Hermann Keyserling

Hermankeiserling

Quasi in contemporanea con il lavoro di Rudolf Steiner, vi fu, negli anni ’20 l’attività del conte Hermann Keyserling (1880-1946), che fondò una Scuola sapienziale a Darmstadt, la quale  attirò l’interesse di molti spiritualisti occidentali di fatto e di direzione.

Sebbene la cosa sia impropria, alcuni giudicarono le sue intuizioni in linea con il sostrato epistemologico dato da Steiner, seppure in forma episodica. Fu un suo collaboratore, E. Rousselle, a dare una sintesi indicativa del pensiero del maestro.

Per K., l’istanza della cultura occidentale è la pulsione o esigenza verso una autorealizzazione. Esigenza che però non viene ancora posseduta dall’Io interiormente, come realtà di vita interiore, ma solo conosciuta dal di fuori, nei fenomeni che essa genera sul piano speculativo.

L’Io si concilia con la realtà solo razionalmente, la  cui sfera necessitante tradisce l’esigenza che l’ha prodotta: mantenendo un rapporto pseudo-metafisico con la realtà dell’Io.

Da cui la necessità di un passo ulteriore che traduca l’affermazione ideale in affermazione reale, rendendo concreta attualità l’astrazione della teoria del conoscere elaborata con l’idealismo.

La chiave delle vedute di K. è il fenomeno del comprendere: il punto in cui l’Io dice a sé: “ho compreso” è un punto di spontaneità e interiorità. Esso ha inoltre un carattere illuminativo di trasparenza assoluta di sé a sé nell’oggetto che si comprende.

Si cerchi allora di vivere la natura del significato (sinn), non di questo o quel significato ma del significato in generale: del puro elemento del comprendere identico a sé in ogni comprensione.

Per K., apparirà allora che in esso riluce qualcosa di ineffabile, una semplicità attuale e individuale che, pur contenendolo, trascende l’insieme di mezzi e forme da cui è propiziato.

Questo momento del puro comprendere è, per K., il momento dello Spirito.

Si dirà che un significato c’è ma in connessione ad una forma, è però vero anche l’opposto cioè che il venire compresa è la condizione affinché qualsiasi cosa abbia esistenza per l’Io e che quindi la funzione del comprendere è il prius assoluto: l’elemento di realtà a cui ogni esperienza partecipa.

Essendo dunque assurdo parlare di realtà nelle cose del mondo indipendentemente dall’Io, K. tende a definire una speciale funzione capace di riaffermare sull’intero ambito dell’esperienza il principio dell’Io libero e creatore.

Dunque il “senso” (sinn) è la condizione per ogni possibile esperienza e perciò tutto, nel mondo, assume il carattere di mezzo espressivo, di sostanza-simbolo che l’Io deve animare e ricreare con l’atto del suo comprendere.

La dualità, per K. si risolve tra  astratto mezzo espressivo e significato: la materia, la necessità non è altro che privazione del “senso”: la bruta “lettera” opaca a sé stessa.

Ciò porta al problema umano generale. Secondo K. non risolvibile con arte, religione e filosofia.

Gli artisti sono dei medium: la grandezza che parla in loro non coincide mai con la loro persona consapevole. La religione va esclusa poiché importa un principio di dogmatismo e autorità da una parte, di dipendenza e passività dall’altra: incompatibili col carattere auto affermativo connesso al “senso”. Peggio ancora per la filosofia, radicata in un mondo concettuale estraneo alla realtà e disgiunto dal proprio Io creatore.

Insomma, quello che importa è che l’Io non si faccia schiavo di una conoscenza astratta ma la produca interiormente come realtà vivente.

“La rappresentazione crea la realtà e non viceversa”, “La rappresentazione è incondizionata”, “L’Io può, mediante uno spostamento dei livelli di coscienza, possedersi in questa facoltà”.

Si aggiunge a ciò l’esigenza affermata dal nostro Michelstaedter: l’individuo deve assurgere al senso di una assoluta responsabilità, deve farsi sufficiente alla propria vita, non solo nel soggettivo ma anche nell’ordine del cosmo, dell’universale.

L’Io deve farsi a sé stesso l’estrema ragione, deve mettere su sé il peso della responsabilità mondiale, senza tentare di rimetterla ad altro: solo a condizione di assumerne la persona egli può tentare di superare il destino nella libertà.

Poi, in realtà, la “Schule der Weisheit” sulla metodologia dice poco: per il “come” ci si elevi dalla coscienza comune a quella del “senso”, K. si rimette a Rousselle. Vi giuro che ce l’avevo, questo “Mistero della Trasformazione”, ennesima scomparsa della mia biblioteca. E, per non affaticare nessuno, me compreso, posso dirvi che ne rimasi assai deluso. Ricordo che Rousselle distingue tre fasi: posizione, dispiegamento e trasformazione, che, mi pare, erano assai simili alla triade neoplatonica di purificazione, illuminazione ed unione. Insomma nulla di originale e ancor peggio si percepisce nettamente che Rousselle non parla per esperienza vissuta.

Questa vistosa carenza di mezzi e discipline confermerebbe l’assunto (comune ad altri pensatori e filosofi)) che Keyserling  abbia vissuto una certa esperienza interiore e abbia poi tentato di esprimerla, come al tempo fu questione per Michelstaedter, Braun, Hamelin, Weininger, eccetera.

Detto così è poco e non rende di sicuro un decente servizio al Conte. Però se poi il pensiero si volge alla Filosofia della Libertà di Steiner, siamo alle solite: Keyserling ti propone frasi luminose che poi si trasformano in nebbia indistinta. Steiner ti propone subito due quesiti e se possiedi volontà e coraggio ti porta a risponderti da te stesso…magari con quell’Io che altri hanno solo intuito e speranzosamente proposto!

3 pensieri su “Hermann Keyserling

  1. Tuttavia mi sembra fantastico che tante personalità abbiano in sostanza avvicinato,intuito, detto più o meno le stesse cose partendo da storie e basi diversissime, come a dire che la verità di una affermazione tende a farsi strada da sè, quando i tempi sono maturi…grazie di questi contributi..

  2. mi piace pensare che siamo tutti collegati e gli sforzi di uno vengono ripresi da un altro meglio ricettore senz’altro ma avvantaggiato da quanto conquistato da altri..la catena umana una specie di catena umana dell’evoluzione, ogni pensiero traccia un solco che è più facile ripercorrere per chi viene dietro…anche correggere, portare oltre, attuare….ma non si parte da zero

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