Per esempio, in alcuni numeri della suddetta rivista romana – ne cito solo alcuni dalle caratteristiche più evidenti, ma potrei citarne molti altri – già nel n° 1 del primo anno della suddetta rivista romana compare un articolo, firmato Orao, intitolato Forme dell’anima asiatica, che sicurissimamente, per contenuti, stile, e conoscenze linguistiche proprie dell’orientalismo accademico, non è attribuibile all’Orao, autore degli scritti pubblicati dalla casa editrice Tilopa, Resurrezione e Madre. Altri articoli, sempre firmati Orao, attribuibili solo all’Orao ‘accademico’, li vediamo – ne cito ancora a caso solo alcuni – nei nn° 2 e 5-6 della detta rivista romana, intitolati anch’essi, appunto, Forme dell’anima asiatica, mentre nel n° 4 appariva un altro articolo, sempre a firma Orao, intitolato La metànoia di Sundar, attribuibile con certezza alla stessa penna. Decenni dopo, nel n° 73-74 di detta rivista, appare un altro articolo, intitolato Scaligero e il Graal, a firma sempre Orao, che per contenuti e stile attribuibile solo, anch’esso, alla stessa fonte dei precedenti. Molti altri scritti, a firma Orao, apparsi su quella rivista, come esegesi e commento ad un’opera di Rudolf Steiner, sono invece per contenuti, linguaggio, e stile similissimi, attribuibili unicamente all’Orao, autore del libro di cui mi sto occupando. Ma siccome, da quel che mi si dice, ho  motivo di pensare che quest’ultimo Orao non sia più in vita da alcuni decenni, vi è da chiedersi se vi sia stata da parte di ‘qualcuno’ – difficile dire, e provare, oggi, chi egli sia – in alcuni punti degli scritti pubblicati, Resurrezione e Madre, – chiamiamola così per usare parole decenti – una ‘sapiente’, ‘diligente’, ‘opera redazionale’. Ma lasciamo, per adesso, da parte questo spinoso problema, e affrontiamo quanto scrive Orao, a p. 90, di Resurrezione:

«Nell’opera La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, lo Steiner rivela che: «durante il congiungimento fisico l’uomo può sperimentare il contatto diretto con la prima Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini», ed ancora più avanti «il congiungimento fisico rappresenta nell’umano l’atto unico in cui non esiste più dualità per l’uomo, ma si attua eccezionalmente la completa unità fra la natura superiore e natura inferiore dell’uomo». Occorre quindi, ancora al presente, tenere in una certa considerazione tale esperienza per il significato che questa può mantenere al grado di evoluzione terrestre, ossia quale momento conoscitivo importantissimo per determinati conseguimenti e quale momento, per l’uomo e la donna, entro cui attuare l’atto resurrettivo della natura corporea da parte della natura superiore».

Ignoriamo, per ora, il discorso generale nel cui contesto quel paragrafo è inserito. Di quel contesto – alquanto problematico a dire il vero – vi sarebbe da occuparsi a lungo, et pour cause, ma consideriamo provvisoriamente soltanto il fatto che in questo paragrafo vengono attribuite a Rudolf Steiner parole precise, riguardanti l’amplesso tra uomo e donna, ossia l’atto sessuale stesso. Ora se vi è una cosa della quale – a quel che mi risulta – Rudolf Steiner non parla mai, un atto che non descrive mai, che non affronta mai, in nessuna forma, è proprio la sessualità. Massimo Scaligero, che sicuramente conosceva l’Opera di Rudolf Steiner molto più profondamente, e molto meglio, di Orao – di ambedue gli Orao – lo afferma abbastanza chiaramente in Dallo Yoga alla Rosacroce, Perseo, Roma, 1972 – citerò da questa prima edizione, proprio perché la seconda, pubblicata dalle romane Edizioni Mediterranee, ha subito un pesantissimo, quanto molto discutibile, “intervento redazionale” (per chiamare un tale atto indebito con un’espressione elegante, ovvero con un caritatevole eufemismo), sul quale ebbi modo di scrivere sul presente blog – ove nel XV capitolo, Magia sexualis, a p. 195, scrive:

«È difficile trovare in Steiner chiarimenti sul problema del sesso: né mi risulta esistere una sua specifica trattazione dell’argomento».

Ora, avendo io a disposizione l’intera Opera – pubblicata e non pubblicata: in lingua originale, tutta; e in larga parte anche in traduzioni italiane, francesi, e inglesi – di Rudolf Steiner, posso confermare quanto ha scritto Massimo Scaligero: di una specifica trattazione del problema della sessualità nell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi non ve n’è traccia. E penso che ciò sia per una ben meditata scelta dello stesso Rudolf Steiner. Per cui mi son chiesto da dove potesse saltar fuori quella citazione inserita in Resurrezione, e surrettiziamente attribuita a Rudolf Steiner. Intanto, il libro citato con quel titolo, La conoscenza della costituzione umana quale base della nuova pedagogia, nella traduzione di Lina Schwarz, venne pubblicato nel 1947, a Roma, dalla Casa Editrice Moderna, ed è apparentemente di difficile reperibilità. Ma solo apparentemente. In realtà, e l’editore romano di Resurrezione ovviamente questo lo sa e si guarda bene dal dirlo al lettore, si tratta solo della prima edizione italiana – apparsa quando ancora non esisteva, neppure in tedesco, la catalogazione dell’Opera Omnia di Rudolf  Steiner –  del GA-293, che fu ripubblicato, ventitré anni dopo, nel 1970, sempre nell’ottima traduzione, immutata, di Lina Schwarz, dalla milanese Editrice Antroposofica, col titolo Arte dell’educazione. Volume I°, Antropologia. Ebbene, ho sfogliato il libro, che possiedo da decine di anni, varie volte, da cima a fondo, e da fondo a cima, pagina per pagina, e rigo per rigo, e di quelle parole di Rudolf Steiner, nelle quali si parla dell’amplesso tra uomo e donna, e del contatto diretto, o indiretto, con la prima Gerarchia di Troni, Cherubini, Serafini, non vi è traccia alcuna. Non ve n’è parola. In nessuna pagina. Addirittura quelle elevate entità spirituali non vengono mai neppure nominate, a nessun titolo, nell’intero libro di 212 pagine. Per scrupolo, sono andato a guardare il testo tedesco di detta opera, Allgemeine Menschenkunde als Grundlage der PädagogikVorträge und Kurse, gehalten für die Lehrer der Freien Waldorfschule in Stuttgart, Vierzehn Vorträge, GA 293, Rudolf Steiner Verlag Dornach, 1992, che ho letteralmente “arato” pagina per pagina, rigo per rigo, usando anche il potentissimo motore di ricerca Mötteli, e il risultato è stato identico: della questione dell’amplesso, e di quella elevata Gerarchia spirituale, non vi è traccia alcuna: neanche una parola.

In definitiva, è relativamente secondario accertare quale dei due ‘Orao’, oppure anche una terza persona, abbia compiuto un cotale scempio: alterare, manomettere, falsificare in maniera sacrilega, l’Opera di Rudolf Steiner. Invece, quel che ben più importa è che venga pubblicata, in maniera insana e improvvida, nonché diffusa nel mondo, una menzogna, i cui effetti distruttivi nella vita dei singoli individui, delle Comunità spirituali, e del mondo, non devono essere in nessun caso sottovalutati e trascurati.

È evidente che siamo di fronte ad un atto ben grave. Se nel campo della ‘veggenza immaginativa’, atavica o meno, di fronte a risultati dimostrati errati, è ancora possibile pensare, in taluni casi, di trovarsi di fronte a buona fede, ad un’illusa buona fede, mentre, in altri casi, è certo che siamo di fronte a simulazione e menzogna, di fronte alla consapevole alterazione della stessa opera scritta di Rudolf Steiner – come abbiamo visto essere avvenuto nel caso di dati della sua Cronaca dell’Akashao di fronte ad una citazione, da me constatata essere inesistente nell’opera poco sopra nominata, si deve parlare di cosciente menzogna, di voluta manipolazione della verità, di volontà d’inganno, di aperta impostura. E l’amore per la Verità, la lealtà nei confronti dello Spirito, e dei sinceri ricercatori spirituali, la gratitudine verso il Maestro, impongono che non si taccia, e risulta essere necessario – come afferma Rudolf Steiner nel ciclo Risposte della Scienza dello Spirito a problemi sociali e pedagogici, GA-192, Editrice Antroposofica, Milano, 1974, p. 257 – opporsi con ogni mezzo alla alterazione della Verità:

«Oggi non si può che chiamare menzogna la menzogna, anche se la menzogna appare in un posto del quale in astratto e in teoria si dice che ivi si cerca la verità. Sia che nascano in campo confessionale, sia in ambienti che cercano una concezione del mondo, oggi le menzogne, soprattutto quelle alle quali si possono contrapporre i fatti, devono venir bollate a fuoco, altrimenti non andremo avanti. Lo spirito della menzogna, lo spirito dell’inganno è infatti il maggior nemico del vero progresso spirituale».

Ancora una volta devo porre fine alla eccessiva lunghezza di questa nona parte. Nel proseguo del presente studio, dovrò approfondire – sempre sulla scorta della parola di Rudolf Steiner – la questione della ‘chiaroveggenza’, della ‘Via del pensiero puro’, e alcune altre questioni ancora più gravi di quelle affrontate sinora, questioni che sono la necessaria conseguenza dell’errata impostazione dell’intera mistica ‘via dell’anima’ – perché tale, in effetti, è –  quella indicata da Orao in Resurrezione.