SPIGOLATURE ESTIVE

Abu Simbel

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La corporeità è condizionante. O almeno esistono condizioni serie che dovrebbero essere combattute, superate, sanate o ridotte. Secondo le competenze che spettano ai campi della vita.

Cito le più importanti:

Un’estrema debolezza fisica che risulti da malattie in fase acuta e dolori forti. Essa è tale da influire sulla comune autopercezione animica e sembra dissolvere la volontà, anche quando l’individuo ha compreso tutto il meglio nei confronti della disciplina.

In questo caso occorre fare il possibile per ristabilire la salute del corpo.

Ho però notato, anche in casi molto gravi, che rimane la possibilità della preghiera che può essere persino continua. Ma, e ne abbiamo già scritto, vanno bene anche preghiere semplici e brevi. Se l’estenuatezza è massima ci si può affidare al Cielo, al Divino, lasciando che sia proprio l’estrema debolezza a “lasciarci andare”: “Nelle Tue mani, Signore”.

Troppi impegni pesanti nella vita di tutti i giorni, al punto di non lasciare tempo e energia necessari per una pratica sistematica e continuata. Una disciplina da week-end, anche se protratta, non porta a nulla. Guardate che ciò può nascondere furbizie e imbrogli: molte persone affette da “angina temporis” dovrebbero soltanto darsi priorità e scuotersi da parecchie attività inutili o abitudini troppo consolidate. Un mio amico ricordava sull’Archetipo  come il dott. Colazza, medico di una volta cioè impegnatissimo, praticava le discipline interiori più importanti alle tre di notte!

La mancanza di una convinzione interiore, solida e intuitiva, quasi una “persuasione” alla Michelstaedter, che quella della Concentrazione sarà una strada maestra per il senso della propria vita. Se questa mancasse totalmente, non dovendovi essere costrizione di alcun tipo, sarebbe forse meglio abbandonare l’iniziativa, poiché viziata all’origine o troppo prematura.

Queste ultime righe riguardano più la mente che il corpo: sono comunque espressione della mente in quanto subordinata alla corporeità. Occorre abituarsi a scindere l’Osservatore da ciò che chiamiamo mente o psiche: l’Io non è la mente. Madame Blavatski disse al riguardo: “La mente è un buon servitore ma è un padrone crudele”.

Ricordiamoci spesso quello che non è un’astrazione ma un duro fatto: la psiche asservita al corpo asservito alle forze più basse dell’anima è totalmente ostile ad ogni sforzo che l’uomo compie per domarla.

Chi dice di domarla fumando o sferruzzando è uno sciocco che va lasciato in pace.

Per la disciplina, che inizia dal controllo dei pensieri e si focalizza nella concentrazione vera e propria, non illudetevi mai, non esistono misteriosi supporti interni all’operazione.

Essa però può essere svolta in condizioni circostanti migliori o peggiori: Attenzione! Questa non è una regola aurea: può succedere che condizioni difficili stimolino forze più profonde e quella che avrebbe dovuto essere una condizione di sconfitta a priori diviene un’occasione irripetibile di illuminazione.

Tra gli aiuti (sempre e del tutto) esterni all’operazione, possiamo indicare quelli che l’esperienza ed il buon senso insegnano.

Non praticare l’esercizio qualora vi sia la certezza di improvvise irruzioni di altre persone; non  farlo temporalmente vicini alla pesantezza di attività digestive oppure nel riposo immediatamente successivo ad un eccesso di sforzi muscolari; evitare, per quanto possibile, il rischio di forti rumori improvvisi e inaspettati, non fare la concentrazione in posizione distesa. Poi, come tutti sanno, evitare l’alcol, anche nei suoi aspetti minimi, come nelle paste  o nei cioccolatini (Scaligero diceva che anche una sola goccia arretra di molto il lavoro precedentemente svolto. Ciò può sembrare eccessivo: ricordiamoci che un essere particolare come la von Halle, per stare malissimo le bastò l’alcol usato tra gli eccipienti di un dentifricio messo a contatto con lingua e gengive).

Viceversa può essere di minimo aiuto un leggero stimolante come il caffè (non per tutti!), una rinfrescata al volto e alle mani, meglio sino ai gomiti (in certi casi può servire una breve doccia fresca). Più importante è l’abitudine a vesti comode o almeno a liberare il corpo da cinture, stringhe o in genere da cose che stringono: flusso sanguigno e respirazione non vanno costretti.

La posizione della colonna vertebrale dev’essere naturalmente verticale: a ciò può venire in aiuto un cuscino posto all’altezza dei reni.

Meglio abituarsi, almeno per un certo tempo, ad una posizione generale. Le mani possono cadere sui braccioli, quando ci sono, o poggiate sopra le ginocchia. Alcuni tengono le mani congiunte (destra sulla sinistra).

Le gambe non andrebbero incrociate e la base del busto non dovrebbe trovarsi più in basso rispetto all’articolazione della gamba. A farla semplice l’immagine riassuntiva è data dalle ieratiche statue dei Faraoni in posizione seduta.

Queste sono indicazioni di base, che non hanno nulla a che vedere con l’attività interiore messa in moto nell’esercizio, così come il più volte menzionato tubo di rame è cosa diversa dal liquido che in esso scorre.

Quanto ho scritto favorisce soltanto il mezzo su cui l’esercizio, per molto o moltissimo tempo, poggia.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le regolette di questo mondo.

Fuori da Eco, ho ricevuto per altre strade alcune perplessità circa le “cose” più elementari di cui scrivo. Sono cose ovvie, mi è stato comunicato. E l’osservazione è giusta.

Ma non trovo del tutto scontato che si diano per scontate come banali le cose semplici.

Come già raccontai, io fui fortunato ad avere relazione con personalità di valore e con amici molto attenti e attivi. E, nonostante questo, non fu certo affare di un giorno il liberarmi dai lacci, alcuni sottili e profondi che mi tenevano tenacemente legato a pregiudizi, soprattutto a quegli inconsci, che non si vedono ma sono svegli e attivi nel tenerti al guinzaglio. E più erano “ingenui” e tenui, più erano attaccaticci.

Non suona alcun campanello quando, inerzialmente, scivoliamo da quattro o cinque pensieri chiari a zone di nebbia fitta. Il nostro primo compito dovrebbe essere quello di portare alla luce della coscienza desta ogni pensiero, superando, per attenzione cosciente e dedicata, quei nodi di pensiero che vagano sotto la superficie frenando o incagliando le eliche della nostra barchetta.

In fondo è quello che fece, a ben altro livello, il Dottore con il primo capitolo della Scienza Occulta: trarre a consapevolezza e rettificare i dubbi e le matasse che possono arrestare o alterare lo studio libero e spregiudicato di quanto si legge nei capitoli successivi.

Inoltre so che esistono persone assai dotate, le cui capacità vengono bilanciate negativamente da una solitudine assoluta. Persone che vivono in minuscoli paesi e che non hanno possibilità di rapportarsi a qualcuno: vedono il vivente nella natura che li circonda e si arrovellano sul concentrarsi al chiuso o all’aperto. Alcune di queste hanno bisogno anche del pur scarso dialogo che tento con queste righe.

Questo, amici miei, è reale, mentre baloccarsi col pensiero facile sui massimi sistemi è, da Oriente a Occidente, solo una perdita di tempo e un allontanamento dall’essenziale. Dunque “sapersi sedere” è un essenziale? No certo! Ma anche sì (non a caso Maestro Eckhart scrisse: “Ho conosciuto Dio sedendo”).

Dobbiamo essere scandalosamente veritieri con noi stessi. Capita spesso che persino una frase mutuata da Scaligero, come “Via del Pensiero” (la cito a caso), venga detta, ridetta e difesa a oltranza senza che essa, il suo contenuto, sia chiaro nella nostra coscienza.

Bene, ora dopo avervi annoiato, passo ad un altro gradino del tema…

…che potrebbe essere su quale sia il carattere della qualificazione che potrebbe spingerci al tentativo di una disciplina del pensiero.

Probabilmente le motivazioni iniziali possono essere di due tipi: uno “alto” e uno più pedestre…ma che al fine di un buon sviluppo di capacità valgono lo stesso.

La prima è la conseguenza di una vera ricerca spirituale: in essa il ricercatore vede che il protrarsi infinito di letture e studi porta ad una sola finestra da cui…saltare.

Cioè interrompere la dialettica (verso cui è possibile giungere ad una sorta di disgusto) e agire.

La seconda appartiene a coloro che almeno tendono ad adeguare la propria vita ad un modello più logico, oppure per ottimizzare la destità o acquisire un po’ di pace della mente o ancora per sviluppare l’arte di evitare le suggestioni esterne nei confronti del proprio pensiero o per sviluppare una volontà più forte che consenta una padronanza di sé nella vita.

Insomma, tra il cominciare assai tardi e il cominciare con obbiettivi non eccezionali, propenderei per la seconda opzione.

Credere che occorra iniziare da un pensiero raffinato è una maya come tante. Forse fuori di tema comunico un fatto che molti non conoscono. Scaligero, visto che l’impegno (la forza) interiore era assai spesso inversamente proporzionale ai personali monumenti del sapere, valutò seriamente di introdurre alla Via del pensiero alcune persone preparate soltanto con le basi dell’euritmia, naturalmente messa in pratica. Senza altre mediazioni intellettuali. Contingenze esterne impedirono questo…esperimento.

In ogni caso la concentrazione non può essere un rifugio o un’evasione dal karma individuale e dal dharma generale della vita.

D’altronde superare l’invisibile trama di forze che si oppongono alla pratica della disciplina del pensiero è più difficile che conseguire una…laurea universitaria. Sebbene molti uomini normali siano capaci di completare in modo soddisfacente un corso di studi superiori, non tutti sono capaci di creare in sé stessi qualcosa che prima non era presente, cioè la capacità di concentrarsi, anziché accontentarsi di un semplice bagaglio mentale.

Mi soffermo, per ora, sugli ostacoli interiori.

Grosso modo, forse l’ostacolo principale riguardante la concentrazione è la natura emotiva incontrollata dell’uomo comune e impreparato.

Nella tradizione orientale esiste un termine che indica le tendenze mentali e astrali. Il termine è “vasana”. Mi sembra pratico, come quelli più in uso, come karma, maya, eccetera.

I vasana possono, nella concezione grossolana di buono o cattivo, essere di ambedue le specie, ma per una ascesi sono tutti ostacoli; sono indesiderabili e andrebbero minimamente arginati.

In parole povere, siamo capaci di rifiutare di occuparcene, almeno quando ci apprestiamo agli esercizi animici? Quali risultati possiamo aspettarci da questi se siamo del tutto incapaci di frenare o sospendere collera o avidità nei confronti di chicchessia e di conseguenza essere come costretti a pensare e sentire incessantemente al tale o alla tal cosa?

Ho indicato il negativo ma anche un irrazionale attaccamento alla famiglia che ci porta una continua ansia per il benessere di ciascun componente (dimenticando che possiamo portare amore ma anche rispetto per il destino di ognuno), può diventare un handicap formidabile.

Insomma, il risultato è che ci si trova incapaci di arrestare o equilibrare i pensieri superflui e persistenti.

Perciò disciplinarsi, dominarsi, vietarsi l’influenza dei vasana è uno dei lavori più severi che l’operatore deve fare in sé.

Mi pare che ben pochi siano coloro che da tali influenze vorrebbero davvero liberarsi: sono ancor meno di quelli che vogliono fare la concentrazione (Toglietemi tutto ma non i miei vasana!). Permettetemi la battuta in parentesi, ma si è potuto vedere spesso come figure di valore e capacità di visione, siano stati buggerate in queste zone, del tutto primitive e fin troppo poco  capaci di disciplina.

Un altro ostacolo, relativamente difficile poiché non esce sempre allo scoperto è il “materialismo istintivo”. Sembra una contraddizione ma vi sono anime attratte dalla spiritualità eppure incapaci di pensare o credere o sentire qualunque cosa che non possano toccare o vedere: è cosa che può raggiungere un notevole livello di raffinatezza in quanto tali soggetti possono trafficare con i grafici che presentano l’evoluzione dallo stato saturnio, possono ascoltare conferenze o leggerle…ma quando si staccano da tali forme legate alla percezione sensibile, per essi i mondi interiori non esistono più, il pensiero ridiventa un fenomeno astratto e collaterale.

Finché non si giunga ad avvertire una minima oggettività del pensiero o intuire una visione cosmica dell’uomo, il materialismo istintivo è un ostacolo, magari latente.

Essere in potere della superstizione è un altro grave ostacolo. Anzi, è una schiavitù della mente. Essa è costretta a pensare torcendo ogni realtà obbiettiva, popolandola di nessi spettrali. Quasi sempre il fratello della superstizione, il fanatismo, soccorre e nutre l’empia sorella.

Mi ricordo che F.G. si rammaricava per aver ricordato sull’Archetipo l’esercizio della moneta (qui ora non lo spiego). Persone “normali” gli scrivevano per avere delucidazioni e chiarimenti sul “responso della moneta”: chiedevano alla moneta cosa avrebbero dovuto fare nel decorso della giornata e via dicendo!

La faccia di una moneta come sostituto alla propria responsabilità d’azione: uno scambio perfetto.

Un’altra barriera che chiude la porta alla disciplina pratica è la mania di leggere troppi libri. Ciò procrastina l’azione all’infinito. Ci si procura un libro interessante perché sembra dire qualcosa di nuovo, poi terminato quello si procede avanti in una interminabile ricerca. Così è possibile trascorrere l’intera vita. Ci si dimentica che i libri sono realmente più numerosi dei mesi e degli anni da vivere. Quindi a che serve leggerne vagonate e poi morire prima di usare le cose che si sono conosciute?

In certi casi non è una bulimia che spinge il lettore ma una insoddisfazione per quanto ha sinora incontrato. Questi sono i casi in cui la ricerca deve proseguire.

Gli alcolisti e quanti sono dediti ad altri vizi che creano assuefazione non possono, in tali condizioni, praticare la concentrazione. Senza esaminare il lato occulto, la ragione più evidente è che la loro forza di volontà è prossima allo zero. Se le pessime e distruttive abitudini sono irrinunciabili, dove potrebbe trovarsi una forza interiore bastante per sopraffare la pigrizia e l’apatia mentale?

Altro ostacolo che frena da subito la giusta capacità di tentare positivamente il viaggio interiore è lo cercare “aiuti” da tutte le parti fuorché in sé medesimi. Vi sono spiritualisti in perpetua ricerca di grucce e bastoni. Qui tutto sembra far brodo. Con un atteggiamento assai tipico nei nostri tempi, si desidererebbe che “altro” facesse tutto al posto nostro. E’ con questo imbelle ed ottuso egoismo che ci si trascina da una conferenza all’altra o che si saltabecca da una massima morale ad una “immagine spirituale”, vampirizzando da ciò quello che sostituisce l’inazione individuale. Persino la preghiera, in questo caso, ha solo il significato di dire: “Signore, fai tutto tu perché io non ne ho voglia”!

Termino riprendendo la nozione di vasana che si applica fin troppo bene alla politica.

Con l’eccezione del limpido testo omonimo di Aristotele, la “passione” politica è quanto di più lontano possa esserci da un reale cammino interiore. Se idealmente potrebbe essere diverso, nella realtà essa separa, divide gli uomini, accende “fuochi” di oscura origine, genera ideologia e preconcetti giungendo sino all’odio. Anche quando si veste di nobili intenti.

A risentirci. Vedremo di trovare qualcosa di buono che implementi volontà, pensiero e destità ai fini di una sana disciplina, cioè quella che insegna all’uomo lo svincolamento da l’ enorme egocentrismo che lo imprigiona.

Queste cose sono come la fascia di asteroidi: i mille puntolini che orbitano intorno alla concentrazione: spesso quelli utili ruotano lontani e gli inutili tanto vicini che impattano l’esercizio sviandolo dalla retta orbita.

Se così non è, è pur qualcosa di simile: a sentire di tutti quelli che dicono di fare l’operazione, avremmo ad ogni passo iniziati e il mondo sarebbe guarito e salvo.

La natura del fondamentale è così “semplice” che in realtà articoletti di questo genere non dovrebbero nemmeno essere scritti e pensati.

Eppure mi par di vedere nella boccia della visione che così non è, che la mascalzonaggine così propria alle nostre anime, è ingegnosissima nel trovare scuse, travestimenti, nascondigli che evitino l’atto vero e questo avviene all’infinito!

Del resto questa formidabile attitudine già appare in tutta la sua gloria davanti alla lettura seria, di un testo fondamentale e credo ci sia poco da fare. Il Dottore, in parole povere, chiede una cosa sola: di pensare i pensieri che il libro ti offre l’occasione di pensare.

Mi sa che devo chiarire, e lo faccio nel modo più semplice: da una parte abbiamo un quid che chiamiamo percezione, dall’altra abbiamo il pensiero che incontra la percezione. Dall’incontro dei due, nella coscienza umana si forma un qualcosa che chiamiamo rappresentazione. Fin qui i fatti che non sono né buoni né cattivi (certo, la faccio semplice ma credetemi: non occorre affatto complicarla). Il brutto da bollino nero giunge quando l’uomo, il cosiddetto ricercatore spirituale, si lascia dominare dalle proprie rappresentazioni, come se queste, anziché essere mediatrici necessarie alla conoscenza (come diceva Goethe), fossero inappellabili demiurghi.

Allora sì che diventa possibile smantellare la FdL senza neppure leggerla: le proprie, inappellabili rappresentazioni, anche quando sono solo dei gusci di noce piccoli e vuoti determinano ogni realtà. E ogni esortazione a pensare con un briciolo di oggettività diventa un discorso ai sassi.

Ciò avviene anche ai sacramentati “alti livelli”: c’era il Dottore che avrebbe salvato solo la FdL poiché da essa sarebbe potuta scaturire tutta l’antroposofia, ora invece abbiamo Prokofieff che sdrucciola nel Gran canyon come Wile Coyote, tentando di spiegare con l’antroposofia la FdL (e quel che è peggio, con la “sua” antroposofia).

Amen…torniamo a livello del suolo. Non sarà mai troppo ripetuto che la concentrazione, quando la si realizza, fa a meno di qualsiasi supporto fisico o psichico e che tale atteggiamento di indipendenza dovrebbe essere un tentativo continuo anche quando si lavora per arrivarci. Questa indipendenza già la possediamo naturalmente quando l’attenzione viene completamente assorbita nella lettura o nell’osservazione di un fenomeno.

Ma appena determiniamo volitivamente un pensiero del tutto cosciente, iniziano i dolori: non c’è cosa che non inizi a sbraitare in noi, cominciando dalla corporeità.

Alcol a parte, nessuna delle indicazioni può o deve costituire una forma di obbligo: dobbiamo piuttosto compenetrarci dalla non facile intuizione che l’attività del pensiero voluto è indipendente da ogni condizione corporea e ciò è assai più importante per lo sperimentatore di tutte le regolette di questo mondo. Sì, l’ho già scritto, ma lo ripeto di nuovo.

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