IL "GRUPPO DI UR" E L'ORIENTE : IL PROBLEMA CUI SEMPRE SI SFUGGE

UR copertina

I miei cari amici Savitri e Isidoro, oltre a vessare e cloridricamente irridere il sottoscritto per le sue “melanconiche, dolcissime insonnie notturne”, hanno, eziandio, la impietosa perfidia di inguaiare il povero Hugo, promettendo al “colto e all’inclita” – senza minimamente consultarlo preventivamente, mi par ovvio e giusto – ch’ei avrebbe risposto alle lor domande tutte, proprio tutte, per quanto difficili, insidiose e intricate esse possano essere. È proprio il caso di dire che “da Savitri, Isidoro, e da cotali amici, vi guardi e lo guardi Iddio, ché da’ nemici d’ogni sorta e risma si guarda da solo (e, se gli riesce, vi guarda pure) il povero Hugo”. Ma, bando alle celie, e veniamo alle questioni sollevate da alcuni amici, affezionati lettori del Blog.

Milarepa pone una questione di non poco conto, ossia come vediamo le discipline del Buddhismo Vajrayana, e nella fattispecie quelle esclusivamente meditative. Egli fa poi considerazioni varie e pone alcune domande circa le discipline che dai diversi autori vengono indicate in UR. Altre considerazioni e valutazioni son state fatte da Iagla, da Balin, da Mir 83, da Prologiov, da Marzia, talché conviene dare un’unica risposta estesa a loro ed anche ad altri lettori non scriventi.

Vi sono due punti che il ricercatore spirituale deve avere chiari al massimo grado.

Il primo punto è saper bene chi fa che cosa. Perché non è affatto vero che tutti possano fare tutto: non è affatto vero che gli esseri umani siano tutti uguali, e nemmeno i cercatori dello Spirito lo sono tra di loro. Tra gli animosi cercatori dello Spirito vi sono differenze di comprensione, di forza interiore, di maturità spirituale e morale. Non tutti si possono permettere tutto.

Da questo punto di vista, innumerevoli sono le illusioni che gli umani si fanno a tale proposito. Ed innumerevoli pure le confusioni che essi fanno. Per esempio, un amico – che dopo oltre trent’anni di Scienza dello Spirito dovrebbe avere le idee più chiare – mi scriveva mesi fa  a proposito di discipline orientali da lui conosciute abbastanza tardi e non sistematicamente, che: «Studiando e studiando, le vie dei Sutra, dei Tantra, lo Dzogchen ed altre cose amene, mi accorgo sempre più di una cosa: ma se uno va a guardare fino in fondo, le differenze dottrinali, conoscitive e sapienziali, anche quelle tra le varie scuole e lignaggi, se guardi bene bene: ma che differenza c’è tra la Mahamudra che Tilopa insegnò a Naropa e lo Dzogchen, che pare addirittura sia stato lo stesso Tilopa a sollecitarne la conoscenza e la diffusione? A leggere il Grande Sigillo, o il Tesoro dei Cantici o i Tantra Dzogchen di Indrabhuti o Padmasambhava, mica c’è differenza, né di approccio, né di finalità, e il terzo tempo della concentrazione steineriana-scaligeriana, mi pare la si possa considerare esattamente identica: solo i termini dialettici sono diversi, come lo sono le nostre teste, diverse da quelle di allora. Ma è l’identica cosa!»

E invece no, proprio no, non è affatto l’identica cosa: né come approccio, né come finalità vi è identità con la Via del Pensiero che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno portato per la prima volta al mondo. La differenza c’è e grande, ed è fondamentale, anzi cruciale, sperimentarla. Io provengo dalle Vie dell’Oriente, Vie che ho appassionatamente amato e seguito con ardore e disciplina nella mia adolescenza, sino a quando incontrai Massimo Scaligero. Ho sperimentato sulla mia orsolupesca pellaccia la differenza radicale tra le antichissime e le meno antiche discipline dell’Oriente, e la Scienza dello Spirito, tra la sadhana yoghica, quella buddhista theravada, mahayana, zen e vajrayana, e la Via del Pensiero. Ed anche tra le discipline shivaite e taoiste e l’esperienza del pensare liberato. Ma il cogliere tale radicale differenza è un atto interiore, che dipende dalla forza interiore e dalla maturità spirituale. È un atto interiore, non una convinzione intellettuale o sentimentale, costruita e giustificata dialetticamente con ragionamenti e deduzioni logiche. Ragionamenti e deduzioni logiche, per quanto intelligenti e appropriati, nulla diranno a chi, per mancanza di forza e maturità spirituale, non apra il varco a quell’atto interiore, all’intuizione folgorante che invera in un momento indicibile l’esperienza dell’identità cosciente con l’essere originario del pensare.

Io ho molto amato le Vie dell’Oriente ed ho per esse profonda venerazione. So che esse hanno donato conoscenze e realizzazioni autentiche, ma ciò non vuol dire che tali conoscenze e realizzazioni siano identiche a quanto viene realizzato nella Via del Pensiero. E non vuol dire che tali nobili Vie siano – in quella forma – ancor oggi attuali.

Alla suddetta affermazione, un tantinellino “ecumenica”, del mio amico circa l’essenziale identità, e in qualche modo intercambiabile funzionalità delle varie discipline, che ai suoi occhi apparivano tanto simili, da sembrare identiche, mi trovai costretto a rispondere: « Pare la stessa cosa”, Lei dice Don Ciccillo? Dice un adagio emiliano che “apparire e non essere, è come filare e non tessere”! Non solo non sono la stessa cosa, ma come ‘discipline’ sono addirittura polarmente opposte. Certo che vi è un’affinità nell’espressione dialettica, che appare persuasiva, ma al di là di una tale affinità, i contenuti reali – a mio immodestissimo parere – sono e restano diversi».

Questo desiderio di “ecumenica” unanimità può portare a fatali confusioni. Ad esempio, il mio amico Don Ciccillo di Scurcola Marsicana, sosteneva nello scrivermi che «la percezione cosciente e consapevole della propria Coscienza, del proprio Io immanentemente presente eppure trascendente della Mahamudra, non mi pare dissimile dalla esperienza dell’Io».

Non potei che rispondere a mia volta che, come afferma Massimo Scaligero: «”Non basta che l’Io sia, occorre essere l’Io”. Hai l’esperienza dell’Io? Allora non hai nessun bisogno né di Mahamudra, né di Dzogchen!».

Io non sono affatto contrario a che il libero cercatore tenti le più diverse esperienze spirituali, ed io stesso – sulla mia stessa orsolupesca pellaccia e a mio totale rischio e pericolo, senza coinvolgimenti altrui – ho affrontato le esperienze che ho ritenute necessarie al mio cercare. E, sempre al mio stimatissimo amico dovetti far presente che: «Se è per questo, io ho letto moltissimo, studiato moltissimo, cercato moltissimo, ma UNA sola è l’esperienza radicale che ha retto alle verifiche più spietate». Malgrado le speranzose affermazioni del mio amico scurcolano Don Ciccillo, non si giunge a realizzare l’esperienza dell’Io attraverso la pratica della Mahamudra o dello Atiyoga Dzogchen. Semmai è l’esperienza cosciente – e indipendente da ogni tradizione – dell’Io che permette di realizzare l’esperienza della Mahamudra e del Vajra, non viceversa.

Il simpatico Don Ciccillo scurcolano non era granché daccordissimo con le mie disilludenti affermazioni, e sosteneva che il Buddhismo può donare l’esperienza dell’Io, che: «comunque credo, anzi son certo che il concetto di Anatman nel Buddhismo sia inteso relativamente alla costituzione dell’uomo di allora, al sé contingente che ancora ci portiamo dietro. Se leggi Tilopa, Tilopa parla dell’Io parla all’Io. Il Grande Sigillo, il Tesoro dei Cantici sono veramente un tesoro, anche per noi razionali, occidentali, pensanti cerebrali».

Questa affermazione è rigorosamente una fiaba, perché se c’è una cosa che il Buddhismo ha costantemente combattuto nei suoi 2600 anni di storia, in tutte le sue scuole, è proprio il concetto dell’Io. Porterebbe alquanto lontano dire il perché e il per come di una tale costante negazione, ma non potei rispondere altro che le cose non stavano affatto a come, in speranzosa totale buona fede, se le dipingeva il mio amico scurcolano, e dirgli: «Il Buddhismo è preciso, e non si può fargli dire quel che non dice, e leggervi quello che ci mettiamo noi dentro, giusto o sbagliato che sia. Io non dico che l’esperienza del Buddhismo non sia giusta – io vengo da quella esperienza – ma non si può proprio far dire al Buddhismo quel che questo non dice. Nessun buddhista Theravada, Mahayana o Vajrayana, nessuna Scuola, neppure il Chan cinese o lo Zen giapponese sottoscriverebbe – a ragione o a torto che sia – una affermazione come la tua. Sarebbe come se tu dicessi che su un monte una persona posta, sull’altro lato del monte rispetto a te, vede quello che vedi tu, perché “tanto il monte è lo stesso”. No, non è così. Molta confusione è nata dall’unanimismo approssimativo che molti teosofi, hanno fatto a partire dalla fine dell’Ottocento. Loro, cominciando da Henry Steel Olcott, compassato Presidente della Società Teosofica, pretendevano di sapere meglio degli asceti buddhisti quel che tali asceti pensavano. Io sono estremamente contrario a queste forme di sincretismo esoterico. Uno è libero di seguire – e seguire sino in fondo – una Via rispettabilissima come il Buddhismo, ma è tutta un’altra cosa rispetto alla nostra Via, che è e rimane diversa. Varie vie – ma non tutte – portano a Roma, ma è impossibile percorrerle contemporaneamente, e  anche quelle che portano a Roma non portano alla mèta se vengono percorse in senso contrario!».

Il secondo punto è rendersi conto – con spietata sincerità nei confronti di se stessi – di che cosa spinge il ricercatore spirituale ad accomodarsi la via spirituale, ossia ad adeguarla alle esigenze della natura egoica. Da tale natura egoica nascono e prosperano molte illusioni e confusioni. Le confusioni sono sempre di origine sentimentale e intellettuale. Il più delle volte provengono da una forma, ben comprensibile, di “innamoramento” cui viene data una formulazione intellettuale, servendosi degli strumenti della logica, della dialettica e talvolta di una notevole erudizione. Massimo Scaligero sempre di nuovo ribadiva il fatto che “l’idea di un’esperienza spirituale non è l’esperienza spirituale stessa”. Sicuramente le pratiche buddhiste della consapevolezza del Satipatthana, le discipline del Samatha e del Vipassana, il Samadhi e la Bodhi, ossia tutte le discipline di attenzione, di dominio del mentale e del processo pensante sino alla sua cosciente estinzione, l’esperienza dell’Estasi e dell’Illuminazione folgorante, sono eventi e realizzazioni molto elevate, ma per l’uomo attuale – occidentale, e oramai anche orientale – sono idee, inizialmente unicamente idee, e non realtà. Unica realtà è l’ideare che li immagina. Ma tale ideare è cosciente? Ossia, è cosciente della forza e del momento genetico dell’ideare tali realizzazioni? Tale ideare, il suo tessuto di luce, la sua forza, il suo folgorante momento intemporale, sono ben più importanti delle ideate, e spesso sentimentalmente mitizzate, “esperienze” e “realizzazioni” mistiche e magiche, orientali e occidentali, antiche e moderne.

Di fronte all’indicazione della Via del Pensiero – mostrata nella sua scarna e spartana asciuttezza – molti rimangono delusi, perché sentono sgonfiarsi l’enfasi mistico-sentimentale, o la galvanizzazione mitico-eroica, che non è la realtà delle antiche Vie, bensì la loro irreale rappresentazione psichica, e non spirituale, generata da un pensare sognante, idolatricamente sentimentale e istintivo. Lo stesso problema si pone, oggi, a coloro che accostano le dottrine e le discipline esposte nei fascicoli della rivista UR, che Massimo Scaligero volle venisse ripubblicata.

Mir 83 chiede il perché delle resistenze alla ripubblicazione dei tre volumi, fedeli all’edizione degli Anni Venti: «Non capisco, se il fatto di smettere di pubblicare, anche dopo la decisione di Scaligero di ripubblicare la versione del 27, sia da imputare a “resistenze” insite nella città eterna oppure addirittura a livello nazionale; tanto da non interessare nessuna casa editrice della penisola. Non posso conoscere gli eventi per ragioni anagrafiche e spazio temporali ovviamente, ma il tutto mi sa tanto di blocco volontariamente messo in atto da chi considerava in un certo modo scomodo il lavoro effettuato illo tempore dal Gruppo di UR, anche perché non c’è motivo alcuno di diffondere grandi quantità di copie dichiaratamente rivisitate e modificate se non per altri scopi che vanno ben al di la dello scopo puramente editoriale di diffusione TALE E QUALE dei documenti».

Le “resistenze” alla ripubblicazione dei tre volumi di UR,  voluta da Massimo Scaligero, non sono tanto a livello nazionale – ove, anzi, molti cercatori spirituali sarebbero grati di potere rileggere quei testi introvabili –  semmai,  nella Città Eterna, sulla collina sacra al Dio Giano, vi è chi non ritiene auspicabile che i contenuti di UR vengano diffusi e conosciuti, e ancor meno praticati, ed ha esplicitamente dichiarata la sua intenzione di non ripubblicar giammai i tre preziosi volumi. Del resto non si ritiene auspicabile neppure  diffondere e ripubblicare TALE E QUALE l’Opera stessa di Massimo Scaligero, reputando che la Via in essa Opera indicata  – suis ipsissimis verbis relatum – sia una “via incompleta e superata”, e che le discipline di Concentrazione e di Meditazione in essa consigliate, da coltivarsi individualmente e fraternamente insieme, siano “pericolose” per l’«anima».

Venendo alle discipline di UR, occorre dire che esse hanno origini diverse, e che vennero indicate da personalità che seguivano sentieri spirituali diversi. Alcune di quelle discipline sono descritte in maniera indubbiamente fascinosa, e promettono molto al ricercatore spirituale. Ma, come nel caso delle discipline orientali, occorre ricordare – affinché la sadhana sia autentica e non illusoria – che non può essere saltato il momento ideante di quelle discipline. In Kundalini d’Occidente, Massimo Scaligero avverte che chi si dedica a discipline orientali o occidentali di tempi trascorsi, ha tanta possibilità di trarre da quelle discipline un contenuto vivente, e di giovarsene, per quanta liberazione del pensare dal supporto corporeo egli abbia concretamente conseguito.

Non può dunque, essere saltata la disciplina della liberazione del pensiero. E questa – checché ne dicano i romantici innamorati di un Oriente di maniera – è una disciplina ignota ad un Oriente, che ancora non ne aveva bisogno. Tale Oriente usava un luminoso e magico imaginare, ma non ne conosceva ancora la segreta virtù: la coscienza della informale forza imaginante. Ne accoglieva nell’astrale la luce da una sfera superumana, ma a quella sfera superumana originaria non poteva ancora accedere. Per cui quelle Vie erano ancora vie mistiche, che accoglievano il contenuto sacrale  da una ignota sfera trascendente. Quel contenuto sacrale – per quanto inverosimile ciò appaia ai “tradizionalisti” sognanti una irreale rappresentazione di un mondo trascorso – è presente nell’arido e apsichico atto del pensare puro. Nel pensare puro, coscientemente e intensamente voluto, è presente il potere nirvanico e atmico, che l’antico asceta accoglieva da una sfera trascendente.

Per questo l’atto del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, coscientemente voluto, è il meno accetto all’ego, il più faticoso, il meno fascinoso e gradevole. Massimo Scaligero ammoniva che non sono discipline particolari, od esercizi “speciali” ad aprire il varco all’esperienza sovrasensibile, bensì è l’esercizio che esige da noi il massimo della forza, l’esercizio per noi più difficile e faticoso, l’esercizio che permette al praticante di sviluppare il massimo della forza della volontà cosciente quello che porta alla concreta esperienza spirituale. Un tale esercizio è la Concentrazione. Il resto viene dopo: a condizione che la Concentrazione sia costantemente praticata con dedizione fedele, con stato interiore fervido, sacrale. Perché essa è l’azione più elevata che un essere umano può compiere sulla Terra, l’azione più radicale, coraggiosa ed efficace: quella più rivoluzionaria e trasmutatrice della tenebra terrestre.

Nell’incontro che ebbi con Massimo Scaligero, ebbi subito chiaro che se volevo realizzare samatha e vipassana, calma profonda e visione penetrante, dovevo passare attraverso la Concentrazione; se volevo realizzare prajna e karuna, sapienza trascendente e compassione, dovevo passare attraverso la liberazione del pensiero, attraverso la Concentrazione, e non viceversa. Se le discipline orientali, o certe discipline di UR appaiono più facili da praticare e più gratificanti, è proprio allora che vi è la necessità di una intensa, fervida e costante pratica della Via del Pensiero. Anche una disciplina come la “prattica dell’estasi filosofica”, indicata in UR,  oggi passa necessariamente per la pratica della Concentrazione, la quale soltanto porta alla liberazione dai vincoli somatici, dal supporto del sistema nervoso, e al Silenzio. Deve essere l’Io a praticare l’Ascesi Solare, non il corpo astrale, ossia la natura egoica. Nella estraformale forza-pensiero che volitivamente pensa nella Concentrazione vi è tutto quello che sentimentalmente, istintivamente, idolatricamente, molti spiritualisti vanno affannosamente cercando nelle asana e nel pranayama, nei mantram e negli yantra, nei sutra, negli agama, nei tantra, nei simboli, nelle sciarpe ricamate delle iniziazioni massoniche e martiniste, nei riti della magia cerimoniale, nelle “catene” sufiche e persino nello sciamanesimo degli Indiani Lakota del lontano Montana, nelle pratiche devozionali di tutte le confessioni religiose. Cercano lo spirituale in ogni possibile oggetto di pensiero, ma non nella forza-pensiero con la quale pensano così tante belle cose. Si può dire che tutti – quasi tutti – temono ed evitano, con abile codardia, di diventarne consapevoli.

La Filosofia della Libertà e il Trattato del Pensiero Vivente sono l’autentico Rituale magico della resurrezione del Pensiero-Folgore: l’Iniziazione autentica.

7 pensieri su “IL "GRUPPO DI UR" E L'ORIENTE : IL PROBLEMA CUI SEMPRE SI SFUGGE

  1. Rispondendo solo con un “grazie” parrebbe che la risposta non mi ha colpito particolarmente o che non l’ho apprezzata o che non mi ha dato particolare giovamento, quindi sento di dover dire qualcosa, sebbene mi sia difficile la sintesi… mi concentro quindi solo su un pensiero.

    Nella mia giovine e soggettivissima esperienza noto che le sadhane, praticando la via rosicruciana, acquistano vita, quasi un “fuoco di lampada” le illuminasse… non sto a dire che mezz’ore di shinè mi sono inutili paragonate a cinque minuti di concentrazione solare. Questo per dire che pensieri come “samatha e vipassana passano per la concentrazione” mi trovano pienamente d’accordo… è forse proprio questa “forza redentrice” che investe tutto (anche pratiche antiche) la prova che questa Via è giusta; per l’occidentale almeno.

    Chiudo affermando che se un esercizio in apparenza semplice risulta faticoso dovrebbe essere praticato quasi a prescindere… per principio ecco.

    Grazie.

  2. Bravo Milarepa!
    Per principio e pure per un po’di logica ESTREMA: non v’è spiegazione ragionevole all’accanimento costante e continuo espresso contro questa disciplina, che è di base, che è, a suo modo, semplice e facilmente riconoscibile come necessaria. Se poi ad essa si oppone la mala pianta di un banale sentimentalismo, in realtà del tutto estraneo all’esoterismo di qualsiasi tempo e che non esistette neppure nel robusto misticismo dei secoli passati, non è impossibile intuire un ampio attacco contro l’umana capacità di afferrarsi allo Spirito.
    Del resto pure ciò ha la sua logica: Steiner e Scaligero non hanno mantenuto il “segreto” per pochi qualificati: lo hanno manifestato per chiunque…e la reazione è stata, e lo è ancora, (comprensibilmente) assai profonda.
    Così, alla fin fine, come è sempre stato, succede che “il segreto si difenda da sé” seppure con caratteri esteriori diversi da quelli tradizionali.
    Poi le chiacchiere dell’uno e dell’altro sono solo ronzio di mosche o anche meno.

  3. Ascoltando queste e altre parole di Hugo, (…e altre volte quelle di Isidoro), mi convincono sempre di più che ho fatto bene a buttare via tutto il resto dei discorsi … dei 5000 libri che ho qui , oramai da 3 anni a questa parte punto solo su quelli di Scaligero (…28 titoli). Certo, per altre esigenze ordinarie, leggo anche altre cose (ma ogni giorno di meno). Del resto (…ahimè)sono arrivato molto tardi (a 46 anni) a conoscere questa via, e allora sento che non posso più perdere tempo…e allora GRAZIE!

  4. In altre parole, quando noi poniamo l’attenzione al pensare, quando cerchiamo di percepire IL PENSARE come attività, normalmente arriviamo a percepire soltanto ciò che è già diventato dato di percezione, il pensato, il prodotto del pensare. Il pensare, in quanto attività attuale, non può essere esercitata e contemporaneamente percepita, perché la coscienza è rivolta al prodotto.
    Però l’uomo che anela allo spirito, VUOLE arrivare a cogliere e a sperimentare coscientemente l’atto più creativo e libero che la vita gli consente di vivere.
    Nel pensare si accende la Luce più alta, il premio più ambito dall’anima, ma anche il più difficile da raggiungere!
    Ed ecco che i Maestri, Steiner e Scaligero, danno all’uomo un espediente per aiutarlo a raggiungere tale scopo: la concentrazione. In questo “incatenare” l’attenzione ai pensieri relativi l’oggetto prescelto, in questo esercizio continuo, in questa tensione a sollevare il velo, c’è la possibilità che l’Io si svegli a se stesso proprio grazie alla sua attività più spirituale, perché.. l’Io vive nel pensare….con tutto quel che ne consegue!
    Caro Hugo, grazie per i tuoi sforzi di tendere la mano e anche di più, a chi ha intrapreso il cammino. Siamo tutti per strada….

  5. Visto che stiamo parlando di cose “tecniche” volevo domandare:
    Quanto può incidere il vissuto di ognuno nel progredire interiore?
    Ci può essere un punto di incontro tra i fatti della vita di ognuno di noi e il lavoro interiore tale per cui ci si può lavorare sopra con tecniche e/o esercizi “risolutivi” della componente umbratile dell’esistenza?
    In poche parole, il vissuto di ogni cercatore può essergli d’aiuto come punto di partenza o come segno, oppure gli è d’intralcio, come fosse un elemento di distrazione, ed è meglio che lo tenga da parte?
    Lo dico perchè al di la di tutto il resto i veri dati inconfutabili che abbiamo sono
    – il nostro io,
    – il nostro ego,
    – il nostro destino
    – la rappresentazione assunta dal nostro destino come esistenza quotidiana

    Su questi elementi sono chiamati a lavorare tutti, che abbiano sposato o meno una dottrina particolare o abbiano o meno avuto accesso a conoscenze particolari
    Intendiamoci!
    Quando dico questo, non mi riferisco a strani collegamenti logici da realismo primitivo

Lascia un commento