La Via del Pensiero (di Isidoro)

Se guardiamo verso l’onnicomprensiva visione del mondo, intuita dalla conoscenza spirituale della Tradizione, troviamo anche indicazioni del succedersi degli stati di esso, mai disgiunti dalle condizioni umane (il dualismo tra cosmo ed entità umana, dal punto di vista di intere ere, è cosa piuttosto recente).

I cicli più estesi sono chiamati Kalpa e, ai fini di queste righe, essendo il kalpa indice dello sviluppo totale di un grado dell’esistenza universale, il dare significati temporali ad esso esorbita dal tema in proposizione.

I cicli svolgentesi entro il nostro kalpa sono chiamati Manvantara. A questo livello vengono considerati come riguardanti l’umanità terrestre in connessione a tutti gli avvenimenti che si producono nel mondo.

All’interno di un manvantara vi sono quattro Yuga. La divisione quaternaria di un ciclo ha molti riflessi: le quattro stagioni della natura, le quattro settimane del mese lunare, i quattro punti cardinali, ecc.

E’ inoltre rilevabile la corrispondenza dei quattro yuga (Krita-Yuga, Trêta-Yuga, Dwâpara-Yuga e Kali-Yuga)  con le quattro età come conosciute nell’antichità greco-latina: la prima è l’età dell’oro, poi in successione, dell’argento, del rame e del ferro.


In entrambe le rappresentazioni, ogni periodo è caratterizzato da un processo di degenerazione rispetto al precedente. Dalla visione spirituale si esplicita un graduale allontanamento dall’Origine cosmica, costituente una “discesa” (vedasi la “caduta” nella tradizione giudaico-cristiana).

Caratteristica di ogni età è di essere più breve dell’antecedente, come nel mondo fisico la caduta di un oggetto accentua, nel tempo di caduta, la sua velocità.

Per i curiosi, una nota ininfluente: secondo calcoli che comunque andrebbero presi con beneficio d’inventario, il tempo dei quattro yuga si aggirerebbe verso un totale di circa 65000 anni. A meno che, come ritengo, il Tempo sia cosa viva e dunque possa allargarsi o restringersi. In tale possibile caso le indicazioni con orologi e calendari (numerazioni) valgono come maya nella maya.

Secondo i tradizionalisti siamo in pieno Kali-Yuga, secondo lo Steiner ne siamo usciti verso la fine del 1800. E, viste le condizioni dell’oggi, sembrerebbe che tutto debba dar ragione ai primi. Ai quali però, la visione unidirezionale e la scarsa o nulla propensione alla percezione del nuovo e del futuro nasconde quella parte di realtà che, essendo ora, manca alla corrente del passato.

Qui si biforcano le strade: i tradizionalisti irremovibili e con lo sguardo sempre rivolto all’indietro ed i seguaci dell’Antroposofia che, da nominalisti quali sono, usano ad ogni piè sospinto l’idea di evoluzione, troppo spesso corredata da un superficiale ottimismo.

Una comprensione della Scienza dello Spirito che non oscilli tra questi due stati d’animo (perché tali sono e null’altro, seppure ammantati di sapere) porta ad indagare il senso innegabile della perdita del Principio e delle perdite ulteriori. Qualcuno si è chiesto: “Se l’immersione nel Divino-Cosmico, la non-dualità, fosse stata davvero in mio possesso, perché avrei dovuto perderla?”.

In effetti al ricercatore potrebbe essere piuttosto chiaro che abbiamo perduto ciò che ci sosteneva ma non ci apparteneva. Facciamo un esempio concreto per immagine: un tempo il corpo sottile o eterico sorpassava di gran lunga quello fisico; perciò l’uomo viveva nello ‘spazio’ spirituale e questo, a sua volta, lo pervadeva. Così quasi non esisteva il dualismo Uomo-Mondo ed i confini corporei erano sconosciuti (come ora sono sconosciuti all’animale). Poi il corpo eterico si ritira, permanendo come un doppio creativo del corpo fisico. Tale contrazione segna la perdita di un ‘naturale’ stato di coscienza trascendente. E cosa l’uomo riceve in cambio di questa grandiosa perdita? Un mondo a lui esterno ed estraneo: il non-io enigmatico che stimola in lui lo sforzo personale sino alla conquista di una individualità e una destità mai esistita prima: in essa egli trova solo sé stesso pur recando in profondità, nel cuore, la nostalgia (memoria) del paradiso perduto.

Perciò la diatriba tra tradizionalisti e…futuristi è vana. Il tradizionalista non può immergersi in quello che non c’è più ma nemmeno vanno sdoganati al futurista sogni di splendori futuri che dovrebbero cadergli addosso in automatica. Il futurista sogna di diventare un automa beato! Tanta è la passività e l’inerzia nascosta dalla rappresentazione facile che anela arimanicamente ad una riascesa officiata da Potenze  trascendenti, perciò conosciute solo nominalmente…forse più insana dei desideri restaurativi della cecità tradizionalista.

Il fiore dell’indipendenza dagli Dei che l’uomo sperimenta in ogni momento non può non essere altro che la Libertà. Parola troppo facile che nasconde un contenuto tremendo ed imprevedibile. E’ ciò che l’uomo di oggi può volere o non volere: dipende dalla sua indipendente azione. Non v’è uomo che non porti in sé l’antico. A cui ripugna e spaventa l’atto libero. Anche le religioni, seppure ricche di tesori, appartengono al passato, seguono la via dei morti. Le pseudo religioni o le pseudo mistiche contemporanee sono solo fenomeni di tarda necrofilia su corpi marcescenti.

Ora, lo si desideri o meno, è il corpo che abbiamo, la coscienza che possediamo, che fanno da base ad ogni ulteriore movimento. Converrebbe parlare meno di “mondi spirituali” e di contenuti “morali”: venendo essi assunti da una coscienza vuota di Spirito e da un pensiero astratto, privo di realtà condizionante. Non direi simili cose se non mi fosse chiaro il contenuto della coscienza: piena di rappresentazioni, vuote anch’esse di realtà ma sostenute da una debole impressione di vita elargita dalla più oscura vis istintiva.

L’attività della coscienza di sé si svolge in pensieri o, più esattamente, in una sfera di astratte rappresentazioni: semplici riflessi del mondo come appare o dell’inconosciuta vita organica, quella del corpo o della psiche soggetta al corpo. Ma se la rappresentazione è un riflesso, una maya, essa non muta il suo carattere “sia che pensi Dio o una sedia” o l’Opera Omnia del Dottore. Un riflesso non può trasformarsi in una realtà senza una concreta animadversio. Per questo motivo chi evita di guardare con coraggio la condizione di “caduta” in sé stesso, cerca di saltare l’ineludibile fosso con azioni e parole illudenti che ponendolo in condizioni crepuscolari (di fatto medianiche) lo trascinano verso condizioni più involute rispetto allo stato di coscienza dell’uomo comune. L’involuzione può essere “elettrizzante”, stimolando nel soggetto retrogrado impulsi di evangelizzazione (contagio) verso i deboli e gli instabili.

Questo è semplicemente il retroscena che anima la maggior parte di “Maestri”, “Guide” e “Profeti” del teatrino del mondo e, in particolare, del mondo esoterico.

Però il pensiero-maya è anche un niente che non vincola la coscienza. Non vincolandola, esso proprio in questo vuoto può muoversi liberamente: anche oltre la propria stessa natura. Non vincolato dal corpo e dalla psiche personale vincolata al corpo esso, se lo vuole, può tendere oltre: può volersi oltre tutte le categorie che vincolano gli altri elementi costitutivi. Può volersi oltre la personalità, il carattere e tutto quello che corazza e imprigiona l’umano nella ordinaria rete di ateismo e religiosità, di istinti e di idealismo, di materialismo e spiritualismo.

Questo è il potere del pensiero astratto, realizzato solo in parte nell’opera della conoscenza scientifica che, per afferrare il dato, non si è accorta di cosa succedeva nella coscienza e tanto meno si è data la pena di applicare il metodo scientifico al mondo interiore. Peccato! Avrebbe scoperto un momento dinamico del pensiero, antecedente il pensiero delle cose. Un simile momento fu in realtà intuito da pensatori come Hegel, Rosmini e Gentile ma fornì loro il bisogno di approfondimenti speculativi, di fatto contrastanti l’esperienza originaria. Cercando di spiegare tutto il resto, essi non ebbero la capacità di indicare il processo onde fosse possibile risalire all’esperienza primaria. Per loro eccezionale, e del tutto incompresa da chi ha tentato di seguirli.

Senza togliere l’onore della ricerca avanzata a Brentano e Husserl, spetta a Rudolf Steiner la capacità di trovare nello sforzo scientifico di Goethe, portato alle sue ulteriori conseguenze, la tangenza possibile tra la sua personale visione spirituale ed il pensiero scientifico, allorquando questi si rivolga alla vita dell’anima. Con la Filosofia della Libertà nasce nel mondo la prima Opera di pensiero che coincide con la Potenza eterica da cui, in realtà, sgorga ogni pensiero pensante e immediatamente scadente nel pensato.

La Filosofia della Libertà fu un’opera troppo innovatrice per gli uomini del diciannovesimo secolo, troppo difficile per il primo ‘900 (le aggiunte alla seconda edizione del 1918 lo dimostrano) e praticamente incomprensibile oltre la struttura verbalizzante ai nostri giorni, poiché, a quanto pare, già sono venute meno le capacità intuitive generali, sostituite come sono da un sub-umano automatismo dialettico che è già oltre il livello minimo di manifestazione dello spirituale nell’uomo.

Sono forse consequenziali prosecutori Friedermann e Schwarzkopf? Dai, non scherziamo!

In Italia, dopo un penoso (e inutile) tentativo di comprensione, candidamente Bavastro termina una lunga disanima del testo concludendo che “se il libro è iniziatico, ha allora il diritto di essere difficile”(Rivista antroposofica n°3, 1976): ai posteri lasciando l’oscura, intellettualistica equivalenza tra “iniziatico” e “difficile”. Appare invece chiaro lungo tutto il saggio di Bavastro (tra l’altro traduttore e curatore della V ed. italiana della Filosofia della Libertà. Lettori: attenti!) come dalle sue parti non si sospetti nemmeno che il pensare indicato dallo Steiner non si affaccia mai nell’esperienza comune.

Soltanto Massimo Scaligero (oltre, forse, a pochissimi discepoli diretti), avendo sperimentato la Forza che cosmicamente fluisce come Vita antecedente persino al momento pensante del pensiero, ha potuto indicare il metodo, la téchnē della risalita: dalla rappresentazione al pensiero che pensa e da questo alla Potenza che lo precede. Coerentemente all’assunto della Filosofia della Libertà ma nel contesto delle mutate condizioni dell’anima nelle nuove generazioni, pur comprendendo con serena chiarezza, che doveva venire indicato un compito già incompreso e difficilmente conseguibile. In realtà questa è stata un’ operazione che lo stesso Steiner avrebbe svolto se la mancanza di tempo e poi l’inattesa fine non avesse troncato sacrificalmente il percorso che gli era karmicamente dovuto.

Scaligero stesso non avrebbe svolto un simile lavoro (tra ristrettezze e sacrifici di ogni genere) se non avesse ricevuto l’investitura (l’onere) di svolgerlo.

Come nella staffetta, il “testimone” passa a chi è stato posto nel tratto successivo.

Sinceramente, conoscendo il poco di cosa si è svolto dietro il sensibile in questo caso, non mi indignano le bordate che a destra e a manca vengono ancora sparate contro Scaligero, essendo ciò connesso al karma dei singoli e della decaduta associazione, ma rabbrividisco di fronte alla fredda e cinica superficialità che molti manifestano nei suoi confronti. Forse perché da bambino mi fu facilmente insegnato a rispettare il sacro delle chiese, ora rispetto il Santuario d’Occidente e la Personalità che ne è al centro.

Non è vero Maestro né valido Indicatore chi non sa insegnare (anche se mirabilmente dotato) la Via del Pensiero: questo è un buon metro per capire molte cose, anche quelle che non piacciono.

La Via del Pensiero non solo è la via più pura e più indicata per l’occidentale che sia desto, compiutamente desto e decisamente moderno, ma è ‘tecnicamente’ l’unica via possibile, data l’attuale costituzione palese-occulta dell’uomo se rapportata alla realtà dello Spirito: solo nel soggetto pensante affiora lo Spirito come immanenza, aristotelicamente più potenza che atto, ma che è tuttavia l’unica mediazione possibile che non può essere evitata come si faceva nell’antico (la constatazione, quasi umoristica, che non si possa ad esempio, “digerire la digestione”, la possiamo allargare a tutte le attività umane possibili: il fatto che ciò – pensare il pensiero – sia applicabile solo all’attività pensante dovrebbe far riflettere il ricercatore ancora confuso).

Tutto ciò non implica l’opposto giudizio, come taluni desiderano pensare che qui si pensi: cioè il disprezzo per la via che consiste nello studio serio e appassionato delle opere antroposofiche. Pensare il pensiero antroposofico è un dono e una grazia per l’anima, per il presente e per il suo futuro.

Sulla Via del Pensiero occorre educarsi alla contemplazione del pensiero, condizione eccezionale perché non sollecitata da alcun istinto o necessità, a cui lo Steiner invitava (Filosofia della Libertà, III Cap. pag. 30, V ed. italiana) secondo il canone del processo del pensiero: l’osservazione spassionata e obbiettiva di un tema o di un oggetto di pensiero che per insistenza volitiva distrugge la propria datità rivelando la Forza-pensiero di cui era alienazione riflessiva. Questa difficile arte viene chiamata Concentrazione.

Essa è la Potenza dell’occhio di Shiva: incenerisce la paura (ogni paura) e la brama (ogni brama) dei valori del mondo duale ai quali si aderisce in profondità e che sono l’inavvertito limite della prova esoterica.

La retta, la tersa Concentrazione è un atto eccezionale, conosciuto solo nell’azione stessa e quando si è capaci di abbandonare il mondo delle argomentazioni e deduzioni, ripeto: mai stimolato dal mondo o dall’uomo che normalmente si è, buono, devoto o immorale che si presume di sentirsi.

Occorre solo che l’io voglia, attimo dopo attimo, il pensiero deliberatamente posto, con una dedizione che deve farsi assoluta; allo zero dei valori umani, allo zero e oltre il proprio senso della vita. Questo è l’inizio della Via del pensiero.

Qui mi fermo. Nella Concentrazione il carattere essenziale dell’osservazione scientifica viene soddisfatto: con la sua impersonalità e con la ripetitività rigorosa del percorso e del suo prodotto finale. La concentrazione è inconosciuta: sono conosciute  invece mille tecniche fisio-psico-mentali subordinate a mille oggetti e a mille scopi, personali e stravaganti.

Mentre quella che tratta di univoca osservazione di pensiero sul pensiero stesso è del tutto estranea al pensiero che fu, ed a quello contemporaneo. Prova ne sia che negli stessi ambienti antroposofici si confonde il primo dei 5 esercizi ausiliari con la concentrazione o persino la si nega. Eppure la conoscenza sperimentale del pensiero dovrebbe essere il primo gradino di una vera scienza che voglia dirsi – non solo a parole – spirituale.

Certo: la Concentrazione non è tutto, ma senza la sua potenza le ulteriori discipline, dalla Meditazione alla Contemplazione e al Silenzio interiore, non avrebbero la capacità di venire realizzate come atti spirituali e rimarrebbero intellettuale o sentimentale rimuginazione personale o apertura a ospiti non invitati.

Ho detto che qui mi fermo poiché la Concentrazione implica una decisione dell’Io che l’io comune deve poi portare avanti con una eroica fedeltà, un grande sforzo ed una pazienza inalterabile: un formidabile pinnacolo di bianco granito stante e imperturbato, nel divenire limaccioso delle correnti.

Eppure il  segreto – ricercato per ogni dove – sta in massima parte nella totale semplicità del gesto interiore, rafforzato soltanto dalla giornaliera risorgenza dell’impeto volitivo.

Isidoro

 

4 pensieri su “La Via del Pensiero (di Isidoro)

  1. Forse due parole vanno aggiunte, ma son quelle che fan paura a tutti: sforzo e costanza. Perché se le prime volte l’entusiasmo della novità aiuta non poco col tempo l’esercizio diviene pesante. Ed è allora che il lavoro di fantasia viene spesso usato per renderlo meno monotono ed il praticante si trasforma in un moderno stregone da baraccone.
    Poi c’è chi agli esercizi preferisce un lavoro intellettuale illudendosi che basti riempire pagine e pagine di commenti superflui per capire l’antroposofia.

    Spesso le pagine dei siti altrui 😀

    Vi ho già detto che adoro questo blog?

    Grazie per la condivisione isidoro

  2. Già, Balin. E non solo. Ad esempio a fare conferenze. Più conferenze fai più sali in gerarchie farlocche.

    La notevole ed in certi casi eccezionale energia che taluni spendono per mettersi in vetrina, va persino oltre la spinta egoica: allora può essere lecita la domanda sull’origine di tale “forza”.

    Poi discettano su facebook sulle direzioni da cui gli Ostacolatori giungono…
    Contenti loro..intendo, è ovvio, gli Ostacolatori!

  3. Già… La cosa che mi lascia triste è proprio che questo mondo di silicio che abbatte le distanze potrebbe diventar per loro (gli ostacolatori) un’arma a doppio taglio… Eppure anche noi quattro gatti siam costretti ad arginare la massa quando invece sarebbe auspicabile un libero confronto. :(

    Ma mancando la voglia di vivere le cose si preferisce, anziché tacere, dar libero sfogo al proprio ego sfruttando la grancassa di internet anziché lasciar spazio a chi vorrebbe servirsene per comunicare semplicemente.

  4. “Fu lo “spirito del male” a condurre Cristo nella solitudine per tentarlo (Mt, 4,1; Lc, 4,1). Da ciò forse qualcuno potrebbe concludere che è sempre lo spirito cattivo a spingere l’uomo alla solitudine. Qualcosa di vero in questo c’è, ma è nello stesso tempo la via per il vero rapporto a Dio […].
    Certo la solitudine è il momento dialettico; e per questo, da chi non ha mai vissuto in solitudine raramente vien fuori qualcosa di buono o di cattivo. Nella solitudine si trova l’assoluto, ma anche il pericolo assoluto.”

    “Sublime è l’anima che si libera dalla sensibilità contraria alla ragione; bella l’anima in cui la sensibilità è così educata dalla volontà da accordarsi spontaneamente con la ragione e quasi da precedere la volontà nel volere il bene: la prima si esprime sensibilmente nella dignità, la seconda nella grazia.”

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