Via del «Vuoto» e Compassione: il Sentiero Arcano dell’Intelletto d’Amore

Bodhisattva a

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Taluni, anzi molti, di fronte ad una Via austera e severa come quella del «Vuoto», indicata in India dall’asceta buddhista Nagarjuna, o di fronte alla limpida e austera Via del Pensiero, indicata in Occidente da Massimo Scaligero, si sentono mancare l’aria – vanno letteralmente in debito d’ossigeno – e si chiedono come da una Via che a loro sembra essere tanto arida, e da un’atmosfera tanto rarefatta possa scaturire la pienezza della vita dell’anima, come da essa possano scaturire moti dell’anima come amore e compassione.

Invero, ci siamo sempre stupiti di una tale posizione «umana-troppo umana», che mostra quanto l’inferiore natura – la natura decaduta dal suo stato primordiale, pervertita, in un certo senso «snaturata» o «de-naturata» – tema l’incandescenza dissolvitrice dello Spirito. Lo Spirito, nella sua assoluta purezza, non può non predominare sulla natura e sulla materia: la sua azione su di esse non può che essere trasfiguratrice e o annientatrice.

Che l’essere umano di fronte alla purezza e alla luminosità stellare dei pensieri di Nagarjuna sulla «Vacuità», o di Massimo Scaligero sull’originarietà del Pensiero Vivente, sulla priorità e l’assolutezza dell’«atto puro» del pensare, senta una sorta di «gelo animico» è ben comprensibile, perché quei pensieri nulla hanno dell’ambiguo e stordente «calore» ascendente dal basso, dell’oscuro «calore» promanante dagli istinti. Anzi si può dire quei pensieri posseggano un «fuoco sidereo», la cui «virtù» è alchemicamente quella di «congelare» il «mercurio» e gli altri «metalli» nelle «viscere della terra», ossia la stellare potenza di quei pensieri, l’ardere di quel pensare, ha un effetto raggelante sulla natura istintiva e sulla natura psichica, ossia su quella parte dell’anima che è irregolarmente sveglia nel suo servaggio alla corporeità.

Mentre l’anima originaria, l’anima «stellare» è immersa in un sonno catalettico, fatto di oblio e paralisi, come fosse ibernata. Perché l’anima angelica, l’anima «stellare» si ridesti e risorga, deve essere annientato l’infero magnetismo che lega la psiche al corpo, l’ipnosi che avvince lo sguardo dell’anima caduta al magnetismo del serpente che la costringe alla sua abiezione. Il «calor cogitationis» – come lo chiamava Massimo Scaligero – ha la duplice ermetica «virtù» di «raggelare» la psiche asservita al corpo, che dal corpo trae l’infero «calore» che l’avviva e del quale viene privata dal pensare, e di risvegliare, disciogliere dalla paralisi e dall’incantamento, che la teneva prigioniera, l’anima angelica, rianimandola con un «fuoco soave» del tutto ignoto alla natura istintiva, «riscaldandola» e scacciando il «gelo» che in lei paralizzava la memoria celeste.

È ben vero che il pensare puro, il pensare libero dai sensi, ha un effetto «mortifero» sulla psiche e sulla natura istintiva, effetto corrispondente alla «mortificazione» alchemica, ed è vero altresì che in tale condizione l’essere umano si senta mancare l’aria, che vada in debito d’ossigeno: questo è vero alla lettera. Il sentirsi mancar l’aria, l’andare in debito d’ossigeno, la sensazione di soffocare contro la quale reagisce in noi l’essere animale, è appunto un sentirsi morire. Ma quel che muore è l’essere animale, per il quale assorbire l’aria è un «mangiare la vita», una «vita» caduta, una «vita» inevitabilmente destinata alla morte: una «vita» animale che, ardendo come un fuoco distruttore, riduce in cenere e polvere lo stesso corpo, al quale la psiche con tanta passione tenacemente si avvince.

Il medesimo fuoco sidereo, invece, ha sull’anima celeste, sull’anima siderea, che giace prigioniera in uno stato di catalettico oblio e di paralisi, un effetto liberatore e risvegliatore: non un effetto distruttore come quello del fuoco degli istinti, bensì un effetto «nutriente», risanatore e rigeneratore. Ma un tale «fuoco» e la sua mirabile azione sono inconcepibili all’essere volgare che si pasce delle passioni mondane, che beve a lunghi sorsi le acque «letali» del Lete, acque che invero non dissetano ma aumentano allo spasimo l’arsura, che si involge nei veli dell’illusione «realistica», che lo stordisce e gli oscura ogni visione. «Al di là» di tutto ciò deve andare la «visione penetrante», la percezione discriminante di quella Sapienza Trascendente capace di vedere come «vuote» tutte le apparenze, svincolandosi da tutte le illusioni, dissolvendo tutti gli attaccamenti. Infatti, come abbiamo detto nel nostro precedente scritto «nagarjuniano», nel Mahaprajñaparamitahrdayasutra, nel Sutra del Cuore, la Celeste Sophia viene così chiamata:

« Inconcepibile e inesprimibile,
la Prajñaparamita non nata e senza cessazione
ha una natura simile al Cielo
e non può essere sperimentata altro che mediante la saggezza del discernimento:
Omaggio alla Madre dei Buddha nei tre tempi
».

E lo stesso Nagarjuna nella sua opera il Catuhstava, i Quattro Inni, dopo aver a lungo seguito la via negationis, così rende direttamente omaggio alla indicibile Realtà Ultima, la quale non può essere «intuita» e «compresa» altro che attraverso questa Sapienza Trascendente. Il Catuhstava è la raccolta di quattro Inni in lode di tale Realtà Assoluta. È in tali Inni che Nagarjuna disvela, il suo scopo reale, e per quale motivo egli accenni così raramente a tale «Realtà ultima», proprio perché essa è aldilà di qualsivoglia formulazione logica e verbale. Nagarjuna è un terribile distruttore della dialettica proprio in quanto dominandola radicalmente è in grado di annientarla.

« Come Ti loderò, o Signore, Tu che senza nascita, senza dimora, sorpassi ogni conoscenza mondana e il cui dominio sfugge alle peregrinazioni della parola.
E tuttavia, tale quale Tu sei, accessibile al solo senso della Quiddità [la Natura Assoluta], con amore io Ti loderò, o Maestro, ricorrendo alle convenzioni mondane.
Poiché, per essenza, Tu non conosci, in Te, veruna nascita, né andata né venuta. Lode a Te, Signore, a Te il “Senza natura propria”!
Tu non sei né essere né non-essere, né permanete, né impermalente, né eterno, né non-eterno. Omaggio a Te, il “Senza dualità”!
».

Ciò può mostrare come dalla visione penetrante che coglie la «vacuità», la mancanza di «natura propria» di tutti i fenomeni, che non sono altro che la frantumazione nella molteplicità illusoria di quella Realtà Assoluta, che Pitagorici e Platonici chiamavano l’Uno Unissismo, e che l’Oriente evita di definire in termini positivi, possa scaturire una vita dell’anima piena di slancio e di calore.
Basterebbe leggere poche parole di Shantideva, fedele seguace della Via del Vuoto di Nagarjuna e del Mahayana, per convincersi come dalla Sapienza Trascendente nascano Intelligenza Celeste e Illimitato Amore. Egli nel Bodhicaryavatara porta il lirismo della sua realizzazione ascetica a livelli di autentica incandescenza:

«Io supplico con le mani giunte gli Svegliati di tutte le regioni: possano, deh, essi accendere la lampada della Legge per coloro che cadono, offuscati, negli abissi del dolore! Io imploro con le mani giunte i Vincitori che desiderano il nirvana: possano trattenersi quaggiù per infiniti periodi cosmici, affinché questo mondo non diventi cieco!

Grazie ai meriti acquistati con tutti questi riti, deh, possa essere, per tutte le creature, colui che calma ogni dolore! Possa io essere, per i malati, il rimedio, il medico, il loro servitore, fino alla sparizione della malattia! Possa io calmare con piogge di cibi e di bevande il supplizio della fame e della sete e diventare io stesso, nei periodi di carestia degli evi intermedi, cibo e bevanda!Possa io essere per i poveri un tesoro inesauribile, – pronto a servirli in tutto quello di cui hanno bisogno.
Tutte le mie incarnazioni future, tutti i miei beni, tutti i miei meriti passati, presenti e futuri io li abbandono con indifferenza, perché s’inveri la salute di tutte le creature. Il nirvana è l’abbandono di tutto; ora il mio cuore aspira al nirvana. Onde, visto che tutto devo abbandonare, meglio allora dar tutto alle creature».

E in un famoso verso afferma:

«Colui che desidera salvare rapidamente se stesso e gli altri, deve praticare il supremo mistero, voglio dire lo scambio dell’io e degli altri».

Ora, la visione della «vacuità» mostra eloquentemente quanto gli umani siano disperatamente avvinti all’illusione di un ego separato, e come questa illusione generi in essi brama, paura e avversione, le mortifere figlie della «ignoranza», la quale è per il Buddha Shakyamuni la prolifica madre di tutti i mali. L’ignoranza, avidya, e le sue perfide figlie trasformano la terrestre dimora degli umani ne «l’aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XXII, 151). La vicenda umana sotto la loro stritolante costrizione si fa sempre più al contempo dolorosa e ottusa: una follia contraddittoria che al presente ha raggiunti livelli di assurdità mai prima generati, e che prepara catastrofi della vita collettiva in tale misura mai prima verificatesi. Di fronte a tanta non-significante dolorosa follia, la «visione discriminante» sente scaturire in sé la compassione. Come scrive Alexandra David-Neel nel suo Les Enseignements secrets des Bouddhiste Tibétains, testo molto apprezzato da Massimo Scaligero, da lui profondamente commentato in una recenzione su East and West:

«Adesso agiremo basando la nostra attività su delle verità. La più evidente di queste è l’aspetto di campo di battaglia che il mondo, visto attraverso la Visione profonda, presenta. Colui che percepirà chiaramente il carattere universale di questa battaglia senza tregua, senza fine, sentirà, dicono i Maestri, nascere dentro di sé una pietà infinita, incontrollabile.
Se si fa notare a uno o all’altro di questi Maestri spirituali che una reazione del genere non è assolutamente certa, se si fa loro notare che esistono molte persone egoiste abituate a restare indifferenti al dolore altrui, essi risponderanno che queste persone sono degli impotenti mentali. Non hanno afferrato la vastità del disastro che contemplano, si credono al di là del suo raggio d’azione, nel tempo e nello spazio. Non capiscono che sono circondati dalla sofferenza sotto forme diverse, che essa cresce intorno a loro e li sommergerà con l’estremo dolore: la morte.
Una volta resosi conto del suo stato di insicurezza in un mondo dominato dalla sofferenza, l’uomo ragionevole si sforzerà di risanare questo ambiente eliminando i germi della sofferenza, i concetti errati, sotto l’influenza dei quali alcuni provocano la sofferenza, altri l’accettano passivamente.
La pietà infinita, universale che prova colui che ha Visto, nel senso completo di Vedere, si tradurrà in azioni positive: la dimostrazione della falsità dei sentimenti egoistici, la necessità imperiosa di aiutarsi gli uni con gli altri».

Proprio dall’esperienza cosciente dell’essere originario del pensiero, dalla separazione del momento vivo del pensare dai morti prodotti propri al suo aspetto riflesso, proprio dall’esperienza cosciente dell’atto del pensare puro, «vuoto di pensieri», nasce la possibilità di attuare quella «equanimità», «positività», e «spregiudicatezza» che, come qualità indispensabili dell’anima nel suo cammino interiore, difficilmente sono autentiche, e non mera recitazione, se non scaturiscono dal processo di liberazione del pensiero. Nello stato di soggezione del pensare alla mediazione del sistema neurosensoriale, è inevitabile che anche le più nobili qualità dell’anima si corrompano e si pervertano spesso nel loro contrario. Questo andrebbe seriamente considerato – e con senso di responsabilità – da coloro che apertamente o velatamente propongono una «via dell’anima» come rimedio ad una Via dello Spirito, sentita – unicamente dalla natura inferiore che vuole evitare la sua inevitabile morte – come «troppo arida», come «non adatta» a molti: in definitiva una tale «via dell’anima» viene contrapposta alla Via del Pensiero, alla Via dello Spirito, ingenuamente o scientemente qualificata come una possibile «via del sublime egoismo».

Equanimità, positività, spregiudicatezza, così come venerazione e devozione, compassione ed amore, possono scaturire solo da Conoscenza: per essere veraci possono sorgere solo dal processo di liberazione del pensiero, perché «il grande amore è figlio della grande conoscenza: chi tutto conosce, tutto ama».

Per chi conosca la natura del pensare ed intuisca quella dell’Io, sa che il Rito della concentrazione è un atto di venerazione profonda, e che l’attuarsi della concentrazione è un folgorante atto d’Amore.

6 pensieri su “Via del «Vuoto» e Compassione: il Sentiero Arcano dell’Intelletto d’Amore

  1. “proprio dall’esperienza cosciente dell’atto del pensare puro, «vuoto di pensieri», nasce la possibilità di attuare quella «equanimità», «positività», e «spregiudicatezza» che, come qualità indispensabili dell’anima nel suo cammino interiore, difficilmente sono autentiche, e non mera recitazione, se non scaturiscono dal processo di liberazione del pensiero”
    Temo che nessuno convincerà mai qualcuno che le cose stanno così. Poiché presuppongono una fatica e una abnegazione assai “lunga” (per non dire illimitata), compreso l’autokilleraggio animico. Lavoro agghiacciante (per non dire criminale) che ogni persona di buon senso dovrebbe evitare accuratamente.
    Insomma: roba per farabutti e simili!

    • O Isidoro, dall’ululato di lupo e dal muggito di toro, da moltissimo tempo sappiamo bene che le parole non hanno mai veramente convinto nessuno: esse aiutano a intuire il vero soltanto coloro che – come dice il Buddha Shakyamuni – “hanno poca polvere sugli occhi”, ossia coloro che hanno vissuto e meditato, hanno sofferto molto e meditato molto, hanno instancabilmente lottato e instancabilmente meditato. Il “lavoro” è quello di una guerra interiore di lunghissima durata, volto a scovare le infinite astuzie dell’ego e di una natura caduta, che ha la perversa sapienza di millenni, passati a illudere e dominare l’essere umano. Fatica e abnegazione “lunghe” vengono gioiosamente scelte da chi ha percepito la natura “vuota” dei fenomeni e non trema di fronte al compito di smascherare gl’innumerevoli travestimenti della natura inferiore, che vuole giuocare l’Io.
      Ma un tale “agghiacciante” incombenza piace assai ai farabuttissimi lupacci appenninici, abituati a lasciar le peste sulle nevi appenniniche e che non sono mai stati infettati da quel buonsenso borghese, che Orwell chiama “conglomerated mediocrity” e che Massimo Scaligero bolla con l’epiteto di “immane potenza del convenzionale”!

      Hugo, lupaccio che molto ha corso
      diventando più cattivo di un orso.

        • Ah, Balin, fossi davvero poeta! Sono solo un un guerriero paganaccio della peggior specie, invecchiato in tante battaglie, che non ha avuto l’agio di coltivare le Arti e le Muse “dalle amabili trecce”, come le chiama Proclo nel suo Inno al Sole! Le uniche Arti un tempo da me coltivate in gioventù – con ardore peraltro – furono le Arti Marziali dell’Estremo Oriente cinese e nipponico. E l’Arte Reale ermetica, sulla quale è bello il tacere.Spero alla fin del battagliar della vita di aver appreso un po’ l’Arte del meditare, che con severità e pazienza Massimo Scaligero cercava di trasmettermi col suo mirabile insegnamento. comunque grazie dell’immeritato complimento.

          Hugo senza Arte né Parte

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