FRATELLANZA D'ARMI SPIRITUALE

Krishna

Che l’impresa spirituale di realizzare l’Iniziazione sia una impresa «eroica», sia un combattimento spirituale, lo dicono tutti i testi sacri della Sapienza Celeste e, tra quelli a me più cari, in Oriente la Bhagavad Gita dell’Induismo, il Dhammapada e l’Anguttara Nikaya del Buddhismo originario. Il dominare pensieri, emozioni e moti volitivi, in tutti quei testi viene esplicitamente paragonato ad una lotta mortale che si svolge tra l’asceta, che temerariamente vuole realizzare lo Spirito, e i riottosi, oltremodo recalcitranti, moti della mente e dell’anima, asservite ad una prakriti, ad una «natura» alla quale l’essere umano è assoggettato da tempi immemorabili.

In India soprattutto – ma progressivamente il fenomeno andò gradualmente estendendosi all’Oriente tutto – si assiste al fatto che tutto ciò che apparteneva ad una ritualità apparentemente ‘esteriore’ (‘esteriore’, beninteso, per una moderna mentalità disanimata e positivistica) sia andato poi nel tempo sempre più interiorizzandosi. Così quello che nei Veda dell’epoca indiana più arcaica – e più arcana – era il «sacrificio» rituale, yajña, compiuto dai brahmana, divenne nella successiva epoca delle Upanishad  e delle Aranyaka – non meno arcana – la disciplina, sadhana, con la quale si compiva l’«aggiogamento», yoga, dell’essere «naturale», compiuto nelle foreste o nei romitaggi dagli stessi brahmana o dagli appartenenti alla casta dei guerrieri kshatriya, in vista della agognata «liberazione», mukti o moksha. Ed il mistico fuoco sacrificale, ritualmente acceso dal purohita nel sacrificio vedico e impersonificato nello stesso dio Agni, al quale nei Veda vengono elevati molti inni, tra i più belli, diviene per quei luminosi asceti il tapas, ossia l’«ardore» col quale viene eseguita la disciplina, l’«ardore» e lo slancio col quale le anime assetate d’Assoluto tendono, instancabili, all’esperienza spirituale liberatrice.

Nello stesso Buddhismo delle origini, la parola del principe Siddharta Gautama, della stirpe guerriera degli Shakya, divenuto con l’Illuminazione il Buddha Shakyamuni, parola raccolta nel Dhammapada, afferma che è l’asceta che con ogni sua forza interiore tende a realizzare l’Illuminazione, bodhi,  ad essere veramente degno di venir chiamato «brahmana». Mentre nell’Anguttara Nikaya, parlando ai suoi monaci, che tutto hanno abbandonato per il Sentiero della Liberazione, così si esprime:

‘Guerrieri, guerrieri’, perché, o Asceti, siamo chiamati ‘guerrieri’? Perché lottiamo per la Suprema Sapienza, per la Sublime Virtù: per questo siamo chiamati ‘guerrieri’!

L’urgenza e la tensione interiore, con la quale deve essere condotta questa lotta con quella che il Buddha Shakyamuni, nel Majjhima Nikaya, chiama la Morte, Mara, e la sua schiera, l’Armata della Morte, viene da Lui espressa con le emblematiche parole, che più volte udìi pronunciare da Massimo Scaligero in incontri personali o in riunioni con gli amici:

Oggi è da dare battaglia: forse domani non si sarà più. Per noi non vi sia tregua con la grande Armata della Morte!

Ma – da questo punto di vista – è cambiato forse qualcosa dall’epoca in cui il grande Yajñavalkya nella Bṛhadaranyaka Upanishad, o il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya indicavano la Via per realizzare lo Spirito? Assolutamente no! Perché, oggi come allora, per il discepolo dell’Iniziazione vi è un aspro sentiero da percorrere, e vi è una dura disciplina da attuare, mentre si sono infoltite e moltiplicate le «Armate della Morte». E la condizione umana si è fatta infinitamente più pericolosa.

Guardiamo romanamente in faccia la realtà, ossia senza infingimenti, senza quelle edulcorate attenuazioni, che possano esorcizzare o narcotizzare quell’angoscia esistenziale che lo sradicato uomo moderno sente sorgere dagli oscuri meandri della propria anima, naufragante nel tempestoso mare dell’apparire illusorio, della Maya. La situazione dell’uomo attuale è realmente una situazione di estremo pericolo, e se cento anni fa un uno studioso inglese del Buddhismo, il Rhys Davids, scriveva che: Buddhism has no milk for babies, ossia che il Buddhismo non ha latte per bambini, oggi è necessario affermare chiaramente che neppure la Via dell’Iniziazione che oggi il cercatore dello Spirito deve percorrere ha «latte per bambini», ossia non ha «dottrine» consolatorie o divertenti «pratiche», «dottrine» e «pratiche» in salsa new age, che come droghe stupefacenti facciano «sognare» il fiacco e poco consapevole uomo moderno.

Se nel mondo antico – un mondo molto più a misura dell’Uomo spirituale che non l’attuale – erano necessari ardore e slancio, erano necessari distacco e rinuncia, erano necessari lotta, coraggio e tensione assoluta della volontà, quanto più questi lo saranno oggi in un mondo nel quale è estremo il pericolo dello scivolamento nel subumano, il pericolo per il singolo essere umano e l’umanità tutta dello sfracellamento nell’abisso?! È davvero cosa poco salutare, a questo proposito, volersi illudere, e addirittura criminale il voler illudere gli altri.

In un articolo su East and West, la prestigiosa rivista dell’Is.M.E.O. (Istituzione fondata dal grande orientalista Giuseppe Tucci, che la follia, la brama di potere, la disonestà, la cupidigia dei politici italiani ha permesso venisse chiuso e a vil prezzo liquidato), Massimo Scaligero scriveva che lo Spirito del Tempo, l’Antico dei Giorni della Bhagavad Gita, è l’essere veramente rivoluzionario, il quale trasforma vivificando, ma al contempo distrugge ciò che si oppone al cambiamento e alla trasformazione, ciò che resiste al necessario cambiamento, ciò che non vuole abbandonare le forme passate e caduche, oramai abbandonate dalla estraformale forza vivificante dello Spirito, e di conseguenza nellasua opposizione dimostra di essere ottusamente reazionario. Lo Spirito del Tempo, scriveva Massimo Scaligero, si serve degli stessi Dèi distruttori per demolire, abbattere, ciò che non ha la volontà, la forza, il coraggio di trasformarsi da sé. Lo Spirito del Tempo incalza gli umani, spingendoli alla lotta spirituale, incitandoli ad affrontare il Drago, esigendo loro di liberarsi di viete tradizioni, che oramai non sono più la Tradizione, che oramai non sono più altro che la vuota spoglia dello Spirito, ciò che lo Spirito ha abbandonato dietro di sé, avendo compiuto ed esaurito la sua funzione, spoglia della quale si sono impadronite potenze anti-spirituali. 

Ma l’essere umano sovente, nel profondo di sé, teme  e segretamente avversa la forza dissolvitrice dello Spirito, teme ciò che è nuovo, ciò che è oltre il limite della sua capacità di imaginare, teme di perdere le proprie catene, e addirittura si innamora delle mura della propria prigione, per la fallace sicurezza che queste sembrano dargli. Per cui brama conservare tutto il cascame dei pensieri morti, tutto lo sguazzare nella mucillaginosa emotività più edulcorata e tutto il suo avido affondare nel servaggio all’istintività più fangosa. La «natura», ossia la natura inferiore, la natura caduta, asservita e manovrata ad Entità Ostacolatrici, non ama che le venga tolto l’avvincente velo illusorio, non ama che venga messa a nudo la sua ripugnante nudità con tutte le sue ributtanti piaghe infette. Per cui, se viene disvelato il suo stato di menzogna – che è la grande contraddizione interiore dell’uomo, soprattutto nei tempi moderni – tale «natura», asservita agli Dèi distruttori, può reagire molto violentemente e molto astutamente. Per questo motivo, l’audace che intraprende la Via dell’Iniziazione, inizia una lotta senza quartiere contro la «Morte», contro l’«Armata della Morte»: questa non può non essere al contempo una lotta tragica ed eroica.

Questa situazione – frutto di una risoluta scelta interiore – porta l’asceta a diventare, secondo una espressione di Massimo Scaligero, un  «lottatore contro la morte». Questa lotta si svolge necessariamente nello scenario interiore dell’anima, ma non è detto che non possa o non debba talvolta manifestarsi anche nello scenario esteriore, e richiedere decise azioni esteriori, coinvolgendo, di conseguenza, rapporti con altri esseri umani. Il confronto con l’infida natura inferiore comporta necessariamente «prove», che possono rivelarsi molto dure, «prove» che portano al limite estremo la tenuta interiore dell’asceta. Ma tali «prove» non si svolgono nell’atmosfera serena di un tranquillo eremo montano, bensì nelle condizioni spesso di una convulsa vita esteriore. Come dice il Buddha: «Nella tempesta è il rifugio».

Il Mondo Spirituale «mette a prova» le libere promesse, i sacri giuramenti che l’asceta, giustamente, ha pronunciato nei momenti di entusiasmo, di slancio, di consacrazione interiore. Quel che in tali momenti di elevazione dell’anima è per sua natura  «volatile», e necessita di venire «fissato»: sono le «prove» ad accelerare il cammino e a «fissare il volatile».

Ma queste prove, non sono di quelle che un asceta abbia facoltà di scegliersi, e di regola non sono mai come questi se le possa immaginare. Esse sono un evento interiore e possono richiedere un «atto» unicamente interiore, ma questo può riguardare simultaneamente lo scenario interiore dell’anima e il mondo esteriore. La «prova» può  non concordare affatto con le rappresentazioni o i pensati che inevitabilmente l’asceta si porta in sé – rappresentazioni e pensati che, specialmente in campo morale, possono essere ardui da abbandonare – e può anche andare in rotta di collisione col cascame dei pensieri morti, col coarcevo di automatiche reazioni emotive e istintive di quanti a lui stanno attorno. La «natura caduta» si può difendere benissimo – anzi quasi sempre lo fa – attaccando l’ardimentoso asceta non solo nella sua propria interiorità, ma soprattutto in quella delle persone in qualche modo a lui collegate, e questo può creare davvero dei seri problemi.

Può accadere di trovarsi di fronte ad una serie di azioni malvagie, compiute da persone pure malvagie, verso persone collegate al ricercatore spirituale, e questa situazione può ben costituire una «prova» interiore del suo cammino iniziatico. Una tale «prova» esige di essere riconosciuta e di essere consapevolmente affrontata. Che l’aspetto materiale degli eventi riguardi altri, non cambia in nulla la «prova». Uno potrebbe comodamente dire: «La cosa non mi riguarda, non devo interferire col karma di un’altra persona: la cosa riguarda lui e non me, e non posso, non devo, non voglio risparmiargli una prova del genere», o addirittura, rispetto ad un’azione correttiva decisamente spartana, con una considerazione moralistica pensare: «Queste cose non si fanno: io non sono certo uno che si mette a fare di queste cose!». Ma questa sarebbe azione vilissima: una latitanza, una turpe diserzione. A posteriori – a parte le conseguenze negative della serie di azioni malvagie sulle persone attaccate, alle quali si sono voltate le spalle – ci si accorgerebbe ben presto che il cammino interiore subirebbe un repentino arresto, e dentro l’anima si porterebbe un amaro senso di sconfitta e di vergogna per l’«atto» – sicuramente fuori dagli schemi previsti – chiaramente richiesto dalla situazione e mancato per ignavia e viltà.

Possono presentarsi situazioni nelle quali quelle persone malvagie fanno un freddo calcolo non solo sul cinismo dei malvagi e sull’indifferenza degli opportunisti, ma anche sulla pavidità, travestita da moralismo, dei cosiddetti «buoni», i quali – così afferma esplicitamente Massimo Scaligero – nella loro debolezza ricercano una «coesistenza pacifica» col Male per evitare la scomodità di dover diventare forti e permanere, avidi di inerzia, nella propria neghittosa accidia. Si percepisce chiaramente come la situazione richieda «presenza di spirito» ed azione risoluta e tempestiva, agendo con rapidità ed energia al fine di evitare eventi tragici, che già si stanno chiaramente delineando all’orizzonte. Può essere talvolta necessario agire, per così dire, anche manu militari.

Una situazione del genere si presentò per esempio, alla fine del trascorso secolo e millennio, ad una persona che dovette scontrarsi con avversari potenti, malvagi e pericolosi, i quali col loro agire, moralmente alquanto spregiudicato, avevano già colpita e mandata all’altro mondo una cara persona anziana, ed avevano in mente di distruggere una intera famiglia sul piano individuale e interpersonale, sul piano familiare, economico e lavorativo. In tale evenienza, si era creata sul piano esteriore quella che Massimo Scaligero, con espressione dantesca, chiama più volte il «triste amplesso tra Pietro e Cesare».

Senza badare a prudenze, la persona che scorse il malo intento si gettò temerariamente nella lotta e riuscì, con una serie di azioni ad hoc, a scongiurare ulteriori sciagure. Ebbe il torto di vincere e, naturalmente, la cosa gli avversari si fecero un dovere di fargliela pagare assai salata. Costui aveva ben intuito che, se avesse evitata la lotta – che ai suoi occhi mostrava essere simultaneamente interiore ed esteriore – il suo cammino spirituale si sarebbe inevitabilmente arrestato, mentre l’avere accettata la prova, l’affrontarla, sia pure con tutte le estreme tensioni interiori che l’andare ‘impreparati’ verso l’ignoto comporta, provocò in lui una fluidificazione della volontà ed una forte accelerazione degli eventi interiori dell’anima, e pur in situazioni veramente pericolose non gli mancò mai la generosa protezione della Provvidenza Celeste.

L’importante è il tenore interiore del lavoro spirituale che deve accompagnare una tale azione esteriore. Un testo di ascesi guerriera come la Bhagavad Gita può dare a tale proposito un prezioso orientamento. Il Supremo, nella veste di Shri Krishna, indica al guerriero Arjuna, la Via del coraggioso adempimento del Dharma, della propria legge interiore, attraverso il compimento del puro agire per amore dell’azione stessa, con completo distacco dalle tensioni personali e dalla fruizione dei frutti dell’azione stessa: è la Via del Karma Yoga. Così dice il Supremo al Suo guerriero-discepolo:

Balaṃ balavatāṃ cāhaṃ kāmarāgavivarjitam,

ossia:

«dei forti Io son la forza, libera di brama e di passione».

Un orientamento interiore simile indica il Buddhismo originario, per il quale l’azione, anche la più energica, deve essere compiuta con quella impersonalità per la quale si possa poi affermare con sereno distacco: katam karaniyam, ossia: è stato compiuto quanto era da compiersi. Mentre nel Buddhismo Mahayana la realizzazione ascetica della «vacuità», shunyata, lungi dall’esser motivo di fiacchezza della volontà, diviene fonte di inesauribilità delle forze interiori, di fantasia morale e di sereno coraggio. Nel Chan cinese e nello Zen giapponese si parla di wu-nien o munen, «non-pensiero», di wu-hsin o mushin, «non-mente» o «non cuore», di muga, «non-ego», ove con queste espressioni si invitano l’asceta nella pratica interiore e il guerriero nella lotta esteriore a svuotare la mente dei pensieri dialettici, dei pregiudizi intellettuali, e liberare il «cuore» dagli attaccamenti egoici, in modo da poter  «abbandonare il corpo e la mente», «affrontare la vita e la morte» con animo «eguale». Un tale distacco e una tale impersonalità possono benissimo accompagnarsi all’azione più impetuosa.

Tra coloro che scelgono la Via dello Spirito, tra coloro che irreversibilmente si sono consacrati ad una tale impresa eroica, si viene a crearsi un’autentica fratellanza d’armi spirituale, per la coscienza di tendere in maniera individuale e pur concorde a quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Eccelsa Mèta. In una tale fratellanza d’armi, chi è forte, in sanscrito balin, lo è per tutti, chi è eroe, vira, lo è per tutti, chi è guerriero e vincitore, kshatriya e jina, lo è con tutti e per tutti, perché l’impresa è unica e comune a tutti, ed uno stesso pensare pensa nel liberato o liberantesi pensare di tutti gli asceti che si sono consacrati alla Via del Pensiero, che in libertà e per amore hanno scelto di votarsi alla pratica più ardente della Concentrazione. Chi vince in sé stesso un limite interiore, lo vince per tutti gli audaces commilitones huius sacrae militiae, lo vince per tutti i compagni impegnati in questa sacra milizia. Milizia sacra non dissimile a quella praticata dai mitriasti, dagli antichi iniziati ai Misteri di Mitra. Invictus Mithra, lo chiamavano i Romani, Ajita Maitreya gl’Indiani.

Mitra è il Dio cui sono sacri i patti e l’amicizia, e per tale ragione si può affermare che in una tale sacra amicizia viene veramente a realizzarsi sul piano spirituale il fatto che essa è idem esse, idem velle : un identico essere e un identico volere. In essa, come mi disse, oltre trent’anni fa sui Pirenei, Marcel – un anziano esoterista olandese, incontrato nei pressi di una grotta ove anticamente venivano celebrati appunto i Misteri mitriaci, cari ai legionari romani – si deve essere solitari e solidali, per cui le volontà individuali e libere sono sacralmente concordi nel tendere all’unica Mèta. Una tale concordia fa sì che i momenti di apparente debolezza di uno, momenti che rappresentano sempre una «prova» interiore positiva, possano essere aiutati e risolti dai momenti di forza di un altro, e la vittoria di uno diviene impulso di tutti all’azione interiore radicale, alla consacrazione della volontà, alla determinazione assoluta.

Non cercheremo, perciò, comodo rifugio, come gl’ignavi, in un turpe ozio, bensì – come incita l’Illuminato della stirpe guerriera degli Shakya – audaci e concordi cercheremo «nella tempesta il rifugio».

 

11 pensieri su “FRATELLANZA D'ARMI SPIRITUALE

    • Certamente, Daniel, è come giustamente hai intuito tu! Perché liberando il mentale dai pensieri dialettici e riflessi, il mentale torna ad essere la Mente originaria, svuotando il cuore dalle emozioni inferiori questo torna ad essere il Cuore originario, e liberando la volontà dalle tensioni e dalle pulsioni egoiche questa torna ad essere il Volere cosmico che scorre in noi.
      Abbattute queste tre barriere, che sono tre condizioni di menzogna che ammalano l’uomo, e spazzato via il miserabile ego, che è la caricaturale contraffazione dell’Io originario, si ritorna – come afferma il Taoismo – alla Sorgente, a quell’Uno-Tutto, o “En-kai-Pan”, o “En-to-Pan”, che tu hai voluto ricordare con l’antichissima e suggestiva espressione ellenica.
      In tale condizione, non è più il miserabile ego a pensare in noi, ma è il pensare cosmico, il pensare originario a pensare in noi. O, se vuoi, è l’Uno-Tutto o il Tao a pensare in noi. E nel nostro cuore non vi saranno più le emozioni deformate di un’anima prigioniera, illusa e sofferente, ma sarà il sentire cosmico a risuonare in un’anima limpida, fattasi una con l’Uno-Tutto. E il nostro volere non sarà più mosso da brama, paura e avversione, ma “vuoto” di tensioni egoiche, sarà il volere dell’Uno-Tutto che si attua in noi.
      La libertà è attuare audacemente l’annientamento del mentale egoico, del deformato sentire egoico, dell’oscuro e bramoso volere egoico. Ed è la Concentrazione, che si faccia Concentrazione profonda e Contemplazione concentrativa dell’essere del pensiero, ad attuare l’estinsione della “natura” caduta e dell’ego in noi.
      Ogni forma di resistenza e di avversione nei confronti della pratica della Concentrazione, della sua centralità nell’Ascesi e nella Via dell’Iniziazione, è il segno del dominio del miserabile ego e della natura inferiore in noi. Contro di essi va condotta una lotta a morte. per questo la Via del Pensiero è una Via eroica, o – come la chiamava Afredo Rubino, il fedelissimo discepolo di Massimo Scaligero – la Via Vera.

  1. Dietro le quinte: sapete, quando Hugo posta aleggia il timore. Si sa che quello che scrive e come lo scrive divide gli animi. Ma qui la democrazia non vale un fico secco: se ciò che dice infiamma il cuore di alcuni lettori, allora l’obbiettivo è più che raggiunto.

    Grazie HUGO!

    • Isidoro, terribilissimo Commodoro, che navighi in un rosso oceano di pomodoro, è dietro le quinte della nostra poca – davvero pochissima coscienza – che aleggia, anzi molto poco peticamente imperversa brutalmente la paura! Paura di chi o di che? Non certo del povero Hugo – che non ci troverebbe punto sugo – bensì dello Spirito (il “chi”) e dell’energica pratica della Concentrazione (il “che”), contro le quali si mobilitano le dolciastre, sognanti e sentimentali pratiche in salsa “new-age” per ridurre la Scienza dello Spirito in un immangiabile minestrone ne quale vien messo a bollire tutto, proprio di tutto, sino a produrre un mieloso e disgustoso pappone, che ripugna ai palati spirituali sani. Meglio allora un sano spaghetto al rosso pomodoro – cucinato nella cambusa dal terribilissimo Commodoro – oppur di ragù al sugo, cucinato dal povero Hugo!

      Hugo, che nell’alto mar dell’essere,
      vuol sempre di nuovo vedere
      quanto è buono il cacio con le pere.

  2. Arrivo in ritardo ma omaggio il potente articolo di Hugo.
    Una caratteristica del discepolo e’ la fermezza al momento necessario.
    Ho trovato anche interessante la risposta chiara del nsotro Hugo alla domanda di Daniel.
    Grazie Hugo e grazie anche al preziosissimo Daniel.

    • La parola “yoga” ha vari significati. La parola sanscrita proviene dal una radice YUJ- che in tutte le lingue indoeuropee ha il significato di “aggiogare”, “mettere sotto il giogo” nel caso di singoli buoi o coppia di buoi, e addirittura domare” nel caso di cavalli selvaggi.In senso traslato ha assunto il senso di “tecnica”, “disciplina spirituale”. Ma la parola non è mai stata limitata al solo significato di “unione” del Sé-Atman col Brahman. Questo è quello che affermava René Guénon, ma lui barava alla grande! E’ l’aggiogamento che porta all’unione! E’ la disciplina della Concentrazione che dona l’unione con la Sapienza!

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