Buoni o cattivi?

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Accadono momenti, nella vita di ciascuno, in cui l’assenza di una figura forte che ci ha sorretti o aiutati, implica e ci porta incontro la necessità del superamento di una condizione di figliolanza a favore di un processo che potremmo definire “diventare padri di se stessi”. In questo senso, crescere, è lasciare un approdo certo per imparare a navigare senza la costante ricerca di una terraferma che è sempre estranea alla rotta interiore e individuale e ci fa scambiare parole non nostre per nostre verità.

Nelle mani di chi rimettiamo il potere su noi stessi? A chi tentiamo, talora disperatamente, di conferire le chiavi dell’ interiorità ancora misconosciuta? Chi assurge dentro di noi a ruolo di padre-padrone che, per quante parole suadenti possa proferire, rimane comunque un appoggio fittizio che ci allontana sempre, costantemente, dal compito prefisso?

La società così  com’è volutamente configurata, spinge a rimanere figli a vita, a restare ancorati ad una passività in ogni ambito, primo fra tutti e per ragioni ben precise, alla passività del pensare, del rimanere vincolati ad un già dato e costruito ad arte per perpetrare le catene invisibili che ci fanno schiavi in un gioco al massacro.

Tutto è costruito per tenere l’ uomo soggiogato alla sempre crescente soddisfazione di bisogni che non sono più primari, ma servono solo a nascondere e velare il senso d’ inquietudine sottostante, la necessità interiore di essere altro che semplici consumatori passivi. Non ci si accorge perché non si vuole, perché non si è stati educati, che ciò che neghiamo e bramiamo al contempo, non è l’oggetto in sè, non l’ultimo modello di palmare, o il vestito firmato o l’auto di lusso ma è l’esperienza di noi stessi che si compie nell’ oggetto.

E così il focus resta continuamente spostato verso l’esterno, invece che verso ciò che ci spinge all’ azione e al soddisfacimento di un appagamento che non potrà mai essere completo finché non se ne scorge la vera origine. Se l’ appagamento dei bisogni primari è sacrosanto diritto di ogni essere umano, anche questo sempre più consapevolmente e colpevolmente messo a rischio al giorno d’ oggi, indurre attraverso tecniche subdole la creazione di nuovi e fittizi bisogni, non fa altro che perpetrare la presenza incontrollata di una società madre e mammona, in cui il vero scopo dell’ esistenza di un uomo è totalmente stravolto a favore della ricerca di un sentimentalismo imperante, i cui nefasti effetti abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.

Anche chi ritiene di star perseguendo un percorso di crescita, non avvedendosi delle dinamiche malate che si mettono in atto quando il sentimento la fa da padrone su tutti gli aspetti interiori, rischia di cadere in facili critiche proprio di quegli esercizi che ristabiliscono pian piano le giuste impostazioni interiori. Non è tanto il pensare a spaventare, quanto il volere, perché volere il volere, purificato da qualunque valenza antica, sociale, familiare, individuale, è accettare di non essere graditi, di stare soli con le azioni che si ritengono giuste, anche se incomprensibili ai più. Accettare di affermare se stessi e ciò che si sente essere la propria verità, indipendentemente da quel che altri possano pensare.

C’è la tendenza a considerare la constatazione di uno stato di fatto interiore comune a molti, come un giudizio o una critica a livello personale, perché incapaci di avere quel distacco necessario per accorgersi che la propria situazione interiore rispecchia quanto descritto. Ciò di cui si è deficitari è l’ esperienza diretta del proprio stato interiore al momento presente, ciò che rende quanto affermato da Scaligero, ad esempio, comprensibile almeno in parte.

Questo non implica aver superato certi scogli o voler assurgere a qualsivoglia forma di maestria sull’ altro, ma essere in grado di riconoscere che, quanto da Scaligero descritto nei testi fondamentali del suo lavoro, corrisponde all’ effettivo stato delle cose interiori, almeno per quanto riguarda l’ esperienza individuale vissuta fino a quel momento. Solo da questa comprensione si può criticare o meno certi scritti, se manca l’ esperienza reale quel che, necessariamente, ne consegue è l’ avversione che prende le mosse non dall’ Io ma da ciò che si ritiene essere Io e in realtà ne sta usurpando la legittima reggenza interiore.

Non ci si accorge di star avversando ciò che si crede di perseguire, perché non ci si accorge di essere altro da “chi” avversa… Se così non fosse, si sarebbe in grado di trovare sempre l’accordo, anche partendo da posizioni opposte, in quanto l’ esperienza riporterebbe tutti al medesimo punto: e cioè che, ad oggi, certe forze sono ancora depositarie della sovranità interiore che crediamo possedere mentre invece ne siamo posseduti.

11 pensieri su “Buoni o cattivi?

  1. Carissima, hai scritto cose semplici e tremende: non riceverai certo la “gratitudine” di chi non sa o non vuole (almeno) tentare a poggiare su se stesso. Chi s’è abituato a poggiare sul proprio sentire è (egoisticamente) ancorato alla “fede”. Rifugge dalla conoscenza: essa ci conduce per inaudite strade mentre la fede è certa e così mette radici: l’uomo non si muove più, non dubita più (anche) di se stesso: il calore istintivo lo scalda sufficientemente.
    Così, da cieco, immagina che il proprio egoismo stia negli altri. Riversa ogni suo disvalore sugli altri.
    Al contempo l’anima, serena per finta, cerca Padri o Madri da tutte le parti.

  2. Più chiaro di così, non potevi parlare, Kiarodiluna! E te ne ringrazio, perché oggi dilaga un ben interessato “buonismo”, che tende a mantenere in una sorta di asilo infantile gli audaci cercatori del Vero. Con l’unanimismo buonista di facciata si vorrebbe creare un disciplinato gregge ben inquadrato di pecore belanti, timorose e veneranti quanto Oracoli, cinici e spregiudicati, ammanniscono come fosse il Verbo all’obbediente popolo catecumeno. Ma lo Spirito conosce solo il coraggio degli audaci sperimentatori, che vogliono realizzare lo Spirito nell’intensa pratica interiore della Via del Pensiero.
    E’ l’intensità del pensare volitivo di chi pratica Concentrazione e Meditazione la forza che gli esseri umani e il mondo, questo immondo mondo sempre più caotico, Non lo cambia la retorica stucchevole dei “buoni sentimenti”, o lo stanco e comodo misticismo fideistico, che non richiede azione interiore trasformatrice e concreta sperimentazione. Tutt’altro era l’antica Mistica di u Meister Eckhart, di un Johannes Tauler, di un Boehme, di un Gichtel, o anche in tempi più recenti di un Saint-Martin, del cui nome oggi tanto si abusa.
    L’indicazione ascetica di Massimo Scaligero non è per una ortodossia, alla quale comodamente – troppo comodamente – conformarsi, bensì la sollecitazione all’operatività, alla pratica volitiva della Via del Pensiero, che sola permetta di sperimentare direttamente – e non di meramente “credere” – lo Spirito. La scelta più scomoda.
    Aveva ragione da vendere Arturo Reghini, amico di gioventù di Massimo Scaligero, nel dire che “le credenze stanno bene in cucina, con i piatti, i bicchieri e i barattoli di marmellata”.

    Hugo, lupaccio cattivissimo,
    che nella bufera ci si trova benissimo.

  3. Che dirvi, se non grazie per aver accolto i miei sproloqui? :)

    Non c’è chiarezza che tenga, Hugo, per chi non voglia capire.. Questa è l’amara constatazione che mi trovo a fare, proprio oggi. Ma tra molte cadute, molte testate al muro (che continuerò a dare chissà ancora per quanto) bisogna pur trovare la via che rispetti gli sforzi che si immettono (quelli sempre troppo pochi..) per arrivare ad una qualche comprensione. E se non ricevo gratitudine, me ne farò una ragione, prima o poi!

    Ancora e sempre grazie!

  4. Kara Kiaro…..sei stata Kiarissima! Complimenti. Scrivi tanto bene e non c’e’ cosa piu’ bella che usare i propri talenti per esprimere, per tentare di esprimere …il vero. Gia’ Marzia dai tempi di Ecoforum ci ha dato e ci da’ un bellissimo esempio, ma lei, come alcuni di noialtri, e non e’ un difetto, e’ matura…… e cio’ che volevo rimarcare e’ il sentimento che si prova a leggere, a vedere un giovane, a sentire un giovane che si relaziona seriamente, sinceramente, con Massimo Scaligero, con Cio’ che ha donato questo Maestro.
    Grazie, piccola, grande Kiaro….da parte di tutti noi.

    • Cara Savitri, ti ringrazio per le belle parole che hai nei miei confronti…
      C’è una cosa che cerco sempre di tenere a mente, da dove vengo. Spesso mi capita di riflettere sul fatto che, chi critica gratuitamente, non si accorge che tutti, in un modo o nell’ altro, abbiamo iniziato da zero, ognuno con le sue specificità. Io, perlomeno, per arrivare anche solo a concepire quanto ho scritto nell’ articolo, ci ho messo anni e ho percorso solo un grammo di strada, con tanti passi indietro. E, alla fin fine, è Lui ad aver trovato me, Lui che si relaziona con me. Io rimango solo estasiata, meravigliata e “bastonata” ogni volta, tentando di non far casini. Di più non posso dire, perché non so esprimerlo. :)

  5. Ciao kiarodiluna, suoi tuoi pensieri belli e profondi, vorrei fare due brevi considerazione. Tu scrivi: “Non è tanto il pensare a spaventare quanto il volere, perché volere il volere purificato ecc…”
    Il pensare non può spaventare perché è la luce che illumina la nostra quotidiana esistenza. L’io pensante ed il pensare sono la stessa identica cosa e, per fortuna, non abbiamo alcuna possibilità di uscire dal pensare,(a meno che per un qualche incidente, accada di andare in coma) anche se a livello minimo questa luce non ci abbandona mai.
    Poi, se ci pensiamo bene, “volere il volere”, non è possibile perché chi “vuole”? Il volere è un’attività che non può volere perché non è un soggetto.
    Chi può volere qualcosa è l’io, ma l’io, vivendo nel pensare, pensa e vuole, vuole e pensa….senza il pensare il volere non può causare nulla!
    Dunque, secondo me la strada maestra è approfondire la conoscenza della Luce che ci illumina e ci da calore…. e magari un giorno su questa strada, chissà, deciderai di cambiare il tuo nickname da kiarodiluna a raggiodisole! 😀

    • Cara Mar_zia, accolgo le tue considerazioni e ti ringrazio, c’è sempre da imparare. Quanto ho scritto risente, chiaramente, di mie esperienze attuali e passate che sono riuscita ad esprimere solo così, per il momento. C’ è sempre un velo di kiarodiluna in tutti i miei scritti, vero? :)
      Prima o poi il raggiodisole spunterà, e allora smetterò di spandere acqua ovunque, come dice la mia insegnante di disegno! 😀

    • Grazie a te, Balin. Mi leggerà chi vorrà leggermi e capirà chi vorrà capire. Se c’è una sola cosa che ho imparato, e ancora fatico parecchio, è che nessuno può costringere nessuno, in nessun modo. Le esperienze arrivano quando devono arrivare e non sai mai quando nè perché. E allora continui a fare quel che ritieni giusto, ma più rilassato… 😉

      • Il verbo dovere Balin lo mette al condizionale……ed e’ pure verissimo quello che dici cara Kiaro: fosse infatti cosi’ semplice comunicare, nell’obbligare qualcuno….!
        Si parlava proprio recentemente con isidoro di cio’ che ci muove tutti in questo blog, che ci muove ad esprimerci, a proporre.
        A volte le “espressioni” sono appassionate, altre ferme e determinate,altre ancora ironiche… tanti sono i modi che contraddistinguono i collaboratori di Eco, ma nessuno di essi vuole imporre nulla, intanto perche’ non si puo’, e’ impossibile materialmente, ma prima di tutto perche’cio’ che ci muove e’ altro, Isidoro lo ha definito nel post di presentazione del Blog http://www.ecoantroposophia.it/chi-siamo/ .
        Se poi fosse possibile obbligare qualcuno a leggere e noi lo tentassimo saremmo ancora meno liberi di coloro che avremmo costretto…..
        Cara Kiaro…..schernisciti quanto vuoi…ma la verita e’ che sei in gamba, non vorrai mica obbligarci a credere il contrario….. 😛

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