VERI E FALSI MAESTRI SPIRITUALI

In questa epoca di grandissima confusione spirituale, per molti non è davvero facile intuire e riconoscere un vero Maestro, e di conseguenza per molti è difficilissimo scorgere quale differenza, ancorché abissale, vi sia tra un Maestro spirituale autentico e le molte, troppe, contraffazioni che oggidì circolano nella vita reale, nonché in quella virtuale. Ed ha mille volte ragione Massimo Scaligero ad ammonire all’inizio del XVI capitolo, intitolato Secretum Inviolabile, di Dallo Yoga alla Rosacroce, p. 204:

«Sembra che questa epoca abbia rotto le dighe con lo Spirituale, come non mai: si cerca ad ogni livello e in tutte le direzioni qualcosa oltre il limite: che è l’identico limite, e tuttavia quello relativo a ciascuno.

I sentieri, le scuole, i metodi, gli Yoga, sono innumerevoli. Ma non si può dire che ciò che si riversa dalle dighe rotte sia lo Spirituale».

Non essendo in grado di discernere l’autenticità di un insegnamento veritiero rispetto alle molte contraffazioni, molti ancor meno sono in grado di accorgersi di chi sia un vero Maestro. Ma quali sono le caratteristiche intrinseche di un Maestro autentico o, come viene chiamato nella tradizione indiana, di un Guru, di un Acharya? Alcune parole estremamente chiare in proposito le dice Ramana Maharshi nella Upadeśa mañjarî, ovvero La ghirlanda delle istruzioni spirituali:

«Quali sono i segni che permettono di riconoscere un vero maestro (sadguru)?

La capacità di dimorare stabilmente nel Sé, il saper guardare ogni cosa con occhio equanime, un coraggio che non vacilla mai, sempre, ovunque e in ogni circostanza; e via dicendo».

Un Maestro spirituale è un Iniziato che ha ricevuto dall’Alto, dal Mondo Spirituale, un «sigillo» interiore, una «missione» da svolgere, la Conoscenza e le forze per svolgere tale missione. Si può giungere ad essere degli Iniziati, senza peraltro ricevere dall’ Alto il compito di essere Maestri, ossia degli «Istruttori», degli «Iniziatori». Non si diviene Maestri – quale che sia il livello, anche altissimo, della propria evoluzione spirituale – per una qualsivoglia decisione personale, bensì per «investitura» dall’Alto, dal Divino, dallo stesso Mondo Spirituale. L’arbitrio di una scelta personale, presa da un punto di vista inevitabilmente «umano», porta sempre, infallibilmente, alla prevaricazione e al tradimento.

Caratteristica del Mondo Spirituale, di ciò che non è meramente «umano», bensì «ultraumano», «superumano», è l’impersonalità, la sovrapersonalità, e di conseguenza il non venir condizionati da ciò che è meramente umano, umano-troppo umano, personale. L’assolutezza di una tale caratteristica del Mondo Spirituale viene impressa come un «sigillo» in colui che viene «investito» dall’Alto della missione di essere un Maestro. Una tale «Investitura» dona la certezza nell’insegnamento spirituale, certezza che non risente delle oscillazioni e della variabilità dell’opinare meramente umano. Il «sigillo» del Mondo Spirituale dà la stabilità interiore, propria a ciò che è impersonale e radicato nell’Assoluto. L’anima che nelle sue profondità abbia ricevuto un tale «sigillo», è quella che Enrico Cornelio Agrippa chiama l’«anima stante e non cadente». Il Maestro che parla è organo e voce del Mondo Spirituale stesso. Tutto ciò che è oscillazione animica, meramente personale, incertezza, è radicalmente estraneo alla funzione e alla missione del Maestro, dell’Istruttore spirituale.

E, soprattutto, egli è in una condizione di sincerità assoluta, di veridicità. Parla partendo dall’intima necessità dell’anima di colui che a lui si rivolge. Ossia parlerà scorgendo nell’anima di chi a lui si rivolge la reale richiesta interiore, percependo ciò che è realmente necessario, e sarà indifferente a quel che possa piacere o meno all’altrui psiche cosciente. Parlerà o tacerà sulla base dell’essenziale motivazione interiore percepita, indifferente anche alla delusione o alla ribellione, peraltro da lui sempre previste, che le sue parole o il suo silenzio possano suscitare nell’anima di chi a lui si rivolge.

Ma non mentirà mai. Non conoscerà tatticismi e machiavellismi, che possano giustificare una menzogna. Neppure a fin di bene. Parlerà o tacerà a seconda della necessità oggettiva, indipendente da simpatie o antipatie personali, ma non mentirà. Mai.

Avendo un tale punto di riferimento, dovrebbe essere facile discernere il reale dall’irreale, l’autentico dalla volgare contraffazione, la verace Via della Iniziazione da quella messinscena e finzione che gli antichi Latini ed Elleni chiamavano, con parola eloquente e calzante, «mistificazione», che non è altro se non una sacrilega profanazione. Ma gli umani si reputano spesso troppo intelligenti e scaltri per preoccuparsi di ciò che è reale, vero e autentico, e non rinunciano mai – quasi mai – a soddisfare tutte le vogliacce e le vanità del loro ego stratosferico.

A tale proposito vogliamo riportare quanto scrive Arturo Reghini in Enrico Cornelio Agrippa e la sua Magia, che come noto è l’introduzione alla sua traduzione del De occulta philosophia dello stesso Agrippa. Così dice Reghini, con parole fortemente ammonitrici, in un passo importante e nella nota 66 ad essa collegata:

«Quanto poi alla completa iniziazione, a scanso di equivoci e di responsabilità, ci basterà avvertire il lettore che oggi, come al tempo di Agrippa, il mondo è pieno di falsi dottori, di ciechi che conducono i ciechi, di pseudo-iniziati che non son capaci neppure di riconoscere nell’intima sincerità della loro coscienza la loro profonda ignoranza, il loro analfabetismo radicale; si ricordi, quindi, la raccomandazione di Agrippa: Attenzione a non farsi ingannare da quelli che furono e sono alla loro volta ingannati (66)».

Ed ecco la nota 66: «Le società a pretese od aspetto iniziatico, spesso, sono anche o soltanto strumento od emanazione di enti aventi carattere politico o politico-religioso. Ci limiteremo a segnalare il «martinismo» fondato da Papus nel 1887 con lo scopo precipuo e dichiarato di opporsi alla tradizione pitagorica, ed i cui capi, i così detti Superiori Incogniti, si servono per designare il loro grado delle stesse iniziali adoperate dai RR. PP. della Compagnia di Gesù; certo per meglio mostrare quali siano gli incogniti superiori. Questo può anche aiutare a spiegare come mai questa gente, durante l’ultima guerra, ha seguito la stessa politica della Compagnia di Gesù. Il lettore è pregato di credere che sappiamo quel che diciamo».

Sarebbe facile dimostrare, con documenti e testimonianze alla mano, l’origine di quell’ autentico bluff che è il preteso «martinismo», nato dalla combine tra il non ancora dottore in medicina Gèrard Encausse, alias Papus, e il giovane letterato e orientalista Augustin Chaboseau. Non m’interessa impegnarmi in una polemica al riguardo. Le parole di per sé non convincono mai nessuno. Solo la conoscenza della verità, ossia l’esperienza diretta della realtà che sta alla base di un tale conoscere è convincente. Ma la verità è di chi sinceramente la cerca. Basti rilevare che né Gérard Encausse né Augustin Chaboseau erano degli Iniziati, né tantomeno dei Maestri. Una delle brame più forti, un’ autentica mania, dell’Encausse-Papus era quello di fondare Ordini iniziatici. Il visconte di La Palisse gli avrebbe facilmente obbiettato che per fare un Ordine iniziatico ci vogliono gli Iniziati. Perché scopo precipuo di un tale Ordine è di dare l’Iniziazione a dei postulanti, a dei recipiendari: ossia a persone che hanno le «qualificazioni» per richiederla e le adeguate «dignificazioni» per riceverla. Almeno un Iniziato, ossia un Maestro iniziatore ci deve essere, perché nemo dat quod non habet, ossia chi non possieda il «sigillo» e l’«investitura» dall’Alto, nulla potrà mai dare – se non una blasfema e sacrilega contraffazione del Sacro – per la semplice ragione che il più non può venire dal meno. E la storia di quelle congreghe, che d’iniziatico avevano ed hanno solo il nome, è sin troppo eloquente: una interminabile sequela di menzogne, scissioni, abusi, profanazioni, tradimenti, compromessi, intrallazzi, congiure e macchinazioni d’ogni tipo. Ma queste considerazioni interessano solo come casi esemplificatori di quel che può accadere, e che purtroppo accade.

Quindi, si deve concludere che un Maestro autentico non è facile da incontrare, e ancormeno da riconoscere. Perché non sarà il Maestro a cercare un discepolo, né gli renderà facile il riconoscimento. Non sarà suadente, non cercherà il consenso, né si piegherà mai ad usare quelle strategie d’immagine, tipiche  di quella forma di prostituzione morale che è il marketing, del quale si servono oggi ad abundantiam gruppi economici e finanziari, partiti, logge, chiese e quant’altro. Lo stesso Rudolf Steiner attese – secondo una rigorosa legge occulta – che la giovane Marie von Sivers lo «riconoscesse», ossia riconoscesse non solo la sua statura iniziatica, bensì la sua missione «magistrale» e, facendosi in certo qual modo “rappresentante dell’umanità”, gli ponesse la fatidica «domanda», che sola permise a Rudolf Steiner di iniziare a donare la Scienza dello Spirito. Giovanni Colazza era uomo molto riservato, silenzioso, quasi inaccessibile come un Patriarca Ch’an o Zen. Quanto a Massimo Scaligero, io stesso – come molti altri del resto – sono stato testimone di quanto egli fosse indifferente al successo e all’insuccesso, quanto disprezzasse privilegi e favori, quanto lasciasse liberi coloro che lo incontravano, quanto non lo smuovessero di un millimetro il biasimo e la lode, l’approvazione o l’aperta ribellione. Solo alcune cose non sopportava e non tollerava: l’ipocrisia, la recitazione, la finzione, la vanità, il vano e vacuo intellettualismo, la menzogna, il tradimento della verità e dell’amicizia, l’ambizione. Non le tollerava: le smascherava regolarmente  e le abbatteva senza misericordia veruna.

Dopo che Massimo Scaligero ci ha lasciati, quasi trentacinque anni fa, sono sorti vari personaggi che si sono «proposti» come suoi successori e continuatori. Questo loro autoproporsi li squalifica automaticamente. Alcune persone proposero a Massimo Scaligero, ancora vivo, di farsi da parte per lasciare a loro il compito e la funzione magistrale, e furono trattate  nella maniera dovuta. Altri, più scaltri ed infidi, agirono sordamente, «remando contro», e preparando l’erosione prima e la demolizione poi della sua opera. Vi fu anche chi, in qualche modo, pur non proponendosi personalmente in maniera esplicita, si fece proporre, ispirò, o accettò il fatto di venir proposto da entusiasti e e suggestionati seguaci. Massimo Scaligero ammonisce a chiarissime lettere che ciò che suggestiona e seduce sicuramente non libera.

Rudolf Steiner, all’inizio del Novecento, aveva designato Giovanni Colazza a guidare la Comunità Solare in Italia, e lo stesso Colazza trasmise l’identico mandato a Massimo Scaligero negli anni successivi alla seconda Guerra Mondiale. Massimo Scaligero non si faceva davvero illusioni di sorta circa la tenuta della comunità spirituale, alla quale per decenni aveva dato tutto se stesso. Infatti, non trasmise a nessuno il mandato ricevuto da Colazza. Sono personalmente testimone delle parole a me dette: «Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola», e anche delle parole dette a varie persone: «Sei mesi dopo che me ne sarò andato, sarà tutto finito!». Si limitò ad indicare, per l’orientamento delle riunioni, per iscritto nel proprio testamento – che infedele mano interessata ha fatto abilmente sparire – ed oralmente, la figura di Alfredo Rubino e lo fece mettendo in evidenza sempre la sua limpidità, la sua umiltà, la sua lealtà, la sua ascetica fedeltà alla Concentrazione e alla Via del Pensiero. E per tali sue qualità Alfredo Rubino venne osteggiato, sabotato, calunniato e deriso sino alla fine della sua vita. Alfredo Rubino con la sua impersonalità e fedeltà è stato un autentico asceta ed un eroe spirituale.

Dopo la scomparsa del Maestro ho potuto assistere da parte di taluni ad una vera e propria surrettizia opera – ispirata – di «trasbordo ideologico inavvertito», per sostituire i contenuti originari con altri di dubbia e incontrollata origine, per sostituire le indicazioni circa una regolare ascesi individuale e l’operatività comune con altre, vòlte a secondare le comodità di una pretesa «via dell’anima». Ci si è opposti alla rigorosa Via dello Spirito, alla Via del Pensiero, alla centralità della Concentrazione, al silenzioso Rito della Meditazione in comune, sostenendo callidamente che «una assoluta austerità è insopportabile a molti, ai più». E aggiungendo, attraverso l’uso menzognero e in mala fede di frasi di Massimo Scaligero, monche e staccate dal contesto, che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo».

Ora, siccome gli umani sono liberissimi persino di non volere essere liberi, chi trova insopportabile l’austerità e il rigore della Scienza dello Spirito, forse dovrebbe considerare che nella vita vi sono tante altre cose belle e simpatiche alle quali piacevolmente dedicarsi. Ma neppure concedere questo pare che vada bene, perché si pretende che ciò che costoro hanno rinunciato a realizzare e conquistare, neppure altri devono anche solo tentare di realizzare e conquistare. Ma vi sono anche esseri umani che vogliono vivere vivi e non morti, e per essi rinunciare all’impresa spirituale equivale a morire nell’anima, e in tali condizioni per loro vivere è cosa vilissima, tale che non valga la fatica e la pena. Bisogna vivere una vita degna di essere vissuta: una vita che può essere bella o tragica, tranquilla o pugnace e irta di difficoltà, ma sempre una vita seria, non una pagliacciata nella quale ci si prende in giro, mentendo a se stessi. Per gli antichi mitriasti valeva il principio che «vita est res severa, vita est militia sacra super terram».

Non posso dimenticare le parole che Massimo Scaligero mi disse, con insistenza, in molte occasioni sino agli ultimi tempi, e all’ultimo giorno della sua vita:

«Per arrivare alla mèta, voi giovani dovete essere instancabili e disperati. Dovete essere giovani armati di solo coraggio. Io ho fiducia in voi perché seguite veramente la Via del Pensiero: nella Via del Pensiero voi potete essere intensi, assoluti, consacrati. Potete essere unilaterali, potete esagerare, potete essere “settari”, perché la forza-pensiero è l’unica che è capace di autocorrezione. La forza-pensiero nel suo impeto travolge ogni ostacolo».

Nell’ultimo incontro – avvenuto poche ore prima che ci lasciasse – ci chiese di essere fedeli al realismo del pensare, al realismo del Logos, all’assolutezza della esperienza eterica del concetto.

Allora ero molto giovane, molto ignorante, molto stupido. E, aggiungo, anche passabilmente ingenuo. Trentacinque anni dopo, ringraziando le difficoltà, gli errori, le sciagure, i molti dolori che che la vita mi ha dato con generosa abbondanza e che mi hanno insegnato qualcosa, se non molto più saggio, sono almeno molto meno ingenuo. Ho visto, con mio grande stupore, i tradimenti, le menzogne, le macchinazioni, di persone un tempo per me insospettabili. Le ho viste chiamare “verità” delle consapevoli menzogne, e chiamare “errori” le verità e le indicazioni ascetiche più luminose del Maestro. Ho visto, e udito, gettare il fango sulla figura del Maestro, sulla sua intelligenza, sulla sua ascesi, sulla sua realizzazione spirituale, sulla sua maniera di vivere, sulla sua stessa moralità e dichiarare  “incompleta e superata”, “errata, orientale, yoghica, buddhista”, “carente del Logos e del Graal”, la Via del Pensiero che Massimo Scaligero ha prima realizzato e poi a noi indicato. Ho udito diffamare e deridere il rigoroso e silente Rito della Meditazione in comune, dato da Massimo Scaligero, come “orientale, essenico, buddhista”, e peggio. Alla mia obbiezione che tale Rito mi era stato dato dallo stesso Massimo Scaligero in presenza di chi una tale obbiezione faceva, mi fu risposto: «Sì, ma prima c’era Massimo, ora i tempi sono cambiati!». Di fronte alla enormità di una tale affermazione, venutala a sapere, Alfredo Rubino, ironicamente, commentò: «Sì, facciamo come la Chiesa Cattolica: adeguiamoci ai tempi!». Ma la verità non è adeguabile alle ambizioni, ai sotterfugi, ai «trasbordi ideologici inavvertiti», alle manipolazioni, alle sentimentali preferenze, alle interessate, suggestionanti, «operazioni d’immagine» vòlte a realizzare non dichiarate e non confessabili finalità, confessionali o politiche.

Ma un vero Maestro indicherà in maniera scarna ed insegnerà in maniera impersonale sempre la Via della Verità, che è la Via dello Spirito. Mentre i falsi maestri, coloro che si sono proposti da sé, o che si sono fatti proporre, e imporre, indicheranno le vie dell’errore, gl’ infidi sentieri della soggettività, della intellettualità, della sentimentalità, della istintività, le seducenti, ma variabili, incerte, alla bisogna “adattabili” vie dell’anima, della personalità, dell’arbitrio, dell’intrallazzo, dei giochi di corridoio, delle callide macchinazioni: della menzogna.

Di fronte a tali e tante alterazioni – e adulterazioni – per me, vale unicamente la sperimentata certezza dell’assolutezza dell’esperienza della forza-pensiero, vale unicamente la centralità della Concentrazione, che è la Via Assoluta, la Via Regia a sé sufficiente. In effetti, è necessario un “adeguamento” ai tempi, ma nel senso che i tempi sono drammatici, addirittura tragici, ed esigono imperiosamente che non si perda più tempo in rimedi illusori e meramente consolatori. L’urgenza dei tempi esige che si abbia il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza veruna attenuazione o abbellimento della stessa, che ci si renda conto altresì che l’Ascesi non può più essere episodica, improvvisata, approssimativa, fiacca e sfrangiata. Tale urgenza esige che SI AMI l’Ascesi del Pensiero, SI AMI la Concentrazione, realizzando la consacrazione progressiva della totalità delle forze dell’anima all’impresa spirituale: a questa impresa spirituale della redenzione del pensiero, della resurrezione del conoscere dal cadavere della morta ed esangue riflessità. L’intuizione della unicità della Via del Pensiero e della Concentrazione, della sua efficacia, della sua assoluta necessità, può diventare l’esperienza della potenza trasfiguratrice di tale idea intuita: può diventare consacrazione della volontà alla più audace impresa spirituale, quella meno sentimentale, tuttavia quella concretamente trasformatrice dell’uomo e del mondo: la realizzazione del Pensiero Vivente, del Pensiero-Folgore, la cui «vuota» essenzialità è obbiettiva forza d’Amore.

7 pensieri su “VERI E FALSI MAESTRI SPIRITUALI

  1. Mi sento, almeno un poco, chiamato in causa, poiché fui una delle persone a cui Scaligero, nei mesi precedenti la sua scomparsa, disse quelle frasi che sono tremende, che pesano come macigni. E non fui il solo: sono tuttora vivi e vegeti altri amici che possono confermarle. Rimango ancora stupito dalla superficialità dei tanti che hanno evitato di pensarle.
    Credo che pensieri perturbanti non debbano essere “rimossi”, specie se minano le certezze conquistate…il giorno prima.
    Se ci si reputa ricercatori, non si abbracciano fedi o condizioni di comodo: si dovrebbe “andare avanti”, assai spesso distruggendo gli edifici che la mente ha costruito: ciò, sul piano personale, certamente genera dolore e incertezza – non è un bel vivere – ma chi sente, magari oscuramente, che in lui permane un fondamento, un impulso incoercibile, non si ferma nella prima (o seconda) locanda che trova. Egli cerca esperienze, non chiacchiere, che trovino assenso, corrispondenza, alla segreta luce occultata nel suo cuore.
    La luce non tiene illusione o menzogna: forse occorre una immisurabile qualificazione per non lasciare che essa venga, in un certo qual modo, soffocata dalla pavidità e dai tanti veli di maya.
    Con un po’ di coraggio. Massimo ricordava a tanti che al coraggio ci si può abituare, che il coraggio avviato può crescere, intensificarsi. E qui un fondo di disperazione, come Hugo riporta, è davvero necessario: deve far male poiché siamo tutti asini e ci muoviamo solo quando veniamo bacchettati.
    C’è un fondo di amarezza nello scritto di Hugo: in questo non è per niente solo!

  2. Se non vi dispiace, una puntualizzazione: a me Massimo disse: “Quando non ci sarò più, QUI dopo pochi mesi non ci sarà più nulla”. Poi, con occhi fissi innanzi a sé e il volto del tutto immobile, aggiunse in modo distaccato e reso quasi incerto (per quanto di difficile stava contemplando, credo): più avanti…ci sarà qualcuno…più avanti (era come se non riuscisse a focalizzare il “tempo”) e avvertii qualcosa che potrei definire come un grande sforzo o un grande dolore. Poi ritornò da me, nel suo Studio.

  3. Isidoro, Prologiov, e Mir83,
    Massimo Scaligero, mi ha insegnato a trasformare le difficoltà in occasioni interiori, che non devono essere lasciate passare inavvertite, non devono essere trascurate, neglette. Invece di subire passivamente una crisi, e rispondere ad essa col deliquio della passiva reazione emotiva, è necessario invece passare immediatamente all’azione attiva, alla pratica interiore, e allora la crisi diventa accrescimento di conoscenza, conquista di nuove forze interiori, purificazione e radicale trasformazione dell’anima. Sia che di una crisi esistenziale personale, o di una crisi della Comunità spirituale, o dell’irrompere della crisi della morte, il problema non cambia, e non cambia la maniera di come deve essere affrontato: con la pratica interiore. Bisogna sapere bene quello che si vuole – non quello che si desidera – e mantenere sempre, come suol dirsi, i nervi saldi, ed avere quello che il mio sapientissimo e terribilissimo amico C., “asceta d’altra dottrina”, per dirla col Buddha Shakyamuni, chiama “freddo razionalismo acheo”. Sarà necessario tornare su questo tema presto e affrontarlo ampiamente. Anche se a molti, forse, non piacerà.

    Hugo, ch’è vispo, e non volendo mai esser fesso,
    vuol andar a contemplar in montagna un po’ più spesso.

      • Gentile Nemo,
        non sono affatto “eccelso”, né tampoco “Gran Maestro” di alcunché!
        Ho dato indicazione all’Amministrazione di questo Blog di comunicarLe la mia e-mail. Mi scriva pure privatamente quel che desidera dirmi. Le risponderò.

        Hugo de’ Paganis

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