SONORITA' PERDUTA

 

Il discepolo della Scienza occulta si pone oltre la conoscenza discorsiva, ma non nel moderno senso di un dispregio dell’intelletto a favore di un’abusata intuitività di raccatto solo coincidente col senso comune e lo stereotipo sentimentale.

L’impulso attuale dell’irrazionalità nella dimensione dell’occulto, significa solamente che si ostracizza il principio critico, dunque l’ordine logico.

La sovrarazionalità occulta ed il suo sacrificio nell’intelletto comune è invece un invito a non raggelarsi nelle determinazioni discorsive (mobili solo nella loro immobilità) come se queste esaurissero la realtà.

E’ un porsi, in lucida coscienza, dalla parte del Mistero, senza il quale l’intelletto non avrebbe vita, essendone in sostanza la fonte.

L’antecedente occulto è conoscenza completa quando lo si confronti con il pensiero discorsivo: questo è organizzato secondo un limitato modello visivo.

Infatti colui che si arresta alla dialettica, non può non definire, cioè mettere limiti visibili; oppure descrivere, cioè tracciare, una linea d’attorno. Vale a dire che ogni spiegazione, nel suo venir esplicata, si avvale della “chiarezza” e “precisione” che sono elaborati interiori del regno del visibile.

Sto dicendo che, quando mi spiego, fatalmente volgo verso l’astrazione, perché la visione è il senso più astratto, tant’è che, nel mondo, è il senso del tatto a rassicurarmi circa la realtà della visione.

Il pellegrinaggio verso il carattere discorsivo si organizza quando ci si stacca dal tatto e dall’odorato per attenersi, quasi soltanto, all’udito e alla vista e poi con lento processo, a partire dall’uso dell’alfabeto, soltanto alla vista.

Mentre che per l’Ebreo antico il conoscere è sostanzialmente un udire, già nei Greci prende il carattere del vedere.

L’introduzione della stampa accrebbe il primato della visibilità: prima di essa i libri parlavano, le frasi esprimevano, le parole indicavano…poi si penserà ai libri come contenenti di un contenuto di frasi, contenenti parole, contenenti idee, contenenti verità.

Con la stampa il conoscere è sempre meno trasmissione auditiva un mondo di diagrammi silenziosi.

Così primeggiano parole come “struttura e “metodo”: l’attenzione si fissa sui passi da compiere per giungere all’efficacia e sul metodo in se stesso invece che sui passi che si compiono pensando un metodo.

Vengono scisse due discipline prima sempre unite: la dialettica che presenta e la rettorica che orna.

Già l’università aveva ridotto a monologo il dialogo, poi la stampa il monologo a visione. Anche la rapidità dei processi mentali viene accelerata, onde si scorre un testo invece di leggerlo e, per forza di cose la logica diviene topologica, ossia basata su luoghi comuni.

Le scienze sono sempre più di tipo visivo-simbolico: siamo cioè in un cosmo dove la ragione è silenziosa, non dialogica e le comunicazioni tra uomini avvengono senza risuonare.

Manca la base del conoscere completo, cioè auditivo e tattile oltre che visivo.

Suppongo che, per intendere l’occulto, serva riesumare il conoscere pieno, fondato sui sensi, per poi negarlo e negarne la negazione.

Da qui, l’inaudita condizione di restaurare l’audizione, di ascoltare il verbo.

Dice il Rumi: ”Quando il tuo orecchio si affina, diventa un occhio; altrimenti le parole sono irretite e non possono arrivare al cuore”.

Il suono della campana è quello fondamentale che lo yoghin procura di udire (la campana è l’unico strumento che permetta di cogliere l’ipotono), poi la meditazione bada a raccogliere i vari suoni in connessione con le corrispondenti parti del corpo.

Schneider ha indicato la serie di miti secondo i quali ”il creatore stesso non è che un canto, per cui è probabile che la materializzazione del creatore sotto specie di strumento musicale, caverna, corpo o soltanto testa umana o animale non sia che una concessione al mito al fine di rendergli evidenza più concreta. Il creatore è un puro essere acustico: canto o grido creano un mondo di suoni e luci. L’apparizione della “materia” è atto posteriore, spesso considerato un decadimento”.

Nella Brihandarayaka Upanishad, per quanto mi ricordi, si parla che al principio il sacrificio fu sonoro e vibrando, creò i suoni, cioè i nomi delle cose, poi pietrificati in visibilità.

La “natura” è incanto: se si penetra la sua essenza la si ode e si risponde al creatore con i suoi stessi suoni, col disincanto.

Il Verbo è designato come tuono, stella canora, aurora risonante, canto di luce.

Il suono del Verbo è il suo corpo, il senso del Verbo la sua luce; nella tradizione vedica viene detto che il Verbo s’è diffuso nel creato, ogni tono musicale risponde ad una figura astrale, ad un momento dell’anno, ad una parte del corpo.

Chuang Tze (Na hoa cenn king, 12C): “E’ l’azione del Principio che risuona nei metalli e nelle silici sonore. E’ anche nel cozzo che li fa suonare. Senza di essa niente sarebbe…”.

Il pitagorismo negli inizi della civiltà occidentale determina con precisione la natura acustica della realtà ponendo un rapporto esatto fra suono qualitativo (nota della scala) e determinazione quantitativa (lunghezza della corda, ampiezza delle vibrazioni): i rapporti fra le note erano numericamente definibili e nel contempo udibili.

Così ad ogni suono che risuoni si riproduce in modello minimo la creazione dell’universo e ogni atto di attenta audizione consente di vedere l’armonia cosmica.

Questo “vedere udendo”, è un paradosso mistico su cui insisterà soprattutto Filone d’Alessandria (paradosso che è sperimentalmente verificabile).

Insomma: l’orecchio coglie la qualità degli oggetti che poi l’occhio può misurare in ragione reciproca.

Come Schneider insegna a rileggere gli inni al santo a cui è dedicato il chiostro nei capitelli catalani, Kaiser decifra gli inni dei templi di Paestum: mettendo in rapporto altezze, larghezze e profondità dei vari elementi, ne ricava le note di inni, maschi o femminei a seconda della destinazione e del culto.

Filone (De Somniis, I, 253) attesta che le steli antiche erano iscritte di parole-suoni che cantavano “le virtù del reale”.

Per finire, con prudenza accenno che, qualora si immaginino le sintesi delle attività creatrici dispiegate da Steiner per spiegare l’evoluzione dell’uomo e del mondo a partire dal non-tempo e dal non-spazio, tali non facili concentrazioni meditative danno allo sperimentatore la capacità di cogliere in sonorità diverse le tappe della creazione. Anche in questo caso l’udire è un gradino superiore dell’ascesi.

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