LA VITA DELL'ANIMA (4° SCRITTO)

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L’ESSERE ANIMICO NEL CORAGGIO ANIMICO

E NELLA PAURA ANIMICA

Le abitudini di pensiero ormai vigenti nella moderna conoscenza della natura sono giunte al riconoscimento di non poter fornire nella conoscenza animica alcun risultato soddisfacente. Quello che si vuole cogliere, con queste abitudini di pensiero, deve o dispiegarsi nella quiete dinanzi all’anima, oppure, se è in agitazione, l’anima stessa deve sentirsi saltar fuori da tale agitazione. Poiché, partecipare all’agitazione di ciò che viene conosciuto significa perdersi in esso, in certo qual modo sommergersi in esso.

Ma come deve l’anima afferrare se stessa in una conoscenza in cui dovesse perdersi? L’anima può attendersi l’autoconoscenza solo da un’attività in cui, passo per passo, essa conquisti se stessa.

Questa può essere unicamente un’attività che sia creatrice. Ma allora, per il conoscitore sorge subito una incertezza: egli crede di cadere nell’arbitrio personale.

Proprio a questo arbitrio nella scienza egli rinuncia.

Egli esclude se stesso e lascia dominare in sé la natura. Cerca la sicurezza là dove non può giungere col proprio essere animico. Nell’autoconoscenza non può comportarsi così. Ovunque voglia conoscere, egli deve condurre se stesso con sé. Non può perciò, sulle sue vie, trovare la natura. Perché là, dove essa lo incontrasse, egli non ci sarebbe già più.

Ma questo ci dà appunto quella sensazione che ci occorre di fronte allo spirito. Non si può attendere nient’altro se non di trovare lo spirito là dove la natura, nell’autoattività, in certo qual modo si dissolve. Là dove ci si sente tanto più forti quanto si sente di questo dissolversi della natura.

Se perciò si colma l’anima con qualcosa che più tardi si rivela simile al sogno nel suo carattere illusorio, e si sperimenta interamente l’elemento illusorio nella sua piena essenza, allora si rafforza il proprio sentire. Nei confronti del sogno, pensando, noi correggiamo la nostra credenza nella realtà del sogno stesso. Nell’attività della fantasia non si ha bisogno di questa correzione, perché non si ha questa credenza. Nell’attività meditativa dell’anima, a cui ci si dedica per la conoscenza spirituale, non ci si può accontentare della mera correzione del pensiero. Bisogna correggere, sperimentando. Bisogna creare il pensiero illusorio in una attività, ed estinguerlo poi in un’altra attività altrettanto forte.

Entro l’attività estinguente si desta poi l’altra, l’attività conoscitrice dello Spirito. Se infatti l’estinzione è reale, la forza per attuarla deve provenire da tutt’altra parte che non dalla natura. Ciò che questa può dare, si è volatilizzato nell’esperienza dell’illusione; ciò sorge durante la volatilizzazione non è più natura.

In questa attuazione deve presentarsi qualcosa che nella conoscenza della natura non entra neppure in questione: coraggio interiore. In virtù di questo si deve trattenere ciò che emerge interiormente. Nella conoscenza della natura non si vuole trattenere nulla interiormente. Ci si fa trattenere da quello che è esteriore. Non occorre il coraggio interiore. Perciò in essa lo si disimpara. Questo disimparare produce l’paura, allorché lo Spirituale deve penetrare nella conoscenza. Si ha paura di fronte al fatto di poter afferrare nel vuoto, quando non si può più tastare la natura.

Questa paura si erge alla soglia della conoscenza spirituale. E questa paura fa sì che di fronte a questa conoscenza si indietreggi. E allora si diventa creativi, anziché nell’avanzare, nel l’indietreggiare. Non si lascia che lo Spirito formi in sé una conoscenza produttiva: si inventa una logica apparente che contesti la legittimità della conoscenza spirituale. Sorgono ogni sorta di ragioni apparenti per risparmiarci di riconoscere lo spirituale, perché di fronte ad esso, angosciosamente, si indietreggia.

In luogo della conoscenza spirituale, dalla creatività che ormai si manifesta nell’anima, quando questa si ritrae dalla natura, affiora la nemica della conoscenza spirituale: dapprima il dubbio verso ogni conoscenza che sia  al di là della natura: poi, quando la paura cresce, la contro-logica che vorrebbe relegare ogni conoscenza spirituale nella sfera del fantastico.

Chi ha appreso a muoversi, conoscendo, nello Spirito, scorge spesso nelle confutazioni di questa conoscenza le più forti dimostrazioni. Gli appare infatti chiaro come il confutatore soffochi via via nell’anima la sua paura di fronte allo Spirito, e come egli in tale soffocamento produca la sua logica illusoria. Con un tale confutatore non è, dapprima, affatto il caso di discutere. Poiché la paura, che lo assale, affiora nel subcosciente. La coscienza vuole salvarsi da questa paura. Essa sente, in un primo tempo, che se sopravvenisse questa paura, sull’intero essere interiore si riverserebbe debolezza nello sperimentare.

D’altronde l’anima non può fuggire di fronte a questa debolezza, giacché la si sente ascendere dall’interiorità. Anche fuggendo essa ci accompagnerebbe ovunque. Chi progredisca nella conoscenza della natura e, dedito ad essa, debba conservare il proprio sé, sente sempre, se non è capace di riconoscere lo Spirito, questa paura. Essa lo accompagnerà se egli non vorrà sospendere, oltre alla conoscenza dello Spirito, anche quella della natura. Nel procedere nella conoscenza della natura, egli deve in qualche modo disfarsi della paura. In realtà non lo può farlo. Perché essa si genera nel subcosciente nella conoscenza della natura. Essa vuole sempre dal subcoscio ascendere nella coscienza. Perciò lo scienziato confuta entro la sfera del pensiero ciò che non può eliminare dalla realtà del suo sperimentare animico.

E questa confutazione è un illusorio strato di pensieri posti sopra la paura subcosciente. Il confutatore non ha trovato il coraggio di lottare nella vita meditativa contro l’elemento illusorio dove avrebbe dovuto estinguere l’illusione per giungere alla realtà spirituale. Perciò egli insinua in questa, ora emergente, sfera della sua vita animica, le ragioni apparenti della confutazione. Esse placano la sua coscienza: non sente più la sua paura, pure permanente nell’essere subconscio.  

Il rinnegamento del mondo spirituale è un voler fuggire di fronte al proprio essere animico. Ma ciò rappresenta una impossibilità. Si deve restare in se stessi. E poiché pur fuggendo non si può fuggire se stessi, si cura, nel procedere della fuga, di non vedere più se stessi. Avviene però, animicamente, con tutto l’essere umano, quello che avviene con l’occhio quando viene affetto da cataratta. Allora l’occhio non può vedere. Si è ottenebrato in se stesso.

Così si ottenebra colui la sua anima che confuta la conoscenza dello Spirito. Egli opera questo offuscamento mediante le ragioni illusorie nate dalla paura. Evita la sana illuminazione dell’anima: si crea un malsano ottenebramento dell’anima. Il rinnegamento della conoscenza dello Spirito ha la sua origine in una specie di malattia catarattogena dell’anima.

Così, in ultima analisi, si viene ricondotti all’intima forza spirituale dell’anima, allorché si vuole investigare la giustificazione della conoscenza spirituale. E la via ad una tale conoscenza può essere percorsa soltanto mediante il rafforzamento dell’anima.

L’attività meditativa dell’anima, preparatrice della conoscenza dello Spirito, è una graduale vittoria dell’anima sulla «paura di fronte al vuoto». Ma questo vuoto è soltanto un «vuoto della natura», entro il quale può rivelarsi «la pienezza dello spirito», se la si voglia cogliere. E in questa «pienezza dello spirito», l’anima non si immerge con l’arbitrio che le è proprio quando è attiva, mediante il corpo, nell’esistenza naturale: essa vi si immerge quando lo Spirito le mostra il volere creatore, di fronte al quale l’arbitrio sussistente unicamente all’interno dell’elemento naturale si dissolve così come la stessa natura.

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Rudolf Steiner

13 pensieri su “LA VITA DELL'ANIMA (4° SCRITTO)

  1. Finalmente in porto la IV parte della “Vita dell’anima”! A chi interessa consiglio vivamente di rileggersi anche le prime tre parti: puro succo di Aletheia. Poi state tranquilli: il Dottore non si volge SOLTANTO agli uomini di scienza ma, di fatto a chiunque s’aggrappi alla verità sensoria (come unica e vera): quasi tutti, se non mi sbaglio.
    Per chi non si sente come questi tutti, il compito è assai duro: si deve tentare di produrre, per attività propria, rappresentazioni che stiano alla pari di quanto percepiamo passivamente attraverso l’organizzazione corporea: ciò non è impossibile ma, se cosciente e voluto, implica un lungo o lunghissimo lavoro di esercizio. Da un punto di vista riferentesi alla trascendenza spirituale, ciò è in linea con quanto viene chiamato (al netto di fantasie intermedie) come VIA DI MICHELE. Questo ultimo aspetto può venire approfondito (approfondito, non solo letto) nel testo di Massimo Scaligero intitolato “La Tradizione Solare”.

    Poi, scusatemi, un grazie a Savitri e Hugo che hanno lavorato affinché questo scritto fosse reso leggibile per tutti noi.

  2. E’ interessante il fatto che nel testo tedesco il termine usato da Rudolf Steiner è “Angst” che significa al contempo “paura” e più propriamente “angoscia”.
    Il termine “angoscia” sarebbe particolarmente calzante, perché la paura è la condizione animica di timore di fronte ad un oggetto o evento specifico, ossia paura di “qualcosa”, mentre l’angoscia è una forma di timore molto più intenso, che afferra violentemente l’anima nel profondo, ossia è autentico panico o terrore di fronte a qualcosa di ignoto.

    La paura si dissolve normalmente col venir meno della presenza dell’oggetto che la suscita.
    L’angoscia, invece, rimane come uno stato permanente dell’anima, narcotizzata e celata nelle profondità subconscie di questa, oppure emergente con una violenza, che travolge le fragili difese intellettuali ed emotive dell’anima.

    L’avversione alla conoscenza spirituale si può manifestare come avversione alla Via del Pensiero, come avversione alla Concentrazione: alla base di ciò vi è qualcosa di più che non la mera paura. Vi è l’angoscia-terrore che tesse tutte le motivazioni logiche e morali, vòlte ad evitare lo sforzo, l’impegno decisivo nella pratica interiore.
    Via via che la pratica della Concentrazione si intensifica, e il cercatore si avvicina al Mondo Spirituale, cresce illimitatamente questo terrore/spavento – come lo chiama il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikayo – cresce l’angoscia di fronte allo spalancato abisso, che separa il meramente umano dal Mondo dello Spirito. E’ l’angoscia, l’illimitato terrore di fronte alla Soglia e al suo severo Guardiano.

    Per narcotizzare l’anima rispetto ad una tale angoscia, si tenta di tutto: si giunge ad affermare che la Via del pensiero possa essere la via del sublime egoismo, e che la Concentrazione possa anche fare malissimo. Tale angoscia e paura possono agire in maniera contagiosa, ed arrivare a disgregare intere comunità spirituali, ad indirizzarle prima verso consolanti e comode “vie dell’anima”, e poi anche a dissolverle. Come vi è stato purtroppo modo di constatare in casi concreti.

    E’ coraggioso non chi di fronte alla travolgenza dello Spirito non ha paura, bensì colui che malgrado la paura e l’angoscia che attanagliano l’anima, VUOLE agire mediante l’unica forza che, essendo oltre l’anima, non può venire toccata da angoscia e paura. Costui è coraggioso: è coraggioso colui che si vota e si consacra al Rito della Concentrazione.

    Hugo, che essendo dispettoso
    cerca di diventare coraggioso.

  3. Mah! Comprendo il timore di tanti dell’avventurarsi su di una strada in salita, strettissima e a senso unico. Così si trova qualcosa di più accessibile, che chieda un sacrificio di sé quasi nullo. Per molti ciò rientra in un raggio di economia animica sopportabile, forse un “tratto di strada” persino indispensabile.
    A mio parere rimane però lo scoglio del “come” venga svolto anche l’accessibile. Se il “come” è povero di coerenza, conoscenza, rispetto e un minimo di pensiero desto e attivo, tutto diventa farsa. E così succede il peggio. Un amico che tengo in gran conto sintetizza così il fatto: ” La scienza dello spirito, o la si pensa o la si usa: vie di mezzo non esistono”. Con il verbo usare egli intende, mi sembra chiaro, che la si sottomette al caos ordinario dell’anima. Che è astuta perché offre all’ipotetica coscienza critica il belletto dei buoni sentimenti: se lei è astuta, purtroppo l’uomo è un cretino. Si accontenta subito e ne va fiero.
    Poi, in sede discorsiva, è facile dimostrare qualsiasi stupidaggine, estrapolando mezze righe dall’immensa opera omnia del Dottore o dai ventotto volumi di Scaligero…mentre basterebbe l’appendice alla 3° edizione del “Trattato” per confutare la montagna di sciocchezze che vengono esibite senza vergogna.
    Ma è cosa vecchia. Dalle mie parti, verso gli anni ’30, l’avv.Martinoli (controversa ma nota figura dell’antroposofia), svolse una grandiosa conferenza presso la Società Teosofica concionando intorno ad una bevanda – ovviamente mai menzionata – e tutti gli ascoltatori rimasero estasiati per l’altissima spiritualità profusa nel suo fluente discorso. Ancora negli anni ’60 c’era chi rideva per la sua beffa alle anime belle dello spiritualismo cittadino.
    Ritornando al Trattato, nessuno mai menzionerà il termine di “anima metafisicamente qualificata” usato da Scaligero…

    • “…che è astuta perchè offre all’ipotetica coscienza critica il belletto dei buoni sentimenti: se lei è astuta purtroppo l’uomo è un cretino. Si accontenta subito e ne va fiero.”

      Querido Isidoro, sintetico e inesorabile, eri un pittore zen in un’altra vita?

  4. Ma va là, che i “gatti” salgono (forse) alla dozzina!

    Poi, come dice un altro amico, dobbiamo ricordarci che, oltre i 40 Scaligeri, la schiera dei “discepoli prediletti” – occhio e croce – dovrebbero navigare sul milione di individui (e noi non lo sapevamo!). Tacere ci conviene per abbondanza d’ignoranza…

  5. Io non faccio la conta dei discepoli…..ma mi baso sulla loro qualita’, cosi’ qualcosa forse imparo, il forse e’ riferito alle mie capacita’ e volonta’.
    Un giorno scopersi lo spessore e le qualita’ di Giovi per esempio, sulla mia rivista preferita, L’Archetipo, mi colpi’ cio’ che scriveva e come lo trasmetteva. Solo in seguito imparai che era stato discepolo diretto di Massimo Scaligero, ma non fu questa cosa a farmelo diventare caro e utilissimo per la battaglia contro la mia ignoranza, sebbene dentro di me fui contenta di aver trovato qualcuno che poteva farmi porre in maniera equilibrata verso l’Opera del Maestro che amavo e che amo tutt’ora – Scaligero – Opera che ormai leggevo e cercavo di studiare da tanti anni.
    Giovi e’ di un’altra stoffa, quando scrive, cio’ che dice, come lo dice, non viene mai surclassato e messo in secondo piano rispetto al suo ego o personalita’. E’ questo che fa di lui quel che e’ per coloro che lo seguono e lo stimano. Pero’ anche Isidoro non scherza mica.
    Anche sul numero dei gatti..non vale mica quanti essi siano, ma solo che operino con spirito di servizio.

    Per il nostro gattarrone Balin ( In abruzzo diciamo gattarrone al gatto combattente…): devi considerare un fatto molto frequente. Tanti amanti e praticanti della biodinamica, del fatto della importanza dell’assunzione dell’alcool, secondo gli insegnamenti di Steiner, non sanno proprio nulla, e della Scienza dello Spirito, della pratica ascetica non si interessano. Per questo non si puo’ criticarli.
    Un abbraccio alla tua bella signora e alla magnifica Balina.

  6. O Balin, non siamo affatto semplicemente “quattro gatti”, come come certi spiritelli fatui e birboncelli andavano cianciando mesi fa! Siamo piuttosto dei gattacci e dei lupacci cattivissimi, degli orsacci terribilissimi, capaci di mordere, e talvolta dal pessimo carattere!
    La Scienza dello Spirito vuole guerrieri, che per amor dello Spirito vogliano essere combattenti audaci e risoluti, non melensi figurini infetti di quella che Friedrich Nietzsche chiamava la “Kleinmoral”, la pavida “moralina” piccolissimo-borghesina! Per costoro va benissimo anche il vino biodinamico, che nei loro piccolissimi sogni è più che sufficiente a portarli a sperimentare, come affermato su un noto “social network”, i futuri Giove, Venere ed eziandio – udite, udite! – il remotissimo Vulcano: mirabile potenza della iniziazione dionisiaca!
    Io preferisco ubriacarmi di Concentrazione per poter sperimentare la travolgenza della forza-pensiero, la fulgurea incandescenza del Pensiero Vivente, come Massimo Scaligero ha indicato!

    Hugo che,
    per realizzar un pensar sempre più lucido,
    con ogni sforzo diverrà sempre più trucido!

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