PENSIERO E AZIONE INTERIORE

Michele

(Arcangelo Michele di Mara Maria Maccari)

L’essere umano, il cui cuore non sia sordo al richiamo della Parola dello Spirito, e la cui anima non sia opaca alla Luce dello Spirito, sente l’impulso e la necessità dell’azione interiore. Quest’azione si svolge simultaneamente in due forme, in due modalità che hanno, ognuna, un suo significato operativo. Questa duplice e simultanea azione ha due finalità interdipendenti: liberazione e libertà. Queste due parole possono apparire, ad un esame superficiale, come sinonimi, ma non lo sono affatto.

Liberazione è liberazione dal servaggio corporeo, ossia liberazione da quella condizione di degradante abiezione nella quale l’uomo è caduto, sino all’inversione della gerarchia Spirito-anima-corpo. In tale condizione l’elemento spirituale dell’uomo è paralizzato e in stato di sonno catalettico; l’anima, ubriaca di effimero e in stato di oblio della Patria Celeste e della sua natura originaria, è prostituita al mondo delle brame, ossia ai dèmoni che ne divorano la vitalità, ne deturpano e ne deformano caricaturalmente la bellezza; il corpo, invece di essere lo strumento dello Spirito attraverso l’anima per la conoscenza e  l’azione nel mondo, è – come affermavano concordi pitagorici, platonici e iniziati orfici – «tomba» e «prigione» per l’anima.  

Platone parla – nel Gorgia 493a, nel Cratilo 400c, nel Fedone 62b – di questa condizione di traviamento, di caduta, alle quali solo la Sapienza e l’Iniziazione ai Misteri possono porre rimedio. Figure mitiche e immaginative, straordinariamente simili, le ritroviamo nei Misteri orfici e dionisiaci, nei quali l’anima è dipinta come preda dei Titani, che ne fanno strazio, e nella Sapienza degli Iniziati Gnostici, per i quali la condizione umana è una condizione di esilio, di degrado, di stordimento e di oblio, alla quale l’uomo viene portato da quel «doppio malvagio», che gli gnostici chiamano «spirito contraffatto», riecheggiante il «cattivo pilota» della sapienza egizia.

Edesio di Cappadocia, discepolo del grandissimo Giamblico, fondatore della Scuola neoplatonica di Pergamo, Maestro di Massimo d’Efeso e di Giuliano Imperatore – secondo quel che riporta Joseph Bidez, nella sua splendida  La vie de l’empereur JulienParisLes Belles Lettres, coll. « Collection d’études anciennes »,‎ 1930, 1e éd., il quale cita dalla Eunapii vitae sophistarum – così disse al Giuliano suo discepolo: «Quando un giorno sarai iniziato ai Misteri, ti vergognerai di essere nato soltanto uomo!».

Nel XVIII secolo, il mistico di Amboise, in una certa misura «iniziato» agli arcani della Sapienza cristiano-kabbalistica, Louis-Claude de Saint-Martin, usava  parole molto dure – parole che Massimo Scaligero amava ripetere frequentemente – per stimmatizzare l’abiezione nella quale l’uomo è precipitato: «Piuttosto che parlare dello stato di abominio nel quale è caduto l’uomo, preferisco arrossire e indicare le vie del ritorno».

Massimo Scaligero riassume, nel 23° capitolo  del Trattato del Pensiero Vivente, diagnosi, prognosi, e terapia di questa difficile – oserei dire: disperata – situazione dell’uomo, con parole che più chiare non potrebbero essere:

«Naturalmente l’anima esprime il male del mondo, che non viene dal mondo, ma dal dipendere di essa dalla corporeità e perciò dall’aver essa smarrito la sua natura spirituale, cioè la forza che domina la corporeità. Occorre che agisca nell’anima qualcosa che, pur appartenendole, abbia il potere di trascendere la dipendenza di essa dalla corporeità e di ridestare in essa l’elemento paralizzato della perennità. Questo qualcosa è il pensiero, il moto originario della coscienza, che ogni volta, nel momento pre-cerebrale del conoscere, si accende della luce del Logos, ma ignorato, contraddetto nella riflessità. […]

Il vero «atto» è il volere del pensiero, cioè l’essere del pensiero, che incontra il Logos del mondo. Ma tale atto si apprende soltanto nella meditazione, o nella concentrazione: grazie ad esso si realizza nell’essere del pensiero l’essere del mondo, la scaturigine del Cielo e della Terra, il segreto della connessione originaria con ogni creatura».

E poco prima, nel 22° capitolo del Trattato, così diceva:

«La trascendenza del pensiero, ogni volta realizzata come determinazione, segretamente esige che tale atto doni la propria potenza: nell’immanenza sia ritrovato come potenza del volere il Logos. Il segreto di tutto l’operare, il soffrire umano, è questo: ritrovare la potenza dell’atto che ogni volta si compie, volitivamente pensando: la luce che risolve la tenebra della psiche umana».

La libertà è la libertà di compiere ciò che l’intuizione concettuale, scaturente dalla facoltà della fantasia morale come predisposizione caratterologica dell’uomo che abbia attuato la liberazione dai limiti somatici e psichici, percepisce del Mondo delle Idee e degli Archetipi come atto realizzatore dello Spirito. È un atto assolutamente libero, perché colui che così agisce non è condizionato da nulla: nulla che provenga dal passato, dall’educazione, dall’ambiente, dalla tradizione, dalla «natura» fisica o spirituale, può oramai più condizionarlo. Il suo luogo interiore, lo stato nel quale egli dimora, è il «vuoto».

«Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli il loro nido, ma il Figlio dell’Uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo».

La liberazione dai ceppi della natura è già un primo atto di libertà dell’Io, dell’essere autenticamente spirituale: è un atto simultaneo. Più radicale è la purificazione attuata nella liberazione, più vasta e potente è l’azione creatrice dalla libertà, che va attuandosi. Gli Ermetisti, che si dedicavano alla Grande Opera dell’Alchìmia, solevano dire che «bisogna già avere dell’oro per fabbricare dell’oro». In questo senso, vale altresì il detto ermetico:

«La soluzione del fisso è la fissazione del volatile».

Quanto detto sinora esige una discriminazione di valori nei confronti delle molte «vie», che oggi vengono proposte al ricercatore spirituale. Da questo punto siamo di fronte ad una vera inflazione, ad una autentica alluvione nell’offerta, più o meno seducente o più o meno rozzamente volgare. Massimo Scaligero avverte che «non tutto quello che fuoriesce dalle dighe rotte è lo Spirituale». 

L’uomo è composto di corpo, anima e spirito.

All’uomo vengono oggi offerte vie e metodi di azione del corpo sull’anima, attraverso un uso decadente e distorto dell’antico yoga, o di metodi analoghi, di ginnastiche particolari con l’impiego di posizioni, movimenti ed esercizi di respirazioni, forme «accomodate» delle antiche asana e del pranayama, che oggi portano ad una accresciuta vitalizzazione dell’ente corporeo e ad un maggiore legame del legame dell’anima, della psiche, ai dinamismi del corpo. Il risultato è sempre quello di una ulteriore, ed indesiderabile, galvanizzazione della sfera istintiva che, nelle sue varie forme, sublimazioni e travestimenti, divengono sempre più ingovernabili. Una eventualità particolarmente pericolosa e deprecabile è quella che propone l’uso «magico» di droghe – il mito delle acque corrosive di certa magia equivoca – al fine di superare i limiti della percezione sensibile e della volontà ordinaria. Sia che l’accogliere una tale equivoca «proposta» porti alle allucinazioni e alla precoce dipartita per il regno delle ombre dell’Ade, sia che porti ad una, cosciente o meno, «magia di patto» con entità tenebrose, ed a un provvisorio correlativo ottenimento di «poteri», che verranno poi pagati a ben caro prezzo, ciò – come nel caso di ogni azione che implichi l’uso di forze corporee – non è azione spirituale.

Vengono altresì offerte vie e metodi dell’azione dell’anima, sia sul corpo che sull’essere spirituale dell’uomo. Tutto ciò può creare una certa confusione, ed anche molte illusioni. L’anima deve naturalmente essere trasformata, e trasformata radicalmente. Ma la forza trasformatrice come vedremo, non è all’interno dell’anima: sono le forze dello Spirito nell’anima, che possono trasformare l’anima. L’azione dell’anima sull’anima, normalmente, non esce dai limiti della «natura». Nella sua soggettività, una pretesa «via dell’anima» apre facilmente le porte alla sentimentalità, al falso misticismo, al visionarismo, a tutta una serie di menzogne interiori con le quali le forze corrotte dell’anima possono trasvestirsi. Rudolf Steiner dedicò tutta una serie di conferenze al tema di come nel misticismo deviato certi «trasporti» mistici non siano altro che una traslazione dell’erotismo sul piano astrale. A questa via «animica» e sentimentale, si aggiunge sovente un moralismo dal carattere dolciastro, decisamente stucchevole, che, malgrado una sorta di ideologia buonista ed «ecumenica», porta il più delle volte a forme di un’autentica intolleranza nei confronti di coloro che non vogliono omologarsi e trangugiare un tale immangiabile minestrone, nel quale tutto tende a diventare indistinto e vischiosamente paralizzante. Anche questa non è azione spirituale.

Nell’ambito delle varie «vie dell’anima», vi è anche il ricorso alla riesumazione di antiche vie e misteriosofie, alle forme rituali della magia cerimoniale, alle forme di una ecclesiale religiosità sedicente «gnostica», alle forme più folcloristiche di pratiche religiose mediorientali a sfondo sufico, indiane, tibetane o estremo-orientali. Il bisogno è invariabilmente quello di una «chiesa», di una «ecclesìola», di una conventicola, o petite chapelle, come la chiamano causticamente i francesi, nella quale si possa comodamente regredire ad una sorta di anima di gruppo, che è esattamente il contrario di una Comunità di spiriti liberi, autonomi e liberi. Anche il ricorso a tali riesumazioni «archeologiche»  non è azione spirituale.

Con grandissima facilità, l’Ostile, l’Avversario, il Principe dell’Oscuro Pensiero, l’Angra Mainyush o Ahriman della tradizione persiana, s’impadronisce di queste vie del corpo e dell’anima, e le usa per oscurare il potere discriminante del cercatore spirituale e per paralizzarne le forze interiori. Per l’Ostacolatore, tutte le dottrine, antiche o moderne, si equivalgono sul piano del disanimato pensiero riflesso. Poco importa quale dottrina, nobile o volgare, venga usata per ipnotizzare l’audace ricercatore, purché non ci si stacchi dal piano del morto pensiero riflesso. Poco importa all’Avversario dell’uomo se per incatenare alla propria natura senziente vengano sollecitati – ed anche eccitati – sentimenti, emozioni e conati mistici. Poco importa, infine, all’Ostile la predicazione di uno stucchevole moralismo, o l’idolatria – sentimentale, secondo Massimo Scaligero – di una morale guerriera, o eroica, o prospettante l’immagine mitica dell’Individuo Assoluto, dell’Unico stirneriano, o il Superuomo nietzscheano, purché emozioni moralistiche o tensioni volitive si muovano – malgrado ogni pretesa contraria – all’interno della natura animica ferreamente dominata dal legame dell’anima alla dimensione corporea, legame non conosciuto e non superato. Un tale inconosciuto superamento viene dall’anima – anche dall’anima mistica – segretamente temuto e avversato. Anche questa, dunque, non è azione spirituale.

Se non si vogliono fare illusioni pericolose, è necessario guardare coraggiosamente una verità oltremodo scomoda. Ossia che la stessa Antroposofia, se non si esce dalla paralisi del pensiero riflesso, non esce affatto dalla zona dominata dall’Ostacolatore. Sul piano del pensiero riflesso, i pensati «antroposofici» valgono tutti gli altri, valgono i pensati della scienza materialistica, i pensati della disseccata teologia tradizionale, i pensati delle vie tradizionali, delle vie mistiche, delle vie orientali, della filosofia idealistiche o materialistiche.  

La Via Solare, la Via Vera (come talvolta Massimo Scaligero la chiamava) dell’epoca dell’anima cosciente, ossia la Via che non erra e non mena alle illusioni, alla catastrofe dell’impresa spirituale, non può essere che una via nella quale lo Spirito agisce direttamente su se medesimo con mezzi spirituali e, di conseguenza, poi, direttamente sull’anima  e indirettamente sul corpo. A questo riguardo, Rudolf Steiner è esplicito e chiarissimo. Nella conferenza del 3 agosto 1924, (che fa parte del ciclo Esoterische Betrachtungen karmischer Zusammenhänge. Terzo volume. Die karmischen Zusammenhänge der anthroposophischen Bewegung. Undici conferenze, tenute a  Dornach tra il 1° luglio e l’8 agosto, Rudolf Steiner Verlag, Dornach 1991)  parlando dell’azione dell’Arcangelo Michael nei confronti dell’uomo che cerca autocoscienza e libertà, così si espresse:

«Nun sind, und das ist für das Karma jedes einzelnen Anthroposophen von großer Bedeutung, die Michael-Impulse von solcher Art, daß sie tief und intensiv eingreifen in den ganzen Menschen».

Il che, tradotto nella bella lingua di Dante suona:

«Ora, e ciò è di grande importanza per il karma di ogni singolo antroposofo, gl’impulsi di Michele sono di natura tale da penetrare profondamente e intensamente nell’intero essere umano».

 E poco dopo aggiunge:

«Michael wirkt stark in das geistige Wesen des Menschen hinein. Das können Sie ja schon daraus entnehmen, daß er der Verwalter der Weltenintelligenz ist. Aber Michaels Impulse sind stark, sind kräftig, und sie wirken vom Geistigen aus durch den ganzen Menschen; sie wirken ins Geistige, von da aus ins Seelische und von da aus ins Leibliche des Menschen hinein».

Ossia:

 «Michael agisce fortemente nell’essere spirituale dell’uomo. Potete desumere ciò già dal fatto ch’Egli è l’amministratore dell’intelligenza cosmica. Ma gl’impulsi di Michael sono forti, vigorosi, ed essi agiscono a partire dallo spirituale attraverso l’intero essere umano; essi agiscono nello spirituale, e da lì nell’elemento animico, e a partire da questo dentro l’elemento corporeo dell’uomo».

E nella conferenza tenuta il giorno dopo, il 4 agosto 1924, aggiunse le seguenti parole:

«Denn wenn wir alles das zusammennehmen, was ich gerade über den, wenn ich es jetzt so nennen darf, Michaelismus gesagt habe, dann werden wir finden: die «Michaeliten» sind ja durchaus ergriffen in ihrer Seele von einer Kraft, die bis in den ganzen Menschen, auch ins Physische hinein, vom Geistigen aus wirken will»

il che, riportato nella nostra lingua, significa:

«Giacché, se consideriamo tutto quello, su quel che ho detto – se posso chiamarlo così – intorno al Michaelismo, troveremo allora che i «michaeliti» sono realmente afferrati nella loro anima da una forza, la quale partendo dallo spirituale vuole agire sin nell’intero essere umano, sin dentro l’elemento fisico».

Che lo strumento essenziale, assolutamente necessario di questa azione michaelita sia il pensiero, risulta da tutta l’opera di Rudolf Steiner, il quale chiama l’Arcangelo Michael «il fiammeggiante Principe del Pensiero».  Già nella Filosofia della Libertà troviamo scritto:

«Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, divenga spirito».

Questa citazione di Hegel, che il Dottore fa nel primo capitolo della Filosofia della Libertà, intitolato L’azione umana cosciente, dovrebbe fare molto riflettere, visto ch’egli aggiunge, a sottolineare la fondamentalità del pensare: 

«… dice Hegel con ragione, e perciò il pensare darà la sua impronta caratteristica anche all’agire dell’uomo».

Non si riflette che, senza il pensare umano cosciente, l’anima umana rimane al livello animale. Non si intuisce – ma questa sarebbe già un’azione spirituale – che il pensare volitivo è l’azione più cosciente che l’essere umano possa compiere: che il pensare è cosciente di se stesso, e che solo il pensare può rendere coscienti – normalmente sognanti e dormienti – anche il sentire e il volere.

Una volta di più siamo rimandati alla Concentrazione come all’esercizio che rende attivo in maniera immediata lo Spirito nell’anima. Così Massimo Scaligero nell’opuscolo degli esercizi:

 «Consiste nel riattivare le forze originarie della coscienza mediante la convergenza volitiva del pensiero su un unico tema».

In fondo tutti gli esercizi non sono altro che forme ulteriori della concentrazione, la quale , in quanto Rito della resurrezione del pensiero dal cadavere della riflessità, è l’esercizio michaelita per eccellenza. Si dirà che parliamo sempre della Concentrazione. Ma quale ne è la ragione? Se siamo invischiati sempre nell’identico problema, se siamo fermati sempre dall’identico limite, o come dice un mio caro amico – un fedele della Concentrazione da oltre quarant’anni – se, per usare un’espressione sportiva, «siamo sempre fermi ai blocchi di partenza», è inutile cercare cose diverse. Il rimedio, l’unico, è sempre il medesimo: la Concentrazione.

Possiamo dire, giustamente,  che il nostro Io è tutt’uno con l’Io dei mondi, che nel nostro cuore vi è una scintilla o una fiamma del Fuoco che anima l’Universo, che come esseri spirituali non abbiamo limiti di spazio, di tempo, di potenza, ma tutto ciò viene contraddetto dalla banalità del nostro esistere quotidiano, da uno stato di coscienza fiacco e crepuscolare, da una volontà sfilacciata e fangosamente istintiva. Da una parte affermiamo altamente la nostra natura spirituale, e dall’altra ci facciamo portare  a spasso come cagnolini da istinti, stati d’animo, da passioni talvolta ridicole, da pensati che non solo pensieri, ma parole e immagini in libera uscita. Unico rimedio efficace a tutto ciò, se vogliamo essere liberi dal servaggio corporeo e animale, se vogliamo agire liberamente per lo Spirito, è la Concentrazione.

Perciò continueremo a indicare la Via del Pensiero e la Concentrazione, e ci sforzeremo di mostrare che cosa non è azione spirituale.    

2 pensieri su “PENSIERO E AZIONE INTERIORE

  1. Grazie Hugo, un gran articolo!
    Credo che la denominazione “Via dell’anima” non dovrebbe nemmeno esistere…se non in poesia o letteratura, insomma in generi letterari.
    Se oltrepassa questi e vorrebbe divenire una “corrente spirituale” è un non-senso, oppure è lontana figlia di quel dannato Concilio che estromise lo spirito dall’uomo, innalzando il 2 e abolendo il 3 (e così portando rovina in tutti i campi della conoscenza umana).
    Certo, Goethe, Steiner e Scaligero “sapevano” tali cose. Se vi sono alcuni che si dicono ammiratori o studiosi o discepoli di queste individualità e poi esaltano una “via dell’anima”, come minimo sono confusi oppure se la fanno con baronti, lemuri e spettri. Contenti loro…

Lascia un commento