L'ESPERIENZA LIBERATRICE

L’isola dei morti – Arnold Böcklin - Mozilla Firefox

Quando Ramana stava morendo di cancro, i suoi devoti gli chiesero di operare una guarigione su se stesso: “Perché fratelli ? Questo corpo è sfatto, perchè aggrapparsi ad esso ? Perché costringerlo a durare ?” rispose Ramana. Al che, essi implorarono: “ Maestro, ti preghiamo di non lasciarci”.

Guardandoli come si guardano dei figli, Ramana rispose: “ Lasciarvi ? E dove sarebbe il luogo dove vado ?”. Giovedì 15 aprile (1950), un medico portò a Ramana un sedativo per alleviargli la congestione ai polmoni ma lui rifiutò. “Non è necessario, tutto accadrà come deve entro due giorni”.

Al tramonto del giorno successivo Ramana chiese a quelli che lo assistevano di aiutarlo a mettersi seduto. Essi sapevano che ogni movimento o anche solo toccarlo era per lui doloroso ma egli disse loro di non preoccuparsi e rimase seduto con uno degli assistenti che gli reggeva la testa.

Un dottore fece per somministrarli l’ossigeno, ma Ramana lo allontanò con un piccolo gesto. Improvvisamente, un gruppo di devoti seduti all’esterno della veranda, cominciò a cantare Arunachala Shiva.

Udendo il suo canto preferito Ramana aprì gli occhi che brillarono, sorrise con indescrivibile dolcezza, lacrime di benedizione gli scesero lungo le guance. Ancora un respiro profondo e poi niente più. Non ci fu lotta, non ci fu spasimo, nessun segno di morte, soltanto il respiro successivo non venne.

La paura della morte sorge nell’anima dell’uomo moderno dal momento in cui egli si estroflette con il suo essere verso il mondo sensibile dal quale trae la forza per sviluppare una precisa ed intensa chiarezza di pensiero ed enucleare un senso di sé mai prima raggiunto. Dall’osservazione del mondo esterno egli però non raccoglie conoscenza per la sua anima, anzi essa sembra sparire al suo sguardo.

Perdendo l’anima, ciò che rimane indubitabilmente è il corpo. Corpo sensibile che il mistero della morte pare rendere evidente come qualcosa che si decompone e si disgrega. Incollato tenacemente ai fenomeni del mondo che gli paiono fatti e finiti e incapace di cogliersi quale attore o soggetto del percepirli, l’uomo crede di vedere soltanto una natura indifferente che distruggerà il suo essere riassorbendolo nel ciclo delle proprie leggi. Una simile visione, radicatasi nel sentimento e costantemente affermata dalla cultura generale, ha suscitato la paura della morte e, in tempi più recenti, persino la rimozione: ossia la paura della paura.

In epoche moderatamente più antiche il terrore dell’annichilimento non esisteva. Intendiamoci: l’evento della morte, da quando essa esiste per l’uomo, non è mai stata una semplice passeggiata – ora sono qui, poi faccio due passi e sono dall’altra parte – e frasi come “La morte non esiste!” appartengono alle idilliache fantasie (tutte latte e miele) di una certa teosofia moderna.

Però un tempo l’uomo sognava da sveglio. Cosa sognava? Sognava obbiettivamente la propria anima e le azioni dello Spirito che in essa si contessevano.

Se egli meditava o pregava il suo sognare diveniva più reale del mondo sensibile (questo a volte spariva del tutto), si estendeva e con una certa facilità incontrava esseri e mondi assai concreti seppure privi di sostanze fisico-minerali, riconoscibili poiché già conosciuti prima della nascita (non a caso lo Steiner enuncia un concetto enormemente importante che chiama innatalità).

Perciò la morte, del resto ben presente e familiare nell’ordinario divenire della vita sociale, era piuttosto considerata come un importante gradino di maturazione e di trasformazione: per i più semplici accettabile e accettata, per gli asceti un incontro proficuo.

In tempi non proprio remoti l’Oriente usava drastiche tecniche immaginative  per liberare il discepolo dai timori legati alla morte e alla dissoluzione del corpo.

Esso, intendo il discepolo, veniva condotto, nelle più oscure ore della notte, in isolati e lugubri luoghi cimiteriali o naturalmente orridi. Poi, seduto in silenzio, doveva evocare immagini spaventose, di demoni, che lo assalivano, squarciavano il suo corpo e lo divoravano finché di esso non rimanevano che sparse ossa. Alexandra David-Neel racconta che qualcuno, travolto dalla paura, non usciva vivo dalla prova!

Ma anche l’Occidente rispondeva all’appello. Nella Formula honestae vitae di Bernardo da Chiaravalle si leggono queste indicazioni: …quomodo nutat caput, cadunt brachia,…Quomodo componantur in tumulo, quomodo pulvere contegantur, quomodo vorentur a vermibus… Summaque tibi sit philosophia, meditatio mortis assidua, hanc ubicumque fueris, et quocunque perrexeris, tecum porta, et in aeternum non peccabis.

Per onestà d’inventario non va dimenticata la medioevale Ars Moriendi che appare lungo un asse di tempo che va dal basso medioevo e giunge sino al ‘600 o ai primi del ‘700 con circa oltre 300 testi documentali. In sintesi essa segue tre modalità. La prima consiste nella coltivazione di cinque virtù (fede, speranza, pazienza, umiltà e generosità): in questo caso il morente viene portato in cielo dagli angeli. La seconda è costituita da preghiere e meditazioni sulla morte recitate da coloro che assistono il morente. La terza è un compendio di citazioni bibliche che commentano la morte a edificazione dei vivi e dei morti.

Sull’ars moriendi, salvo i casi contrari, aleggia una certa leziosità formale (a ben guardare già espressa nel suo nome) ed uno scarso contenuto sostanziale somigliante alle gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” per cui solo i tradizionalisti stravedono in bellezza e significati.

Più austero e…lapidario l’uso del memento mori, non per nulla coniato dallo spirito latino e successivamente adottato dai monaci trappisti che assume due significati: il primo consiste nella accettazione consapevole della morte; il secondo nell’abitudine a considerare i valori mondani e gli appetiti  relativi come vuoti e transitori. Anche il buddhismo possiede una formula analoga con il marana sati (consapevolezza della morte) in cui la tecnica consiste nella ripetizione di marana vavissati che significa ‘arriverà la morte’.

La (necessità della) contemplatio mortis non appartiene solo all’antico ma appare qua e là sino ai giorni nostri. Miguel Unamuno avverte con forza la tragica, insopportabile, incongruità dell’esser vivi, attivi e coscienti per poi non essere, e scrive: “Pensa al lento tuo disfacimento: la luce si spegne e più non danno suono fasciandoti nel silenzio, ti si struggono tra le mani gli oggetti, di sotto i piedi scivola via il terreno, svaniscono come in deliquio i ricordi, tutto va a dissolversi nel nulla e neppure rimane la coscienza del nulla (…) E’ un confrontarsi faccia a faccia con lo sguardo della Sfinge: è così che si spezza il suo incantesimo”.

Si può intravvedere nell’ultima frase che Unamuno, gran lottatore, presagisce un atto, coraggioso e profondo, che possa spezzare il limite dell’inevitabile (che forse è un potente incantesimo). Negli stessi anni un altro uomo assai diverso per età, carattere e cultura, Carlo Michelstaedter presagisce l’incombenza della morte ma anche intuisce lo svincolamento radicale dalla “rettorica” del dato, del compiuto e con ciò il superamento della morte (pur essa rettoricamente data) attraverso il compimento di una dolorosa, ineffabile ascesi verso un nuovo tipo d’uomo, il “persuaso”.

Anche l’immersione nell’esperienza della morte di congiunti o sconosciuti è capace di insegnare molto. Non avete forse notato come il dolore della perdita di di una persona amata regala ai sopravvissuti un respiro di spiritualità forse  mai  prima presentatosi all’anima? E la vita tra malati terminali riserva spesso grandi sorprese.

Ne fu testimone Roger Godel (Essais sur l’expérience libératrice) durante il suo soggiorno medico tra moribondi in Egitto negli anni trenta del secolo trascorso. Ne rende testimonianza recentissima la dottoressa Marie de Hennezel che, senza preconcetti metafisici, lavora da anni nelle unità di cure palliative a Parigi.

Tali settori, fortemente sostenuti da François Mitterand, aiutano i malati terminali a riconciliarsi con l’evento inevitabile. Estraggo da lui, ormai presciente della propria fine, alcune considerazioni. “…mi accompagnarono al capezzale dei moribondi. Qual’era il segreto della loro serenità? Dove attingevano la tranquillità dei loro sguardi?…Spesso chiedevo a Marie della trasformazione profonda che lei stessa osservava in alcuni pazienti alle soglie della morte. Nel momento di maggior solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell’infinito, subentra un altro tempo, che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni, con l’aiuto di una presenza che permette alla disperazione e al dolore di esprimersi, i malati comprendono la loro vita, se ne appropriano, ne manifestano la verità. Scoprono la libertà di aderire a se stessi. Come se, quando tutto sta finendo, tutto si liberasse finalmente dal groviglio di pene e di illusioni che ci impediscono di essere noi stessi. Il mistero di esistere e morire non è affatto chiarito, ma è pienamente vissuto. E’ questo l’insegnamento: la morte può far sì che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento. E poi, non c’è forse nell’uomo una parte di eternità, qualcosa che la morte mette al mondo, fa nascere altrove?”

E’ interessante notare come in Mitterand, uomo laico e spregiudicato, per molti anni dedito al massimo potere politico e agli intrighi di corte, il contatto con la morte risvegli nell’anima le forze corrispondenti a quanto mostra di intendere con queste parole.

Questa impressione non pare astratta perchè la morte insegna davvero molto quando la coscienza, limpida e disciplinata, non venga trascinata in fantasie gotico-romantiche o nelle pessime trame di pessimi film (con ciò non dico di evitare una affascinante stagione artistico – letteraria e persino il “macabro” spesso presente nei prodotti della X Musa. I divieti spiritualistici spesso sono risibili e ridicoli perchè ad essere radicali allora andrebbe vietata l’intera esperienza sensibile in quanto dualistica…) e qualche tipologia interiore potrebbe persino trarre ottimi spunti dagli insegnamenti tolteco-stregoneschi di don Juan: “La cosa da fare quando sei impaziente è voltarti a sinistra e chiedere consiglio alla tua morte. Ti sbarazzi di un’enorme quantità di meschinità se la tua morte ti fa un gesto, o se ne cogli una breve visione, o se soltanto hai la sensazione che la tua compagna è lì che ti sorveglia. (…) La morte è il solo saggio consigliere che abbiamo. Ogni volta che senti, come a te capita sempre, che tutto va male e che stai per essere annientato, voltati verso la tua morte e chiedile se è vero. La tua morte ti dirà che hai torto; che nulla conta veramente al di fuori del suo tocco. La tua morte ti dirà: ‘Non ti ho ancora toccato’. (…) Si deve chiedere consiglio alla morte e sbarazzarsi delle maledette meschinerie proprie degli uomini che vivono come se la morte non dovesse mai toccarli”.

Ci sarebbe anche molto (troppo) da dire circa le NDE (near-death experiences) che, per l’appunto, non sono meditazioni ed esercizi ma esperienze dirette. Diversi studiosi hanno svolto lunghe e approfondite indagini sulle NDE, come Frank e Potzel, ma la grande risonanza mediatica è stata suscitata dal lavoro del prof. Raymond A. Moody dopo l’uscita del suo primo libro La Vita Oltre la Vita, tuttora facilmente reperibile nelle librerie. Sulla sua strada diversi altri medici hanno continuato la ricerca, persino specializzandosi nelle sotto-categorie del fenomeno. L’esperienza più completa si configura in otto stadi successivi: la sensazione della morte, il senso di pace e l’assenza del dolore, il tunnel, gli esseri luminosi, l’incontro con il supremo essere di luce, la visione panoramica dell’intera vita, l’ascesa al cielo e la riluttanza a tornare in vita.

Ma tutto ciò con quanto è stato pubblicato da Moody e dai suoi epigoni può venir approfondito fuori da questa nota. Credo invece che valga sottolineare la vastità del fenomeno che è assai più comune di quanto si possa immaginare e come questo venga artatamente occultato da moltissimi medici. Sono molti i pazienti che, raccontata la loro esperienza al personale sanitario, vengono autoritariamente invitati a tacerla e dimenticarla, anche con l’aiuto di sostanze chimiche. Risulta inoltre che nelle linee direttive (protocolli) di diverse entità ospedaliere, le NDE sono valutate alla stregua di sintomi patologici da curare.

Nella Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente  una forma nuova di contemplazione della morte è spesso presente, anche prescindendo dai molti Cicli di conferenze specifiche. Non è una tematica svolta in maniera angosciante o malsana ma ad un livello conoscitivo impersonale: “La morte stessa ha per sola causa un mutamento nel rapporto degli arti dell’entità umana”.

L’impersonalità conoscitiva che parla a te di te, venendo riprodotta in te al suo proprio livello trasporta il tuo essere ad un momento di superiore consapevolezza ove il pensare inizia ad essere qualcosa che porta in sé una entità cosmica.

Da questo privilegiato punto d’osservazione ti senti connesso agli eventi dell’universo e avverti, in serena ampiezza, come l’umano episodio della morte si armonizza in seno a questi. Con questa chiara o persino gioiosa impressione acquisti una nuova forza e speranza per la tua vita e per il mondo a cui sei legato da viventi azioni dello Spirito.

E’ la tua stessa anima a suggerirti l’immagine della trasformazione, organicamente vera per l’uomo, il pensiero e il bruco. L’inganno arimanico-scientista che, con amplificato schiamazzo, offende la tua coscienza pensante con le ottuse immagini di un tutto che meccanicamente reciso diventa il nulla, puoi persino vederlo, livido e rancoroso, allontanarsi dalla tua anima.

A tutto ciò non può non connettersi l’idea del ritorno (karma): essa è vertigine d’altezza, il cuore sente un illimitato dilatarsi dell’orizzonte; ti responsabilizza sub specie aeternitatis. Il significato della tua vita si scioglie dalla falsa banalità del caso, del contingente (le azioni e le cose acquistano luce e gravità morale) e si infiamma di speranza e d’audacia sacra perchè presagisci una vita e un senso che sono cosmici.

Nello specifico dell’Opera di Rudolf Steiner esiste una contemplatio mortis vissuta come un gradino conoscitivo del vero Io dell’uomo. Sto parlando della prima meditazione che trovate in Una via per l’uomo alla conoscenza di se stessoin otto meditazioni.

I pensieri suggeriti da Steiner in tale meditazione si correlano in maniera rigorosa e severa e possono “far sperimentare interiormente tutto l’orrore del pensiero della morte, senza che a questa impressione si mescolino i sentimenti puramente personali che abitualmente sono connessi nell’anima con quel pensiero”. Permettetemi di disegnare una traccia della meditazione proposta: solo una traccia che non vuole essere né una sintesi né tanto meno un riassunto.

Il corpo fisico è qualcosa che io ho, non è una cosa che io sono. Il mio corpo, attraverso cui vedo, ascolto, tocco, mi esprimo, ecc., in un giorno qualsiasi sarà perduto: il mondo lo distruggerà.

Ma il modo in cui il mondo esterno tratterà il mio corpo (il mio cadavere) non cambia. Sarà il medesimo con il quale ora tratta il mio corpo vivo.

Tuttavia io sono e vivo in questo corpo che, di fatto, appartiene al mondo: io vivo in un corpo a me esterno poiché appartiene al mondo che mi è esterno.

Se la meditazione viene vissuta dal discepolo sino a quella condizione in cui il pensiero dialettico si consuma, la sua anima sente (scopre) una sensazione di estraneità rispetto al corpo fisico. Avverte che il corpo le è sostanzialmente estraneo (esterno) come qualsiasi altra cosa presente nel mondo esteriore.

Questo primo gradino meditativo prepara l’anima al passo successivo ma determina anche effetti suoi propri. Uno di questi, ad esempio, è avvertire il nostro corpo come uno strumento usato o guidato da un principio volitivo che lo muove e lo usa.

Ancora uno sguardo. Il nostro esercizio regale perchè contiene proprio tutto, ossia la Concentrazione, è estraneo al tema di questa nota? Non direi proprio: da un certo punto di vista la Concentrazione è assai più che una meditazione sulla morte.

E’ un’immersione nella morte; attraverso essa ci rechiamo al punto zero dell’esistenza personale e oltre. Non sto parlando parole: oltre alle esperienze interne all’esercizio in sé, che ognuno può fare, sono inevitabilmente possibili anche esperienze “collaterali” come, ad esempio, questa: si avverte qualcosa che non si conosce ma che però viene dall’interno come vero contenuto spirituale che se non si pasticcia si palesa ma, sulle prime, sembra irriferibile a quanto si conosce.

I “contenuti interiori” quando sono veri, saranno pure sottili ma sono anche forti; lasciano una traccia nell’anima. Magari giorni dopo, esso risuona ancora come un debole diapason. Si entra nel Silenzio, si afferra il diapason per la coda e si attende con molta dolcezza: riesce oppure no. Se riesce, l’immagine si alza nel campo visivo della coscienza ed è come se si alzasse la luna e la luce lunare nella notte.

Lo sperimentatore trova così, in un punto della Concentrazione la medesima esperienza descritta da Rudolf Steiner quando il discepolo si abbandona all’impressione interiore  che può sorgere (obbiettivamente!) nella ripetuta immersione meditativa rivolta ai fenomeni dell’appassimento e della morte.

Rivediamo per un momento la situazione dell’operatore. Egli non nega il corpo, la psiche, ecc. rivolgendosi al “io non sono questo o quest’altro” ma indirizza tutta l’attenzione verso una direzione inusuale (per trovare il sé, si vuole in un assoluto “altro da se”) e nel far ciò abbandona con dedita indifferenza corpo, sentimenti, ricordi, volizioni, pensieri, il proprio soggetto comune, il mondo dei sensi: insomma tutto cade “come corpo morto cade”.

Questo da un lato mentre l’oggetto verso cui l’operatore conduce la quintessenza della sua potenza percettiva, l’immagine del chiodo, del turacciolo, del bicchiere, ecc. è, a tutti gli effetti, l’unica cosa morta che esiste in un universo vivente in molti modi. L’immagine del chiodo non è il nulla: è soltanto una delle infinite forme (simboli) della morte del pensiero. Perciò il vero asceta contemporaneo, per frazioni di ora giornaliere, muore al mondo e a se stesso per contemplare ciò che è morto.

Per fare questo occorre mettere in campo tutta la forza che non si sa di possedere e che, in un certo senso, non si possiede poiché è inavvertibile.

La Forza che non viene avvertita è la Presenza dello Spirito: Esso è ciò che conduce l’acme della Concentrazione e anche l’eroismo per ritentarla sempre: l’uomo, nell’accezione comune, non potrebbe contemplare, lui vivo, la morte. Altrimenti una simile operazione, basta il buon senso per capirlo, sarebbe una vana e folle presunzione inattuabile (ciò spiega tante cose: l’avversione e la paura per la Concentrazione, la scarsità di operatori veri, l’abbondanza di ascoltatori e lettori, ecc.).

E’ anche un punto di osservazione forte per avvertire come possano essere necessari alcuni provvedimenti che, a svariati livelli, possano condurre il discepolo ad un’opera di trasformazione e riedificazione dei veicoli costitutivi – alludo alla pratica dei cinque esercizi – per non danneggiare o distruggere la propria entità umana quando lo Spirito scende e infrange vittorioso “il volto di Medusa”.

Fu per  queste mancanze che il citato Michelstaedter pagò con la vita la sua possente intuizione.

                                                                                                                

4 pensieri su “L'ESPERIENZA LIBERATRICE

    • Poetica Savitri,
      l’articolo di Isidoro, l’audacissimo commodoro, sarà moltissimo interessante per i vispi e gli svegli, dando lor ulteriori vigore e forza per più energicamente lottare nell’Ascesi del Pensiero, e sarà utilissimo ai pigri e ai dormienti, che di soprassalto verran sottratti al loro pigro sognare, ed esposti all’aspra battaglia, alla quale la latitanza del sonno vilmente li sottraeva!

      Hugo, ch’ogni fosco pensier
      nel pugnar io fugo.

  1. Il nostro prode Isidoro, che naviga nel tempestoso mar dell’essere come un audace commodoro, ci propone pensieri che esplodono nelle anime come autentici “schrapnel”, interrompendo bruscamente i torpidi e saporiti sonni delle anime indolenti e ci offre il destro, e anche il sinistro – per onorar degnamente un lupaccio di mare come lui, dir dovrei “il bordo e il babordo” – di entrar più a fondo nelle “mortali” sue considerazioni, che poco gradevolmente agiteranno i rosei sogni delle pigre e molli anime belle! E prestissimo ci getterem ove della battaglia la mischia è più fitta, e la lotta più furibonda e dura. Ma è quando la lotta si fa più dura che i duri comincian a lottare!

    Hugo, che il pappando risotto
    insapora col di pesce il sugo.

  2. Ah, quanto amo e mi commuove l’Isola dei Morti dell’immortale Boecklin! Quanto è cara a chi conosce quel Cimitero degli Inglesi a Firenze, ove riposa la spoglia della sua amata figlioletta, troppo precocemente strappata all’affetto del suo cuore!

    Hugo e basta,
    che col sugo
    si sbafa anche la pasta.

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