L’ACCORDO DEL PENSIERO CON LA VOLONTA’ (di F. Giovi)

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Una tra le indicazioni di percorso della via che partendo dalla ordinaria coscienza del sensibile giunge alla reintegrazione dell’uomo alla sua realtà spirituale, stringata all’essenziale, potete trovarla nelle prime pagine di Tecniche della concentrazione interiore: testo ricchissimo di dettagliate operazioni interiori e meditazioni, valide ad ogni livello in cui possa trovarsi il ricercatore che non paventi le azioni che trapassano nell’esoterismo reale.

Essa traccia tutta la strada che l’uomo coraggioso, quello che ad onta di ostacoli, davvero immani, riesce a consacrare – potenzialmente tutto sacrificando – l’intima vita interiore poiché sa porre la propria condizione in subordine rispetto al pellegrinaggio dell’anima verso la sua Fonte. Sostanzialmente verso quell’essere che è il suo significato, il suo senso, per sé e per il mondo.

Un tale, spaventoso impegno, non dovrebbe spaventare nessuno con errate rappresentazioni, non richiedendo alcun sacrificio formale, né particolari privazioni nello svolgimento della vita ordinaria.

Come non viene chiesto di cambiare il colore degli occhi, così (come molti temono), in sintesi, nemmeno ciò che chiamiamo “carattere” e vita comune è influente, a patto che l’azione interiore sia vigore e non farsa.

Non a caso si caratterizzavano i Misteri col dire che gli uomini dabbene muoiono mentre anche un delinquente che venisse accolto nei Misteri, vivrebbe.

Già, questa è un’iperbole, ma andrebbe ricordata, almeno qualche volta, perché traccia un confine netto tra creanza, virtù, bontà, lungimiranza, eccetera, quali caratteri personali e il dominio sovrapersonale delle forze sovrasensibili. Andrebbe ricordata perché è stata completamente dimenticata, essendo stato messo al suo posto, reiteratamente e compulsivamente, il fiorito corteo dell’umanitarismo, del buonismo, del romanticismo e del borghesismo.

Il rovesciamento dell’essenza è assai evidente proprio in coloro che, per usare l’espressione gnostica, si autodefinirebbero “pneumatici” o, più ad Oriente “sattvici”: vivaci con gli accadimenti sensibili, deperiti e stanchi (stufi?) verso ciò che si orienta verso la soppressione dell’intellettualità che, lo sappiamo tutti molto bene, si accende non per virtù propria ma perché alimentata da sentimenti, passioni e istinti.

Condizione comprensibile ma poco scusabile. L’ardore (giovanile) per l’operatività, qualunque sia stata la disciplina posta a fondamento, quanto dura? Sei mesi, sei anni o, eccezionalmente anche qualcosa di più, ma è un fatto certo, universalmente sperimentato, che, ad un certo momento subentra l’aridità: ad un certo momento ci si accosta o si entra in una zona di morte dell’anima. E qui le mele dolci iniziano a cadere precipitosamente dall’albero.

Cito un fatto sintomatico: la situazione accennata viene evidenziata nel primo capitolo di Graal di Massimo Scaligero. E’ un capitolo molto chiaro e notevolmente duro: conferma con fermezza le condizioni (situazioni) ascetiche che non possono essere evitate o soggette alle bizzarre forme di trattativa con le quali l’anima cerca ogni sorta di patteggiamento.

Bene. Poco dopo la scomparsa dell’Autore, cominciò a girare la voce che il libro in questione doveva essere letto a partire dal…secondo capitolo.

E’ un lungo errare nel deserto. I fatidici quaranta giorni moltiplicati con numeri dai molti zeri.

Si può cambiare disciplina quanto si vuole: dopo poco la ripetitività dell’esercizio sembra prosciugare l’anima. E’ una situazione che – ripeto – non può essere scansata.

Il discepolo accorto osserverà che le soddisfazioni dell’anima evaporano presto e con loro la brama di “sentire qualcosa”. Da vero scienziato dell’interiorità, egli deve guardare in faccia tale situazione che può, all’inizio, apparirgli assai misera: si può davvero parlare di una sorta di spogliazione e non di arricchimento.

In pratica, davanti all’anima, si aprono, per così dire, tre strade, come Scaligero ricordava: la via diretta, quella retta e la via lunga.

Con la prima si insiste, appellandosi ad un principio di determinazione o persuasione radicale, praticamente eroico, in un continuo tentativo che estrae, anche dolorosamente, un elemento di volontà sempre più profondo che non si conosceva prima. Ora la vita interiore ci conduce ad uno strano equilibrio tra la rassegnazione, la sofferenza quieta e la decisione di avanzare, ripresa in ogni momento. Se non si molla ma si prosegue, ci si accorge che la vita, sottratta al sentire comune, riaffiora in tutt’altro modo, nell’ascendente corrente del Volere: mahâkâly ânanda .

La seconda è quella che fu scelta dalla maggioranza degli antroposofi: la costante assimilazione dei contenuti espressi nelle comunicazioni donate dalla Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente: anche su questa strada sono necessarie qualità interiori come l’attivo pensiero, grande serietà e vera devozione.

La terza è quasi un tradimento per chi ha compreso la prima o la seconda, trattandosi in linea di massima della “strada della vita”: magari vissuta con maggior coerenza nelle azioni ed un po’ di calore nel centro dell’anima, nel cuore, dove la fiamma della religiosità o della nostalgia si avviva con saltuaria…discontinuità.

Deve risultare però chiara la mancanza di confini ferrei: teoricamente ad ogni uomo può essere concesso l’esercizio della libertà di varcare i limiti che paiono karmicamente preposti

Secondo una tipologia trascendentale (karmica), ognuna delle tre vie accennate può essere comunque la via sufficiente per tizio o caio.

Però in ognuno dei tre casi l’essere interiore pretende uno sfondo di onestà e coerenza: i pasticci nascono a causa dell’immaturità partorita dall’orgoglio o presunzione personale a causa della quale le personalità fingono, a sé e al mondo, una appartenenza più elevata: che non viene vissuta ma rappresentata. Ciò, nel campo spiritualistico, genera una lotta faziosa molto stupida, nebbiosa, ma infinita.

E’ così che abbiamo per strada più maestri che discepoli (o discepoli che sono più-che-discepoli): la presunzione umana è quasi senza limiti e viene assistita dalle congetture che intelletto e dialettica offrono in gran misura a tutti. Farabutti e lumaconi compresi.

Il caos deve essere combattuto, ma combatterlo sul terreno da cui esso trae vigore, è uno sforzo inutile. Chi ha avuto in sorte di assistere o di essere attore in un esorcismo, deve imparare immediatamente la neutralità a fronte di offese terribili, di rivelazioni scabrose, di vergogne, sino a quel momento celate e rese pubbliche, urlate. Allora d’impulso scatterebbe una reazione dialogante che lascerebbe malconcio e sconfitto chi officia il rito. La “bestiale” dialettica di un demone qualsiasi è sempre superiore alla dialettica umana. Già in questo antico rito troviamo i prodromi dell’atteggiamento di chi segue la concentrazione: assoluta determinazione, indifferenza verso ogni assalto perturbante, continuità dell’operazione.

Per la salvezza e la salute di un’anima: proprio come negli esercizi di concentrazione.

Sulla via del pellegrinaggio interiore dal sé al Sé, nessuno può sostituirsi al pellegrino, nemmeno gli dei. Il più onesto aiuto verso gli altri si riduce – e solo se richiesto – a qualche (fraterna) indicazione pratica. Sono preziosi ma rari i colloqui in cui avviene una speciale comunione tra le anime. Mi sembra inutile parlare di “trasmissioni”: oltre l’esigenza che vi sia un soggetto che possa trasmettere qualcosa, esiste anche un assenso del mondo spirituale stesso e che in diversi casi può non venir dato. Inoltre la trasmissione oggi non chiede la passività del discepolo ma piuttosto la sua più intensa attività ed una speciale degnità. Scaligero, in un colloquio, mi mormorò: “Non c’è nessuno a cui possa trasmettere…

Detto questo, torniamo a parlare del percorso più essenziale. Quando, nel gruppo di cui facevo parte, tra esercizi e riflessioni si cominciò a capire qualcosa, molto si esemplificò in due brevi frasi: Mettere volontà nel pensiero e Mettere pensiero nella volontà.

Successivamente, Scaligero armonizzò e completò la cosa con la prima meditazione che trovate in Tecniche della concentrazione interiore:

L’accordo del Pensiero con la Volontà

è la base dell’equilibrio e della forza dell’anima.

L’equilibrio e la forza dell’anima

aprono il varco al suo potere sovrasensibile.

E’ il potere in cui risorge come Vita

il sentimento, il più vasto e liberatore.

Qui c’è tutto il percorso dell’anima verso il potere reintegrativo dello Spirito (corrisponde sinteticamente al mantra dell’ottava conferenza della Classe ): non andrebbe semplicemente letto, ma piuttosto meditato spesso e per moltissimo tempo, in maniera tale che, per “ripetizione e ritmo”, la sua dinamica possa, dopo la saturazione mentale, attraversare tutti gli elementi costitutivi dell’entità umana, sino all’elemento spirituale nascosto dal corpo fisico. Dunque risorgente come affine al ricordo, poi come elemento di forza interiore e infine come stato dell’essere.

Il capire ordinario serve ma non basta. Avete mai visto in un documentario (persino in qualche film) la fila di monaci buddhisti che ripetono incessantemente il sutra fondamentale della loro scuola? Lo ripetono per tutta la vita, forse nemmeno comprendendone esaurientemente il significato. Si dirà: roba vecchia, d’altri tempi. Obiezione senza dubbio vera. Ma ora siamo veramente capaci di colmare i vuoti lasciati dalle dedite pratiche antiche con le discipline conformi alla struttura dell’uomo moderno?

Certo, l’atto sacro si è interiorizzato, l’entità umana individuale s’è fatta più forte, ma vi risulta che sia divenuto inutile lo sforzo, la dedizione, l’abnegazione, la fedeltà?

Sarò un incorreggibile pessimista ma mi pare che la disciplina più in voga sia l’esercizio del fariseismo: è facile, ti conferisce popolarità e rispetto e soddisfa l’egocentrismo mondano e pure quello spirituale. Da scoppiare di soddisfazione: palese o segreta.

Meriterebbe un articolo a parte il vizio di innalzare monumenti a ciò, che nella Filosofia della Libertà, Steiner chiama con il termine “mistica del sentimento”. Essa è stata ideologizzata nel milieu antroposofico con un facile e falsificato “pensiero del cuore” che, come il sale, viene artificiosamente messo su tutto per insaporire ogni manifestazione. La mistica del sentimento, tra i discepoli di Scaligero, è la deriva a cui già accennai. Avverto (e non io soltanto), tra i…derivati, come essa appaia una ambita meta da raggiungere. Questa tendenza che chiamerei avvelenatrice, fu inoculata in molti dopo la scomparsa di Scaligero: prova non superata, giacché se le anime avessero nutrito qualche dubbio o perplessità, sarebbe bastato loro non seguire la corrente ma ritornare con energia a quanto rimaneva della fonte: i testi fondamentali di Steiner e Scaligero: cosa non fatta prima e purtroppo non avvertita come necessaria dopo. Così tanto fu scarso il cosiddetto impulso alla conoscenza!

Affinché non vi siano dubbi, non nego certo che in una sana vita dell’anima, il pensiero deve risuonare nel sentimento: basta mettersi d’accordo su che cosa si stia parlando.

Semplicemente, scrivo per chi lavora interiormente, e avverto i lettori praticanti di non mettere, nella disciplina, il carro (del sentire) davanti ai buoi (pensare e volere). Come scrive il Dottore nel V capitolo della Scienza Occulta, proprio sulla preparazione alla concentrazione sui sentimenti: “L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. Allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale”.

Allora, per chi se la sente: provi a ripercorrere le poche frasi trascritte. Le ripeta coscientemente qualche ora dopo e faccia lo stesso un po’ più in là. Giornalmente. Senza aggiungerci nemmeno un pensiero (anche un pensiero “intelligente” in aggiunta imprigionerebbe nella teca cranica questa piccola operazione). E’ anche possibile lasciar vivere nell’anima solo una frase (compiuta) per volta, a seconda di una sensibilità individuale che muta in momenti diversi. Poi ci vuole pazienza, tanta paziente attesa: in modi diversi per ognuno, lo “schema” del percorso interiore diventerà cosa viva nell’anima. E’ possibile, un giorno, coglierlo in immagine obbiettiva.

Del resto, la Potenza insita nella concentrazione conferma, con i suoi primi movimenti, il percorso indicato nella meditazione (e tutte le puntualizzazioni precedenti non servono più). Al punto che la coscienza silenziosa può accorgersi di essere un tutt’uno con lo schema: fusa con la Via.

17 pensieri su “L’ACCORDO DEL PENSIERO CON LA VOLONTA’ (di F. Giovi)

  1. Aggiungo che chiunque potrebbe obbiettare che, in pratica, molto sul suo cammino si fonda su un sentire profondo, un nucleo di calore dell’anima.

    Verissimo! C’è unilateralità in ciò che ho scritto e la vita interiore è più complessa. Però dovrete convenire che quasi tutto quello che passa per spiritualità (antroposofica o meno) si palesa – dietro le mistiche rose – come un disdicevole essudato sentimentale alimentato da qualsiasi patacca mistica profferita da qualsiasi vecchia canaglia.

    Tali “condizioni dell’anima” sono le più lontane possibili dalla spiritualità vera. Credo lo sappiate con una certa chiarezza.
    Non è più il tempo delle mezze misure.
    Dunque rasoiate a destra e a manca: stimolano la circolazione e aprono nuovi scorci per la vita!

  2. Isidoro, la disciplina dell’anima dell’accordo del pensiero con la volontà e della volontà col pensiero è TUTTA la Via! Chi non voglia illudersi sa – per esperienza interiore – che non vi è altra Via. Ma Massimo Scaligero ammonisce -ricordando le enigmatiche parole di Lao Tsu – che la Via che conduce alla mèta non è la via ordinaria, ossia non è la via egoica, non può essere la via comoda, nella quale si è deciso in partenza di procedere al risparmio, di non andare sino in fondo, di praticare la Via sino a prima del punto in cui essa comincia ad essere dolorosa per la natura inferiore in noi. Non si percorre la Via per star bene, perché la natura in noi stia meglio, e noi con lei, bensì per esaurire la natura: per destabilizzare, demolire e dissolvere l’infida natura. Nella stessa “Filosofia della Libertà”, Rudolf Steiner mette in evidenza come l’attività del pensare volitivo sia dissolvitrice dei processi della natura naturata, e Massimo Scaligero sottolinea come questa natura oramai cristallizzata tenti con ogni energia e astuzia di sottrarsi a tale azione dissolvitrice. Per questo la Via non ordinaria, la Via assoluta, non può essere che la Via diretta: nella via retta e in quella lunga si può scorgere un evitare il confronto diretto e serrato con tale natura, confronto e lotta con essa sentiti come dolorosi, e per questo rimandati nel tempo. Per taluni questa può anche essere una necessità, e per tale necessità vengono aiutati ad aspettare. Ma un tale aspettare non è la Via, E’ ancora un cercarla, o un cercare il coraggio per percorrerla. Ci si accorgerà poi che l’avere aspettato non ha fatto aumentare il coraggio, anzi. Ci si accorgerà che l’aver preso tempo non ha veramente fatto maturare e non ha accresciuto le forze:_ non ha reso lo scontro con la natura avversa meno aspro, meno difficile, meno pericoloso.
    Anche a me, Isidoro, Massimo disse: “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola”. E sicuramente uno dei motivi di tale impossibilità di trasmettere è il dedicarsi di quasi tutti al risparmio delle forze interiori accomodandosi nella via retta e in quella lunga, e la carenza dei coraggiosamente disperati che non vedono per sé altra Via che il percorrere con ogni forza – anche con il coraggio di errare assai: quasi fatale in una landa selvaggia senza pietre miliari – l’aspro sentiero della resurrezione volitiva dell’atto pensante: Rito sacro al quale consacrare l’intera vita, al quale sacrificare ogni contingenza, indifferenti al successo o all’insuccesso di un tale ostinato praticare. Facendo così della concentrazione motivo a se stessa, praticandola – con asciutto amore – per amore della concentrazione stessa, e non di concupiti risultati, l’attesa dei quali o scema presto nella dedizione silente, ostinata e fervida all’azione interiore, o fa scemare l’azione interiore stessa, e la deviare alla ricerca delle comodità delle molteplici vie egoiche dalle seducenti promesse. L’aridità, affrontata da questo ostinato pensare volitivo, asciuga la mucillaginosa emotività, e dislega dall’impetramento del sonno somatico un volere di profondità prima ignoto. Si conquista così una continuità nell’azione interiore che trasforma l’intera vita nel Rito della resurrezione del pensiero e fa del conoscere – come dice Rudolf Steiner – una offerta sacrificale interiore dell’uomo agli Dèi e al Mondo Spirituale.

  3. A me succede a volte di non farcela più con la concentrazione ma quando sono proprio allo stremo di solito mi prendo una pausa con altri esercizi o meditazioni.

    Ora sto provando con molta calma e pazienza le prime due descritte in “Una Via per l’Uomo”.

    È un approccio sbagliato?

    • Caro Balin, è da qualche mese che pure io sto affrontando tale testo e l’operatività che esso implica. Solitariamente ed in comunanza con altri amici, in altri momenti ritmici di ritrovo. Un poderoso aiuto a tal proposito, come una specie di ponte tra l’essenzialità di tale testo del Dottore e la dispersione atomizzata dei nostri tempi, lo da il commento di Mimma Benvenuti sulla rivista Graal, a partire però dalla Quarta meditazione. Tre testi fatidici, quelli raccolti in quei tre anni fatidici per il Dottore, 1910, 1911 e 1912. Giusto tre volte trentatrè+tre anni fa…

    • Balin,
      questa è una Via di libertà, di autocoscienza e di responsabilità. Perciò ognuno, che sia onesto con se stesso, si regola secondo il proprio suggerimento interiore, secondo quello che Massimo Scaligero chiamava “l’organo della certezza interiore”, che ha sede nel cuore spirituale – non in quello fisico, o in quello vitale, e nemmeno in quello emotivo – dal quale, se veramente si è schietti e decisi, viene sempre l’indicazione spirituale che necessita.
      Personalmente, la condizione nella quale si dice che “non ce la si fa più” con la concentrazione, l’ho sempre trovata preziosa perché è un punto al quale si è giunti con lavoro interiore, dedizione, abnegazione e fatica, e non è – tale stanchezza – frutto di una mancanza o di un errore di impostazione del lavoro interiore, anzi! Ci si trova a quel punto perché si sta esaurendo la natura personale ed egoica, che in precedenza era inevitabile appoggio e supporto. Si comincia a comprendere che il vero lavoro interiore lo si compie prescindendo da tale supporto, e che l’ulteriore lavoro richiede una più intensa dedizione, una più radicale immolazione delle tendenze egoiche, una non recitata abnegazione. A volte cambiando ci si ritrova a ricominciare almeno una parte del lavoro necessario per portarsi nuovamente a quel punto, per affrontare nuovamente l’identica prova, il medesimo ostacolo, l’invariato limite. Personalmente, trovo più efficace affrontarlo sùbito, senza rimandare, perché prendendo tempo non è che tornando a quel punto sia aumentato il coraggio o la forza. semmai possono in parte essere scemate. Ma se si intuisce che l’esser giunti a tale stanchezza non è una sconfitta bensì una conquista si può tentare la temeraria impresa di insistere con ostinata pertinacia ed aumentata intensità e in tal caso le trasformazioni interiori sono inevitabili. Il coraggio e la perseveranza vengono sempre premiate dagli Dèi!

      • È molto difficile “capirsi” in questi momenti della vita… Però il fatto che Steiner stesso abbia affiancato le meditazioni agli esercizi mi fa pensare che ci sia l’effettiva esigenza di affrontarli entrambi. C’è pure da dire che il periodo non è dei più rilassanti. :)

  4. Salute a te, Isidoro, contento di incontrarti fra le parole. Mi aggiungo ai commenti perché non posso esimermi di esprimere la mia costante meraviglia e benevolenza nei confronti di questa poderosa sintesi che dà Scaligero con tale meditazione. L’ho amata a lungo negli anni, ed anche ho potuto « nuotare » nei contenuti che sintetizza e farne il mio emblema, nonché intuirne una focalizzazione possibile. Cioè questo: il centro di tale « collana » di contenuti è « l’equilibrio e la forza dell’anima »: quanto viene prima è quanto può attuare tale assetto, mentre quanto viene dopo ne è il frutto. Ed e proprio quanto « viene dopo » che ho avuto modo di notare che sia stato lasciato in disparte dai più. Grazie.

  5. Grazie a voi, amici: che mi sopportate (santi subito!) :)

    Balin, se mi permetti: quello che va bene a te è ciò che va bene!

    Comunque hai sfiorato un tema che, a mio parere, è difficile.

    Cioè quello dell’indipendenza del pensiero: sai che Massimo pigiava sul fatto che – ad esempio – il teorema di Pitagora può essere pensato anche nella cella della morte. Certo: diciamo di sedersi, di isolarsi, magari di farsi un caffè…ma andrebbe realizzato il fatto che il pensare non ha bisogno di supporti e tanto meno delle vicende dell’anima: in effetti si pensa anche quando si è stanchi, mortificati o delusi: dunque è possibile anche la peggiore concentrazione dell’universo.
    Discussi per due anni con Scaligero su ciò: non mi entrava nella zucca e ribattevo che un buon assetto PRECEDE sempre un buon esercizio. Massimo, con pazienza, mi ribadì sempre che il pensiero veniva prima (esercizi compresi).

    Cominciai a capire ciò che mi pareva assiomatico ma poco realistico, proprio con l’esercizio…NONOSTANTE..

    Con testardaggine pensante combattei fino alla consumazione? rivelazione? Mah!

    Saluti cari.

  6. Forse dovrei anche specificare un po’ meglio i miei tempi che sono poi quelli di Steiner… Anche per Maurizio che mi ha un po’ lasciato perplesso. Ogni meditazione, a farla tutti i giorni mi raccomando, richiede un annetto o due per dare frutto. Come si fa ad essere alla quarta “in qualche mese” ?

    Abbiamo appena parlato malissimo della “via del risparmio” occhio…

    Ovviamente isidoro io sono in un periodo in cui sento il bisogno di capirmi ” nel silenzio del pensiero” ( che non vuol dire “non pensare” ovviamente) ma ci sono arrivato dopo un cinque anni di concentrazione decisamente costante. Seppur con gli ovvi alti e bassi.
    Non mi sto autoelogiando è fin troppo poco quel che faccio. Sto solo dicendo che non gioco a ping pong e che la mia riserva di costanza ce la metto col cuore.

    Buon lavoro a tutti :)

    • Luigi, il buttare lo sguardo più in là non significa essere già in tale luogo, una cosa è lo studio, altra è la meditazione. Ti dicevo della « quarta meditazione » relativamente al commento di Mimma su Graal e non che la stessi già affrontando operativamente. Quando ho scoperto chi fosse Orao ho « ripreso in mano » tutto quello scritto su tale pubblicazione da lei, trovando pure questa coincidenza con la mia scelta di « studio » in corso, cioè il testo cui ti riferisci.

      • Il mio consiglio è di provare in futuro… Invece di divorare i libri di pratica come semplici letture (il che non è proprio “studio”a mio parere) seguili passetto per passetto senza “leggere il finale”.

        Non è un consiglio perentorio ma solo un suggerimento. Fai un tentativo e poi giudica da te. Non costa nulla :)

        Se un autore sceglie di pubblicare in anonimato lo fa perché vuole che le sue opere vengano recepite per quel che sono. Se ad un primo passaggio non ti hanno colpito che senso ha ricercarle ora solo perché hai scoperto che la personalità che le ha scritte è “famosa”?

        Non prenderle come critiche. Mi piace moltissimo il tuo agire d’istinto, solo mi è un po’ estraneo in questi campi. :)

        • Era una trappola, Balin, ti attendevo al varco :-) . Rispondi allora a questa domanda, come hai saputo che Leo di Ur era Colazza? Perché hai riconosciuto tu il valore dello scritto o perché qualcuno ha rivelato chi fosse e quindi…
          Ti ringrazio dei consigli, ma sono cose che attuo da… una trentina d’anni, circa, da quando me lo consigliò un cattivissimo e carissimo amico di Trieste, mi sembra proprio al caffè Tommaseo se non proprio a casa sua.
          Comunque io pure apprezzo il tuo fare… è che sono sempre sul chivalà per ogni singola parola che potrei postare di non pertinente perché il Balin potrebbe accarezzarmi di contropelo 😀 ( …tono scherzoso il mio eh? Ocio… )

          • …comunque, perdonami, Mimma è una delle persone che ho conosciuto a suo tempo, e rincontrato leggendo i resoconti degli incontri che faceva con il nostro Piero ed i suoi amici, ed è una delle persone verso le quali nutro una benevolenza infinita, non sapendo tralaltro che fosse famosa… 😉

          • Io ho scoperto di leggere colazza e di aprezzarlo da tempo tre anni fa grazie a Cosimo. Mi succede sovente di leggere cose che mi rimangono nel cuore e di “conoscere” l’autore senza rammentarmi il suo nome.

            Per il resto… Spero proprio nella tua bonarietà :)

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