MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 3° parte )

Mas

Allorché si “percepisce” come i pensieri abbiano forza propria, per mezzo della quale essi pensano se stessi in noi, si verifica un accordo del sentimento e della volontà. (Il pensiero si isola da essi, essi lasciano libero il pensare e ne vengono alleviati). Il sentire, si potrebbe dire, diviene sempre più attivo e la volontà si lascia temperare di più dal sentimento. Sentimento e volontà cominciano ad essere in armonia più di quello che prima non fossero sul piano fisico. Allora non si può più concepire un impulso volitivo senza sviluppare con esso un sentimento. Molto di quello che facciamo desta amarezza o sollievo: come se un giudice dall’interno giudicasse.

Occorre coltivare un senso che permetta di riconoscere la differenza tra il sentire egoistico, che tende verso il godimento, e il sentire non egoistico, rivelantesi come un dovere interiore spirituale (che è il sentire rivolto all’altro, al mondo, che sente per ciò che è, non per ciò che interessa personalmente).

Sempre più si realizza che sentimento e volontà sorgono da noi stessi, mentre il pensiero si manifesta in noi: si comincia a percepire l’egoità soltanto nel sentimento e nella volontà, mentre i doni della saggezza (dopo la liberazione del pensare e il suo silenzio) dai quali ci si sente pervasi, si sentono come quello che ci unisce al mondo intero.

Si comincia poi a sperimentare questa interiore attività di sentimento e di volontà, contessuta di interiore simpatia o antipatia. Si comincia a dirsi: “Se tu compi questa o quell’altra azione, è vergogna, perché tu possiedi una determinata saggezza”. Di un’altra azione si potrà sentire: “E’ bene che tu la compia, perché sei aperto a questa determinata saggezza”. Nel sentire comincia naturalmente a sorgere un controllo di sé. Un sentimento di amarezza ci assale quando si sente sorgere in noi una volontà che ci spinge verso qualche azione non giustificabile di fronte alla saggezza di cui ora siamo partecipi in quanto abbiamo potuto aprire un varco ad essa nell’anima.

Analogo processo si verifica per il pensiero. Di fronte ad un pensiero di cui si può sapere di averlo formato secondo l’impersonale saggezza, si sviluppa un senso di gratitudine per la fonte da cui scaturisce. L’inverso è che ci si rimprovera e ci si vergogna per un pensiero che contraddice tale saggezza.

Questo controllo in realtà non è un fatto razionale, non proviene da critica intellettuale, ma sorge come moto immediato del sentire in quanto il sentire sia sempre meglio educato. Colui che è soltanto intelligente o logico, colui che critica, non può arrivare a questa possibilità, che sorge nel sentimento. In taluni momenti, è come si sentisse la saggezza (dopo il superamento del pensare e l’armonizzarsi del sentire col volere) venirci incontro dall’alto fino al basso. D’altra parte si sente come nel nostro corpo scorra incontro ad essa un senso di “vergogna”: ci si identifica con questo sentimento e ci si volge a ciò che vi è di saggezza come a qualcosa che viene data da fuori di noi.

Occorre pertanto non dimenticare come questa più alta e profonda vita del sentire sia preparata da una interiore e ritmica vita del pensiero. Nel sentire il pensare ritrova i germi della sua forza.

Il dolore di dover biasimare può presentarsi come un segno di evoluzione esoterica. Quanto più si sente piacere nel dover biasimare e nel trovare che il mondo è ridicolo, tanto meno si è maturi. Occorre suscitare gradualmente un sentimento che sviluppi in noi sempre più una vita che ci permetta di contemplare sciocchezze ed errori non con occhio canzonatorio, ma con un occhio bagnato di lacrime (un altro però asciutto).

Essenziale è l’immagine dell’IO spirituale che contraddice la sua natura (in realtà, la sua natura-Logos viene contraddetta) nel divenire io umano, che aderisce alla natura e la sperimenta “finita”. Come se a un albero poderoso che va crescendo in splendore e nutrisce in sé rigogliosi animali (ricordare gli animali sacri e lo Zodiaco), che soltanto da da questo albero possono aver nutrimento, venisse praticato in un determinato punto un foro, così che da questo punto in poi si dissecchi, si raggrinzisca e con lui muoiano quegli esseri che da lui hanno nutrimento; così appare il corpo fisico umano all’occhio spirituale.

E l’uomo sa che da quando l’albero era vivo e gli animali anche (era il Paradiso), Lucifero spinse l’uomo (l’Io) entro la vita del suo corpo originario, che perciò appassì. Spinto entro la struttura di luce del suo originario essere arboreo-animale (eterico-astrale), l’Io perdette il proprio ambito, uscì dal regno della forma originaria, ottenendo fuori della forma delle aperture, che sono i sensi fisici.

Così dal piccolo spazio del corpo raggrinzito, l’uomo cominciò a percepire soltanto ciò che è fuori, e questa estroversione verso il mondo sensibile diviene la misura del suo rivolgersi alla propria interiorità. L’interno, un tempo, era il vero spazio: era l’Eden. L’uomo ne è stato cacciato: è stato espulso dalla sua interiorità, è stato espulso dalla vastità e dalla beatitudine.

Allorché il discepolo gradualmente riesce a rendere libero il suo corpo animico, a renderlo indipendente dal fisico e dall’eterico, è bene che si armi soprattutto contro le influenze degli altri corpi astrali. Quando l’astrale comincia a liberarsi, non essendo più difeso dall’involucro eterico-fisico, diviene attaccabile da tutto ciò che a quel livello può ricondurlo alla sua sede inferiore: altre forze astrali possono sopraffarlo. (La inconsapevolezza di ciò è quella che paralizza Parsifal al primo suo incontro con il Graal: il suo astrale è libero, ma senza difesa, rispetto alle altre forze astrali. Gli manca la forza tutelatrice dell’anima cosciente: la compassione).

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Hanno diritto di agire nel super-mondo soltanto quelle individualità che rinunziano ad esercitare sugli altri qualsiasi influenza personale, e perciò recano agli altri la più benefica vita dello spirito. L’ideale del R+C è non voler arrivare a nulla a cui abbia interesse la sua personalità contingente; egli elimina tutte le decisioni e le azioni che dipendano dalla sua simpatia o dalla sua antipatia. Ciò che per un R+C vi è di più indifferente è in verità il proprio insegnamento. Tale insegnamento ha importanza proprio in quanto egli non vi attacca alcun interesse personale, ma tiene assoluto ad esso solo in quanto possa essere di aiuto ad altre anime.

Nessun R+C vorrà mai imporre ad alcuno il proprio insegnamento: neppure alla propria epoca, se egli sa che esso non può giovare a tale epoca. (Rudolf Steiner, in sostanza ha dato ciò che rispondeva alle esigenze dell’epoca e inoltre ciò che determinati gruppi o determinati discepoli erano in grado di chiedergli).

Per la superiore educazione dell’astrale, il discepolo non si lascia attrarre da ciò che tende ad attaccarsi a lui: per amore non vincola a sé alcuno: il suo amore agisce in forma interiore e reale verso gli altri. Instaura così una libertà ignota (Cristo) che opera come autentico amore. Nella sua educazione l’astrale trova la propria giustificazione soltanto quando i suoi interessi egoici non hanno natura personale – quella che finisce con l’incalzare con moltiplicata forza – quando egli è capace di abbracciare, come fossero propri, gli interessi dell’umanità e del mondo.

A questo punto come un contrappeso all’egoismo del corpo astrale, quanto più le forze egoistiche si agitano nell’astrale divenuto libero, tanto più si sente sorgere un senso di solitudine, di glaciale isolamento. Questo isolamento glaciale ha il compito di guarire della tentazione di lasciar prendere il sopravvento all’egoismo; e si sarà veramente preparati se a questo punto si potrà sentire tanto l’impulso ad essere tutto per mezzo di sé e per sé, quanto l’avvicinarsi del glaciale isolamento. Questo diviene uno stimolo ad accendersi della presenza del Cristo. L’Io si riempie del suo eterno essere.

L’impulso della “guerra di ciascuno contro tutti” ancora non si desta nell’anima, perché il corpo fisico e l’eterico sono stati preparati in modo che questo desiderio è attutito, non lo si vede, in quanto non si può vedere il proprio corpo astrale. Qui un simile impulso già vi è in germe: il discepolo lo sperimenta come gelo ed orrore, che chiede di essere risolto in pura conoscenza ed amore. Gli istinti distruttivi smorzati si traducono in conoscenza.

Un’anima umana durante la sua evoluzione, se non sviluppa una saggia coscienza di sé, può essere capace di ciò che è l’opposto delle più alte capacità di abnegazione. L’ispirazione di Caino, prima della seconda perdita dell’Eden, risuona dall’alto pressappoco in questi termini: “Per esserti tu unito con le potenze benefiche dell’altra entità (Abele), tu ti riverserai con queste verso il basso. Io farò di te il custode dell’altro essere. La risposta della parte dell’essere che rappresenta Caino è invariabilmente: “Non voglio”.

Eccone il senso. Si supponga che il discepolo sia passato dinnanzi al Guardiano, e abbia celebrato la sua unione con la immaginazione del Paradiso. Egli sperimenterà se stesso in un corpo astrale che si apre verso l’alto, che vuol fluire verso l’alto, e vedrà l’altro come un “IO” il cui corpo astrale invece spiega le sue forze verso il basso. Sorge allora questa coscienza: “Tu vali meno di questo altro essere: ciò che vale in lui è la sua possibilità di aprire il suo astrale verso il basso: così può riversare in giù le sue forze dall’alto”. Si ha a questo punto l’impressione di aver abbandonato il mondo fisico.

Le forze che dal corpo astrale dell’altro essere scorrono verso il basso, fluiscono nel mondo fisico e vi agiscono come forze benefiche: si ha l’impressione che esso faccia scendere come una pioggia benefica spirituale ciò che gli viene dalla sua natura spirituale. Mentre noi stessi non possiamo dirigere il nostro astrale verso il basso, l’essere astrale dell’altro vuole in effetto andare verso il basso.

Allora si giunge alla decisione spirituale di portare il nostro isolamento verso questo secondo Essere, di unirci a Lui, così che il nostro gelo si scaldi al calore di Lui. Si ha allora per un momento l’impressione che la coscienza stia per spegnersi: ci sembra di aver compiuto una specie di uccisione o combustione del nostro essere interiore.

Nell’auto-coscienza, che già si sentiva come spenta, irrompe allora qualcosa che ora soltanto si impara a conoscere: la forza dell’Ispirazione. E’ la conversazione tipica con un essere che si impara solo ora a conoscere, perché esso ci dà la sua ispirazione. Pressappoco egli dice: “Poiché tu hai trovato la via verso l’altro e ti sei unito alla sua pioggia di sacrificio, ti è permesso ritornare sulla Terra con lui, in lui, e io nomino te a suo custode sulla Terra”.

(continua)

terza parte isidoro

6 pensieri su “MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 3° parte )

  1. Grazie…non ci sono parole, poi io proprio che avrei da dire?…..e’ cosi’ importante questa pubblicazione che credo ne faro’ una sottocategoria con titolo dedicato a parte, affinche’ sia individuabile e subito fruibile nel menu’ laterale della home page.
    Provvedo subito.

  2. Eque qua! Il link e’ http://www.ecoantroposophia.it/category/materiali-studio/massimo-scaligero-appunti-e-pensieri-da-r-steiner/. Lo troverete fisso a destra della home nell’elenco categorie. Per cui questo lavoro di isidoro, questo dono di isidoro, e’ reperibile direttamente a questo nuovo link ma sempre e comunque e’ anche archiviato e reperibile nella categoria madre, anch’essa visibile tra le categorie, che e’ quella denominata “Materiali di Studio….”

  3. Isidoro,
    i pensieri di Massimo Scaligero sono veramente diamante-folgore: limpidi e sidereamente lucenti come il diamante, accesi e potenti come la folgore! Accoglierli nell’anima è accogliere idee-forza con tutta intera la loro “dynamis” trasmutatrice. E questo è il segreto della Filosofia della Libertà: che l’esperienza vivente dell’idea, allorché il pensare risale sino al loro momento genetico, uno col suo movimento, abbia potenza trasfiguratrice dell’anima stessa e risvegli la coscienza dell’Io dal suo stato di catalettica identificazione al percepito sensibile e al suo smorto, cerebrale, pensato riflesso. Grazie per la tua nobile fatica.

    Hugo,
    che essendo ignobil luporso,
    con un sol vorace morso,
    della mela si pappa anche il torso.

  4. Basterebbero (e avanzerebbero) i Suoi libri, anche uno o due. Ma quando Scaligero era ancora tra noi, dai discorsi che sentivo pareva che quasi tutti volessero essere analfabeti…sarà il karma individuale…
    Comunque queste righe sono un’occasione ulteriore di accostare l’esoterismo dei nuovi tempi e magari di leggere e per alcuni di ricordare.
    Magari senza l’infondata illusione che le comete di S.Lorenzo portino luce nel mondo.

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