ILLUSIONI SENSORIALI?

rifrazione

In questi giorni, altro cercando, ho trovato uno scritto riassuntivo che avevo preparato per una ‘conferenza’ poi svolta nel Gruppo Antroposofico. I limiti sono evidenti: comformità a quanto poteva esser detto in quell’ambiente, conoscenza ingenua della F.d.L., atteggiamento pedagogico di uno che voleva fare l’insegnante per tutta la vita (mentre la vita gli allestiva ben altro) e l’ingenuità dei vent’anni. Di buono mi risulta che cercavo di formulare pensieri chiari. Il nocciolo, molto semplice, può forse essere valido per chi inizia: promuove destità e lavoro di pensiero…ricordo ancora discepoletti di Steiner-Scaligero che, se passava un’auto di colore rosso, poi si ricordavano (e giuravano) che fosse di colore bianco… e su altro era anche peggio.

Illusioni sensoriali?

Le illusioni sensorie sono state oggetto di abbondante letteratura. Tuttavia, scrive M. Ponty (Fenomenologia della percezione) “ gli psicologi hanno da lungo tempo ignorato forzatamente tali fenomeni…la fisiologia verso cui si rivolgono come al massimo soccorso è nello stesso imbarazzo della psicologia”. I lavori, alle volte considerevoli, intrapresi ai giorni nostri al riguardo, hanno lo scopo evidente di fornire, per quanto possibile, un’interpretazione conforme alle teorie intellettualistiche più in voga.
Se gli autori non trovano inoltre il mezzo per superare le illusioni, può essere che ciò sia effetto di una infermità congenita della scienza tradizionale.
La Scienza dello Spirito, la cui base è epistemologica, ci permette forse di abbordare questo problema e di risolverlo?
Avendo acquisito che “la piena realtà di una cosa ci è data, nel momento dell’osservazione, dall’unione del concetto e della percezione”, ciò ci suggerisce che nel caso di illusioni sensorie abbiamo associato un concetto inesatto alla nostra percezione che, in effetti, non può essere ‘falsa’; si può al massimo giungere al fatto che utilizziamo male i nostri sensi. In verità ci sentiamo autorizzati a supporre che le illusioni sono dovute a errori d’ordine concettuale.
Del resto l’antroposofia ci indica il rigore della ricerca. Proviamo ad applicarlo a qualche illusione comune, non dimenticando che soluzioni generali non esistono proprio e ogni caso va studiato per sé stesso.

Un classico esempio ci è dato dal “bastone spezzato”. Un bastone, immerso parzialmente e obliquamente nell’acqua ci sembra spezzato (lo vediamo come spezzato): questo è l’esempio classico di illusione ottica, generalmente citato per primo nelle opere di fisica e psicologia e persino in alcuni dizionari.

In questo caso la nostra percezione non è certamente in causa. Quanto al concetto, non è falso, è semplicemente assente.
Infatti noi associamo la percezione alla rappresentazione di un bastone effettivamente rotto.
Per vincere l’illusione si dovrebbe elaborare il concetto esatto del fenomeno.
Si può allora porre la questione: non succede assai spesso proprio così? Le nostre percezioni non si congiungono assai frequentemente a delle rappresentazioni che non sono concernenti e non a dei concetti? Non è questa l’origine di illusioni, di tante, che sono ignorate dalla psicologia? Quelle, come la citata, sono le più facili a scalzare, ed è per questo che possiamo iniziare dalle illusioni ottiche.

“La rappresentazione occupa un posto intermedio tra la percezione e il concetto. Essa è il concetto definito, legato ad una precisa percezione, il concetto individualizzato”.
Poiché la rappresentazione è il concetto legato ad una precisa percezione, è solo a questa che io posso associarlo, ogni qualvolta essa cattura i miei sguardi. Se l’unisco ad un’altra, inizio ad allontanarmi dalla realtà. E’ però, per la maggior parte di noi, uno sbaglio assai frequente poiché le rappresentazioni si offrono a frotte nella nostra anima e se, per così dire, ignoriamo la possibilità di un adeguato concetto.
Inoltre non conserviamo soltanto “concetti individualizzati”ma pure concetti ‘congelati’ attraverso cui l’immobilismo si trasmette al nostro pensare.
Per questo è spiegabile la difficoltà che i i ragazzi a scuola provano nel disegnare un qualsiasi triangolo: tutti fanno pressapoco la medesima figura che non è altro che una lieve deformazione del loro squadretto o di ciò che hanno visto nei loro libri, di cui hanno acquisito e posseduto la rappresentazione. Perfettamente scusabili poiché nessuno ha gli ha mai insegnato l’idea generale di triangolo che permetterebbe loro di immaginare uno veramente qualsiasi.

Secondo che una percezione si unisca al suo concetto o alla sua rappresentazione, io ‘conosco’ l’oggetto percepito, oppure lo ‘riconosco’. Posso dargli il suo nome o, con minor eleganza, designarlo genericamente come ‘cosa’. Questo ultimo modo di parlare, sempre più frequente, merita d’essere segnalato: poiché sottolinea l’automatismo dell’unione tra pensiero e percezione che non esige l’intervento attivo del pensiero.
Ricordiamo anche che il nesso ideale tra due oggetti, due fenomeni e, in modo generale tra due percezioni, può non balenare immediatamente: intanto occorre che il nostro pensare sia attivo; la risultante scoperta della relazione concettuale può farsi attendere per molto tempo (com’è avvenuto per la fisica, la medicina, ecc.).

“Non vorrei che mio figlio crescesse.” Se non l’abbiamo detto noi, l’abbiamo ascoltato da altri, preoccupati da comportamenti, per essi inattesi, del proprio figlio. Qual’è il senso di ciò? Quando osservo il bambino o penso a lui, mi ricordo di fatti e avvenimenti passati, principalmente di quelli che hanno scosso il mio affetto, e la percezione che ho attualmente di lui si unisce alle rappresentazioni delle sue attitudini trascorse, ma non al concetto del suo divenire. Non lo vedo com’è veramente: come egli diviene, ma come mi piace immaginarlo.
E’ un caso, tra i più frequenti, in cui il nostro pensiero non elabora concetti ma rimane passivo in quello che, al contrario, richiederebbe una grandissima attività.

Si pieghi in due un foglio di carta al cui centro si siano fatte cadere alcune gocce d’inchiostro. Si ottiene una forma simmetrica, senza una forma netta.
Il test dello psichiatra svizzero Rorschach è costituito da dieci lastre, riproducenti ciascuna una chiazza simmetrica d’inchiostro, nero per le prime sette e policromo per le altre tre.
Si domanda al soggetto di indicare ciò che crede di vedere in ciascuna di esse. Poiché non figurano nulla di preciso, il soggetto unisce alle percezioni le rappresentazioni che in lui sono più vivaci al momento del test e lo psichiatra interpreta le risposte.
Talvolta succede che la persona interrogata non dà alcuna risposta. Allora si conclude che essa è inibita dai suoi complessi. Questa spiegazione non è sempre esatta: potrebbe essere che il soggetto disponga di tale libertà interiore da non essere costretto ad associare la percezione a delle rappresentazioni che sono sostanzialmente estranee.

In verità, nella vita corrente, siamo costantemente sottoposti a questo test, ripetuto nelle più varie forme. E’ così che nei dipinti fondali e nei bassorilievi che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, crediamo di vedere dei ‘motivi’ che il Disegnatore non ha messo. Ciò vale per una folla di fatti e oggetti, anche famigliari. In effetti il mondo intero si offre a noi come un’immenso test di Rorschach.

RASTIGNAC

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