VEGLIA E SONNO. LA VIA SPIRITUALE E I SENTIERI ERRANTI DELL'ANIMA

Michae e Arcobaleno

Regnum celorum vïolenza pate.

Dante, Par. XX, 94.

La condizione di coscienza dell’essere umano nella vita ordinaria è una condizione veramente contraddittoria. È una condizione contraddittoria perché egli dorme là dove dovrebbe essere sveglio ed è sveglio là dove invece egli dovrebbe essere capace di sonno profondissimo.

Ma quale è questa contraddittoria condizione umana? Egli non è mai, o lo è ben raramente, attivamente, ossia realmente, attivo, ossia egli non è – come sarebbe logico, normale e giusto che fosse – il soggetto attivo che autonomamente e liberamente agisce, bensì è passivamente attivo. L’uomo è agitato, viene continuamente agitato: egli è continuamente attivo, ma non lui è il soggetto attivamente  agente, ossia egli viene agito nell’anima da un altro essere ch’egli non è. Nella sua passività egli viene agito da un entità antispirituale a lui straniera, aliena, per cui egli viene alienato alla propria autentica essenza, e scambia per autonoma spontaneità quel che in lui viene agito dall’«esterno».

«È la condizione in cui l’Io semidormente deve scambiare per propria azione ciò che gli viene posto dalla natura, essendo questa supporto della coscienza di veglia. Sogna di agire e non si avvede di dare l’assenso della sua relativa coscienza a ciò che agisce per lui. Moto semispento dell’Io che, tuttavia, tende alla sua riaccensione pura: impegna la coscienza sino a che, attraverso la contraddizione insita nel suo essere forma del non-essere, essa decida farsi forma del proprio essere».

Così Massimo Scaligero, nel suo Trattato del Pensiero Vivente, Cap. 10, Tilopa, Roma 1979, p. 31.

L’anima è illegittimamente sveglia, ma lo Spirito dorme. L’anima agitata  – continuamente mossa dall’ente antispirituale esterno   – è anche troppo sveglia, ma lo è a prezzo della paralisi e del sonno dell’Io, dello Spirito, ossia del Soggetto vero. Infatti, Massimo Scaligero così mette in evidenza la condizione del passivo e trasognato pensiero riflesso:

«Il pensiero astratto, che è l’ordinario, non è il pensiero in cui l’Io può pensare, ma ciò che condiziona l’Io secondo la riflessità mediata dalla natura corporea. Non l’Io pensa il pensiero, ma l’anima legata alla corporeità: la quale vuole se stessa attraverso l’anima, per il fatto che può divenire pensiero: invertendo il senso radicale della vita dell’uomo. È l’inevitabile passività del pensiero che normalmente viene pensato in quanto tagliato fuori dalla incorporea corrente di vita da cui nasce, perciò contraddicente la propria natura spirituale». M.S., Ibidem, p. 31.

E aggiunge, nel successivo capitolo undicesimo, parole esplicite:

«Anche nel pensare logicamente articolato e più razionalmente consapevole, l’Io in realtà non va oltre uno stato di sogno, in quanto non esprime il proprio essere, bensì ciò che di esso viene riflesso dallo strumento fisico del pensiero e dalla correlativa condizione della coscienza. Condizione analoga a quella del sogno, che è mondo estrasensibile riflesso dalla corporeità, e perciò immediatamente tradotto nel simbolismo tratto dall’esperienza sensibile.

Nella coscienza di veglia non si è veramente désti, ma si ha il principio dell’essere désti: le immagini sono suscitate non da uno sperimentare sovrasensibile, come nel sogno, che la coscienza ordinaria non può seguire direttamente, ma da un’esperienza sensibile che la coscienza può seguire per il fatto che è coscienza di tale livello. Si può dire che nello stato di veglia il sognare coincide con lo sperimentare sensibile della coscienza.

In realtà, l’Io sogna il suo stato di veglia e lo sognerà finché il pensiero cosciente non si avvivi della incorporea corrente di vita che gli da modo di essere pensiero: vivendo il proprio essere, non alienandosi nel proprio riflesso: non facendo di una immagine sognante il mondo, bensì realizzando lo stato di veglia verace: il livello dell’Io, a cui di continuo si appella.

L’Io può suscitare nel pensiero il proprio superiore stato di veglia, se consciamente riconosce nel pensiero fluente l’essere del mondo, in cui ogni volta l’intuire predialettico diviene risveglio del suo potere originario». M.S., Ibidem, pp. 34-35.

Infine, nel capitolo tredicesimo del Trattato, Massimo Scaligero, dipinge senza infingimenti questa contraddittoria condizione dell’assottigliata e poco consapevole coscienza umana:

«Nel pensiero riflesso, nel pensiero che non si manifesta come forma di sé, ma solo come forma di un «contenuto», che sembra darsi e simultaneamente chiudersi nella sua alterità, l’Io è semplicemente sognante. Nel pensare riflesso, in effetto manca il soggetto pensante, essendo esso stesso riflesso, ossia meramente pensato, come tutto ciò che, in quanto pensato, non è: riportato perciò al sentire corporeo. Di cui, tuttavia, anche quando non si avverte, si sa mediante pensiero.

In sostanza, pensando l’apparire minerale, si pensa qualcosa che già come immagine del mondo è tessuto di pensiero: assorbito in un’oggettività che si crede avere, ma non si ha, perché si ha come appare: riflesso di un riflesso. Onde ciò di cui è duplicemente riflesso, è ignorato. È ignorato il Logos del mondo, la vita radicale del pensiero e di ogni ente.

Perciò si pensa il nulla: che, soltanto dopo la morte, si vedrà come il nulla, che si è creduto di percepire, che si è pensato e per cui si è gioito e sofferto. Ma è il pensare il gioire e il soffrire attraverso cui l’Io comincia, sia pure ottusamente, a operare». M.S., Ibidem, p. 39.

Unica terapia a questa contraddittoria e patologica condizione della coscienza umana è la Concentrazione. Perché nella Concentrazione viene intensificato il momento volitivo della genesi per pensiero. Indipendentemente dalla suggestione della potente percezione sensibile, il pensare nella Concentrazione viene così volitivamente intensificato nel suo momento produttivo, cosicché nell’univoca attenzione pensante si accende la coscienza del momento genetico del pensare e si attenua progressivamente il risuonare della sfera sensibile: il soggetto pensante – in un’attiva dis-trazione – giunge a svellersi da quel risuonare essa e a completamente spegnerlo, come nel sonno profondo.

Nella Concentrazione, che si intensifica progressivamente sino a realizzarsi come Contemplazione della fluente forza pensiero, si realizza una condizione che per la coscienza è invero positivamente paradossale. Mentre nella usuale coscienza dell’uomo ordinario si è passivamente attivi, ossia si viene agiti – alienati, ossia resi diversi e stranieri rispetto alla nostra propria essenza – dall’azione di entità antispirituali, operanti contro la possibilità di autocoscienza e di libertà dell’uomo, nella Concentrazione e nella Contemplazione pensante si giunge ad essere attivamente passivi: l’attiva forza dell’Io nel suo progressivo intensificarsi riesce a rendere immobile, inattiva, progressivamente passiva, la percezione sensoria, mentre l’autocoscienza – la percezione di sé dell’Io, diviene sempre più dinamicamente attiva. E sveglia.

Dunque la coscienza ordinaria, passivamente attiva, è sveglia per la coscienza sensibile e dorme per quella spirituale, mentre la coscienza superiore, conquistata mediante Concentrazione, Meditazione, Contemplazione, è sveglia – sempre più sveglia – per la coscienza spirituale, ed ha la forza attiva di rendere inattiva, passivamente dormiente l’usuale coscienza sensibile.

Si potrebbe dire, in estrema sintesi, che la Via è avere la forza di attivamente dormire senza dormire, e altrettanto attivamente morire senza morire.

Per questo è inevitabile passare attraverso la Via del Pensiero, perché essa è l’unica Via nella quale lo Spirito agisce su se stesso con mezzi attivamente spirituali, e non ci si illude che si possano oggi realizzare mutamenti o risvegli spirituali mediante operazioni corporee (asana, pranayama dello hathayoga, uso di droghe o “acque corrosive”, etc.) o addirittura mediante un uso magico del sesso (sia nelle forme orientali tradizionali tantriche indiane del dakshinachara e del vamachara, sia nelle forme taoiste, sia nelle attuali degenerazioni occidentali crowleyane e simili o nelle forme dello pseudotaoismo arimanizzato come in Mantak Chia, che tanto piace ad europei e americani alla ricerca di nuove ed esotiche vie facili alla potenza e all’impune soddisfacimento della brama erotica).  Più sottilmente insidiosa – e talvolta in molti essa si dimostra ancor più lividamente avversa alla Via del Pensiero – è, invece, l’illusione che si possa agire con l’anima sull’anima per ottenere autentiche realizzazioni spirituali. In tal modo – agendo in maniera passivamente attiva con l’anima sull’anima – si giunge a generare «emozioni» più o meno forti (che poi è quello che molti vanno cercando nella ricerca sedicente spirituale): emozioni che, ripetute, vengono emulsionate, o “saponificate” (per dirla col gergo tecnico dei chimici), sino a che “montando” come la panna, esse arrivano a invadere tutta l’anima e a diventare non di rado ingovernabili. E altrettanto non di rado possono sfociare in forme di visionarismo medianico, in istintività più o meno travolgenti e sfaldate, come molte volte – troppe volte – ho avuto modo di constatare direttamente.

Né l’operare mediante forze corporee, né l’operare mediante forze animiche sono autentica azione spirituale, perché comunque in tale stato di passiva attività si viene agiti da entità spirituali estranee, non conosciute, ostili all’autocoscienza e alla libertà dell’Io nell’uomo. Il pensare è l’unica forza che superi i limiti soggettivi dell’anima, e il volere nel pensare è l’unica forma di volontà veramente cosciente e libera.

L’anima è ammalata di soggettività, e il dramma è ch’essa è patologicamente innamorata di questa sua intossicazione, che la esalta e la deprime, la eccita e la usura nella ricerca sentimentale di una sognata e in tale maniera irraggiungibile felicità o nel tentativo di appagamento della propria animale istintività. Il tutto manifestantesi nelle più diverse forme: da quelle più esplicitamente volgari, a quelle intellettuali e sentimentali, e persino mistiche e devozionali. Il limite è sempre il medesimo: la condizione di acuta soggettività dell’anima, e l’innamoramento dell’anima nei confronti delle proprie catene, della propria prigione. Sino al punto di temere e odiare la liberazione. Sino al punto di temere e avversare la Concentrazione.

Lo ha rilevato anche Isidoro in una sua recente risposta a Milarepa :

«Per principio e pure per un po’di logica ESTREMA: non v’è spiegazione ragionevole all’accanimento costante e continuo espresso contro questa disciplina, che è di base, che è, a suo modo, semplice e facilmente riconoscibile come necessaria. Se poi ad essa si oppone la mala pianta di un banale sentimentalismo, in realtà del tutto estraneo all’esoterismo di qualsiasi tempo e che non esistette neppure nel robusto misticismo dei secoli passati, non è impossibile intuire un ampio attacco contro l’umana capacità di afferrarsi allo Spirito».

Ma l’anima ammalata di soggettività non trova l’accesso al Mondo Spirituale: ne viene impedita o severamente respinta. Normalmente, soprattutto nelle comunità spirituali che non pongono al centro l’assoluta necessità della liberazione del pensare dalla condizione di tramortita riflessità, che lo incatena al sistema nervoso e ai sensi, ci si fanno le più rosee illusioni in proposito. Il sentimentalismo e il più sfaldato misticismo – che nulla ha a che vedere con l’eroica e sapiente Mistica di secoli fa – si accompagna ad una fiacchezza della volontà, ed è portato a giustificare con molti pensieri, apertamente o larvatamente, questo punto di vista umano-troppo umano, per dirla alla Nietzsche. A tale proposito, le parole di Massimo Scaligero sono estremamente severe e non lasciano spazio ad equivoci di sorta:

«Il punto di vista umano che domina l’umano è la barriera effettiva tra umano e Superumano. L’a-umano è in effetto la caratteristica delle Entità Spirituali, o delle Gerarchie: l’assoluta impersonalità: una condizione umanamente inconcepibile, che può essere presentita soltanto mediante intensità interiore dell’anima, sino al limite  di impressioni di
estatica beatitudine, o di vuoto, o di spavento. Tutto ciò che nell’anima umana si svolge come gioia o emozione dello Spirituale, è per solito un arrangiamento personale, praticamente utile, ma irrelato almeno immediatamente, allo Spirituale. Le forze originarie del pensare, del sentire e del volere, che scendono come impulsi cosmici dalle Gerarchie, nella loro sostanza sono assolutamente impersonali: divengono un fatto personale nell’uomo. Divengono una maya. […]

L’ uomo crede erroneamente che lo Spirituale sia quello che egli si aggiusta dentro di sé: ma proprio questo spirituale arrangiato nella psiche, deve sparire, se al suo luogo deve esserci autentico contenuto spirituale: se vuole che il reale Sovrasensibile penetri nell’anima. Ma a ciò il veicolo attuale dell’uomo è la  l i b e r t à. Un energico sforzo di liberazione dell’Io dall’antica anima senziente-razionale, mediante l’ascesi del pensiero, è richiesto all’iniziato moderno. […]

Normalmente l’anima si difende dallo Spirituale, ma può accedere ad esso mediante discipline di concentrazione e di meditazione, ove conosca il reale còmpito di queste, che è proteggerla dalla travolgente impersonalità, propria alla forza autentica dello Spirito. […] L’asceta moderno può accedere all’esperienza dell’Impersonale spirituale, direttamente, vivificando e rettificando, mediante il potere del pensiero liberato, cioè reso non dialettico, l’elemento p e r s o n a l e. L’io, non l’anima, si deve aprire al Divino. L’Io deve essere rafforzato al punto che nella sua forza  si manifesti il Principio trascendente. Per un eccesso volitivo di sé, suscitato mediante la pura forza-pensiero, l’elemento personale consegue il proprio trascendimento. Ogni fuoriuscita dal limite personale, che non si verifichi grazie a un tale rafforzamento, è inevitabilmente un fatto medianico, quale che sia la dignificazione esoterica di cui si rivesta».

M.S., Reincarnazione e Karma, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976, pp. 66-68.

Le parole di Massimo Scaligero più chiare non potrebbero essere, e in verità sono un energico rimedio terapeutico nei confronti di tutti gli sfaldamenti mistici e sentimentali, che emulsionando crescono sempre più allorché in una comunità spirituale vanno liquefacendosi e sfrangiandosi la tensione spirituale, la coscienza della mèta e la consacrazione della volontà. Sono parole energicamente disilludenti per quel misticismo sentimentale di quanti – temendo la travolgenza dell’esperienza spirituale autentica e la sua impersonalità – si arrangia una più umana e comoda «via dell’anima» e, distorcendo e mutilando le parole di Massimo Scaligero, tacciano calunniosamente di «via del sublime egoismo» quell’aurea Via del Pensiero, che non hanno la forza e il coraggio di percorrere. Per rincarare ulteriormente la somministrazione delle dosi nella cura d’urto nei confronti della soggettività dell’anima, che Massimo Scaligero ha donato al pavido, sentimentale, istintivo e accidioso uomo attuale, riportiamo un piccolo florilegio di sue citazioni particolarmente eloquenti:

«Come si è mostrato nel capitolo precedente, l’accordo tra il pensiero e la volontà dischiude all’Io la via del cuore: il flusso della corrente del cuore risponde alla discesa dell’Io, con un potere rinnovellato del sentire normalmente assoggettato all’ego: il potere della beatitudine, mediante il quale l’anima non abbandona il livello per il quale è immersa nel sonno, o nella calma profonda, ma dona questa all’Io come veicolo del suo estrinsecarsi nel mondo. L’io realizza come sua veglia superiore il sonno di luce dell’anima, che sorge come beatitudine. La luce si desta nella tenebra: è l’aurora dell’anima».

M. S., Meditazione e Miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 131.

«Perché l’Io possa operare nell’anima, questa deve essere portata alla «immobilità» metafisica, deve cessare di agire sentendo se stessa. Deve rientrare nel sonno profondo, per essere desta solo là dove l’Io si unisce ad essa. La vita può essere vissuta nella sua pienezza in quanto esperienza dell’Io, e perciò come espressione delle forze possenti che si destano nell’anima, fluendo dal Logos. La brama di vita di solito paralizza questa possibilità: la gioia che essa comporta è effimera, cela il disinganno e il dolore». M.S., Ibidem, pp. 131-132.

«La saggezza che l’anima deve acquisire mediante le discipline, è non prendere alcuna iniziativa, ma lasciarla all’Io. È l’Io che deve, portando l’anima a non sentire se stessa, così come l’occhio non sente se stesso onde sia possibile il vedere. Siamo ormai entrati nel tempo in cui non l’anima può aprire il varco al Logos, ma l’Io. Che equivale a dire: la parte dell’Io che opera nell’anima e s’identifica con la funzione senziente e razionale di essa, deve aprirsi alla propria entità superiore, all’Io spirituale: deve volersi secondo il proprio essere superiore nell’anima. Allora si ridesta nell’anima la beatitudine delle origini: entra in azione la Vergine Sophia. Destandosi dal sonno millenario. Essa soltanto, unendosi all’Io spirituale, può dargli modo di penetrare e di trasformare l’umano. Dal connubio, Io-Vergine Sophia, nasce immediato il potere del miracolo, la serie dei miracoli, di cui necèssita il mondo. Un simile connubio si può riconoscere come il contenuto occulto del Graal». M.S., Ibidem, pp. 134-135.

«Solo con il Logos l’anima può essere desta. Prima dell’azione del Logos, prima del discendere del fuoco dell’Io, l’anima dovrebbe cooperare all’opera dell’Io permanendo in stato di sonno, vietandosi di essere sveglia. Sveglia deve essere soltanto la zona in cui l’Io già incontra la luce dell’anima. In realtà, ogni movimento del corpo astrale che l’uomo subisce nella quotidiana esperienza, sotto forma di sentimento, emozione, istinto, fatto psichico, è patologico, in quanto esprime l’attività del corpo astrale, priva della centralità dell’Io. Soltanto la presenza dell’Io dovrebbe destare l’attività del corpo astrale, che ogni volta dovrebbe rientrare nel suo stato d’incoscienza, o di sonno, per essere veicolo della cosmica azione dell’Io nell’anima. L’uomo è calmo, positivamente cosciente, quando il suo corpo astrale non si fa sentire. Il corpo astrale opera secondo la saggezza che gli è innata, se viene portato alla calma della sua metafisica incoscienza: la calma è il suo tessuto segreto, ma la sua sostanza essenziale è amore. Perché questo amore si esprima, deve passare per la calma profonda, la pace essenziale: ma il potere di tale amore e di tale calma esige che il corpo astrale non senta se stesso, non operi invece dell’Io, non sia desto in luogo dell’Io, ma agisca dal riposo della sua incoscienza: così da lasciare all’Io il compito di destarlo ogni volta secondo la richiesta dello Spirito.

L’amore ordinario, il sentire affettivo, sono un continuo surrogato dell’essenziale amore, dell’essenziale sentire, in quanto l’astrale, illegittimamente desto, ossia desto non secondo l’Io, sente se stesso, credendo di sentire il mondo: in realtà si oppone allo Spirito. Il sonno del corpo astrale risponde ad una forma superiore di coscienza. Solo chi nel pensiero supera l’anima razionale, può gioire della trascendente coscienza del corpo astrale, rispondente al livello del sonno: può conoscere la mirabile calma del corpo astrale la calma difficilmente concepibile secondo misura umana. È la perfetta equanimità, di cui si è detto nelle pagine precedenti, a proposito della superiore esperienza del Logos, onde il Logos viene riconosciuto determinante, dall’essenza, la vita di ogni ente, o cosa, o evento. L’eco di un’antica esperienza «spontanea» di tale calma si può ritrovare nei testi taoisti – dove peraltro il Tao è continuamente intuito come essenza di ogni ente e di ogni universo – e negli insegnamenti del Buddhismo Zen. Tali insegnamenti non sono più metodologicamente validi per l’asceta moderno, che tuttavia può giovarsi di essi come temi d meditazione. L’asceta moderno, ove consegua la liberazione del pensiero e ascenda alla sua luce vivente, non solo realizza in sé tutto ciò che è contenuto in quegli insegnamenti,  ma soprattutto il principio Logos individuale, decisivo per la reintegrazione umana, al quale quelli non potevano far riferimento». M.S., Ibidem, pp. 136-137.

E questo fia suggel ch’ ogni uomo sganni.

Dante Alighieri, Inf., XIX, 20.

Un pensiero su “VEGLIA E SONNO. LA VIA SPIRITUALE E I SENTIERI ERRANTI DELL'ANIMA

  1. Sinceramente grazie, caro vecchiaccio!
    E’ rigenerante, almeno per me, ri-conoscere le declinazioni del tema nobilissimo.

    Una osservazione: ma credi davvero che sulla Via ci sia qualcuno così cretino da tentare d’estrarre sangue vero dalle rape? Forse che per “via dell’anima” ci sia stato l’uso di un senso inafferrabile (circa come il significato occulto della “Vispa Teresa”). Del resto, sai come si comportano i seguaci di Tertulliano: CREDO perché ASSURDO.
    Cielo, come sono dolci: bignè alla crema! :)

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