SENZA CATEGORIA, SENZA CASA

 scrivere

La verità non è il conoscere

che si persegue per il sapere

ma il conoscere a cui si subordini

ogni sapere.

(Sataro Don Marco)

***

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Ma per chi scrivi?

Questa domanda sembra innocente, ma chi me l’ha fatta non lo è.

Cosa rispondere di vero a uno che ti parla tra due silenzi e le cui parole provengono quasi sempre da luoghi lontani?

Scrivo perché posso farlo, perché posso attingere da una fonte inesauribile, che sia un fontanone o un rivolo non lo so, ma che scorra incurante del tempo e delle nostre piccole vite e morti, questo lo so e credo di averlo sempre saputo.

Ma per chi scrivo? Per altri viaggiatori, suppongo: per quelli che non vengono contati nei ranghi.

Individui che Colin Wilson quando faceva lo scrittore vero chiamò “outsiders” e che G. C. A. Evola definì “differenziati”.

In pochi tratti so bene cosa siano nell’ambiente comune: naturalmente immuni dalle adesioni emotive ai dibattiti culturali, alle sacrosante istanze socio-economiche, ai diritti dei popoli. Figure in ombra, né buoni né cattivi (non concepiscono lo sfizio di porsi in una categoria), indifferenti a molte cose ma artigliati, come padre Prometeo, dalla sofferenza che fedi e speranze non placano.

Lucidamente disperati: disperati poiché lucidi. Non lietamente ottusi.

Creature capaci di accogliere dentro sé conoscenza pericolosa perché è conoscenza celata, anzi vietata dalla coscienza del mondo.

Disgraziati che si concedono l’imperdonabile lusso dell’orgoglio negandosi agli accattivanti conforti delle ruffiane ideologie e delle fedi avvizzite. Sdegnosi a tendere le braccia ai soccorritori (chi ha il diritto di soccorrermi? Come ha ricevuto un simile diritto?). Nascondono a sé e agli altri l’intuizione della propria primogenitura anche se il mondo li definirebbe fuggiaschi e straccioni.

Stravaganti sotto copertura il cui andare faticoso nella vita non inizia dalla banalità quasi animale della nascita ma dal segreto di una perdita non dimenticata e certo non  finisce nel pietoso disgusto di un corpo che si sfalda ma nel mistero di una battaglia che continua da sempre tra lampi e bagliori e silenzi.

Il mondo non ama questa razza bastarda: anzi cerca di sopprimerla: legalmente con la pubblica istruzione, caritatevolmente con le medicine antiumane e se ciò non basta si può sempre infierire con l’indifferenza il disprezzo la derisione il tradimento.

Il sopravvissuto tra quelli che non si spezzano, colui a cui il cuore non si spegne, intravvede segni e cenni di sentieri, perlopiù ombrati da sconvolte, capovolte geografie.

Poi in momenti inattesi, spesso nelle più fitte oscurità prive di vita e speranza, una Memoria più antica dell’antica tragedia si protende con la velocità della folgore: s’è mossa da lontano ed è già presente in tutti gli attimi dell’ora: un ricordo e un sentiero: che può avere un nome sebbene provenga da fuori del tempo.

Nessun sentiero ha veramente bisogno di nomi: in realtà il “nome” velandolo lo difende : dalle furbesche zampe della canaglia e secondo la misericordia dello Spirito lo sottrae dal goffo slancio di chi abbraccia la sua illusione.

I nomi sono allusioni ad una conoscenza che seguì l’uomo nella arida palestra del mondo: metastorica lungo il divenire della storia.

A mio ininfluente parere i nomi più allusivi e veri sono: “ponte d’arcobaleno” e “filo di spada” o lama di rasoio: evocano un tracciato assai pericoloso dove i piedi si aprono a tagli sanguinanti e ai cui lati c’è solo abisso. E la terrificante possibilità di scivolare e di cadere è solo tua: il tuo regale diritto di essere o di perire.

Il trucco più congruo di questa conoscenza segreta è quello di risvegliare esseri cosmici immersi nel sogno di essere soltanto uomini.

E’ una conoscenza serpentina e morde di veleno come il cobra: avvelena l’uomo ma parimenti corrode le catene che lo tengono prigioniero. Quelle catene con cui ha creduto di amare le cose del mondo che lo hanno sempre complementato con la morte.

Le catene nella cui morsa aspira tuttavia alla libertà del suo essere: subitamente trovando e persino rincorrendo la trista genia di maestri e discepoli, nuovi e zelanti incatenatori, cesellatori di ceppi – antichi e rinnovati – fatti di obbedienza, negazione di sé, di fascinosi simbolismi, di osservanze rituali, di appartenenze…

L’offerta? Lo scotto?

Sempre il medesimo, antico e monotono: “Credimi e sarai un prodigio tra gli altri uomini”.

Inganno di scarsa fantasia eppure sottile: “A me dona il vero che pulsa in te ed io fingerò di ridartelo più ricco e forte”.

Suadente: “Consegnami l’Io e proteggerò la tua anima come una madre protegge i suoi figli”.

E’ a questi anarchici vagabondi a cui cerco, limitato e inascoltato, di parlare. Ma è una faccenda difficile…Allora perché sciupare tempo e fatica?

Mah, forse per amore: come sostanza della stessa Fonte è inesauribile!

I contenti, i soddisfatti, coerentemente, non hanno bisogno di nulla.

Aggiungo con tristezza a queste righe una osservazione calata nella realtà di questi giorni.

Succede, sempre più spesso, che si diano furiosa battaglia opposti modi di vedere certi fatti. Al punto che individualità che si dicono discepoli della Scienza Sacra si scontrino ferocemente  assomigliando piuttosto a manipoli di ammutinati che combattono sulla tolda di una piratesca nave…a insulti (c’è pure del ridicolo in questo).

Forse, anche tutto questo caos fa parte della libertà, ma un po’ ne dubito.

Tanto vorrei sbagliarmi che propongo un facile esperimento, una “cartina tornasole” per l’anima.

In piena vis polemica, fermatevi per dieci minuti e fate un perfetto esercizio di controllo del pensiero, senza che nulla di estraneo al tema entri nella coscienza.

Se l’esperimento non riesce significa, e lo sapete benissimo, che siete stati mossi dall’istintività che vi sta ingannando, sia che vi sentiate nel giusto o su altre posizioni.

E’ una ingenuità quanto ho scritto? E’ possibile. Ma dieci minuti non costano molto, non è vero?

Così, senza strepiti, saprete in cuor vostro se siete o no discepoli, appunto oltre gli esibiti stemmi e vessilli che non valgono. Nell’Occulto essi non valgono un bel niente.

Spero che questa minima proposta venga accettata anche se rispecchia il mio modo di vedere la realtà…però potreste essere un tantinello curiosi, tanto nessuno saprà niente!

Bonne chance.

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10 pensieri su “SENZA CATEGORIA, SENZA CASA

  1. Buongiorno Isidoro.
    Per cio’ di cui scrivi, e per come lo scrivi, ti ringrazio. Fosse anche per un miserrimo pugno di occhi, di anime e di menti che ti leggono attenti, il riporre definitivamente la tua penna nel cassetto della scrivania, sarebbe un vero dispiacere.

    Per gli insulti a cui accenni, che compaiono, scompaiono e poi riappaiono qua e la’ sempre in bocca agli stessi disperati, sostenuti da parole di altri ancora, che a loro volta con lingua imbiancata li dirigono contro la marcia occultamente inarrestabile della Verita’, ebbene, niente di nuovo sotto il sole: sono termini che qualificano chi li pronuncia e chi li cavalca.

    Ma comunque per tutti, cosi’ senza meraviglia, ne’ lutto, ne’ scandalo, “senza strepiti”, tornare all’improvviso, li’ dove la luce illumina “la realta”, diviene urgenza per superare gli strepiti e semplicemente individuare dove si e’, dove si deve stare, cosa si fa, cosa si deve fare. E tutto diviene allora una questione intima e invisibile, nello spazio sacro di ognuno di noi che e’ inviolabile.

  2. Isidoro GRAZIE! Ti volevo dire che le tue indicazioni le ripenso spesso e mi sforzo di seguirle…Insomma, anche noi che non interveniamo mai, o quasi mai, però in Eco ci siamo davvero…volevo lo sapessi. ciao.

  3. “E’ un’ingenuità quanto ho scritto?”
    No Isidoro, è quasi poesia. Lucida poesia dove si incontrano libertà, amore,
    rammarico, compassione, passione, incredulità, pazienza, tristezza….. ma sopratutto voglia di continuare, sempre e a qualunque costo perché ti riesce
    più facile andare avanti che smettere, e perché ti riesce bene!

    • Attenta Marzia, che se gli dai del poeta a Isidoro, si offende…..scherzo. Hai detto cose vere cara!
      Tra cio’ che Isidoro pensa e le parole che usa per esprimerle non si avverte spazio o pausa, ne’ tempo misurabile.
      Una qualita’, o meglio un’arte, che ben serve il valore del suo messaggio.

  4. Troppo buone (col sugo)!
    In fondo, a parte che il suo dardo mancò il bersaglio, di Evola possiamo parlar male per una settimana…però il suo “INDIVIDUO ASSOLUTO” era e sarebbe stata un buona intuizione.
    Ricordando il periodo e il lignaggio aristocratico (barone) che erano i suoi limiti a priori, non mi dispiace trascrivere queste sue parole a chiusura dell’ottimo e tragico libro RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO:

    DI CONTRO ALLA CONCEZIONE DI ESSERI INNUMERI CHE PER INCONSCIA DISPERAZIONE SI CERCANO SI AMANO SI STRINGONO INSIEME COME BAMBINI NELLA TEMPESTA CERCANDO NEL LEGAME COMUNE E NELLA REMISSIONE AL SIGNORE ONNIPOTENTE LA PARVENZA DI QUELLA VITA E DI QUEL VALORE CHE A LORO MANCANO SORGE LA CONCEZIONE DEGLI UOMINI LIBERI DEI SALVATI DALLE ACQUE DELLA RAZZA DEI SENZA RE DI COLORO CHE RESPIRANO ESSERI SOLARI SUFFICIENTI A SE’ STESSI CHE NON SI ABBASSANO AD EGUAGLIARE ED A AMARE MA AUTONOMI IN VITA DECISA VOLGONO VERSO UN ESSERE SEMPRE PIU’VERTIGINOSO VERSO UN ORDINE GERARCHICO CHE NON PROVIENE DALL’ALTO MA DALLO STESSO RAPPORTO DINAMICO DELLE LORO INTENSITA’.

    E, se ora scandalizza, è solo che c’erano in queste parole qualcosa di buono.
    Intuì l’IO, non comprese il Logos.

  5. Io non mi scandalizzo certo da queste parole forti, anzi le amo, perché sono e saranno sempre il grido dell’Uomo, chiunque egli sia, che con tutte le sue forze
    cerca di andare avanti verso la LIBERTA’ vera!

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