«Vacuità» e personalità

 

Phersu

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Che questa sia un’epoca di estremo pericolo è stato detto varie volte da Massimo Scaligero in molte sue opere. E che la situazione attuale dell’essere umano sia addirittura tragica, è dimostrato dal fatto che egli nel pericolo dimora totalmente inconsapevole. L’uomo si muove nella vita come un ubriaco, intossicato da un’esteriorità illusoria, ch’egli nella sua ottusa ignoranza ritiene essere l’unica realtà, fonte della sua brama, della sua paura della sua avversione. Ma come l’ignoranza è una forza oscurante della coscienza, che ne viene diminuita e obnubilata, così le sue tre esiziali figlie – brama, paura e avversione – sono forze ostili che divorano – ardendola – la vitalità dell’anima.

Vi è un pericolo per l’umanità in generale, e vi è un correlativo pericolo per l’essere umano individuale. Ma qual è questo pericolo? Per l’umanità in generale è la de-umanizzazione, una caduta nel subumano, che non è una caduta nell’animalità – gli animali sono in uno stato di spontanea purezza, essendo sono la manifestazione nel sensibile del loro «Io di gruppo», ossia dell’entità sovrasensibile che dal piano astrale anima e dirige la molteplicità delle sue manifestazioni sul piano sensibile. La caduta nel subumano è la perversione nella demonicità, nell’orrore della «malvagità intelligente» volta all’illimitato appagamento, con qualunque mezzo illecito, della divorante brama, del gelido odio. Caduta che rischia di essere irreversibile. «Il progetto uomo potrebbe anche fallire», ammoniscono le parole severe del Maestro dei Nuovi Tempi.

Ma un più immediato pericolo lo corre l’essere umano individuale. Egli «vive» – ma è vero vivere il suo? – tutta la sua vita nell’arroganza dell’affermazione della sua «persona», della sua personalità come valore supremo, personalità ch’egli ingenuamente – e molto scioccamente – considera costituire il suo «essere», mentre non è altro che un «vuoto» apparire. La personalità, della quale l’uomo occidentale moderno va con tanta tracotanza fiero, è solo un «vuoto» fantasma, una miserabile illusione, una stolta superstizione. E per questa miserabile illusione, per questa stolta superstizione, l’uomo brama, teme, odia, rapina, mente, tradisce, distrugge, uccide, e si uccide. Ma che ne è dopo la morte di questa «personalità», per l’uomo così importante, anzi unicamente importante? Viene meno lo scenario sensibile, viene meno l’apparire illusorio che nell’anima, durante la vita, risuona e – come avverte Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente – «si fa potenza interiore», potenza costringente, deformante, oscurante. Ma soprattutto ardente e divorante. Con l’evento della morte si dissolve l’involucro corporeo, e di conseguenza di dissolvono anche quegli organi di senso e quel sistema nervoso che sono l’indispensabile strumento perché si diano le percezioni sensibili. Il dissolversi degli organi di senso corporei e del sistema nervoso comporta il dissolversi dello scenario sensibile, fonte del bramare dell’uomo.

L’essere umano, separato dalla spoglia corporea si trova di fronte al nulla di ciò ch’egli riteneva sostanziale e reale. Ma il dissolversi di quell’illudente apparire non estingue in lui quello che il Buddhismo chiama l’«attaccamento», suscitato dalla «sete»: sete di esistenza, sete di annientamento, sete di piacere. L’attaccamento è il frutto del lungo perdurare della «sete», servaggio alla brama lungo quanto tutta la vita. Ma il morire non è automaticamente la liberazione da tale tormento, anzi ne è il riacutizzarsi, perché il fango corporeo, nel quale l’incorporeità dell’anima va a impastarsi col nascere alla vita terrena, in qualche modo attutisce e in parte spegne la percezione del patimento di tale umiliante servaggio. E l’appagamento della voluttà bramosa distende una sorta di velo illusorio sulla condizione di «arsione» nella quale l’anima già durante la vita si trova.

Ma con la morte la veste di fango e di argilla, appunto, si dissolve e viene meno anche il suo effetto narcotico sull’anima. Il mondo dell’apparire sensibile si rivela essere il nulla, rivela la sua impermanenza, la sua «vacuità» di natura propria, ed anche la «personalità», quello che l’essere umano stoltamente ritiene essere un ‘io’, rivela anch’essa la sua insostanzialità, la sua «vacuità» di natura propria. Cessato l’effetto narcotico derivante dalla mescolanza dell’anima con la fragile argilla terrena, l’«arsione», o la «sete» – come la chiamano i Buddhisti – si acuisce al massimo e il suo divampante «fuoco», consumando l’«attaccamento», dissolve ciò si era troppo legato al «nulla» del sensibile.

In uno scritto precedente abbiamo visto come nella Scienza Occulta venga descritto – senza morbide attenuazioni – come il «fuoco astrale» divorante mostri l’azione distruttiva di ostili entità malvagie che nel Kamaloka, nel Kamadhatu dei Buddhisti, trovano nel distruggere nutrimento e voluttà di distruggere. Il mondo delle passioni, delle cupidigie umane è per loro allettante cibo. Ma di queste passioni e brame è costituita l’inconsistente «personalità», tanto cara all’opinare e al bramare degli umani. Che ne è di questa idolatrata «personalità» una volta passata dalle fauci di quei demoni che saziano la loro fame col «fuoco» delle cupidigie e delle passioni umane? La «persona», nella sua «vuota» consistenza, è combustibile che si consuma nell’ardere di quel fuoco distruttore. E in tale ardere si dissolve senza residui. Ed è bene che sia così, perché essa era solo menzogna. A che pro far sopravvivere una menzogna?

Forse non molti sono coscienti del fatto che la parola latina e italiana «persona» ha un’origine etrusca. In effetti, da molti studiosi, soprattutto gli etruscologi, la sua etimologia viene fatta risalire a phersu, «maschera», da cui phersuna, che nelle iscrizioni tombali etrusche indica «personaggi mascherati». Questa la «maschera» che cela il vero volto dell’anima, maschera che ipnotizza l’anima trascinandola nell’identificazione con un «personaggio», il cui ruolo e le cui vicende ella reciterà sul palcoscenico della vita terrena. È raro che chi recita, sappia di non essere il personaggio ch’egli fa rivivere sul palcoscenico dell’esistenza terrena: allora egli sarà come l’Imperatore Ottaviano Augusto uno «svegliato», un «Iniziato» – Maximus Scaliger dixit – che si sforzerà di svolgere – ed effettivamente come Augusto svolgerà – il ruolo assegnatogli dal Destino e dalla Provvidenza Celeste nel migliore dei modi.

Ma supererà la «seconda morte» solo ciò che l’elemento spirituale puro, il Nous, l’Atman, il Purusha, l’Io, avranno strappato alla labilità mortale e consacrato all’immortalità e all’eternità. E nella barbarie dell’attuale superba «civilizzazione» de-sacralizzata, quanto viene strappato alla menzogna dell’apparire illusorio e alla labilità mortale? Quanto della «personalità» viene sottratto alla divoratrice voracità dei demoni del mondo o della sfera della brama ardente? Ben poco, ovvero molto poco. Questa, sicuramente, non è una prospettiva «consolante», come nelle dolci fiabe della New Age anglosassone, e nemmeno è come quella promessa – a prezzi di vero realizzo – ai fedeli delle varie confessioni le cui Chiese da troppo tempo – quasi da subito – hanno smarrito la Scienza o la Gnosi delle «cose sacre». Preti e sacerdoti ciechi, che promettono quello che non possono garantire neppure per se stessi, perché nulla conoscono, e il più delle volte sono solo dei mestieranti ignoranti, avidi, corrotti e depravati. Alcuni, in buona fede, «credono», ma credere non è conoscere. Credere di sapere non è sapere, non è conoscere. È molto meglio – socraticamente e buddhicamente – sapere di non sapere che credere, perché dietro al «credere» si celano sentimentalità, desideri e speranze, passioni, istinti e paure, dei quali è salutare liberarsi se si vuole «conoscere». Come diceva Arturo Reghini, le credenze stanno bene in cucina, con dentro piatti, bicchieri e barattoli di miele e marmellata!

La prospettiva presentata può apparire sconsolante per molti, purtuttavia essa è vera, e la più dura, aspra, difficile realtà è migliore della più rosea illusione, la quale il più delle volte si rivela estremamente pericolosa. La virtus romana era soprattutto quella di guardare in faccia la realtà, di affrontare con crudo realismo gli eventi, anche i più infausti: guardarli con crudo realismo, senza veruna volontà di autoillusione. Sarebbe savio che nel mondo presente e nel momento attuale gli esseri umani volessero guardare romanamente in faccia il pericolo, perché solo questo cosciente e coraggioso guardare sveglia quelle forze della volontà che rendono l’uomo capace di affrontare l’abisso che può inghiottirlo, di vincere il Drago che vorrebbe divorarlo. L’impresa è eroica, e non è salutare incamminarsi sulla via egoica, che promette morbide comodità e ingannevoli voluttà.
A questo riguardo, possono essere risvegliatrici e orientatrici le severe parole di Giovanni Colazza, tratte da una conferenza tenuta da lui il 10 dicembre 1944 alla Sala Capizzucchi a Roma:

«In realtà, se noi pensiamo a ciò che col cervello muore e che, con la forza vitale che è propria dell’individuo, se ne va anche tutto il mondo del suo sentire e ciò che appartiene alla sua vita intellettuale, noi vediamo che vi è poco di quello che è la personalità attuale che resta: vi è il «testimone» dell’esperienza, vi è un impulso determinato dall’esperienza della vita, che ci spinge verso la direzione di un’altra esistenza per continuare la sua via, quella che i Buddhisti chiamano la “brama”, che si reincarna, ma non è l’essere attuale, non è la personalità quella che si reincarna.

Questo è quello che dobbiamo tenere presente, ed allora molte obiezioni contro la reincarnazione potrebbero cadere. Vi è la spinta di una vita verso l’altra e vi è soprattutto il testimonio che ha accompagnato quella linea particolare evolutiva e che dalle esperienze ha ricavato degli impulsi e delle tendenze; e questi impulsi matureranno appunto fra una vita e l’altra, quando queste forze egoiche ridiventeranno una forma spirituale, perché s’immergono nella loro sorgente primordiale e lì, in un certo senso si riunisce quella che è la coscienza terrena con la coscienza cosmica e quindi può maturare l’esperienza in saggezza e in impulsi di volontà».

Queste parole ammonitrici di colui che di Massimo Scaligero fu Maestro e Guida, oltre che fraterno amico, suonano oggi ancor più severe e urgenti in una situazione dell’uomo e del mondo vieppiù precaria e pericoloae rispetto a quella di settanta anni fa. Esse invitano, anzi incitano, all’intenso lavoro interiore, invitano a liberarsi dei deformanti attaccamenti al sensibile. Il sensibile non degradato a sensazione soggettiva ed egoica, ma contemplato dall’Io nella sua purezza, ritorna ad essere manifestazione e presenza dell’Assoluto, manifestazione e presenza del Mondo Spirituale, che delle sue forme si riveste come in un eloquente linguaggio cosmico e spirituale. Ma solo un Io, che abbia disincantato la «vacuità» dell’apparire esteriore e della personalità, può contemplare in tutta la sua purezza e nel suo fulgore la Luce dell’Unica Dea, la mia Amata.

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Un pensiero su “«Vacuità» e personalità

  1. Rudolf Steiner ha trattato questo tema in centinaia di conferenze, oltrechè nel suo libro-base ( tale per quamnto riguarda i contenuti di “Antropos Sophia”).
    L’immortalità effettiva , e cioè il mantenimento della coscienza nel postmortem anche nelle sfere superiori a quella del Kama Loka è da Lui spesso stata collegata con la figura del Cristo: vedi ad esempio il ciclo “Cristo e l’Anima Umana”: qui ognuno, soprattutto , se arrivato un’età non piu’ verdissima puo’ trovare molto da meditare per valutare la sua propria “situazione”.
    Altro punto-chiave,naturalmente connesso col primo, è quello di poter e saper vivere la Scienza dello Spirito come “carne e sangue”, onde non vederla svanire , nel postmortem, come tutte le cose apprese solo col cervello…..

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