LUCE OLTRE LA SIEPE

 luce siepe

Buon giorno a tutti.

Scrivo qualcosa che di certo ho già scritto quando Eco era un forum. Sicuramente non ha fatto parte delle mie note migliori e sarà così anche questa volta. Inoltre la natura del tema si presta ad infiniti “distinguo” poiché mi pare impossibile abbracciare tutto quello che potrebbe venir detto.

Il fatto è che non passa mese o anche meno che qualcuno, avuto il mio indirizzo, non mi scriva chiedendo cose complicate o terribili. Semplici, quasi mai. Allora tento comunque una risposta stringata, quasi telegrafica e mi accorgo, un’ora dopo, di non aver ancora terminato, poiché la risposta assume  il carattere di un trattato. E mentre scrivo, anche velocemente, chiedo pietà a Spiriti e Maestri per la responsabilità che mi prendo.

La domanda/richiesta che mi viene spesso fatta, tralasciando i modi diversi, è in sostanza questa: “Mi può spiegare come dovrei fare la concentrazione?”.

Qui devo specificare che, di solito, sono domande piuttosto concrete, cioè che parlano dello zero in su. Non dell’elemento interiore all’esercizio. In questo caso, più raro, rimando gentilmente il mio interlocutore alle indicazioni date da Massimo Scaligero nei suoi libri, magari indicando i Testi che credo più consoni allo scopo, sottolineando quanto sia necessaria una lettura assai attenta, ripetuta e sempre prolungata pazientemente anche nel tempo, poiché ci si trova di fronte a concetti che non sono mai assimilabili in poco tempo e con facilità.

Un’intima persuasione richiede tempo: non quello dell’orologio o del calendario…e questo al netto del superamento di ogni genere di preconcetti o altre costruzioni mentali istituzionalizzate nel nostro animo. Già questa fase di ciò che potremmo chiamare “vero percorso conoscitivo” può richiedere anni di gestazione in chi è dotato di buona volontà.

Chi ha conosciuto un onesto mentore, chi ha avuto la fortuna di aver stabilito sani rapporti con altri ricercatori, può essere avvantaggiato.

Ma chi è solo? Non pochi, ordinario ambiente sociale a parte, sono lì, con un impulso dentro, qualche libro fuori e tutto il resto è nebbia fitta.

In realtà possono essere persino fortunati, perché è molto facile che, quando cominciano a guardarsi attorno non trovino strade pulite ma gabbie e trappoloni, alcuni grossolani ma tanti che imitano caricaturalmente le vie del sacro. Per taluni, che sanno non fermarsi mai, le trappole appaiono (poi) deviazioni temporanee che sviluppano l’interiore criterio di distinzione del falso dal vero. Sono dunque inciampi positivi.

Altri invece imparano la cosa peggiore che può capitare ad un’anima: imparano a credere di sapere. Se il karma non porge loro un aiuto, rimangono crocifissi alle menzogne più assurde, dalle quali potranno liberarsi solo dopo la morte. Tutto ha un significato, anche questo. Non v’è tenebra che non contenga un atomo di luce.

Poi, in realtà, a leggere e rileggere bene testi come Tecniche della concentrazione interiore e il V capitolo di Scienza occulta si dovrebbe sapere anche più del necessario…ma nella vita le cose sono spesso più indistinte e complicate.

Così succede che persino le indicazioni date dal Dottore per un corretto modo di leggere ciò che viene dopo (penso a Teosofia o alle prefazioni e al capitolo introduttivo della Scienza Occulta), non vengono colte da uno su cento (mentre stavo scrivendo queste cose è intervenuto Hugo con un importante articolo sul livello che lo Studio esige: leggetelo con attenzione).

La barchetta del mentale allora si incaglia subito, anzi – perdonate la metafora – resta nell’imbrago sulla riva. E, purtroppo, così deve essere, così è sempre stato: la Tradizione perenne, quale sia stato il volto che abbia preso nei tempi, segue sempre e comunque il rigore assoluto datole intemporalmente dallo Spirito e l’uomo, quale entità autocosciente è la cosa più lontana dallo Spirito che possa esserci nel Cosmo. L’uomo, a differenza del sasso o del filo d’erba, odia lo Spirito con il meglio della sua coscienza.

Lo so, è un paradosso, ma è un paradosso bello grande e concreto e non basta certo blaterare di spirito per ribaltare lo stato delle cose.

Ma il senso di questa nota è davvero semplice; vuole essere un rapido ripasso di ciò che gira intorno alla disciplina e che non dovrebbe mai essere considerato come un aiuto interno alla disciplina che, fondata interamente sul soggetto, non può ricevere aiuti. Cercare aiuti nella concentrazione è aver sbagliato indirizzo, città e Paese!

No. Sto parlando di tutto quello che è tangibilmente utile e sommamente inutile. Anzi, essendo l’uomo istintivo sempre in agguato, potrebbe gironzolare per l’animaccia l’impulso allo sconfinamento, ossia il credere che azioni di qualunque tipo possano entrare come parti in causa nell’esercizio che, invece, essendo assolutamente interiore non ha nulla a che fare con l’esteriore mondo dei sensi.

Chiarito questo punto non irrilevante, possiamo passare in rassegna quelle cose che, poste là dove devono stare, potrebbero favorire o sfavorire la condizione in cui si fa o si tenta di fare la più importante tra la notevole quantità degli esercizi che Maestri e Iniziati hanno divulgato attraverso la parola scritta.

a) l’ambiente: tenendo ben presente che importa ciò che si fa e non dove lo si fa, di solito è saggio fare l’esercizio in una stanza chiusa, dove il rischio di una improvvisa interruzione sia ridotto al minimo. Se si vive in famiglia, oltre la porta chiusa, sarà cura dell’operatore far capire alla propria tribù che, per i prossimi 15 minuti egli non dovrà essere chiamato o altro, per nessun motivo. Con molto tatto e moltissima fermezza. Inoltre, cellulari o fissi, se presenti, devono venire preventivamente staccati o spenti. Conviene essere svegli su queste cose e accollarsi con rassegnazione l’eventuale mancanza d’attenzione e le sue conseguenze;

b) postura: il migliore assetto del corpo è da seduti, soprattutto senza incrociare gli arti inferiori. I circuiti non vanno chiusi come nelle asana del popolare Hatha Yoga. La colonna dorsale è eretta e la testa può essere leggermente piegata in avanti. Meglio che in ciò non vi sia tensione o sforzo; al caso un cuscinetto lombare aiuta la posizione. Le mani cadono sulle ginocchia o sui braccioli della sedia/poltrona. In relazione allo stare seduti è buona abitudine il vestire comodamente e quando ciò non sia possibile, evitare costrizioni eccessive come la cintura e i lacci delle scarpe troppo stretti;

c) altro: si eviti di compiere l’esercizio in piena digestione o subito dopo un pesante esercizio fisico: in ambedue i casi le attività del metabolismo favoriscono la sonnolenza proprio quando si dovrebbe essere svegli come grilli.

A questo proposito mi ricordo che quando Scaligero era tra noi, scorrevano fiumi di caffè, che è un buon stimolante del sistema nervoso centrale. Qui tutto verte sul buon senso e la sensibilità personale. A qualcuno ciò non serve, ad altri possono bastare quantità minime: anche le droghe “buone” andrebbero amministrate con cura e senza inutili esagerazioni.

In alcuni casi (parlo di individui sani) Scaligero consigliava l’assunzione di alcuni medicinali omeopatici ad alta diluizione.

In un ambito ancora più individuale e lontano da contesti di disciplina o pseudo-analogie purificatorie, talvolta sarà utile una breve doccia, né troppo fredda né troppo calda. Non fa male lavarsi (spesso) le mani con acqua corrente, meglio ancora dai gomiti alle dita.

Però, lo ripeto, non date assolutamente a queste cose un carattere rituale o apotropaico: nulla di tutto ciò ha qualcosa che lo leghi direttamente alla disciplina della attenzione totale polarizzata su un tema o un’immagine.

Piuttosto è l’intensità immessa nell’esercizio che, specie nei tempi in cui tutto è presente come potenza ma con l’atto che si realizza a tratti e scossoni, provoca indirettamente alcune “esperienze” interessanti, ma forse è meglio che ognuno constati da sé queste cose. Esse possono essere la prova che l’esercizio “funziona”, ma potrebbero venire anche valutate come sottili distrazioni.

Ne è prova che, quando l’assorbimento voluto nel quid meditativo giunge ad un buon livello, le percezioni straordinarie che vengono avvertite nel corpo o nella psiche, tendono a scomparire. Scompaiono persino eventuali lampi di veggenza che qualcuno portava ancor prima attraverso profondi retaggi.

L’anima, con il lavoro interiore, non si complica ma si semplifica e se la via allo spirituale è corretta, lascia cadere tutto quello che non le è necessario, mondo ordinario compreso.

Sulla linea di confine tra mondo ed esercizio mi pare assai importante sottolineare una modalità che Massimo Scaligero non incorniciò nei suoi libri, ma che fu causa di correzioni piuttosto severe con non pochi tra coloro che andavano a visitarlo.

E’ scorretto – e chi conosce il senso dell’atto pensante nell’uomo dovrebbe intuirlo – inghirlandare l’anima o tentare aiutini, nel momento immediatamente precedente l’esercizio. Rilassamenti psicofisici, preghiere rappacificanti o altro del genere non possono e non devono essere la “spinta” della concentrazione: nel migliore dei casi, sono altro: non è il loro posto.

In concreto, posate le onorevoli posterga sul supporto (sedia o poltrona) si parta immediatamente con l’esercizio, convergendo tutto l’impegno possibile alla sua esecuzione: pura azione senza  trascinare con sé alcun ninnolo. Si “scaldi” l’anima in altri momenti.

Quello che cerchiamo di attuare nella concentrazione, sul primo vero gradino di essa, è “l’accordo del pensiero con la volontà”. Già questo è un tentativo possibile ma una realizzazione difficile.

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