Nagarjuna e la Via del Vuoto

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Perciò, mentre in coloro per cui, come sacrificio, vale la diffusione della legge e che ad essa, con sacrificio continuo, offrono, nel triplice mondo, libazioni, la dottrina del non sé, proclamata dal Tuo ruggito di leone, estirpa la paura provocata dall’errata opinione di un essere — essa impaùra invece l’ottuso gregge degli eretici. Nagarjuna

Ho avuto modo di leggere, qualche settimana fa, su internet queste parole del grande Nagarjuna, riportate da Eugenio Rastignac. Queste parole mi hanno risvegliato nel cuore e nell’anima il ricordo di qualcosa intensamente vissuto in vari incontri che ebbi con Massimo Scaligero. Prima dell’incontro con lui, seguivo per quel che potevo – data la pochissima stima che sin troppo giustificatamente avevo nei confronti degli ambienti sedicenti “spiritualisti”, preferivo procedere “in solitaria”, come dicono gli alpinisti – le Vie dell’Oriente: lo Yoga, il Buddhismo sia Theravada che Mahayana, lo Zen.
Il mio incontro con la Via del Buddha Shakyamuni – avvenuto alle soglie dell’adolescenza – fu per me «amore a prima vista»: un grande amore che tale è rimasto. Vi sono persino taluni che, con intenti ingiuriosi, mi tacciano tuttora di essere «buddhista», facendomi involontariamente un immeritato onore. In futuro mi sforzerò di meritare maggiormente un tale ingiurioso epiteto.

Quel che, invece, mi colpì tantissimo nella figura di Massimo Scaligero, e nel suo insegnamento, fu scorgere quanto fosse vivo in lui l’elemento di eternità che nel Buddhismo, al di là delle forme storiche inevitabilmente traseunti, si era manifestato ai miei occhi in maniera veramente folgorante. Quando lessi, e innumerevoli volte con ardore meditai (ed ancor oggi con accresciuto ardore medito) il Trattato del Pensiero Vivente, mi dissi: «Questa è l’essenza della “Via” del Mahayana, l’essenza della Via del Vuoto che Nagarjuna, diciotto secoli fa, in India, aveva voluto indicare».

Naturalmente, come scoprii strada facendo, nel Trattato vi era molto altro, e ben altro. Massimo Scaligero con ogni evidenza mi appariva possedere magistralmente, in maniera dinamica, l’essenza ascetica e realizzativa di quelle antiche Vie, per me così affascinanti. Non solo: sin dal primo incontro egli mi chiese – esplicitamente – di continuare al coltivare lo studio e la meditazione dei contenuti del Buddhismo Mahayana, dandomi anche delle indicazioni di esercizi e di pratiche che nel tempo molto mi aiutarono, e ancor oggi molto mi aiutano.

In genere, a parte lui e ben poche altre eccezioni, ho trovato negli ambienti “scaligeropolitani” (come chiama, con divertito umorismo, il mio amico C. gli “abitanti di Scaligeropoli”), pochissima comprensione, molti pre-giudizi, poco intendimento e molti fraintendimenti, concezioni molto rozze nei confronti del Buddhismo in generale e del Mahayana in particolare. Ed aveva perfettissimamente ragione il Buddha Shakyamuni nel dichiarare che «l’ignoranza è la radice di tutti i mali». In Massimo Scaligero, invece, vi era una mente vasta quanto il suo vasto cuore, e la profondità della sua comprensione era per me, ad ogni nuovo incontro, motivo di rinnovato stupore. Egli non si recludeva negli angusti limiti di una “ideologia” occultististica, sotto qualsivoglia etichetta questa si presentasse.

Una volta disse addirittura che vi era un Sutra mahayanico, nel quale il Buddha Shakyamuni descriveva l’esperienza del Pensiero Vivente. Egli non disse allora – ed anche qui non verrà detto – di quale Sutra si trattasse, perché voleva che il cercatore facesse il giusto e necessario sforzo di ricerca, in modo da giungere in maniera autonoma alla scoperta e al riconoscimento. Il giovin cercatore con diligenza e tanto ardore cercò, e infine trovò il Sutra e la descrizione del Pensiero Vivente che il Sublime ivi faceva. Una volta, poi, espressi a Massimo Scaligero tutta l’ammirazione che mi suscitava la figura di Nagarjuna, ed egli mi fece tutto un discorso – che letteralmente mi incantò – sulla Via del Pensiero, sulla sua arcana e segreta antichità, e mi rivelò come proprio Nagarjuna fosse stato uno dei primi – tra i più audaci e radicali – pionieri della «nostra» Via del Pensiero. E mi indicò come fondamentale per me, per la mia Via, la meditazione del Madhyamikakarika, ossia delle sue Stanze del cammino di Mezzo.

Quella di Nagarjuna è indubbiamente una Via ardua e temeraria: una Via forse per pochi: una Via che molti evitano, perché la temono. Ma anche all’inizio del Trattato del Pensiero Vivente Massimo Scaligero dichiara che la Via da lui indicata, è forse per pochissimi.

Anche la Via del Pensiero, nella sua adamantina purezza, è evitata e temuta. Perché una tale Via è temuta? È temuta perché l’«atto puro» del pensare, il «vuoto» del pensare, «dissolve» i pensati, le rappresentazioni, i pre-giudizi, le «opinioni» quali che esse siano. «Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti»: queste parole son scritte nel primo capitolo del Trattato.

Di fronte all’essenza «vuota» del pensare, dell’«atto puro» del pensare, indipendente da ogni contenuto di pensiero, tutti i pensati bassi o sublimi, aristocratici o plebei, significativi o banali, si equivalgono: tutti, in quanto pensati, sono la morte dell’atto pensante che, nella coscienza riflessa dell’uomo caduto, va irrigidendosi nell’esanime forma cristallizzata. Tale forma è un mero nulla senza quell’atto pensante, e la sua natura – direbbe Nagarjuna – è, appunto, «vuota». Mentre l’atto del Pensiero Vivente nel suo folgorare è «vuoto» proprio per il suo essere al di là di «nome» e di «forma», il mero pensato – e quindi la smorta rappresentazione, l’opinione, così cara agli umani – è «vuoto» per la sua impossibilità di esistenza autonoma, per l’illusorietà di un suo esistere ex se, sussistendo solo in relaziona ad «altro», anch’esso ugualmente «vuoto» di «natura propria», come direbbero i buddhisti.

Quindi se l’«atto» del Pensiero Vivente è «vuoto» per «sovrabbondanza» di contenuto, il pensato è «vuoto» per «carenza» di contenuto proprio.

Gli umani non amano che il «vuoto» del Pensiero Vivente dissolva quella «apparenza» che essi credono tanto reale, apparenza ch’essi bramano, per la quale lottano, temono, odiano, non rendendosi conto, appunto, che quella apparenza è «vuota», è un «nulla». Gli umani, nella loro torpida inerzia, non amano essere distolti dalle proprie bramate illusioni: temono, evitano, e persino odiano quel Mondo Spirituale al quale li «apre» l’atto del Pensiero Vivente: per loro è il Mondo Spirituale, e non la loro tanto bramata «apparenza», ad essere un mero nulla. Unicamente il dolore, anch’esso dotato di grande potere dissolvente, può mostrare quanto gli umani in tale giudizio errino, e quanto insana e improvvida sia la loro scelta di «attaccarsi» a tale apparire come ad una realtà concreta.

Il processo conoscitivo che, lungo il sentiero dell’esperienza interiore diretta, conduce dal morto pensiero riflesso all’esperienza del pensiero-folgore, attraverso una intensificazione volitiva che porta sino al Pensiero Vivente, è un audace «denudamento» dell’atto pensante, una progressiva liberazione del pensare da ogni contenuto di pensiero, del quale l’atto pensante si è servito nella pratica ascetica solo come necessaria, ma provvisoria, mediazione. Mentre l’atto puro del pensare, «vuoto» di pensieri, è l’autentico «immediato», un «assoluto» solo su sé fondato.

Nagarjuna, nelle sue Stanze del Cammino di Mezzo, propone un cammino interiore simile, ossia un cammino nel quale all’atto conoscitivo vengono tolti – con una radicalità che le attuali anime «belle» possono trovare particolarmente spietata – tutti gli appoggi illusori, vengono demoliti tutti i pre-giudizi che si ritengono «ben fondati», tutte le «opinioni» più amorevolmente accarezzate, mostrandone abilmente la totale contraddittorietà e la basale illogicità. Nagarjuna spezza tutti i «sistemi» ai quali l’anima vagula blandula degli umani si rivolge nella sua ricerca di consolanti quanto illusorie sicurezze. E togliendo progressivamente ogni appoggio, demolendo ogni opinione, smascherando l’infondatezza di ogni pre-giudizio, Nagarjuna conduce l’audace cercatore del Vero ad una condizione interiore di «vacuità», di libertà da qualsivoglia condizionamento: conduce ad una «rivoluzione» – nel senso geometrico del termine – che nel Buddhismo Mahayana viene chiamata ashraya paravrtti, ossia «revulsione» o «rovesciamento dei supporti e degli appoggi». Come è detto enigmaticamente da Massimo Scaligero in Magia Sacra :

Ci si sostiene sempre. Ma ad un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare ad essere veramente vivi.
Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia a essere.
Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi.
Chi vuole reggersi, non ha capito
.

Il «vuoto» è una condizione interiore di libertà da ogni limite e da ogni condizionamento, non un’altra «opinione» filosofica: Nagarjuna, infatti, nella sua compassionevole spietatezza, demolisce anche l’opinione della «vacuità», dicendo che essa è la liberazione da ogni opinione e che «coloro per i quali anche la vacuità è un’opinione, i Risvegliati li hanno considerati inguaribili». Infatti, Il Cammino di Mezzo, indicato da Nagarjuna, non fa altro che riprendere quel Sentiero Mediano prima percorso e realizzato, e poi indicato, dal Buddha Shakyamuni.
Se si applicasse un tale criterio di radicalità conoscitiva alle attuali comunità sedicenti spiritualistiche, il risultato sarebbe davvero poco consolante, e molto mal prometterebbe circa gli esiti di un futuro gravido di eventi che si annunciano ben drammatici.

Per fortuna vi sono anche anime coraggiose e disperate, che non si pascono di «retorica» e di consolanti illusioni, che rinunciano ai consueti narcotici tipici di questa insulsissima «civilizzazione», che cercano appassionatamente quella «persuasione» che solo l’impossibile e disperata ricerca della Verità può donare. L’azione coraggiosa di questi pochi, che agiscono a risvegliare se stessi e che, per quel che il Destino consente loro, operano a risvegliare i fratelli umani, è – assieme al generale soffrire umano – ciò che soltanto può concretamente aiutare. Sapienza e sofferenza mostrano entrambe eloquentemente l’inconsistenza, e la «vacuità» delle irrealtà che illudono la mente e il cuore degli umani, demoliscono e sottraggono quegli appoggi dei quali gli umani non vogliono fare a meno. Questa è quella abbagliante verità che «impaùra» – per rievocare l’immagine vera della citazione di Nagarjuna, riportata da Eugenio Rastignac – l’ottuso e bramoso gregge di coloro che, avidi di turpe inerzia, preferiscono il servaggio ad una letale illusione alla libertà interiore.

Massimo Scaligero, con un’audacia senza pari, mostra come si possa giungere ad essere talmente liberi da poter coraggiosamente, e generosamente, sacrificare persino la propria libertà per la liberazione degli altri. Come si possa, in maniera forse ancor più audace, per amore rinunciare ad essere amati. Il Mahayana conosce l’ideale del Bodhisattva che, conseguita l’interiore Illuminazione, giunto alle soglie del Nirvana, «rinuncia» alla beatitudine del Nirvana «sino a che l’ultimo granello di sabbia del Gange, sino a che l’ultimo filo d’erba non abbiano conseguito il Risveglio, la suprema Illuminazione». Da dove nasce questo temerario – e ripeto, generoso – coraggio, che fa scegliere di «rinunciare» alla beatitudine nirvanica, per accompagnare «tutti gli esseri senzienti» nel difficile sentiero di un in-significante divenire? Oscura e ottusamente sofferta vicenda degli umani, che non è forse autentica follia e strazio se tale divenire non è vòlto – come nell’attuale «civilizzazione», che meriterebbe solo l’epiteto di «barbarie» – alla realizzazione dello Spirito?

Per guarire i fratelli umani dalla loro follia bramosa e paurosa, il Bodhisattva – l’«Essere o Essenza di Illuminazione» – «rinuncia» alla beatificante fruizione «personale» del Nirvana, perché egli sa che il Nirvana non è un qualcosa che possa essere «conquistato» e «posseduto», men che meno da un ego o da una persona, perché esso si attua solo allorché si è superata illusione dell’ego e della persona, che vengono viste appunto «vuote», onde è follia e non senso affermare «mio» è il Nirvana, «mia» è la Liberazione.

Il Bodhisattva, avendo sacrificato la «vuota» illusione di un ego e di una personalità separata, non fa più alcuna differenza tra sé e gli altri: vede appunto «vuota» una tale differenza. Mahaprajña si mostra essere inscindibilmente unita a Mahakaruna, ossia dalla Grande Sapienza nasce l’Illimitata Compassione. Nella Sapienza Trascendente, che va al di là di ogni discriminazione – questo è il senso dell’ideale mahayanico di Prajñaparamita – non viene fatta alcuna differenza tra Nirvana e Samsara, tra lo stato di incondizionata liberazione e il fluire dell’oscuro, in-significante divenire, che per gli esseri ad esso incatenati è inevitabilmente strazio, dolore, obnubilamento. Proprio perché il Bodhisattva, libero da qualsivoglia illusoria opinione, è tutt’uno con l’atto folgorante del Risveglio, dell’Illuminazione, egli può sacrificare con sorridente serenità la propria liberazione, che vede «vuota», per la liberazione degli altri esseri che in nulla vede diversi da sé.

Egli sceglie di attuare la propria liberazione attraverso la liberazione degli altri. Egli può rimanere presente – volontariamente vincolato e libero ad un tempo – nel mondo dell’apparire illusorio, perché al suo sguardo, alla sua visione illimitatamente penetrante, si invera che, come dice Nagarjuna:
«Il mondo del fluire ininterrotto, il Samsara, ove tutto è legato e dipendente, questo è l’ineffabile Nirvana, quando tutto si libera e si scioglie».

Quando, alla fine della mia adolescenza, incontrai Massimo Scaligero, vidi in lui il concreto realizzarsi di questo ideale, e mi volli donare alla Via del Pensiero, che univa Sapienza e Compassione, perché essa realizzava libertà incondizionata, e non soltanto liberazione: permetteva di essere liberi, liberatori e creatori nel mondo, e non di fuggire liberati e rinunciatari dal mondo.
Per questo, alcune Entità spirituali hanno scelto di «rinunciare» ad un rango divino che era loro proprio, di discendere in questo oscuro mondo di limiti, di assumere come propria la dolorosa condizione umana, di accompagnare gli esseri umani nella loro avventura cosmica, onde l’uomo realizzasse un giorno Sapienza, Libertà e Amore, e l’illusorio mondo dell’apparire ritornasse ad essere Mondo Spirituale.

18 pensieri su “Nagarjuna e la Via del Vuoto

  1. Come sai, pur io vengo da quelle parti…e ci sarei pure ritornato se Steiner/Scaligero non avessero “parlato” al mio cuore e all’Io ignoto.
    Però quando sento l’eco della Dottrina e ritrovo l’immenso nel nesso tra Essa ed il sublime miracolo del Pensare vivente…ogni parola è vana.

    Grazie Hugo!

  2. Isidoro, che trai la tua sapienza degustando il pomo d’oro, abilmente sottratto alle Esperidi nel loro incantato Giardino d’Occidente, la concezione della “Vacuità” può suscitare nelle tremule “anime belle” quello che il Buddha Shakyamuni chiama – in un famoso Sutra del Majjhima Nikayo dallo stesso nome – il “terrore-spavento”. E’ facile per coloro che, avendo rinunciato all’assolutezza della Via, si sono disposti su un sentiero di apparente minor fatica e volitivo impegno, a loro dire e vedere “meno periglioso”, qualificare o scambiare l’arduo e aureo Sentiero di Nagarjuna per una forma di nihilismo.
    Ma Nagarjuna non è affatto un nihilista, uno scettico e neppure un relativista. Egli adopera la sua corrosiva dialettica per ardere e consumare la dialettica stessa, affinchè questa non sia più ostacolo alla folgorante visione del Vero: essa è esclusivamente in funzione dell’esperienza ineffabile della Realtà Assoluta. I paradossi con i quali Nagarjuna conduce all’assurdo e al silenzio l’intelligenza dialettica e cerebrale sono un “abile mezzo” – upaya – per suggerire o propiziare l’intuitiva percezione della Realtà Assoluta, dichiarando a gran voce ciò che essa NON è. Perché, come afferma il suo grande discepolo Chandrakirti, “la Verità, la Realtà Assoluta è il silenzio dei Santi. come si potrebbe, dunque, discutere e disputare con loro?”
    Ed, infatti, questa sottile, quasi inafferrabile, Suprema Sapienza, la Prajñaparamita – che poi è Minerva-Athena, la Iside-Sophia, la mia Amata – così viene liricamente esaltata nel Mahaprajñaparamitahrdayasutra, nel Sutra del Cuore:
    « Inconcepibile e inesprimibile,
    la Prajñaparamita non nata e senza cessazione
    ha une nature simile al Cielo
    e non può essere sperimentata altro che mediante la saggezza del discernimento:
    Omaggio alla Madre dei Buddha nei tre tempi».

    Hugo, che alla cucina di cui l’America ciana,
    preferisce assai i bucatini all’amatriciana.

    • Ho recentemente acquistato “lo sterminio degli errori” di Nagarjuna, tradotto da Attilia Sironi, e mi chiedevo se non sia un problema il fatto che questi testi vengano tradotti da occidentali usando forme-pensiero (?) occidentali. Cioè: come posso accostarmi a un testo, ad esempio, buddhista, e considerarlo per quello che esso è, per quello che vuole comunicare? Spero di esser riuscito a formulare la domanda in modo esatto , grazie in anticipo :)

      • Contemplactivo,
        naturalmente il problema delle traduzioni è un problema che si pone ed è serio.
        E spesso è più che giustificato l’adagio “traduttore-traditore”, ma non bisogna neppure peccare per uno scetticismo a oltranza, esagerato e immotivato: sarebbe veramente sparare oltre il bersaglio. Non è possibile – e nemmeno giusto – stabilire una regola valida in ogni caso.
        Molto dipende dalla valentìa del traduttore, dal suo livello interiore, dalla sua maturità spirituale.
        Da questo punto di vista in Italia, nel secolo scorso, siamo stati particolarmente fortunati: abbiamo avuto traduttori dei testi buddhisti, che erano persone di rango spirituale, con una adeguata sensibilità interiore.
        Alcuni di loro erano anche dei praticanti interiori: il che naturalmente fa una notevole differenza.
        Un personaggio come Giuseppe Tucci, buddhista convinto e praticante, aveva una penetrazione profonda dei contenuti che trattava. Era un grande amico di Massimo Scaligero, il quale diceva che in Occidente Tucci era l’unico che aveva competenza e diritto – per una qualità poetica della sua anima – di parlare di una Via così ineffabile e trascendente come lo Zen.
        Giuseppe Tucci formò tutta una scuola di allievi che si elevò molto al di sopra dell’arido livello accademico: uno di questi allievi fu Raniero Gnoli, che decenni fa tradusse – in maniera esemplare – il Madhyamikakarika, o Cammino di Mezzo, i Catuhstava, o Quattro Inni, e la Vigrahavyavartani, o Sterminatrice dei dissensi, che ora è riapparsa nella collezione della Biblioteca Universale Rizzoli, ben tradotta da Attilia Sironi, che di Raniero Gnoli è allieva competente e preparata.
        Raniero Gnoli era non solo allievo di Tucci per quel che riguarda l’Indologia, ma soprattutto amico e discepolo di Massimo Scaligero, il che traspare da un certo “sapore” e “profumo” delle sue introduzioni e commenti alle molte opere da lui curate e tradotte.
        Posso testimoniare questo, perché ero e sono amico da decenni di sua moglie Marka, aristocratica austriaca, che era una seguace del Dottore ed una fedelissima discepola di Massimo Scaligero.
        La traduzione mi appare buona, anche perché unisce il commento dello stesso Nagarjuna alla “Sterminatrice dei dissensi”, come tradusse Gnoli, o “Sterminio degli errori”, come traduce la Sironi.
        Anzi l’opera tradotta da Attilia Sironi, con la prefazione di Raniero Gnoli, completa la trilogia nagarjuniana, che dallo Gnoli era stata pubblicata – prima nel 1961 e poi nel 1968 – presso l’editore Boringhieri, trilogia che allora mancava del commento di Nagarjuna alla sua Vigrahavyavartani, che ora grazie alla diligente fatica della Sirori abbiamo abbiamo completa in bella forma.
        Nomi di valore degli studi buddhisti in Italia sono quelli di Eugenio Frola, che tradusse il Dhammapada e il Digha Nikayo, o Discorsi Lunghi del Buddha, Giuseppe De Lorenzo, amico di Massimo Scaligero, che tradusse il Majjhima Nikayo, o Discorsi Medi, e il Mahaparinibbanasutta, Vincenzo Talamo, che tradusse l’Iti Vuttaka, l’Udana, il Sutta Nipata, che appartengono al Khuddaka Nikayo, o Discorsi Brevi.
        Buone anche le traduzioni di Pio Filippani Ronconi. si tenga semppre presente che, per quanto frutto di erudite ricerche, tali testi hanno un valore ascetico, ossia sono validi in funzione non di un raffinato appagamento culturale, bensì in funzione di una concreta realizzazione spirituale. Io mi servo da decenni di questi testi per la mia pratica interiore e vi trovo grande giovamento.

        Hugo al sugo,
        che alla grassa cucina americana
        preferisce lo spaghetto all’italiana.

  3. “Le anime diranno a stesse: e’vero, quando sento giustamente il mio elemento eterno, che passa da vita a vita, è come se uccidesse il mio sforzo di pensare; il mio pensare viene messo a parte, ma affluisce il pensare divino e si estende sulla tomba dei miei propri pensieri.- Giunge il sé spirituale; l’anima cosciente entra nella tomba e in questo modo affiora il sé spirituale” Rudolf Steiner O.O. 181

    • O Isidoro, perché dici che anche il “bon ton” è svalutato?!
      Forze che la corrosività dello Shunyavada ha avuto una così esiziale influenza sulle umane costumanze, le quali vengono anch’esse viste “vuote”?!

      Ugo senza più sugo

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