IL D’ANNUNZIO INASPETTATO

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Se non ti aspetterai l’inaspettato, non giungerai alla Verità.
Eraclito

Ho raccontato, nel precedente articolo, come il destino mi fece incontrare il mio amico G., «asceta d’altra dottrina» e praticante un’antica Via, e come da questo incontro sia scaturito il mio interesse nei confronti di una personalità di rango spirituale come A., che aveva partecipato al Gruppo di UR – in precedenza aveva attivamente fatto parte della cerchia pitagorica che si riuniva attorno ad Arturo Reghini, alle riviste esoteriche di Atanòr del 1924 e Ignis del 1925 da questi dirette – e che per tutta la vita era stato un grande amico di Massimo Scaligero, arrivando a condividerne la scelta di dedicarsi alla Scienza dello Spirito e a seguirlo nella disciplina della concentrazione e della meditazione. Il mio amico G., da me incontrato quasi alla metà degli anni novanta, era una persona di profonda e vasta cultura, e di raffinata educazione. Non un selvaggio dagli inurbani e orsolupeschi modi, come il mio amico Attila e il sottoscritto.

Sia come sia, il mio amico G. mi si era profondamente affezionato ed usava nei miei confronti un’affabilità ed una generosità veramente regali. Credo che nei suoi ultimi anni della sua vita, un altro sapiente amico ed io fossimo gli unici veri amici che avesse. Per andarlo a trovare, ogni volta mi alzavo la mattina ad ore antelucane, mi sciroppavo svariate ore di treno, mi attraversavo talvolta a piedi una città – le mie finanze, che sono sempre state endemicamente e drammaticamente scarse, mi costringevano spesso a farmi la scarpinata – per venire accolto a braccia aperte in casa sua. Passavamo ore e ore a parlare di cose meravigliosissime, nelle quali il mio amico G. – con un metodo maieutico simile al Rinzai Zen – mi sollecitava e mi guidava a scoprire con le mie forze gli arcani della sapienza ermetica. Ogni volta che, come in un lampo, realizzavo un’intuizione, G. ne gioiva visibilmente, e a quel punto mi sollevava alquanti veli circa quelle segrete cose sulle quali, come dice Dante, «il tacere è bello».

Alla fine della mattinata, mi portava a ‘desinare’ – come dicono a Firenze – in ristoranti di lusso, ove egli era evidentemente ben conosciuto, e dove i maître di sala e i camerieri, per far piacere a lui trattavano come un principe me, che ero vestito come un pezzente e mi muovevo in quei luoghi come un selvaggio. A tavola, gustando vivande arcane e mirabili, continuavamo a parlare delle nostre cose mirabili ed arcane. Poi tornavamo a casa, dove annegandoci nel caffè e intossicandoci col fumo di sigarette lui e di sigari toscani io, proseguivamo le nostre ermetiche discorse. Nel tardo pomeriggio, infine, mi accompagnava a piedi alla stazione dove riprendevo il mio treno per tornare a casina, beatificandomi per tutto il viaggio di ritorno della rimembranza delle cose meravigliosissime vissute in una giornata così intensa e proficua. Cercando soprattutto di «fissare il volatile».

Le esperienze e le verità che con grande generosità mi donava, non me le regalava: mi guidava a conquistarmele con notevole sforzo, come nel disvelamento di un difficile koan nella pratica zen. E devo dire col suo «metodo», decisamente inusuale e apparentemente stravagante, il mio amico G. mi aiutò molto ad andare avanti nella mia strada, facendomi scoprire molte cose, e molte me ne rivelò generosamente lui.

Molte volte il mio amico G. mi parlò del Gruppo di UR, le cui pratiche egli aveva a lungo sperimentate direttamente, e della figura di A., del legame di questi col suo Maestro, e di Gabriele D’Annunzio. Mi spinse – come fece nei confronti di altre figure spirituali recenti o antiche – a ricercare alcuni testi per lui particolarmente rivelatori. Fu così che mi misi diligentemente in caccia, ed una volta in biblioteca trovai un articolo di A. su D’Annunzio, da lui pubblicato nell’agosto del 1940, pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia in quella guerra, che tanti lutti e tante sciagure avrebbe portato al nostro amato paese.

L’articolo di A. l’ho trascritto nelle righe che seguono. Per me fu una rivelazione: cambiò totalmente il mio modo di considerare il Poeta-Soldato, la sua vita e la sua opera. Negli anni, ebbi modo di discutere con G. varie volte di D’Annunzio e di alcune cose da lui scritte. Anche in tali casi, il mio amico G. trovava modo di sollecitarmi ad una più audace penetrazione del pensiero di lui, di quanto non fossi stato capace ad un iniziale esame. Anzi si servi di alcune parole di D’Annunzio, con mio grande stupore e meraviglia, per condurmi al punto in cui mi potesse essere sollevato il velo che per lui celava il Grande Arcano.

Lascio quindi la parola ad A.

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Del meditare come arte.
D’Annunzio e il realismo magico
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«L’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà». Così Massimo Bontempelli in un suo ultimo «D’Annunzio o del martirio», saggio che per molti riguardi a me pare tra i migliori, se non il migliore sul D’Annunzio; intendo il migliore tra i saggi non letterari o non solamente letterari. Poiché D’Annunzio è stato abbastanza notomizzato, martirizzato dall’indagine letteraria, diffamato anche se con propositi laudatori da quelli che lo hanno scelto come maestro di vita, d’azione, d’eroismo, ma capito male in genere nella sua unità o totalità. Bontempelli è tra i pochi che abbia saputo accostarsi al suo vero genio. Che la morte sia stata considerata dal Bontempelli come un atto di volontà come un atto di volontà è di per sé abbastanza significativo; anche Massimo Scaligero ha scritto della morte di Cesare come di un preciso atto della volontà di Cesare; queste sono affermazioni che potrebbero sembrare pressoché gratuite; appartenendo ad un ordine alquanto diverso da quello in cui normalmente si svolge l’esame dei dati esteriori dei sensi, tali affermazioni non avrebbero bisogno di dimostrazione. Sono problemi che sottintendono un’esperienza; un’esperienza capace di portare a stati di coscienza diversi, come si verifica del resto nell’esperienza mistica. Inutile dunque cercare di dimostrare ciò che non è dimostrabile con i mezzi ordinari; occorre più che dimostrare, meditare; offrire un metodo di meditazione su verità che in precedenza sappiamo tali in quanto unicamente rivelabili. Se nella sua più alta accezione, il genio rivela, la sua rivelazione perché sia attiva deve suscitare in chi la riceve un processo pressoché identico di successive illuminazioni.

La morte come atto di volontà non va intesa come un imperativo che l’individuo dà a se stesso in un certo momento, di morire; tale atto sarebbe assurdo o ridicolo o banale. La meditazione a che cosa ci porta? Nel cammino della meditazione occorre andare cauti. Se nel linguaggio e con la tecnica filosofica è possibile risolvere molti problemi nel senso di una sistemazione intellettualistica, ciò dal punto di vista della meditazione non costituisce un grado apprezzabile per la conoscenza. Conoscenza può essere intesa nel modo mistico; come corrente capace di trasmettere moti di vita, non moti esteriori, per i quali siano possibili equilibri propri tra il nostro essere e il mondo circostante. Allora la volontà ci appare non come un movimento riflesso ma quale forza indispensabile per una sistematica creazione del nostro organismo.

Bontempelli, infatti dice che «l’uomo nasce e vive e muore per effetto di una precisa e vigilata volontà», dove quel vigilata presuppone un vigilatore.

L’affermazione, audace, acquista un senso solo in quanto la volontà sia in rapporto reale con tutti gli elementi fisici e metafisici concorrenti a uno stato di esistenza in cui siano da escludere quei moti riflessi comandati dalla volontà non vigilata. Camminare è un atto di volontà, ma chi cammina non sa di compierlo, ecc. ecc.

Che molte verità più che dimostrate debbano essere meditate, lo insegna ogni teologia. La meditazione e la concentrazione sono capitoli importanti di ogni pratica religiosa. Per molti aspetti l’arte, nelle più alte manifestazioni si accosta alla religione; niente di così straordinario che spesso le relative tecniche abbiano momenti somiglianti.

Chi legga il “Notturno” di D’Annunzio, astraendo dal mero valore letterario, potrà facilmente scoprire un’arte della meditazione: meditazione scritta, attenta vigilatissima molteplice, nella quale gli stessi elementi del reale si trasfigurano e si potenziano acquistando originarie potenze; ed esercitano un vero potere suscitativo. In questo senso D’Annunzio, il D’Annunzio notturno come già qualche critico ha intravisto, è lo scrittore più positivamente qualificato a creare stati di coscienza perché una volta entrati nelle maglie sottilissime della sua arte è difficile – a meno di essere marci di letteratura – di non procedere avanti in riscoperte e chiarificazioni.

Si è tanto discusso di realismo magico, a proposito e a sproposito; soprattutto a riguardo di stranieri. Il termine magico, inteso come allusivo a forze suscitate da una tecnica, nei confronti della tecnica del linguaggio in particolare fu dal D’Annunzio stesso applicato all’arte di Giovanni Pascoli. E, come al solito, con significati profani. («In nessun laboratorio d’uomo di lettere m’era avvenuto di sentire la maestria quasi come un potere senza limiti, penso che nessun artefice moderno abbia posseduto l’arte sua, come Giovanni Pascoli la possedeva. La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era ineffabile, ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di lui sapeva e dimostrava come l’arte non sia se non una magia pratica. “Insegnami qualche segreto”, gli dissi a voce bassa; ma, in verità, un’ombra di superstizione era nel mio sentimento»). Ma a quale artefice – arte come artifizio, come artigianato, anche – più che al D’Annunzio si può attribuire questa qualifica di magico? Egli ha saputo affinare l’arte della parola fino a farne vera e propria opera di magia, in questo riprendendo segni e insegnamenti della più schietta tradizione italiana. Più volte egli si è compiaciuto di definirsi operaio e lo studio attento dei vocabolari delle arti, dei mestieri, delle specialità non risponde in lui ad esigenze estetiche; è un bisogno sentito nel più profondo, un bisogno di chi è persuaso nella parola esser riposta un’arcana forza creativa. L’arte – artigianato ha in D’Annunzio un rappresentante tra i più significativi; un maestro conoscitore di molti segreti dell’arte sua. La tecnica non fine a se stessa ma dispiegata in tutta la sua importanza, la tecnica come fatto spirituale; ecco ciò che accosta ancor più D’Annunzio ai nostri sommi e in particolar modo a Leonardo.

Il realismo del “Notturno” ha in certi momenti il rapido procedere cronachistico. Nel ricordo ogni minimo istante rivive e la visione si fa più densa più si lega al fuggevole; l’attenzione del Poeta è sublimata in questo bagno nella realtà. Morte di Miraglia. Chi ha mai potuto e con più ritmata partecipazione accostarsi al dissolvimento della morte seguendone così minuto per minuto, grado per grado il corso devastatore? Poche volte pagine scritte hanno potuto fermare con tale incisiva costanza ciò che ripugna ed esalta ad un tempo, il dissolversi e il permanere; alzare con sì lieve mano i veli vietati, persuadere alla Bellezza quando tutto è dissoluzione.

Modi di meditare; per trovarne altri di uguale durata occorre rivolgersi a testimonianze mistiche. L’intensa volontà è presa e serrata in moti interiori e così quanto è argomento di rappresentata mutabile realtà si conchiude in un’armonia che vive di una propria vita.

Perché crea la vita. Il metodo di Leonardo ha i medesimi segni; anche per Leonardo il reale ha un valore magico, e lui che nelle statue antiche prima si ostinava in misurazioni meccaniche con quella geniale pedanteria che ha sempre distinto l’audacia, che tanto si macera nell’osservare riscopre le leggi più antiche per significazioni sempre nuove.

Lo stato di coscienza eroica in cui D’Annunzio per istinto si pone – eroismo che si affina fino a sconfinare con l’ebrezza del martirio – è lo stato di coscienza più proprio a capire al di fuori e al di là di ogni definizione intellettualistica gli enigmi che la vita impone di risolvere se non si vuole rinunziare a vivere. È forse in virtù di questo stato di coscienza che D’Annunzio è sempre stato capito a metà dai letterati che hanno mirato soprattutto a ridurre a meri valori letterali i valori molteplici della sua azione; la critica ultima e ultimissima si è esercitata in codesta direzione, distinguendosi nel tagliare dall’opera d’arte dell’opera i poteri d’azione e D’Annunzio era lo scrittore che doveva più rimetterci; un altro ci ha rimesso ed è Pascoli.

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Le severe parole di A. nei confronti degli inintelligenti lettori e critici di Gabriele D’Annunzio e di Giovanni Pascoli, si applicano oggi con ancor maggior severità nei confronti degli inconcludenti, inintelligenti, divaganti e pigri lettori e seguaci di Massimo Scaligero e di colui ch’egli chiama il Maestro dei Nuovi Tempi. Questi non sono stati capiti neppure per un decimo.

E spesso li si è voluti ridurre ad un edulcorato e brodoso misticismo, che è una delle disperate difese dell’ego, che cerca di sopravvivere, nei confronti di una energica Ascesi del Pensiero, alla quale l’ego cerca in ogni modo di sottrarsi. Così come è una menzogna ed una estrema difesa dell’ego l’intellettualismo parolaio e dispersivo, analitico e dialettico, capace a parole di dimostrare tutto e il contrario di tutto, senza mai afferrare – come ammonisce Massimo Scaligero – una briciola di realtà e di verità.

Non vi è verità che sia vera, se questa non viene realizzata in una pratica interiore: se non si giunge, nell’intuirla e viverla, a modificare ontologicamente la nostra costituzione interiore e se questa verità non si riversa poi nella nostra ulteriore azione esteriore e interiore. Ma questo intuire e vivere radicalmente le verità spirituali è il meditare. E la forza del meditare più radicale si invera nella concentrazione profonda, la quale può giungere nel proprio moto estraformale – nel quale il pensare folgorante è libero di pensieri – a farsi tutt’uno con l’atto di essere della Verità.

Gabriele D’Annunzio visse fortiter gli errori e le verità, le luci e le ombre della propria vita: compromettendosi sempre fino in fondo, vivendo coraggiosamente ed energicamente, pagando sempre di persona, rischiando la vita e affrontando la morte guardandola in faccia. Traendone persino una sottile e preziosa sapienza. A quanti, con facile critica, rilevano quelle che a loro appaiono inadeguatezze della vita di D’Annunzio, offro le parole di Massimo Scaligero – che di D’Annunzio era estimatore al punto di dare ad alcuni discepoli suoi versi come temi di meditazione – il quale più volte affermò che «il Logos ama chi si compromette», e che dal punto di vista spirituale sia «meglio essere delinquente che borghese». Ed io la penso esattamente come lui.

Da qui nasce tutta la mia più delinquenziale simpatia e ammirazione nei confronti di D’Annunzio.

29 pensieri su “IL D’ANNUNZIO INASPETTATO

  1. Le sono infinitamente grato davvero, sia per queste parole, che non sono solo parole, sul Vate, che per questa preziosissima testimonianza. Non è facile descrivere la profonda sintonia, come di un’evidenza che sorprende inaspettata…. lamaflo

  2. ed è l’evidenza di un procedere, dico del Suo come di molti altri scritti presenti e passati in Eco, che indica senza statuire dogmi, stimola ad approfondire nella meditazione personale in modo del tutto individuale qualcosa, un’quid’ per citare Scaligero, che spinge ad insistere’oltre’ per rinascere presente e vivente come un compito voluto a cui consacrarsi oltre ogni morto dire (ecco, credo, la cerca del Vate della parola ‘poietica’ in quanto’potenza sintetica, creante, vivente’: dire che dà la Vita, Logos solare, oltre ogni morto mio dire). Una ‘cerca’ meglio se convergente nell’intimo di sé, come una spirale che con pervicace martellante insistenza cerca ogni volta affinché sia la prima, parola che sia potenza del pensiero al primo sorgere e risorgere dell’Io, e che finalmente sia illimitato svuotarsi e donarsi al medesimo Logos, che dal principio attende oltre la morte di tutto questo infame baccano che ammorba il mondo,le anime i cuori, e ottunde cercando di ammazzare le coscienze e annichilire l’uomo.
    In molti anni di studio di Scaligero, e di pratica, avevo proprio bisogno di una misura, una ‘dose’ di inaspettata sintonia e ironia(ma bisogna proprio dirlo, allo specchio di questo morente, dolente narciso del web?Grazie a Voi e al glorioso archetipo che lo sfidate, altrimenti….che noia inutile, non solo ‘antropo-sofistica’e caotica). e……continuino pure a cercare D’annunzio al Vittoriale, come Steiner e Scaligero nelle tombe dei sistemi antroposofici di comprensione erudita dell’universa-mondo..il Vivente non è tra i morti. scusate se mi sono dilungato……eccetera Laflo

  3. Crowley??? No non esageriamo. Non ho l’attitudine positiva verso D’Annunzio che altri su questo blog mostrano avere, ma…insomma!! Per usare termini “guènoniani” per D’Annunzio si puo’ forse parlare di “pseudoiniziazione”, per il “mago di Caltabellotta” di vera e propria contro-iniziazione…..

  4. Carissimo Balin, mi fa molta fatica, ma credo proprio che dovrò metterti la mela in bocca e farti in forno arrosto con le patate! Dovresti venire bello croccantino! La prossima volta che spari una indecenza del genere su D’Annunzio – anche questo mi fa fatica, ma “noblesse oblige” – credo che ti tirerò il collo e ci farò tre nodi!

    Hugo, sempre più cupo
    e affamato come un lupo.

  5. NUMQUAM MIRARI, QUONIAM NUMERUS STULTORUM EST INFINITUS!
    ODI PROFANUM VULGUM, ET ARCEO!
    La gente parla solo perché ha la bocca, ed anche i denti hanno diritto all’ora d’aria!

    Hugo, e basta
    che per spregio agl’imbecilli,
    non mangia neppure la pasta.

    • Sì e no 😀

      Intanto paleso che di poesia non ne capisco un tubo. Penso che presi dalla mia bisnonna che uno scritto inedito ed autografo di Dannunzio lo utilizzò allegramente per accendere la stufa (veramente, la mia nonna servì in casa del poeta e lui gli dedicò un sonetto).

      Comunque a me continua a suscitare impressioni sgradevoli. Mi assumo la piena responsabilità del mio limite e non lo spaccio come certezza. Sia chiaro.

  6. Ho usato il termine “pseudoiniziazione” per evidenziare un fatto.
    D’Annunzio fu in effetti stato iniziato ad una loggia massonica. Il termine “pseudo” sta a significare l’inattualità e l’inefficacia spirituale positiva di certi rituali ormai obsoleti (lo erano già nel 1890), che,tuttavia, possono “galvanizzare” energie psichiche in nature a cio’ portate. Nulla a che fare,ovviamente, col cammino iniziatico micaelita.
    Per quanto riguarda “quell’altro” siamo su piani ben diversi, anche se , come poeta, l’anglofono non era poi così malvagio.
    Ma su questo piano artistico , e non posso certo essere tacciato di “dannunzianesimo” ,Gabriele Rapagnetta in arte D’Annunzio era ben “maggior cannone”…..

  7. scusate ma queste nenie circa iniziazioni e non o contro o pseudo sanno un po’ di stantio. come le affabulazioni guenoniane sulle vie iniziatiche, declinanti nell’ossessivo paranoide, che rimandano l’accanito studioso. dritto come un fesso, all’altra iniziazione , quella ‘a babbo morto'(mi riferisco a un ottimo articolo di Fortunato Pavisi sull’ sul Loyola, cui assocerei il fine metafisico dei molteplici stati dell’essere).Sarà perché ho innata la difesa immunitaria dell’Unico di Stirner,ma proprio congenita, ho sempre preferito non vendere il cervello all’ammasso. tanto meno delle categorie del pensiero dietrologico.

    Quello che mi convince in Scaligero, confrontandomi anche con la testimonianza diretta di Filippani Ronconi e di altri, è l’efficacia pratica sperimentata e sperimentabile delle ‘tecniche di concentrazione interiore’ come di ogni Suo testo (anche se ce li ho tutti, leggo e rileggo costantemente il Trattato del Pensiero vivente, insieme alla filosofia della libertà dello Steiner)…certo è una via difficile e molto impegnativa, per un impegno costante che si prende esclusivamente con se stessi, ma qui sta la sostanza di una magnifica sfida, anche per non ‘vendere il cervello all’ammasso’,o nei più svariati deliri ‘iniziatici’.
    Intendo dire che D’Annunzio è, come l’ago lo spillo o la matita, un pretesto per un ulteriore a cui si può solo alludere… i grandi creatori, vogliono essere ‘superati’ secondo una traccia che, magari senza avvedersene, hanno lasciato nei loro testi(qui ricordo una frase di Camus…ma era’iniziato?’)
    Per concludere un appunto:Colazza Steiner e Scaligero, a mio modo di vedere, sono tra i pochissimi a poter essere definiti ‘iniziati’……il resto è noia ottocentesca Laflo

    • Se la letteratura al di la delle battute o delle supposizioni la cosideri noia qualcosa non va… Si parla proprio di un uso sbagliato del Trattato se si arriva a queste considerazioni.

      Mea culpa per la piega che ha preso il discorso ma spiegati meglio perché messa così la cosa porta ad incomprensioni. 😉

      Generalizzando io penso che le porte non vadano mai chiuse. Non va bene nemmeno se si chiudono atrorno a Steiner ed a Scaligero.

      • Mi sovviene un particolare che forse ti era sfuggito. Qui non si stava parlando dell’iniziazione Steineriana ma di un’iniziazione alla via occulta più “generica”. Magari da qui è nato il malinteso :-)

        Era un discorso molto leggero ed infatti si è prestato subito allo scherzo come hai visto :-)

        Ogni tanto serve pure quello se no si sfocia nel serioso.

  8. Io non trovo stantio parlare di D’Annunzio. Anzi, mi interessa molto. poi magari c’e’ sempre qualcuno che capita di qui e sente parlare di cose nuove per lui….Anzi adesso che mi viene in mente pubblico una cosina delicata e deliziosa del vate, siamo anche in tempo natalizio……… Ciao laflo.

  9. Esatto Balin. Si parlava di un rito: l’iniziazione massonica , che nulla ha a che vedere con il percorso contenuto nei testi-base della Scienza dello Spirito. Tant’è vero che Steiner “costrui'” riti massonici specifici all’interno della Scuola Esoterica ,prima del fatale 1914, destinati a persone desiderose di forme cultuali e cerimoniali che come tali si svolgono su binari esteriori, mentre il cammino iniziatico cristiano-rosicruciano-micaelita si svolge interamente “sub specie interioritatis”.. Poi, su una precisa rischiesta proveniente da sacerdoti (1921 e seguenti) elaborò anche una forma cultuale misterica di tipo religioso: da qui la nascita della Christengemeinschaft. Lo so è “ABC”, ma ogni tanto va ripassato

  10. alcune precisazioni. non mi riferivo alla letteratura e tanto meno a D’annunzio:mi sembrava chiaro che ‘stantia e ottocentesca’ è, secondo me, una certa tendenza a cercare e supporre di vedere iniziati e iniziazioni in ogni dove. Nemmeno sono chiuso nell’ambito di Scaligero, tutt’altro!Semmai è una chiave d’apertura, di stimolo ad un altro modo di…vivere le mie passioni per la poesia, la filosofia neo-platonica ed ermetica, o il buddhismo, con molta libertà. Mi spiace se ho contribuito al malinteso.Grazie per l’ABC,che conoscevo, ma preferisco da sempre il ‘sub specie interioritatis’. Ciao Savitri, grazie per i tuoi contributi. Laflo

    • Diciamo che quello specifico ABC non antroposofico non lo conosci tanto bene. Te lo dice uno che ci è passato. Che non ti interessi (giustamente) è un altro discorso. Va bene così.

      Iniziati non antroposofici ve ne sono in ogni dove. Ed agiscono pure… Purtroppo. Cruda realtà.

      Al limite si può più correttamente parlare di controiniziziazione ma i danni e l’azione anche incoscia di tale pratica si vedono…

      A mio parere parlarne, anche solo per discutere, aiuta a non dimenticarlo.

      La libertà alla fine non è vivere con un Io consapevole?

      La conoscenza può pure essere un piccolo mezzo.

    • Ovviamente prendi tutto con ironia. Il mezzo informatico è un po’ asettico. Sono sinceramente conscio che conosci molte pratiche meglio di me. Sarebbe anche bello parlarne. Dal mio punto di vista questi discorsi benché più terra terra aiutano chi è alle prese con una scelta. :-)

  11. hai ragione, sarebbe bello e meglio parlarne di persona…e hai ragione anche in merito alle altre tue considerazioni. sono d’accordo sugli effetti visibili,ma preferisco, come dirti, vivere con sempre maggiore intensità e dedizione, da vecchio terrone siculo, indolente e cocciuto, quello che non sempre mi riesce…è difficilissimo, una continua sfida da 20 e più anni(non so se conosco certe pratiche meglio di te: so che da quando frequento Eco, grazie a Hugo, Savitri, Isidoro e Rastignac, le comprendo meglio, a volte confermano alcune intuizioni,,,preferisco tutta sta fatica alle autostrade della retorica iniziatica)..dell’articolo di Hugo mi ha colpito la straordinaria capacità di comunicare un’autentica profonda e vera esperienza vissuta, per me quanto mai preziosa, (ben distante da qualsiasi ABC che è vero non m’interessa)..di là da d’annunzio o pascoli, sui quali ‘casualmente’ avevo intuito ci fosse stata un’operazione retorica che li ha ridotti al ‘patetico’ e non se lo meritano.così mi vado a rileggerli con rinnovato interesse e intanto mi trascrivo pedestremente le indicazioni, le meditazioni che leggo sul sito e che mi sorprendono sempre per la chiarezza sintetica.Grazie Laflo

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