Verità e illusione nella pratica interiore

Johann_gottlieb_fichte

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Nelle mie ore di notturna insonnia, pervase di dolcissima malinconia, mi do talvolta a peregrinare nell’infida palude della telematica rete, ove è possibile rinvenire di tutto e di ogni. E non è che quel che si rinviene sia sempre – anzi quasi mai – cosa da infonder nel cuore letizia e giubilo. Per quanto, poi, uno ritenga di aver raggiunto il punto di non doversi oramai stupire più di nulla, e che si sia toccato il fondo, succede che ci si vada a scontrare con novità che lasciano trasecolati e senza fiato. Soprattutto ci si rende amaramente conto, una volta di più, che invero non vi è mai fine al peggio.

Capita di leggere – ed anche se è ogni volta sempre la stessa solfa, ogni volta mi stupisco – da parte di coloro che vorrebbero indirizzare i cercatori della Via dello Spirito ad una più «umana» (anche troppo umana, se è per questo) «via dell’anima», distogliendoli da una «pericolosissima», ancorché nobile, Via del Pensiero, la quale – negli ultimi mesi ce l’hanno petulantemente ripetuto in tutte le salse in blog, in social network e in talk-shows, secondo il volgarissimo costume yankee oramai ovunque invalso – può facilmente trasformarsi in una «via del sublime egoismo». Perché rischiare di diventare «sublimemente egoisti», osando percorrere temerariamente una Via dello Spirito, quando è possibile procedere, comodamente e con tutti i comfort, lungo una via dell’anima che, a loro dire, col tempo e con la paglia – attraverso i quali sulle nostre balze appenniniche maturan le sorbe ed eziandio la canaglia – si perverrebbe felicemente all’esperienza spirituale?

Cotale «via sostituita» – surrettiziamente sostituita – viene illustrata con tutti i «morbidi» artifici retorici, che edificano, commuovono e consolano i cuori delle anime belle, e rassicurano gli imbelli, i pigri e i vili. Ma si tratta di una volgarissima, ancorché abilissima, truffa.
Non si dice, che il pericolo – pericolo concreto – non è quello di diventare, attraverso una intensa e fervida pratica della Via del Pensiero «sublimemente egoisti», bensì quello di non cessare di essere volgarmente o sentimentalmente egoisti, perché si continua ad essere impastati nel fango di una natura inferiore dalla quale certamente non si esce con le edificanti e morbide consolazioni di una pretesa via dell’anima. Semmai è osando, audacemente osando, percorrere la Via dello Spirito – il quale è un «fuoco che consuma», che «arde» ed estingue la natura inferiore – che si cessa di essere volgarmente o intellettualmente o sentimentalmente esseri egoici. Anzi si può dire che scopo precipuo delle suddette comode e «umane» – invero troppo umane – vie dell’anima, sia proprio quello di illudere il cercatore circa un conseguimento spirituale attraverso l’anima, e non attraverso l’energica, e audace, azione dello Spirito su se stesso.

Oggi vi è una profusione di proposte estremamente allettanti per l’ego. Vi sono le vie dell’azione dell’anima sul corpo, dell’azione del corpo sull’anima, le vie dell’azione dell’anima sull’anima (col potenziare e sublimare emozioni ed istinti, che nell’uomo attuale sono sin troppo potenti), le vie intellettuali nelle quali ci si infarcisce di disseccata erudizione, le vie magiche, quelle mistiche, e quelle che fanno un fritto misto – totani, calamari e gamberi, direbbe il mio amico C. – di tutte le precedenti. Così il ricercatore, sincero ma eccessivamente fiducioso e ingenuo, viene prima avviato su un binario di scambio, poi su un binario morto, sul quale potrà indefinitamente stazionare. Viene data l’illusione di fare qualcosa di spirituale attraverso l’anima, mentre in realtà si procede alla inavvertita paralisi delle forze spirituali. E si arriva sino alla denigrazione dell’Ascesi del Pensiero, e alla derisione degli animosi e appassionati praticanti della medesima.

Il grande Johann Gottlieb Fichte – che ho avuto il dispiacere di vedere ingiustamente telematicamente infamato da chi del suo pensiero nulla capiva – sosteneva che «è più facile convincere un uomo di essere un inerte pezzo di lava sulla Luna, piuttosto un vivente Io che pensa». E, purtroppo, accade di avere sempre nuove conferme di una tale sconfortante diagnosi del grande filosofo dell’idealismo dell’Io trascendentale.

Capita così di leggere – nelle suddette melanconiche ore di dolcissima insonnia – che vi è chi sostiene che si illude chi pensa che a qualcosa serva fare – che so – per esempio dieci concentrazioni al giorno, come si ostina da sempre a sostenere instancabilmente, ringhiando e ululando, un marimontano lupaccio tergestino, mio amico (tra lupi, diversamente che tra cristiani, ci si vuole bene…). Perché darsi pena di fare così tante faticose concentrazioni, quando ne basterebbe giusto una di un cinque minuti, di una qualche intensità, accompagnata dalla pigra lettura di una mezza paginetta di Filosofia della libertà? E così facendo e procedendo – oh stupore, oh meraviglia! – si giungerebbe in presenza delle celesti Intelligenze delle Gerarchie. Naturalmente – anche questo viene abilmente sostenuto – l’Iniziazione verrebbe dalle prove della vita, intelligentemente e impavidamente affrontate.

A me – malfidato lupaccio appenninico – risulterebbe che, a chi non pensa, le esperienze della vita con le sue «prove» (impavidamente affrontate, naturalmente…) non insegnino proprio un bel niente, e che per quanto si proceda a ripetute bastonature di un asino, non per questo si cresce in sapienza. L’esperienza, di per sé, non insegna nulla a nessuno, così come nulla insegnano di per sé gli accadimenti nello scenario dell’anima.

L’uomo è un Io, che ha un’anima, in un corpo. Quindi l’essere umano così come non è un corpo neppure è un’anima. L’uomo può e deve conoscere e afferrarsi come Io nell’Io, il quale non è un pezzo di lava sulla Luna, bensì la stessa concretezza dell’essere.

Perché l’essere è atto, non fatto.

E l’Io è in quanto compie l’atto di essere, perché questo atto non è che si compia da solo, impersonalmente, come il variare del tempo meteorologico nella attuale materialistica scienza della natura. E l’Io è, veramente è, quando compie l’atto di essere. Massimo Scaligero affermava aforisticamente che «non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io». Cioè all’Io non è sufficiente il mero esistere, in quanto l’Io non è un oggetto, una mera cosa, una cosa fra le cose. L’Io è soggetto: soggetto agente, e non – come l’anima – un oggetto passivamente paziente. E l’Io è attivo nel pensare volitivo, non nel sentire, il quale è oggetto di conoscenza: non conoscenza esso stesso. Nulla è meno ingannevole del sentire non penetrato dal pensare attivo.

Il pensare può attivamente afferrare e conoscere la propria stessa attività pensante, e può attivamente afferrare e conoscere la passività del sentire. Mentre il sentire non può conoscere né afferrare se stesso, così come l’anima – della quale il sentire è parte – non può conoscere se stessa.

L’Io nella passiva identificazione con l’anima, non conosce, perché si conosce unicamente ciò che è possibile porsi di fronte obbiettivamente come oggetto di conoscenza, non ciò che involgendoci in una passiva e sognante immedesimazione, porta ad uno stato di alienazione nel quale l’Io smarrisce il potere di identità con sé. Per questo le «esperienze» della vita, che possono essere oggetto di conoscenza per il pensare, di per sé nulla insegnano a chi non pensa: perché sono conosciute, o possibile oggetto di conoscenza, non conoscenza esse stesse.

Il Maestro dei Nuovi Tempi così ammonisce nella sua Filosofia della libertà: «Con quale diritto considerate voi il mondo completo senza il pensare?».

Ugualmente si potrebbe chiedere: con quale diritto venga considerata realtà l’esperienza, senza un Io sveglio e attivo che compenetra l’esperienza con l’attività pensante, che è tutt’altro che pervadere l’esperienza stessa con la passività senziente, che è l’equivoco delle comode vie dell’anima, la quale vorrebbe passivamente sentire, quel che invece l’Io deve volitivamente conoscere.
Una stessa esperienza, o le prove della vita, o le «prove» dell’Iniziazione, significano ed agiscono diversamente a seconda dello stato di coscienza dello sperimentatore, perché sperimentare non vuol dire conoscere. Così come il calore agendo – è un’immagine tratta dalla sapienza ermetica – scioglie la cera ma indurisce l’uovo. Ed è un allusivo ed antico adagio etrusco quello che, parlando di talune inintelligenti teste, afferma che «l’òva più tu le còci, e più le rassodano!» e, nel medesimo eloquente spirito circa l’«utilità» purificatrice delle esperienze per le suddette inintelligenti e pigre teste, un altro adagio etrusco ribadisce che «a lavar le teste a ll’asini, ci si rimette i’ ranno e i’ sapone!».

Può darsi che l’Ascesi del Pensiero sia per molti dura e faticosa, o non si dimostri suadente e allettante per l’inferiore natura, che non ama essere disturbata nel suo torpido sonno. Può darsi che la Via dell’Io spaventi molti, o che non la trovino gradevole o consolante, e che per una sorta di «invidia metafisica» vorrebbero che quel che loro non possono, o non vogliono, realizzare, neanche altri devono osare realizzare, o anche solo tentare di realizzare. Per cui dichiarano essere l’Ascesi del Pensiero una via astratta, e per chi percorra le vie dell’anima, tutto sommato inutile, perché le esperienze della vita sono alla bisogna più che sufficienti. Questa ingenerosa e plebea pretesa è tipica della ottusa pavidità piccolo borghese. Solo le parole che Fichte pose a conclusione della sua Premessa a La missione del dotto sono, a mio parere, adeguata ed eloquente risposta:

«Mentre nell’ambito dell’esperienza comune si pensa oggigiorno forse più ampiamente e rettamente di prima, la maggior parte della gente perde completamente la strada e diventa cieca non appena debba salire anche solo di una spanna al di sopra di quel piano. E se è impossibile di riaccendere in questi tali la scintilla geniale ormai spenta, è bene lasciarli tranquillamente nella loro cerchia, dove sono utili e necessari, e dove hanno pure il loro valore. Quando tuttavia essi si mettano a pretendere di ridurre alla loro misura tutto ciò che non riescono a raggiungere, e se per esempio esigano che ogni cosa che si stampa debba avere il carattere del libro di cucina o dell’abaco o del regolamento di servizio, e considerino privo di utilità tutto ciò che non può essere impiegato in tale maniera, allora essi hanno completamente torto.

Che gli ideali non siano materia corrente e dimostrabile nel mondo dei fatti lo sappiamo noi come loro, se non forse meglio. Riteniamo tuttavia che il mondo dei fatti debba venir giudicato sul metro degli ideali, e corrispondentemente modificato da coloro che sentono in sé la forza di farlo. Posto che essi di ciò non possano convincersi, perderanno comunque poco di ciò che sono, e l’umanità ancor meno. Dimostreranno in tal modo soltanto che la nobilitazione dell’umanità non dipende da loro. Questa continuerà a procedere per la una via, quanto ad essi, voglia la benevola natura guidarli, dar loro ogni volta a tempo debito la pioggia e il sereno, e concedere loro un buon cibo e una tranquilla circolazione degli umori, nonché saggi pensieri!».

14 pensieri su “Verità e illusione nella pratica interiore

    • Cara Marzia,
      la Via del Pensiero è la Via più sicura, quella più veloce, quella più radicale e coraggiosa, quella più magicamente e spiritualmente potente. Essa non è una Via tra le vie, o la più alta tra le vie: essa è l’Unica Via! E’ la Via eroica, ardua e scomoda – scomoda per l’ego e la natura inferiore – la Via vera, contrapposta alla menzogna della via egoica, suadentemente facile e comoda, ma che tradisce lo Spirito e che attraverso le caligini dell’illusione trascina il poco consapevole e pigro seguace nell’abisso che si spalanca davanti a lui.

      Hugo, dalle idee molto strane,
      che si beve il succo di melagrane.

      • Hugo che idee hai su Alan Turing? A me pare una bella individualità sulla via del pensiero anche se non certo un illuminato i senso stretto. Ma mi rivedo tantissimo nei suoi “errori” di percorso. Questo a prescindere dalle idee sessuali ovviamente (per non generare confusioni).

        • Balin,
          quella di Alan Turing fu la storia di una grande tragedia della vita esteriore e di quella interiore. Era una epoca agitata, che portava coloro che nelle profondità di se stessi avevano un impulso all’autosuperamento a ricercare in campi inesplorati, che spesso erano sentieri senza pietre miliari e deserti selvaggi, affrontati senza carte che permettessero di orientarsi. La ricerca – onesta sino alla disperazione – della conoscenza, dell’autosuperamento e della libertà ha i suoi martiri: uno fu Friedrich Nietzsche, un altro fu Alan Turing. Tuling cercava una Via del pensiero, ma il suo destino non gli permise di giungervi e di percorrerla, e come Nietzsche si spezzò. Dovette fare l’esperienza del più arido pensiero, quello capace di scendere nel meccanicismo della materia morta, e dovette avere la forza di sopportare lo stato di morte del pensiero staccato dalla sua sorgente di vita. Le sue ricerche, le sue invenzioni, furono poi afferrate dall’Avversario della Conoscenza e della Libertà, per generare la generale meccanicizzazione della vita umana, ma di questo Alan Turing non ebbe nessuna responsabilità: era nel destino del mondo e dell’umanità. Semmai la responsabilità l’ebbero – e tuttora l’hanno – le comunità spirituali che vengono meno alla loro missione, e coloro che, chiamati all’impegno ascetico nella concentrazione e nella emditazione – per pavidità, per fiacchezza, e volgarità d’animo, tradiscono e insozzano il mirabile dono ricevuto dagli Dèi. Turing visse TUTTO il suo terribile destino, sino al sacrificio del suo tragico epilogo: è degno di tutto il rispetto, come chiunque adempia a quel che la vita gli chiede ed un inesorabile fato esige o permette. Cadde, ma non fu vinto, perché combatté con le sole armi che gli furono permesse. Nel suo oscuro combattere, egli elaborò le forze di un futuro incontrò con la Via Solare, e di un suo coraggioso operare vittorioso per lo Spirito. Ma coloro che in questa vita hanno avuto il dono di incontrare la Via del Pensiero, e non la apprezzano, o voltano ad essa le spalle, o sfigurandola la deformano, o per turpe viltà e fiacchezza interiore la trascurano, essi sono sicuri che questo mirabile dono verrà riofferto in una nuova esistenza, o non verrà insegnato loro attraverso lo strazio del dolore e della disperazione ad apprezzare e a valutare quel dono che ad altri – incolpevoli – fu negato?

          Hugo che senza pudore
          mostra dell’ira tutto il rossore.

          • Lo Spirito ama chi audacemente si compromette. Il Logos ama ed è vicino a chi temerariamente si getta in prove di destino troppo grandi, e soccombe pur di tentare l’impresa di una trasformazione dell’umano, che così com’è non vale niente, né la vita senza la luce dello Spirito vale la pena di essere vissuta!
            L’umano deve essere superato!

            Hugo che la sera
            si pappa la pera.

  1. No,solo un po’ di pigrizia., nel senso che dovevo specificare il destinatario della seconda riga,ovverosia “mir 83”.
    Comunque per chi vuole saperne qualcosa il convegno è su You Tube, sono dodici ore complessive di blateramenti,i miei (ancora non “isolati dal resto”..ci vuole tempo,dicono i simpatici autori dei video) sono nel “settore” 1/4 ed in quello 3/4, in entrambi casi nell’ultima ora e mezza del tutto. Il masochista di turno puo’ cliccare su “carpeoro andrea franco”ed appariranno i video in questione.
    Buona serata.

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