AUREO CALORE ILLUMINA L’ALTARE

 AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI M Baron Arild Rosenkrantz images

LA NUBE DEL MENTIRE.

PROFONDE VOLIZIONI CORPOREE IN CUI LA VANITA’ E’ LEGGE.

ENERGIE ADDENSANTI CHE SGUAZZANO NEL CENTRO DEI CERVELLI.

TEMPESTE VOLITIVE CHE IMPRIMONO IL MENTIRE

E LO ADORANO FAMELICHE.

SONO I DERELITTI DELL’INCUPIRE DISCETTANDO.

AMANO LA BESTIA  IN QUANTO NE CONDIVIDONO IL MORIRE DETURPANDO.

DISCETTANO SU TUTTO MA TEMONO IL VALORE IN CUI SOLO LA VERITA’ RESPIRA.

DISCETTANO SU TUTTO MA

– DOMINATI –

EVITANO ACCURATAMENTE IL VERO ED IL SUO CELESTE MANTO DI BELTA’.

SONO I VOLTI ACCULTURATI DELLA BESTIA.

FRA IL TURBINARE DI ENERGIE IN CUI IL MENTALE RESPINGE E COMPRIME

OTTENGONO RECITE PLAUSIBILI DI UNA SAGGEZZA CHE E’ FURORE LACERANTE E DISTRUTTIVO.

TESISSIMO TURGORE DI ENERGIE CHE RIGETTANO IL SOLARE.

 

MA NELL’ATTIMO CHE LI FOLGORA :  VERITA’ SI CREA.

 

IMMATERIALE LIEVISSIMA POTENZA DEL RICORDO OTTIENE LA SUA LUCE

E IMPRIME LE RETTE CONNESSIONI.

LUCE SOTTILISSIMA DELL’INSEGUIRE I LAMPI DEL RICORDO CHE INSISTE NEL PROPRIO CONTEMPLARE. 

VOLONTA’ IMMESSA NELL’ATTO DELLA SINTESI INSEGUITA OTTIENE L’OPERARE DELL’UNICO VALORE :

FUOCO DEL VERO E SUA NORMA.

E SUA ORMA.

E SUA LAMA.

– E’ SANARE –

E L’IMPATTO DIVENTA DI LUCE.

IL MENTIRE NEGANTE SI LACERA AL TOCCO DI CIO’ CHE LO SCIOGLIE.

SI RIAFFERMA IL CONNETTERE AUREO.

RISORGE ARMONIA.

LINEAMENTI CELESTI CANCELLANO IL DEFORME.

SILENZIO NE SORGE.

SILENZIO IN CUI INAUDIBILE ARMONIA REIMPRIME LE FORME DEL CELESTE.

LE FORZE FORMANTI CHE ATTINGONO IN SOLE.

VI E’ LUCE E SILENZIO.

AUREITA’ IN CUI DEVOZIONE RESPIRA.

TENUISSIMA LAMA DI FOLGORE ECCELSA.

OVE IL FERREO VALORE SI TRAE DEL PIU’ IMPOSSIBILE IRROMPERE DELL’AUREO CALORE.

IMPOSSIBILE ATTO CHE AL CONNETTERE LOGICO PUO’ CONCEDERE  ARMI.

MENTRE SI ILLUMINA L’ALTARE.

MENTRE LA LUCE DELLE ALTEZZE SCROSTA E CONSUMA L’ENORME ADDENSARE.

RESTRINGENDO IL CAMPO DELLE CALCAREE ENERGIE.

UN CAMPO DI ANIME PERSE IN CUI POTENZE DEL GELO ATTRAVERSANO OTTUSE OPINIONI

VIVACIZZANDO NELLA FEDE INVERSA CIO’ CHE NON PUO’ ESSERE PENSATO

POICHE’ E’ SOLO EUFORIA DEL MALE PROMANATO

CHE INSEGUE QUALI BRAME IL PROPRIO DEFORMARE.

PERFIDI SINGHIOZZI DI ENERGIE PERCORRONO LE CARNI CEREBRALI

INTENTI A SOMMERGERE DI FORZE DEVASTANTI

IL RAZIOCINIO ILLOGICO DEI CONTAMINATI.

PICCOLE PERSONE IL CUI ACUME E’ PERSO NEI FLUSSI DI ISTERIA VOLTA AL MALIGNO.

COSTORO PERCORRONO LA VITA IMMERSI NEL FURORE ESISTENZIALE IN CUI OGNI BENE E’ ODIATO.

E IN CUI LA MERAVIGLIA

– CHE E’ AMORE PER IL BENE DISVELATO-

RISULTA SPENTA E OCCULTAMENTE MALEDETTA.

MA TALE FLUSSO DI ENERGIE SI DISPERDE E TREMA

DINANZI ALL’ESSENZA DI ARMONIA VIVENTE

CHE ARDE FRA LE VETTE LOGICHE

IN CUI IL PENSARE CONTEMPLA IL PROPRIO UNIRE GLI ATTIMI SINTETICI DELL’INTELLIGENZA.

SONO LE FOLGORI DEL VERO CHE LONTANISSIME

– IN IDEA –

ATTINGONO FRA LE POTENZE UNITIVE DEL PROPRIO CONCEPIRE.

TREMANO LE BASI DEL MENTIRE

POICHE’ IL COMPRIMERE ENERGIE SVELA LA PROPRIA ASSURDITA’

DINANZI AL PENSARE CHE PERCORRE I SENTIERI DEL PROPRIO VOLUTO RICORDARE.

METEORA DELL’ARCANGELO.

ATTI DI ARMONIA MEDIANTE INNALZAMENTO DELL’ACUME.

E MASSIMA RAREFATTA SOTTILISSIMA :

L’ANIMA RIACCENDE IL SUO CREARE

OVE L’IDEA INTENSISSIMA PERMETTE IL SUO RISORGERE.

LAMPO DI MIKELE CHE ILLUMINA L’ALTARE.

MENTRE IL FUTURO SUBISCE IMPREVISTE ORME CELESTI DEL SANARE.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

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L’ARCHETIPO-OTTOBRE 2019

Anno XXIV n. 10
Ottobre 2019

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San-Francesco-1

In questo numero:

CRISTO SALVEZZA DELL’UOMO

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L’iniziativa dell’artista Mara Maccari è un bel tentativo di aprire un fiore d’Arte e Conoscenza in un tempo e in un panorama troppo avvolto da nebbie scure. Insomma essa accende una luce che non dovrebbe venir perduta e (sappiamo che) non andrà perduta. Le attività rivolte allo Spirito entrano benefiche nel mare animico in cui tutti ci troviamo e tutti ne beneficiamo poiché non sono limitate da spazio e tempo ma irraggiano con forza. Medicine quanto mai necessarie.

Ecoantroposophia

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SOLITUDINE (di Rastignac)

eckhart

Maestro Eckhart nacque in Turingia, all’incirca nel 1260. Entrò giovane in un monastero domenicano.

Fu prima studente e poi insegnante a Parigi, successivamente a Strasburgo e a Colonia.

A Colonia fu accusato di di una serie di proposizioni ereticali. Prima che il processo fosse concluso, morì. Era l’anno 1327.

La riscoperta delle sue opere è piuttosto recente: esse furono pubblicate in Germania a partire dal 1936.

L’accusa a suo carico fu l’accostamento alla dottrina dei Begardi (l’anima intellettiva è una e non si moltiplica con i singoli uomini, la natura di essa è beata e quando ci si unisce a essa si è impeccabili e ben al di sopra delle istituzioni ecclesiastiche) che formarono gruppi gnostici segreti, detti “Fratelli e sorelle del libero spirito”. Alcuni suppongono che la simbologia del movimento sia stata presente nelle pitture di Hyeronimus Bosch.

SOLITUDINE

Ho meditato molti scritti di maestri pagani e di profeti dell’antico e del nuovo Testamento e ho ricercato con attenzione e premura quale sia la virtù migliore e più alta, la virtù per la quale l’uomo riesce più intensamente a rendersi simile a Dio e a rendersi di nuovo il più possibile uguale al tipo originario che era in Dio, quando tra Dio e lui non vi era differenza alcuna, fino a quando cioè Dio creò.

E se io esamino tutto ciò che è stato scritto su questo argomento, per quanto lontano io possa arrivare con tutte le attestazioni e il giudizio della ragione, non trovo nessun’altra virtù che sia come la solitudine, pura e lontana da ogni creato e creatura.

In questo senso il Signore dice a Marta: “Una cosa sola è necessaria”, volendo significare: chi vuole rendersi imperturbabile e puro deve volere una cosa sola: la solitudine.

 

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2019

MEDITAZIONI PER GIOVANNI COLAZZA (di Rastignac)

Rudolf Steiner copertina Meditazioni Colazza copia

Quasi tutti conoscono il rimprovero di Alessandro ad Aristotele e la risposta di Aristotele ad Alessandro che risuona attraverso i secoli e i millenni.

Essenzialmente vera anche ai giorni nostri: “Non angustiarti, il segreto si difende da sé”.

(Poi non so se queste furono le parole e anche se furono dette per davvero: non ero presente da quelle parti, credo).

Ora, mutati i tempi, molto è stato rivelato…anche se il senso della frase di Aristotele si è, come molte altre cose, assai più interiorizzato.

Perciò passo a Eco una pagina piuttosto delicata ma che è rintracciabile nella grande opera del Lascito di Rudolf Steiner.

Possiede essa una caratteristica particolare: le indicazioni meditative che leggerete sono in lingua italiana.

 

ZUR STÄRKUNG DER LEBENSKRÄFTE

Es erfülle mir Herz und Seele

Friede Ruhe  

Ruhe Kraft    

Kraft Hoffnung  ♂︎ 

Die Figuren nach den Worten vorstellen

(Dieses so oft als Sie dessen sich bedürftig fühlen.)

_____

PER IL RAFFORZAMENTO DELLE FORZE VITALI

Mi riempia il cuore e l’anima 

Pace Calma  

Calma Forza  

Forza Speranza  ♂︎

Rappresentarsi le figure dopo le parole

(Far questo esercizio tante volte quanto se ne sente il bisogno.)

Für Giovanni Colazza. ca. 1910

Da GA 268 p. 147.

*

Michael!

Prestami la tua spada

Affinchè io sia armato

Per vincere il drago in me.

Empimi della tua forza

Affinche io sgomini

Gli spiriti che vogliono paralizzarmi.

Agisci dunque in me

In modo tale che risplenda la luce

del mio io e possa cosi esser condotto

A quelle azioni degne di te.

Michael!

Für Giovanni Colazza ca. 1910

Da GA 268 p. 40.

(Rastignac)

L’ARCHETIPO-AGOSTO 2019

Anno XXIV n. 8

Agosto 2019

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“MITOLOGIA” E “LEGGENDE” CIRCOLANTI NEI POCO AVVEDUTI AMBIENTI ANTROPOSOFICI

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Omnia vincit Veritas! 

Die Weisheit ist nur in der Wahrheit – la Sapienza-Saggezza è solo nella Verità.

Motto goethiano scelto da Marie Steiner nel 1912 come divisa della prima Società Antroposofica.

Una lettrice di questo temerario, e abbastanza “scomodo”, blog si firma Cappuccetto Rosso. Dimostrando in tal modo che, forse, si fida evidentemente di più del cattivissimo lupaccio della steppa che non delle effettive, non manifestate, autentiche intenzioni del “buon” Cacciatore dell’omonima fiaba, le cui reali intenzioni, alla prova dei fatti, e non quelle dichiarate verbalmente (i politici a tal proposito insegnano in maniera eloquente…), non si sa bene quali effettivamente siano. Ora considerando che il Cacciatore è maestro dell’approntare panie, reti, trappole, e nell’ordire agguati, personalmente io non mi fiderei punto delle sue altamente proclamate “buone intenzioni”.

Un po’ come nel caso dei pastori. Le pecore temono, sì, il lupo, ma forse esse dovrebbero ben riflettere che se vi è al mondo uno che le munge regolarmente, le tosa, e che sistematicamente abbatte, macella e cucina pecore e agnelli (pappandoseli allegramente poi come “abbacchio scottadita”) è proprio il pastore, per cui è il pastore ch’esse dovrebbero temere di più, e non certo il lupo, il quale, peraltro, mena un’esistenza dura, persino tragica, se ben la si considera, ed è limitatamente “predatore” per pura necessità di sopravvivenza, e non ne fa punto una lucrosa industria, come invece fa il pastore. Si sa come cacciatori e pastori siano “buoni”, anzi “buonissimi”, che più “buonissimi” non si può: con tanto di ostentata autocertificazione sui social network !

Tempo fa, la nostra Cappuccetto Rosso, scrivendo all’amministrazione del blog, pose una domanda, alla quale è giusto dare una risposta che in realtà riguarda non solo un episodio della vita di Rudolf Steiner, ma che tocca quello che è, purtroppo, lo scarso amore per la verità degli antroposofi, ed altre cosucce, a mio modo di vedere, di non secondaria importanza. Ma vediamo sùbito quanto scrisse allora – era lo scorso mese di maggio – la nostra gentile lettrice:

«Buonasera,

Sono una vostra lettrice occasionale.

Mi sono imbattuta più di qualche volta negli articoli da Voi pubblicati e mi sono resa conto che ciò si verificava tutte le volte che volevo saperne di più delle vicende del movimento antroposofico successive alla morte di Rudolf Steiner. Sono una studiosa di Scienza dello Spirito da pochi anni, lo faccio in maniera autonoma e personale, non faccio parte di nessun movimento e per questo mi trovo spesso in difficoltà nel comprendere il comportamento di alcuni “antroposofi”. 

Mi rivolgo a Voi perché conoscete il mondo antroposofico per esperienza diretta e grazie ad una instancabile ricerca della verità.

Ho particolarmente apprezzato gli articoli sulle vicende di Ita Wegman e Giovanni Colazza, articoli nei quali sono state portate prove concrete di come molti personaggi tenuti in grande considerazione dal mondo accademico-antroposofico siano in realtà lontani dagli insegnamenti del Dottore…

Essendo particolarmente sensibile a queste tematiche,  Vi scrivo per chiedere se avete informazioni sull’attività di Rudolf Steiner nel Veneto. Io sono di Conegliano, provincia di Treviso; conoscerete forse la zona per la presenza della sua Scuola Waldorf Novalis di San Vendemiano, o per la ditta Ecor proprietaria dei negozi NaturaSì.

Sento che questo territorio, al confine tra Veneto e Friuli, è molto attivo dal punto di vista dell’antroposofia, sono stati colti numerosi impulsi, soprattutto in biodinamica, pedagogia ed euritmia. Un amico che frequenta questo mondo da prima di me, mi disse che quando Rudolf Steiner si recò a Venezia, fece tappa proprio a Conegliano, soggiornando in un albergo non meglio precisato, dicendo al proprietario qualcosa del tipo: “qui c’è qualcosa di molto forte per lo sviluppo dell’Antroposofia”. 

Né io né il mio amico sappiamo se sia verità o leggenda, avete Voi qualche informazione a riguardo, o per lo meno informazioni di quel viaggio a Venezia?

Grazie per l’attenzione e per il lavoro che svolgete.

X.Y.».

Questa comunicazione di Cappuccetto Rosso si presta a varie interessanti considerazioni, che cercherò di svolgere per quanto consentano le mie conoscenze. Ma, con l’occasione, cercherò di rispondere altresì ad alcuni passati commenti che la nostra amica aveva fatto sul blog, commenti ai quali mi sono accorto di avere risposto in maniera incompleta.  

Alla gentile e-mail della nostra attenta lettrice, risposi con una mia, le cui considerazioni qui riprendo, allargando il discorso.

Direi che, oggi, anche, e soprattutto, facendo tesoro dell’esperienza di molti decenni – fra sei anni sarà passato un secolo da quando Rudolf Steiner ha lasciato l’esteriore scenario terreno – la posizione di Cappuccetto Rosso di portare avanti lo studio della Scienza dello Spirito in maniera “autonoma e personale, tenendosi lontano da ogni movimento”,  sia la posizione più savia, e soprattutto la più sana. Come direbbe, per bocca del suo avo Cacciaguida, il mio amato Dante (Par., XVII, 61-69)

E quel che più ti graverà le spalle, / sarà la compagnia malvagia e scempia / con la qual tu cadrai in questa valle; /  che tutta ingrata, tutta matta ed empia / si farà contr’a te; ma, poco appresso, / ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. / Di sua bestialitate il suo processo / farà la prova; sì ch’a te fia bello / averti fatta parte per te stesso.

E che le cose, oggi, sia savio affrontarle così, risulta anche dal contenuto dell’ultimo colloquio che Rudolf Steiner ebbe con Giovanni Colazza, quando ormai per la progrediente malattia, era già su quello che sarà, a fine marzo del 1925, il suo letto di morte. Rudolf Steiner era oltremodo disincantato, per non dire profondamente deluso, per la sciocca superficialità, per l’inadeguatezza, l’approssimazione, la mancanza di serietà, con la quale gli antroposofi si accostavano alla Scienza dello Spirito. In alcuni casi vi furono veri e propri tradimenti spirituali. Egli vedeva molto compromesso – per non dire addirittura fallito – il nobile tentativo sacrificale, da lui compiuto col Convegno di Natale del 1923, nel quale unì il movimento spirituale alla Società Antroposofica. Di tale ‘tentativo’ – da lui stesso definito ‘ein Wagnis’, un ‘azzardo’ – egli si era assunto, in solido, la responsabilità di fronte al Mondo Spirituale, responsabilità che lo porterà, poi, a pagare con la sua stessa vita, consumandosi come un roveto ardente, gli errori, le colpe, i tradimenti spirituali degli antroposofi, che fatalmente – come egli aveva preventivamente avvertito – sarebbero ricaduti sulle sue spalle.

Per questo motivo – secondo quanto ebbi modo di ascoltare dalla bocca stessa di Massimo Scaligero – Rudolf Steiner preannunciò a Giovanni Colazza – profeticamente preannunciò – che «se l’Antroposofia fosse fallita in Germania, sarebbe rinata in Italia: in una forma nuova, più radicale, coraggiosa, giovanile, non cristallizzata in un movimento burocraticamente organizzato». Questo annuncio, per me è altresì in armonia con quanto Rudolf Steiner comunicò nel 1911, nelle conferenze di Neuchâtel sulla figura di Christian Rosenkreutz tenute il 27 e il 28 settembre, ossia che nell’ultimo terzo di ogni secolo i Rosacroce dànno un nuovo impulso spirituale. Nuovo impulso che viene a manifestarsi anche esteriormente. Per me, è certo che l’Opera di Massimo Scaligero sia scaturito da questo novello impulso, che “ri-genera” l’Antroposofia, nella forma radicale della Via del Pensiero Vivente, riportando al centro quel “filone aureo”, che l’ottusa superficialità, la mancanza di serietà, e la paura degli antroposofi nei confronti della pratica interiore realizzativa, e della concreta esperienza spirituale, avevano portato colpevolmente a smarrire.    

Per cui, saggezza e prudenza consiglierebbero davvero, oggi, al libero ricercatore dello Spirito, dantescamente, di “far parte per se stesso”, e di tenersi lontani da ogni movimento organizzato, cristallizzato in strutture dogmatiche e burocratiche, nelle quali ormai più non fluisce Spirito vivente e vivificante. Ed eziandio di tenersi lontano anche dalle petites chapelles – come le chiamano i francesi – ossia lontano dalle “parrocchiette”, e dalle conventicole nelle quali regna sovente grande ristrettezza mentale e morale, e nelle quali agiscono, talvolta, interessi personali non sempre confessabili.  

Quanto alle vicende verificatesi dopo la morte di Rudolf Steiner, e riguardanti personalità di elevato rango spirituale come Marie Steiner-von Sivers, la più stretta collaboratrice del Dottore, Giovanni Colazza, sicuramente uno dei suoi discepoli più avanzati e a lui più cari, e Ita Wegman, si tratta di un capitolo molto doloroso della storia del movimento spirituale, che dalla maggior parte – quasi dalla totalità – degli antroposofi viene ignorato, e da una esigua minoranza viene pusillanimamente “rimosso”: per non affrontarlo: ossia, tanto per esser chiari, per non affrontare la propria agglutinata mediocrità, la propria ignave accidia, la propria vigliaccheria. In futuro avremo da ritornare su tali dolorose vicende. Dovremo mostrare il ruolo nefasto, veramente “oscuro”, ‘controiniziatico’ direbbero i tradizionalisti, giuocato da personaggi come Albert Steffen, Guenther Wachsmuth, e dai loro manutengoli. La storia delle vicende del movimento antroposofico è – come dissi ad Hella Wiesberger sin dal primo colloquio, che avemmo alla sede Lascito di Rudolf Steiner, la Rudolf Steiner Halde a Dornach, nel mese di aprile del 1985 – la massima tragedia spirituale del XX secolo, le cui conseguenze non affrontate, non sanate, si prolungano  con risultati nefasti nel nostro XXI secolo.

Sarà importante riuscire a vedere chiaro in tali tristi vicende, perché molte, troppe, sono le analogie di quelle tragiche vicende con eventi accaduti dopo la morte di Massimo Scaligero all’interno della Comunità Solare : situazioni che si sono verificate anche, ma non solo, per la insinuante azione di chi tuttora opera deliberatamente a quel “trasbordo ideologico inavvertito”, che in ogni modo ci siamo sforzati di denunciare su questo “fastidiosissimo” blog. A tale proposito ho avuto l’ambìto onore di ricevere esplicite minacce. Ma di ciò a suo tempo!

La nostra simpatica lettrice chiede, poi, notizie su un episodio, che è sicuramente di un certo interesse, visto che si tratta della prima venuta di Rudolf Steiner in Italia. I legami del Dottore con l’Italia furono forti, e notevoli per profondità e importanza. E a tal proposito mi servirò di quanto riporta Hella Wiesberger, che è stata sicuramente la sua più profonda biografa – anche se Rudolf Steiner affermò a Tatiana Kisselev che una biografia di Marie Steiner «non poteva essere scritta, essendo lei un ‘essere cosmico’» – ma anche veramente l’unica, in quanto altri (pochissimi, a dire il vero) che dopo di lei hanno scritto, non hanno fatto che attingere alla sua “trilogia”.

Personalmente, sono stato alcune volte a Treviso, ma non sono mai stato a Conegliano, che immagino essere una amena e pacifica località. Conosco di fama la locale Scuola Waldorf, e conosco NaturaSì di Ecor, per i prodotti di essa che si vendono anche in vari punti della mia città, sicuramente ottimi, ma che trovo un po’ troppo cari per i magrissimi cespiti dei quali dispone per sopravvivere il presente lupaccio cattivissimo. Ma ciò è irrilevante, perché ormai sono un vecchio arnese della sopravvivenza ad ogni costo: anche nelle situazioni più avverse.

In uno studio di Robert Friedenthal, Lettere di Rudolf Steiner e Marie von Sivers ad Édouard Schuré, apparso in Nachrichten der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung mit Veröffentlichungen aus dem Archiv, Nr. 6, Dornach, Michaeli 1961 (Nachdruck 1985), pp. 16-18, possiamo leggere come Rudolf Steiner annunciasse allo scrittore francese Édouard Schuré il viaggio che avrebbe fatto a Venezia con una lettera datata 20 dicembre 1906, spedita da Monaco di Baviera, e come nella medesima quale comunicasse altresì dove alloggerà nella città lagunare:

«Solo ora, dai bei giorni di Barr, posso prendere respirare un po’. Fräulein von Sivers ed io passiamo qualche giorno libero a lavorare tranquillamente a Venezia. Ho voluto scrivertLe, caro amico, dalla prima stazione di viaggio, qui a Monaco. La contessa Bartowska riceverà la lettera promessa da Venezia. […]

Fino al 2 gennaio: Hôtel de l’Europe Venezia (Venedig)».

Marie von Sivers dette grande importanza a questo primo viaggio di Rudolf Steiner in Italia. In una lettera scritta dalla allora ancora Fräulein Marie von Sivers – solo nel 1915 divenne Marie Steiner, ossia, come la chiamavano gli antroposofi, Frau Doktor – allo scrittore e poeta francese Edouard Schuré il 13 gennaio 1907, citata nel proseguio di questo articolo, possiamo leggere:

«Sono contenta, tuttavia, che il signor Steiner abbia visto in questa vita un po’ della sua vecchia Italia».

Hella Wiesberger tratta, in una parte notevole del terzo volume della bella e importante “trilogia” dedicata a Marie Steiner – che volle donarmi con dedica – quelli che chiama Gemeinsame Italienreise – Comuni viaggi in Italia. Infatti così scrive In Marie Steiner. Ein Leben für die Anthroposophie, Rudolf Steiner Studien, Band I, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1988, pp. 189-192 :

«Tra tutti i viaggi intrapresi, quelli in Italia meritano più particolarmente di essere messi in evidenza, poiché la maggior parte di essi fanno parte dei rari spostamenti ch’essi fecero a titolo privato. Marie von Sivers aveva a lungo sognato di procurargli una sorta di eremitaggio, giacché ella vedeva molto da vicino a qual punto le forze di Rudolf Steiner si esaurivano, da una parte a causa degli spostamenti sempre più frequenti e dall’altra a causa di tutte le persone che lo molestavano con i loro problemi spesso troppo personali. Ella si si era augurata ch’egli potesse ritirarsi di tanto in tanto per consacrarsi alla scrittura senza essere disturbato. Ma quel sogno non si concretizzò mai. La sola cosa possibile fu di “eclissarsi” ogni anno per qualche giorno, – o secondo la sua stessa espressione , “di scomparire in un abisso”. Il suo desiderio di vedere Rudolf Steiner fare la conoscenza della sua Italia ch’ella amava talmente si comprende facilmente. Ciò poté realizzarsi per la prima volta alla fine dell’anno 1906. Essi passarono Natale e Capodanno a Venezia. Ella descrisse il suo soggiorno al suo amico Schuré».

È evidente, da quanto scrive Hella Wiesberger, che questo primissimo viaggio di Rudolf Steiner e della sua collaboratrice e compagna Marie von Sivers, fu una sorta di viaggio, per così dire, “clandestino”, volutamente in incognito. Dalla corrispondenza riportata dalla Wiesberger non risulta affatto ch’essi si siano fermati a Conegliano. E poi per quale motivo avrebbero dovuto farlo, visto che la loro mèta era appunto Venezia? A quel che so, specialmente nei lunghi viaggi, Rudolf Steiner usava spostarsi sempre in treno: scelta molto meno faticosa di uno spostamento in macchina, specialmente in inverno, con tutte le incognite che poteva riservare la meteorologia alpina. L’Italia settentrionale aveva già una vasta rete ferroviaria, e il treno arrivava direttamente a Venezia. Del resto, sempre a quel che mi risulta dall’ampia documentazione riportata dalla Wiesberger, quella fu l’unica volta che Rudolf Steiner andò a Venezia.

La collaborazione di Marie von Sivers con Rudolf Steiner si tramutò da sùbito in una febbrile, e sacrificale donazione di tutte le sue forze, al punto tale di ritrovarsi spesso esausta. Non solo il Dottore aveva bisogno di un periodico, rigenerante, “distacco”, che purtroppo solo raramente fu possibile realizzare, ma anche la stessa Marie von Sivers ne aveva urgente necessità, tant’è che persino dopo la venuta a Venezia, Rudolf Steiner si trovò costretto a scriverle, in una lettera del 13 gennaio 1906:

«Bisogna, ora, pensare seriamente a come possiamo sollevarti dagli impegni. Ma sino ad adesso è veramente molto difficile trovare qualcuno in Germania per affidargli del lavoro. Quali esperienze non abbiamo fatte qui con i nostri aiuti! Bisogna ora fare qualcosa».  

Quale fosse la situazione la descrive la stessa Marie von Sivers in una lettera scritta da Monaco di Baviera, il 4 gennaio 1907, ad Édouard Schuré, appena rientrata da Venezia:

«Eccoci a Monaco, presso le nostre amiche Kalkreuth e Stinde. Venezia è stato un momento di fermo necessarissimo nella vita di viaggi del signor Steiner, giacché affinché egli abbia ora qualche giorno di riposo, occorre che se ne fugga ai confini d’Europa, e bisogna conservarne gelosamente il segreto. Se avessimo parlato a chicchessia in Germania circa la nostra intenzione, vi sarebbe stata a Venezia un mucchio di gente, che avrebbe chiesto degli incontri. Io sapevo che era necessario nascondersi per qualche tempo per lavorare all’opera letteraria: a tutte le lettere che mi scrivevano per chiedermi ove si sarebbe trovato il signor Steiner a partire dal 20 dicembre sino all’8 gennaio, e a tutte le richieste io rispondevo: «Sparirà in un abisso; sarà dove nessuno lo troverà; e si cercherà di fare la stessa cosa ogni anno, perché senza di ciò voi lo fareste a pezzi, e i lavori letterari non progredirebbero». È così che abbiamo potuto essere soli per 10 giorni. Era bene per fare tutto quel che si doveva fare. La giornata veniva interrotta da una o due passeggiate, piene d’impressioni, ma piuttosto gravi, giacché la rovina, la decadenza s’impongono maggiormente all’osservazione, allorché un sole splendente non bagna affatto con i suoi effluvi gli antichi muri, e il blu profondo del cielo non riversa l’incanto su tutta l’Italia».

A questo punto si ferma la lettera e il racconto verrà ripreso alcuni giorni più tardi da Berlino, il successivo 13 gennaio 1907. Di questa seconda lettera, traduco solo l’inizio, ossia la parte che interessa il nostro tema.

«Non avrei mai creduto che mi sarebbe stato impossibile così a lungo scriverLe. E s’io dico impossibile, è perché considero sempre come un’ora di festa quella in cui Le scrivo, e che vorrei isolarla tra le altre. A Venezia, certo, siamo stati isolati, ma quel mucchio di lettere , e di lavori vari, era davanti a noi. Più le giornate passavano, e più vedevo che solo una piccola parte sarebbe stata terminata. È vero che un brusco cambiamento di clima per 10 giorni genera una certa fatica. Più d’una volta, ritornando dalla passeggiata giornaliera, ho dovuto dormire – per lunghi intervalli , risvegliandomi come ubriaca di sonno. Venezia, in inverno – è sempre magica, certo, solo il freddo tempera l’entusiasmo, ed è piuttosto la sua storia, il suo passato che bruciano nell’anima, la sua filosofia ancor più della sua bellezza attuale; giacché questa bellezza è ben soffusa di melanconia; ed essa vi costringe, non solo a fare un ritorno nel passato, – ma a sondare, molto al di là di ogni sentimentalità, ancorché cara, le forze viventi» dell’avvenire. Tante belle ombre si distendono allora nelle tombe, sono cessate, ed hanno detto la loro parole; la loro parola che felicemente diverrà organismo vivente su un altro pianeta, che ora agirà come forza risvegliatrice nel terreno ove sono i germi. Ma è verso quei terreni che bisogna procedere, benché siano nudi e incolti, benché tutti i venti vi passino sopra.  E vengano sollevati da grandi scosse; è là che è nascosta la vita in potenza, quella che sboccerà allorché tutte quelle belle pietre, quegli edifici in marmo e d’arte saranno divenuti polvere, che una nera vernice avrà ricoperto tutti i capolavori di pittura. […]

Chiedo venia se mi dilungo così tanto sui miei ricordi di Venezia. Sono tutta via felice che il signor Steiner abbia rivisto, in questa vita, un po’ della sua vecchia Italia, ed io farò di tutto affinché l’anno prossimo gli sia concesso di passare in incognito un mese a Roma, e forse anche per rendersi conto sul posto, in una maniera più decisiva di quanto sarebbe possibile altrove, quale posizione debba prendere la sua azione nei confronti del cattolicesimo morente».

Questo fu, come detto più sopra, l’unico viaggio che Rudolf Steiner fece con Marie Steiner a Venezia. Fu causato dall’esaurimento di forze che l’eccessivo lavoro al quale erano sottoposti entrambi. Lavoro per la causa spirituale che li aveva resi esausti, soprattutto per l’assedio continuo di una quantità di persone, le quali evidentemente trovavano molto più comodo attingere e nutrirsi delle loro forze, piuttosto che lavorare energicamente per farle sorgere con la volontà nella propria interiorità.   

È evidente da quanto possiamo leggere nella succitata opera di Hella Wiesberger, che il viaggio “veneziano” di Rudolf Steiner, nonché suo primo viaggio in Italia, sia avvenuto in incognito, ossia nella discrezione più totale. Avendo il Dottore e Marie von Sivers viaggiato in treno, giunsero direttamente a Venezia, dove avevano già prenotato dalla Germania all’Hôtel de l’Europe. Come, quando, e perché essi in questo viaggio “veneziano”, essi sarebbero andati a Conegliano, è cosa, a mio giudizio, non solo oltremodo improbabile, ma anche assolutamente inverosimile.

Non mi meraviglia affatto che, in ambiente antroposofico, in quel di Conegliano, nella Marca Trevigiana, sia sorta la suddetta leggenda circa una breve permanenza alberghiera di Rudolf Steiner nella amena e pacifica località veneta. In generale, nell’ambiente antroposofico – come del resto in molti ambienti occultistici o sedicenti tali – ‘mitologie’ e ‘leggende’ abbondano. Ciò dipende in gran parte dalla tendenza alla sentimentalità fantasiosa e sognante, che si unisce all’inerte accidia – che resta pur sempre uno dei sette peccati capitali dell’antica teologia – ossia alla pigrizia, e all’ignavia, di coloro che non vogliono praticare un’Ascesi, indubbiamente austera e dura, e preferiscono darsi a quella che Rudolf Steiner, nella Saggezza dei Rosacroce, Editrice Antroposofica, Milano, 1973, p. 13, chiama, con impietosa espressione: «voluttà astrale»:

«Per un rosacroce, se un uomo si è rotta una gamba per la strada e quattordici persone piene di affettuosi sentimenti e di compassione, ma nessuno sa rimettergli a posto la gamba, tutte quattordici gli sono meno utili di qualcun altro che arrivi, forse per nulla sentimentale, ma che sa rimettere a posto una gamba, e lo fa. L’atteggiamento che pervade i rosacroce è la sapienza attiva, la possibilità di attingere alla sapienza per agire nella vita. Per i rosacroce il parlare continuamente di partecipazione sentimentale è anzi pericoloso, perché appare come una specie di voluttà astrale. Alla bassa voluttà del piano fisico, corrisponde sul piano astrale la tendenza a volere solo sentire senza conoscere».

Necessita, urgente, una asciutta e severa Ascesi del Pensiero – mediante quello che Massimo Scaligero chiamava ‘calor cogitationis’, l’incorporeo ‘calore’ dell’atto pensante,  ovvero mediante quel volitivo atto ascetico del pensare, che in India sarebbe stato chiamato ‘tapas’, ossia ‘ardore’ – Una tale severa Ascesi, dico, asciugherebbe l’anima di tutto quel mucillaginoso umidore, che la ammala come guasta sentimentalità e fantaschicheria dell’astrale caduto. Ma l’ìnfida ed infìda natura astrale che da millenni domina il poco consapevole essere umano si difende – e si difende con ogni mezzo dialettico, sentimentale, istintivo, e persino violento – contro l’azione volitiva dell’Io nell’atto pensante. Questo spiega gli attacchi alla Via del Pensiero, gli attacchi alla Concentrazione. Nonché la proposta alle “anime belle” di una voluttuosa, sentimentalizzata, “via dell’anima”.

Ma di un simil morbo è tutt’altro che immune quell’ambiente, che il mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina, e valoroso fratello d’armi di tante battaglia, definisce, divertito: “scaligeropolitano”. Quando si sguazza nella morbida, e dolcemente soffusa, sentimentalità è facile sognare e scambiare suggestioni, vaghe impressioni, o anche vivide immagini di sogno per autentiche percezioni spirituali, mentre di veramente spirituale esse nulla hanno, essendo solo il risultato di una guasta natura inferiore, ferreamente legata alla corporeità, e da alquanti millenni dominata da Deità Ostacolatrici. Conciosiacosaché nascono, appunto, molte “leggende”, le quali collegandosi tra loro arrivano a generare una vera e propria “mitologia”, destituita di ogni fondamento scientifico. Per simili “leggende” e “mitologia” vengono sovente richiesti espliciti atti di fede, e viene bollata come “presunzione”, e peggio, il non piegarsi a tale teologica ortodossia, l’obbiettare apertamente circa le palesi incongruenze di cotali mistiche “comunicazioni”. Eppure, lo stesso Rudolf Steiner mette in guardia nei confronti di tale fideistica accettazione. Infatti, nella prima Prefazione – quella del 1909 – alla sua Scienza occulta nelle sue linee generali, Editrice Antroposofica, Milano, 1969, alle pp. 27 28, così scrive:

«Sebbene il libro si occupi di indagini non accessibili all’intelletto legato al mondo dei sensi, pure nulla vi è detto che non sia comprensibile alla ragione scevra da preconcetti, e ad un sano senso della verità di ogni persona che voglia usare le sue qualità umane. L’autore lo dice chiaramente: egli vorrebbe soprattutto lettori che non fossero disposti ad accettare per fede cieca il contenuto del libro, ma piuttosto tali che si sforzassero di controllarlo sulla scorta delle conoscenze della propria anima e delle esperienze della propria vita. Egli desidera soprattutto lettori prudenti che ammettano soltanto ciò che può giustificarsi logicamente. L’autore sa che il suo libro non varrebbe nulla, ove dovesse fondarsi esclusivamente  sulla fede cieca; esso vale solo nella misura in cui può giustificarsi davanti alla ragione spregiudicata. La fede cieca può troppo facilmente scambiare ciò che è stolto e superstizioso con ciò che è vero. Alcuni che volentieri si accontentano della sola fede nel «sovrasensibile» troveranno che in questo libro si esige troppo dal pensiero. Ma in questa esposizione non si tratta di una esposizione purchessia; essa deve corrispondere a ciò che risulta a un’indagine coscienziosa dei rispettivi domini della vita. E si tratta proprio di quei dominii nei quali le cose più alte  confinano facilmente con la ciarlataneria più sfacciata, e nei quali anche la conoscenza e la superstizione si toccano nella vita reale; dove, soprattutto, è così facile confonderle fra di loro».

Ho voluto mettere in grassetto alcune frasi, affinché il candido lettore ben vi rifletta. Nel primo capitolo della sua Scienza occulta, intitolato carattere della scienza occulta, Rudolf Steiner aggiunge qualcosa che esso pure dovrebbe essere ben meditato, e meditato in profondità, giacché se non se ne tiene conto, entrando nella sfera sovrasensibile, senza saper discernere realtà da illusione, verità da errore, come direbbe la mia amica F., dell’etrusca Follonica, «farebbe la fine di un gatto sull’Aurelia», ossia vivrebbe molto poco, defungerebbe velocemente. Alle pp. 32-33 della Scienza occulta, ho messo in grassetto alcune parole da meditare diligentemente, e possiamo leggere:

«Nello studio della natura, l’anima viene guidata molto più strettamente  dall’oggetto osservato, di quanto non avvenga nell’osservazione di fenomeni non sensibili. In quest’ultimo caso essa deve possedere in misura maggiore, e per impulsi puramente interiori, la facoltà di attenersi all’essenza della mentalità scientifica. Siccome molti credono, inconsciamente, che ciò sia possibile soltanto sulla scorta dei fenomeni naturali, essi decidono arbitrariamente che, non appena si abbandoni tale scorta, l’anima debba brancolare nel vuoto con il suo processo scientifico. Ma chi ragiona così non si è resoconto dell’essenza del procedimento scientifico, e forma il proprio giudizio in base alle deviazioni che necessariamente scaturiscono da un non abbastanza solido pensare scientifico diretto ai fenomeni naturali, e malgrado l’anima voglia avventurarsi all’osservazione della sfera non sensibile. In questo caso naturalmente nascono molte chiacchiere non scientifiche intorno ai fenomeni soprasensibili; ma non già perché, per loro natura,  non se ne possa trattare in modo scientifico, bensì perché, nel singolo caso in questione, faceva difetto la auto-educazione scientifica acquistata mediante l’osservazione della natura.

Chi vuole parlare di scienza occulta deve quindi avere un vigile senso per tutto ciò che di confuso nasce quando ci si occupa dei «manifesti misteri» del mondo, senza una mentalità scientifica».

Rudolf Steiner mostra la sua onestà intellettuale, oltre che morale, e spirituale, allorché con esemplare modestia arriva a dire – e lo fa molte volte – come un veggente possa errare, talvolta, circa i risultati di singole percezioni chiaroveggenti, e venire addirittura corretto da un pensatore non chiaroveggente che abbia un sano senso della logica. Naturalmente, Rudolf Steiner controllava mille e mille volte con lucido pensiero – con folgorante pensiero vivente – risultati della sua indagine sovrasensibile, e avverte moltissime volte quanto insicura, infida, sia la percezione “immaginativa”, che spesso può essere colorata, deviata, dagli stati emotivi e istintivi, poco coscienti o assolutamente incoscienti del soggetto di quella che viene creduta essere percezione “immaginativa”, ed invece è, a vari gradi e in varie forme, soltanto visionarismo medianico.

Ma, se “morbida”, e dolciastra sino ad essere stucchevole, è una cotale sentimentalità, spesso non lo è punto la correlativa natura istintiva, la quale, nel caso vengano da qualcuno contraddette le sognate “certezze” della mistica sentimentalità, può reagire con la menzogna, con la dialettica più intorcinata, con la più sordida calunniosa diffamazione, con l’ostracismo, e in taluni casi estremi persino molto violentemente. Il tutto alla faccia, e ad onta, delle proclamate a gran voce, ogni due per quattro, esigenze del “Cuore”, dell’universale “Amore”, della illimitata  “Compassione”  della “Autotrasformazione nell’anima dell’altro”, del guardare sempre, e solo, al “Punto di Luce del Logos nel cuore dell’altro”.

In tale campo per decenni il qui scrivente lupaccio cattivissimo ha potuto collezionare molte amare esperienze, che gli hanno aperto gli occhi circa quanto tiepido a dir poco sia l’amore per la Verità di tanti non solo sedicenti ‘antroposofi’, ma altresì sedicenti ‘discepoli di Massimo Scaligero’, gli “scaligeropolitani” del divertito mio amico C. Talune “leggende”.nel tempo, erano divenute una accettata vulgata, e l’averle apertamente smentite ha fatto sì che il malfidato lupaccio cattivissimo – vero miscredente – sia stato redarguito, aspramente rimbrottato, infamato, e diffamato. Ma, visto che siamo a questo punto, facciamo solo qualche esempio, che peraltro potrei facilmente largamente moltiplicare.

Una delle suddette “leggende”, diffusa nell’ambiente “scaligeropolitano” romano, era quella che della figura di Giuliano Flavio Imperatore – colui che i ‘cristiani’ chiamano sprezzantemente “l’Apostata” – facevano un traditore dello Spirito, un nemico del Logos, e negli sviluppi della “leggenda”, diffusa dall’accreditata vulgata, vi era l’affermazione essere lo scrittore ed esoterista romano, di sicula origine, Julius Evola, la reincarnazione di Giuliano Imperatore, e prova ne era – a loro dire – quanto, e non era certo poco, Julius Evola aveva scritto apertamente contro la figura spirituale di Rudolf Steiner e l’Antroposofia. Naturalmente, io non ho mai udito dalla bocca di Massimo Scaligero una simile enormità, e per di più assolutamente errata. Egli non amava affatto questo genere di “mitologie”, e le scoraggiava decisamente. Ma evidentemente non tutti la pensavano come lui, e molti preferivano affidarsi a mere deduzioni illogiche, a presentimenti sentimentali, o a “visioni”. Ma, evidentemente, il problema non sussiste: chiaroveggenti, e oscuroveggenti, visionari e affabulatori, imbonitori, e sognatori, abbondano nel mondo, e soprattutto nella Terra d’Ausonia, al punto che – come ho avuto modo di dire altrove – potrei riempirne interi treni: posti in piedi, e bagagliaio compresi!

Ora, pur avendo avuto il sottoscritto avuto alcune esperienze interiori nel «pensiero puro-libero dai sensi» – esperienze per me decisive e «conquistate a viva forza», come scritto da Massimo Scaligero nella sua Kundalini d’Occidente, e quindi non certo “spontanee”, anzi ben “coscienti”, contrariamente a quanto afferma dall’Innominato – delle quali non amo parlare, non sono particolarmente portato per la chiaroveggenza, e conoscendo i pericoli della medesima preferisco, esser prima “chiaropensante”, e solo poi, eventualmente, “chiaroveggente”. Quando dichiarai questa mia preferenza a Hella Wiesberger, in uno dei nostri colloqui, ne ebbi in risposta un luminoso sorriso, e parole di commento che mi confortarono assai. Conciosiacosaché, pur non essendo io in grado di confermare, attraverso mia percezione diretta, quanto dice Rudolf Steiner, sono benissimo in grado di sapere se Rudolf Steiner abbia fatto o meno una determinata affermazione, o se, addirittura, abbia affermato proprio il contrario di quanto viene dichiarato nelle varie leggende della propalata vulgata.

Nei viaggi che decenni fa facevo, per motivi professionali, in Svizzera e in Germania, ne approfittavo, ogni vòlta, saltando i pasti, e risparmiando all’osso, per andare a Dornach alla libreria del Lascito, la mitica, e da me amata e frequentata, Buchandlung Duldeck, a poche decine di metri dalla Rudolf Steiner Halde, sede del Nachlass. Con i soldini da me risparmiati sulla diaria che mi veniva concessa, mi compravo quanti più libri potevo di Rudolf Steiner, di Marie Steiner, e dei loro fedeli amici e discepoli. Potei così farmi una piccola biblioteca, e nei decenni successivi potei avere a mia disposizione l’intera Opera Omnia del Dottore, sia per la parte edita che per quella inedita. Tra i testi che acquistai già negli anni 80 del secolo scorso, vi erano tutti i volumi dei Nessi karmici, ancora non tradotti e pubblicati in italiano dall’Editrice Antroposofica. Ricordo, anzi, che per aiutarmi nella comprensione, dato il mio tedesco piuttosto elementare, li comprai anche in francese, tradotti e pubblicati dalla benemerita Éditions Anthroposophiques Romandes.

In tutti i cicli di conferenze, Rudolf Steiner parla con estremo rispetto, e addirittura con venerazione, per esempio in Contributi alla comprensione del Mistero del Golgotha, della figura spirituale di Giuliano Imperatore, della sua esperienza christica del “Triplice Sole”, di quanto egli venisse disgustato e respinto dai “cristiani” costantiniani del suo tempo, del suo nobile e sfortunato tentativo di restaurare la Sapienza degli Antichi Misteri, di come egli sia stato assassinato da devota mano “cristiana”. Addirittura, Massimo Scaligero mi fece, in uno dei nostri frenquentissimi incontri, una sapiente esegesi di un passo di quell’importante ciclo di conferenze del Dottore – citandomelo dall’originale francese edito da Triades, tradotto alquanto meglio rispetto alla edizione italiana – e mettendo in rapporto la luminosa figura di Giuliano con la Via del Pensiero Vivente, e la funzione futura del Manicheismo. Ma nei citati Nessi karmici, Rudolf Steiner comunica, ulteriormente, come l’Imperatore Giuliano si sia reincarnato nel Medioevo come Herzeloide, la madre di Parzifal, e come in epoca rinascimentale, egli sia riapparso come Ticho de Brahe, l’astronomo e alchimista danese, maestro di Johannes Kepler. Poi – e questo è un punto di cruciale importanza – Rudolf Steiner afferma esplicitamente come questa individualità Giuliano-Herzeloide-Ticho non fosse allora, nel 1924, incarnato sulla Terra, e che nei Mondi Spirituali egli poteva esser una guida preziosa per il ricercatore occulto, come lo fu Virgilio per Dante Alighieri, e Ovidio per Brunetto Latini. Ora, essendo Julius Evola nato il 19 maggio 1898, allorché Rudolf Steiner fece quella esplicita affermazione, ossia nel 1924, l’esoterista romano-siculo aveva ventisei anni compiuti, e quindi riguardo alla identificazione Giuliano-Evola, come direbbero gli ispanici, entonces nada! Feci notare, con garbo – allora ero ancora un lupacchiotto molto educato – e venni coperto d’improperi, perché la cosa andava in rotta di collisione con apodittiche affermazioni ex cathedra, che avrebbero dovuto essere credute dogmaticamente, altrimenti ne avrebbe sofferto il prestigio di chi tale affermazione faceva. Ovviamente, venni infamato e vituperato oltre ogni dire, mi venne fatto attorno progressivamente il deserto, e venni persino gratificato di aperte minacce. E cosa ci volete fare: il mondo  – questo sempre più immondo mondo – funziona così! Così vuole l’Oscuro Signore, l’illegittimo Princeps huius mundi, e al suo volere, all’immane potenza del convenzionale, come la chiamava Massimo Scaligero, tutti, reverenti e tementi, adorando, si inchinano! 

Vi furono una molteplicità di altri casi, nei quali la parola esplicita di Rudolf Steiner affermava apertamente l’esatto contrario di quanto la diffusa vulgata proclamava come verità, mentre era, invece, “leggenda”, “mitologia”, appunto. L’aver voluto smentire tutta una serie di affermazioni errate su Mani, su Christian Rosenkreutz, sullo stesso Rudolf Steiner, su Giovanni-Lazzaro, sul figlio della Vedova di Nain, su chi fosse l’anziano erborista che il giovane Steiner incontrava in treno, e via dicendo su molte altre figure e questioni, fece modo ch’io venissi bollato come affetto da eretica pravità, e di conseguenza ritenuto haereticus vitandus. Se descrivessi dettagliatamente tutte queste fallaci affermazioni, non la finirei più, e questo articolo è già troppo lungo. Mi veniva chiesto di piegarmi, e di “credere”, di non smentire, e di tacere. Ma ciò era cosa sordida, che mi ripugnava oltremodo. Quella che, come un dono aristocratico, ed un privilegio raro, ci è stata donata, è Scienza dello Spirito, e non Teologia. Essa richiede conoscenza e realizzazione volitiva, e non credenza cieca, fede, sdilinquimento sentimentale, e conformità. Amicus Plato, sed magis amica Veritas! E poi, come affermava quel paganaccio di Arturo Reghini, le credenze le stanno bene in cucina: co’ piatti, i bicchieri, e’ barattoli di marmellata. Ovvìa! 

La nostra simpatica Cappuccetto Rosso, in uno dei suoi commenti sul blog, rivolse al lupaccio cattivissimo un altro paio di domande, alle quali per fretta e colpevole disattenzione quest’ultimo non dette risposta. E siccome non si devono lasciare mai le cose in sospeso, né ce la si deve prendere comoda, è giusto dare qui una risposta precisa, anche se, al momento, forzatamente sintetica. In futuro sarà necessario ritornarci. Nel citato commento leggiamo:    

«Vorrei chiudere con due domande. Non mi è ben chiaro il motivo per il quale Rudolf Steiner decise di chiudere e ritualmente sigillare la Seconda e Terza Classe della Scuola Esoterica. Cosa temeva? O piuttosto perché vi diede avvio qualche anno prima?
Seconda domanda: oggi quale ruolo hanno le organizzazioni di stampo rosicrucianesimo, quelle autentiche, se ancora ve ne sono? Che compito svolgono per l’umanità?». 

Rudolf Steiner nel 1904 fondò la Scuola Esoterica, e precisamente la Prima Classe di essa. In questa Prima Sezione, o Classe, i discepoli della Scienza dello Spirito facevano una promessa sacra, ricevevano dal Dottore esercizi, meditazioni, e mantram personali, che dovevano essere gelosamente ritenuti riservati, e in quelle che vengono chiamate “lezioni esoteriche” – in tedesco Esoterische Stunden, alla lettera “ore esoteriche”– ricevevano tutta una serie di insegnamenti particolari, circa i quali i discepoli erano tenuti alla più rigorosa discrezione. Il tutto si svolgeva in una atmosfera di severa, autera, sacralità. Nel 1906, Rudolf Steiner aprì la Seconda Sezione, o Classe, col nome di Mystica Aeterna, in tre gradi, nella quale si svolgeva una rituaria, che veniva definita un “culto conoscitivo dimostrativo”. In séguito, venne aperta una Terza Sezione, o Classe, nella quale l’elemento rituale diminuiva progressivamente, mentre emergeva l’insegnamento del Maestro, e l’operatività meditativa. Al vertice di questa Terza Classe, nel Nono Grado della Mystica Aeterna, vi era il gruppo dei Dodici : il gruppo di coloro che più strettamente erano collegati e cooperavano con Rudolf Steiner.

Questa prima Scuola Esoterica in tre Sezioni, o Classi, venne sciolta da Rudolf Steiner nel 1914, allo scoppio della prima Guerra Mondiale, a causa degli attacchi che, da parte degl’intolleranti ambienti politici militaristi e pangermanisti, ma anche confessionali, soprattutto di parte cattolica, venivano portati all’Antroposofia, la cui cerchia veniva accusata di essere una “società segreta”: cosa falsissima. Nel 1924, dopo il Convegno del Natale 1923, Rudolf Steiner cercò di rifondare la Scuola Esoterica su una base nuova. Ma l’inadeguatezza, la mancanza di serietà di molti partecipanti, ed alcuni gravi tradimenti spirituali, fecero sì che il dottore non andò oltre le prime diciannove “lezioni esoteriche”. Nel settembre del 1924 si rifiutò di riaprire – proprio per i suddetti motivi – la Seconda Classe – che avrebbe dovuta essere diretta da Marie Steiner, mentre la Prima Classe veniva affidata ad Ita Wegman – e, a maggior ragione, la Terza Classe, che avrebbe dovuto essere diretta dallo stesso Rudolf Steiner. Dopo la sua dipartita, le dolorose vicende della Società Antroposofica, e le successive, ripetute profanazioni, della Classe, mostrarono ad abundantiam quanto avesse ragione Rudolf Steiner a interrompere la sua donazione ad individui incapaci, poco seri, e indegni.

Nel mondo non esistono “organizzazioni” rosicruciane autentiche. L’Ordine, o la Fraternitas Rosae Crucis non si manifesta sullo scenario sensibile, e non ha bisogno di organizzazioni e di pubblicità. Associazioni come l’A.M.O.R.C., fondato a San José, in California, da Harvey Spencer Lewis, la Rosicrucian Fellowship, fondata a Oceanside dal plagiatore Max Heindel, la Rosicrucian Fraternity di Quakertown, fondata Reuben Swiburne Clymer, non hanno nulla a che vedere col rosicrucianesimo autentico, e possono portare a situazioni molto, ma molto pericolose. Il candido lettore è pregato di credere al fatto che questo lupaccio cattivissimo sa bene di cosa si stia parlando.

Il rapporto, e il contatto, con la autentica realtà della Rosacroce è un fatto spirituale, e sicuramente si invera quando e ne confronti di chi deve avvenire: fuori di ogni ostentazione, vanità, o ricerca di illusori poteri occulti. Anche in questo caso è salutare tenersi lontano da leggende e mitologie. Sed de hoc etiam satis! 

     

ZELATORI, CIARLATANI & VENDITORI DI SOPHIA

ciarlatano 1 copia

Il Ciarlatano  (Stampa del 1612- Diana Scultori- Biblioteca Casanatense, Roma)

*

Se qualcuno penetra nello studio di un pittore

E senza nulla comprendere della pittura

Ha la pretesa di parlarne dottamente,

Costui sarà deriso da tutti.

E anche chi penetra nell’Ordine degli Artisti

E senza essere stato eletto

Si vanta delle sue opere,

Costui sarà deriso da tutti.

Chi si presenta a queste Nozze

E senza essere invitato

Arriva con gran pompa,

Costui sarà deriso da tutti.

Così coloro che saliranno su questa bilancia

Senza pesare quanto i pesi

Saranno fragorosamente sollevati,

E saranno derisi da tutti.

Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, 1459,

Johann Valentin Andreae

*

Per placare i timori di un noto trader del panorama esoterico antropop – che è da augurarsi non si occupi presto anche di Tripartizione sociale – circa lo stato di salute del nostro blog, diciamo subito che Eco c’è e sta benissimo.

Mentre, a rassicurazione degli amici che, con premura e sollecitudine che apprezziamo, hanno espresso qualche preoccupazione in merito alla regolarità con cui i nostri contenuti più recenti vengono pubblicati, ricordiamo che l’ascesi del pensiero è il cómpito che abbiamo posto al centro della nostra esistenza. Così, quando gli impegni familiari o lavorativi assorbono quasi tutto il resto, l’attività, invero “dis-vulgativa”, che i nostri autori si sforzano qui di realizzare, ne risulta un po’ sacrificata. Del resto, è questa la forza di Eco, la cifra del suo valore: da noi, nessuna sbrigativa rimasticazione a riempimento di spazi ed esigenze di visibilità.

Ci risulta, in effetti, che la Scienza dello Spirito, più che di frontmen inopportunamente onnipresenti, necessiti di operatori interiori saldi e instancabili, di innamorati fedeli. Lo slancio che ci anima è inalterato. E così il gioioso dovere di indicare la Mèta e la Via che ad essa conduce, da cui non indietreggeremo mai.

Chi scrive ritiene di non dover scrivere niente, generalmente giudicando prezioso un contributo (fattivo) di tipo più silenzioso e, in tal senso, solo apparentemente modesto. Non certo per timore di esporsi, dunque, ma per una ritrosia tutta personale ad apparire e per la certezza che vi siano figure ben più qualificate per farlo. Da questi non abbiamo che imparare.

Tuttavia, cuore, coscienza e un enorme, gioioso debito di riconoscenza nei confronti dell’amico Hugo de’ Paganis, dettano, dopo gli ennesimi attacchi personali seguiti al suo ultimo articolo, di pronunciarsi in sua difesa, al fianco delle signore che sono prontamente intervenute, nel tentativo di ripristinar decenza, all’interno dei vari gruppi social in cui tali attacchi si sono consumati. D’altronde, è bene precisarlo, egli è penna che non scrive per sé soltanto, rappresentando in pieno ciò che noi pensiamo, vediamo e non intendiamo tacere. E non ne abbiamo fatto mai mistero: non è business dell’apparire che difendiamo e questo infonde un vigore ardente e tutto speciale al nostro agire.

Riteniamo che il carattere assai grossolano e puerile degli “argomenti”, ascrivibili peraltro al genere della calunnia, agitati dal noto trader del panorama esoterico antropop, ormai antrovip e sempre più antropolitik, non renda agevole un confronto fra pari, disinteressati come siamo a calarci in zone che ogni giorno tentiamo di disimpegnare. Non riconoscendogli l’autorevolezza né la caratura di un interlocutore da prendersi in seria considerazione, non ci daremo la pena di scendere nel merito di alcuna delle sue argomentazioni. Ciò che non esiste non va mai smentito.

Non manchiamo però di interrogarci sul criterio adottato da chi questo agitatore ha voluto come proprio collaboratore e sodale.

Non siamo certo nuovi a simili attacchi, necessari a nature conformi alla specie e (fatalmente) incapaci di assumere lo spirito su un piano diverso da quello delle parole: una sistematica opera di denigrazione e discredito della persona è la debole, scarsa misura che costoro possono opporre a scomode considerazioni.

Più volte, in passato, ci siamo pure misurati con l’ambizione di ben più insidiosi zelatori, legati da vincoli d’opportunità al summenzionato agitatore, giorno e notte impegnati a distogliere i giovani cercatori del Vero, non ancora indipendenti nella comprensione dello spirito, dal terreno solido dell’indagine interiore fondata sull’autocoscienza dell’Io, per deviarli verso morbide e più allettanti derive mistiche. In questi campioni di “altruismo” – e di rinuncia – morsi dalla fissazione del gelido “egoismo” in cui cadrebbero coloro che si dedicano alla pratica verace della Concentrazione, non possiamo non ravvisare gli o p p o s i t o r i dell’elemento solare recato dal pensiero. Costoro si son fatti portatori di quell’insana e sognante tendenza a incontrare le cose del mondo che è la mistica del sentimento di cui, invero, il Dottore, nella sua Filosofia della Libertà, mostra tutti i limiti – conoscitivi e morali – e in cui, sì, è possibile scorgere un elemento di tenace egoismo, davvero impossibile a vincersi:

[…] l’uomo primitivo arriva all’opinione che l’esistenza si presenti a lui direttamente nel sentire, e indirettamente nel sapere. La formazione della vita del sentimento gli appare quindi più importante di ogni altra cosa. Egli ritiene di aver afferrato la connessione del mondo, soltanto quando l’ha accolta nel suo sentire. E, come mezzo alla conoscenza, egli cerca di servirsi non del sapere, ma del sentire. Poiché il sentire è cosa del tutto individuale, da mettere alla pari con la percezione, il filosofo del sentimento eleva a principio universale un principio che ha un significato soltanto dentro la sua personalità. Cerca di impregnare del suo proprio sé il mondo intero […]. La tendenza qui accennata, la filosofia del sentimento, viene spesso designata col nome di mistica. L’errore di questa maniera mistica di vedere, costruita solo sul sentimento, consiste nel fatto che essa vuole sperimentare quello che dovrebbe sapere, e vuole elevare un elemento individuale, il sentimento, ad elemento universale.”

Al chiaro dire del Dottore (“Con quale diritto considerate il mondo completo senza il pensare?”), che avverte: “non bisogna fare confusione fra l’avere «immagini mentali» e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare”, essi, ottusamente, replicano: “Se riesco a ‘depurare’ il sentire di tutte le componenti egoiche, ebbene, scopro che grazie ad esso sono in grado di accogliere la verità dei fatti, di avvicinarmi all’essenza della vita”, adeguando l’opera del Maestro dei Nuovi Tempi, e così il sacrificio di Massimo Scaligero che volle indicarne l’adamantina gemma o Via del Pensiero, al proprio immacolato ciarpame, rivelatore soltanto di incapacità conoscitiva e insufficienza morale.

Vien proprio da chiedersi come si creda di poter suscitare senza una rigorosa disciplina di pensiero quella inconosciuta Potenza capace di “depurare il sentire di tutte le componenti egoiche”, a meno di non ridurla a quell’io che “l’uomo dice di essere”.

Quella caldeggiata da tali rinunciatari ma ambiziosi zelatori è nient’altro che una impraticabile, infruttuosa, e assai illudente, ascesi dell’anima sull’anima, ove questa richiederebbe di essere invece dominata, quando non vinta.

Una corretta ascesi del sentire, scrive Massimo Scaligero nel Manuale pratico della Meditazione, viene realizzata dall’esercizio che accordi il pensiero con la volontà.

La forza estracosciente che nell’essenza collega il pensiero con la volontà, è il sentire. L’ordinario sentimento non è la reale vita del sentire, bensì la sua alterazione. Tale alterazione viene sanata dall’esercizio della rispondenza della volontà al pensiero liberato.

Il sentire, come pura forza dell’anima, può sorgere là dove è tacitato il sentire normale, che è comunque il veicolo della natura animale dell’uomo. In conseguenza della meditazione, il sentire tende a sorgere come forza di ritmo dell’anima, già in tal senso indirettamente sollecitata da ogni saggio collegamento del pensiero con la volontà. Perché la potenza di ritmo dell’anima si manifesti direttamente, occorre sia tecnicamente prodotto lo stato di assenza del normale sentire: come un varco aperto al sentire spersonalizzato, capace di immergersi negli interessi altrui e nel mondo, con la spontaneità normalmente suscitata dagli interessi personali.

Occorre educare se stessi a vietarsi in talune occasioni la normale reazione del sentimento. L’esercizio del «non sentire» è la condizione per la concentrazione pura e per la conseguente resurrezione del sentire, ossia per l’affiorare del s e n t i r e p u r o, che libera il mentale dalla corporeità: ma è parimenti il puro pensiero che apre il varco al non sentire e libera il mentale dalla soggettività senziente-razionale.”

Così, osserviamo che il sentire puro non è il sentire ordinario, neppure se s’incipria o s’improfuma. E che, anche in zone più profonde, la distanza tra chi realmente percorre la Via del Pensiero e chi solo straparla raggiunge le proporzioni di un abisso incolmabile.

La precisazione che a questo punto è doveroso fare a costoro e a quelli che sentono come loro è che la possibilità di una autentica moralità – troppo spesso spacciata per sciropposo sentimentalismo – viene unicamente dalla liberazione del pensiero per la quale è imprescindibile la pratica intensa e assidua della Concentrazione e che le forze morali non sorgono che dalla Conoscenza, ossia dall’accensione e dall’esperienza del Pensiero Vivente. Ogni surrogato di moralità che, con giustificato spregio, possiamo chiamare moralismo o facies morale, vale a dire l’assunzione e l’immancabile ostentazione di atteggiamenti “virtuosi”, “compassionevoli”, “altruistici”, “nobili”, “fraterni”, “cristici”, e certamente oltremodo “commossi” e “devoti”, non sono che la patetica caricatura di questo voluto, meritato miracolo.

Possiamo affermare con Rudolf Steiner che la pratica della Concentrazione è l’azione più morale possibile all’uomo di questo tempo poiché la liberazione del pensiero è il presupposto dell’agire libero. E, come è detto nella Filosofia della Libertà, l’uomo è morale in quanto è libero, in quanto agisce basandosi sulla conoscenza: “la libertà è la maniera umana di essere morali”; “È evidente che un’azione non possa esser libera se il suo autore non sa perché la compie”.

Con ciò non intendiamo affatto dire che coloro che non stanno fra i “pochissimi” che si dedicano con donazione assoluta e volontà consacrata al Rito della Concentrazione non siano rispettabili o buoni antroposofi. È perfettamente possibile accogliere con animo semplice e gratitudine profonda le comunicazioni del Dottore e i contenuti dell’antroposofia, in attesa del fiorire di forze urgenti ad un impegno ascetico più risoluto e radicale.

Solo, ci chiediamo, cos’è la Concentrazione senza asceti? Spada senza cavaliere o corona senza re.

Così, però, non intende la nutrita razza di callidi e zelatori, che di privata rinuncia ha fatto pubblica virtù. Essi hanno stabilito per gli altri una norma di mediocrità che è inopportuno e sconveniente superare. Un verbo pressoché assoluto scongiura gli umili dalla presunzione di innalzarsi nella conoscenza.

E chi ha fatto suo l’ingrato compito di indicare la Concentrazione come necessaria risposta all’urgente appello dei Mondi Spirituali e presta fedeltà ai Maestri attraverso la coraggiosa difesa della loro Opera da ogni tentativo di banalizzazione e falsificazione, viene tratto sotto il giogo della maldicenza e dell’ingiuria. “Sublime egoista”, “antropo-inquisitore”, “antropo-sceriffo”, “jihadista”, “fondamentalista”, “schizofrenico”, gli epiteti rimediati. Non manca poi il prudente passaparola: “Attenti! È posseduto dagli Asura!”.

Passiamo oltre e domandiamoci: per darsi a quali nobili e più rette attività i nostri solerti zelatori hanno deposto la pugnace pratica ascetica donataci dai grandi Esseri?

Sono tre le principali attività da essi praticate e altamente raccomandate per lo sviluppo animico-spirituale dell’uomo.

La prima è una massiccia opera di volgarizzazione della Scienza dello Spirito attraverso la macellazione di testi e cicli. La sterminata mole di contenuti dell’O.O. sul web viene somministrata in stralci, indebitamente strappati al contesto dei pensieri e delle concatenazioni di pensiero ideate (volute) dai Maestri. L’opzione è di facile fruizione e immediatamente appagante, per ingordi e romantici di ogni età. Non mancano poi rielaborazioni e “bignami”, una summa del pensiero steineriano in aiuto al pigro e troppo impegnato antroposofo moderno.

Al genere si aggiungono diffuse iniziative di carattere propagandistico – incontri, convegni pubblici, manifestazioni culturali – ed una recentissima, sciagurata impresa cinematografica incentrata sulla figura di Massimo Scaligero, visto dal discepolo. Non l’inaudita audacia dell’Eroe Solare che sconfigge la Morte ne emerge, ma il ritratto di un uomo buono e assai compianto, ancora presente nel cuore di chi ha lasciato.

La seconda è l’approfondimento antroposofico in comune. Su svariati gruppi di un noto social, belle addormentate e stagionati dello spirito dibattono sui temi caldi dell’antroposofia. Karma, Angeli e Gerarchie, sembrano essere i più apprezzati. Un clima di sciolta e ciarliera condivisione incita i novizi a sperperarsi in (in)fruttuose operazioni dialettiche.

La terza si presenta come lo sdoganamento di un “vano giocare all’esoterismo”, come ebbe a definirlo Marie Steiner, in seno a una comunità stolta, assopita e assai poco vigile, e si configura come l’improvvido tentativo di spalancare le porte ad ogni sorta di ciarlataneria.

Una chiarificazione etimologica del termine “ciarlatano”, cui quello di “ciarlataneria” ci rimanda, gioverà a individuare i caratteri di una figura quantomai ricorrente nel variegato mondo dell’occultismo.

Il sostantivo “ciarlatano” risulta, con molta probabilità, dall’incrocio dei termini “cerretàno” e “ciarla”. Il primo deriva dal lat. CERRÍTUS, insensato (probabilmente sincopato di CEREBRÍTUS da CÈREBRUM, cervello) che lascia escogitare una forma CERRITANEUS, oppure da CERRÉTO, paese dell’Umbria da cui si narra solesse in antico venire siffatta gente, la quale con varia finzione andava facendo denaro, ovvero da CÈRE, donde l’antico Ceràldo, che equivaleva a cerretano; il secondo per molti deriva dal lat. GERRÆ, ciarle, che staccasi dalla radice di GARRÍRE che dette GERRÒNES, ciarloni e può aver dato GERRETÀNUS.

Una accettabile definizione del termine ciarlatano rimanda a chi un tempo, sulle piazze, cavava i denti o vendeva rimedî che decantava miracolosi; la parola è rimasta in uso per indicare prestigiatori, giocolieri, e in genere chi vende in pubblico prodotti specifici o altre merci attirando la gente e incantandola con abbondanza di chiacchiere. Per estensione, chi si spaccia per quello che non è, chi cerca il proprio guadagno dandola ad intendere, impostore, gabbamondo, imbonitore.

Semplificando, due sono i caratteri che si confanno al buon ciarlatano: una illecita e indebita attività di vendita e una straordinaria disposizione alla ciarla.

Ci pare che le pratiche denunciate dal nostro Hugo de’ Paganis nel suo ultimo articolo rientrino nel caso appena illustrato. Seminari quali “Sviluppo delle relazioni con gli esseri di luce delle diverse dimensioni intorno a noi e dentro di noi” o “Iniziazione [è lecito chiedersi se sia trasmissione che proviene da Iniziato] ad un corretto rapporto con i Mondi Spirituali nelle varie dimensioni” o, sopra tutti, “Incontrare il Cristo, incontrare l’amore”, non solo costituiscono occasione certa per la perdita di tale incontro – che non può essere dato da alcuno, semmai così allontanato o definitivamente precluso – ma rientra in quelle forme di ciarlataneria ostinata, profanatrice e bramosa di farsi mediatrice che un Iniziato Solare, quale era – è – Massimo Scaligero, bollerebbe a fuoco.

Va aggiunto che poco importano in queste zone di manovra l’autocertificazione di “veggenza” o la certificazione per procura di “fraterni” delegati, identicamente ininfluenti: sono propositi, questi, nobili solo in apparenza e rivelatori, oltre che di intatta inesperienza del reale spirituale, di un’incapacità di discriminazione conoscitiva, e pertanto morale, che certamente a vario grado riguarda l’essere umano e che superbo e gratuito sarebbe condannare in sé, ma che si fa inaccettabile quando v e n d u t a come sapienza, per di più apponendovi il marchio di garanzia Steiner/Scaligero. È il falso inevitabilmente destinato a declinarsi come sopruso, consumato a danno di quelli che si presume aiutare e che inascoltati resteranno proprio nel loro anelito autentico e profondo.

Altrettanto pericolose e sospette risultano l’offerta di Master di Formazione Politico-Spirituale” e la promozione del denaro quale mezzo per “scambiare amore tra gli esseri umani”.

Senza dubbio a qualcuno le nostre considerazioni potranno apparire ingiuste e ingenerose, ma il nostro altro non è che l’invito a rispettare la volontà di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero a cui, senza arbitrarie interpretazioni o aggiunte, ci rimettiamo. Tutta la loro Opera ci domanda un rigore che non sempre si è all’altezza di osservare. Una comunità spirituale sana vigila sulle azioni dei propri membri. Non si lasci che il richiamo ad uno spirito di fratellanza sia l’astuzia per disarmarla!

A chi fa uso di una misura «troppo umana» per valutare il problema ricordiamo con serietà che Massimo Scaligero si espresse a chiare lettere circa le insidie che si sarebbero presentate in seno alla comunità da lui fondata:

Non è difficile rendersi conto che, se nella Scienza dello Spirito di Steiner si esprime l’Impulso Solare del tempo, gli autentici attacchi degli Ostacolatori non sono tanto quelli che vengono da fuori, quanto quelli che muovono dall’interno della cittadella, epperò difficilmente identificabili. In ogni movimento spirituale, i portatori dell’impulso luciferico-ahrimanico finiscono quasi sempre col prevalere come attivisti o dialettici della organizzazione esteriore. Essi sono riconoscibili dalla solerzia con cui intendono applicare la teoria dello Spirito al mondo, secondo un trapasso invero impossibile al pensiero meramente razionale: trapasso di cui, peraltro, il pensiero vivente non ha bisogno, essendo esso già operante oltre il limite razionale, per il solo fatto di esserci. Onde il trapasso dei solerti zelatori non può evitare di essere strategico, ossia politico, in quanto preoccupato unicamente del procedimento esteriore, ossia del dimostrare che l’ideale sovrasensibile si realizza: dimostrazione di cui lo Spirito non ha invero bisogno, essendo essa una forma possibile soltanto al principio che si realizzi. É l’attivismo tendente a sostituire, se non ad impedire l’a z i o n e p u r a, ossia l’operare sul piano delle cause: l’attivismo vuoto di anima, in cui si esplica l’azione degli Ostacolatori, malgrado le spirituali intenzioni degli zelatori.

Questa condizione è connessa con la perdita dell’arte vera della concentrazione”.

Dallo Yoga alla Rosacroce.

Vogliamo altresì rimandare chi possa intenderle alle stringenti indicazioni che Egli ha dato ai suoi. Come a sigillare il cuore del Suo Insegnamento e il senso ultimo della Sua infinita donazione, le sue parole a chiusura di quel capolavoro dello Spirito che è Dell’Amore Immortale, suonano come lascito e richiesta al contempo. Vogliamo riportarle interamente:

Quanto è stato detto non è assunzione di un insegnamento, bensì ciò che come ramo novello nasce da un ceppo imperituro: da un insegnamento la cui perennità esige che il suo darsi sia sempre il fluire della vita.

Esso non trasmette un sapere: il suo tessuto di pensiero essendo quello stesso che possa destarsi nel discepolo o nel lettore: acceso, per riaccendersi.

Donatore di questo insegnamento, nella sua virtù di vita, prima che della sua forma dialettica, è Rudolf Steiner.

Che il ricercatore possa essere stimolato a studiare l’opera di lui sino a che da essa splenda la luce di cui si sostanzia, è la ragione della nostra opera. Colui che chiamiamo il Maestro dei nuovi tempi è il Maestro che non è semplice accostare: l’accostamento non essendo lo studio dell’opera, né la appartenenza all’associazione spirituale da lui avviata, ma anzitutto il movimento interiore al cui destarsi nell’anima umana egli ha donato il suo essere sulla Terra.

La sua opera, dettata dallo Spirito, esiste soltanto per ritornare quel movimento interiore, a cui il mondo spirituale risponde: esiste per un collegamento con l’ordine invisibile degli esseri e delle forze, non per divenire un sapere. L’errore, o la tentazione, è credere che l’opera debba essere esposta o volgarizzata o sistemata, perché possa andare incontro a un maggior numero di uomini: quasi che l’efficienza numerica elevasse il livello qualitativo. In realtà sarebbe l’esposizione o il riassunto delle parole, non dei contenuti che non possono vivere se non come forze interiori, esigenti di incontrarsi essi nell’anima, secondo il loro proprio ritmo.

La sintesi o la sistemazione dialettica non è necessaria né utile ad alcuno, non potendo essere altro che precipitazione nella cultura astratta, riduzione al mondo senza vita, della veste espressiva dell’opera: dell’opera in cui si è eliminato l’ineffabile che giustifica la veste espressiva. La quale, così astratta, non può aver senso, proprio perché neppure dialetticamente può significare qualcosa. La privazione, verificatasi nell’anima dell’espositore, viene trasmessa agli altri: così verificandosi il giuoco degli Avversari dell’uomo.

Un’opera esoterica non chiede né propaganda né volgarizzazione: solo chi sia mosso dal subconscio intento di ucciderla, può pretendere diffonderla mediante manifestazioni culturali, o sistemarla secondo quel moderno «sistemare», valido unicamente per la molteplicità astratta: che chiede di essere sistemata dal pensiero, ossia dall’attività interiore che può sistemare, non essere sistemata.

Solo chi inconsciamente è avverso allo spirito può compiacersi che l’opera si diffonda come un sapere, alla stregua dell’ordinario sapere, che invale unicamente perché privo di spirito, e ne è privo soprattutto quando riguarda lo spirito. È la deficienza di pensiero che non concepisce come l’attuarsi dello spirito nel mondo esiga accendersi nell’anima individuale, e come tale accensione non possa essere sostituita da un tradurre in nuove parole ciò che si è afferrato soltanto in parole.

Che sempre un maggior numero di uomini si apra allo spirito, dipende dalla possibilità che pochi non tradiscano il cómpito soltanto da essi attuabile”.

Dell’Amore Immortale, Appendice n.1.

In conclusione, qualche considerazione di carattere personale.

Che dirò dell’amico Hugo de’ Paganis?

Questa nota è per lui e con lui. La fedeltà al sacro, al vero e al giusto, il nostro unico desiderabile.

Ad un amico sapiente, di lealtà e generosità rare che ringrazio per tante ragioni, non ultima quella di avermi mostrato come usare la spada per amore.

Insieme a lui salutiamo il lettore, sottoponendo al suo silenzioso vaglio interiore le parole che abbiamo posto al principio di questa nota, tratte da Le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz di Johann Valentin Andreae. Sono le severe parole che la Vergine rivolge agli astanti prima di quella che vien chiamata pesatura delle anime. Ci si soffermi, col rigore e l’attenzione dovuti, sull’ultimo verso di ciascuna strofa e si esamini cosa il sopramondo esige da noi.

ANCORA LA VESSAZIONE DEGLI STOLTI, OVVERO CONTRO L’IMPOSTURA E L’ANTROPOSOFIA IN SALSA NEW-AGE

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Tu nihil invita dices faciesve Minerva – Tu nulla dirai o farai  a dispetto di Minerva.

Quinto Orazio Flacco, Ars poetica, 385.

Poiché il presente lupaccio cattivissimo oramai si è già fatta una pessima fama, ovverossia fama di intollerantissimo lupaccio ringhioso, mordace, ed oltremodo polemico – fama di cui egli con una qual certa delinquenziale voluttà mena pure sconsideratamente vanto – tanto vale per lui trarre un qualche colpevole vantaggio da cotal mala fama, levarsi con palese soddisfazione qualche sassolino dalla scarpa, ed eziandio permettersi il lusso di dir fuori dai denti quel ch’ei pensa.

E siccome, nel gran teatro del mondo, i posti per i ‘buoni’ sono già tutti preventivamente occupati da quanti, in maniera stucchevolmente dolciastra, a gran voce si proclamano  tali ogni due per quattro, ed esibiscono pure l’autocertificazione che li autorizza a farsi conoscere come autenticamente ‘buoni’, anzi ‘buonissimi’, a questo lupaccio cattivissimo non resta che andare ad accomodarsi su nel loggione, ove vengono di regola relegati i cattivi, e i reietti. Ma, devo dire, che la compagnia dei ‘cattivi’, e dei ‘cattivissimi’, è alquanto più gradevole, e di gran lunga preferibile, di quella dei ‘buoni’ politically and esoterically correct, rispetto ai quali è davvero opportuno e salutare affermare: dai ‘buoni’ mi salvino gli Dèi, che da pirati e masnadieri mi salvo io da solo.

Nelle notti – specie in questo periodo piuttosto afose e accaldate – di quella dolcissima e melanconica insonnia dell’etrusco lupaccio, che tanto diverte la nostra ottima Savitri e il tergestino lupaccio Isidoro, al tirrenico lupaccio càpita, per distrarsi ed ingannare il sempre fuggevole tempo notturno, di leggere qua e là quanto vanno scrivendo vari pittoreschi personaggi su vari siti, pagine, e forum che fanno bella (si fa per dire…) mostra di sé in quell’immensissima fogna che è Infernet, ossia in quell’aracnide rete, che pare che ormai tutto avvolga e tutto divori. E questo, nella fattispecie, è il precipuo fine che si pone ogni ragno che si rispetti nel tesser la sua sapientissima, geometrica, tela: irretire, ossia – secondo etimologia – avviluppare nella rete, e poi divorare, e ben digerire, quante più vittime possibile. Nella fattispecie, la submateriale telematica rete dell’ormai ovunque imperante Infernet viene tessuta con millenaria perfida sapienza – velenosa “sapienza”, sia ben chiaro – dall’Oscuro Signore, dal Principe dell’Oscuro Pensiero, come veniva questi chiamato nell’antichissima zarathustriana Persia.

E dove vuole giungere con le sue ‘macchinazioni’ – è proprio il caso di chiamarle così – l’Oscuro Signore? È, invero, interessante, oltre che estremamente salutare, e salvifico, rendersene conto. In una lezione esoterica, tenuta il 23 dicembre 1924, curata e pubblicata dalla mia compianta amica Hella Wiesberger all’interno dell’Opera Omnia, nella sezione Aus den Inhalten der Esoterischen SchuleDai contenuti della Scuola esoterica, Rudolf Steiner comunica qualcosa che dovrebbe far oltremodo riflettere coloro che troppo superficialmente, e spensieratamente, dicono di richiamarsi alla sua Opera:

«È impossibile immaginarsi che cosa possa accadere in un tal caso, se l’umanità non avrà ancora raggiunto l’altruismo. Soltanto attraverso il raggiungimento dell’altruismo sarà possibile trattenere l’umanità sull’orlo della perdizione. Il declino della nostra epoca attuale sarà causato dalla mancanza di moralità. La civiltà lemurica è stata distrutta dal fuoco, l’epoca atlantica dall’acqua, la nostra sarà distrutta dalla guerra di tutti contro tutti; gli uomini distruggeranno se stessi nella lotta fra di loro. Ed il fatto desolante – più desolante di altri modi di rovina – sarà il fatto che gli uomini stessi ne porteranno la responsabilità!

Un piccolo gruppetto si salverà per la sesta epoca di cultura. Questo piccolo gruppetto sarà progredito sino all’altruismo. Gli altri raggiungeranno ogni raffinatezza nell’elaborare le forze fisiche della natura e nel metterle al proprio servizio, senza sviluppare il grado necessario di altruismo.

Particolarmente nella settima epoca di cultura questa guerra di tutti contro tutti imperverserà nel modo più tremendo. Forze potenti, violente, deriveranno da scoperte che trasformeranno l’intero globo terrestre in una specie di aggregato elettrico autofunzionante. In un modo che non può essere rivelato, il piccolo gruppo sarà protetto», GA 93, Die Tempellegende und die Goldene Legende, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1978, pp. 123-124.

Le parole «zu einer Art selbstfunktionierendem elektrischem Apparat», appunto una sorta di aggregato-macchina-apparecchio elettrico autofunzionante, non lasciano granché dubbi circa l’affinità tra quello che, già oggi, si sta realizzando sulla Terra attraverso l’omninvadente tecnologia telematica – che ora tenta di spingersi sino al 5G – e quanto afferma lo stesso Rudolf Steiner. Ma questo complicato, e stritolante, marchingegno – l’Apparat, come lo chiama il Dottore nella sua comunicazione – è solo il mezzo, lo strumento, il canale, per veicolare qualcos’altro. Ora, l’Oscuro Signore è dominatore della materia, della menzogna, nonché il suscitatore dello spirito d’avversione.

Menzogna, paura, e spirito d’avversione – che è sempre avversione nei confronti dello Spirito – sono gli strumenti per incatenare il poco, davvero troppo poco, consapevole uomo alla materia. La sua influenza si estende ormai in ogni campo: compreso quello politico, culturale, religioso, ed altresì – anzi a maggior ragione – quello esoterico. Perché, essendo o dovendo essere la Via esoterica una ‘Via di liberazione’, pervertendo, deviando, inquinando la Via esoterica, si rende appunto impossibile la liberazione. Naturalmente, l’Oscuro Signore ha l’abilità e l’accortezza di adoprare una molteplicità di mezzi e strumenti diversi a seconda della varia conformazione degli esseri umani. A lui poco importa se le catene che astringono l’uomo, e lo tengono in schiavitù, siano di rozzo acciaio, o d’oro, o d’argento, o addirittura se siano catene di petali di rosa: l’importante è che esse mantengano l’essere umano nell’abietto servaggio al quale egli vuole destinarlo.  

A tal fine, a livello esoterico, viene usata una vasta gamma di ‘vie’, le più diverse, e persino antitetiche, che però solletichino, e soddisfino, i gusti rozzi o raffinati delle predestinate vittime. Vie d’Oriente e d’Occidente, vie magiche e mistiche, forme rituali cerimoniali e devozionali, complessi di ideologie e filosofie spacciate per ‘metafisiche’, forme più o meno alterate, modernamente “aggiornate” di yoga: yoga ginnico e respiratorio, yoga tantrico della “mano destra” e della “mano sinistra”, vie di “magia sessuale” spacciate per “alchìmia”, magia “bianca”, “rossa”, “nera”, black&white (come il whisky), la Wicca, il Vaudou, la Santeria, l’Umbanda, il Candomblé la stregoneria vera e propria, e via dicendo. 

Nel primo incontro personale, alla fine della primavera del 1970, che io ebbi con Massimo Scaligero, ad una mia domanda circa certe vie ed influenze spirituali, che giungevano allora in Italia da Oltreoceano, egli rispose ben deciso: Ricordati dall’America non verrà mai niente di buono! Ed io mi tengo per detto tale tagliente affermazione. Anche perché, in quasi mezzo secolo di Scienza dello Spirito, ne ho potuto constatare l’assoluta verità. In una forma o nell’altra, tutte quelle vie sedicenti spirituali sguazzano nella medianità più sfatta. Medianità non è soltanto quella del volgare spiritista che fa ballare il tavolino a tre gambe. Oggi, medianità è ogni forma di spiritualità non fondata sull’autocoscienza dell’Io: visionarismo, channeling, magismo inferiore, shamanesimo, misticismo sentimentale. Oggi si può dire che persino la pubblicità, le strategie di marketing, la politica – tutta la politica, e in special modo quella che viene mescolata all’esoterismo – con le sue spregiudicate manipolazioni sono medianità: sono un coltivare in sé e negli altri forme varie e insidiose di medianità. Massimo Scaligero affermava apertamente che i politici erano e sono dei medium. E levò la pelle di dosso ad amici che si davano alla politica. Uno di loro, persuaso da “qualcuno”, sconsideratamente, aspettò la morte del Maestro per ricominciare a fare politica! 

In questo senso, dall’America negli ultimi decenni ci è giunta una delle forme più sfatte di spiritualità medianica: la New Age. E la New Age, slavata e sognante forma di ‘spiritualità’ un po’ hippy, un po’ liberty, e un po’ celtic folklore, con una patina di orientalismo di maniera, sta imperversando di là e di qua dall’Oceano Atlantico. E siccome notoriamente molti antroposofi sono delle vere “aquile” di sapienza e discriminazione (si fa sempre per dire…) possiamo oggi assistere a tutta una serie di indebite commistioni della Sapienza Celeste dell’Antroposofia con qualcosa di guasto e malsano, che con essa nulla, proprio nulla, ha, nonché nulla deve o dovrebbe avere a che fare. Una indebita commistione dove – come in un americanissimo melting pot – tutto viene fuso e con-fuso. Il mio amico L. – che incontrai a Roma nell’agosto del 1969, e che nella successiva primavera del 1970 doveva presentarmi Massimo Scaligero – chiamava causticamente tali commistioni: un fricandò colle cipolle. Va da sé che il contenuto di un tale melting pot, o un tale fricandò, così come il contenuto del pentolone delle streghe del Macbeth di Shakespeare, sia assolutamente immangiabile, e procuri inevitabilmente nausea, forti dolori di stomaco e intestinali.  

Al presente lupaccio cattivissimo è capitato, alcuni giorni fa, di leggere, su un noto social network di Infernet, tutta una discussione, a momenti piuttosto accesa, su quanto aveva scritto, proprio sul quel noto social network, il 22 giugno scorso, un tale X.Y., il quale letteralmente (con incerta sintassi e ortografia che non correggo) così scrive:

«Fausto Carotenuto ha detto in un un’incontro (sic) a Milano che i ritmi del giorno sono scanditi dalla presenza, fra gli altri, degli arcangeli e che la sera in particolare sarebbe presieduta da Michele … mi piacerebbe approfondire il tema con lui se vorrà gentilmente partecipare e con tutti voi cari amici grazie mille per l’attenzione … naturalmente posso essermi sbagliato e in questo caso chiedo scusa».

Questa affermazione aveva suscitato una nutrita discussione. Vi fu chi, con correttezza chiese da quale fonte dell’Opera di Rudolf Steiner risultasse una cotale apodittica affermazione, a mio modo di vedere non solo sicuramente errata, ma anche dimostrabile come errata. Ma la richiesta di citare la fonte, avanzata dalla nostra amica Shanti Di Lieto Uchiyama, non ha trovato soddisfazione, come ci si sarebbe ragionevolmente aspettato:

«Sarebbe opportuno citare le fonti. Perché spesso non viene detto da dove vengono tali conoscenze».

A questa richiesta, la nostra amica Shanti, poco dopo, aggiunge quanto segue, senza peraltro ricevere, neppure questa volta, adeguata risposta, ma solo evasive, divaganti, considerazioni:

«Tutti siamo esperienza che vive, ma se non siamo Rudolf Steiner che attinge al Mondo Spirituale le sue conoscenze, è opportuno citare le fonti. Steiner stesso parla con chiarezza di come acquisisce tali informazioni nelle sue ricerche, di ciò che gli viene mostrato e ciò che non riesce a vedere anche con ricerche estenuanti, nei suoi viaggi che duravano anche tre giorni in una stanza nella stanza, e nessuno lo disturbava. Se avesse avuto una vita frenetica come la nostra non so cosa avrebbe potuto dire nelle sue conferenze…».

La richiesta più che onesta e legittima della nostra amica Shanti – quasi fosse un atto di “lesa maestà” nei confronti di chi – come direbbe il bravo Arturo Reghini – “ammanniva ex cathedra il verbo salvifico al popolo catecumeno”, ha suscitato un vero e proprio vespaio da parte dei seguaci di colui che tale affermazione aveva fatta, nonché la risentita reazione dello stesso Fausto Carotenuto.   

Ora lasciando perdere tutta una serie di commenti di sapore, per così dire, un po’ “cortigiano” e laudativi di taluni, e quelli polemici ma che non colgono nel segno di altri, è interessante riportare una prima reazione del Carotenuto, il quale a tutta prima cerca di sottrarsi all’onesto confronto, così scrivendo:

«Come voleva e auspicava Rudolf Steiner, non solo Rudolf Steiner doveva e poteva attingere al Mondo Spirituale, ma un po’ alla volta tutta l’umanità in evoluzione. Ma, vedendo l’aria che già tira nei commenti, mi astengo dal dire altro su questo tema in questa pagina e ne parlerò all’amico X.Y., se me lo ricorderà, quando ci vedremo personalmente»,

ma, poi, ei proprio non resiste, e più sotto – pur eludendo bellamente la  più che legittima richiesta di Shanti – aggiunge:

«Io non ho comunicato nulla in questo post… e quindi come avrei potuto comunicare la fonte di una cosa che non ho scritto? Maurizio mi ha chiesto un approfondimento rispetto ad una conferenza tenuta a Milano tempo fa. Di massima quando parlo cito Steiner quando c’è da citarlo, così come altri iniziati… parlo di conoscenze rosicruciane quando sono quelle che lo stesso Steiner cita spesso senza dire da chi le ha avute, quando e perché (e faceva bene). E quando non cito qualcuno, nelle conferenze, vuole dire che sono io che dico le cose, sulla base delle mie esperienze e conoscenze. Tutto qui. Il mio lavoro non è affatto quello di “citatore”, né sono un adoratore acritico del pur grandissimo Steiner. Ma si fa scienza dello Spirito anche senza rifarsi ad ogni passo a Steiner. (E forse questo mi distanzia dalla maggioranza degli aderenti a questo gruppo). Quello che mi interessa è comunicare, con linguaggio comprensibile ai più, contenuti che siano utili alle persone, per aiutarci reciprocamente a crescere nella nostra capacità di creare il bene. Il resto mi pare terribilmente secondario e poco utile. Ma ognuno, come sempre, ha un suo compito e segue un sua strada, giusta o sbagliata che sia. A me interessa l’uovo, e non capisco quelli che invece del vero contenuto dell’uovo, cercano solo il pelo».

Indi poscia, il Carotenuto, poco sotto, sempre per non citare le fonti della sua alquanto problematica affermazione, si defila ancora una volta, e scrive:

«Ogni cosa ha il suo contesto. Ripeto che io qui, in questo post, non ho comunicato nulla, e quindi qui non ho fonti da comunicare. Tutto qui. X.Y. mi ha chiesto di approfondire. Per qualcun altro approfondire significa citare Steiner (perché solo Steiner poteva…). E io – vista l’aria che tira, appunto, non ho altro da dire su questo tema. E preferirei chiuderla qui».

Ma ancora una volta, spinto da uno spiritello loquace, ei non resiste ad “esternare” il suo pensiero e aggiunge:

«Comunque, per dare un elemento in più e da dove viene, per non lasciare in sospeso chi è interessato (e per non fare l’antipatico stizzoso)… riporto sinteticamente quanto segue: è conoscenza propria degli iniziati e da ultimi dei rosacroce, già prima dell’ultima incarnazione di Steiner, che dai maestri rosacroce lo ha appreso e poi reso in parte noto, che non solo i quattro arcangeli Gabriele, Raffaele, Uriele e Michele sono, tra le tante altre cose, spiriti della stagioni, nell’ordine Inverno, Primavera, Estate e Autunno. Ma che le loro qualità e influenze si riflettono nello stesso ordine in 4 periodi di sei ore sulle ore della notte (22-4), del mattino (4-10), del mezzodì (10-16) e del pomeriggio-sera (16-22). Per parlare più direttamente di Michele che ora guida la crescita del pensiero e del cuore umani (della coscienza) nell’ “età del cuore che pensa”, è in effetti a partire dal pomeriggio, quando il sole esteriore, il logos solare, comincia a calare, e ci investe in misura minore con la sua forza divina, che questo rende più libero il nostro sole interiore di brillare con le proprie forze, e di emettere i propri raggi unendo pensiero e cuore per pensare e sentire come meglio agire per il Bene di tutti. Sono nella nostra epoca le ore migliori per pensare e sentire michelianamente a come meglio creare il Bene».

E, per meglio precisare, afferma sinteticamente:

«Quando intendo iniziati rosacroce non intendo affatto gli ordini che si definiscono rosacroce… ma i veri maestri di quella corrente, dai quali in via diretta lo stesso Steiner ha preso parte importante delle sue conoscenze e tecniche. Che non si trovano certo ad ogni angolo di strada».

Le “sapienti” (ancora una volta, si fa tanto per dire…) “rivelazioni” di Fausto Carotenuto riscuotono la fervida ammirazione di tale Sabrina Madama D’ore (sic), la quale commenta:

«Grazie tantissime… dunque se ho ben capito Michele ci sarebbe fino alle 22.. (sic) poi subentra Gabriele…».

Le risponde così il Carotenuto: «Sabrina Madama D’ore, ci sono sempre tutti. diciamo che, in modo non meccanicistico, le qualità dell’uno prevalgono sulle qualità degli altri in quelle determinate ore».

A questo punto, non poteva mancare la stupita, e commosa, risposta di Sabrina Madama D’ore, in trepida attesa di ulteriori “mistiche rivelazioni” :

«Meraviglioso… poi se un giorno ti andrà di parlarci delle qualità accolgo con molto interesse per ora grazie davvero per la tua disponibile generositaà … Buona giornata, Fausto Carotenuto».

Beh, non dispiaccia al signor Carotenuto, ma qua, nella fattispecie, non si tratta affatto di “cercare il pelo nell’uovo” (per usare la sua espressione), bensì di cercare la Verità, e sulla Verità non è affatto il caso di fare sconti proprio a nessuno. E il perché lo dice Rudolf Steiner in un ciclo di conferenze – al quale rimando, anche se dalla milanese Editrice Antroposofica è stato tradotto un po’ maluccio, ma ne io posseggo da decenni anche l’originale tedesco – ossia, Die okkulte Bewegung im  neunzehnter Jahrhundert und ihre Beziehung zur Welkultur, apparso in italiano col titolo Il movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura, O.O. 254, Milano,1993.

In tale importantissimo ciclo, sin dalle prime delle tredici conferenze, tenute a Dornach tra il 10 ottobre e il 7 novembre 1915, il Dottore parla – e descrive con abbondanza di particolari – delle spregiudicate strategie di una serie di confraternite occulte di “sinistra”, spiritualmente deviate e deviatrici, le quali si sforzano di mettere fuori strada i cercatori dello Spirito attraverso l’inserire alcuni singoli particolari, apparentemente del tutto secondari (ma che tali non sono punto), volutamente errati, in una concezione spirituale più generale, facendola così deviare verso una forma di “materialismo spirituale” (ci si perdoni l’audace ossimoro, che però è di Rudolf Steiner), e paralizzando così lo sforzo del ricercatore di un autentico Mondo Spirituale, e provocando effetti negativi tutt’altro che trascurabili nel mondo della cultura e nella civiltà.  

Non vi è nulla di peggio di una concezione apparentemente spirituale, o che si vorrebbe tale, “colorata” materialisticamente attraverso l’introduzione di singole, o poche, nozioni, solo apparentemente secondarie, ma le quali hanno il potere di aggirare, o letteralmente scavalcare, il pensiero cosciente e il potere critico di un ingenuo ricercatore, e di scendere nella sognante sfera del sentire, e in quella ancora più profonda e oscura della volontà istintiva, “configurandole” al servizio dei non dichiarati – e non certo encomiabili – fini di chi, ben coscientemente, e cinicamente, mette in scena una tale farsa, o illudente “fattispecie”. Rudolf Steiner, descrivendo tutta una serie di eventi della storia del movimento occulto del XIX secolo, e le tragiche conseguenze che tali eventi ebbero, e tuttora hanno (tra le quali la diffusione pandemica di quel cancro spirituale che è la medianità spiritica o magico-cerimoniale), parla della “confusione” che, attraverso gli scritti di Sinnett e della Blavatsky, – su istigazione di deviate confraternite occulte indiane della “mano sinistra” – venne introdotta nel movimento teosofico tra l’attuale satellite della Terra, ossia la Luna fisica, e la famigerata “ottava sfera”, mentre da parte di altre, sempre anch’esse deviate, confraternite occulte del mondo anglosassone, e di quello inglese in particolare, veniva falsata la funzione cosmica degli Spiriti planetari, ed eziandio dell’intera evoluzione cosmica. 

Molto, ma molto, peggiore, e soprattutto ben più pericoloso del materialismo volgare, o di quello scientifico, il quale almeno ha un campo limitato nel quale è utile e giustificato, è il falso spiritualismo, il falso esoterismo, che si riveste di seducenti apparenze, le quali nascondono realtà e finalità inconfessabili, che con l’autentica sfera spirituale nulla, o molto poco, hanno a che fare.   

La nostra amica Shanti con molta modestia e correttezza, ha provato a rispondere al Carotenuto, cercando di riportare le cose su un terreno più onesto e sano, anche se talune sue affermazioni devono essere meglio precisate. Ma leggiamo quel che lei scrive:

«In ambito della Loggia dei cosiddetti Rosacroce ossia Loggia di Misraim, in effetti girano post da anni sugli Arcangeli in relazione alle quattro stagioni, e anche sul collegamento con le ore del giorno devo aver letto qualcosa, forse di Giorgio Tarditi Spagnoli, o qualcuno che come lui si esprime in modo che a me ricorda tanto la Besant e i guru della teosofia, piuttosto che la Scienza dello Spirito come la conosco nel mio piccolo dal lato di Massimo Scaligero e Giovanni Colazza, con immagini e linguaggio molto diversi da questi signori della Loggia dei Rosacroce. Anche Archiati ne aveva scritto mi sembra di ricordare. Dal punto di vista del contenuti, probabilmente andranno a recuperare delle conoscenze che giravano tra ottocento e inizio novecento nel sottobosco esoterico in cui Rudolf Steiner si trovò a navigare come in una palude di notte, tra luci ed ombre. Una necessità karmica di certo, in quel periodo. E probabilmente queste conoscenze sugli Arcangeli avranno un loro fondamento, nonostante la fumosa aura di mistero svelato dal sapore teosofico faccia sorridere chi ha la fortuna di aver conosciuto il lavoro di Massimo Scaligero. Il punto che mi fa riflettere anche su me stessa però è un altro: la curiosità che anima noi che impieghiamo tempo e attenzione nel discutere su questa come su altre rivelazioni, la caccia a prodigiose conoscenze e segreti custoditi per millenni nelle scuole rosicruciane, e resi generosamente disponibili da un vero e proprio esercito di Maestri che scende ad allietare la comunità antroposofica dei giorni nostri, mai così ricca di iniziati che attingono, pare, direttamente dai Mondi Spirituali e dalle gerarchie, suscita in una piccola aspirante discepola indegna come me, una semplice domanda: ma Massimo Scaligero cosa è venuto a fare in questo mondo? Ma chi gliel’ha fatto fare di scrivere e fare riunioni e seminari solari? Ma la Via della Volontà Solare a cosa ci serve, se poi dobbiamo passare i pomeriggi domenicali a discutere delle ore degli Arcangeli o del sesso degli Angeli?». 

La precisazione che è doveroso fare è che, nel caso dell’imperante e strombazzante occultistame fognardo, si dovrebbe parlare di falsi, falsissimi, rosacroce, essendo assolutamente una sacrilega, e blasfema, appropriazione indebita il richiamarsi di costoro all’autentica Rosacroce, così come è una sfacciata impostura il richiamarsi di questi tristi figuri al Rito di Misraim. Per cui, nel loro caso, niente Loggia dei Rosacroce, e niente Loggia di Misraim. Come, del resto, ebbi modo di mostrare, e documentare, nel caso di quel pittoresco personaggio che è Giorgio Tarditi Spagnoli, del quale ho avuto modo di occuparmi su questo blog in passati articoli. So bene come nell’esiziale, mortifera, palude stigia dell’occultismo ovunque dilagante dalle “dighe rotte” – per esprimersi come fa Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce – innumerevoli siano gli Ordini, le associazioni, i gruppi, i gruppastri, che si appropriano indebitamente di tali sacre e gloriose denominazioni, ed abusano dell’ingenua credulità di molti, troppi, non bene informati ricercatori. Per cui è giustificato, e oltremodo opportuno, il rilievo di Shanti, che ho solo voluto meglio precisare, ritenendolo necessario.  

Ma, entrando in medias res, l’attribuzione della direzione arcangelica delle ore, che fa Fausto Carotenuto, anzitutto nulla ha a che fare con la Scienza dello Spirito – e questo è il motivo per cui egli si esime da indicare la fonte nell’Opera di Rudolf Steiner – e, secondo di poi, essa è eziandio totalmente errata. Ma non gli andremo a dire il perché. Un vecchio iniziato, anni fa, mi disse che “i demoni della bramosa curiosità vanno fatti morire di fame”, per cui, come si dice birbonissimamente nella Città del Fiore, nìsba, nìcchesse! La cosa interessante, invece, è che della questione (molto equivocata, e producente risultati che più errati non potrebbero essere) delle cosiddette “ore magiche”, rette da entità spirituali varie (non solo Arcangeli), oggi, si occupano coloro che, in maniera insana e improvvida, si dànno a quelle oltremodo venefiche forme di magia inferiore, che sono la magia cerimoniale, e la magia sessuale: alla Giuliano Kremmerz, o alla Pascal Beverly Randoph, o alla Aleister Crowley, tanto per intendersi. Il che, a dirla tutta, lascia non poco perplessi circa dove voglia, o possa, suo malgrado, ossia anche non volendo, andar poi a parare il nostro “mistico istruttore”. Mah!

Normalmente, l’esito fatale di molti che rinunciano all’impresa interiore è quello di darsi ad una dialettica intellettualistica, o ad un sentimentalismo mistico, o a forme varie di attività estetizzanti (con il condimento di uncinetto, pifferi, acquerelli, “danze cosmiche”, teatro, e via dicendo), oppure – se sono alla ricerca di quelle che Massimo Scaligero chiamava ironicamente le “vie della facile forza” – vi è per essi l’inoltrarsi negli infidi meandri attossicanti della bassa magia, spesso addirittura di una “magia da serve”, come la chiama il mio ottimo amico C., Asceta di altra dottrina. In quest’ultimo caso, si va a chiedere a cerimonie, a rituali scenografici, a profumi, incensi, a “parole di potenza”, ad esercizi corporei, a cifre e glifi magici, quel che non si sa, o non si vuole, per mancanza di coraggio, imperiosamente esigere dalla propria fiacca volontà. Ma, tanto per disilludere gl’imbelli e gl’ingenui, occorre dire chiaramente che “surrogati” della volontà non ne esistono. Nell’epoca dell’anima cosciente, non esistono alternative alla Via della Concentrazione, ossia all’energico immettere sempre più la forza della volontà cosciente nel pensiero cosciente: occorre volere, volere intensamente, volere a lungo, volere instancabilmente, sino a che non venga superato lo stato di morte del pensare, sino a che non si inveri la resurrezione cosciente dello Spirito, dell’Io, oltre il sonno dell’anima. 

Ma che problema c’è?! Presso l’immortale Accademia della Coscienza, in quel di Castel Giorgio di Orvieto, si tengono corsi per “Sviluppare i Propri Talenti Spirituali”, a cura di Fausto Carotenuto, che così scrive:

«Un importante percorso di approfondimento e di sviluppo dei talenti speciali che ognuno di noi porta con se (sic per: sé) per contribuire al benessere ed alla crescita della rete umana. Un cammino di consistente rafforzamento interiore. Maggiore forza, sicurezza, serenità nel compiere la propria missione nella vita».

Si tratta di ben  «9 seminari residenziali nel corso di un biennio (2019-2021)», dei quali ci vengono fatti conoscere i  Temi ed esperienze del percorso:

«Comprensione del senso e del ruolo della propria vita e del proprio karma. Riequilibrio interiore, tecniche corporeo-eteriche. Pratiche per il rafforzamento del pensiero, della volontà e del sentimento. Lettura dell’aura, visualizzazioni, ricordo cosciente delle vite precedenti. Collaborazione operativa con gli Archetipi. Lettura profonda della realtà. Sviluppo dei rapporti con le energie di Madre Terra e la Geografia Sacra. Conoscenza della gamma di aggressioni da parte degli esseri dell’ostacolo sui vari piani; attività di difesa, contrasto e trasmutazione. Conoscenza delle simbologie sacre. Visualizzazione e ascolto delle dimensioni superiori. Sviluppo delle relazioni con gli esseri di luce delle diverse dimensioni intorno a noi e dentro di noi. Iniziazione ad un corretto rapporto con i Mondi Spirituali nelle varie dimensioni Crescere per portare nella vita quotidiana la forza intuitiva, equilibrata e amorosamente fattiva del proprio Spirito».

“Amorosamente fattiva”, appunto! E che volete di più?! Il nobile scopo di così sublime Accademia è dichiaratamente:

«Un percorso per liberarsi progressivamente dai lacci e dai condizionamenti che impediscono alle proprie qualità superiori di emergere. Ed alla connessione con il mondo spirituale di aprirsi e consolidarsi. Un cammino evolutivo per comprendere meglio i propri doni d’amore e svilupparli. Un percorso multidisciplinare di approfondimento delle conoscenze e delle tecniche di connessione con il mondo spirituale e con le sue molteplici manifestazioni nelle dimensioni materiale, vitale e psichica. Per farsene interpreti nel mondo intorno a noi. Per migliorare decisamente la qualità ed il senso della nostra vita».

Un vero corso di ripetuti fine settimana, vòlto al rafforzamento di pensiero-sentimento-volontà, e quant’altro: con quello che pagano gl’intervenuti discenti il successo sarà certamente assicurato: secondo la formula “soddisfatti o rimborsati”!  Stupisce il fatto che, a questo punto, nella bella italica Terra d’Ausonia  gli Iniziati e gli Illuminati non siano già legione! Siamo proprio in piena New Age !

Della “reggenza” dei quattro Arcangeli – Michael, Gabriel, Raphael, Uriel – nelle quattro stagioni, scandite nell’anno dalla “croce” solstiziale-equinoziale, Rudolf Steiner parla, per esempio, in Das Miterleben des Jahreslaufes in vier kosmischen Imaginationen, O.O. 229, parzialmente tradotto e pubblicato dalla Editrice Antroposofica col titolo L’esperienza del corso dell’anno in quattro immaginazioni cosmiche, Milano, 1983. Mentre della “reggenza” dei sette Arcangeli, collegati ai sette pianeti dell’antico sistema tolemaico, Rudolf Steiner parla varie volte all’interno delle “lezioni” (esoterische Stunden) della prima Scuola Esoterica (1904-1914), nonché naturalmente anche altrove, per esempio, nelle conferenze del 1924 sui Nessi karmici. Ivi, il Dottore mette in relazione i sette Arcangeli con i sette giorni della settimana, ma altresì con la “reggenza” – ognuna di 354 anni –  di ognuno di questi Arcangeli con le succedentisi epoche storiche. In questa successione, Steiner segue il sistema angelico di Johannes Heidenberg Trittenheim, ossia del sapientissimo Giovanni Tritemio, abate mitrato prima di Sponheim, e poi di Würtzburg, il Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, dei quali possiedo importatissime opere. Ma non ho mai, veramente mai, trovato nell’Opera di Rudolf Steiner il benché minimo accenno – e dire che possiedo tutta, dico tutta, la sua Opera, inediti compresi – alle “ore magiche”, rette dai quattro Arcangeli nominati da Fausto Carotenuto. E quel che questi afferma è clamorosamente errato anche dal punto di vista dell’Ermetismo tradizionale, ma – come da me detto più sopra – birbonissimamente non gli rivelerò il perché. 

Comunque lo stesso Rudolf Steiner avverte – anzi ammonisce – che sarebbe un grave errore, partendo dalle comunicazioni ch’egli fa, cercare di dedurre, per via puramente logica e dialettica, ulteriori realtà, ed è quello che fa – palesemente parvemi che faccia – il Carotenuto con le sue elucubrazioni. Ciò nella Scienza dello Spirito non è lecito, ed è sempre vanità, sacrilega presunzione. Ogni affermazione deve scaturire, sempre e solo, da diretta concreta esperienza spirituale dell’Iniziato. E Fausto Carotenuto Iniziato non è punto: non ne ha l’autorità, né tampoco l’autorevolezza.

Vi è stato  persino chi, tra i commentatori pro e contro, tale Lorenzo Maria Semplici – anche se non è chiaro se costui celiasse o facesse sul serio –  ha affermato :

«Fausto Carotenuto, scusami, non mi sembra che ti sia stato mancato di rispetto, soltanto ti è stata chiesta la fonte: non tutti sanno che tu sei veggente. E in ogni caso sarebbe opportuno precisare sempre se ciò che si comunica è frutto di personali investigazioni».

Il rilievo in grassetto è, ovviamente, del presente lupaccio cattivissimo. Personalmente, dubito assai assai della chiaroveggenza del Carotenuto, e non solo di quella. E non solo della sua. Nella mia esperienza di cinquantacinque anni di occultismo, di “veggenti” ne ho incontrati tanti da poterne riempire i treni: posti in piedi e bagagliai compresi. Molti simulano – e siamo allora all’impostura vera e propria – altri, pur in buona fede, non si rendono affatto conto di essere degli inconsapevoli medium, che non sono in grado di distinguere la realtà dall’illusione, la verità dall’errore. Come ammoniva Arturo Reghini, “la diffidenza è madre della sapienza”. E noi dobbiamo essere prudentiores quam filii tenebrarum. Proprio perché i figli delle tenebre pensano che chi non sia come loro, debba essere a fortiori sciocco, stupido, illudibile, facilmente manipolabile. Ma non è sempre così: anzi vi sono in questo immondo mondo anche dei lupacci cattivissimi che pensano, che dubitano, che verificano, che sperimentano, e che soprattutto non si “bevono” acriticamente qualsiasi affermazione venga loro fatta.

Personalmente, prima di bere “l’acqua delle bottiglie”, se ho la possibilità di attingere direttamente, e bere, “l’acqua pura scaturente dalla sorgente”, dalla “roccia”, preferisco di gran lunga bere quella. Certo, a volte può essere gioco forza dover attingere da contenitori vari, ma in tal caso è bene accertarsi prima che l’acqua non sia stata avvelenata, drogata, da chi abbia non dichiarati, inconfessabili, interessi e fini. Fausto Carotenuto afferma che:

«come voleva e auspicava Rudolf Steiner, non solo Rudolf Steiner doveva e poteva attingere al Mondo Spirituale, ma un po’ alla volta tutta l’umanità in evoluzione»,

e, con questo, dando per scontato quel che non è punto scontato, ei si arroga il diritto, e la libertà, di “evangelizzare” coloro che ignorano il suo personale “verbo”. Ma questa è una “petizione di principio”. Presumere – senza “qualificazioni” conquistate con la dura ascesi che ben conosce chi la pratica ogni giorno da molti decenni – di mettersi ad insegnare, quello che Steiner non ha insegnato – e lasciamo perdere talune marginali irriverenti espressioni del Carotenuto sul Dottore – insegnare quel che non si è realizzato, è essere affetti da quella che Massimo Scaligero chiamava “maestrite acuta”, è un esser pervasi da una presunzione che ammala se stessi e gli altri. Il mondo ne è pieno, al punto che è superfluo farne esempi. 

Quel che, poi, lascia ulteriormente perplessi è l’atmosfera di lucroso “agriturismo esoterico”, che risalta con chiarezza dal sito web di Fausto Carotenuto, ove si parla di « Politica, Economia, Arte e Cultura, Spiritualità, Ecologia, Agricoltura, Alimentazione, Benessere», in una rilassante atmosfera New Age. Atmosfera davvero costosa, che ben pochi, che non siano di classe agiata, possono permettersi. In un tale gradevole, e rilassante milieu, vengono proposti e svolti – a pagamento, s’intende – corsi dei più vari tipi per conseguire dei ‘master’, per esempio, in:

«Scienze Politico Spirituali : uno strumento molto importante per l’acquisizione di una visione politico spirituale non improvvisata, basata su conoscenze vaste e profonde, sia politiche che spirituali».

Una cotale “visione politico-spirituale” non è certo improvvisata, bensì sapientemente – velenosa sapienza, anche questa, a mio modo di vedere – indotta, e insufflata nelle anime di coloro che la accolgono in estatico ascolto. La Scienza dello Spirito nulla, proprio nulla, ha a che fare con la politica (la quale è cosa sudicietta assai…), e lo stesso Rudolf Steiner lo ribadisce negli Statuti della Società Antroposofica Universale nel Convegno di Natale del 1923: quasi un secolo fa. Inoltre, i costi che affrontano coloro che si fanno affascinare da cotale mercenaria “sapienza”, sono oltremodo elevati, poiché i “corsi” durano più anni, e coloro che vi si iscrivono devono obbligatoriamente alloggiare solo nella struttura del Centro del Carotenuto, o in strutture affiliate, e col Centro debitamente “convenzionate”. Ora, nei non pochi anni nei quali ho frequentato Massimo Scaligero, non l’ho mai visto “monetizzare” il suo tempo, che con liberale generosità donava a tutti coloro che a lui si rivolgevano.

Che dire?! Il mondo è bello perché vario – anzi è bello perché “avariato”, come ironicamente dice qualcuno – e Fausto Carotenuto fa benissimo a fare quel che fa, perché, affermava Massimo Scaligero: «Non è il Guru, o il Maestro, che fa i discepoli, bensì sono i discepoli che fanno il Guru, o il Maestro. Ognuno ha il Maestro che si merita!». E se ai frequentatori di una simile Accademia di Scienze Politiche Sociali sta bene quanto Fausto Carotenuto  ammannisce come mirabil verbo della sua sapienza, che se lo tenessero pure!

A questo punto, io inviterei il candido lettore ad essere oltremodo prudente, ad evitare costosi corsi e seminari, conditi in salsa New Age in una discutibile (per usare un eufemismo) atmosfera da agriturismo esoterico, e di attenersi a quanto indicato dai Maestri – autentici Iniziati e Istruttori spirituali: consacrati tali dal Mondo Spirituale, e non da se stessi – nonché a praticare con dedizione, con tenacia, e devozione, in silenzio, l’Ascesi solare alla quale alludeva Shanti nel rispondere alle affermazioni – veramente fuori luogo – di Fausto Carotenuto. Vi sono altri che come lui a giro spandono una mala semenza, ed avremo modo presto, e ripetutamente, di occuparcene.

Tanto per rassicurare il signor Fausto Carotenuto, il presente lupaccio cattivissimo non cerca il “pelo nell’uovo”, ma solo la Verità. E le uova gli piacciono moltissimo, soprattutto affrittellate!

L’ARCHETIPO-LUGLIO 2019

Anno XXIV n. 7

Luglio 2019

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L’ARCHETIPO-GIUGNO 2019

Anno XXIV n. 6

Giugno 2019

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CONCENTRAZIONE E ASCESI SOLARE

concentrazione

(Concentrazione di M. Sagramora)

La Via del Pensiero – la Via Solare donata da Rudolf Steiner, e instancabilmente indicataci da Massimo Scaligero – è una Ascesi, non una “filosofia”, non una “gnoseologia”, ossia non una “teoria della conoscenza”. Il decadimento nella disanimata astrattezza del mentale umano lo si può bene scorgere già nel fatto che per Elleni e Latini il termine θεωρία-theoria aveva originariamente il significato platonico di ‘contemplazione delle idee’, ossia si trattava di una ben concreta percezione spirituale. Una piccola digressione – ad uso degli innamorati della philologia – lo mostrerà. Saccheggiando impunemente quanto si trova nella telematica ‘rete’ – risparmio così ad altri la facile fatica che chiunque al posto mio potrebbe agevolmente compiere – si può ritrovare l’originario significato di una sì mirabile parola, così orribilmente distorta dai moderni.

Etimologicamente, in greco, theoria è parola composta da θέαthea: spettacolo (da cui anche θέατρον-théatron,  “spettacolo”, dal verbo θεάομαι-theàomai, ossia “vedo”, passato poi nel latino theatrum,  “teatro”) grado, prospettiva, prospetto, punto di vista, scena, veduta, visibilità, visione, vista, visuale,  e da ὁράω-horào, nel significato, appunto, di ‘vedere’ con gli occhi, ma anche con la mente, percepire, scorgere, accorgersi, conoscere, riconoscere.

Per esempio tra i presocratici, in Anassagora “teoria” significa «contemplazione dell’ordine cosmico». Nella Repubblica di Platone la «contemplazione (θεωρία-theoria) della totalità del tempo e dell’essere» designa la conoscenza e suprema Sapienza dei Filosofi, iniziati ai Veri, ai sommi Archetipi ideali ai quali, nell’utopia della polis, dovrebbe essere ispirato il governo degli umani. Iniziati,  i quali, dunque, non sono ricamatori di vuote parole, non emanatori di un mero ‘flatus vocis’. Non “chiacchieroni dello spirito”, come li apostrofava duramente un autentico Maestro come Giovanni Colazza. In Aristotele il tema platonico conoscitivo ed etico del βίος θεωρητικός – bìos theoretikòs, ossia della «vita contemplativa» dette luogo alle «scienze teoretiche» (matematica, fisica, teologia). Aristotele operò una netta distinzione tra la scienza «divina» dell’intelletto puro, fine a sé stessa, temporanea nell’uomo e perpetua negli dei, e le scienze pratiche e sociali. In Severino Boezio la vita contemplativa divenne theoria, contemplatio, e – in un senso superiore – speculatio: tutti sinonimi per designare l’ascesi spirituale e l’itinerario della mente verso il Divino. Niccolò Cusano definì apex theoriae la conoscenza che culmina nella contemplazione dell’Archetipo divino. Si potrebbero moltiplicare molto tali significativi esempi. Sed de hoc satis.

La Concentrazione – l’Ascesi del Pensiero – è, dunque, una pratica: indubbiamente una dura pratica, che percorre un aspro sentiero. Una pratica, non una filosofia, non una teologia. Un sentiero in salita, irto di difficoltà. La Concentrazione è un sentiero in salita, perché molto, moltissimo, siamo discesi in quella oscura maceria dello Spirito, che è la materia. Per molti gradini siamo discesi nel profondo baratro della materia. Materia illusoria e illudente. Materia illusoria finché si vuole, certo, ma potente, costringente, e stritolante. E di tanti gradini siamo discesi nel suo baratro, altrettanti ne dovremo risalire. Con coraggioso e duro sforzo. E gli ostacoli alla risalita sono molti, e per moltissimi, per i più, ostacoli scoraggianti. Per questo la solare Via del Pensiero è una Via eroica.

Questi ostacoli si presentano sin dai primi passi che l’audace praticante compie su questo aspro sentiero. Non sono risparmiati a nessuno. E molte sono le tentazioni che suggeriscono di abbandonare la Via eroica per una più comoda – ben più gradita alla torpida ignavia umana – via egoica. Non sono pochi coloro che, appena “assaggiate” le prime difficoltà, volgono le spalle alla Via, e – per meglio dormire – cercano un comodo giaciglio nell’abietto servaggio imposto loro da una corrotta, arrogante, natura inferiore. Natura inferiore, a sua volta, asservita essa stessa all’Oscuro Signore. Costoro tornano a rotolarsi nel fango della effimera esistenza profana: rinunciano al Sacro. Altri cercano, invece, di diluire la durezza della Via sentimentalizzandola, intellettualizzandola, trascinandola sul piano inclinato della problematica filosofica, o culturale, frantumandola nella inconcludente molteplicità dialettica dell’esangue pensiero riflesso.

Non è, davvero, facile per il ‘neofita’, per il ‘novizio’ alle prime armi, orizzontarsi nella landa selvaggia del cammino interiore, nella quale a tutta prima non si scorgono pietre miliari, o sentieri tracciati. Certo, vi è l’Opera di Rudolf Steiner, vi è l’Opera – per noi, figli della Terra d’Ausonia, particolarmente preziosa – di Massimo Scaligero, ma tali Opere sono esse stesse oggetto dell’esperienza interiore. Devono esserlo, altrimenti esse vengono equivocate: equivocate in senso intellettuale, in senso mistico-sentimentale, in senso estetizzante, e persino volgarmente strumentalizzate – come stiamo, purtroppo, constatando – in senso confessionale e persino, caso ancora peggiore, in senso cinicamente ‘politico’, pseudo-esoterico e antispirituale. Di quest’ultima, deprecabile, evenienza il presente lupaccio cattivissimo avrà presto modo di occuparsi.

Per mostrare quali difficoltà incontri il nostro ‘neofita’, e a quali fraintendimenti in molti casi egli vada incontro, voglio riportare quanto scrittomi, di recente, da un nostro lettore, X.Y., perché trovo che quanto egli scrive sia abbastanza paradigmatico di tali difficoltà e fraintendimenti.  Così egli scrive:

«Una considerazione sulla mia concentrazione. Quando è il corpo ad avere problemi mi è relativamente semplice riuscire ad ottenere un certo grado di separazione e controllo del pensiero; ma quanto è dura quand’è l’anima ad essere turbata! Non sono gravi turbamenti ma ad esempio stamattina ho dovuto lottare molto per restare concentrato, senza lasciarmi distrarre dall’apprensione generata dalla precarietà lavorativa. Alla fine ho concluso l’esercizio ma credo che dovrei sviluppare un maggiore distacco e superiore indifferenza». 

Mentre, in altra occasione, sempre X.Y., così scrive:

«… dopo poco tempo che ho cominciato a fare la concentrazione mi sono chiesto: cominciata a percepire la differenza tra pensiero dialettico e predialettico, cosa bisogna fare? Poi ho cominciato a ritenere che quello stato del pensiero sia il presupposto per poter avere un rapporto immediato con il mondo e con me stesso, con le forze e gli stati che bisogna imparare ad usare e trasformare; oppure che in quello stato avrei potuto creare con l’immaginazione qualcosa da realizzare. Intanto, negli ultimi giorni, ho dato una lettura veloce al “Manuale pratico della meditazione” e mi è parso di avere qualche conferma. È così? Ora mi sono riproposto di riprendere dall’inizio una lettura meditativa e operativa di questo libro, che mi è molto piaciuto per la sua sinteticità, chiarezza e praticità».

È pressoché inevitabile che domande come queste vengano poste, specialmente da chi, nel suo percorso educativo, abbia ricevuto una formazione intellettuale. Il mio amico L., che conobbi esattamente cinquant’anni fa, nell’agosto del 1969, e che tempo dopo mi fece incontrare Massimo Scaligero, per sua e mia grande fortuna, era un asceta e un mago, non un intellettuale: era un intenso praticante interiore, non un ricamatore di arabeschi concettuali, pur avendo una formazione filosofica. Sempre per mia grandissima fortuna, alcuni mesi dopo mi fece incontrare – avevo solo diciannove anni – Massimo Scaligero, il quale, pur avendo una vastissima cultura filosofica, era un asceta autentico, potente e adamantino. E questo mi salvò.

Nelle Vie spirituali d’Oriente – delle quali mi ero nutrito nella mia adolescenza, e del cui spirito Massimo Scaligero mi invitò esplicitamente a continuare a nutrirmi – l’elemento centrale è la pratica, ossia la realizzazione operativa, non la speculazione concettuale fine a se stessa, come nei sistemi filosofici e intellettuali dell’Occidente moderno. Anche in Vie metafisiche come il Vedanta di Shankaracharya, o il Madhyamika di Nagarjuna, tutto è finalizzato alla realizzazione operativa, non alla ‘speculazione’. E Vie come il Chan cinese, o lo Zen giapponese, sono, in maniera crudamente spartana, anti-intellettuali: sino all’uso «dell’urlo e del bastone» in Lin-tsi e in Ju-tsing. E per me, che venivo da una simile Via rudemente brutale, come lo Tsao-tung Chan di Ju-tsing, o il Soto Zen del suo discepolo giapponese Dogen Zenji, l’incontro con Massimo Scaligero fu un ritrovare – rinato in novella forma – qualcosa di familiare: il primato della realizzazione pratica, e l’avversione per la dialettica e il morto pensiero riflesso.

Per cui, alle difficoltà manifestate da X.Y. nella prima citazione su riportata, Massimo Scaligero stesso risponde con quanto egli mi scrisse in una lettera del 18 febbraio 1971:

«Esercizi: non vanno mai interrotti, neppure un giorno: continuarli, quale che sia la situazione, quale che sia l’impedimento. […] Gli esercizi devono attraversare il tempo, l’esistenza, debbono passare attraverso tutto: la misura della loro forza, è il loro essere possibili attraverso le situazioni meno favorevoli».

Per Massimo Scaligero, l’ascesi era – e per noi ancora oggi è, e sempre lo sarà – unicamente una questione di forza interiore. Infatti, molto drasticamente, egli affermava – e lo ripeteva spesso – che non sono esercizi particolari, complessi, barocchi, “aristocratici”, quelli che portano all’esperienza spirituale, bensì l’esercizio più semplice – il meno accetto all’ego –  nel quale si sia capaci del massimo impegno, della massima dedizione, della massima forza, senza che in tale impeto interiore e impegno della forza ci si risparmi: ossia la pratica della Concentrazione. Infatti, in una seconda lettera, dell’8 novembre 1971, così mi scriveva:

«[…] occorre sostituire al problematismo dell’anima, la forza. La forza è tutto, salute, equilibrio, moralità, socialità, aiuto al prossimo. La forza si costruisce con la volontà decisa, obbediente a se stessa. Occorre essere in due in se stessi: uno che comanda e uno che obbedisce senza potersi sottrarre. La concentrazione è la chiave: va fatta a freddo, con matematica precisione, con autorità e direi con prepotenza, riguardo a ogni interruzione o distrazione. Occorre farsi un programma giornaliero e obbedire: fare veramente l’esercizio fondamentale, quello della concentrazione. Se non è facile, è segno che è proprio quello che va fatto. […] Vedrai che, appena fluiscono forza e sicurezza, i vari problemi dileguano».

A quell’epoca, il presente lupaccio cattivissimo era soltanto un giovane lupacchiotto, ignorantissimo, e senza esperienza. Un ‘pischello’, si direbbe dalle mie parti, in terra d’Etruria. Ma il lupesco fiuto – che nei decenni successivi si sarebbe evoluto, sino ad una forma selvaggia di “fiutoveggenza” – mi diceva che il Sentiero Aureo – la Via Regia –  era quello che mi mostrava Massimo Scaligero, e non quello delle dialettiche discorse dei filosofanti. Conciosiacosaché mi buttai senza esitazioni sùbito nella mischia: ossia nella pratica interiore, nella Concentrazione, alla quale mi aveva già introdotto l’amico L. Tanto più che per me essa era il logico coronamento di quanto, per motivi karmici, avevo in precedenza percorso sui sentieri d’Oriente: coronamento, e al contempo un andare oltre. Radicalmente oltre.

Ciò mostra come le domande che si pone X.Y. – ma che anche non pochi altri pongono – nella seconda citazione sopra riportata, pur essendo affatto comprensibili, e direi pressoché inevitabili per chi abbia una formazione intellettuale, in realtà non abbiano alcuna ragion d’essere. Perché non si tratta di “capire” – in realtà, vi è ben poco da capire, e, quanto a tal fine è necessario, lo si potrebbe scrivere in una mezza paginetta – bensì di realizzare, di attuare la resurrezione del pensare da uno stato di morte, o di sonno catalettico, a vera vita. E ciò non è affatto un “problema” da capire, ma un còmpito da realizzare: è solo, unicamente, una questione di forza: un còmpito di Ascesi operativa. Si tratta, appunto, di bene intendere, e di non fraintendere, ché in tal caso le conseguenze sarebbero, da ogni punto di vista, poco piacevoli.

Percepire la differenza tra pensiero dialettico e predialettico’, è – mi creda X.Y. – ben ardua conquista. Massimo Scaligero ammonisce che non bisogna mai scambiare l’idea di una esperienza spirituale – l’idea dialettica, che è sempre e solo un esangue pensato – per l’autentica esperienza spirituale, che è tutt’altra cosa. Nella Kundalini d’Occidente, egli mette in evidenza come a viva forza debba essere espugnato il pensiero puro. Su questo è bene che il discepolo non si faccia illusione veruna, ché a tale proposito non vengono fatti sconti di nessun tipo.

Altrettanto poco ha senso porsi all’inizio di un cammino su un Sentiero, non ancora percorso  il problema di comequello stato del pensiero sia il presupposto per poter avere un rapporto immediato con il mondo e con me stesso, con le forze e gli stati che bisogna imparare ad usare e trasformare; oppure che in quello stato avrei potuto creare con l’immaginazione qualcosa da realizzare, per la semplicissima ragione che quegli stati e quelle forze sono ancora tutti da conquistare, da realizzare, e quindi ancora non esistono, e lo stesso ‘imaginare magico’ è – in senso iniziatico – qualcosa di assolutamente diverso da quanto il disanimato, e intellettuale, pensiero riflesso si possa immaginare, il che sarebbe solo un vacuo fantasticare.

Inoltre, i testi delle opere di Massimo Scaligero – così come, del resto, quelli di Rudolf Steiner – sono scritti vòlti a ‘formare’, a ‘trasformare’, e non ad ‘informare’. Non basta una rapida lettura di essi, ché il loro scopo non è quello di una  mera comunicazione di cristallizzati pensati, di mere parole, bensì quello di trasformare l’anima dell’ascetico lettore, di dargli modo di mutare ontologicamente la sua costituzione interiore. Una “rapida lettura” porterebbe solo a fraintendere, e non a intendere.

E poiché, da questo punto di vista, non vi è nulla di peggio di una antroposofia dialettizzata, intellettualizzata, e sentimentalizzata – ossia ridotta a morto pensiero riflesso, e a sentimentalismo mistico – come non concordare assolutamente con quanto ha scritto di recente Franco Giovi su un noto social network a proposito dell’esser fedeli alla propria “storia interiore”:

«Ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. No, non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore esso affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava “la propria tradizione interiore” a cui, continuava, “bisogna essere fedeli”. L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero così, ma in profondità le cose cambiano poiché in realtà non v’è alcuna frattura, nessun contrasto.

Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente così non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della Tradizione interiore, cioè ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto. In rari casi lo palesa in un volto amato.

Dunque, su tale terreno, oggi mi spoglio di molte cose, sento che è cosa giusta abbandonare le vesti che non servono più alla mia anima essenziale… e in esse c’è molta antroposofia, quella che non serve a nessuno poiché è solo un saputo e la separo da ciò che rimane vivo, che ha impregnato carne e ossa: ciò che della Scienza dello Spirito è divenuto intimamente mio. Tradotta in semplice immagine, tolgo dal fiume dell’impermanenza una piccola gemma. Essa è l’eredità che trasmetto all’essere futuro come forza per continuare il cammino sulla nostra millenaria (infinita?) strada».

Vi è chi ha espresso livide critiche – per me molto ingenerose critiche – all’accentuazione della centralità della Concentrazione che fa Franco Giovi nei suoi scritti, ed alla distinzione ch’egli fa tra la Concentrazione e il controllo del pensiero, inteso come il primo dei noti “cinque esercizi”. Il Giovi – sempre sul suddetto social network – aveva scritto limpidamente che:

«Ho sempre cercato di promuovere la disciplina interiore (esercizi). Ma l’avvicinamento ad essi non deve assolutamente venire dalla fretta. È implicito, come in ogni via interiore, che il ricercatore svolga o abbia svolto uno studio progressivo dei testi fondamentali della Scienza dello Spirito (cito a caso: Teosofia, Scienza Occulta, Iniziazione e, se possibile, qualcosa dell’unica individualità che ha portato avanti l’essenziale dopo lo Steiner, cioè Massimo Scaligero: di lui, al minimo, il Trattato del Pensiero Vivente e L’Uomo Interiore) senza dimenticare i fondamenti del fondamento quali Verità e Scienza e La filosofia della libertà.

Per “fondamentali” si intende ciò che dà il livello da cui prendere le mosse. Poi essi sono molto di più: per l’attento fruitore modificano l’assetto dell’anima e formano l’organo interiore della comprensione per i contenuti spirituali: organo senza il quale gli stessi testi rimangono carta stampata di nessun valore. Solo poi il ricercatore può avvertire l’esigenza di un lavoro diretto: qui tutto deve essere concreto, è azione e non più semplice “pensato”. […]

Piuttosto preferisco sottolineare sino alla nausea l’importanza, oltre allo studio (serissimo), per una volitiva, rafforzata attenzione ai fenomeni del mondo sensibile, il quale, fino ad un certo punto – ma per moltissimo tempo – corregge il pensiero indisciplinato o fantasioso e rafforza il proprio soggetto che è quell’Io da cui prendiamo le mosse per scegliere un abito in negozio e per fare il primo passo sul cammino dello spirito.

Certamente e di pari passo, va energicamente tentato il primo dei cinque esercizi (controllo del pensiero) così, a poco a poco, si impara una azione essenziale: disciplinare volitivamente il pensiero: si impara a pensare con logica e rigore anziché venire pensati da masse di pensieri vaghi e fuggevoli come di norma succede. È un esercizio di salute per l’anima».

A quanto così chiaramente esposto da Giovi, il suo ingeneroso critico oppone una prima considerazione, divenuta addirittura stantia da quante volte ce l’hanno ripetuta in tutte le salse, e tipica di coloro che propugnano una “via dell’anima”, che eviterebbe la caduta nell’abisso della “via del sublime egoismo”, pericolo che corre – a loro dire – chi si doni con tutto se stesso alla Via del Pensiero, e all’intensa pratica della Concentrazione. Costui scrive:

«Va detto poi però anche di non limitarsi negli anni come molti asceti discepoli fanno, di perseverare [in buon italiano, io avrei scritto: perseguono o praticano] solamente il primo esercizio cioè quello della concentrazione senza poi coltivare anche gli altri, cioè quelli dell’anima. altrimenti inevitabilmente si arriverà ad un punto di sentirsi padroni e controllori del proprio pensiero in realtà non accorgendosi di rafforzare l’ego anziché l’Io».

La serena puntualizzazione di Franco Giovi al suo critico è stata la seguente:

«Sì, certo. Però farei una distinzione tra il primo dei cinque e la concentrazione. Se la concentrazione si fa assoluta l’ego è sparito».

Al che così gli risponde il suo pocomolto poco, a mio modo di vedere – sereno critico:

«Franco Giovi : vero solo in parte. Per fare la concentrazione assoluta occorre essere preparati e già “allenati” anche attraverso gli altri esercizi. Questo argomento per gli antroposofi è la classica discussione se è nato prima l’uovo o la gallina: gli scaligeriani jihadisti evidenziano maggiormente di fare concentrazione, mentre il resto magari la snobba fino a non farla. L’equilibrio sfugge sempre ai più».

L’appellativo – davvero volutamente ingiurioso – di ‘scaligeriani jihadisti’ mi ha riportato sùbito alla mente quanto, negli anni ottanta del trascorso secolo, l’Innominato diceva, e faceva ripetere ai suoi devoti assecli, a proposito della mia concezione militante della Scienza dello Spirito, e della mia reietta persona, che loro si preparavano molto “cristianissimamente” a diffamare alle spalle, nonché a pugnalare di fronte e alle spalle. Preferibilmente, visto come il mio orsolupesco caratteraccio poteva reagire, in questa seconda modalità.

Costoro – fulgidi esempi di “cristianissima” carità – affermavano che avevo una «concezione militarista della Scienza dello Spirito», e mi elargivano “generosamente” l’epiteto di «integralista islamico». In altri momenti, invece, venivo definito – facendomi l’immeritato onore di rivolgermi le stesse accuse che l’Innominato indirizzava a Massimo Scaligero – orientale, yoghico, buddhista. Confesso che simili accuse – che sono continuate sino a tempi recentissimi – mi sorprendevano piacevolmente, e un po’ mi lusingavano pure, vista l’inaspettata, nobilissima peraltro,  “compagnia”, alla quale immeritatamente mi associavano. In cuor mio, mi ripromettevo, ogni volta, di compiere ogni sforzo per meritare cotali onorevoli epiteti, insulti, e compagnia.

Certo, che stupisce non poco – sia detto con divertita sopportazione – il fatto che tali discorsi vengano fatti e diffusi da coloro che, propugnando, ogni due per quattro, le languide delicatezze di una morbida “via dell’anima”, affermano l’importanza degli ultimi tre dei noti cinque esercizi (importanza peraltro mai negata da coloro che da essi vengono ingiustamente accusati di trascurarli), e sorprende altresì alquanto che costoro, che tanto parlano del “punto di luce, che si trova nel cuore di ogni uomo”, che bisogna “vedere il Logos in ogni essere: anche nel più orrendo dei criminali”, che occorre, in ogni occasione, giustamente, “praticare equanimità, positività, e spregiudicatezza”, che è necessario attuare “l’autotrasformazione nell’anima dell’altro”, arrivino poi ad accusare coloro che animosamente si dànno ad una intensa pratica della Concentrazione, di essere degli scaligeriani jihadisti, degli integralisti islamici, persino dei posseduti dagli Asura, come del presente lupaccio cattivissimo un tempo fu più volte detto pubblicamente, in mia presenza e alle spalle, da chi si adoperava per portare avanti ed attuare le volontà dell’Innominato, ossia l’ormai leggendario “trasbordo ideologico inavvertito”. Il sottoscritto sarà pure un paganaccio, incallito e impenitente, ma non è che simili ingiuriosi, calunniosi e diffamanti, “cristianissimi” comportamenti invitino molto a rivolgersi ad una sì sublime scuola per apprendere le mirabili virtù educatrici dell’anima. Tanto più che, in certi momenti, a questo selvaggio, ed ineducato, lupaccio della steppa da costoro son giunte persino vere e proprie minacce – “cristianissime” minacce, si intende – di «regolare prima o poi i conti» col sottoscritto. Bah!

Ma togliamoci, per il momento, da tali polemiche – che, tuttavia, per me erano doverose al fine di difendere la verità distorta, oltre che un amico ingiustamente accusato – e, dantescamente, “non ragioniam di lor”, bensì torniamo al nostro tema: la concreta Via del Pensiero, e la pratica della Concentrazione. Può, sicuramente, apparire una “unilateralità” la forte accentuazione della centralità della Concentrazione, il mettere fortemente in evidenza l’assoluta necessità della sua più intensa pratica ai fini dell’Iniziazione. Ma ad una cotale “unilateralità” – felix culpa, a mio orsolupesco modo di vedere – invitava apertamente Massimo Scaligero alcuni di noi, che temerariamente volevamo perseguire non semplicemente la via ‘antroposofica’, o quello che tale Via, donata da Rudolf Steiner, è divenuta nelle sciagurate mani degli “antroposofazzi”, ma la radicale, eterna, Via del Pensiero.

Certo, oggi, una tale Via radicale – quella che Rudolf Steiner descrive in opere come la Filosofia della Libertà, Verità e Scienza, Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, la Via che Massimo Scaligero indica nel Trattato del Pensiero Viventenon è per tutti, e forse neppure per molti. Il Dottore stesso così avverte in un passo, dai più trascurato, della sua Scienza Occulta – che amo citare nella bellissima edizione di Laterza del 1932 – passo nel quale voglio sottolineare una parte importante:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi per mezzo delle comunicazioni della scienza dello Spirito è completamente sicura. Ve ne è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti uomini più difficile e sta descritta nei miei libri: «La teoria della conoscenza nella concezione goethiana del mondo» e la «Filosofia della libertà». Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come un’entità di per sé vivente, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente dalle comunicazioni della scienza dello Spirito; nondimeno in essi viene dimostrato, che il pensiero puro concentrato in se stesso può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensiero può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione dei mondi superiori. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri già si trova nel mondo spirituale, sebbene questo gli si palesi come un mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio segue una via più sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore che gli arrecheranno bellissimi frutti per l’intiero avvenire». 

È evidente come qui Rudolf Steiner faccia una netta differenza netta tra una Via spirituale mediata, la Via ‘antroposofica’, che studia e coltiva le comunicazioni della Scienza dello Spirito, ed una Via spirituale immediata, assoluta, la radicale Via del Pensiero, che ha il suo fulcro nella pratica della Concentrazione. Che una tale Via radicale non sia una Via per tutti è quanto afferma lo stesso Massimo Scaligero già nelle prime righe del Trattato del Pensiero Vivente:

«Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi».

Pratica, dunque, e non mera, intellettuale, teoria. Pratica che è solo veicolo della incondizionata forza spirituale dell’Io. Forza, non discorso, non intelligentissimo commento, non glossa, non erudizione, non dialettica. Forza, ossia «presenza dell’Io nella volontà, nel pensare». Per questo, voglio concludere con le parole che scrisse Massimo Scaligero ad un discepolo della bella, e romana, Tergestum:

«La concentrazione deve essere un’operazione assolutamente semplice, inintellettuale, indialettica (pur servendosi della mediazione delle parole, la più parsimoniosa possibile): è una concentrazione di forza e nient’altro. Ho notato che amici non intellettuali, persino operai, riescono nella concentrazione, perché ne fanno solo una pratica di intensità di pensiero o di attenzione portata al massimo (e questo è invero tutto), meglio che amici intellettuali e colti, preoccupati di teoriche modalità. In breve si tratta di raccogliere tutta la forza pensiero in un punto: questo punto, non sapendosi ancora avere dal pensare stesso, si realizza mediante un qualsiasi oggetto sensibile, che ci dia modo di raccogliere in un nucleo di pensiero tutti i pensieri che lo riguardano. Non c’è da preoccuparsi di vedere o non vedere l’oggetto, come non ci si preoccupa normalmente di vedere o non vedere un qualcosa che si conosce bene e di cui si parla per esempio a un amico. L’oggetto della concentrazione può essere rapidamente ricostruito, ma se si intende prolungare la concentrazione, si può ricominciare daccapo, ripetendo non meccanicamente il percorso, persino invertendolo, sempre comunque raggiungendo una conclusione che è una sintesi. Questo già potrebbe essere l’esercizio completo della concentrazione che, eseguito con l’attenzione e l’intensità volute, può suggerire qualsiasi ulteriore movimento. Il problema vero è un problema di forza, più che di tecnica».

È falso – falsissimo – dunque, quanto affermò l’Innominato che «la Via del Pensiero di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata», ed egli è smentito dalle parole stesse di Rudolf Steiner, oltre che dall’Opera e da tutta la vita di Massimo Scaligero. Infatti, la realtà è che – come ebbi modo di scrivere tempo fa ad un’amica, «la donazione di Massimo nell’indicarci le vie dell’operatività nella Via Solare del Pensiero Vivente è di una generosità infinita! La Via Solare del Pensiero, ch’egli ci ha donato, è completa, insuperata, e insuperabile, ma solo infinitamente attuabile in un adamantino Sentiero di illimitata intensificazione del volere pensante!».

L’ARCHETIPO – MAGGIO 2019

Anno XXIV n. 5

Maggio 2019

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