LIMITARSI? NEMMENO PER SOGNO!

 Lo stappo di Bombaci

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta.

Dice: “Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto: ”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite è sbagliato o almeno rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva  dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto.

“Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al filisteo assoluto di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, già rinverdisce spruzzato di crocchi bianchi e azzurri.

Con questa immagine intendo che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Anche Schwarzenegger lo seppe: cito con traballante memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Negli squat aveva superato il limite.

Ho citato un personaggio noto, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, alpinisti che si fanno otto ore di alte vie con zaini strapieni, ecc.

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto col sacco. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero, il cuore è in pace, avvertite che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai  pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi ha potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno o solo pochi, nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamato “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità, negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre bistecche di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, dobbiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela. Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative, vi sta ingannando, se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto lo è oggi.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Allora revenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino appuntito.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante!

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, magari con molti tentativi di scatto in avanti, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota.

Ma poiché un giorno sarà capace di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare”.

2 pensieri su “LIMITARSI? NEMMENO PER SOGNO!

  1. L’ allenamento e’ quotidianita’, e’ costanza. Di qui il progresso e il superamento dei limiti.
    A certo ordinario pensiero, a certo ordinario sentire, a certo ordinario agire bisognerebbe sostituire l’eccezionale ordinario pensiero, l’eccezionale ordinario sentire, l’eccezionale ordinario agire.
    Isidoro e’ sempre da ringraziare anche lui per la dedizione con la quale ripropone ogni volta l’importanza della disciplina interiore.

    Cambiare l’ordinario pensiero e’ anche espressione di volonta’, ossia di azione, importante fase gia’ da rispettare in primis nel pensare, il tutto stimolato dalla dedizione, devozione all’ Idea, alla Verita’.

    E’ difficile immaginare l’effetto potente che tale “atteggiamento” interiore puo’ andare a riversare nella nostra umanita’?

    Ossequi rinnovati all’inimitabile Isidoro.

  2. Savitri è “troppo” buona (in brodo, col sugo, alla piastra, ecc.)!
    Io so solo che, dopo essersi familiarizzati e resisi capaci nella disciplina fondamentale, occorre FRANTUMARE il limite a cui, per altro, ci si abitua anche quando si fanno le cose per bene.
    A questo riguardo, già il ventaglio di alternative che Scaligero suggeriva per ripristinare la DIFFICOLTÀ dell’esercizio, come:
    ripeterlo con più attenzione,
    rifarlo partendo dalla fine,
    eliminando da esso ogni forma verbale,
    farlo ad occhi aperti,
    e di cui non si parla mai – sembra la lista dei caduti senza nome – sono forse tentazioni di turpe sadismo?
    Cari amici, guardate la foto che intesta la mia nota. C’è un atleta, senza eccessiva muscolarità, che si è velocemente accucciato per sollevare a braccia tese oltre la testa e con un unico movimento, 125 Kg senza contare i pesanti morsetti di chiusura…naturalmente tenta uno “strappo” che, per lui, se ce la fa, sarà un record. Anni di disciplina per pochi secondi.
    Il meditante è atleta dello Spirito.

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