COSCIENZA E AUTOCOSCIENZA

Raffaello,_concilio_degli_dei_

(Concilio degli dei – Raffaello)

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A volte un’immagine può dire più di tante parole se colpisce il profondo dell’anima, ed un mito – come c’insegna Platone – può esprimere una verità profonda, celata nella trama delle immagini, meglio di un discorso dialettico, che spesso è solo il rumoroso risuonare di vuote parole. Immagine e mito possono avere un afflato poetico, e suggerire o far presagire arcani significati, ai  quali l’anima può volgersi nel meditare.

Pochi colgono la differenza tra coscienza e autocoscienza, ma essa è fondamentale per intuire e avere vivo e intenso in se stessi il clima nel quale si svolge l’Ascesi del Pensiero, il clima del pensiero puro, che ha pochi, scelti innamorati. Pochi sono così svegli da rendersi conto come un’aurea disciplina, che molti ritengono aridissima, come la Concentrazione possa essere in realtà un’operazione interiore che può generare nell’anima slancio ed entusiasmo, possa suscitare dedizione sacrificale e abnegazione, generoso impegno e gioiosa immolazione. È una disciplina ardua e austera, è vero, è tuttavia essa può accendere – dopo aver dissolta e dispersa la mucillaginosa e logorante emotività nella quale sguazza l’anima «naturale» – un impeto interiore che travolge la mediocrità nella quale l’accidiosa comune umanità si crogiola e apre all’audace e al fedele  il varco alla Via eroica e al sentire celeste: quello autentico, non la sua caricaturale degenerazione che è la consueta erodente emotività.

Un tempo – che era prima del sorgere del «tempo», ossia del tempo umanamente concepito – l’Assoluto, il Supremo, riunì tutti gli Dèi, tutti gli Esseri delle Gerarchie Celesti, e dette loro un compito: portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Compito che gli Dèi, le Entità divine, ritennero estremamente arduo, perché essi non conoscevano la libertà. Non la conoscevano perché essi non erano liberi. Gli Dèi, gli Esseri delle Gerarchie divine, infatti, erano emanazioni e manifestazioni dell’Assoluto, del Divino: nel loro essere manifestava ogni Gerarchia un particolare aspetto del Divino, ed il loro agire esprimeva direttamente  e dinamicamente un aspetto dell’Assoluto, agire che non poteva essere diverso da quello che era. Vi sono Deità che sono «Spiriti della Saggezza o della Sapienza»: Essi non «hanno» Saggezza o Sapienza, bensì «sono» la divina Saggezza o Sapienza, e non possono non esserla, non possono sottrarsi a tale identità. Altri Dèi sono «Spiriti dell’Armonia», o «Spiriti della Volontà e del Coraggio», e anch’essi sono «Armonia», «Volontà», «Coraggio», così come altre Deità sono «Amore», «Forza», «Forma», e via dicendo. Sono quello che sono, e non possono non esserlo. Sono legati all’«essere» che costituisce la loro essenza, e non hanno la possibilità della scelta del «non essere», del non essere quello che sono e come sono. Per non essere quello che sono, per essere diversi da quello che sono, dovrebbero essere «liberi». Ma essi, appunto liberi non sono, perché non «conoscono» la «libertà», ma soltanto la «necessità» che li lega al loro «essere». Non si può essere quel che non si conosce.

Compito difficile, dunque, per gli Dèi quello di portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Per cui «deliberarono» di creare un essere che avrebbe portato lui ad esistenza la libertà nell’Universo e che, quindi, l’avrebbe fatta conoscere loro. Quello che crearono fu l’Uomo Cosmico, l’Uomo Primordiale: quello che nei Veda viene chiamato Mahapurusha, il ‘Grande Uomo’ e, nella Kabbalah, Adam Qadmon, l’Uomo Primevo. Ad un tale Uomo Primordiale, ogni Deità, ogni Entità delle Gerarchie celesti donò una parte del proprio «essere»: egli ricevette Sapienza, Armonia, Volontà, Forza, Coraggio, Amore, e tutte le altre «qualità» o manifestazioni dell’Assoluto, che costituivano l’«essenza» delle Gerarchie stesse.

Ma un tale Uomo Primordiale non era e non poteva essere immediatamente «libero»: finché fosse rimasto nel seno degli Dèi, egli sarebbe stato sapiente, anzi onnisciente, potente e morale, ma non libero, perché la visione e la presenza degli Dèi in lui, con la sua travolgenza, agiva in maniera coartante in lui. Una conoscenza sapiente o un impulso morale sorgevano in lui in maniera immediata, in certo qual modo come un istinto superiore, analogamente a come in un animale sorge la fame, la sete, il sonno. Se l’Uomo primordiale fosse rimasto nel seno degli Dèi sarebbe stato un automa conoscitivo e un automa morale, e perciò non libero. E ciò per la medesima ragione per la quale le Gerarchie non sono libere: la visione del Divino, dell’Assoluto, agisce in esse in maniera così immediata e travolgente che loro sono «costrette» ad essere quello che sono, senza possibilità di sottrarvisi.

Fu necessario che l’Uomo venisse separato conoscitivamente e volitivamente dal Mondo Spirituale e degli Dèi, che lo avevano generato e dei quali egli era figlio. Poiché, parlando da un punto di vista radicale, esiste unicamente il Mondo Spirituale, ossia gli esseri spirituali e i loro stati di coscienza, una tale «separazione» non può essere che una «illusione», un mero «apparire» una maya, anzi la Grande Maya, ossia una limitazione nello stato di coscienza ed una progressiva diminuzione dell’ispirazione della sua volontà.

A tale scopo gli Dèi «incaricarono» una serie di deità inferiori, affinché «velassero» progressivamente la visione dell’Uomo, sottraendolo alla visione del Divino, lo «seducessero», sottraendolo all’azione diretta degli Dèi in lui, lo «precipitassero» nella frantumazione dell’apparente molteplicità, lo facessero smarrire nell’oscurità di un mondo illusorio. Ma neppure tali deità inferiori erano libere: esse eseguivano semplicemente un compito fatale, al quale erano costrette  e al quale non potevano sottrarsi. Come «Spiriti dell’Ostacolo» essi eseguirono – e tuttora eseguono – inesorabilmente il compito comandato loro, con l’impersonalità e la travolgenza di forze della natura, e subendo anch’esse – sia pure su un altro piano – una limitazione dell’intensità e della vastità della coscienza spirituale.

Sotto l’azione di tali Entità Ostacolatrici, l’uomo ha visto nei millenni oscurarsi progressivamente la propria visione diretta del Mondo Spirituale, dapprima sostituita dalla «memoria» struggente di tale comunione diretta, poi con l’attenuarsi e l’estinguersi della stessa «memoria», a sua volta sostituita dalla «tradizione» inizialmente orale e successivamente scritta. Nei secoli e nei millenni, la «tradizione» ha cercato di restaurare per gli asceti la comunione col Divino con i metodi dello Yoga, con i Riti iniziatici, e per i popoli e le comunità un collegamento con la sfera spirituale attraverso i riti e le cerimonie religiose. Sino al punto fatale nel quale – come scrive Massimo Scaligero – la Madre Divina lascia il bimbo umano nel buio e nell’oscurità del terrestre, perché impari a camminare da sé, non più sorretto e non più guidato da Entità superiori.

Sempre più una tale comunione e un tale collegamento col Divino, nel corso dei secoli e dei millenni, diveniva difficile e problematico per gli asceti e le masse. Sempre meno i metodi delle ascesi tradizionali e quelli religiosi funzionavano. E negli ultimi due o tre secoli è andato scomparendo per moltissimi persino il semplice sentimento del Divino, sino alla diffusione di un materialismo in campo scientifico, filosofico, etico e persino religioso, con tutta la serie dei suoi effetti devastanti. Questo è ciò che è stato prodotto dall’azione delle deità ostacolatrici inferiori, per effetto di un compito che a tali inferiori deità ostacolatrici è stato imposto – quindi non da loro stesse scelto – da parte degli Dèi.

Il fine di tutto questo immenso dramma cosmico – ricordiamolo – è la nascita dell’uomo libero, la nascita dell’uomo che, tacendo ormai la parola degli Dèi, che un tempo lo guidava attraverso Oracoli, Iniziati e sacerdoti, ai quali egli si rimetteva passivamente, e estinta l’antica visione spirituale, smarrito il ricordo, spento il sentire del Mondo Spirituale, non può che fare appello all’Assoluto che è alla base del suo essere. Attraverso il dubbio, lo smarrimento, l’errore e il male,  e il loro superamento, l’uomo cercherà con le proprie sole forze, la conoscenza di se stesso e dell’Universo, e libertà del proprio autonomo volere.

Possiamo dire che gli Dèi sono il principio e la causa dell’essere dell’uomo, mentre l’uomo è il fine e la mèta degli Dèi. Perciò – come ci ricorda ancora Massimo Scaligero – «delude gli Dèi l’uomo che vuole dipendere dagli Dèi». Perché gli Dèi hanno coscienza sovrasensibile, ma non autocoscienza. Gli Dèi hanno coscienza del loro essere fondati nell’Assoluto, ma non hanno coscienza dell’Io. Hanno possente volere creativo, ma non libero e autonomo volere.

Autocoscienza, coscienza ed esperienza dell’Io, libertà e autonomia del volere sono ciò che gli Dèi non hanno, ciò che essi attendono dall’uomo: dall’uomo che in sé è sintesi di tutto ciò che le Gerarchie, gli Dèi sono nella loro essenza. L’uomo può essere e non essere: può realizzare la propria libertà o anche annientarla. Gli Dèi no. L’uomo può scegliere la propria condizione: oltre che essere, può voler essere, liberamente scegliere e volere che cosa essere. gli Dèi non possono questo. Essi attendono nostalgicamente che l’uomo realizzi questa libertà e la doni loro.

Per il Buddhismo, in Oriente, la condizione dell’uomo è suprema: superiore a quella di tutti gli atri esseri a lui inferiori o superiori. Una condizione superiore a quella degli stessi Dèi, che non sono liberi. «Se un Dio vuole realizzare la libertà, deve incarnarsi sulla Terra come uomo»: questo afferma il Buddhismo. Pochi tra gli Dèi hanno rinunciato al loro rango divino e si sono incarnati come uomini sulla Terra per fare l’esperienza dell’io, per sperimentare e realizzare la libertà, per accompagnare l’uomo in questa difficile  impresa terrestre.

Per questo non è possibile rivolgersi ai metodi antichi della Yoga e della «tradizione», ché sarebbe un tentare di tornare indietro, ad una impossibile infanzia divina, nella quale eravamo in tutto e per tutto dipendenti dagli Dèi. Sarebbe un tradire gli Dèi e l’uomo stesso, rendere inutile l’intero dramma attraversato, con i suoi strazi, i suoi fallimenti, le sue vittorie. Oggi l’uomo è volto verso il futuro: egli sarà ciò che vorrà essere. Egli dovrà liberarsi del passato, della sua decadente e corrotta natura, dei suoi condizionamenti ereditari, delle tradizioni culturali, sociali e religiose, provenienti da un passato che oramai ha esaurito la sua funzione.

Essere volti verso il futuro significa cominciare ad essere liberi nel pensare: cominciare ad essere «svegli» nel pensare, perché solo nel pensare per ora possiamo essere totalmente svegli. Se il pensare lo vogliamo, coscientemente, come «atto» sin dal suo sorgere. Perché se pensiamo veramente, nessun Dio prescrive i pensieri che pensiamo volitivamente nella nostra coscienza. Ma questa è la Concentrazione: volere talmente l’atto pesante sino al punto che il pensare diviene cosciente del proprio movimento: diviene cosciente del proprio essere pensante  indipendentemente e senza un oggetto pensato. Allora è il pensare dell’Io, non il pensato dell’anima, la quale è mossa dal sentire, condizionata dalla natura corporea. Per ora il sentire non è libero, perché non è voluto dall’Io, bensì passivamente generato nell’anima. Né è libero il volere mosso da forze ancora più oscure di quelle sognanti del sentire. Per questo una «via dell’anima» non può funzionare, perché non è cosciente delle forze che la muovono.

L’anima ha coscienza dei pensieri passivi, dei sentimenti, dei moti volitivi e istintivi, ma non ha autocoscienza: non scorge come sorgano in lei tali pensieri, sentimenti e moti volitivi, che talvolta la fanno molto soffrire: l’anima non conosce se stessa. Questo è il suo dramma. L’Io, invece, ha autocoscienza: coscienza di sé e coscienza del pensare, del sentire, del volere. L’Io ha coscienza della genesi del pensare, del sentire e del volere. L’Io può volere il pensare, il sentire e lo stesso volere: col suo potere d’identità può farsi ad essi identico, o tornare ad essere identico a sé, essere «forma» estraformale, «vuota», del proprio puro essere. Questo è essere liberi.

Missione dell’uomo è realizzare Conoscenza, Libertà e Amore. Ma non vi è vero Amore se non si è veramente liberi: liberi soprattutto dalla guasta sentimentalità. Massimo Scaligero diceva che «si ama perché si vuole amare, non perché non se ne può fare a meno». Ma non vi è Libertà se non si conosce se stessi e il mondo: se non si è, oltre che coscienti, autocoscienti. Hic opus, hic labor est!

Vale tutt’oggi l’ammonizione dell’Ulisse dantesco:

O frati”,  dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
”.

(Inf. XXVI).

 

25 pensieri su “COSCIENZA E AUTOCOSCIENZA

  1. Bello il tuo racconto, chiarissimo il divenire e il posto dell’uomo: queste sono sintesi preziose: andrebbero lette e rilette!

    Ps: detto tra noi, sapevo già di essere il vertice della Creazione, ma per infinita modestia non vado a sbandierarlo in giro :)

    • Terribilissimo Isidoro,
      che ronzi nell’etere
      come un moscondoro,
      tu per non apparir
      troppo molesto,
      sei sempre troppo modesto.
      Ma sai ben che per esser
      al verice della Creazione,
      è d’uopo fa sempre
      molta Concentrazione,
      E giunger sino all’alto momento
      nel qual ci sia dato
      del pensier contemplar
      il fulgureo movimento.
      Il momento dinamico del pensiero
      cerchiam sull’aureo sentiero,
      e liberandoci d’ogni scemenza,
      dell’io sperimentiam
      l’autoscienza.

      Hugo, che per restare sempre in piè
      or si beve un bel frappè!

  2. A questa disamina, se ho letto bene, manco un passaggio essenziale, che è il Centro del processo di reintegrazione: l’Evento del Golgotha, che Steiner mise al cuore cosmico-umano del suo insegnamento,avendolo sperimentato quale vertice del suo cammino iniziatico e conoscitivo.

    • All’autore di questa obiezione, se ho letto bene, mi pare che sfugga che anche Rudolf Steiner, nelle Opere Scientifiche di Goethe, in Linee Fondamentali della Teoria della Conoscenza della Concezione Goethiana del Mondo, in Filosofia della Libertà, in Verità e Scienza, nella Concezione Goethiana del Mondo, in Enigmi della Filosofia, in Friedrich Nietzsche Lottatore contro il suo tempo, in Enigmi dell’Anima, in Enigmi dell’Essere Umano, in Teosofia, in Iniziazione, nelle Otto Meditazioni, nella Soglia, nel Calendario dell’Anima, nei Punti Essenziali della Questione Sociale, in Cosmologia, Religione e Filosofia, non nomina mai l’Evento del Golgotha, e neppure il Christo. Si può dire che a Rudolf Steiner manchi un passaggio essenziale?

      Hugo che mangia tutto presto lesto,
      senza bisogno di alcun pretesto.

    • Ah, dimenticavo che neppure nei Tre Saggi su Goethe, nel suo commento alla Fiaba del Serpente Verde e della Bella Lilia, nel suo commento alle Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, in Elementi Fondamentali per un ampliamento dell’Arte Medica, e in molti altri suoi scritti, Rudolf Steiner non nomina mai l’Evento del Golgotha e il Christo, e non lo fa neppure in Cronaca dell’Akasha, che è il primo grande testo nel quale egli descrive il divenire cosmico! Si può forse dire che in tali opere scritte di Rudolf Steiner “manchi un passaggio essenziale”?
      Il mio amato Dante mette così scrive in Paradiso, XIX, 103-108:

      “Esso ricominciò: A questo regno
      non salì maichi non credette ‘n Cristo,
      vel pria vel poi ch’el si chiavasse al legno.

      Ma vedi: molti gridan: ‘Cristo, Cristo’,
      che sarnno in giudicio assai men prope
      a lui, che tal che non conosce Cristo”.

      Hugo, che pappando la pagnotta,
      mangia insieme la ricotta.

  3. ….e l’uomo bambino iniziò il suo cammino nel buio e nella solitudine!
    Non sapeva qual’era la sua meta ed il senso di tanto dolore e di tanto travaglio…doveva solo avanzare spinto da una forza a lui sconosciuta…avanti, avanti..
    E l’uomo bambino, sempre più solo, stava perdendosi, le sue forze erano quasi esaurite, il baratro davanti a lui…
    Allora gli Dei tutti ebbero paura di perderlo, e non se lo potevano permettere perché l’uomo era troppo importante per loro!
    Allora inviarono in soccorso all’uomo il Dio dell’Amore, che accettò questo immane sacrificio per salvarlo….e donò all’uomo il dono più prezioso, l’IO con la sua Forza e la sua Luce. Da allora risplende nelle tenebre la Sua Luce…e l’uomo non più bambino, se vuole, può usarle e diventare LIBERO!

    Grazie Hugo!

  4. Che il “Paganis” sia cristiano
    Mi parrebbe alquanto strano!
    Signor Hugo, qui dissento
    Da ogni suo riferimento!
    La concentrazione non so chi sia,
    Ma d’istinto evito tal compagnia.
    Il pensar mi par noioso:
    In quaresima forse può andare
    Ma non in tempo di Carnevale.
    Mentre l’Io perdetti adolescente
    Nel pentolone di un’alcova bollente.
    E lasci perdere l’autocoscienza:
    Essa può ledermi l’irrilevanza!
    Della vita coltivo ogni brama,
    A lei mi chino condiscendente
    Poiché più oltre non c’è un bel niente!
    Unica vita, unico mondo
    Mi faccio Re se giro in tondo.

  5. Cara Savitri (poetessa a cui è facile umiliare gli sprovveduti), no! Non fu Musa ad ispirare il Bardo ma uno Spirto animale degli abissi con cui tresco quotidianamente. Del resto un dì m’apparve un Grande Maestro per dirmi che, oltre il velo dei sensi, non c’è nulla. Alle mie stupite rimostranze Esso concluse dicendo: “Ho mentito” :(

  6. Grazie Hugo, una piccola scienza occulta “in chiaro”, ci voleva.
    Si potrebbe aggiungere che l’autocoscienza umana è diventata un “gioco” sempre più duro man mano che cresceva in durezza il suo elemento essenziale, la corporeità. Questo è lo stratagemma concepito dal Logos per la sua creazione: la corporeità, che distingue l’uomo da qualsiasi mondo esterno e gli consente l’autocoscienza tipica “nostra”, dire “Io” a noi stessi.
    Archai, Arcangeli ed Angeli pure sono uomini, e pure loro hanno conquistato l’autocoscienza grazie ad un corpo fisico (di calore, gassoso e liquido).
    Ma nessuno di loro ha dovuto fare i conti con la morte, questo è un privilegio esclusivo dell’uomo terrestre, fatto di una corporeità che lo ha portato completamente al di là dei regni spirituali. Questo va detto, perchè è nel contesto, e conta parecchio.

    • In compenso le entità superiori sapevano e sanno cosa avrebbe loro comportato il fallimento. Cosa che noi non sappiamo se non per “averla letta”.

      Direi che hanno fatto i conti con qualcosa di assai più alto, qualcosa che non conosciamo e su cui, forse, è il caso di meditare prima di far congetture.

      Signor Visciotti, non fraintenda, ma se vuole fare dissertazione scolastica (non sarò certo io ad impedirglielo) perda un po’ di tempo a scegliere le parole. Non ha detto nulla di male ma si esprime sempre per assoluti.

    • No, Francesco Visciotti, Archai, Archangeli e Angeli furono – in tutt’altre condizioni – “uomini”, e NON son più uomini. essi non conquistaron affatto l’autocoscienza, ché altrimenti non avrebbe avuto alcuno scopo la creazione dell’uomo, e non si capirebbe perché l’uomo sarebbe la mèta delle Gerarchie. Gli Dèi di tutte le Gerarchie no conoscono né autocoscienza, né libertà, né morte: è dall’uomo che Essi attendono il dono dell’autocoscienza e della libertà, e il superamento della morte. Su questo punto Rudolf Steiner e Massimo Scaligero sono stati estremamente chiari.
      Bisogna meditare quanto rivelato dai Maestri ed entrare attraverso la liberazione del pensiero dell’esperienza vivente della percezione spirituale, e non elaborare intellettualmente con deduzioni ed inferenze “logiche” i dati della Scienza dello Spiirto, cosa che porta fuori strada e paralizza le forze dell’anima.

      Hugo, che si è sforzato
      di sbafarsi anche il gelato.

        • Francesco, io non ti tratto male, correggo un errore che può agire come una menzogna nelle anime. Io in 45 anni di Scienza dello Spirito non ho mai “discettato” sulla rivelazione dei Maestri – ai Quali io, certo, non sogno neppur la notte di paragonarmi – bensì ho solo ritualmente meditato i dati di tale rivelazione. La differenza tra coscienza sovrasensibile degli Dèi e autocoscienza umana non è affatto una mia personale e intellettuale “discettazione”, ma la Parola stessa di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero. Questo è lo studio rosicruciano nella Via della Iniziazione, e non l’elaborazione dialettica e intellettualistica delle parole dei Maestri.

          Arihugo, che non è mai stufo
          di mangiarmi un bel tartufo.

    • Perché ti stai sforzando per nulla invece di rilassarti, sciogliere il nodo della cravatta e pensare che sei tra amici e non in un’ambiente accademico. Se hai dubbi sulle entità superiori e li senti importanti esprimili liberamente senza formulare tesi. Altrimenti, come ben vedi, si arriva ad un dibattito che in casi come questi è poco utile.

      Eppoi non ti sentire “trattato male” alteimenti mi preoccupo :-)

    • Francesco, il nostro ottimo Balin è molto garibaldino e bersagliere nel suo dibattere ideale: la sua è solo generosa esuberanza, e non vuole vessare nessuno. Anzi, quando risponde a qualcuno è perché si è destata la sua atetnzione, ed ha preso interesse particolare al tema! E’ un guerriero, e può apparire che il suo sia un pugnare verso le persone, ma io so che così non è! Non dar eccessivo peso alle sue parole pugnaci, ché il suo è lottare ideale, non certo personale.

      Hugo…

  7. …siete veramente simpatici e io, per non sbagliarmi, faccio parlare un grande ……Nietzsche.

    “Talvolta dobbiamo riposarci da noi stessi,
    guardando in profondità dentro di noi, da una distanza artistica:
    dobbiamo saper ridere e piangere di noi,
    dobbiamo scoprire l’eroe e anche il buffone
    che si nasconde nella nostra passione di conoscenza.
    Dobbiamo ogni tanto essere contenti della nostra pazzia
    se vogliamo poter essere ancora contenti della nostra saggezza.”

    Buona giornata a tutti!

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