IDOLI

 idoli

Molti anni fa, leggendo la Rivista “Antroposofia” mi imbattei in un articolo più interessante degli altri. Si distingueva da quello stile accademico che incominciava ad essermi insopportabile. Era evidente ed eccezionale che l’autore rimandasse energicamente a esercizi e discipline. Fu una gradita scoperta e l’autore sconosciuto si firmava come Georg Kühlewind.

Non dimenticai questo nome, di cui alcune righe mi parvero persino famigliari. Più tardi mi capitarono tra le mani alcuni suoi libri che mi sembrarono equilibratamente modesti ma comunque interessanti perché dopotutto indicavano una via al “Pensiero Vivente”.

Mi colpì favorevolmente la libertà dell’autore nei riguardi del pesante vezzo di riferirsi continuamente all’oceano di frasi o testi del Dottore che si usano per giustificare ogni concetto espresso (purtroppo vedo che la von Halle non si è sottratta alle forche caudine di tale modo di scrivere). Vidi anche che nelle note a piè pagina citava sempre Massimo Scaligero, sebbene segnalasse una divergenza su alcuni imprecisati punti.

Decisi di conoscere un po’ meglio questa figura, diversa dai tanti, del panorama antroposofico.

Fui aiutato dalla sua biografia, apparsa, sembra su pressione dell’Editore Lindisfarne Press, aggiunta al libro Stages of consiousness, uscito nel 1984.

Si chiamava Gyorgy Székely e più tardi prese il “nom de plume” di Georg Kühlewind. Nacque da famiglia ebraica liberale il 6 marzo del 1924 a Budapest. Dal 1944 fu internato in diversi campi di prigionia tedesca sino alla liberazione, avvenuta nel 1945 a opera delle truppe americane. Dopo la guerra studiò scienze naturali e successivamente divenne professore di fisica chimica presso l’Università Tecnica di Budapest. Dagli anni ’60 incominciò a pubblicare libri di Linguistica, Psicologia e Epistemologia. Il perno del suo lavoro divenne la conoscenza e l’applicazione pratica di ciò che egli chiama “Pensiero Vivente” (Il termine vi ricorda qualcun altro? Lo vedremo poi.) sottolineando l’importanza dei processi conoscitivi rispetto ai risultati di questi. Ora sentiamo le sue parole:

“I miei primi interessi all’età di 15 anni, furono la psicoanalisi, Jung e la storia delle religioni e della cultura. A 17 anni divenni discepolo di Karol Kerenyi. La mia tendenza era quella di diventare filologo classico e d’imparare Latino e Greco. Freud e Jung mi avevano convinto che la vita non doveva essere compresa razionalmente. Studiai economia, cercai di cancellare in me tutte le abitudini, tradizioni e convenzioni. Ci riuscii. Rimase solo un deserto ( all’età di 5 anni ebbi una potentissima esperienza di essere un “io”, come quella di Jean Paul descritta da Rudolf Steiner in Teosofia). Incontrai l’Antroposofia all’età di 18 anni. Il mio sentimento fu: “è interessante, ma già la conosco, è viva in me”. Dopo la guerra vi fu un secondo incontro: Verità e Scienza e La Concezione Goethiana del Mondo. In seguito, il ciclo di conferenze sul Vangelo di Giovanni, tenute ad Amburgo, mi ispirarono e cominciai a leggere un libro dopo l’altro e continuai così per circa un decennio.

Poi sentii: “Questo è sterile, non sto facendo alcun passo sulla via del sentiero interiore (prassi) e questa pila di conoscenze che sto ammassando sembra essere soltanto un fardello – e infatti lo era! – “. A questo punto gettai via quasi tutta l’Antroposofia ma ebbi un sogno significativo e mi ricordai di un libro di Steiner che sapevo di non aver compreso: La Filosofia della Libertà. Così iniziai ad studiare quel libro e tutte le opere epistemologiche di Steiner. Volevo dare a queste ultime un’ultima chance. Senza andare ad approfondire le opere più esoteriche volevo comprendere questi lavori epistemologici per sé stessi. Dopo circa 6 mesi sapevo che in questi stava la direzione che dovevo prendere.

Vidi gli errori che avevo commesso e le incomprensioni (sentite come comprensioni) in cui ero caduto. Realizzai che il livello del  vero comprendere non è il livello utilizzato nelle altre scienze ma minimamente sfiora il gradino del vivente pensare, sperimentato. Da questo momento in poi (1958) iniziai lentamente la strada della disciplina interiore. Nel 1969 incontrai Massimo Scaligero, il pensatore antroposofico italiano. Di fatto, il nostro vero, effettivo incontro non avvenne personalmente ma solo attraverso i suoi libri, dopo l’avvenuta conoscenza personale (corsivo in originale). Da ciò emerse una amicizia profonda che mi ha aiutato e che dura ancora dopo la sua morte (1980) sebbene vi fossero questioni su cui non ero d’accordo. Eravamo tuttavia in perfetto accordo sulle questioni concernenti il conoscere e la via interiore.”

Qui mi fermo poiché escludendo una attestazione di grande stima per la scomparsa signora S. Rihouette Coroze, il resto mi pare una superficiale divagazione sui gusti personali, artistici e non, che non aggiungono niente. Già in ciò che ho tradotto, il tutto sembra ridursi ad un discorso notevolmente piatto di successioni temporali mentre  non affiora nulla dell’intimo  percorso conoscitivo dell’anima. Forse vale riportare un’altra riga per motivi che troverete verso la fine: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen, un incontro che ha avuto un fortissimo impatto sulla mia vita.”

Da parte mia crebbe una certa  disillusione e un sospetto, dunque volli saperne di più.

Poi mi rammentai che da Scaligero giungeva, seppure col contagocce, dall’Ungheria un gruppetto di “professori universitari” che si notavano per una caratteristica comune: sembravano molto seri e per nulla spensierati.

Ricordiamoci che a quel tempo l’Ungheria era schiacciata da un regime autoritario e totalitario (il “comunismo al gulasch” era una di quelle immagini semi false ad uso dell’ingenuità occidentale, così come il crudele regime di Tito era ribattezzato “diverso” poiché intruppato con i Paesi chiamati “non allineati” ed il folle regime di Ceausescu era visto con simpatia perché era definito “nazionale”).

Era assai difficile uscire da quei Paesi e solo cariche prestigiose o provata fedeltà al Partito permettevano rari e giustificabili visti d’uscita.

Il fatto che Gyorgy Székely venisse considerato poi un’audace “primula rossa” dell’antroposofia è del tutto ridicolo. Infatti…

Pochi mesi prima della sua morte, un mio caro amico di Chicago (il dott. Federico Simone) ebbe occasione di parlare con Kühlewind e di intervistarlo. Estraggo qualche domanda e risposta.

S.: Il senso della sua opera? K.: Gli antroposofi parlano di cose che non percepiscono, di entità angeliche, di sfere spirituali conosciute solo attraverso la lettura di conferenze. Quello che manca è il lavoro interiore sulla concentrazione del pensiero, sul percepire puro, sul meditare. Ho cercato di rendere tali operazioni più comprensibili di quanto aveva fatto Massimo Scaligero che molti non sono ancora riusciti a comprendere. Se Steiner aveva scritto e parlato da un livello altissimo e aveva descritto la concentrazione in poche occasioni, colte da pochi, Scaligero si è avvicinato di più al livello del lettore, ma usando un linguaggio difficile. Io mi avvicino ulteriormente con un linguaggio più semplice. Di Scaligero ammiro di più il libro “Luce”. L’ho conosciuto personalmente, ho visitato più volte il suo studio e ho avuto frequenti scambi epistolari. Inoltre ho letto tutte le sue opere in italiano.

“S.: Quali sono stati i motivi di disaccordo che lei cita? K.: Mah! Sono solo due. Il primo riguarda la figura del “padrone”. Scaligero gli dava un’importanza di vecchio stile, direi tipicamente italiana, in un certo senso arretrata e sentimentale, scollegata alla realtà economica moderna e globalizzata. Il secondo è che Scaligero, straordinariamente dotato, è salito alle vette dello Spirito con relativa facilità, ma proprio per questo non ha operato una completa purificazione delle qualità istintive, perciò i temi sulla “coppia” non sono corretti. L’uomo contiene la donna interiore e viceversa. Scaligero sostiene come fondamentale l’incontro con l’altro termine binomiale per la realizzazione graalica.”

(Qui Simone nota che il dissidio continuò per anni e che in una lettera di Scaligero a Kühlewind che lo affrontava su questo tema, Scaligero rispose che capiva la posizione di Kühlewind ma che in realtà le cose stavano così).

Tutto ciò non mi bastava, anzi avvertivo più incongruenze di prima, perciò scrissi e telefonai ad alcuni tra quelli che possedevano alcune caratteristiche importanti: erano stati da Scaligero settimanalmente per un decennio, erano rimasti fedeli alla sua figura e al suo insegnamento, possedevano un’ottima memoria ed erano pure persone serie e senza bende di velluto sugli occhi (davvero pochi!). Ecco l’iceberg balzato dagli abissi:

Tra i “professorini ungheresi” che venivano a Roma v’era anche chi aveva la camicia pulita ma i polsini lisi e le tasche vuote (non coniugando viaggio e cibo alcuni amici di Scaligero fecero ogni volta colletta). Uno in particolare: si chiamava Ivàn Biczò che si sposò una romana de’ Roma, Rosaura. Era l’incarnazione della fedeltà e della disciplina interiore. Usciva dall’Ungheria tra mille difficoltà, non essendosi omologato al Partito. Al contrario di György che andava e veniva a Roma e a Dornach senza intoppi. György a Roma, annotava, registrava e faceva lo stesso negli incontri (mi vien detto “assai polemici”) con Scaligero. Emulo di Max Heindel trafugò più che poteva. Ciò al punto che neppure ‘comprese’ quello Scaligero diceva, minimalista con le parole, così semplici e separate da silenzi: no, György voleva sapere di più, pertanto non vi fu vero collegamento, come a suo modo  egli stesso lo conferma nelle strane righe corsivizzate  dell’autobiografia riportata sopra.

Poi apparvero libri con una terminologia inusuale per l’antroposofia, quali “Pensiero Vivente” o “Percezione pura” (die reine Warhrnehmung)

A ognuno il suo: i Biczò hanno fatto la fame, fu tolta loro la casa e riassegnati a 20 metri di umiliante coabitazione. György non gli aiutò ma al contrario gli vessò, forte della tessera del Partito Comunista in tasca e della sua attività di delatore. Il figlio dei Biczò, Giovanni, per il rifiuto di aderire alla Federazione giovanile del Partito Comunista, fu picchiato a sangue con calci in faccia (essendo vivo e vegeto può confermare ciò che scrivo in qualunque momento). Del resto è merito di Rosaura e Giovanni se molti libri di Scaligero sono stati tradotti e stampati in Ungheria (ripeto: Ivàn è morto ma Rosaura e Giovanni vivono a Budapest e parlano italiano. Dunque se qualcuno volesse la prova di quello che ho scritto…) sebbene György girasse il mondo prendendosi tutti i meriti.

Negli ultimi tempi della vita di Massimo, gli mandò una lettera in cui derideva Graal in termini ingiuriosi al punto che seppur con la proverbiale mitezza, Scaligero chiese a Leopoldo Ceracchini di disegnare una caricatura del (vile) magiaro pesantemente significativa.

Mi fu pure comunicato (ma non ho prove in merito) che Mimma, in tempi successivi recatasi a trovare gli amici di Budapest, fu da lui maltrattata sino alle lacrime.

Per caratterizzare, almeno un poco l’uomo, rileggete le sue parole: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen….”. Nell’intervista del 2006 al mio amico, raccontò l’accaduto (uno splendore sintomatico).

“Prima di terminare il nostro incontro lo interrogai sulla sua scelta ‘Zen’ ed egli mi rispose che molti anni prima, al termine di una sua conferenza, un’ascoltatrice gli aveva suggerito che parlava come un maestro zen (!) e che riflettendo su questa impressione si era dedicato allo studio dello Zen”

Devo aggiungere altro? Farei un torto al vostro pensiero, credo.

Confesso d’aver barato: ho descritto  i fatti come si sono svolti ma ho omesso un particolare, per me essenziale: avevo trovato interessanti i libri di K. ad una lettura veloce e superficiale, mentre si disfacevano come sabbia se li pensavo sul serio: dopo tanti decenni, al pensiero attivo hanno resistito solo i testi di Steiner e Scaligero. Ciò per me è obbiettivo come il granito delle Dolomiti.

Troppo severo? E’ una categoria assai stretta. Che Kühlewind abbia seguito la propria strada mi è indifferente. Ma che sia stato uno di coloro che, facendo il suo, abbia storpiato e minimizzato la virile, dirompente carica dell’Insegnamento, espresso da Scaligero con l’avvallo dei Maestri della Rosacroce, forse converrete come non sia cosa da prendere alla leggera.

La smania o mania di trasformare questo e quello in idolo è una deviazione che non cessa mai. Spesso all’insaputa di chi viene idolatrato, anche esistendo lo scombiccherato  fenomeno di simulacri minimi che darebbero la vita pur di apparire degni di considerazione. E’ un suggestivo bisogno di dipendenza sia nei primi che nei secondi, esprimentesi in una relazione, più o meno sottile, tra incubo e succubo (suona sgradevole, non è vero?).

La via limpida che richiede preparazione, disciplina interiore e concentrazione mentale totalmente individuale, viene battuta raramente, non attrae, essendo a conti fatti una scomodissima ascesi che non conduce a poteri personali.

Ora, buona parte dello spiritualismo, serve per divagare, oppure diviene un ingrediente – associato frequentemente al sesso – a cui ricorre chi va a caccia di esperienze torbide che sono i surrogati che suppliscono ad una inesistenza di sé.

Ciò porta più che raramente oltre il campo soggettivo, mentre è reale il pericolo di finire in situazioni spiritualmente regressive e pericolose per l’anima della quale, ossessivamente, ci si preoccupa a parole.    

10 pensieri su “IDOLI

  1. Posso confermare tutto quanto scritto da Isidoro, avendo appreso i fatti direttamente dalla bocca di Massimo Scaligero, di Mimma Benvenuti, Leopoldo Ceracchini, di Rosaura e Ivan Biszò, e dello stesso Giovanni che mi raccontò a Roma in Via Barrili 12, negli anni 80 del trascorso secolo, l’episodio del pestaggio. Poiché capitavo spesso, per motivi professionali, a Basilea in Svizzera e a Friburgo in Germania, mi capitava di vedere nelle librerie “antroposofiche” – ove andavo a spendacciare i miei pochissimi soldini di lavorante nomade per il mondo comprando i libri di Rudolf Steiner – i libri firmati Georg Kuhlewind dall’Innominabile, ed ogni volta mi si rivoltava lo stomaco nel vedere gli evidenti plagi, persino nella terminologia usata, dalle opere di Massimo Scaligero, per di più conoscendo direttamente tutti gli eventi poco commendevoli nei quali era coinvolto in prima persona. Costui era un vanitoso (come di regola sono moltissimi intellettuali) incensato e coccolato dalla dirigenza della Società Antroposofica a Dornach, il cui presidente, senza mai aver conosciuto e letto un solo libro di Massimo Scaligero si permetteva di infamarlo nell’assemblea generale della Società, paragonandolo agli integralisti islamici iraniani; un presuntuoso (che si permetteva di criticare Massimo sulla base del proprio vacuo intellettualismo); un arrogante (che insultava e derideva Massimo Scaligero e la sua ascesi); un ladro (che ha ampiamente saccheggiato e plagiato in scritti e conferenze l’opera del nostro Maestro); un volgare opportunista (che si teneva in tasca la tessera di un regime disumano e relativi privilegi); un cinico (che ha partecipato attivamente alla persecuzione di Rosaura, Ivan e Giovanni Biszò). Mi par che basti.
    Il paragone, fatto da Isidoro, tra Gyorgy Szekely e Max Heindel, calza a pennello: ambedue rubarono a piene mani ed ambedue ebbero una morte improvvisa, senza che venisse concesso loro tempo per prepararsi all’Ade.
    Quello di rubare cose e scritti altrui, nonché quello di pubblicare quanto saccheggiato senza chiedere verun permesso – abbiamo avuto modo di costatarlo direttamente – è un deprecabile vizio, a quanto pare assai diffuso: lo abbiamo visto prima e dopo la morte di Massimo Scaligero e di altri suoi discepoli e amici, in episodi recenti e meno recenti.

    Hugo, che ritien i pregiudizi della folla
    null’altro che una sozza e putrida olla
    e, meditato solingo nel deserto sulla pista,
    come fa sempre un bravo e buon ermetista,
    poi si sbafa alla ricotta un bel calzone,
    e pel freddo indossa il suo maglione.

    • Il Presidente della Direzione della Società Antroposofica, il quale – senza aver conosciuto o letto un rigo delle sue opere – si permise di infangare il nome di Massimo Scaligero nell’assemblea generale dei Soci, negli anni 1986-1987, era Manfred Schmidt-Brabant. Per la cronaca e la doverosa testimonianza nei confronti della verità.

      Hugo, che non è punto un bravo pupo,
      bensì un ferocissimo etrucido lupo.

  2. Vengo sempre a sapere che, su quanto scrivo, non dovrei avere il diritto di critica, specie quando questo si volge verso “idoli” e non sulla Croce Rossa.
    Dovrei proibirmi anche le più semplici osservazioni che chiunque potrebbe fare al mio posto.
    Vengo a sapere che persino le note che riguardano neutri temi della tradizione antica (che rispetto e onoro per il suo passato splendore e la sua verità) vengono addebitate allo scrivente come prove provate di paganesimo, ora arimanico, ora luciferico.
    Le considero del tutto cretine: quando, 50 anni fa iniziai a fare goffe conferenze in ambienti teosofici/antroposofici su temi ben più audaci con una certa temerarietà giovanile, mi parve che nessuno degli ascoltatori facesse corna o toccasse ferro…
    Ora sarebbe auspicabile una sorta di “pensiero unico” persino nelle riflessioni che riguardano l’ambito in cui si parla di Spirito!
    Per quanto riguarda il soggetto indicato in “Idoli”, certo, ho raccolto informazioni. Ciò è funzionale al discorso e ringrazio Hugo che conferma molto di ciò che ho scritto.
    Quello che vorrei dire è che il mio modo di indagine è assai semplice: accolgo con completa disponibilità (potete anche non credermi, se vi va) TUTTO quello che mi viene incontro. Libri, immagini, impressioni e lascio che tutto questo sia liberamente attivo nell’anima, anche su tempi non troppo corti. Poi, pigro come sono, attendo le risposte. Spesso esse non sono chiare, allora porto quanto l’anima ha elaborato in una condizione meditativa. Ripeto ciò molte volte (anche per anni). Finché una sintesi chiara non si affaccia. Questo può essere a volte scomodo, poiché non è esente da contraddizioni. In questo caso il giudizio che posso esprimere è parziale e, conseguentemente, mi costringe a manifestare solo parzialmente il pensiero.
    Nel caso di Kühlewind osservo come visse in quell’anima vanità personale e una limitazione scientista. Energico e non stupido, era refrattario ai contenuti spirituali che non fossero sottomessi alla sua formazione logica: il vero Occulto gli rimase estraneo.

  3. Quale è la chiesa che induce alcuni antroposofi a stracciarsi le vesti nel leggere dei fatti veri, testimoniabili ancora oggi?
    E nel leggere una opinione legittima su dei libri letti? (è indifferente che li abbia potuti scrivere una veggente digiunatrice con le stigmate, non si parlava infatti di questi fenomeni nell’articolo sopra, se ne occupano magari Sergio P. & Co. da anni, e nemmeno di ciò si è scritto nell’articolo sopra)

    Trattasi di una opinione, opinabile anch’essa, ma libera, la quale trova questi testi della stigmatizzata, non sorprendenti, non sorprendenti nel senso che non si trova in essi un di più rispetto magari ai testi di un Massimo Scaligero, che sappiamo essere riconosciuto uno dei pochissimi ad aver continuato e sviluppato la via indicata da Steiner.

    Nessuno in questo sito ha lapidato e ingiuriato la Von Halle nella sua persona ed esperienza particolare e personale.

    Nessuno in questo sito ha mai sostenuto che i cinque non s’hanno da fare. Nè che Scaligero abbia mai detto ciò o che sia scritto nei suoi libri.
    In questo sito si parla anche ma soprattutto dell’esercizio della Concentrazione (qualcuno ritiene in maniera ossessiva, forse come si è ossessionati da Eco), della Concentrazione così come ne parla nei suoi libri ovunque Massimo Scaligero. Un esercizio che non è il primo, non è il controllo del pensiero, ma qualcosa di molto di più.
    Il semplice e mero “controllo del pensiero” è seguito dagli altri esercizi.

    Ogni giorno, per molte vite, in questo sito potrebbero essere copia incollate le moltissime citazioni di Scaligero che descrivono l’esercizio della Concentrazione e ciò che esso libera nell’asceta.
    Ma le opere di Scaligero sono per coloro che vogliono veramente leggerle, e comprendere autonomamente ciò che Egli ha lasciato in eredità, nonostante questo sito e nonostante chi si scandalizza di così poco.
    Sì, ci si scandalizza per così poco mentre nel medesimo tempo si resta indifferenti a scritti scientifici su iniziazioni omosessuali quali rivelazioni future, scritti posti sotto citazioni di Massimo Scaligero, mentre si resta indifferenti a variazioni musicali dell’Esercizio della Concentrazione, esposti lì, fianco a fianco nello stesso Network – mentre appunto ci si straccia le vesti per il sito di Ecoantroposophia: “una bizzarra o stravagante contraddizione”.

    “Accusatori velenosi”, parimenti al Sergio russo & Co., anche in Italia abbondano, che misurano il grado di cristicità o miscredenza negli altri, negli autori di Eco, a seconda di quanto nominano o meno, invano o no che sia, il nome del Salvatore.

    Il cattolicesimo è una malattia cronica e subdola che alcuni antroposofi si trascinano dentro senza avvedersene ma che l’assemblea riunita per volontà o per caso, ben riconosce nell’officiante l’omelia.

  4. Già! Fosse almeno un regresso alla religiosità! Invece è il subdolo formalismo cattolico, dogmatico, che avvelena le anime, specie nel nostro Paese.
    Ed il resto? Semplice antipatia verso questo o quello, appena velata di pseudo-logica trasparente come i veli di Salomè. Però sufficienti a far parlare (concionare, blaterare) di niente i poveretti che nulla sanno e poco intendono.
    Ai quali si aggiungono le “zecche dell’antroposofia” poiché succhiano il suo sangue, ricambiando (contagiando) l’involontario ospite con il loro personale, soggettivizzato, morbo di Lyme.
    Per la CONCENTRAZIONE, sono d’accordo. Potremo ripetere all’infinito che essa non è il primo dei 5 esercizi. Che la suggestiva formula dell'”esercizio a sé sufficiente” non appartiene a Pierrogi o a Giovi o a De Paganis ma a Massimo Scaligero, il quale sembra evidentemente un vecchio “Idolo” usa e getta, assai più che “un amato Maestro”, mal ascoltato e mai letto, studiato, approfondito.
    Oppure, mi chiedo, chi ha resettato (dalla testa ai piedi) quelli che, all’apparenza, furono giovani e baldi discepoli?
    E’ retorica: chi vede e pensa sa bene la dinamica dei naufragi. Un giorno ne parleremo e non saranno pochi a urlare…visti gli antefatti.

  5. Parliamo un pochino delle “zecche”. Una buona parte di esse ha criticato ASPRAMENTE la V. Halle all’epoca dell’uscita del suo primo libro. E che parole volarono contro la signora che, allora, era esule da Dornach. Adesso pur di criticarci fingono di non aver detto nulla. Se si voleva evitare alla mistica un ulteriore derisione ipocrita direi che non è la strada giusta. Od almeno che il luogo non è idoneo.

    Sulla V.H. scriverò un articolo. La stimo e la continuo a stimare anche se penso che gli impietosi ingranaggi della “santa sede” siano troppo accuminati per uno spirito come il suo. Libero ma non guerriero.

    In Eco convivono idee anche diverse ma ribadisco che di offese non ne ho lette qui.

  6. Concordo: mi sembra di aver scritto che sulla von Halle sospendo il giudizio.
    E’ affare mio e non “infama” nessuno.
    Mi pare comunque che i maestri zen i quali dissero: “Se incontri il Buddha per strada, uccidilo” CAPIVANO un tantino di più di chi prende partito attivo per chiunque sembra apparire all’orizzonte. Ciò non è “salvifico”, anzi direi che è solo faziosità. Quella che freudianamente si ribalta su altro da sé, come Eco, ad esempio, divenuta sfogo dei propri malanimi :(

  7. Sui contenuti vari (alcuni dei quali Idoli inviolabili) non si sono di nuovo avuti riscontri, se non unicamente accuse di aver di nuovo qui ingiuriato, segue loro rinnovato caloroso consiglio a fare esercizi per l’anima, Amen.

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