INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Friedrich Heinrich Jacobi

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Nato a Düsseldorf  il 25 gennaio 1743, secondogenito di un ricco commerciante di zucchero (il fratello maggiore era il poeta Johann Georg Jacobi), Friedrich Heinrich Jacobi, a dispetto della posizione marginale riservatagli solitamente nei manuali,   è stato un importante filosofo polemista e letterato dalla vivace vita sociale che lo portò a rapportarsi direttamente con diversi personaggi eminenti del mondo culturale a lui contemporaneo quali Herder, Lessing, Hamann e lo stesso Goethe tra gli altri; aspetto biografico, questo, riflettentesi nel fatto che i suoi lavori filosofico/letterari (tutti volti a riconciliare l’individualismo illuminista con gli obblighi sociali individuali) sono risultati occasionali e brevi, spesso aventi forma epistolare sebbene non scevri di accuratezza e precisione tali da permettergli di spogliare gli oggetti della sua indagine da tutte le sovrastrutture esterne afferrandone  l’intima essenza (talento, quest’ultimo, pubblicamente riconosciutogli anche da Fichte).

Famoso per aver coniato il termine “nichilismo” indicandolo come uno dei principali portati negativi dell’Illuminismo (in particolar modo quello propugnato dai sistemi filosofici di Spinoza, Kant, Fichte e Schelling) era un sostenitore della fede (intesa tanto come certezza del mondo sensibile, quanto come certezza riguardo all’ambito divino o dell’incondizionato) nei confronti della ragione, ed era anche noto all’interno dei vari circoli letterari dell’epoca per le sue posizioni critiche nei confronti dello Sturm und Drang e di quell’individualismo atomizzato che lo caratterizzava, nonché del tardo illuminismo tedesco, dell’idealismo trascendentale Kantiano (in primis nella rielaborazione fattane dal primo Fichte) e dell’Idealismo Romantico di Shelling.

Inizialmente la sua istruzione fu improntata sul commercio e previde un periodo di apprendistato tenutosi a Francoforte nel 1759. Successivamente fu inviato a Ginevra per ricevere un’istruzione di carattere più generale e qui cominciò a frequentare gli ambienti scientifici e letterari (nell’ambito dei quali spiccava la personalità di Le Sage), avendo modo di approfondire lo studio dei lavori di Charles Bonnet nonché delle opere politiche di Rousseau e di Voltaire.

Nel 1763 fece ritorno a  Düsseldorf; l’anno successivo si sposò con Elisbeth von Clermont e prese le redini dell’azienda paterna, che lasciò però poco tempo dopo.

Nel 1770 divenne membro del Consiglio del Granducato di Jülich e Berg, ruolo nel quale ebbe modo di distinguersi per la sua abilità nelle questioni finanziarie nonché per lo zelo riguardo alle riforme sociali. Nel frattempo mantenne l’interesse per le materie filosofiche e letterarie grazie anche ad una fitta rete di corrispondenti, mentre la sua residenza di Pempelfort, nei pressi di Düsseldorf venne a costituirsi come un importante polo attorno a cui viveva un attivo circolo letterario.

In connubio con Christoph Martin Wieland partecipò alla fondazione di un nuovo giornale letterario (Der Teutsche Merkur) che ospitò anche la pubblicazione di alcuni dei suoi primi scritti , riguardanti più che altro argomenti pratici ed economici. Sulla stessa pubblicazione apparirà pure in parte il primo dei suoi lavori filosofici: Epistolario di Allwill  (1775).

Nel 1779 venne pubblicato Woldemar, altro romanzo filosofico, dalla struttura molto imperfetta sebbene ricca di idee geniali ed in grado di fornire l’immagine più completa dell’approccio di Jacobi alla filosofia. Nello stesso anno si recò a Monaco a seguito dell’incarico ricevuto come ministro e consigliere presso il dipartimento delle dogane e del commercio della Bavaria. In tale veste esercitò azione oppositiva nei confronti delle politiche mercantilistiche bavaresi e si impegnò per liberalizzare dogane e dazi a livello locale; tale impegno durò per poco tempo a causa delle differenze di vedute tanto con i colleghi quanto con le autorità bavaresi, a cui si accompagnava la non disposizione ad essere coinvolto in lotte di tipo politico.

Tornato a Pempelfort pubblicò, sulla scorta di quest’ultima esperienza, due saggi nei quali difendeva le teorie politico-economiche di Adam Smith.

Una conversazione che ebbe con Gotthold Lessing nel 1780, nella quale quest’ultimo asseriva di non conoscere alcuna filosofia nel vero senso della parola a parte lo “Spinozismo”, lo portò ad uno studio approfondito delle opere di Spinoza. Pochi mesi dopo la morte di Lessing, Jacobi intraprese un fitto rapporto epistolare “spinoziano” con Moses Mendelssohn (legato a Lessing da profonda amicizia). Tutta questa corrispondenza verrà pubblicata nel 1785, con commenti del Jacobi stesso, in una raccolta dal titolo Lettere sulla dottrina di Spinoza a Mosè Mendelssohn  (seguirà poi nel 1789 una seconda edizione riveduta ed ampliata). In esse prende forma maggiormente definita la forte avversione di Jacobi nei confronti della riduzione della filosofia a sistema dogmatico, la qual cosa gli valse una certa ostilità da parte dell’Aufklärer e anche da parte di quanti lo accusavano di voler reintrodurre nella filosofia il desueto ed ambiguo elemento della “fede al di la della ragione”, additandolo come nemico della ragione, gesuita mascherato e pietista.

La prima edizione delle Lettere si apriva con un poema di Goethe che non apparve invece in quella del 1789. Su tale poema Jacobi lavorò in manierà tale  che alcune frasi chiave fossero stampate in rilievo in maniera  da rendere  nell’insieme una serie di “immagini” che presentassero lo stretto rapporto fra gli uomini e le divinità pagane, rivelatrici  dele qualità umane più nobili ed essenziali. Trovò invece posto in entrambe le edizioni il testo Goethiano del Prometheus, che fu poi l’argomento che diede inizio alla corrispondenza con Lessing, e la cui paternità venne attribuita da molti  allo stesso Jacobi essendo il testo ancora inedito all’epoca ed incluso nella raccolta senza citarne l’autore.

La rivelazione delle posizioni “spinoziane” del Lessing diede vita anche ad una polemica sul panteismo (Pantheismusstreit) tra diverse figure culturali di primo piano dell’epoca (che vide coinvolti oltre a Mendelssohn anche Goethe, Kant e Herder). Se uno dei propositi di Jacobi era quello di evidenziare la pericolosità di quel panteismo spinoziano che mondanizzando la divinità finiva per identificare il condizionato con l’incondizionato sfociando di fatto nell’ateismo, si può affermare che i risultati disattesero le aspettative. Vi fu infatti un rinnovato interesse generale verso Spinoza che contribuì tra le altre cose al rinvigorimento delle disposizioni panteiste che già erano presenti nel post-illuminismo, mentre i partecipanti alla Pantheismusstreit si espressero per lo più in maniera favorevole nei riguardi della filosofia di Spinoza (che Goethe ebbe ad indicare come filosofo “theissimus et christianissimus”)

In  David Hume sulla fede. Realismo e idealismo, un dialogo, opera pubblicata nel 1787 (ed inizialmente concepita come raccolta di tre separati dialoghi) venne evidenziato come il termine “fede” fosse stato utilizzato dagli scrittori più importanti alla stessa maniera in cui egli aveva fatto nelle Lettere sulla dottrina di Spinoza, oltre al fatto che la natura della cognizione dei fatti in quanto opposta alle costruzioni deduttive non potesse essere espressa ed indicata in altro modo. In questo scritto, ed in particolare nell’appendice, Jacobi venne a contatto con il criticismo e sottopose l’approccio kantiano alla conoscenza ad un attento studio.

Nel 1787 jacobi si occupò, nel suo libro Sulla Fede, del concetto Kantiano del “noumeno”, concordando sul fatto che esso non potesse essere oggettivamente conosciuto in maniera diretta. Però Jacobi sosteneva che da ciò conseguisse il fatto che esso andasse preso tramite atto di fede. Un soggetto deve dunque credere che vi sia un oggetto reale nel mondo esterno che sia connesso con la rappresentazione o idea mentale che è conosciuta direttamente. Tale fede o credenza è il risultato di una rivelazione o di conoscenza immediata sebbene logicamente non provata come reale. La reale esistenza della “cosa in sé” è rivelata o dischiusa al soggetto osservante. In tale maniera il soggetto conosce in maniera immediata la rappresentazione soggettiva e ideale che appare a livello mentale, e crede fortemente all’oggettiva esistenza della “cosa in sé” anche fuori dal mentale. Presentando il mondo esterno come oggetto di fede, Jacobi leggittimava il credere ed i relativi annessi e connessi teologici. L’esperienza umana trovava così un’apertura verso il “soprasensibile” (o comunque verso il non-sensibile), possibile non solamente all’intuizione intellettuale del filosofo ma ad ogni individuo in quanto tale, essendo esperienza metafisica basica presente in essenza in tutto ciò che l’uomo vive e conosce.

Il 1794, anno in cui le conseguenze della rivoluzione francese si fecerò sentire anche in Germania (che proprio contro la Francia era entrata in guerra),  portò la fine dell’esperienza di Pempelfort. L’occupazione di Düsseldorf da parte delle truppe francesi costrinse Jacobi a trasferirsi ad Holstein dove visse per un decennio. Nello stesso periodo il clamore suscitato dalle accuse di ateismo indirizzate contro  Gottlieb Fichte a Jena portarono alla pubblicazione da parte di Jacobi delle Lettere a Fichte, ove veniva resa in maniera più definita la relazione tra i suoi principi filosofici e la teologia.

Nel 1804, dopo essere rientrato in germania, Jacobi ricevette (e accettò anche per motivi economici, avendo perso una considerevole parte del suo patrimonio) una chiamata presso la nuova accademia delle scienze fondata a Monaco, della quale assunse la presidenza nel 1807.  

Nel 1811 apparve il suo ultimo lavoro filosofico, Von den göttlichen Dingen und ihrer Offenbarung, molto critico nei confronti di Friedrich Schelling, il quale rispose alle critiche stesse senza avere peraltro riscontro alcuno dal Jacobi.

Nel 1812 Jacobi si dimise dalla presidenza dell’accademia  e si dedicò alle edizioni delle sue opere; lavoro che non riuscì a terminare prima della sua morte e che verrà portato a compimento nel 1825 dall’amico F. Koppen.

In definitiva si può dire che la filosofia di jacobi è essenzialmente asistematica e tenda ad emergere gradualmente per contrasto allorché si trova a confrontarsi con quelle dottrine che paiono da essa molto distanti.

Il filo rosso che in qualche maniera sottende il tutto è la completa separazione tra comprensione e apprendimento di un fatto reale. Per Jacobi la comprensione, o la facoltà logica, è puramente formale ed elaborativa, ed i suoi risultati non trascendono mai la materia che le viene sottoposta. Partendo dall’immediata esperienza o percezione, il pensiero procede per comparazioni ed astrazioni, stabilendo delle connessioni tra i fatti, ma non uscendo dalla sua natura mediata e finita. Il principio della ragione e ciò che ne consegue, la necessità di pensare ogni dato/fatto percettivo in maniera condizionata, implicano che la comprensione avvenga a mezzo di una serie infinita di proposizioni, e di una serie di comparazioni e astrazioni. La regione della comprensione si limita così a quella del condizionato, in maniera tale che il mondo non può presentarsi ad essa se non come un meccanismo.

Se, dunque, esiste una verità oggettiva allora l’esistenza di fatti reali deve esserci portata a conoscenza in maniera diversa che non tramite la facoltà logica del pensiero e, dato che il regresso dalle conclusioni alle premesse deve dipendere da qualcosa di non radicato nel terreno della logica, il pensiero mediato implica la coscienza di un pensiero immediato.

La filosofia dunque deve rinunciare all’idea senza speranza di una spiegazione sistematica delle cose, accontentandosi piuttosto di occuparsi dei fatti relativi alla consapevolezza. E’ un mero pregiudizio dei pensatori filosofici, un pregiudizio che discende da Aristotele, che la conoscenza mediata o manifesta sia superiore in attinenza e valore alla immediata percezione delle verità o dei fatti.

Asserendo la dottrina di Jacobi che il pensiero è limitato e parziale, applicabile solo alla connessione dei fatti, ma incapace di spiegare la loro esistenza, è evidente che per lui ogni sistema dimostrativo metafisico che intendesse sottomettere tutta l’esistenza ai principi radicati sul terreno della logica risulti inaccettabile. Ora, nella filosofia moderna il primo e piu grande sistema dimostrativo di metafisica è quello di Spinoza, ed è nella natura delle cose che il primo bersaglio del criticismo di jacobi sia stato proprio il sistema Spinoziano, visto come ateo, germe di una confusa riproposizione da parte della filosofia Kabbalistica, punto di arrivo (per il pensatore attento) della filosofia di Leibniz e Wolff e nichilista (come ogni altro metodo dimostrativo), laddove invece il fulcro di tutta la conoscenza ed attività umana è nel sentimento dell’incondizionato, ossia nella fede.  

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