DAVANTI AL DILEMMA

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Nelle antiche culture, il “Bivio” rappresentava un punto di svolta nella vita dell’eroe-iniziato.
Nei Misteri l’iniziando doveva trovare la via di bivio in bivio e dimostrare così il grado della propria maturità.
Là, dove colui che era legato alle apparenze del mondo sensibile vedeva soltanto oscurità, il discepolo dello Spirito doveva trovare la direzione.
Egli non doveva deviare e naufragare né a destra né a sinistra.

Al tempo nostro, subentrano “dilemmi” nel corso della vita di ogni uomo – anche di quello che considereremmo la persona più metodica o mediocre che possa esserci – e richiedono decisioni.
E’ sintomatico per l’epoca dell’anima cosciente che il dilemma non sia più il pesante privilegio dell’iniziando, ma sia divenuto un fardello comune a tutti gli uomini.
Ai dilemmi dell’anima cosciente appartiene la problematica posta dalla civiltà moderna.
Da quando l’ingenuo ottimismo ottocentesco intorno al valore del progresso si è vaporizzato, l’ottimismo deve essere continuamente restaurato attraverso nuove scoperte e tecnologie che rendano più facile e desiderabile la vita.
Ma ciò nonostante, l’espressione “benedizioni portate dalla cultura e dalla tecnica” ha acquistato un significato ironico, sempre più amaro.
Da tempo, l’indagatore che possiede ancora una qual coscienza morale, sta sempre dinanzi al problema se debba conservare riserbo sulle sue scoperte oppure renderle di dominio pubblico (ma poi, forse, la medesima scoperta verrà fatta in un altro Paese o laboratorio, e tenerla chiusa nel cassetto sarà stato inutile…).

Ormai da molto tempo gli scienziati hanno considerato il loro lavoro come “moralmente neutrale”. Mezzo vero e mezzo falso poiché riflette il primo atto, quello dell’esperimento, ma tappa occhi e orecchie a quello che sarà il secondo atto: l’impiego del prodotto che ne consegue.
Ma al momento dell’impiego o spesse volte dopo che il vaso di Pandora è stato aperto, subentrano scrupoli (tardivi) o intensi sensi di colpa.
Si pone la questione: l’acutezza della coscienza sia andata di pari passo con l’affinamento “sattvico” dell’intelletto? La maggior parte delle impressioni e dei giudizi suona nel senso che lo sviluppo morale dell’umanità sia rimasto vergognosamente indietro, almeno di alcuni secoli.

Mi rammento (ho rintracciato) alcune parole pronunciate dal prof. A.V. Hill negli anni ’50 del secolo scorso quando assunse la Presidenza della British Association di Londra: “ Migliorare le condizioni della vita umana mediante lo sfruttamento di conoscenze scientifiche è una delle più elevate avventure dello spirito. Ma sarebbe pericolosa illusione credere che tale miglioramento possa compiersi fuori di una società basata su fondamenti morali” e dopo alcuni esempi con cui non voglio tediare nessuno, terminò il discorso con queste parole: “ Quando noi, secondo fondamenti etici, ci rifiutiamo di compiere il male perché così subentri il bene, potremmo compiere il bene quando le conseguenze evidenti fossero cattive?”.
Ciò suona quasi come il grido disperato di san Paolo: “Il bene che io voglio, non lo compio, ma il male che non voglio, questo lo compio”.
Però, nell’appello del prof. Hill, formulato alla metà del XX secolo, risuona un’eco che proviene dal Medio evo: il dualistico mondo dei dati di fatto e delle esigenze morali. Qui si parla come se l’uomo dovesse trarre le proprie determinazioni morali da un “aldilà dei fatti naturali” per trapiantarle entro il mondo che sta davanti l’indagatore. I valori morali si trovano nel mondo “di qua” come elementi estranei ad esso, come furono spiegate le dottrine della rivelazione nel Medio evo.
Tra i più alti valori a cui l’umanità dovrebbe attenersi, se non vuole trasformare insospettati benefici in distruzioni senza fine, lo scienziato della natura degli anni ’50 ascrive la fede nella inviolabilità dell’individuo umano.

Con tutto il rispetto per le idee esposte, si può percepire – nell’impostazione del problema – la forza del passato: non è forse insito in tale impostazione di “trapiantare principi morali” un presupposto oggi non più valido?

Attraverso l’Opera di Steiner si trova un atteggiamento fondamentalmente nuovo nei riguardi del dilemma.
Si può riconoscere l’uomo come il punto nel quale e per il quale si compie la bipartizione del mondo, ma che questa possa venir superata nel suo conoscere e nell’agire.
La realtà non conosce questa separazione che esiste solo per l’uomo, e anche per esso transitoriamente. Mediante la proiezione della scissura fra mondo dello spirito e mondo della materia su una pretesa struttura complessiva del mondo, sorge la “teoria dei due mondi” di un platonismo erroneamente inteso.

L’uomo è parte di un mondo unitario e guardando a lui ci si innalza oltre la teoria dualistica; l’autoconoscenza, come tracciata in Filosofia della Libertà sulle fondamenta della natura umana, svela anche l’origine della moralità nell’uomo.
Non vi è bisogno alcuno di trovare fuori di lui una esigenza morale, non occorre nemmeno aggiungere alla “realtà-uomo” un comandamento di fede circa l’inviolabilità dell’individuo, poiché la stessa sua dignità può essere rintracciata tra i dati che il mondo ci offre.
Nell’immagine completa dell’essere umano è data al contempo l’inviolabilità dell’io. Ciò che fu esigenza sollevata dal di fuori, diviene parte integrante di una complessiva conoscenza dell’uomo.

Dalla medesima fonte antropologica sgorga anche la visione della facoltà di libertà dell’io che sperimenta se stesso come atto spirituale: la scoperta dell’intuizione morale è al contempo scoperta dell’io quale essere spirituale incarnato.

La facoltà dell’intuizione in campo etico è la chiave di volta per la compiutezza dell’essere umano.
Ma da qui deriva l’importanza del dilemma per l’uomo. La libertà morale non è affatto semplice libertà di scelta tra due motivi, come a lungo fu sostenuto, ma è una facoltà creativa.
Oggi il destino conduce ogni uomo in situazioni in cui nessun principio già dato o accettato per tradizione può essere di aiuto: l’uomo può (con il linguaggio della Filosofia della Libertà) trarre dal mondo delle idee comune a tutti gli uomini che sviluppano conoscenza, quella sola intuizione che egli sperimenta corrispondente alla situazione da affrontare.
Invece di agire secondo principi tradizionali, egli diventa “giusto” riguardo alla situazione che ha dinnanzi.
Essa esige da lui “semplicemente quella decisione” che è sempre un vero nuovo inizio.
La decisione non si può evincere dai due termini del dilemma. Ciò significa che colui il quale agisce nell’epoca dell’anima cosciente deve procedere oltre l’esperienza del dilemma, verso una decisione perfettamente nuova.

Oltre le due possibilità che all’intelletto si presentano ugualmente non motivate, grazie alla corrispondente intuizione subentra una terza possibilità finora rimasta nascosta.
Afferrarla è percezione spirituale ed è anche giudizio sul da farsi.

Si può dire che per l’intuizione “sono oggi divenuti disponibili” nuovi concetti, poiché agli altri concetti si è unita l’idea dell’uomo.
Ciò è rivoluzionante per il mondo delle idee ed espresso antroposoficamente significa che il mondo che l’uomo sperimenta ha conseguito un altro carattere da quando l’entità umana è divenuta afferrabile come essere spirituale nell’esistenza sensibile. Tale mondo, per sussistere, abbisogna ora della collaborazione dell’uomo morale.
Il dilemma umano conserva la propria importanza quale indicatore della via. E’ la pressante esigenza di sviluppare l’organo intuitivo.

Il dilemma insegna a trovare il punto in cui dall’uomo si esige il non previsto, l’inaudito, ciò di cui non sono note le conseguenze, ciò che deve essere deciso “per la prima volta”.

Il termine intermedio tra concetto e percezione si definisce come “rappresentazione”. Nella coscienza comune (passata), la rappresentazione non è libera, interviene aprioristicamente. Per l’uomo che attinge dall’intuizione, Steiner chiama fantasia morale il libero immaginare che si forgia in rappresentazione sorgiva, non impedita da alcun pensato antecedente (forse è utile comprendere che la fantasia morale ha una parentela minima con quanto definiamo ordinariamente con il termine fantasia: la prima è dotata di vita fluente – nel corpo ma non del corpo – che manca alla seconda.).
Qui il mondo spirituale è tangente con l’uomo operante: tale mondo attende dall’uomo che egli faccia uso della facoltà in lui attuabile…e in ciò siamo terribilmente in ritardo.

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