MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (4° parte)

Mas

Il poterci unire a Lui quando siamo arrivati giù, e poter essere il suo custode, ci fa comprendere il rapporto in cui, come veste dell’uomo terrestre, il corpo eterico-fisico sta con ciò che lo pervade quale forza superiore dell’Io e dell’astrale. Nasce nel corpo fisico come una realtà, una specie di forza che lo rende capace in certo modo di separarsi dall’essere animico: tuttavia, resta unito, non cede, perché nell’epoca attuale l’esercizio occulto non deve andare tanto oltre da danneggiare il corpo: v’è in effetto una forza nella formazione occulta, che conduce sino alla possibilità  che l’eterico e il fisico coltivino forze interiori distruttive.

L’incontro con il Guardiano non è verificabile senza la possibilità di avvertire il pericolo di inoculare forze distruttive nell’eterico-fisico. Il rimedio è coltivare devozione, amore per gli altri, interesse per il mondo. Inoltre praticare i noti cinque esercizi. Dallo sperimentare interiore soltanto si comprende il rapporto degli involucri esteriori con l’essere spirituale dell’uomo, quando si sente l’entità esteriore come custode di quella interiore.

Si protende lo sguardo di là dal Guardiano fin giù nel mondo fisico. L’uomo guarda giù nel mondo fisico e vede l’immagine di se stesso come uomo. Egli osserva in sé il corpo astrale, ma questo che si palesa ora come una immagine riflessa, è diretto verso il basso, non vuole sviluppare le forze per affluire al mondo spirituale: rimane aderente al fisico, non si eleva. Il discepolo vede anche l’immagine riflessa dell’altro essere, il cui corpo astrale fluisce verso l’alto: ha il senso che questo scorra entro il mondo spirituale. Si dice: “Tu stai di nuovo laggiù; al posto dell’altro essere sta un uomo davvero differente laggiù: è un uomo migliore di te, il suo astrale tende verso l’alto, sale come il fumo: il tuo corpo astrale tende in basso verso la Terra”.

L’uomo acquisisce un senso dell’Io che vive in lui, mentre guarda quaggiù e riceve la terribile impressione: “In te spunta una tremenda risoluzione: uccidere l’altro che senti migliore di te”. L’uomo sa che questa decisione non proviene completamente dall’Io, perché esso è lassù. E’ un altro essere che parla quaggiù in lui, ma questo istiga alla risoluzione di uccidere l’altro. Egli sente di nuovo la voce, che prima ha dato l’ispirazione, ma ora come una tremenda voce: “Dov’è tuo fratello?” e da questo Io si sprigiona la voce opposta a quella di prima.

Prima l’ispirazione era: “Per esserti unito con le potenze benefiche dell’altro, tu ti riverserai con queste all’ingiù e farò di te il custode dell’Altro”. Ora da questo essere che l’uomo riconosce come Sé stesso si sprigionano queste parole: “Non voglio essere il custode di mio fratello”. Da prima la decisione di uccidere l’altro, poi la protesta contro la voce che era ispiratrice. “Dal momento che hai voluto unire il tuo gelo a quel calore, ti nomino custode dell’Altro”. “Non voglio essere il custode” è la protesta.

Quando si è avuta questa esperienza immaginativa, si sa che, invertite, le qualità più nobili del mondo spirituale possono divenire le più malefiche nel mondo fisico. Il discepolo deve essere preparato a un simile pericolo: che istinti molto bassi si manifestino in lui come segno della sua spiritualità che chiede di essere svincolata dall’essere sensibile. Nel fondo dell’anima, per l’inversione della più nobile volontà di sacrificio, può nascere il desiderio di uccidere il proprio fratello.

Si sperimenta gradatamente come questo uomo terrestre, così come è situato sulla Terra, sia il rovescio di ciò che era in origine.

La conoscenza antica si è dovuta smorzare, così come gli istinti e le forze inferiori, perché l’orrore originario in cui domina Arimane diminuisse e venisse indebolita la sua forza. L’insieme di queste forze si è dovuto attutire perché esse dominassero sull’uomo soltanto in modo che con i suoi concetti e le sue idee egli potesse trasferirsi negli altri esseri. Quando si cerca di far penetrare un concetto in un altro essere, quando si cerca di immergere una rappresentazione nell’essere di un’altra persona, tale rappresentazione è l’arma – ora spuntata – con cui Caino trafisse Abele.

E che quest’arma sia stata smussata rese possibile che ciò che ad un tratto è stato cambiato nel proprio contrapposto, si trasformasse in evoluzione. Così l’uomo in lenta evoluzione, lungo un crescente processo di conoscenza, può evolvere ciò che egli non ha potuto esplicare nel mondo fisico perché in questo è divenuto istinto di distruzione, e lo evolve a poco a poco, prima nella conoscenza “oggettiva” – che è l’attuale – poi nella conoscenza “immaginativa”, che già penetra nell’essere dell’altro, nella conoscenza ispirativa che penetra ancor più profondamente, nella intuitiva che penetra sino alla identità con l’altro (in cui la cainità è  estinta).

Si comprende così gradualmente cos’è effettivamente l’Io. Il corpo astrale, considerato nella sua natura più intima, è il grande Egoista: l’Io non vuole soltanto sé, ma sé anche nell’altro, vuole anche passare dentro l’altro. La conoscenza, come viene conseguita sulla Terra, è questa brama smorzata di penetrare nell’altro: (man mano che si spiritualizza perde il carattere cainico), (e, per converso, la “decainizzazione” della conoscenza significa la sua ascesa). Si tratta di un’ascesa dell’egoismo oltre se stesso.

Dal momento in cui, procedendo nell’esperienza interiore, l’Io continua ad avere per noi maggior valore che gli altri, nasce l’errore: è posto il germe della magia nera, quando non si accompagni lo sviluppo interiore con l’apprezzare gli interessi degli altri più dei propri. L’uomo non sperimenta veramente il suo corpo astrale: ciò che egli sperimenta è l’astrale, quale viene riflesso dall’eterico. E l’Io non è il vero Io, ma ciò che di esso si riflette nel fisico.

Perciò se egli sviluppa l’astrale e l’Io prima di aver conseguito un’attività interiore – pensiero libero dai sensi – indipendente dall’eterico-fisico, può nascere in lui l’istinto a nuocere, a ignorare gli altri. La forza dell’egoismo deve essere estesa agli altri, ossia agli interessi generali del mondo. L’ideale deve essere poterci immergere nell’altro, proponendoci di non cercare in lui noi stessi con i nostri interessi, bensì di trovare che l’altro Essere è più importante di quello che noi stessi siamo. Esso è il vero Io, cercato oltre l’Io riflesso; tale la chiave della via R+C. Il nostro vero Io è quello dell’altro.

Deve avvenire che i nostri propri affetti, i nostri istinti, desideri, velleità, passioni, non possano più scaldarci o darci motivo di vita, ma che, familiarizzandoci col corpo astrale, ci si familiarizzi col gelido isolamento e con questo stimolo ci si apra a un calore più vero, cioè all’interesse caldo che scorre dagli altri e che vuole riunirsi alle forze benefiche che emanano dall’altro Essere. Non si può salire in alto se non si vuol guardare in basso questo duale quadro di Caino e Abele (se stessi e il rappresentante dell’Io superiore), ma anche l’intermediario fra sé e le Gerarchie. Ciò che si può chiamare l’errore di Lucifero consiste soltanto nel fatto che qualcosa che era adatto per l’uomo della Luna, e cioè di compenetrarsi di egoità, è stato da lui inserito sulla Terra. Sul piano terrestre, o sensibile, l’ego è il responsabile dell’egoismo.

La forza dell’ego deve essere realizzata fuori dal sensibile, perché operi positivamente. Nel sensibile l’ego opera sempre distruttivamente. Perciò il discepolo segue la via del “pensiero libero dai sensi”.

I desideri, (non quelli che provengono dalla vita interiore, che sono luciferici), ciò che attira dal di fuori, ciò che attira verso esseri e cose, di guisa che per interesse personale si segue tale attrazione, tutto ciò dunque che seduce dall’esteriore al godimento, gli uomini imparano a conoscerlo come impressione di Arimane. Si impara altresì a riconoscere come impressione arimanica tutto ciò che incute paura dal di fuori. Due poli corrispettivi sono godimento e paura. Ciò che i materialisti negano, ossia la presenza immanente dello spirito dovunque essi vedono materia, produce la paura: e quando i materialisti che la paura si avvicina dai substrati della loro anima, dall’astrale, allora essi si stordiscono, escogitano nuove teorie materialistiche.

Solo quando si giunge a vedere o a concepire Arimane, ci si può difendere da esso: allora si vede che egli ci sta spiando dalle seduzioni del piacere, dalle impressioni della paura. Ovunque l’uomo sogna vi sia materia, epperò forma esteriore, in realtà fa sorgere Arimane. E’ il più grande inganno è la teoria materialistica della fisica, cioè degli atomi materiali, perché questi in realtà non sono che le forze di Arimane. La paura andrà sempre più assediando l’uomo, o il gelido egoismo o il degradante piacere, finché egli non riconosca se stesso come un Io indipendente e nella indipendenza di tutti gli altri Io.

Con la comparsa del Cristo in corpo fisico è stato provveduto perché l’uomo potesse fortificarsi, accogliendo l’impulso Cristo, contro la necessaria influenza esercitata da Arimane.

Nella purificazione di Caino e nel suo ricongiungersi per amore con Abele v’è il segreto della calma e della sicurezza, del sicuro riposo: nell’essere umano l’astrale inferiore deve poter effondersi tranquillo nella sede peculiare della volontà fluente verso il mondo esteriore.

L’Io dell’uomo, quanto più evolve, tanto più tende ad effondersi. Qualsiasi entità si intenda conoscere richiede che in essa si immerga la nostra coscienza dell’Io. Questo è l’impulso sano dell’Io a “uscire” e a diffondersi, a trasferirsi nell’altro, e a far vivere oltre in quell’essere ciò che prima ha vissuto soltanto in sé (nel sé). Questa tendenza ad allontanare da sé la propria coscienza (riflessa, che dà lo stato di veglia), si palesa in un gradino più basso nel sonno. In effetto l’astrale e l’Io, offrono all’iniziato l’immagine di un sole circondato dai suoi pianeti che si moltiplica e si diffonde verso altre entità. L’uomo per mezzo di ciò che dalle riproduzioni del suo Io gli viene riflesso di queste altre entità riconosce la loro natura.

Nella loro forma esteriore, gli animali, come esseri singoli, le piante meno di essi e ancor meno i minerali, sono immaginazioni di Arimane.

Venendo coscientemente dominate e smorzate le impressioni esteriori dei sensi, viene a trasformarsi quell’anima cosciente che appunto si forma per mezzo di esse. L’anima cosciente viene purificata, affinata, tratta verso il suo interno: può invertire il suo movimento: si trasforma in coscienza immaginativa: che è la sua vera formazione. Tale formazione è contraddetta dall’accentuazione del senso dell’Io contingente nella civiltà moderna, persino nel campo del pensiero, in cui di solito si tiene ad avere il proprio pensiero, il proprio punto di vista: mentre i pensieri non ci appartengono e l’anima cosciente appartiene a quell’Io che tende ad effondersi nell’Infinito e che ovunque si riconosce nell’altro.

Chi coltiva i cinque esercizi e le precedenti immaginazioni coopera con le Gerarchie. E chi sappia abbracciare questa idea in tutta la sua grandezza, con dedizione, sente che presso ad ogni pericolo, lotta, terrore, egli è collegato con la trasformazione del Cosmo e muove incontro alla beatitudine del mondo spirituale. L’iniziato è forte del pensiero che rimuove ogni terrore, del pensiero che è entusiasmo e coraggio: il pensiero della cooperazione con gli Dei. E pensare ciò è già tale cooperazione.

(continua)

6 pensieri su “MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (4° parte)

  1. “l’infaticabile Isidoro”, detto anche “Lo sfaticato”, vorrebbe far notare come la prosa di questi appunti è molto diversa da quella che ci è famigliare con il Massimo scrittore. Non credo ci siano per questo spiegazioni interessanti o costruttive. Solo che Scaligero (come del resto il Dottore) poteva modificare in tantissimi modi il suo comunicare: sostanzialmente inafferrabile, senza schemi prevedibili. Chi scrive ha “creduto” persino di vedere – con gli occhi – Scaligero diventare fisicamente più piccolo o più grande a seconda di quanto gli diceva!

  2. Grazie a te, Marzia!
    Già, se non mi avesse dato di sua mano il pacco di fogli, dalla forma mi nascerebbe qualche dubbio. Può essere che ciò che gli balenava fosse veloce e avesse un tempo minimo per metterlo su carta. Poi, pur non avendolo rivisitato nella forma, con la sua consueta generosità e disinteresse giudicò che dovevamo avere anche i contenuti di questo (fece la medesima cosa con alcune pagine che avrebbero dovuto – dopo abbondantissima revisione – diventare un capitolo su Virio, marito di sua sorella: era uno scritto molto duro in cui denudava gli altarini boccacceschi del maestro di Virio e l’inanità, nell’attuale, di certe vie gnostiche: certo non l’avrebbe , alla fine, lasciato così…ma mi è stato raccontato che nell’ultima edizione di “Dallo yoga alla rosacroce” è stato proditoriamente infilato uno scritto quasi inneggiante a Virio: credo trattasi di una prefazione molto generosa ad un libretto del cognato. Così una dura reprimenda è stata trasformata nel suo opposto. Non credo che ciò vada iscritto ad esigenze editoriali. Il fine di tale manomissione è assai “caprino”, oltre la mostruosa mancanza di rispetto verso l’autore del libro).

  3. Isidoro,
    il capitolo proditoriamente aggiunto al libro “Dallo Yoga alla Rosacroce”, e spacciato per un testo dattiloscritto, originariamente destinato ad essere inserito nel libro, in realtà è tutt’altro! Non era – lo so con assoluta certezza – una prefazione per un eventuale libro di P.M. Virio, bensì un breve opuscolo comemmorativo che Adelina – la “Luciana Virio” – sorella di Massimo Scaligero, chiese a suo fratello. Massimo Scaligero volle, nello scrivere quell’opuscolo, chiudere con alcune parole benevole le aspre polemiche, che per molti anni egli aveva avuto con P.M. Virio, a causa dei troppi aspetti assolutamente irregolari dal punto di vista spirituale di una via sedicente ermetico-alchemica, e in realtà magico-sessuale, dagli aspetti scabrosi, condita con un languido devozionalismo mistico-sentimentale. Io ho l’originale di quell’opuscolo stampato dopo la morte d P.M. Virio, ma anche l’opuscolo dattiloscritto, originariamente destinato alla pubblicazione in “Dallo Yoga alla Rosacroce”, nel quale Massimo Scaligero usa – come direbbe un mio sapientisssimo amico – la “motosega”, per mostrare quanto non fosse affidabile (per parlar bene…) il “maestro”, cui Virio aveva affidato la direzione del suo cammino spirituale, il conte Umberto Alberti, alias “Erim di Catenaia”, e quanto una tale via deviata avesse portato fuori strada lo stesso Virio, con conseguenze pesanti su tutti i piani. Inoltre, nel darmi il tutto, Massimo mi raccontò molte cose dei retroscena della vita di Erim e di Virio, e mi descrisse in modo particolare il tradimento spirituale dello stesso Erim, e di come da una tale radice guasta non potessero nascere altro che frutti marci e velenosi. L’aver introdotto surrettiziamente il testo dell’opuscolo, spacciandolo per un capitolo originariamente previsto per il libro e poi non stampato, è un atto gravissimo, del quale chi lo ha compiuto si è assunta tutta la pesante responsabilità morale e spirituale. Questa verità non va celata, bensì apertamente proclamata, e coraggiosamente difesa!

    Hugo, che in ogni contesto,
    pappa dolci, fuma sigari,
    e non è mai per nulla mesto.

  4. Grazie a Hugo, che ha chiarito ciò che non sapevo.

    In un colloquio con Scaligero (a quel tempo leggevo tutto) gli accennai ad un libro, scritto da sua sorella e uscito da poco: “L’anima scissa dal suo complemento”. Massimo non ne sapeva niente ma gelò lo studio con un fermissimo “l’anima non è mai scissa dal suo complemento”. Seppure tonto come sono capii che l’argomento sarebbe finito lì. Poi, come molti sanno, ci diede una bozza a dir poco durissima sul Conte Alberti e su suo cognato Marchetti alias Virio. Seppi che erano due i capitoli che, su ripetuto consiglio di Mimma, sua cugina, Massimo non pubblicò in “Dallo Yoga alla Rosacroce”.
    Il primo riguardava un importante uomo politico del primo novecento, padre di altro grosso nome politico a quel tempo vivo e vegeto. L’altro riguardava Virio e la sua gnosi. Tant’è che un sottilissimo estratto di quest’ultimo appare (per chi sa leggere) a pagina 164 e 165 della prima edizione (Perseo, 1972) del libro in questione. Suppongo che la giustificata preoccupazione di Mimma fosse collegata al fatto si toccavano indirettamente persone vive: Amendola del P.C. e la sorella di Scaligero (anche se lei, come sempre più realista del re, parlava male di Scaligero ad ogni occasione). Se le informazioni espresse da Hugo sono esatte, abbiamo su questa ultima edizione, una sequenza pessima. Si inserisce un capitolo che Massimo non mise nel testo originario e si capovolge un suo severissimo giudizio.
    Lascio ai lettori il compito di valutare, indipendentemente da simpatie e antipatie, la gravità di cose come questa che travalica il nudo fatto (sintomo!).

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