ZEN e LOGOS

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?»

zlog

Qualche tempo fa chiacchieravo sportivamente con un’amica su quali fossero dei testi interessanti per un primo approccio allo Zen, e tra le altre cose mi disse che anche Massimo Scaligero aveva scritto un libro a riguardo; cosa che sapevo ma che per qualche motivo mi suonava in quel momento come nuova. Rivenduti su ebay arco, frecce e bersaglio ho provveduto dunque a procurarmi “Zen e Logos”. Poco dopo l’inizio della lettura il mio timore, dettato dalla totale ignoranza sull’argomento, si è sciolto come neve al sole di fronte alla maestria dell’autore nel far entrare anche il più sprovveduto dei lettori nel cuore degli argomenti trattati dandogli gli strumenti necessari per orientarsi e mantenere la rotta, in un modo che solo chi vive ciò che scrive può fare.

Introdotto dal saggio “Affinità di tradizioni antiche – L’Uovo del Mondo e l’uccello Hamsa” (pubblicato in Asiatica, 1, 1940) il testo si compone di vari scritti apparsi tra il 1961 e il 1968 sulla rivista “Il Giappone”. Il viaggio parte dall’incontro tra lo Zen e la moderna cultura occidentale, avvenuto in un momento ed in un ambito nel quale della Dialettica non era rimasto che il cadavere; momento e ambito rivelatisi pertanto inadatti a cogliere dello Zen l’essenza viva necessaria alla reale conoscenza dello stesso, di per sé non discorsiva e dialettificabile. Una concreta possibilità di realizzazione feconda del suddetto incontro viene indicata dall’Autore nella via tracciata da Nishida Kitaro (e dalla Scuola di Kyoto che al pensiero del Nishida fa capo) , potenzialmente percorribile in particolare da quei pensatori orientali che, come lui, siano in grado di rapportarsi con il moderno occidente e relativo mondo concettuale senza cadere nella trappola di quella dialettica che gira sulla ruota dell’autoreferenzialità come un criceto nella sua gabbia, che di quel mondo concettuale è divenuta espressione, effetto e causa. Evitare la trappola porta in dote il poter operare laddove il pensiero si trova nel suo puro movimento rendendo pertanto la dialettica qualcosa di vivo, incontrando così il pulsante fluire della filosofia occidentale ancora non cristallizatasi nel pesamisurabile.

Per quanto riguarda l’Occidente invece viene messa in luce nell’incontro tra esistenzialismo e fenomenologia quella che potrebbe essere (o essere stata) l’ultima possibilità di sopravvivenza della filosofia, a patto che questo incontro porti dalla ricerca del noema alla percezione dell’elemento noetico vivente, al di la di qualsiasi attività speculativa, dogmatica, empiristica ecc, ed è inutile dire che anche in questo caso ci troviamo nei pressi della “concreta possibilità di realizzazione feconda” di cui sopra. La trattazione prosegue poi con l’analisi di quanto scaturito dall’incontro tra lo Zen e la psicanalisi. Viziato già all’origine da quell’approccio junghiano che apparenta miti simboli e tradizioni al bagaglio simbologico onirico/fantasioso dei nevrotici, il tutto finisce in buona sostanza per essere ridotto e letto in termini di inconscio, con tanti saluti alla noesi, all’autonomia del pensiero, al Tao ed allo Zen.

L’ultimo capitolo parte invece dall’idealismo hegeliano indicato come recante in sé i presupposti noetici dello Zen per giungere ad analizzare ciò che, a partire dall’incapacità di cogliere e far vivere tali presupposti da parte degli stessi “discepoli” hegeliani (Nishida Kitaro aveva invece colto benissimo tale aspetto), ha minato già dalle fondamenta i vari movimenti delle “contestazione”. L’insuccesso nel cogliere la “prassi metadialettica del pensiero”, comune tanto all’esperienza del pensiero puro quanto allo Zen ha tolto, secondo l’Autore, qualsiasi concreta possibilità di successo alle contestazioni che in definitiva finiscono per contestare (anche in maniera violenta) sé stesse; né la situazione potrà cambiare fino a quando si considererà la realtà (fisica o metafisica che sia) soltanto dal punto di vista della misura del numero e del peso.

Quanto sopra è giocoforza uno stringato abbozzo di quanto il sottoscritto ha ca(r)pito del testo. Io intanto ve lo consiglio.. ma non mi prendo responsabilità se dopo averlo letto penserete ancora che il Satori sia il tastierista dei Beehive e che il Koan sia un simpatico divoratore di eucalipto.

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