VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SECONDA PARTE.

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Incontrai la Scienza dello Spirito nell’agosto del 1969, attraverso l’amico L., il quale, poi, nel 1970, mi fece incontrare Massimo Scaligero. Io venivo dalle Vie orientali – lo Yoga classico, il Buddhismo Mahâyâna, il Chan e lo Zen – e ciò fu occasione di impegnative, accanite, lunghe discussioni con l’amico L., il quale conosceva bene l’Oriente, dal quale si era poi distaccato per cercare un Via “occidentale”, ricerca che lo portò poi ad incontrare la Scienza dello Spirito, e a collegarsi con Massimo Scaligero.

Nelle discussioni che L. ed io avemmo in quell’agitato e accaldato agosto del 1969, egli non fece mai verbo alcuno di una richiesta fideistica, non parlammo mai di religione, né nominò mai il Cristianesimo, né quanto a questo poteva collegarsi. Mi parlò esplicitamente, ed unicamente, della Via del Pensiero Vivente, di una Via scientificamente sperimentale, e sperimentabile da chiunque volesse impegnarsi nell’arduo sentiero della pratica interiore della Concentrazione. Nell’autunno di quell’anno egli ebbe poi modo di passare nella mia Città e, non trovandomi, poiché non mi aveva avvisato della sua venuta, lasciò a casa di un caro amico, che benevolmente mi ospitava nel mio errabondo vagabondare, e mi faceva da “cassetta postale”, due libri di Massimo Scaligero: Rivoluzione. Discorso ai giovani, e La logica contro l’uomo. Questi due libri furono, poi, decisivi per la mia scelta definitiva della Via, e per la successiva mia impostazione nel seguire la Via. In quei libri non vi è nessuna richiesta di un atto fideistico, o religioso, solo la richiesta del coraggio di sperimentare l’empiria rigorosa di una Via radicale, autenticamente rivoluzionaria: l’esperienza del Pensiero Vivente, la Via Regia della Concentrazione.

Anche quando, verso la fine della primavera del 1970, L. mi fece conoscere personalmente Massimo Scaligero, questi non mi chiese atti di fede di nessun tipo, anzi mi disse apertamente: «Tu non ti devi fidare di nessuno. Non devi credere una cosa perché la dico io, o la dice L., o la dicono gli antroposofi: tu devi verificare tutto, verificare ogni affermazione che ti venga fatta». Anche Massimo Scaligero non mi parlò affatto del Cristianesimo, anzi mi invitò ad approfondire il Buddhismo Mahâyâna: in modo particolare la figura e il pensiero di Nâgârjuna, che mi disse essere stato «uno dei primi della Via del Pensiero, come la concepiamo noi». La figura del Christo – il Christo Cosmico, non quello dei teologi – l’avrei poi scoperta da solo, strada facendo: nessuno me l’aveva imposta. Ma sin dall’adolescenza, ho nettamente separata la Sua figura da qualsiasi connessione con le Chiese, e le Confessioni “cristiane”, le quali di christico veramente nulla hanno. In opere fondamentali di Rudolf Steiner come Teosofia, o L’Iniziazione, o I gradi della conoscenza superiore, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni, o La soglia del mondo spirituale e, a fortiori, nelle sue opere “filosofiche”, il Christo non viene neppure menzionato: il che non significa affatto che tutte quelle opere sopranominate non siano “christiche”, anzi! Per cui ho sempre diffidato di quanti volevamo impormi la loro “autorità”, ed esigevano da me ‘atti di fede’, che io non ero, e non sarò mai, disposto a concedere. A questa radicale impostazione di scientificità e di empiria ho cercato, e cercherò sempre, di rimanere fedele. E questo proprio perché la Via del Pensiero è Scienza dello Spirito, è Anthroposophia – ossia Sapienza conquistata a partire da forze umane – e non Teologia, Rivelazione dall’Alto, Fede, Mistica del sentire. Personalmente, non ho nulla contro chi, per un suo legittimo e rispettabilissimo bisogno interiore, si rivolge con fede alla Religione, alla Mistica o voglia seguire le liturgie delle varie Chiese: è una scelta personale, rispettabilissima, che riguarda unicamente quel singolo individuo e che, come tale, in quell’àmbito deve rimanere, ma una tale via non deve essere confusa con la Scienza dello Spirito, la quale in quanto “scienza” è oggettiva, indipendente dai singoli individui, ha valore universale, e non è personale, individuale, soggettiva. Né tantomeno è lecito imporla a chi voglia percorrere la scientifica e rosicruciana Via del Pensiero, ossia a chi voglia coltivare la Scienza dello Spirito nello spirito della Filosofia della Libertà. Di questo è bene che il lettore tenga conto nell’affrontare la disamina che faccio del libro di Orao.

Ora, riprendiamo, completandola, la citazione che si trova a p. 7 di Resurrezione, in parte riportata nella prima parte di questo articolo, ove si può leggere [Hdp: irilievi sono miei] quanto segue:

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità. Da quel momento in poi, dall’avvento del Cristianesimo, con il formarsi e diffondersi delle comunità cristiane, Iniziati, mistici e santi composero scritti, lettere ed opere non valevoli come cronaca di avvenimenti, ma come contenuti da cui il pensiero si sarebbe sviluppato, estraendo dalla dimensione metafisica le verità, ossia la realtà della coscienza cristica ormai progrediente di pari passo con l’evoluzione terrestre». 

‘Che i Vangeli siano il primo e l’ultimo testo – addirittura necessario – per chi si avvii verso l’attività autocosciente’ può essere una rispettabilissima opinione personale di Orao, ma, appunto, una sua opinione, e, in quanto tale, personale, soggettiva, e contestabile, perché lo stesso Rudolf Steiner non partì dal Cristianesimo, e dallo studio dei Vangeli. Egli partì dalla scienza positivistica del suo tempo, dalla teoria della conoscenza in filosofia, dallo studio delle opere scientifiche di Goethe, dalle esperienze di Goethe nel campo della morfologia vegetale e animale, dall’ottica e dalla sua teoria dei colori. Partì dalla concezione goethiana del mondo, dal fenomeno puro, dal fenomeno primordiale, e ne trasse le tutte le radicali, necessarie, conseguenze – alle quali neppure lo stesso Goethe, che evitò, non volle mai pensare sul pensare, osò arrivare – che lo  condussero al monismo del pensare, all’individualismo etico, all’idealismo magico, sino alla Filosofia della Libertà. Egli partì dall’esperienza interiormente vissuta, sperimentata, lucidamente esaminata e controllata, del momento originario del pensiero: partì dalla più rigorosa ascesi del pensiero, il quale poteva essere ripercorso dal disanimato momento riflesso risalendo su sino alla sua scaturigine: là dove esso è Pensiero-Folgore, Pensiero Vivente. Egli partì da questa radicale esperienza interiore: non dalla fede, non dai Vangeli. Infatti, sempre nella sua prima conferenza sul Vangelo di Luca, L’Editrice Scientifica, Milano, 1956, pp. 12-13, leggiamo:

«Dobbiamo sempre di nuovo affermare decisamente che l’antroposofia o scienza dello spirito poggia esclusivamente sulle indagini degli iniziati, e che né il vangelo di Giovanni né gli altri vangeli sono le fonti della sua conoscenza. Fonte della conoscenza antroposofica è solo ciò che oggi è possibile investigare senza alcun documento storico. Poi si potrà accostarsi ai documenti storici e cercare di confrontarli con i risultati delle indagini spirituali. Ciò che l’indagine spirituale può scoprire oggi – e sempre – intorno all’evento del Cristo, noi lo ritroviamo espresso in modo grandioso nel vangelo di Giovanni. Ecco perché questo vangelo ci è così immensamente prezioso: perché ci mostra che un individuo sapeva come scrive anche oggi chi è iniziato ai mondi spirituali. Da tempi remoti giunge a noi la medesima voce che può farsi sentire oggi. Anche per gli altri vangeli, incluso quello di Luca, si può dire circa la stessa cosa. Le immagini che Luca ci descrive non sono per noi la fonte della conoscenza dei mondi spirituali; fonte di conoscenza è per noi quanto l’ascesa ai mondi spirituali ci offre di per se stessa. E quando parliamo dell’evento del Cristo, fonte di conoscenza è per noi quel grande quadro di immaginazioni che ci si presenta quando volgiamo lo sguardo ai fatti che stanno all’inizio della nostra èra. Confrontiamo poi quello che ci si palesa in tal modo con le immagini descritte nel vangelo di Luca. Questo ciclo di conferenze ci mostrerà il rapporto fra le immaginazioni che l’uomo attuale può conseguire e le descrizioni del vangelo di Luca .

È infatti vero che per l’indagine spirituale estesa agli eventi del passato vi è una fonte, la quale non risiede nei documenti esteriori. La scienza dello spirito non ha le sue fonti né negli scavi fatti in terra, né nei documenti conservati negli archivi, né nelle cronache di storici più o meno ispirati. Fonte della scienza dello spirito è quello che siamo in grado di leggere noi stessi nella cronaca imperitura, nella cosiddetta cronaca dell’Akascia. Vi è la possibilità di conoscere ciò che è avvenuto, senza alcun documento esteriore».

Proseguendo la lettura di Resurrezione di Orao, troviamo poi un’altra ‘particolare’ affermazione, che coinvolge direttamente la figura dello stesso Rudolf Steiner: un’affermazione sulla quale è bene fare chiarezza, poiché nell’àmbito della Società Antroposofica prima, e in alcune cerchie di discepoli di Massimo Scaligero poi, sono sorte non poche – inverificate, quanto ingiustificate – ‘leggende’, che nel tempo si sono rivelate alquanto tenaci. Ma leggiamo quanto è scritto in un paragrafo, alle pp. 9-10, nel quale metto in evidenza alcune parole:

«Questa è una delle ragioni conclusive per cui lo Steiner, nell’ultimo discorso ai suoi discepoli, congiunge il tema di Lazzaro-Giovanni con quello di Michele; proprio nella solennità di Michele rammenta per l’ultima volta la facoltà resurrezionale ormai posta nell’uomo, indica il lascito ai discepoli presenti e futuri, addita nell’inno finale a Michele il suo rituale di gratitudine al mondo spirituale, in qualità di Bodhisattva e preannunciatore del ritorno del Cristo eterico, iniziatore della nuova Iniziazione per la futura Pentecoste, proprio come accadde in Betania, ove il Cristo rende grazie al Padre appena constata che Lazzaro si solleva dal sepolcro».

Ora, anzitutto, se, per amor di precisione, andiamo a leggere il testo del Vangelo di Giovanni nella Sacra Bibbia, tradotta nel Seicento da Giovanni Diodati, da noi citata già nella prima parte di questo articolo, al Cap. 11, vv. 38-45, ove è giusto mettere in evidenza, per la loro estrema importanza, alcune frasi, che mostrano una diversa dinamica degli eventi, rispetto alla descrizione di Orao, possiamo leggere:

«Laonde Gesù, fremendo di nuovo in se stesso, venne al monumento; or quello era una grotta, e v’era una pietra disposta sopra. E Gesù disse: Togliete via la pietra. Ma Marta, la sorella del morto, disse: Signore, egli pute di già; perciocché egli è morto già da quattro giorni. Gesù le disse: Non t’ho detto che se tu credi, tu vedrai la gloria di Dio? Essi dunque tolsero via da pietra dal luogo ove il morto giaceva. E Gesù, levati in alto gli occhi, disse: Padre, io ti ringrazio che tu mi hai esaudito. Or ben sapeva io che tu sempre mi esaudisci; ma io ho detto ciò per la moltitudine qui presente, acciocché credano che tu mi hai mandato. E detto questo, gridò con gran voce: Lazzaro, vieni fuori. E il morto usci, avendo le mani e i piedi fasciati, e la faccia involta in uno sciugatoio. Gesù disse loro: Scioglietelo, e lasciatelo andare.

Laonde molti de’ Giudei che eran venuti a Maria, vedute tutte le cose che Gesù avea fatte, credettero in lui».

Dal testo del Vangelo di Giovanni, dunque, risulta chiaro che – contrariamente a quanto scrive Orao nella su riportata citazione – Il Christo prima ringrazia il Padre, e solo dopo chiama Lazzaro fuori dalla tomba. A tale proposito il testo greco del Vangelo di Giovanni non lascia dubbi: καὶ ταῦτα εἶπων φωνῇ μεγάλῃ ἐκραύγασεν· Λάζαρε, δεῦρο ἔξω. Le varie Bibbie da me consultate – sia le varie cattoliche, sia quelle valdesi (sempre esattissime queste) tradotte in italiano, a distanza di secoli, da Giovanni Diodati o da Giovanni Luzzi – traducono, tutte, concordemente alla stessissima maniera. Dico questo perché nel testo di Orao, già nelle prime pagine del primo capitolo, intitolato Il Mistero Cristiano, sono numerose le inesattezze, le quali dànno poi luogo, da parte del lettore, ad “interpretazioni”, nonché a “deduzioni”, che si reggono su basi fragilissime, e che non possono, e non devono, essere ignorate, anzi esigono di essere esaminate e confrontate con quanto afferma la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner.

Nella citazione di Orao, che sto esaminando, vi è poi l’affermazione essere Rudolf Steiner un Bodhisattva, e viene identificato nel corso dell’intera opera col Bodhisattva Maitreya, il quale 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shâkyamuni si realizzerà come Buddha Maitreya, adempiendo, e completando, così la sua più volte millenaria missione in seno all’umanità. Un Bodhisattva, nel Dharma buddhista, è un essere che, nel corso di molte vite, opera nel mondo alla salvazione di tutti gli esseri senzienti, e in particolare degli esseri umani. Egli porta avanti la sua opera salvatrice sino a quando, nel corso della sua ultima vita terrena, consegue l’Anuttara Samyag Sambodhi, ovvero l’insuperata, perfetta, Illuminazione, e diviene così un Buddha, un ‘Risvegliato’, un ‘Illuminato’. Conseguita la buddhità, egli non rinascerà mai più in una vita terrena, in una vita ‘umana’, e continuerà ad agire spiritualmente, per esseri umani e non, da una sfera trascendente.

Il Buddhismo Mahâyâna, a questo proposito, è particolarmente ricco d’insegnamenti, che dovrebbero essere conosciuti da chi segue la Via rosicruciana della Scienza dello Spirito, l’Antroposofia, che Rudolf Steiner ha conquistato e portato nel mondo. Secondo le dottrine del  Mahâyâna, del ‘Grande Veicolo’, un Buddha – dopo la sua estinzione nel Parinirvâna – continua ad agire per la salvezza degli esseri umani, anzi di tutti gli esseri senzienti, creando una ‘Terra Pura’, chiamata in sanscrito Sukhâvatî, in cinese净土 Jìng tǔ, in giapponese, Jōdo, che significano appunto  ‘Terra Pura’, in tibetano  bde ba can, pronunciato devacèn, appunto il Devachan della Scienza dello Spirito.

Massimo Scaligero, in molti suoi incontri, parlò della natura christica del Mahâyâna, e addirittura dell’influsso, positivo, che su di esso ebbero alcuni Iniziati cristiani giunti, già in epoca medievale, in Cina, ove ebbero modo di inserire elementi luminosi di evoluzione christica in quella forma elevata di Buddhismo. E, nel corso delle mie ricerche storiche, ho avuto modo di trovare numerose tracce, ed eloquenti indizi, di una presenza in Asia Centrale, e soprattutto in Cina, della sapiente azione di questi Iniziati: azione i cui effetti si sono prolungati per molti secoli, addirittura per quasi un millennio. Ho trovato abbondanti prove della presenza di comunità cristiane nestoriane, e manichee, della loro fraterna collaborazione con comunità buddhiste mahâyâna e vajrayâna, taoiste, e confuciane, in un mirabile clima di reciproca tolleranza. In effetti si può vedere, per esempio, come una forma estremamente popolare di pratica religiosa sia proprio quella della buddhistica Jìngtǔzōng, o della ‘Scuola della Terra Pura’, basata sulla dottrina dell’Illimitata Compassione, e sulla venerazione del Buddha solare Amitâbha, ‘Infinita Luce’, o Amitâyus, ‘Infinita Vita’, al quale vengono dati i caratteri che in Occidente vengono attribuiti al Logos Solare, e del Bodhisattva Avalokiteshvara, il ‘Signore Compassionevole che guarda in basso’, che in Cina assume aspetto femminile come la ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn, e in Giappone come Kwannon, raffigurata esattamente come lo è in Occidente la divina Vergine-Madre, la Iside Sophia, con tanto di fanciullo in braccio. Si può facilmente verificare come in questa Scuola la pratica della invocazione del Buddha Amitâbha sia, tecnicamente, praticamente identica a quella della preghiera del cuore della Ortodossia greco-slava, che Massimo Scaligero descrive in Meditazione e Miracolo. Ed è un particolare notevole che proprio il mantram del Bodhisattva Avalokiteshvara, della ‘pietosa’, ‘compassionevole’, Kuān Shì Yīn  – conosciutissimo e veneratissimo in tutto l’Oriente buddhista, ov’è tuttora estremamente popolare – sia uno dei mantram che Rudolf Steiner dava ai suoi discepoli nella Scuola Esoterica.

Ora, senza entrare nella complessa – invero profondissima – dottrina mahâyânica della natura dei Bodhisattva, बोधिसत्त्व, ‘Esseri di Illuminazione’, ‘Essenza di Illuminazione’, esaminiamo, sia pure per sommi capi, quel che la Scienza dello Spirito ci comunica circa la natura dei Bodhisattva, e in particolare circa il Bodhisattva Maitreya. Per chiarire natura di questi ‘Esseri d’Illuminazione’, prendiamo le mosse da quel che Rudolf Steiner, nel corso del tempo, attraverso le sue progredienti indagini spirituali, ebbe modo di comunicare a cerchie, dapprima piuttosto ristrette, e poi sempre più ampie, di discepoli della Scienza dello Spirito. In una ‘lezione’ della Scuola Esoterica, e precisamente nella sesta ‘lezione’ da lui tenuta il 1° ottobre 1905, all’interno del ciclo Grundlemente der Esoterik, GA-93a, tradotto in italiano col titolo Elementi fondamentali dell’esoterismo, Editrice Antroposofica, Milano, 2018, ove  alle pp. 53-54, Rudolf Steiner comincia a descrivere l’essenza dei Bodhisattva. Faccio solo un paio di correzioni alla traduzione di Laura Vanelli, perché in sanscrito i termini bodhi, ‘Illuminazione’, e buddhi, nell’Antroposofia ‘Spirito Vitale’, sono di genere femminile, e non maschile:

«Una volta l’uomo era perfetto, e lo diventerà di nuovo. Ma c’è una grande differenza, fra quel che era e quel che sarà. Ciò che si trova all’esterno attorno a lui in futuro diventerà una proprietà spirituale. Ciò che egli ha acquisito sulla Terra, in futuro sarà facoltà umana di essere creativamente attivo. Allora questa sarà la sua più intima essenza. Uno che abbia accolto tutte le esperienze terrene in modo da sapere di ogni cosa come essa possa essere realizzata, e quindi sia diventato un creatore, viene chiamato bodhisattva, cioè un uomo che ha accolto in sé a sufficienza la bodhi, la buddhi della Terra. Allora è maturo per agire a partire dagli impulsi più interiori. I sapienti della Terra non sono ancora bodhisattva. Anche per un sapiente ci sono sempre ancora cose con le quali egli non riesce ancora a raccapezzarsi. Solo quando ha accolto tutto il sapere della Terra per riuscire a creare, egli è un bodhisattva. Buddha, Zarathustra, per esempio erano bodhisattva».

E quel che Rudolf Steiner, alle pagine 54-55, quando ancora si uniformava alla terminologia allora in uso nella Società Teosofica, terminologia dalla quale in séguito si libererà, per plasmarne una conforme alla visione del mondo rosicruciana e antroposofica, aggiunge subito dopo è di estrema importanza, e ci aiuterà a formarci gradualmente una migliore rappresentazione dell’essenza di un Bodhisattva:

«Quando un uomo si evolve ulteriormente, in modo da non essere solo creatore sulla Terra, ma da vere forze che vanno oltre la Terra, è libero di scegliere se utilizzare queste forze oppure se continuare ad agire sulla Terra. Allora da altri mondi può portare qualcosa sulla Terra. Ci fu un tempo così, prima che l’uomo cominciasse ad incarnarsi, nell’ultimo terzo dell’epoca lemurica. L’uomo aveva formato il corpo fisico, il corpo eterico e quello astrale. Queste parti del suo essere le ha portate con sé dalle precedenti evoluzioni della Terra. Il due impulsi successivi, il kama e il manas, non li avrebbe potuti trovare sulla Terra; essi non fanno parte della catena evolutiva della Terra. Il primo impulso nuovo (kama) si poteva trovare come forza solo su Marte. Esso si aggiunse poco prima che l’uomo si incarnasse. Il secondo impulso (manas) venne da Mercurio durante il quinto periodo dell’epoca atlantica, presso i paleo-semiti. Questi nuovi stimoli dovettero essere portati sulla Terra da altri pianeti per mezzo di esseri ancora superiori, i nirmanakaya, Da Marte essi portarono in aggiunta il kama, da Mercurio il manas. I nirmanakaya sono di un grado più elevati dei bodhisattva. Questi possono regolare la continua evoluzione; ma non possono immettere qualcosa di estraneo, lo possono fare solo i nirmanakaya. Ad un gradino ancora più elevato dei nirmanakaya si trovano quegli esseri che vengono chiamati pitri. Pitri = padri. Perché i nirmanakaya possono certamente immettere qualcosa di estraneo nell’evoluzione, ma non possono sacrificare se stessi, sacrificarsi come sostanza, in modo da poter produrre un nuovo ciclo sul prossimo pianeta. Possono farlo i pitri, che si sono formati sulla Luna e che ora sono arrivati oltre; essi sono diventati l’impulso all’evoluzione terrestre. Quando l’uomo avrà attraversato tutto, sarà in grado di diventare un pitri. Il grado successivo, ancora più elevato, sono gli dèi veri e propri.

Così abbiamo dunque sette gradi di esseri: primi gli dèi, secondi i pitri, terzi i nirmanakaya, quarti i bodhisattva, quinti gli uomini puri, sesti gli uomini, settimi gli esseri elementari».

Rudolf Steiner, nel tempo, parlò sempre più approfonditamente natura ed essenza dei Bodhisattva. Anzitutto parlò di essi come di ‘Maestri’ (Meister), e precisò con espressioni solenni e parole estremamente elevate, che il numero dei Bodhisattva era di dodici che, nel loro insieme, formano la ‘Loggia Bianca’ (Weisse Loge), la quale «nella concezione cristiana verrebbe designata come Spirito Santo», come lo «Spirito dei Bodhisattva» (Geist der Bodhisattvas), il «Grande Istruttore» (Großer Lehrer), la «Sorgente della Sapienza Primordiale» (Quelle der Urweiheit), la «la Sapienza universale personificata del nostro mondo», (personifizierte Allweisheit unserer Welt): vedi le sue comunicazioni nella conferenza, tenuta a Vienna, Von Buddha zu Christus, del 14 giugno 1909, nella conferenza tenuta a Berlino il 25 ottobre 1909 sulla Sfera dei Bodhisattva, in Der Christus-Impuls und die Entwickelung des Ich-Bewußtseins, GA-116, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 5. Durchgesehene und erweiterte Auflage, 2006, tradotta in italiano col titolo L’Impulso-Cristo e la coscienza dell’Io, Tilopa, 1994.

In quest’ultima opera, uno dei suoi più belli ed importanti cicli di conferenze, di Rudolf Steiner dice molte cose circa la natura dei Bodhisattva, che non è possibile riportare integralmente in un articolo come questo: tanto varrebbe trascrivere l’intera sua conferenza. Tuttavia, sono importanti alcune sue puntualizzazioni, che solo poche volte furono oggetto di comunicazione da parte sua, circa il mondo al quale appartiene questo ‘Essere di Illuminazione’, il Bodhisattva. Così leggiamo alle pp. 21-22 dell’edizione italiana:

«Nel suo cammino attraverso la vita, l’uomo va dalla nascita, o anche dal concepimento, fino alla morte, poi da questa ad una nuova nascita. Nel procedere verso la nuova nascita egli attraversa, dopo la morte, dapprima il mondo astrale, poi quello che chiamiamo la zona inferiore del mondo devachanico ed infine la sua zona superiore. Se vogliamo usare espressioni occidentali, chiamiamo il piano fisico «piccolo mondo» o «mondo dell’intelletto», l’astrale «mondo degli elementi» [HdP: per l’esattezza, il testo originale tedesco dice: die Welt des Elementarischen, e allude al “mondo elementare”, o degli “elementari”, e non “degli elementi”], il Devachan inferiore «mondo celeste» e quello superiore «mondo della ragione». Dato che lo spirito europeo solo gradualmente progredisce nello sforzo di trovare nella lingua espressioni adeguate a determinate realtà, ciò che è al di là del mondo devachanico – con un’espressione dalla coloritura religiosa – è stato chiamato «mondo della Provvidenza» (i.e. piano della Buddhi). Ciò che si trova ancora oltre, l’antica chiaroveggenza poteva abbracciarlo con lo sguardo ed antiche tradizioni potevano tramandarlo all’umanità; le lingue europee tuttavia non potevano dargli un nome, perché solo oggi il veggente può nuovamente elevarsi ad un tale piano. Al di sopra del «mondo della Provvidenza» v’è quindi un mondo per il quale le lingue europee, onestamente e giustamente, non vi può essere ancora il nome. Questo mondo esiste realmente, ma sta di fatto che il pensiero non è ancora sufficientemente progredito per poterlo caratterizzare: non si può, infatti, trovare un nome qualsiasi per ciò che in Oriente viene solitamente chiamato Nirvana e che si pone al di sopra del «mondo della Provvidenza».

Un uomo, dicevo, tra la morte ed una nuova nascita, ascende al Devachan superiore, o «mondo della ragione». Di lì riesce ad intravedere mondi superiori nei quali egli stesso non giunge: vede che vi operano esseri più alti di lui. Mentre l’uomo trascorre la sua vita nei mondi che vanno dal piano fisico a quello del Devachan, è normale per un Bodhisattva ascendere fino al piano della Buddhi, al piano che in Europa chiamiamo «mondo della Provvidenza». Questa è una parola adatta, poiché il suo compito è guidare il mondo, provvidenzialmente, da un’epoca all’altra. Che cosa succede quando un Bodhisattva attraversa un’incarnazione, come nel caso di Gotama Buddha?

Avendo raggiunto un determinato gradino, il Bodhisattva ascende al piano successivo, al piano del Nirvana. Là è la sua sfera successiva. Con ciò abbiamo caratterizzato la natura di questi esseri, che successivamente diventano dei Buddha per ascendere al piano del Nirvana. Tutto ciò che lavora nell’interiorità dell’uomo, che lo permea, vive in una sfera che si estende verso l’alto, fino al piano del Nirvana. Dall’altro lato opera, fin entro la natura umana, un’entità come il Cristo. Dall’altro lato Egli opera anche fin dentro i mondi nei quali ascendono i Bodhisattva quando lasciano la regione dell’umanità, per apprendere essi stessi quel che devono insegnare agli uomini. È lì che viene loro incontro, dall’altro lato, provenendo dall’alto, l’entità del Cristo. Essi sono, così i discepoli del Cristo. Dodici Bodhisattva circondano un’entità come il Cristo; e non sono più di dodici perché, una volta completata la loro missione, abbiamo esaurito il tempo dell’essere terreno.

Il Cristo è stato fisicamente presente una sola volta ed ha così sperimentato ciò che costituisce discesa, permanenza sulla Terra ed ascesa. Egli proviene dall’altro lato ed è quell’Essere che si pone in mezzo ai Bodhisattva, che lì attingono ciò che devono immettere sulla Terra. Così gli esseri bodhisattvici, tra due incarnazioni, ascendono fino al piano della Buddhi, e fino a questo piano si protende Quegli che viene loro incontro in modo del tutto cosciente, come maestro: l’entità del Cristo. […]

Al Cristo appartengono i dodici Bodhisattva che devono preparare e continuare ad amplificare ciò che Egli, il Cristo, ha immesso come il più grande impulso nello sviluppo della nostra civiltà. A questo punto riusciamo a vedere i dodici ed in mezzo a loro il tredicesimo. Con ciò siamo ascesi alla sfera dei Bodhisattva e penetrati in un cerchio di dodici stelle con il Sole in mezzo: questo Sole le illumina e riscalda, è la fonte di una vita che esse, a loro volta, devono far fluire sulla Terra. Come si presenta sulla Terra l’immagine di ciò che avviene lassù?

Di questa immagine proiettata sulla Terra possiamo dire: il Cristo vissuto sulla Terra ha portato cotanto impulso all’evoluzione terrena; i Bodhisattva avevano il compito di preparare l’umanità a questo impulso e, inoltre, di amplificare il dono del Cristo nell’evoluzione terrena. Ciò si presenta sulla Terra come un’immagine del Cristo al centro dello sviluppo terreno, i Bodhisattva come suoi precursori e successori, con il compito di avvicinare l’umanità al suo operare.

Un certo numero di Bodhisattva doveva così svolgere tra l’umanità un’opera di preparazione, affinché essa divenisse matura per accogliere il Cristo. Ora, l’umanità, divenuta matura per accogliere il Cristo in sé, non è altrettanto matura per riconoscere, sentire e volere tutto ciò che il Cristo è. E tanti Bodhisattva sono stati necessari per preparare la venuta del Cristo, quanti ora sono indispensabili per recare all’umanità ciò che, mediante il Cristo, doveva penetrare in essa. Nel Cristo, infatti è contenuto così tanto che forze e facoltà degli uomini devono crescere sempre di più per poterlo comprendere interamente. Con le attuali facoltà Egli è comprensibile solo in minima parte. Facoltà superiori sorgeranno nell’umanità e con ogni nuova facoltà vedremo il Cristo in una nuova luce. E solo quando l’ultimo dei Bodhisattva appartenenti al Cristo avrà svolto la sua opera, l’umanità potrà percepire che cosa sia il Cristo; allora essa sarà animata da una volontà il cui il Cristo stesso vivrà. Il Cristo penetrerà negli esseri umani attraverso il pensare, il sentire, il volere: l’umanità sarà l’impronta esteriore del Cristo sulla Terra».

Quanto all’essenza stessa dei Bodhisattva, Rudolf Steiner rivela che essi non sono uomini, che furono uomini, ma che essi hanno superato, lasciato dietro di sé il grado umano, da loro sperimentato sull’Antica Luna, ossia sull’Antica Luna essi sperimentarono la chiara coscienza dell’Io, così come noi, in altre, e ben diverse, e più difficili, condizioni la sperimentiamo oggi sulla nostra Terra. Rudolf Steiner, nelle sue comunicazioni, rivela che come il Christo, in quanto Logos Solare, è la “sintesi” dei sette Elohim solari, così lo Spirito Santo è la “sintesi” dei dodici Bodhisattva. Ed esprime il rapporto tra il Logos Solare e lo Spirito Santo, quindi anche tra il Christo e i dodici Bodhisattva, nella meravigliosa immagine – una autentica immaginazione occulta – che troviamo nella conferenza da lui tenuta a Monaco il 9 gennaio 1912, che ha per titolo Io cosmico e Io umano. Entità sovrasensibili microcosmiche. La natura del Cristo, e che fa parte del già citato ciclo Il Cristianesimo esoterico e la Guida spirituale dell’umanità, GA-130, purtroppo solo parzialmente tradotto e pubblicato dalla Editrice Antroposofica, Milano, 2012, pp. 119-120:

«Da quanto è stato detto, si può rilevare che non è tanto semplice comprendere l’evoluzione del Cristo  entro la Terra, poiché in certo modo è giustificata l’obiezione secondo cui spiriti particolari, spiriti luciferici, conducono a principi più elevati, benché microcosmici. Nel passato lo espressi in questo modo: Il Cristo è come un punto centrale, dove l’essere agisce tramite la propria azione, dove l’essere agisce attraverso ciò che è realmente. Attorno al Cristo stanno seduti i dodici bodhisattva del mondo, irradiati da quanto il Cristo emana, i quali innalzano a più alti princìpi quanto ricevono, nel senso di una elaborazione della saggezza. A tal proposito s’incorre in molti errori riguardo all’entità del Cristo, se non si ha ben chiaro che si tratta bensì del quarto principio del Cristo [HdP: il principio dell’Io], ma del quarto principio macrocosmico e che, pur essendovi la possibilità che si sviluppino princìpi più elevati, questi sono soltanto princìpi microcosmici, di entità non pienamente evolute sull’antica Luna, di esseri che per la loro natura sono superiori all’uomo essendosi evoluti già durante l’evoluzione lunare, dove hanno sviluppato quanto l’uomo deve ancora sviluppare sulla Terra».

Per molti anni, poi, Rudolf Steiner parlò del Bodhisattva che succedette al principe Siddhartha Gautama, allorché questi divenne il Buddha Shakyamuni, ossia del Bodhisattva Maitreya. Ora, sarebbe troppo lungo riportare in un articolo come questo tutto quanto Rudolf Steiner comunica disperso nella sua immensa opera, edita e inedita, sul Bodhisattva Maitreya, sul futuro Buddha Maitreya. Tuttavia, è da sottolineare la concordanza della comunicazione, in più occasioni, fatta da Rudolf Steiner con la tradizione buddhista, ossia che 5000 anni dopo il Parinirvâna del Buddha Shakyamuni, il Bodhisattva Maitreya si sarebbe realizzato anche lui come Buddha, ed avrebbe insegnato l’Illimitata Compassione. Rudolf Steiner parla, altresì, in molte conferenze, della manifestazione ‘umana’, o meglio della ‘manifestazione nell’umano’ del Bodhisattva Maitreya, ossia di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni, che nel primo secolo avanti Christo annunciò profeticamente l’incarnazione del Logos Solare, dell’atteso Messia del popolo ebraico, e che per il suo annuncio, e il suo insegnamento, morì martire dell’intolleranza della casta gelosa custode di una esanime e cristallizzata ortodossia ebraica.  

Nel caso dei Bodhisattva è giusto parlare di ‘manifestazione nell’umano, e non di vera e propria ‘incarnazione’, perché il Bodhisattva, come entità spirituale, nelle varie sue vite terrene, pervade – ossia si ‘incorpora’, per fare una precisa distinzione, più volte sottolineata dalla stessa Marie Steiner – l’umano solo fino al corpo eterico, mentre si ‘incarna’ completamente nel corpo fisico unicamente nell’ultima vita terrena, nella quale egli è destinato a divenire un Buddha. Non sempre gli antroposofi hanno saputo cogliere la distinzione tra ‘incorporazione’ e vera e propria ‘incarnazione’, così come non sempre hanno saputo distinguere tra la ‘ispirazione’ che un’entità spirituale qualsiasi, e nel nostro caso il Bodhisattva, opera nei confronti di una o più individualità umane, le quali coscientemente si fanno portatrici dell’influenza, e dell’insegnamento, di quella entità spirituale, e nel caso specifico che ci interessa, del Bodhisattva.

Rudolf Steiner, nelle sue ‘lezioni’ nell’àmbito della prima Scuola Esoterica, più volte affermò che quella o quell’altra ‘lezionenon stava sotto la sua responsabilità, e che attraverso lui parlavano i ‘Maestri della saggezza e dell’Armonia dei Sentimenti’, dei quali egli parlava sempre con infinita venerazione, e in particolare il Maestro Gesù, ossia Zarathustra, o Mani, o Christian Rosenkreutz, o lo stesso Bodhisattva Maitreya. Ma l’incapacità di distinguere tra ‘ispirazione’, ‘incorporazione’, e vera e propria ‘incarnazione’, ha portato molti antroposofi, ed anche alcuni amici della cerchia dei discepoli di Massimo Scaligero, a ritenere che Rudolf Steiner fosse il Bodhisattva Maitreya. Cosa che – stando a quanto è stato più sopra riportato, sia pure in forma forzatamente sommaria, circa la natura e l’essenza dei Bodhisattva, e conoscendo la storia umano-cosmica di Rudolf Steiner – è da escludere. Hella Wiesberger – sempre estremamente rigorosa e asciutta nel suo pensare e parlare – in vari colloqui con me, per indicare l’ispirazione che Rudolf Steiner riceveva in particolari momenti da Zarathustra, dal Bodhisattva Maitreya, o da altre elevate individualità spirituali, usò la calzante espressione ‘adombriert’, ossia ‘adombrato’.

Rudolf Steiner parlò più volte del ‘portatore umano’, ossia dell’individualità che veniva pervasa sino al corpo eterico da parte dell’incorporantesi Bodhisattva Maitreya, ossia dell’individualità di Jeshu Ben Pandira, il Maestro degli Esseni. Ne parlò in modo particolare, tra l’altro, nella conferenza, tenuta a Berna, del 10 settembre 1911, all’interno del ciclo sul Vangelo di Matteo. Poiché, già allora, cominciavano fraintendimenti da parte di vari antroposofi, i quali lo ritenevano essere Jeshu Ben Pandira, e il Bodhisattva Maitreya, Rudolf Steiner – al fine di tagliar corto con simili ciance, da lui definite ‘Spekulationen’ – affermò chiaramente a coloro che lo interrogavano: «Ich bin es nicht!», ossia «Non lo sono!». E vi è, a tale proposito, una testimonianza preziosa: quella di Günther Wagner (1842-1930). Questi era il fondatore della fabbrica dei prodotti Pelikan, e sin dal 1895 aveva aderito alla Società Teosofica di H. P. Blavatsky. Appena Rudolf Steiner divenne segretario della Sezione Tedesca, Günther Wagner si collegò con lui, e fu uno dei primi ad aderire alla sua Scuola Esoterica. Rudolf Steiner lo definiva ‘Senior’ della Società Teosofica, poi Antroposofica, e lo teneva in grande stima. Quindi la sua testimonianza ha per noi particolare valore. Egli testimoniò apertamente il fatto che Rudolf Steiner gli disse di non essere lui stesso il Bodhisattva Maitreya, «dass er selber nicht der Bodhisattwa sei». Abbiamo, altresì, la testimonianza di Walter Vegelahn, stenografo di molte sue conferenze, il quale ci ha trasmessa la dichiarazione di Rudolf Steiner che «es habe seine Individualität mit Jeshu ben Pandira nichts zu tun», ovvero che «la sua individualità non aveva nulla a che fare con Jeshu Ben Pandira». Un’ulteriore, importante testimonianza l’abbiamo da Friedrich Rittelmeyer, il fondatore della Christengemeinschaft, ossia della Comunità dei Cristiani, al quale Rudolf Steiner, nell’estate del 1921, comunicò circa l’azione del Bodhisattva Maitreya – comunicazione da Rittelmeyer riportata in un manoscritto diffuso come dattiloscritto, e recante il titolo di Gespräche mit Rudolf Steiner, Colloqui con Rudolf Steiner – che «Wenn wir noch 15 Jahre leben, können wir etwas davon erleben …», ovvero che «Se vivremo ancora quindici anni, ne potremo venire a conoscere qualcosa». Documentazione a proposito di questo spinoso problema, che per decenni ha prococato accese discussioni nel milieu antroposofico di lingua tedesca, è possibile reperrla in Der Europäer Jg. 14 / Nr. 12 / Oktober 2010. Il problema è di enorme importanza e sarà necessario ritornarci sopra più approfonditamente, meno di sfuggita, come sono costretto ora a fare in questo articolo. Appare evidente come da queste documentate testimonianze – oltre che dallo studio dell’opera di Rudolf Steiner –  la conclusione che l’affermazione di Orao circa l’identificazione di Rudolf Steiner con Jeshu Ben Pandira, e col Bodhisattva Maitreya, risulta errata.

Altri, ben più grandi, e gravi, problemi, sollevati dallo scritto di Orao, che sto esaminando, verranno affrontati nella terza parte di questo articolo. Ma, sin da ora, occorre aver sempre ben presente che, se l’Antroposofia è Scienza dello Spirito, non si può ‘venire a patti’ riguardo al rispetto – anzi, alla doverosa devozione, alla quale non è lecito a nessuno venir meno – nei confronti della Verità, e che non si possono avallare ‘leggende’, ‘sogni’, e ‘fiabe’, che purtroppo, in maniera parassitaria, illegittimamente, abbondano in molti ambienti esoterici, compresi quelli antroposofici e, non ultimi, i quelli di discepoli di Massimo Scaligero. Con la mia limitata esperienza spirituale diretta, naturalmente, io non sono in grado di verificare e dire (adesso, ma l’esperienza interiore, nel tempo, col lavoro diligente degli esercizi e dello studio, dis bene juvantibus, è in crescita) se tutto quel che afferma Rudolf Steiner sia vero o meno. Tuttavia sono benissimo in grado di dire se Rudolf Steiner abbia detto o meno una certa cosa. Se quel che affermano vari, più o meno ‘autorevoli’, autori, concordi o meno con quel che comunica, sulla base della sua rigorosa investigazione spirituale, Rudolf Steiner. Se, in taluni casi, gli vengano attribuite parole da lui mai prounciate. Se, addirittura, in opere citate da  tali ‘autorevoli’ autori  non vi sia affatto traccia, come avremo modo di constatare, di quel che essi affermano aver detto Rudolf Steiner.  

 

L’ARCHETIPO-NOVEMBRE 2019

Anno XXIV n. 11

Novembre 2019

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 In questo numero:

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. (PRIMA PARTE)

RRRRRRRRRRRR

«Il culto interiore della verità, l’indipendenza dall’«opinione pubblica», dalle propagande, dal «sentito dire», la ricerca della realtà dietro la parvenza, la continua lotta contro lo Spirito della Menzogna, la volontà di conoscere il contenuto non evidente delle situazioni, e ciò che si cela dietro le generali calunnie o esaltazioni umane, costituiscono la disciplina della Verità, che libera dal Male: disciplina che viene assunta come un dovere di fondamento da chi segue la via spirituale. È una simile disciplina che, esigendo il continuo sacrificio delle simpatie e delle antipatie personali, porta l’intimo dell’anima alla relazione vera con gli altri: relazione sostanzialmente possibile grazie a una confidenza di fondo con il Divino, da cui si vede scaturire in ciascun essere la reale forza: la forza della guarigione spirituale. Si sa di essere a contatto con la forza che può tutto e da cui può fluire la Verità, o la Rivelazione, su tutto».

Massimo Scaligero, Guarire con il pensiero, Edizioni Mediterranee, Roma, 1975, p. 179.

Vitam impendere vero. Consacrare la vita alla verità (IV, 91).

Decimo Giunio Giovenale, Satire, traduzione di Guido Ceronetti, Einaudi, 1971.

Una persona amica, da me molto stimata, e alla quale sono molto affezionato, mi inviò tempo fa la riproduzione digitalizzata di alcune pagine di un libro uscito nel maggio del 2017, nelle quali vi era un’affermazione che l’aveva lasciata non poco perplessa, affermazione per la quale ella mi chiedeva di fare una approfondita verifica sulla base dell’Opera di Rudolf Steiner. In effetti, l’affermazione che appariva nelle pagine inviatemi sollevava non pochi problemi, ossia appariva decisamente errata, ma onestà intellettuale voleva che non si giudicasse una tale affermazione problematica fuori dal contesto, ossia staccata dall’opera in cui appariva. Conciosiacosaché, dopo averci alquanto riflettuto e meditato, con l’ausilio di un’altra persona amica, mi sono procurato l’opera cartacea, da cui la telematica citazione inviatami era tratta, e ne ho intrapreso uno studio diligente e puntuale.

Sin dalle prime pagine della suddetta opera compare tutta una serie di affermazioni, che confrontate con le comunicazioni di Rudolf Steiner si dimostrano affatto errate. Tali errate affermazioni necessitano di adeguata rettifica, e non possono essere passate sotto silenzio. Personalmente, quando – prima, nel luglio del 1971, da parte di Massimo Scaligero, poi, nel novembre del 1985, da parte di discepoli diretti di Rudolf Steiner e amici di Marie Steiner appartenenti al Lascito – venni accolto ritualmente nella Scuola Esoterica, mi assunsi una serie di impegni sacri che, con tutte le mie forze, ho cercato sempre, e cercherò sempre, di rispettare nella maniera più rigorosa. Uno di questi impegni sacrali viene, esplicitamente, così enunciato da Rudolf Steiner:

«Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che diciamo, sentirci responsabili al di sopra di tutto, del fatto che una qualsivoglia parola che noi diciamo, deve essere preventivamente esaminata, nella maniera più severa, così approfonditamente, che noi possiamo presentarla come verità. Perché affermazioni non veritiere, anche se esse, per così dire, provengono da buona volontà, sono un qualcosa che agisce in maniera distruttiva all’interno di un movimento occulto. Su ciò non vi deve essere veruna illusione, anzi su ciò deve regnare la più completa chiarezza. Quel che importa non sono le intenzioni, giacché quelle l’essere umano le assume molto alla leggera, bensì è la Verità obbiettiva quella che importa. E appartiene ai primi doveri di un discepolo dell’esoterismo il fatto ch’egli non si senta in dovere semplicemente di dire quello che egli ritiene essere vero, ma piuttosto ch’egli si senta in dovere di esaminare se quello ch’egli dice sia effettivamente Verità obbiettiva. Poiché soltanto se, nel senso della Verità obbiettiva, noi serviamo le Potenze divino-spirituali, le cui forze fluiscono attraverso questa Scuola, noi potremo passare attraverso tutte quelle difficoltà, che si porranno di fronte all’Antroposofia».

Rudolf Steiner, ES 11. Aprile 1924.    

L’opera in questione, che presenta come nome dell’autore un “eteronimo” o, se vogliamo, un nomen mysticum ellenico, Orao, già apparso più volte, negli ultimi decenni, su una rivista romana, della quale ho avuto modo di occuparmi più volte su Ecoantroposophia, è stata pubblicata, nel 2017, dalla casa editrice gianicolense Tilopa, ed ha come titolo Resurrezione, mentre porta come sottotitolo La luce dei Nuovi Misteri. A quest’opera ne è seguita poi un’altra, ugualmente pubblicata da Tilopa, e avente come autore sempre Orao, col titolo Madre, e il medesimo sottotitolo della precedente, ossia La luce dei Nuovi Misteri. Queste due opere, correlate alla rivista Graal, edita da Tilopa, vengono presentate, in copertina e nel frontespizio, come Quaderno 1 e Quaderno 2 della suddetta rivista.

Le due opere non hanno una Prefazione, né una Introduzione, come in genere usa, né viene detto alcunché circa l’autore Orao, né sulla genesi delle suddette opere, né a quale epoca risalgano tali scritti. L’editore, inoltre, non ci fa conoscere a chi appartenevano quei due quaderni di Orao, ed altri eventuali che nel tempo potrebbero venir pubblicati, prima ch’egli li acquisisse, né come egli ne sia venuto in possesso, né se egli abbia operato o meno una “azione redazionale” sui quaderni medesimi: domande che, a causa dei delicati contenuti presentati, hanno la loro importanza. Negli anni ottanta del trascorso secolo, sulla rivista Graal l’eteronimo Orao, a quel che mi risulta, venne usato da due persone, ma nel caso che stiamo esaminando si tratta sicuramente di un’unica persona. Il nome ellenico Orao viene dal verbo ὁράω, che andrebbe traslitterato in caratteri latini come horào e significa: io vedo. L’aoristo di ὁράω = horào è  οἶδα = òida ed ha altresì il significato di: io so, perché in greco “sapere” equivale ad “aver visto”, e questo perché, per gli elleni,  “io so” è conseguenza del fatto che “io ho visto”. Ma aver “visto” qualcosa non è, di per sé, affatto una garanzia circa la realtà della cosa vista.  

Poiché nelle opere in questione nulla viene detto circa l’identità di Orao, qui verranno esaminate unicamente alcune affermazioni che appaiono soprattutto nella prima delle due opere. Quindi si prescinderà totalmente da chi sia Orao, e si esamineranno unicamente le sue affermazioni. Queste, considerate alla luce della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, potranno risultare esatte, vere, corrispondenti alla realtà, oppure si riveleranno inesatte, errate, non corrispondenti alla realtà spirituale, e di conseguenza, in tal caso, dovranno essere considerate false. Naturalmente, la stessa cosa vale anche nei confronti di quanto a sua volta afferma il sottoscritto Hugo de’ Paganis, ossia il benevolo lettore è pregato di non considerare chi io sia, bensì esaminare e verificare unicamente quel ch’io dico e scrivo, ossia se le mie affermazioni, diligentemente esaminate, scrupolosamente verificate, risultino reali o meno, vere o errate.  

Di una cosa può essere, sin da ora,  certo il candido lettore: che faccio mia la divisa del grande Tacito nei suoi Annales, 1, 1, 3, sine ira et studio, ossia «senza animosità e simpatia», ovvero «senza ira né pregiudizi», e  sed incorruptam fidem professis neque amore quisquam et sine studio dicendus est, ossia: «ma chi professa una fedeltà incorrotta al vero, deve parlare a tutti senza amore di parte, né odio», senza prevenzione, né partigianeria. Ossia, è necessario esporre quanto è necessario che venga detto, unicamente per servire la verità: con assoluta imparzialità e obbiettività. E che, indifferente al biasimo e alla lode, farò coscienziosamente ogni sforzo a me possibile in tal senso. Il lettore noterà una certa abbondanza di citazioni dall’Opera di Rudolf Steiner: esse sono necessarie, e vengono proposte al suo diligente studio e alla sua meditazione, in modo ch’egli si possa formare, al di là di simpatie e antipatie, e in totale autonomia, un giudizio personale, che sia il più obbiettivo possibile, il più conforme alla verità oggettiva.

Per il momento, mi limiterò ad esaminare quelle comunicazioni di Orao, che sia possibile porre a confronto con quanto afferma Rudolf Steiner nei suoi scritti, nelle sue conferenze, in comunicazioni ad personam, da lui fatte a discepoli affidabili a lui vicini, il quali a loro volta ce le hanno fatte pervenire.

A p. 8 di Resurrezione, leggiamo – in una frase nella quale manca il verbo della proposizione principale, verosimilmente, per motivi stilistici, sottinteso – la seguente identificazione:

«Melchisedec, Manes, Manu, Minos, Cristiano Rosenkreutz, sempre presente sulla Terra, visibilmente o invisibilmente, per assistere alla trasmissione della Forza-Cristo presso ogni Iniziazione che si fosse svolta entro lo stato di coscienza sempre più consapevole da parte del pensiero libero dell’uomo». 

L’identificazione di Mani Hayya – Mani il ‘Vivente’, come viene chiamato nei testi manichei in lingua siriaca, ossia in lingua aramaica orientale – con Christian Rosenkreutz è sicuramente errata alla luce di quanto Rudolf Steiner comunicò, per esempio, all’interno della prima Scuola Esoterica, in una “lezione” – esoterische Stunde, “ora esoterica” in tedesco – non datata, intitolata Sulle personalità dei Maestri in relazione ai risvegli nei Vangeli, pubblicata da Hella Wiesberger in Zur Geschichte und aus Inhalten del ersten Abteilung del Esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, pp. 227-237, nella quale vien detto:

«In primo luogo, nel Vangelo di Luca (Cap.7) ci viene descritto con parole commoventi il risveglio del fanciullo di Nain. In questo racconto, è ricolma di significato ogni parola che indica come nel fanciullo di Nain vivesse l’intera terza epoca post-atlantica, la civiltà egizio-caldaica, come in essa questa abbia potuto svilupparsi sotto l’influsso delle forze, che allora erano attive nell’anima umana. 

Il fanciullo di Nain del Vangelo di Luca non è altro che il discepolo di Sais; in sino nei nomi viene occultata la differenza tra l’ambiente spirituale della terza e della quarta epoca di civiltà: egli voleva diventare come gli altri iniziati un «Figlio della Vedova», di Iside, la quale piangeva per il suo perduto sposo Osiride. Ma, essendo impreparato, volendo qui sullo stesso piano fisico disvelare l’immagine di Iside e contemplare i misteri celesti, egli cadde morto. Nessun mortale, a quell’epoca, poteva sollevare il velo di Iside. Nel fanciullo di Nain viene simboleggiata l’impotente sapienza dell’epoca egizia.

Egli rinascerà, crescerà come il fanciullo di Nain, sarà nuovamente un «Figlio della Vedova», di nuovo egli morirà nella fanciullezza. E il Christo Gesù si avvicina, mentre il morto viene portato fuori dalla porta della città. E «molta gente della città» era con sua madre; è la folla degli Iniziati egizi. Essi son tutti morti, che seppelliscono un morto. «E, vedendola, il Signore ne ebbe compassione». Egli ebbe compassione della madre, che stava lì quasi come Iside, che era la sorella e la sposa di Osiride. Ed Egli disse: «Fanciullo, Io ti dico, alzati!», «E il morto si levò, e cominciò a parlare, ed Egli lo rese a sua madre». – Ella, l’antica Iside,  era appunto discesa sulla Terra; le sue forze potevano ora venir vivificate sulla Terra stessa. Il Figlio viene ridonato alla Madre, ora egli deve unirsi pienamente con Lei. «E i presenti lodavano Dio, e dicevano: Un grande profeta è sorto tra noi». Giacché nel fanciullo di Nain il Christo Gesù aveva immesso, mediante una sorta di Iniziazione, che rappresenta questa resurrezione, un seme che solo nella successiva incarnazione poteva giungere a fioritura.

Un grande profeta, un potente Maestro di religione è scaturito dal fanciullo di Nain! Nel terzo secolo dell’era cristiana sorse dapprima in Babilonia Mani o Manes, il fondatore del Manicheismo. […]

Nel suo insegnamento venne riunito quanto che le antiche religioni avevano contenuto di Sapienza, ed egli lo illuminò con una Gnosi christica, che rese possibile che i conoscitori della Sapienza stellare egizio-babilonese, i seguaci dell’antica religione persiana, persino i buddhisti dell’India, potessero compenetrarsi con una comprensione dell’Impulso-Christo in questa forma. 

Quest’anima, che prima era vissuta nel fanciullo di Nain, e che era stata iniziata dal Christo in questa forma epoche future, ha agito in maniera preparatoria quel che era contenuto nel Manicheismo, e che non è ancora giunto a pieno sviluppo, sorgerà per la salvezza dei popoli dell’antico Oriente, – in maniera preparatrice quest’anima ha operato nella sua incarnazione come Mani per la sua vera e propria missione futura: portare la vera armonia di tutte le religioni. 

Al fine di poter far ciò, essa dovette rinascere come quell’anima, che sta in relazione all’impulso del Christo in una maniera del tutto particolare. Per così dire dovette sommergersi ancora una volta tutto ciò che in quella incarnazione come Mani era emerso da quest’anima di antico e nuovo sapere. Come un «puro folle» egli dovette stare di fronte al sapere esteriore del mondo e all’Impulso-Christo nelle profondità della sua anima. Egli rinacque come Parzival, il figlio di Herzeleide, della figura tragica abbandonata dal suo sposo. Come figlio di questa vedova, ora anch’egli abbandona la madre. Vaga nel mondo. Dopo qualche odissea giunge a divenire Guardiano del Santo Graal. E il seguito della saga di Parzival ci racconta com’egli si inoltri nuovamente in Oriente, com’egli trovi negli appartenenti alle razze scure i suoi fratelli, come pure a questi perverranno le benedizioni del Santo Graal. Così egli si preparò, nella sua vita come Parzival, a diventare un nuovo Maestro del Cristianesimo, la cui missione sarà di compenetrare questo sempre più degl’insegnamenti dalla Reincarnazione e del Karma, allorché i tempi saranno a ciò maturi».

Questo è ciò che Rudolf Steiner dice  di Mani alle pp. 228-230 della citata “lezione” della Scuola Esoterica, della quale ho fatta una traduzione direttamente dall’originale tedesco, per scrupolo di esattezza, quanto più letterale possibile, evitando abbellimenti stilistici. Ma prima di proseguire nel riportare altre parti importanti dalla medesima “lezione” esoterica, vediamo alcune importanti comunicazioni di Rudolf Steiner a proposito di questa elevata individualità spirituale. Infatti così leggiamo alle pp. 239-240 della stessa opera, GA-264, curata da Hella Wieberger, quanto Rudolf Steiner trasmise ad alcuni discepoli a lui fedeli:

«Su Mani

Il fanciullo di Nain dopo il suo risveglio seguì il Christo come discepolo. Non apparteneva ai Dodici.

Domanda: Come discepolo del Christo viene egli nominato nei Vangeli apocrifi?

Risposta: Nella successiva incarnazione, egli fu Mani; le altre incarnazioni sono da considerarsi come leggende, che assomigliano al risveglio di Lazzaro.

(Tramandato in colloqui avuti dai sacerdoti della Comunità dei Cristiani W. Klein ed Emil Bock con Rudolf Steiner nel febbraio del 1924).

Mani in questo secolo non sarà incarnato; ha intenzione di farlo nel prossimo secolo, a patto ch’egli trovi un corpo adeguato. L’usuale educazione non offre nessuna possibilità per l’evoluzione di Mani, solo l’educazione Waldorf. Se vi saranno i presupposti, egli si presenterà come Maestro dell’umanità ed assumerà la direzione nei campi dell’Arte e della Religione. Egli agirà in forza del Mistero del Graal, e istruirà gli uomini a decidere essi stessi circa il Bene e il Male.

(Tramandato da Ehrenfried Pfeiffer a partire da colloqui da lui avuti con Rudolf Steiner tra il 1919 e il 1921)».

È interessante riportare esattamente che cosa riferì Ehrenfried Pfeiffer della comunicazione avuta da Rudolf Steiner. Si tratta di una sua conferenza, tenuta il 22 dicembre 1946, e pubblicata in Notes and Lectures, compendium 1, Mercury Press, Spring Valley-New York, 1991:

«La Tripartizione di Rudolf Steiner ha anzitutto una funzione preparatrice per la futura incarnazione di Mani. Una volta parlai con Rudolf Steiner della questione di quando sarebbe giunto il momento per l’applicazione delle forze eteriche per finalità tecniche. Egli disse che ciò sarebbe diventato opportuno allorché la Tripartizione si fosse realizzata. Egli disse, inoltre, che Mani attualmente non avrebbe potuto trovare ancora una corporeità adeguata per incarnarsi, giacché tutte le forze ch’egli potrebbe portare in una incarnazione, verrebbero distrutte dall’attuale sistema pedagogico. Perciò è una necessità che si manifestino la Pedagogia Waldorf e la Tripartizione dell’organismo sociale. [,,,] Considero dunque come nostro compito urgente sviluppare questa Tripartizione, dapprima in forma di pensiero, e poi fattivamente, in maniera che Mani possa incarnarsi. Il momento giusto per l’incarnazione di Mani karmicamente sarebbe all’incirca alla fine di questo secolo. Tuttavia, non so se ciò sarà possibile. Eppure, se la Tripartizione e la Pedagogia Waldorf si saranno affermate, e gli potrebbe di nuovo incarnarsi. Una tale incarnazione provocherebbe un rivolgimento totale della tendenza storica del mondo».  

Già da quanto precede è possibile constatare, sulla base delle comunicazioni della Scienza dello Spirito, come non sia possibile accogliere l’identificazione, che fa Orao, tra Mani e Christian Rosenkreutz. Quanto all’identificazione di queste due individualità spirituali con Melchisedek, il Manu, e il cretese Minosse – Minos, nel testo di Oraonon ve ne è traccia alcuna, a quanto mi risulta ad un esame diligente, nell’intera, Opera, edita o inedita, di Rudolf Steiner. Questi, in effetti, parla unicamente di quattro incarnazioni di Mani – il discepolo di Sais, il figlio della vedova di Nain, Mani, e Parzival figlio della vedova Herzeleide – e non accenna, se non di sfuggita, e raramente, al fatto ch’egli sarebbe pressoché sempre incarnato sulla Terra.

Quanto, invece, all’individualità del fondatore dell’Iniziazione rosicruciana, Rudolf Steiner, parla esplicitamente, e moltissime volte, di Hiram, il cainita architetto del Tempio di Salomone, di Giovanni-Lazzaro, direttamente iniziato dal Signore e autore del Vangelo di Giovannidell’Apocalisse, di una sua particolare incarnazione medievale in epoca carolingia, della sua incarnazione nel XIII secolo come ‘Tredicesimo’ allevato nella cerchia dei ‘Dodici’ e morto giovanissimo, della sua incarnazione nel XIV-XV secolo come Christian Rosenkreutz, nella quale visse 106 anni, e del fatto che nel 1459 egli fu elevato alla dignità di Eques Lapidis Aurei, della sua manifestazione nel XVIII secolo come Conte di Saint-Germain. Queste sono le incarnazioni esplicitamente comunicate da Rudolf Steiner, il quale aggiunge che, dopo l’incarnazione del XIV-XV secolo, nella quale egli fondò l’Ordine o Fraternitas Rosae Crucis, egli è pressoché sempre presente sulla Terra, e comunque agisce, col suo corpo eterico, sia ch’egli sia fisicamente incarnato, sia nelle brevi pause nelle quali si ritira nei mondi superiori. Rudolf Steiner parlò di questa grandissima individualità spirituale – ne parlò in modo specialissimo – nelle conferenze, pubblicate in tedesco in Die esoterische Christentum und die geistige Führung der MenschheitIl Cristianesimo esoterico e la direzione spirituale dell’umanità, Rudolf Steiner Verlag, GA-130, Dornach, 1995, pp. 57-79, ch’egli tenne in Svizzera, a Neuchâtel, il 27 e il 28 settembre 1911, in occasione della fondazione del Gruppo Christian Rosenkreutz in quella città. Nella prima di quelle due conferenze, che preferisco ritradurre direttamente, possiamo leggere che:

«In conseguenza del lavoro dei Rosacroce, il corpo eterico di Christian Rosenkreutz si rafforzò di secolo in secolo. La sua azione si compie attraverso Christian Rosenkreutz ma anche attraverso tutti coloro che divengono suoi discepoli. A partire dal XIV secolo. Christian Rosenkreutz si è continuamente reincarnato. Tutto ciò che viene insegnata come «Teosofia» è rafforzata dal corpo eterico di Christian Rosenkreutz, e coloro che diffondono questi insegnamenti si fanno adombrare da quel corpo eterico, il quale agisce tanto quando Christian Rosenkreutz è incarnato, ma anche allorché egli non lo è.

Il Conte di Saint-Germain fu, nel XVIII secolo, la reincarnazione exoterica di Christian Rosenkreutz. Ma questo nome venne attribuito anche ad altre personalità, cosicché non tutto quello che vien detto qui o là sul Conte di Saint-Germain riguarda Christian Rosenkreutz. Oggi Christian Rosenkreutz è nuovamente incarnato [Heute ist Christian Rosenkreutz wiederverkörpert]».  [HdP: il rilievo è mio].

Che l’individualità, che nel secondo millennio della nostra era si manifesterà come Christian Rosenkreutz, possa essere identificata con Melchisedec mi sembra che sia cosa oltremodo difficile, se si tien conto del fatto che Rudolf Steiner, parlando dell’architetto costruttore del Tempio di Gerusalemme, il cainita Hiram, afferma apertamente come egli, partendo da sapienza, scienza e arte umana, e non attraverso una sognante saggezza jahvetica rivelata dall’alto, come nel caso del re Salomone, fosse giunto con le sue forze sin sulle soglie dell’Iniziazione, ma che non l’aveva ancora realizzata. Hiram sarà vittima da una parte dell’odio omicida dei tre cattivi compagni e della complice gelosia di re Salomone. Hiram realizzerà l’Iniziazione nella sua incarnazione come Lazzaro-Giovanni, nella quale avrà come Ierofante il Christo Gesù. Nel caso di Hiram-Lazzaro-Giovanni, inoltre, a maggior ragione mal si scorge com’egli possa essere identificato con Melchisedec, re di Salem, e Sacerdote di El Eliôn, di Dio Altissimo.

Nel libro della Genesi, Cap. 14, vv.17-20, Melchisedec viene così descritto:

«E di poi, come egli [Abramo] se ne ritornava dalla sconfitta di Chedor-laomer e de’ re ch’erano con lui, il re di Sodoma gli uscì incontro nella Valle della pianura, ch’è la Valle dei re. E Melchisedec, re di Salem, arrecò pane e vino; or egli era Sacerdote dell’Iddio altissimo. E lo benedisse dicendo: Benedetto sia Abramo, appo l’Iddio altissimo, possessor del cielo e della terra. E benedetto sia l’altissimo Iddio, che ti ha dati i suoi nemici nelle mani. E Abramo gli diede la decima di ogni cosa». La Sacra Bibbia, ossia l’Antico e Nuovo Testamento, tradotti da Giovanni Diodati, Libreria Sacre Scritture, Roma, 1976, pp. 10-11.

Il nome di Melchisedec ritorna nel Salmo 110, v. 4, ove leggiamo:

«Il Signore ha giurato e non si pentirà: Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec», ibidem, p. 510.

Ritroviamo Melchisedec, presentato con parole misteriose, nella Lettera agli Ebrei di Paolo di Tarso, ove al Cap. 6, v. 20 e Cap. 7, vv. 1-4, leggiamo:

«Dov’è entrato per noi, come precursore Gesù, fatto in Eterno sommo sacerdote, secondo l’ordine di Melchisedec.

Perciocché, questo Melchisedec era re di Salem, sacerdote dell’Iddio Altissimo; il quale venne incontro ad Abrahamo, che ritornava dalla sconfitta dei re, e lo benedisse. Al quale Abrahamo diede per parte sua la decima d’ogni cosa. E prima è interpretato: Re di giustizia; e poi ancora egli è nominato: Re di Salem, cioè: Re di pace. Senza padre, senza madre, né principio di giorni, né fin di vita; anzi, rappresentato simile al Figliuol di Dio, dimora sacerdote in perpetuo. Ora considerate quanto grande fu costui  al quale Abrahamo, il patriarca diede la decima delle spoglie», ibidem, pp. 970-971. 

Tra le preziose indicazioni che, circa trentacinque anni fa, mi dette Hella Wiesberger e che, nel tempo, si rivelarono estremamente feconde per la mia vita interiore, vi fu quella di studiare – con dantesco ‘intelletto d’amore’ – l’epistolario intercorso tra Rudolf Steiner e Marie Steiner, epistolario da lei particolarmente curato. E devo dire che tale indicazione, generosamente datami da questa mia spirituale ‘compagna d’armi’, si rivelò per me oltremodo decisiva sia per quanto riguarda la Via del Pensiero, sia per la Via del Graal. Hella Wiesberger ne curò personalmente due edizioni: la prima, nel 1967, in occasione del 100° anniversario della nascita di Marie Steiner, e la seconda – ampiamente rivisitata ed arricchita con ulteriore importante materiale – nel 2002, in occasione del 100° anniversario della fondazione del movimento antroposofico. In ambedue le edizioni, figura come Introduzione, un testo recante come titolo: Aufzeichnungen Rudolf Steiners, geschrieben für Édouard Schuré in Barr im Elsaß, September 1907Appunti di Rudolf Steiner scritti per Édouard Schuré a Barr in Alsazia, nel settembre del 1907. Si tratta di tre documenti, scritti, di estrema importanza perché in essi Rudolf Steiner parla liberamente, anche se sinteticamente, di una serie di retroscena che stanno dietro eventi e confraternite occulte.

Nel secondo di tali documenti egli parla della figura di Christian Rosenkreutz in questi termini:

«Christian Rosenkreutz andò in Oriente nella prima metà del XV secolo per trovare un equilibrio tra l’Iniziazione orientale e quella occidentale. Una conseguenza ne fu la fondazione definitiva della corrente rosicruciana in Occidente al suo ritorno. In questa forma il Rosicrucianesimo doveva essere una scuola mantenuta rigorosamente segreta, in vista della preparazione del compito che avrebbe dovuto incombere alla svolta tra i secoli XIX e XX, allorché le scienze sarebbero giunte  alla soluzione provvisoria di taluni problemi. Tra questi Christian Rosenkreutz indicò:

1) La scoperta dell’analisi spettrale, mediante la quale sarebbe venuta alla luce la costituzione materiale del Cosmo.

2) L’introduzione del concetto di evoluzione materiale nella scienza dell’organico.

3) La conoscenza del fatto di uno stato di coscienza diverso da quello abituale mediante i metodi dell’ipnosi e della suggestione.

Solo quando queste conoscenze materiali fossero maturate in seno alla scienza, certi principi rosicruciani dovevano dalla segretezza occultistica penetrare nella comunicazione pubblica.

Sino a quel momento, l’iniziazione mistico-cristiana venne data all’Occidente nella forma sotto la quale essa venne trasmessa a San Vittore, Meister Eckhart, Tauler dall’Iniziatore, dello «Sconosciuto dell’Oberland» e così via.

All’interno di questa intera corrente venne considerata come un «grado superiore» l’Iniziazione di Mani, il quale nel 1459 iniziò pure Christian Rosenkreutz [HdP: il rilievo è mio]: essa consiste nella vera conoscenza della funzione del Male. Questa Iniziazione deve rimanere, con i suoi retroscena, rimanere ancora a lungo assolutamente ignota alla massa. Là dove anche soltanto un piccolissimo raggio sia penetrato nella letteratura, esso ha causato sciagure, come attraverso la nobile anima di Guyau del quale era divenuto discepolo Friedrich Nietzsche». 1. Auflage Gesamtausgabe, GA-262 Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1967, p. 15. 2. Neu durchgesehene und erweiterte Auflage Gesamtauslage, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 2002, pp. 23-24.

È evidente come in questa comunicazione ad Ėdouard Schuré – e, per di più, da lui stesso messa per iscritto – Rudolf Steiner parli apertamente di Christian Rosenkreutz e di Mani come di due individualità spirituali diverse. Del resto, egli parla della Via rosicruciana e della Via manichea come di due forme di Iniziazione diverse, essendo quella manichea più radicale, e per di più gerarchicamente superiore, rispetto a quella rosicruciana. Infatti, Rudolf Steiner così si esprime, per esempio,  nell’ottava conferenza, tenuta a Stoccarda il 29 agosto 1906, de Alle porte della Scienza dello Spirito, da GA-95, Editrice Antroposofica, Milano, 2015, pp. 79-80:

«Quanto è interiore deve però diventare esteriore; e l’uomo si eleverà maggiormente non appena il suo karma si sarà completamente compiuto; e questo è legato a qualcosa di straordinariamente interessante. In previsione di questo sviluppo dell’umanità, già da secoli vennero fondati degli ordini segreti che si prefissero i più alti compiti immaginabili. Uno di questi ordini è quello dei manichei. La scienza non sa nulla di giusto a loro riguardo, e crede che i manichei abbiano promulgato la dottrina che già nella natura stessa risulti l’esistenza di un bene e di un male che lottano tra di loro, e che questo sia già prestabilito fin dalla creazione. Ma questo svisa fino all’assurdo i veri valori dell’Ordine. I singoli membri che lo compongono vengono educati in modo peculiarissimo al loro grande compito. Quest’Ordine sa che vi saranno uomini che non avranno più male nel loro karma, e che vi sarà altresì un’umanità di natura malvagia nella quale il male dominerà in grado assai maggiore che nelle belve più feroci, e procederà nel male, coscientemente raffinandolo, valendosi di un raziocinio sviluppatissimo. L’Ordine dei manichei istruisce fin d’ora i suoi discepoli in modo che diventino in futuro i trasformatori del male. La difficoltà enorme di questo compito sta nel fatto che in quell’umanità malvagia non vi sarà accanto al male una parte di bene che, come nel fanciullo malvagio, con l’esempio e l’insegnamento si lascia accrescere fin da oggi i manichei imparano a poter trasformare radicalmente in questi esseri il male ch’essi portano dalla nascita. Il male, che in questo modo verrà completamente trasformato. Diverrà, a lavoro compiuto, un bene specialissimo. La condizione etica della Terra sarà una condizione di santità; la forza della trasformazione influenzerà questo stato di santità; e ciò non si può conseguire se non col prodursi di questo eccesso di male. E dalla forza stessa necessaria a superarlo, si svilupperà pure la forza per la santità suprema. Il campo deve venir concimato col letame nauseabondo, il letame deve essere prima assorbito dal campo come fermento. Allo stesso modo l’umanità ha bisogno del concime del male per poter raggiungere le vette della santità: questa è la missione del male. L’uomo diventa vigoroso affaticando ed esercitando i suoi muscoli, e così il bene, per potersi sublimare nella santità, deve prima superare il male che lo contrasta. Il male ha il compito di fare ascendere l’umanità».

Rudolf Steiner parlò molte volte della individualità spirituale di Mani, e non è possibile qui riportare tutti i passi – tutti, peraltro, importantissimi – nei quali egli ne parla, ma non voglio rinunciare, perché veramente calzante rispetto al nostro tema, quanto egli dice in una “lezione” della Scuola Esoterica, tenuta a Berlino l’11 novembre 1904, contenuta in Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen SchuleLa leggenda del Tempio e la leggenda aurea come espressione simbolica dei misteri dell’evoluzione passata e futura dell’uomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica – GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1991, tradotta in italiano e pubblicata col titolo I Manichei, in I Manichei, a c. di Gabriele Burrini, Editrice Antroposofica, Milano, 1995, ove, a p. 17, troviamo detto:

«Una corrente spirituale ancora più importante dei Rosacroce è il manicheismo» [HdP: il rilievo è mio].

Mentre, alle pp. 23-24, leggiamo ulteriormente:

«Se in questa prospettiva ci chiediamo ancora: che cosa vuole Mani e che cosa significa la sua affermazione, di essere cioè il Paraclito, lo Spirito, il figlio della vedova? Null’altro se non che egli vuole preparare la sesta epoca dell’umanità nella quale essa sarà condotta da se stessa, dalla propria luce animica, e supererà le forme esteriori per trasformarle in spirito.

Mani intende creare una corrente spirituale che superi, che vada oltre quella rosicruciana [HdP: il rilievo è mio]. La corrente di Mani tende alla sesta epoca che viene preparata sin dalla fondazione del cristianesimo. Proprio in quell’epoca il cristianesimo si manifesterà nella sua piena forma. Solo allora sarà veramente presente».

Massimo Scaligero stesso più volte, nelle sue riunioni, parlò della Via di Mani, del Manicheismo, come di una Via spirituale “rivoluzionaria”, ancora più radicale della stessa rosicruciana, in quanto nella Via cristiana antica, e in quella rosicruciana, si prega ancora, chiedendo: «ma liberaci dal Male», Male del quale l’asceta si purifica, e si libera, ma del quale si fanno carico poi altri esseri umani più deboli, e meno maturi di lui. Ciò è ancora – tragicamente – una realtà, e una necessità. Nella Via manichea, invece, non ci si «libera dal Male», bensì prima lo si trasforma in noi, poi si liberano dal “peso” del Male gli altri, assumendocelo, e trasformando anch’esso in noi. È evidente come la Via rosicruciana sia preparatrice di quella manichea, la quale viene ad essere il più alto ideale che possa essere perseguito dall’asceta e dalla Comunità spirituale. Ed è altresì evidente, dalle comunicazioni di Rudolf Steiner su riportate, come Christian Rosenkreutz e Mani siano due individualità spirituali diverse, così come siano diverse le loro Vie, che sono gerarchicamente collegate tra loro.  

Sempre a p. 8 del libro Resurrezione di Orao, nel paragrafo precedente a quello da noi più sopra citato, leggiamo:

«San Paolo, nella prima lettera agli Ebrei, definisce il Cristo «Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek». Circa quattromila anni prima della nascita di Gesù di Nazareth, il Concilio degli Dei, avendo stabilito di inviare sulla Terra il Cristo – sacrificando il Figlio del Sole alla redenzione della Terra – affidò all’entità di Melchisedek il cómpito di preparare nella fisicità dell’uomo la facoltà dello spirito, onde l’uomo e il futuro miste, potessero aspirare allo spirito, ma potessero anche accogliere il messaggio cristico e testimoniare l’avvento dei Nuovi Misteri. Melchisedek preparò nell’uomo la facoltà di inserire la trascendenza nell’immanenza umana, così come gradatamente il Cristo si unificava, nei tre anni dai trenta ai trentatré. Dopo il Battesimo presso il Giordano, con i tre involucri di Gesù di Nazareth unificantisi nell’Io-Cristo».

Paolo di Tarso, per l’esattezza, scrisse non una prima, bensì un’unica Lettera agli Ebrei, come si può constatare su qualsiasi Bibbia. In effetti, Rudolf Steiner parla – per esempio in molte conferenze, collegate con le cinque conferenze da lui tenute all’allora Christiania, oggi Oslo, dal 1 al 6 ottobre 1913 e con le due tenute a Colonia il 17 e 18 dicembre 1913, all’interno dei vari cicli sul Quinto Vangelo, Ricerca dalla Cronaca dell’Akasha, GA-148, parzialmente tradotto e pubblicato in italiano dalla Editrice Antroposofica di Milano (ultima edizione nel 2010) – di quello ch’egli chiama il “Concilio degli Dèi”, ma in quel ciclo, e neppure nelle altre conferenze, Rudolf Steiner mai parla di una peculiare missione di Melchisedec, decisa in occasione di quel “Concilio degli Dèi”, né comunicò – per lo meno a quanto mi risulta – l’epoca in cui avvenne tale “Concilio”: 4000 anni prima della nascita di Gesù di Nazareth, secondo quel che afferma Orao. Ma, proseguendo la trattazione che Orao fa del Risveglio-Iniziazione di Giovanni-Lazzaro, leggiamo a p. 9:

«I Vangeli sinottici (Marco, Matteo, Luca) contengono cronaca della vita del Cristo Gesù, miracoli, insegnamenti. Il Vangelo di Giovanni ha la descrizione di un solo miracolo, la resurrezione di Lazzaro, scarsa cronaca sui fatti della vita del Cristo Gesù; contiene invece tutto l’insegnamento più delicato e definitivo per l’evoluzione futura dell’uomo. Non attinge quindi come gli altri ad una tradizione, ma è originaria espressione della Parola (Logos) nell’Evangelista attestatore della verità; in quanto egli ripropone il potere profetico di Elia, il contenuto dei Misteri giudaici di Giovanni Battista, l’attestazione della resurrezione in Betania, è quindi trasferito come archetipo originario entro l’umana sostanza eterna, divenendo possibilità di operazione mistica in ogni uomo, per ora nell’asceta dei Misteri rosicruciani, in avvenire per tutta l’umanità che vorrà il Logos in sé».

I Vangeli sinottici sono stati oggetti di una ampia e ripetuta esegesi da parte di Rudolf Steiner, il quale mette più volte in evidenza ch’essi non contengono la cronaca della vita del Cristo Gesù, miracoli, insegnamenti, bensì sono tutti e tre – a vari livelli – documenti iniziatici, corrispondenti a ‘punti di vista diversi’, raffigurati nel Tetramorfo rispettivamente dall’Angelo per Matteo, dal Leone per Marco, dal Toro per Luca, Giovanni è, invece, rappresentato dall’Aquila. Rudolf Steiner mette molte volte in evidenza come i Vangeli sinottici non siano una mera “cronaca”, ché anzi, considerati da questo punto di vista, essi si rivelano, et pour cause, storicamente contraddittori, almeno apparentemente, il che ha fatto sì che nel XIX secolo – in quello che, giustamente, fu chiamato le siècle stupide – sorgesse tutta una critica razionalistica dei Vangeli, in particolar modo in Germania nella cosiddetta “Scuola di Tubinga”. 

Rudolf Steiner dedica tutta la prima, delle dieci conferenze da lui tenute a Basilea dal 15 al 26 settembre 1909, tradotte e pubblicate ne Il vangelo di Luca, Editrice Antroposofica, Milano, Edizione 2016, ma che io preferisco citare dalla pubblicazione fattane, a Milano nel 1956, da L’Editrice Scientifica, proprio a chiarire questo punto cruciale. Quella prima conferenza nell’edizione del 1956 porta il titolo I diversi aspetti dell’iniziazione, mentre nell’edizione del 2016 è intitolata Iniziati e chiaroveggenti. In quella conferenza, Rudolf Steiner difende apertamente il valore in iniziatico del Vangelo di Luca, e degli atri due sinottici. Infatti, così leggiamo alle pp. 1-2 dell’edizione del 1956:

«Non solo è vero che il cristianesimo come tale è immenso per sua natura e che si può illuminarlo dai più diversi punti di vista, ma è anche vero – e appunto questo ciclo di conferenze lo dimostrerà – che, quantunque il vangelo di Giovanni sia un documento infinitamente profondo, vi sono cose che da quello non si possono imparare, e che si possono invece apprendere dal vangelo di Luca. Quello che, quando tenni le conferenze sul vangelo di Giovanni, abbiamo presentato come le idee più profonde del cristianesimo, sono ben lungi dall’essere il cristianesimo nella sua profondità totale; ma si può penetrare in quella profondità da un altro punto di vista. E questo altro punto di vista lo potremo acquistare, se porremo il vangelo di Luca al centro delle nostre considerazioni antroposofiche.

Esamineremo perciò alcuni passi, i quali ci faranno comprendere che vi è davvero qualcosa da acquistare dallo studio del vangelo di Luca, anche dopo aver scandagliato le profondità di quello di Giovanni. E prenderemo le mosse da quanto ci risulta ad ogni riga del vangelo di Giovanni: ossia dal fatto che per lo studioso di antroposofia, i vangeli si presentano come documenti composti da individui che, penetrando con lo sguardo molto a fondo nell’essenza della vita e dell’esistenza, contemplarono le profondità dell’universo come iniziati, come chiaroveggenti». 

Dopo di che, Rudolf Steiner, alle pp. 2-3, enuncia quelli che sono i diversi gradi dell’esperienza spirituale sovrasensibile:

«Da un certo riguardo, vi è una differenza tra un iniziato e un chiaroveggente, quantunque nulla si opponga a che l’iniziato sia in pari tempo un chiaroveggente ed il chiaroveggente fino ad un certo grado un iniziato. Se vorrete distinguere esattamente queste due categorie di uomini – tra l’iniziato e il chiaroveggente – dovrete ricordarvi di ciò che è spiegato nel mio libro L’iniziazione: e cioè che, in sostanza, vi sono tre gradi per i quali si giunge oltre la visione ordinaria del mondo.

La prima forma di conoscenza accessibile all’uomo è quella che considera il mondo mediante i sensi e che, mediante l’intelletto e le altre forme dell’anima, si appropria di ciò che si percepisce. Oltre a questo, vi sono altri tre gradi di conoscenza: il primo è quello della conoscenza immaginativa, il secondo è quello della conoscenza ispirativa e il terzo è quello della conoscenza intuitiva, intesa questa nel suo significato occulto».

Rudolf Steiner in molte sue opere mette in guardia contro le insidie e le illusioni che si incontrano sul piano immaginativo, ossia nel mondo astrale, nel quale non è sempre facile per il mistico e il semplice chiaroveggente distinguere la verità dall’errore, la realtà dall’illusione. Egli ne parla a lungo e approfonditamente in opere scritte come L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori? (1904), ne I gradi della conoscenza superiore (1905), La scienza occulta nelle sue linee generali (1910), Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, in otto meditazioni (1912), La soglia del mondo spirituale (1913): tutte opere, in oltre un secolo, moltissime volte tradotte e pubblicate in italiano e facilmente reperibili. Ma, visto il tema affrontato da Orao, voglio trascrivere dall’edizione del Vangelo di Luca, edito a Milano nel 1956, quanto Rudolf Steiner, con una chiarezza paradigmatica, dice a p. 7:

«Chi vuol contemplare soltanto il mondo immaginativo e rinunzia a salire più in alto, ai mondi dell’ispirazione e dell’intuizione, vive in certo modo in un mondo di incertezza. Il mondo fluttuante dell’immaginazione è, per così dire, senza sponde; e se si è abbandonati a se stessi, si nuota con l’anima dentro di esso in qua e in là, senza avere un’esatta conoscenza della direzione e dello scopo a cui si tende. Ne conseguì in passato la necessità, per i chiaroveggenti, ossia per gli uomini dotati della sola conoscenza immaginativa, di vincolarsi con devozione totale alle loro guide, a coloro che avevano sviluppato le facoltà superiori dell’ispirazione e dell’intuizione. Perché soltanto l’ispirazione e l’intuizione dànno sicurezza nel mondo spirituale, e fanno conoscere esattamente la via e la mèta. Se invece all’uomo manca la conoscenza dell’ispirazione, egli non può sapere dove conduce la via e dove egli deve dirigersi per raggiungere la mèta; perciò gli è necessario affidarsi all’esperta direzione di qualcuno che conosca queste cose. Per questo si è sempre giustamente affermato che chi si limita ad ascendere alla sola conoscenza immaginativa, deve vincolarsi intimamente ad un maestro, il quale gli indichi direzione e mèta che da sé solo non potrebbe scoprire». 

Dopodiché, Rudolf Steiner mostra quale sia il grado di conoscenza che dà autentica certezza di verità e di realtà. Infatti, prima alle pp. 5-6 chiarisce:

«Un grado di conoscenza ancor superiore [a quello immaginativo e a quello ispirativo] è l’intuizione, intendendo questa parola non nel senso in cui la si adopera abitualmente per tutto quanto di meno chiaro ci passa per la mente, ma nel suo vero significato occulto. L’intuizione, in senso occulto, è una forma di conoscenza per cui non solo si può ascoltare spiritualmente [come nell’ispirazione] quello che gli esseri spirituali ci comunicano, ma per cui ci si immedesima con quegli esseri e ci si immerge nella loro stessa entità. Questo è un grado molto alto di conoscenza spirituale; esso richiede che l’uomo abbia prima sviluppato in sé l’amore per tutti gli esseri».

E aggiunge, alle pp. 9-10:

«A ciascun grado della conoscenza sovrasensibile ci si presentano i grandi segreti connessi con quello che chiamiamo l’evento del Cristo; cosicché tanto la conoscenza immaginativa, quanto l’ispirazione e l’intuizione hanno molte infinite cose da dire intorno a quell’evento grandioso.

Se dunque da questo punto di vista, noi volgiamo lo sguardo ai quattro vangeli, possiamo dire che il vangelo di Giovanni è scritto dal punto di vista di un iniziato che è penetrato nei misteri dell’universo fin su all’intuizione, e che descrive perciò l’evento del Cristo com’esso si presenta all’intuizione. […] Sicché l’autore del vangelo di Giovanni (a prescindere da quanto egli vi ha introdotto di immaginativo) noi lo possiamo chiamare l’annunziatore di tutto ciò che, sull’evento del Cristo, consta a chi possiede la parola interiore, fino al grado dell’intuizione. Infatti egli ci caratterizza i misteri del regno del Cristo, dal punto di vista della parola interiore ovvero del Logos. A base del vangelo di Giovanni sta dunque la conoscenza ispirativa e intuitiva».

Rudolf Steiner nella sua trattazione mostra, con la massima chiarezza possibile, come tutti e quattro i Vangeli siano documenti la cui origine è tutta nell’esperienza interiore, che a vari livelli era propria dei quattro autori dei Vangeli. Come Luca, in particolare, descriva quanto si manifesta ad una percezione immaginativa. Infatti, a p. 10, è scritto:

«Dunque l’evangelista Luca vuol comunicare ciò che hanno da dire coloro i quali furono testimoni oculari e ministri della parola. Il vangelo di Luca, parlando di coloro che furono testimoni oculari, ossia che videro essi stessi, intende coloro che possiedono la conoscenza immaginativa, che possono penetrare nel mondo delle immagini a percepirvi l’evento del Cristo, che sono particolarmente educati a guardare attraverso tali immagini, e che hanno una veggenza autonoma, esatta e chiara. Luca pone le loro comunicazioni a base del suo vangelo. Essi furono i ministri della parola».

Ma non è esatto affermare che i tre Vangeli sinottici di Matteo, Marco, e Luca, siano una semplice cronaca, e che attingano semplicemente ad una “tradizione”. Così come non è esatto affermare – come fa Orao a p. 7 di Resurrezione – che

«I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità»,

perché se leggiamo – e ben meditiamo – quel che Rudolf Steiner dice a p. 11, cambia completamente la prospettiva, e si passa da una posizione “mistica” e “fideistica”, sia pure intese nel senso migliore del termine, ad una audace, radicale, sperimentazione “scientifica”:

«Ma anche questa volta – come sempre quando si facciano considerazioni dal punto di vista antroposofico – dobbiamo ricordare che per la scienza dello spirito i vangeli non sono la vera fonte della conoscenza. Chi stia veramente sul terreno della scienza dello spirito, non riconoscerà la verità di una notizia, solo perché essa sta scritta nei vangeli. L’occultista non attinge la sua conoscenza da alcun documento scritto, ma da ciò che gli viene fornito dall’indagine spirituale del suo tempo. Quello che attualmente gli esseri spirituali hanno da dire agli iniziati e ai chiaroveggenti, è fonte della vera scienza dello spirito. E oggi, in un certo senso queste fonti sono le stesse che in passato. Anche oggi si possono chiamare chiaroveggenti coloro che hanno la visione del mondo immaginativo, mentre si possono chiamare iniziati soltanto coloro che possono elevarsi al grado dell’ispirazione e dell’intuizione. Anche oggi dunque il vocabolo chiaroveggente non è sinonimo di iniziato.

Ciò che troviamo nel vangelo di Giovanni poteva fondarsi soltanto sull’indagine dell’iniziato che era in grado di salire fino alla conoscenza ispirativa e intuitiva. Ciò che troviamo negli altri vangeli poteva fondarsi sulle comunicazioni dei chiaroveggenti non ancora iniziati, i quali non potevano ascendere al mondo dell’ispirazione e dell’intuizione e dell’intuizione. Se dunque ci atteniamo strettamente alla distinzione sopra indicata, possiamo dire che il vangelo di Giovanni è fondato sull’intuizione, e gli altri tre vangeli (soprattutto quello di Luca, secondo la dichiarazione stessa del suo autore) sono basati sulla chiaroveggenza».

E non è esatto neppure che il Vangelo abbia la “descrizione di un solo miracolo, la resurrezione di Lazzaro, scarsa cronaca sui fatti della vita del Cristo Gesù”. Di “miracoli” – che Giovanni chiama σημεῖα, semèia, ossia “segni” – nel quarto Vangelo ne vengono descritti sette: la trasmutazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, la guarigione del figlio dell’ufficiale regio, la guarigione del paralitico alla piscina di Betesda, la moltiplicazione dei pani, il camminare sulle acque, la guarigione del cieco nato, la resurrezione di Lazzaro. E Steiner mostra il significato spirituale della progressione di questi sette “segni”. Quanto alla “scarsa cronaca”, voglio riportare quanto dice un teologo cattolico – quindi non certo sospettabile di simpatie nei confronti dell’Antroposofia e di Rudolf Steiner – un tempo docente presso varie Università Pontificie a Roma, nonché Rettore della Lateranense, e traduttore accurato dei Vangeli, Piero Rossano, in Vangelo secondo Giovanni, BUR, Rizzoli Editore, Milano, 1984, p.9:

«Fatto singolare però, questa tendenza astrattiva e metafisica va congiunta spesso in questo Vangelo ad un carattere di immediatezza storica e ad un gusto dei particolari concreti, quale si riscontra solo in Marco. Si notano dettagli precisi che non hanno alcuna ragione simbolica; anche il quadro cronologico e geografico, con i frequenti viaggi di Gesù a Gerusalemme in occasione delle feste, viene dai critici ritenuto più storico che non quello dei Sinottici. Vi sono notati puntualmente gli usi e i costumi della Palestina di Gesù, i personaggi vengono ritratti con tocchi vivi e psicologici che rivelano il testimone oculare, attento e perspicace». 

Questa accuratezza circa precisi dati storici nel Vangelo di Giovanni, così come una profonda conoscenza da parte del suo autore dell’ambiente gerosolimitano – al punto di essere introdotto nella casa del Kohen Gadol, del Gran Sacerdote –, così come di particolarità del calendario liturgico degli Esseni, è stato rilevato anche da Emil Bock, il quale ne parla nei suoi libri. Ma non vi è, ora, lo spazio per soffermarmi, come vorrei, sui molti interessanti elementi che, a tale proposito, Emil Bock riporta. Invece, è il momento di continuare, per la sua capitale importanza, la citazione tratta dalla lezione della Scuola Esoterica, più sopra riportata e intitolata Sulle personalità dei Maestri in relazione ai risvegli nei Vangeli, in Zur Geschichte und aus Inhalten del ersten Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, GA 264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1984, dove alle pp. 230-232, Rudolf Steiner afferma:

«In secondo luogo; la seconda epoca postatlantica è quella di Zarathustra. Essa ha quindi una particolare relazione col Christo. Giacché Zarathustra accenna al Dio del Sole, Ahura Mazdao, che si avvicinava alla Terra, e che non era altro che il futuro Christo. E in tutta la sua missione Zarathustra fu un Iniziato per il Christo, insegnando ad apprezzare la Terra, e ad elaborarla, a non fuggire di fronte alle Potenze malvagie, ma a vincerle e mediante ciò a redimerle. Così l’Io di Zarathustra, il più elevato Io umano, poté venir prescelto, per dimorare per 18 anni negli involucri, che poi avrebbero dovuto accogliere il Christo. Il suo Io abbandonò quegli involucri poco prima del battesimo nel Giordano. Così egli non era incarnato “nella carne”, allorché il Christo camminava sulla Terra. Egli stesso si “incarnò” subito dopo l’abbandono dei tre involucri del Gesù nathanico; il suo Io si congiunse col corpo eterico del Gesù salomonico, che alla propria morte era stato portato con sé nel mondo spirituale dalla madre del Gesù nathanico.

Perciò il Christo Gesù non poteva risvegliare Zarathustra come designato rappresentante della seconda epoca postatlantica. Tuttavia era incarnata sulla Terra in quell’epoca un’altra individualità, per così dire supplente, la cui evoluzione e la cui importantissima missione per l’umanità andava in maniera mirabile parallelamente a quella di Zarathustra. Questi era Lazzaro, il rinato Hiram Abiff, il più importante dei figli di Caino, il quale aveva operato in maniera consimile alla missione terrestre dell’Io umano, come aveva fatto Zarathustra nell’antica Persia. Egli si «ammala», «muore», viene deposto nella tomba. Il Christo Gesù apprende della sua malattia, e parla ai suoi discepoli della morte di Lazzaro. Allora disse Tommaso, chiamato il “Gemello”, «uniamoli a lui, così da morir con lui» (Giov. 11, 16).

In questo risveglio, che deve aver luogo con Lazzaro, le anime che appartengono alla seconda epoca postatlantica – così come il «popolo dalla città» nel risveglio del fanciullo di Nain rappresenta la terza epoca postatlantica – viene rappresentata da Tommaso, il «Gemello». Giacché il secondo periodo postatlantico fu il periodo dei Gemelli. Le sue parole, altrimenti pienamente insensate, testimoniano, che il secondo periodo postatlantico è pronto ad esser risvegliato dal Christo. Ciò che come germe di civiltà è vissuto nell’antica epoca persiana, non è morto. Non si tratta del risveglio di un morto, bensì dell’Iniziazione di un vivente. Questa è la grande differenza tra il racconto di questo risveglio e quello degli altri due. Perciò il Christo Gesù dice: «Io sono la Resurrezione e la Vita; chi crede in me, anche se morisse, vivrà».

E il Christo Gesù viene alla tomba, nella quale è stato deposto Lazzaro ritenuto morto, e dice di fronte a tutto il popolo le parole sacramentali: «Lazzaro, vieni fuori!» – e il defunto venne fuori con le mani e i pieni cinti dai panni mortuari, e il volto ricoperto da un sudario. E il Christo Gesù pronuncia le parole, che per così dire alludono al fatto che da quel momento in poi questo Iniziato comincerà ad operare: «Scioglietelo, e lasciatelo andare!».

Egli non è un fanciullo, come il fanciullo di Nain, egli è un uomo nel pieno possesso delle sue forze spirituali. E il risvegliato Lazzaro diviene lo scrittore del Vangelo di Giovanni. Egli è colui che sta presso la croce, e al quale dalla croce il Christo Gesù, indicando la Madre Maria-Sophia, dice: «Vedi, questa è tua Madre!». Così viene ancora una volta rivelato il suo peculiare rapporto sostitutivo rispetto all’Io di Zarathustra, il quale in quanto bambino Gesù salomonico era stato realmente generato da questa Madre.

Con questa forza in sé, egli può agire già prima della sesta epoca postatlantica», già nella quinta epoca di civiltà egli prepara la sesta, quella che dovrà mostrare la più profonda comprensione dell’Impulso-Christo, quella che comprenderà meglio il Vangelo di Giovanni».

Da tutto quanto sopra riportato è possibile vedere, come Rudolf Steiner affermi apertamente l’appartenenza dell’autore del Vangelo di Giovanni alla stirpe cainita, la sua identità con Hiram, l’architetto che edificò il Tempio di Gerusalemme, la sua identità con Christian Rosenkreutz, fondatore della corrente rosicruciana: della moderna novella Iniziazione. Questa identificazione sarà una delle conoscenze più delicate trasmesse e coltivate all’interno della Mystica Aeterna, ossia della Seconda e Terza Classe della Scuola Esoterica fondata da Rudolf Steiner. Questo dato inciderà, come avremo modo di constatare, in maniera decisiva sull’esame e sulle conclusioni che il lettore potrà trarre dalla lettura dell’opera di Orao.

Queste sono le primissime osservazioni che è possibile fare sullo scritto di Orao, pubblicato da Tilopa, e intitolato Resurrezione. Ma sarà necessario, nella seconda parte di questo articolo, andare molto più a fondo nello studio delle affermazioni che troviamo nel suddetto libro, mettendole ogni volta a confronto con quanto dice Rudolf Steiner, per trarne conclusioni conoscitivamente valide e giustificate: coerenti col metodo iniziatico e i risultati dell’indagine spirituale della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia. Anzi, nel proseguo di questo studio dovranno essere affrontati – sempre con sguardo obbiettivo e imparziale – punti davvero cruciali: ancora più importanti e decisivi di quelli che abbiamo esaminati sinora.

  

AUREO CALORE ILLUMINA L’ALTARE

 AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI M Baron Arild Rosenkrantz images

LA NUBE DEL MENTIRE.

PROFONDE VOLIZIONI CORPOREE IN CUI LA VANITA’ E’ LEGGE.

ENERGIE ADDENSANTI CHE SGUAZZANO NEL CENTRO DEI CERVELLI.

TEMPESTE VOLITIVE CHE IMPRIMONO IL MENTIRE

E LO ADORANO FAMELICHE.

SONO I DERELITTI DELL’INCUPIRE DISCETTANDO.

AMANO LA BESTIA  IN QUANTO NE CONDIVIDONO IL MORIRE DETURPANDO.

DISCETTANO SU TUTTO MA TEMONO IL VALORE IN CUI SOLO LA VERITA’ RESPIRA.

DISCETTANO SU TUTTO MA

– DOMINATI –

EVITANO ACCURATAMENTE IL VERO ED IL SUO CELESTE MANTO DI BELTA’.

SONO I VOLTI ACCULTURATI DELLA BESTIA.

FRA IL TURBINARE DI ENERGIE IN CUI IL MENTALE RESPINGE E COMPRIME

OTTENGONO RECITE PLAUSIBILI DI UNA SAGGEZZA CHE E’ FURORE LACERANTE E DISTRUTTIVO.

TESISSIMO TURGORE DI ENERGIE CHE RIGETTANO IL SOLARE.

 

MA NELL’ATTIMO CHE LI FOLGORA :  VERITA’ SI CREA.

 

IMMATERIALE LIEVISSIMA POTENZA DEL RICORDO OTTIENE LA SUA LUCE

E IMPRIME LE RETTE CONNESSIONI.

LUCE SOTTILISSIMA DELL’INSEGUIRE I LAMPI DEL RICORDO CHE INSISTE NEL PROPRIO CONTEMPLARE. 

VOLONTA’ IMMESSA NELL’ATTO DELLA SINTESI INSEGUITA OTTIENE L’OPERARE DELL’UNICO VALORE :

FUOCO DEL VERO E SUA NORMA.

E SUA ORMA.

E SUA LAMA.

– E’ SANARE –

E L’IMPATTO DIVENTA DI LUCE.

IL MENTIRE NEGANTE SI LACERA AL TOCCO DI CIO’ CHE LO SCIOGLIE.

SI RIAFFERMA IL CONNETTERE AUREO.

RISORGE ARMONIA.

LINEAMENTI CELESTI CANCELLANO IL DEFORME.

SILENZIO NE SORGE.

SILENZIO IN CUI INAUDIBILE ARMONIA REIMPRIME LE FORME DEL CELESTE.

LE FORZE FORMANTI CHE ATTINGONO IN SOLE.

VI E’ LUCE E SILENZIO.

AUREITA’ IN CUI DEVOZIONE RESPIRA.

TENUISSIMA LAMA DI FOLGORE ECCELSA.

OVE IL FERREO VALORE SI TRAE DEL PIU’ IMPOSSIBILE IRROMPERE DELL’AUREO CALORE.

IMPOSSIBILE ATTO CHE AL CONNETTERE LOGICO PUO’ CONCEDERE  ARMI.

MENTRE SI ILLUMINA L’ALTARE.

MENTRE LA LUCE DELLE ALTEZZE SCROSTA E CONSUMA L’ENORME ADDENSARE.

RESTRINGENDO IL CAMPO DELLE CALCAREE ENERGIE.

UN CAMPO DI ANIME PERSE IN CUI POTENZE DEL GELO ATTRAVERSANO OTTUSE OPINIONI

VIVACIZZANDO NELLA FEDE INVERSA CIO’ CHE NON PUO’ ESSERE PENSATO

POICHE’ E’ SOLO EUFORIA DEL MALE PROMANATO

CHE INSEGUE QUALI BRAME IL PROPRIO DEFORMARE.

PERFIDI SINGHIOZZI DI ENERGIE PERCORRONO LE CARNI CEREBRALI

INTENTI A SOMMERGERE DI FORZE DEVASTANTI

IL RAZIOCINIO ILLOGICO DEI CONTAMINATI.

PICCOLE PERSONE IL CUI ACUME E’ PERSO NEI FLUSSI DI ISTERIA VOLTA AL MALIGNO.

COSTORO PERCORRONO LA VITA IMMERSI NEL FURORE ESISTENZIALE IN CUI OGNI BENE E’ ODIATO.

E IN CUI LA MERAVIGLIA

– CHE E’ AMORE PER IL BENE DISVELATO-

RISULTA SPENTA E OCCULTAMENTE MALEDETTA.

MA TALE FLUSSO DI ENERGIE SI DISPERDE E TREMA

DINANZI ALL’ESSENZA DI ARMONIA VIVENTE

CHE ARDE FRA LE VETTE LOGICHE

IN CUI IL PENSARE CONTEMPLA IL PROPRIO UNIRE GLI ATTIMI SINTETICI DELL’INTELLIGENZA.

SONO LE FOLGORI DEL VERO CHE LONTANISSIME

– IN IDEA –

ATTINGONO FRA LE POTENZE UNITIVE DEL PROPRIO CONCEPIRE.

TREMANO LE BASI DEL MENTIRE

POICHE’ IL COMPRIMERE ENERGIE SVELA LA PROPRIA ASSURDITA’

DINANZI AL PENSARE CHE PERCORRE I SENTIERI DEL PROPRIO VOLUTO RICORDARE.

METEORA DELL’ARCANGELO.

ATTI DI ARMONIA MEDIANTE INNALZAMENTO DELL’ACUME.

E MASSIMA RAREFATTA SOTTILISSIMA :

L’ANIMA RIACCENDE IL SUO CREARE

OVE L’IDEA INTENSISSIMA PERMETTE IL SUO RISORGERE.

LAMPO DI MIKELE CHE ILLUMINA L’ALTARE.

MENTRE IL FUTURO SUBISCE IMPREVISTE ORME CELESTI DEL SANARE.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

HELIOS-FUOCO-SOLARE-FK-18-OTT-2012-FK-0041

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L’ARCHETIPO-OTTOBRE 2019

Anno XXIV n. 10
Ottobre 2019

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San-Francesco-1

In questo numero:

CRISTO SALVEZZA DELL’UOMO

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L’iniziativa dell’artista Mara Maccari è un bel tentativo di aprire un fiore d’Arte e Conoscenza in un tempo e in un panorama troppo avvolto da nebbie scure. Insomma essa accende una luce che non dovrebbe venir perduta e (sappiamo che) non andrà perduta. Le attività rivolte allo Spirito entrano benefiche nel mare animico in cui tutti ci troviamo e tutti ne beneficiamo poiché non sono limitate da spazio e tempo ma irraggiano con forza. Medicine quanto mai necessarie.

Ecoantroposophia

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SOLITUDINE (di Rastignac)

eckhart

Maestro Eckhart nacque in Turingia, all’incirca nel 1260. Entrò giovane in un monastero domenicano.

Fu prima studente e poi insegnante a Parigi, successivamente a Strasburgo e a Colonia.

A Colonia fu accusato di di una serie di proposizioni ereticali. Prima che il processo fosse concluso, morì. Era l’anno 1327.

La riscoperta delle sue opere è piuttosto recente: esse furono pubblicate in Germania a partire dal 1936.

L’accusa a suo carico fu l’accostamento alla dottrina dei Begardi (l’anima intellettiva è una e non si moltiplica con i singoli uomini, la natura di essa è beata e quando ci si unisce a essa si è impeccabili e ben al di sopra delle istituzioni ecclesiastiche) che formarono gruppi gnostici segreti, detti “Fratelli e sorelle del libero spirito”. Alcuni suppongono che la simbologia del movimento sia stata presente nelle pitture di Hyeronimus Bosch.

SOLITUDINE

Ho meditato molti scritti di maestri pagani e di profeti dell’antico e del nuovo Testamento e ho ricercato con attenzione e premura quale sia la virtù migliore e più alta, la virtù per la quale l’uomo riesce più intensamente a rendersi simile a Dio e a rendersi di nuovo il più possibile uguale al tipo originario che era in Dio, quando tra Dio e lui non vi era differenza alcuna, fino a quando cioè Dio creò.

E se io esamino tutto ciò che è stato scritto su questo argomento, per quanto lontano io possa arrivare con tutte le attestazioni e il giudizio della ragione, non trovo nessun’altra virtù che sia come la solitudine, pura e lontana da ogni creato e creatura.

In questo senso il Signore dice a Marta: “Una cosa sola è necessaria”, volendo significare: chi vuole rendersi imperturbabile e puro deve volere una cosa sola: la solitudine.

 

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2019

MEDITAZIONI PER GIOVANNI COLAZZA (di Rastignac)

Rudolf Steiner copertina Meditazioni Colazza copia

Quasi tutti conoscono il rimprovero di Alessandro ad Aristotele e la risposta di Aristotele ad Alessandro che risuona attraverso i secoli e i millenni.

Essenzialmente vera anche ai giorni nostri: “Non angustiarti, il segreto si difende da sé”.

(Poi non so se queste furono le parole e anche se furono dette per davvero: non ero presente da quelle parti, credo).

Ora, mutati i tempi, molto è stato rivelato…anche se il senso della frase di Aristotele si è, come molte altre cose, assai più interiorizzato.

Perciò passo a Eco una pagina piuttosto delicata ma che è rintracciabile nella grande opera del Lascito di Rudolf Steiner.

Possiede essa una caratteristica particolare: le indicazioni meditative che leggerete sono in lingua italiana.

 

ZUR STÄRKUNG DER LEBENSKRÄFTE

Es erfülle mir Herz und Seele

Friede Ruhe  

Ruhe Kraft    

Kraft Hoffnung  ♂︎ 

Die Figuren nach den Worten vorstellen

(Dieses so oft als Sie dessen sich bedürftig fühlen.)

_____

PER IL RAFFORZAMENTO DELLE FORZE VITALI

Mi riempia il cuore e l’anima 

Pace Calma  

Calma Forza  

Forza Speranza  ♂︎

Rappresentarsi le figure dopo le parole

(Far questo esercizio tante volte quanto se ne sente il bisogno.)

Für Giovanni Colazza. ca. 1910

Da GA 268 p. 147.

*

Michael!

Prestami la tua spada

Affinchè io sia armato

Per vincere il drago in me.

Empimi della tua forza

Affinche io sgomini

Gli spiriti che vogliono paralizzarmi.

Agisci dunque in me

In modo tale che risplenda la luce

del mio io e possa cosi esser condotto

A quelle azioni degne di te.

Michael!

Für Giovanni Colazza ca. 1910

Da GA 268 p. 40.

(Rastignac)

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2019

Anno XXIV n. 8

Agosto 2019

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“MITOLOGIA” E “LEGGENDE” CIRCOLANTI NEI POCO AVVEDUTI AMBIENTI ANTROPOSOFICI

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Omnia vincit Veritas! 

Die Weisheit ist nur in der Wahrheit – la Sapienza-Saggezza è solo nella Verità.

Motto goethiano scelto da Marie Steiner nel 1912 come divisa della prima Società Antroposofica.

Una lettrice di questo temerario, e abbastanza “scomodo”, blog si firma Cappuccetto Rosso. Dimostrando in tal modo che, forse, si fida evidentemente di più del cattivissimo lupaccio della steppa che non delle effettive, non manifestate, autentiche intenzioni del “buon” Cacciatore dell’omonima fiaba, le cui reali intenzioni, alla prova dei fatti, e non quelle dichiarate verbalmente (i politici a tal proposito insegnano in maniera eloquente…), non si sa bene quali effettivamente siano. Ora considerando che il Cacciatore è maestro dell’approntare panie, reti, trappole, e nell’ordire agguati, personalmente io non mi fiderei punto delle sue altamente proclamate “buone intenzioni”.

Un po’ come nel caso dei pastori. Le pecore temono, sì, il lupo, ma forse esse dovrebbero ben riflettere che se vi è al mondo uno che le munge regolarmente, le tosa, e che sistematicamente abbatte, macella e cucina pecore e agnelli (pappandoseli allegramente poi come “abbacchio scottadita”) è proprio il pastore, per cui è il pastore ch’esse dovrebbero temere di più, e non certo il lupo, il quale, peraltro, mena un’esistenza dura, persino tragica, se ben la si considera, ed è limitatamente “predatore” per pura necessità di sopravvivenza, e non ne fa punto una lucrosa industria, come invece fa il pastore. Si sa come cacciatori e pastori siano “buoni”, anzi “buonissimi”, che più “buonissimi” non si può: con tanto di ostentata autocertificazione sui social network !

Tempo fa, la nostra Cappuccetto Rosso, scrivendo all’amministrazione del blog, pose una domanda, alla quale è giusto dare una risposta che in realtà riguarda non solo un episodio della vita di Rudolf Steiner, ma che tocca quello che è, purtroppo, lo scarso amore per la verità degli antroposofi, ed altre cosucce, a mio modo di vedere, di non secondaria importanza. Ma vediamo sùbito quanto scrisse allora – era lo scorso mese di maggio – la nostra gentile lettrice:

«Buonasera,

Sono una vostra lettrice occasionale.

Mi sono imbattuta più di qualche volta negli articoli da Voi pubblicati e mi sono resa conto che ciò si verificava tutte le volte che volevo saperne di più delle vicende del movimento antroposofico successive alla morte di Rudolf Steiner. Sono una studiosa di Scienza dello Spirito da pochi anni, lo faccio in maniera autonoma e personale, non faccio parte di nessun movimento e per questo mi trovo spesso in difficoltà nel comprendere il comportamento di alcuni “antroposofi”. 

Mi rivolgo a Voi perché conoscete il mondo antroposofico per esperienza diretta e grazie ad una instancabile ricerca della verità.

Ho particolarmente apprezzato gli articoli sulle vicende di Ita Wegman e Giovanni Colazza, articoli nei quali sono state portate prove concrete di come molti personaggi tenuti in grande considerazione dal mondo accademico-antroposofico siano in realtà lontani dagli insegnamenti del Dottore…

Essendo particolarmente sensibile a queste tematiche,  Vi scrivo per chiedere se avete informazioni sull’attività di Rudolf Steiner nel Veneto. Io sono di Conegliano, provincia di Treviso; conoscerete forse la zona per la presenza della sua Scuola Waldorf Novalis di San Vendemiano, o per la ditta Ecor proprietaria dei negozi NaturaSì.

Sento che questo territorio, al confine tra Veneto e Friuli, è molto attivo dal punto di vista dell’antroposofia, sono stati colti numerosi impulsi, soprattutto in biodinamica, pedagogia ed euritmia. Un amico che frequenta questo mondo da prima di me, mi disse che quando Rudolf Steiner si recò a Venezia, fece tappa proprio a Conegliano, soggiornando in un albergo non meglio precisato, dicendo al proprietario qualcosa del tipo: “qui c’è qualcosa di molto forte per lo sviluppo dell’Antroposofia”. 

Né io né il mio amico sappiamo se sia verità o leggenda, avete Voi qualche informazione a riguardo, o per lo meno informazioni di quel viaggio a Venezia?

Grazie per l’attenzione e per il lavoro che svolgete.

X.Y.».

Questa comunicazione di Cappuccetto Rosso si presta a varie interessanti considerazioni, che cercherò di svolgere per quanto consentano le mie conoscenze. Ma, con l’occasione, cercherò di rispondere altresì ad alcuni passati commenti che la nostra amica aveva fatto sul blog, commenti ai quali mi sono accorto di avere risposto in maniera incompleta.  

Alla gentile e-mail della nostra attenta lettrice, risposi con una mia, le cui considerazioni qui riprendo, allargando il discorso.

Direi che, oggi, anche, e soprattutto, facendo tesoro dell’esperienza di molti decenni – fra sei anni sarà passato un secolo da quando Rudolf Steiner ha lasciato l’esteriore scenario terreno – la posizione di Cappuccetto Rosso di portare avanti lo studio della Scienza dello Spirito in maniera “autonoma e personale, tenendosi lontano da ogni movimento”,  sia la posizione più savia, e soprattutto la più sana. Come direbbe, per bocca del suo avo Cacciaguida, il mio amato Dante (Par., XVII, 61-69)

E quel che più ti graverà le spalle, / sarà la compagnia malvagia e scempia / con la qual tu cadrai in questa valle; /  che tutta ingrata, tutta matta ed empia / si farà contr’a te; ma, poco appresso, / ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. / Di sua bestialitate il suo processo / farà la prova; sì ch’a te fia bello / averti fatta parte per te stesso.

E che le cose, oggi, sia savio affrontarle così, risulta anche dal contenuto dell’ultimo colloquio che Rudolf Steiner ebbe con Giovanni Colazza, quando ormai per la progrediente malattia, era già su quello che sarà, a fine marzo del 1925, il suo letto di morte. Rudolf Steiner era oltremodo disincantato, per non dire profondamente deluso, per la sciocca superficialità, per l’inadeguatezza, l’approssimazione, la mancanza di serietà, con la quale gli antroposofi si accostavano alla Scienza dello Spirito. In alcuni casi vi furono veri e propri tradimenti spirituali. Egli vedeva molto compromesso – per non dire addirittura fallito – il nobile tentativo sacrificale, da lui compiuto col Convegno di Natale del 1923, nel quale unì il movimento spirituale alla Società Antroposofica. Di tale ‘tentativo’ – da lui stesso definito ‘ein Wagnis’, un ‘azzardo’ – egli si era assunto, in solido, la responsabilità di fronte al Mondo Spirituale, responsabilità che lo porterà, poi, a pagare con la sua stessa vita, consumandosi come un roveto ardente, gli errori, le colpe, i tradimenti spirituali degli antroposofi, che fatalmente – come egli aveva preventivamente avvertito – sarebbero ricaduti sulle sue spalle.

Per questo motivo – secondo quanto ebbi modo di ascoltare dalla bocca stessa di Massimo Scaligero – Rudolf Steiner preannunciò a Giovanni Colazza – profeticamente preannunciò – che «se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, sarebbe rinata in Italia: in una forma nuova, più radicale, coraggiosa, giovanile, non cristallizzata in un movimento burocraticamente organizzato». Questo annuncio, per me è altresì in armonia con quanto Rudolf Steiner comunicò nel 1911, nelle conferenze di Neuchâtel sulla figura di Christian Rosenkreutz tenute il 27 e il 28 settembre, ossia che nell’ultimo terzo di ogni secolo i Rosacroce dànno un nuovo impulso spirituale. Nuovo impulso che viene a manifestarsi anche esteriormente. Per me, è certo che l’Opera di Massimo Scaligero sia scaturito da questo novello impulso, che “ri-genera” l’Antroposofia, nella forma radicale della Via del Pensiero Vivente, riportando al centro quel “filone aureo”, che l’ottusa superficialità, la mancanza di serietà, e la paura degli antroposofi nei confronti della pratica interiore realizzativa, e della concreta esperienza spirituale, avevano portato colpevolmente a smarrire.    

Per cui, saggezza e prudenza consiglierebbero davvero, oggi, al libero ricercatore dello Spirito, dantescamente, di “far parte per se stesso”, e di tenersi lontani da ogni movimento organizzato, cristallizzato in strutture dogmatiche e burocratiche, nelle quali ormai più non fluisce Spirito vivente e vivificante. Ed eziandio di tenersi lontano anche dalle petites chapelles – come le chiamano i francesi – ossia lontano dalle “parrocchiette”, e dalle conventicole nelle quali regna sovente grande ristrettezza mentale e morale, e nelle quali agiscono, talvolta, interessi personali non sempre confessabili.  

Quanto alle vicende verificatesi dopo la morte di Rudolf Steiner, e riguardanti personalità di elevato rango spirituale come Marie Steiner-von Sivers, la più stretta collaboratrice del Dottore, Giovanni Colazza, sicuramente uno dei suoi discepoli più avanzati e a lui più cari, e Ita Wegman, si tratta di un capitolo molto doloroso della storia del movimento spirituale, che dalla maggior parte – quasi dalla totalità – degli antroposofi viene ignorato, e da una esigua minoranza viene pusillanimamente “rimosso”: per non affrontarlo: ossia, tanto per esser chiari, per non affrontare la propria agglutinata mediocrità, la propria ignave accidia, la propria vigliaccheria. In futuro avremo da ritornare su tali dolorose vicende. Dovremo mostrare il ruolo nefasto, veramente “oscuro”, ‘controiniziatico’ direbbero i tradizionalisti, giuocato da personaggi come Albert Steffen, Guenther Wachsmuth, e dai loro manutengoli. La storia delle vicende del movimento antroposofico è – come dissi ad Hella Wiesberger sin dal primo colloquio, che avemmo alla sede Lascito di Rudolf Steiner, la Rudolf Steiner Halde a Dornach, nel mese di aprile del 1985 – la massima tragedia spirituale del XX secolo, le cui conseguenze non affrontate, non sanate, si prolungano  con risultati nefasti nel nostro XXI secolo.

Sarà importante riuscire a vedere chiaro in tali tristi vicende, perché molte, troppe, sono le analogie di quelle tragiche vicende con eventi accaduti dopo la morte di Massimo Scaligero all’interno della Comunità Solare : situazioni che si sono verificate anche, ma non solo, per la insinuante azione di chi tuttora opera deliberatamente a quel “trasbordo ideologico inavvertito”, che in ogni modo ci siamo sforzati di denunciare su questo “fastidiosissimo” blog. A tale proposito ho avuto l’ambìto onore di ricevere esplicite minacce. Ma di ciò a suo tempo!

La nostra simpatica lettrice chiede, poi, notizie su un episodio, che è sicuramente di un certo interesse, visto che si tratta della prima venuta di Rudolf Steiner in Italia. I legami del Dottore con l’Italia furono forti, e notevoli per profondità e importanza. E a tal proposito mi servirò di quanto riporta Hella Wiesberger, che è stata sicuramente la sua più profonda biografa – anche se Rudolf Steiner affermò a Tatiana Kisselev che una biografia di Marie Steiner «non poteva essere scritta, essendo lei un ‘essere cosmico’» – ma anche veramente l’unica, in quanto altri (pochissimi, a dire il vero) che dopo di lei hanno scritto, non hanno fatto che attingere alla sua “trilogia”.

Personalmente, sono stato alcune volte a Treviso, ma non sono mai stato a Conegliano, che immagino essere una amena e pacifica località. Conosco di fama la locale Scuola Waldorf, e conosco NaturaSì di Ecor, per i prodotti di essa che si vendono anche in vari punti della mia città, sicuramente ottimi, ma che trovo un po’ troppo cari per i magrissimi cespiti dei quali dispone per sopravvivere il presente lupaccio cattivissimo. Ma ciò è irrilevante, perché ormai sono un vecchio arnese della sopravvivenza ad ogni costo: anche nelle situazioni più avverse.

In uno studio di Robert Friedenthal, Lettere di Rudolf Steiner e Marie von Sivers ad Édouard Schuré, apparso in Nachrichten der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung mit Veröffentlichungen aus dem Archiv, Nr. 6, Dornach, Michaeli 1961 (Nachdruck 1985), pp. 16-18, possiamo leggere come Rudolf Steiner annunciasse allo scrittore francese Édouard Schuré il viaggio che avrebbe fatto a Venezia con una lettera datata 20 dicembre 1906, spedita da Monaco di Baviera, e come nella medesima quale comunicasse altresì dove alloggerà nella città lagunare:

«Solo ora, dai bei giorni di Barr, posso prendere respirare un po’. Fräulein von Sivers ed io passiamo qualche giorno libero a lavorare tranquillamente a Venezia. Ho voluto scrivertLe, caro amico, dalla prima stazione di viaggio, qui a Monaco. La contessa Bartowska riceverà la lettera promessa da Venezia. […]

Fino al 2 gennaio: Hôtel de l’Europe Venezia (Venedig)».

Marie von Sivers dette grande importanza a questo primo viaggio di Rudolf Steiner in Italia. In una lettera scritta dalla allora ancora Fräulein Marie von Sivers – solo nel 1915 divenne Marie Steiner, ossia, come la chiamavano gli antroposofi, Frau Doktor – allo scrittore e poeta francese Edouard Schuré il 13 gennaio 1907, citata nel proseguio di questo articolo, possiamo leggere:

«Sono contenta, tuttavia, che il signor Steiner abbia visto in questa vita un po’ della sua vecchia Italia».

Hella Wiesberger tratta, in una parte notevole del terzo volume della bella e importante “trilogia” dedicata a Marie Steiner – che volle donarmi con dedica – quelli che chiama Gemeinsame Italienreise – Comuni viaggi in Italia. Infatti così scrive In Marie Steiner. Ein Leben für die Anthroposophie, Rudolf Steiner Studien, Band I, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1988, pp. 189-192 :

«Tra tutti i viaggi intrapresi, quelli in Italia meritano più particolarmente di essere messi in evidenza, poiché la maggior parte di essi fanno parte dei rari spostamenti ch’essi fecero a titolo privato. Marie von Sivers aveva a lungo sognato di procurargli una sorta di eremitaggio, giacché ella vedeva molto da vicino a qual punto le forze di Rudolf Steiner si esaurivano, da una parte a causa degli spostamenti sempre più frequenti e dall’altra a causa di tutte le persone che lo molestavano con i loro problemi spesso troppo personali. Ella si si era augurata ch’egli potesse ritirarsi di tanto in tanto per consacrarsi alla scrittura senza essere disturbato. Ma quel sogno non si concretizzò mai. La sola cosa possibile fu di “eclissarsi” ogni anno per qualche giorno, – o secondo la sua stessa espressione , “di scomparire in un abisso”. Il suo desiderio di vedere Rudolf Steiner fare la conoscenza della sua Italia ch’ella amava talmente si comprende facilmente. Ciò poté realizzarsi per la prima volta alla fine dell’anno 1906. Essi passarono Natale e Capodanno a Venezia. Ella descrisse il suo soggiorno al suo amico Schuré».

È evidente, da quanto scrive Hella Wiesberger, che questo primissimo viaggio di Rudolf Steiner e della sua collaboratrice e compagna Marie von Sivers, fu una sorta di viaggio, per così dire, “clandestino”, volutamente in incognito. Dalla corrispondenza riportata dalla Wiesberger non risulta affatto ch’essi si siano fermati a Conegliano. E poi per quale motivo avrebbero dovuto farlo, visto che la loro mèta era appunto Venezia? A quel che so, specialmente nei lunghi viaggi, Rudolf Steiner usava spostarsi sempre in treno: scelta molto meno faticosa di uno spostamento in macchina, specialmente in inverno, con tutte le incognite che poteva riservare la meteorologia alpina. L’Italia settentrionale aveva già una vasta rete ferroviaria, e il treno arrivava direttamente a Venezia. Del resto, sempre a quel che mi risulta dall’ampia documentazione riportata dalla Wiesberger, quella fu l’unica volta che Rudolf Steiner andò a Venezia.

La collaborazione di Marie von Sivers con Rudolf Steiner si tramutò da sùbito in una febbrile, e sacrificale donazione di tutte le sue forze, al punto tale di ritrovarsi spesso esausta. Non solo il Dottore aveva bisogno di un periodico, rigenerante, “distacco”, che purtroppo solo raramente fu possibile realizzare, ma anche la stessa Marie von Sivers ne aveva urgente necessità, tant’è che persino dopo la venuta a Venezia, Rudolf Steiner si trovò costretto a scriverle, in una lettera del 13 gennaio 1906:

«Bisogna, ora, pensare seriamente a come possiamo sollevarti dagli impegni. Ma sino ad adesso è veramente molto difficile trovare qualcuno in Germania per affidargli del lavoro. Quali esperienze non abbiamo fatte qui con i nostri aiuti! Bisogna ora fare qualcosa».  

Quale fosse la situazione la descrive la stessa Marie von Sivers in una lettera scritta da Monaco di Baviera, il 4 gennaio 1907, ad Édouard Schuré, appena rientrata da Venezia:

«Eccoci a Monaco, presso le nostre amiche Kalkreuth e Stinde. Venezia è stato un momento di fermo necessarissimo nella vita di viaggi del signor Steiner, giacché affinché egli abbia ora qualche giorno di riposo, occorre che se ne fugga ai confini d’Europa, e bisogna conservarne gelosamente il segreto. Se avessimo parlato a chicchessia in Germania circa la nostra intenzione, vi sarebbe stata a Venezia un mucchio di gente, che avrebbe chiesto degli incontri. Io sapevo che era necessario nascondersi per qualche tempo per lavorare all’opera letteraria: a tutte le lettere che mi scrivevano per chiedermi ove si sarebbe trovato il signor Steiner a partire dal 20 dicembre sino all’8 gennaio, e a tutte le richieste io rispondevo: «Sparirà in un abisso; sarà dove nessuno lo troverà; e si cercherà di fare la stessa cosa ogni anno, perché senza di ciò voi lo fareste a pezzi, e i lavori letterari non progredirebbero». È così che abbiamo potuto essere soli per 10 giorni. Era bene per fare tutto quel che si doveva fare. La giornata veniva interrotta da una o due passeggiate, piene d’impressioni, ma piuttosto gravi, giacché la rovina, la decadenza s’impongono maggiormente all’osservazione, allorché un sole splendente non bagna affatto con i suoi effluvi gli antichi muri, e il blu profondo del cielo non riversa l’incanto su tutta l’Italia».

A questo punto si ferma la lettera e il racconto verrà ripreso alcuni giorni più tardi da Berlino, il successivo 13 gennaio 1907. Di questa seconda lettera, traduco solo l’inizio, ossia la parte che interessa il nostro tema.

«Non avrei mai creduto che mi sarebbe stato impossibile così a lungo scriverLe. E s’io dico impossibile, è perché considero sempre come un’ora di festa quella in cui Le scrivo, e che vorrei isolarla tra le altre. A Venezia, certo, siamo stati isolati, ma quel mucchio di lettere , e di lavori vari, era davanti a noi. Più le giornate passavano, e più vedevo che solo una piccola parte sarebbe stata terminata. È vero che un brusco cambiamento di clima per 10 giorni genera una certa fatica. Più d’una volta, ritornando dalla passeggiata giornaliera, ho dovuto dormire – per lunghi intervalli , risvegliandomi come ubriaca di sonno. Venezia, in inverno – è sempre magica, certo, solo il freddo tempera l’entusiasmo, ed è piuttosto la sua storia, il suo passato che bruciano nell’anima, la sua filosofia ancor più della sua bellezza attuale; giacché questa bellezza è ben soffusa di melanconia; ed essa vi costringe, non solo a fare un ritorno nel passato, – ma a sondare, molto al di là di ogni sentimentalità, ancorché cara, le forze viventi» dell’avvenire. Tante belle ombre si distendono allora nelle tombe, sono cessate, ed hanno detto la loro parole; la loro parola che felicemente diverrà organismo vivente su un altro pianeta, che ora agirà come forza risvegliatrice nel terreno ove sono i germi. Ma è verso quei terreni che bisogna procedere, benché siano nudi e incolti, benché tutti i venti vi passino sopra.  E vengano sollevati da grandi scosse; è là che è nascosta la vita in potenza, quella che sboccerà allorché tutte quelle belle pietre, quegli edifici in marmo e d’arte saranno divenuti polvere, che una nera vernice avrà ricoperto tutti i capolavori di pittura. […]

Chiedo venia se mi dilungo così tanto sui miei ricordi di Venezia. Sono tutta via felice che il signor Steiner abbia rivisto, in questa vita, un po’ della sua vecchia Italia, ed io farò di tutto affinché l’anno prossimo gli sia concesso di passare in incognito un mese a Roma, e forse anche per rendersi conto sul posto, in una maniera più decisiva di quanto sarebbe possibile altrove, quale posizione debba prendere la sua azione nei confronti del cattolicesimo morente».

Questo fu, come detto più sopra, l’unico viaggio che Rudolf Steiner fece con Marie Steiner a Venezia. Fu causato dall’esaurimento di forze che l’eccessivo lavoro al quale erano sottoposti entrambi. Lavoro per la causa spirituale che li aveva resi esausti, soprattutto per l’assedio continuo di una quantità di persone, le quali evidentemente trovavano molto più comodo attingere e nutrirsi delle loro forze, piuttosto che lavorare energicamente per farle sorgere con la volontà nella propria interiorità.   

È evidente da quanto possiamo leggere nella succitata opera di Hella Wiesberger, che il viaggio “veneziano” di Rudolf Steiner, nonché suo primo viaggio in Italia, sia avvenuto in incognito, ossia nella discrezione più totale. Avendo il Dottore e Marie von Sivers viaggiato in treno, giunsero direttamente a Venezia, dove avevano già prenotato dalla Germania all’Hôtel de l’Europe. Come, quando, e perché essi in questo viaggio “veneziano”, essi sarebbero andati a Conegliano, è cosa, a mio giudizio, non solo oltremodo improbabile, ma anche assolutamente inverosimile.

Non mi meraviglia affatto che, in ambiente antroposofico, in quel di Conegliano, nella Marca Trevigiana, sia sorta la suddetta leggenda circa una breve permanenza alberghiera di Rudolf Steiner nella amena e pacifica località veneta. In generale, nell’ambiente antroposofico – come del resto in molti ambienti occultistici o sedicenti tali – ‘mitologie’ e ‘leggende’ abbondano. Ciò dipende in gran parte dalla tendenza alla sentimentalità fantasiosa e sognante, che si unisce all’inerte accidia – che resta pur sempre uno dei sette peccati capitali dell’antica teologia – ossia alla pigrizia, e all’ignavia, di coloro che non vogliono praticare un’Ascesi, indubbiamente austera e dura, e preferiscono darsi a quella che Rudolf Steiner, nella Saggezza dei Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 1973, p. 13, chiama, con impietosa espressione: «voluttà astrale»:

«Per un rosacroce, se un uomo si è rotta una gamba per la strada e quattordici persone piene di affettuosi sentimenti e di compassione, ma nessuno sa rimettergli a posto la gamba, tutte quattordici gli sono meno utili di qualcun altro che arrivi, forse per nulla sentimentale, ma che sa rimettere a posto una gamba, e lo fa. L’atteggiamento che pervade i rosacroce è la sapienza attiva, la possibilità di attingere alla sapienza per agire nella vita. Per i rosacroce il parlare continuamente di partecipazione sentimentale è anzi pericoloso, perché appare come una specie di voluttà astrale. Alla bassa voluttà del piano fisico, corrisponde sul piano astrale la tendenza a volere solo sentire senza conoscere».

Necessita, urgente, una asciutta e severa Ascesi del Pensiero – mediante quello che Massimo Scaligero chiamava ‘calor cogitationis’, l’incorporeo ‘calore’ dell’atto pensante,  ovvero mediante quel volitivo atto ascetico del pensare, che in India sarebbe stato chiamato ‘tapas’, ossia ‘ardore’ – Una tale severa Ascesi, dico, asciugherebbe l’anima di tutto quel mucillaginoso umidore, che la ammala come guasta sentimentalità e fantaschicheria dell’astrale caduto. Ma l’ìnfida ed infìda natura astrale che da millenni domina il poco consapevole essere umano si difende – e si difende con ogni mezzo dialettico, sentimentale, istintivo, e persino violento – contro l’azione volitiva dell’Io nell’atto pensante. Questo spiega gli attacchi alla Via del Pensiero, gli attacchi alla Concentrazione. Nonché la proposta alle “anime belle” di una voluttuosa, sentimentalizzata, “via dell’anima”.

Ma di un simil morbo è tutt’altro che immune quell’ambiente, che il mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina, e valoroso fratello d’armi di tante battaglia, definisce, divertito: “scaligeropolitano”. Quando si sguazza nella morbida, e dolcemente soffusa, sentimentalità è facile sognare e scambiare suggestioni, vaghe impressioni, o anche vivide immagini di sogno per autentiche percezioni spirituali, mentre di veramente spirituale esse nulla hanno, essendo solo il risultato di una guasta natura inferiore, ferreamente legata alla corporeità, e da alquanti millenni dominata da Deità Ostacolatrici. Conciosiacosaché nascono, appunto, molte “leggende”, le quali collegandosi tra loro arrivano a generare una vera e propria “mitologia”, destituita di ogni fondamento scientifico. Per simili “leggende” e “mitologia” vengono sovente richiesti espliciti atti di fede, e viene bollata come “presunzione”, e peggio, il non piegarsi a tale teologica ortodossia, l’obbiettare apertamente circa le palesi incongruenze di cotali mistiche “comunicazioni”. Eppure, lo stesso Rudolf Steiner mette in guardia nei confronti di tale fideistica accettazione. Infatti, nella prima Prefazione – quella del 1909 – alla sua Scienza occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, alle pp. 27 28, così scrive:

«Sebbene il libro si occupi di indagini non accessibili all’intelletto legato al mondo dei sensi, pure nulla vi è detto che non sia comprensibile alla ragione scevra da preconcetti, e ad un sano senso della verità di ogni persona che voglia usare le sue qualità umane. L’autore lo dice chiaramente: egli vorrebbe soprattutto lettori che non fossero disposti ad accettare per fede cieca il contenuto del libro, ma piuttosto tali che si sforzassero di controllarlo sulla scorta delle conoscenze della propria anima e delle esperienze della propria vita. Egli desidera soprattutto lettori prudenti che ammettano soltanto ciò che può giustificarsi logicamente. L’autore sa che il suo libro non varrebbe nulla, ove dovesse fondarsi esclusivamente  sulla fede cieca; esso vale solo nella misura in cui può giustificarsi davanti alla ragione spregiudicata. La fede cieca può troppo facilmente scambiare ciò che è stolto e superstizioso con ciò che è vero. Alcuni che volentieri si accontentano della sola fede nel «sovrasensibile» troveranno che in questo libro si esige troppo dal pensiero. Ma in questa esposizione non si tratta di una esposizione purchessia; essa deve corrispondere a ciò che risulta a un’indagine coscienziosa dei rispettivi domini della vita. E si tratta proprio di quei dominii nei quali le cose più alte  confinano facilmente con la ciarlataneria più sfacciata, e nei quali anche la conoscenza e la superstizione si toccano nella vita reale; dove, soprattutto, è così facile confonderle fra di loro».

Ho voluto mettere in grassetto alcune frasi, affinché il candido lettore ben vi rifletta. Nel primo capitolo della sua Scienza occulta, intitolato carattere della scienza occulta, Rudolf Steiner aggiunge qualcosa che esso pure dovrebbe essere ben meditato, e meditato in profondità, giacché se non se ne tiene conto, entrando nella sfera sovrasensibile, senza saper discernere realtà da illusione, verità da errore, come direbbe la mia amica F., dell’etrusca Follonica, «farebbe la fine di un gatto sull’Aurelia», ossia vivrebbe molto poco, defungerebbe velocemente. Alle pp. 32-33 della Scienza occulta, ho messo in grassetto alcune parole da meditare diligentemente, e possiamo leggere:

«Nello studio della natura, l’anima viene guidata molto più strettamente  dall’oggetto osservato, di quanto non avvenga nell’osservazione di fenomeni non sensibili. In quest’ultimo caso essa deve possedere in misura maggiore, e per impulsi puramente interiori, la facoltà di attenersi all’essenza della mentalità scientifica. Siccome molti credono, inconsciamente, che ciò sia possibile soltanto sulla scorta dei fenomeni naturali, essi decidono arbitrariamente che, non appena si abbandoni tale scorta, l’anima debba brancolare nel vuoto con il suo processo scientifico. Ma chi ragiona così non si è resoconto dell’essenza del procedimento scientifico, e forma il proprio giudizio in base alle deviazioni che necessariamente scaturiscono da un non abbastanza solido pensare scientifico diretto ai fenomeni naturali, e malgrado l’anima voglia avventurarsi all’osservazione della sfera non sensibile. In questo caso naturalmente nascono molte chiacchiere non scientifiche intorno ai fenomeni soprasensibili; ma non già perché, per loro natura,  non se ne possa trattare in modo scientifico, bensì perché, nel singolo caso in questione, faceva difetto la auto-educazione scientifica acquistata mediante l’osservazione della natura.

Chi vuole parlare di scienza occulta deve quindi avere un vigile senso per tutto ciò che di confuso nasce quando ci si occupa dei «manifesti misteri» del mondo, senza una mentalità scientifica».

Rudolf Steiner mostra la sua onestà intellettuale, oltre che morale, e spirituale, allorché con esemplare modestia arriva a dire – e lo fa molte volte – come un veggente possa errare, talvolta, circa i risultati di singole percezioni chiaroveggenti, e venire addirittura corretto da un pensatore non chiaroveggente che abbia un sano senso della logica. Naturalmente, Rudolf Steiner controllava mille e mille volte con lucido pensiero – con folgorante pensiero vivente – risultati della sua indagine sovrasensibile, e avverte moltissime volte quanto insicura, infida, sia la percezione “immaginativa”, che spesso può essere colorata, deviata, dagli stati emotivi e istintivi, poco coscienti o assolutamente incoscienti del soggetto di quella che viene creduta essere percezione “immaginativa”, ed invece è, a vari gradi e in varie forme, soltanto visionarismo medianico.

Ma, se “morbida”, e dolciastra sino ad essere stucchevole, è una cotale sentimentalità, spesso non lo è punto la correlativa natura istintiva, la quale, nel caso vengano da qualcuno contraddette le sognate “certezze” della mistica sentimentalità, può reagire con la menzogna, con la dialettica più intorcinata, con la più sordida calunniosa diffamazione, con l’ostracismo, e in taluni casi estremi persino molto violentemente. Il tutto alla faccia, e ad onta, delle proclamate a gran voce, ogni due per quattro, esigenze del “Cuore”, dell’universale “Amore”, della illimitata  “Compassione”  della “Autotrasformazione nell’anima dell’altro”, del guardare sempre, e solo, al “Punto di Luce del Logos nel cuore dell’altro”.

In tale campo per decenni il qui scrivente lupaccio cattivissimo ha potuto collezionare molte amare esperienze, che gli hanno aperto gli occhi circa quanto tiepido a dir poco sia l’amore per la Verità di tanti non solo sedicenti ‘antroposofi’, ma altresì sedicenti ‘discepoli di Massimo Scaligero’, gli “scaligeropolitani” del divertito mio amico C. Talune “leggende”.nel tempo, erano divenute una accettata vulgata, e l’averle apertamente smentite ha fatto sì che il malfidato lupaccio cattivissimo – vero miscredente – sia stato redarguito, aspramente rimbrottato, infamato, e diffamato. Ma, visto che siamo a questo punto, facciamo solo qualche esempio, che peraltro potrei facilmente largamente moltiplicare.

Una delle suddette “leggende”, diffusa nell’ambiente “scaligeropolitano” romano, era quella che della figura di Giuliano Flavio Imperatore – colui che i ‘cristiani’ chiamano sprezzantemente “l’Apostata” – facevano un traditore dello Spirito, un nemico del Logos, e negli sviluppi della “leggenda”, diffusa dall’accreditata vulgata, vi era l’affermazione essere lo scrittore ed esoterista romano, di sicula origine, Julius Evola, la reincarnazione di Giuliano Imperatore, e prova ne era – a loro dire – quanto, e non era certo poco, Julius Evola aveva scritto apertamente contro la figura spirituale di Rudolf Steiner e l’Antroposofia. Naturalmente, io non ho mai udito dalla bocca di Massimo Scaligero una simile enormità, e per di più assolutamente errata. Egli non amava affatto questo genere di “mitologie”, e le scoraggiava decisamente. Ma evidentemente non tutti la pensavano come lui, e molti preferivano affidarsi a mere deduzioni illogiche, a presentimenti sentimentali, o a “visioni”. Ma, evidentemente, il problema non sussiste: chiaroveggenti, e oscuroveggenti, visionari e affabulatori, imbonitori, e sognatori, abbondano nel mondo, e soprattutto nella Terra d’Ausonia, al punto che – come ho avuto modo di dire altrove – potrei riempirne interi treni: posti in piedi, e bagagliaio compresi!

Ora, pur avendo avuto il sottoscritto avuto alcune esperienze interiori nel «pensiero puro-libero dai sensi» – esperienze per me decisive e «conquistate a viva forza», come scritto da Massimo Scaligero nella sua Kundalini d’Occidente, e quindi non certo “spontanee”, anzi ben “coscienti”, contrariamente a quanto afferma dall’Innominato – delle quali non amo parlare, non sono particolarmente portato per la chiaroveggenza, e conoscendo i pericoli della medesima preferisco, esser prima “chiaropensante”, e solo poi, eventualmente, “chiaroveggente”. Quando dichiarai questa mia preferenza a Hella Wiesberger, in uno dei nostri colloqui, ne ebbi in risposta un luminoso sorriso, e parole di commento che mi confortarono assai. Conciosiacosaché, pur non essendo io in grado di confermare, attraverso mia percezione diretta, quanto dice Rudolf Steiner, sono benissimo in grado di sapere se Rudolf Steiner abbia fatto o meno una determinata affermazione, o se, addirittura, abbia affermato proprio il contrario di quanto viene dichiarato nelle varie leggende della propalata vulgata.

Nei viaggi che decenni fa facevo, per motivi professionali, in Svizzera e in Germania, ne approfittavo, ogni vòlta, saltando i pasti, e risparmiando all’osso, per andare a Dornach alla libreria del Lascito, la mitica, e da me amata e frequentata, Buchandlung Duldeck, a poche decine di metri dalla Rudolf Steiner Halde, sede del Nachlass. Con i soldini da me risparmiati sulla diaria che mi veniva concessa, mi compravo quanti più libri potevo di Rudolf Steiner, di Marie Steiner, e dei loro fedeli amici e discepoli. Potei così farmi una piccola biblioteca, e nei decenni successivi potei avere a mia disposizione l’intera Opera Omnia del Dottore, sia per la parte edita che per quella inedita. Tra i testi che acquistai già negli anni 80 del secolo scorso, vi erano tutti i volumi dei Nessi karmici, ancora non tradotti e pubblicati in italiano dall’Editrice Antroposofica. Ricordo, anzi, che per aiutarmi nella comprensione, dato il mio tedesco piuttosto elementare, li comprai anche in francese, tradotti e pubblicati dalla benemerita Éditions Anthroposophiques Romandes.

In tutti i cicli di conferenze, Rudolf Steiner parla con estremo rispetto, e addirittura con venerazione, per esempio in Contributi alla comprensione del Mistero del Golgotha, della figura spirituale di Giuliano Imperatore, della sua esperienza christica del “Triplice Sole”, di quanto egli venisse disgustato e respinto dai “cristiani” costantiniani del suo tempo, del suo nobile e sfortunato tentativo di restaurare la Sapienza degli Antichi Misteri, di come egli sia stato assassinato da devota mano “cristiana”. Addirittura, Massimo Scaligero mi fece, in uno dei nostri frenquentissimi incontri, una sapiente esegesi di un passo di quell’importante ciclo di conferenze del Dottore – citandomelo dall’originale francese edito da Triades, tradotto alquanto meglio rispetto alla edizione italiana – e mettendo in rapporto la luminosa figura di Giuliano con la Via del Pensiero Vivente, e la funzione futura del Manicheismo. Ma nei citati Nessi karmici, Rudolf Steiner comunica, ulteriormente, come l’Imperatore Giuliano si sia reincarnato nel Medioevo come Herzeloide, la madre di Parzifal, e come in epoca rinascimentale, egli sia riapparso come Ticho de Brahe, l’astronomo e alchimista danese, maestro di Johannes Kepler. Poi – e questo è un punto di cruciale importanza – Rudolf Steiner afferma esplicitamente come questa individualità Giuliano-Herzeloide-Ticho non fosse allora, nel 1924, incarnato sulla Terra, e che nei Mondi Spirituali egli poteva esser una guida preziosa per il ricercatore occulto, come lo fu Virgilio per Dante Alighieri, e Ovidio per Brunetto Latini. Ora, essendo Julius Evola nato il 19 maggio 1898, allorché Rudolf Steiner fece quella esplicita affermazione, ossia nel 1924, l’esoterista romano-siculo aveva ventisei anni compiuti, e quindi riguardo alla identificazione Giuliano-Evola, come direbbero gli ispanici, entonces nada! Feci notare, con garbo – allora ero ancora un lupacchiotto molto educato – e venni coperto d’improperi, perché la cosa andava in rotta di collisione con apodittiche affermazioni ex cathedra, che avrebbero dovuto essere credute dogmaticamente, altrimenti ne avrebbe sofferto il prestigio di chi tale affermazione faceva. Ovviamente, venni infamato e vituperato oltre ogni dire, mi venne fatto attorno progressivamente il deserto, e venni persino gratificato di aperte minacce. E cosa ci volete fare: il mondo  – questo sempre più immondo mondo – funziona così! Così vuole l’Oscuro Signore, l’illegittimo Princeps huius mundi, e al suo volere, all’immane potenza del convenzionale, come la chiamava Massimo Scaligero, tutti, reverenti e tementi, adorando, si inchinano! 

Vi furono una molteplicità di altri casi, nei quali la parola esplicita di Rudolf Steiner affermava apertamente l’esatto contrario di quanto la diffusa vulgata proclamava come verità, mentre era, invece, “leggenda”, “mitologia”, appunto. L’aver voluto smentire tutta una serie di affermazioni errate su Mani, su Christian Rosenkreutz, sullo stesso Rudolf Steiner, su Giovanni-Lazzaro, sul figlio della Vedova di Nain, su chi fosse l’anziano erborista che il giovane Steiner incontrava in treno, e via dicendo su molte altre figure e questioni, fece modo ch’io venissi bollato come affetto da eretica pravità, e di conseguenza ritenuto haereticus vitandus. Se descrivessi dettagliatamente tutte queste fallaci affermazioni, non la finirei più, e questo articolo è già troppo lungo. Mi veniva chiesto di piegarmi, e di “credere”, di non smentire, e di tacere. Ma ciò era cosa sordida, che mi ripugnava oltremodo. Quella che, come un dono aristocratico, ed un privilegio raro, ci è stata donata, è Scienza dello Spirito, e non Teologia. Essa richiede conoscenza e realizzazione volitiva, e non credenza cieca, fede, sdilinquimento sentimentale, e conformità. Amicus Plato, sed magis amica Veritas! E poi, come affermava quel paganaccio di Arturo Reghini, le credenze le stanno bene in cucina: co’ piatti, i bicchieri, e’ barattoli di marmellata. Ovvìa! 

La nostra simpatica Cappuccetto Rosso, in uno dei suoi commenti sul blog, rivolse al lupaccio cattivissimo un altro paio di domande, alle quali per fretta e colpevole disattenzione quest’ultimo non dette risposta. E siccome non si devono lasciare mai le cose in sospeso, né ce la si deve prendere comoda, è giusto dare qui una risposta precisa, anche se, al momento, forzatamente sintetica. In futuro sarà necessario ritornarci. Nel citato commento leggiamo:    

«Vorrei chiudere con due domande. Non mi è ben chiaro il motivo per il quale Rudolf Steiner decise di chiudere e ritualmente sigillare la Seconda e Terza Classe della Scuola Esoterica. Cosa temeva? O piuttosto perché vi diede avvio qualche anno prima?
Seconda domanda: oggi quale ruolo hanno le organizzazioni di stampo rosicrucianesimo, quelle autentiche, se ancora ve ne sono? Che compito svolgono per l’umanità?». 

Rudolf Steiner nel 1904 fondò la Scuola Esoterica, e precisamente la Prima Classe di essa. In questa Prima Sezione, o Classe, i discepoli della Scienza dello Spirito facevano una promessa sacra, ricevevano dal Dottore esercizi, meditazioni, e mantram personali, che dovevano essere gelosamente ritenuti riservati, e in quelle che vengono chiamate “lezioni esoteriche” – in tedesco Esoterische Stunden, alla lettera “ore esoteriche”– ricevevano tutta una serie di insegnamenti particolari, circa i quali i discepoli erano tenuti alla più rigorosa discrezione. Il tutto si svolgeva in una atmosfera di severa, autera, sacralità. Nel 1906, Rudolf Steiner aprì la Seconda Sezione, o Classe, col nome di Mystica Aeterna, in tre gradi, nella quale si svolgeva una rituaria, che veniva definita un “culto conoscitivo dimostrativo”. In séguito, venne aperta una Terza Sezione, o Classe, nella quale l’elemento rituale diminuiva progressivamente, mentre emergeva l’insegnamento del Maestro, e l’operatività meditativa. Al vertice di questa Terza Classe, nel Nono Grado della Mystica Aeterna, vi era il gruppo dei Dodici : il gruppo di coloro che più strettamente erano collegati e cooperavano con Rudolf Steiner.

Questa prima Scuola Esoterica in tre Sezioni, o Classi, venne sciolta da Rudolf Steiner nel 1914, allo scoppio della prima Guerra Mondiale, a causa degli attacchi che, da parte degl’intolleranti ambienti politici militaristi e pangermanisti, ma anche confessionali, soprattutto di parte cattolica, venivano portati all’Antroposofia, la cui cerchia veniva accusata di essere una “società segreta”: cosa falsissima. Nel 1924, dopo il Convegno del Natale 1923, Rudolf Steiner cercò di rifondare la Scuola Esoterica su una base nuova. Ma l’inadeguatezza, la mancanza di serietà di molti partecipanti, ed alcuni gravi tradimenti spirituali, fecero sì che il dottore non andò oltre le prime diciannove “lezioni esoteriche”. Nel settembre del 1924 si rifiutò di riaprire – proprio per i suddetti motivi – la Seconda Classe – che avrebbe dovuta essere diretta da Marie Steiner, mentre la Prima Classe veniva affidata ad Ita Wegman – e, a maggior ragione, la Terza Classe, che avrebbe dovuto essere diretta dallo stesso Rudolf Steiner. Dopo la sua dipartita, le dolorose vicende della Società Antroposofica, e le successive, ripetute profanazioni, della Classe, mostrarono ad abundantiam quanto avesse ragione Rudolf Steiner a interrompere la sua donazione ad individui incapaci, poco seri, e indegni.

Nel mondo non esistono “organizzazioni” rosicruciane autentiche. L’Ordine, o la Fraternitas Rosae Crucis non si manifesta sullo scenario sensibile, e non ha bisogno di organizzazioni e di pubblicità. Associazioni come l’A.M.O.R.C., fondato a San José, in California, da Harvey Spencer Lewis, la Rosicrucian Fellowship, fondata a Oceanside dal plagiatore Max Heindel, la Rosicrucian Fraternity di Quakertown, fondata Reuben Swiburne Clymer, non hanno nulla a che vedere col rosicrucianesimo autentico, e possono portare a situazioni molto, ma molto pericolose. Il candido lettore è pregato di credere al fatto che questo lupaccio cattivissimo sa bene di cosa si stia parlando.

Il rapporto, e il contatto, con la autentica realtà della Rosacroce è un fatto spirituale, e sicuramente si invera quando e ne confronti di chi deve avvenire: fuori di ogni ostentazione, vanità, o ricerca di illusori poteri occulti. Anche in questo caso è salutare tenersi lontano da leggende e mitologie. Sed de hoc etiam satis! 

     

ZELATORI, CIARLATANI & VENDITORI DI SOPHIA

ciarlatano 1 copia

Il Ciarlatano  (Stampa del 1612- Diana Scultori- Biblioteca Casanatense, Roma)

*

Se qualcuno penetra nello studio di un pittore

E senza nulla comprendere della pittura

Ha la pretesa di parlarne dottamente,

Costui sarà deriso da tutti.

E anche chi penetra nell’Ordine degli Artisti

E senza essere stato eletto

Si vanta delle sue opere,

Costui sarà deriso da tutti.

Chi si presenta a queste Nozze

E senza essere invitato

Arriva con gran pompa,

Costui sarà deriso da tutti.

Così coloro che saliranno su questa bilancia

Senza pesare quanto i pesi

Saranno fragorosamente sollevati,

E saranno derisi da tutti.

Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, 1459,

Johann Valentin Andreae

*

Per placare i timori di un noto trader del panorama esoterico antropop – che è da augurarsi non si occupi presto anche di Tripartizione sociale – circa lo stato di salute del nostro blog, diciamo subito che Eco c’è e sta benissimo.

Mentre, a rassicurazione degli amici che, con premura e sollecitudine che apprezziamo, hanno espresso qualche preoccupazione in merito alla regolarità con cui i nostri contenuti più recenti vengono pubblicati, ricordiamo che l’ascesi del pensiero è il cómpito che abbiamo posto al centro della nostra esistenza. Così, quando gli impegni familiari o lavorativi assorbono quasi tutto il resto, l’attività, invero “dis-vulgativa”, che i nostri autori si sforzano qui di realizzare, ne risulta un po’ sacrificata. Del resto, è questa la forza di Eco, la cifra del suo valore: da noi, nessuna sbrigativa rimasticazione a riempimento di spazi ed esigenze di visibilità.

Ci risulta, in effetti, che la Scienza dello Spirito, più che di frontmen inopportunamente onnipresenti, necessiti di operatori interiori saldi e instancabili, di innamorati fedeli. Lo slancio che ci anima è inalterato. E così il gioioso dovere di indicare la Mèta e la Via che ad essa conduce, da cui non indietreggeremo mai.

Chi scrive ritiene di non dover scrivere niente, generalmente giudicando prezioso un contributo (fattivo) di tipo più silenzioso e, in tal senso, solo apparentemente modesto. Non certo per timore di esporsi, dunque, ma per una ritrosia tutta personale ad apparire e per la certezza che vi siano figure ben più qualificate per farlo. Da questi non abbiamo che imparare.

Tuttavia, cuore, coscienza e un enorme, gioioso debito di riconoscenza nei confronti dell’amico Hugo de’ Paganis, dettano, dopo gli ennesimi attacchi personali seguiti al suo ultimo articolo, di pronunciarsi in sua difesa, al fianco delle signore che sono prontamente intervenute, nel tentativo di ripristinar decenza, all’interno dei vari gruppi social in cui tali attacchi si sono consumati. D’altronde, è bene precisarlo, egli è penna che non scrive per sé soltanto, rappresentando in pieno ciò che noi pensiamo, vediamo e non intendiamo tacere. E non ne abbiamo fatto mai mistero: non è business dell’apparire che difendiamo e questo infonde un vigore ardente e tutto speciale al nostro agire.

Riteniamo che il carattere assai grossolano e puerile degli “argomenti”, ascrivibili peraltro al genere della calunnia, agitati dal noto trader del panorama esoterico antropop, ormai antrovip e sempre più antropolitik, non renda agevole un confronto fra pari, disinteressati come siamo a calarci in zone che ogni giorno tentiamo di disimpegnare. Non riconoscendogli l’autorevolezza né la caratura di un interlocutore da prendersi in seria considerazione, non ci daremo la pena di scendere nel merito di alcuna delle sue argomentazioni. Ciò che non esiste non va mai smentito.

Non manchiamo però di interrogarci sul criterio adottato da chi questo agitatore ha voluto come proprio collaboratore e sodale.

Non siamo certo nuovi a simili attacchi, necessari a nature conformi alla specie e (fatalmente) incapaci di assumere lo spirito su un piano diverso da quello delle parole: una sistematica opera di denigrazione e discredito della persona è la debole, scarsa misura che costoro possono opporre a scomode considerazioni.

Più volte, in passato, ci siamo pure misurati con l’ambizione di ben più insidiosi zelatori, legati da vincoli d’opportunità al summenzionato agitatore, giorno e notte impegnati a distogliere i giovani cercatori del Vero, non ancora indipendenti nella comprensione dello spirito, dal terreno solido dell’indagine interiore fondata sull’autocoscienza dell’Io, per deviarli verso morbide e più allettanti derive mistiche. In questi campioni di “altruismo” – e di rinuncia – morsi dalla fissazione del gelido “egoismo” in cui cadrebbero coloro che si dedicano alla pratica verace della Concentrazione, non possiamo non ravvisare gli o p p o s i t o r i dell’elemento solare recato dal pensiero. Costoro si son fatti portatori di quell’insana e sognante tendenza a incontrare le cose del mondo che è la mistica del sentimento di cui, invero, il Dottore, nella sua Filosofia della Libertà, mostra tutti i limiti – conoscitivi e morali – e in cui, sì, è possibile scorgere un elemento di tenace egoismo, davvero impossibile a vincersi:

[…] l’uomo primitivo arriva all’opinione che l’esistenza si presenti a lui direttamente nel sentire, e indirettamente nel sapere. La formazione della vita del sentimento gli appare quindi più importante di ogni altra cosa. Egli ritiene di aver afferrato la connessione del mondo, soltanto quando l’ha accolta nel suo sentire. E, come mezzo alla conoscenza, egli cerca di servirsi non del sapere, ma del sentire. Poiché il sentire è cosa del tutto individuale, da mettere alla pari con la percezione, il filosofo del sentimento eleva a principio universale un principio che ha un significato soltanto dentro la sua personalità. Cerca di impregnare del suo proprio sé il mondo intero […]. La tendenza qui accennata, la filosofia del sentimento, viene spesso designata col nome di mistica. L’errore di questa maniera mistica di vedere, costruita solo sul sentimento, consiste nel fatto che essa vuole sperimentare quello che dovrebbe sapere, e vuole elevare un elemento individuale, il sentimento, ad elemento universale.”

Al chiaro dire del Dottore (“Con quale diritto considerate il mondo completo senza il pensare?”), che avverte: “non bisogna fare confusione fra l’avere «immagini mentali» e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare”, essi, ottusamente, replicano: “Se riesco a ‘depurare’ il sentire di tutte le componenti egoiche, ebbene, scopro che grazie ad esso sono in grado di accogliere la verità dei fatti, di avvicinarmi all’essenza della vita”, adeguando l’opera del Maestro dei Nuovi Tempi, e così il sacrificio di Massimo Scaligero che volle indicarne l’adamantina gemma o Via del Pensiero, al proprio immacolato ciarpame, rivelatore soltanto di incapacità conoscitiva e insufficienza morale.

Vien proprio da chiedersi come si creda di poter suscitare senza una rigorosa disciplina di pensiero quella inconosciuta Potenza capace di “depurare il sentire di tutte le componenti egoiche”, a meno di non ridurla a quell’io che “l’uomo dice di essere”.

Quella caldeggiata da tali rinunciatari ma ambiziosi zelatori è nient’altro che una impraticabile, infruttuosa, e assai illudente, ascesi dell’anima sull’anima, ove questa richiederebbe di essere invece dominata, quando non vinta.

Una corretta ascesi del sentire, scrive Massimo Scaligero nel Manuale pratico della Meditazione, viene realizzata dall’esercizio che accordi il pensiero con la volontà.

La forza estracosciente che nell’essenza collega il pensiero con la volontà, è il sentire. L’ordinario sentimento non è la reale vita del sentire, bensì la sua alterazione. Tale alterazione viene sanata dall’esercizio della rispondenza della volontà al pensiero liberato.

Il sentire, come pura forza dell’anima, può sorgere là dove è tacitato il sentire normale, che è comunque il veicolo della natura animale dell’uomo. In conseguenza della meditazione, il sentire tende a sorgere come forza di ritmo dell’anima, già in tal senso indirettamente sollecitata da ogni saggio collegamento del pensiero con la volontà. Perché la potenza di ritmo dell’anima si manifesti direttamente, occorre sia tecnicamente prodotto lo stato di assenza del normale sentire: come un varco aperto al sentire spersonalizzato, capace di immergersi negli interessi altrui e nel mondo, con la spontaneità normalmente suscitata dagli interessi personali.

Occorre educare se stessi a vietarsi in talune occasioni la normale reazione del sentimento. L’esercizio del «non sentire» è la condizione per la concentrazione pura e per la conseguente resurrezione del sentire, ossia per l’affiorare del s e n t i r e p u r o, che libera il mentale dalla corporeità: ma è parimenti il puro pensiero che apre il varco al non sentire e libera il mentale dalla soggettività senziente-razionale.”

Così, osserviamo che il sentire puro non è il sentire ordinario, neppure se s’incipria o s’improfuma. E che, anche in zone più profonde, la distanza tra chi realmente percorre la Via del Pensiero e chi solo straparla raggiunge le proporzioni di un abisso incolmabile.

La precisazione che a questo punto è doveroso fare a costoro e a quelli che sentono come loro è che la possibilità di una autentica moralità – troppo spesso spacciata per sciropposo sentimentalismo – viene unicamente dalla liberazione del pensiero per la quale è imprescindibile la pratica intensa e assidua della Concentrazione e che le forze morali non sorgono che dalla Conoscenza, ossia dall’accensione e dall’esperienza del Pensiero Vivente. Ogni surrogato di moralità che, con giustificato spregio, possiamo chiamare moralismo o facies morale, vale a dire l’assunzione e l’immancabile ostentazione di atteggiamenti “virtuosi”, “compassionevoli”, “altruistici”, “nobili”, “fraterni”, “cristici”, e certamente oltremodo “commossi” e “devoti”, non sono che la patetica caricatura di questo voluto, meritato miracolo.

Possiamo affermare con Rudolf Steiner che la pratica della Concentrazione è l’azione più morale possibile all’uomo di questo tempo poiché la liberazione del pensiero è il presupposto dell’agire libero. E, come è detto nella Filosofia della Libertà, l’uomo è morale in quanto è libero, in quanto agisce basandosi sulla conoscenza: “la libertà è la maniera umana di essere morali”; “È evidente che un’azione non possa esser libera se il suo autore non sa perché la compie”.

Con ciò non intendiamo affatto dire che coloro che non stanno fra i “pochissimi” che si dedicano con donazione assoluta e volontà consacrata al Rito della Concentrazione non siano rispettabili o buoni antroposofi. È perfettamente possibile accogliere con animo semplice e gratitudine profonda le comunicazioni del Dottore e i contenuti dell’antroposofia, in attesa del fiorire di forze urgenti ad un impegno ascetico più risoluto e radicale.

Solo, ci chiediamo, cos’è la Concentrazione senza asceti? Spada senza cavaliere o corona senza re.

Così, però, non intende la nutrita razza di callidi e zelatori, che di privata rinuncia ha fatto pubblica virtù. Essi hanno stabilito per gli altri una norma di mediocrità che è inopportuno e sconveniente superare. Un verbo pressoché assoluto scongiura gli umili dalla presunzione di innalzarsi nella conoscenza.

E chi ha fatto suo l’ingrato compito di indicare la Concentrazione come necessaria risposta all’urgente appello dei Mondi Spirituali e presta fedeltà ai Maestri attraverso la coraggiosa difesa della loro Opera da ogni tentativo di banalizzazione e falsificazione, viene tratto sotto il giogo della maldicenza e dell’ingiuria. “Sublime egoista”, “antropo-inquisitore”, “antropo-sceriffo”, “jihadista”, “fondamentalista”, “schizofrenico”, gli epiteti rimediati. Non manca poi il prudente passaparola: “Attenti! È posseduto dagli Asura!”.

Passiamo oltre e domandiamoci: per darsi a quali nobili e più rette attività i nostri solerti zelatori hanno deposto la pugnace pratica ascetica donataci dai grandi Esseri?

Sono tre le principali attività da essi praticate e altamente raccomandate per lo sviluppo animico-spirituale dell’uomo.

La prima è una massiccia opera di volgarizzazione della Scienza dello Spirito attraverso la macellazione di testi e cicli. La sterminata mole di contenuti dell’O.O. sul web viene somministrata in stralci, indebitamente strappati al contesto dei pensieri e delle concatenazioni di pensiero ideate (volute) dai Maestri. L’opzione è di facile fruizione e immediatamente appagante, per ingordi e romantici di ogni età. Non mancano poi rielaborazioni e “bignami”, una summa del pensiero steineriano in aiuto al pigro e troppo impegnato antroposofo moderno.

Al genere si aggiungono diffuse iniziative di carattere propagandistico – incontri, convegni pubblici, manifestazioni culturali – ed una recentissima, sciagurata impresa cinematografica incentrata sulla figura di Massimo Scaligero, visto dal discepolo. Non l’inaudita audacia dell’Eroe Solare che sconfigge la Morte ne emerge, ma il ritratto di un uomo buono e assai compianto, ancora presente nel cuore di chi ha lasciato.

La seconda è l’approfondimento antroposofico in comune. Su svariati gruppi di un noto social, belle addormentate e stagionati dello spirito dibattono sui temi caldi dell’antroposofia. Karma, Angeli e Gerarchie, sembrano essere i più apprezzati. Un clima di sciolta e ciarliera condivisione incita i novizi a sperperarsi in (in)fruttuose operazioni dialettiche.

La terza si presenta come lo sdoganamento di un “vano giocare all’esoterismo”, come ebbe a definirlo Marie Steiner, in seno a una comunità stolta, assopita e assai poco vigile, e si configura come l’improvvido tentativo di spalancare le porte ad ogni sorta di ciarlataneria.

Una chiarificazione etimologica del termine “ciarlatano”, cui quello di “ciarlataneria” ci rimanda, gioverà a individuare i caratteri di una figura quantomai ricorrente nel variegato mondo dell’occultismo.

Il sostantivo “ciarlatano” risulta, con molta probabilità, dall’incrocio dei termini “cerretàno” e “ciarla”. Il primo deriva dal lat. CERRÍTUS, insensato (probabilmente sincopato di CEREBRÍTUS da CÈREBRUM, cervello) che lascia escogitare una forma CERRITANEUS, oppure da CERRÉTO, paese dell’Umbria da cui si narra solesse in antico venire siffatta gente, la quale con varia finzione andava facendo denaro, ovvero da CÈRE, donde l’antico Ceràldo, che equivaleva a cerretano; il secondo per molti deriva dal lat. GERRÆ, ciarle, che staccasi dalla radice di GARRÍRE che dette GERRÒNES, ciarloni e può aver dato GERRETÀNUS.

Una accettabile definizione del termine ciarlatano rimanda a chi un tempo, sulle piazze, cavava i denti o vendeva rimedî che decantava miracolosi; la parola è rimasta in uso per indicare prestigiatori, giocolieri, e in genere chi vende in pubblico prodotti specifici o altre merci attirando la gente e incantandola con abbondanza di chiacchiere. Per estensione, chi si spaccia per quello che non è, chi cerca il proprio guadagno dandola ad intendere, impostore, gabbamondo, imbonitore.

Semplificando, due sono i caratteri che si confanno al buon ciarlatano: una illecita e indebita attività di vendita e una straordinaria disposizione alla ciarla.

Ci pare che le pratiche denunciate dal nostro Hugo de’ Paganis nel suo ultimo articolo rientrino nel caso appena illustrato. Seminari quali “Sviluppo delle relazioni con gli esseri di luce delle diverse dimensioni intorno a noi e dentro di noi” o “Iniziazione [è lecito chiedersi se sia trasmissione che proviene da Iniziato] ad un corretto rapporto con i Mondi Spirituali nelle varie dimensioni” o, sopra tutti, “Incontrare il Cristo, incontrare l’amore”, non solo costituiscono occasione certa per la perdita di tale incontro – che non può essere dato da alcuno, semmai così allontanato o definitivamente precluso – ma rientra in quelle forme di ciarlataneria ostinata, profanatrice e bramosa di farsi mediatrice che un Iniziato Solare, quale era – è – Massimo Scaligero, bollerebbe a fuoco.

Va aggiunto che poco importano in queste zone di manovra l’autocertificazione di “veggenza” o la certificazione per procura di “fraterni” delegati, identicamente ininfluenti: sono propositi, questi, nobili solo in apparenza e rivelatori, oltre che di intatta inesperienza del reale spirituale, di un’incapacità di discriminazione conoscitiva, e pertanto morale, che certamente a vario grado riguarda l’essere umano e che superbo e gratuito sarebbe condannare in sé, ma che si fa inaccettabile quando v e n d u t a come sapienza, per di più apponendovi il marchio di garanzia Steiner/Scaligero. È il falso inevitabilmente destinato a declinarsi come sopruso, consumato a danno di quelli che si presume aiutare e che inascoltati resteranno proprio nel loro anelito autentico e profondo.

Altrettanto pericolose e sospette risultano l’offerta di Master di Formazione Politico-Spirituale” e la promozione del denaro quale mezzo per “scambiare amore tra gli esseri umani”.

Senza dubbio a qualcuno le nostre considerazioni potranno apparire ingiuste e ingenerose, ma il nostro altro non è che l’invito a rispettare la volontà di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero a cui, senza arbitrarie interpretazioni o aggiunte, ci rimettiamo. Tutta la loro Opera ci domanda un rigore che non sempre si è all’altezza di osservare. Una comunità spirituale sana vigila sulle azioni dei propri membri. Non si lasci che il richiamo ad uno spirito di fratellanza sia l’astuzia per disarmarla!

A chi fa uso di una misura «troppo umana» per valutare il problema ricordiamo con serietà che Massimo Scaligero si espresse a chiare lettere circa le insidie che si sarebbero presentate in seno alla comunità da lui fondata:

Non è difficile rendersi conto che, se nella Scienza dello Spirito di Steiner si esprime l’Impulso Solare del tempo, gli autentici attacchi degli Ostacolatori non sono tanto quelli che vengono da fuori, quanto quelli che muovono dall’interno della cittadella, epperò difficilmente identificabili. In ogni movimento spirituale, i portatori dell’impulso luciferico-ahrimanico finiscono quasi sempre col prevalere come attivisti o dialettici della organizzazione esteriore. Essi sono riconoscibili dalla solerzia con cui intendono applicare la teoria dello Spirito al mondo, secondo un trapasso invero impossibile al pensiero meramente razionale: trapasso di cui, peraltro, il pensiero vivente non ha bisogno, essendo esso già operante oltre il limite razionale, per il solo fatto di esserci. Onde il trapasso dei solerti zelatori non può evitare di essere strategico, ossia politico, in quanto preoccupato unicamente del procedimento esteriore, ossia del dimostrare che l’ideale sovrasensibile si realizza: dimostrazione di cui lo Spirito non ha invero bisogno, essendo essa una forma possibile soltanto al principio che si realizzi. É l’attivismo tendente a sostituire, se non ad impedire l’a z i o n e p u r a, ossia l’operare sul piano delle cause: l’attivismo vuoto di anima, in cui si esplica l’azione degli Ostacolatori, malgrado le spirituali intenzioni degli zelatori.

Questa condizione è connessa con la perdita dell’arte vera della concentrazione”.

Dallo Yoga alla Rosacroce.

Vogliamo altresì rimandare chi possa intenderle alle stringenti indicazioni che Egli ha dato ai suoi. Come a sigillare il cuore del Suo Insegnamento e il senso ultimo della Sua infinita donazione, le sue parole a chiusura di quel capolavoro dello Spirito che è Dell’Amore Immortale, suonano come lascito e richiesta al contempo. Vogliamo riportarle interamente:

Quanto è stato detto non è assunzione di un insegnamento, bensì ciò che come ramo novello nasce da un ceppo imperituro: da un insegnamento la cui perennità esige che il suo darsi sia sempre il fluire della vita.

Esso non trasmette un sapere: il suo tessuto di pensiero essendo quello stesso che possa destarsi nel discepolo o nel lettore: acceso, per riaccendersi.

Donatore di questo insegnamento, nella sua virtù di vita, prima che della sua forma dialettica, è Rudolf Steiner.

Che il ricercatore possa essere stimolato a studiare l’opera di lui sino a che da essa splenda la luce di cui si sostanzia, è la ragione della nostra opera. Colui che chiamiamo il Maestro dei nuovi tempi è il Maestro che non è semplice accostare: l’accostamento non essendo lo studio dell’opera, né la appartenenza all’associazione spirituale da lui avviata, ma anzitutto il movimento interiore al cui destarsi nell’anima umana egli ha donato il suo essere sulla Terra.

La sua opera, dettata dallo Spirito, esiste soltanto per ritornare quel movimento interiore, a cui il mondo spirituale risponde: esiste per un collegamento con l’ordine invisibile degli esseri e delle forze, non per divenire un sapere. L’errore, o la tentazione, è credere che l’opera debba essere esposta o volgarizzata o sistemata, perché possa andare incontro a un maggior numero di uomini: quasi che l’efficienza numerica elevasse il livello qualitativo. In realtà sarebbe l’esposizione o il riassunto delle parole, non dei contenuti che non possono vivere se non come forze interiori, esigenti di incontrarsi essi nell’anima, secondo il loro proprio ritmo.

La sintesi o la sistemazione dialettica non è necessaria né utile ad alcuno, non potendo essere altro che precipitazione nella cultura astratta, riduzione al mondo senza vita, della veste espressiva dell’opera: dell’opera in cui si è eliminato l’ineffabile che giustifica la veste espressiva. La quale, così astratta, non può aver senso, proprio perché neppure dialetticamente può significare qualcosa. La privazione, verificatasi nell’anima dell’espositore, viene trasmessa agli altri: così verificandosi il giuoco degli Avversari dell’uomo.

Un’opera esoterica non chiede né propaganda né volgarizzazione: solo chi sia mosso dal subconscio intento di ucciderla, può pretendere diffonderla mediante manifestazioni culturali, o sistemarla secondo quel moderno «sistemare», valido unicamente per la molteplicità astratta: che chiede di essere sistemata dal pensiero, ossia dall’attività interiore che può sistemare, non essere sistemata.

Solo chi inconsciamente è avverso allo spirito può compiacersi che l’opera si diffonda come un sapere, alla stregua dell’ordinario sapere, che invale unicamente perché privo di spirito, e ne è privo soprattutto quando riguarda lo spirito. È la deficienza di pensiero che non concepisce come l’attuarsi dello spirito nel mondo esiga accendersi nell’anima individuale, e come tale accensione non possa essere sostituita da un tradurre in nuove parole ciò che si è afferrato soltanto in parole.

Che sempre un maggior numero di uomini si apra allo spirito, dipende dalla possibilità che pochi non tradiscano il cómpito soltanto da essi attuabile”.

Dell’Amore Immortale, Appendice n.1.

In conclusione, qualche considerazione di carattere personale.

Che dirò dell’amico Hugo de’ Paganis?

Questa nota è per lui e con lui. La fedeltà al sacro, al vero e al giusto, il nostro unico desiderabile.

Ad un amico sapiente, di lealtà e generosità rare che ringrazio per tante ragioni, non ultima quella di avermi mostrato come usare la spada per amore.

Insieme a lui salutiamo il lettore, sottoponendo al suo silenzioso vaglio interiore le parole che abbiamo posto al principio di questa nota, tratte da Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz di Johann Valentin Andreae. Sono le severe parole che la Vergine rivolge agli astanti prima di quella che vien chiamata pesatura delle anime. Ci si soffermi, col rigore e l’attenzione dovuti, sull’ultimo verso di ciascuna strofa e si esamini cosa il sopramondo esige da noi.

ANCORA LA VESSAZIONE DEGLI STOLTI, OVVERO CONTRO L’IMPOSTURA E L’ANTROPOSOFIA IN SALSA NEW-AGE

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Tu nihil invita dices faciesve Minerva – Tu nulla dirai o farai  a dispetto di Minerva.

Quinto Orazio Flacco, Ars poetica, 385.

Poiché il presente lupaccio cattivissimo oramai si è già fatta una pessima fama, ovverossia fama di intollerantissimo lupaccio ringhioso, mordace, ed oltremodo polemico – fama di cui egli con una qual certa delinquenziale voluttà mena pure sconsideratamente vanto – tanto vale per lui trarre un qualche colpevole vantaggio da cotal mala fama, levarsi con palese soddisfazione qualche sassolino dalla scarpa, ed eziandio permettersi il lusso di dir fuori dai denti quel ch’ei pensa.

E siccome, nel gran teatro del mondo, i posti per i ‘buoni’ sono già tutti preventivamente occupati da quanti, in maniera stucchevolmente dolciastra, a gran voce si proclamano  tali ogni due per quattro, ed esibiscono pure l’autocertificazione che li autorizza a farsi conoscere come autenticamente ‘buoni’, anzi ‘buonissimi’, a questo lupaccio cattivissimo non resta che andare ad accomodarsi su nel loggione, ove vengono di regola relegati i cattivi, e i reietti. Ma, devo dire, che la compagnia dei ‘cattivi’, e dei ‘cattivissimi’, è alquanto più gradevole, e di gran lunga preferibile, di quella dei ‘buoni’ politically and esoterically correct, rispetto ai quali è davvero opportuno e salutare affermare: dai ‘buoni’ mi salvino gli Dèi, che da pirati e masnadieri mi salvo io da solo.

Nelle notti – specie in questo periodo piuttosto afose e accaldate – di quella dolcissima e melanconica insonnia dell’etrusco lupaccio, che tanto diverte la nostra ottima Savitri e il tergestino lupaccio Isidoro, al tirrenico lupaccio càpita, per distrarsi ed ingannare il sempre fuggevole tempo notturno, di leggere qua e là quanto vanno scrivendo vari pittoreschi personaggi su vari siti, pagine, e forum che fanno bella (si fa per dire…) mostra di sé in quell’immensissima fogna che è Infernet, ossia in quell’aracnide rete, che pare che ormai tutto avvolga e tutto divori. E questo, nella fattispecie, è il precipuo fine che si pone ogni ragno che si rispetti nel tesser la sua sapientissima, geometrica, tela: irretire, ossia – secondo etimologia – avviluppare nella rete, e poi divorare, e ben digerire, quante più vittime possibile. Nella fattispecie, la submateriale telematica rete dell’ormai ovunque imperante Infernet viene tessuta con millenaria perfida sapienza – velenosa “sapienza”, sia ben chiaro – dall’Oscuro Signore, dal Principe dell’Oscuro Pensiero, come veniva questi chiamato nell’antichissima zarathustriana Persia.

E dove vuole giungere con le sue ‘macchinazioni’ – è proprio il caso di chiamarle così – l’Oscuro Signore? È, invero, interessante, oltre che estremamente salutare, e salvifico, rendersene conto. In una lezione esoterica, tenuta il 23 dicembre 1924, curata e pubblicata dalla mia compianta amica Hella Wiesberger all’interno dell’Opera Omnia, nella sezione Aus den Inhalten der Esoterischen SchuleDai contenuti della Scuola esoterica, Rudolf Steiner comunica qualcosa che dovrebbe far oltremodo riflettere coloro che troppo superficialmente, e spensieratamente, dicono di richiamarsi alla sua Opera:

«È impossibile immaginarsi che cosa possa accadere in un tal caso, se l’umanità non avrà ancora raggiunto l’altruismo. Soltanto attraverso il raggiungimento dell’altruismo sarà possibile trattenere l’umanità sull’orlo della perdizione. Il declino della nostra epoca attuale sarà causato dalla mancanza di moralità. La civiltà lemurica è stata distrutta dal fuoco, l’epoca atlantica dall’acqua, la nostra sarà distrutta dalla guerra di tutti contro tutti; gli uomini distruggeranno se stessi nella lotta fra di loro. Ed il fatto desolante – più desolante di altri modi di rovina – sarà il fatto che gli uomini stessi ne porteranno la responsabilità!

Un piccolo gruppetto si salverà per la sesta epoca di cultura. Questo piccolo gruppetto sarà progredito sino all’altruismo. Gli altri raggiungeranno ogni raffinatezza nell’elaborare le forze fisiche della natura e nel metterle al proprio servizio, senza sviluppare il grado necessario di altruismo.

Particolarmente nella settima epoca di cultura questa guerra di tutti contro tutti imperverserà nel modo più tremendo. Forze potenti, violente, deriveranno da scoperte che trasformeranno l’intero globo terrestre in una specie di aggregato elettrico autofunzionante. In un modo che non può essere rivelato, il piccolo gruppo sarà protetto», GA 93, Die Tempellegende und die Goldene Legende, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1978, pp. 123-124.

Le parole «zu einer Art selbstfunktionierendem elektrischem Apparat», appunto una sorta di aggregato-macchina-apparecchio elettrico autofunzionante, non lasciano granché dubbi circa l’affinità tra quello che, già oggi, si sta realizzando sulla Terra attraverso l’omninvadente tecnologia telematica – che ora tenta di spingersi sino al 5G – e quanto afferma lo stesso Rudolf Steiner. Ma questo complicato, e stritolante, marchingegno – l’Apparat, come lo chiama il Dottore nella sua comunicazione – è solo il mezzo, lo strumento, il canale, per veicolare qualcos’altro. Ora, l’Oscuro Signore è dominatore della materia, della menzogna, nonché il suscitatore dello spirito d’avversione.

Menzogna, paura, e spirito d’avversione – che è sempre avversione nei confronti dello Spirito – sono gli strumenti per incatenare il poco, davvero troppo poco, consapevole uomo alla materia. La sua influenza si estende ormai in ogni campo: compreso quello politico, culturale, religioso, ed altresì – anzi a maggior ragione – quello esoterico. Perché, essendo o dovendo essere la Via esoterica una ‘Via di liberazione’, pervertendo, deviando, inquinando la Via esoterica, si rende appunto impossibile la liberazione. Naturalmente, l’Oscuro Signore ha l’abilità e l’accortezza di adoprare una molteplicità di mezzi e strumenti diversi a seconda della varia conformazione degli esseri umani. A lui poco importa se le catene che astringono l’uomo, e lo tengono in schiavitù, siano di rozzo acciaio, o d’oro, o d’argento, o addirittura se siano catene di petali di rosa: l’importante è che esse mantengano l’essere umano nell’abietto servaggio al quale egli vuole destinarlo.  

A tal fine, a livello esoterico, viene usata una vasta gamma di ‘vie’, le più diverse, e persino antitetiche, che però solletichino, e soddisfino, i gusti rozzi o raffinati delle predestinate vittime. Vie d’Oriente e d’Occidente, vie magiche e mistiche, forme rituali cerimoniali e devozionali, complessi di ideologie e filosofie spacciate per ‘metafisiche’, forme più o meno alterate, modernamente “aggiornate” di yoga: yoga ginnico e respiratorio, yoga tantrico della “mano destra” e della “mano sinistra”, vie di “magia sessuale” spacciate per “alchìmia”, magia “bianca”, “rossa”, “nera”, black&white (come il whisky), la Wicca, il Vaudou, la Santeria, l’Umbanda, il Candomblé la stregoneria vera e propria, e via dicendo. 

Nel primo incontro personale, alla fine della primavera del 1970, che io ebbi con Massimo Scaligero, ad una mia domanda circa certe vie ed influenze spirituali, che giungevano allora in Italia da Oltreoceano, egli rispose ben deciso: Ricordati dall’America non verrà mai niente di buono! Ed io mi tengo per detto tale tagliente affermazione. Anche perché, in quasi mezzo secolo di Scienza dello Spirito, ne ho potuto constatare l’assoluta verità. In una forma o nell’altra, tutte quelle vie sedicenti spirituali sguazzano nella medianità più sfatta. Medianità non è soltanto quella del volgare spiritista che fa ballare il tavolino a tre gambe. Oggi, medianità è ogni forma di spiritualità non fondata sull’autocoscienza dell’Io: visionarismo, channeling, magismo inferiore, shamanesimo, misticismo sentimentale. Oggi si può dire che persino la pubblicità, le strategie di marketing, la politica – tutta la politica, e in special modo quella che viene mescolata all’esoterismo – con le sue spregiudicate manipolazioni sono medianità: sono un coltivare in sé e negli altri forme varie e insidiose di medianità. Massimo Scaligero affermava apertamente che i politici erano e sono dei medium. E levò la pelle di dosso ad amici che si davano alla politica. Uno di loro, persuaso da “qualcuno”, sconsideratamente, aspettò la morte del Maestro per ricominciare a fare politica! 

In questo senso, dall’America negli ultimi decenni ci è giunta una delle forme più sfatte di spiritualità medianica: la New Age. E la New Age, slavata e sognante forma di ‘spiritualità’ un po’ hippy, un po’ liberty, e un po’ celtic folklore, con una patina di orientalismo di maniera, sta imperversando di là e di qua dall’Oceano Atlantico. E siccome notoriamente molti antroposofi sono delle vere “aquile” di sapienza e discriminazione (si fa sempre per dire…) possiamo oggi assistere a tutta una serie di indebite commistioni della Sapienza Celeste dell’Antroposofia con qualcosa di guasto e malsano, che con essa nulla, proprio nulla, ha, nonché nulla deve o dovrebbe avere a che fare. Una indebita commistione dove – come in un americanissimo melting pot – tutto viene fuso e con-fuso. Il mio amico L. – che incontrai a Roma nell’agosto del 1969, e che nella successiva primavera del 1970 doveva presentarmi Massimo Scaligero – chiamava causticamente tali commistioni: un fricandò colle cipolle. Va da sé che il contenuto di un tale melting pot, o un tale fricandò, così come il contenuto del pentolone delle streghe del Macbeth di Shakespeare, sia assolutamente immangiabile, e procuri inevitabilmente nausea, forti dolori di stomaco e intestinali.  

Al presente lupaccio cattivissimo è capitato, alcuni giorni fa, di leggere, su un noto social network di Infernet, tutta una discussione, a momenti piuttosto accesa, su quanto aveva scritto, proprio sul quel noto social network, il 22 giugno scorso, un tale X.Y., il quale letteralmente (con incerta sintassi e ortografia che non correggo) così scrive:

«Fausto Carotenuto ha detto in un un’incontro (sic) a Milano che i ritmi del giorno sono scanditi dalla presenza, fra gli altri, degli arcangeli e che la sera in particolare sarebbe presieduta da Michele … mi piacerebbe approfondire il tema con lui se vorrà gentilmente partecipare e con tutti voi cari amici grazie mille per l’attenzione … naturalmente posso essermi sbagliato e in questo caso chiedo scusa».

Questa affermazione aveva suscitato una nutrita discussione. Vi fu chi, con correttezza chiese da quale fonte dell’Opera di Rudolf Steiner risultasse una cotale apodittica affermazione, a mio modo di vedere non solo sicuramente errata, ma anche dimostrabile come errata. Ma la richiesta di citare la fonte, avanzata dalla nostra amica Shanti Di Lieto Uchiyama, non ha trovato soddisfazione, come ci si sarebbe ragionevolmente aspettato:

«Sarebbe opportuno citare le fonti. Perché spesso non viene detto da dove vengono tali conoscenze».

A questa richiesta, la nostra amica Shanti, poco dopo, aggiunge quanto segue, senza peraltro ricevere, neppure questa volta, adeguata risposta, ma solo evasive, divaganti, considerazioni:

«Tutti siamo esperienza che vive, ma se non siamo Rudolf Steiner che attinge al Mondo Spirituale le sue conoscenze, è opportuno citare le fonti. Steiner stesso parla con chiarezza di come acquisisce tali informazioni nelle sue ricerche, di ciò che gli viene mostrato e ciò che non riesce a vedere anche con ricerche estenuanti, nei suoi viaggi che duravano anche tre giorni in una stanza nella stanza, e nessuno lo disturbava. Se avesse avuto una vita frenetica come la nostra non so cosa avrebbe potuto dire nelle sue conferenze…».

La richiesta più che onesta e legittima della nostra amica Shanti – quasi fosse un atto di “lesa maestà” nei confronti di chi – come direbbe il bravo Arturo Reghini – “ammanniva ex cathedra il verbo salvifico al popolo catecumeno”, ha suscitato un vero e proprio vespaio da parte dei seguaci di colui che tale affermazione aveva fatta, nonché la risentita reazione dello stesso Fausto Carotenuto.   

Ora lasciando perdere tutta una serie di commenti di sapore, per così dire, un po’ “cortigiano” e laudativi di taluni, e quelli polemici ma che non colgono nel segno di altri, è interessante riportare una prima reazione del Carotenuto, il quale a tutta prima cerca di sottrarsi all’onesto confronto, così scrivendo:

«Come voleva e auspicava Rudolf Steiner, non solo Rudolf Steiner doveva e poteva attingere al Mondo Spirituale, ma un po’ alla volta tutta l’umanità in evoluzione. Ma, vedendo l’aria che già tira nei commenti, mi astengo dal dire altro su questo tema in questa pagina e ne parlerò all’amico X.Y., se me lo ricorderà, quando ci vedremo personalmente»,

ma, poi, ei proprio non resiste, e più sotto – pur eludendo bellamente la  più che legittima richiesta di Shanti – aggiunge:

«Io non ho comunicato nulla in questo post… e quindi come avrei potuto comunicare la fonte di una cosa che non ho scritto? Maurizio mi ha chiesto un approfondimento rispetto ad una conferenza tenuta a Milano tempo fa. Di massima quando parlo cito Steiner quando c’è da citarlo, così come altri iniziati… parlo di conoscenze rosicruciane quando sono quelle che lo stesso Steiner cita spesso senza dire da chi le ha avute, quando e perché (e faceva bene). E quando non cito qualcuno, nelle conferenze, vuole dire che sono io che dico le cose, sulla base delle mie esperienze e conoscenze. Tutto qui. Il mio lavoro non è affatto quello di “citatore”, né sono un adoratore acritico del pur grandissimo Steiner. Ma si fa scienza dello Spirito anche senza rifarsi ad ogni passo a Steiner. (E forse questo mi distanzia dalla maggioranza degli aderenti a questo gruppo). Quello che mi interessa è comunicare, con linguaggio comprensibile ai più, contenuti che siano utili alle persone, per aiutarci reciprocamente a crescere nella nostra capacità di creare il bene. Il resto mi pare terribilmente secondario e poco utile. Ma ognuno, come sempre, ha un suo compito e segue un sua strada, giusta o sbagliata che sia. A me interessa l’uovo, e non capisco quelli che invece del vero contenuto dell’uovo, cercano solo il pelo».

Indi poscia, il Carotenuto, poco sotto, sempre per non citare le fonti della sua alquanto problematica affermazione, si defila ancora una volta, e scrive:

«Ogni cosa ha il suo contesto. Ripeto che io qui, in questo post, non ho comunicato nulla, e quindi qui non ho fonti da comunicare. Tutto qui. X.Y. mi ha chiesto di approfondire. Per qualcun altro approfondire significa citare Steiner (perché solo Steiner poteva…). E io – vista l’aria che tira, appunto, non ho altro da dire su questo tema. E preferirei chiuderla qui».

Ma ancora una volta, spinto da uno spiritello loquace, ei non resiste ad “esternare” il suo pensiero e aggiunge:

«Comunque, per dare un elemento in più e da dove viene, per non lasciare in sospeso chi è interessato (e per non fare l’antipatico stizzoso)… riporto sinteticamente quanto segue: è conoscenza propria degli iniziati e da ultimi dei rosacroce, già prima dell’ultima incarnazione di Steiner, che dai maestri rosacroce lo ha appreso e poi reso in parte noto, che non solo i quattro arcangeli Gabriele, Raffaele, Uriele e Michele sono, tra le tante altre cose, spiriti della stagioni, nell’ordine Inverno, Primavera, Estate e Autunno. Ma che le loro qualità e influenze si riflettono nello stesso ordine in 4 periodi di sei ore sulle ore della notte (22-4), del mattino (4-10), del mezzodì (10-16) e del pomeriggio-sera (16-22). Per parlare più direttamente di Michele che ora guida la crescita del pensiero e del cuore umani (della coscienza) nell’ “età del cuore che pensa”, è in effetti a partire dal pomeriggio, quando il sole esteriore, il logos solare, comincia a calare, e ci investe in misura minore con la sua forza divina, che questo rende più libero il nostro sole interiore di brillare con le proprie forze, e di emettere i propri raggi unendo pensiero e cuore per pensare e sentire come meglio agire per il Bene di tutti. Sono nella nostra epoca le ore migliori per pensare e sentire michelianamente a come meglio creare il Bene».

E, per meglio precisare, afferma sinteticamente:

«Quando intendo iniziati rosacroce non intendo affatto gli ordini che si definiscono rosacroce… ma i veri maestri di quella corrente, dai quali in via diretta lo stesso Steiner ha preso parte importante delle sue conoscenze e tecniche. Che non si trovano certo ad ogni angolo di strada».

Le “sapienti” (ancora una volta, si fa tanto per dire…) “rivelazioni” di Fausto Carotenuto riscuotono la fervida ammirazione di tale Sabrina Madama D’ore (sic), la quale commenta:

«Grazie tantissime… dunque se ho ben capito Michele ci sarebbe fino alle 22.. (sic) poi subentra Gabriele…».

Le risponde così il Carotenuto: «Sabrina Madama D’ore, ci sono sempre tutti. diciamo che, in modo non meccanicistico, le qualità dell’uno prevalgono sulle qualità degli altri in quelle determinate ore».

A questo punto, non poteva mancare la stupita, e commosa, risposta di Sabrina Madama D’ore, in trepida attesa di ulteriori “mistiche rivelazioni” :

«Meraviglioso… poi se un giorno ti andrà di parlarci delle qualità accolgo con molto interesse per ora grazie davvero per la tua disponibile generositaà … Buona giornata, Fausto Carotenuto».

Beh, non dispiaccia al signor Carotenuto, ma qua, nella fattispecie, non si tratta affatto di “cercare il pelo nell’uovo” (per usare la sua espressione), bensì di cercare la Verità, e sulla Verità non è affatto il caso di fare sconti proprio a nessuno. E il perché lo dice Rudolf Steiner in un ciclo di conferenze – al quale rimando, anche se dalla milanese Editrice Antroposofica è stato tradotto un po’ maluccio, ma ne io posseggo da decenni anche l’originale tedesco – ossia, Die okkulte Bewegung im  neunzehnter Jahrhundert und ihre Beziehung zur Welkultur, apparso in italiano col titolo Il movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura, O.O. 254, Milano,1993.

In tale importantissimo ciclo, sin dalle prime delle tredici conferenze, tenute a Dornach tra il 10 ottobre e il 7 novembre 1915, il Dottore parla – e descrive con abbondanza di particolari – delle spregiudicate strategie di una serie di confraternite occulte di “sinistra”, spiritualmente deviate e deviatrici, le quali si sforzano di mettere fuori strada i cercatori dello Spirito attraverso l’inserire alcuni singoli particolari, apparentemente del tutto secondari (ma che tali non sono punto), volutamente errati, in una concezione spirituale più generale, facendola così deviare verso una forma di “materialismo spirituale” (ci si perdoni l’audace ossimoro, che però è di Rudolf Steiner), e paralizzando così lo sforzo del ricercatore di un autentico Mondo Spirituale, e provocando effetti negativi tutt’altro che trascurabili nel mondo della cultura e nella civiltà.  

Non vi è nulla di peggio di una concezione apparentemente spirituale, o che si vorrebbe tale, “colorata” materialisticamente attraverso l’introduzione di singole, o poche, nozioni, solo apparentemente secondarie, ma le quali hanno il potere di aggirare, o letteralmente scavalcare, il pensiero cosciente e il potere critico di un ingenuo ricercatore, e di scendere nella sognante sfera del sentire, e in quella ancora più profonda e oscura della volontà istintiva, “configurandole” al servizio dei non dichiarati – e non certo encomiabili – fini di chi, ben coscientemente, e cinicamente, mette in scena una tale farsa, o illudente “fattispecie”. Rudolf Steiner, descrivendo tutta una serie di eventi della storia del movimento occulto del XIX secolo, e le tragiche conseguenze che tali eventi ebbero, e tuttora hanno (tra le quali la diffusione pandemica di quel cancro spirituale che è la medianità spiritica o magico-cerimoniale), parla della “confusione” che, attraverso gli scritti di Sinnett e della Blavatsky, – su istigazione di deviate confraternite occulte indiane della “mano sinistra” – venne introdotta nel movimento teosofico tra l’attuale satellite della Terra, ossia la Luna fisica, e la famigerata “ottava sfera”, mentre da parte di altre, sempre anch’esse deviate, confraternite occulte del mondo anglosassone, e di quello inglese in particolare, veniva falsata la funzione cosmica degli Spiriti planetari, ed eziandio dell’intera evoluzione cosmica. 

Molto, ma molto, peggiore, e soprattutto ben più pericoloso del materialismo volgare, o di quello scientifico, il quale almeno ha un campo limitato nel quale è utile e giustificato, è il falso spiritualismo, il falso esoterismo, che si riveste di seducenti apparenze, le quali nascondono realtà e finalità inconfessabili, che con l’autentica sfera spirituale nulla, o molto poco, hanno a che fare.   

La nostra amica Shanti con molta modestia e correttezza, ha provato a rispondere al Carotenuto, cercando di riportare le cose su un terreno più onesto e sano, anche se talune sue affermazioni devono essere meglio precisate. Ma leggiamo quel che lei scrive:

«In ambito della Loggia dei cosiddetti Rosacroce ossia Loggia di Misraim, in effetti girano post da anni sugli Arcangeli in relazione alle quattro stagioni, e anche sul collegamento con le ore del giorno devo aver letto qualcosa, forse di Giorgio Tarditi Spagnoli, o qualcuno che come lui si esprime in modo che a me ricorda tanto la Besant e i guru della teosofia, piuttosto che la Scienza dello Spirito come la conosco nel mio piccolo dal lato di Massimo Scaligero e Giovanni Colazza, con immagini e linguaggio molto diversi da questi signori della Loggia dei Rosacroce. Anche Archiati ne aveva scritto mi sembra di ricordare. Dal punto di vista del contenuti, probabilmente andranno a recuperare delle conoscenze che giravano tra ottocento e inizio novecento nel sottobosco esoterico in cui Rudolf Steiner si trovò a navigare come in una palude di notte, tra luci ed ombre. Una necessità karmica di certo, in quel periodo. E probabilmente queste conoscenze sugli Arcangeli avranno un loro fondamento, nonostante la fumosa aura di mistero svelato dal sapore teosofico faccia sorridere chi ha la fortuna di aver conosciuto il lavoro di Massimo Scaligero. Il punto che mi fa riflettere anche su me stessa però è un altro: la curiosità che anima noi che impieghiamo tempo e attenzione nel discutere su questa come su altre rivelazioni, la caccia a prodigiose conoscenze e segreti custoditi per millenni nelle scuole rosicruciane, e resi generosamente disponibili da un vero e proprio esercito di Maestri che scende ad allietare la comunità antroposofica dei giorni nostri, mai così ricca di iniziati che attingono, pare, direttamente dai Mondi Spirituali e dalle gerarchie, suscita in una piccola aspirante discepola indegna come me, una semplice domanda: ma Massimo Scaligero cosa è venuto a fare in questo mondo? Ma chi gliel’ha fatto fare di scrivere e fare riunioni e seminari solari? Ma la Via della Volontà Solare a cosa ci serve, se poi dobbiamo passare i pomeriggi domenicali a discutere delle ore degli Arcangeli o del sesso degli Angeli?». 

La precisazione che è doveroso fare è che, nel caso dell’imperante e strombazzante occultistame fognardo, si dovrebbe parlare di falsi, falsissimi, rosacroce, essendo assolutamente una sacrilega, e blasfema, appropriazione indebita il richiamarsi di costoro all’autentica Rosacroce, così come è una sfacciata impostura il richiamarsi di questi tristi figuri al Rito di Misraim. Per cui, nel loro caso, niente Loggia dei Rosacroce, e niente Loggia di Misraim. Come, del resto, ebbi modo di mostrare, e documentare, nel caso di quel pittoresco personaggio che è Giorgio Tarditi Spagnoli, del quale ho avuto modo di occuparmi su questo blog in passati articoli. So bene come nell’esiziale, mortifera, palude stigia dell’occultismo ovunque dilagante dalle “dighe rotte” – per esprimersi come fa Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – innumerevoli siano gli Ordini, le associazioni, i gruppi, i gruppastri, che si appropriano indebitamente di tali sacre e gloriose denominazioni, ed abusano dell’ingenua credulità di molti, troppi, non bene informati ricercatori. Per cui è giustificato, e oltremodo opportuno, il rilievo di Shanti, che ho solo voluto meglio precisare, ritenendolo necessario.  

Ma, entrando in medias res, l’attribuzione della direzione arcangelica delle ore, che fa Fausto Carotenuto, anzitutto nulla ha a che fare con la Scienza dello Spirito – e questo è il motivo per cui egli si esime da indicare la fonte nell’Opera di Rudolf Steiner – e, secondo di poi, essa è eziandio totalmente errata. Ma non gli andremo a dire il perché. Un vecchio iniziato, anni fa, mi disse che “i demoni della bramosa curiosità vanno fatti morire di fame”, per cui, come si dice birbonissimamente nella Città del Fiore, nìsba, nìcchesse! La cosa interessante, invece, è che della questione (molto equivocata, e producente risultati che più errati non potrebbero essere) delle cosiddette “ore magiche”, rette da entità spirituali varie (non solo Arcangeli), oggi, si occupano coloro che, in maniera insana e improvvida, si dànno a quelle oltremodo venefiche forme di magia inferiore, che sono la magia cerimoniale, e la magia sessuale: alla Giuliano Kremmerz, o alla Pascal Beverly Randoph, o alla Aleister Crowley, tanto per intendersi. Il che, a dirla tutta, lascia non poco perplessi circa dove voglia, o possa, suo malgrado, ossia anche non volendo, andar poi a parare il nostro “mistico istruttore”. Mah!

Normalmente, l’esito fatale di molti che rinunciano all’impresa interiore è quello di darsi ad una dialettica intellettualistica, o ad un sentimentalismo mistico, o a forme varie di attività estetizzanti (con il condimento di uncinetto, pifferi, acquerelli, “danze cosmiche”, teatro, e via dicendo), oppure – se sono alla ricerca di quelle che Massimo Scaligero chiamava ironicamente le “vie della facile forza” – vi è per essi l’inoltrarsi negli infidi meandri attossicanti della bassa magia, spesso addirittura di una “magia da serve”, come la chiama il mio ottimo amico C., Asceta di altra dottrina. In quest’ultimo caso, si va a chiedere a cerimonie, a rituali scenografici, a profumi, incensi, a “parole di potenza”, ad esercizi corporei, a cifre e glifi magici, quel che non si sa, o non si vuole, per mancanza di coraggio, imperiosamente esigere dalla propria fiacca volontà. Ma, tanto per disilludere gl’imbelli e gl’ingenui, occorre dire chiaramente che “surrogati” della volontà non ne esistono. Nell’epoca dell’anima cosciente, non esistono alternative alla Via della Concentrazione, ossia all’energico immettere sempre più la forza della volontà cosciente nel pensiero cosciente: occorre volere, volere intensamente, volere a lungo, volere instancabilmente, sino a che non venga superato lo stato di morte del pensare, sino a che non si inveri la resurrezione cosciente dello Spirito, dell’Io, oltre il sonno dell’anima. 

Ma che problema c’è?! Presso l’immortale Accademia della Coscienza, in quel di Castel Giorgio di Orvieto, si tengono corsi per “Sviluppare i Propri Talenti Spirituali”, a cura di Fausto Carotenuto, che così scrive:

«Un importante percorso di approfondimento e di sviluppo dei talenti speciali che ognuno di noi porta con se (sic per: sé) per contribuire al benessere ed alla crescita della rete umana. Un cammino di consistente rafforzamento interiore. Maggiore forza, sicurezza, serenità nel compiere la propria missione nella vita».

Si tratta di ben  «9 seminari residenziali nel corso di un biennio (2019-2021)», dei quali ci vengono fatti conoscere i  Temi ed esperienze del percorso:

«Comprensione del senso e del ruolo della propria vita e del proprio karma. Riequilibrio interiore, tecniche corporeo-eteriche. Pratiche per il rafforzamento del pensiero, della volontà e del sentimento. Lettura dell’aura, visualizzazioni, ricordo cosciente delle vite precedenti. Collaborazione operativa con gli Archetipi. Lettura profonda della realtà. Sviluppo dei rapporti con le energie di Madre Terra e la Geografia Sacra. Conoscenza della gamma di aggressioni da parte degli esseri dell’ostacolo sui vari piani; attività di difesa, contrasto e trasmutazione. Conoscenza delle simbologie sacre. Visualizzazione e ascolto delle dimensioni superiori. Sviluppo delle relazioni con gli esseri di luce delle diverse dimensioni intorno a noi e dentro di noi. Iniziazione ad un corretto rapporto con i Mondi Spirituali nelle varie dimensioni Crescere per portare nella vita quotidiana la forza intuitiva, equilibrata e amorosamente fattiva del proprio Spirito».

“Amorosamente fattiva”, appunto! E che volete di più?! Il nobile scopo di così sublime Accademia è dichiaratamente:

«Un percorso per liberarsi progressivamente dai lacci e dai condizionamenti che impediscono alle proprie qualità superiori di emergere. Ed alla connessione con il mondo spirituale di aprirsi e consolidarsi. Un cammino evolutivo per comprendere meglio i propri doni d’amore e svilupparli. Un percorso multidisciplinare di approfondimento delle conoscenze e delle tecniche di connessione con il mondo spirituale e con le sue molteplici manifestazioni nelle dimensioni materiale, vitale e psichica. Per farsene interpreti nel mondo intorno a noi. Per migliorare decisamente la qualità ed il senso della nostra vita».

Un vero corso di ripetuti fine settimana, vòlto al rafforzamento di pensiero-sentimento-volontà, e quant’altro: con quello che pagano gl’intervenuti discenti il successo sarà certamente assicurato: secondo la formula “soddisfatti o rimborsati”!  Stupisce il fatto che, a questo punto, nella bella italica Terra d’Ausonia  gli Iniziati e gli Illuminati non siano già legione! Siamo proprio in piena New Age !

Della “reggenza” dei quattro Arcangeli – Michael, Gabriel, Raphael, Uriel – nelle quattro stagioni, scandite nell’anno dalla “croce” solstiziale-equinoziale, Rudolf Steiner parla, per esempio, in Das Miterleben des Jahreslaufes in vier kosmischen Imaginationen, O.O. 229, parzialmente tradotto e pubblicato dalla Editrice Antroposofica col titolo L’esperienza del corso dell’anno in quattro immaginazioni cosmiche, Milano, 1983. Mentre della “reggenza” dei sette Arcangeli, collegati ai sette pianeti dell’antico sistema tolemaico, Rudolf Steiner parla varie volte all’interno delle “lezioni” (esoterische Stunden) della prima Scuola Esoterica (1904-1914), nonché naturalmente anche altrove, per esempio, nelle conferenze del 1924 sui Nessi karmici. Ivi, il Dottore mette in relazione i sette Arcangeli con i sette giorni della settimana, ma altresì con la “reggenza” – ognuna di 354 anni –  di ognuno di questi Arcangeli con le succedentisi epoche storiche. In questa successione, Steiner segue il sistema angelico di Johannes Heidenberg Trittenheim, ossia del sapientissimo Giovanni Tritemio, abate mitrato prima di Sponheim, e poi di Würtzburg, il Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, dei quali possiedo importatissime opere. Ma non ho mai, veramente mai, trovato nell’Opera di Rudolf Steiner il benché minimo accenno – e dire che possiedo tutta, dico tutta, la sua Opera, inediti compresi – alle “ore magiche”, rette dai quattro Arcangeli nominati da Fausto Carotenuto. E quel che questi afferma è clamorosamente errato anche dal punto di vista dell’Ermetismo tradizionale, ma – come da me detto più sopra – birbonissimamente non gli rivelerò il perché. 

Comunque lo stesso Rudolf Steiner avverte – anzi ammonisce – che sarebbe un grave errore, partendo dalle comunicazioni ch’egli fa, cercare di dedurre, per via puramente logica e dialettica, ulteriori realtà, ed è quello che fa – palesemente parvemi che faccia – il Carotenuto con le sue elucubrazioni. Ciò nella Scienza dello Spirito non è lecito, ed è sempre vanità, sacrilega presunzione. Ogni affermazione deve scaturire, sempre e solo, da diretta concreta esperienza spirituale dell’Iniziato. E Fausto Carotenuto Iniziato non è punto: non ne ha l’autorità, né tampoco l’autorevolezza.

Vi è stato  persino chi, tra i commentatori pro e contro, tale Lorenzo Maria Semplici – anche se non è chiaro se costui celiasse o facesse sul serio –  ha affermato :

«Fausto Carotenuto, scusami, non mi sembra che ti sia stato mancato di rispetto, soltanto ti è stata chiesta la fonte: non tutti sanno che tu sei veggente. E in ogni caso sarebbe opportuno precisare sempre se ciò che si comunica è frutto di personali investigazioni».

Il rilievo in grassetto è, ovviamente, del presente lupaccio cattivissimo. Personalmente, dubito assai assai della chiaroveggenza del Carotenuto, e non solo di quella. E non solo della sua. Nella mia esperienza di cinquantacinque anni di occultismo, di “veggenti” ne ho incontrati tanti da poterne riempire i treni: posti in piedi e bagagliai compresi. Molti simulano – e siamo allora all’impostura vera e propria – altri, pur in buona fede, non si rendono affatto conto di essere degli inconsapevoli medium, che non sono in grado di distinguere la realtà dall’illusione, la verità dall’errore. Come ammoniva Arturo Reghini, “la diffidenza è madre della sapienza”. E noi dobbiamo essere prudentiores quam filii tenebrarum. Proprio perché i figli delle tenebre pensano che chi non sia come loro, debba essere a fortiori sciocco, stupido, illudibile, facilmente manipolabile. Ma non è sempre così: anzi vi sono in questo immondo mondo anche dei lupacci cattivissimi che pensano, che dubitano, che verificano, che sperimentano, e che soprattutto non si “bevono” acriticamente qualsiasi affermazione venga loro fatta.

Personalmente, prima di bere “l’acqua delle bottiglie”, se ho la possibilità di attingere direttamente, e bere, “l’acqua pura scaturente dalla sorgente”, dalla “roccia”, preferisco di gran lunga bere quella. Certo, a volte può essere gioco forza dover attingere da contenitori vari, ma in tal caso è bene accertarsi prima che l’acqua non sia stata avvelenata, drogata, da chi abbia non dichiarati, inconfessabili, interessi e fini. Fausto Carotenuto afferma che:

«come voleva e auspicava Rudolf Steiner, non solo Rudolf Steiner doveva e poteva attingere al Mondo Spirituale, ma un po’ alla volta tutta l’umanità in evoluzione»,

e, con questo, dando per scontato quel che non è punto scontato, ei si arroga il diritto, e la libertà, di “evangelizzare” coloro che ignorano il suo personale “verbo”. Ma questa è una “petizione di principio”. Presumere – senza “qualificazioni” conquistate con la dura ascesi che ben conosce chi la pratica ogni giorno da molti decenni – di mettersi ad insegnare, quello che Steiner non ha insegnato – e lasciamo perdere talune marginali irriverenti espressioni del Carotenuto sul Dottore – insegnare quel che non si è realizzato, è essere affetti da quella che Massimo Scaligero chiamava “maestrite acuta”, è un esser pervasi da una presunzione che ammala se stessi e gli altri. Il mondo ne è pieno, al punto che è superfluo farne esempi. 

Quel che, poi, lascia ulteriormente perplessi è l’atmosfera di lucroso “agriturismo esoterico”, che risalta con chiarezza dal sito web di Fausto Carotenuto, ove si parla di « Politica, Economia, Arte e Cultura, Spiritualità, Ecologia, Agricoltura, Alimentazione, Benessere», in una rilassante atmosfera New Age. Atmosfera davvero costosa, che ben pochi, che non siano di classe agiata, possono permettersi. In un tale gradevole, e rilassante milieu, vengono proposti e svolti – a pagamento, s’intende – corsi dei più vari tipi per conseguire dei ‘master’, per esempio, in:

«Scienze Politico Spirituali : uno strumento molto importante per l’acquisizione di una visione politico spirituale non improvvisata, basata su conoscenze vaste e profonde, sia politiche che spirituali».

Una cotale “visione politico-spirituale” non è certo improvvisata, bensì sapientemente – velenosa sapienza, anche questa, a mio modo di vedere – indotta, e insufflata nelle anime di coloro che la accolgono in estatico ascolto. La Scienza dello Spirito nulla, proprio nulla, ha a che fare con la politica (la quale è cosa sudicietta assai…), e lo stesso Rudolf Steiner lo ribadisce negli Statuti della Società Antroposofica Universale nel Convegno di Natale del 1923: quasi un secolo fa. Inoltre, i costi che affrontano coloro che si fanno affascinare da cotale mercenaria “sapienza”, sono oltremodo elevati, poiché i “corsi” durano più anni, e coloro che vi si iscrivono devono obbligatoriamente alloggiare solo nella struttura del Centro del Carotenuto, o in strutture affiliate, e col Centro debitamente “convenzionate”. Ora, nei non pochi anni nei quali ho frequentato Massimo Scaligero, non l’ho mai visto “monetizzare” il suo tempo, che con liberale generosità donava a tutti coloro che a lui si rivolgevano.

Che dire?! Il mondo è bello perché vario – anzi è bello perché “avariato”, come ironicamente dice qualcuno – e Fausto Carotenuto fa benissimo a fare quel che fa, perché, affermava Massimo Scaligero: «Non è il Guru, o il Maestro, che fa i discepoli, bensì sono i discepoli che fanno il Guru, o il Maestro. Ognuno ha il Maestro che si merita!». E se ai frequentatori di una simile Accademia di Scienze Politiche Sociali sta bene quanto Fausto Carotenuto  ammannisce come mirabil verbo della sua sapienza, che se lo tenessero pure!

A questo punto, io inviterei il candido lettore ad essere oltremodo prudente, ad evitare costosi corsi e seminari, conditi in salsa New Age in una discutibile (per usare un eufemismo) atmosfera da agriturismo esoterico, e di attenersi a quanto indicato dai Maestri – autentici Iniziati e Istruttori spirituali: consacrati tali dal Mondo Spirituale, e non da se stessi – nonché a praticare con dedizione, con tenacia, e devozione, in silenzio, l’Ascesi solare alla quale alludeva Shanti nel rispondere alle affermazioni – veramente fuori luogo – di Fausto Carotenuto. Vi sono altri che come lui a giro spandono una mala semenza, ed avremo modo presto, e ripetutamente, di occuparcene.

Tanto per rassicurare il signor Fausto Carotenuto, il presente lupaccio cattivissimo non cerca il “pelo nell’uovo”, ma solo la Verità. E le uova gli piacciono moltissimo, soprattutto affrittellate!

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