SULLA PRATICA

 (Coscienza della luce – Marina Sagramora)

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Sulla Concentrazione  potrebbero bastare le righe iniziali di una vecchia lettera di Scaligero che ripropongo qui sotto:

“La concentrazione deve essere un’operazione assolutamente semplice, inintellettuale, indialettica (pur servendosi della mediazione delle parole, la più parsimoniosa possibile): è una concentrazione di forza e nient’altro (….) riescono nella concentrazione perché ne fanno solo una pratica di intensità di pensiero o di attenzione portata al massimo, e questo è invero tutto”.

Se l’ho rimessa sotto i vostri occhi è solo perché so bene che occorre tempo per comprenderne il senso, semplice e, se si vuole, brutale, e assai tempo per fare o tentare una cosa del genere e, badate bene, sto parlando a chi è convinto e non a chi non ne vuol sapere.

Se uno, lo dico per analogia, non vuol tuffarsi, esso è padronissimo di non farlo e nessun incitamento o convincimento di altri gli farà cambiare proposito ma anzi lo irriterà e lo indurrà a mantenere anche più saldamente la sua posizione di rifiuto.

Ma è purtroppo anche vero che le astuzie che l’anima (astrale) mette in moto sono infinite.

Dipende dal punto di vista: se qualcuno ha capito e segue con ogni goccia di coscienza l’indicazione di Scaligero, i trabocchetti e gli impedimenti rimangono, ronzano, ma senza il pungiglione. Sono come i rumori di fondo: che esistono ma vengono superati con la ripetuta dedizione della coscienza sempre più focalizzata sul tema predeterminato.

In tale senso non c’è nulla da dire o di aggiungere, poiché tutto viene fuso nella fornace dell’attenzione (per quanto possibile) totalmente dedicata.

Nella prassi, la differenza tra la Concentrazione e le vie più antiche è massima.

Non è mai esistita una ascesi superiore che non abbia utilizzato un’ampia serie di compromissioni psico-fisiche per attutire, ridurre sia l’impatto sensoriale, sia la molesta presenza interiore di pensieri e sentimenti vaganti per proprio conto. O che non abbia preparato l’anima ad una intonazione morale o religiosa: l’equivalente interiore di una sorta di cerimoniale con tanto di vesti, simboli e formule propiziatorie.

Quanto detto non nega il valore delle altre forze dell’anima ma sottolinea soltanto la cruda essenzialità dell’atto compiuto dall’io pensante che in questa fase iniziale ma fondamentale dell’Opera interiore ha invero bisogno solo di sé stesso, della sua propria attività liberata dalle scorie di ogni altra cosa.

Appoggiarsi ad altro, a qualsiasi cosa, sta a significare che l’assunto dell’esercizio non è stato ancora capito.

Le “varianti” individuali non hanno, per sé stesse, alcun significato concreto: usare parole o immagini o ancora parole e immagini, procedere più lentamente o velocemente nell’iter discorsivo; fare concentrazioni più lunghe o più brevi e persino farne molte o poche durante la giornata, sono solo modi che si adattano meglio (o peggio) alla capacità personale del momento.

Nel passare del tempo sarà il medesimo individuo a cambiare, a fare quanto possa infrangere il limite del momento.

L’unico senso positivo di qualsiasi modalità dovrebbe essere quello di farsi veicolo del massimo della forza d’attenzione concentrata.

Ripetere (con la massima determinazione) più volte al giorno l’esercizio è utile per stimolare la volontà portandola ad un limite  (oppure oltre quel limite) che non si sarebbe capaci di superare usando pochi minuti durante la stessa giornata.

La domanda su quante volte sarebbe opportuno ripetere la disciplina dovrebbe avere, come risposta più sincera, il consiglio di praticare fino a quando non avverte l’insopportabilità dell’esercizio per l’anima, quella che viene sentita come anima personale. Si dovrebbe entrare in una zona di dolore interiore col carattere dell’insopportabilità: se l’incursione riesce e ci si sente capaci di “tener fermo” in questo lago di dolore, significa che si sta attraversando la barriera cerebrale. Poi è l’interiorità che ci dice se l’esercizio, praticato troppo spesso o troppo a lungo, macini a vuoto.

Ciò che espongo senza tatto è duro ma necessario, poiché il grande segreto della Concentrazione è portare il Volere nella sfera del Pensare. E una simile Volontà non è quella comune, il brodino misto che la natura ci permette, ma è una Forza vera, una Potenza sconosciuta, più concreta del marmo di Carrara. Non è certo una di quelle forze, donate da questo e quello di cui si ciancia, suppongo allegramente, poiché non sono reali ma solo desiderate e sognate.

Come in palestra si spendono energie, anche un grande sforzo nell’esercizio richiede un grande consumo di energia: come per lo sforzo ginnico e sportivo, vale poi mangiare sufficientemente e dormire sufficientemente….poi giungerà il momento in cui le energie fluiranno dal Silenzio e da ciò che è oltre il Silenzio: tutto avviene in trasparente conoscenza: prima non dedurre stime e capacità che mancano. E’ solo così che ci si può far male.

Che le cose vadano per il giusto verso occorrono tre cose: destità per essere, sforzo per fare e resistenza per non mollare.

Sovente, presso un superamento della condizione precedente il lavoro interiore, si ha un effetto-conferma sino al corpo fisico: una destità maggiore riposiziona con il suo intervento l’asse verticale (colonna vertebrale), un approfondimento continuato abbassa il respiro che da toracico diventa automaticamente addominale e persino spinge in fuori la pancia (ciò significa che il centro inferiore della Forza (hara) inizia ad attivarsi oltre la funzione comune): questo è un buon sintomo perché indica che la fragile e tormentata zona dei sentimenti cede il posto di prima fila alla stabilità della zona del volere.

Naturalmente tutto ciò è individuale e relativo (comunque andrebbe avvertito a posteriori) e poi, alla fine fa parte della serie di ciò che è imperdurante: con la vera Concentrazione e con il Silenzio che l’accompagna, la tenaglia che ci tiene troppo vincolati ai ritmi ed ai fenomeni corporei, si allenta: solo ora possiamo dire di essere svincolati dalle forze corporee del soffio e delle altre forze corporee che s’erano travestite come fossero espressione dell’anima.

Ricordatevi sempre che i “fenomeni” che accompagnano il viaggio sono da un certo punto di vista stimolanti e positivi, ma quasi tutti sono anche segni del nostro servaggio alla corporeità, persino quando appaiono come squisite impressioni interiori. In molti casi, nel tempo, i fenomeni strani tendono a scomparire. Ciò indica la realtà del loro scarsissimo valore.

Rispetto al mondo esteriore e agli altri uomini, subentra nel tempo quello che Scaligero chiama “atarassia” e, se non le si desse automaticamente un significato (umanamente!) negativo, potemmo anche chiamarla ‘tersa indifferenza’ poiché non è maculata da simpatia o antipatia o personale interesse.

Poi se qualcuno pensa che tale indifferenza ci renda gelidi o lontani è solo perché non pensa fino in fondo (ma questo significherebbe sperimentare qualcosa ed è quello che non si vuole). In realtà ci si amplia, si esce dalla gabbietta delle proprie rappresentazioni – c’è gente che si autonomina esoterista o veggente e la vedi contratta in sé – si può guardare il mondo e gli esseri che ci attorniano senza i “veli di maya” del nostro avvolgente fardello…è allora che termini come amore e compassione possono trovare posto nella realtà e non essere solo lo specchio personale di carattere ed istinti o finzioni.

Gli esercizi esoterici, e con essi la concentrazione non si sottraggono a tale silente indifferenza: ora il motivo per il quale possono venir continuati nasce da una intuizione altrettanto certa e vera come per gli occhi fisici sono certe e vere le cose viste.

Insomma, cambia il panorama e il movente delle azioni…e per i più rimane incomprensibile la mia ostinazione a promuovere la Concentrazione come Via maestra per la reintegrazione all’Essere spirituale che siamo, che affermiamo di essere e di cui, in realtà, come individui pesantemente terreni, ne siamo lontanissimi.

Però, se non vi dispiace, ora continuiamo un pelino più seriamente il discorso intorno ai tanti supporti di base che circondano la pratica più difficile del mondo.

E già qui mi contraddico, perché la Fenice di cui stavamo parlando è in sostanza l’atto più privo di supporti che si tenta di compiere.

D’altronde se si intuisce ciò si comprende pure che i “supporti” allusi indicano più che altro quello che è meglio non fare: e con questo si intende, nel ‘tutto compreso’ anche le condizioni migliori e le abitudini peggiori – ma niente è obbligato: alla malora i moralisti che in qualche modo orbitano intorno all’esercizio della concentrazione!

Allora iniziate con lo slacciarsi le cinture strette (se non siete soli, fate in modo che non si fraintenda), ora mi calo più in basso…sino ai piedi: slacciate anche le scarpe (sciogliete le stringhe) se pure queste sono strette. Il senso generale è che il corpo non sia costretto e che il sangue circoli più liberamente possibile: questo fa parte della salute.

La pura concentrazione non implica più tensioni e squilibri, fisici o psichici: essa è potenzialmente risanatrice per i mali dell’anima e del corpo.

Può esserlo meno il lungo percorso che va dal primo tentativo di controllo del pensiero alla concentrazione vera e propria giacché per lungo tempo non si è capaci di sforzo interiore senza tendere nervi e muscoli, anzi portando ad essi una acuita sensibilità. Queste difficoltà non vanno combattute col rilassamento che rappresenterebbe una battuta d’arresto durante l’esercizio e, in generale, un ripiegamento verso l’usuale dominio della corporeità sul mondo interiore: solo l’insistenza dell’osservazione cosciente e voluta verso l’oggetto di pensiero attua la condizione eccezionale in cui l’osservatore e l’osservato attuano la loro dinamicità nella pura e sola sfera del pensiero.

Mitteleuropeo ha ragione da vendere quando ricorda l’importanza dei 5 ausiliari: essi valgono a molti livelli. Anche se pur essi diverrebbero un disastro se il III, il IV ed il V (equanimità, positività, spregiudicatezza) venissero artificiosamente rappresentati,  sentiti e indossati come una maglietta. Ho conosciuto persone finite con esaurimenti abbastanza gravi per aver irrigidito l’anima nella vuota rappresentazione di essere nella condizione suggerita dagli esercizi, realmente mai attuati o attuati formalmente, che è la medesima cosa.

Del resto è importante ricordarsi, senza illusioni su sé stessi, che l’elemento inferiore dell’anima, cerca sempre le vie sbagliate per non seguire la retta opera. Già negli anni trenta l’avv. Martinoli (quello che permise di fatto la fondazione della Società Antroposofica in Italia) rilevava che il legame con il Dottore non sarebbe stato perduto e non vi sarebbero state le lotte fratricide della Società, se gli antroposofi avessero ottemperato alle 5 discipline e (soprattutto) ai conseguimenti che a esse rispondono.

E’ un ideale alto e difficile che gli uomini facciano le cose giuste e la difficoltà si eleva a potenza quando le azioni rimandano alla conoscenza, al rigore ed alla veridicità nel segreto dell’anima.

Già quando (nella Società) si vogliono esporre le discipline come “igiene interiore”, qualcosa di essenziale è andato perduto.

Paradossalmente occorrerebbe la pratica della pura concentrazione per possedere una minima idoneità a trasmettere ad altri (oltre che a sé stessi) il senso vero degli esercizi esoterici – poiché esoterici sono! – anche quando sono visti come ‘preparazione’…

Preparazione a che? Prego farsi queste domande, qualche volta almeno!

Per mio conto sono affezionato al “rasoio d’Occam”, cioè alle soluzioni più semplici.

Sovrana tra queste è il ‘passeggiare’. Che ha estimatori illustri, come ad esempio Goethe. A uno che dalla Germania avverte che nell’estremo sud dell’Europa sta accadendo qualcosa di tremendo (terremoto di Reggio e Messina, 1783) credo si possa dare ascolto.

Vi ricordate l’inizio della II parte del Faust? Dove Ariel canta: “Elfi piccini ma dal grande cuore, dove possan giovare, accorron là. Incolpevole o reo, nel suo dolore, li muove ogni infelice alla pietà”.

La natura aiuta tutti, e con più forza quelli che hanno un’anima. Anche coloro che vivono al centro di una città possono realizzare, con il forte contrasto dei rumori e del brulichio che gli attornia, il senso dell’aria, più alta degli edifici, permanente e azzurrina, luminosa e libera oltre ogni umano confine e oltre la pesantezza di quanto è terreno. Poi qualche grande albero: vivo per il succo vitale che scorre da radici a foglie, odoroso perché questa è la parola di un essere muto e amico, vivo nella sua sapiente immobilità, ombra di celesti saggezze.

Potrebbe essere una passeggiatina di poche centinaia di metri, prima di cena o qualcosa di più importante. Il camminare è poliedrico, ha molti aspetti. Un mio amico ne ha scritto sull’Archetipo. Ma il senso più immediato è il sentire la natura (basta l’aria, l’imbrunire, il mutare della luce) anche “omeopaticamente”. Già così lenisce e risana il nostro interiore, ridistribuisce realtà e proporzione alle cose, disinfetta dai troppi ripiegamenti su sé stessi.

In tema di “salute” non andrebbe dimenticata la pratica sportiva o ginnica. Non c’è nessuno, salvo portatori di malanni immobilizzanti, che non possa trovare qualcosa di idoneo alle sue possibilità, calibrato su tempo, costi ed età. Una attività progressiva, di breve durata e ripetuta due o tre volte alla settimana offre solo benefici al corpo e alla psiche. Tendere ad esser sani e validi per la vita non è né un miraggio né un lusso inutile.

Portare nella corporeità maggiore consapevolezza, disciplinare la stessa volitivamente, stimolare i processi metabolici, rigenera quello che è concretamente il terreno da cui si parte per l’avventura interiore. Al contrario vige nascosto in certuni un pensiero/sentimento che vincola gli atti dell’anima ad una condizione di malessere psicofisico inteso come una strana qualità, una sorta di merito verso lo Spirito. Ciò potrebbe essere un residuo di antiche forme di spiritualità in cui il corpo veniva ripudiato e macerato. Mentre vale ancora il ben conosciuto detto: Mens sana in corpore sano.

Ricordatevi che una delle massime individualità spirituali del nostro tempo, Mirra Alfassa Blanche Rachel, chiamata con qualche fondato motivo “La Mère”, praticava ogni mattina qualche partita a tennis (il suo sport preferito) anche a ottant’anni suonati!

Digressioni di poco conto? Per qualcuno sì e per altri no.

Però mi sa che dovremo tornare al centro del discorso. Quello difficile perché nella pratica dell’esercizio non esiste un metro universale, fatte salve la volontà, l’attenzione e la costanza.

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