SPIGOLATURE

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Afferrati dalla forza della Musica, i mondi danzano la loro danza. Ispirati dalla Musica, gli Spiriti del Tempo danzano per noi. Non c’è ombra di astrattezza filosofica nelle movenze delle personalità Divine; i loro solenni gesti, diventeranno correnti di pensiero, umori, mode, conflitti, stili di vita e stili musicali. Ciò che noi chiamiamo spirito del tempo non matura qui sulla terra, lo Zeitgeist dell’avvenire si prepara nei palazzi sconfinati dell’ Altrove. Le personalità Divine operano da fuori dello spazio e del tempo e, grazie al risonare celeste della Musica delle sfere, entrano nel nostro spazio e nel nostro tempo.

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La Musica fa muovere i mondi ma una precisazione va fatta: la credenza che questa Musica sia della stessa pasta del suono che avvertiamo come sottofondo nei centri commerciali, magari corretto da un impianto di buona qualità, è ovviamente un’idea bambinesca. Non c’è nulla di sensibile in quella Musica o Danza a cui qui si allude. La musica terrestre è solo una pallida eco della Musica delle Sfere. Un’ eco capace comunque, d’illuminarci d’immenso e di parlare secondo verità.

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La grande Arte, quella capace di agire positivamente su di noi, è di solito un ricordo impersonale, ed oggettivo dell’Altrove. Nel Parsifal di Richard Wagner il saggio cavaliere Gurnemanz intona una frase emblematica: ”Qui il tempo diventa spazio” anche in questo caso si allude alla Musica delle Sfere dove il tempo musicale diventa movenza divina. Nel caso della musica terrestre, il mezzo sensibile che utilizza per propagarsi, è l’aria mossa dagli strumenti, la vibrazione sonora sfericamente diffusa nell’aria è ciò che farà successivamente vibrare il nostro udito ed il nostro feed-back emotivo, il nostro sentire.

Ma quelle idee da dove provengono?

Molti artisti si accorgono che spesso le idee migliori arrivano dopo il risveglio con l’impulso a forgiare la materia seguendo l’affiorare di indicazioni misteriosamente pervenute nel sonno. Il caso di Yesterday di Paul Mac Cartney è emblematico. Il beatle, udì in sogno la canzone sia nella parte melodica che in quella armonica. Quando un compositore giochicchia senza sforzo con le note è in attesa di una memoria già depositata nei profondi meandri della sua creatività. Lo stesso dicasi per qualsiasi intuizione artistica o letteraria.

Nell’improvvisazione musicale, le cose vanno in modo un poco diverso ma è interessante constare che per chi sta improvvisando, le idee giungono in un leggero stato di trance controllata ed educata da anni di studio metodico. Comunque, nel volto dei grandi improvvisatori, osservate i loro occhi e comprenderete.

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La desacralizzazione del mondo iniziò a rivelarsi artisticamente attraverso il ciclo dell’Anello del Nibelungo di Richard Wagner, il Tramonto degli Dei rappresenta in modo figurato e mitico, la fine di un mondo ordinato dall’alto. La caduta del Valhalla e e della morte di Wothan sono simboli di questo percorso di scomparsa del Sacro.

Ci fu una svista nella traduzione dell’Edda di Snorri, uno svarione che si protrasse fino al Novecento. Il Ragnarǫk, venne descritto come il “Crepuscolo degli Dei” e invece, si doveva tradurre con “Il Fato degli Dei“. Infatti la parola rǫk , per i norreni, era il genitivo di raka che significa Fato oppure Meraviglia o Destino, ben diversa da røkkr che vuol dire tramonto o crepuscolo del Divino. Quell’errore interpretativo divenne parte integrante nelle vicende storiche del nostro mondo poiché l’azione formatrice dei miti agisce anche nella loro risonanza che, fa maturare di generazione in generazione nuovi pensieri, sentimenti e volontà.

Tutta l’opera di Richard Wagner ed il Götterdämmerung in paricolare, s’ispirarono a un’ idea sacrificale contenuta in nuce nell’Edda di Snorri.

Wotan fu inghiottito nel Ragnarǫk,

tra le fauci di Fenrir il feroce nemico.

Odino, il Dio Errante dalla benda

nera sull’occhio guercio e la veggenza

nell’occhio sano, Wotan la forza

della natura, il re del pantheon norreno,

perì nell’incendio del Valhalla

e tutti gli Dei l’accompagnarono

nella caduta.

 

 Dai poemi dell’Edda.

 

Il Ragnarǫk non fu solo un’affabulazione poetica della letteratura nordica, e neppure una fascinazione drammaturgica tardoromantica. Il Ragnarǫk divenne quindi sangue e suolo, vita e morte e rinascita, e si conficcò nella Storia. Fa davvero impressione osservare come un’idea archetipica simboleggiata da un mito, si sia incarnata ed abbia sconvolto ogni generazione passata, presente futura. La desacralizzazione che era stata indicata da Wagner terminò con i Beatles. Non è quindi un caso che si siano formati in Germania, ad Amburgo. Senza le forze maturate sul suolo tedesco non avremmo avuto l’arte di Lennon e Mc.Cartney.

 

Hail, hail rock and roll liberami dai tempi antichi.

Chuck Berry – School Days

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I Beatles ad Amburgo erano la primigenia formazione del complesso inglese. Un quintetto senza Ringo Starr ma con il brillantinato Pete Best alla batteria. Paul Mac Cartney cantava e suonava diversi strumenti. Già a quel tempo, ogni nota che scaturiva da Paul, faceva trasparire la sublime musicalità di cui egli è sempre stato portatore. George il più giovane tra i cinque, veniva un poco bistrattato per il fatto che era proprio un ragazzino ma, con la chitarra elettrica in mano, lui era il migliore. Tra tutti però primeggiava John Lennon che all’epoca era decisamente il leader, tant’è che aveva imposto agli altri il suo grande amico Stuart Sutcliffe come bassista. Stuart non durò a lungo come del resto non durò Pete Best, il batterista sostituito da Ringo.

La leggenda vuole, che poche settimane prima, Bruno il proprietario del Pub, avesse intimato ai Beatles appena arrivati ad Amburgo di fare più spettacolo: – Macke show! – gridava rauco nel suo improbabile inglese. Poi saliva sul palco per mostrare ai ragazzi come dovevano saltare e ballare. La mole di Bruno Koschmieder era formidabile e raccapricciante, soprattutto quando tentava di ancheggiare come Elvis. Un uomo gigantesco che, prima di diventare uno dei boss della Amburgo by night, aveva fatto il clown nei circhi, il mangiatore di fuoco, l’illusionista e l’imbonitore da fiera. Koschmieder non conosceva l’inglese ma sapeva esprimersi molto bene a grugniti e gesti e quel Macke show! l’ aveva ripetuto nuovamente ai cinque pivelli di Liverpool. Loro lo avevano guardato disgustati: le pagliacciate all’americana facevano schifo al quintetto. Eseguirono ancora un paio di pezzi, nel loro stile da gentlemen, senza che il pubblico in sala si accorgesse minimamente del loro talento.

Fu allora che John prese una iniziativa che si rivelò decisiva per il futuro della storia musica. Intuendo che il comportamento impeccabile sul palco non era in linea con i tempi nuovi, vendette al miglior offerente l’ altezzosa rigidità britannica. Come un lenone che cede una vergine nell’androne di un lupanare, così Lennon rinunciò all’elegante compostezza dei Bealtles in cambio della fama. Nel nome c’è la storia di ogni persona e Lennon, in quel momento lenone, gridò a voce alta:

«Se dobbiamo fare salti come gli idioti, vuol dire che li faremo!», dondolando come uno orango da un angolo all’altro del palco, John fece roteare il microfono e si rotolò per terra. Il pubblico del locale all’improvviso diede fuori di testa. Qualcuno cominciò a battere le mani, si avvicinarono al palco costruito assemblando le cassette di birra, Bruno gongolò. George e Paul si guardarono allibiti, presero coraggio e cominciarono anche loro a fare gli scemi. Una serie di gag senza fine: John faceva l’imitazione del gobbo di Notre Dame, oppure d’aver la Sindrome Down, oppure Hitler; con Paul caricavano la folla come bisonti selvaggi. Alle volte fingevano di litigare creando fazioni tra gli avventori della birreria. Malgrado le volgarità a cui si sottoponevano, erano musicalmente straordinari.

Gli uomini immersi in quel frastuono andavano su di giri bevendo birra Lager ghiacciata ed applaudendo lo show demenziale improvvisato sul palco. I meno giovani non capivano nulla di rock and roll ma gradivano gli echi subconsci evocati dalla trasgressione portata in campo dai Beatles. Perché i tedeschi sono fatti così: ordinati e metodici, precisi ed affidabili sul lavoro. Poi improvvisamente si alterano e la loro coscienza svapora in modo incontrollato e perdono il principio dell’Io tornando infantili.

Intanto il gruppo di Liverpool sciorinava nella notte un infinito repertorio di cover. Di brani originali all’epoca, i Beatles, ne avevano ancora pochi. I cinque si esibivano per una manciata di Marchi, inframezzando piccole pause di quindici minuti per riprender fiato. Sopravvivevano a quei tour de force grazie all’alternanza con Alan Caldvell, in arte Rory Storm, un anonimo rocker di Liverpool accompagnato dal suo complessino. Le canzoni dei Beatles duravano anche venti minuti ed erano punteggiati di assoli interminabili.

I Beatles a quell’epoca, eseguivano canzonette nulla di più, i brani che concludevano la nottata erano quelli di Buddy Holly, di Carl Perkins e naturalmente di Chuk Berry ma tutte le esecuzioni assumevano, come sempre, un sapore nuovo rispetto agli originali. I Beatles sapevano imitare esattamente, fin alla caricatura, qualsiasi cantante, ma loro non sapevano fare solamente il verso ad altre voci, potevano copiarsi reciprocamente l’un l’altro. John si avvicinava timbricamente a Paul, Paul a John. Geroge senza una spiccata personalità vocale entrava nel sound in modo istintivo e la magia dei Beatles s’accendeva. Erano questi coretti omotimbrici punteggiati da lallazioni e non sense il loro punto di forza, ciò che gli rendeva unici. Niente saxofoni, niente trombe né tanto meno clarinetti ma canto corale, percussioni e chitarre ebbre di energia elettrica. Il piano verticale, quando c’era era suonato da John o da Paul, ritmicamente con blocchi accordali ribattuti secondo i canoni del rock and roll di Jerry Lee Lewis. Un sound che coinvolgeva chiunque avesse avuto la capacità di abbandonarvisi con dionisiaca disposizione d’animo.

Lennon era un tipo trasgressivo e violento, capace di ferire, anzi uccidere con le battute della sua linguaccia tagliente. Provocazioni continue quelle di Lennon Paradossalmente la timidezza gli permetteva di urlare sciocchezze sul palco, appesa al collo, una tavoletta di WC.

Facile giudicare questi fatti secondo lo schema bene-male, sacro e profano… Le cose dell’arte stanno in termini molto più complessi di quanto moralisticamente possiamo rappresentarci.

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Lo spirito soffia dove vuole lui, non dove auspicato dalle beghine, i bigotti ed i Farisei: un orfano di madre figlio di un padre mediocre e brutale, dedito all’alcool, potrebbe diventare un teppista o perlomeno un adulto squilibrato e disadattato. Invece in quelle condizioni normalmente penalizzanti, nasce uno dei più grandi geni dell’umanità, Ludwig van Beethoven.

(continua)

RESOLARIS

 

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