MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R.STEINER (5° parte)

 Mas

Il discepolo conosce se stesso nello sperimentare sensibile: si dona all’esperienza dei sensi nella misura in cui non ne sia sopraffatto. Egli non offre presa all’aspetto angosciante del destino, non per aridità o insensibilità, ma per capacità di dedizione e di liberazione: la sua possibilità di immergersi nell’altro lo porta nell’intimo valore degli eventi, in ciò che essi significano come direzione saggia del mondo. Egli può guardare oltre la maschera terrificante di Arimane, può risalire l’onda della paura e dell’angoscia, e ritrovare la forza dispersa di cui sono tessute.

Non ci sono fatti del mondo spirituale o di quello fisico che non siano per lui vie di conoscenza; se essi significano dolore e distruzione, egli ha la forza di sopportarli, per poterli guardare: ne contempla la necessità, ne coglie l’interno senso e coopera con fermezza alla loro risoluzione. Non v’è nulla al mondo né in cielo né in terra, che possa piegarlo, nulla in cui egli non possa immergersi con dedizione, che è per lui il suo rivivere.

Egli consegue la possibilità di non recitare, non fingere, in quanto conosce ciò che nasce, nella sua verità profonda: riconosce le tensioni che dal fisico salgono nell’animico sembrano assoggettare lo spirito. Verso lo Spirituale è in stato di calma devozione: egli si volge al mistero del Cristo. Al Cristo egli tende ad aprire il varco nel pensare e nel sentire, e radicalmente nel volere. Donato, egli procede con sicurezza che non è sua, perché gli fluisce dal mondo spirituale. Dimentico di sé, vive nella compassione verso gli esseri che procedono senza saperlo, che sognano e dolorano. Egli non dà nulla che non sia richiesto dall’oggetto, non chiede, non impone.

Nella semplificazione ha lo scioglimento delle tensioni, e, in tale libertà, può parlare agli altri, perché la sua parola non viene da lui, nella misura in cui venga dallo Spirito. Ignora la lotta infeconda delle parole.

Una caduta non lo scoraggia: lo rende consapevole di sé e deciso per l’avvenire, lo rende più umile e dedito. Senza proporsi di esserlo, è modesto. Riposa nel profondo di sé, alle radici della vita, perché, donato, è veramente fondato su sé, là dove l’uomo comune è fondato su impulsi e passioni. Non conosce invidie, o gelosie, lascia agli altri il dominio della parvenza, perché il lasciarli liberi li può fare accorti di quanto è vanità. Non vuole affermarsi, non vuole vincere sul piano umano, perché non ha senso: gli è sufficiente agire nel sensibile secondo libera intuizione. A lui interessa questa sacra coerenza, non l’opinione del mondo: di questa prende atto per conoscere il gioco delle forze.

Sapendosi collegato nell’essenza con l’umanità, egli non può conoscere nessuna retorica dell’unità interiore e in nessuna filosofia può indulgere, ma opera per essere egli stesso questa unità, senza illudersi circa i suoi raggiungimenti. L’interna distensione è la sua forza, l’esaurimento dell’avidità, l’amore per il mondo. Tende a fare della sua anima un luogo di manifestazione per gli altri, per le cose e per gli esseri. Perciò conosce il segreto del silenzio. Lungi da recitazione e da finzione, egli realizza la vera sicurezza nel sentirsi a disposizione degli esseri e delle cose: per ciò non ha gesti, non guasta ciò con declamazione. Non altera il suo rapporto con gli altri con ornate loquele o enfasi, ma dice solo ciò che è necessario e, quanto necessario, dotato di potere di vita anche nella espressione più semplice.

Il suono della sua voce in tal senso vale più di quello che dice: la sua voce ha perduto il potere di ferire, anche quando ha il tono della severità. Dimentico di sé, non è distratto: il suo stile è una continuità. Lo spirito in lui ritorna istinto; egli sparisce di continuo per farlo essere.

E’ portatore di un clima interiore, di cui non gioisce, non si compiace: la sua stabilità così opera intorno a lui come amore, sollevando l’altrui animo, suscitandone le forze. Di ciò egli sa che gli Dei sono autori, mediatore il suo “IO” e ad Essi va la sua gratitudine.

Le velleità del temperamento sono in via di dissoluzione in lui, anche se la sua vita esteriore non rifiuta nulla alla necessità dell’esistere; ma anche in questa risposta, la sua trasparenza rimane intatta, il suo abbandono segreta meditazione. Non si preoccupa del dominio altrui: sa che ciò che vale deve valere e che nella parvenza del valore v’è anche il principio della sua dissoluzione. Lascia dunque che degli ossessi facciano la loro esperienza: sa che non v’è altro giovamento per loro che il suo operare in profondità. La guarigione del mondo ha solo inizio nel suo giusto operare, nel suo puro pensare. Non ha gesti che non siano spontanei e sorgano da necessità: nulla di ciò che compie è inutile. Ma sotto la sua riservatezza ferve un caldo ed irradiante amore per ogni cosa e per ogni essere.

Il suo amore ha la veste della calma beatifica: esso va all’estraneo come al congiunto, al nemico come all’amico. Le condizioni del malvagio, il suo servaggio al mondo degli istinti, lo toccano, lo rattristano, ma suscitano in lui volontà di soccorso e dedizione all’opera salvatrice. Non conosce avversario perché l’ha conosciuto e lasciato dissolvere. Il male egli non lo combatte, ma lo penetra con la sua forza e lo trasforma in bene.

E’ aperto a tutto, è in ascolto verso i suoni terrestri, come per quelli celesti. Tutto da lui è lasciato nella libertà del suo manifestarsi: soltanto egli è rivolto dall’intimo, là dove la libertà scaturisce, alla cooperazione santa con l’opera delle Gerarchie.

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Per accedere al Mistero del Graal, il discepolo si educa a contemplare l’immagine della Vergine Madre con il Cristo-Bambino nel grembo. Se egli sa vivere questa immagine, giunge a sentire il Graal: ogni altra deità, ogni altra luce vengono superate dallo splendore della Sacra Coppa, dalla Madre lunare tòcca dal Cristo, dalla “nuova” Eva, portatrice dello spirito solare. Nel simbolo del Graal, il discepolo sente confluire due ordini di forze:  quanto all’uomo è originariamente venuto dalla Luna, ed è sorto poi nella Madre della Terra, in Eva, per manifestarsi di nuovo nella Vergine Maria, si unisce con ciò che viene dall’antico Signore della Terra, Ieova, e che come forza del nuovo Signore della Terra appare come essenza-Cristo, che si riversa nell’aura terrestre.

Egli sente il confluire di ciò che agisce ormai dalle stelle – simboleggiato dalla scrittura stellare – per l’esperienza terrestre dell’umanità. E’ un leggere la scrittura celeste, conoscere l’evoluzione umana per mezzo della storia cosmica di Saturno Sole Luna Terra -come è alluso al principio del Vangelo di Giovanni. Per il discepolo si tratta di esserne degno.

La giusta cooperazione delle correnti di vita dell’anima, pensare – sentire – volere, nella prima parte del periodo post-atlantico doveva venir regolata non da forze che provenissero da tutti i pianeti, ma soltanto da forze del Sole, della Luna e della Terra. L’anima di quell’Essere, che divenne più tardi Gesù di Nazaret, prese forma di anima cosmica tale che la sua vita, in certo modo, non si svolse né sulla Terra, né sul Sole, né sulla Luna, ma circondando la Terra, in accordo con essi: gli influssi terrestri giungevano a Lui dal basso, quelli solari e lunari dall’alto. Il discepolo vede quest’Essere nel suo fiore , nella medesima sfera in cui la Luna circola intorno alla Terra. Egli sente così il disperato appello dell’anima umana, in cui pensare sentire e volere sono afferrati dalla tenebra. Evoca così in sé nuovamente il sublime Spirito Solare (Cristo), perché ancora una volta operi nell’umano.

L’immagine del Sole ha un linguaggio polivalente;  così la Luna. Le contraddizioni sono apparenti. Ogni raffigurazione dell’occulto ne contraddice un’altra che guarda un altro aspetto dello stesso contenuto. L’uomo ordinario vuol trovare le contraddizioni per giustificare la sua paura di conoscere la realtà.

Allorché nel cielo appare la falce aureolucente della Luna, la grande Ostia è la parte nera del disco e sulla falce è il nome di Parsifal. S’intende che qui viene trovato il nome del Graal, non il Graal. Quando i raggi solari cadono sulla falce e ne vengono riflessi aureosplendenti, una parte di essi tuttavia penetra nella materia fisica: ciò che penetra è la parte spirituale dei raggi solari. La forza spirituale del Sole non viene come la forza fisica del Sole arrestata e riflessa: essa penetra. Mentre viene trattenuta dalla forza della Luna, un R+C vede realmente appunto nella parte scura, che giace nell’aurea coppa, la forza spirituale del Sole. Nella  parte aurea, ossia nella coppa-falce, si vede la forza fisica del Sole. Così, quando consideriamo il Sole, lo Spirito del Sole riposa nella Coppa della sua forza fisica: lo Spirito Solare riposa in realtà nella coppa lunare. Ciò che la Luna fa fisicamente, si presenta dunque come un simbolo: mediante quel che essa compie fisicamente, riflettendo il Sole e producendo la coppa aurea, essa si palesa portatrice dello Spirito Solare, che in lei riposa come un’Ostia, in forma di disco. Nella leggenda di Parsifal, ogni Venerdì Santo, al servizio divino, scende dal cielo l’Ostia e viene immersa nel Graal: viene rinnovata come cibo restauratore nella festa di Pasqua.

Una purificazione è possibile quando tali simboli possono vivere con il loro contenuto nell’anima. Il discepolo sa bene che è questo contenuto che importa, ma esso deve poter vivere non per moto intellettuale, bensì per vivificazione di pensiero e per devota liberazione del sentimento e della volontà dell’anima. A tal uopo preparatrice è la confessione. Nel votarsi al Cristo come all’essenziale Principio Cosmico, il discepolo può fare in ispirito la propria confessione e potrà nel silenzio, nella quiete della meditazione, ottenere da Lui la remissione dei peccati. Tra la sua anima e il Cristo può stabilire un legame così intimo da non poterne rinnovare troppo spesso la coscienza.

La remissione dei peccati è connessa con il nome del Cristo: essa va fin d’ora preparata. Il peccato può venire estirpato e tramutato in rinascente vita soltanto se il Cristo può congiungersi con l’anima, in quanto essa si sia aperta a Lui, secondo l’immagine paolina: “Non io, ma il Cristo in me”.

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(continua)

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