PARADISO E INFERNO

Janus-Vaticano

Alcuni anni fa cercammo di valutare una frase di Gustavo Rol (1903-1994) famoso sensitivo torinese: “Inferno e Paradiso sono qui sulla terra”.

Qualcuno rispose, con una certa divertita ragionevolezza che non occorreva essere veggenti per formulare una frase così, che bastava vivere la vita di ogni giorno e aggiungerci le comunicazioni dei media. Mi sembra giusto…anche se i giornali e le televisioni mentono spudoratamente e un po’ di bassa pressione ci snatura e illividisce la visione del mondo.

Sul vecchio Forum antroposofico, quello deceduto per colossale incapacità amministrativa, l’utente Mars avrebbe istituito un velocissimo tribunale per ragionevolmente fucilare, con fragore logico, la vaghezza della frase.

In effetti essa è ancor meno supportata di quella di Sartre che, con la “Nausea” che sentiva, disse che “L’Inferno sono gli altri”…forse non mettendo nel conto raffinate signore e giovani discepole, focose parentesi d’alcova di tanta disgustata profondità esistenziale.

Quel che si dice coerenza d’acciaio: sentendosi più proletario e rivoluzionario di tanti, teneva l’umanità “in gran dispitto”. Minuscolo Farinata, in un comodo inferno di cartapecora!

Può darsi che il veggente torinese intendesse la simultaneità nel medesimo luogo delle sfere di realtà extraspaziali, oppure alludesse a come un’anima possa, su questa terra, patire le più atroci sofferenze o la gioia celeste. Mah! Quanto mistero dietro ad una frase misteriosa pronunciata da un uomo misterioso!

Il fatto è che, chiudendo in un ripostiglio la metafisica, s’intende quella rimasta dopo gli gnostici e i neoplatonici, la frase di Rol si adatta, come l’abito del sarto, alla condizione dell’anima dell’operatore interiore: la sua vita può trovare addentellati in quella frase, magari togliendo le maiuscole ai termini.

Il meditante, superato il periodo delle difficoltà più grossolane, inizia a sperimentare due mondi, anche quando ancora ne ha scarsa consapevolezza.

E non sono cose granché segrete: una rumoreggiante giornata nel mondo esteriore e ed una manciata di minuti, spero ripetuta, in un mondo opposto, silenzioso e inabituale.

Quest’ultimo sembra così poco famigliare che viene, anche per molto tempo, confuso con la navetta dell’esercizio: del resto, salvo casi eccezionali nella vita, il mondo interiore è irraggiungibile senza la disciplina interiore. Lo so che le teste dure lo negano, qualcuno anche se tesserato alla S.A. ci bestemmia sopra  come l’idrofobo fugge irato dall’acqua (essere santi è difficile, ma se un po’ di coerenza logica entrasse…). In realtà capisco ben poco di ciò che viene negato poiché è solo reazione contro tutto ciò che è fuori dal piccolo sé stesso razionalistico, quello che è sostenuto dal cieco furore dell’istinto. Negli anni in cui Eco, come forum prima e come blog poi, è stato oggetto di critiche, in realtà monotematiche, nessuno dei nostri inquisitori ha mai risposto coerentemente o meno alle nostre osservazioni: iudicium sine intellectu.

Ma ciò non riguarda il tema. Ed è estraneo al mondo interiore.

Il mondo esteriore, quello che appare solido, certo e compatto, quale lo percepiamo e l’intendiamo, è tutt’altro che reale, piuttosto è anima travolta, asfaltata.

La corporeità percepita è solo mediatrice sensoria: colori, suoni, temperatura, liscio e scabroso, durezza e morbidezza, odori, ecc. ci giungono attraverso le vie dei sensi, che hanno un rapporto con l’esteriore come il tubo in cui fluisce l’acqua che gli scorre dentro.

Chi o cosa percepisce tutto questo? La coscienza, che, per così dire, viene colpita passivamente o bombardata.

Il pensiero, i concetti, che fluiscono dall’Ignoto, organizzano (nell’uomo normale) tutto ciò che in forme definite e concluse ci appare come il mondo che conosciamo.

Sembra una burla ben riuscita: dall’esterno un quid che non conosciamo cosa sia in sé, dall’interno una attività a cui siamo ben poco presenti e che ignoriamo da dove venga.

E abbiamo il coraggio di chiamare questo duplice inconosciuto “il mondo che conosciamo”!

Semmai una cosa è certa: che l’incontro tra gli sconosciuti sembra avvenire nella nostra coscienza: da essi nasce la rappresentazione. Non è poi sbagliato affermare che il (nostro) mondo è rappresentazione. E’ un’affermazione che la negazione, la cancellazione che interviene nel sonno, conferma.

Anche da questo punto di vista si può avvertire quanto possa essere (per noi) eccezionale la produzione di una rappresentazione completamente volontaria.

Formare una rappresentazione che non sia un prodotto passivo, intervenuto sulla scena della coscienza senza la nostra regia, è la prima azione vera che sia possibile all’uomo in quanto dotato da tutti gli elementi che dovrebbero comporlo. Tutto quello che discende dal già fatto, scusatemi tanto, ma in sede conoscitiva è essenzialmente una sciocchezza.

Nel nostro tentativo di entronauti, appena usciti dal porticciolo del fuori, avvertiamo quasi subito che non ci siamo infilati in un “cul de sac” ma che davanti a noi si apre un mare sempre più vasto: realtà stranissima: più limitiamo noi stessi, più lo spazio si dilata.

La coscienza, sempre piena di robe come un ripostiglio stipato, magicamente si svuota, si fa più chiara, illimpidisce. La cacofonia continua dei rumori svanisce nel silenzio.

Vi sono gradi di silenzio: il più elementare viene chiamato mentale ed è connesso con l’esercizio della rappresentazione voluta ma quando l’immagine assume una speciale mobilità e autonomia voluta senza sforzo, essa ed il silenzio che l’avvolge dinamicamente sembrano svincolarsi e assumere una specie di potenza propria, anzi sono veste di una potenza libera da sedi particolari: di solito essa  viene condotto al cuore oppure può succedere l’eccezionale: che una luce trasmutatoria scenda dall’alto nell’anima e nel corpo.

Comunque, in entrambi i casi, che sono temporanei, l’essere cosciente può assaggiare (sperimentarsi) qualcosa dell’infinito vivente e avvertire cosa sia la liberazione nel flusso dello Spirito.

Liberata dall’anima personale, sciolta dallo spettro della illusoria corporeità, la coscienza avverte il sentimento della libertà ed il sentimento della vita. Essi irraggiano in tutto l’uomo (ben oltre quella che continuamente deduciamo come morto riflesso).

In un mondo che permane ma più chiaro, illimpidito, fattosi cristallo, è il primo alito di forza e di vita che possiamo sperimentare o, per usare i termini della tradizione religiosa occidentale, avvertiamo l’alito delle virtù che emanano dal paradiso. Il loro “nulla” riempie tutto, le forme ed i vuoti tra le forme. Da tale nulla che illumina come un sole, il cuore si alimenta, si avverte che è ora il centro di ogni cosa.

Il contrappasso consiste, per la coscienza ed il suo sentire il vero, in una maggiore difficoltà ad indossare le vesti di scena sul palcoscenico del mondo ordinario che si avverte insufficiente e talvolta insussistente.

Ciò fu esperienza anche per giganti del pensiero a cui però il destino, tragicamente, non recò le giuste conoscenze di ascesi, e non evento raro, si rivelò per essi fatale.

Del resto, quale acqua di questa terra può dissetare, da quel momento, l’anima di chi riesce ad attingere anche a una sola goccia della rugiada dei Cieli?

2 pensieri su “PARADISO E INFERNO

  1. Giusto per ringraziare di questo scritto

    Swami Vivekananda – La preghiera del silenzio

    Siediti ai bordi dell’aurora ,
    per te si leverà il Sole
    Siediti ai bordi della notte
    per te scintilleranno le stelle
    Siediti ai bordi del torrente
    per te canterà l’usignolo
    Siediti ai bordi del Silenzio
    Dio ti parlerà….

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