LIBERAZIONE O LIBERTA'?

 prometeo

«Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta
».

Dante, Purg., I, 70-72.

Prendo spunto da un’osservazione, giustissima, della nostra cara Marzia, che – sia detto senza veruna piaggeria – si sta rivelando sempre più pensatrice profonda e al contempo poetessa delicata, la quale così commenta il precedente articolo Libertà e liberazione:  

«Mi colpisce il titolo che hai dato al tuo scritto: Libertà e liberazione, ma permettimi, forse si potrebbe anche dire Liberazione e libertà, perché in questi due concetti si può veder racchiusa tutta l’evoluzione dell’ uomo, dal passato al futuro, come dici tu».  

In effetti, proprio qui sta il punto centrale della questione, che dà significato ed orientamento a tutto il difficile cammino e al soffrire dell’uomo: il quale per realizzare, in libertà e per amore, il compito che l’Assoluto – secondo l’immagine mitica e vera del Concilio degli Dèi, mirabilmente postaci davanti all’anima da Massimo Scaligero –  ha dato ai Numi delle Gerarchie Celesti, deve affrontare un percorso, un ben problematico e difficile percorso.

E non è a caso che in India, nella Madre India, non si parli di filosofie o di metafisiche, secondo l’uso occidentale, di origine ellenica, bensì di vari marga, ovvero «sentieri», e di diversi darshana, ossia «visioni». E questo sia nell’Induismo, che nel Buddhismo e nello stesso Jainismo. Tuttavia, anche nella Grecia più antica, la parola ϑεωρία, theorìa, non aveva affatto l’attuale significato di astratta ‘teoria’, ossia di ‘speculazione mentale’, bensì aveva il significato di ‘contemplazione’, di ‘visione’, derivando dal verbo θεωρέω, theorèo, “guardo, osservo”,  il quale a sua volta deriva da da θέα, thèa, “spettacolo”, “scenario”, o θαῦμα, thâuma, “visione”  e ὁράω, horào, “vedo”, quindi non cerebrale speculazione, bensì concreta percezione del sensibile e del sovrasensibile.  

E, come affermato nel quadruplice Veda: «la Realtà è una, le verità sono molte», cioè molte sono le «visioni», i darshana, che corrispondono alle diverse esperienze interiori, e molti sono i «sentieri», i marga, che portano alle diverse visioni degli innumerevoli aspetti, tutti singolarmente veri,  dell’Unica Realtà, dell’Assoluto: rari sono quegli Eroi della Conoscenza che attingono alla visione suprema dell’unica Verità-Realtà, che include in se stessa e giustifica tutte le altre verità parziali, tutte le «visioni» provvisoriamente o condizionatamente vere. Vi è una verità «relativa», samvritisatya, provvisoria, ma assolutamente necessaria al cercatore spirituale, e vi è una verità «assoluta», paramarthasatya, che è al di là di ogni concetto e definizione umana meramente verbale, e tuttavia conoscibile e realizzabile dall’asceta audace e consacrato. Il che, naturalmente, esclude ogni dogmatismo, ogni integralismo. Ed esclude altresì ogni proselitismo, perché ognuno possiede la sua verità, o la sua parte di verità, la propria frammentaria e condizionata «visione» dell’Unica Verità-Realtà.  

Chi arrivi a scorgere la limitatezza della propria condizionata visione, chi senta la provvisorietà della propria piccola o grande verità, avverte al contempo, nelle profondità del proprio essere, quello che nella Filosofia della Libertà viene chiamato l’«impulso umano alla conoscenza». È questo impulso che rende l’uomo insonne, che lo spinge a non riposare, a non accontentarsi del già fatto, a non vivere spiritualmente di rendita, che lo spinge alla visione audace del futuro,  e all’azione creativa, realizzatrice di ciò che ancora non esiste. È questo impulso che spinge, come l’Ulisse dantesco, a dire:  

«“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”».

Dante, Inf., XX, 112-120.

Questo voler, come l’Ulisse dantesco, «divenir del mondo esperto», questo non accontentarsi del già fatto, del già conosciuto, questo voler «non viver come bruti», bensì sceglier di «seguir virtute e canoscenza», è ciò che spinge l’essere umano alla ricerca della Conoscenza: di quella Conoscenza che è «liberazione» dal passato, dal già fatto, da ciò che è meramente donato e non conquistato, non autonomamente realizzato, ed è «libertà» di creare, immaginare, agire, conquistare, realizzare oltre il passato. 

Questo impulso umano alla Conoscenza, questo impulso alla libertà di una realizzazione creatrice, e non semplicemente ripetitrice del «passato», del «divenuto», del «fatto», è ciò che rende l’uomo autenticamente e compiutamente «uomo». Di conseguenza, per chi voglia essere compiutamente uomo la Conoscenza non può essere «rivelazione», come nelle antiche, sia pur venerande, theosophiae, bensì autonoma scoperta, audace conquista, e realizzazione dell’uomo che, veramente, voglia esser tale e, quindi, per lui essa deve essere, inevitabilmente, una anthroposophia, e la verità stessa ormai non può più essere – e per rari eroici asceti non fu mai – un «pensato», un già «fatto», un già «prodotto», passivamente accolto dall’uomo: accolto, appunto, come rivelazione nel conoscere e come legge nell’agire umani. Per l’uomo compiutamente «uomo», la verità non può che essere un «atto», non certo un mero «fatto», e come tale deve essere libera e autonoma produzione dell’uomo stesso. In quanto tale, la verità sarà scoperta, non rivelazione; sarà conquista, non accoglimento; sarà attiva produzione, non passiva fruizione; attiva intuizione spirituale, e non estatica, immota, stupefatta ricezione. Per cui, l’uomo libero non conosce altra fonte di conoscenza e di verità che quella del suo autonomo conoscere, ed altra legge al suo agire che quella ch’egli autonomamente intuisce nel suo conoscere e liberamente prescrive al proprio agire.  

Contro la nascita dell’uomo libero, che è l’«uomo vero», vi è tutto un antico mondo che congiura e si oppone. È importante, anzi cruciale, scoprire chi e che cosa si oppone ad una tale nascita. Abbiamo visto, dalla narrazione del mito-verità del Concilio degli Dèi, come i Numi abbiano incaricato, coartandole a tale funzione, tutta una serie di inferiori deità secondarie, affinché agissero come «spiriti dell’ostacolo» nei confronti del nascente e diveniente essere umano. Ora, queste inferiori deità ostacolatrici sono state «forzate» al loro ingrato compito, ovvero non lo hanno «scelto», e sono state altresì «forzate» a rimanere indietro nella loro evoluzione spirituale, in modo che il loro «ritardo» agisse come un «freno» e un «ostacolo» al cammino dell’uomo, come un velo progressivamente sempre più oscurante nei confronti della visione che egli aveva del Mondo Spirituale e degli Dèi.  

In sostanza, attraverso l’operare di questi «spiriti dell’ostacolo», l’uomo venne sempre più tagliato fuori dalla comunione cosciente col Mondo Spirituale. In lui si estinsero progressivamente la visione e la coscienza sovrasensibile. Ma tale visione, tale coscienza, non erano un suo «atto», una sua conquista e realizzazione, bensì un grazioso dono degli Dèi. Ciò che non è nostro atto, nostra conquista cosciente, nostra libera produzione e realizzazione, non dipende da noi e può essere da noi perduto in qualsiasi momento, indipendentemente dalla nostra volontà. Il dipendere da condizioni a noi estranee o da una volontà non nostra è la non-libertà. Massimo Scaligero afferma molte volte, con assoluta chiarezza, che:  

«Se l’Uomo Primordiale fosse stato realmente signore e autore del suo stato di sovrumana grandezza, certamente non sarebbe mai potuto decadere da esso: certamente non lo avrebbe mai smarrito».  

Ma così non era, e ciò che era solo un dono, di necessità andò smarrito. Anzi, all’uomo, senza minimamente consultarlo, tale dono fu tolto. E questa fu la più grande fortuna per l’uomo. Questo processo di privazione della coscienza sovrasensibile e l’esser tagliato fuori dalla comunione col Mondo Spirituale, oramai è un fatto compiuto, e le conseguenze sono dinanzi all’uomo. Uniche eccezioni sono esseri ancora non completamente umanizzati, ossia non compiutamente uomini, non completamente caduti nella prigionia della materia, nell’esclusiva visione sensibile, recanti in se stessi vestigia più o meno decadenti e involute di antichi stati di coscienza, nei quali essi si attardano, ed esseri che, al contrario, lo stato umano lo hanno esaurito, esseri che hanno sciolto l’enigma della Sfinge ed hanno superato audacemente l’abisso, risorgendo spiritualmente dalla contraddittoria labilità umana. Quelli, gli «attardati», dovranno diventare un giorno uomini, liberandosi di un atavismo che li frena e che può gravemente farli deviare. Questi, i «superatori» dell’umano, sono gli «Uomini Veri»: sono e saranno loro gli autentici aiutatori dell’uomo.  

Ma anche gli Dèi, come abbiamo avuto modo di vedere in Libertà e liberazione, non sono liberi e, pur avendo vasta coscienza sovrasensibile e profonda sapienza, non hanno autocoscienza, anzi attendono dall’uomo vincitore la realizzazione di Autocoscienza, Libertà e Amore. Si può autenticamente amare solo se si è liberi, e si è veramente liberi solo se si è autocoscienti. Ma né Dèi né «spiriti dell’ostacolo» sono liberi. Si può amare veramente, solo ciò che si conosce perché, come afferma Leonardo da Vinci:  

«Il grande Amore è figlio della grande Conoscenza: chi tutto conosce, tutto ama».  

Si potrebbe, a mio avviso, anche vedere la cosa alla rovescia ed affermare, temerariamente, che:  

«la grande Conoscenza è figlia del grande Amore: chi tutto ama, tutto conosce».  

Le due affermazioni sono entrambe vere, perché – come afferma tutta la tradizione ermetica – si conosce veramente solo divenendo la cosa conosciuta: per conoscere veramente che cosa sia l’amore, bisogna amare, ossia è necessario divenire esseri amanti: trasformarsi, amando, nell’essere amato. Ora, si può dire che, salvo eccezioni, gli Dèi – pur essendo l’uomo «la mèta delle Gerarchie» – non conoscano, amino l’uomo. Se lo conoscessero e lo amassero realmente, nel conoscerlo e nell’amarlo, essi si trasformerebbero nell’uomo, e realizzerebbero essi, per loro moto autonomo, quella libertà che invece attendono, come dono, dall’uomo libero. Ma pochi Dèi hanno osato divenire uomini; pochi Dèi hanno osato abbandonare la fruizione di quel loro rango divino, nel quale essi sono, come dicevano gli Elleni, αθάνατοι, athànatoi, immortali, e μακάριοι, makàrioi, certamente beati, felici, ma non liberi.  

Nella mitologia ellenica gli Dèi, Zeus compreso, sono sottoposti alla Μοῖρα,  Mòira, – voce che deriva dal verbo greco di μείρομαι, mèiromai: «avere in parte, ricevere in sorte» – all’imprescrutabile Destino che li sovrasta e tiene a freno il loro volere. Destino che i Romani chiamavano Fatum. Zeus, o detto alla latina, Giove, non si rivela sempre poi così benevolo nei confronti della razza degli uomini. Infatti, egli non solo subisce l’imprescrutabile volere della Moira, o del Destino, e di Ἀνάγκη,  Anànke, la Necessità, ma nei confronti della stirpe umana è roso, dentro di sé, anche da quella che gli autori greci chiamavano l’«invidia degli Dèi». Ora si invidia ciò che non si ama, e ciò che non si ama, non lo si ama perché non lo si conosce. Se non si conosce, e di conseguenza non si ama, bensì si invidia, sicurissimamente non si è liberi. La Conoscenza, nel suo trasformarsi nella cosa conosciuta, è di per sé Amore. Questo è il grande segreto del pensiero, descrittoci nella Filosofia della Libertà e nel Trattato del Pensiero Vivente : il pensante nell’atto del pensare, che «obliando» se stesso si fa forma dell’oggetto pensato, compie, con abnegazione, un elevato, e il più disinteressato, atto d’Amore. Parlando dell’esperienza intuitiva del pensiero puro, Rudolf Steiner nell’aggiunta alla seconda edizione (1918) all’ottavo capitolo della Filosofia della Libertà, trad. di Dante Vigevani, Editrice Antroposofica, Milano, 1966, p. 120, così scrive:  

«Questo immergersi [nelle manifestazioni del mondo] avviene con una forza fluente entro la stessa attività pensante, la quale è forza d’amore di natura spirituale».  

Possiamo qui vedere quanto sia radicalmente falsa, e fondamentalmente errata, l’affermazione che: «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica». In effetti, essa è esattamente il contrario: è l’azione più determinatamente voluta, quella più cosciente, e persino quella più morale – perché più libera – che si possa concepire. Una tale azione era inconcepibile nell’antico mondo della Rivelazione e della Legge, le quali esigevano passiva accoglienza e obbediente sottomissione, non autonoma ricerca e conquista della Conoscenza e della Libertà.  

Se l’uomo fosse rimasto ligio alla Rivelazione e alla Legge, che ne sarebbe stato di lui, della finalità della sua esistenza, della sua  missione o «destinazione», come la chiamerebbe Johann Gottlieb Fichte? La risposta la troviamo in una lezione della prima Scuola Esoterica, che l’amico Silvano Mirami ha tradotta, ma non ancora pubblicata,  e che ci ha gentilmente messo a disposizione. In quella lezione esoterica, del 23 maggio 1904, tenuta a Berlino, Rudolf Steiner afferma:  

«Una parte delle individualità, che allora si incarnarono, formarono la stirpe di coloro che in seguito si diffusero come Adepti sull’intero mondo. Erano gli Adepti originari, non coloro che chiamiamo oggi Iniziati. Coloro che oggi chiamiamo Iniziati non attraversavano allora ancora nessuna incarnazione. Tuttavia non si incorporarono allora tutti quelli che potevano trovare corpi umano-animali, ma solo una parte. Un’altra parte si ribellò al corso dell’incarnazione per precise ragioni. Essi attesero a tale scopo sino alla quarta razza. La Bibbia accenna a quel momento in maniera misteriosa e profonda: i Figli degli Dèi trovarono che le figlie degli uomini erano belle e si unirono ad esse.

Cioè, cominciò in quel momento in epoca più tardiva una incarnazione di coloro che avevano aspettato. Noi chiamiamo questo gruppo i «Figli della Saggezza», e sembra quasi che in vi sia una certa presunzione ed un certa superbia in loro. Prescindiamo ora dalla piccola eccezione che sono gli Adepti. Se si fosse allora incarnata pure quest’altra parte, l’essere umano non sarebbe mai giunto alla chiara coscienza, nella quale egli vive oggi. L’essere umano sarebbe rimasto impantanato in un ottuso stato di trance. Egli avrebbe assunta la coscienza, che oggi potete trovare negli ipnotizzati, nei sonnambuli e così via. In breve, gli esseri umani sarebbero rimasti in uno stato di coscienza sognante. Ma sarebbe poi mancata loro una cosa straordinariamente importante, se non addirittura la più importante: il sentimento della libertà, la scelta autonoma dell’uomo sul Bene e sul Male a partire dalla sua propria coscienza, dal suo Io».  

La cosa non è di poco conto. E che non sia tale è dimostrato, nella versione biblica della Genesi, sia dalle parole del serpente, sia dalla successiva reazione di Jahvè. Ecco che cosa disse il serpente ad Eva, la madre dei viventi, nella traduzione ottocentesca del valdese Giovanni Luzzi.

«Or il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che l’Eterno Iddio aveva fatti; ed esso disse alla donna: ‘Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?’. E la donna rispose al serpente: ‘Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero ch’è in mezzo al giardino Iddio ha detto: Non ne mangiate e non lo toccate, che non abbiate a morire’. E il serpente disse alla donna: ‘No, non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male’. E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si apersero gli occhi ad ambedue».  

Il lettore deve tener conto solo che, là dove il Luzzi traduce ‘l’Eterno Iddio’, nel testo ebraico vi è Jahvè Elohim, e dove traduce ‘Iddio’ in ebraico vi è Elohim, che come noto agli ebraisti, è un plurale. Come del resto sapeva anche Girolamo, tant’è che nel suo latino della Vulgata traduce così: «et eritis sicut dii scientes bonum et malum», ovvero: e sarete come gli Dèi, conoscitori del bene e del male. Ora il testo biblico non afferma affatto che il serpente – serpens nella Vulgata di Girolamo, ὄφις, òphis, nella traduzione greca dei Settanta, e nahash nel testo ebraico – mentì ad Eva, né tampoco afferma che il «frutto dell’Albero della Conoscenza» fosse di per sé mortifero. Viene detto esplicitamente che, avendolo mangiato, l’uomo è divenuto «come gli Dèi», ed è anzi Jahvè, proprio per tale motivo, a rendere mortale l’uomo, impedendogli l’accesso all’Albero della Vita. Si comprende, dunque, la funzione sommamente positiva che gli Gnostici Ofiti o Naasseni davano al «serpente», il quale fece dono all’uomo di quella γνῶσις-gnōsis, di quella Conoscenza, che lo avrebbe condotto dal sogno al risveglio e dal servaggio alla libertà, nonché la loro dichiarata ostilità nei confronti dello Jahvè dell’Antico Testamento, del dio geloso che dette la Legge, che esigeva punizioni, sacrifici cruenti e stragi, il quale per loro, come per tutti gli Gnostici, non era affatto il Padre. Infatti, nella traduzione di Giovanni Luzzi è detto:  

«Poi l’Eterno Iddio [ovvero: Jahvè Elohim] disse: ‘Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo’».  

Mentre nel terzo capitolo del  Vangelo di Giovanni, invece, viene detto a Nicodemo: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna», e nell’ottavo capitolo è scritto: «e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi», mentre nel decimo capitolo possiamo leggere: «Gesù rispose loro: Non è egli scritto nella vostra legge: Io ho detto: Voi siete dèi?».  

Come non ricordare il detto dell’Oracolo di Delfi, nel quale il Nume, parlando per bocca della Pizia, dice:

«Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dèi. Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dèi».  

Quindi è nell’uomo che sono da cercarsi l’Albero della Vita, l’Albero della Conoscenza e l’occulto Tesoro degli Dèi, perché, come anche detto nelle Upanishad, retaggio della sapienza vedica indiana, che prescrive l’atmanam viddhi, analogo all’ellenico γνώθι σεαυτόν, gnòthi seautòn, ovvero, in entrambi i casi, l’apollineo «conosci te stesso»:  

«Questo supremo Brahman, Atman universale, immensa dimora di tutto ciò che esiste, più sottile di ogni cosa sottile, costante: in verità è te stesso, perché Tu sei Quello (Kaivalya Upanishad, I, 16).  

Quando si è conosciuto l’Atman supremo, che riposa in un posto nascosto, senza parti e senza dualità, quale Testimone, esente dall’essere e dal non-essere, si perviene alla condizione dell’Atman universale (Kaivalya Upanishad, II, 23-24)».  

Nella citata lezione esoterica, Rudolf Steiner mostra la vicenda dell’uomo ostacolato nel suo affannato divenire dalla «invidia degli Dèi»:  

«La Genesi  – in quella forma che essa precisamente ha già ricevuto sotto gli influssi provenienti da quel sentimento che ho caratterizzato dicendo che di fronte a un Deva esisteva un certo spavento –  la Genesi chiama questa ritardata incarnazione la «caduta», il peccato originale. Il Deva attese e discese solo allorché l’umanità fisica si era già ulteriormente evoluta per poter quindi prender prima possesso del corpo fisico, onde poter sviluppare poi una più matura coscienza di quanto non fosse prima della caduta.

Così vedete come l’uomo abbia acquistato la sua libertà attraverso il fatto che la sua natura si è deteriorata, perché egli ha atteso con l’incarnazione fino a che la sua natura fosse discesa in una più densa condizione fisiologica. Nella mitologia greca si era conservata una coscienza profonda di questo fatto. Se l’uomo fosse giunto già prima all’incarnazione – così diceva il mito dei Greci – sarebbe accaduto quel che voleva Zeus, allorché gli esseri umani si trovavano ancora nel «Paradiso»: Egli voleva renderli felici, ma come esseri incoscienti. La chiara coscienza sarebbe stata riposta unicamente presso gli Dei e l’uomo sarebbe rimasto privo del sentimento della libertà. La ribellione dello Spirito luciferico, dello Spirito del Deva nell’umanità, il quale volle discendere per evolvere a partire dalla stessa libertà, viene simboleggiato nella saga di Prometeo. Ma egli deve espiare questo tentativo con il fatto che un’aquila – simbolo del desiderio – rode incessantemente il suo fegato e gli causa i più tremendi dolori.  

Quindi l’uomo è disceso più in basso e deve ora raggiungere, attraverso la sua propria libera attività cosciente, quel che egli avrebbe dovuto raggiungere attraverso arti e forze magiche. Ma poiché era disceso più in basso, egli deve sopportare dolori e tormenti. Anche questo indica la Bibbia con le parole: Partorirai i figli nel dolore, mangerai il pane nel sudore della tua fronte – e via dicendo. Ciò non significa altro che: l’uomo deve nuovamente innalzarsi con l’aiuto della civiltà.  

La mitologia greca simboleggia in Prometeo il rappresentante dell’umanità che, in libertà, anela attraverso le lotte  per la civiltà . Essa in lui ha rappresentato l’uomo sofferente e al contempo il liberatore. Colui che attua la liberazione di Prometeo è Ercole, del quale ci viene raccontato che si fece iniziare nei Misteri Eleusini. Colui che discende nel mondo infero, era un Iniziato, poiché la discesa agl’Inferi è l’espressione tecnica per l’Iniziazione. Questa discesa agl’Inferi ci viene detta di Ercole, di Ulisse, e di tutti coloro nel caso dei quali abbiamo a che fare con Iniziati che ora vogliono, in seno all’evoluzione attuale, guidare alla sorgente della sapienza primordiale, alla vita spirituale.  

Se l’umanità fosse rimasta al punto in cui si trovava nella terza razza, oggi saremmo uomini sognanti. L’uomo ha fecondato la sua natura inferiore attraverso la sua natura di Deva. A partire dalla sua autocoscienza, la sua coscienza della libertà, egli deve di nuovo sviluppare questa scintilla di coscienza che egli si è portato quaggiù con una giustificata audacia, dunque quella conoscenza spirituale ch’egli non aveva ricercata nel precedente stato non libero. Nella stessa natura umana vi è quella ribellione satanica, che però come anelito luciferico è in effetti la garanzia per la nostra libertà. E a partire da questa libertà sviluppiamo nuovamente una vita spirituale. Questa vita spirituale deve  venire nuovamente accesa nel seno dell’umanità della quinta razza. Nuovamente questa coscienza deve scaturire dagli Iniziati. Essa non deve essere una coscienza sognante, bensì una coscienza luminosa. Sono gli Ercoli dello Spirito, sono gli Iniziati, coloro che fanno progredire l’umanità e disvelano la sua occulta natura di Deva, la conoscenza dello Spirituale. Questo è stato pure l’anelito dei grandi fondatori di religioni: quello di portare nuovamente all’umanità la conoscenza dello Spirituale, che essa aveva smarrito nella vita fisiologica. Gli Atlantidei avevano un’elevata civiltà materiale, e la nostra quinta razza ha ancora  pur sempre molto della vita materiale in se stessa. Questa civiltà materialistica del nostro tempo ci mostra quanto l’uomo si sia coinvolto nella pura natura fisico-fisiologica, come Prometeo nelle sue catene.  Ma altrettanto sicuro è che l’avvoltoio, il simbolo della brama, che rode il nostro fegato sarà eliminato dall’uomo spirituale. A questo vogliono guidare gli Iniziati l’umanità autocosciente, attraverso movimenti, dei quali il movimento teosofico è uno, tali che l’uomo possa nuovamente elevarsi in piena libertà. […]  

L’uomo è disceso sin nel corpo fisico cosicché, al contrario della natura dei Deva, egli consiste di tre principi: corpo, anima e spirito. Il Deva si trova più in alto rispetto all’uomo, egli però non deve superare come l’uomo la natura fisica. La natura fisica deve essere di nuovo trasfigurata cosicché essa possa accogliere la vita spirituale. La stessa coscienza fisiologica dell’uomo, il corpo fisico, come vive oggi, deve accendere in sé in libertà la scintilla della vita spirituale.

Il sacrificio del Christo è un esempio di come l’uomo possa sviluppare, a partire dalla vita fisica, la coscienza superiore. Nel corpo fisico vive il suo io inferiore; ma esso deve essere infiammato, onde si sviluppi l’Io superiore. Solo allora anche da questo corpo fisico possono fluire i fiumi d’acqua viva. Potrà allora apparire lo Spirito, potrà allora riversarsi lo Spirito. L’uomo deve allora divenire morto come Io per questa vita fisiologica. 

Qui risiede l’autentico elemento cristico ed anche il più profondo mistero della Pentecoste. L’uomo vive a tutta prima nel suo organismo inferiore, nella sua coscienza impregnata di desideri. Egli deve vivervi perché solo questa coscienza può dargli libertà sicura della mèta. Tuttavia egli non può rimanervi dentro, bensì deve elevare il suo Io alla natura dei Deva. Egli deve far maturare in se stesso il Deva, generare il Deva,  che diventerà poi uno Spirito di salute, uno Spirito Santo. A tale fine egli deve sacrificare coscientemente il corpo terreno, egli deve a tale scopo sentire il «muori e divieni», onde egli non rimanga «un ospite tenebroso» su questa  «Terra oscura». […]

Come Prometeo viene liberato dalle sue sofferenze attraverso Ercole, così lo sarà l’uomo attraverso la vita dello Spirito. Attraverso il fatto che l’uomo è disceso nella materia egli è pervenuto all’autocoscienza. Attraverso il fatto che egli nuovamente riascende, diventerà un Deva autocosciente. Da coloro che veneravano gli Asura e considerano i Deva come qualcosa di ‘satanico’, da coloro che non volevano penetrare nell’interiorità più profonda, questa discesa viene presentata come qualcosa di diabolico.

Ciò viene indicato anche nella mitologia greca. Il rappresentante della condizione di coscienza non libera è Epimeteo – il postpensatore – il quale non vuole giungere alla redenzione a partire dalla piena libertà, dunque è l’avversario di Prometeo – [il prepensatore]. Egli riceve da Zeus il vaso di Pandora, il cui contenuto – sofferenze e piaghe – alla sua apertura si abbatte sull’umanità. Solo come ultimo dono, vi rimane dentro la speranza, che anche lui in una condizione futura penetrerà in una superiore chiara coscienza. Gli rimane la speranza della liberazione. Prometeo lo sconsiglia di accettare l’ambiguo dono del dio Zeus. Epimeteo non obbedisce a suo fratello, al contrario accetta il dono. Il dono di Epimeteo è meno importante di quello di suo fratello Prometeo».  

Mi sembra che Rudolf Steiner  qui mostri chiaramente la differenza tra l’inerte pensare riflesso – che può solo a posteriori intessere esangui pensati su una realtà apparentemente pre-esistente al conoscere – e il creativo pensare vivente anticipatore e generatore di realtà future. Infatti, in una successiva lezione esoterica del 7 novembre 1904, anch’essa tenuta a Berlino, dedicata al mito di Prometeo, viene detto:  

«Prometeo appartiene al mondo delle leggende greche. Lui e suo fratello Epimeteo sono i figli di un Titano, Giapeto. E gli stessi Titani sono i figli della più antica Divinità greca, di Urano e della sua sposa Gea. Urano, tradotto in italiano, significherebbe «il Cielo» e Gea «la Terra». Sottolineo, inoltre, espressamente che Urano nel mondo greco è come Varuna nel mondo indiano. Prometeo è quindi un Titano, un discendente dei figli di Urano e di Gea, ed anche suo fratello Epimeteo. Il più giovane dei Titani, Kronos, il Tempo, ha detronizzato suo padre Urano e si è impadronito del potere per sé. Per questo egli fu di nuovo detronizzato da suo figlio Zeus e cacciato con tutti i Titani nel Tartaro, nell’Abisso o nel Mondo Infero. Solo il Titano Prometeo e suo fratello Epimeteo aiutarono Zeus. Essi stavano allora dalla parte di Zeus e lottarono contro gli altri Titani.  

Ora, però, Zeus voleva sterminare pure il genere umano, che era diventato arrogante. Allora Prometeo si fece difensore del genere umano. Egli meditò a come egli potesse dare qualcosa al genere umano, con cui potesse salvar se stesso, e non essere più semplicemente dipendente dall’aiuto di Zeus. Ci viene così raccontato come Prometeo avesse insegnato agli uomini l’uso della scrittura e le arti, e soprattutto l’uso del fuoco. Per questa ragione, tuttavia, egli attirò su di sé la collera di Zeus. E a causa di questa collera di Zeus, egli fu incatenato sul Caucaso e lì dovette sopportare per lungo tempo grandi tormenti.  

Ci viene inoltre raccontato come gli Dèi, con Zeus in testa, fecero approntare ad Efesto, il Dio dell’arte del fabbro, una statua femminile. Questa statua era dotata di tutte le proprietà, che sono l’ornamento esteriore della stirpe umana della quinta razza radicale. Questa statua femminile era Pandora. Pandora fu spinta a recare doni all’umanità, dapprima al fratello di Prometeo, ad Epimeteo. A dire il vero, Prometeo mise in guardia il fratello dall’accettare quei doni, questi, tuttavia, si fece persuadere ed accettò i doni degli Dèi. Tutto fu riversato, soltanto una cosa fu trattenuta: la speranza. Questi doni sono in gran parte piaghe e dolori per l’umanità; solo la speranza rimase nel vaso di Pandora.  

Prometeo venne quindi incatenato sul Caucaso, ed un avvoltoio gli rodeva continuamente il fegato. Lì egli soffriva. Ma egli sa qualcosa che è garanzia per la sua salvezza. Egli conosce un segreto, che nemmeno Zeus conosce, ma che questi vuole sapere. Egli invece non lo rivela, malgrado che Zeus gli invii il Messaggero degli Dèi, Ermete.  

Ora, nel corso della leggenda ci viene raccontata la sua stupefacente liberazione. Viene raccontato come Prometeo possa essere liberato attraverso l’intervento di un Iniziato. E un tale Iniziato fu il greco Ercole; Ercole, che aveva eseguito le dodici fatiche. L’esecuzione di queste dodici fatiche è la realizzazione di un Iniziato. Sono le dodici prove dell’Iniziazione, simbolicamente espresse. Inoltre, di Ercole viene detto che si sia fatto iniziare nei Misteri Eleusini. Egli riescì a salvare Prometeo. Tuttavia qualcuno doveva, inoltre, sacificarsi, e per Prometeo si offrì il Centauro Chirone. Questi già allora  soffriva di una incurabile malattia. Egli era metà animale, metà uomo. Egli patisce la morte e attraverso ciò Prometeo venne salvato. Questa è la struttura esteriore della leggenda di Prometeo».  

Rudolf Steiner mostra chiaramente la radicale differenza tra il riflesso, sterile, pensare di Epimeteo e quello vivente, creativo, di Prometeo, con le parole:  

«Suo fratello è Epimeteo. Traduciamo dapprima un po’ le due parole: Prometeo significa in tedesco il pre-pensante, Epimeteo significa il post-pensante. Qui avete due attività del pensare umano chiaramente contrapposte nell’uomo post-pensante e nell’uomo pre-pensante. L’uomo post-pensante è colui che fa agire su di sé le cose di questo mondo e poi in un secondo tempo pensa. […]

Ma nella misura in cui l’essere umano non lasci agire su di sé quel che già esiste, bensì crea qualcosa di futuro, è uno scopritore e un inventore, egli è un Prometeo, un pre-pensante. Mai si sarebbero potute compiere invenzioni se l’uomo fosse soltanto Epimeteo. Una invenzione viene compiuta per il fatto che l’uomo crea qualcosa che non esiste ancora. Dapprima ciò esiste nel pensiero, e dopo viene trasformato nella realtà. Questo è il pensare prometeico».  

Poco oltre, nella medesima lezione esoterica, viene messo in evidenza qualcosa di veramente importante:  

«L’umanità mortale deve durante la quinta razza stare sulle proprie gambe. Questa umanità viene rappresentata da Prometeo. Essa soltanto portò le Arti umane e l’Arte originaria del Fuoco. Zeus è geloso di essa, giacché gli esseri umani crescono diventando i loro propri Iniziati, che nella sesta razza radicale prenderanno la direzione nelle loro mani. Ma questo l’umanità se lo deve prima conquistare. Per questo il suo Iniziato originario deve dapprima prendere su di sé tutte le sofferenze.

Prometeo è l’Iniziato primigenio della quinta razza radicale, colui che è iniziato non solo nella saggezza, bensì anche nell’azione. Egli attraversa tutte le sofferenze, e verrà liberato da colui che matura per liberare poco a poco l’umanità ed innalzarla al di sopra dell’elemento minerale».  

Ora, il «fuoco» che Prometeo dona agli uomini, e che li scuote dal torpore, svegliandoli alla vita intelligente, non è solo il fuoco materiale che scalda, bensì  – per chi sa vedere in profondità – esso ha molta relazione con quel trasmutante «fuoco» ermetico che ha la virtù di trasformare i «metalli vili» in «oro filosofale», e di «angelificare» il semianimale uomo mortale, trasmutandolo in un Nume o, come direbbe il mio amato Dante, di «indiarlo».  Non è difficile vedere come l’«invidia degli Dèi», propria di Zeus, abbia molti caratteri in comune con l’apprensiva preoccupazione di Jahvè che l’uomo conseguendo, indipendentemente da lui, la «Conoscenza del bene e del male», diventasse uguale agli Dèi. E che, come fu Zeus col «dono» del vaso di Pandora, e non Prometeo col dono del Fuoco, colui che riversò mali e sciagure sull’umanità, così fu Jahvè con l’interdire ad Adamo ed Eva di accostarsi all’Albero della Vita, e non il serpente col donare il frutto dell’Albero della Conoscenza, a rendere l’uomo mortale, a riversare su di lui fatica, sofferenza,  malattia ed eziandio la morte. Infatti, persino nel Vangelo di Giovanni si dice che Jahvè, attraverso Mosè, dette la Legge, la Toràh, la quale chiede obbedienza e conformità alle regole esteriori, ma che invece attraverso l’Io Sono, il Logos, l’uomo conosce la Verità e realizza la Libertà.  

È la Conoscenza, la γνῶσις-gnōsis, che fa conoscere la Verità, e di conseguenza rende liberi. Verità e libertà l’uomo se le deve conquistare: non possono essergli donate né da una evoluzione naturale, né da una rivelazione soprannaturale. La Filosofia della Libertà, considerata da questo punto di vista, ha un carattere fortemente prometeico, perché per essa la verità non è la rivelazione di un Essere trascendente, bensì libera produzione dell’uomo conoscente, e il contenuto morale delle azioni umane non viene prescritto dalla legge di un Essere extraumano e trascendente, richiedente incondizionata obbedienza, bensì è anch’esso libera produzione dell’autonomo conoscere umano, della sua propria «fantasia morale». Da questo punto di vista, si può dire che la Filosofia della Libertà e la Scienza dello Spirito che ne deriva, pur non essendo affatto una riapparizione o una ripetizione dell’antica Gnosi, ingiustamente e violentemente combattuta dalle varie chiese, bensì essendo frutto delle attuali forze conoscitive dell’uomo, abbiano un forte carattere «gnostico». Perché è la Conoscenza dell’Io, e non la sottomessa fede dell’anima, quella che realizza Autocoscienza, Libertà e Amore.  

Ad impedire che l’uomo consegua la sua mèta, non sono solo le forze oscuranti e devianti degli «spiriti dell’ostacolo», ma anche una tramontante «natura spirituale», che vuole sopravvivere alla sua trascorsa e un tempo giustificata funzione. Tale «natura spirituale» vorrebbe che l’uomo permanesse in una perenne innocente e irresponsabile infanzia spirituale: vorrebbe «proteggerlo» ad ogni costo, dall’azione distruttiva degli «spiriti dell’ostacolo», ma anche da lui stesso. Perché teme la sua libertà: non conoscendola, non la ama, e la vede come un rischio per lui pericoloso. Vorrebbe – anche attraverso le chiese, che sono la sua espressione terrena – rinchiuderlo in un «paradiso» sicuro, nel quale renderlo obbligatoriamente morale e felice, sacrificando la sua pericolosa libertà. Ma è scritto che: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli il loro nido, ma il Figlio dell’uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo. E Massimo Scaligero ricorda l’antico detto iniziatico che: per l’iniziato il Paradiso è una prigione.  

Sono severamente ammonitrici le parole della Filosofia della Libertà, alle pp. 170-171, nelle quali è detto:  

«In determinate condizioni l’uomo può essere indotto a tralasciare l’esecuzione di ciò che vuole. Ma a lasciarsi prescrivere ciò che deve fare, vale a dire voler ciò che altri, e non egli stesso, stima giusto, l’uomo si presta solamente in quanto non si sente libero.

Le forze esteriori possono impedirmi di fare ciò che voglio; e allora mi condannano semplicemente all’inazione o alla non-libertà. Soltanto quando asserviscano il mio spirito, e mi scaccino dalla testa i miei motivi e al loro posto vogliano mettere i proprî, soltanto allora attentano alla mia libertà. Perciò la Chiesa si volge non solo contro l’azione, ma specialmente contro i pensieri impuri, cioè contro i motivi della mia attività. Essa mi rende non libero, quando tutti i motivi che essa non prescrive le appaiono impuri. Una Chiesa o un’altra comunità genera non-libertà, quando i suoi preti e i suoi maestri si fanno dominatori delle coscienze, vale a dire quando i credenti devono prendere da essi, dal confessionale, i motivi delle proprie azioni».  

Quando, nel 1922, persino il Movimento di Rinnovamento Religioso che, attingendo alle comunicazioni di Rudolf Steiner, si era formato in Germania dopo la prima Guerra Mondiale, ebbe la pretesa di imporsi come «Chiesa» dell’Antroposofia, la risposta durissima di Rudolf Steiner fu che la Scienza dello Spirito è una Via di Conoscenza e non una via religiosa, e che essa non ha minimamente bisogno di una religione o di una chiesa. E citò le taglienti parole di Goethe: «Chi ha scienza e arte, ha pur religione. Chi non ha scienza né arte, abbia religione».

Ma molti che, trovando dura, e indubbiamente molto esigente, la Via del Pensiero e l’intensa pratica della Concentrazione, hanno rinunciato all’impresa spirituale, e cercano alibi, accoglienza e rifugio, ed eziandio consolazione, nelle morbide e comode «vie dell’anima», e talvolta anche nelle varie chiese, da sempre «gelose» delle pecorelle del proprio gregge che dicono di amare, e jahveticamente «invidiose» di coloro che non vogliono farsi pecore, né aggregarsi ad un gregge. Ora si è gelosi di ciò che si crede di amare e in realtà non si sa amare, e si è invidiosi di ciò che si odia, perché non lo si conosce e di conseguenza lo si teme.  

Ci sarebbe molto altro da dire, ma forse una savia prudenza, e la volontà di non stancare troppo il volenteroso lettore, consigliano di non prolungare ulteriormente questo articolo. Tuttavia, molto è celato tra le righe e il cercatore diligente potrà fare qualche sorprendente scoperta.  

«Questa, che già qual sia chiaro v’ho mostro,

Forse più che non lice».  

Ode Alchemica, Canzone III, 9.  

Per cui, come dice il mio amato Dante:  

«O voi che avete gl’intelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto il velame delli versi strani». 

Dante, Inf., Canto IX, 61-63. 

«Aguzza qui, o lettor, ben li occhi al vero,
chè ‘l velo è ora ben tanto sottile,
Certo, che ‘l trapassar dentro è leggero».  

Dante, Purg., Canto VIII, 19-21.

 

4 pensieri su “LIBERAZIONE O LIBERTA'?

    • Marzia,
      se scrivi così divento rosso come un pomodoro,
      assomigliando sempre più al nostro baldo Isidoro:
      vorrei invece vagar per la savana come Anacreonte,
      e felice meditar solingo a cavallo d’un rinoceronte.

      Hugo, che giunto ormai alla sera,
      sbafati merluzzo, lenticchie e ceci,
      or s’appresta a sbafar anche la pera.

  1. Uno sguardo di insieme su questa ricerca di Hugo, su questo lavoro di pensiero, su questo sforzo per entrare sempre più nella Verità per comprendere ed essere compreso, per tentare di allargare l’orizzonte oltre ogni orizzonte, per spezzare ogni catena che tenti di frenare il bisogno umano di espandersi in una libertà sempre più vera porta a chiedersi…..cos’è questa forza se non Amore?

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