IL CONTADINO DI JASNAJA POLIANA

Tolstoj_boelgakov

(V. Bulgakov e L. Tolstoj – 1910)

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La storia del conte Lev Tolstoj non può certo venir raccontata e racchiusa in poche pagine, perché la sua anima ha i confini della Grande Madre Russia. Fu scrittore, inventore di “destini”, filosofo rivoluzionario, ma forse anche un nevrotico e un visionario di razza tutta speciale, come solo poteva essere un aristocratico russo del suo tempo.

Il grande amore per il popolo russo, il prodigarsi per alleviare la sua miseria e la sua sofferenza, fanno di quest’uomo una icona da ammirare, ma anche un’anima dalle mille sfaccettature che porta in sé bagliori di un’epoca futura.

Vorrei oggi riportare un episodio inedito della sua vita, riferito a Stoccarda nel 1930 nel corso di una convegno sul grande scrittore, che racconta e illumina la qualità della sua ricerca.

Era giunto a Stoccarda da Parigi il professor Bulgakov, invitato a parlare del “grande vecchio di Jasnaja Poliana”. Venne presentato, con una certa magniloquenza, come amico dello scrittore, ma lui si scher dicendo che i grandi come Tolstoj non hanno amici come lui; egli era semplicemente il suo segretario.

Questa introduzione, pronunciata con uno spiccato accento russo, incuriosì l’uditorio e l’oratore iniziò a parlare dell’infanzia di Tolstoj.
Disse che da ragazzo egli giocava con i suoi fratelli ed era particolarmente legato a Kolia.
Un giorno i bambini stavano sulla collina, alla quale avevano dato il nome fantasioso di “
colle fanfaronico”, quando d’un tratto Kolia disse: “Zitti, ascoltate, ho udito qualcosa.” “Che cosa?” chiesero gli altri. “Sì, qua sotto, in fondo, c’è una bacchetta di cristallo verde sulla quale stanno scritte tre parole…..a chi è capace di udire queste parole si aprono i segreti dell’universo.”
I bambini si misero in ascolto, ma non riuscirono a sentire nulla. Rimasero però fortemente impressionati e si proposero,
nel corso della vita, di scoprire quelle tre parole.
In seguito i fratelli si dispersero e
Tolstoj perse di vista Kolia.

Ma quando questi si ammalò di tisi, Lev lo raggiunse nella Francia meridionale per essergli vicino negli ultimi giorni di vita. L’antico legame che li univa da bambini si riaccese e quando il fratello chiuse gli occhi, a Tolstoj balenò alla mente con una specie di subitaneo sgomento la domanda……!

Egli aveva dimenticato di chiedere al fratello la spiegazione di ciò che, fin dagli anni giovanili, aveva silenziosamente occupato i suoi pensieri: che cosa c’era scritto su quella bacchetta verde? Il fratello adesso era morto portandosi dietro nell’eternità le parole misteriose….

Molti anni dopo, ormai vecchio, il “contadino eretico di Jasnaja Poliana” come molti lo chiamavano, era divenuto sempre più solitario.
“Un giorno – prosegue Bulgakov – la gente era riunita nella sala di soggiorno di Jasnaja Poliana, quando entrò Tolstoj con i begli occhi scintillanti come se gli fosse accaduto qualcosa di grandioso.
“Sapete che cosa ho scoperto? Sapete che cosa s
o?”

E poiché tutti tacevano pieni di aspettativa, disse finalmente:“Ora so cosa c’era scritto sulla bacchetta verde! Che io non lo avessi mai supposto prima! Sono le tre parole che Giovanni, vecchio e debole, ormai quasi incapace di parlare, ripeteva continuamente a Patmos: “Figlioletti, amatevi vicendevolmente”.

Le persone che lo osservavano in quel momento erano illuminate dai suoi occhi seri e chiari davanti ai quali nessuno osava pronunciare parole non veritiere.
In quello sguardo ora vedevano qualcosa di più: l’adempimento della sua vita.

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