Libertà (di F. Giovi)

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Il fiore dell’indipendenza dagli Dei che l’uomo sperimenta in ogni momento non può non essere altro che la Libertà. Parola troppo facile che nasconde un contenuto tremendo ed imprevedibile. E’ ciò che l’uomo di oggi può volere o non volere: dipende dalla sua propria azione.

Non v’è uomo che non porti in sé l’antico. A cui ripugna e spaventa l’atto libero. Anche le religioni, seppure ricche di tesori, appartengono al passato, seguono la via dei morti. Le pseudo religioni o le pseudo mistiche contemporanee sono solo fenomeni di tarda necrofilia su corpi marcescenti.

Ora, lo si desideri o meno, è il corpo che abbiamo, la coscienza che possediamo, che fanno da base ad ogni ulteriore movimento. Converrebbe parlare meno di “mondi spirituali” e di contenuti “morali”: venendo essi assunti da una coscienza vuota di Spirito e da un pensiero astratto, privo di realtà condizionante. Non direi simili cose se non mi fosse chiaro il contenuto della coscienza: piena di rappresentazioni, vuote anch’esse di realtà ma sostenute da una debole impressione di vita elargita dalla oscura vis biologico-istintiva.

L’attività della coscienza di sé si svolge in pensieri o, più esattamente, in una sfera di astratte rappresentazioni: semplici riflessi del mondo come appare o dell’inconosciuta vita organica, quella del corpo o della psiche soggetta al corpo. Ma se la rappresentazione è un riflesso, una maya, essa non muta il suo carattere “sia che pensi Dio o una sedia” o l’Opera Omnia del Dottore.

Un riflesso non può trasformarsi in una realtà senza una concreta animadversio. Per questo motivo chi evita di guardare con coraggio la condizione di “caduta” in sé stesso, cerca di saltare l’ineludibile fosso con azioni e parole illudenti che ponendolo in condizioni crepuscolari (di fatto medianiche) lo trascinano verso condizioni più involute rispetto allo stato di coscienza dell’uomo comune.

L’involuzione può essere “elettrizzante”, stimolando nel soggetto retrogrado impulsi di evangelizzazione (contagio) verso i deboli e gli instabili.
Questo è semplicemente il retroscena che anima la maggior parte di “Maestri”, “Guide” e “Profeti” del teatrino del mondo e, in particolare, del mondo esoterico.

GLI SCRITTI DEI MAESTRI (di F. Giovi)

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Ho sempre considerato gli Scritti, per molti versi, più importanti di altre cose: certamente la vivacità, in questi, è smorzata o addirittura non esiste, ma essi altresì non dipendono da contingenze e dagli interrogativi di qualche singola anima. Essi sono stati curati e prodotti per tutti i lettori o almeno per tutti i ricercatori che provano interesse per i percorsi della Scienza dello Spirito, sebbene un po’ meno per chi in questa cerca emozioni di qualunque tipo.

Poi non è secondario il fatto che gli scritti i quali discendono da una fulgida visione spirituale possano essere pensati dai lettori, anzi lo scopo del veggente che abbia avuto la capacità ed il permesso di scrivere è sostanzialmente questo: che ogni sua parola possa venir pensata, che ogni nesso tra questa e quella possa offrire da guida a fare altrettanto: ciò diventa un movimento meditativo nostro, che si dipana nella nostra anima: il suo pensiero diventa nostro pensiero, perché possiamo volerlo in libertà e piena consapevolezza. E se per lui lo scritto è esperienza spirituale tradotta in pensieri interconnessi in modo particolare, così – in perfetta chiarità – possiamo risalire il suo percorso.
Una caratteristica del pensiero è di non essere qualcosa che uno possiede solo per sé medesimo. Il pensiero è universalmente condivisibile.

Steiner e Scaligero, seppure in maniera diversa, non si rivolgono affatto al lettore onnivoro, al “turista (spirituale) per caso”, ma a tipologie animiche non proprio comuni (secondo la terminologia di Evola: differenziate), comunque, in un certo qual modo, particolari.
Come spesso accade all’impressione dei lettori, il linguaggio del Dottore, poiché incurante delle ortodossie terminologiche, sembra forse più semplice, mentre quietamente apre le porte alle conoscenze più elevate – più ardite – che possano essere avvertite sul limitare del pensiero sveglio e consapevole. Certo, Egli invita a prestare la massima attenzione verso tutte le facoltà dell’anima, ma per poter fare ciò è necessario che l’indagatore non ne sia in queste sommerso: dunque è bene vivere appieno i moti dell’anima ma è al pari importante procurarsi la forza per poterli contemplare in assoluta indipendenza.

Scaligero sfida la difficoltà di offrire i mezzi per comprendere la situazione in cui si trova immancabilmente il pensiero ordinario, sia esso esotico o esoterico, il suo limite e dunque il modo per il suo trascendimento. Operazione non facile, perché il lettore non può non usare se non il livello di pensiero che dovrebbe superare: la comprensione di tale superamento è uno dei motivi della ripetitività di alcuni concetti fondamentali che riappaiono costantemente nella lettura dei suoi scritti.

Scaligero, come ho già evidenziato altre volte, si rivolge agli esoteristi di qualsiasi appartenenza per svegliare in essi l’idea di una priorità epistemologica ed operativa ignorata, nonostante la loro passione: che molte volte è geniale, impetuosa, ma che essi credono venire dalle profondità della tradizione abbracciata: una splendida audacia “naturale” che diviene, proprio a causa del pensiero discorsivo che l’avvolge, il limite che andrebbe eroicamente superato.

Eppure, almeno a mio parere, non è soltanto la Scienza spirituale ad unire nell’essenza tali grandi figure, non sono solo i contenuti, ma anche il rapporto che c’è o potrebbe esserci tra questi ultimi ed i lettori.
Senza pregiudizi è facile notare ciò che non c’è: ambedue trattano di esperienze spirituali, di realtà operative senza darsi alcuna pena per quanto vive nel contingente sensibile quando esso si riflette nell’anima, mentre informano l’indagatore su quali possono essere le vie da intraprendere al massimo delle forze.

Permettetemi un siparietto che già in sé spiega qualcosa.

Mi è stato raccontato da un amico che, andato un giorno a incontrare Scaligero, questi, appena esauriti i saluti, impassibilmente gli chiese ragguagli sulla salute del suo gatto. Avuta risposta (il gatto stava benissimo), Scaligero continuò chiedendogli risposte su cose di tenore più o meno simile. Ottenute monosillabiche e stupite risposte in merito, Scaligero con più vivacità esclamò: “Ma allora oggi possiamo parlare di spirito!”. Poi, mantenendo questo lieve umorismo raccontò qualcosa della valanga di sciocchezze settimanali postegli sul tavolo dai tanti deferentissimi amici.
Morale della storiella è che se le condizioni del gatto o di ogni altra cosa si presentano come il prius interiore, diventa impossibile concedere se stessi ai momenti di disciplina, questa iniziando da una lettura in pensieri desti di un testo spirituale e giungendo fino alla contemplazione, itinerario impossibile per chi non riesce a dominare le sue preoccupazioni e le banalità che sempre infesteranno l’anima: abbiano pur esse una base di verità obbiettiva o siano frutto di fantasia: c’est toujour la même chose.

In questo genere di cose Scaligero si è mostrato (quasi sempre) molto paziente, compassionevole e gentile. Anzi, ho potuto constatare che, se nel tempo qualcuno deludeva la propria potenzialità di ascesi, verso costui aumentava in Scaligero la gentilezza.
Del resto chi fu presente e desto in quegli anni alle riunioni settimanali potrà convenire circa la sua santa capacità di incamerare in alte tematiche domande che forse avrebbero imbufalito anche la Mitezza incarnata.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SESTA PARTE.

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Continuiamo il presente studio, che vorrebbe portare ad una maggiore comprensione delle immani forze che operano nell’attuale tragica situazione dell’uomo e dell’umanità, ossia delle forze che sono attive nell’attuale ‘guerra occulta’ tra Michele e gli Spiriti delle Tenebre, i quali sconfitti nei Cieli, e scaraventati nel terrestre, si avventano sull’uomo per portarlo a perdizione. Ma questa è, appunto, la natura del Male, e la comprensione della sua funzione ci riporta all’essenza dell’insegnamento di Mani, alla missione umana e cosmica del Manicheismo. Prima di affrontare il mistero del Male delle origini, è savio ricordare – una volta di più – la pericolosità dell’attuale situazione, nella quale l’essere umano si aggira stordito e inconsapevole. A tale proposito giova riportare le parole del Maestro dei Nuovi Tempi, che si trovano in chiusura di uno dei suoi più importanti cicli di conferenze, ciclo tenuto poco dopo la fine del primo conflitto mondiale. Il tema affrontato da Rudolf Steiner è collegato con quello della soluzione del problema sociale, che oggi, forse ancora più drammaticamente di allora, assilla il singolo uomo, e le comunità. Ho trascritto quel testo letteralmente: ho solo sostituito alla parola ‘triarticolazione’ quella di ‘tripartizione’, che fu adoperata in Italia, col consenso del suo autore, sin dalla primissima edizione del suo libro sulla questione sociale. Del resto, ‘tripartizione’ fu la parola costantemente usata, et pour cause, da Massimo Scaligero nelle sue opere, ed ha una diretta connessione con la ‘tricotomia’ di Paolo di Tarso, con la ‘tripartizione’ della struttura occulta dell’uomo in corpo, anima, e spirito. Per cui leggiamo in Rudolf Steiner, La missione di Michele, GA-194, Editrice Antroposofica, Milano 1981, pp. 218-219:

«La missione di Michele

Conferenza tenuta a Dornach il 15 dicembre 1919

Se il corso del mondo proseguirà come è avvenuto per la vita spirituale, venuta da oriente ma in corso di degenerazione, allora la vita spirituale, che a un estremo all’inizio, era stata la verità più elevata, precipiterà all’altro estremo nella menzogna più terribile. Nietzsche dovette esporre come già i greci si preservarono dalla menzogna nella vita mediante la loro arte. L’arte è in effetti la creatura divina che preserva gli uomini dalla caduta nella menzogna. Se questo primo ramo della civiltà sarà seguito solo unilateralmente, questa corrente [sc. la corrente spirituale] sfocerà nella menzogna. Negli ultimi cinque o sei anni [sc. durante la prima guerra mondiale] si è mentito in seno all’umanità civile, più che in tutti gli anni della storia del mondo; quasi mai venne detta la verità nella vita pubblica, quasi nessuna parola corsa per il mondo era vera. Mentre questa corrente sfocia nella menzogna, la corrente centrale sfocia nell’egoismo. Una vita economica come la angloamericana, che dovrebbe approdare al dominio del mondo, se non si adatta a lasciarsi compenetrare dalla vita spirituale indipendente e dalla vita statale indipendente, sfocerà nel terzo abisso della vita umana, nel terzo dei tre. Il primo abisso è la menzogna, degenerazione dell’umanità attraverso Arimane; il secondo è l’egoismo, degenerazione dell’umanità attraverso Lucifero; il terzo è la malattia e la morte sul piano fisico, la malattia e la morte della civiltà sul piano culturale.

Il mondo anglo americano può raggiungere il dominio del mondo: senza la tripartizione, con tale dominio riverserà malattia e morte sulla civiltà del mondo, poiché queste sono il dono degli Asura, così come la menzogna è un dono di Arimane e l’egoismo un dono di Lucifero. Dunque il terzo abisso che si pone degnamente accanto agli altri due, è un dono delle potenze asuriche.

Questi fatti ci devono infondere entusiasmo e fuoco per cercare le vie per illuminare quanti più uomini è possibile. Illuminare l’umanità è oggi compito di chi ha compreso la realtà. Dobbiamo fare tutto il possibile per contrapporre alla stoltezza che si crede saggezza, e pensa di aver agito magnificamente, tutto quanto possiamo acquisire dall’aspetto pratico della scienza dello spirito orientata antroposoficamente». 

Queste le parole – attuali oggi come non mai – del Maestro dei Nuovi Tempi, dette in chiusura del ciclo sulla ‘missione di Michele’, missione che in definitiva viene a coincidere con urgenza che l’uomo fronteggi e risolva l’enigma del Male. Quindi, essa è anche la ‘missione dell’uomo’. Questo ci riporta all’essenza del Manicheismo. Ora, già nella seconda conferenza (II capitolo del libro), La missione del Manicheismo, tenuta nel 1906 a Parigi, trascritta da Édouard Schuré in Esoterismo cristiano. Lineamenti di una cosmogonia psicologica, tradotta da Bruno Roselli, e pubblicata da Fratelli Bocca Editori, Milano, 1940, alle pp. 31-32, leggiamo:

«L’occultismo cristiano procede in gran parte dai manichei la cui tradizione è sempre viva e il cui fondatore, Mani, visse sulla terra trecento anni dopo Gesù Cristo.

L’essenziale dell’insegnamento manicheo poggia sulla dottrina del bene e del male. Per l’opinione comune, il bene e il male sono due assoluti irreduttibili, di cui l’uno (il bene) deve distruggere l’altro (il male). Per i manichei, al contrario il male è una parte integrante del cosmo; esso collabora alla sua evoluzione e deve infine essere assorbito, trasfigurato dal bene. La grande originalità del manicheismo è di studiare la funzione del male e del dolore».

Nel capitolo XII, là dove si parla degli strati che costituiscono l’interno della Terra, a p. 164, viene data da Rudolf Steiner una breve descrizione – non più di un accenno – dello strato più interno, il nono ed ultimo, con le seguenti parole:

«L’ultimo strato è dotata di una sostanza dotata d’azione morale, ma opposta a quella che deve elaborarsi sulla Terra; poiché la sua sostanza, la forza ad essa inerente, è la separazione, la discordia, l’odio. È qui che nell’Inferno di Dante, si trova Caino, il fratricida. Tale sostanza è l’opposto di tutto ciò che tra gli uomini è buono e bene. Il travaglio dell’umanità per stabilire la fraternità sulla Terra neutralizza e depaupera, in proporzione diretta, il potere di tale sfera. È la forza dell’amore che trasformerà, in ragione della sua spiritualizzazione, il corpo stesso della Terra. Questa nona sfera è l’origine sostanziale di ciò che appare sulla Terra nella magia nera, cioè nella magia fondata sull’egoismo».

Ho preferito trascrivere la traduzione eseguita da Bruno Roselli, e pubblicata nel 1940 dai Fratelli Bocca, e non la traduzione anonima, pubblicata da Tilopa, Roma-Teramo, senza data, col titolo L’Iniziazione dei Rosacroce. Lineamenti di esoterismo cristiano. 18 conferenze tenute a Parigi nel 1906 da Rudolf Steiner, liberamente redatte da Édouard Schuré, perché nella versione pubblicata dalla Tilopa di Roma, si trova aggiunta, a p. 121, sùbito dopo il paragrafo da me trascritto, la seguente frase, che non si trova nell’originale francese, né nel testo tedesco edito dal Lascito, come si può constatare, nel volume GA-94, pp. 109-110. Tale frase, che non corrisponde affatto allo stile di Rudolf Steiner, e nemmeno a quello di Schuré, così recita:

«Vale tuttavia ricordare che il centro della Terra è in sé la Forza stessa del Cristo, la cui radianza centrifuga esige l’accendersi nell’anima umana, come decisione libera di compiere radicalmente l’esperienza terrestre, sino alla redenzione di Caino».

Il testo tedesco letteralmente dice:

Neuntens: Diese letzte Schicht besteht aus einer mit moralischer Aktivität ausgestatteten Substanz, aber ihre Moralität ist entgegengesetzt derjenigen, die sich auf der Erde entfalten muß. Denn ihr Wesen, die mit ihr verbundene Gewalt, das ist: die Trennung, die Zwietracht und der Haß. Hier in der Danteschen Hölle befindet sich Kain, der Brudermörder. Diese Substanz ist entgegengesetzt allem, was unter Menschen gut und schön ist. Die Bemühung der Menschheit zur Verbreitung der Brüderlichkeit auf der Erde vermindert in entsprechendem Maße die Macht dieser Sphäre. Es ist die Macht der Liebe, die in dem Grade, wie sie sich vergeistigen wird, sogar den Leib der Erde umbilden wird. Diese neunte Schicht ist der substantielle Ursprung von dem, was auf der Erde als schwarze Magie erscheint, das heißt als Magie, die auf den Egoismus begründet ist.

Non vi è traccia di quella frase aggiunta. Qualunque sia il valore di questa arbitraria interpolazione al testo originario, ho ritenuto preferibile attenermi con rigorosa fedeltà alla parola di Rudolf Steiner, riportata dallo Schuré. 

Nel XIV capitolo della traduzione di Bruno Roselli, edita dalla benemerita, scomparsa, casa editrice Fratelli Bocca, capitolo intitolato Redenzione e Liberazione, ritroviamo un argomento sul quale si era soffermata Hella Wiesberger, e che avevo affrontato nel precedente studio. In questo capitolo, troviamo nominati in particolare sia il mistero della morte, che il mistero del male, che sono collegati in modo precipuo al tema del presente studio. Infatti, alle pp. 169-171, leggiamo:

«Vi sono sette segreti della vita dei quali non si è mai parlato, sino ad oggi, fuori delle confraternite occulte. Solo all’epoca attuale se ne può parlare liberamente. Essi vengono chiamati anche i sette segreti inesprimibili o indicibili e sono: il segreto dell’abisso, il segreto del numero (che si può studiare nella filosofia pitagorica), il segreto dell’alchìmia (che si può comprendere dalle opere di Paracelso e di Jakob Böhme), il segreto della morte, il segreto del male (al quale accenna l’Apocalisse), il segreto della Parola o del logos, e il segreto della felicità di Dio, che è il più occulto.

Tenteremo di parlare del quarto segreto, quello della morte.

Ricordiamoci che sul pianeta che ha preceduto la nostra Terra, sull’antica Luna, abbiamo distinto tre regni naturali, molto diversi dai regni terrestri. Il nostro regno minerale non esisteva ancora. Esso è nato dalla condensazione, dalla cristallizzazione del minerale-pianta lunare. Il nostro mondo vegetale è sorto dalla pianta-animale lunare. E ciò che costituisce attualmente il mondo animale proviene da ciò che fu sulla Luna l’animale-uomo. Vediamo, dunque, come ciascuno di questi regni lunari compì sulla Terra una discesa verso la materializzazione.

La stessa cosa può dirsi per gli esseri che sulla Luna erano al di sopra dell’animale-uomo: gli spiriti del fuoco. Gli uomini di quel tempo aspiravano quel fuoco come noi, oggi, aspiriamo l’aria; per ciò il fuoco è rimasto, nelle leggende e nei miti, come la prima manifestazione degli dei. Nel Faust, Goethe vi allude quando dice: «Facciamo un po’ di fuoco perché gli spiriti possano rivestirsene». Tali spiriti del fuoco dell’antica Luna, nella fase terrestre, s’incarnano nell’aria. Pertanto anch’essi sono discesi verso una maggiore materialità, verso l’aria che noi attualmente inspiriamo ed espiriamo. Essi sono la sostanza stessa dell’aria che vive attorno a noi, in noi ed avviluppa la Terra della sua atmosfera.

Ora, se tali spiriti sono così discesi sino all’aria, se i regni lunari si sono così involuti, ciò fu affinché l’uomo potesse elevarsi, grazie ad essi, sino alla divinità. S’è compiuto, infatti, un doppio movimento in seno a ciascuno dei regni lunari, la parte inferiore discendendo mentre quella più affinata s’elevava. Così l’animale-uomo fu scisso in due gruppi, dei quali l’uno, sotto l’influenza della respirazione e dell’azione degli spiriti del fuoco che si prolungano negli spiriti dell’aria, lavorò per l’elaborazione del proprio cervello, mentre l’altro discendeva verso il regno animale. Tale scissione si ritrova persino nella costituzione dell’uomo, la cui parte inferiore s’avvicina all’animale, mentre la parte superiore si eleva verso gli spiriti. Secondo che l’uno o l’altro carattere fosse più o meno pronunciato, si formarono a poco a poco, due specie di uomini: una legata, per mezzo della sua natura inferiore alla Terra; l’altra più sviluppata e svincolata dalla Terra. I primi regredirono verso gli animali; gli altri poterono ricevere in sé la scintilla divina, la coscienza dell’io. […] L’espressione fisica correlativa a questa evoluzione fu lo sboccio e la crescita del cervello umano, che divenne un tempio ove Dio poté abitare».

Dalle parole di Rudolf Steiner emerge la ‘legge del sacrificio’. Si tratta dello stesso sacrificio che ritroviamo in India sin dai tempi più antichi, ossia nei testi sacri dei Veda, nei quali dal sacrificio di Prajapati nasce l’Universo, e sorge Ṛtà, l’ordine cosmico. Lo stesso sacrificio lo ritroviamo in Grecia nel mito di Dioniso dilaniato dai Titani, e in Egitto in quello di Osiride assassinato e fatto a pezzi da Set-Tifone. Quella del sacrificio fu ritenuta essere la legge, Dharma, che ‘regge’, ‘sostiene’, la manifestazione cosmica. Infatti, il sanscrito Dharma ha la stessa radice del latino firmus: ciò che è saldo, stabile, incrollabile. Vedremo che questo sacrificio è duplice: da una parte, è il sacrificio di ciò, involvendosi, ‘scende in basso’, ossia il sacrificio di ciò che è ‘inferiore’; ma è eziandio il ‘sacrificio’ di ciò che, evolvendosi, ‘ascende in alto’, ossia di ciò che è ‘superiore’, ma che poi va incontro a ciò che, sacrificandosi, è rimasto in una condizione ‘inferiore’ allo sopo di permettere a ciò che è ‘superiore’ di ‘ascendere in alto’. Del resto, questo è il senso – o almeno, uno dei sensi – della ‘lavanda dei piedi’ dell’Iniziazione cristiano-gnostica descritta da Rudolf Steiner in moltissimi dei suoi cicli di conferenze, in particolare nella sua esegesi del Vangelo di Giovanni. Nel ‘sacrificio’ di ciò che, involvendo, ‘rimane indietro’, in una condizione ‘inferiore’, avremo la spiegazione dell’origine del Male, mentre nel ‘sacrificio’ di ciò che da una condizione ‘superiore’, acquisita evolvendo, va incontro a ciò che è ‘inferiore’, per ‘risollevarlo’, ‘trasformarlo’, ‘trasmutarlo’, avremo l’essenza dell’insegnamento di Mani e la missione del Manicheismo: la redenzione del Male.

Quanto all’origine e alla funzione del Male, nel divenire cosmico, Rudolf Steiner così ne parla nel proseguo della sua esposizione, pp. 171-175, mettendone in evidenza la natura non assoluta, anzi relativa, e finalizzata:

«Ma se si fosse realizzata soltanto questa evoluzione, sarebbe mancato ancora qualcosa: avremmo avuto minerali, piante, animali e persino uomini dal cervello sviluppato e capaci di giungere alla forma umana attuale, ma qualcosa sarebbe rimasto allo stato lunare. Sull’antica Luna non vi era nascita, né morte.

Ci si rappresenti il complesso umano senza il corpo fisico: non vi sarebbe necessità di morte; il rinnovamento dell’essere avverrebbe in modo diverso dalla nascita attuale. Parti del corpo eterico e del corpo astrale si rinnoverebbero per mezzo del ricambio, ma il complesso si conserverebbe costante. Intorno ad un centro inalterato, solo le superfici sarebbero il luogo di scambio con l’ambiente esterno. Così avveniva sulla Luna; l’uomo non vi compiva che delle metamorfosi: né nascita, né morte, bensì una incessante trasformazione. Ma in tale stato non era ancora pervenuto alla coscienza. Gli dei che l’avevano formato erano intorno a lui, dietro di lui, non in lui; essi erano rispetto a lui ciò che l’albero è rispetto al ramo, o il cervello rispetto alla mano: la mano si agita, ma la coscienza del movimento è nel cervello. L’uomo era un ramo dell’albero divino, e, se la sua evoluzione sulla Terra non avesse modificato tale stato, il suo cervello non sarebbe stato che un fiore dell’albero divino, i suoi pensieri si sarebbero riflessi nello specchio della sua fisionomia, ma egli non avrebbe saputo nulla dei propri pensieri; la nostra Terra sarebbe stata un mondo di esseri dotati di pensieri, ma non di coscienza, un mondo di statue animate dagli dei, particolarmente da Iehovàh.

Che cosa avvenne per cambiare la faccia delle cose e come è giunto l’uomo all’indipendenza?

Quando in una scuola vi sono più classi, vi sono allievi che le percorrono tutte ed altri, invece, che non riescono a farlo. Gli dei della natura di Iehovàh erano in grado di poter discendere nel cervello umano, ma altri spiriti, che sulla Luna facevano parte degli spiriti del fuoco, non avevano ancora compiuta la propria evoluzione e in luogo di penetrare, sulla Terra, nel cervello dell’uomo, si unirono al suo corpo astrale. Tale corpo astrale è fatto di istinti, di desideri, di passioni: è in esso che si rifugiarono quegli spiriti del fuoco, che non avevano raggiunto la loro evoluzione sulla Luna; essi ebbero asilo nella natura animale dell’uomo, là dove s’elaborano le passioni, e al tempo stesso dettero a tali passioni uno slancio superiore. Fecero penetrare l’entusiasmo nel sangue e nel corpo astrale. Gli dei di Iehovàh avevano dato la forma pura e fredda dell’idea, ma fu per gli altri spiriti, i quali possono chiamarsi luciferici, che l’uomo divenne capace di entusiasmarsi per le idee e di parteggiare appassionatamente in favore o contro di esse. Se gli dei iehovici hanno modellato il cervello umano, gli spiriti luciferici hanno collegato questo cervello ai sensi fisici, per mezzo delle ramificazioni nervose che fanno capo agli organi sensorî. Lucifero vive in noi da altrettanto tempo che Iehovàh.

Tutto ciò che passa attraverso i sensi e dà all’uomo una coscienza oggettiva di ciò che l’attornia, egli lo deve agli spiriti luciferici. Se agli dei deve il pensiero, deve a Lucifero di esserne cosciente. Lucifero vive nel suo corpo astrale ed esercita la propria attività nello schiudere i suoi nervi alla sensibilità. Perciò il serpente del Genesi (III, 5) dice: «Ma Iddio sa che… i vostri occhi si aprirebbero». Queste parole si debbono intendere alla lettera, perché nel corso dei tempi gli spiriti luciferici hanno aperto i sensi dell’uomo.

La coscienza s’individualizza attraverso i sensi. Senza l’apporto del mondo sensibile, i pensieri dell’uomo non sarebbero che dei riflessi della divinità, degli atti di fede, non di conoscenza. Le contraddizioni tra fede e scienza provengono da questa duplice origine del pensiero umano. La fede si volge verso le idee eterne, verso le idee madri che hanno i loro prototipi negli dei; la scienza, la conoscenza del mondo esteriore, attraverso i sensi, viene dagli spiriti luciferici. L’uomo è divenuto ciò che è unendo il principio luciferico all’intelligenza divina. È questa fusione in lui di principî opposti che gli dà la possibilità del male, ma nello stesso tempo quella di aver coscienza di sé, di scegliere e di essere libero. Solo un essere capace d’individualizzarsi ha potuto essere a ciò aiutato da tale opposizione di elementi in sé. Se l’uomo, mentre discendeva nella materia, non avesse ricevuto che la forma datagli da Iehovàh, sarebbe rimasto impersonale.

Lucifero è dunque il principio che permette all’uomo di divenire veramente un uomo indipendente dagli dei. Il Cristo, o logos, manifestato nell’uomo, è il principio che gli permette di risalire sino a Dio.

Prima del Cristo l’uomo possedeva il principio di Iehovàh, che gli conferiva la forma, e quello di Lucifero, che lo individualizzava: era diviso tra l’obbedienza alla legge e la rivolta dell’individuo. Ma il principio del Cristo venne a stabilire l’equilibrio tra i due primi, insegnando a ritrovare nell’interiore stesso dell’individuo la legge primitivamente data dall’esterno. È ciò che spiega san Paolo il quale fa della libertà e dell’amore il principio cristiano per eccellenza: la legge ha retto l’antica alleanza, come l’amore regge la nuova. Troviamo dunque nell’uomo  tre principi inseparabili e necessarî alla sua evoluzione: Iehovàh, Lucifero il Cristo».

Ma Rudolf Steiner, nel medesimo ciclo di conferenze da lui tenute a Parigi nel 1906, dopo aver affrontato il mistero dell’origine e del significato del Male, in funzione della formazione della coscienza e della realizzazione della libertà dell’uomo, affrontò pure nell’ultima conferenza, che rappresenta il XV capitolo del libro trascritto da Édouard Schuré, nella traduzione di Bruno Roselli ed edito dai Fratelli Bocca nel 1940, intitolato L’Apocalisse, il problema della ‘trasformazione’ del Male in Bene, della sua ‘trasfigurazione’, della sua alchemica ‘trasmutazione’, ossia della trasformazione della ‘tenebra’ in ‘luce’, della ‘materia’ in ‘spirito’. E questa viene ad essere la missione presente e futura del Manicheismo. Infatti, così leggiamo alle pp. 188-190:

«Analogamente, ciò che l’uomo possiede oggi nell’intimo della sua anima – i suoi pensieri, i suoi sentimenti – si esteriorizzerà e diverrà il suo ambiente. L’avvenire riposa in seno all’uomo: a lui la scelta di farne un avvenire di bene o di male. E come l’uomo ha lasciato dietro di sé, nel passato, ciò che costituisce il mondo animale odierno, così ciò che oggi è il male in lui formerà in avvenire, una specie di umanità degenerata. Attualmente, possiamo più o meno nascondere il bene od il male che sono in noi: verrà un giorno in cui non lo potremo più, in cui saranno scritti in modo indelebile sulla nostra fronte, sul nostro capo e persino sulla faccia della Terra. Allora, l’umanità si scinderà in due razze. Come incontriamo oggi delle rocce o degli animali, incontreremo allora degli esseri di puro male e di bruttezza. Oggi, solo il chiaroveggente legge negli esseri la loro bontà o la loro bruttezza morale; ma quando i caratteri somatici dell’uomo saranno l’espressione del suo carma [sc. Karma], gli uomini si distingueranno da se stessi, secondo la corrente alla quale manifestamente apparterranno; secondo che in essi la natura inferiore sarà stata vinta o avrà, invece trionfato sullo spirito. Tale distinzione comincia, a poco a poco, ad operarsi. Quando s’attinge nel passato la comprensione dell’avvenire e quando si vuole lavorare a realizzare l’ideale di tale avvenire, se ne vedono profilarsi i segni. Una nuova razza si formerà, che sarà l’anello tra gli uomini attuali e gli uomini spirituali dell’avvenire.

Occorre distinguere tra l’evoluzione delle razze e quella delle anime. È lasciato alla libertà di ciascuna anima di svilupparsi sino alla forma esteriore che avrà il proprio carattere del bene che incarnerà; si apparterrà liberamente a tale razza, per uno sforzo dell’anima individuale; la razza non sarà più una costrizione per le anime, ma lo scopo della loro elevazione.

Il senso della dottrina manichea è che le anime si preparano sin d’ora a tramutare in bene il male che apparirà nella sua pienezza soltanto nella sesta epoca. Occorrerà, infatti, che le anime umane siano molto possenti a far uscire il bene, per mezzo di una alchimia spirituale, dal male che si manifesterà.

Quando l’evoluzione del pianeta terrestre ripasserà, in senso inverso, per le fasi anteriori della sua involuzione, si verificherà dapprima una riunione della Terra con la Luna, poi di nuovo di questo globo misto col Sole. Ora, la riunione con la Luna segnerà il punto culminante del male sulla Terra, e l’unione successiva col Sole segnerà, per converso, l’avvento della felicità, il regno degli eletti».

Per l’uomo attuale, ossia per l’uomo del XXI secolo, nato in Occidente, e cresciuto all’interno di una civiltà materialistica, tecnologica, e intellettualistica, la cosmogonia manichea sicuramente non è di facile accostamento e comprensione. Mani parlava ad uomini antichi, nati per lo più in Oriente, che disponevano in parte ancora di una chiaroveggenza istintiva, uomini che ancora pensavano per immagini, e non per concetti astratti, uomini per i quali il linguaggio immaginativo toccava ancora corde profonde dell’anima, e risvegliava più facilmente le risonanze di una memoria spirituale. In effetti, non è certo con l’arido, e cerebrale, pensiero intellettualistico dell’uomo attuale, che si può cogliere il significato profondo della cosmogonia manichea. Ma, a tal fine, ci giunge in aiuto la Scienza dello Spirito, l’Antroposofia conquistata e donataci dal Maestro dei Nuovi Tempi, il quale per la prima volta al mondo ha tradotto l’esperienza della concreta percezione spirituale nell’umano linguaggio concettuale. Come fece notare Simone Hannedouche, amica e discepola di Déodat Roché, a sua volta seguace entusiasta dell’Antroposofia, in due conferenze, Manès et le Manichéisme, e Le Catharisme Résurgence du Manichéisme, da lei tenute presso la sede della Association de Science Spirituelle, e pubblicate nei Cahiers d’Études Cathares, Ire Série, 5e année, 1954, N° 20 e N°21, 1955, la parola di Rudolf Steiner ha portato una grande luce anche su questo problema. Infatti nella prima conferenza Simone Hannedouche afferma:

«La Cosmogonia di Mani che Sant’Agostino ricostruisce sulla base della «Epistola del Fondamento» –  oggi perduta – e che si ritrova nei Kephàlaia (i Capitoli) attribuiti a Mani stesso, o a suoi discepoli immediati, è abbastanza difficile da comprendere in ragione della sua complessità e soprattutto del suo carattere immaginativo; poiché Mani si rivolgeva a popolazioni orientali che pensavano ancora per immagini. Ma riferendoci all’evoluzione cosmica, spiegata ai pensatori occidentali da Rudolf Steiner, potremo constatare la stupefacente concordanza che esiste tra le due, e l’una ci aiuterà a comprendere l’altra».

La cosa è per noi tanto più stupefacente in quanto i Kephàlaia manichei furono trovati a Medinet Madi, nel Fayyûm egiziano, solo nel 1931: sei anni dopo la dipartita di Rudolf Steiner. Tradurrò e trascriverò – per utilità del volenteroso lettore – alcuni passi della bella sintesi che Simone Hannedouche fa della sorprendente concordanza tra l’immaginativa cosmogonia manichea e la concettualmente rigorosa cosmologia propria della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Così leggiamo nella prima conferenza-articolo:  

«Bisogna dapprima fare lo sforzo di pensare lo Spirito prima dell’apparizione dello spazio e del tempo: un oceano senza limiti di entità spirituali in incessante attività di pensiero; attività naturalmente invisibile ad occhi umani. Ma quel che occorre sottolineare, è che, benché distintegli uni dagli altri, questi esseri spirituali non sono separati, divisi: essi costituivano veramente un oceano agitantesi di pensieri creatori.

Ora, può accadere – ed è accaduto – che una parte di quest’oceano si separi dal resto, senza barriera separatrice naturalmente, divenendo in qualche maniera più ricettiva: una sfera immensa di essenza spirituale si offre all’attività delle entità circostanti. Si concepisce che, spiritualmente, si produce la separazione: uno «spazio» si pre-forma nello Spirito. Questa essenza spirituale, ancora appena distinta, è, secondo Rudolf Steiner, l’essenza dei Troni, e, l’immensa sfera ch’essa offre all’attività ambiente, è il periodo che la Scienza Occulta denomina come quello di Saturno.  Essa ruota su se stessa per permettere ad ogni gruppo di entità di pre-formare in successione le dodici parti del futuro corpo umano, e si stabilisce una successione: il tempo. Lo spazio a tre dimensioni non si formerà in realtà che sulla T erra. 

La Scienza Occulta indica poi come questa essenza saturnia, che può essere paragonata ad una specie di calore estremamente sottile, si sia condensata poco a poco restringendosi. Essa si scinde: una parte delle entità ricettive, troppo lente ad evolversi, tendono a ritardare l’evoluzione, ad appesantire il globo, mentre altre evolvono verso la pura luce. La sfera pimitiva passa così dal calore sottile allo stato di fumo, di vapore, si dice generalmente: di aria, poi secondo la medesima tendenza, allo stato liquido, e infine allo stato solido della nostra Terra attuale. La separazione iniziale si è dunque accentuata al punto di giungere ad una «Terra» completamente isolata in se stessa, e la cui materia densa è il contrario stesso dello Spirito; e poiché questa materia è, in origine, essenza di volontà spirituale (i Troni), essa manifesta ormai una tendenza estrema a mantenere questo isolamento, a divenire un mondo indipendente, il contrario, il nemico dello Spirito primordiale. Se questo irradia  come la luce, la Terra solida, al contrario, è oscurità; è l’opposizione manichea della «Terra lucida» primitiva, e della «Terra pestifera» attuale. È altresì ciò che si può chiamare il Male cosmico per opposizione al Bene cosmico, e procedente dalla divinità creatrice.

Ora, il corpo dell’Uomo, in origine fatto di calore, ha partecipato a questa densificazione; se non è arrivato alla durezza cristallina delle nostre montagne primarie, è che esseri spirituali lo hanno protetto da ciò, la carne che lo costituisce è ancora compenetrata di vita; solo, la struttura di sostegno, lo scheletro, si è ossificato, e la testa, per lungo tempo aperta verso l’alto, si è richiusa, isolando così il pensiero. Questo pensiero che la vita divina non attraversa più, questo pensiero «umano», è alla base di ciò che noi chiamiamo coscienza; esso è la condizione della nostra libertà nei confronti degli dèi. […] Il male cosmico ha dunque come risultato – e come scopo – quello di realizzare delle individualità umane, coscienti, e libere:  

«Le forze del male non esistono nel cosmo per portare gli uomini ad azioni delittuose. Esse esistono invece per suscitare nell’uomo, quand’egli sia chiamato a sviluppare l’anima cosciente, l’inclinazione ad accogliere la vita spirituale  nel modo», Rudolf Steiner, Lo studio dei sintomi storici, V conferenza , tenuta a Dornach, il 26 ottobre 1918, Editrice Antroposofica, Milano, 1961, p.105.

[HdP: per la sua importanza rispetto al tema della funzione del Male nell’evoluzione dell’uomo e del mondo nel Manicheismo, trascrivo qui il corrispondente testo tedesco di Rudolf Steiner: «diese Kräfte des Bösen, um den Menschen zu verbrecherischen Handlungen zu führen, sondern sie sind im Weltenall dazu vorhanden, um, wenn der Mensch aufgerufen ist zur Bewußtseinsseele, in ihm die Neigung hervorzurufen, das geistige Leben so zu empfangen», Rudolf Steiner, Zeitgeschichtliche Betrachtungen, GA-185, Rudolf Steiner Verlag, Dornach. 1982, p. 111]

La coscienza della nostra solitudine, di quel che si chiama oggi l’assurdità della condizione umana, ci condurrà in effetti a ricercare e a ritrovare lo Spirito. Ma innumerevoli esseri hanno accettato nel nostro interesse di lasciarsi stregare [ensorceler in francese] nella materia, se altri hanno rallentato la loro evoluzione per non abbandonarci interamente, non è altro che giusto che l’uomo, dotato di un vantaggio inestimabile, li restituisca, poco a poco, nella misura dei suoi progressi, alla loro condizione spirituale prima, e, a sua volta, li aiuti nella loro evoluzione, giacché tutto evolve: è il debito cosmico dell’Uomo nei confronti dei regni inferiori. Tuttavia non vi è  soltanto il male cosmico: tutti abbiamo in noi la tendenza a isolarci nella nostra individualità personale, non soltanto dagli dèi, ma anche dai nostri fratelli umani: l’egoismo, l’incomprensione, la frenesia di voler tutto riportare a sé, è il male umano. Bisognerà vincere  anch’esso, e risollevare coloro che vi si abbandoneranno: questa redenzione, lenta ma necessariamente totale degli uomini malvagi e dei regni inferiori che si sono sacrificati per noi, è la ragion d’essere del manicheismo».  

Possiamo dire che questo pensiero dell’operare alla salvezza di coloro che per noi si sacrificarono, affinché ascendessimo ad una condizione spirituale più alta, sia l’essenza cristica stessa del Manicheismo, così come lo è della concezione del Mahâyâna del Bodhisattva, il quale è talmente interiormente ‘libero’ da decidere coraggiosamente di ‘rimandare’, sine die, la propria stessa ‘liberazione’, e la stessa beatitudine del Nirvâṇa, sino a che «l’ultimo filo d’erba, e l’ultimo granello di sabbia del Gange, non abbiano raggiunta l’Illuminazione, e la Liberazione prima di lui». È la Via della ‘Grande Compassione’, Mahâkaruṇa, che scaturisce dalla della ‘Sapienza Trascendente’, Mahâprajñâ, : la Via del Bodhisattva Avalokiteśvara. È l’impulso cristico del Graal, che nel Parzifal di Wagner fa pronunciare le parole finali: «Salvezza al Salvatore». Ma proseguiamo con la trascrizione delle parole di Simone Hannedouche:

«Ciò [sc. la redenzione e il risollevamento di coloro che, sacrificandosi per noi, sono caduti in una condizione inferiore] non si farà senza lotte, e la resistenza sarà violenta: è per questo motivo che Mani presenta la sua cosmogonia  come un combattimento che comincia con la manifestazione: da lì viene l’accusa di dualismo assoluto. Egli non parla di ciò ha preceduto tale lotta, egli insiste sull’esistenza effettiva del male, che Sant’Agostino negherà.

Il primo Eterno esiste prima di tutto ciò che è esistito ed esisterà: questo Dio unico è al di sopra di tutto, è il Padre della Grandezza (Zervan, il Tempo senza limiti) e dai lui procedono le «emanazioni divine». […]

La cosmogonia di Mani ci pone immediatamente nella fase di evoluzione che R. Steiner chiama la fase solare; l’elemento di calore si condensa, la luce si svincola verso l’alto, mentre che il «fumo», l’aria, si accumula verso il basso. Durante l’evoluzione del mondo solare, gli Arcangeli si costituiscono un corpo gassoso, ma lo lasciano, secondo un ritmo regolare, per irradiare nello spazio la Saggezza divina. È allora che si stabilisce un antagonismo: Lucifero l’entità ribelle, sedotto da Satana, il principe delle tenebre, vuole restare presente in questo corpo gassoso ed impadronirsi per se stesso della Saggezza divina, per rinchiuderla in sé e non irradiarla; mentre Colui che chiamiamo il Christo, si offre alle entità divine superiori perché, attraverso di Lui, esse possano irradiare la Saggezza. Due «regni», secondo l’espressione manichea, sono così in presenza; quello del Principe delle Tenebre la cui «sostanza» è l’aria e quello dell’Entità di Luce. E il desiderio nasce nel  Principe delle Tenebre di «conquistare con i suoi demoni quella regione straniera e sfolgorante, e di assimilarsela inghiottendola in sé», H. Ch. Puech, Le Manichéisme, Civilisation du Sud, S.A.E.P., Paris, p. 76.

Di fronte alla minaccia di un tale assalto, il Padre della Grandezza invia la propria «anima», quell’«io» che Mani chiama l’Uomo primordiale, ma questo Messaggero viene divorato dai Demoni. È facile riconoscere qui l’azione dei Cherubini che, dal circolo dello Zodiaco circondante la sfera solare, proiettano nella parte gassosa l’immagine delle quattro forme primordiali, l’Aquila, il Toro, il Leone, e l’Angelo, la cui armonia l’Uomo futuro realizzerà. Il Padre della Grandezza «mescola» così all’oscurità, quel lievito di potenza divina, di vita, che a poco a poco trionferà delle forze di condensazione inerenti all’elemento oscuro che diventerà materia.

E, difatti, per salvare l’Uomo primordiale  così «inghiottito», il Padre della Grandezza suscita una seconda creazione, lo «Spirito Vivente», che interviene in una nuova fase dell’evoluzione: l’antica Luna, secondo la Scienza Occulta di Rudolf Steiner. – L’aria è divenuta acqua e, in quel nuovo abisso, Lucifero è caduto con i suoi angeli, trascinando l’Uomo primordiale. Ma lo Spirito Vivente «chiama»: la Scienza Occulta spiega che ad ogni condensazione risponde uno svincolamento di un elemento più puro: il suono corrisponde all’acqua. Essi si separano più nettamente di quanto non abbiano fatto la luce e l’aria nel Sole: due astri si distaccano, l’uno, luminoso, l’altro, oscuro: è ciò che Mani indica con la chiamata dello Spirito Vivente e la risposta dell’Uomo primordiale che sale dall’abisso. Lo Spirito Vivente tende allora la mano destra all’Uomo primordiale ch’egli trae fuori dall’oscurità: questo segno di saluto si è conservato nella stretta di mano manichea. 

Ma se l’Uomo primordiale irradia come un nuovo Sole al di sopra dell’abisso, la sua anima è rimasta mescolata agli elementi densificati: essa è, in effetti, quella sostanza luminosa derubata e conservata da Lucifero. Lo Spirito Vivente organizza allora la fase seguente dell’evoluzione della Terra con il «rozzo corpo degli Arconti». Noi riconosciamo la struttura della Terra con i suoi continenti, i suoi oceani, ed altresì la disposizione del Cosmo con i dieci firmamenti, le dieci gerarchie (contando quella dell’uomo) e le otto terre, cioè gli otto pianeti dell’Omoforo, il corpo, il corpo portatore dell’uomo, porta sulle sue spalle: Terra, Luna, Venere, Mercurio, Sole, Marte, Giove e Saturno.

E, come terzo inviato, il «Messaggero», che forma il nostro «sé spirituale» (secondo Steiner), incaricato di liberare poco a poco la luce rimasta prigioniera nella materia mediante la trasmutazione di questa in spirito: ma sorge un nuovo contrattempo: la bellezza della forma luminosa del Sé spirituale suscita il desiderio di «Az», la materia concupiscente. Essa costruisce dei corpi della stessa forma, li riempie di materia, e Lucifero porta le anime ad introdurvisi «per conoscervi il bene e il male». E le anime sedotte si ritrovano prigioniere di quei corpi di carne e legati alla Terra mediante la procreazione carnale. La minaccia è grave: diviene necessario un quarto inviato: è Gesù-Splendore, Gesù Glorioso, l’Uomo-Dio, che noi chiamiamo il Christo. Questi «risveglia Adamo, gli apre gli occhi lo fa alzare ed ergersi… gli rivela l’origine infernale del suo corpo, la sorgente celeste del suo spirito, gli disvela la «gnosi», la scienza di tutte le cose, di tutto ciò che è stato, di tutto ciò che è, e di tutto ciò che sarà», H. Ch. Puech, op. cit., p. 82.

A partire da questo momento, grazie alle forze solari del Christo ch’egli può prendere in sé, è l’uomo che condurrà la lotta contro il male, liberare la propria anima, e riconquistare il proprio corpo spirituale così come i suoi principi spirituali sino all’Io primordiale. I tre sigilli dell’iniziato manicheo sono i segni di questa evoluzione, ma l’uomo, perfezionandosi, purificandosi attraverso vite successive, libera la «sostanza divina inghiottita, che emerge e si libera dell’Oscurità al tempo stesso che esaurisce la vita della materia», H. Ch. Puech, op. cit., p. 83. Le peripezie di questa lotta, indicate sino al completamento della fase terrestre fisica, concordano con quelle che annuncia Giovanni nell’Apocalisse. In quel momento, la «Statua umana» sarà completata: il sé spirituale nel corpo spirituale, ma la realizzazione completa dell’Uomo, spirito della decima gerarchia, e la redenzione del male proseguiranno in fasi di evoluzione che Mani non precisa più e che dobbiamo ricercare nella Scienza dello Spirito.

***

Certamente, il manicheismo è all’opera sin dalla venuta del quarto inviato, il «Gesù-Glorioso», ma esso non si rivela che nel terzo secolo della nostra era con l’incarnazione di Mani. Prima del Christo, erano gli dèi di luce stessi che intervenivano per impedire alle anime di sprofondare totalmente nell’abisso; ora che esse hanno la forza di salvare se stesse, prima che l’Uomo abbia piena coscienza del suo potere, è Mani che interviene ogni volta che un pericolo grave minaccia l’evoluzione umana. […] È per questo che il suo nome personale rimane ignorato: egli è «Manas, Mani», il Sé spirituale e i suoi discepoli lo venerano come il Paraclito, lo Spirito Consolatore promesso dal Christo, lo «Spirito Santo».

Nel mito del Graal, nel suo precipitare dai Cieli, dal mondo della Luce, in séguito alla lotta con l’Arcangelo Michael, Lucifero perdette la pietra verde ch’egli portava col suo diadema sulla fronte. Da questa pietra verde venne poi ricavato il Graal, il Sacro Calice nel quale Giuseppe d’Arimathea raccoglierà parte del sangue del Christo. Il Graal fu portato in Occidente – fatto estremamente significativo – e dato in custodia prima a Titurel, poi ad Anfortas, e custodito nella inaccessibile Sacra Rocca, nel Castello del Graal. Infine, fu Parzifal a divenire Re e Custode del Graal. Per chi conosca la ‘leggenda del Graal’, così come essa venne sapientemente raccontata da un Iniziato come Wolfram von Eschenbach, non vi è alcun dubbio circa il fatto che, nella saga da lui riportata, si abbia a che fare con una forma iniziatica, e profondamente spirituale, di Cristianesimo che nulla doveva all’imperante, e arrogante, ortodossia  cattolica, che proprio in quegli anni, nella cosiddetta ‘crociata contro gli albigesi’, procedeva a sterminare i catari, da essa definiti, dal suo punto di vista con ragione, ‘manichei’. Anzi, molti studiosi hanno visto nella ‘spiritualità misterica’ che aleggia nella trilogia di Wolfram von Eschenbach – il Titurel, il Willehalm, il Parzifal – una forma di spiritualità ‘catara’ e ‘manichea’. La cosa è per me assolutamente certa, se si tien conto del fatto che Rudolf Steiner parla di Parzifal come del rinato Mani. Alla base dell’impresa del Graal vi è la restituzione dello stato primordiale dell’uomo in forma novella, la ricostituzione dell’Androgine Celeste, della Coppia Univoca, la redenzione del Male mediante la sua trasmutazione in Bene, la trasformazione della Tenebra in Luce.   

Nel mito, riportato da vari autori, il Graal è sia una ‘pietra’ – la gemma perduta da Lucifero nella sua caduta dai Cieli – sia un ‘vaso’, un ‘calice’ nel quale venne raccolto sul Golgotha il sangue del Christo – ed è singolare che il nome ‘Mani’ – che in sanscrito significa ‘gemma’, ‘pietra preziosa’, come nel caso della ermetica e alchemica ‘pietra filosofale’, autrice di ogni mirabile ‘trasmutazione’ – e che in siriaco ‘Mana’ significhi ‘vaso’, ‘ricettacolo’, e che Agostino di Ippona, che nella sua gioventù era stato ‘uditore’ manicheo per nove anni, riferisca che per i suoi antichi compagni di fede il nome ‘Manicheus’ – come anche veniva trascritto il suo nome nelle fonti latine –  significasse «pietra vivente» o «vaso vivente» (in siriaco Manî Hayyâ, e Mana Hayyâ). Questo ci riporta al tema del Graal, e della sua impresa. Il lettore avrà modo, nel proseguo del presente studio, di vedere la connessione profonda di queste considerazioni col tema che tanto ci preme approfondire.

L’ARCHETIPO-MAGGIO 2020

Anno XXV n. 5

Maggio 2020

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Finalmente-liberi

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. QUINTA PARTE.

MANI_of_Cao'an;_the_Buddha_of_Light

(Mani)

Sin dall’inizio di questo nuovo studio, già nella parte introduttiva è stato parlato della lotta di Michele contro il Drago. Lotta che nella storia cosmica della Terra e dell’uomo – secondo le comunicazioni di Rudolf Steiner – si è ripetuta varie volte, ed è stata pure raffigurata in varie saghe e leggende. La lotta che, per il presente tema, riguarda l’uomo di quest’epoca, si svolse tra il 1841 e il 1879, tra Michele e le schiere degli Angeli ribelli, gli Spiriti delle Tenebre, i quali una volta sconfitti vennero cacciati dalla loro originaria dimora celeste, e precipitati giù nel terrestre, ove hanno operato nell’umano in maniera da allora sempre più distruttiva.

Si può dunque dire che tale lotta dai Cieli si sia spostata sulla Terra, da qui l’immagine, più volta evocata dal Maestro dei Nuovi Tempi, di Michele che incalza il Drago sin nel terrestre. Ma le schiere degli Spiriti delle Tenebre, già avverse all’uomo nella sfera cosmica, nel terrestre lottano per impadronirsi dell’umano, per asservirlo all’Oscuro Signore, per distoglierlo dal perseguire la sua mèta originaria, per obnubilarlo, per distruggerlo. Proprio per tale motivo, la drammatica situazione dell’uomo, non consente a questi di rimanere indifferente, neutrale, di fronte all’attuale lotta di Michele contro il Drago. L’uomo – il singolo uomo, e l’umanità tutta – si trova posta alla necessità di dover fronteggiare, di dover lottare, e vincere, il Male. Ma il dover lottare, dominare, e vincere il Male, implica – con logica stringente – l’esigenza di dover ‘conoscere’ il Male. Poiché si può dominare e vincere, unicamente ciò che si conosce. Per millenni tutto l’Oriente ha affermato, instancabilmente ripetuto, che l’ignoranza, la non conoscenza, è la radice di tutti i mali, mentre la ‘Conoscenza’, la ‘Gnosi’, è la fonte inesauribile di ogni bene. In fondo, anche il mondo antico dell’Occidente ha visto nella ‘Conoscenza’ non solo un valore supremo, ma anche in essa strumento e motivo di salvezza e di libertà. In modo particolare, nel Vangelo di Giovanni, 8, 32, è detto:  καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶςkài gnòsesthe ten alètheia, kài he alètheia eleutheròsei hymãs, ovvero, nella traduzione del valdese Giovanni Luzzi, «E conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». E poco oltre, 8, 36, ἐὰν οὖν ὁ υἱὸς ὑμᾶς ἐλευθερώσῃ, ὄντως ἐλεύθεροι ἔσεσθεeàn oùn hyiòs hymãs eleutheròse, òntos elèutheroi èsesthe«Se dunque il Figliolo vi farà liberi, sarete veramente liberi». Perché in Giovanni 14, 6, leggiamo Ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή, Egò eimì he hòdos kài he alètheia kài he zoè«Io sono la Via, la Verità, e la Vita». Dunque la ‘Conoscenza’ è la ‘Via’ per giungere alla ‘Verità’, che, sola, è la ‘Vita’. Ne consegue che l’ignoranza, la non conoscenza, è il malo sentiero che fa smarrire la retta ‘Via’, e conduce alla ‘menzogna’, e alla ‘morte spirituale’: questo è il Male. Perché il Male è ignoranza, è illusione fuor-via-ntetra-via-nte – anche etimologicamente –, è smarrimento, menzogna: morte.

L’uomo deve affrontare oggi il Male perché il mistero del Male è collegato con quello della realizzazione della libertà. Per cui, prima di affrontare la questione dell’azione attuale nell’umano degli Spiriti delle Tenebre, dopo loro cacciata dai Cieli, come conseguenza della vittoria di Michele, e il loro precipitare nel terrestre, è prima necessario risalire, e chiarire il mistero dell’origine e della finalità del Male nell’evoluzione del cosmo e dell’uomo. Ciò rende necessario che, in questa quinta parte del presente studio, si affronti preliminarmente il mistero, e il significato, di questa origine.

Rudolf Steiner ne L’evento della morte e i fatti del dopo morte, conferenza tenuta a Lipsia il 22 febbraio 1916, Editrice Antroposofica, Milano, 1990, tratta da ciclo Il legame tra i vivi e i morti, GA-168, Editrice Antroposofica, Milano, 2010, conferenza nella quale alle pp. 28-30, leggiamo:

«Sappiamo e ne abbiamo spesso parlato (lo voglio menzionare ancora qui per concludere) che all’esistenza spirituale nella quale viviamo prendono parte Lucifero e Arimane. Sappiamo pure che nella Bibbia Lucifero viene simbolizzato dal serpente, dal serpente sull’albero. Il serpente fisico però, così come lo sperimentiamo oggi e così come lo dipingerà un pittore di oggi ogni volta che dipinge il paradiso, il serpente fisico non è un vero Lucifero, ma la sua immagine esteriore, l’immagine  fisica. Il vero Lucifero è un’entità che è rimasta indietro al tempo dell’evoluzione lunare. […]

Ciò significa che non è davvero passato molto tempo da che gli uomini sono stati del tutto sospinti entro il piano fisico. Quel che oggi ci viene raccontato dal mondo materialistico come decorso della storia spirituale dell’umanità, in sostanza non è altro che un inganno, poiché ci si immagina che l’uomo sia stato sempre come è diventato soltanto nei secoli più recenti, mentre non è per nulla lontano il tempo in cui con la sua antica chiaroveggenza guardava nel mondo spirituale. Solo che dovette uscirne, poiché non era libero, dovette uscirne per poter ricevere la piena libertà e la coscienza dell’io; ora deve riuscire a rientrare nel mondo spirituale. Per questa ragione la scienza dello spirito prepara qualcosa di importante, di essenziale: reinserirsi nel mondo spirituale. Sempre di nuovo possiamo porci davanti all’anima quanto sia importante il percepire, il sentire che le poche persone che oggi vivono in mezzo al mondo materialistico e che attraverso il proprio karma sono portate a cogliere i compiti più importanti dell’umanità per il futuro, che queste poche persone, attraverso la propria vita animica, hanno qualcosa di importante, di importantissimo. Senza essere superbi, occorre appunto pensare in tutta modestia e umiltà, quanto grande sia la differenza fra un’anima che si addentra nel mondo spirituale, e tutte le altre persone superficiali che oggi non ne hanno idea alcuna, e in particolare non vogliono avere idea alcuna dello spirito». 

Poiché Rudolf Steiner, nell’affrontare il mistero dell’origine del Male, varie volte fece riferimento alla figura di Mani, e alla corrente spirituale del Manicheismo, ch’egli descrisse come corrente spirituale addirittura superiore alla stessa corrente iniziatica rosicruciana, e poiché egli riconnetté apertamente al Manicheismo la corrente del Graal, è importante dare al lettore un quadro sia della vita di Mani, che del suo Insegnamento. Nel proseguo del presente studio verrà data anche una interpretazione di tale Insegnamento. Nella ‘lezione esoterica’ qui novellamente tradotta e presentata, Rudolf Steiner riguardo alla vita di Mani riporta una significativa ‘leggenda simbolica’, che per millesettecento anni venne tramandata all’interno di varie confraternite occulte che dal Manicheismo in vario modo nel corso di molti secoli gemmarono, e ad esso si richiamarono. Può, forse, essere di ausilio allo studioso leggere anche ciò che è scritto nell’Introduzione del Curatore della traduzione italiana dell’opera di Déodat Déodat degli Studi manichei e catari, pubblicata dalla felsinea casa editrice CambiaMenti, Bologna, 2002, ove alle pp. XXVIII-XXXV, leggiamo:  

* * * 

Vita di Mani

Mani nacque a Mardinu o Afrûnya, un piccolo sobborgo della Babilonia, nei pressi di Seleucia-Ctesifonte, allora capitale, profondamente ellenizzata, dell’impero partico degli Arsacidi, che presto soccomberanno sotto i colpi della sorgente dinastia persiana dei Sasanidi. La data della sua nascita, il 14 aprile 216 della nostra era, corrispondente allo 8 Nisan 527 dell’era seleucide, viene riportata nello Šabuhragan, opera in mediopersiano che lo stesso Mani dedico a Šâhpuhr, figlio di Ardašir, fondatore della dinastia sasanide. La stessa data è riportata nel primo dei Kephàlaia, vera summa dell’intera dottrina manichea in lingua copta, trovati nel 1930 a Medînet Mâdî, nel Fayyûm egiziano. Il suo nome, anticamente reso con Manes Manete o ancora Manichaios Manicheus, viene dal siriaco Mânî Ḥayyâ, «Mani il Vivente». Egli era di stirpe iranica: suo padre proveniva da Hamadan, l’antica Ecbatana della Media, ed era legato per parentela alla famiglia reale arsacide; sua madre Maryam, della famiglia dei Kamsaragân, aveva anch’essa parentela con gli Arsacidi.

Suo padre Patîk, in seguito ad una profonda crisi religiosa attraversata, e ad un comando interiore ricevuto in un tempio di Ctesifonte, aveva iniziato una ricerca spirituale, che lo condusse  ad unirsi, per lunghi anni, ai seguaci di una comunità giudeocristiana a carattere gnostico, i cui fedeli vengono chiamati nelle fonti greche e copte baptistai («battezzatori»), almuġtasilah («coloro che si lavano») dalle fonti arabe e mênaqqedê («coloro che si purificano») o ḥallê ḥewârê («dalle vesti bianche») in quelle siriache. Inizialmente questi seguaci furono scambiati, dagli studiosi moderni, per Sabei Mandei, appartenenti quindi a correnti gnostiche non cristiane o addirittura anticristiane. Ma, dopo il ritrovamento del codice greco di Ossirinco, nell’Alto Egitto, si è identificata con assoluta certezza questa comunità con quella fondata da Elkhasai attorno all’anno 100 della nostra era e che variamente si diffuse dalla Palestina alla Mesopotamia. Si trattava appunto, e lo si sa da molte fonti eresiologiche cristiane, tra cui Epifanio, di una comunità giudeo-cristiana a sfondo gnostico. In essa l’elemento della conformità alla Legge, ereditato dalla Tôrâebraica, era molto forte. All’interno di questa comunità fu allevato Mani dall’età di quattro anni. All’età di dodici anni egli ebbe la rivelazione paracletica attraverso la visione di un essere angelico, vero suo alter ego, che egli denominerà come «il Compagno», «il Gemello» (at-Tawm in siriaco). Questi, annunciandogli la sua futura missione, gli trasmise, con lampeggiamento istantaneo, la ‘Conoscenza’ trascendente, che lo fece diventare nei confronti del Paracleto «un corpo e uno spirito con lui» (Kephàlaia I, p. 16, 23 et seq.). Questa Rivelazione, che si ripeté quando egli ebbe ventiquattro anni, lo condusse fuori della comunità elcasaita e costituì la consacrazione dell’inizio della sua missione. Questa Rivelazione cosi viene espressa nelle parole di Mani riportate nei Kephalaia: «Negli anni stabiliti, sotto il regno di Ardašir, scese su di me il Paracleto Vivente e mi parlo. Mi rivelò il mistero occulto, che era nascosto al mondo e alle generazioni: il mistero delle profondità e delle altezze; mi rivelò il mistero della luce e delle tenebre» (Kephàlaia I, p. 14). Consapevole della universalità del suo messaggio, egli volse dapprima la sua predicazione ad Oriente, recandosi nelle regioni dell’India settentrionale, nelle regioni del Tûrân e del Makrân (l’attuale Beluchistan), permanendovi circa due anni, sino alla morte di Ardašir I, avvenuta nel 242. Mani torno nella Babilonia e attraverso l’amicizia, o meglio la devota ammirazione che provavano per lui Mihršâh, governatore della Mesene, e Pêrôz, governatore del Khorâsân, ambedue fratelli del nuovo sovrano, lo šahanšah Šâhpuhr I, poté incontrare appunto quest’ultimo. Šâhpuhr rimase profondamente colpito dalla figura e dall’insegnamento di Mani e non solo gli accordò il permesso di predicare liberamente in tutto l’Impero, ma lo prese spesso nel suo seguito, per esempio nella campagna che lo portò allo scontro con Roma, nella guerra contro Valeriano (256-260). La sua attività missionaria fu intensissima e, già egli vivente, essa sorpassò le frontiere iraniche, penetrando in Palestina, in Siria e in Egitto. Il lungo regno di Šâhpuhr I (242-273) permise un ampio diffondersi della nuova religione. Anche Hôrmizd I (273-274), che successe brevemente a Šâhpuhr, fu favorevole a Mani. Le sorti mutarono invece con la salita al trono di Bahrâm I (274-277), sotto il cui regno si rafforzò l’ortodossia mazdea come religione di stato ed ideologia nazionale: presto intollerante, sotto l’influenza del clero mazdeo ed abilmente manovrato dal capo dei magi il môbêKartîr, con un pretesto chiamò a corte Mani e, dopo un colloquio tempestoso, che oppose la violenta arroganza di Bahrâm alla calma jeratica dell’Apostolo, oramai consapevole della propria prossima fine, lo fece imprigionare e condannare senza appello, sotto l’accusa di lesa maestà e corruzione della religione di Zarathuštra. Nella città di Gundêšâpuhr (l’Attuale Bêlapat) si consumò la Passione dell’Apostolo, chiamata dai manichei coi nomi cristiani di dargideh o di staurosis, cioe ‘crocefissione’. Mani fu incatenato al muro con sessanta libbre di catene, che gli impedivano anche il minimo movimento. Dopo ventisei giorni di questo martirio, terminatosi probabilmente il 26 febbraio del 277, egli, esausto, spirò attorniato solo da poche discepole elette. Secondo l’uso del tempo, si infierì sul suo cadavere mutilandolo, dopodiché esso fu gettato ai cani, fuori delle mura della città.

A cominciare dalla morte di Mani, tutta la vita della sua comunità fu il passare, in ogni paese, da una persecuzione all’altra, e meraviglia che tanto a lungo essa abbia potuto resistere prima di scomparire storicamente.

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L’insegnamento di Mani 

Come è stato già detto, la dottrina di Mani è essenzialmente una cosmologia, una gnosi o una theosophia, che vuole rivelare all’uomo, smarrito nella molteplicità materiale e oppresso da un oscuro soffrire, di cui non sa trovare la ragione, la sua origine spirituale, le forze avverse, che in se stesso e nel cosmo egli deve riconoscere per liberarsi, quali siano le deità ostacolatrici da cui scaturiscono queste forze avverse, e quale cammino il mondo spirituale originario gli additi attraverso l’opera di Aiutatori, di Messaggeri, di Deità salvatrici. Il cammino, che l’Uomo percorre nella sua storia cosmica, è essenzialmente una vittoria sul Male, attraverso la trasmutazione delle Tenebre in Luce, il risollevamento di ciò che temporaneamente è caduto sotto l’incantesimo della materialità. La storia cosmica si scandisce in tre tempi: la separazione della Luce primordiale dalle Tenebre, la mescolanza che consegue all’aggressione delle Tenebre nei confronti del mondo della Luce, la redenzione della Luce sacrificatasi per la sconfitta delle Tenebre. Cercheremo di delineare questa storia cosmica nelle sue linee essenzialissime, rimandandone l’approfondimento ad opere di carattere più specialistico.

All’inizio troviamo la contrapposizione tra un mondo di luce, essenza e sostanza di tutto ciò che è, oltre che luminoso, buono, ordinato secondo principi di giustizia, di bellezza, di amore, e un mondo di tenebre e malvagità, diviso in se stesso, agitato da quel movimento caotico e contraddittorio, che costituisce l’essenza stessa della hỳle, la materia oscura e bramosa. Il mondo delle luci è retto dal «Padre della grandezza», detto anche «Re del Paradiso della Luce», identico allo Zurvân dell’antica religione zarathustriana. Ipostasi del Dio di Luce, o sue emanazioni, sono l’«Intelligenza», il «Pensiero», la «Riflessione», l’«Intenzione», il «Ragionamento»: essi sono sue «membra» o «sedi della realtà luminosa del Padre». Signore, invece, della Tenebra caotica, mossa da continuo disordinato movimento, è Ahrmên, l’Angra Mainyûh dell’Avesta, principe dell’oscuro pensiero, le cui ipostasi sono «Fumo», «Fuoco devastatore», «Vento distruttore», «Acqua torbida», «Tenebre». Queste ipostasi della Luce e delle Tenebre si manifestano in mondi gerarchicamente sovrapposti e concatenati.

Il disordinato movimento della hỳle, conduce le schiere demoniache di Ahrmên ai confini del Paradiso delle Luci, la cui trascendente bellezza sveglia in esse il desiderio di conquistare e sommergere la fonte di questa bellezza. Il Padre della Grandezza non può punire l’impotente tentativo del Regno del Male con una azione diretta, non essendovi nel mondo luminoso nulla di vendicativo o di malvagio, che possa rispondere alla tracotanza ed alla rapacità dei demoni di Ahrmên. Dal Dio di Luce procedono per «evocazione», o emanazione, successivamente il «Grande Spirito» e la «Madre dei Viventi». Questa a sua volta emana l’Uomo Primordiale, identificato con Ôhrmazd, lo Ahura Mazdâh avestico. I cinque figli dell’Uomo Primordiale (Aria, Vento, Luce, Acqua, Fuoco) costituiscono la sua «anima vivente», la sua armatura. Nello scontro con le Tenebre, l’Uomo Primordiale e sconfitto: soccombendo viene privato degli elementi luminosi (zîwanê), della sua armatura. L’Anima Vivente viene divorata dai demoni, dando cosi origine alla «Mescolanza» (gumêčišn) di Luce e Tenebre, che costituisce l’attuale mondo. In aiuto dell’Uomo Primordiale il Padre «evoca» in una seconda creazione l’«Amico delle Luci» (Narisafyazd), il «Grande Architetto» (Bân), e lo «Spirito Vivente» (identificato in Mihryazd, il Mithra avestico e misterico), che risveglia, chiamandolo dal Sonno Mortale, l’Uomo Primordiale. Questa «chiamata» (Xrôštag) costituisce un vero e proprio essere, cui va incontro, da parte dell’Uomo, la «Risposta» (Padvaxtag): da questa unione nasce il «Desiderio di Vita». Lo «Spirito Vivente» scende nella tenebra e tendendogli la mano destra libererà l’Uomo Primordiale, traendolo in alto al Mondo della Luce. Per la liberazione della Luce, rimasta prigioniera delle Tenebre, ha luogo una terza «evocazione» la cui figura principale e il «Terzo Messaggero»«dio del Regno di Luce» (rôšnšahryazd) che, quale Demiurgo, ordina il cosmo in modo da provvedere alla progressiva liberazione della Luce prigioniera. Puri vasi di luce sono il Sole e la Luna ed il mondo stellare. Sulla Terra si forma una razza umana, che ha mescolato in se stessa la Luce dell’Anima Vivente, forzatamente abbandonata dall’Uomo Primordiale nel cammino della sua riascesa, ed un elemento tenebroso, ahrimanico, proveniente dalla hỳle. Primo uomo terrestre, Adamo viene reso consapevole della sua misera condizione da Gesù «Fulgore», che gli porta incontro la gnosi, la ‘conoscenza’ salvifica. L’Anima Vivente, crocifissa nella materia, è lo Jesus patibilis, di cui il manicheo Fausto di Milevi parlò ad Agostino, un tempo anch’egli ‘uditore’ manicheo. La redenzione di Adamo e l’archetipo della redenzione di ogni uomo e, lentamente, la  redenzione dell’uomo conduce a sua volta alla redenzione della Luce sepolta nei vari regni della natura, ad un superamento dell’incantamento che imprigiona lo Spirito nella materia.

Nella sua prigionia terrestre, l’uomo e in stato di stordimento, di sonno mortale, di alienata non-consapevolezza (a-nous). Gesù «Fulgore» e per l’Uomo il Nous della Luce. Egli è per l’uomo l’«Io-Luce» (grêv rôšn), l’«Io Vivente» (grêv zîndag), l’«Io Supremo» (grêv burzist), che, attraverso la gnosi folgorante, scuote l’uomo dal sonno della vita somatica, riaccende la memoria spirituale della patria perduta, operando, mediante la Conoscenza, la resurrezione dell’Uomo Interiore.

Questa lunga opera di separazione della Luce dalle Tenebre viene nelle varie epoche impulsata da vari Inviati che accompagnano l’umanità nel suo cammino. Mani si pose come «sigillo dei Profeti» e accolse nella sua sintesi universalistica il messaggio di tutti i suoi predecessori: Seth, Enoch, Noè, Sem, Abramo, Buddha, Zarathuštra, Gesù e Paolo. Egli stesso definisce se stesso «Apostolo di Gesù Cristo» e vede nel Cristo colui che, alla fine di questa immane lotta cosmica, giudicherà, separando il Bene dal Male, da quella stessa Cattedra di Sapienza (Bêma), che nella festa più cara ai seguaci della Chiesa Eletta ricorda il martirio di Mani e il suo Insegnamento.

Si può dire che la logica sottile, che muove la cosmologia manichea, e l’intuizione che la Luce non può lottare col Male, dissolverne la Tenebra, rimanendo sul proprio piano trascendente, bensi soltanto sacrificandosi, non resistendo alla malvagità del Princeps huius mundi, ma operando come lievito della Tenebra, come farmaco trasmutatore all’interno della stessa hỳle, opaca alla Luce dello Spirito e sorda al suo richiamo.

L’uomo, incontrando in se medesimo questa lotta tra il suo principio spirituale e la corporeità, nella quale subisce il dominio della materialità, può, per usare un’espressione goethiana, «morire e divenire», superare se stesso, inverandosi in quell’Io-LuceIo-Gioia, l’unione con il quale affranca l’uomo dal servaggio dell’ignoranza, della paura, dell’avversione e della brama.

Il manicheismo volle usare, per significare la morte dell’Apostolo, il termine buddhista di parinirvâṇa. Per il manicheismo, la progressiva liberazione dei semi di luce, sepolti nella materia, conduceva al superamento, alla fine dei tempi, del saṃsâra da parte del nirvâṇa. Forse fu proprio questa intuizione della trascendenza della Luce, immanente nella inerte ottusità della tenebra, l’idea che attrasse tanti spiriti, la cui nostalgia ricercava, oltre il dualismo cosmologico dei due Principi opposti – Bene e Male – un monismo ontologico, che fosse al contempo slancio etico di purificazione mediante l’altrui redenzione e di conoscenza liberatrice (gnôsis, sophia) dall’aspetto illusorio del mondo. Questi due aspetti, che furono espressi nel Buddhismo Mahâyâna come Illimitata Compassione (mahâkaruṇâ) e come Sapienza Trascendente (mahâprajñâ), vollero nel manicheismo congiungersi con l’idea del Logos-Luce, che, con la propria potenza fulgurea, va incontro all’uomo caduto, che si dibatte nella dualità alla ricerca di una via di liberazione. Il manicheismo volle essere l’appagamento dell’esigenza umana di una libera e diretta conoscenza dello Spirito, perché «l’uomo non deve credere, finche non ha visto con i propri occhi l’oggetto della propria fede» (Kephàlaia, p. 142), e della spinta morale alla redenzione di sé e del mondo, perché «sulla Croce della Luce – come disse Fausto di Milevi – Gesù, Vita e Salvezza degli uomini, è appeso ad ogni ramo».

Queste immagini potenti del manicheismo, alle quali si ispireranno, come a idee forza, pure molti insegnamenti del catarismo medievale, forse ricorderanno all’uomo attuale, in un’epoca difficile e spiritualmente pericolosa, quegli enigmi dell’anima che egli, per nuove e più ardite vie – nuove per la forma, non nel contenuto d’eternità –, è chiamato a sciogliere in un mondo arrogante e distruttivo, che lascia poco spazio alle esigenze di realizzazione interiore e spesso sgretola sottilmente la capacità di orientamento spirituale dell‘uomo, mediante un’idolatrica e ipnotica visione esclusivamente sensibile del mondo, con i correlativi miti di attivismo esteriore e di spregiudicato pragmatismo. Ma di fronte alla Sfinge minacciosa che, una volta di più, sbarra la strada al suo procedere, l’Uomo Interiore coraggiosamente saprà trovare la risposta agli enigmi attraverso la conoscenza risvegliatrice del vivente Pensiero-Folgore, attraverso l’agire luminoso della radicale trasformazione di sé.

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Rudolf Steiner, Der Manichäismus, in Die Tempellegende und die Goldene Legende, als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, pp. 68-79.

Il Manicheismo

Berlino, 11 novembre 1904

Dobbiamo parlare un po’ della Frammassoneria per un desiderio che ci è stato espresso. Ma non si può comprendere questa, prima di aver considerate le correnti spirituali, che stanno in relazione con la Frammassoneria in maniera tale che la Frammassoneria è per così dire scaturita da esse. Una corrente spirituale ancora più importante di quella dei Rosacroce fu quella del Manicheismo. Dobbiamo quindi effettivamente prima parlare di questo molto più importante movimento, e potremo poi, in seguito, gettare una volta una luce anche sulla Frammassoneria.

Quel che io ho da dire in proposito è in relazione con diverse cose che operano all’interno della vita spirituale presente e futura. E per mostrarvi che, se si è attivi in questi campi, si deve continuamente mettersi in relazione con qualcosa, sia pure occultamente, desidero accennare solo in maniera introduttiva, come in ripetute occasioni io abbia designato il problema di Faust come uno particolarmente importante per la nuova vita spirituale. Ed è altresì per questo motivo, che nel primo numero del Luzifer il movimento spirituale moderno è stato messo in relazione con il problema di Faust. Così come ne ho trattato nel mio articolo sul Luzifer, non è senza una certa motivazione che in esso viene fatta allusione al problema di Faust. 

E per mettere reciprocamente in rapporto le cose delle quali qui si tratta, dobbiamo perciò dapprima partire da un orientamento spirituale, che ci viene incontro per la prima volta all’incirca nel III secolo. Questo è quell’orientamento spirituale che ha trovato in Sant’Agostino il suo grande avversario, benché questi, prima di entrare nella Chiesa Cattolica, fosse seguace di questa corrente. Dobbiamo parlare del Manicheismo, che fu fondato da una personalità, che designò se stesso come Mani, e visse all’incirca nel III secolo d.C. Il movimento è partito da una regione, che allora era dominata dai re dell’Asia minore; esso è dunque partito dalle regioni dell’Asia minore occidentale. Questo Mani fondò una corrente spirituale, che dapprima non raccolse che una piccola setta, ma che divenne una potente corrente spirituale. Gli Albigesi, i Valdesi, e i Catari medievali sono la prosecuzione di questa corrente spirituale, al quale appartiene pure l’Ordine dei Templari, del quale dovremo appunto parlare a parte, ed allo stesso modo – attraverso una mirabile concatenazione di rapporti – la Frammassoneria. All’interno di questa corrente appartiene autenticamente la Frammassoneria, sebbene essa sia legata ad altre correnti, per esempio il Rosicrucianesimo.

La storia esteriore, che ci viene raccontata, su Mani, è estremamente semplice.

Viene detto, che nelle regioni dell’Asia anteriore un mercante, che era straordinariamente erudito. Egli redasse quattro importanti scritti: in primo luogo i Mysteria, in secondo luogo i Capitula, in terzo luogo l’Evangelium, in quarto luogo il Thesaurus. In oltre viene raccontato che alla sua morte egli avesse lasciato questi scritti alla sua vedova, che era una persiana. Questa vedova a sua volta li lasciò ad uno schiavo ch’ella aveva riscattato e affrancato. Questi sarebbe il Mani che abbiamo nominato, il quale avrebbe tratto da questi scritti la sua sapienza, ma che era stato inoltre iniziato nei Misteri del culto di Mitra. Egli poi fece nascere questo movimento del Manicheismo. Mani viene chiamato anche il «Figlio della Vedova» e i suoi seguaci i «Figli della Vedova». Ma lui stesso, Mani, si designava come «Paracleto», come lo Spirito Santo promesso dal Christo all’umanità. Ora questo caso si deve intendere che egli designò se stesso come una incarnazione di quello Spirito Santo; egli non pensava affatto di essere l’unico Spirito Santo. Egli si rappresentava questo Spirito Santo  come manifestantesi in ripetute incarnazioni, e designò se stesso come una di tali ripetute incarnazioni dello Spirito.

La dottrina che egli annunciava fu da Agostino, allorché questi fu entrato nella Chiesa Cattolica, combattuto nella maniera più accesa. Agostino contrappose la sua concezione cattolica all’insegnamento manicheo, che fa rappresentare da una personalità, che egli chiama Fausto. Fausto è nel senso di Agostino il lottatore contro il Cristianesimo. Qui vi è l’origine del Faust di Goethe con la sua concezione del Male. Il nome «Faust» risale sino a questo antico insegnamento agostiniano.

Si apprende abitualmente dall’insegnamento manicheo, come esso si distingua dal Cristianesimo occidentale attraverso la sua diversa concezione del Male. Mentre il Cristianesimo cattolico è dell’opinione che il Male riposi su una caduta dalla scaturigine divina, su una caduta di Spiriti, originariamente buoni, che si separarono da Dio, invece che l’insegnamento del Manicheismo che il Male sarebbe altrettanto eterno del Bene; che non vi sarebbe resurrezione della carne e che il Male in quanto tale non avrebbe fine. Dunque, esso non avrebbe altresì inizio, bensì sarebbe della stessa origine del Bene, e non avrebbe fine.

Se intendiamo il Manicheismo in questa maniera, esso appare certamente come qualcosa di radicalmente non cristiano e come qualcosa di assolutamente incomprensibile.

Ora vogliamo affrontare la cosa sino in fondo secondo le tradizioni che devono risalire allo stesso Mani ed esaminare di cosa autenticamente si tratta.  Un punto di riferimento per questo esame ce lo dà la leggenda del Manicheismo, una leggenda proprio dello stesso tipo di quella che vi ho recentemente raccontato come Leggenda del Tempio. Tutte queste correnti spirituali, che sono in rapporto con iniziazioni, si esprimono exotericamente in leggende. Solo, la leggenda del Manicheismo è una grandiosa leggenda cosmica, una leggenda di natura sovrasensibile.

In essa viene raccontato come una volta gli Spiriti delle Tenebre vollero assalire il Regno della Luce. Essi giunsero in effetti sino ai confini del Regno della Luce e vollero impadronirsi del Regno della Luce. Ma essi nulla potevano contro il Regno della Luce. Ora esse dovevano – e qui vi è un tratto particolarmente profondo che vi prego di notare – ora esse dovevano venir punite dal Regno della Luce. Ma nel Regno della Luce non vi era nulla, in qualsivoglia forma, di Male, bensì unicamente di Bene. Dunque i demoni della Tenebra avrebbero potuto essere puniti soltanto con qualcosa di buono. Che cosa accadde allora? Avvenne quanto segue. Gli spiriti del Regno della Luce presero una parte del loro proprio Regno e mescolarono questa nel Regno materiale della Tenebra. Attraverso il fatto che una parte del Regno della Luce fu ora mescolato al Regno della Tenebra, attraverso il fatto che in questo Regno della Tenebra vi fosse introdotto per così dire un lievito, una sostanza fermentante, mise il Regno delle Tenebre in una vorticosa danza caotica, attraverso la quale esso ricevette un nuovo elemento, ovverossia la morte. Cosicché esso divora incessantemente se  stesso e porta in sé in germe del proprio annientamento. Inoltre, viene raccontato che per il fatto che è accaduto ciò, sia sorto il genere umano. L’Uomo Primordiale sarebbe appunto proprio ciò che è stato inviato dal Regno della Luce per mescolarsi col Regno della Tenebra, per vincere mediante la morte quel che non deve esistere nel Regno della Tenebra; per vincerlo in se stesso.

Il pensiero profondo che vi è in esso è che da parte del Regno della Luce il Regno delle Tenebre non deve essere vinto attraverso la punizione, bensì attraverso la dolcezza; non attraverso la contrapposizione al Male, bensì mediante la mescolanza con il Male, per redimere il Male in quanto tale.  Mediante il fatto che una parte della Luce penetra nel Male, il Male stesso viene vinto.

Alla base di ciò sta la concezione del Male che io ho spesse volte esposta come la concezione teosofica. Che cos’è il Male? Non è nient’altro che un Bene inattuale. Per addurre un esempio, che è stato da me spesso citato: supponiamo di avere a che fare con un eccellente pianista e con un eccellente tecnico di pianoforte, i quali siano ambedue perfetti nel loro genere. Dapprima il tecnico deve costruire lo strumento, e poi consegnarlo al pianista. Se questi è un buon suonatore, egli lo adopererà nella maniera corrispondente, e così ambedue sono per così dire il Bene. Ma se ora il tecnico volesse andare nella sala del concerto e strimpellarvi, allora egli non sarebbe nel posto giusto. Il Bene diverrebbe così il Male. Vedete così che il Male non è nient’altro che il Bene non nel posto giusto.

Se quel che in una qualsivoglia epoca è estremamente buono, volesse conservarsi ulteriormente, irrigidirsi, ed intralciasse da allora il cammino di quel che è già progredito, allora diverrebbe indubbiamente un Male, perché si contrapporrebbe al Bene. Supponiamo che le forze direttrici dell’epoca lunare, nella quale erano perfette nel loro genere e dovessero concludere la loro attività, si immischiassero ulteriormente nell’evoluzione. Allora esse rappresenterebbero nell’evoluzione terrestre il Male. Così il Male non è nient’altro che il Divino, giacché nell’altra epoca, ciò che nel momento non opportuno è il male, era il Divino.

In questo senso profondo dobbiamo intendere la concezione manichea, che il Bene e il Male siano fondamentalmente dello stesso genere, siano fondamentalmente identici al loro principio e alla loro fine. Se interpretate così questa concezione, allora comprenderete che cosa veramente Mani voleva proporre. Ma dall’altro lato dobbiamo dapprima spiegare, perché Mani  chiamava se stesso il «Figlio della Vedova» e perché i suoi seguaci si chiamano «Figli della Vedova».

Se risaliamo ai tempi più antichi, che stanno prima della nostra razza radicale, allora la specie e la modalità di come gli esseri umani conoscevano, conquistavano il sapere, era un altro. Dalla mia descrizione dell’epoca atlantica, ed ora che appare il prossimo numero del Luzifer, anche dalla descrizione dell’epoca lemurica, vedrete come allora ogni sapere – in parte è così sin nella nostra epoca – era influenzato dal quel che sta al di sopra dell’umanità. Ho già menzionati frequentemente come soltanto il Manu, che apparirà nella prossima razza radicale, sarà un reale fratello umano, mentre i precedenti umani erano  una specie di esseri sovrumanamente divini. Solo ora l’umanità matura abbastanza per avere un proprio fratello umano come Manu, che dalla metà dell’epoca lemurica ha attraversato tutti gli stadi. Che cosa accade dunque veramente durante l’evoluzione della quinta razza radicale? Avviene questo, che questa rivelazione, la rivelazione dall’alto, la direzione dell’anima dall’alto si ritrae gradualmente e abbandona l’umanità sulle proprie vie, cosicché essa diventa la sua propria guida.

Ora, in tutto l’Esoterismo (Mistica) l’anima venne chiamata la «Madre»; l’istruttore il «Padre». Padre e Madre, Osiride e Iside, sono le due Potenze presenti nell’anima: l’istruttore, colui che rappresenta il Divino riversantesi in maniera immediata, Osiride è il Padre; l’anima stessa, Iside, concepisce, riceve il  Divino-Spirituale, è la Madre. Ora, durante la quinta razza radicale il Padre si ritira. L’anima viene resa vedova, deve essere resa vedova. L’umanità viene abbandonata a se stessa. Essa deve cercare nella propria anima la Luce della verità, per guidare se stessa. Tutto l’elemento animico da tempo immemorabile venne portato ad espressione con simboli femminili. Perciò questo elemento animico – che oggi è presente in germe e in seguito verrà sviluppato completamente – questo elemento animico dirigente se stesso, che non ha più di fronte a sé  il fecondatore divino, viene designato da Mani come la «Vedova». E per questa ragione e gli designa se stesso come il «Figlio della Vedova».

È Mani colui che prepara quel gradino dell’evoluzione animica umana, che cerca la propria animica Luce dello Spirito. Quel che proviene da lui, era un appello alla propria luce animica dello Spirito ed era al contempo un deciso ribellarsi contro tutto quel che non voleva provenire dall’anima, dalla propria osservazione dell’anima. Alcune belle parole provengono da Mani e sono diventate il leitmotiv dei suoi seguaci di ogni epoca. Ascoltiamo: Dovete spogliarvi di tutto quel l’autorità esteriore vi tramanda; poi dovete diventare maturi per contemplare la vostra propria anima.

Agostino invece – in un dialogo, nel quale egli si pose come avversario di quel Fausto manicheo, rappresenta il seguente principio: – Io non accetterei l’insegnamento del Christo, se esso non fosse fondato sull’autorità della Chiesa –. Invece, il manicheo Fausto dice: Voi non dovete accettare nessun insegnamento sulla base dell’autorità; noi vogliamo accettare un insegnamento solo liberamente. – Questa è la ribellione della Luce spirituale edificantesi su se stessa, che venne poi pure portata ad espressione in così bella maniera nella saga del Faust.  

Noi ci troviamo di fronte questa opposizione pure delle più tarde leggende del Medioevo. Da un lato la leggenda di Faust, dall’altro la leggenda di Lutero. Lutero è il rappresentante del principio autoritario, Faust invece è colui che si ribella, colui che si appoggia sull’interiore luce spirituale. Abbiamo la leggenda di Lutero: questi scaglia il calamaio in testa al diavolo. Ciò che al lui si presenta come Male, viene messo da parte. E dall’altro lato, abbiamo l’alleanza di Faust col Male. Una scintilla del Regno della Luce viene inviata al Regno della Tenebra, per penetrare nella tenebra, per redimere la tenebra attraverso se stessa, per vincere il male attraverso la dolcezza. Se lo intendete in questa maniera, allora vedrete pure che questo Manicheismo si accorda benissimo con la concezione del Male che abbiamo esposta.

Come possiamo rappresentarci la collaborazione del Bene e del Male? Ce la dobbiamo spiegare a partire dall’armonia di vita e di forma. Come la vita diventa forma? Attraverso il fatto che essa incontra un’opposizione; attraverso il fatto che esso non viene a espressione tutta in una volta – in una forma. Osservate un po’ come la vita in una pianta, diciamo il giglio, si affretti di forma in forma. La vita del giglio ha edificato, plasmato, una forma di giglio.

Allorché questa forma è stata plasmata, la vita vince la forma, trapassa nel germe per far rinascere in seguito la medesima vita in una novella forma. E così la vita procede di forma in forma. La vita stessa è senza forma e non potrebbe estrinsecarsi in maniera percepibile in se stessa. La vita del giglio per esempio è nel primo giglio, trapassa nel secondo, nel terzo,  nel quarto, nel quinto. Ovunque è la medesima vita diffusa nel suo tessere, quella che appare in una forma limitata. Che essa appaia in forma limitata è un ostacolo a questa vita universalmente fluente. Non vi sarebbe forma alcuna, se la vita non venisse ostacolata, frenata nella sua forza scorrente da tutti i lati. Proprio da quel che è rimasto indietro, quel che a ciò che sta su un piano superiore appare come una catena, proprio da ciò nel grande cosmo scaturisce la forma.

Sempre quel che è la vita viene afferrata come forma da quel che come vita era presente in un periodo precedente. Esempio: la Chiesa cattolica. La vita, che nella Chiesa cattolica vive da Agostino sin nel 15° secolo, è vita cristiana. La vita in essa è Cristianesimo. Sempre di nuovo viene fuori questa vita pulsante (i mistici). La forma, da dove viene la forma? Questa non è nient’altro che la vita dell’antico Impero romano. Quel che in questo antico Impero romano era ancora vita, si è irrigidito nella forma. Quel che esistette prima come Repubblica, e poi come  Impero, quel che è vissuto nelle sue manifestazioni esteriori come Stato romano, ha consegnato la vita irrigidita nella forma al successivo Cristianesimo, sino a renderlo capitale, proprio come la precedente Roma era la capitale dell’Impero romano mondiale. Persino i funzionari provinciali romani hanno avuto come prosecutori i preti e i vescovi. Quel che prima era vita, diviene in seguito forma per un superiore gradino della vita.  

Non è esattamente la stessa con l’essere umano? Che cos’è la vita umana? La fecondazione manasica è oggi vita interiore dell’uomo, che venne impiantata a metà dell’epoca lemurica. La forma è quel che seminalmente proveniva dall’epoca lunare. Allora, nel periodo lunare, era l’evoluzione kamica la vita dell’uomo; ora essa è l’involucro, la forma. Sempre la vita di un’epoca precedente è la forma di una epoca successiva. Nell’armonizzazione di forma e vita è dato al contempo l’altro problema: quello del Bene e del Male; attraverso il fatto che il Bene di un epoca precedente è unito con il Bene di un’epoca nuova. E questo, fondamentalmente, non è proprio nient’altro che l’armonizzazione del procedere con i suoi propri ostacoli. Ciò è al tempo stesso la possibilità dell’apparire materiale, la possibilità di giungere all’esistenza manifesta. Questa è la nostra esistenza umana all’interno della solida Terra minerale: vita interiore e vita rimasta indietro da epoche precedenti indurita in forma ostacolatrice. Questo è pure l’insegnamento del Manicheismo sul Male. 

Se partendo da questo punto di vista domandiamo ulteriormente: Ora che cosa vuole Mani e che cosa significa la sua espressione di essere il Paracleto, lo Spirito Santo, il Figlio della Vedova? Ciò non significa nient’altro se non che egli vuole preparare quell’epoca, nella quale nella sesta sottorazza l’umanità si guiderà se stessa, mediante la sua propria luce animica e supererà le forme esteriori, le trasformerà in Spirito.

Mani vuole creare una corrente dello Spirito che superi il Rosicrucianesimo, che vada oltre la corrente dei Rosacroce. Questa corrente di Mani arriva sino alla sesta razza radicale, che viene preparata dalla fondazione del Cristianesimo. Proprio nella sesta razza radicale soltanto il Cristianesimo arriverà alla sua piena espressione. Soltanto allora esso esisterà realmente. L’interiore vita cristiana in quanto tale vince qualsivoglia forma, si diffonde attraverso il Cristianesimo esteriore e vive in tutte le forme delle diverse confessioni. Chi cerca la vita cristiana, la troverà sempre. Essa crea forme e spezza forme nei diversi sistemi religiosi. Quel che importa non è cercare ovunque l’identità nelle forme esteriori di espressione, bensì di sentire l’interiore corrente vitale, che esiste ovunque sotto la superficie. Ma quel che ancora deve essere creata è una forma per la vita della sesta razza radicale. Questa deve venir creata prima, giacché essa deve esistere, onde possa riversarvisi la vita cristiana. Questa forma deve venire preparata da uomini, che devono creare una tale organizzazione, una tale forma, onde la vera vita cristiana della sesta razza radicale possa prendervi dimora. E questa forma esteriore di società deve scaturire dall’intenzione di Mani, dal manipolo che Mani prepara. Questa deve essere la forma esteriore di organizzazione, la comunità, nella quale la scintilla cristiana potrà così giustamente prendere dimora.

Da ciò voi potete desumere che questo Manicheismo si sforzerà dapprima, di plasmare anzitutto la vita esteriore in maniera pura; giacché essa deve  condurre gli uomini a diventare in futuro un vaso appropriato. Perciò venne dato una così grande importanza ad un modo di pensare assolutamente puro e alla purezza della vita. I Catari furono una setta, che comparve come una meteora nel XII secolo. Essi venivano chiamati così, perché Catari significa i «Puri». Erano uomini che per quel che riguarda il loro atteggiamento animico e il loro comportamento morale dovevano essere puri. Essi dovevano cercare la kàtharsis – la purificazione – interiormente ed esteriormente, per formare una comunità pura, che doveva essere un ricettacolo puro. Questo è ciò a cui il Manicheismo aspira. Si tratta meno della coltivazione della vita interiore – la vita continuerà a scorrere anche il altra maniera – , bensì piuttosto della coltivazione della forma esteriore della vita.  

Gettiamo ora uno sguardo su quel vi sarà nel corso della sesta razza radicale. Allora il Bene e il Male formeranno ancora una contrapposizione ben altrimenti diversa che non quella di oggi. Ciò che nella quinta ronda subentrerà per l’intera umanità, il fatto che la fisionomia esteriore, che ognuno si crea, sarà una immediata espressione di quel che il Karma avrà creato sino ad allora dell’essere umano, apparirà come un preludio rispetto a questa condizione, nel corso della sesta razza radicale, all’interno dell’elemento spirituale. In coloro nei quali il Karma avrà prodotto un eccesso di Male, il Male apparirà in maniera del tutto particolare all’interno dell’elemento spirituale. Da una parte esisteranno allora uomini di una potente bontà interiore, di una genialità d’amore e di bontà; ma dall’altro lato, vi sarà pure il contrario. Il Male sarà presente senza maschera come atteggiamento animico in una grande quantità di uomini, non più ammantato, non più occultato. I malvagi andranno fieri del Male come di qualcosa di particolarmente prezioso. Già spunta in qualche geniale essere umano una qual certa voluttà per questo Male, per questo elemento demoniaco della sesta razza radicale. La «bestia bionda» di Nietzsche per esempio ne è così un preannuncio spettrale.

Questo puro Male deve venire rigettato dalla corrente dell’evoluzione cosmica come una scoria. Esso sarà espulso nella ottava sfera. Oggi stiamo in maniera immediata di fronte ad un’epoca, nella quale avrà luogo una contrapposizione cosciente col Male da parte dei buoni.

La sesta razza radicale avrà il compito reinserire, per quanto possibile, il Male mediante la dolcezza nella corrente progredente dell’evoluzione. Sarà sorta allora una corrente spirituale che non si opporrà al Male, malgrado il fatto che questo apparirà nel mondo nella sua forma più demoniaca. Rinsaldata sarà in coloro che saranno i seguaci dei Figli della Vedova, la coscienza che il Male deve essere nuovamente reinserito nell’evoluzione, ma che esso deve essere vinto non attraverso la lotta, bensì mediante dolcezza. Preparare energicamente ciò, questo è il compito della corrente spirituale manichea. Essa non perirà, questa corrente spirituale: essa si manifesterà in svariate forme. Comparirà in forme, che taluni si possono immaginare, ma che non è necessario che vengano oggi dichiarate. Dovesse riguardare unicamente la coltivazione dell’atteggiamento interiore, questa corrente non raggiungerebbe quel che essa deve realizzare. Essa deve esprimersi nella fondazione di comunità, che cercano prima di tutto di considerare e di diffondere come elemento decisivo la pace, l’amore, il non contrastare il Male [con la lotta]. Poiché esse devono creare un ricettacolo, una forma per la vita, che si propaga anche senza di essa.

Ora voi comprenderete perché Agostino, la mente più significativa della Chiesa cattolica, che nella sua Città di Dio edificò addirittura la forma della Chiesa, creò la forma per il presente, perché egli dovette diventare il più violento avversario de la forma che prepara l’avvenire. Due polarità si fronteggiano: Fausto e Agostino. Agostino, che edifica sulla chiesa, sulla forma presente; Fausto, che vuole preparare a partire dall’essere umano il senso per la forma dell’avvenire.

Questa è l’opposizione, che si sviluppa nel III e IV secolo dopo Christo. Essa rimane presente e trova la sua espressione nella lotta della Chiesa cattolica contro i Templari, i Rosacroce, gli Albigesi, i Catari e così via. Essi vengono tutti distrutti sul piano fisico esteriore, ma la loro interna vita continua ad operare. In seguito, l’opposizione viene di nuovo ad espressione in forma attenuata, ma sempre ancora in forma violenta, in due correnti scaturite da un’unica civiltà occidentale, come Gesuitismo (Agostinismo) e Frammassoneria (Manicheismo). Quelli che guidano la lotta da un lato, i Cattolici e i Gesuiti degli alti gradi, sono tutti coscienti di ciò; ma tra coloro che, dall’altro lato, nello spirito di Mani, conducono la lotta, solo pochissimi sono coscienti, solo i vertici del movimento ne sono coscienti.

Così nei secoli successivi si fronteggiano Gesuitismo (Agostinismo) e Frammassoneria (Manicheismo). Sono i figli delle antiche correnti spirituali. Perciò nel Gesuitismo come nella Frammassoneria voi avete una prosecuzione nelle iniziazioni delle stesse cerimonie come nelle antiche correnti. L’iniziazione della Chiesa nel Gesuitismo ha i quattro gradi: coadjutores temporalesscholarescoadjutores spiritualesprofessi. I gradi dell’iniziazione nella vera e propria frammassoneria occulta sono analoghi. Essi corrono parallelamente, ma perseguono direzioni completamente diverse.  

 

PROVOCARE LA NOIA (di F. Giovi)

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Se fossi severo come un Inquisitore da celluloide, sapere che vi state autotorturando sarebbe uno spasso… Naturalmente sto scherzando. Quasi…
Per pignoleria ripassiamo il lavoro corretto. Di solito si inizia l’esercizio della concentrazione cambiando l’oggetto: ciò è corretto ed è indicato pure dal Dottore nella completa versione dei 5 esercizi, come si può controllare dalla perfetta traduzione di Scaligero nel suo “Manuale pratico della Meditazione” o nelle “Indicazioni per una Scuola esoterica”. Steiner aggiunge che «si può mantenere lo stesso pensiero per parecchi giorni» e non quantifica. Dunque fa parte della sperimentazione dell’operatore provare soluzioni diverse. In una fase iniziale delle discipline non credo trovi posto il concetto di giusto o sbagliato: si fa quello che si è compreso, e l’eventuale errore, che di sicuro c’è sempre, fa solo parte d’inizio partita.

Poi magari ci si accorge che evocare le stesse immagini, volere gli stessi pensieri, in qualche modo rassicura : il percorso è stabile: e anche questo va bene, pur comportando un solo, grande pericolo. Meglio chiarire. Già dal momento in cui ci si siede per pensare pensieri evocati per decisione predeterminata inizia uno sforzo animico inconsueto, poiché ordinariamente si è del tutto passivi nei confronti del flusso pensante. In realtà ci capita alle volte di costringere il pensiero a dedicarsi a temi impegnativi: allora è pensiero voluto.

Un testo da studiare, un manuale d’istruzioni da comprendere o una attività manuale complessa a cui non siamo abituati, comportano uno sforzo di pensiero più elevato del solito. E, senza nasconderci dietro un dito, simili attività spesse volte si presentano già con carattere di fatica e sgradevolezza. Rispetto a queste, la concentrazione (corretta) si presenta su di un gradino di difficoltà notevolmente più alto. Massimo Scaligero, nei suoi libri, ha spiegato e rispiegato assai chiaramente il senso e lo scopo di tale difficoltà: nell’esercizio della concentrazione dovrebbero essere del tutto assenti i mille motivi che comunque ci inducono ad un pensare volontario. I “mille motivi” sono essenzialmente uno: l’interesse personale.

Può venir chiamato con termini giustificativi: essi vanno dalla curiosità al desiderio conoscitivo. Può essere nobilitato con il nobile carattere del tema: lessi le affermazioni di una nota personalità del panorama antroposofico: essa scrive che l’antroposofia è per lei «…un godimento che non finisce mai… una festa della mente e del cuore senza fine». Sono parole assai belle (magari l’antroposofia fosse sentita così da molti) ma le ho anche sentite formulate da altri, in altri campi, in altri domini (persino da industriali), perché appartengono all’ordinario dell’anima quando essa, non assopita, abbraccia con passione il proprio agire. Sebbene possano venir considerate come “positive reazioni d’incontro”, non è mai esistita una via iniziatica (esoterica) che non trascenda feste e godimenti personali nel suo itinerario (e nemmeno le mistiche d’Occidente e d’Oriente, avendo significati del tutto differenti sia la “beatitudine” che la “delizia” o l’“ānanda”), oppure si pensi ad un Goethe che fa il chiasso animico della festa nel giardino botanico di Palermo!

La concentrazione sviluppata secondo il proprio canone si fa, si realizza nel momento in cui nessun motivo naturale la sostiene. Ripeto che la concentrazione deve divenire indipendente dalla natura fisica e animica dell’operatore: non si fa concentrazione con gli entusiasmi, ma con il pensiero via via purificato da ogni traccia soggettiva (una nota per chi usa soprattutto la parola mentale: persino l’uso di aggettivi nella descrizione dell’oggetto, celando essi giudizi di funzionalità o d’estetica o comunque rafforzativi, dovrebbe venir cancellato). Poi, fare e rifare la medesima concentrazione, con il medesimo percorso più volte al giorno per settimane che diventano mesi, rende furibondo l’animico e persino il vitale per quanto inerisce al primo.

La concentrazione, a farla breve, è una dichiarazione di guerra per l’alterata costituzione occulta dell’uomo, che vorrebbe in effetti continuare a far festa senza fine. Se l’operatore resiste durante il tempo dei bombardamenti pesanti (immagini impazzite, pensieri molesti, sensazioni insopprimibili ecc.) l’attacco arriva subdolamente, poiché è sempre assai difficile pensare pensieri fondati solo sul puro volere. Allora basta addormentarsi – attenzione: solo un pochino – in modo che la coscienza non s’accorga di nulla e la concentrazione non c’è più: resta di essa una riproduzione, spesso formalmente esatta, ma meccanica, ipnotica: questa la fa l’astrale con l’eclissi dell’Io.

E magari esiste lo spudorato che chiama esercizio questo stato di dolce rimbambimento e considera rivelazioni dello Spirito le eventuali immagini di sogno che facilmente sorgono poiché si dorme. Questa è l’origine della rêverie, usata scientemente nella produzione artistica e nella pratica psicoanalitica, e in stolida incoscienza negli ambienti occulti. Si potrebbe trarne uno slogan: “Con l’espulsione dell’Io tutto diventa facile”. Allora si proceda nell’autotortura: superare questi momenti rafforzati e pronti per il dopo, che è una ritmica incursione in una noia terribile.

Noia è il termine usato dal Dottore in alcune conferenze per gli operai che costruivano il Goetheanum: «Occorre rimanere sani e saper provocare la noia artificialmente. Chi dice la verità su come si possa entrare nel Mondo Spirituale, deve anche dire: occorre saper provocare in sé noia artificiale, altrimenti non si riesce per niente a entrare nel Mondo Spirituale» e aggiunge di seguito: «Che cosa si desidera oggi? Si vuole di continuo evitare la noia…[la gente] si vuol sempre divertire. Che cosa significa volersi sempre divertire? Significa allontanarsi dallo Spirito e nient’altro».

Credo che ben pochi orientatori contemporanei, magari con termini diversi, abbiano il coraggio e l’esperienza per dire queste cose, ossia le cose come stanno. La concentrazione, sempre determinata volitivamente ma pure sempre ripetuta, più volte al giorno e sette giorni su sette, usando le medesime immagini, lo stesso oggetto, produce velocemente la condizione indicata da Rudolf Steiner. È una condizione che va vissuta con tutto il nostro essere, in cui dobbiamo immergerci completamente e… agonizzare. Così si superano i limiti e arrivano mutamenti e risultati. It’s not 5 p.m. tea.

 

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. QUARTA PARTE.

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(Il Conte di Saint-Germain)

La  ‘lezione esoterica’ presentata nel proseguo di questa quarta parte del mio studio  – forse la più importante dell’intero libro curato da Hella Wiesberger. Die Tempellegende und die Goldene Legende, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, ovvero La Leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea, solo parzialmente tradotto in italiano – è quella che maggiormente mi ha fatto, per dirla col mio amato Dante, «tremar le vene e i polsi». L’estrema delicatezza del suo contenuto ben giustifica la riverenza, e il sacro timore, che si possono provare nel cuore e nell’anima di fronte al contenuto di essa.

Questa ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner è in effetti corrisponde al testo di uno dei due testi dattiloscritti raccolti, assieme ad altri sotto la dicitura di ‘Sunti’, nel volume segnato col numero 251 della biblioteca del Gruppo Novalis di Roma, recante a matita l’annotazione autografa, riconoscibilissima, di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C». Ciò dimostra l’importanza che ai suoi occhi rivestiva un tale testo, destinato alla formazione di coloro che avrebbero poi fatto parte della seconda Classe della Scuola Esoterica, della ‘Mystica Aeterna’.

Il testo da me tradotto proviene dalla trascrizione fatta di appunti della suddetta ‘lezione’, presi da parte di Mathilde Scholl e di ancora più estesi appunti di Marie von SiversSteiner. Hella Wiesberger, in uno dei nostri colloqui, mi spiegò come durante le ‘lezioni’ della Scuola Esoterica fosse vietato prendere appunti. Ma che gli appartenenti alla medesima erano liberi di trascrivere poi a casa quanto erano a ‘registrare’ nella loro personale memoria. La mia amica Hella mi spiegò altresì come, per il fatto che gli appartenenti alla Scuola Esoterica fossero tutti degli energici praticanti interiori, molti di loro possedevano una forte, e ben esercitata, memoria. Infatti, stupisce come di alcune di quelle importanti ‘lezioni’ abbiamo a volte resoconti di alcune decine di pagine. Marie Steiner, poi, era famosa per la sua eccezionale memoria, per la sua capacità di ripetere agli stenografi delle conferenze di Rudolf Steiner, ai quali era sfuggito qualche passaggio, sùbito dopo averle ascoltate, le intere conferenze a memoria! Io stesso posso testimoniare la eccezionalità della memoria di Hella Wiesberger – lei pure energica praticante interiore – la quale aveva sempre presente davanti allo sguardo interiore l’intera Gesamtausgabe, l’intera Opera Omnia di Rudolf Steiner, coi suoi 354 volumi, e pure con gli inediti in aggiunta. 

In questa ‘lezione’ molti sono gli elementi misteriosi, che richiederebbero un approfondimento meditativo: un approfondimento che però si rivela via via tanto più necessariamente illimitato quanto più lo si attui. Ma centrale è – a mio avviso, e non solo mio – il mistero o l’enigma che ruota attorno alla individualità spirituale di Christian Rosenkreutz e alla nascita della Fraternitas Rosae Crucis, ovvero all’Ordine dei Rosacroce. Ora, tralasciando completamente quanto affermano la miriade di ordini e confraternite che si richiamano abusivamente al glorioso e sacro nome della autentica Rosacroce, terrò conto unicamente di quanto comunicò Rudolf Steiner, e delle considerazioni di coloro che hanno collaborato in maniera fedele e coerente alla sua Opera.

Pochissimo si ricava dalla storia esteriore sulla personalità di Christian Rosenkreutz. Quel pochissimo viene così riferito da Hella Wiesberger in una nota, alle pp. 306-307 dell’opera che consideriamo, relativa alla ‘lezione’ da me tradotta e qui pubblicata:

«Christian Rosenkreutz : una personalità del XIV-XV secolo, non considerata storica dalla storia esteriore, conosciuta in maniera leggendaria a partire da due anonimi scritti rosicruciani, la «Fama Fraternitatis, ovvero discoperta del lodevolissimo Ordine della R.C.», Kassel, 1614, e la «Confessio Fraternitatis, ovvero  Confessione della encomiabile Fratellanza della onorevolissima Rosa Croce», Kassel, 1615,  e secondo questi scritti un tedesco di nobile stirpe, che visse dal 1378 al 1484. Il nome apparve per la prima volta nel 1604 nello  composto e diffuso in forma di manoscritto, pubblicato poi in forma «Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, Anno 1459», il cui autore Johann Valentin Andreae viene presentato da Rudolf Steiner come portatore dell’ispirazione di Christian Rosenkreutz. Vedi anche Rudolf Steiner, Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, in Philosophie und Anthroposophie, Articoli Completi 1904-1918, GA-35, 1965. L’articolo è contenuto pure nella traduzione delle Nozze Chimiche nell’attuale tedesco corrente di Walter Weber, Basel, 1978. Secondo Rudolf Steiner, Christian Rosenkreutz fu realmente una personalità storica. Cfr. a tale proposito anche «Das esoterische Christentum und die geistige Führung der Menschheit», Il Cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità, GA-130, 1977». 

In vari punti della sua sterminata Opera, Rudolf Steiner fece più volte delle comunicazioni – tutte di una importanza decisiva – sulla individualità di Christian Rosenkreutz. Quelle che ci riguardano in maniera più immediata rispetto al tema del presente studio sono legate alla ‘Leggenda del Tempio’, e alla ‘Leggenda Aurea’, che non solo giustificano il titolo del libro – il GA-93 – curato con amorevole diligenza da Hella Wiesberger, ma sarà inoltre il tema centrale, attorno al quale ruoterà tutta l’operatività meditativa individuale, e quella comune – il cosiddetto ‘culto simbolico rappresentativo’, come anche lo definirà Rudolf Steiner – all’interno della ‘Sezione cultico-conoscitiva’, della ‘Mystica Aeterna’.

Le ‘lezioni esoteriche’ svolte da Rudolf Steiner, raccolte nel suddetto volume sulla ‘Leggenda del Tempio’ e sulla ‘Leggenda Aurea’, rappresentavano la necessaria preparazione all’interno della prima Classe o Sezione della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner per coloro che dovevano poi essere ammessi – come afferma esplicitamente Hella Wiesberger nelle sue Note preliminari al suddetto volume – alla seconda Classe o Sezione della medesima Scuola Esoterica, chiamata appunto ‘Mystica Aeterna’, o ‘Misraim Dienst’, ossia ‘Culto’, o ‘Liturgia’, o ‘Rituale Misraimita’. In quelle ‘lezioni esoteriche’, Rudolf Steiner afferma esplicitamente l’identità del cainita Hiram sia con Christian Rosenkreutz nella sua incarnazione nel XIV-XV secolo, sia con il Conte di SaintGermain nel XVIII secolo. Sulla misteriosa figura del Conte di Saint-Germain, che è una figura perfettamente storica, sono stati scritti fiumi d’inchiostro: per lo più molto a sproposito, quando poi non per confondere le acque. A tale proposito, in una nota a p. 308, relativa a quanto detto a p. 64,  Hella Wiesberger afferma chiaramente che:

«Conte di Saint-Germain … Christian Rosenkreutz : l’identità spirituale di queste due figure è un risultato dell’indagine di Rudolf Steiner. Del resto, essa si trova esposta nella conferenza di Neuchâtel, del 27 settembre 1911, contenuta in «Das esoterische Christentum und die geistige Führung der Menschheit», GA-130, 1977».

Data l’importanza di questa affermazione, riporto qui per documentazione il testo tedesco della medesima:

Graf von Saint-Germain … Christian Rosenkreutz : Die geistige Identität dieser beiden Gestalten ist ein Forschungsergebnis Rudolf Steiners. Es findet sich außerdem dargestellt im Vortrag Neuchätel, 27. September 1911 in «Das esoterische Christentum und die geistigeFührung der Menschheit», Bibl.-Nr. 130, GA 1977.

Vedremo più avanti, nel proseguo del presente studio, l’importanza decisiva di quelle conferenze tenute da Rudolf Steiner a Neuchâtel. Quanto al passo della ‘lezione esoterica’ qui sotto riportata, che fa riferimento ad eventi della Rivoluzione Francese, e al misterioso intervento avuto dal Conte di Saint-Germain in alcuni momenti di essa, è importante riportare quanto Hella Wiesberger scrive, alle pp. 307-308, in un’altra nota sempre relativa al testo di p. 64 dell’originale tedesco:

«Prima della Rivoluzione Francese apparve presso una dama di compagnia della Regina Maria Antonietta, la Signora d’Adhémar, una personalità … il Conte di Saint-Germain : come fonte storica valgono qui i «Souvenirs sur Marie-Antoinette, Archiduchesse d’Autriche, Reine de France, et sur la cour de Versailles par Madame la Comtesse d’Adhémar, Dame du Palais», che furono allora pubblicati dallo scrittore Etienne-Léon, barone di Lamothe-Langon. Circa 50 anni più tardi questi Ricordi furono strappati all’oblio da H.P. Blavatsky e dai suoi amici. Uno dei più che rari esemplari dei Ricordi si trovava nella biblioteca di una zia di H.P. Blavatsky, a Odessa, Henry Steel Olcott, che nel 1875 aveva fondato con la Blavatsky la Società Teosofica, scrisse nei suoi «Old diary leaves – the true story of the Theosophical Society», pubblicati nel 1895, vol. I, p. 24: «If Mme de Fadeef –  H.P.B.’s aunt – could only be induced to translate and publish certain documents in her famous library, the world would have a nearer approach to a true history of the pre-revolutionary European mission of this Easter Adept than now has until now been available». La teosofa inglese Isabella Cooper-Oakley ne pubblicò alcuni anni dopo un primo estratto, che è apparso nella rivista «Die Gnosis» (I annata, Nr. 20 del 15 dicembre 1903). (Vedi anche la l’ultima nota relativa a p. 107, ‘lezione’ del 16 dicembre 1904). Nel suo libro, edito nel 1912, «The Comte of Sint-Germain – The Secret of Kings», apparvero tutte le parti riguardanti il Conte di Saint-Germain tratti dai Souvenirs di Madame d’Adhémar. In traduzione tedesca le parti più essenziali si trovano in Karl Heyer, «Aus der Jahrhundert der Französischen Revolution», riprodotto come manoscritto, Kreßbronn, 1937, seconda edizione 1956». 

Ora, in decenni di accanite ricerche, ho avuto modo di procurarmi sia il testo della Cooper OakleyIl Conte di Saint-Germain – il segreto dei Re, pubblicato in inglese, nel 1912, a Milano, dalla casa editrice Ars Regia del teosofo, e massone menphitico, Giuseppe Sulli Rao, che il testo di Karl Heyer, Dal secolo della Rivoluzione Francese. Anzi, nelle suddette mie accanite ricerche, ho avuto la fortuna di trovare un libro di Karl Heyer, che riunisce due suoi testi, Geschichtsimpulse des Rosenkreuzertums, ossia Impulsi storici del Rosicrucianesimo, e, appunto, Aus der Jahrhundert der Französischen Revolution, ovvero Dal secolo della Rivoluzione Francese, pubblicati in un unico volume, edito, nel 1990, dalla benemerita Perseus Verlag di Basilea. Karl Heyer, personalità notevole di studioso, fu legato personalmente a Rudolf Steiner, il quale apprezzò talmente le sue ricerche storiche, da giungere ad affermare: «Karl Heyer … dimostra: oggi la Scienza è così; e poiché è così, essa deve sfociare nel modo antroposofico di indagine»

Un’opera particolarmente preziosa dal punto di vista storico sulla personalità del Conte di Saint-Germain, opera che ritengo per rigore e profondità superiore addirittura a quella della Cooper-Oackley, che pure è per certi versi eccellente, è lo studio dell’esoterista ed editore francese Paul Chacornac, Le Comte de Saint-Germain, Paris, Chacornac Frères, 1947, e successive edizioni nel 1973, nel 1989. Questo testo è stato anche tradotto in italiano, anche se la traduzione non mi sembra essere troppo accurata, e pubblicata dalle Edizioni Mediterranee, a Roma, nel 2007.

Ma uno dei ‘segreti’, a lungo ben custoditi nella ‘Mystica Aeterna’, riguarda l’identità di Hiram-Christian Rosenkreutz- Conte di Saint-Germain con l’Autore del Vangelo di Giovanni e dell’Apocalisse, ossia con Lazzaro-Giovanni. Infatti, in una ‘Instruktionsstunde’, ‘lezione d’istruzione’, della seconda Classe – quella ‘cultico-conoscitiva’ – tenuta a Berlino il 15 aprile 1908, e intitolata ‘L’Iniziazione di Hiram Abiff da parte del Christo Gesù’, contenuta in Rudolf Steiner, Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterichen Schule 1904-1914, GA-265, Rudolf Steiner Verlag, 1987, ossia Per la storia e dai contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914, alle pp. 406-410, è detto:

«Hiram Abiff allora giunse sino al limitare della Iniziazione. Tuttavia Iniziato egli lo divenne solo in séguito. A tal fine doveva giungere sulla Terra il Sole spirituale, Questo discese nella fisicità nel Christo. Il quale soltanto poteva iniziare Hiram Abiff. Il luminoso Sole spirituale doveva rifulgere a lui nell’Iniziazione. Egli [sc. Hiram Abiff] era Lazzaro, che dopo la Resurrezione si chiamò Giovanni. Egli venne iniziato dal Christo Gesù. Quel che Hiram Abiff aveva conquistato mediante la vita nella fisicità. Non la vita del gruppo, ma ogni singola incarnazione doveva ora divenire importante. Ogni singola incarnazione doveva aggiungere una pagina al Libro della Vita, il cui contenuto veniva assunto nello Spirituale, rimaneva qualcosa che non poteva più svanire, bensì doveva rimanere sin nell’intero futuro. Questo rappresenta Hiram Abiff.

Viene posta importanza non ad una vita interiore nella quale si annuncia la specie della stirpe, bensì a quell’unica incarnazione che ha importanza per tutto il futuro.

Prima che si compisse questa Iniziazione di Hiram Abiff mediante il Christo Gesù , doveva prima rifulgere il Sole spirituale, il Sole di primavera, e l’antico principio doveva ritrarsi. Il Sole doveva prima illuminare con la sua Luce la Luna Piena, soltanto dopo poteva  realizzarsi il giorno della Resurrezione».

Mentre in un’altra trascrizione della medesima ‘lezione d’istruzione’ è detto:

«Il risveglio di Lazzaro è una specie di culminazione del Vangelo di Giovanni. È una Iniziazione, il cui svolgimento viene ivi raccontato – tuttavia una iniziazione affatto particolare, assolutamente unica. […]

Gli uomini della corrente di Caino, coloro che avevano lavorato su se stessi dal basso verso l’alto con l’opera delle loro proprie mani, erano giunti talmente lontano da poter elevare a Sapienza la conoscenza che avevano conquistato da se stessi, cioè: essi potevano venire iniziati. Il corpo fisico aveva impresso la propria impronta nei loro corpi eterici. Mediante il proprio lavoro, essi avevano purificato, nobilitato, spiritualizzato il corpo fisico e la loro anima. Questi Figli di Caino erano dispersi per il mondo, e Hiram Abif viene detto esser stato il primo di questi Figli di Caino ad essere riuscito a progredire così tanto. Hiram Abif, il solitario romito, si stava di fronte all’Iniziazione. Nella sua successiva incarnazione la ricevette. Venne chiamato “Lazzaro” – Lazzaro, infatti, nella sua incarnazione precedente è Hiram Abiff. […]

Questo Christo, l’elevato Spirito del Sole, iniziò Lazzaro, il rinato Hiram Abiff.

Dieser Christus, der hohe Sonnengeist, initiierte den Lazarus, den wiedergeborenen Hiram-Abiff».

Abbiamo anche. a p. 420 della GA-265, una comunicazione fatta da Rudolf Steiner in rapporto al lavoro cultico-conoscitivo della ‘Mystica Aeterna’, tramandata da Marie Steiner nella quale è detto:

«L’individualità, che si era reincarnata come Hiram Abiff e Lazzaro-Giovanni, fu nuovamente iniziata nel XIII e XIV secolo, e da allora porta il nome di Christian Rosenkreutz».  

Die Individualität, die als Hiram Abiff und Lazarus-Johannes wiederverkörpert war, wurde in ihren Verkörperungen im 13. und im 14. Jahrhundert erneut eingeweiht und trägt seitdem den Namen Christian Rosenkreutz.

Durch Marie Steiner überlieferte Mitteilung Rudolf Steiners im erkenntniskultischen Zusammenhang. 

Comunicazioni simili Rudolf Steiner le fece anche a Helene Röchling, ibidem p. 419 :

«Lazzaro, il discepolo prediletto che il Christo Gesù stesso iniziò, in séguito l’autore del Vangelo di Giovanni, è il reincarnato Hiram Abiff».

Lazarus, der von dem Christus Jesus selbst initiierte Lieblingsjünger, der spätere Verfasser des Johannes-Evangeliums, ist der wiederverkörperte Hiram Abiff.

Inoltre, sempre nel volume GA-265, sulla Sezione cultico-conoscitiva, abbiamo un corposo saggio della curatrice Hella Wieberger, Zur Hiram-Johannes Forschung Rudolf Steiners, Per l’indagine su Hiram-Giovanni di Rudolf Steiner, pp.423-436, ove l’intera questione di tale identità viene ampiamente, e dettagliatamente, esaminata e sviscerata. 

Questo ‘arcano’, questo ‘segreto’, dell’identità del cainita Hiram-Christian Rosenkreutz con Lazzaro-Giovanni, l’autore del Vangelo di Giovanni, custodito nella ‘Mystica Aeterna’, in qualche modo fu indirettamente suggerito a cerchie un po’ più ampie da Rudolf Steiner in conferenze da lui tenute nell’ambito dell’allora Società Teosofica, divenuta – dopo il distacco da Adyar – Società Antroposofica. Per esempio, nel ciclo Vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre e specialmente col Vangelo di Luca, GA-112, tradotto da Lina Schwarz, quarta edizione, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella prima conferenza, tenuta a Kassel, il 24 giugno1909, egli, p. 11, in maniera abbastanza trasparente per chi abbia occhi, così si esprime:

«I rosacroce sono una comunità che, fino dal secolo quattordicesimo, ha coltivato nella sfera della vita spirituale europea il vero cristianesimo spirituale. La comunità dei rosicruciani, prescindendo da tutte le forme storiche esteriori, ha cercato sempre di portare alla luce per i suoi seguaci la verità più profonda del cristianesimo; essa ha sempre dato ai suoi seguaci anche il nome di “cristiani giovanniti”. Se arriviamo a comprendere l’espressione di cristiani giovanniti, arriveremo, se non a spiegarci con l’intelletto, almeno a presagire, a comprendere l’intero spirito e l’atteggiamento delle conferenze che seguono».

E, alle pp. 13-14, ancora leggiamo:

«Questo è ciò che soprattutto i cristiani giovanniti, le comunità dei rosacroce, consideravano come essenziale e importante: il fatto che in ogni anima umana si trova qualcosa che ha una relazione diretta con quanto è avvenuto in Palestina per mezzo del Cristo Gesù. Se il Cristo Gesù può venir chiamato l’avvenimento principale dell’umanità, allora anche ciò che corrisponde nell’anima umana all’evento del Cristo dovrà essere quello che vi è di più grande e di più importante. Che cosa può essere? A questa domanda i discepoli rosicruciani rispondevano che per ogni anima vi è qualcosa che si indica con le parole “risveglio” o “rinascita” o “iniziazione”».

E più oltre, a p. 15:

«Con la rinascita, questo io superiore può guardare nel mondo spirituale, come l’io inferiore, per mezzo dei sensi, occhi, orecchie e così via, può guardare nel mondo sensibile. Ciò che si chiama appunto risveglio, rinascita, iniziazione, è il più grande evento dell’anima, anche a parere di quelli che si proclamano seguaci della croce con le rose».

Poi, ancora a p. 17:

«E che cosa dicevano quelli che volevano continuare la saggezza dei Vangeli? Che cosa dicevano i cristiani giovanniti? Essi dicevano: “Nel singolo uomo vi è un avvenimento grande , possente, che si può chiamare la rinascita dell’io superiore. Come il bambino nasce dalla madre, così l’io divino nacedall’uomo. L’iniziazione, il risveglio è possibile; e quando esso si è verificato – così dicevano coloro che se ne intendevano – allora diventa importante qualcosa di diverso da ciò che importava prima”».

Dopodiché, Rudolf Steiner mostra il rapporto profondo che vi è tra l’occulta Sapienza dei rosicruciani, dei cristiani giovanniti, col Mistero del Graal, che è il tema portante del presente studio. Infatti, alle pp. 18-20 – ne riporteremo, per necessità di spazio, solo alcuni passi salienti – possiamo leggere:

«Quelli che si chiamavano cristiani giovanniti, e che avevano eletto a loro simbolo la croce con le rose, dicevano: proprio ciò che è risorto per l’umanità quale mistero dell’io superiore dell’umanità, è stato conservato. È stato conservato da quella comunità ristretta  che ha avuto il suo inizio con i rosacroce.

Questa comunità viene indicata simbolicamente nel seguente modo: quella sacra coppa, dalla quale il Cristo Gesù ha mangiato e bevuto coi suoi discepoli, che viene chiamata il Santo Graal, e in cui il sangue che uscì dalla ferita venne raccolto per opera di Giuseppe di Arimatea, come si racconta, è stata portata dagli Angeli in Europa. Per essa venne costruito un tempio, e i rosicruciani divennero i guardiani del contenuto della sacra coppa, vale a dire di ciò che era l’essenza del Dio rinato. Il mistero del Dio rinato domina nell’umanità; questo è il mistero del Graal.

Questo è il mistero che viene dato come un nuovo Vangelo, e del quale viene detto: noi eleviamo lo sguardo a un saggio qual è l’autore del Vangelo di Giovanni, il quale poté dire: «Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Quello che in principio era presso Dio è rinato in colui che abbiamo visto soffrire e morire sul Golgotha, e che è risorto». La continuità del principio divino attraverso tutti i tempi, e la rinascita del principio divino, è ciò che lo scrittore del Vangelo di Giovanni voleva esporre. Ma tutti coloro che hanno voluto esporre quel fatto sapevano che il principio presente dalle origini è stato conservato. Nel principio vi era il mistero dell’io umano superiore; era stato conservato nel Graal; era rimasto unito nel Graal, e nel Graal vive l’io che è connesso con ciò che è eterno e immortale, così come l’io inferiore è connesso con ciò che è caduco e mortale. Chi conosce il segreto del Santo Graal sa pure che dal legno della croce emana la vita vivente e germogliante, l’io immortale che è simbolizzato dalle rose sul legno nero della croce. Il mistero della croce con le rose può essere perciò considerato come una continuazione del Vangelo di Giovanni. […]

Secondo lo spirito del Vangelo di Giovanni si potrebbe ora dire: “Ciò che viveva in Gesù di Nazareth come Cristo era l’io superiore e divino dell’intera umanità, il Dio rinato, divenuto terrestre in Adamo come in una copia di se stesso”. – Questo rinato io umano continuò quale mistero sacro, venne conservato sotto il simbolo della croce con le rose, e viene annunciato oggi come il mistero del Santo Graal, della croce con le rose.

Quello che in ogni anima umana può nascere come io superiore, ci indica la rinascita dell’io divino nell’evoluzione dell’intera umanità per mezzo dell’evento di Palestina. Come in ogni singolo uomo nasce l’io superiore, così è nato in Palestina l’io superiore dell’intera umanità, l’io divino. Esso viene conservato e ulteriormente sviluppato in ciò che si nasconde sotto il segno della croce con le rose».  

Qui potest capere, capiat!  

Le considerazioni precedenti, mi sembra che offrano molto al diligente lettore, al sincero ricercatore spirituale, per cominciare ad esplorare, e ad andare in profondità su un tema sacro come quello della Rosacroce, del suo Fondatore, e sul Mistero del Graal. Solo due osservazioni preliminari, che mi paiono necessarie. Anzitutto, a questo punto è quanto mai evidente l’accordo, l’assoluta armonia, che vi è tra l’insegnamento di Massimo Scaligero e quello di colui ch’egli chiama il Maestro dei Nuovi Tempi, Rudolf Steiner. Accordo e armonia che si verifica sin nei particolari, nei dettagli, come ho potuto mostrare nella terza parte del presente studio. Inoltre, che – tenuto conto del contenuto della ‘lezione esoterica’ pubblicata in questa parte del presente studio, risulta evidente esser stata la Massoneria a ricevere la ‘Leggenda del Tempio’ dal Rosicrucianesimo, e non viceversa. Chi abbia familiarità con la letteratura rosicruciana del XVII secolo, soprattutto con gli scritti di autori come Michael Maier, Oswald Crollius, Robert Fludd, Thomas Vaughan, Elias Ashmole, non nutrirà alcun dubbio in proposito. Né tampoco nutrirà dubbi chi conosca le opere ermetiche e alchemiche di Basilio Valentino – un ‘Maestro dell’Arte’, come usa dire in Ermetismo – nei cui scritti l’influsso rosicruciano è evidente, e nei quali al simbolismo ermetico si mescola armonicamente, come nella raffigurazione del Rebis, il simbolismo muratorio. Siamo oltre cento anni prima della nascita della Massoneria speculativa, avvenuta con la nascita della Gran Loggia di Londra, il 24 giugno 1724. Quanto poi la Massoneria abbia saputo recepire in profondità l’impulso rosicruciano ricevuto, quanto in tempi diversi, e in diversi paesi, essa sovente se ne sia allontanata, lo abbia smarrito, e in taluni casi, sempre in luoghi e tempi diversi, addirittura tradito, è un altro discorso, che esula dal presente studio.  

Con questo, presentiamo, come dono pasquale, ai lettori di Ecoantroposophia la seguente ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner. Possa il lettore trarne motivo di elevazione interiore, e sprone ad un alacre, e fecondo, lavoro interiore.

                                                     

Il Mistero dei Rosacroce

Berlino il 4 novembre 1904

Abbiamo già trattato numerosi miti le cui immagini racchiudono verità esoteriche. Tali miti furono un tempo dati agli uomini per trasmettere loro, dapprima in forma immaginativa, determinate verità non essendo essi ancora maturi per le verità esoteriche stesse. Queste immagini afferravano il corpo causale e preparavano così gli uomini ad intendere, in incarnazioni successive, le verità esoteriche stesse.

Ora, vorrei oggi indicarvi una di queste rappresentazioni esoteriche, che venne data solo pochi secoli fa ed ancor oggi prosegue in svariate forme. È la seguente.

Al principio del 15° secolo apparve in Europa una personalità che era stata iniziata in Oriente in determinati misteri. Questi era Christian Rosenkreutz. Prima di terminare quell’incarnazione Christian Rosenkreutz aveva iniziato anche un gruppo di personalità – che superavano appena la decina – nella misura in cui ciò era allora possibile con uomini europei, in ciò in cui egli stesso era stato iniziato. Questa piccola confraternita, che si chiamò Fratellanza dei Rosacroce – Fraternitas Rosae Crucis – portò nel mondo esterno un certo mito pel tramite di una fratellanza più grande, più estesa.

Christian Rosenkreutz stesso espose allora determinati arcani nella cerchia più ristretta dei Misteri dei Rosacroce, così come essi potevano essere percepiti unicamente da uomini che avessero attraversato la necessaria preparazione. Ma, come abbiamo detto, nella piccola confraternita non ve ne erano più di dieci; questi erano  gli autentici Rosacroce iniziati. Ciò che venne insegnato da Christian Rosenkreutz  non poteva essere comunicato a molti uomini; venne perciò rivestito da una sorta di mito. Sin dalla sua creazione, al principio del 15° secolo, questo mito venne narrato e interpretato molte volte nelle fratellanze. Fu raccontato in cerchie più vaste, ma venne interpretato unicamente nella cerchia più ristretta, a coloro che a ciò erano maturi. Questo mito aveva all’incirca il seguente contenuto:

 Ci fu un’epoca in cui uno degli Elohim creò l’uomo, un essere umano che chiamò Eva. L’Elohim si congiunse con Eva e da Eva nacque Caino. In seguito, l’Elohim Jahvè o Jehova creò Adamo. Adamo si congiunse a sua volta con Eva e da questa unione nacque Abele.

Quindi con Caino abbiamo a che fare con un figlio diretto degli Dèi, e con Abele con un rampollo di Adamo, plasmato come uomo, e di Eva. Il mito prosegue così. I sacrifici che Abele offriva al Dio Jahvè, erano accetti al Dio. Mentre non lo erano invece i sacrifici di Caino, giacché Caino non era nato su diretto comando di Jahvè. La conseguenza fu che Caino compì il sacrificio. Egli colpì Abele. Per questo egli fu escluso dalla comunione con Jahvè. Andò in contrade lontane e divenne laggiù il capostipite di una stirpe.

Adamo si congiunse nuovamente con Eva e nacque Seth, in sostituzione di Abele, del quale pure viene trattato nella Bibbia. Sorsero così due stirpi umane: la prima proveniva da Eva e dall’Elohim – la stirpe di Caino; la seconda proveniva meramente dall’uomo che si era congiunto con Eva su ordine di Jahvè.

Dalla stirpe di Caino provennero tutti coloro che sulla Terra avevano vocazione alle Arti e alle Scienze, per esempio Metusael che inventò la scrittura, la scrittura Tau, e Tubalcain, che insegnò la lavorazione dei metalli e del ferro. Nacque così, in questa linea proveniente direttamente dall’Elohim, l’umanità che si educò nella Arti e nelle Scienze.

Da questa stirpe proveniva pure Hiram. Egli era l’erede di tutto quello che nel corso di molte generazioni era stato accumulato di Sapere, di Arte e di Tecnica. Hiram era l’architetto più eccezionale che si possa mai pensare.

Dall’altro lignaggio, dalla stirpe di Seth, proveniva Salomone, che si contraddistinse in tutto ciò che originava da Jahvè o Jehova. Egli era dotato della saggezza del mondo, di tutto quel che come calma, chiara, limpida saggezza può essere emanata dai figli di Jehova. Questa era una saggezza che poteva bensì essere espressa in parole toccanti profondamente l’essere umano nel suo cuore, che potevano elevarlo, ma che tuttavia non afferravano alcun oggetto in modo immediato e non riuscivano a produrre alcunché di reale nella Tecnica, nell’Arte e nella Scienza. Era una saggezza che era dono ispirato direttamente dal Dio, non una Sapienza elaborata dal basso, scaturente dalla passione umana, dal volere umano. Questa la si trovava, invece, presso i figli di Caino, presso coloro che provenivano in modo diretto dall’altro Elohim. Essi erano forti lavoratori, che volevano elaborare tutto a partire da se stessi.

Ora, Salomone decise di edificare un Tempio. A questo scopo assunse come architetto Hiram, il discendente dei figli di Caino. Ciò fu all’epoca in cui la Regina di Saba, Balchis, avendo udito parlare del saggio Salomone, venne a Gerusalemme. E quando giunse, ella fu incantata dalla sublime, chiara, saggezza di Salomone e dalla sua bellezza. Questi chiese, ed ottenne anche, da lei una promessa di matrimonio. Laggiù la Regina di Saba udì pure parlare della costruzione del Tempio. Ora ella volle conoscerne l’architetto, Hiram. Appena lo vide, un suo semplice sguardo fece su di lei un’enorme impressione e ne rimase completamente avvinta.

Ciò creò, ora, un’atmosfera di gelosia tra Hiram e il saggio Salomone. La conseguenza fu che Salomone avrebbe fatto volentieri qualcosa contro Hiram; ma dovette tenerselo, affinché il Tempio potesse essere completamente edificato. 

Accadde quanto segue. Il Tempio era ormai costruito fino ad un determinato punto. Mancava unicamente quello che doveva essere il capolavoro di Hiram, e cioè il Mare di Bronzo. Questo capolavoro doveva rappresentare l’Oceano, fuso nel bronzo, ed abbellire il Tempio. Tutte le mescolanze dei metalli erano state eseguite da Hiram in maniera prodigiosa e tutto era stato predisposto per la fusione. Ma a questo punto si misero all’opera tre compagni, che Hiram durante la costruzione del Tempio aveva trovati non all’altezza di essere nominati Maestri. Perciò questi avevano giurato vendetta e volevano impedire l’esecuzione del Mare di Bronzo. Un amico di Hiram, che  aveva saputo di tale proposito, comunicò questo piano dei compagni a Salomone affinché lo sventasse. Ma Salomone, per gelosia contro Hiram, lasciò corso alla cosa, perché voleva rovinare Hiram. La conseguenza fu che Hiram dovette assistere alla rovina dell’intera fusione, poiché i compagni avevano aggiunto un materiale indebito alla massa. Egli tentò altresì di sedare il fuoco divampante con l’aggiunta di acqua, ma così fu anche peggio. Mentre era già prossimo a disperare della riuscita dell’opera, gli apparve lo stesso Tubalcain, uno dei suoi avi. Questi gli disse che doveva gettarsi tranquillamente nel fuoco perché egli sarebbe stato invulnerabile ad esso. Hiram lo fece e giunse sino al centro della Terra. Tubalcain lo condusse da Caino, che era laggiù nello stato dell’originaria condizione divina. Hiram venne ora iniziato nel segreto della creazione del fuoco, nel segreto della fusione dei metalli e così via. Ottenne inoltre da Tubalcain un martello e un Triangolo d’Oro, ch’egli avrebbe dovuto portare al collo. Quindi tornò indietro e fu veramente in grado di eseguire il Mare di Bronzo, di riportare in ordine la fusione.

A questo punto egli conquistò la mano della Regina di Saba. Ma venne sorpreso dai tre compagni e ucciso. Però prima di morire gli riuscì ancora di gettare il Triangolo d’Oro in un pozzo. Ora, poiché nessuno sapeva ove fosse Hiram, lo si cercò. Salomone stesso era angosciato e voleva sapere che cosa fosse accaduto. Si temette che i tre compagni avessero tradito l’antica Parola di Maestro e ne venne perciò convenuta una nuova. Le prime parole dette al ritrovamento di Hiram, sarebbero state la nuova Parola di Maestro. Quando Hiram fu ritrovato,  egli poté dire ancora alcune parole. Disse: Tubalcain mi promise che io avrei avuto un figlio, il quale a sua volta avrebbe avuto molti figli che avrebbero popolato la Terra, e avrebbero condotto a termine la mia opera – L’edificazione del Tempio. Poi indicò il luogo dove sarebbe stato trovato il Triangolo d’Oro.  Questo venne portato al Mare di Bronzo ed ambedue vennero custoditi in uno speciale luogo del Tempio, nel Sancta Sanctorum. Essi possono venir ritrovati soltanto da coloro che posseggono la comprensione di cosa debba significare l’intera leggenda del Tempio e del suo architetto Hiram.

Passiamo ora dalla leggenda ad una interpretazione della medesima.   

Questa leggenda rappresenta il destino della terza, della quarta e della quinta sottorazza della nostra quinta razza radicale. Il Tempio è il Tempio delle fratellanze occulte, in modo particolare quello che l’intera umanità della quarta e quinta sottorazza edifica, e il Sancta Sanctorum è la dimora delle fratellanze occulte. Queste ultime sanno cosa significhino il Mare di Bronzo e il Triangolo d’Oro.

Abbiamo perciò a che fare con due tipi di stirpi umane, con quella – rappresentata da Salomone – la quale è in possesso della saggezza divina, e con la stirpe di Caino, coi discendenti di Caino, i quali comprendono il fuoco e sanno adoprarlo. Questo fuoco non è il fuoco fisico, bensì il fuoco delle passioni, degl’istinti, delle brame, divampante nello spazio astrale.

Ora chi sono i figli di Caino? I figli di Caino – nel senso di questa leggenda – sono i figli di quegli Elohim i quali, nella classe degli Elohim, sono rimasti un po’ indietro durante l’epoca lunare. Ma, nell’epoca lunare, noi abbiamo a che fare con kama. Questo kama o fuoco venne allora compenetrato dalla saggezza. Vi furono due tipi di Elohim. Gli uni non rimasero al connubio tra saggezza e fuoco, procedettero oltre. E allorché formarono l’uomo, non erano più compenetrati dalle passioni, cosicché essi lo dotarono di una saggezza quieta, chiara. Questa è la vera e propria religiosità di Jahvè o Jehova, la saggezza che è assolutamente priva di passione. Gli altri Elohim, presso i quali la saggezza era ancora unita col fuoco del periodo lunare, son quelli che crearono i figli di Caino.

Perciò, nei figli di Seth, abbiamo gli uomini religiosi con la chiara saggezza e, nei figli di Caino, coloro che possiedono l’elemento impulsivo, che s’infiammano e possono sviluppare entusiasmo per la Sapienza. Queste due stirpi attraversano tutte le razze, tutte le epoche. Dalla passione dei figli di Caino son nate tutte le Arti e le Scienze, dalla corrente di Abele-Seth, tutta la chiara religiosità e la saggezza senza entusiasmo.

Poi avvenne la fondazione del Cristianesimo. Mediante questo, la precedente religiosità, la quale era soltanto una religiosità dall’alto, divenne una religiosità completamente priva di kama. Essa venne immersa nell’elemento che proprio attraverso il Christo è venuto sulla Terra. Christo non è semplicemente saggezza; egli è l’Amore incarnato: un elevato Kama Divino, che è al tempo stesso Buddhi; un puro, aleggiante Kama che nulla vuole per sé, bensì dirige al di fuori tutte le passioni in una dedizione infinita: è un kama rovesciato. La Buddhi è un kama rovesciato.

Attraverso ciò, si prepara all’interno del tipo umano religioso, all’interno dei figli della saggezza, una superiore religiosità, che ora può essere veramente entusiastica. Questa è la religiosità cristiana. Essa viene dapprima preparata nella quarta sottorazza della quinta razza radicale. Tutta questa corrente, però, non è ancora in grado di congiungersi con i figli di Caino. Dapprima essi sono ancora avversari. Infatti, se il Cristianesimo afferrasse incondizionatamente, in modo rapido, tutti gli uomini, esso potrebbe addirittura colmarli d’amore, ma il singolo cuore umano, l’individuale cuore umano non ci sarebbe. Non vi sarebbe libera religiosità, non vi sarebbe la nascita del Christo in noi stessi come fratello, ma semplicemente come Signore. Per questa ragione, i figli di Caino devono operare ancora per tutta la quinta sottorazza. Essi agiscono attraverso i loro iniziati ed edificano il Tempio dell’Umanità, edificato con Arte mondana e mondana Scienza.

Così vediamo  svilupparsi sempre più, durante la quarta e quinta sottorazza, l’elemento mondano, vediamo apparire alla luce l’intera evoluzione storico-mondana sul piano fisico. Con l’elemento mondano del materialismo si sviluppa l’elemento personale, l’egoismo che conduce alla guerra di tutti contro tutti. Anche se allora il Cristianesimo esistesse, esso sarebbe in certo qual modo un ‘Mistero’ di pochi. Esso ha, però, lavorato affinché agli uomini, durante la quarta e quinta sottorazza, sorgesse l’idea: tutti sono uguali dinanzi a Dio. Questa è massima cristiana. Ma gli uomini non possono comprendere ciò completamente, finché son prigionieri del materialismo e dell’egoismo. 

La Rivoluzione francese ha poi applicato la conseguenza dell’insegnamento cristiano in senso mondano. La dottrina spirituale del Cristianesimo: tutti gli uomini sono ugual avanti a Dio, con la Rivoluzione francese fu tradotta in una dottrina puramente mondana: quaggiù tutti sono uguali. La nuova epoca l’ha trascinata ancora più nel fisico.

Prima della rivoluzione francese comparve presso una dama di compagnia della Regina Maria Antonietta, la Signora d’Adhémar, una personalità che predisse tutte le scene importanti della Rivoluzione, per mettere in guardia contro di essa. Era il Conte di Saint-Germain, la stessa personalità che in precedente incarnazione aveva fondato l’Ordine dei Rosacroce. Egli rappresentava allora la posizione: gli uomini devono essere guidati in modo pacifico dalla civiltà mondana alla vera civiltà del Cristianesimo. Ma le potenze mondane vollero conquistarsi la libertà nella tempesta, in maniera materiale. Egli considerava  la Rivoluzione come conseguenza necessaria, tuttavia volle mettere in guardia. Egli, Christian Rosenkreutz, nella sua incarnazione del XVIII secolo, come custode del più interiore ‘mistero’ del Mare di Bronzo e del Sacro Triangolo d’Oro, sorse ad avvertire: gli uomini devono evolvere lentamente. Tuttavia scorse quel che accadeva davanti a lui.

Questo è il cammino, considerato dall’interno, compiuto durante la quarta e la quinta sottorazza della nostra razza radicale. L’edificio della civiltà umana, il grande Tempio di Salomone venne eseguito. Ma quel che veramente dovrebbe coronarlo, deve restare ancora un segreto. Questo può costruirlo soltanto un iniziato. Questo iniziato venne misconosciuto, tradito, ucciso. Questo segreto non può ancora esser palesato. Rimane l’Arcano di pochi Iniziati del Cristianesimo. Esso è racchiuso nella fusione del Mare di Bronzo e nel Triangolo d’Oro. Non è altro che il segreto di Christian Rosenkreutz, il quale prima della nascita del Cristo fu incarnato in un’altissima incarnazione e disse allora una frase notevole.

Lasciatemi, ora, illustrare con alcune parole la scena di come Christian Rosenkreutz, prima della Rivoluzione Francese fece questa comunicazione. Egli disse: Chi semina vento, raccoglierà tempesta. = Egli aveva già detto questo allora, ancor prima che venisse detto da Osea e trascritto. Ma proviene da Christian Rosenkreutz.

Questo detto: Chi semina vento, raccoglierà tempesta =, è il motto della quarta e quinta sottorazza della nostra razza radicale e deve significare: Voi renderete l’uomo libero, la Buddhi incarnata stessa si congiungerà con questa libertà e renderà gli uomini uguali davanti a Dio. Ma lo Spirito (Vento significa Spirito = Ruach) dapprima diventerà tempesta (lotta di tutti contro tutti).

Dapprima ci fu il Cristianesimo della croce, che doveva svilupparsi attraverso la sfera puramente mondana, il piano fisico. Non sùbito, al principio, vi fu il Christo sulla croce come simbolo del Cristianesimo. Ma allorché il Cristianesimo divenne sempre più politico, allora divenne simbolo il Figlio di Dio crocefisso, sofferente sulla croce del mondo. Ciò rimarrà esteriormente per il resto della quarta e attraverso la successiva quinta epoca.

Dapprima il Cristianesimo è legato alla civiltà puramente materiale della quarta e quinta sottorazza,  e  soltanto occultato sussiste l’autentico Cristianesimo del futuro, che è in possesso del segreto del Mare di Bronzo e del Triangolo d’Oro. Questo Cristianesimo ha un altro simbolo; non più il Figlio di Dio crocifisso, bensì la croce circondata di rose. Questo sarà il simbolo del nuovo Cristianesimo della sesta epoca. Dal Mistero della Fratellanza dei Rosacroce si svilupperà questo cristianesimo della sesta sottorazza, che conoscerà il Mare di Bronzo e il Triangolo d’Oro.

Hiram è il rappresentante degl’Iniziati dei figli di Caino della quarta e quinta sottorazza. La Regina di Saba – ogni figurazione femminile nel linguaggio esoterico significa l’anima – è l’anima dell’umanità che deve decidere tra la religiosità luminosa, ma non capace di conquistare la Terra e la Sapienza che conquista la Terra, ovverossia  la Sapienza congiunta alla Terra attraverso il superamento delle passioni. Essa è la rappresentante della vera anima umana che sta in mezzo tra Hiram e Salomone, e che si congiunge con Hiram nella quarta e quinta sottorazza, perché egli costruisce ancora il Tempio.

 Il Mare di Bronzo è quella fusione che sorge se si mescola in maniera appropriata l’acqua col metallo. I tre compagni lo fanno in modo errato, la fusione viene distrutta. Ma, disvelando Tubalcain a Hiram i Misteri del Fuoco, Hiram è in grado di congiungere l’Acqua e il Fuoco in modo giusto. Nasce così il Mare di Bronzo. Questo è il segreto dei Rosacroce. Nasce allorché l’Acqua della calma saggezza si congiunge col Fuoco dello spazio astrale, col Fuoco delle passioni. Mediante ciò deve prodursi una congiunzione che è «bronzea», che può essere portata nelle epoche seguenti, se vi si aggiunge il segreto del Triangolo d’Oro, il segreto di Atma-Buddhi-Manas. Questo Triangolo, con tutto quel che consegue, sarà il contenuto del Cristianesimo rinnovato della sesta sottorazza. Ciò verrà preparato attraverso i Rosacroce e viene simboleggiato nel Mare di Bronzo, si congiungerà con la conoscenza della Reincarnazione  e del Karma. Questa conoscenza è il nuovo insegnamento occulto che si aggiungerà al Cristianesimo. Atma-Buddhi-Manas, il Sé superiore, è il segreto che deve diventare palese, se la sesta sottorazza sarà a ciò matura. Allora Christian Rosenkreutz non dovrà più stare di guardia, ma tutto ciò che è lotta sul piano esteriore troverà la pace attraverso il Mare di Bronzo, attraverso il Triangolo d’Oro.

Questo è il cammino della storia del mondo nell’epoca futura. Quel che Christian Rosenkreutz ha fatto portare nel mondo attraverso le Fratellanze Occulte con la sua leggenda, è quel che i Rosacroce si son posti come compito: non insegnare mera religiosità, bensì anche scienza verso l’esteriorità; ma non soltanto allo scopo di conoscere il mondo esteriore, bensì anche quello di conoscere le Potenze Spirituali, e da ambo i lati procedere nella sesta ronda.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. TERZA PARTE.

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Massimo Scaligero in un testo che mi è infinitamente caro – Avvento dell’Uomo Interiore. Lineamenti di una tecnica dell’esperienza sovrasensibile, G. C. Sansoni, Firenze, 1959, che riapparirà nel 1976 leggermente rielaborato come L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma – affronta con parole di incisiva chiarezza, senza concedere veruna attenuazione a quanto descrive, la tragica condizione dell’uomo attuale, e l’origine umano cosmica di tale condizione. A p. 11 di questo testo, ove metterò in evidenza alcuni punti di estrema importanza, così scrive:

«La grandezza, la capacità di visione di un tipo superiore di uomo della preistoria, si spiegano con la presenza in lui di un «principio di luce», che tuttavia – come si vedrà – non gli apparteneva. Lo guidava trascendendolo; e l’operare umano era in tanto creativo in quanto si conformasse ad esso».

Ovvero, l’essere umano in quella condizione di sovrumana grandezza, aveva sì una coscienza sovrasensibile, ed un magico potere di volontà, ma non era né autocosciente, né libero. Essere cosciente non significa di per sé essere anche autocosciente. L’essere umano era ‘travolto’ dall’azione delle Gerarchie celesti in lui, così come quelle stesse celesti Gerarchie erano, e sono, ‘travolte’ dal Divino, dall’Assoluto. Non l’uomo pensava ed agiva, bensì le Gerarchie pensavano e agivano in lui, attraverso lui, e per lui: era il conoscere e l’agire di quelle elevate Entità spirituali in lui, non il suo conoscere ed agire. Così, a p. 15, possiamo leggere che, onde l’uomo realizzasse Autocoscienza, Libertà, e Amore, quella condizione originaria di sovrumana grandezza, quello ‘stato primordiale’, nel quale l’uomo era tutt’uno col Divino, sperimentava senza resuidui la comunione, l’identità, col Divino, doveva andare smarrita:

«È l’esperienza della libertà: che non può essere al principio, essendovi al principio solo necessità. Ma tra lo stato di illuminazione originaria e la possibilità di una illuminazione cosciente, v’è una fase intermedia, che è inevitabilmente fase di oscuramento: lunga per i suoi trapassi, per le sue crisi e per le mutazioni che si verificano nella costituzione interiore dell’uomo. La coscienza si strappa alla trascendenza per darsi la dimensione individuale e per resuscitare – se così si può dire la trascendenza entro se stessa».  

Poche righe dopo, pp.15-16, in un solo paragrafo, Massimo Scaligero dà il senso dell’intera opera e la connessione della stessa opera con l’impresa del Graal, e per ciò col tema stesso del presente studio:

«L’uomo potrà un giorno ridestare in sé la luce originaria – quella che «risplende nelle tenebre» – e rendere il pensiero cosciente (acquisito attraverso l’apparente discesa in una sfera anti-metafisica) organo di percezione dello Spirituale, nel mondo che per ora in lui è dominato dall’incosciente e da una natura animale: potrà riconoscere come questa sia in effetto l’impresa per cui si può compiere nella realtà umana l’evento adombrato nel mito del Graal. Diviene atto ciò che è stato posto come germe invisibile per virtù di un culto perenne, ai confini del sensibile, simbolicamente riflesso nella imagine del San Graal: il cui mistero, appena alluso nella leggenda, riguarda le possibilità future dell’uomo cui sia dato, tra le molte dialettiche, distinguere già ora la «parola dello Spirito».  

Poi, alle pp. 40-41, Massimo Scaligero descrive il processo di involuzione, attraverso il quale l’essere umano si distacca progressivamente dalla comunione col Trascendente, col Divino, e, sempre più degradandosi, ‘precipita’ in quella natura fisiologica umano-animale, per cui la dimensione corporea diviene sempre più – secondo la concezione orfico-pitagorica e platonica – soma-sema, ossia per l’anima e lo spirito umano, il corpo è prigione, il corpo è addirittura una tomba. Infatti, ivi così leggiamo:

«il livello della razionalità rappresenta l’ultimo gradino della discesa dell’uomo interiore, da un primordiale stato trascendente, verso la densità dell’essere fisico, secondo una direzione che le dottrine tradizionali contemplano come il decorso delle Quattro Età: dell’oro, dell’argento, del rame, del piombo.

Da un originario grado di coscienza «magico-solare» (krita-yuga) per cui è ancora uno col mondo degli Dei, l’uomo passa all’e s p e r i e n z a  d i  s é  tendendo a limitarsi a un mondo finito, ossia a un mondo che va decadendo in relazione alla inclinazione di lui verso la «finità», onde egli comincia a percepire l’originaria essenza come altra da sé: ora come «ispirazione» (tretâ-yuga); indi portando a ulteriori conseguenze tale adesione ad un mondo di molteplicità, egli trae il senso di sé da una coscienza che, ormai, soltanto nella forma mediata delle imagini, riflette le antiche ispirazioni: è il dvapâra-yuga, l’età della mitogenia e delle grandi figurazioni cosmico-simboliche, non necessarie all’età precedente, ma ora necessarie a seguire in rappresentazioni adeguate le forme virtuali di una visione spirituale che, come percezione diretta, è perduta».  

Con la ‘caduta’ allusa nel libro della Genesi, l’essere umano si è degradato, affondando sempre più nel fango della natura fisiologica di una corporeità umano-animale sino ad obliare completamente la sua origine divina. Ma s’egli è disceso da quella vertiginosa altezza spirituale giù nell’oscurissimo baratro di questa natura corporea, che lo astringe e lo costringe ad identificarsi ad una condizione peggiore di quella animale, tutto ciò tuttavia ha un senso. E in relazione a ciò, così scrive Massimo Scaligero a p. 57 del suo Avvento dell’Uomo Interiore:

«In realtà l’Io superiore è divenuto ego, perché l’ego si faccia Io superiore. Si può dire che l’uomo originario è stato strappato alla trascendenza da potenze superiori e avviato a un’esperienza del mondo finito, perciò lungo una «via discendente», il cui senso è riflesso nel simbolismo delle Quattro Età. S e  d e l l a  c o n d i z i o n e  s u p e r i o r e  p r o p r i a  a l l a  P r i m a  E t à, o  «E t à  d e l l’ o r o»,  l’ u o m o  f o s s e  s t a t o  v e r a m e n t e  a u t o r e  e  s i g  n o r e, c e r t a m e n t e  n o n  s a r e b b e  p o t u t o  d  e  c  a d e r e  d a  e s s a. Si tratta, in effetto, della condizione superiore nella quale egli era contenuto, era ispirato, non libero. Perché gli nascesse la libertà, fu avviato, per così dire, verso condizioni inferiori: lungo una discesa il cui termine ultimo è talora contemplato e  con precisione rappresentato nei testi tradizionali. La decadenza, l’«età oscura», la degradazione razionalistica, erano previste dalla scienza tradizionale. Chi consideri ciò, senza passiva remissione o ad un tradizionalismo misticheggiante o ad un positivismo agnostico, può afferrare il senso del decorso delle Quattro Età e delle dottrine correlative».

Nel X. Capitolo del suo Avvento dell’Uomo interiore, intitolato L’Albero di Vita e la Luce dal San Graal, Massimo Scaligero, mostra quale sia ‘Eccelsa Mèta’ – per usare una bella ed espressiva immagine del Buddha Shakyamuni – alla quale può, e soprattutto deve, tendere l’uomo per la sua salvezza. L’uomo divenne ‘mortale’ in quanto gli fu proibito di nutrirsi dei frutti dell’Albero della Vita, e per di più fu cacciato dal Giardino dell’Eden. Ma l’uomo può, e deve, riconquistare l’accesso al Mondo Spirituale, ritrovare e reintegrarsi nello ‘stato primordiale’, nuovamente nutrirsi dei frutti dell’Albero della Vita: questa è l’eroica impresa della ‘conquista del San Graal’. Infatti, così è scritto, a p. 232, dell’Avvento dell’Uomo Interiore:  

«Per la possibile «resurrezione» dell’uomo spirituale dopo la «caduta», l’Albero della Vita fu sottratto allo sguardo e alla brama di lui: fu preservato da ogni possibile guasto, e l a  s u a  v i r t ù  f u  c u s t o d i t a  f u o r i  d e l l o  s p a z i o e  d e l  t e m p o, f i n o  a  c h e  f o s s e r o  m a t u r i  g l i  e v e n t i: è la forza celeste dell’Io, attraverso i millenni mantenuta intatta per il giorno in cui l’uomo si risvegli, in quanto, nel contemplare la condizione della «caduta», gli sorga la consapevolezza della sua origine, che è già moto dell’Io. È la forza della immortalità, l’alimento eterno di vita di cui sono custodi, presso l’invisibile Rocca del Graal, gli Iniziati che seguono la vicenda dell’uomo, sin dal tempo che precede il tempo fisico, quando nel corpo spirituale di lui si compenetrano armonicamente l’ètere del calore, l’ètere della luce, l’ètere del suono e l’etere della vita, come gradi o forme della sua beatitudine di essere».

Più volte in questo X. Capitolo dell’Avvento dell’Uomo Interiore, Massimo Scaligero si richiama all’impresa del Graal come al senso di tutta l’Ascesi, e al contempo come al senso di tutta la tragedia che caratterizza l’evoluzione terrestre dell’umanità. E nello svolgere i suoi pensieri Massimo Scaligero si ricollega direttamente a quanto Rudolf Steiner espone in questa serie di ‘lezioni esoteriche’, e in particolar modo alla Leggenda del Legno della Croce o Leggenda Aurea, come egli stesso usava chiamarla. Infatti, così scrive Massimo Scaligero alle pp. 236-237 del suo citato aureo libro:

«Quando nel mito si parla di una  «Fontana di Giovinezza» e di riconquista dell’«Albero di Vita», si allude appunto all’impresa grazie alla quale l’ètere della vita può rifluire nella costituzione dell’uomo che parimenti non sfugga il sensibile né si sommerga in esso, ma lo sperimenti con le pure forze interiori. Si può ravvisare in tale impresa – che si svolge nell’invisibile, come serie di atti interiori – quella che all’Iniziato apre il varco al San Graal: onde egli incontra le autentiche Guide dell’umanità.

Nella conoscenza che si ridesta grazie al pensare liberato, l’uomo può riaccostarsi all’Albero di Vita: la nascita del pensare puro è in sostanza l’inizio di una trasmutazione che opera alle radici della brama e simultaneamente è il nuovo fluire nell’anima dell’ètere dell’immortalità. È il legno della Croce che rinverdisce e fiorisce: è il compiersi dell’evento iniziatico verso il quale tendono tutte le tradizioni dello spirito, anche quando nella loro formulazione dottrinaria non ne rechino la consapevolezza e non rivelino che il compimento è in realtà un accedere al Mistero del San Graal. In verità, occorre sottolineare che ogni preparazione iniziatica non è autentica se non si compie – sia pure inconsapevolmente nella fase preliminare – in vista di un simile evento. Ogni ascesi, o disciplina interiore, al livello in cui si svolge, è collegata per mediazioni relative al suo grado, con il Mistero del Graal, se non è un modo di rafforzarsi dell’egoismo umano. E il Mistero del Graal è il fondamento della reintegrazione umana. Il suo carattere è essenzialmente cristico. Ma non occorre presupporre un tale carattere per realizzarlo: anche se non si sappia nulla del Cristo, o lo si chiami con altro nome, la giusta esperienza trasmutatrice conduce ad esso».

Il tema della redenzione del pensiero, della resurrezione del pensare dal cadavere della riflessità attraverso la ‘Via del Pensiero Vivente’, attraverso l’Ascesi della Concentrazione, e il tema dell’impresa del Graal, sono stati il filo d’oro dell’insegnamento di Massimo Scaligero sin da quando egli – che pure in origine aveva scelto il silenzio – dietro un atto d’imperioso invito del Mondo Spirituale, si decise a compiere quello ch’egli definì il ‘sacrificio della parola’. Sin dal suo primissimo scritto Iniziazione e Tradizione, pubblicato allora sotto il trasparente nom-de-plume di ‘Antonio Massimo’, e apparso, senza indicazione della data, nel 1956 per una neonata Edizioni “Tilopa”, Roma, dove nella quarta parte di quel libretto, così scrive alle pp. 42-45:

«Coloro che sino alla nostra epoca sono stati custodi della Sapienza primordiale, hanno la missione di insegnare, a chi si volga ad essi con purità di cuore, come l’Io Superiore, il Principio Eterno dell’uomo, rimasto intatto nella sua essenza, oltre ogni divenire spazio-temporale, è rinato per l’uomo, grazie a un rito e a un mistero di cui nel mondo si ha soltanto una debole e deformata eco. I Maestri della Iniziazione hanno potuto comunicare ciò nei seguenti termini: «Quello che novellamente è nato nell’umanità, il mistero dell’Io Superiore, viene custodito da una segreta comunità. La continuità del Mistero che novamente si appressa all’anima dell’uomo là dove essa può trovare il suo intimo principio non riducibile alla natura, si esprime con un simbolo: la Coppa di cui si servì il Cristo la sera dell’ultima cena e nella quale vennero poi raccolte stille del Suo sangue da Giuseppe d’Arimatea». Secondo la leggenda, la sacra Coppa venne portata dagli Angeli in Occidente e qui venne eretto per essa un tempio dove i fratelli della Rosa-Croce divennero custodi dell’essenza del Dio che, vincendo la morte, suscita la nuova nascita dell’Io. Il Mistero del Dio novellamente nato, oltre il dominio della morte, attende inconosciuto l’uomo che sappia svincolarsi dall’incantesimo della esistenza esteriore. È il Mistero del San Graal: che si pone come la via attuale della Iniziazione, L’evangelista Giovanni poté dire: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». E poté annunciare che «Il Verbo si è fatto carne». Tuttavia, ciò che questo significa non può essere ritrovato attraverso nessuna parola scritta o parlata, ma solo grazie a un rapporto radicale con quello che realmente, come evento cosmico, si è verificato con il Sacrificio del Golgotha e che è appena riflesso nei Vangeli. […]

Soltanto una conoscenza sovrasensibile, indipendente dalla disanimata eco delle antiche iniziazioni – che erano semplicemente restaurazioni sempre più deboli di una illuminazione che si andava perdendo e ormai è definitivamente perduta sia in Oriente che in Occidente – e portata agli uomini da uno dei custodi della Saggezza primordiale, può far intravvedere la direzione verso tale via. Egli [sc. il Maestro dei Nuovi Tempi] l’ha veramente mostrata. E questa nostra sintesi deriva dal suo insegnamento: al quale possiamo rimandare il lettore che intenda attingere alla fonte diretta.

Viene insegnato da tale Maestro come «Colui che era al principio con Dio» sia nato di nuovo nell’Essere che, vincendo la morte, ha impresso nel segreto della sostanza minerale dell’uomo fisico la potenza della Resurrezione. Ormai il compito dell’iniziato è far affiorare in sé, per il veicolo del pensare liberato, il principio interiore, indipendente dalla natura e dalla terra, per via del quale unicamente ci si può riconnettere con il proprio Maestro: principio della individualità integrale, che perciò può compiere l’Operatio Solis. Esso può visitare interiora terrae e suscitare la vitù adamantina, il potere che risolve la mineralità della «pietra nera». È la Via del Diamante-folgore o la Via del San Graal. […]

Al principio era il Mistero dell’Io Superiore umano: esso permane come segreto della «pietra fulgurea» perduta prima da Lucifero e poi ancora da Adamo. Perciò nella Rocca del Graal è custodito il Mistero dell’Io imperituro dell’uomo. Coloro ai quali è possibile contemplare questo Mistero, sanno che per giungere al centro spirituale originario, debbono affrontare l’enigma dell’esperienza cruciale che suggella il segreto della trasmutazione del male e della morte, attraverso la «questione» risolutiva che l’Io pone alla sua essenza perenne, affermandosi già in ciò come un affiorare dell’Io superiore medesimo. […]

L’impresa del Graal è più che mai innanzi alla decisione dell’uomo, per il suo essere o per il suo non essere: l’enigma del Graal è attuale ed è la possibilità di liberazione dell’avvenire. La questione del Graal deve essere posta dall’iniziato, dal ricercatore di quel centro spirituale per il quale soltanto si dissolvono le parvenze e l’errore del mondo. La via del Graal è ancora oggi sconosciuta, ma può essere ritrovata, se l’attaccamento alla parvenza terrestre e ad ogni sua proiezione dottrinaria spiritualistica e tradizionale, non ha del tutto spento lo slancio verso l’imperituro, l’amore per l’infinito, la volontà di liberazione». 

Queste parole di Massimo Scaligero sono la migliore introduzione, nonché il miglior commento, a quanto Rudolf Steiner va comunicando in queste ‘lezioni esoteriche’. La cosa risulterà ancor più chiara dai contenuti delle prossime ‘lezioni’, che appariranno su questo temerario blog. In particolare, l’attento e diligente lettore ben consideri quanto una figura come Epimèteo – il post-pensante – corrisponda al morto, esangue, disanimato pensiero riflesso, che si riempie di un umbratile contenuto, come l’immagine virtuale in uno specchio, solo dopo che i sensi hanno agito sul soggetto della percezione e del pensare, mentre Promèteo – il pre-pensante – corrisponde a quel vivo pensare che è indipendente, e  prima, della percezione , la quale viene ad esistere unicamente perché il moto vivente di luce del pensare predialettico tesse la forma formata del percepito. Il pensare è il prius, l’antecedente assoluto, la dynamis, la vivente forza formante del percepito. Il candido lettore ben mediti questa fondamentale ‘lezione esoterica’ di Rudolf Steiner, che viene pubblicata qui di séguito.

                                                     ***

La leggenda di Prometeo

Berlino, 7 ottobre 1904

L’ultima volta ho tentato di mostrarvi come avvenisse l’Iniziazione nelle antiche logge druidiche. Oggi vorrei esporvi qualcosa che è certamente imparentato con quello che tuttavia però è forse apparentemente un po’ distante. Ma vedremo come impareremo a conoscere la comprensione dell’evoluzione della nostra umanità sempre più nella sua profondità.

Avete visto dalle mie varie conferenze del venerdì, che il mondo delle leggende dei diversi popoli hanno un contenuto profondo, e che i miti sono l’espressione di profonde verità esoteriche. Ora, vorrei oggi parlare di una delle leggende più interessanti, di una leggenda, che sta in relazione con l’intera evoluzione della nostra quinta razza radicale. Inoltre vedrete al contempo, come l’esoterista può attraversare sempre tre gradini di comprensione del mondo delle leggende.

Dapprima le leggende vivono in un qualsiasi popolo, e vengono prese exotericamente, in maniera letterale-esteriore. Poi comincia l’incredulità in questa comprensione letterale delle leggende, le persone colte cercano un significato simbolico, allegorico, delle leggende. Ma dietro queste due interpretazioni stanno ancora altre cinque interpretazioni; giacché ogni leggenda ha sette interpretazioni. La terza è quella, nella cui condizione siete voi, è quella di prendere in un certo senso le leggende alla lettera. Del resto dovete soltanto imparare a comprendere il linguaggio nel quale le leggende sono redatte. Oggi desidero parlare su una leggenda, la cui comprensione non così facile da conseguire, sulla leggenda di Prometeo.

In un capitolo del secondo volume della Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky  troverete qualcosa su di essa, e da quel capitolo scorgerete pure quale profondo contenuto vi sia in questa leggenda. Tuttavia, non è sempre possibile, in scritti stampati, dire le cose ultime. Oggi possiamo andare ancora un po’ aldilà delle comunicazioni contenute nella Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky.

Prometeo appartiene al mondo delle leggende greche. Lui e suo fratello Epimeteo sono i figli di un Titano, Giapeto. E gli stessi Titani sono i figli della più antica Divinità greca, di Urano e della sua sposa Gea. Urano, tradotto in tedesco, significherebbe «il Cielo» e Gea «la Terra». Sottolineo, inoltre, espressamente che Urano nel mondo greco è come Varuna nel mondo indiano. Prometeo è quindi un Titano, un discendente dei figli di Urano e di Gea, ed anche suo fratello Epimeteo. Il più giovane dei Titani, Kronos, il Tempo, ha detronizzato suo padre Urano e si è impadronito del potere per sé. Per questo egli fu di nuovo detronizzato da suo figlio Zeus e cacciato con tutti i Titani nel tartaro, nell’Abisso o nel Mondo Infero. Solo il Titano Prometeo e suo fratello Epimeteo aiutarono Zeus. Essi stavano allora dalla parte di Zeus e lottarono contro gli altri Titani.

Ora, però, Zeus voleva sterminare pure il genere umano, che era diventato arrogante. Allora Prometeo si fece avvocato del genere umano. Egli meditò a come egli potesse dare qualcosa al genere umano, col quale esso potesse salvar se stesso, e non essere più semplicemente dipendente dall’aiuto di Zeus. Ci viene così raccontato come Prometeo abbia insegnato agli uomini l’uso della scrittura e le arti, e soprattutto l’uso del fuoco. Per questa ragione, tuttavia, egli ha attirata su di sé la collera di Zeus. E a causa di questa collera di Zeus, egli fu incatenato sul Caucaso e lì dovette sopportare per lungo tempo grandi tormenti.

Ci viene inoltre raccontato come gli Dèi, con Zeus in testa, fecero approntare ad Efesto, il Dio dell’arte del fabbro, una statua femminile. Questa statua era dotata di tutte le proprietà, che sono l’ornamento esteriore della stirpe umana della quinta razza radicale. Questa statua femminile era Pandora. Pandora fu spinta a recare doni all’umanità, dapprima al fratello di Prometeo, ad Epimeteo. A dire il vero Prometeo mise in guardia il fratello dall’accettare questi doni, questi, tuttavia, si fece persuadere ed accettò i doni degli Dèi. Tutto fu riversato, soltanto una cosa fu trattenuta: la speranza. Questi doni sono in gran parte piaghe e dolori per l’umanità; solo la speranza rimase nel vaso di Pandora.

Prometeo venne quindi incatenato sul Caucaso, ed un avvoltoio gli rode continuamente il fegato. Lì egli soffriva. Ma egli sa qualcosa che è garanzia per la sua salvezza. Egli conosce un segreto, che nemmeno Zeus conosce, ma che questi vuole sapere. Egli invece non lo rivela, malgrado che Zeus gli invii il messaggero degli Dèi, Hermes.

Ora, nel corso della leggenda ci viene raccontata la sua stupefacente liberazione. Viene raccontato come Prometeo possa essere liberato attraverso l’intervento di un Iniziato.. E un tale Iniziato fu il greco Ercole; Ercole, che aveva eseguito le dodici fatiche. L’esecuzione di queste dodici fatiche è la realizzazione di un Iniziato. Sono le dodici prove dell’Iniziazione, simbolicamente espresse. Inoltre di Ercole viene detto che si sia fatto iniziare nei Misteri Eleusini. Egli riesce a salvare Prometeo. Tuttavia qualcuno doveva, inoltre, sacrificarsi, e per Prometeo si sacrificò il Centauro Chirone. Questi già allora  soffriva di una incurabile malattia. Egli era metà animale, metà uomo. Egli patisce la morte e attraverso ciò Prometeo venne salvato. Questa è la struttura esteriore della leggenda di Prometeo.

In questa leggenda vi è l’intera storia della quinta razza radicale, e in essa è racchiusa reale sapienza dei Misteri. Questa leggenda veniva raccontata realmente in Grecia come leggenda. Ma anche nei Misteri essa veniva rappresentata realmente cosicché il discepolo dei Misteri vedeva davanti a sé il destino di Prometeo. E in questo egli doveva vedere il passato e il futuro dell’intera quinta razza radicale. Voi potete raggiungere la comprensione di essa, se prendete in considerazione una cosa.

Soltanto a metà della razza lemurica venne raggiunto quel che viene designato come l’umanazione; umanazione nel senso di come oggi abbiamo uomini. Questa umanità veniva guidata dai grandi Istruttori e dalla grandi Guide, che designiamo come i «Figli della nube di Fuoco». Anche oggi l’umanità della quinta razza radicale viene guidata da grandi Iniziati, ma i nostri Iniziati sono di un altro genere delle allora Guide dell’umanità.

Dovete ora chiarirvi questa differenza. Vi è una grande differenza tra le Guide delle due precedenti razze e le Guide della nostra quinta razza radicale. Anche le Guide di quella razza erano riunite in una fraterna Loggia Bianca. Ma questi non avevano compiuto la loro precedente evoluzione sul nostro pianeta terrestre bensì su altri teatri. Essi erano discesi sulla Terra già come maturi uomini superiori, per istruire gli esseri umani, che erano ancora nella loro infanzia, al loro primo sorgere, per insegnare loro le prime Arti, delle quali avevano bisogno. Questo periodo di apprendistato durò durante la terza, la quarta, fin nella quinta razza radicale.

Questa quinta razza radicale ha preso la sua origine da un piccolo gruppo di uomini, che era stato trascelto dalla precedente razza radicale. Essi vennero formati nel deserto del Gobi e si diffusero poi in maniera radiale sulla Terra. La prima Guida, che ha dato l’impulso a questa evoluzione dell’umanità, era uno dei cosiddetti Manu, il Manu della quinta razza radicale. Questo Manu appartiene a quelle Guide del genere umano, che erano discesi all’epoca della terza razza radicale. Era ancora una delle Guide che non hanno compiuto la loro evoluzione unicamente sulla Terra, ma che hanno portato la loro maturità sulla nostra Terra.

Solo nella quinta razza radicale comincia l’evoluzione di quel tipo di Manu, che sono uomini come noi stessi, che come noi hanno compiuto la loro evoluzione unicamente sulla Terra, che si sono evoluti per così dire venendo su dalla gavetta a quel che sono sulla Terra. Abbiamo dunque esseri umani che sono già le superiori personalità Guide e Maestri, e quelle che si sforzano di diventare Guide e Maestri; cosicché abbiamo all’interno della quinta razza radicale Chela e Maestri, che appartengono a razze precedenti, e Chela e Maestri che hanno attraversato tutto quello che gli esseri umani hanno attraversato a partire dalla metà dell’epoca lemurica. Uno dei Maestri, che hanno la guida della quinta razza radicale, è stato prescelto ad assumere la guida della sesta razza radicale. La sesta razza radicale sarà la prima ad essere guidata  da un fratello umano come Manu. I precedenti Maestri, i Manu degli altri mondi, consegnano al fratello umano la guida dell’umanità.

Con il sorgere della nostra quinta razza radicale coincise tutto quello che chiamiamo lo sviluppo delle Arti. Gli Atlantidei avevano ancora una tutt’altra vita. Essi non avevano né invenzioni né scoperte. Essi lavoravano in tutt’altra maniera. La loro tecnica e la loro arte erano completamente diverse. Solo nella nostra quinta razza radicale si sviluppò quello che nel senso nostro chiamiamo tecnica  e arti. La scoperta più importante è la scoperta del fuoco. Rappresentavi ciò una volta chiaramente. Rappresentatevi chiaramente quel che oggi dipende nella nostra tecnica, industria e arti diffuse dipende dal fuoco. Credo che il tecnico mi darà ragione se dico, che senza il fuoco non sarebbe possibile nulla dell’intera tecnica, cosicché ci è permesso dire che con la scoperta del fuoco venne data la scoperta fondamentale, l’impulso per tutte le altre scoperte.

A ciò dovete, inoltre, aggiungere, che sotto il [termine] fuoco all’epoca in cui sorse la leggenda di Prometeo, si intendeva tutto quel che avesse un qualsivoglia rapporto col calore. Con ciò si intendeva pure le cause della folgore. Le cause di tutte le manifestazioni di calore venivano riassunte sotto l’espressione del fuoco. La coscienza del fatto che l’umanità della quinta razza stia sotto il segno del fuoco, si esprime a tutta prima nella leggenda di Prometeo. E Prometeo non è altro che il Rappresentante dell’intera quinta razza radicale.

Suo fratello è Epimeteo. Traduciamo dapprima un po’ le due parole: Prometeo significa in tedesco il pre-pensante, Epimeteo significa il post-pensante. Qui avete due attività del pensare umano chiaramente contrapposte nell’uomo post-pensante e nell’uomo pre-pensante. L’uomo post-pensante è colui che fa agire su di sé le cose di questo mondo e poi in un secondo tempo pensa. Un tale pensare è il pensare kamamanasico [sc. del Kama-Manas]. Guardato da un certo punto di vista, si chiama pensare kamamanasico:  lasciare agire prima il mondo su di sé e poi in un secondo tempo pensare. L’essere umano della quinta razza radicale pensa ancora essenzialmente come Epimeteo.

Ma nella misura in cui l’essere umano non lasci agire su di sé quel che già esiste, bensì crea qualcosa di futuro, è uno scopritore e un inventore, egli è un Prometeo, un pre-pensante. Mai si sarebbero potute compiere invenzioni se l’uomo fosse soltanto Epimeteo. Una invenzione viene compiuta per il fatto che l’uomo crea qualcosa che non esiste ancora. Dapprima ciò esiste nel pensiero, e dopo viene trasformato nella realtà. Questo è il pensare prometeico. Questo pensare prometeico è all’interno della quinta razza radicale il pensare manasico [del Manas]. Pensare kamanasico e manasico procedono come due correnti l’una accanto all’altra nella quinta razza radicale. Gradualmente il pensare manasico si diffonderà sempre più.

Questo pensare manasico della quinta razza radicale ha una speciale particolarità. La comprendiamo se rivolgiamo indietro lo sguardo alla razza radicale atlantidea. Questa aveva maggiormente un pensare istintivo, che era ancora in collegamento con la forza vitale. La razza radicale atlantidea era ancora in grado di trarre dalla forza dei semi una forza motoria. Così come oggi l’essere umano ha nei depositi di carbone una specie di serbatoio di forza, che egli trasforma in vapore per lo spostamento delle locomotive e dei carichi, così l’Atlantideo aveva grandi magazzini di semi di piante, che contenevano le forze, che egli poteva trasformare in forza motrice, dalla quale veniva spinti quei veicoli, che vengono descritti nella brochure di Scott-Elliot sull’Atlantide. Questa arte è andata perduta. Lo spirito degli uomini atlantidei domava ancora la natura vivente, la forza dei semi. Lo spirito della quinta razza può vincere soltanto la natura disanimata, le forze di divenire che giacciono nella pietra, nei minerali. Così il Manas della quinta razza radicale è incatenato alle forze minerali, così come la razza atlantidea era collegata alla forza vitale. Ogni forza di Prometeo è incatenata alle rocce, alla Terra. Perciò anche Pietro è la roccia sulla quale il Christo costruì. È la stessa cosa della roccia del Caucaso. L’uomo della quinta razza deve cercare la sua evoluzione sul piano puramente fisico. Egli è incatenato alle forze minerali, alle forze fisiche.

Cercate di farvi una visione d’insieme di che cosa significhi, quando si parla di questa della tecnica della quinta razza. A quale scopo esiste? Se siete capaci di crearvi una visione d’insieme, vedrete che – per quanto grandiosi e possenti siano pure i risultati – allorché la forza intellettuale, l’elemento manasico, viene applicato all’elemento inorganico, all’elemento minerale, che malgrado tutto è l’egoismo umano, l’interesse personale umano, al cui scopo in definitiva tutte intere queste forze delle invenzioni e delle scoperte della quinta razza radicale vengono applicate.

Se partite dalle prime scoperte e invenzioni e procedete sino al telefono, sino alle nostre nuovissime invenzioni e scoperte, vedrete allora come attraverso queste invenzioni e scoperte in verità grandi e potenti forze siano state poste al nostro servizio, ma a quale scopo esse servono? Che cosa andiamo a prendere con strade ferrate e navi a vapore da terre lontane? Andiamo a prendere generi alimentari, attraverso il telefono richiediamo alimenti. Fondamentalmente è il Kama quello che nella quinta razza radicale desidera invenzioni e scoperte. Questo è quello che in una considerazione obbiettiva ci si deve una volta chiarire. Poi si saprà pure come quell’uomo superiore che viene coinvolto nella materia, in realtà durante la quinta razza radicale sia incatenato alla materia, attraverso il fatto che il suo Kama desidera il suo appagamento all’interno della materia.   

Se vi guardate attorno nell’ambito esoterico troverete che i principi dell’uomo stanno in rapporto con organi ben determinati del corpo. Vi esporrò in séguito questo tema in maniera ancor più precisa, oggi voglio citare unicamente con quali organi i nostri sette principi stanno in un preciso rapporto.

Dapprima abbiamo il cosiddetto fisico. Questo sta in un rapporto occulto con la parte superiore del volto umano, con la radice del naso. La struttura fisica dell’uomo, che è iniziata un giorno – in precedenza l’essere umano era appunto semplicemente astrale e si è edificano immergendosi nel fisico – prese origine da questa parte. La Physis, il fisico,  scaturì e si stabilì dapprima alla radice del naso, cosicché l’esoterista considera la radice del naso come assegnata al vero e proprio elemento fisico-minerale.

Il secondo è Prana, il doppio corpo eterico. Ad esso viene assegnato esotericamente il fegato. Questo organo sta ad esso in una certa relazione occulta. Poi viene Kama, il corpo astrale. Esso ha di nuovo sviluppato la sua attività nell’edificazione degli organi di nutrizione, che hanno il loro simbolo nello stomaco. Se il corpo astrale non avesse questa impronta assolutamente precisa, che ha nell’uomo, questo apparato umano di nutrizione con lo stomaco non avrebbe neppure questa determinata forma, che ha oggi.

Se considerate l’essere umano, in primo luogo nella sua base fisica, in secondo luogo nel suo doppio corpo eterico, e in terzo luogo nel suo corpo astrale, allora avete la base che, come vedete, è incatenato a quella che costituisce la catena minerale della quinta razza radicale.

Attraverso i corpi superiori l’essere umano già si risolleva da questa catena e ascende  ad un livello superiore. Già il Kama-Manas risale di nuovo faticosamente. Qui già l’essere umano si libera di nuovo del puro fondamento naturale. Perciò vi è una relazione occulta tra il Kama-Manas e ciò attraverso cui l’essere umano è tratto fuori, tagliato fuori dal fondamento naturale.

Questo rapporto occulto è quello tra il Manas inferiore e il cosiddetto cordone ombelicale. Se non vi fosse alcun Kama-Manas nella figura umana, l’embrione non verrebbe poi tagliato fuori in questa maniera dalla madre.

Se passiamo al Manas superiore, questo ha una analoga relazione occulta al cuore e al sangue umano. La Buddhi ha una relazione occulta alla laringe umana, alla faringe e alla laringe umana. E l’Atma ha una relazione occulta con qualcosa ricolma l’intero essere umano, ossia con l’Akasha contenuto nell’essere umano.

Queste sono le sette relazioni occulte. Se vi ponete davanti queste, dobbiamo sottolineare come le più importanti per la nostra quinta razza quelle con il doppio corpo eterico e con il Kama. E se aggiungete quel che ho detto in precedenza circa il dominio del Prana da parte degli Atlantidei – la forza vitale è quella che pervade il doppio corpo etereo – allora potrete dirvi che l’Atlantideo stava ancora ad un gradino inferiore. Il suo doppio corpo eterico aveva ancora l’affinità primordiale con tutto l’eterico del mondo esterno, ed egli dominava perciò il Prana del mondo esterno. Attraverso il fatto che l’uomo è salito ad un gradino superiore, il lavoro è disceso ad un grado inferiore. Questa è una legge: che quando da un lato viene realizzata una ascesa, dall’altro deve risultare una discesa. Mentre l’uomo in precedenza aveva lavorato sul Kama a partire dal Prana, ora egli deve lavorare con Kama sul piano fisico.

Voi comprendete adesso quanto la leggenda di Prometeo simboleggi questa relazione occulta. Un avvoltoio rode il fegato a Prometeo. Kama è simboleggiato nell’avvoltoio, che divora veramente le forze della quinta razza. L’avvoltoio rode il fegato all’uomo, il fondamento, e così rode alla quinta razza l’autentica forza vitale dell’uomo, perché l’uomo è incatenato alla natura minerale, a Pietro, alla roccia, al Caucaso. In questa maniera l’essere umano dovette pagare la sua somiglianza con Prometeo. Perciò l’uomo deve vincere la propria natura, al fine di non essere più incatenato all’elemento minerale, al Caucaso.

Solo coloro che sorgono durante la quinta razza radicale come Iniziati umani, possono portare la liberazione all’uomo incatenato. Ercole, un Iniziato umano, deve penetrare lui stesso sin nel Caucaso, per liberare Prometeo. Ma così gli Iniziati traggono l’essere umano dall’incatenamento, e ciò che è votato al mondo inferiore deve sacrificarsi.

Deve sacrificarsi l’essere umano che è ancora in rapporto con l’elemento animale: il Centauro Chirone. Deve essere sacrificato l’essere umano del passato. Il sacrificio del Centauro è per l’evoluzione della quinta razza altrettanto importante quanto la liberazione attraverso gli Iniziati della quinta razza.

Si dice che nei Misteri greci alle persone venisse profetizzato il futuro. Ma con ciò non si intendeva un vago, astratto, racconto di quel che doveva accadere nell’avvenire, bensì l’indicazione di quelle vie, che conducono l’uomo nel futuro, di quel che l’uomo deve fare, per svilupparsi a penetrare nel futuro. E quel che doveva svilupparsi come forza dell’essere umano, veniva rappresentata nel grande dramma-mistero di Prometeo.

Ora, sotto le tre generazioni di Déi, Urano, Kronos e Zeus, ci si dovevano rappresentare tre successive Entità dirigenti degli esseri umani. Il Cielo si chiama Urano, la Terra Gaia. Se risaliamo a oltre la metà della terza razza, quella dei Lemuri, allora non abbiamo ancora l’essere umano, che conosciamo attualmente, bensì abbiamo un essere umano che la dottrina segreta chiama «Adam Kadmon», l’essere umano che è ancora asessuato, l’essere umano che in precedenza non apparteneva ancora alla Terra, che non aveva ancora sviluppato gli organi per la visione terrena, che apparteneva ancora all’elemento uranico, al Cielo. Attraverso l’unione di Urano e di Gaia sorse l’uomo, che discese nella materia, e con ciò è entrato al tempo stesso nel tempo. Kronos (Chronos = il tempo) diviene il dominatore della seconda stirpe di Dèi dalla metà dell’epoca lemurica sino all’inizio dell’epoca atlantica. I Greci simboleggiarono le Entità dirigenti dapprima con Urano, poi con Kronos, e poi passarono a Zeus. Ma Zeus era ancora una di quelle Guide che non avevano compiuto la loro formazione sulla Terra. Egli è ancora uno che appartiene agli Immortali, così proprio come tutti gli Dèi greci appartengono agli Immortali.

L’umanità mortale deve durante la quinta razza stare sulle proprie gambe. Questa umanità viene rappresentata da Prometeo. Essa soltanto portò le Arti umane e l’Arte originaria del Fuoco. Zeus è geloso di essa, giacché gli esseri umani crescono diventando i loro propri Iniziati, che nella sesta razza radicale prenderanno la direzione nelle loro mani. Ma questo l’umanità se lo deve prima conquistare. Per questo il suo Iniziato originario deve dapprima prendere su di sé tutte le sofferenze. 

Prometeo è l’Iniziato primigenio della quinta razza radicale, colui che è iniziato non solo nella saggezza, bensì anche nell’azione. Egli attraversa tutte le sofferenze, e verrà liberato da colui che matura per liberare poco a poco l’umanità ed innalzarla al di sopra dell’elemento minerale.

Così le leggende ci presentano le grandi verità cosmiche. Perciò vi dissi all’inizio: colui che sale al terzo significato, è in grado di prenderle nuovamente alla lettera… [Seguono nella trascrizione alcune frasi non chiare]. Nella leggenda di Prometeo avete il divoramento del fegato da parte dell’avvoltoio. Ciò è da prendersi assolutamente alla lettera. L’avvoltoio divora realmente il fegato della quinta razza radicale. È la lotta dello stomaco contro il fegato. In ogni singolo essere umano si ripete, durante la quinta razza radicale, questa dolorosa lotta prometeica. È da prendersi completamente alla lettera quel che qui viene espresso nella leggenda di Prometeo. Se non esistesse questa lotta, allora il destino della quinta razza sarebbe uno completamente diverso.

Vi sono dunque tre interpretazioni delle leggende: in primo luogo quella exoterico-letterale, in secondo luogo quella allegorica – la lotta dell’umana natura – , in terzo luogo il significato occulto, ove nuovamente subentra una interpretazione letterale dei miti. Da ciò potete scorgere, come tutte queste leggende – perlomeno tutte quelle che hanno un tale significato – provengano dalle scuole dei Misteri e come non siano nient’altro che la riproduzione di quel che nelle scuole dei Misteri veniva presentato come il grande dramma del destino dell’umanità. Così come nel caso dei Misteri druidici potei mostrarvi come [la leggenda di] Baldur non rappresenti nient’altro che quel che si compiva all’interno dei Misteri druidici, così in Prometeo avete quel che il discepolo greco dei Misteri ha sperimentato all’interno dei Misteri per conquistare forza e energia per la vita nell’avvenire.

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. SECONDA PARTE.

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L’anno 1985 fu un anno veramente decisivo per me. Ero, come Dante, «nel mezzo del cammin di nostra vita», e fu proprio in uno di quei memorabili giorni di aprile – giorni che mi è caro rievocare con gioiosa gratitudine – che incontrai per la prima volta Hella Wiesberger. Fu l’inizio di una lunga, feconda, amicizia, e l’inizio di una fruttuosa, leale, comune militanza spirituale. In lei potei contemplare, concretamente attuato, un ideale di totale sincerità, di assoluta lealtà, di audacia, di libertà interiore, di generosa tolleranza, di intensa, alacre operatività spirituale, di autentica, per nulla sentimentale, venerante devozione allo Spirito.

Avevo letto il suo saggio L’Opera di Rudolf Steiner nella sua realtà è la sua vita, tradotto in italiano da Stefano Pederiva, Editrice Antroposofica, Milano, 1984, che mi aveva colpito al punto tale, che in uno dei viaggi, che facevo per motivi professionali, in Svizzera e in Germania, che mi procurai alla Haus Duldeck, la libreria del Lascito di Rudolf Steiner, i due numeri 49/50 e 51/52 dei Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtasugabe – la bella e importante rivista della Nachlassverwaltung – nei quali tale saggio era stato pubblicato. Le telefonai, e lei mi dette appuntamento al Lascito, e da lì iniziò la nostra amicizia, e per me un percorso interiore molto particolare.

Sin dalle mie prime visite a Dornach, nel 1979 e nel 1980, mi ero procurato i primi volumi, curati da Hella Wiesberger, che all’interno della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, avevano cominciato ad essere riuniti sotto la per me molto eloquente denominazione ‘Aus den Inhalten der Esoterischen Schule’, ossia ‘Dai contenuti della Scuola Esoterica’. Io già possedevo, sin dal 1972, il primo volume ‘Anweisungen für eine esoterische Schulung’, ‘Indicazioni per una Suola Esoterica’, GA-245, pubblicato a Dornach dalla Rudolf Steiner Verlag, la casa editrice del Lascito, per la prima volta nel 1968, perché mi era stato donato a Firenze dalla cara amica Ilse Küchel, anziana ed energica antroposofa, che da molti decenni viveva nella mia città, e che ricordo sempre con profondo affetto e gratitudine. Quello che trovai in quei miei primi viaggi a Dornach fu di Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen. Aus den Inhalten der Esoterischen Schule. Zwanzig Vorträge gehalten in Berlin zwischen dem 23. Mai 1904 und dem 2. Januar 1906, ossia La leggenda del Tempio e la Leggenda Aurea come espressione simbolica dei misteri passati e futuri dell’evoluzione dell’uomo. Dai contenuti della Scuola Esoterica. Venti conferenze tenute a Berlino tra il 23 maggio 1904 e il 2 gennaio 1906, Dornach, Rudolf Steiner Verlag, 1979, GA-93, testo parzialmente tradotto e pubblicato in italiano. Mi innamorai sùbito di quel libro, ed è da esso che traggo le ‘lezioni esoteriche’ che, da me tradotte, appariranno progressivamente su questo temerario blog.

Quanto al contenuto del libro così scrive, a p. 15 della terza edizione del medesimo, Hella Wieberger nelle sue Osservazioni preliminali dell’Editore:

«Le conferenze (Vorträge) riunite nel presente volume, per il loro contenuto, sono in realtà da ascriversi al patrimonio d’insegnamento (Lehrgut) della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner. Giacché con esse doveva essere compiuta la preparazione alla forma di lavoro esoterico, coltivata in essa a partire dal 1906 [sc. nella seconda e terza Classe della Mystica Aeterna]».

Die in dem vorliegenden Band zusammengefaßten Vorträge sind ihrem Inhalte nach eigentlich dem Lehrgut von Rudolf Steiners Esoterischer Schule zuzurechnen. Denn es sollte mit ihnen auf eine darin von 1906 an gepflegte Form esoterischen Arbeitens vorbereitet werden.

Ma già nel corrispondente paragrafo, contenuto nella prima edizione del 1979, sempre a p. 15, Hella Wiesberger aveva – sia pure accennandovi più scarnamente – fatto presente che:

«Le conferenze raccolte nel presente volume appartengono per loro natura al patrimonio d’insegnamento della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, in quanto attraverso esse doveva essere preparata una certa forma di lavoro esoterico».

Die in dem vorliegenden Band zusammengefaßten Vorträge gehören zum Lehrgut von Rudolf Steiners Esoterischer Schule, als durch sie eine gewisse Form esoterischen Arbeitens vorbereitet werden sollte.

Che la cosa stesse in questi termini è dimostrato da quanto già avevo scritto nel mio precedente studio, là dove dicevo che: «nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis di Roma […] era presente, tra gli altri, un primo dattiloscritto intitolato Il Mistero dei R.C. – Rosacroce, recante in alto una scritta a matita nella riconoscibilissima calligrafia di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», chiara allusione alle logge della Seconda Classe della Scuola Esoterica, ossia della Mystica Aeterna. Vi era, altresì, un secondo dattiloscritto, recante anch’esso, sempre a matita, e riconoscibilissima, una simile scritta di mano di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», intitolato Loggia Rosicrucianaseconda conferenza dei cicli interni, La leggenda Aurea dei R.C. ». Il primo di quei testi dattiloscritti, recanti l’annotazione a matita di Giovanni Colazza, fa parte del libro curato da Hella Wiesberger, ed apparirà quanto prima sulle telematiche pagine di Ecoantroposofia.

Nel proseguo della sua introduzione, Hella Wiesberger, alle pp. 15-16, chiarisce:

«I contenuti più essenziali del patrimonio d’insegnamento della prima Sezione [sc. ossia della prima Classe della Scuola Esoterica] sono già pubblicati nel volume «Indicazioni per una Scuola Esoterica – Dai contenuti della Scuola Esoterica» (Bibl.Nr. 245).

La seconda e terza Sezione [sc. la ‘Mystica Aeterna’] furono preparate attraverso la spiegazione del contenuto esoterico del linguaggio immaginativo di miti, saghe e leggende. In modo particolare con la Leggenda del Tempio e la Leggenda del legno della Croce, da Rudolf Steiner per lo più chiamata Leggenda Aurea, doveva essere creata una base per la coltivazione di un certo simbolismo cultico. Ogni elemento cultico, «ma non solo l’elemento cultico esteriore, bensì la comprensione del mondo in immagini», il meditare in immagini soltanto può condurre alla conoscenza di sé e del mondo. […]

Poiché le immagini della Leggenda del Tempio e della Leggenda Aurea formano una componente integrante della Sezione cultico-simbolica, le qui presenti conferenze sono dedicate particolarmente alla loro interpretazione. Rudolf Steiner considerava, il rendere dapprima concepibile il contenuto esoterico alla comprensione ideale, come un presupposto necessario alla coscienza del presente ai fini dell’operare mediante immagini, in modo peculiare mediante il simbolismo. Ciò esige il sentiero iniziatico rosicruciano da lui insegnato, il cui primo gradino è lo studio, mentre solo il secondo è il pensare immaginativo».

In questa seconda parte del presente studio, verrà presentata una ‘conferenza’, o meglio una ‘lezione esoterica’, da me tradotta il più letteralmente possibile, evitando abbellimenti di qualsiasi tipo, per tema di tradirne anche minimamente il contenuto sacrale. Si tratta della seconda pièce del libro curato da Hella Wieberger, pp. 33-41 del testo tedesco, quella del 10 giugno 1904, intitolata L’opposizione di Caino e Abele. Per la maggior comprensione della medesima, la faccio precedere da un ampio stralcio della ‘lezione’ precedente, quella del 23 maggio 1904,  che si trova alle pp. 21-32 del testo tedesco, dal titolo Pentecoste, la festa della liberazione dello spirito umano. Ne seguiranno altre. In queste comunicazioni, Rudolf Steiner adoperava ancora la terminologia teosofica – sia pure usata in modo diverso e per contenuti ben diversi da quelli della ‘teosofia’ anglo-indiana di Adyar. Inizialmente, fu per lui un passo obbligato adoperare quella terminologia, che pure gli stava stretta, per farsi capire dai suoi ascoltatori, ma appena poté la abbondonò, senza mai più riesumarla. Tuttavia il lettore non troverà eccessiva difficoltà a trasporre i termini teosofici in quelli specificamente antroposofici.

Nell’inoltrarsi nei contenuti sacrali esposti da Rudolf Steiner, il candido lettore che vorrà  studiarli – secondo il metodo ‘rosicruciano’ di studiare – andando avanti, vedrà sempre meglio come tali contenuti abbiamo tutti una segreta, profondissima, correlazione, sempre più evidente nel procedere del presente studio, col tema del Graal, preannunciato nella parte introduttiva che ho premessa al presente studio. È la ‘Via’ che mena alla ‘Eccelsa Mèta’, come la chiama il Buddha Shakyamuni, attraverso la fattiva conquista e la concreta realizzazione di Autocoscienza, Libertà, e Amore. Naturalmente il volenteroso lettore dovrà avere la pazienza di seguire interamente il discorso dispiegato nel presente studio, e attenderne il completamento.

Mi si dirà che una tale ‘Via’ è estremamente difficile, addirittura ‘eroica’, e non si affermerebbe altro che il vero. Ma estremamente difficili sono anche i tempi drammatici nei quali viviamo. Comunque, voglia il benevolo lettore ben meditare queste parole che Baruch Spinosa scrisse in chiusura della sua Etica, dimostrata con metodo geometrico, che trascrivo nella edizione tradotta da Emilia Giancotti, e pubblicata da Editori Riuniti, Roma, 2004, p. 318:

«La via che ho mostrato condurre a questo [sc. alla conoscenza intuitiva, o terzo genere di conoscenza, mediante il quale si contemplano il mondo e gli esseri sub specie aeternitatis, e alla beatitudine], pur se appare molto difficile, può tuttavia essere trovata. E d’altra parte deve essere difficile, ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere, infatti, che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse essere trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare».

Ma ecco i due testi correlati al tema che ci interessa.

Stralcio da Pentecoste, la festa della liberazione dello spirito umano.

Berlino, 23 maggio 1904.  

«Vorrei dire su questo argomento qualcosa soltanto in maniera indicativa, nel senso della teosofia. Ivi siamo condotti a qualcosa che è profondamente legato all’evoluzione dell’umanità nella quinta razza radicale. In effetti, l’uomo ha appunto preso la forma che riveste oggi nella terza razza radicale all’epoca dell’antica Lemuria, egli ha continuato a trasformarsi durante il suo passaggio attraverso la quarta razza radicale, l’epoca dell’antica Atlantide, e con il risultato di questa evoluzione, egli è entrato nella quinta razza radicale. Chi ha ascoltato le mie conferenze sull’Atlantide ricorderà che ancora tra i Greci vi era un vivo ricordo di quell’epoca.

Per orientarci meglio, dobbiamo gettare un breve sguardo su due correnti presenti nella nostra quinta razza radicale che costituiscono forze nascoste e viventi negli animi e che si combattono in molteplici modi: una corrente si esprime nella maniera più pura e più chiara in quella che chiamiamo la visione del mondo dell’Egitto, dell’India e dell’Europa meridionale. Tutto l’ebraismo successivo ed anche il cristianesimo ne contengono qualcosa. Ma d’altro lato, ciò si è mescolato nella nostra Europa all’altra corrente che vive nella visione del mondo che troviamo nell’antica Persia e che possiamo ritrovare nella regione che si estende ad Occidente della Persia sin presso i Germani – ma non bisogna allora ascoltare quello che ci dicono gli antropologi e gli etimologisti, bensì dobbiamo penetrare più nel profondo nella cosa. 

Di queste due correnti vorrei affermare che esse sono la manifestazione di due importanti, di due grandi intuizioni spirituali che ne costituiscono il fondamento. L’una è sorta nella sua forma più pura presso gli antichissimi Rishi. Essi hanno avuto l’intuizione di Esseri di una natura superiore che si chiamano Deva. Chi è passato attraverso un discepolato occulto, chi è in grado di investigare in questo campo sa chi sono i Deva. Queste sono Entità puramente spirituali, che vivono nello spazio astrale e in quello mentale, hanno una duplice natura, mentre gli uomini hanno una natura triplice. Giacché l’uomo consiste di corpo anima e spirito. La natura dei Deva invece consiste – nella misura in cui noi possiamo seguirla – soltanto di anima e di spirito. Essa può avere ancora altri arti, ma non possiamo penetrare questi medesimi con il discepolato occulto. Un Deva ha lo Spirito in maniera immediata nella sua interiorità. Il Deva è uno spirito dotato di anima. Ciò che voi non potete vedere in un uomo, ovverossia le brame, gli istinti, le passioni e i desideri, che vivono in lui, ma che per colui che ha dischiuso il suo senso spirituale, sono percepibili come manifestazioni di luce, queste forze animiche, questo corpo animico dell’uomo, che per l’uomo è la sua interiorità, e che viene portato dal nostro corpo fisico, questo corpo animico è il corpo inferiore dei Deva. Noi lo possiamo considerare come il loro corpo. L’intuizione indiana si rivolse di preferenza a questi Deva. L’Indiano vede questi Deva ovunque. Egli li vede come forze creatrici, quando guarda dietro le quinte dei nostri fenomeni del mondo. Questa intuizione sta alla base della visione del mondo della fascia meridionale. Nella visione del mondo dell’Egitto essa viene ad espressione in maniera grandiosa e potente.

L’altra intuizione sta alla base dell’antica mistica persiana e conduceva alla venerazione di Entità, le quali pure sono di duplice natura: gli Asura. Anch’essi hanno quel che chiamiamo anima, ma hanno formato in maniera grandiosa, titanica, il corpo fisico, che racchiude un organo animico. La visione indiana del mondo, che sta salda nella venerazione dei Deva, considera questi Asura come un qualcosa di subordinato, mentre coloro che si riconoscevano nella visione del mondo della fascia settentrionale, aderivano maggiormente agli Asura, alla natura fisica. Perciò anche qui si è formato specialmente l’impulso a dominare in maniera materiale il mondo delle manifestazioni sensibili, a dominare il mondo della realtà attraverso il perfezionamento della tecnica, che giunge sin al suo punto più alto, attraverso le arti fisiche e simili. Oggi non ci sono più uomini che si attengono alla venerazione degli Asura; ma tra noi ce ne sono molti che hanno ancora in se stessi qualcosa di questa natura. Da qui muove l’attrazione verso il lato materiale della vita e questo è il tratto fondamentale della visione del mondo della fascia nordica. Chi professa principi puramente materialistici, può essere sicuro di avere qualcosa nella sua natura che proviene da questi Asura.

All’interno dei seguaci degli Asura si sviluppò allora un peculiare sentimento fondamentale. Esso sorse dapprima nella vita spirituale persiana. I Persiani sperimentavano una sorta di paura di fronte ai Deva. Essi sperimentavano paura, timore, orrore di fronte a ciò che è puramente animico-spirituale. Questo causò il fatto che oggi scorgiamo la grande contrapposizione tra la visione [del mondo] persiana e quella indiana. Nella visione del mondo persiana veniva spesso adorato  precisamente quel che la corrente indiana considerava come malvagio, come qualcosa di inferiore, e si evitava assolutamente ciò che per gli Indiani era degno di venerazione. All’interno del sentimento cosmico persiano sorse altresì questo peculiare sentimento fondamentale, di fronte ad a entità che  in realtà ha la natura dei Deva, ma che all’interno di questa visione del mondo viene fuggita, viene temuta. In breve, è l’immagine di Satana, che appare in questa visione del mondo. Lucifero, questo essere animico-spirituale, diventa un essere che riempie di orrore. In ciò dobbiamo cercare l’origine di ciò che esiste quale credenza nel diavolo. Questo sentimento fondamentale è trapassato nella moderna visione del mondo. Specialmente nel Medioevo il diavolo divenne una figura temuta ed evitata. Lucifero divenne dunque una figura letteralmente evitata.

A questo proposito riceviamo chiarimenti nel manoscritto citato. Se nel senso di questo stesso manoscritto seguiamo il corso dell’evoluzione cosmica, troviamo che alla metà della terza razza, della razza lemurica, gli esseri umani si sono rivestiti di sostanza fisica. Allorché i teosofi credono che la reincarnazione non abbia né inizio né fine, è una rappresentazione errata. La reincarnazione è iniziata nell’epoca lemurica e cesserà pure nuovamente all’inizio della sesta razza. È soltanto un determinato intervallo di tempo nell’evoluzione terrestre, quello all’interno del quale l’uomo si reincarna. Precedentemente vi era una condizione estremamente spirituale che non rendeva necessaria alcuna reincarnazione, e nuovamente seguirà una condizione spirituale, la quale pure non necessiterà di alcuna reincarnazione.

L’incarnazione originaria nella terza razza consisté nel fatto che per così dire il verginale spirito umano, Atma-Buddhi-Manas,  ricercò la sua prima incorporazione fisica. Allora l’evoluzione fisica della nostra Terra non poteva essere ancora così sufficientemente progredita rispetto alle entità animali, l’intera entità umano-animale non poteva allora essere così pronta, al punto di poter accogliere in se stessa lo spirito umano. Ma una parte, un certo gruppo di entità animali era già sufficientemente evoluto, cosicché il seme dello spirito umano potesse immergersi in questi corpi animali, in modo da poter dare la forma ai corpi umani.

Una parte delle individualità, che allora si incarnarono, formarono la stirpe di coloro che in seguito si diffusero come Adepti sull’intero mondo. Erano gli Adepti originari, non coloro che chiamiamo oggi Iniziati. Coloro che oggi chiamiamo Iniziati non attraversavano allora ancora nessuna incarnazione. Tuttavia non si incorporarono allora tutti quelli che potevano trovare corpi umano-animali, ma solo una parte. Un’altra parte si ribellò al corso dell’incarnazione per precise ragioni. Essi attesero a tale scopo sino alla quarta razza. La Bibbia accenna a quel momento in maniera misteriosa e profonda: i Figli degli Dèi trovarono che le figlie degli uomini erano belle e si unirono ad esse.

Cioè, cominciò in quel momento in epoca più tardiva una incarnazione di coloro che avevano aspettato. Noi chiamiamo questo gruppo i «Figli della Saggezza», e sembra quasi che vi sia una certa presunzione ed un certa superbia in loro. Prescindiamo ora dalla piccola eccezione che sono gli Adepti. Se si fosse allora incarnata pure quest’altra parte, l’essere umano non sarebbe mai giunto alla chiara coscienza, nella quale egli vive oggi. L’essere umano sarebbe rimasto impantanato in un ottuso stato di trance. Egli avrebbe assunta la coscienza, che oggi potete trovare negli ipnotizzati, nei sonnambuli e così via. In breve, gli esseri umani sarebbero rimasti in uno stato di coscienza sognante. Ma sarebbe poi mancata loro una cosa straordinariamente importante, se non addirittura la più importante: il sentimento della libertà, la scelta autonoma dell’uomo sul Bene e sul Male a partire dalla sua propria coscienza, dal suo Io.

La Genesi  – in quella forma che essa precisamente ha già ricevuto sotto gli influssi provenienti da quel sentimento che ho caratterizzato dicendo che di fronte a un Deva esisteva una certa timidezza – la Genesi chiama questa posteriore incarnazione la «caduta», il peccato originale. Il Deva attese e discese solo allorché l’umanità fisica si era già ulteriormente evoluta per poter quindi prender prima possesso del corpo fisico, onde poter sviluppare poi una più matura coscienza di quanto non fosse prima della caduta.

Così vedete come l’uomo abbia acquistato la sua libertà attraverso il fatto che la sua natura si è deteriorata, perché egli ha atteso con l’incarnazione fino a che la sua natura è discesa in una più densa condizione fisiologica. Nella mitologia greca si era conservata una coscienza profonda di questo fatto. Se l’uomo fosse giunto già prima all’incarnazione – così diceva il mito dei Greci – sarebbe accaduto quel che voleva Zeus, allorché gli esseri umani si trovavano ancora nel «Paradiso»: Egli voleva renderli felici, ma come esseri incoscienti. La chiara coscienza sarebbe stata riposta unicamente presso gli Dei e l’uomo sarebbe rimasto privo del sentimento della libertà. La ribellione dello spirito luciferico, dello spirito del Deva nell’umanità, che volle discendere per svilupparsi a partire dalla stessa libertà, viene simboleggiato nella saga di Prometeo. Ma egli deve espiare questo tentativo con il fatto che un’aquila – simbolo del desiderio – rode incessantemente il suo fegato e gli causa i più tremendi dolori.

Allora l’uomo è disceso più in basso e deve ora raggiungere quel che egli avrebbe dovuto raggiungere, attraverso arti e forze magiche, attraverso quel che gli giungeva autonomamente a partire dalla chiara coscienza della libertà. Ma poiché era disceso più in basso, egli deve sopportare dolori e tormenti. Anche questo indica la Bibbia con le parole: Partorirai i figli nel dolore, mangerai il pane nel sudore della tua fronte – e così via. Ciò non significa altro che: l’uomo deve nuovamente innalzarsi con l’aiuto della civiltà.

La mitologia greca simboleggia in Prometeo il rappresentante dell’umanità che anela nella libertà per la civiltà  attraverso le lotte. Essa in lui ha rappresentato l’uomo sofferente e al contempo il liberatore. Colui che attua la liberazione di Prometeo è Ercole, del quale ci viene raccontato che si fece iniziare nei Misteri eleusini. Colui che discende nel mondo inferiore, era un Iniziato, poiché la discesa agl’Inferi è l’espressione tecnica per l’Iniziazione. Questa discesa agl’Inferi ci viene detta di Ercole, di Ulisse, e di tutti coloro nel caso dei quali abbiamo a che fare con Iniziati che ora vogliono, in seno all’evoluzione attuale, guidare alla sorgente della sapienza primordiale, alla vita spirituale.

Se l’umanità fosse rimasta al punto in cui si trovava nella terza razza, oggi saremmo uomini sognanti. L’uomo ha fecondato la sua natura inferiore attraverso la sua natura di Deva. A partire dalla sua autocoscienza, la sua coscienza della libertà, egli deve di nuovo sviluppare questa scintilla di coscienza che egli si è portato quaggiù con una giustificata audacia, dunque quella conoscenza spirituale ch’egli non ha ricercata nel precedente stato non libero. Nella stessa natura umana vi è quella ribellione satanica, che però come anelito luciferico è in effetti la garanzia per la nostra libertà. E a partire da questa libertà sviluppiamo nuovamente una vita spirituale. Questa vita spirituale deve  venire nuovamente accesa nel seno dell’umanità della quinta razza. Nuovamente questa coscienza deve scaturire dagli Iniziati. Essa non deve essere una coscienza sognante, bensì una coscienza chiara. Sono gli Ercoli dello Spirito, sono gli Iniziati, coloro che fanno progredire l’umanità e disvelano la sua occulta natura di Deva, la conoscenza dello Spirituale. Questo è stato pure l’anelito dei grandi fondatori di religioni: quello di portare nuovamente all’umanità la conoscenza dello Spirituale, che essa aveva smarrito nella vita fisiologica. Gli Atlantidei avevano un’elevata civiltà materiale, e la nostra quinta razza ha ancora sempre molto della vita materiale in se stessa. Questa civiltà materialistica del nostro tempo ci mostra quanto l’uomo si sia coinvolto nella pura natura fisico-fisiologica, come Prometeo nelle sue catene. Ma altrettanto sicuro è che l’avvoltoio, il simbolo della brama, che rode il nostro fegato sarà eliminato dall’uomo spirituale. A questo vogliono guidare gli Iniziati l’umanità autocosciente: attraverso movimenti tali, dei quali il movimento teosofico è uno, onde l’uomo possa nuovamente elevarsi in piena libertà.

Troviamo indicato con precisione nel Vangelo, nel Nuovo Testamento, il momento nel quale dobbiamo cogliere l’istante del fluire della vita spirituale nell’umanità autocosciente. Nel Vangelo più profondo, che viene oggi misconosciuto dalla teologia, nel Vangelo di Giovanni, viene indicato questo momento laddove viene raccontato che Gesù si reca alla Festa dei Tabernacoli. Il fondatore del Cristianesimo ivi parla del fatto di riversare la vita spirituale sull’umanità. È un passaggio stupefacente. La Festa dei Tabernacoli consisteva nel fatto di andare ad una sorgente dalla quale sgorgava l’acqua. Allora si svolgeva una festa che indicava come l’uomo debba nuovamente riflettere allo Spirituale, alla natura di Deva e all’anelito spirituale. L’acqua che ivi veniva attinta era una rimembranza dell’elemento animico-spirituale. Dopo ripetuti rifiuti, Gesù va però ugualmente alla Festa. E nell’ultimo giorno della Festa accade quanto segue (Giov. 7, 37): Or nell’ultimo giorno, il gran giorno della festa, Gesù, stando in piè, esclamò: «Se alcuno ha sete, venga a me e beva ». Coloro che bevevano festeggiavano una festa della rimembranza della vita spirituale. Tuttavia Gesù ricollega ancora qualcos’altro con ciò e Giovanni vi accenna con le parole: «Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Or disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che crederebbero in lui; poiché lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato ».

Qui viene ora accennato al mistero della Pentecoste, accennato al fatto che l’umanità deve aspettare lo Spirito Santo della vita spirituale. Allorché verrà raggiunto il momento in cui l’uomo potrà accendere in sé stesso la scintilla della vita spirituale, allorché la natura fisiologica dell’uomo potrà ricercare, a partire di se stessa, l’ascesa, allora lo Spirito Santo discenderà sugli uomini, il tempo del risveglio spirituale.

L’uomo è disceso sin nel corpo fisico cosicché, al contrario della natura dei Deva, egli consiste di tre principi: corpo, anima e spirito. Il Deva si trova più in alto rispetto all’uomo, egli però non deve superare come l’uomo la natura fisica. La natura fisica deve essere di nuovo trasfigurata, cosicché essa possa accogliere la vita spirituale. La stessa coscienza fisiologica dell’uomo, il corpo fisico, come vive oggi, deve accendere in sé in libertà la scintilla della vita spirituale.

Il sacrificio del Christo è un esempio di come l’uomo possa sviluppare, a partire dalla vita fisica, la coscienza superiore. Nel corpo fisico vive il suo io inferiore; ma esso deve essere infiammato, onde si sviluppi l’Io superiore. Solo allora anche da questo corpo fisico possono fluire i fiumi d’acqua viva. Potrà allora apparire lo Spirito, potrà allora riversarsi lo Spirito. L’uomo deve allora divenire morto come Io rispetto a questa vita fisiologica.

Qui risiede l’autentico elemento cristico ed anche il più profondo mistero della Pentecoste. L’uomo vive a tutta prima nel suo organismo inferiore, nella sua coscienza impregnata di desideri. Egli deve vivervi perché solo questa coscienza può dargli libertà sicura della mèta. Tuttavia egli non può rimanervi dentro, bensì deve elevare il suo Io alla natura dei Deva. Egli deve far maturare in se stesso il Deva, generare il Deva, che diventerà poi uno Spirito di salute, uno Spirito Santo. A tale fine egli deve sacrificare coscientemente il corpo terreno, egli deve a tale scopo sperimentare il «muori e divieni», onde egli non rimanga «un ospite tenebroso» su questa  «Terra oscura».

Così soltanto in rapporto con il mistero della Pentecoste il mistero della Pasqua rappresenta una totalità: allora l’Io umano nel Grande Rappresentante si spoglia del vivente io inferiore; esso muore per trasfigurare completamente la natura fisica e riportarla nuovamente alle Potenze Divine. Il simbolo per ciò è l’Ascensione. Allorché l’essere umano ha trasfigurato questo corpo fisico, lo ha ricondotto allo Spirituale, egli è maturo perché la vita spirituale si riversi in lui  e sperimenterà, quel che secondo la dichiarazione del Grande Rappresentante dell’Umanità viene chiamato la «discesa dello Spirito Santo».  Per cui vien detto pure: «Tre sono quelli che testimoniano sopra la terra: lo Spirito, e l’acqua, e il sangue». La festa di Pentecoste è il riversarsi – la discesa – dello Spirito nell’umanità.

La più grande mèta dell’evoluzione viene espressa nella festa di Pentecoste, ovverossia l’uomo a partire dalla vita intellettuale deve di nuovo penetrare nella vita spirituale. Come Prometeo viene liberato dalle sue sofferenze attraverso Ercole, così lo sarà l’uomo attraverso la vita dello Spirito. Attraverso il fatto che l’uomo è disceso nella materia egli è pervenuto all’autocoscienza. Attraverso il fatto che egli nuovamente riascende, diventerà un Deva autocosciente. Da coloro che veneravano gli Asura e consideravano i Deva come qualcosa di satanico, da coloro che non volevano penetrare nell’interiorità più profonda, questa discesa viene presentata come qualcosa di diabolico. 

Ciò viene indicato anche nella mitologia greca. Il rappresentante della condizione di coscienza non libero è Epimeteo – il postpensatore – il quale non vuole giungere alla redenzione a partire dalla piena libertà, dunque l’avversario di Prometeo – [sc. il prepensatore]. Egli riceve da Zeus il vaso di Pandora, il cui contenuto – sofferenze e piaghe – alla sua apertura si abbatte sull’umanità. Solo come ultimo dono vi rimane dentro la speranza, che anche lui in una condizione futura penetrerà in una superiore chiara coscienza. Gli rimane la speranza della liberazione. Prometeo sconsiglia di accettare l’ambiguo dono del dio Zeus. Epimeteo non obbedisce a suo fratello, al contrario accetta il dono. Il dono di Epimeteo è meno importante di quello di suo fratello Prometeo.

Vediamo così come gli uomini vivano in due [diverse] correnti. Gli uni sono coloro se si attengono saldamente al sentimento della libertà e – malgrado che sia pericoloso sviluppare lo Spirituale – tuttavia lo ricercano in libertà. Gli altri sono coloro che trovano la loro soddisfazione attraverso una torpido vivere e una fede cieca e fiutano qualcosa di pericoloso nell’aspirazione luciferica alla libertà. Coloro che hanno fondato le forme [esteriori] della Chiesa hanno snaturato/distorto la più profonda aspirazione luciferica. Gli antichissimi insegnamenti in proposito si trovano in manoscritti segreti, in luoghi nascosti che quasi nessuno ha mai veduto. Essi sono accessibili ad alcuni pochi che sono capaci di vederli nella luce astrale, ed altrimenti ad alcuni Iniziati. È certamente una via pericolosa, ma è l’unica che conduca alla sublime mèta della libertà.

Lo Spirito dell’uomo deve essere uno spirito liberato, non uno spirito torpido. Anche il Cristianesimo vuole ciò. Salute, sanare sono [parole] in relazione a santo. Uno Spirito che è santo, che risana, che libera dalle sofferenze e dalle piaghe. Sano e libero è l’uomo, allorché egli è strappato dalla schiavitù causata dall’elemento fisiologico, quando egli è liberato dall’elemento fisiologico. Giacché solo lo Spirito liberato è lo spirito sano, il cui corpo nessuna aquile può più rodere.  

Così la festa di Pentecoste deve essere compresa come un simbolo della liberazione dello spirito umano, come il simbolo della grande lotta dello spirito umano per la libertà, per una coscienza nella libertà.

Se la festa di Pasqua è una festa di Resurrezione nella Natura, allora la festa della Pentecoste è un simbolo per il divenir cosciente dello spirito umano, la festa di coloro che sanno e conoscono e – compenetrati da ciò – cercano la libertà.

Nell’epoca moderna quei movimenti spirituali che conducono alla percezione del Mondo Spirituale nella chiara coscienza diurna – non in trance, non in uno stato ipnotico – sono quelli che guidano alla conoscenza di un tale importante simbolo. La chiara coscienza, che unicamente lo Spirito libera, è quella che ci riunisce nella Società Teosofica. Non soltanto la parola, bensì lo Spirito le dà il suo significato. Lo Spirito che emana dai grandi Maestri, che si riversa da quei pochi che possono dire: Io so che vi sono i grandi Adepti, che sono i Fondatori del movimento spirituale, non della Società, che si riversa nella nostra civiltà del presente e le dà l’impulso per il futuro.

Se farete nuovamente fluire una scintilla di comprensione per questo Spirito Santo nell’incompresa festa della Pentecoste, allora essa verrà vivificata e riceverà nuovamente significato. Noi dobbiamo vivere in un mondo ricolmo di significato. Colui che celebra le feste spensieratamente, le celebra da seguace di Epimeteo. L’uomo deve vedere che cosa ci congiunge a quel che è intorno a noi, e anche a quel che nella Natura è invisibile. Noi dobbiamo sapere dove stiamo. Giacché noi uomini siamo destinati non ad un sognante, dimezzato, torpido  vivere, bensì siamo destinati ad un libero, pienamente cosciente, dispiegamento della nostra entità».

«L’opposizione di Caino e Abele

Berlino, 10 giugno 1904

Già l’ultima volta ho accennato al fatto che nella storia di Caino e Abele si cela una intera somma di misteri occulti. Oggi voglio accennare a qualcosa, ma vorrei subito prima sottolineare come il rapporto tra Caino e Abele – certamente inteso nella sua profondità – sia un’allegoria per misteri straordinariamente profondi e che noi saremo in grado, partendo dalle premesse che abbiamo, di conoscerne qualcosa.  

Se seguiamo i cinque libri [sc. il Pentateuco] di Mosè, troveremo in essi qualcosa che accenna direttamente all’evoluzione dell’umanità a partire dall’epoca lemurica. Il racconto, per esempio, di Adamo ed Eva e dei loro discendenti non è qualcosa da prendere in maniera semplice e ingenua. Prego perciò di considerare che in particolare nei cinque libri di Mosè, in Enoch, nei Salmi, e in alcuni altri importanti capitoli del Vangelo, nella Lettera agli Ebrei, in alcune Lettere di Paolo e nell’Apocalisse, abbiamo assolutamente a che fare con scritti di Iniziati, cosicché in questi scritti dobbiamo ricercare un nucleo occulto. Ovunque nelle scuole occulte si parla di questo nucleo. Chi non legga spensieratamente la Bibbia – spensieratamente in senso superiore – sarà colpito da alcune cose. E vorrei che voi poniate attenzione su qualcosa, che può essere molto facilmente trascurato, ma che deve essere semplicemente letto alla lettera, per scorgere che qui nulla vi si trova invano, e che nella Bibbia facilmente nella lettura può venire sorvolato qualcosa.

Prendete il primo versetto nel quinto capitolo del primo libro [sc. la Genesi] di Mosè: «Questo è il libro della posterità d’Adamo. Nel giorno che Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio; li creò maschio e femmina, li benedisse e dette loro il nome di ‘uomo’, nel giorno che furon creati. Adamo visse centotrent’anni, generò un figliuolo, a sua somiglianza, conforme alla sua immagine, e gli pose nome Seth».

Si deve leggere alla lettera. Adamo stesso viene chiamato semplicemente un uomo. Maschi-femmine li creò; non ancora sessuati, asessuati. E come li creò? A somiglianza di Dio.

E inoltre nel secondo versetto: «Dopo così e così molti anni» – ci si devono rappresentare lunghi periodi di tempo – «Adamo generò un figliolo, Seth, a sua immagine». All’inizio dell’epoca adamitica abbiamo gli uomini a immagine di Dio, alla fine dell’epoca adamitica, ad immagine di Adamo, ad immagine umana. Prima l’uomo era creato secondo l’immagine di Dio. In seguito egli fu immagine di Adamo.  

Abbiamo dunque all’inizio uomini che sono uguali l’uno all’altro, e tutti sono creati ad immagine della Divinità. Essi si riproducevano per via asessuata. Dobbiamo chiarirci il fatto che essi hanno ancora tutti la medesima forma, come l’avevano sin dall’origine, cosicché il figlio assomiglia al padre e il nipote di nuovo assomiglia al figlio. Che cosa fa sì che gli uomini si trasformino, si differenzino?  Mediante cosa diventano diversi? Attraverso il fatto che due esseri partecipino alla riproduzione. Il figlio o la figlia, assomigliano da un lato al padre, dall’altro alla madre.

Immaginate dunque ora ad una razza originaria simile agli Dèi, ed essi non si riproducevano per il fatto che erano sessuati, bensì asessuati: il discendente assomiglia sempre alla generazione precedente. Non insorge alcuna mescolanza. La differenziazione sorge solo allorché giunge l’epoca di Seth. Ma tra l’epoca di Adamo e quella di Seth accade qualcos’altro. Ovverossia, prima che abbia luogo il passaggio da Adamo a Seth, vengono generati due esseri, che di nuovo sono due importanti rappresentanti: Caino e Abele. Essi stanno in mezzo, sono prodotti di passaggio. Essi non nascono ancora nell’epoca nella quale fu espressamente presente il carattere della riproduzione sessuale. Possiamo dedurre ciò da quel che significano «Abele» e «Caino». «Abele» in greco significa «Pneuma» e in italiano «Spirito», e se ne prendiamo il significato sessuale, questo ha un deciso carattere femminile. «Caino» invece significa quasi letteralmente «il Maschile», cosicché in Caino e Abele si contrappongono l’elemento maschile e quello femminile. Non ancora nel campo puramente organico: su un piano superiore, spirituale, essi tendono alla differenziazione.  

Ora vi prego di mantenere chiaro questo. Originariamente l’umanità era maschile-femminile. In seguito essa venne divisa nel sesso maschile e in quello femminile. L’elemento maschile, materiale, lo abbiamo in Caino, quello femminile, spirituale, in Abele-Seth. La differenziazione ha avuto luogo. Questo viene simboleggiato nelle parole: Caino era un coltivatore del suolo e Abele un pastore (Genesi, 4, 2).

«Suolo»  significa nelle antichissime lingue sia il piano fisico che i tre stati di aggregazione del piano fisico: la terra solida, l’acqua e l’aria. «Caino divenne un coltivatore dei campi», significa nel suo significato più antico: egli imparò a vivere sul piano fisico, egli divenne uomo sul piano fisico. Questo era il carattere dell’elemento maschile. Esso consistette nel fatto che egli era forte  e vigoroso, per coltivare la zolla del piano fisico, e poi ritornare dal piano fisico ai piani superiori.

«Abele era un pastore». In quanto pastore, egli prende la vita così come ad uno la porge il Creatore. Non si elaborano le greggi, bensì le si custodiscono semplicemente. Per il fatto di essere il rappresentante di quella stirpe che non giunge allo Spirito mediante l’intelletto operante in maniera autonoma, bensì accoglie lo Spirito come una rivelazione dalla stessa Divinità, egli meramente lo custodisce. Il custode del gregge, il guardiano di quel che è trapiantato sulla Terra, è Abele. Colui che ha elaborato lui stesso qualcosa è Caino. Caino pone le basi del suonare la cetra e delle altre arti (Genesi, 4, 21, 22).

Ed ecco ora l’opposizione, nella maniera di come essi si comportano nei confronti della Divinità. Abele riceve lo spirituale ed offre come sacrificio il meglio, il più elevato frutto dello Spirito. Dio  volge evidentemente  con compiacimento – perché è proprio quel che egli stesso ha impiantato sulla Terra – il suo sguardo al suo sacrificio. Caino ha pretesa di qualcos’altro. Egli vuole volgersi alla Divinità con i prodotti del suo intelletto. Questo è qualcosa che è del tutto estraneo alla Divinità, qualcosa che l’uomo si è conquistato nella sua libertà.  

Caino è l’uomo anelante alle Arti e alle Scienze. Dapprima ciò non ha alcuna affinità con la Divinità. Con ciò viene espresso una profonda verità. Chi abbia esperienza nell’Occulto, sa che le Arti e le Scienze, malgrado abbiano reso gli uomini liberi, non furono ciò che ha condotto gli uomini allo Spirituale; esse furono precisamente ciò che ha allontanato gli uomini dall’autentico Spirituale. Le arti sono un qualcosa che è cresciuto sul terreno, sul suolo proprio dell’uomo, sul piano fisico. Ciò non può essere a tutta prima gradito alla Divinità. Da qui sorge l’opposizione, tra il «fumo», lo Spirito, che Dio stesso ha piantato nella Terra, di Abele che s’innalza alla Divinità, e l’altro il  «fumo» di Caino, che rimane sulla Terra. L’elemento autonomo rimane sulla Terra, come il fumo di Caino.

Questa è anche l’opposizione tra l’elemento femminile e quello maschile. È femminile ciò che è ispirato da ciò che viene fecondato in maniera immediata dalla Divinità. Pneuma viene raggiunto attraverso il concepimento. Quel che Caino ha da dare, è lavoro umano sul piano fisico stesso. Questa è l’opposizione tra lo Spirito femminile e quello maschile. Ambedue stanno originariamente l’uno di fronte all’altro.

Ogni uomo è non solo fisicamente, ma anche spiritualmente al tempo stesso uomo e donna; egli è spirito concepente, spirito che si lascia ispirare, e al tempo stesso l’elemento intellettuale che elabora, combina, l’elemento ispirato. Ora ciò si separò – abbiamo bisogno di scorgere nell’elemento femminile e in quello maschile d’ora in poi solo un simbolo – ora il principio dell’ispirazione passò in coloro che erano nella condizione di Abele, su coloro che rimanevano pastori e sacerdoti. Sugli altri non passò il principio di ispirazione; essi divennero gli scienziati e gli artisti vòlti all’elemento mondano, e si limitarono puramente al piano fisico.

Ciò non avrebbe potuto aver luogo senza che anche nell’uomo non avesse luogo una modificazione. Quando l’essere umano era ancora maschio-femmina non gli sarebbe stato possibile causare una separazione tra Sapienza spirituale e Scienza intellettuale. Solo attraverso il fatto che l’essere umano venne definitivamente separato in due sessi, solo attraverso il fatto che l’umanità venne divisa attraverso la sessualità, il cervello fu portato al punto di poter agire. Il cervello divenne maschile, l’entità più profonda divenne l’elemento femminile. L’essere umano può produrre solo all’interno della sua natura fisica. In essa egli produce qualcosa, ossia dei discendenti. Ma uno spirito, nella misura in cui sia nel cervello, è maschile e produttivamente limitato al piano fisico. In Caino e Abele abbiamo una raffigurazione rappresentativa.

Ora per il fatto che è insorta questa scissione, è accaduto che nella riproduzione del genere umano i discendenti non assomigliarono più semplicemente agli antenati come tali, bensì si differenziarono. Io vi prego di tenerlo presente. Tanta maggiore importanza ha l’elemento sessuale, tanto in maniera maggior insorge la differenziazione. Se avessimo davanti a noi pura riproduzione asessuale, allora le generazioni successive apparirebbero simili alle precedenti. Non avrebbe luogo una differenza nel corso dei tempi. La differenza sorge per il fatto che ha luogo mescolanza. E attraverso che cosa fu resa possibile questa mescolanza?  Attraverso il fatto che l’elemento maschile si è dedicato al piano fisico. Caino fu colui che coltivò e trasformò il suolo. Questa differenza esteriore delle generazioni non sarebbe entrata nell’umanità, se una parte degli esseri umani non fosse discesa sino al piano fisico. Allora non fu più come in precedenza, allorché la riproduzione era discesa dai piani superiori. Venne ora intessuto un qualcosa nell’uomo per il fatto che egli trasse qualcosa dalla fisicità. Ora egli diviene una immagine di quel che egli ha acquisito sul piano fisico, e che l’essere umano porta sui piani superiori. L’elemento fisico è il segno di Caino. Il piano fisico, nella sua azione sull’essere umano, è impresso su di lui come segno di Caino.

Ora l’uomo è completamente congiunto alla Terra, cosicché vi è una opposizione tra Caino e Abele, un’opposizione tra il Figlio degli Dèi e il Figlio del piano fisico, ove i figli di Abele-Seth rappresentano i Figli degli Dèi, e i Figli di Caino, i figli del piano fisico.

Ora comprenderete come l’evento di Caino e Abele si collochi tra Adamo e Seth. Qui un nuovo principio è entrato nell’essere umano, il principio dell’ereditarietà, il peccato originale, della dissomiglianza rispetto alla generazione precedente.

Ma i figli degli Dèi sono rimasti. Non tutti gli Abeli sono stati eliminati dal mondo. Ed ora vediamo quel che è venuto sulla Terra, per il fatto che Caino alla domanda: «Dov’è tuo fratello Abele?», risponde: «Son io dunque il guardiano di mio fratello?» – Prima un essere umano non avrebbe mai detto ciò. Dice ciò unicamente un intelletto che, per così dire, reagisce acusticamente allo Spirituale. Ora il principio della lotta, il principio dell’opposizione, si mescola al principio dell’amore; ora è nato l’egoismo: «Son io dunque il guardiano di mio fratello?».  

Gli Abeli che sono rimasti, che erano i Figli degli Dèi, rimasero affini al Divino. Ma essi ora devono guardarsi dall’entrare nel terrestre. E con ciò iniziò il principio, che divenne principio dell’ascesi, per colui che si è consacrato al Divino. Diviene un peccato, s’egli si congiunge con coloro che si sono consacrati alla Terra. È un peccato, quando «i Figli degli Dèi trovano diletto nelle Figlie degli Uomini della stirpe di Caino».

Ne scaturì una stirpe, che generalmente nei libri pubblici dell’Antico Testamento non viene una volta menzionata, bensì solo accennata: una razza che per occhi fisici non è percepibile. Nella lingua occulta essa viene chiamata dei «Rakshasa» ed è simile agli «Asura» degli Indiani. Sono esseri diabolici, che erano realmente presenti ed agivano seducendo gli esseri umani, in maniera tale che lo stesso genere umano precipitasse. Questa «avventura» dei Figli degli Dèi con le Figlie degli Uomini dette luogo ad una razza che divenne particolarmente tentatrice per la quarta sottorazza degli Atlantidei, i Turani, e condusse alla rovina del genere umano. Qualcosa [sc. del genere umano] venne salvato nel nuovo mondo. Il Diluvio è l’inondazione che ha annientato Atlantide. Gli esseri umani, che erano stati sedotti dai Rakshasa, erano a poco a poco scomparsi.

Ora devo dire qualcosa che vi apparirà molto singolare, ma che è infinitamente importante sapere, quel che è di una importanza tutta particolare e fu per il mondo esterno un segreto occulto per molti secoli, e per l’intelletto della maggior parte apparirà incredibile, ma che tuttavia è vero. Io posso darvi l’assicurazione, che ogni occultista se ne è spesso convinto, investigando in quella che chiamiamo Cronaca dell’Akasha, che la cosa stia così. Ma la cosa sta così.

Questi Rakshasa sono presenti, sono stati realmente presenti – agenti, attivi – come seduttori dell’uomo. Essi hanno agito sulle passioni umane sino al momento in cui in Gesù di Nazareth si incarnò il Christo e in una corporeità il principio buddhico stesso è stato presente sulla Terra. Ora potete crederci o no: ciò ha una importanza cosmica, ha una importanza che sorpassa il piano terreno. La Bibbia lo dichiara non senza ragione: il Christo è disceso agli Inferi. – Non essendoci più lì esseri umani, Egli ebbe a che fare con esseri spirituali. Le entità dei Rakshasa caddero attraverso ciò in uno stato di paralisi e di letargia. Essi furono tenuti per così dire imbrigliati cosicché divennero immobili. Essi poterono divenire così, perché una azione venne esercitata contro di loro da due lati. Ciò non sarebbe stato possibile se in Gesù di Nazareth non fossero state congiunte due nature: da un lato quella dell’antico Chela che era interamente congiunto con il piano fisico, che poteva pure agire sul piano fisico e attraverso le sue forze poteva tenerlo in equilibrio, e dall’altro il Christo stesso, un puro essere spirituale. Questo è il problema cosmico, che il Cristianesimo pone a fondamento. Qualcosa avvenne allora sul piano occulto; fu il bando dei nemici dell’umanità, riecheggiante nella saga dell’Anticristo, che venne incatenato, ma che di nuovo apparirà, se il principio cristico non gli andrà di nuovo incontro nella sua originarietà.

L’occultismo del Medioevo, tutto intero, tese al fatto di non permettere all’azione dei Rakshasa di risorgere. Coloro i quali possono vedere sui piani superiori, hanno già da lungo tempo previsto, che il momento, nel quale ciò può accadere, può presentarsi alla fine del XIX secolo, alla svolta tra il XIX e il XX secolo. Nostradamus, che operava in una torre a cielo aperto, che portò pure aiuto durante la  peste, era in grado di predire il futuro. Egli scrisse una quantità di versi profetici ove potete leggere la guerra del 1870 e qualcosa su Maria Antonietta come profezie già adempiute. In queste Centurie di Nostradamus vi è pure quanto segue (Centuria 10, 15): Quando il XIX secolo sarà alla fine, apparirà dall’Asia uno dei Fratelli di Ermete e nuovamente riunirà l’umanità. – La Società Teosofica non è altro che il compimento di questa profezia di Nostradamus, l’opposizione contro i Rakshasa e il riedificare i Misteri originari è l’aspirazione della Società Teosofica.

Voi sapete che il Christo Gesù dopo la morte è rimasto ancora dieci anni sulla Terra. La «Pistis Sophia» contiene gli insegnamenti teosofici più profondi, essa è molto più profonda del «Buddhismo Esoterico» di Sinnet. Gesù si è reincarnato sempre di nuovo. Gli spetta il compito di vivificare nuovamente il principio dei Misteri. Dietro a ciò non vi è un fatto storico culturale o fisico, bensì il fatto che io vi ho esposto come fatto ben conosciuto dagli occultisti: la lotta contro i Rakshasa. Vedete, qui vi è celato un grande, importante, segreto occulto.

Ora voi potete domandarmi: perché ciò viene detto in forma allegorica e non in linguaggio aperto? – Qui devo rendervi attenti al fatto che coloro che erano grandi Istruttori dell’umanità, come Mosè, i grandi Rishi indiani, Ermete, il Christo, si sono posti dal punto di vista del principio della reincarnazione. E questa maniera allegorica di comunicazione ha un suo buon significato. Quando per esempio i sacerdoti druidici raccontavano del «Nebelheim», del «gigante Ymir», e così via, naturalmente non era affatto poesia popolare. I sacerdoti druidici piuttosto sapevano: lo spirito umano, al quale oggi io imprimo le favole, sarà preparato, quando nuovamente si reincarnerà, a comprendere la verità in una forma più perfetta. Tutte queste fiabe sono fatte  col presupposto che lo Spirito si incarni di nuovo, proprio allo scopo di poter poi afferrare in seguito tanto più facilmente la verità. Alla base di queste fiabe non vi è la credenza, bensì la conoscenza, l’esperienza della reincarnazione. Addirittura il rinnegamento della reincarnazione – a partire dal terzo secolo del Cristianesimo – è avvenuto col presupposto della reincarnazione, perché si voleva così far discendere gli esseri umani nel Kama-Manas, all’incirca sino a che tutto lo Spirituale fosse passato attraverso l’incarnazione. Perciò il Cristianesimo per millecinquecento anni non ha avuto alcun sapere circa la reincarnazione. Se volessimo ulteriormente privarci della dottrina della reincarnazione, priveremmo gli esseri umani una seconda volta di questa conoscenza. Ma ciò sarebbe un grande peccato, una colpa nei confronti dell’umanità. Ma il privarsene una volta era ben necessario, perché doveva pure esser resa preziosa l’unica vita tra nascita e morte».   

LA RICERCA DEL SANTO GRAAL. PRIMA PARTE: INTRODUZIONE.

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«Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

(Dante, Inf. I, v. 88-90)

Certo che il tema da me scelto è tale che davvero, dantescamente, «fa tremar le vene e i polsi». È indubbio il fatto che, già da tempo, sia iniziata una lotta decisiva nella quale si decidono le sorti dell’uomo. Rudolf Steiner, il Maestro dei Nuovi Tempi, in un ciclo, molto amato da Massimo Scaligero, tradotto in italiano da Fanny Podreider, che amo citare dalla versione dattiloscritta, Il karma della Comunità Solare, tenuto in Olanda ad Arnheim dal 18 al 20 luglio 1924, nella seconda conferenza, quella del 19 luglio, affermò, con severe parole ammonitrici che:

«Tutto quanto la tradizione ci ha dato su Michele deve essere visto di nuovo: ecco Michele che si erge tenendo sotto i suoi piedi il drago. È giusto rivolgere lo sguardo a tale immagine …. a questa immaginazione che ci pone d’innanzi Michele come l’arcangelo combattente, che rappresenta, diventa lo Spirito Cosmico di fronte alle forze arimaniche che tiene soggiogate sotto i suoi piedi.

Ma più che ogni altra lotta, questa lotta è posta nel cuore umano.

Là dentro si svolge tale lotta e vi è ancorata profondamente, a partire dall’ultimo terzo del sec. 19°. Di fronte a tale compito che Michele deve realizzare nel mondo, avrà valore decisivo quello che i cuori umani compiranno nel sec. 20° .

E nel corso di questo 20° sec., quando sarà trascorso il primo secolo dopo la fine del Kali Juga, l’umanità o si troverà alla fine, alla vera e propria tomba di ogni civiltà, oppure sarà al principio di quell’epoca in cui nelle anime degli uomini che avranno saputo nei loro cuori unire l’intelligenza alla spiritualità, sarà stata la battaglia di Michele ed essa sarà stata vinta dall’impulso di Michele».

Nella fattispecie, la bestia in questione, come per Dante la lupa, per noi – uomini dell’epoca dell’anima cosciente, ossia dell’epoca che direttamente ci riguarda – è quel drago che Michele incalza, e che ognuno di noi deve vincere dentro di sé. Ma è cosa tutt’altro che semplice, e l’impresa si presenta, al nostro tempo, estremamente ardua. Come per Dante fu necessario trovare un ‘famoso saggio’, Virgilio, che – come rivela Rudolf Steiner – realmente lo guidò nel suo peregrinar attraverso i tre regni, così anche l’uomo attuale può e deve trovare il suo Virgilio, che gli disveli il ‘cammino alto e silvestro’ che dalla ‘selva selvaggia’, dalla sua oscura, pericolosa, e disperata condizione, lo conduca passo passo sull’erto sentiero, che porta infine a contemplar ‘l’Amor che muove il Sole e l’altre stelle’. Per noi, un cotal provvido ‘Virgilio’ è stato – ed è – proprio Rudolf Steiner, ed in Italia abbiamo avuto dal Cielo altresì l’impagabile dono di aver avuto prima un Giovanni Colazza, e poi un Massimo Scaligero, il quale del Maestro dei Nuovi Tempi ci ha mostrata tutta la sovrumana grandezza, e ci hanno donato altresì la chiave aurea prima per entrare nel suo insegnamento, e poi per esservi fedeli: la ‘Via del Pensiero Vivente’

Ora vi è un evento, del quale Rudolf Steiner ci parla in molti punti della sua immensa e generosa Opera, evento che può costituire un saldo inizio per le considerazioni che cercherò di svolgere. E se, nello svolgere le considerazioni di questo difficile studio, farò costante riferimento alla parola di Rudolf Steiner, ciò sarà per voler esser fedele a quella indicazione che, esattamente trentacinque anni fa, mi dette Hella Wiesberger, mia sapiente mentore e coraggiosa compagna d’armi spirituale, come divisa e principio al quale attenermi costantemente, di ‘ritrarmi’, di ‘fare un passo indietro’, di ‘farmi da parte’, di ‘mich zurückziehen’, per far parlare il più possibile l’Opera stessa di Rudolf Steiner. Per cui, seguendo il principio al quale Giovanni Colazza si attenne rigorosamente,  e tenendo conto del suo alto esempio, a maggior ragione anch’io in questo studio non ci metterò nulla di mio, ossia nulla che Rudolf Steiner stesso non abbia detto. Nelle due conferenze Hinter den Kulissen der äußeren Geschehens, Dietro le quinte degli eventi esteriori, trad. di Silvia Schwarz, tratte dalla GA-178, Editrice Antroposofica, Milano, 2006, e precisamente nella seconda di tali conferenze, quella tenuta a Zurigo il 13 novembre 1917, così leggiamo alle pp. 36-39:

«In questi anni io mi sono obbligato a ricordare sempre di nuovo ai nostri amici, nelle più diverse città, un evento verificatosi  nell’ultimo terzo del secolo XIX: un evento della massima importanza, del quale tutte le scuole occulte sono al corrente, anche se non sempre sono in grado di parlarne in modo giusto. Vorrei dirne qualcosa anche oggi. Si tratta di questo: a partire dall’anno 1841 ha avuto luogo nelle regioni spirituali una lotta fra certe entità delle alte gerarchie e altre entità, superiori alle prime. Quelle entità (che si sono ribellate fra il 1841 e il 1879) erano state in passato poste al servizio della saggia direzione dell’universo. Anche gli esseri che in certi tempi si ribellano e diventano entità del male, spiriti delle tenebre, in altri tempi sono invece entità benefiche. Sto dunque parlando adesso di entità che fino al 1841 erano state utilizzate da spiriti più elevati di loro, al servizio della saggia direzione cosmica; da quel momento però la loro volontà si contrappose a quella delle entità loro preposte. Queste ultime condussero nel mondo spirituale una lotta importante, una di quelle lotte che si attuano abbastanza di frequente, ma a livelli diversi, per così dire: una lotta che nella leggenda viene raffigurata simbolicamente come la lotta di Michele col drago. Questa lotta terminò nell’autunno del 1879 con la cacciata di certi spiriti delle tenebre dalle regioni spirituali giù in quelle terrestri; da quel momento quegli spiriti delle tenebre agiscono in mezzo agli uomini, penetrando nei loro impulsi di volontà, nei loro orientamenti, nel loro modo di comprendere le cose, e in ogni loro comportamento. Dall’autunno del 1879 certi spiriti delle tenebre sono dunque presenti fra gli uomini; e se gli uomini vogliono comprendere quel che accade sulla Terra, devono imparare a prestare attenzione a quegli spiriti. È perfettamente corretto esprimersi così: il fatto che quelle entità siano state precipitate giù nel 1879, ha liberato il Cielo, ma ne ha riempito la Terra. Da quel tempo la loro sede non è più reperibile in Cielo, ma in Terra.

Per caratterizzare il proposito di quella ribellione avvenuta fra il 1841 e il 1879, debbo dire che quelle entità volevano impedire che potesse discendere nelle anime umane la saggezza spirituale che necessariamente vuole manifestarsi agli uomini a partire dal secolo XX: essi volevano trattenerla nei mondi spirituali, e non lasciarla penetrare nelle anime umane. Che agli uomini si schiudesse, a partire da questo secolo, la comprensione per le conoscenze spirituali, poté essere conseguito solo mediante l’allontanamento spirituale degli spiriti ostacolatori, degli spiriti delle tenebre: solo così possono discendere le conoscenze spirituali destinate agli uomini. Quaggiù però, dove ora gli spiriti delle tenebre si aggirano, essi di nuovo s’incaricano di provocar confusione fra gli uomini; da qui ora vogliono impedire che si stabilisca il giusto rapporto con le verità spirituali, vogliono per così dire privare gli uomini dell’azione salutare delle verità spirituali.

A ciò si può contrapporre solamente la conoscenza esatta, la comprensione corretta di queste cose. Certe confraternite occulte si propongono invece precisamente il contrario: esse vogliono trattenere la sapienza solo nella loro cerchia più ristretta, per poterla poi sfruttare ai loro fini di potenza e noi ci ritroviamo attualmente in mezzo a questa lotta. Da un lato esiste la necessità di guidare correttamente l’umanità, affinché accolga la sapienza spirituale; dall’altro lato, stanno certe confraternite occulte di cattiva lega, che si oppongono proprio alla penetrazione fra gli uomini di quelle verità. Affinché gli uomini rimangano ignoranti nei riguardi del mondo spirituale, mentre i membri di quelle ristrettissime comunità possano da lì condurre le loro macchinazioni.

Negli eventi che accadono ai nostri giorni, di tali macchinazioni ne esistono parecchie; e l’umanità dovrà scontare a caro prezzo il rifiuto di veder chiaro a tale proposito. Vedrete subito chiaramente che cosa si nasconda in tali problemi, quando avrò richiamato la vostra attenzione su certe verità che oggi sono proprio mature per essere rivelate: verità pronte a cadere giù nel regno degli uomini come prugne mature, se non ne fosse impedita la diffusione, e contro le quali peraltro la gente prova preconcetti e avversione, perché in fondo le teme».

Quelle di Rudolf Steiner sono chiare parole ammonitrici, che senza rassicuranti, o consolanti, attenuazioni, dipingono una situazione umana tragica, additano un pericolo estremo, parole che esortano ad un energico risveglio da quel sonno narcotico, nel quale gran parte dell’umanità da troppo tempo si trova immersa, sonno leteo e letale nel quale, purtroppo, anche la maggior parte degli spiritualisti, degli antroposofi, e di coloro che nella Comunità Solare dovrebbero essere asceti operanti – e lo dico con dolore – pigramente, e irresponsabilmente, si cullano. E stupisce quanta poca rilevanza si dia, tutt’oggi, a quelle parole di Rudolf Steiner, scritte nelle sue Massime Antroposofiche, trad. di Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1969 ed edizioni successive, pp. 222-225, nella Lettera intitolata Dalla natura alla subnatura, pubblicata postuma su Das Goetheanum, il 12 aprile 1925, e quindi forse l’ultima cosa da lui scritta. In particolare, colpisce un paragrafo, a p. 224, che invito il benevolo lettore a ben meditare, assieme alla intera Lettera, nel quale possiamo leggere:

«Ma nel corso fin qui svoltosi dell’epoca tecnica, sfugge per ora all’uomo la possibilità di trovare il giusto rapporto anche di fronte alla civiltà arimanica. Egli deve imparare a trovare la energia, la forza conoscitiva interiore, per non essere sopraffatto da Arimane nella civiltà tecnica. La subnatura deve venir capìta come tale. Potrà venir capìta solo se l’uomo, nella conoscenza spirituale, salirà alla natura superiore extraterrena perlomeno altrettanto, quanto con la tecnica è disceso nella subnatura. La nostra epoca abbisogna di una conoscenza che vada al di sopra della natura, perché interiormente deve venire a capo di un contenuto di vita, pericoloso nella sua azione, che si è sommerso al di sotto della natura. Beninteso, questo non vuol dire che si debba ritornare a stati di civiltà precedenti, ma che l’uomo trovi la via per mettere le nuove condizioni della civiltà in un rapporto giusto con se stesso e col cosmo».

E Rudolf Steiner parlava, allora, della civiltà meccanica e tecnologica europeo-americana del suo tempo, mentre oggi siamo di fronte ad una civiltà che, in maniera ossessiva, divenuta in più anche elettronica e telematica, si è diffusa a livello planetario, ed è riuscita a travolgere persino le antichissime, nobili, venerande, civiltà dell’Asia. La caduta nel subumano – come si espresse più volte in proposito Massimo Scaligero – «è andata oltre le più rosee speranze di Arimane», per cui «siamo in ritardo sui tempi». Questo è il motivo pel quale il decisivo impegno degli asceti operanti nella lotta spirituale contro il drago che Michele incalza, non è più rimandabile: si tratta non solo di riconquistare il terreno perduto, ma soprattutto di vincere la guerra occulta contro l’Oscuro Signore. Molti anni fa A. – un’amica che, come altre, il Cielo mi aveva inviata per aiutarmi coi suoi ‘doni’ nelle difficili situazioni, alle quali le mie temerarie scelte mi avevano esposto – mi disse che io spiritualmente «dovevo essere sempre audacemente all’attacco, essere coraggiosamente un ardito sempre all’offensiva», e da allora io me lo tengo per detto.  

La ragion d’essere del presente studio è tutta in ciò che Rudolf Steiner enuncia nel VI capitolo della sua Scienza Occulta nelle sue linee generali, intitolato Presente e futuro dell’evoluzione del mondo e dell’umanità, che ancora una volta amo citare nell’edizione apparsa a Bari e a Roma nel 1932, pubblicata dalla benemerita Casa Giuseppe Laterza e Figli, e molto cara a Messimo Scaligero assieme a quella del 1947, pubblicata sempre da Laterza,  nella quale, alle pp. 273-274, troviamo scritto:

«La «sapienza occulta» scorre, sebbene ancora inosservata, nelle rappresentazioni degli uomini di questo periodo. Come è naturale, fino ad oggi, le forze intellettuali si sono mantenute contrarie a queste conoscenze; ma ciò che deve accadere, accadrà, malgrado tutte le momentanee opposizioni. La «sapienza occulta», che esercita in tal modo la sua azione sull’umanità, e sempre maggiormente l’eserciterà, si può chiamare simbolicamente la conoscenza del «Graal». Chi impara a penetrare la profonda essenza di questo simbolo, quale viene raccontato nella storia e nella leggenda, si accorge che esso rappresenta in modo significativo la natura di ciò che abbiamo chiamato la conoscenza della nuova iniziazione, con il Mistero del Cristo al centro. Gli iniziati moderni possono perciò essere chiamati «Iniziati del Graal». Quella via verso i mondi supersensibili, di cui abbiamo descritto in questo libro i primi gradini, conduce alla «Sapienza del Graal». Tale conoscenza ha la peculiarità, che i fatti a cui allude possono essere investigati soltanto dopo l’acquisto dei mezzi necessari, quali sono indicati in questo libro. Quando però i fatti sono stati investigati, essi possono essere compresi appunto per mezzo delle forze animiche sviluppatesi nel quinto periodo [ndr: postatlantico]; e veramente diventerà sempre più evidente che tali forze troveranno ognor maggiore soddisfazione in quelle conoscenze. Nei tempi in cui ora viviamo quelle conoscenze devono essere accolte nella coscienza generale più largamente di quanto non lo fossero nel passato, ed è da tale punto di vista appunto che sono stati comunicati gl’insegnamenti contenuti in questo libro. A misura che l’evoluzione dell’umanità assimilerà le conoscenze del Graal, l’impulso dato dall’avvento del Cristo acquisterà maggior forza e significato; la parte esteriore dell’evoluzione cristiana andrà sempre più assomigliando a quella «interiore». Tutto ciò che può essere conosciuto intorno ai mondi superiori nei riguardi del Mistero del Cristo a mezzo dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione penetrerà sempre meglio nella vita intellettiva, sentimentale e volitiva dell’uomo. La «sapienza occulta del Graal» diverrà manifesta, e come forza interiore compenetrerà sempre più le manifestazioni della vita umana».

La scelta del tema è dettata dalla presente drammatica situazione dell’uomo, della civiltà umana, delle comunità spirituali, e in particolare di quella della Comunità Solare. Massimo Scaligero più volte affermò con la parola e con lo scritto che il Graal rappresenta la più alta speranza per l’uomo, e che la stessa soluzione della questione sociale – che oggi si impone sempre più tragicamente – dipende dall’attuarsi, almeno da parte di una élite di asceti operanti, dell’impresa allusa nella saga e nel mito del Graal. L’affrontare un così alto tema esige che si operi, tra le altre istanze in questione, ad una conquista conoscitiva del retroscena cosmogonico e cosmologico – dunque ad uno ‘studio’, condotto ‘more rosicruciano’, ossia secondo interiore ‘rito meditativo’ – della storia cosmica e terrestre dell’uomo. A tal fine, come annunciato nel precedente mio studio, tradurrò. e trascriverò via via, nelle telematiche pagine di questo temerario blog, alcune ‘conferenze’, o meglio alcune ‘lezioni esoteriche’, invero molto particolari, di Rudolf Steiner, da me tradotte in vista di una futura pubblicazione dell’intero volume, del quale fanno parte, all’interno della di lui Opera Omnia. Sono contenuti molto delicati, risalenti a ‘comunicazioni’ di Rudolf Steiner di oltre un secolo fa, che oggi – per espressa volontà di Marie Steiner – attraverso la nobile fatica, e l’amorevole diligenza, di Hella Wieberger, è giusto e necessario che siano messe a disposizione del cercatore indipendente. Tali contenuti richiedono grande spregiudicatezza, grande indipendenza da pregressi condizionamenti che, sotto forma filosofica, scientifica, teologica, confessionale, e persino ‘esoterica’, possono essere presenti, e stratificati, nell’anima di molti che si volgono alla spiritualità dei ‘nuovi tempi’.  

I contenuti che verranno via via presentati su Ecoantroposophia fanno parte di quella serie di volumi dell’Opera Omnia di Rudolf Steiner, curati da Hella Wiesberger, che sono raccolti sotto la denominazione ‘Aus den Inhalten der Esoterischen Schule’, ossia ‘Dai contenuti della Scuola Esoterica’. Al fine di chiarire alcuni malintesi, e sfatare alcune ‘leggende’ – a volte ‘costruite’ arte a scopo di ‘disinformàcija’, secondo cui “una bugia ripetuta mille volte diventa verità”  –  che, purtroppo, tuttora circolano, fuori e dentro gli ambienti antroposofici, è bene dire alcune parole circa la connessione che Rudolf Steiner ebbe con la Società Teosofica, sulla nascita della Scuola Esoterica che a lui faceva capo, e sulla nascita della seconda Sezione o Classe della medesima ‘Scuola’, da lui definita ‘erkenntniskultisch’, ossia ‘cultico-conoscitiva’, da lui denominata ‘Mystica Aeterna’.

Sovente, Rudolf Steiner è stato presentato come un ‘dissidente della teosofia’. Come osservò acutamente, qualche anno fa, un sagace antroposofo francese, Christian Lazaridès, che ha la scomoda, per me oltremodo apprezzabile, abitudine di parlare alquanto esplicitamente, Rudolf Steiner non aveva davvero proprio nulla da guadagnare dal suo collegarsi al movimento teosofico, anzi a causa di quel collegamento egli si giuocò molte amicizie, e gli si chiusero molte porte, sino a quel momento apertissime, negli ambienti culturali dell’epoca. Sino agl’inizi del Novecento, egli si era dedicato, esteriormente parlando, alla filosofia, all’edizione delle opere scientifiche di Goethe, alla critica letteraria e teatrale, al giornalismo. La culminazione di quell’attività la possiamo vedere senz’altro nella pubblicazione della sua Filosofia della Libertà, avvenuta nel 1893. Ma già sin dal 1879 circa, ossia dal suo incontro con il raccoglitore di erbe medicinali Felix Koguzki, l’‘inviato del Maestro’, e con lo stesso, per noi assolutamente incognito, suo Maestro, egli era un discepolo della occulta ‘Via rosicruciana’, e lavorava alacremente alla investigazione dei mondi sovrasensibili, divenendo rapidamente egli stesso un ‘Maestro’ in tale campo. In tale primo periodo, Rudolf Steiner non nutrì certo molta simpatia nei confronti del milieu teosofico, ch’egli ben conobbe a Vienna, e col quale ebbe altresì un rapporto passabilmente polemico, come risulta da un suo appunto molto critico apparso in Das Magazin für Litteratur, 66. Jg. (1897), Nr. 35, p. 1066.

Se poi, in séguito, egli si collegò col movimento teosofico, ciò avvenne per un principio occulto che Hella Wieberger definisce di ‘continuità’ con quanto spiritualmente preesiste. Ma non fu affatto facile per Rudolf Steiner convincersi della ‘praticabilità’ di una tale via. Tant’è che, di fronte a varie, inevitabili, manifestazioni di inadeguatezza all’interno del movimento teosofico, egli così scriveva  alla sua più stretta collaboratrice, e compagna spirituale, Marie von Sivers – la futura Marie Steiner – in una lettera del 9 gennaio 1905, pubblicata nell’Epistolario da me più volte citato su questo blog, Briefwechsel und Dokumente 1901-1925, GA-262, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1967, p. 48, e nella bella edizione accresciuta del 2002, p. 86:

«Posso soltanto dirti che se il Maestro non avesse saputo convincermi che, a dispetto di tutto, la Teosofia è necessaria alla nostra epoca, io non avrei, persino dopo il 1901, scritto altro che libri di filosofia e non avrei parlato altro che di letteratura e di filosofia».

Ciò mostra quanto grande fosse la sua libertà interiore persino di fronte al Mondo Spirituale, e nei confronti del suo stesso Istruttore, l’incognito Maestro viennese, che lo guidò nei suoi primi passi sulla Via dell’Iniziazione rosicruciana. Mai egli verrà meno alla fedeltà a quell’individualismo etico, che sta alla base della sua Filosofia della Libertà.  

Ed ecco, per documentazione del candido lettore, il testo tedesco di questo passo significativo della suddetta lettera:

«Ich kann Dir nur sagen, wenn der Meister mich nicht zu überzeugen gewusst hätte, dass trotz alledem die Theosophie unserem Zeitalter notwendig ist: ich hätte auch nach 1901 nur philosophische Bücher geschrieben und literarisch und philosophisch gesprochen».

E in una nota esplicativa di Hella Wiesberger, aggiunta a p. 87 dell’edizione del 2002, leggiamo:

«Ciò deve essere stato tra il colloquio con Marie von Sivers nell’autunno del 1901 (vedi a p. 36) e l’avvenuta sua adesione nel gennaio 1902 alla Società Teosofica; giacché egli scrisse nell’agosto del 1902 un abbozzo di lettera circolare ai gruppi tedeschi: «Io non aderii prima, di aver saputo che le forze spirituali, che io devo servire, sono presenti nella Società Teosofica».

«Dies muss in der Zeit zwischen dem Gespräch mit Marie v. Sivers im Herbst 1901 (s. S. 36) und seinem im Januar 1902 erfolgten Beitritt zur T.G. gewesen sein; denn er schrieb im August 1902 im Entwurf eines Rundschreibens an die deutschen Zweige: «ich trat nicht früher bei, als da ich wusste, dass die geistigen Kräfte, denen ich dienen muss, in der T.S. vorhanden sind».

È di particolare interesse, per il tema del presente studio, il fatto che l’adesione di Rudolf Steiner alla Società Teosofica, e il conseguente suo potersi manifestare come Istruttore occulto, sia strettamente collegato al suo incontro con l’allora Marie von Sivers, la quale con la fatidica ‘domanda’ che questa – facendosi in quel momento ‘rappresentante dell’umanità’ – pose a colui che, solo, poteva assumersi la responsabilità di donare al mondo una ‘Scienza dello Spirito’, l’Antroposofia. Infatti così, rievocando le conferenze da lui tenute su La mistica all’alba dei nuovi tempi, e il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’antichità, in séguito da lui rielaborate in forma di libro, così scrive Hella Wiesberger a p. 36 della seconda edizione del su citato Epistolario:

«Dopo la pausa estiva, Rudolf Steiner iniziò, il 19 ottobre 1901, un secondo ciclo, il cui contenuto pure egli rielaborò negli anni seguenti in un libro, Il Cristianesimo quale fatto mistico. Anche Marie von Sivers fu nuovamente presente a Berlino, dopo ch’ella aveva passata l’estate in Livonia. Il 17 novembre ebbe luogo tra loro, in occasione di una riunione societaria per la festa dell’anniversario della fondazione della Società Teosofica un fruttuoso colloquio. Rudolf Steiner non era affatto un membro del Società Teosofica, le sue conferenze nella biblioteca erano solo una piccola parte delle sue attività ad ampio raggio e non avevano nulla in comune con i precedenti insegnamenti della Teosofia, come si può facilmente vedere dai due libri. Ora, durante questo colloquio, che Rudolf Steiner menzionò più volte nelle sue successive conferenze, ella gli chiese perché non aderisse alla Società. Egli rispose ch’egli doveva fare una grande differenza tra misticismo orientale e occidentale. Ciò ch’egli doveva rappresentare avrebbe dato luogo ad un giudizio erroneo, se fosse diventato membro di una Società che, con il suo ambiguo linguaggio condizionante, aveva frainteso il misticismo orientale. Ci sono impulsi occulti più importanti per il nostro presente. Alla sua ulteriore domanda, se non fosse quindi necessario chiamare in vita un movimento spirituale in Europa, egli rispose: Certamente, è proprio necessario; ma esso potrebbe venir trovato solo per un movimento che si collegasse all’occultismo occidentale e lo sviluppasse ulteriormente. Johanna Mücke riferisce ch’egli le raccontò ciò molto più tardi e che aggiunse: «La domanda mi è era stata posta e, in base alle leggi spirituali, fui in grado di iniziare a rispondere a una tale domanda».

Il motivo pel quale do così grande importanza ad un tale evento nel contesto del presente studio, è che fu proprio l’incontro ‘graalico’ tra Marie von Sivers e Rudolf Steiner a permettere a quest’ultimo di compiere la sua missione di Istruttore e Maestro spirituale. L’importanza di un tale incontro sta nel fatto che tale incontro permise tra loro una strettissima collaborazione lungo ventitré anni, sino alla dipartita di Rudolf Steiner, e, dopo la sua scomparsa, altri ventitré anni nei quali Marie Steiner-von Sivers operò coraggiosamente, e sacrificalmente, a salvare l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, secondata in tale agire sacrificale solo dalla abnegazione di pochissimi fedeli amici, da lei riuniti nel Nachlassverein, ossia nell’Unione del Lascito, e che assieme a lei lottarono contro l’alterazione del suo Insegnamento, il saccheggio della di lui Opera, e l’emarginazione della sua figura spirituale. Anche allora, nella Società Antroposofica, si ebbe una sorta di ‘trasbordo ideologico inavvertito’, che del resto continua tuttora, persino in forme calunniose nei confronti di Rudolf Steiner e di Marie Steiner. E suscita stupore, e dolore, il vedere la figura di Marie Steiner trattata in maniera indegna da parte di taluni che, pel fatto di aver conosciuto personalmente Massimo Scaligero, o almeno la sua Opera, davvero mai avrebbero dovuto permettersi simili linguaggi indecenti. 

Da questo sopra esposto, risulta chiaramente quanto Rudolf Steiner fosse un uomo libero. Egli non obbediva affatto a ‘ordini ricevuti’, né tampoco era un ‘mandatario’, semplice ‘esecutore’ di quanto deciso da una più alta istanza gerarchica. L’espressione ‘seppe convincermi’ manifesta, come detto più sopra, la sua totale indipendenza interiore persino nei confronti del suo, per noi incognito, Maestro. Egli veramente attingeva i motivi delle sue azioni unicamente al proprio mondo delle idee, concretamente sperimentato, in maniera vivente, nel suo momento genetico originario. Uno come Rudolf Steiner, il quale solo sette anni prima aveva pubblicato la sua Filosofia della Libertà, sapeva bene quel che doveva fare, e quel che era necessario fare. 

Stando a quel che Rudolf Steiner comunicò, per esempio, nelle conferenze del 1911, a Neuchatel, su Christian Rosenkreutz, ma anche altrove, la Società Teosofica, malgrado il suo aspetto abbastanza confuso, ed una sua evoluzione successiva velocemente molto problematica,  originariamente, ai suoi inizi nel 1875, sorse per un impulso rosicruciano, e persino – Rudolf Steiner a tale proposito fu esplicito – per una diretta ispirazione di Christian Rosenkreutz. Dunque, essa originariamente aveva avuto una ‘scintilla’ di non poco valore. Poco più di una semplice ‘scintilla’, vista la caotica personalità fortemente medianica di H.P. Blavatsky, nella quale si mescolavano in una sorta di confuso caleidoscopio le influenze più diverse, alcune delle quali radicalmente anticristiche. Ma vi era in lei, nella sua anima di lottatrice spirituale, anche un sincero anelito alla verità. Si trattava, verso l’anno 1900, perciò di non abbandonare completamente un tale originariamente valido impulso alle forze che l’avrebbero completamente sfigurato, deformato, o addirittura invertito.

L’azione di Rudolf Steiner in tale àmbito fu dunque un’azione di ‘rettificazione’, un tentativo di ‘restituzione’ alla Società Teosofica dell’originario impulso rosicruciano, che poco più di venticinque anni prima l’aveva ispirata e fatta sorgere. In un certo senso, era il movimento teosofico – e non Rudolf Steiner – che era diventato ‘dissidente’, dal suo originario impulso ispiratore, sino a rendere irriconoscibile la sua primitiva ispirazione. Infatti, così si espresse a tale proposito Rudolf Steiner nella conferenza del 15 giugno 1923, in Die Geschichte und die Bedingungen der anthroposophischen Bewegung im Verhältnis zur Anthroposophischen Gesellschaft. Eine Anregung zur Selbstbesinnung. Acht Vorträge, gehalten in Dornach vom 10. bis 17. Juni 1923, GA-258, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1981, pp.110-111, La storia e le condizioni del movimento antroposofico in relazione alla Società Antroposofica. Uno stimolo per l’autoriflessione. Otto conferenze tenute a Dornach dal 10 al 17 giugno 1923 :

«Tuttavia, questa Scienza Occulta apparve all’incirca solo un anno e mezzo dopo, ma il suo contenuto essenziale, la rivelazione del contenuto essenziale di essa cade assolutamente nel primo periodo dello sforzo antroposofico. Nel corso di quel periodo, sino al 1905 o al 1906, una ben precisa speranza era assolutamente giustificata. Era la speranza che progressivamente il contenuto antroposofico avrebbe potuto divenire semplicemente il contenuto della Società Teosofica».    

«Diese «Geheimwissenschaft» erschien allerdings etwa eineinhalb Jahre später erst gedruckt, aber der wesentliche Inhalt, die Bekanntmachung des wesentlichen Inhaltes fällt durchaus in die erste Periode anthroposophischen Strebens. In dieser Periode war durchaus bis zum Jahre 1905 oder 1906 eine ganz bestimmte Hoffnung berechtigt. Es war die Hoffnung, daß allmählich der anthroposophische Inhalt der Lebensinhalt der Theosophischen Gesellschaft überhaupt werden könnte».

Del resto, nell’epoca dell’ormai dilagante materialismo, anche se vi erano personalità che «avrebbero dovuto», in Austria e in Germania, per la loro passata statura spirituale, come l’insigne goetheanista Karl Julius Schöer, o il filosofo e psicologo Franz Brentano, molto apprezzato da Rudolf Steiner, collegarsi, o addirittura porsi al cuore, al centro, del movimento di rinascita o di rinnovamento spirituale – come osserva acutamente Christian Lazaridès – non poterono incarnare sufficientemente le loro forze spirituali, al punto tale che Rudolf Steiner dovette ‘accollarsi’ il loro karma, compensare la loro ‘assenza’, e portare a compimento, a pieno sviluppo spirituale quel che in essi era appena germinante. O addirittura si spezzarono, in una sorta di martirio spirituale, come Friedrich Nietzsche. I tentativi di fecondare con impulsi spirituali la cultura e la scienza dell’epoca da parte di Rudolf Steiner, tentativi portati avanti per un ventennio, non incontrarono veruna accoglienza, né alcuna seria comprensione. E a quell’epoca, in Germania, gli unici che aspiravano, pur con tutti i loro notevoli limiti, ad una conoscenza spirituale erano i teosofi. Per cui fu un ‘passo obbligato’ per Rudolf Steiner rivolgere a loro la parola rivelatrice della novella Conoscenza spirituale, e aprire ai coraggiosi, e ai volenterosi, la ‘Via dell’Iniziazione’. In quel cruciale momento del destino, l’unica – veramente l’unica – personalità, che comprese la grandezza spirituale di Rudolf Steiner, e di conseguenza gli pose la fatidica ‘domanda’, che permise a lui, in base alle rigorose leggi occulte, di ‘parlare’, fu l’allora Marie von Sivers, la futura Marie Steiner. Già solo per questo motivo, il sincero, e leale, cercatore spirituale le deve infinita gratitudine e venerazione.

Il 20 ottobre 1902, dopo due anni di conferenze al gruppo teosofico di Berlino, nei quali svolse i temi poi apparsi rielaborati in libri come Die Mystik im Aufgange des neuzeitlichen Geisteslebens und ihr Verhältnis zur modernen Weltanschauung, La Mistica all’alba della vita spirituale dei nuovi tempi e il suo rapporto con la moderna concezione del mondo, GA-7, e Das Christentum als mystische Tatsache und die Mysterien des Altertums, Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità, GA-8, allorché il numero dei membri aveva oramai superato il centinaio, Rudolf Steiner aderì alla Società Teosofica e fu sùbito eletto Segretario generale per i paesi germanofoni, ossia Germania, Austria, e Svizzera tedesca. È significativo del suo reale intento, e del suo assolutamente autonomo orientamento, come, la sera stessa del 20 ottobre 1902, davanti ad tutt’altra cerchia, egli tenesse una conferenza all’interno di un ciclo, intitolato Da Zarathustra a Nietzsche. Storia dell’evoluzione sulla base delle concezioni del mondo dalle più antiche epoche orientali sino al presente, ovvero una Antroposofia. Ed è un peccato che di una così importante conferenza non sia rimasta nessuna stesura stenografica. Rudolf Steiner stesso ricorderà più volte questo particolare in varie sue conferenze rievocative della storia del movimento antroposofico, e persino nel XXX capitolo della sua autobiografia, La Mia vita

Tre giorni dopo la sua adesione alla Società Teosofica, e la sua elezione a Segretario generale della neonata sezione tedesca della medesima, il 23 ottobre 1902, Rudolf Steiner si fece ammettere pure nella Esoteric School of Theosophy, fondata da H.P. Blavatsky nel 1888, tre anni prima della sua morte. Era il periodo in cui la Blavatsky era rientrata dall’India, dopo una permanenza in Germania. Il periodo in cui scrisse The Secret Doctrine, La dottrina segreta, opera scritta allorché ella era oramai caduta sotto l’influenza di occultisti indiani della ‘mano sinistra’, mentre nel periodo americano l’altra sua opera Isis Unveiled, Iside svelata, era stata scritta mentre era ancora, in parte, sotto ispirazione ‘rosicruciana’. Rudolf Steiner rimase formalmente legato alla Scuola Esoterica della Società Teosofica per dieci anni, dal 1902 al 1912, ossia sino alla necessaria, obbligata, separazione dalla Società di Adyar, a causa dell’infatuazione visionaria e ritualistica, che portò alla  fondazione dell’Ordine della Stella d’Oriente, e la proclamazione del giovanissimo Jiddu Krishnamurti,  col nomen mysticum di ‘Alcione’, come Istruttore del Mondo’, il terrenamente e, a loro dire, umanamente rinato ‘Cristo’. Ma nulla egli trasse dalla Scuola Esoterica blavatskyana, se non l’autorizzazione a portare nella sezione tedesca della Scuola Esoterica il proprio insegnamento, essendogli stato altresì riconosciuto, in séguito, il 10 maggio 1904, da Annie Besant il titolo di Arch-Warden, ossia di dirigente responsabile della medesima all’interno dei paesi di lingua tedesca.

Contrariamente alla Scuola Esoterica facente capo ad Annie Besant, di impostazione orientaleggiante ‘yoghica’ – ma di un ‘Oriente’ e di uno ‘Yoga’, ampiamente rivisto e corretto nello stile ‘teosofico’ di Adyar, su cui vi sarebbe moltissimo da dire e da eccepire – Rudolf Steiner organizzò sùbito la propria Scuola Esoterica in senso ‘rosicruciano’, strutturandola progressivamente in tre Classi: una prima Classe a carattere generale, nella quale i membri, dopo un iniziale noviziato, chiamato ‘probazionismo’, ricevevano personalmente una serie di esercizi e mantram particolari, redigevano quotidianamente un diario delle pratiche compiute, delle quali rendevano poi conto a Rudolf Steiner, o a due suoi delegati, partecipavano alle ‘esoterische Stunden’, ossia alle ‘lezioni’ o ‘ore d’insegnamento esoterico’ tenute dallo stesso Rudolf Steiner, e s’impegnavano al più rigoroso segreto circa gl’insegnamenti e le pratiche ricevute; una seconda e terza Classe, a carattere ‘erkenntnis-kultisch’, ossia ‘cultico-conoscitivo’, detta ‘Mystica Aeterna’, o ‘Misraim Dienst’, ‘Culto’ o ‘Liturgia’ o ‘Rituale Misraimita’. La seconda Classe era articolata in tre gradi nei quali si svolgevano cerimonie rituali di carattere ‘egiziaco’, mentre la terza Classe articolata, a sua volta, in sei gradi, era riservata a pochissimi: in essa il lato cerimoniale era progressivamente ridotto, sino a lasciare spazio negli ultimi gradi solo all’insegnamento esoterico e alla pratica meditativa. Della ‘Mystica Aeterna’ avrò modo di parlare più diffusamente nel proseguo di questo mio studio, anche perché – sarà un doloroso ‘atto dovuto’ il compierlo – dovranno essere sfatate alcune ‘leggende’, fabbricate ad arte, e demolite alcune interessate, sacrileghe, mistificazioni, di coloro che abusano di un sì sacro, nobile, nome.

Già nel 1907, rifiutandosi Rudolf Steiner categoricamente di usare, e di diffondere, gli aberranti insegnamenti di Charles Webster Leadbeater, ai quali si era uniformata Annie Besant, fu fatale che la rosicruciana Scuola Esoterica di Rudolf Steiner si separasse completamente dalla oramai sempre più degenerescente, orientaleggiante, Esoteric School of Theosophy della Società Teosofica di Adyar. Poi, nel 1912, vi fu la completa separazione dalla Società di Adyar, e la fondazione della Società Antroposofica. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, sia per ragioni pratiche – in Germania vi era un militarismo militante, che si mostrava fortemente ostile all’Antroposofia, la cui Società veniva aggredita con calunniose accuse varie – sia per ragioni strettamente occulte e spirituali – tra cui alcuni gravi tradimenti avvenuti – Rudolf Steiner sciolse le tre Classi della Scuola Esoterica, due delle quali non vennero da lui mai più riaperte. A partire dal 1918, vi furono da parte sua alcuni tentativi di riaprire la Scuola Esoterica, ma ogni volta fu per lui doveroso constatare che mancavano assolutamente le necessarie condizioni spirituali. Solo nel febbraio del 1924, Rudolf Steiner, dopo il Convegno di Natale, e la fondazione della Società Antroposofica Universale, riaprì, in forma metamorfosata la prima Classe della novella Scuola Esoterica. Ma l’inadeguatezza, e la mancanza di serietà, la colpevole negligenza di molti, troppi, membri della medesima, e addirittura persino un gravissimo, vero e proprio ‘tradimento’,  fecero sì che Rudolf Steiner dovette interrompere le ‘lezioni esoteriche’, rinunciò a riaprire la seconda e la terza Classe, nelle quali avrebbe dovuto risorgere in maniera metamorfosata la ‘Mystica Aeterna’. Ciò rappresentò un grave vulnus per il movimento spirituale, e – a mio modo di vedere, ma ovviamente non solo mio – furono proprio le inadeguatezze, la superficialità, la mancanza di serietà, le negligenze, e i tradimenti, e le profanazioni degli antroposofi ciò che prima fece ammalare, e poi condusse alla tomba, Rudolf Steiner. Le tragiche vicende del movimento antroposofico dopo la morte del Maestro stanno a dimostrarlo, e sono – per chi voglia vederle, e non voglia illudersi – in maniera eloquente sotto gli occhi di tutti.  

Nell’ultimo colloquio che Giovanni Colazza ebbe con Rudolf Steiner, questi gli fece la predizione che «se il movimento antroposofico fosse fallito in Germania, sarebbe rinato in Italia in una forma nuova, giovanile, non burocratica, non cristallizzata in forme organizzative esteriori». Un discorso simile me lo fece in altra forma, e me lo ripeté in vari colloqui, Hella Wiesberger, la quale ben conosceva la figura di Giovanni Colazza, la sua eccezionale statura spirituale, quanto egli fosse caro a Rudolf Steiner e a Marie Steiner. Ora, tenendo conto di quel che più volte affermò Rudolf Steiner, ossia che nell’ultimo terzo di ogni secolo i Rosacroce dànno un impulso spirituale nuovo, ad uno sguardo interiore sagace non può sfuggire l’importanza dell’azione dell’Opera di Massimo Scaligero, la quale proprio a partire dal 1970 cominciò ad avere una più vasta diffusione. In effetti, dal 1970 al 1980 Massimo Scaligero scrisse e pubblicò ben diciotto libri, comprese due rielaborate edizioni del Trattato del Pensiero Vivente, per non menzionare gli undici suoi testi, da Iniziazione e Tradizione a Graal, già apparsi tra il 1956 e il 1969. L’Opera di Massimo Scaligero porta in sé l’aureo ed adamantino sigillo della Rosacroce, ed io posso testimoniare personalmente come egli agì, con totale abnegazione, sino alle ultime ore della sua vita, ad indicarci – chiedendo ad alcuni di noi, in quelle sue ultime ore, di rimanere ad ogni costo fedeli ad essa –  la rosicruciana ‘Via del Pensiero Vivente’, ossia ‘Via del sublime eroismo’.

Nel proseguo di questo studio, verranno da me tradotte e pubblicate alcune ‘lezioni’, in larga parte inedite, della prima Classe della originaria Scuola Esoterica, quella che operò dal 1904 al 1914. Esse saranno di fondamentale importanza per il tema della ‘impresa del Graal’, perché tale ‘impresa’ necessita, come chiariscono le parole di Rudolf Steiner più sopra riportate, dello scenario cosmologico e cosmogonico della Scienza dello Spirito, che il Maestro nella sua Scienza Occulta, chiama appunto ‘Scienza’ o ‘Sapienza del Graal’.   

L’ARCHETIPO-APRILE 2020

Anno XXV n. 4

Aprile 2020

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ARMONIA CELESTE (di Savitri)

musica e poesia

Può accadere che

varcata la frontiera

in zona franca

senza pagar dazio

all’alba

d’un giorno qualunque

la Musica ti rapisca

o che tu la possieda

diventando Essa stessa:

tu musico e

strumento

orchestra intera e

direttore di

superba Sinfonia,

sacro respiro in

cassa armonica

navigante nel

Mare Celeste

sofficemente immerso

in luminosità

di fluide

aeree note.

(S. S.)

 

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. SEDICESIMA PARTE ED ULTIMA PARTE.

MELCHISEDEC RAVENNA 2 - CopiaNel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.

George Orwell

Ci sono due modi per essere ingannati: uno consiste nel credere ciò che non è vero; l’altro nel rifiutarsi di credere ciò che è vero.

Søren Kierkegaard

Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero: non andare fino in fondo e non iniziare. 

Siddhârtha Gautama Shakyamuni Buddha 

Nell’esaminare le due opere di Orao, Resurrezione e Madre, che l’editore romano ha pubblicato, colpisce – a parte l’impostazione ‘mistica’ e ‘visionaria’, che, come ho largamente dimostrato, è stata fonte di errori capitali – una qual certa ‘unilateralità’, generata dalla sua condizionante visione del mondo, non scevra di presupposti, anzi carica di ‘pre-giudizi’. Si tratta di una impostazione di pensiero e di sentimento che risente fortemente di una formazione ‘confessionale’, e precisamente di una formazione ‘cattolica’. Naturalmente anch’essa ‘rivista’ e ‘corretta’, così come Orao ha fatto nei confronti dell’Opera stessa di Rudolf Steiner.  

La cosmogonia, e la cosmologia, cui fa riferimento Orao risentono fortemente del suo trascurare o ignorare una serie di contenuti della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, che pur sono espliciti nelle esposizioni di Rudolf Steiner. Sia che si tratti di semplice ‘ignoranza’ o, invece, di voluta ‘negligenza’ di tali contenuti, le conseguenze risultanti si sono rivelate, come abbiamo visto, disastrose.

Una parte di estrema importanza dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi – almeno a mio modo di vedere, ma evidentemente non solo mio – è quanto Rudolf Steiner comunica in una serie di ‘esoterische Stunden’, di ‘lezioni esoteriche’, che fanno parte del ‘lascito’ della Esoterische Schule, la Scuola Esoterica, fondata da Rudolf Steiner nel 1904, chiusa a causa della prima guerra mondiale, e poi da lui rifondata, per quel che riguarda la sola Prima Classe, su basi nuove nel 1924. Questo patrimonio della Scuola Esoterica – veramente un mirabile tesoro di Sapienza – a parte i primi tre ‘Quaderni’ di poche decine di pagine ciascuno, apparsi negli anni quaranta dello scorso secolo, per volontà e a cura di Marie Steiner, fu curato interamente da Hella Wiesberger, e consta di una quindicina di volumi, molti dei quali di grande formato. Personalmente, devo l’accesso all’interezza di questo ingente lascito esoterico di Rudolf Steiner alla più che fraterna generosità donatrice di Hella Wiesberger, la quale nei suoi colloqui me ne illustrò il contenuto, indirizzando in senso giusto le mie ricerche. Una parte di questo ‘tesoro’ di Sapienza – appunto i cosiddetti tre ‘Quaderni Esoterici’, tradotti in italiano da Mario Viezzoli, e ritradotti poi da altri, con correzioni di mano di Massimo Scaligero – circolava già da decenni anche in Italia, in forma dattiloscritta e veniva affidato più o meno discretamente da Giovanni Colazza prima, e da Massimo Scaligero poi, a particolari discepoli della Scienza dello Spirito seriamente impegnati sulla Via dell’Iniziazione.  

Hella Wiesberger aprì la serie dei libri della Scuola Esoterica, curando la redazione e pubblicazione all’interno della Gesamtausgabe, l’Opera Omnia di Rudolf Steiner, dei «Quaderni esoterici», in una forma molto ampliata, con Anweisungen für eine esoterische Schulung, Aus den Inhalten der «Esoterischen Schule», GA-245, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1968, testo tradotto in italiano col titolo di Indicazioni per una Scuola Esoterica. Dai contenuti della «Scuola esoterica», Editrice Antroposofica, Milano 1999. Questa edizione italiana, che pur si presenta in una veste tipografica bella, non è troppo soddisfacente dal punto di vista della traduzione. Comunque si tratta di un libro di enorme importanza, ché già abbiamo visto come da un mantram che Rudolf Steiner dà in una pagina di questo testo, sia impensabile l’erronea identificazione che Orao fa tra l’Eloha Jahve e Lucifero. Io ricevetti in dono la prima edizione tedesca dei suddetti ‘Quaderni Esoterici’, nel 1972, da un’anziana antroposofa tedesca di nome Ilse Küchel, trapiantata nella mia città già prima della seconda guerra mondiale. Ilse Küchel era una fedele discepola di Rudolf Steiner, e persona volitiva di grande saldezza interiore: gli scozzesi direbbero ch’ella era una ‘oakheart’, un ‘cuore di quercia’.  

Il secondo importante testo della Scuola Esoterica, curato ed edito da Hella Wiesberger, fu Die Tempellegende und die Goldene Legende als symbolischer Ausdruck vergangener und zukünftiger Entwickelungsgeheimnisse des Menschen Aus den Inhalten der Esoterischen Schule, Zwanzig Vorträge gehalten in Berlin zwischen dem 23. Mai 1904 und dem 2. Januar 1906, GA-93, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1979, ossia: La leggenda del tempio e la leggenda aurea come espressione simbolica dei misteri evolutivi passati e futuri dell’uomo, Dai contenuti della Scuola Esoterica. Venti conferenze tenute a Berlino tra il 23 maggio 1904 e il 2 gennaio 1906.

Questo testo fu solo parzialmente tradotto in italiano, ovvero, prima solo le sei conferenze del 2, 9, 16 dicembre 1904, 23, 23 ottobre 1905 e 2 gennaio 1906 nel volume Natura e scopi della massoneria, traduzione di Silvia Nicolato e Daniela Realini, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, ed anche questo testo non è, purtroppo, granché soddisfacente dal punto di vista della traduzione; poi, solo le quattro conferenze del 15, 22, 29 maggio e 5 giugno 1905 nel volume La leggenda del tempio e la leggenda aurea, traduzione di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 1994. Una singola conferenza, di estrema importanza, del 11 novembre 1904, col titolo I manichei, Editrice Antroposofica, Milano 1995, fu tradotta sempre da Iberto Bavastro, curata ed integrata dall’amico, purtroppo prematuramente scomparso, Gabriele Burrini. Una conferenza del 4 novembre 1904, intitolata Il mistero dei Rosacroce, tradotta da Alberto Avezzù, venne pubblicata dalla veneziana Table Ronde nel 1995, ma presto né pubblicherò una traduzione mia su Ecoantroposophia.

Questo testo tedesco di Rudolf Steiner venne pubblicato all’interno della Gesamtausgabe, dell’Opera Omnia di Rudolf Steiner, soltanto nel 1979. Fu in quell’anno che io potei andare per la prima volta a Dornach, per accompagnare L., una cara amica della mia città appartenente alla nostra cerchia collegata con Rudolf Steiner e Massimo Scaligero, alla Lukas Klinik di Arlesheim, delle cui terapie ella aveva bisogno. Il libro su La leggenda del Tempio, che trovai alla Haus Duldeck, la piccola e bellissima libreria del Lascito, mi fece una enorme impressione, e mi aprì un mondo. Iniziò allora una ricerca per me molto particolare, che nel tempo mi condusse a risultati veramente straordinari quanto imprevisti e imprevedibili: una ricerca che dette origine a vari mutamenti di destino, nonché nella maniera di percorrere la ‘Via’.

Il Leitmotiv, il tema portante, di quell’intero libro – vero filo d’oro – è, come si evince dal titolo, appunto, quello della ‘leggenda aurea’, e quello della ‘leggenda del Tempio’, nelle cui immagini simbolico-reali viene illustrata l’origine divina dell’umanità – una  duplice divina origine: come ‘Figli del Fuoco’ e come ‘Figli della Terra’ – e vengono mostrate le vicende e i destini, che si incontrano, si scontrano e s’intrecciano, di queste due diverse stirpi dell’umanità terrestre. Le comunicazioni di Rudolf Steiner vertono soprattutto sulla diversa nascita di Caino, ‘Figlio del Fuoco’, nato dall’unione di un Eloha con Eva, e di Adamo, ‘Figlio della Terra’, plasmato da Jahve col ‘Fango’ o la ‘polvere della Terra’ – l’aphar min adamah del Sepher Bereshith, ossia libro della Genesi della Bibbia  ebraica e cristiana – e poi da lui unito ad Eva, generando così Abele.

Per tale ragione, Jahve non amava Caino, che come ‘Figlio del Fuoco’ era stato generato dall’altro Eloha, mentre amava Abele, anche lui, come Adamo, ‘Figlio della Terra’. Per questo motivo, Jahve rifiutò – secondo il racconto biblico della Genesii sacrifici di lui. Ciò portò alla contrapposizione tra Caino e Abele, e l’esito di un tale dissidio fu la morte di Abele. Dalla nuova unione di Adamo con Eva nacque Seth. Di conseguenza si formarono le due diverse stirpi : quella dei figli di Caino, lavoratori della terra, artigiani estremamente abili col legno e i metalli, artisti, curiosi indagatori dei segreti della natura, muratori e costruttori di città, appassionati conquistatori della Scienza e della Sapienza, e quella dei figli di Abele-Seth, pastori, contemplativi, dediti ad una veggenza sognante, mistici, sacerdotali, coltivatori della calma Saggezza jahvetica.

Il dissidio tra i fratelli, figli della stessa ‘madre’, Eva, ma di sì diverso ‘padre’, si trasmise ai rispettivi discendenti, sino a giungere al saggio Salomone, il più eminente dei discendenti di Abele-Seth, e a Hiram, architetto e abile lavoratore di ‘metalli’, il più straordinario discendente di Caino.

Nella ‘leggenda aurea’ viene raccontato come Salomone, incapace di costruirlo lui stesso, commissionasse a Hiram la costruzione del Tempio di Gerusalemme, di come Hiram con un solo sguardo facesse innamorar di sé, Balkis, la Regina di Saba, anch’ella di stirpe cainita e, come lui, ‘Figlia del Fuoco’, che era venuta a Gerusalemme attirata dalla saggezza di Salomone. Nella ‘leggenda’ si narra della ‘gelosia’ di Salomone nei confronti di Hiram, di come il re lasciasse operare il sabotaggio della fusione del ‘mare di bronzo’, il capolavoro che doveva decorare il Tempio, da parte di tre cattivi ‘compagni’, ‘invidiosi’ di Hiram, da questi ritenuti indegni di essere elevati a ‘maestri’. Poi la ‘leggenda’ narra della sacra unione tra Hiram e Balkis, della fuga di lei da Gerusalemme, dell’assassinio di Hiram da parte dei tre cattivi ‘compagni’.  

Rudolf Steiner narrerà molte volte nella Prima e nella Seconda Classe della prima ‘Scuola Esoterica’, quella da lui fondata nel 1904 e poi sciolta nel 1914, sia la ‘leggenda aurea’, che la ‘leggenda del Tempio’. Egli la commenterà più volte ai discepoli qualificati della ‘Scuola’, la prescriverà come esercizio, e tema di meditazione, all’interno dei tre gradi della Seconda Classe, ossia della Mystica Aeterna, dove ne veniva eseguita ritualmente pure uno svolgimento come ‘dramma-mistero’.  Di tale ‘leggenda’, egli ne farà varie redazioni scritte, una delle quali particolarmente importante, che vedrò di tradurre e pubblicare, in un prossimo futuro, su questo temerario blog. Nelle sue spiegazioni della ‘leggenda’, Rudolf Steiner mette in evidenza la contrapposizione tra la passiva, sognante, sentimentale, saggezza abelita, e la fortemente attiva, volitiva, cosciente sapienza cainita: solo quest’ultima si dimostrerà trasformatrice, e trasmutatrice, del mondo fisico. Nella storia dell’umanità, lungo i millenni, queste due correnti spirituali contrapposte, si incontreranno, e si scontreranno, ripetutamente. Mentre la sognante saggezza abelita è vòlta alla contemplazione passiva, tradizionalista e conservatrice, lunare, del passato, la volitiva sapienza cainita è vòlta all’azione attiva, innovatrice, solare, volitivamente trasformatrice, nei confronti del futuro. Rudolf Steiner mostrò come la corrente ‘abelita’ si manifestò, con aspetti migliori, peggiori, e talvolta pessimi, sia nella corrente mistica e in quella religiosa ‘istituzionale’ dell’antico biblico ebraismo precristiano e in quella delle varie chiese cristiane, mentre la corrente ‘cainita’ si manifestò come libera spiritualità nelle Fratellanze Iniziatiche, nello Gnosticismo antico, nell’Ermetismo, nell’Alchìmia. e soprattutto nel Rosicrucianesimo.   

Il contenuto cosmogonico e cosmologico della ‘leggenda aurea’, o ‘leggenda del Tempio’, i suoi sviluppi nella storia terrestre e cosmica dell’essere umano, sono alla base dell’Iniziazione ‘cristiano-gnostica’, di quella ‘ermetico-rosicruciana’, di quella ‘manichea’. La stessa eroica ‘impresa del Graal’, la più alta speranza di ‘reintegrazione’ dell’uomo, ma anche, secondo Massimo Scaligero, l’unica autentica possibilità di soluzione della questione sociale, è concepibile – e ciò risulta direttamente dagli elementi sapienziali facenti parte della ‘leggenda’ – unicamente sulla base della concezione spirituale che sta alla base della ‘leggenda’ stessa. Ora, tutto ciò semplicemente non esiste negli scritti di Orao. Oraosive mas sive faemina‘prescinde’ totalmente da tali contenuti. Né in Resurrezione, né in Madre, pubblicati dall’editore romano, né negli altri scritti, firmati Orao, apparsi sulla rivista romana pubblicata dallo stesso editore ve ne è mai – dico mai – la benché  minima traccia.

Mi si potrebbe obbiettare che i testi, successivamente tradotti e pubblicati dalla milanese Editrice Antroposofica, forse non erano ancora apparsi durante la vita di Orao. A parte il fatto che a Roma vi erano diverse persone che ben conoscevano la lingua tedesca, e nulla vi era di più facile del farsi venire da Dornach quei testi, io, non appena cominciai a procurameli, li feci conoscere agli amici sia della mia città, sia agli amici romani. Anche la traduzione di tali preziosi testi fu da me proposta a chi di dovere a Roma, negli anni ottanta dello scorso secolo, ma ne ebbi una violenta ripulsa, che devo dire mi stupì assai, e della quale allora, non scorgendone i motivi, mi rammaricai non poco. Solo nel tempo, e dopo molte ‘diligenti ricerche’, riuscìi a ‘intuire’, a ‘comprendere’ in profondità, il ‘perché’, nell’immediato non poi così evidente, di un cotanto pregiudiziale rifiuto. In séguito, avrei compreso sin troppo bene la correlazione profonda di un tale rifiuto con le tragiche vicende occorse nella Comunità spirituale della mia città, e soprattutto col famigerato tentativo di quel ‘trasbordo ideologico inavvertito’, che avrebbe dovuto portare, o dovrebbe portare, la Comunità Solare là dove mai sarebbe dovuta andare, o dovrebbe andare. Comunque, una tale obbiezione di una non disponibilità di quei testi della ‘Scuola Esoterica’, riguardanti la ‘leggenda aurea’ e i suoi logici corollari, non sarebbe affatto valida, perché nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis di Roma – ed in precedenza ho scritto come l’avvocato Caio Sallustio Crispo, che per un periodo diresse il Gruppo Novalis, già negli anni sessanta dello scorso secolo, redigesse un catalogo di tutte le conferenze tradotte e dattiloscritte, che erano presenti nei vari Gruppi della Società Antroposofica in Italia – era presente, col numero 251, un volume di dattiloscritti rilegati, ed intitolato ‘Sunti’, nel quale era presente, tra gli altri, un primo dattiloscritto intitolato Il Mistero dei R.C. – Rosacroce, recante in alto una scritta a matita nella riconoscibilissima calligrafia di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», chiara allusione alle logge della Seconda Classe della Scuola Esoterica, ossia della Mystica Aeterna. Vi era, altresì, un secondo dattiloscritto, recante anch’esso, sempre a matita, e riconoscibilissima, una simile scritta di mano di Giovanni Colazza, che diceva: «Riservato per lo studio nelle logge R+C», intitolato Loggia Rosicruciana, seconda conferenza dei cicli interni, La leggenda Aurea dei R.C. In fondo a questo dattiloscritto vi sono due mantram, con la spiegazione di Rudolf Steiner, relativi alle due colonne J e B costruite da Hiram, e da lui poste all’entrata del Tempio di Salomone.  

Quindi Orao avrebbe potuto benissimo accedere a quei particolari contenuti della Scuola Esoterica, e in particolare alla ‘leggenda aurea’, e alla ‘leggenda del Tempio’. Per attingere alla ricca biblioteca del Gruppo Novalis sarebbe bastato chiedere al fiduciario del Novalis, Romolo Benvenuti, o direttamente al bibliotecario, che per vari anni fu il mio amico L. Lo studio meditativo di quei due preziosi dattiloscritti – così importanti da recare scritta su ognuno di essi un’avvertenza a matita di Giovanni Colazza – avrebbe potuto portare molto lontano Orao nel cammino interiore, ed essere estremamente fecondo sul piano di una corretta, esatta, percezione spirituale. Abbiamo visto come Rudolf Steiner espliciti essere una precisa regola dell’investigazione spirituale, che chiunque voglia compiere una qualsiasi indagine chiaroveggente nel Mondo Spirituale, debba prima collegarsi, e ben conoscere, quanto gli Iniziati, prima di lui, abbiano investigato, e comunicato, in passato sull’oggetto di tale indagine. Con ogni evidenza, a questo cogente principio – sia ciò avvenuto per mera ignoranza, o per colpevole negligenza, o anche per una precisa volontà di non tener conto di talune comunicazioni del Maestro dei Nuovi Tempi –  Orao non si è affatto attenuto. Il risultato di un tale comportamento – ampiamento descritto da Rudolf Steiner – è stato la produzione di una serie di errori, di percezioni fallaci, di illusioni, e di vere e proprie menzogne.  

Probabilmente, la parte della ‘leggenda aurea’ che narra dell’unione dell’Eloha con Eva, e la conseguente nascita di Caino appariva agli occhi di Orao possedere un ‘sapore’ decisamente ‘gnostico’, come nella ‘gnosi cainita’, o in quella ‘ofita’ e ‘naassena’. Ciò, per chi fosse improntato anche solo in parte dalla visione confessionale cattolica, è semplicemente inaccettabile. Così come la storia di Hiram, l’architetto costruttore del Tempio, il ruolo di Balkis, la Regina di Saba, la ‘gelosia’ di Salomone nei confronti di Hiram, l’assassinio di questi da parte dei tre ‘cattivi compagni’, il suo seppellimento da parte di questi ultimi, che posero sul suo tumulo di terra un ramo di acacia, il ritrovamento di lui da parte dei ‘maestri’ inviati alla sua ricerca, e le parole pronunciate in tale occasione, che divennero le nuove ‘parole sacre’, potevano apparire agli occhi di Orao avere un forte ‘sapore’, a sua volta, decisamente ‘massonico’, e quindi essere per tale motivo inaccettabile, secondo i canoni della più che discutibile ortodossia cattolica. Del resto, da parte dei gesuiti, e degli altri rappresentanti dell’integralismo cattolico, l’Antroposofia veniva – e viene tuttora – apertamente accusata di essere una forma di ‘gnosticismo’, e di avere altresì carattere ‘massonico’.  

Naturalmente, Rudolf Steiner respingeva come calunniosa l’accusa che gli veniva rivolta, sia da parte gesuitica e cattolico-integralista, sia da parte degli ambienti, ottusamente militaristi, dei circoli pangermanisti, i quali poi aderiranno al nazional-socialismo hitleriano, che l’Antroposofia fosse una sorta di “minestra riscaldata”, ossia la riedita mescolanza dei più svariati elementi dell’antica ‘Gnosi’. Rudolf Steiner affermò sempre, con estrema chiarezza, di non aver mai attinto ad elementi o documenti di sorta di un qualsivoglia passato, sia pure ai suoi stessi occhi venerabile, e di comunicare unicamente quanto era frutto, assolutamente originale, della sua personale indagine spirituale. Ma, al di là della calunniosa accusa, puramente strumentale, soprattutto gli ambienti cattolici avversi non intendevano punto che Rudolf Steiner operasse unicamente un semplice ‘revival’ dell’antica ‘Gnosi’ – quest’accusa calunniosa era un mero pretesto, e i suoi avversari lo sapevano benissimo – bensì era il fatto che l’essere umano potesse giungere al Divino attraverso la Conoscenza, ed una Iniziazione, frutti di una ascesi iniziatica, di una autonoma, individuale trasformazione dell’anima, trasformazione indipendente dal magistero e dalla mediazione sacramentale della Chiesa, ciò che rendeva, e rende tuttora, ai loro occhi, l’Antroposofia una novella – molto più pericolosa di quella antica, da lungo tempo defunta – forma di ‘Gnosi’.

Dalle stesse cerchie gesuitiche, cattolico-integraliste, militariste e pangermaniste, venne infinite volte ripetuta, nei confronti di Rudolf Steiner, l’accusa di un preteso carattere ‘massonico’ dell’Antroposofia, della sua Scuola Esoterica, ed in particolar modo della Seconda Classe di questa, ovverossia della Mystica Aeterna. Ci si basava soprattutto sul racconto dell’edificazione del Tempio di Gerusalemme, del ruolo in tale racconto di Salomone e del suo Architetto Hiram. Ma la ‘leggenda del Tempio’ non è affatto di origine ‘massonica’, bensì essa – come giustamente afferma Rudolf Steiner – è di origine ‘rosicruciana’, e ben anteriore alla nascita della Gran Loggia di Londra e della moderna ‘massoneria speculativa’, avvenuta il 24 giugno 1717. 

Ad una simile accusa, ingiusta, denigratoria, e in malafede, volle rispondere Marie Steiner, e lo fece coraggiosamente, in maniera risoluta, e soprattutto competente. Circa l’assoluta competenza spirituale di Marie Steiner – sulla cui figura umana e spirituale, in àmbito antroposofico e non, son state proferite le più vergognose calunnie, che disonorano chi le ha pronunciate, e chi le ha accolte e diffuse – vale la parola di Rudolf Steiner, il quale nel già citato Epistolario, Rudolf Steiner Marie Steiner-von Sivers, Briefwechsel und Dokumente 1901 – 1925, Neu herausgegeben zur hundertjährigen Wiederkehr der Begründung der anthroposophischen Bewegung 1902 – 2002, GA-262, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 2002, a p. 450, nella lettera n°. 229, del 27 febbraio 1925, così le scrive: «Aber Du hast Dich zum Verständnis durchgerungen; das ist ein Segen für mich. Im Urteil zusammenfühlen und -denken kann ich ja doch nur mit Dir. […] Denn innere Kompetenz gestehe ich für mich doch nur Deinem Urteil zu. Aber sei sicher, so unendlich lieb es mir ist, wenn ich Dich hier habe: ich könnte es gar nicht ertragen, wenn Du auch nur eine Stunde Deine Tätigkeit abkürzest». Il che tradotto, il più letteralmente possibile, così suona: «Ma Tu Ti sei sforzata di giungere alla comprensione; questa è una benedizione per me. Nel giudizio io posso, appunto, con-sentire e con-pensare unicamente con Te. […] Giacchè da parte mia concedo interiore competenza solo al Tuo giudizio. Ma sìi sicura, che così come mi sei infinitamente cara, quando Tu sei qui: così non potrei sopportare che Tu accorciassi, anche di una sola ora, la Tua attività».

Ora, nel volume Zur Geschichte und aus den Inhalten der erkenntniskultischen Abteilung der Esoterischen Schule 1904-1914, – Per la storia e dai contenuti della Sezione cultico-conoscitiva della Scuola Esoterica 1904-1914Briefe, Dokumente und Vorträge aus den Jahren 1906 – 1914 sowie von neuen Ansätzen zur erkenntniskultischen Arbeit in den Jahren 1921 – 1924, GA-265, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1987, curato come tutto il lascito della Scuola Esoterica da Hella Wiesberger, la quale nell’aprile del 1988 volle farmene dono, vi sono tre abbozzi di un articolo, ed un articolo scritto da Marie Steiner nella forma definitiva, da lei pubblicato col titolo War Rudolf Steiner Freimaurer?, ossia Era Rudolf Steiner libero muratore?, sulla rivista Anthroposophie. Zeitschrift für freies Geistesleben, Antroposofia. Rivista per una libera vita spirituale, 16. Jg. Buch 3, Aprile-Giugno 1934, Stoccarda, edita da C.P. Picht. In questo articolo, pp. 111-115, Marie Steiner chiarisce abbondantemente la natura non massonica dell’Antroposofia in generale, e della sezione cultico-conoscitiva, la Mystica Aeterna, in particolare. Purtroppo, l’edizione italiana di questo volume, pubblicato nel 2017 dall’Editrice Antroposofica, è solo parziale, e la traduzione – peraltro di un testo tutt’altro che facile – non è pienamente soddisfacente. Per l’appunto, nell’edizione italiana, manca – tra le molte altre cose – proprio l’articolo, con gli abbozzi del medesimo, di Marie Steiner. Ma, siccome intendo tradurre proprio quella parte – al fine di sfatare alcune ‘leggende’ menzognere, messe artatamente a giro sulla Mystica Aeterna – il benevolo lettore attenda con pazienza la comparsa di quell’articolo su questo temerario blog.  

Ora, è storicamente dimostrabile che la ‘leggenda del Tempio’, e la figura di Hiram, sono ben più antiche della nascita della moderna ‘Massoneria speculativa’, e della Gran Loggia di Londra, all’inizio del XVIII secolo. La figura di Hiram è di origine ‘rosicruciana’ e non ‘massonica’. La si ritrova in autori del primo movimento rosicruciano nel XVII secolo. Fu la Massoneria a ‘prendere’, o meglio, a ‘ricevere’ la ‘leggenda di Hiram’ dal Rosicrucianesimo, e non viceversa. Infatti, il pitagorico, ermetista, e massone, Arturo Reghini, scrivendo in Ignis. Rivista di studi iniziatici, anno I, n°. 10, 1925, sulla figura di Alessandro Conte di Cagliostro, al contempo alchimista, rosacroce e massone, nell’articolo, Le Proposizioni del rituale della Massoneria Egiziana censurate dal Tribunale del Sant’Uffizio. (Da documenti originali del Sant’uffizio), così scrive nella nota (7), a p. 307:  

«Esiste un’opera del celebre rosacroce Michele Maier, la “Septimana Philosophica (1620)”, scritta sotto forma di dialogo, i cui interlocutori sono: Salomone, Hiram, e la regina di Saba. Anche in un’altra sua opera, i “Symbola Aureae Mensae (1617)”, il Maier pone in connessione questi tre personaggi. Notiamo il precedente perché significativo».

Michele Maier, originario dello Holstein, in Germania, conte palatino, medico e consigliere dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, fu un rosicruciano del XVII secolo, della prima cerchia di coloro che si esposero personalmente per difendere la Fraternitas Rosae Crucis, amico personale dell’inglese Robert Fludd, del quale Rudolf Steiner parlò sovente, tessendone grandi elogi. Un discepolo di Robert Fludd, fu l’archeologo, ermetista, alchimista inglese Elias Ashmole, autore del Theatrum Chemicum Britannicum, opera molto stimata e ricercata dai cultori dell’‘Arte’. L’Ashmole fu pure uno dei primi ‘massoni speculativi’, oltre mezzo secolo prima della fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra, avvenuta nel 1717, ed apparteneva a quel milieu esoterico, che fece fluire all’interno delle sopravviventi logge ‘operative’ l’elemento rosicruciano che arriverà ad esprimersi ritualmente tra l’altro nel dramma-mistero della morte e resurrezione di Hiram Abif. Come vedremo in una ‘lezione esoterica’ – che pubblicherò, spero presto, su Ecoantroposophia – Rudolf Steiner affermerà apertamente l’origine rosicruciana della ‘leggenda del tempio’, e del ruolo in essa di Hiram.

Che poi la stessa Massoneria abbia poi avuto, in  tempi diversi e in luoghi diversi, più o meno accentuati, e vistosi, fenomeni di decadenza, a volte anche gravi, va da sé, ma non si dovrebbe fare di ogni erba un fascio, ed emettere in maniera semplicistica un giudizio generalizzato. Del resto, se si osservano le degenerazioni, ben più vistose sotto ogni aspetto, delle varie Chiese cristiane, ed in particolare di quella cattolica, vi sarebbe da fare in proposito un discorso ben più severo. Ed anche il milieu antroposofico ha avuto, prima e dopo la morte del suo fondatore, Rudolf Steiner, pagine veramente tristi, e triste, sulle quali preferisco, per ora, stendere un velo pietoso. Lo stesso ambiente dei seguaci e discepoli di Massimo Scaligero – gli ‘scaligeropolitani’ come li chiama, celiando un po’, il mio ottimo amico C., asceta d’altra dottrina – in questi ultimi decenni dopo la morte di Massimo Scaligero, non è che si sia fatto molto onore. Inoltre, lo stesso Rudolf Steiner, pur lui stesso non massone, era estremamente tollerante nei confronti di quelle forme della Massoneria rimaste, ancorché decadenti, oneste e tradizionali, non coinvolte nella politica, e dei massoni che avevano una tenuta morale. Vari preminenti, fedeli, discepoli di Rudolf Steiner erano massoni, come Harry Collison, Johannes Geyer, August Karl Stockmeyer, Herman Joachim, e in Italia Giovanni Colonna di Cesarò, e al di fuori della stretta cerchia dei seguaci dell’Antroposofia, lo zio di Massimo Scaligero, Pietro Scabelloni, del quale lo stesso Massimo Scaligero in Dallo Yoga alla Rosacroce, e in altri suoi scritti, parla come di una figura spirituale luminosa. Per cui, non avrebbe molto senso una opposizione pregiudiziale da parte di un discepolo – sive mas sive faemina – della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, ai contenuti della parte più riservata della Scuola Esoterica di Rudolf Steiner, ossia della Mystica Aeterna, per un preteso carattere ‘massonico’ della ‘leggenda del Tempio’, e della figura di Hiram, che invece hanno carattere, e origine, ‘rosicruciani’.

Abbiamo visto, in quanto ebbi modo di scrivere su questo animoso blog in articoli sul ‘prometeico idealismo magico di Rudolf Steiner’, et similia, come egli abbia una posizione spirituale accentuatamente ‘cainita’, e non certo ‘abelita’. Tanto più, se si considerano le comunicazioni della sua indagine spirituale, che esplicitamente identificano – in particolare nella Prima Classe della sua Scuola Esoterica, e nella Mystica Aeterna – la figura del ‘cainita’ Hiram, con Giovanni-Lazzaro, autore del quarto Vangelo, Christian Rosenkreutz, il Conte di Saint-Germain. Su ciò avrò modo di ritornare in un mio studio futuro che, spero, vedrà presto la luce su Ecoantroposophia. Tutto ciò getta una luce particolare proprio sull’ultima allocuzione, che Rudolf Steiner pronunciò il 28 settembre 1924, nella quale egli, tra le altre sue indicazioni, invitava i discepoli dell’Antroposofia ad indagare sulla ‘figura di Lazzaro-Giovanni in loro’. Quell’ultima allocuzione del Maestro dei Nuovi Tempi, in un certo senso una sorta di suo ‘testamento spirituale’, ha un senso ed un significato ben diverso da quello che gli dà Orao in Resurrezione, ed in Madre. Per la penetrazione della figura spirituale di Lazzaro-Giovanni, non si può affatto prescindere da quanto Rudolf Steiner rivela all’interno della Scuola Esoterica, e soprattutto della Mystica Aeterna, alcuni testi della quale Orao poteva avere facilmente a disposizione nella biblioteca romana del Gruppo Novalis, ma dei quali non tiene minimamente conto, così come di non poche altre comunicazioni di Rudolf Steiner, rispetto alle quali Orao va in aperta rotta di collisione. Si tratta di palesi contraddizioni rispetto a quanto insegna la Scienza dello Spirito: contraddizioni che non possono, e non devono, essere ‘opportunamente’ taciute, ma che anzi devono essere coraggiosamente dichiarate e corrette, perché – come ha anche giustamente osservato, su un noto social forum, S., un nostro benevolo lettore e critico – che vale il detto che è la verità a meritare il rispetto più grande. E lo stesso Rudolf Steiner, proprio all’inizio del libro Iniziazione, pone, come primissima esigenza per il discepolo della disciplina spirituale la devozione, che deve essere rivolta non tanto alle persone, quanto alla Verità e alla Conoscenza. Dunque è alla Verità, che andrà la nostra maggior devozione. 

Ora, la posizione di Orao, l’evidente attitudine, quale traspare nei due scritti considerati in questo mio studio, è decisamente tipologicamente ‘abelita’, e non certo ‘cainita’. Rudolf Steiner mette in evidenza come sia esistita una corrente ‘abelita’ superiore, quale si espresse, per esempio, nelle pagine più luminose dell’antico ebraismo, ed in parte nella mistica cristiana, ed una corrente ‘abelita’ inferiore, decadente, scivolante – come nel caso delle pratiche medianiche sadducee, al tempo del Christo, ed il Kohen Gadol, il Gran Sacerdote, Caifa che, come afferma il Vangelo di Giovanni‘profetizzò’ che era meglio che uno solo morisse, piuttosto che Israele venisse distrutta, ne era un esempio – nel medianismo, nella incosciente apertura di una decaduta ‘veggenza atavica’ ad un oscuro ‘visionarismo’ più degenerato, facile preda di ostili Deità Ostacolatrici. Esempi di una simile decadenza ‘abelita’, ve ne sono in abbondanza nei venti secoli di storia della Chiesa Cattolica, la quale respinse ben presto l’esigenza di una ‘Conoscenza’ diretta del Mondo Spirituale, di una ‘Gnosi’, da conquistarsi mediante l’Iniziazione, che perseguitò sempre con ferocia, assieme ad ogni forma di dissenso, da essa bollato come ‘eretica pravità’. Un altro esempio è Helena Petrovna Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica, la quale possedeva potenti forze di ‘veggenza atavica’, ma che in lei scivolavano spesso nella più ambigua medianità, generando errori a non finire. Ora, Rudolf Steiner non accoglieva nella sua Scuola Esoterica chi avesse tali ‘abelitiche’ facoltà ataviche, colludenti con la medianità, e non se ne volesse liberare energicamente.

La non regolarità spirituale della posizione ‘abelita’ di Orao è, purtroppo, dimostrata dai molti – invero troppi – ‘errori’, che mi son preso la ‘pedante’ pena di documentare, e che il lettore può tranquillamente controllare, data l’abbondanza di fonti da me citate, anche ripetutamente. Il non tener conto, volutamente, di quanto Rudolf Steiner – basandosi su un metodo rigorosamente scientifico, affatto scevro di presupposti, che il discepolo dell’Iniziazione può, anzi deve, verificare, ‘rivivendolo’ – ha comunicato, con un linguaggio che più chiaro non potrebbe essere, nelle sue, fondamentali, opere scritte che Orao sicuramente possedeva, e in una notevole mole di ‘cicli’ di conferenze, stampati o dattiloscritti, che parimenti Orao sicuramente possedeva, nonché in altri ‘cicli’ più riservati, come quelli della Scuola Esoterica, o non ancora pubblicati, ma che erano facilmente a sua disposizione, per esempio, nella ricca biblioteca del Gruppo Novalis, ha portato Orao ad affermazioni che non sono diversi ‘punti di vista’, ma ben l’esatto contrario di quanto affermano Rudolf Steiner, e l’Antroposofia. Con gli scritti di Orao – si abbia o meno il coraggio di volerlo vedere – si ha a che fare non con una ‘logica dei distinti’, o ‘logica dei diversi’, crocianamente intesa, bensì proprio con una ‘logica dei contrari’, o ‘logica degli opposti’, ‘contrari’ e ‘opposti’ assolutamente inconciliabili con la Scienza dello Spirito. Ossia, o è vero quanto afferma Rudolf Steiner, che si basa su un metodo rigorosamente scientifico, espone le sue comunicazioni in chiari concetti, in un linguaggio asciutto, chiaro, di nitore ‘geometrico’‘stellare’, e di conseguenza è falso quanto afferma Orao; oppure, al contrario, è vero quanto, basandosi su una incerta, ‘abelitica veggenza visionaria’, esprimendosi in un anfibologico, e suggestivo, linguaggio mistico, afferma Orao, che ‘pretende’ di ‘correggere’,  e ‘completare’, dicendo esttamente il contrario, e ‘presume’ di poter ‘fare a meno’, e addirittura ‘sostituire’ le comunicazioni della Scienza dello Spirito, ed allora ha torto Rudolf Steiner, ed è falso quello che il Maestro dei Nuovi Tempi afferma.  Non vi è una terza possibilità. Bisogna avere il coraggio della radicalità della Verità, la quale non concede punto accomodamenti con personali ‘opinioni’, morbidamente accarezzate. Nella Scienza – e l’Antroposofia è ‘Scienza’, dello Spirito, ma, appunto, piaccia o non piaccia, ‘Scienza’, non ‘teologia’, non ‘religione’, non ‘misticismo’ – vi è la certezza della Verità, sperimentata, conosciuta e dimostrata, e non vi è spazio alcuno per le personali, sentimentali, idolatriche, ‘opinioni’

Dal punto di vista della Scienza dello Spirito – dunque di un’Antroposofia che voglia essere ‘Scienza’non è accettabile l’imposizione, come fa Orao a p. 7 di Resurrezione, di presupposti obbligatori, tanto più se tali presupposti sono di natura religiosa, e confessionale. Non è accettabile che venga detto che: «I Vangeli sono il primo e l’ultimo testo iniziatico necessario per l’uomo che si avvia lentamente verso il percorso pensante, verso l’attività autocosciente: quindi una testimonianza da cui estrarre principi e verità». Ciò non è accettabile perché è falso che i Vangeli siano ‘necessari’, perché Rudolf Steiner – lo abbiamo visto, e ben documentato – non partì affatto da essi, bensì dalla Scienza, e dall’esperienza dell’essere originario del pensare. Ed è altresì falso che lo siano come ‘testimonianza’, perché il discepolo dell’Iniziazione trae ‘principi’ e ‘verità’ dalla diretta esperienza interiore, da una attività del ‘pensare puro’, del ‘pensare libero dai sensi’, senza presupposti di sorta, e poggiante unicamente su se medesima : questa è l’attiva, volitiva, cosciente, non egoistica, ‘Via del sublime eroismo’, che Rudolf Steiner con la sua Filosofia della Libertà prima, e Massimo Scaligero con l’intera sua Opera poi, hanno donato al mondo, e ai temerari che coraggiosamente vogliono realizzare l’Io, e sperimentare lo Spirito.  

Con una tale opera di redenzione del pensiero, con tutta la buona volontà del mondo, non si vede proprio che cosa abbiano a che fare, p. 7 di Resurrezione, «i Fioretti di San Francesco, le Lettere di Santa Caterina», né cosa giustifichi, dal punto di vista della Scienza dello Spirito l’assoluta identificazione,  ibidem p. 8, del tutto arbitraria – e ben errata, visto che Rudolf Steiner afferma il contrario – di «Melchisedek, Manes, Manu, Minos, Cristiano Rosenkreutz». Abbiamo visto come Orao abbia la ‘pretesa’ di ‘correggere’, e la ‘presunzione’ di ‘completare’ – ed è un controllo che chiunque può fare con facilità, perché ne ho dati, nel corso di questo mio studio, tutti i riferimenti bibliografici – le comunicazioni date da Rudolf Steiner in Cronaca dell’Akasha, e in Scienza occulta nelle sue linee generali con i risultati della propria ‘percezione veggente’, che si è rivelata ambigua, infondata, visionaria, fallace, e menzognera.

Abbiamo visto, inoltre, come Orao alteri, scientemente, la cosmologia e la cosmogonia dell’Antroposofia, per identificare tra loro l’Eloha o Eloah Jahve con l’entità di Lucifero, come dia come ‘sede di Lucifero’ la Luna terrestre fisica, quando invece essa è Venere, e come questo capitale, e blafemo errore, crei una ulteriore, molto pericolosa, menzogna facente il giuoco di Lucifero e Ahrimane, dalle conseguenza inimmaginabili quanto esiziali, circa la dottrina occulta della ‘ottava sfera’, errore e menzogna affatto analoghi a quelli compiuti dai teosofi Helena Petrovna Blavatsky e da Alfred Percy Sinnett, dai loro ‘amici’ occultisti indiani della ‘sinistra’, e dai loro ‘avversari’ angloamericani anch’essi della ‘sinistra’ occultista. Rudolf Steiner, nei testi da me ampiamente citati, mostra come nella Blavatsky e nel Sinnett agisse, inconsapevole, un una ben celata forma di ‘materialismo spirituale’, frutto dell’origine medianica della loro ‘veggenza visionaria’. È difficile – e lo dico con profondo rammarico – sottrarsi all’impressione della stretta analogia che vi è tra l’errata concezione cosmologica di Orao e quella delle sopra citate deviazioni della medianica teosofia blavatskyana, per non dire con quella, volutamente errata, di un certo occultismo britannico, legato all’Alta Chiesa Anglicana, ostile tale occultismo non tanto all’idea stessa della reincarnazione, quanto alla divulgazione di una tale idea, e a tal fine alterante la dottrina cosmologica planetaria, e quella della Luna terrestre, nonché quella della ‘ottava sfera’ in particolare.

Abbiamo visto come Orao manipoli spregiudicatamente i testi evangelici, a pro’ delle sue tesi di fondo sulle quali vuole edificare una ‘novella Iniziazione graalica’.  Abbiamo visto come Orao giunga a falsificare l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, inserendo con un’abile interpolazione – compiendo quella che non può venir chiamata con altro nome che quello di una ‘sfacciata impostura’ – un brano inesistente in un importante ciclo di conferenze del Dottore sulla pedagogia, parlando dell’atto fisico tra l’uomo e la donna – atto sessuale del quale, come ho dimostrato, Rudolf Steiner non parla mai in tutta la sua sconfinata Opera – che correlerebbe direttamente la coppia umana con la prima e più elevata tra le Gerarchie celesti. Abbiamo visto come Orao abbia la ‘pretesa’, nonché la ‘presunzione’, di ‘correggere’, e ‘completare’ l’Opera di Rudolf Steiner, e di Massimo Scaligero – in realtà sostituendosi ad esse – descrivendo i gradi di una pretesa ‘Iniziazione graalica’, ben quattro dei quali, a suo dire, verrebbero ad aggiungersi ai sette gradi della ‘Iniziazione cristiano-gnostica’ del Maestro Gesù, e a quelli della ‘Iniziazione rosicruciana’ di Christian Rosenkreutz, il che, francamente, mi sembra vada troppo oltre ogni limite consentito. Tanto più che secondo l’antico adagio iniziatico – come ho già scritto – ‘nemo dat quod non habet’.

Quanto alla ‘via della coppia’, che Orao descrive, sia pure per accenni, persino in modalità dell’atto sessuale, il sottoscritto – facendo valere un legittimo principio di precauzione – invita il cercatore spirituale alla più grande prudenza, perché errori in cotal dominio si pagano molto salati, e i sentieri intrapresi possono troppo tardi rivelarsi essere senza ritorno. Nel tempo, ho avuto modo di osservare in àmbito cattolico, in Italia e altrove, varie di codeste ‘vie’ – tutte egualmente errate – alcune delle quali con modalità e risultati piuttosto inquietanti, e scabrosi, come quella, a mio modo di vedere, veramente folle, scelta da ‘Paolo Virio’ e ‘Luciana Virio’, che seguivano gl’insegnamenti magico-sessuali, spacciati per spagirica Alchìmia, di quel traditore spirituale – Massimo Scaligero apertis verbis dixit – che era il conte Umberto Alberti “Erim” di Catenaia. Ho potuto constatare come troppe volte un edulcorato misticismo sentimentale, ed una ‘veggenza visionaria’, conducano sin troppo facilmente su obliqui sentieri scivolosi, che portano solo ad irrimediabili disastri. In questo campo, una sana diffidenza è madre della sapienza. Ergo

La ‘Via vera’, la ‘Via regia’, è un’altra: è quella ‘Via del Pensiero Vivente’, che al giovanissimo Rudolf Steiner venne indicata a Vienna dal suo anonimo Iniziatore. ‘Via’ radicale, scevra di presupposti, metodicamente ‘scientifica’, ‘Via dello Spirito’ rigorosamente oltre il corpo, e oltre l’anima. ‘Via della Concentrazione’ che è la ‘Via del sublime eroismo’, che affronta direttamente, senza mediazioni, lo stato di morte del pensare, lo stato di morte dell’anima nella prigione-tomba corporea, e lo risolve: non vi è altra ‘Via’.

Ci tengo a dire – e lo ribadisco a scanso di equivoci – che per me Orao, è unicamente quello che risulta dagli scritti apparsi con la sua firma, presumibilmente postuma, dei libri Resurrezione e Madre. Non mi sono occupato, e non mi occuperò, della sua figura umana – sive mas sive faemina – né delle eventuali vicende luminose o tristi della sua vita. Non mi sembrerebbe giusto farlo. Di quei due libri ho analizzato solo alcuni punti. Ma su di essi si regge tutta la concezione del cammino spirituale che Orao vuole indicare, ed ho mostrato quanto tale concezione, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, sia ben errata. Venendo meno quelle fondamenta, di conseguenza crolla tutto l’edificio che su di esse si appoggia. Per ora, non intendo scavare oltre in quelle opere, e sarebbe facilissimo rinvenire in esse errori su errori.

Per rendere il dovuto onore alla Verità, alla cui devota venerazione nessuno si può, né deve, esimersi, ed evitare qualsivoglia forma di distorcente suggestione, il benevolo lettore dovrebbe non tenere conto di chi sia, o sia stato, Orao, bensì unicamente delle affermazioni che sotto suo nome sono state pubblicate nei due libri Resurrezione e Madre, e considerare – controllando rigorosamente le fonti, che fedelmente riporto – se quel che Orao dice sia vero o falso. Viceversa, il benevolo lettore non dovrebbe tener punto conto di chi io sia, ossia la mia persona, sicuramente piena di difetti, bensì unicamente considerare se quello ch’io affermo, e documento, sia vero o falso, e nel caso che quel che affermo e documento sia vero, riflettere profondamente su quali ne siano le conseguenze nella vita spirituale individuale, della Comunità Solare, e nella vita spirituale e sociale in generale. Il lettore dovrebbe – risalendo alle fonti, che riporto con una certa abbondanza, e che potrei moltiplicare con facilità, e controllandole direttamente – farsi un giudizio autonomo, coraggioso, cosciente e, soprattutto, libero. E, ancora una volta, ci tengo a ribadire che quanto posso aver scritto – scritto senza odio, né spinto da una qualsivoglia partigianeria – non è contro una persona, chiunque essa sia, ché ognuno ha un suo destino non facile da affrontare, e che non mi permetto di giudicare, bensì contro affermazioni che apertamente confliggono con la Verità, e con le comunicazioni che Rudolf Steiner ha posto a fondamento della Scienza dello Spirito, della rosicruciana Antroposofia.

Amor mi mosse, che mi fa parlare. (Dante, Inf. II, 72).

Ma prima di concludere il presente studio – e poter dire con Paolo di Tarso, 2 Timoteo, 4, 7: Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi, ossia: ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho preservato la mia fedeltà – vorrei porre alcune facili domande all’editore che si è presa la pesante, e grave, responsabilità morale di pubblicare quelle due opere. Domande lecite, e ben comprensibili, visto che i due libri di Orao vengono pubblicati senza un solo rigo di presentazione, che ne spieghi la genesi e la finalità. Ma procediamo con ordine.

Questi testi di Orao, a quale epoca della sua vita risalgono? Orao ha condiviso sino alla fine della sua vita i contenuti di questi suoi scritti? Data la delicatezza dei contenuti di tali testi, Orao voleva che fossero resi pubblici? Dopo la dipartita di Orao, questi testi, o ‘quaderni’, chi li ebbe in eredità, ossia di chi essi erano in possesso legale? L’editore romano, che si è assunta poi la responsabilità di pubblicare quei testi di Orao, come ne è entrato in possesso? L’editore romano in questione ha per caso operato su i testi di Orao una qualsivoglia ‘azione redazionale’? Nel caso in cui quanto dalle mie analisi di quei testi di Orao, e soprattutto dal confronto di quei testi con le esplicite, chiarissime, comunicazioni di Rudolf Steiner – controllo che chiunque, con un po’ di buona volontà, può agevolmente fare – risulti che le affermazioni di Orao contraddicano i risultati della di lui indagine scientifico-spirituale, e di conseguenza, dal punto di vista della Scienza dello Spirito, e non mio personale, risultino false, ossia risultino essere menzogne, l’editore romano intende continuare a far circolare tali testi? Intende pubblicare ancora altri eventuali testi di Orao?

Termino qui la mia disanima dei due testi di Orao, Resurrezione e Madre, ma se in futuro la cosa si rivelasse necessaria, potrò senz’altro ritornare sui temi trattati. Al benevolo lettore, che ha avuto la pazienza di seguire questa documentata disanima, spero di essere stato in qualche modo utile al suo cammino spirituale, ed auguro a lui tutto il meglio, ed ogni realizzazione. Ma, soprattutto, gli auguro sinceramente di preservare la purezza del suo cuore, e di rimanere sempre, coraggiosamente, libero. 

Omnia vincit Veritas!

CONTEMPLATIO MORTIS (di F. Giovi)

Il-Dio-dellUltima-Ora

Quando Ramana stava morendo di cancro, i suoi devoti gli chiesero di operare una guarigione su se stesso: «Perché fratelli? Questo corpo è sfatto, perché aggrapparsi ad esso? Perché costringerlo a durare?» rispose Ramana. Al che, essi implorarono: «Maestro, ti preghiamo di non lasciarci». Guardandoli come si guardano dei figli, Ramana rispose: «Lasciarvi? E dove sarebbe il luogo dove vado?». Giovedí 15 aprile 1950, un medico portò a Ramana un sedativo per alleviargli la congestione ai polmoni, ma lui rifiutò. «Non è necessario, tutto accadrà come deve entro due giorni». Al tramonto del giorno successivo, Ramana chiese a quelli che lo assistevano di aiutarlo a mettersi seduto. Essi sapevano che ogni movimento o anche solo toccarlo era per lui doloroso, ma egli disse loro di non preoccuparsi e rimase seduto. Un dottore fece per somministrarli l’ossigeno, ma Ramana lo allontanò con un piccolo gesto. Improvvisamente, un gruppo di devoti seduti all’esterno della veranda cominciò a cantare Arunachala Shiva. Udendo il suo canto preferito Ramana aprí gli occhi che brillarono, sorrise con indescrivibile dolcezza, lacrime di benedizione gli scesero lungo le guance. Ancora un respiro profondo e poi niente piú. Non ci fu lotta, non ci fu spasimo, nessun segno di morte, soltanto il respiro successivo non venne.

La paura della morte sorge nell’anima dell’uomo moderno dal momento in cui egli si estroflette con il suo essere verso il mondo sensibile, dal quale trae la forza per sviluppare una precisa ed intensa chiarezza di pensiero ed enucleare un senso di sé mai prima raggiunto. Dall’osservazione del mondo esterno egli però non raccoglie conoscenza per la sua anima, anzi essa sembra sparire al suo sguardo. Perdendo l’anima, ciò che rimane indubitabilmente è il corpo. Corpo sensibile che il mistero della morte pare rendere evidente come qualcosa che si decompone e si disgrega. Incollato tenacemente ai fenomeni del mondo che gli paiono fatti e finiti, e incapace di cogliersi quale attore o soggetto del percepirli, l’uomo crede di vedere soltanto una natura indifferente che distruggerà il suo essere riassorbendolo nel ciclo delle proprie leggi. Una simile visione, radicatasi nel sentimento e costantemente affermata dalla cultura generale, ha suscitato la paura della morte e, in tempi piú recenti, persino la rimozione: ossia la paura della paura. In epoche moderatamente piú antiche il terrore dell’annichilimento non esisteva.

Intendiamoci: l’evento della morte, da quando essa esiste per l’uomo, non è mai stata una semplice passeggiata (ora sono qui, poi faccio due passi e sono dall’altra parte) e frasi come “La morte non esiste!” appartengono alle idilliache fantasie (tutte latte e miele) di una certa teosofia moderna. Però un tempo l’uomo sognava da sveglio. Cosa sognava? Sognava obiettivamente la propria anima e le azioni dello Spirito che in essa si contessevano. Se egli meditava, o pregava, il suo sognare diveniva piú reale del mondo sensibile (questo a volte spariva del tutto), si estendeva, e con una certa facilità incontrava esseri e mondi assai concreti seppure privi di sostanze fisico-minerali, riconoscibili poiché già conosciuti prima della nascita (non a caso Rudolf Steiner enuncia un concetto enormemente importante che chiama innatalità). Perciò la morte, del resto ben presente e familiare nell’ordinario divenire della vita sociale, era piuttosto considerata come un importante gradino di maturazione e di trasformazione: per i piú semplici accettabile e accettata, per gli asceti un incontro proficuo.

In tempi non proprio remoti l’Oriente usava drastiche tecniche immaginative per liberare il discepolo dai timori legati alla morte e alla dissoluzione del corpo. Il discepolo veniva condotto, nelle piú oscure ore della notte, in isolati e lugubri luoghi cimiteriali o naturalmente orridi. Poi, seduto in silenzio, doveva evocare immagini spaventose, di demoni che lo assalivano, che squarciavano il suo corpo e lo divoravano finché di esso non rimanevano che sparse ossa. Alexandra David-Neel racconta che qualcuno, travolto dalla paura, non usciva vivo dalla prova!

Ma anche l’Occidente rispondeva all’appello. Nella Formula honestae vitae di Bernardo da Chiaravalle si leggono queste indicazioni: “…Quomodo nutat caput, cadunt brachia, rigent crura, jacent tibiae: quomodo induantur, consuantur, deferantur humanda. Quomodo componantur in tumulo, quomodo pulvere contegantur, quomodo vorentur a vermibus, quomodo quasi saccus putrefactus consumantur. Summaque tibi sit philosophia, meditatio mortis assidua. Hanc ubicumque fueris, et quocunque perrexe- ris, tecum porta, et in aeternum non peccabis.”

Per onestà d’inventario non va dimenticata la medioevale Ars moriendi, che appare lungo un asse di tempo che va dal basso medioevo e giunge sino al ’600 o ai primi del ’700 con oltre 300 testi documentali. In sintesi essa segue tre modalità. La prima consiste nella coltivazione di cinque virtú: fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità. In questo caso il morente viene portato in cielo dagli angeli. La seconda è costituita da preghiere e meditazioni sulla morte recitate da coloro che assistono il morente. La terza è un compendio di citazioni bibliche che commentano la morte a edificazione dei vivi e dei morti. Sull’Ars moriendi, salvo i casi contrari, aleggia una certa leziosità formale (a ben guardare già espressa nel suo nome) ed uno scarso contenuto sostanziale somigliante alle gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” per cui solo i tradizionalisti stravedono in bellezza e significati.

Piú austero e… lapidario l’uso del memento mori, non per nulla coniato dallo spirito latino e successivamente adottato dai monaci trappisti, che assume due significati: il primo consiste nell’accettazione consapevole della morte; il secondo nell’abitudine a considerare i valori mondani e gli appetiti relativi come vuoti e transitori. Anche il buddhismo possiede una formula analoga con il marana sati (consapevolezza della morte), in cui la tecnica consiste nella ripetizione di “marana vavissati” che significa “arriverà la morte”.

La necessità della contemplatio mortis non appartiene solo all’antico, ma appare qua e là sino ai giorni nostri. Miguel Unamuno avverte con forza la tragica, insopportabile incongruità dell’esser vivi, attivi e coscienti per poi non essere, e scrive: «Pensa al lento tuo disfacimento: la luce si spegne e piú non danno suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, di sotto i piedi scivola via il terreno, svaniscono come in deliquio i ricordi, tutto va a dissolversi nel nulla e neppure rimane la coscienza del nulla. …È un confrontarsi faccia a faccia con lo sguardo della Sfinge: è cosí che si spezza il suo incantesimo». Si può intravvedere nell’ultima frase che Unamuno, gran lottatore, presagisce un atto, coraggioso e profondo, che possa spezzare il limite dell’inevitabile (che forse è un potente incantesimo). Negli stessi anni un altro uomo assai diverso per età, carattere e cultura, Carlo Michelstaedter, presagisce l’incombenza della morte, ma anche intuisce lo svincolamento radicale dalla “rettorica” del dato, del compiuto, e con ciò il superamento della morte (pur essa rettoricamente data) attraverso il compimento di una dolorosa, ineffabile ascesi verso un nuovo tipo d’uomo: il “persuaso”.

Anche l’immersione nell’esperienza della morte di congiunti o sconosciuti è capace di insegnare molto. Non avete forse notato come il dolore della perdita di una persona amata regala ai sopravvissuti un respiro di spiritualità forse mai prima presentatosi all’anima? E la vita tra malati terminali riserva spesso grandi sorprese. Ne fu testimone Roger Godel (Essais sur l’expérience libératrice) durante il suo soggiorno medico tra moribondi in Egitto negli anni Trenta del secolo trascorso. Ne rende testimonianza recentissima la dottoressa Marie de Hennezel che, senza preconcetti metafisici, lavora da anni nelle unità di cure palliative a Parigi. Tali settori, fortemente sostenuti da François Mitterand, aiutano i malati terminali a riconciliarsi con l’evento inevitabile. Estraggo da lui, ormai presciente della propria fine, alcune considerazioni. «…Mi accompagnarono al capezzale dei moribondi. Qual era il segreto della loro serenità? Dove attingevano la tranquillità dei loro sguardi? …Spesso chiedevo a Marie della trasformazione profonda che lei stessa osservava in alcuni pazienti alle soglie della morte. Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Scoprono la libertà di aderire a se stessi. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di essere noi stessi. Il mistero di esistere e morire non è affatto chiarito, ma è pienamente vissuto. È questo l’insegnamento: la morte può far sí che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’uomo una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove?».
È interessante notare come in Mitterand, uomo laico e spregiudicato, per molti anni dedito al massimo potere politico e agli intrighi di corte, il contatto con la morte risvegli nell’anima le forze corrispondenti a quanto mostra di intendere con quelle parole. Questa impressione non pare astratta, perché la morte insegna davvero molto quando la coscienza, limpida e disciplinata, non venga trascinata in fantasie gotico-romantiche o nelle pessime trame di pessimi film (con ciò non dico di evitare un’affascinante stagione artistico-letteraria e persino il “macabro” spesso presente nei prodotti della Decima Musa. I divieti spiritualistici spesso sono risibili e ridicoli, perché ad essere radicali allora andrebbe vietata l’intera esperienza sensibile in quanto dualistica…) e qualche tipologia interiore potrebbe persino trarre ottimi spunti dai confusionari insegnamenti tolteco-stregoneschi di don Juan: «La cosa da fare quando sei impaziente è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di una enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lí che ti sorveglia. …La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, vòltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: “Non ti ho ancora toccato!”. …Si deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli».

Ci sarebbe anche molto, troppo da dire circa le NDE (near-death experiences) o esperienze di pre-morte che, per l’appunto, non sono meditazioni ed esercizi ma esperienze dirette. Diversi studiosi hanno svolto lunghe e approfondite indagini sulle NDE, come Frank e Potzel, ma la grande risonanza mediatica è stata suscitata dal lavoro del prof. Raymond A. Moody dopo l’uscita del suo primo libro La Vita Oltre la Vita, tuttora facilmente reperibile nelle librerie. Sulla sua strada diversi altri medici hanno continuato la ricerca, persino specializzandosi nelle sotto-categorie del fenomeno. L’esperienza piú completa si configura in otto stadi successivi: la sensazione della morte, il senso di pace e l’assenza del dolore, il tunnel, gli esseri luminosi, l’incontro con il supremo essere di luce, la visione panoramica dell’intera vita, l’ascesa al cielo e la riluttanza a tornare in vita. Ma tutto ciò, con quanto è stato pubblicato da Moody e dai suoi epigoni, può venir approfondito fuori da questa nota. Credo invece che valga sottolineare la vastità del fenomeno che è assai piú comune di quanto si possa immaginare e come questo venga artatamente occultato da moltissimi medici. Sono molti i pazienti che, raccontata la loro esperienza al personale sanitario, vengono autoritariamente invitati a tacerla e dimenticarla, anche con l’aiuto di sostanze chimiche. Risulta inoltre che nelle linee direttive di diverse entità ospedaliere, le NDE sono valutate alla stregua di sintomi patologici da curare.

Nella Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente una forma nuova di contemplazione della morte è spesso presente, anche prescindendo dai molti Cicli di conferenze specifiche. Non è una tematica svolta in maniera angosciante o malsana, ma ad un livello conoscitivo impersonale: «La morte stessa ha per sola causa un mutamento nel rapporto degli arti dell’entità umana». L’impersonalità conoscitiva che parla a te di te, venendo riprodotta in te al suo proprio livello, trasporta il tuo essere ad un momento di superiore consapevolezza ove il pensare inizia ad essere qualcosa che porta in sé una entità cosmica. Da questo privilegiato punto d’osservazione ti senti connesso agli eventi dell’universo e avverti, in serena ampiezza, come l’umano episodio della morte si armonizza in seno a questi. Con questa chiara e persino gioiosa impressione acquisti una nuova forza e speranza per la tua vita e per il mondo a cui sei legato da viventi azioni dello Spirito. È la tua stessa anima a suggerirti l’immagine della trasformazione, organicamente vera per l’uomo, il pensiero e il bruco. L’inganno arimanico-scientista che, con amplificato schiamazzo, offende la tua coscienza pensante con le ottuse immagini di un tutto che meccanicamente reciso diventa il nulla, puoi persino vederlo, livido e rancoroso, allontanarsi dalla tua anima. A tutto ciò non può non connettersi l’idea del ritorno (karma): essa è vertigine d’altezza, il cuore sente un illimitato dilatarsi dell’orizzonte; ti responsabilizza sub specie aeternitatis. Il significato della tua vita si scioglie dalla falsa banalità del caso, del contingente – le azioni e le cose acquistano luce e gravità morale – e si infiamma di speranza e d’audacia sacra perché presagisci una vita e un senso che sono cosmici.

Nello specifico dell’Opera di Rudolf Steiner esiste una contemplatio mortis vissuta come un gradino conoscitivo del vero Io dell’uomo. Sto parlando della prima meditazione che trovate in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso in otto meditazioni. I pensieri suggeriti da Steiner in tale meditazione si correlano in maniera rigorosa e severa e possono «far sperimentare interiormente tutto l’orrore del pensiero della morte, senza che a questa impressione si mescolino i sentimenti puramente personali che abitualmente sono connessi nell’anima con quel pensiero». Permettetemi di disegnare una traccia della meditazione proposta: solo una traccia che non vuole essere né una sintesi né tantomeno un riassunto. Il corpo fisico è qualcosa che io ho, non è una cosa che io sono. Il mio corpo, attraverso cui vedo, ascolto, tocco, mi esprimo ecc., in un giorno qualsiasi sarà perduto: il mondo lo distruggerà. Ma il modo in cui il mondo esterno tratterà il mio corpo (il mio cadavere) non cambia. Sarà il medesimo con il quale ora tratta il mio corpo vivo. Tuttavia io sono e vivo in questo corpo che, di fatto, appartiene al mondo: io vivo in un corpo a me esterno poiché appartiene al mondo che mi è esterno. Se la meditazione viene vissuta dal discepolo sino a quella condizione in cui il pensiero dialettico si consuma, la sua anima scopre una sensazione di estraneità rispetto al corpo fisico. Avverte che il corpo le è sostanzialmente estraneo, esterno, come qualsiasi altra cosa presente nel mondo esteriore.

Questo primo gradino meditativo prepara l’anima al passo successivo, ma determina anche effetti suoi propri. Uno di questi, ad esempio, è avvertire il nostro corpo come uno strumento usato o guidato da un principio volitivo che lo muove e lo usa.

Ancora uno sguardo. Il nostro esercizio regale, perché contiene proprio tutto, ossia la Concentrazione, è estraneo al tema di questa nota? Non direi proprio: da un certo punto di vista la Concentrazione è assai piú che una meditazione sulla morte. È un’immersione nella morte; attraverso essa ci rechiamo al punto zero dell’esistenza personale e oltre. Non sto dicendo parole: oltre alle esperienze interne all’esercizio in sé, che ognuno può fare, sono inevitabilmente possibili anche esperienze “collaterali” come, ad esempio, questa: si avverte qualcosa che non si conosce, che però viene dall’interno come vero contenuto spirituale che, se non si pasticcia, si palesa, ma sulle prime sembra irriferibile a quanto si conosce. I “contenuti interiori”, quando sono veri, saranno pure sottili, ma sono anche forti: lasciano una traccia nell’anima che spesso, giorni dopo, risuona ancora come un debole diapason. Si entra nel Silenzio, si afferra il diapason per la coda e si attende con molta dolcezza: riesce oppure no. Se riesce, l’immagine si alza nel campo visivo della coscienza ed è come se si alzasse la luna e la luce lunare nella notte. Lo sperimentatore trova cosí, in un punto della Concentrazione, la medesima esperienza descritta da Rudolf Steiner quando il discepolo si abbandona all’impressione interiore che può sorgere (obiettivamente!) nella ripetuta immersione meditativa rivolta ai fenomeni dell’appassimento e della morte.

Rivediamo per un momento la situazione dell’operatore. Egli non nega il corpo, la psiche, ecc. rivolgendosi al pensiero “io non sono questo o quest’altro”, ma indirizza tutta l’attenzione verso una direzione inusuale (per trovare il sé si vuole in un assoluto “altro da sé”) e nel far ciò abbandona con dedita indifferenza corpo, sentimenti, ricordi, volizioni, pensieri, il proprio soggetto comune, il mondo dei sensi: insomma tutto cade “come corpo morto cade”. Questo da un lato, mentre l’oggetto verso cui l’operatore conduce la quintessenza della sua potenza percettiva – l’immagine del chiodo, del turacciolo, del bicchiere ecc. – è, a tutti gli effetti, l’unica cosa morta che esiste in un universo vivente in molti modi. L’immagine del chiodo non è il nulla: è soltanto una delle infinite forme (simboli) della morte del pensiero. Perciò il vero asceta contemporaneo, per frazioni di ora giornaliere, muore al mondo e a se stesso per contemplare ciò che è morto. Per fare questo occorre mettere in campo tutta la forza che non si sa di possedere e che, in un certo senso, non si possiede, poiché è inavvertibile e dunque inavvertita. La Forza che non viene avvertita è la Presenza dello Spirito. Esso è ciò che conduce l’acme della Concentrazione e anche l’eroismo per ritentarla sempre: l’uomo, nell’accezione comune, non potrebbe contemplare, lui vivo, la morte. Altrimenti una simile operazione, basta il buonsenso per capirlo, sarebbe una vana e folle presunzione inattuabile. Ciò spiega tante cose: l’avversione e la paura per la Concentrazione, la scarsità di operatori veri, l’abbondanza di ascoltatori e lettori ecc., ed è anche un punto di osservazione forte per avvertire come possano essere necessari alcuni provvedimenti che, a svariati livelli, conducano il discepolo ad un’opera di trasformazione e riedificazione dei veicoli costitutivi – alludo alla pratica dei cinque esercizi – per non danneggiare o distruggere la propria entità umana quando lo Spirito scende ed infrange vittorioso “il volto di Medusa”. Fu per queste mancanze che il citato Michelstaedter pagò con la vita la sua possente intuizione.

Franco Giovi

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per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2008/ago08/

VERITÀ ED ERRORE NELL’INDAGINE SPIRITUALE: SUE CONSEGUENZE PER LA VITA SPIRITUALE DEGL’INDIVIDUI, DELLE COMUNITÀ SPIRITUALI, DEL MONDO. QUINDICESIMA PARTE.

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Non è davvero facile avere a che fare con gli scritti di Orao pubblicati in Resurrezione, nei quali, i testi ai quali Orao fa riferimento, sono sovente disinvoltamente manipolati. Ciò avviene sia per i testi di Rudolf Steiner – ed abbiamo visto persino un caso di aperta impostura, che non ha scusanti di sortasia, malgrado la proclamata venerazione, persino per il testo dei Vangeli. Orao, che passa per conoscere perfettamente il greco antico – in particolare la κοινὴ διάλεκτος, koinè diàlektos, la κοινὴ ἑλληνική, koinè ellenikè, ovvero la lingua “greca comune”, basata sul dialetto attico, e conosciuta anche come greco alessandrino o greco ellenistico, o ‘comune’, traduzione di κοινή, koinè, o ancora, a causa del suo utilizzo per la redazione dei primi testi cristiani, greco del Nuovo Testamentogreco biblico o greco patristico – traduce in maniera disinvoltamente personale i testi evangelici: per piegarli alle proprie tesi precostituite, che vuole in ogni modo dimostrare. Per esempio, parlando, a p. 98, del mutamento che l’ultima reggenza in epoca pre-cristiana dell’Arcangelo Michael avrebbe portato – al dire di Orao, naturalmente – nella dislocazione dei Misteri, così scrive:

«Si configurò, proprio all’inizio della sua reggenza, il periodo del pensiero volitivo o della volontà pensante. Questo evento significò per tutti gli asceti, i santi, gli Iniziati presenti da quell’epoca in poi sulla Terra, il germe per una nuova Iniziazione, ma anche un modo completamente nuovo di poter accedere alle sedi dei Misteri. Queste non furono più localizzate in un determinato paese o in determinati popoli, presso i quali recarsi per ottenere l’accesso ai Maestri, onde essere da questi avviati all’Iniziazione. La reggenza arcangelica aveva dislocato senza più tempo e spazio il periodo nuovo che stava per albeggiare nella storia dell’uomo: fu tutto interiorizzato, tutto fu sparso sulla Terra, tutto fu posto a disposizione dell’uomo purché questo «volesse». Quando gli Angeli, nel momento della nascita del Gesù di Nazareth, intonarono l’inno dai Cieli: «Gloria nell’alto dei Cieli, pace agli uomini di buona volontà», intendevano alludere proprio alla situazione che si sarebbe determinata nella nostra epoca, allorquando la nascita del Cristo-Gesù sarebbe divenuta evento reale per la coscienza superiore dell’uomo. Essi significarono che da quel momento in poi si apriva questa possibilità offerta quale dono del Cielo all’anima dell’uomo, ma che l’uomo stesso avrebbe realizzato.

Il cantico degli Angeli diceva propriamente: «Testimonianza all’Altissimo nei Cieli, pace per gli uomini di volontà risvegliata (o elevata, o sollecitata, o donata, o offerta, o alata, così in lingua greca)».

Per l’esattezza, l’epoca di Michele, l’ultima prima dell’incarnazione del Logos, si svolse circa dal 550 a.C. sino al 200 a.C., impulsò il pensare filosofico di Pitagora, Parmenide, Protagora, Socrate, Platone, Aristotele, impulsò inoltre l’azione travolgente di Alessandro Magno, dando luogo dopo la sua morte ai vari regni ellenistici, ma non comportò affatto – non allora almeno – la dissoluzione, e la scomparsa degli Antichi Misteri. A quell’epoca i Misteri mediterranei funzionavano perfettamente. I Misteri isiaci, osiriani, orfici, dionisaci, eleusini, mitriaci, continuarono ancora per quasi un millennio, e diffusero la loro possente influenza spirituale per tutto l’Impero romano. Si ritrovano, per esempio, i resti dei templi mitriaci dal Vallo Adriano, nel Nord della Britannia, ai confini della celtica Caledonia, l’attuale Scozia, sino a Doura Europos in Siria, e sulle rive dell’Eufrate della lontana Caldea. A cavallo tra terzo e quarto secolo d.C., Iniziati ed Epopti come Porfirio, discepolo di Plotino, e Giamblico, entrambi autori di opere di grandissima sapienza, mostrano come alla epoca loro i Misteri del Mondo Classico. ai quali essi largamente attingevano, fossero ancora vitali. Nel quarto secolo d.C., l’Iniziato ed Epopta  Flavio Claudio Giuliano, che i poco cristici ‘cristiani’, che lo diffamarono, ed eziandio lo assassinarono, chiamano ‘Giuliano l’Apostata’, venne iniziato da Massimo di Efeso, detto ‘il Teurgo’, nei Misteri di Mithra e in quelli di Ecate, e dallo Ierofante Nestorio ad Eleusi nei Misteri di Cerere-Demetra e di Proserpina-Persefone. I Misteri di Eleusi furono proibiti dall’ottuso, ignorante, brutale, e intollerante, imperatore Teodosio, assieme ai tutti i culti del Mondo Classico, solo con l’editto del 382, e il Telesterion di Eleusi venne distrutto nel 396 dai Visigoti di Alarico, guidati da monaci ‘cristiani’ nerovestiti. In Egitto, ad Alessandria, insegnava, finché non venne assassinata dai parabolani dell’infame ‘cristiano’ Patriarca Cirillo, di esecrata memoria, l’Iniziata e Epopta neoplatonica Ipazia, la sapientissima figlia del matematico Teone, che il platonico e cristiano Sinesio, vescovo di Cirene chiama, nelle sue lettere a lei, ‘Ierofantide’. Il Tempio di Iside a Philae, nell’Alto Egitto, fu fatto chiudere dall’ottuso, ignorante, e intollerante, imperatore ‘cristiano’ Giustiniano, assieme alla ormai quasi millenaria Accademia Platonica di Atene, nel 529 d.C.

Ancora per quasi 1500 anni dall’inizio di quella reggenza di Michele, il pensare umano – anche quello dei filosofi – più che umano fu un pensare ispirato. Ancora nella platonica Scuola di Chartres, nell’XI secolo, il pensare più che volitiva ed individuale elaborazione umana, era un’attività dell’anima ispirata dal Mondo Spirituale. Solo con la Scolastica, con le dispute tra realisti e nominalisti, inizia lo scollamento dell’individuale pensare umano dalle influenze provenienti da mondi superiori. Addirittura Massimo Scaligero, ne La Logica contro l’uomo. Il mito della scienza e la via del pensiero, Tilopa, Roma, 1967, p. 63, collega la definitiva caduta del pensiero umano nella morta riflessità, e nella cerebralità, ad un tragico evento, avvenuto all’inizio del XIV secolo, evento che ha segnato la storia dell’uomo:

«Il guasto cerebrale non è individuabile come il guasto di un congegno obiettivamente visibile. Se la coscienza riuscisse ad avere un rapporto obbiettivo con la cerebralità, questa non potrebbe alterarsi. Purtroppo la sua alterazione è il prodotto di un errato pensiero, di un secolare processo di deterioramento razionalistico: che si può far risalire alla crisi del «sacro» in Occidente e rapportare ad eventi come la persecuzione dei Templari, la premeditazione del loro sterminio e l’alterazione della verità circa la loro funzione storica: e alle premesse della presenza dell’elemento metafisico del pensiero, che via via condurrà al filosofare intellettualistico, indi alla dialettica vuota d’intelletto».  

Quanto al passo del Vangelo di Luca 2,14, che Orao cita, in greco suona così: δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας, e viene variamente tradotto, come nella traduzione cattolica ufficiale della C.E.I., «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama», oppure come in quella, ottima nella sua spartana semplicità, della Riveduta del valdese Giovanni Luzzi, «Gloria a Dio nei luoghi altissimi e pace in terra agli uomini che egli gradisce!». Comunque la si voglia vedere, siamo lontani dalla traduzione di Orao, con le sue forzature fatte in funzione della sua tesi precostituita, che vuole ad ogni costo dimostrare.

Visto che oramai, coi miei deboli sforzi, sono riuscito a guadagnarmi eziandio la fama di ‘pedante’, mi permetterò un’altra disquisizione filologica, ed ancora una volta vorrò essere ‘evangelico’. In greco δόξᾰ, dóxa, può avere vari significati, come quelli di ‘opinione’, ‘giudizio’, ‘credenza’, ‘aspettazione’, ‘gloria’. ‘onore’, ma non certamente quello di ‘testimonianza’ (che in greco è μαρτυρία, martyrìa), che qui gli attribuisce  Orao. ἐν ὑψίστοις, en hypsìstois, è un plurale superlativo, complemento di stato in luogo, al caso dativo, mancando in greco ablativo e locativo, e significa alla lettera ‘nei [luoghi] altissimi’, e non un complemento di termine, al singolare, ossia non ‘all’Altissimo’, come invece è stato tradotto nella citazione da me riportata. Mentre manca del tutto in Orao il complemento di termine, sempre al dativo, θεῷ, theô, che significa ‘a Dio’. Poi Orao salta bellamente καὶ ἐπὶ γῆς, kài epì ghês, ‘sulla Terra’.  Infine, εἰρήνη, eirène, viene correttamente tradotta con ‘pace’, mentre ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας, en anthròpois eudokìas, un altro complemento di stato in luogo, in greco sempre al caso dativo, con aggiunto un genitivo singolare, significante alla lettera ‘negli uomini di εὐδοκία, eudokìa, viene maltrattato, e alterato in maniera arbitraria e fantasiosa, a significare «per gli uomini di volontà risvegliata o elevata, o sollecitata, o donata, o offerta, o alata», il che è una ‘invenzione’ bella e buona, estremamente irrispettosa del testo evangelico. εὐδοκία, eudokìa, in greco – in particolare nel Nuovo Testamento – significa ‘buona volontà’, ‘favore’, ‘soddisfazione’, ‘compiacimento da parte di Dio’, ‘felicità’, ‘diletto per l’uomo’, e non le suggestive, ‘poetiche’, ‘mistiche’, personali ‘interpretazioni’ – chiamiamole così, per usare, ancora una volta, una parola decente – vòlte a ‘stupire’ gl’inscienti, gl’ignoranti – e tutti in qualche misura lo siamo – attuando, nel senso romano ed ellenico, una vera e propria mistificazione. Tra l’altro, Eὐδοκία è il nome che assunse, convertendosi al Cristianesimo, l’ellena pagana Atenaide, di preclara bellezza, che il 7 giugno 421 sposò l’imperatore Teodosio II, assumendo il nome di Aelia Eudocia.

Ma questa non è la sola alterazione del testo evangelico. A p. 9, Orao scrive, col suo caratteristico stile involuto e misticamente allusivo, quanto segue:

«L’Io, agente in dimensione autonoma dai riferimenti dell’astrale, che volta per volta potrà essere sottratto al rapimento di Lucifero, evocato nella sua celeste composizione quale germe divino-spirituale entro la carne, si comporrà secondo la movenza micheliana nell’attività perenne pensante. S’inizia quindi l’entrata nel Tempio dei Misteri rosicruciani, dalla resurrezione del pensiero fino ad ora strumentalizzato dalla fisicità cerebrale: «Lazzaro fuori da qui per sempre», ossia: «O uomo, dal Logos, pensa nel Logos il tuo essere da Lui generato ed in lui vissuto e vivente. Esci dalla tomba della natura minerale-cerebrale e risorgi nel Risorto».

In Giovanni 11, 43, il testo evangelico, nell’originale greco, suona così: καὶ ταῦτα εἰπὼν φωνῇ μεγάλῃ ἐκραύγασεν· Λάζαρε, δεῦρο ἔξω, che tradotto significa: Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il Christo disse semplicemente: «Lazzaro, vieni fuori!». Alla lettera, «Lazzaro, fuori di qui!», ché δεῦρο, dèuro, è un avverbio, e significa ‘qui’, mentre ἔξω, èxo, ‘fuori’. Non disse: «per sempre», parole che sono un’aggiunta arbitraria di Orao, che manipola il testo evangelico a pro’ delle sue personali tesi. Da sempre, nella Chiesa cattolica, sia latina che greca, ha avuto corso una forma di ‘esegesi allegorica’ dei testi biblici. Una tale ‘esegesi’ può essere una ‘interpretazione’ personale più o meno lecita, anche se talvolta forzata, con finalità di edificazione morale, o di teologia mistica. Ma, sicuramente, una tale ‘interpretazione’ non è Scienza dello Spirito. Comunque, gli allegoristi della tradizione cattolica, occidentale latina od orientale ortodossa, non si permettono mai di alterare a proprio piacimento il testo biblico, e distinguono sempre bene tra ‘testo’ e ‘interpetrazione’, come invece non fa, spesso e volentieri, Orao nei suoi scritti.

Dalla personale, soggettiva, ‘interpretazione’ dei Vangeli, e dalla propria, altrettanto soggettiva e personale, ‘chiaroveggenza visionaria’, Orao trae la ‘presunzione’ di poter, a suo piacimento, ‘completare’, ‘correggere’ le comunicazioni di Rudolf Steiner, e la ‘pretesa’ di ‘indicare’, anzi ‘rivelare’, la ‘novella iniziazione graalica’. Quanto tali ‘presunzione’ e ‘pretesa’ vadano in rotta di collisione  – sia come ‘metodo’, sia come ‘contenuti’, sia come ‘legittimazione’ in simil suo ‘proporre’ – rispetto alla rosicruciana Scienza dello Spirito, all’Antroposofia, lo si può constatare, una volta di più, da quel che Orao scrive nel secondo libro, pubblicato dall’editore romano, Madre. La luce dei Nuovi Misteri, Tilopa, 2018, p. 211, ove leggiamo:

«Inoltre c’è da considerare che, in questa specialissima atmosfera, le correnti macrocosmiche che poterono avere l’accesso nella costituzione microcosmica per la prima volta, nella storia evolutiva della terra, senza che il potere yahvetico, o luciferico, contrapponesse il suo potente rifiuto dalle zone più profonde dell’anima umana».

Vediamo, ancora una volta, come qui Orao, sulla base della propria, soggettiva, ‘veggenza visionaria’, identifichi arbitrariamente Jahve a Lucifero, e le forze jahvetiche con quelle luciferiche. Infatti, più oltre, a p. 212, Orao, parlando delle forze jahvetiche – che secondo Rudolf Steiner, invece, operavano a combattere, e limitare, il potere delle forze luciferiche nell’uomo – come di forze ostacolatrici, ed alterando altresì quanto vien detto nel racconto biblico della Genesi, così scrive:

«Maria cancellò l’alleanza fra la Donna e il Serpente che, con la tentazione di Eva, si era instaurata nella corrente interiore umana. Divenne la Eva celeste, veicolo dell’incontro fra le forze macrocosmiche e microcosmiche, nella quale la tenuta yahvetica sull’elemento del sangue non aveva più ragione d’essere».

È noto come, nella concezione antroposofica, sia stato Lucifero, e non Jahve, a trasferire il calore al sangue, rendendolo in tal modo veicolo delle passioni del corpo astrale, invece che veicolo dell’Io, la cui coscienza, di conseguenza, è costretta a trarsi dal disanimato sistema nervoso. Ma Orao, proprio per il suo arbitrario identificare Jahve, il settimo Eloha, con Lucifero, scrive – in uno stile che trovo passabilmente intorcinato – alle pp. 212-213:

«Si è già accennato al respiro della Vergine, per cui ad ogni pensiero espresso dal Figlio, Ella glielo restituiva trasmutato in vivente immagine, creante entità reali proprio dal soffio del Suo respiro alitante d’intorno la cristica realtà che dal Cosmo si espandeva già sulla Terra. Questa pervasione fu possibile proprio quando la sostanza del sangue mossa dalla presa yahvetica fu liberata da quella circonvoluzione egoico-corporea, ed attraverso questo succo tanto peculiare, scorse, senza ormai impedimento, la reale corrispondenza cristica, il germe dell’Io superiore che in sé conteneva dalla macrocosmica trascendenza, la microcosmica favilla del Logos germinante nell’anima umana il seme del divino, che la Madre tratteneva divenendo alveo per la nascita, la crescita e la manifestazione futura dell’Impulso-Cristo in sé, ma per tutte le anime del mondo, da allora in avvenire».

Quanto poco coraggio ed amore per la Verità vi siano in tanti sedicenti spiritualisti – antroposofi o meno, ‘scaligeropolitani’ o meno – lo possiamo evincere da quanto, arrampicandosi sugli specchi, si sforzano taluni di evitare di pronunciarsi con chiarezza di fronte alle pur palesi contraddizioni, ben evidenti già al primo sguardo, tra ciò che scrive Orao e quanto comunica la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner. Un caso emblematico è quello di un tale X, che così scrive su un noto social forum:

«Interessante…. forse è un semplice errore voluto da chissà chi… o forse vi fu una sovrapposizione fra Ahrimane e Lucifero nella visione di Orao. Lucifero che – in un certo senso – spodesta Ahrimane per dare la libertà agli uomini facendone identificare l’antica coscienza egoica, l’intelligenza riflessa, con il terrestre e tal fine corrompe l’astrale. Qualcosa a cui si è posto rimedio con la discesa del Cristo, venuto non ad abolire ma a completare. Certo è difficile – addirittura scandaloso – pensare che Jahve, volto del Cristo, continui attualmente la sua primitiva opera di creazione come Ahrimane, con Lucifero, alleato ed avversario al tempo stesso, entità che fa attaccare gli uomini al desiderio del mondo fisico nell’astrale. Potrebbe tuttavia essere necessario por mente al fatto che, nel Mondo Spirituale, le cose non sono fisse, come i nostri concetti terrestri, ma più che viventi ed estremamente mobili, si trasformano in continuazione. D’altra parte, se pensiamo al fatto che la nostra intelligenza terrestre – affinché potessimo acquisire la libertà – è stata edificata sul pensiero riflesso, cioè arimanico, pensiero che oscura la visione del vivente mondo dello Spirito, si spiegherebbe il potere accordato in questa era al Dio della morte (che noi ora vediamo come morte, come una specie di salto nel buio, ma che gli antichi – noi stessi, in passato – consideravano come trasformazione; che poi, in natura, sulla Terra ogni cosa – uomo compreso – nasce per morire). Tutto terribilmente complicato, credo che spetti a ciascun uomo – a ognuno di noi – interpretare le immaginazioni».

Naturalmente, se le immaginazioni sono da ciascun uomo da interpretarsi, data la soggettività imperante, e secondo personale, sentimentale, e istintivo arbitrio, la conclusione risultante che verrebbe fuori inevitabilmente, sarebbe che ‘tot capita, tot sententiae’, ed ognuno le intenderebbe tali immaginazioni, affatto anarchicamente, a modo suo. Ma allora diverrebbe impossibile parlare di una oggettiva ‘Scienza dello Spirito’. Se, poi, s’invoca una sorta di ‘fluidità’ e ‘mobilità’ del Mondo Spirituale per sottrarsi alla constatazione delle evidenti contraddizioni, ed evitare così di veder crollare miseramente al suolo un ‘idolo’, acriticamente e sentimentalmente adorato, è fatale che si navighi sempre più in un tempestoso oceano di incertezze, che può sfociare unicamente nel più disastroso naufragio. Un altro esempio di una totale incomprensione di cosa sia la Verità, la possiamo rinvenire in un passo di un lungo commento, apparso sempre in un gruppo di discussione sul medesimo social forum, di un tale Y. che, tra le altre cose, così scrive:

«Per comprendere i testi di Orao dobbiamo viceversa affidarci a quelle forze immaginative, ispirative ed intuitive dettagliatamente illustrate da Steiner particolarmente nella trilogia L’Iniziazione / Sulla via dell’Iniziazione / Coscienza di Iniziato. Tramite tali forze Orao, Essere dotato di piena veggenza a differenza dell’articolista summenzionato che di veggenza non ne possiede neppure un grammo (del resto lo ha più volte ammesso lui stesso nei suoi lunghissimi ed estenuanti articoli) ha potuto verificare la piena sinergica cooperazione esistente da un lato tra l’Entità Mani e l’Entità Christian Rosenkreuz e dall’altro tra l’Entità Jheova’ [sic!] e l’Entità Lucifero. Tale cooperazione è nei tempi presenti talmente forte da determinare una SOVRAPPOSIZIONE tra Mani e Christian Rosenkreuz da un lato e tra Jheova [sic!] e Lucifero dall’altro. Se l’articolista ed i suoi supporters conoscessero la dottrina gnostica saprebbero che Jheova [sic!] altri non è se non il demiurgo, il creatore della materia (hulè) [sic, per ὕλη, hyle, con accento tonico eventualmente sulla y, per favore] e del mondo del quaternario ovverosia di QUESTO mondo: il princeps eius  [sic, per huius] mundi alias Ahrimane!».

Affermare che l’EloahEloha, Jahve o Jehova sia identico ad Ahrimane è una sacrilega bestemmia, almeno quanto lo è la identificazione che fa Orao tra Jahve e Lucifero. Le dottrine gnostiche le conosco molto bene, e le studio da almeno cinquant’anni sui testi originali, ma esse dicono cose alquanto diverse da quello che afferma il nostro critico Y. La ‘sovrapposizione’ tra Mani e Christian Rosenkreutz, tra Jahve e Lucifero, è una pura sciocchezza, come abbiamo visto, contraddetta da Rudolf Steiner, e non vale la pena parlarne ulteriormente. Delle mie esperienze interiori non amo parlare, ma ciò non vuol dire affatto che non esistano. Che un asceta praticante, che si dia con tutto se stesso alla ‘Via’, voglia diventare sempre più ‘helldenker’, ossia ‘chiaropensante’ – come dissi in un incontro a Hella Wiesberger, facendola sorridere – non significa punto che egli non abbia esperienze interiori. Certo simili ‘difensori’ non giovano davvero affatto alla ambigua, ed oltremodo discutibile, causa di Orao !

Ma torniamo a quanto Oraoan sive mas sive faemina sit, nescire volo, e vedremo in fine perché – scrive in Resurrezione. Nel capitolo I gradi della iniziazione graalica, pp. 103-139, Orao (tralasciamo tutta una serie di suoi discorsi in parte collaterali, per così dire, di carattere generale) passa poi alla descrizione circa l’atto fisico tra uomo e donna – sul quale, così come viene da Orao caratterizzato, vi sarebbe molto da eccepire, sed etiam de hoc, in hac sede transeamus – e alla descrizione, preannunciata già nel titolo del capitolo – dei ‘gradi della novella iniziazione graalica’. Tenuto conto, che di questi gradi non fa mai – veramente mai – verbo Rudolf Steiner, né tampoco su di essi fanno accenno alcuno, ancorché minimo, personalità iniziaticamente qualificate come Marie Steiner – che per il suo rapporto con il Maestro dei Nuovi Tempi, più di tutti gli altri discepoli di lui, avrebbe potuto dire qualcosa di decisivo, e lei mai lo fece – o Michael Bauer, o Alfred Meebold, o Giovanni Colazza, o infine lo stesso Massimo Scaligero, non può non stupire la temerarietà, o – per meglio dire – la ‘presunzione’ di affermare quanto Rudolf Steiner non comunicò, et pour cause. E, a mio modo di vedere, nella ‘forma’, e coi ‘contenuti’, come lo fa Orao, mai egli lo avrebbe fatto, in quanto la ‘forma’ è errata, e i ‘contenuti’ sono falsi, sono menzogne, scaturiti da un ‘metodo’ erratissimo, spiritualmente irregolare, in quanto conoscitivamente non fondato, non scevro da presupposti, e prodotto, in maniera malsana, da una ‘chiaroveggenza visionaria’, i cui risultati contraddicono platealmente le comunicazioni di Rudolf Steiner, e la logica stessa.  

Orao, a principiare da p. 108, descrive quelli che sarebbero – a suo dire, naturalmente – i ‘gradi’ della ‘graalica iniziazione’ nel suo libro Resurrezione, esposti e proposti. E si comincia sùbito col ‘difficilissimo’:

«Il primo gradino dell’Iniziazione graalica si potrebbe [sic!] definire Dedizione, il secondo Accoglimento: con questi due gradini l’esperienza può svolgersi al di fuori della corporeità in quanto sostituenti l’esperienza fisica con quella eterica. Il corpo eterico immette – sostituendosi al corpo fisico in stato di sonno profondo prima, di liberazione aerificata dopo – in tutta l’esperienza i suoi due movimenti di «simpatia e antipatia» che, come lo Steiner precisa senza equivoci nulla hanno a che fare con simpatia e antipatia della sfera psico-corporea».

Orao non dice come si possano attuare questi due gradini dell’evoluzione interiore, gradini che, presupponendo totale indipendenza dal corpo fisico, sono già rare culminazioni in altre ‘Vie’ autenticamente iniziatiche. Nella ‘Via’ rosicruciana, il primissimo gradino dell’Iniziazione, più modestamente, è lo ‘studio’ rituale, meditativo – attuato mediante quel ‘pensiero puro-libero dai sensi’, che qualcuno, in maniera insana e improvvida ha dichiarato essere «una esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica», ed invece è ardua, e soprattutto cosciente, conquista, che il discepolo ‘espugna a viva forza’, come scrive Massimo Scaligero ne la Kundalini d’Occidente –  delle opere nella quali sta racchiusa la Sapienza celeste. Nella ‘Via’ cristiano-gnostica, prima di accedere alla ‘lavanda dei piedi’, vi è una lunga preparazione, da compiersi – necessariamente ed obbligatoriamente – sotto la guida di un Maestro a ciò deputato dal Mondo Spirituale, e realizzata attraverso la meditazione metodica del Prologo del Vangelo di Giovanni, dei primi dodici capitoli del medesimo Vangelo, di altre parti dell’Antico e Nuovo Testamento, ed affiancata da particolari esercizi, che sicuramente Orao non conosceva per difetto di conoscenza dell’Opera di Rudolf Steiner, a mio modo di vedere, colpevolmente negletta, in favore della propria soggettiva, problematica, ‘veggenza’.

A p. 109, Orao prosegue la descrizione in questo susseguirsi di ‘gradi’:

«Il terzo gradino potrebbe dirsi [sic!] della Conoscenza d’amore o Fecondazione d’amore. È noto che in antico l’espressione «conoscere un uomo o una donna» alludeva al processo della fecondazione. Al presente, tale fecondazione riguarda un’operazione magica: dopo aver espanso la sua sostanza di luce entro la tenebra inconsapevole della mineralità corporea, il corpo eterico viene ricevuto dalla sostanza stellare del corpo astrale».

Anche qui, non viene data veruna indicazione di come attuare una cotale ‘operazione’. Ora, conoscendo bene quanto circola in ambienti vari dell’occultismo cattolico –  emblematico è quello che faceva capo prima al conte Umberto Alberti, Erim, di Catenaia, e poi ai suoi due ‘discepoli’, Paolo Virio e Luciana Virio – viene sùbito da pensare ad uno scivolare in una delle molte, e variate, forme di quella problematica ‘magia sexualis’, che spesso e volentieri – più spesso e più insospettatamente di quel che non si creda – possono condurre a vere e proprie perversioni e patologie dell’anima e del corpo.

Ed ora viene, a p. 110, una parte ancora più problematica, che, quando l’ho letta, mi ha fatto letteralmente sobbalzare:

«Gli altri quattro gradini iniziano là dove si concludeva la antica Iniziazione cristiana – occorre comprendere che di staccato, di innovazione a sé stante non esiste nulla nella storia dell’uomo ad eccezione della venuta del Cristo. Solo una volta nella storia del mondo un Dio si fece carne e su questa carne discese l’entità del Sole, il Figlio dell’Altissimo. Questo fu un evento unico, tutto il resto precede o procede da ciò. Il quarto gradino potremmo [sic!] immaginativamente [sic!] chiamarlo Resurrezione, il quinto Ascensione, il sesto Pentecoste nuova, il settimo Battesimo dell’aria, o Evento del Graal propriamente detto». 

Per l’esattezza, se è vero che una sola volta il Logos Solare si incarnò, che una sola volta Egli si fece uomo sulla Terra, ed una sola volta avvenne il Mistero del Golgotha, non è altrettanto vero che una sola volta un Dio scelse la ‘umanazione’, ossia s’incarnò sulla Terra, perché alcune Entità delle Gerarchie Divine – invero poche – rinunciando ad un rango divino, decisero di accompagnare l’uomo nel suo cammino terrestre, nella sua temeraria ricerca e realizzazione di Autocoscienza, Libertà, e Amore. Un essere come il discepolo di Sais-il Figlio della Vedova di Nain-Mani-Parzifal, un essere come Hiram Abif-Giovanni Lazzaro-Christian Rosenkreutz-il Conte di Saint Germain, un essere come Zaratustra– il Gesù Salomonico-il Maestro Gesù, un essere  come Sciziano, un essere come il Conte di Cagliostro, sono Entità delle Gerarchie Divine che, appunto, hanno compiuto l’indicibile ‘sacrificio’ di scegliere liberamente l’‘umanazione’, d’incarnarsi sempre di nuovo, in frequenti, sempre di nuovo ripetute, incarnazioni come ‘uomini’, e di accompagnare l’essere umano nel suo difficile cammino terrestre. Su questo punto, le comunicazioni di Rudolf Steiner sono precise, e uno studio diligente da parte di Orao dell’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi avrebbe non solo fugato ogni dubbio in proposito, ma avrebbe altresì evitato da parte sua molti palesi errori. A meno che Orao non ritenesse – come è pure possibile, per non dire probabile – necessario ‘correggere’ coi risultati della propria personale ‘veggenza’ le comunicazioni di Rudolf Steiner.

Qui, Orao afferma che oltre il settimo grado della Iniziazione cristiano-gnostica, che Rudolf Steiner  a volte chiama ‘Resurrezione’ e a volte ‘Ascensione’, vi sarebbero – a suo dire – altri quattro gradini iniziatici, e quindi avremmo una ‘Via’ o una ‘Iniziazione’ in undici gradi, il che francamente mi sembra a dir poco grottesco. Lo stesso problema, si pone, naturalmente, nei confronti della Iniziazione cristiano-kabbalistica, affine secondo Rudolf Steiner alla Iniziazione cristiano-gnostica, e di quella propriamente rosicruciana. Nel ciclo Alle porte della Scienza dello Spirito, Editrice Antroposofica, Milano, 2015,  Rudolf Steiner, nella tredicesima conferenza, tenuta a Stoccarda il 3 settembre 1906, alle pp. 140-141, così dice:

«Il settimo gradino, la resurrezione, non può descriversi in parole. Perciò in occultismo si dice: il settimo stato può essere pensato soltanto da colui la cui anima si sia liberata interamente dal cervello. Solo a lui si potrebbe descriverlo. Per questo si può solo menzionare. Il maestro cristiano occulto indica come attraversare questo gradino.

Quando l’uomo ha vissuto attraverso questo gradino, allora il cristianesimo è diventato un’esperienza interiore della sua anima. Allora egli è completamente col Cristo Gesù. Il Cristo Gesù è in lui».

Nel ciclo Die Theosophie des Rosenkreuzers, GA-99, pubblicato in italiano col titolo La saggezza dei Rosacroce, traduzione di Iberto Bavastro, Editrice Antroposofica, Milano, 2011, nella quattordicesima conferenza, tenuta a Monaco il 6 giugno 1907, abbiamo, a p. 159, nuovamente una descrizione del settimo grado dell’Iniziazione cristiano-gnostica. Siccome la traduzione di questo punto, invero non facile, così come fu eseguita da Iberto Bavastro, non mi soddisfa pienamente, ho preferito ritradurla. Soprattutto, in tedesco ‘Himmelsfahrt’ non è semplicemente il ‘viaggio celeste’, com’è stato ivi tradotto alla lettera, ma è l’espressione tecnica e liturgica che indica la ‘Ascensione’ del Christo Gesù, così come il termine ‘Höllenfahrt’ non è semplicemente il letterale ‘viaggio all’Inferno’, bensì la ‘Discesa agl’Inferi’ da parte del Salvatore, ossia la κατάβασις, katàbasis degli Antichi Misteri, analoga a quella di Orfeo, Ercole, Ulisse, Enea, e nel nostro Medioevo, quella di Dante, alla quale seguiva, negli Antichi Misteri, l’ἀνάβασις, anàbasis, l’ ‘Ascesa’, come quella di Dante nel Paradiso.  Così leggiamo:

«Non è possibile descrivere il settimo gradino, l’Ascensione. Si deve avere un’anima che per pensare su ciò non dipenda più dallo strumento del cervello. E per sperimentare – empfinden – ciò che la persona sta vivendo come ciò che si chiama Ascensione, devi avere un’anima in grado di provare questo sentimento. L’attraversare umilmente queste condizioni con piena dedizione rappresenta l’essenza dell’Iniziazione cristiana. Chi la percorra così con questa serietà, costui sperimenterà la sua Resurrezione nei mondi spirituali. Oggi non tutti possono farlo. Perciò è necessario che esista un altro metodo, che conduca ai mondi superiori. Questo è il metodo rosicruciano».

Per un possibile controllo da parte dell’attento lettore, riporto qui il testo tedesco, p. 167, della mia traduzione:

«Das siebente, die Himmelfahrt, läßt sich nicht beschreiben. Man muß eine Seele haben, die nicht mehr darauf angewiesen ist, durch das Instrument des Gehirns zu denken. Um das zu empfinden, was der Betreffende als das, was man Himmelfahrt nennt, durchmacht, muß man eine Seele haben, die dieses Gefühl erleben kann.

Das Durchgehen durch demütig hingebungsvolle Zustände stellt das Wesen der christlichen Einweihung dar. Wer sie so ernsthaftig durchgeht, der erlebt seine Auferstehung in den geistigen Welten. Nicht jeder kann das heute durchführen. Daher ist es notwendig, daß eine andere Methode besteht, die zu den höheren Welten hinaufführt. Das ist die rosenkreuzerische Methode».

Infine – ma sarebbe facilissimo moltiplicare assai le citazioni dai cicli di Rudolf Steiner – vi è quanto egli dice nel ciclo Das christliche Mysterium. Die Wahrheitssprache der Evangelien. Luzifer und Christus. Alte Esoterik und Rosenkreuzertum. Erkenntnisse und Lebensfrüchte der Geisteswissenschaft, GA-97, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1998, p. 189, ossia Il Mistero cristiano. Il linguaggio di verità dei Vangeli. Lucifero e Christo. Esoteriemo antico e Rosicrucianesimo. Conoscenze e frutti per la vita della Scienza dello Spirito, ove nella conferenza-allocuzione tenuta per la consacrazione del Gruppo Paracelso, di Basilea, il 19 settembre 1906, Rudolf Steiner così si espresse:

«Il settimo grado non può essere descritto in maniera più precisa, giacché esso sta oltre ogni capacità di rappresentazione sensibile. Al massimo, può ancora essere afferrato pensando da quegli uomini che infine  sono divenuti liberi da questo mondo mediante instancabile esercitarsi. Questo gradino include l’entrare nella perfetta Divinità e Gloria, per le quali le nostre parole non sono più sufficienti per la  descrizione».

Ed ecco il testo tedesco per il consueto controllo da parte del volenteroso lettore:

«Die siebente Stufe kann nicht genauer beschrieben werden, denn sie steht jenseits allen sinnlichen Vorstellungsvermögens. Höchstens kann sie noch denkend von jenen Menschen erfaßt werden, welche durch unablässige Übung endlich von dieser Welt frei geworden sind. Diese Stufe umfaßt das Eingehen zu vollkommener Göttlichkeit und Herrlichkeit, wofür unsere Worte zur Schilderung nicht mehr ausreichen».

Queste parole del Maestro dei Nuovi tempi. Evidentemente, Orao, che ritiene non necessario lo studio fedele, umile, e devoto dell’Opera di tanto Maestro, essendo – secondo sua personalissima opinione – sufficiente la propria ‘chiaroveggenza’, evidentemente non necessitante, a suo modo di vedere, di severo controllo scientifico, né tampoco di confronto o verifica rispetto alle comunicazioni di Rudolf Steiner. Non vi è, evidentemente, in Orao quello ‘sich zurückziehen’, quel ‘ritrarsi’, quel ‘tirarsi indietro’‘farsi da parte’, per far parlare direttamente la di lui Opera, che Hella Wiesberger mi dette come divisa interiore, come principio a cui attenermi sempre, come ‘pietra di saggio’ con la quale esaminare le affermazioni, e la fedeltà, di tanti che nel tempo si sono pronunciati sulla Scienza dello Spirito, sull’Antroposofia, donata al mondo da Rudolf Steiner.  

L’indicare addirittura altri quattro gradi, oltre quello dell’Iniziazione cristiano-gnostica dell’Ascensione, coincidente – Rudolf Steiner dixit –  con la Beatitudine divina dell’Iniziazione rosicruciana, e col Samâdhi dell’Iniziazione orientale yoghica o buddhista o taoista, è un oggettivo porsi al di sopra non solo di Rudolf Steiner che ci ha donato l’Antroposofia, ma anche al di sopra di Maestri sovrumani come Christian Rosenkreutz che ci ha recato l’Iniziazione e la Sapienza Rosicruciana, e di Zarathustra, il Maestro Gesù che ci ha recato l’Iniziazione cristiano gnostica. Per non parlare di Mani e dell’Iniziazione manichea.

Il porsi oggettivamente ‘oltre’, ‘al di sopra’ del Maestro dei Nuovi Tempi, e dei Maestri della Sapienza e dell’Armonia dei Sentimenti, è ὕβϱις, hýbris, ‘insolenza’, ‘tracotanza’, ‘eccesso’, ‘superbia’, ‘orgoglio’, ‘dismisura’, ‘arroganza’‘violenza’‘prevaricazione’: un ‘andare oltre il limite’ del lecito. In termini della Sapienza indiana, la hybris è adharma: ciò che è contro il dharma, l’universa legge, l’Ordine cosmico, il Rtà, che sorregge i mondi. È un ‘frangere’, una ‘effrazione’, che suscita ‘sdegno’ e ‘ira’ negli Dèi, e nel Cielo.

Una ‘Via’ d’Iniziazione non è – e non può essere – una ‘intelligentissima’ escogitazione umana. Viene dal Superumano, dall’Ultraumano: dal Mondo Spirituale. Al vertice di essa vi è sempre un Iniziatore degli Iniziati, che è il ‘mediatore’ tra ciò che, come spirituale puro, è al di là dell’umano, e l’umano stesso. Vi è una ragione profonda al fatto che l’Iniziazione sia in sette gradi. In sette gradi era l’Iniziazione mitriaca, in sette gradi sono l’Iniziazione cristiano-gnostica, quella cristiano-kabbalistica, quella rosicruciana. Aggiungere quattro gradi con la pretesa di superare il grado sommo di ognuna di queste, confezionando così una Iniziazione in undici gradi, è cosa che non sta né in cielo né in terra.

Per comprendere a fondo il perché della settemplice struttura in sette gradi della ‘Via’ dell’Iniziazione, giova leggere quanto scrive Hella Wiesberger, Rudolf Steiners Wirken und das fünfte der sieben großen Geheimnisse des Lebens, in   Zur Geschichte und aus den Inhalten der ersten Abteilung der Esoterischen Schule 1904 bis 1914. Briefe, Rundbriefe, Dokumente und Vorträge, GA-264, Rudolf Steiner Verlag, Dornach, 1. Auflage, Gesamtausgabe Dornach 1984. 2. Auflage, neu durchgesehen und erweitert um den Anhang Gesamtausgabe Dornach 1996, pp. 255-256. Quest’opera è stata solo parzialmente tradotta in Rudolf Steiner, Storia e Contenuti della Prima Sezione della Scuola Esoterica 1904-1914, Editrice Antroposofica, Milano, 2013, nella quale nella seconda parte, molto ben tradotta da Stefano Pederiva, vi è di Hella Wiesberger, L’opera di Rudolf Steiner e il quinto dei sette grandi segreti della vita, dove, alle pp. 185-186, così scrive:

«Il male si presenta quando l’essere umano – sia come singola individualità  sia come comunità – devia dalla concordanza con gli impulsi progressivi del cosmo. Non esiste, infatti, il male in sé. Tutto il male non è una realtà assoluta, esso sorge quando qualcosa, che in un modo qualsiasi è buono, viene usato nel mondo in un modo non corrispondente. In tal modo viene stravolto in un male (Monaco, 25 agosto 1913).

Nel periodo di civiltà precedente, il greco-latino, era determinante una concezione diversa del male, perché, come quarto periodo, era soggetto al quarto segreto, quello della nascita e della morte. È possibile avvedersene considerando la seguente modificazione dei sette gradi iniziatici. La via iniziatica gnostico-cristiana, quella che fu determinante  nella quarta epoca, era costituita da sette gradi: Lavanda dei piedi, Flagellazione, Corona di spine, Crocifissione, Morte mistica, Deposizione, Ascensione; la via iniziatica cristiano-rosicruciana, determinante per il quinto periodo di civiltà, ha i seguenti gradi: Studio della vera autocoscienza, Immaginazione, Apprendimento della scrittura occulta o conoscenza ispirata, ritmizzazione della vita (Preparazione della pietra filosofale), Corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo (Conoscenza della connessione dell’uomo con il mondo), Dimora o immersione nel macrocosmo, Beatitudine divina. . in entrambe le vie iniziatiche l’esperienza del male è sì al quinto grado, ma nella via gnostico-cristiana del quarto periodo era unita, quale cosiddetta “Discesa agli inferi”, all’esperienza della Morte mistica. Nella via iniziatica del nostro quinto periodo, invece, al quinto grado iniziatico si impara a conoscere il vero bene come corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, e il male come deviazione da tale corrispondenza in ogni sua manifestazione. Dato che la via iniziatica determinante per un’epoca è sempre connessa con le forze che, in tale periodo, vanno sviluppate in unione con i sette segreti della vita, l’antroposofia doveva divenire necessariamente la scienza delle corrispondenze, o anche non corrispondenze, tra macrocosmo e microcosmo. Oggi perciò, la questione del bene e del male va risolta mediante la conoscenza della giusta corrispondenza».

Da quanto sopra, si può evincere agevolmente quanto, in maniera enorme, erri Orao nella descrizione della sua ‘novella via graalica’ proposta, e addirittura sovrapposta ai gradi più alti dell’iniziazione cristiano-gnostica e di quella cristiano-rosicruciana. Come abbiamo visto – e ampiamente documentato – una tale ‘erranza’ nasce dal suo volersi basare unicamente sulla propria ‘veggenza’, che si è dimostrata ampiamente fallibile, dal suo non voler ‘studiare’‘rosicrucianamente studiare’ – l’Opera del Maestro dei Nuovi Tempi, dal suo non poter controllare la realtà o l’illusorietà delle proprie ‘percezioni’, le quali non essendo conoscitivamente, scientificamente, controllate, e verificate, si dimostrano essere parto di una ‘chiaroveggenza visionaria’: ingannevole, e in definitiva patologica. Una tale ‘erranza’ è generata e, a sua volta, genera, quella ‘hybris’, quella ‘tracotanza’, quello ’andar oltre il limite del lecito’, che agli occhi dei Numi e del Cielo è ‘arroganza’, ‘insolenza’, ‘prevaricazione’ che, ponendosi come ‘frammento’ contro il ‘Tutto-Universo’, viene fatalmente da questo travolto e vinto. A questo proposito, il discepolo dell’Iniziazione ha nelle parole limpide e lapidarie del Maestro dei Nuovi Tempi una chiara distinzione – e al contempo una severa ammonizione – tra libertà e arbitrio. Così leggiamo in Rudolf Steiner, Teosofia. Introduzione alla conoscenza sovrasensibile del mondo e del destino umano, traduzione di Ida Levi Bachi, Editrice Antroposofica, Milano, 1994, pp.147-148:

«Mercè la trasformazione del suo mondo interiore ha in sé la facoltà di percepire quell’essenza eterna. Per chi cerca la conoscenza, assumono inoltre un’importanza speciale i seguenti pensieri. Quando egli trae il motivo dell’azione da se stesso, sa di trarlo dall’essenza eterna delle cose, perché le cose esprimono tale loro essenza in lui. Egli agisce quindi nel senso dell’ordine eterno del mondo quando trae dall’eterno che vive in lui la direzione da imprimere all’azione Egli sa così di non essere più soltanto condotto dalle cose, ma di condurle egli stesso secondo le leggi ad esse inerenti, le stesse che sono divenute leggi del suo proprio essere.

L’agire partendo dall’interiorità può essere soltanto un ideale a cui si aspira. Il raggiungimento di questa meta è assai lontano, ma chi cerca la conoscenza deve voler vedere chiaramente questa via. Questa è la sua volontà di libertà, poiché la libertà è agire partendo da se stessi, ed è lecito agire partendo da se stesso solo a chi derivi i moventi dall’eterno. Chi si comporta altrimenti agisce per motivi diversi da quelli inerenti alle cose. Si oppone all’ordine universale, e da questo dovrà essere vinto. In altri termini, ciò che egli prescrive alla sua volontà non potrà da ultimo attuarsi. Egli non può divenire libero. L’arbitrio del singolo essere si annulla attraverso gli effetti delle sue azioni».

Ad Orao, in maniera evidente – almeno per chi voglia ‘vedere’ – è sfuggito l’essenziale, ed è mancata, per difetto, tutta una parte  di conoscenza dell’Opera di Rudolf Steiner. Una tale mancanza di conoscenza avrebbe potuto essere agevolmente superata, attingendo sia alle opere stampate di Rudolf Steiner, che sicuramente possedeva, sia attingendo, per esempio, alla biblioteca, ricchissima, del romano Gruppo Novalis. Una tale mancanza di conoscenza poteva in parte essere frutto di trascuratezza o negligenza, ma in parte era frutto di una ‘volontaria scelta’, visto che le palesi contraddizioni tra quanto affermato nei suoi scritti e le comunicazioni di Rudolf Steiner, contenute in libri stampati e molte volte ripubblicati per decenni, non permettono una diversa conclusione logica.

Il benevolo lettore abbia ancora un poco di pazienza: oramai siamo quasi alla fine di questo mio lungo studio. Nel proseguo vedremo ‘che cosa’ è mancato, e ‘perché’ è mancato nella visione dell’Iniziazione che ne ha Orao. Il suo non partire da una assenza di presupposti – come avrebbe dovuto essere se Orao avesse avuto fondamento conoscitivo nella ‘teoria della conoscenza’, asceticamente sperimentata, esposta nelle opere ‘filosofiche’, o ‘filosofali’, come amo dire, di Rudolf Steiner – ha portato ad un essere pre-condizionati da una serie di ‘pre-giudizi’, che non hanno fondamento veruno, e ad edificare tutto un edificio di illusioni, di fisime, di menzogne, che ammalano non soltanto la vita animica di chi le produce, ma ammalerebbero anche quella di cerchie della Comunità spirituale, nella misura in cui esse venissero da queste accettate e seguite.

Come diceva un grande Iniziato, Giovanni Tritemio, Maestro di Enrico Cornelio Agrippa, Qui non amat claritatem, amat caecitatemchi non ama la luce, ama la cecità. Amare la Verità è amare la Luce, ed è amare il Logos, che disse, nel Vangelo di Giovanni, 8. 12:  ἐγὼ εἰμι τὸ φῶς τοῦ κόσμου, Io Sono la Luce del mondo.