I SAGGI DI ANTONIO – N. 4: IL LOGOS E IL PENSIERO

 

Si possono praticare gli yoga più rigorosi, possedere le tecniche segrete del Tantrismo, essere partecipi di catene occidentali operanti secondo canoni ritualmente ineccepibili, conoscere le più sottili distinzioni del “tradizionale” dal non-tradizionale: tutto ciò serve ben poco allo sperimentatore di questo tempo, se egli non avverte che il pensiero da cui muove e mediante il quale comunque regola se stesso e fa le sue scelte interiori, non è il vero pensiero, ma il riflesso di una luce originaria che non gli è cosciente, e che tale riflesso, come processo dialettico, dipende in gran parte dall’organo cerebrale, che normalmente, come uno specchio deformante, lo altera, asservendolo ad influssi ascendenti dalla natura corporea. Un tale pensiero riflesso gli può concedere tutte le soddisfazioni dialettiche e persino esoteriche, ma non lo lascia uscire dal limite umano, soggettivo, luciferico, in realtà materialistico.

Un tale pensiero riflesso può anche apparire sagace e sublilmente filologico nella identificazione del “tradizionale”, severo nella sua tensione critica, fedelmente echeggiante lo stile dei maestri della Tradizione: può mettere a posto tutti, dando a ciascuno la lezione che merita riguardo al suo tipo di allineamento, e tuttavia non afferrare la benché minima particella del mondo sovrasensibile in nome del quale parla. Il riflesso in realtà, non è luce.

L’arte del cercatore di questo tempo è risalire dal riflesso alla luce, dal pensiero morto al vivente. Morto è invero il normale pensiero intellettuale, o razionale: effettivamente gli è vietata la connessione con il Logos, con il Mistero perenne della Iniziazione, cioè “secondo Melchisedec”.

Non sarà mai abbastanza sottolineata l’importanza che ha per lo    s p e r i m e n t a t o r e  l’ascesi del pensiero, ai fini di un accesso non erroneo al dominio del Logos. Tale ascesi ha come oggetto lo svincolamento del mentale, e perciò di tutta la vita interiore, dalla mediazione cerebrale, per il fatto che eccezionalmente si realizzi l’indipendenza del pensiero logico dalla mediazione, sino alla percezione di qualcosa che cessa di essere pensiero: è piuttosto forza-pensiero.

Si tratta della prima percezione interiore autentica, cioè lucida come una normale percezione sensoria. Nell’adepto moderno, infatti, il lucido stato di veglia della normale esperienza autocosciente, logica o matematica, è la misura della regolarità della percezione sovrasensibile. Ogni forma di sperimentazione che dia luogo a sonno, o sonnolenza, o condizione sognante, non è spirituale, ma medianica, anche se il suo contenuto presenti caratteri di grandiosità.

Una condizione sognante poteva legittimamente accompagnare determinate esperienze magiche, o mistico-estatiche, ancora alla fine del 1800, attingendo esse ai sopravviventi residui di una connessione del corpo vitale superiore con le forze pre-dialettiche del pensiero: non più oggi, date le operazioni compiute dai Maestri iniziatori – secondo l’Ordine dell’Iniziatore perenne – nell’aura della Terra, in rapporto all’inevitabile stato di ottusità di coscienza della generalità umana, determinatosi con la ulteriore caduta nel materialismo, cioè con la definitiva discesa della coscienza al
livello del pensiero riflesso, la cui regolarità è esclusivamente logico-matematica.

E’ il livello all’altezza del quale è inevitabile il materialismo, ma è parimenti il primo livello in cui l’uomo può accogliere l’Io allo stato di veglia. Ma occorre che questo stato di veglia sia reale. La coscienza dialettica è già semisognante. E’ importante rendersi conto che si tratta della forma più bassa della manifestazione dell’Io, inizialmente incapace di distinzione di sé dalla sfera degli istinti, ma proprio perciò capace di potere individuale. E’ inevitabile che l’autocoscienza nasca dapprima come inferiore individualismo.

Tuttavia, non si tratta di evirarsi, rinunciando al potere dell’individualità, bensì di liberare questa dall’inconscia identità con gli istinti. La forza degli istinti appartiene all’Io: deve essere recuperata da questo. Grazie alle giuste discipline, che occorre riconoscere, riconoscendo il Maestro dei nuovi tempi, gli istinti, purificati, risorgono come poteri dell’Io. L’operazione è simboleggiata dal fiorire delle “rose rosse” dalla croce nera: segno, questo, dell’ordine originario dei quattro elementi riaffermantesi sul caos, presente appunto nell’uomo come dominio degli istinti sottraentisi all’Io. L’Io è in sé l’Io superiore.

Il cercatore di questo tempo deve rendersi conto che sperimentare lo Spirituale significa non avere sensazioni eccentriche o evocare simboli pre-interpretati, bensì percepire concretezze assolutamente sovrasensibili, altrettanto obbiettive quanto quelle sensibili, anzi assai più reali di queste. E’ proprio tale realtà che contrassegna l’obbiettività dell’esperienza e del suo potere solare. Se vuole sperimentare il Sovrasensibile, il pensiero deve afferrare se stesso non in una ipotetica sua determinazione, bensì là dove il momento della indeterminazione è quello della sua attività più lucida e originaria, in quanto processo produttivo di concetti e idee: qui la coscienza può attuare una sua realtà che normalmente le sfugge, pur presupponendola di continuo.

Lo strumento interiore che consente all’indagatore di concepire il Sovrasensibile è il pensiero. Quale che sia l’esperienza della coscienza a cui possa accedere e che giunga a formulare, non essendogli possibile dapprima se non mediata, da pensiero a pensiero, da idea a idea, così da essere in verità sostanziata di pensiero, esige che egli ponga l’esperienza predialettica del pensiero alla base della ricerca. Egli può dapprima avere il Sovrasensibile come contenuto noetico “tradizionale”, praticamente come contenuto di pensiero: il passo ulteriore è la percezione di tale contenuto, mediante un’attività interiore talmente intensificata da potersi attuare essa stessa come contenuto.

L’indagatore apprende che non si tratta di elaborazione razionale di un contenuto estrarazionale, bensì di penetrazione interiore del moto puro della razionalità. Il pensiero è lo strumento della coscienza e della coscienza di sé. La coscienza si manifesta bensì mediante il supporto dei centri corticali, del tronco encefalico e l’incontro degli organi sensori con il mondo sensibile, ma essa può sapere di tale mediazione grazie a un atto di pensiero, indipendente dalla mediazione stessa. Nel momento in cui la coscienza di tale atto sorge, l’uomo ha il reale rapporto con il mondo e con se medesimo.

E’ legittimo parlare: a) di una forza-pensiero esistente prima della mediazione cerebrale; b) del suo farsi cosciente grazie a tale mediazione; c) della sua possibilità di attuarsi cosciente fuori della mediazione, in quanto la conosca e la superi. Si può dire che il pensiero moderno si è inceppato nella seconda fase, che ha senso unicamente in ordine alla prima e alla terza. Coloro che oggi contestano la civiltà tecnologica, inconsapevolmente tendono alla terza fase, ma permangono prigionieri nella seconda, perché non dispongono di sufficienti forze di coscienza per intenderla: cadono nell’equivoco di un’azione volta contro strutture economico-tecnologiche il cui esistere è in sé un valore neutro: è illegittimo soltanto alla posizione del pensiero, soggiacente senza saperlo alla mediazione cerebrale e perciò incapace di quella identità con sé che sola può decidere del giusto uso della tecnologia.

Chi osservi il processo razionale, in effetto constata come ordinariamente il pensiero divenga cosciente di sé nel momento del suo determinarsi dialettico, che è il momento della mediazione cerebrale. Come antecedente di tale momento, mediante la concentrazione, può intuire il puro moto del pensiero: che può dirsi metadialettico. Questo moto è tanto più sollecitato a divenire cosciente, quanto più il pensiero è capace di di volgere non alla propria dialettica, ma a se medesimo: che è a dire, non alla comprensione del proprio essere, ma al proprio essere medesimo: che non ha bisogno del proprio essere compreso, per essere.

Da una simile osservazione si ricava in primo luogo che il pensiero ogni volta diviene cosciente, in quanto determina se stesso da un prius indeterminabile, che è il suo essere. Di continuo si pensano pensieri di cui non si ha preventiva coscienza e di cui non si presuppone il contenuto. Non c’è nessun nume che predisponga i pensieri che l’uomo pensa: ogni pensiero ha in sé la propria essenza. Lo sperimentatore in tale direzione può riconoscere il punto in cui sorge il suo essere libero, come pensiero. Tale libertà egli può attuare come percezione del momento originario del pensiero, o come visione interiore del suo determinarsi. E’ la via cosciente al Logos.

Quando volitivamente si rivolge al pensiero l’attenzione cosciente, come nella concentrazione, si constata che esso scaturisce da una “zona” di cui inizialmente non si deve avere coscienza, se si vuole trarre da essa tale attenzione, che è una con il momento originario del pensiero. Risulta qui una direzione verso la quale occorre dirigere la ricerca, se si vuole incontrare la soglia della coscienza e sperimentare ciò che significa il mondo intuibile oltre essa. Si è sulla Soglia mentale del Sovrasensibile, ossia là dove si ha la possibilità di percepire dinamicamente la diversità profonda dello Spirituale dallo psichico.

Il problema del Sovrasensibile postula il metodo della penetrazione della struttura del pensiero. Occorre che il pensiero realizzi il proprio essere metadialettico, perché possa attuare in sé le funzioni estracoscienti o supercoscienti dell’Io, grazie al quale dominare la subcoscienza, o l’inconscio emozionale-istintivo. Tra il supercosciente dell’Io e l’inconscio fisiopsichico deve essere sperimentata dall’indagatore una distinzione essenziale, se egli non vuole essere tratto su un sentiero illusorio, e perciò patologico, dalla mistione ordinaria delle forze psichiche: in quanto non sappia distinguere la cosa dal concetto della cosa, l’inconscio dal concetto di inconscio; concetto in cui già l’inconscio comincia a essere dominato.

Quanto poco una simile distinzione sia speculazione filosofica o introspezione psicologica, si può ricavare dal fatto che l’operare mediante il concetto implica non la comprensione o l’elaborazione di un determinato significato, bensì la percezione della sua dinamica: come di un contenuto che non ha bisogno di venir capito, per essere nostro. Il capire infatti è già un uso determinato del concetto, in relazione a qualcosa di cui si vuole il significato. La filosofia può dare la dialettica del concetto, ma in quanto filosofia cosciente dovrebbe indicare, come sua ultima istanza, la osservazione del pensiero, fuori dal suo significare qualcosa. Tale

osservazione, o contemplazione, conduce a percepire in un primo momento l’identità con sé dl pensiero e, in un secondo momento, l’unità originaria del pensare con il sentire e il voler, connessa con le Gerarchie del Cosmo. Si tratta della sfera supercosciente dell’Io.

L’esperienza del concetto è un’operazione pre-iniziatica. E’ importante rendersi conto che il concetto è in realtà non è una sintesi di rappresentazioni, ma anzitutto un quid adamantino che si serve di tale sintesi.

L’esperienza del concetto dà modo all’indagatore di enucleare un puro potere di pensiero capace di identità con le forze profonde del sentire e del volere. Egli ha a che fare con qualcosa di più del pensiero dialettico: con la forza-pensiero che sempre lo produce in relazione a un dato. Il dato viene tolto alla sua immediatezza dal pensiero in movimento: questo pensiero può essere ravvisato come un dato esso stesso e come tale percepito. In tale direzione è possibile incontrare le forze da cui normalmente scaturisce la vita dell’anima. Potendo avere obbiettiva innanzi a sé la corrente del pensare nella quale normalmente è immedesimato, l’indagatore riesce a percepire le forze cosmiche interne al pensare: il puro sentire, il puro volere. Le sente fluire dall’Universo, animare la natura e in lui farsi veicoli dell’Io Superiore.

Se può sperimentare il pensiero non come pensiero di qualcosa, ossia non come forma di un qualsiasi contenuto sensibile o interiore, ma come forza formatrice non vincolata ad oggetto, egli si trova dinanzi a un contenuto in sé, fatto di puro pensiero e dotato di interna vita. Se giunge a contemplare tale contenuto, lo sperimenta come affiorare di una corrente di vita indipendente dal sentire e dal volere ordinari, ma in sé recante le forze originarie di questi, il Logos fluente dal Cosmo. Interiormente egli può sperimentare una distinzione decisiva, tra il sentire-volere necessitante la coscienza mediante la forma richiesta dalla natura soggettiva, e le forze originarie del sentire e del volere, che egli percepisce grazie all’esperienza liberatrice del pensiero.

Può scoprire che a questo livello si svolge la vera relazione del pensiero con il sentimento e la volontà, in quanto il pensiero muove secondo il suo immediato potere di estrasoggettività, o di universalità. A un tale grado, il discepolo si trova alla Soglia del Mondo Spirituale. Comprende il vero senso della Via del Pensiero. Il pensiero deve essere posseduto, sino a che dalla sua estinzione nasca la forza di luce di cui esso è alienazione: ma a questo punto egli sa che la Luce viene dal perenne Iniziatore degli Iniziati.

Nell’epoca dell’autocoscienza, una guida spirituale può aiutare il discepolo soltanto se gli dà modo di attingere in sé le forze per l’accesso al Sovrasensibile, che è a dire per l’incontro con il proprio Maestro iniziatore. Non lo abbaglia con dottrine presupponenti una specifica visione del mondo o con interpretazioni già fatte di simboli e miti, bensì lo aiuta a essere egli stesso il liberatore del pensiero dalla maya dialettica e l’interprete diretto dei simboli Un simbolo già interpretato può divenire un ostacolo alla identificazione del suo contenuto trascendente, salvo che l’operatore abbia già realizzato l’indipendenza del pensiero da qualsiasi dialettica, sia pure formalmente esoterica.

L’attuale periodo è reso ancora più saturo di insidie dal fatto che la dialettica di taluni “maestri” può essere formalmente esoterica, grazie ad un padroneggiamento del pensiero, che tuttavia non è superamento del limite dialettico: perché tale superamento può avvenire solo grazie a un ben determinato metodo, all’interno del pensiero stesso, come atto non dialettico, che congiunge il puro mentale individuale con l’Intelligenza cosmica. In verità chi trova Melchisedech, trova il Logos. Se non trova il Logos, è perché non ha potuto ancora incontrare Melchisedech. Occorre meritare di conoscere, o riconoscere, il metodo giusto.

Antonio Massimo

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Nota di Isidoro:

Allora, cari amici, i quattro scritti precedenti, che sono nell’ordine: Scienza dell’Io e Concentrazione, L’illuminazione, Concentrazione e Liberazione, Il Logos e il Pensiero, furono scritti da “Antonio” per ambienti di esoterismo tradizionale. Scritti quando il suo nome riuscì a varcare le fortificate muraglie di ambienti che, di solito, tra la rappresentazione dell’Antroposofia e la morte avrebbero indiscutibilmente scelto la seconda. Perciò appartengono ai tempi della sua avanzata maturità. Senza polemizzare con questo o quello, “Antonio” in questi quattro articoli dice tutto quanto è necessario. Anzi, notate come in poche righe di “Concentrazione e Liberazione” indica l’operazione fondamentale, capita da pochi e favoleggiata da troppi.

Ho scritto “dice tutto quanto è necessario”, cioè senza damaschi o arabeschi. Non nasconde nulla e anzi, troverete che sovente ripete più volte gli stessi concetti, perché vuole che le cose siano capite.

Potete studiare questi Saggi, perché è fatale che interi brani non vengano compresi. Ma, per favore, non pensate neppure per un attimo che siano troppo difficili, e che perciò dunque non vi riguardino. Faccio un esempio facile: si parla di “anima cosciente” o di livello “matematico o logico”: allora uno pensa di essere già fuori dal gioco. Così non è: riuscite a misurare i lati di un tavolo, indipendentemente da passioni, simpatie, opinioni? Fate vostra per qualche attimo la condizione interiore che avete messo in moto mentre misuravate, la “condizione” vostra e del vostro pensiero in quel momento. Fatto? Bene! Eravate nella condizione che viene chiamata “anima cosciente” e avete applicato tutta la matematica e tutta la logica del mondo!

Continuate così, date concretezza ad ogni frase, riferitela a voi, alla vostra vita e se qualcosa proprio non passa, quello è un mistero per il futuro, è l’impulso propulsivo per i giorni che verranno…se ci date dentro con la disciplina di pensiero. Nemmeno Padreterno potrebbe spiegare razionalmente tutta una serie di esperienze che sono anche di un pelo sopra la razionalità.

“Antonio” ha detto tutto il necessario per chi volesse tentare (due settimane, vent’anni, chissà).

Già che ci siamo, per molti sarà chiaro che qualche pedata la molla al Barone e al Francese, ma se avete gli occhi aperti, certe osservazioni valgono per tutte le figure che non danno il retto aiuto ai discepoli, per tutti i Movimenti che, formalizzandosi, razionalizzano lo spirituale che c’era e che se c’era, se l’è svignato da un pezzo e per coloro che hanno preferito fare qualche passo indietro verso un più facile settarismo, fideistico e simil-mistico: alla fin dei conti notevolmente peggiore rispetto all’interminabile “studio” praticato da diversi antroposofi.

Ah! Mi stava sfuggendo: m’è parso che l’Autore sottolinei un tantino spesso il prius del pensiero. Strano! Proprio ora in cui s’è arrivati (come disciplina esoterica del volere) al sacrificio di saltare il bicchiere di vino a pranzo…

14 pensieri su “I SAGGI DI ANTONIO – N. 4: IL LOGOS E IL PENSIERO

  1. Cosa intende Scaligero quando parla di sperimentare la Luce del Pensiero?
    Che il praticante a un determinato livello può diventare cosciente dell’estinguersi della Luce in favore della coscienza di veglia?

  2. Caro Mir, eccoti servito (intendo come portata…).

    Allora, come ho scritto nelle poche righe successive a questo saggio di Scaligero, mai dovremmo pensare che le Sue di righe dovrebbero rimanere incollate alla carta (al pc).
    E quando dico che ha detto tutto – almeno per chi ha la natura dello sperimentatore e non del baciapile – è proprio perché è riuscito, in questi scritti, indicarne pure la posizione universale: Via del Pensiero come Via di Michele, col suo massimo Mistero, la Trasmissione iniziatica quale viene operata dal Cristo stesso. Senza nominarli, ossia senza ridurli a nomi, di converso a chi crede d’aver afferrato simili realtà nel tenerli sempre in bocca come gomme da masticare: garantendosi un discorso profumato…

    Le tue domande: evoca interiormente una cosa qualsiasi: ora è dentro, non fuori. Osservala e noterai che la vedi: nel buio della mente la vedi poiché essa è illuminata. Già con questo banale esperimento che tutti possono fare, quasi nessuno nota che l’immagine evocata è illuminata. E da dove venga la luce resta un mistero.
    Certo, è luce fioca perché è soltanto riflessa: la Concentrazione può portare lo sperimentatore dal riflesso alla sorgente. Il cervello ha tante qualità ma (giustamente) impedisce all’uomo di effondersi nella Luce prima di essere un Io. Serve tantissima forza per non venir sciolto nella Luce. La disciplina serve all’individuo per “sperimentare” senza venire distrutto.
    Perché c’è luce e Luce: il termine è analogico. Come amore e Amore: se un raggio dell’Amore Divino entrasse con la sua originaria potenza, ti ucciderebbe!

    Il “più che pensiero” è la mediazione cosciente tra l’uomo e la Luce. Chi afferri il modo del passaggio, può seguire anche la sua apparente inversione in ciò che chiamiamo coscienza di veglia.

  3. Converrai che ognuno è caso a sé. Conosco una simpatica ragazza che, quando inizia qualsiasi esercizio si percepisce immersa in una luce blu (non ne sono venuto a capo: mi son fatto promettere che, luce o meno, faccia l’esercizio al meglio).

    L’unico “metro” che conosco e che divide nettamente il fenomeno psichico dal fenomeno puramente animico è che il primo lo percepisci, in tutti i sensi, come un DATO (esterno come qualsiasi dato);
    mentre il secondo lo avverti nell’anima come uno stato dell’anima, una condizione dell’anima.

    A ognuno il suo: a te il sole, a me l’immagine che può illuminarsi molto di più (per conto suo). :)

  4. A qualche lettore e’ sfuggita la pubblicazione dell’ultimo saggio di Antonio.
    Ve lo riproponiamo in primo piano alla lettura. (Quanto prima raccoglieremo i 4 saggi in sua categoria dedicata che troverete da cliccare nel menu’ principale delle sezioni a lato della home page)

  5. Eccoci nel cuore dell’articolo…

    Comunque il “gattone” talvolta legge (sottolineo: per puro caso) Eco e perdona Mir per questi motivi:
    a) è di pura razza europea
    b) è di pelo corto ma robusto
    c) viene coccolato in grembo ad una ragazza carina.

    In caso contrario avrei sguinzagliato la mia Golden (gran lavoratrice) che m’avrebbe riportato Mir, malconcio ma vivo, tra le sue fauci: lasciando a me il compito di giustiziarlo. 😉

  6. Ok, ci penso io.
    ISIDORO: significato ( non solo gatto…)

    Dal nome greco Ισίδωρος (Isidoros) che, composto dai termini Ισις (Isis, nome greco della dea Iside) e δωρον (doron, “dono”), può essere interpretato come “dono di Iside”
    (Wikipedia)

  7. Savitri, come sai dalla occulta fisiologia, il fegato – alla veneziana o alla triestina – è l’organo del corpo astrale, e spesso soffre delle convulse passioni umane. Conciosiacosacché l’astrale passionale e istintivo dovrebbe “dormire” e lasciar in pace il povero fegato – alla veneziana o alla triestina.
    In caso di disturbi vari del povero fegato, viene prescritto l’Hepatodoron (etimologicamente: il “dono per il fegato”), dalle mirabili virtù terapeutiche!
    Ma nello specifico caso delle lupesche esagitate passioni istriano-carsico-tergestine del Nostro, proporrei per il bene del suo fegato, del suo delicato stomachino e del cerebro, un ancor più efficace medicamento di medicina spagirica: l’ISIDORON, dalle ancor più mirabili virtù terapeutiche.
    Quanto alle minacce di aizzarci contro la Golden dalle ampie fauci, ci rivolgiamo confidenti alla Dea Sekhemet – la leonina forma “irata” della Dea-Gatto Bastet – della quale siamo oltremodo devoti e amicissimi, che
    della Golden e del padrone
    provvederebbe a far tosto
    un sol boccone!

    Hugo, che nel fortunale
    nei guai naviga lieto
    come in un canale.

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