PROMETEO, OVVERO L'AMORE PER LA LIBERTA'

Hera e Prometeo

Mi scuso col volenteroso lettore se, all’inizio di queste considerazioni su un tema così delicato, vi saranno apparenti «divagazioni» filologiche, ma esse sono necessarie per indirizzare lo sguardo di «coloro che hanno poca polvere sugli occhi», come li chiamerebbe il Buddha Shakyamuni, all’essenziale, che altrimenti potrebbe loro facilmente sfuggire. Inoltre, dovendo la verità essere vivo «atto» e non mero, spento, «fatto», ossia dovendo essere libera produzione dell’uomo conoscente, è giusto che essa sia conquista, anche faticosa, di chi lotta per essa. Altrimenti, essa è soltanto un sapere apparente, una dialettica scintillante e ambigua, seducente forse per taluni, ma vuota, e illudente. Qualche lettore particolarmente diligente, e meditante, avrà eziandio la possibilità di trovare tra le righe e le immagini, celata sotto lieve velo, qualche bella pietra preziosa, che un sagace intenditore giudicherebbe essere una «perla di gran prezzo», per cui è detto in Matteo, 13, 44-45:

«Il regno de’ cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per l’allegrezza che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo. Il regno de’ cieli è anche simile ad un mercante che va in cerca di belle perle; e trovata una perla di gran prezzo, se n’è andato, ha venduto tutto quel che aveva, e l’ha comperata».

Nella mitologia ellenica, ma successivamente anche in quella etrusca e in quella romano-italica, la figura di Promèteo ha caratteristiche di estremo interesse per il ricercatore spirituale. In greco, il suo nome Προμηθεύς, Promethèus o, accentato alla latina, Promètheus, significa il «pre-pensante», il «pre-veggente», ed uno dei suoi più significativi epiteti è Πυρφόϱος, Pyrphòros,  il «portatore del fuoco». Gli Antichi ritenevano, sulla scorta di Platone, che il nome ‘Prometheus’ derivasse dal greco προ, pro-prima e da μανθάνω, manthano, «apprendere», «intelligere», che col suffisso-agente –eus dà appunto il significato di creativo «intelletto pre-vidente», «pre-veggente».  ossia «anti-veggente». Si sa, inoltre, che il suo nome è legato ad un misterioso «furto» di quel così particolare «fuoco», che tanto avrebbe influito sulla sorte degli uomini.

Marco Servio Onorato, sapiente commentatore del IV-V secolo d.C., del mio amato Virgilio, scrivendo sui versi 41- 42 della Sesta Ecloga, che dicono:

«Hinc lapides Pyrrhae iactos, Saturnia regna,

Caucasiasque refert volucrea furtumque Promethei»,

«Poi narra le pietre scagliate da Pirra, i regni saturni,

Gli uccelli del Caucaso e il furto di Promèteo»,

così si esprime:

«Prometheus vir prudentissimus fuit, unde etiam Prometheus dictus est ἀπὸ τής πρόμηθείας, id est a providentia»,

ovvero:

«Prometeo fu uomo di grande saggezza e preveggenza, per cui egli fu chiamato Prometeo ἀπὸ τής πρόμηθείας, apò tes promethèias, cioè da provvidenza».

In latino, abbiamo il verbo praevideo nel senso di pre-vedere, di anti-vedere, veder prima o da lontano. Ed abbiamo anche il verbo affine provideo, col significato simile di pre-vedere e pro-vvedere, veder prima, ma anche aver cura, vedere innanzi a sé, veder lontano, difendere. Come sostantivo abbiamo, invece, providentia, previdenza, cautela, prudenza, provvedimento, Provvidenza Divina. Ed infine, prudentia, prudenza, senno, assennatezza, saggezza, perizia, cognizione, pratica, cautela. Per cui, come vedremo, il prudens, anzi prudentissimus Prometeo è savio al sommo grado, e oltremodo cauto nel voler proteggere con cura e difendere gli esseri umani, sue creature predilette, dalle non benevole attenzioni degli Dèi, e diffidente nei loro confronti etiam dona ferentes, perché il loro portar doni non è disinteressato.

È noto come Πρόνοια, Prònoia, che in greco ha il duplice significato di ‘Previdenza’ e ‘Provvidenza’ – anche nel senso di anticipanti e lungimiranti pre-scienza, pre-pensiero e pre-veggenza – sia uno dei titoli della Dea  Ἀθηνᾶ, Athēnâ,  l’Athena dei Greci, la Minerva dei Latini, la Menrva degli Etruschi. Gli Elleni le innalzarono, con questo significativo epiteto, un tempio a Delfi, non lontano dal santuario del solare Apollo. Ed in particolare, gli Ateniesi, la venerarono come Αθηνά Παρθένος, Athenà Parthènos, la ‘virginea’ Athena, cui innalzarono sull’Acropoli un tempio, il Partenone, e la venerarono come Dea della guerra, della sapienza, della strategia militare, del coraggio, della forza, dell’ispirazione, della civiltà, della legge e della giustizia, della matematica e delle scienze, delle arti e degli artisti, dell’artigianato, dell’intelligenza e dell’abilità in genere. Tutte qualità che la fecero – e la fanno tuttora – molto amare e venerare.

Mentre Ἐπιμηθεύς, Epimethèus pronunciato alla greca, o Epimètheus alla latina, nome dello scialbo e sconsiderato fratello di Prometeo, proprio a causa del prefisso epì-, viene a significare il «post-pensante», «colui che riflette a posteriori», «colui che riflette in ritardo», il «maldestro» per eccellenza.

Nel mondo indiano, nell’arcaico sanscrito dei Veda, esiste la radice verbale pra-math che significa, appunto, ‘rubare’, mentre pramathyus designa il ‘ladro’. La stessa radice verbale pra-math indica altresì l’atto di ‘accendere il fuoco sacrificale’, di ‘infiammare’. Ed è veramente singolare trovare nei Veda il mito di Mātariśvan, il pramathyus, il ‘ladro’ che come l’ellenico Prometeo, compie il ‘furto’ del ‘fuoco’ a pro degli uomini.  E anche il termine dell’antico indiano manthāna, mathana, che indica il bastone rituale per accendere il fuoco sacrificale, è affine al greco manthano, avendo altresì il senso traslato di ‘accensione dell’intelletto’, ‘accensione della mente’. Gli appassionati dell’erudita filologia accademica possono trovarne notizia in: Fortson, Benjamin W. (2004). Indo-European Language and Culture: An Introduction. Blackwell Publishing, p. 27.; Williamson 2004, 214–15; Dougherty, Carol (2006). Prometheus. p. 4.

Secondo una delle versioni del mito, Prometeo fu il solo, assieme a suo fratello Epimeteo, da lui consigliato, tra i Titani a schierarsi dalla parte degli Dèi nella lotta che questi, capeggiati da Zeus-Giove, dovettero condurre contro i Titani. Giove concesse a Prometeo, come premio dell’aiuto ricevuto, sia quello di poter accedere all’Olimpo, sia quello plasmare l’uomo.

Prometeo ebbe grande amicizia con Athena-Minerva, Dea della Sapienza, alla cui nascita dalla testa di Giove egli poté assistere, ed ebbe grande amicizia per la razza degli uomini da lui forgiata. Minerva ebbe sempre una particolare predilezione per Prometeo, che aiutò sino al punto di diventarne, in delicate evenienze, consapevole complice.

Prometeo forgiò l’uomo dal fango e lo animò infondendogli il fuoco divino, mentre Minerva gli infuse il soffio della vita nei corpi d’argilla impastata. Così l’uomo venne a consistere dei quattro elementi: della terra e dell’acqua del fango, dell’aereo soffio vitalizzante di Minerva-Athena, e del fuoco animante di Prometeo. Secondo il mito, Prometeo donò all’uomo la stazione eretta, facendo in modo che si reggesse sulle sue gambe, e facendo altresì di lui un Άνθρωπος, ànthropos, «colui che guarda verso l’alto», verso il Cielo, e non verso il suolo come le specie animali terrestri. Gli donò un corpo più grande, e bello, in modo che fosse il più possibile simile agli Dèi.

Gli Dèi, che non apprezzavano tanta prometeica generosità, incaricarono allora lo scialbo e irriflessivo Epimeteo di distribuire tra i viventi una serie limitata di ‘buone’ qualità. Ed Epimeteo, titano di poco senno, distribuì a casaccio tali qualità agli animali, privandone così l’uomo. Per cui donò agli animali  forza, velocità, coraggio, ferocia e astuzia,  e inoltre zanne, artigli, ali e così via. L’uomo, di conseguenza, restò nudo e disarmato di fronte ad un mondo animale, che metteva in serio pericolo la sua sopravvivenza. Per rimediare ad una tale iattura, Prometeo prese da uno scrigno di Minerva-Athena, l’intelligenza e la memoria e le donò agli umani. Inoltre, egli trasmise all’uomo la scrittura, l’agricoltura, la metallurgia, l’architettura e tutte le altre arti che la sapiente e buona Minerva-Athena gli aveva insegnato.

Quindi Prometeo dona agli esseri umani quanto l’intelligenza può elaborare come τέχνη, tèchne, ossia «arte» creativa, anzi le τέχναι, tèchnai, le «arti» civilizzatrici, comprese quelle che consentono e addolciscono la vita sociale, arti le quali, in quanto prodotte dall’ingegno umano, vanno oltre la natura, ed sono superiori ai meri istinti che, a loro volta, sono soltanto prodotti della φύσις, physis, della «natura».

Giove-Zeus, in verità, non gradiva affatto questa generosa predilezione, che Prometeo nutriva ed ostentava così apertamente per gli esseri umani, la cui intelligenza, intraprendenza e indipendenza venivano giudicate offensive e pericolose dal sommo degli Dèi olimpici. E in lui nacque quella «invidia degli Dèi», che si dimostrerà così funesta agli umani. Non solo, in lui nasceranno anche rancore, odio e volontà di vendetta nei confronti di Prometeo, nonché la volontà di vessare ed anche portare a distruzione la razza degli uomini. Zeus dunque aveva deciso di distruggerli, e non gradiva affatto la premurosa  gentilezza di Prometeo per le sue creature. I doni del Titano apparivano essere troppo pericolosi,  perché gli uomini che ne erano dotati sarebbero diventati sempre più potenti e capaci, ma soprattutto liberi dalla necessità di qualsivoglia tutela dall’alto.

In quella lontana epoca, gli uomini avevano ancora una certa comunanza con gli Déi, con i quali usavano trascorrere talvolta lieti momenti conviviali. Durante uno di questi davvero singolari ‘simposi’, tenutosi a Mekone, fu portato un toro enorme, del quale metà doveva spettare a Zeus e agli Dèi e metà agli uomini.

Il Signore degli Dèi affidò, come provocazione, l’incarico della spartizione a Prometeo, il quale colse l’occasione per favorire una volta di più gli umani, suoi amati protetti. Uccise il toro, lo tagliò a pezzi e ne fece due parti: una più piccola ed una più grande. Agli uomini riservò le parti migliori, quelle con le carni, nascondendole nel mucchio più piccolo sotto la disgustosa pelle del ventre del toro. A Zeus e agli Dèi riservò le ossa che mise nel mucchio più grande sotto un ingannevole strato di grasso. Fatte così astutamente le porzioni, il Titano invitò Giove-Zeus a scegliere la sua parte, cosicché il resto sarebbe andato agli uomini.

Zeus, fattosi ingannare dalle apparenze, accettò l’invito e scelse il mucchio più grande con la parte grassa, ma scorgendo solo dopo le ossa abilmente celate, si adirò oltremodo, lanciando una maledizione sugli uomini. Fu da allora che gli uomini usano sacrificare agli Dèi, lasciando ad essi le parti immangiabili delle bestie offerte, e consumandone la carne. Ma gli uomini, divoratori delle carni sacrificate, diverranno per questo mortali mentre gli Dèi rimarranno immortali. Il rancoroso Giove volle colpire indirettamente Prometeo nelle sue creature, per lo sfrontato raggiro del quale, in fin dei conti, la causa era stata la sua stessa invidiosa provocazione. Giove-Zeus si vendicò di Prometeo punendo gli uomini col togliere loro il fuoco, onde l’uomo non fosse uguale agli Dèi, e condannandoli in tal modo ad una esistenza oscura e ottusa.

athena

A scongiurare una tale iattura provvide Prometeo con l’aiuto della benevola Athena-Minerva – la Dea doveva davvero volere un gran bene a lui e gli umani per rischiar tanto – che lo fece entrare di nascosto nell’Olimpo. Prometeo dunque si recò da Atena affinché lo facesse entrare di notte nell’Olimpo e, appena giunto, accese una torcia dal carro di Helios, il Sole, e si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Secondo un’altra versione della leggenda, Prometeo riuscì a penetrare nella fucina di Vulcano-Efesto, al quale rubò qualche favilla, celandola nel cavo di una canna, portandola poi, con coraggiosa noncuranza delle inevitabili conseguenze, agli umani immersi nell’oscurità.

Venuto a conoscenza della cosa, Giove-Zeus decise di farla pagare cara sia agli uomini, ch’egli riteneva arroganti e pericolosi, sia a Prometeo rivelatosi insubordinato e ingestibile. A tale scopo,  con una qual certa perfidia, egli ordinò a Vulcano-Efesto di costruire una donna di grande bellezza, di nome Pandora, il cui nome significa “tutti i doni”, alla quale gli Dèi del vento infusero lo spirito vitale, mentre le Dee dell’Olimpo la dotarono di doni meravigliosi, ma ingannevoli. Giove incaricò Ermete-Mercurio di condurla al poco assennato Epimeteo, il quale – malgrado che Prometeo lo sconsigliasse fortemente dall’accettare «doni» dagli Dèi – sconsideratamente accettò l’infido dono.  Zeus la inviò da Epimeteo affinché attraverso essa venisse punita la razza umana, alla quale Prometeo aveva dato il fuoco divino. Epimeteo, a dire il vero, in un primo momento, reso diffidente dal consiglio del fratello, aveva deciso di non accettare doni da Giove-Zeus, e la rifiutò, cosicché il sommo tra gli Dèi la prese malissimo, e infuriato più che mai per l’ennesimo oltraggio alla sua olimpica maestà subìto prima dall’uno e poi anche dall’altro fratello, decise di punire ferocemente il Titano ispiratore del medesimo e tutti gli uomini che questi amava e difendeva. Il Padre degli Dèi fece incatenare Prometeo sulla roccia del Caucaso, esposto ai flagelli delle intemperie ed inviò poi un’aquila, o secondo altre versioni del mito, un avvoltoio,  perché gli dilaniasse e gli divorasse il fegato, che gli ricresceva durante la notte, perpetuando così il suo atroce supplizio all’infinito. La cosa andò avanti per ben tremila anni, e sarebbe continuata in eterno se Ercole non avesse ucciso il rapace torturatore e non avesse liberato il Titano.

L’incerto e poco assennato Epimeteo, temendo l’ira del Dio, accettò di sposare Pandora, e di ricevere il vaso sigillato, che questa come dono degli Olimpici aveva portato con sé. Nulla di esiziale sarebbe accaduto se il vaso fosse rimasto chiuso. Ma Pandora, curiosa, sciaguratamente aprì il vaso fatale,  e ne uscirono tutti i mali che per millenni avrebbero tormentato l’esistere dell’uomo: fatica, malattia, vecchiaia, pazzia, passione e morte. Tutti questi mali uscirono velocemente dal vaso e si precipitarono sull’intera progenie umana. Nel vaso, che la spaventatissima Pandora richiuse immediatamente, rimase unicamente la speranza, la quale da allora avrebbe sostenuto e consolato gli umani nelle loro tribolazioni.

Personalmente, ritengo che la speranza sia più un flagello che una consolazione, e che chi cerca una Via di realizzazione spirituale, una Via di reale conoscenza, farebbe bene a liberarsene assieme ad altri impostori – autentici flagelli – che illudono, intorbidano lo sguardo interiore e il pensiero, pervertono e rendono incerto il sentimento, fiaccano e deviano la volontà. A tale proposito, sono ammirevoli le parole di un Sapiente, un vero ‘Prometeo’, che duecentocinquant’anni fa, riferendosi alle minacce di un troppo zelante e sciocco servo dei potenti, così si espresse: «Quel povero X., che pensa di terrorizzarmi con le sue minacce! Ma casca male, giacché da molto tempo ho calpestati insieme l’elogio e il biasimo, la paura e la speranza. Io che non ho altro obbiettivo che seguire l’impulso dei miei buoni sentimenti verso l’umanità e fare ad essa tutto il bene che sarà in mio potere!». Sine spe nec metu, senza speranza e senza paura, come dicevano i Latini : spesso la speranza è la madre del desiderio e della paura. Ho visto molte tragedie e vite spirituali rovinate dal veleno della speranza e della paura.

Ma è ora di lasciare la parola a Rudolf Steiner a proposito del mito di Prometeo. Per comodità del benevolo lettore, è cosa forse utile e buona riportare quanto è detto da Rudolf Steiner ne Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’antichità, nella stupenda traduzione – da me di gran lunga preferita, come pure nel caso di altre ‘antiche’ traduzioni quasi sempre preferibili, a mio avviso, per molti buoni motivi, alle più recenti – di Ida Levi Bachi, pubblicata per i tipi di Giuseppe Laterza e Figli, magnifici tipografi-editori-librai, a Bari, nel 1922:

«Particolarmente interessante dal punto di vista di siffatta interpretazione è il mito di Prometeo. Prometeo e Epimeteo sono figli del titano Japeto. I Titani discendono dalla più antica generazione di Dei, da Urano (il Cielo) e da Gea (la Terra). Il più giovane di essi, Kronos, rovescia dal trono il padre avoca a sé il dominio del mondo. Ma è sopraffatto a sua volta con gli altri Titani da Giove, suo figlio, e Giove diventa il Dio supremo. Nella lotta contro i Titani, Prometeo aveva parteggiato per lui e, dietro suo consiglio, li aveva esiliati nell’Averno. Ma in Prometeo lo spirito dei Titani viveva ancora; egli era amico di Giove solo a metà, e quando questi volle distruggere gli uomini, a castigo della loro tracotanza, egli li protesse, e insegnò loro i numeri, la scrittura e altre arti apportatrici di civiltà, e soprattutto l’uso del fuoco. Giove s’adirò e ordinò a Efesto, suo figlio, di plasmare un’immagine femminile di grande bellezza, che gli Dei avrebbero ornata di ogni pregio possibile. Il nome della donna era Pandora; quella che raccoglie in sé tutte le doti. Ermete il messaggero degli Dei, la condusse a Epimeteo, fratello di Prometeo, alla quale essa recava una cassetta, dono degli Dei. Epimeteo accolse la cassetta. Ma quando l’aprì ne volarono fuori tutte le possibili tribolazioni degli uomini. La speranza soltanto, avendo Pandora rapidamente chiuso il coperchio, rimase nella cassetta. La speranza restò dunque all’uomo come problematico dono degli Dei a punizione della sua alleanza con gli uomini, Prometeo è, per ordine di Giove, incatenato ad una roccia del Caucaso, e un’aquila gli rode perpetuamente il fegato, che sempre si rinnova. Egli è condannato a trascorrere i suoi giorni in tormentosa solitudine, fino a che uno degli Dei non si sacrifichi volontariamente, votandosi alla morte. Il Titano sopporta i tormenti con fermezza. Una profezia gli aveva rivelato che Zeus sarebbe stato rovesciato dal trono dal figlio di una donna mortale, se non si fosse unito a lei. La conoscenza di questo segreto molto importava a Zeus, ed egli inviò a Prometeo Ermete, il messaggero degli Dei, perché lo interrogasse. Ma Prometeo rifiuta di rispondere. La leggenda di Ercole si rannoda a quella di Prometeo. Nel corso delle sue peregrinazioni, Ercole giunge al Caucaso e uccide l’aquila che rode il fegato a Prometeo. Il centauro Chirone, che, pur soffrendo di una inguaribile ferita, non può morire, si sacrifica infine per Prometeo, il quale allora si riconcilia con gli Dei. I Titani sono la forza della volontà, che si genera come natura (Kronos) dal primordiale spirito del mondo (Uranos). Non si deve, però, immaginarli soltanto come «forze di volontà», in senso astratto, bensì come reali «esseri di volontà». Uno di questi esseri di volontà è Prometeo; e questo ne caratterizza la natura. Ma Prometeo non ha soltanto carattere titanico, egli parteggia in certo senso per Giove, lo Spirito che assume il governo del mondo, dopo aver trionfato sulle forze indomite della natura (Kronos). Prometeo è dunque il rappresentante di quei mondi, che hanno conferito all’uomo quella forza propulsiva verso il progresso, che è per metà natura e per metà Spirito: la volontà. La volontà spinge tanto verso il bene quanto verso il male. Secondo che inclina verso lo Spirito o verso le cose effimere, si plasma il suo destino, che è poi il destino stesso dell’uomo. L’uomo è vincolato all’effimero, l’aquila lo rode. Deve soffrire. Raggiungerà la sommità soltanto se cerca in solitudine il proprio destino. Possiede un segreto, ed è che il divino (Zeus) deve unirsi ad una mortale (la coscienza umana vincolata al corpo fisico) per generare un figlio, la saggezza umana, liberatrice di Dio (il Logos). In tal modo la coscienza stessa diviene immortale. Ma egli non deve palesar questo segreto, finché un Mista (Ercole) non s’avvicini a lui e rimuova quella potenza che costantemente lo minaccia di morte. Un essere, mezzo animale e mezzo uomo, il Centauro, deve sacrificarsi per salvare l’uomo. Il Centauro è l’uomo stesso, per metà bestiale e per metà spirituale, che deve morire per la liberazione dell’uomo puramente spirituale. Ciò che Prometeo, il volere umano, disdegna, vien accolto da Epimeteo, la ragione, l’intelletto. Ma i doni a lui largiti non sono che flagelli e malanni, perché l’intelletto aderisce al nulla, al transitorio. Nella cassetta rimane soltanto uno dei doni: la speranza che anche dal transitorio possa un giorno nascere l’eterno».

Quel che, nei suoi scritti, Rudolf Steiner espone non è il frutto né di una sua vasta e straordinaria erudizione, né di una speculazione filosofica meramente concettuale, e neppure frutto di una occulta tradizione misterica, trasmessa nel corso dei secoli di generazione in generazione e giunta sino a lui. Se vi è nella storia palese dell’umanità e della civiltà una figura spirituale dai caratteri fortemente «prometeici», questa è proprio la figura di Rudolf Steiner, ed il peggior servigio che gli possa esser fatto è proprio quello di ridurre la Scienza dello Spirito – da lui con forze umane, dunque «antroposoficamente»,  investigata, sperimentata e conquistata – ad una «rivelazione», ad una «pseudo-religione», ad una comoda e consolatoria «credenza», la cui dirompenza spirituale viene attutita, diluita, smorzata, sino a poter essere facilmente conciliabile, fagocitabile, e assimilabile da parte di questa o di quella chiesa o confessione «religiosa»: soprattutto di una, che sa bene come agire a tal fine ed è molto abile nel «tamponare», come dicono i chimici, e spegnere la virulenza di contenuti da essa reputati «pericolosi» e, per così dire, «indigeribili» persino per una chiesa, il cui stomaco, come diceva il filosofo aprutino Benedetto Croce, «è capace di digerire tutto».

In effetti, dalla parte avversa è stato usato ogni mezzo brutale o suadente per tentare di fagocitare o distruggere, diluire o deformare, sedurre o diffamare, corrompere o minacciare, pur di arrivare ad esorcizzare l’incubo di una Conoscenza o Scienza dello Spirito. Ogni mezzo, ogni strumento, aperto od occulto, lecito o illecito, leale (si fa per dire…) e legale (idem…) o perfidamente sleale e illegale, è stato adoprato contro Rudolf Steiner e Massimo Scaligero: sia quando erano in vita che dopo la loro dipartita, sia da parte dei «nemici» assedianti che tra le fila degli «amici» (dai quali, come dice un savio proverbio, ci guardi Iddio…) all’interno della «cittadella» assediata. Ed è logico che agiscano in cotal maniera, altrimenti perdono tutte le pecore,  molto utili da mungere, tosare, ed infine arrostire sul barbecue. Naturalmente, Ad Maiorem Dei Gloriam, come dicono i militi della mai troppo esecrata compagnia.

Che nel caso di Rudolf Steiner si trattasse di conoscenza conquistata, e conquistata aspramente lottando, e non di rivelazione ricevuta, lo afferma senza infingimenti di sorta egli stesso ne La mia vita, Cap. XXVI, trad. di Febe Colazza-Arenson e Lina Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano, 1987, pp. 277-279, ove dice:

«Tutto il contenuto dell’esperienza religiosa rimandava ad un mondo spirituale, che si diceva irraggiungibile all’uomo nello sviluppo delle sue forze spirituali. Ciò che dice la religione, ciò che prescrive come precetto morale, procede da rivelazioni che giungono all’uomo dall’esterno. A questo si opponeva la mia concezione dello spirito che voleva sperimentare il mondo spirituale esattamente come il mondo sensibile in ciò ch’è percepibile all’uomo e nella natura; e vi si ribellava pure il mio individualismo etico che voleva far procedere la vita morale non da fuori, per mezzo di comandamenti, ma dallo sviluppo dell’essere umano animico-spirituale nel quale vive il divino. […]

Io vedevo nel pensiero che può scaturire dalla conoscenza della natura (ma ce allora non ne scaturiva) la base sulla quale gli uomini possono conseguire una visione comprensiva del mondo spirituale; perciò davo un valore così grande alla conoscenza della base della natura che deve condurre alla conoscenza dello spirito. Per chi non si trovi come me a vivere, sperimentandolo, nel mondo spirituale, una tale immersione in un orientamento di pensiero significa appunto una mera attività di pensiero. […]

Chi aspira alla conoscenza spirituale deve sperimentare quei mondi; pensarli solo teoricamente non basta. In tempeste interiori dovetti salvare la mia percezione spirituale, in tempeste che si svolsero tutte dietro la scena delle mie esperienze esteriori.

In quel tempo di prove potevo progredire soltanto con la mia visione spirituale, mi ponevo dinanzi all’anima la evoluzione del cristianesimo, e ciò mi condusse a quella conoscenza che trovò espressione nel mio libro Il cristianesimo quale fatto mistico. […]

Dal mio atteggiamento di fronte al cristianesimo risulta evidente che nella scienza dello spirito nulla ho cercato e nulla ho trovato per la via che molti mi attribuiscono. Questi molti presentano la cosa come se io avessi composto ed elaborato la scienza dello spirito con ogni sorta di antiche tradizioni, teorie gnostiche ed altre. Ma non è così: la conoscenza spirituale che si trova in Il cristianesimo quale fatto mistico è attinta direttamente dal mondo spirituale. Solo per mostrare agli uditori delle mie conferenze e ai lettori del mio libro l’armonia tra quanto è percepito spiritualmente e le tradizioni storiche, vi ho inserito queste ultime, ma non ho mai accolto nulla da tali documenti che non abbia prima avuto davanti a me nello spirito».

Quindi, quel che Rudolf Steiner comunicava nei suoi scritti e nelle sue esposizioni orali, non era attinto alla sua sia pur vasta erudizione, né alla filosofia antica e moderna che dominava completamente, e neppure alla rivelazione tradizionale trasmessa da vari Ordini occulti che, essi pure, ben conosceva: era frutto, invece, della sua personale, assolutamente individuale e solitaria, combattuta, indagine spirituale sulla base delle forze interiori da lui stesso sviluppate nel corso del suo cammino conoscitivo. Le prime comunicazioni, frutto di tale autonoma indagine spirituale, relative al mondo dei Misteri Antichi, nelle quali affrontò pure il tema di Prometeo, sono le ventiquattro conferenze tenute a Berlino, dal 19 ottobre 1901 al 26 aprile 1902, di fronte ai membri della Società Teosofica, che gliele avevano richieste. A quel tempo, in Germania, la sparuta cerchia teosofica era l’unica che si interessasse di una possibile conoscenza spirituale, mentre il mondo accademico universitario, scientifico e filosofico, era completamente sotto la fascinazione del materialismo positivista, dell’evoluzionismo darwiniano, del neokantismo, e via dicendo. Quel mondo erudito, tutto preso dalla superstizione della cattedra universitaria e dagli ammuffiti dogmi che dalla medesima venivano oracolarmente proclamati, non aveva che parole di sarcastico disprezzo e di sufficiente compatimento per la Conoscenza che poteva provenire dall’effettiva, rigorosa, indagine spirituale.

Rudolf Steiner si rivolse, dunque, ai teosofi berlinesi, perlopiù anime semplici, un po’ ingenue, ma di cuore aperto, per le quali la ricerca di una conoscenza superiore aveva una importanza vitale. I temi delle conferenze che tenne in quei mesi, furono poi trattati a nuovo nel libro che porta il titolo de Il Cristianesimo quale fatto mistico e i Misteri dell’Antichità. Ma le conferenze stesse sono di per sé di notevole interesse, anche per il fatto che in esse Rudolf Steiner si dilunga in descrizioni e si spiega molto dettagliatamente. E vale la pena di riportarne un brano per le riflessioni che in esse vengono svolte.

In Italia ne circola una traduzione, che segue pedissequamente la «redazione creativa» – per usare un indulgente eufemismo – che di quelle conferenze fu fatta in Germania. Confrontando il testo tedesco della «redazione creativa», e la sua traduzione italiana, con il testo dattiloscritto originale di Franz Seiler, si notano «sostituzioni» di parole e di concetti tali che, conoscendone l’ispiratore, verrebbe quasi da pensare ad uno «scherzo da prete». Per esempio, là dove il dattiloscritto, che Franz Seiler aveva tratto dal suo stesso stenogramma, ha:

«Was wir überschauen können, ist die Natur des Epimetheus, ist die nicht-geistige Natur in uns, ist das, was in uns liegt als das Nachahmende, das Erklärende»,

la parola ‘das Nachahmende’, ‘l’elemento imitante’, è stata «creativamente» sostituita, con intenti a loro modo di vedere indubbiamente nobilissimi, con ‘das Nachdenkende’, tradotta in italiano con ‘l’elemento riflessivo’, sostituzione che si rivela, a mio avviso, insoddisfacente sia in tedesco, che in italiano (dove, semmai, il dragomanno avrebbe dovuto tradurre il participio presente sostantivato ‘Nachdenkende’ con ‘riflettente’). E questo è solo uno dei numerosi esempi, che potremmo facilmente addurre, di tale «redazione» e «traduzione creativa». Per cui, è meglio ritradurre le considerazioni di Rudolf Steiner direttamente dal dattiloscritto originale di Franz Seiler, che a quelle conferenze era presente.  Ho preferito fare una traduzione letterale, sia pure aspra e priva di beltà letterarie, che rischiare di tradire il significato essenziale con indebite parafrasi. Le considerazioni che, per il nostro tema, ci interessano in modo particolare, sono nella decima conferenza, intitolata ‘Il Fedone e il Timeo di Platone. Discorsi sull’immortalità dell’anima’,  e venne tenuta a Berlino l’11 gennaio 1902:

«Ora ci dobbiamo chiedere: donde proviene propriamente che, nel senso del platonismo, si debba distinguere tra il finito mondo sensibile e l’infinito mondo spirituale, tra il mondo eterno e quello temporale? La differenza esiste nel mondo materiale. Se essa fosse presente pure per una facoltà di percezione infinita, allora il platonismo non potrebbe esser inteso, giacché sorgerebbe poi sempre la domanda: come stanno reciprocamente, uno di fronte all’altro questi due mondi, il mondo spirituale e quello sensibile?  

Questo mondo dello spirituale dovrebbe appunto diventar esso stesso finitezza, se accanto a sé ne avesse un altro, che non fosse in grado di risolverlo in sé. La separazione in mondo dei sensi e in mondo dello spirito per Platone è presente solo nell’uomo all’interno della facoltà umana di percezione. Essa è unicamente per l’anima umana. Essa non sarebbe presente per un’anima che fosse giunta alla mèta, la quale avesse perfezionato talmente la sua facoltà di percezione, da poter abbracciare con lo sguardo l’intero universo. Solo perché l’anima umana è inserita tra due potenze, perché parzialmente partecipa a forze poste sia al disotto che al di sopra di essa, l’anima umana ha quindi una facoltà di percezione, che deve scomporre nel mondo sensibile-materiale e in quello spirituale. Solo per chi son sia pervenuto a gradi superiori è possibile un tale dualismo.

Tutti portiamo, poiché stiamo sul piano materiale due potenze cosmiche in noi, portiamo due forze in noi, quella forza del volere, quella natura prometeica, che tende a divenir una con il Logos: questo è l’anelito prometeico. L’altra getta l’anelito verso il basso, è l’anelito del fratello di Prometeo, di Epimeteo. Quella che possiamo abbracciare con lo sguardo è la natura di Epimeteo, è la natura non spirituale in noi, è ciò che vi è in noi di imitante, di esplicante. Prometeo è l’elemento pre-pensante, colui che su un piano superiore volge in basso il suo sguardo. Se ci rappresentassimo un settuplice sentiero, e ci pensassimo guidati sulla via dal materiale allo spirituale attraverso tutti gli stadi, dovremmo allora rappresentarci questo anelito come un anelito prometeico. E se ci volgessimo a guardare indietro, allora dovremmo considerare ciò come la forza, che – secondo la maniera greca di rappresentare – viene rappresentata come Epimeteo».

Un altro passaggio significativo – trascuriamo che, nella suddetta «redazione creativa», il filosofo ‘Protagora’ del dattiloscritto originale di Franz Seiler venga magicamente trasformato in ‘Pitagora’ – lo troviamo nella quattordicesima conferenza de  Il Cristianesimo quale fatto mistico, tenuta a Berlino, l’8 febbraio 1902, nella quale è detto:

«Protagora riteneva che tutti gli uomini avessero in comune il sentimento della virtù, della moralità e della convivenza sociale, ma che soltanto pochi uomini avessero la capacità di elevarsi agli stadi più alti. Perciò, in epoca platonica, mediante il mito viene raccontato che un tempo soltanto gli Dèi vivevano come fuoco. Gli animali e gli uomini non avevano alcuna capacità di vivere nel fuoco. Per questo essi non avevano nessuna possibilità di vita. A tal fine esso venne incaricato Prometeo di trasmetter loro la vita. Ma Epimeteo trasmise tutto agli animali, cosicché non rimaneva nulla per gli uomini. Efesto trasmise agli uomini il fuoco. Ciò significa il dono delle arti, il dono della sapienza. Io ritengo che in questa leggenda ci venga raffigurato miticamente un processo interiore. Ciò ci viene mostrato dalla maniera in cui la leggenda prosegue. Le capacità vengono distribuite: uno ne ha di più, un altro di meno. Perciò Ermete venne dotato della facoltà di distingueretra i bene e il male. Questa ce l’hanno tutti in egual maniera. Il filosofo greco esprime nei miti fatti interiori umani della vita dell’anima».  

Dalle considerazioni di Rudolf Steiner si scorge facilmente che forte legame abbiano le precedenti considerazioni sia con la teoria della conoscenza, ossia col monismo del pensare, che sta alla base di Filosofia della Libertà, di Verità e Scienza, della Teoria della conoscenza del la concezione goethiana del mondo, che dell’individualismo etico, che emerge dalle trattazioni di quelle opere. Un adeguato commento, all’altezza di quanto Rudolf Steiner comunica in questa conferenza berlinese di 112 anni fa, potrebbe essere quanto scrive Massimo Scaligero in Meditazione e miracolo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1977, p. 165:

«Il mondo dei fenomeni si può vedere come un mondo di frantumi di parti, di particelle, che il pensiero ogni volta riconnette, per ricostruire la loro unità. Sarebbe grande ventura per un pensatore intuire che questa unità pensante del mondo già esiste e che la frantumazione o la frammentarietà esistono solo per l’uomo caduto, cioè per il mentale umano legato ai sensi fisici e legante i sensi fisici. Ma la più alta ventura del pensatore vivo sarebbe scoprire come lo sforzo del pensiero razionale attraverso i sistemi della Scienza, attraverso la Filosofia, che dovrebbe essere la Scienza delle Scienze, e ai fini della comprensione quotidiana dell’umano, sia in sostanza il tentativo dell’uomo di penetrare nell’unità del pensiero universo. Questa unità un giorno egli dovrà conseguirla come sua conquista individuale; perché così soltanto essa si ricostituisce nel mondo, redime il mondo. L’unità trascendente, dominante dall’essenza il mondo, deve divenire unità immanente attraverso il pensiero individuale, per costituire l’intesa dei liberi, l’inizio della vera fraternità».

In tutta la sua opera, Massimo Scaligero porta avanti questo prometeico impulso solare, che in sostanza è un platonismo magico o, se vogliamo, un audace e consequenziale idealismo magico, che esige che il discepolo dello Spirito non desideri, bensì voglia essere terribilmente autonomo, voglia audacemente poggiare unicamente su se stesso, che cerchi di realizzarsi come Io, e nell’«attuarsi» dell’Io esiga da se stesso quello che molti cercano nelle mistica, nella religiosità esteriore, in una esotica spiritualità approssimativa, che si vorrebbe consolante, ma che si rivela essere nella maggior parte dei casi solo illudente, narcotizzante e debilitante. Come diceva Massimo Scaligero:

«Per l’Io, essere è nulla; essere è farsi»,

 e aggiungeva:

 «Non basta che l’Io sia: occorre essere l’Io!».

Anche se, troppo spesso, è forte la tentazione di dar ragione a J.G. Fichte, il quale sosteneva alquanto causticamente che: «È più facile convincere un essere umano che è un pezzo di lava sulla Luna, piuttosto che un Io che pensa». E che ci sia una fortissima opposizione all’impulso dell’Io, al suo riconoscimento, alla sua realizzazione, lo si scorge facilmente dal fatto che come nel mito ellenico abbiamo la polarità Prometeo-Epimeteo e l’esiziale «invidia degli Dèi», con relative vicende, così anche in ambito biblico abbiamo l’opposizione tra Caino e Abele prima, e quella tra Hiram e Salomone dopo, nonché la preoccupata «gelosia», l’ansiosa «invidia» di Adonai, il Signore, ossia di Jahvè o Jehova, che mal vede la nascente autocoscienza e libertà dell’uomo, al punto di dire nel noto passo del Sepher Bereshith ebraico, o della Genesi greca e latina:

 «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto a conoscenza del bene e del male. Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo».

Possiamo vedere quel che dice, a proposito di questo delicatissimo tema, Rudolf Steiner in alcune lezioni esoteriche, la cui traduzione, ancora non pubblicata, ci viene offerta dalla cortesia di Silvano Mirami. Per esempio, nella lezione tenuta Berlino il 4 novembre 1904 e intitolata Il Mistero dei Rosacroce, viene detto:

«Ci fu un’epoca in cui uno degli Elohim creò l’uomo, un essere umano che chiamò Eva. L’Elohim si congiunse con Eva e da Eva nacque Caino. In seguito, l’Elohim Jahvè o Jehova creò Adamo. Adamo si congiunse  a sua volta con Eva e da questa unione nacque Abele.

Quindi con Caino abbiamo a che fare con un figlio diretto degli Dèi e con Abele con un rampollo di Adamo, plasmato come uomo, e di Eva. Il mito prosegue così. I sacrifici che Abele offriva al Dio Jahvè, erano accetti al Dio. Mentre non lo erano invece i sacrifici di Caino, giacché Caino non era nato su diretto comando di Jahvè. La conseguenza fu che Caino compì il sacrificio. Egli colpì Abele. Per questo egli fu escluso dalla comunione con Jahvè. Andò in contrade lontane e divenne laggiù il capostipite di una stirpe.

Adamo si congiunse nuovamente con Eva e nacque Seth, in sostituzione di Abele, del quale pure viene trattato nella Bibbia. Sorsero così due stirpi umane: la prima proveniva da Eva e dall’Elohim – la stirpe di Caino; la seconda proveniva meramente dall’uomo che si era congiunto con Eva su ordine di Jahvè.

Dalla stirpe di Caino provennero tutti coloro che sulla Terra avevano vocazione alle Arti e alle Scienze, per esempio Metusael che inventò la scrittura, la scrittura Tau, e Tubalcain, che insegnò la lavorazione dei metalli e del ferro. Nacque così, in questa linea proveniente direttamente dall’Elohim, l’umanità che si educò nella Arti e nelle Scienze.

Da questa stirpe proveniva pure Hiram. Egli era l’erede di tutto quello che nel corso di molte generazioni era stato accumulato di Sapere, di Arte e di Tecnica. Hiram era l’architetto più eccezionale che si possa mai pensare.

Dall’altro lignaggio, dalla stirpe di Seth, proveniva Salomone, che si contraddistinse in tutto ciò che originava da Jahvè o Jehova. Egli era dotato della saggezza del mondo, di tutto quel che come calma, chiara, limpida saggezza può essere emanata dai figli di Jehova. Questa era una saggezza che poteva bensì essere espressa in parole toccanti profondamente l’uomo nel suo cuore, che potevano elevarlo, ma che tuttavia non afferravano alcun oggetto in modo immediato e non riuscivano a produrre alcunché di reale nella Tecnica, nell’Arte e nella Scienza. Era una saggezza che era dono ispirato direttamente dal Dio, non una Sapienza elaborata dal basso, scaturente dalla passione umana, dal volere umano. Questa la si trovava, invece, presso i figli di Caino, presso coloro che provenivano in modo diretto dall’altro Elohim. Essi erano forti lavoratori, che volevano elaborare tutto a partire da se stessi.

Ora, Salomone decise di edificare un Tempio. A questo scopo assunse come architetto Hiram, il discendente dei figli di Caino. Ciò fu all’epoca in cui la Regina di Saba, Balchis, avendo udito parlare del saggio Salomone, venne a Gerusalemme. E quando giunse, ella fu incantata dalla sublime, chiara, saggezza di Salomone e dalla sua bellezza. Questi chiese, ed ottenne anche, da lei una promessa di matrimonio. Laggiù la Regina di Saba udì pure parlare della costruzione del Tempio. Ora ella volle conoscerne l’architetto, Hiram. Appena lo vide, un suo semplice sguardo fece su di lei un’enorme impressione e ne rimase completamente avvinta.

Ciò creò, ora, un’atmosfera di gelosia tra Hiram e il saggio Salomone. La conseguenza fu che Salomone avrebbe fatto volentieri qualcosa contro Hiram; ma dovette tenerselo, affinché il Tempio potesse essere completamente edificato. 

Accadde quanto segue. Il Tempio era ormai costruito fino ad un determinato punto. Mancava unicamente quello che doveva essere il capolavoro di Hiram, e cioè il Mare di Bronzo. Questo capolavoro doveva rappresentare l’Oceano, fuso nel bronzo, ed abbellire il Tempio. Tutte le mescolanze dei metalli erano state eseguite da Hiram in maniera prodigiosa e tutto era stato predisposto per la fusione. Ma a questo punto si misero all’opera tre compagni, che Hiram durante la costruzione del Tempio aveva trovati non all’altezza di essere nominati Maestri. Perciò questi avevano giurato vendetta e volevano impedire l’esecuzione del Mare di Bronzo. Un amico di Hiram, che  aveva saputo di tale proposito, comunicò questo piano dei compagni a Salomone affinché lo sventasse. Ma Salomone, per gelosia contro Hiram, lasciò corso alla cosa, perché voleva rovinare Hiram. La conseguenza fu che Hiram dovette assistere alla rovina dell’intera fusione, poiché i compagni avevano aggiunto un materiale indebito alla massa. Egli tento altresì di sedare il fuoco divampante con l’aggiunta di acqua, ma così fu anche peggio. Mentre era già prossimo a disperare della riuscita dell’opera, gli apparve lo stesso Tubalcain, uno dei suoi avi. Questi gli disse che doveva gettarsi tranquillamente nel fuoco perché egli sarebbe stato invulnerabile ad esso. Hiram lo fece e giunse sino al centro della Terra. Tubalcain lo condusse da Caino, che era laggiù nello stato dell’originaria condizione divina. Hiram venne ora iniziato nel segreto della creazione del fuoco, nel segreto della fusione dei metalli e così via. Ottenne inoltre da Tubalcain un martello e un Triangolo d’Oro, ch’egli avrebbe dovuto portare al collo. Quindi tornò indietro e fu veramente in grado di eseguire il Mare di Bronzo, di riportare in ordine la fusione.

A questo punto egli conquistò la mano della Regina di Saba. Ma venne sorpreso dai tre compagni e ucciso. Però prima di morire gli riuscì ancora di gettare il Triangolo d’Oro in un pozzo. Ora, poiché nessuno sapeva ove fosse Hiram, lo si cercò, Salomone stesso era angosciato e voleva sapere che cosa fosse accaduto. Si temette che i tre compagni avessero tradito l’antica Parola di Maestro e ne venne perciò convenuta una nuova. Le prime parole dette al ritrovamento di Hiram, sarebbero state la nuova Parola di Maestro. Quando Hiram fu ritrovato,  egli poté dire ancora alcune parole. Disse: Tubalcain mi promise che io avrei avuto un figlio, il quale a sua volta avrebbe avuto molti figli che avrebbero popolato la Terra e avrebbero condotto a termine la mia opera – L’edificazione del Tempio. Poi indicò il luogo dove sarebbe stato trovato il Triangolo d’Oro.  Questo venne portato al Mare di Bronzo ed ambedue vennero custoditi in uno speciale luogo del Tempio, nel Sancta Sanctorum. Essi possono venir ritrovati soltanto da coloro che posseggono la comprensione di cosa debba significare l’intera leggenda del Tempio e del suo architetto Hiram».

Come si vede facilmente, è forte in questa esposizione di una parte della Leggenda del Tempio, l’opposizione tra l’impulso prometeico-cainita e quello epimeteico-abelitico. Ed una conferma l’abbiamo in un’altra lezione esoterica, tenuta anch’essa a Berlino il 2 dicembre 1904, nella quale vien detto:

«Uno degli Elohim si congiunse con Eva, e da questa unione di uno dei creatori divini provenne Caino. Poi un altro Elohim – vale a dire Jehova o Adonai – creò Adamo, che occorre rappresentarsi come l’uomo originario della nostra terza razza radicale. Questo Adamo si congiunse ora con Eva, e da questa unione provenne Abele. Abbiamo così all’origine del genere umano due punti di partenza: Caino, il rampollo diretto di uno degli Elohim e di Eva, e Abele, il quale per così dire mediante l’ausilio di un uomo divinamente creato, di Adamo, è il vero e proprio uomo di Jehova.

L’intera concezione, che sta alla base della storia della creazione della Leggenda del Tempio, parte dal fatto che Jehova ha una sorta d’inimicizia contro tutto quel che proviene dall’altro Elohim e dai suoi discendenti, i figli del Fuoco – così vengono chiamati nella Leggenda del Tempio i discendenti di Caino – e dal fatto che egli suscitò discordia tra Caino e la sua stirpe ed Abele  e la sua stirpe. La conseguenza di ciò fu che Caino uccise Abele. Questa è l’inimicizia originaria, che sussiste tra coloro che hanno la loro esistenza come una specie di dono degli Dèi e coloro che elaborano tutto loro stessi. Che Abele sacrifichi al Dio Jehova degli animali, che Caino invece sacrifichi i frutti della Terra, ciò mostra anche nella Bibbia l’opposizione tra la stirpe di Caino e la stirpe di Abele. Caino deve con duro lavoro strappare alla Terra, quel che è necessario per gli uomini. Abele prende quel che già vive, quel che è già preparato alla vita. La stirpe di Caino crea per così dire il vivente dal non vivente. Abele prende il già vivente, ciò a cui la vita è stata già insufflata. Il sacrificio di Abele è accetto a Dio, quello di Caino invece no.

Vediamo così che in Caino e Abele vengono caratterizzati due tipi di umanità. Un tipo è quello che prende quel che viene preparato dalla Divinità, l’altro tipo – la libera umanità – è quello che lavora il suolo terrestre e che si sforza di strappare il vivente dal non vivente. Si considerano come Figli di Caino coloro che comprendono la Leggenda del Tempio e vogliono vivere nel senso di questa Leggenda. Dalla stirpe di Caino provengono tutti coloro che hanno creato le autentiche arti e scienze umane: Tubal-Cain, l’autentico architetto e Dio delle fucine e degli utensili da lavoro; e anche quell’Hiram Abif o Adonhiram, l’eroe della Leggenda del Tempio. Questo Hiram fu chiamato dal re Salomone, che è famoso per la sua saggezza, appartiene dunque alla stirpe dei Figli di Abele, che hanno ricevuto la loro saggezza infusa come dono da Dio. Abbiamo così di nuovo rinnovata alla corte di Salomone l’opposizione: Salomone il saggio e Hiram il libero lavoratore, che si è conquistata la saggezza lavorando umanamente.

Salomone chiama alla sua corte Balkis, la Regina di Saba, e come essa compare alla corte, ella scorge in lui qualcosa come una statua, fatta d’oro e di pietre preziose. Come donato all’umanità dagli Dèi, così egli appare in maniera monumentale alla Regina Balkis. Quando ella ammira la grande opera, il Tempio di Salomone, vuole anche conoscere l’architetto e lo conosce pure. Con un semplice sguardo che l’architetto le gettò, ella conosce tutto il valore di Hiram. Salomone concepisce subite una sorta di gelosia per Hiram. Questa aumenta particolarmente allorché Balkis, la Regina, ottiene, che le si presentino tutti gli operai, che prendevano parte all’edificazione del Tempio. Salomone dichiara ciò impossibile; Hiram, invece, lo accorda. Questi sale su una collina fa il mistico segno del Tau e in seguito a quello accorrono tutti gli operai. Il volere della Regina è adempiuto.  

A Salomone, perciò, è contrario ad opporsi ai persecutori di Hiram, ad affrontarli. Un muratore siriano, un carpentiere fenicio e un minatore ebreo avevano intenzioni ostili nei confronti di Hiram. Giacché questi tre compagni non erano affatto riusciti a conoscere da Hiram Abif la Parola di Maestro. La Parola di Maestro era quella che avrebbe realmente reso i compagni capaci di costruire in maniera indipendente. Questa Parola di Maestro è un segreto che spetta unicamente ai capaci. Essi presero perciò la decisione di fargli qualcosa.

L’occasione a tal fine fu trovata allorché Hiram Abif volle fondere il suo capolavoro, il Mare di Bronzo. Il movimento delle acque doveva venir fissato nella forma. Il mare agitato doveva essere fissato in maniera vivente, artistica, nella forma rigida. Questo è l’importante. I tre compagni avevano concertato di agire sulla colata, cosicché essa, invece di colare nello stampo, si spandesse nell’ambiente intorno. Hiram, quindi, la volle arrestare col versare dell’acqua nella colata di fuoco,  ma con ciò il metallo sprizzò nell’aria e ricadde nuovamente con terrificante violenza come pioggia di fuoco. A quel punto neppure Hiram poté più fare niente. Ma improvvisamente risuonò una voce: Hiram! Hiram! Hiram! Questa voce lo invitò a gettarsi nel mare di fiamme. Egli lo fece e sprofondò sempre più profondamente fino al centro della Terra, ove è la scaturigine del fuoco. Là egli trovò due figure: il capostipite Tubalcain e lo stesso Caino. Caino era illuminato dai raggi di Lucifero, l’angelo di luce. Ora Tubalcain consegnò a Hiram il suo martello, che aveva la magica forza di ricostruir tutto, e gli disse: Tu avrai un figlio, che avrà intorno a sé un popolo di sapienti, e sarai il capostipite di coloro che provengono dal fuoco, che rende pieni di sapienza e di pensiero. – Il mare di Bronzo venne a questo punto ricostruito con l’ausilio del martello.

Hiram aveva poi rincontrato di nuovo la Regina Balchis davanti alla città. Ella divenne sua sposa, ma egli non poté bandire la gelosia di Salomone né la vendetta dei tre compagni. I tre compagni lo uccisero. Inoltre egli poté salvare solo il Triangolo, sul quale era incisa la Parola di Maestro, gettandolo in un pozzo profondo. Poi egli fu seppellito e sulla sua tomba venne piantato un ramo d’acacia. Il ramo d’acacia rivelò a Salomone la tomba. Venne trovato anche il Triangolo. Esso venne rinchiuso e sotterrato. Solo pochi  conoscono il luogo. Venne stabilito: La prima parola che sarebbe stata pronunciata dopo il ritrovamento del cadavere, avrebbe dovuto essere la nuova Parola di Maestro. La nuova Parola di Maestro è quella che è divenuta quella dei Frammassoni. Essi fanno risalire con un certo diritto la loro origine a questa leggenda del Tempio, a quei giorni antichi nei quali il Re Salomone edificò il Tempio, come monumento durevole di quel che rappresenta il segreto della quinta razza radicale».

Oggi la prometeica e cainita Via del «fuoco», passa necessariamente per la Via del Pensiero, ovverossia passa per l’esperienza fattiva, pratica, della Concentrazione, nella quale il prometeico e cainitico «fuoco» del volere suscitato nel pensare – il ‘calor cogitationis’ lo chiama Massimo Scaligero in alcune lettere – supera l’abelitico ed epimeteico pensiero riflesso. Nel pensare volitivo, il ‘fuoco’ prometeico solare dissolve l’intellettualità lunare dell’anima razionale-affettiva, che è espressione ancora della natura caduta. E ancor oggi operano l’«invidia degli Dèi», «gelosia» e «invidia» jahvetiche, che si manifestano ripetutamente contro la Via del Pensiero, contro l’intensa pratica della Concentrazione, sconsigliata, o addirittura definita dalla parte avversa «via del sublime egoismo». Ad esse viene morbidamente contrapposta un’abelitica ed epimeteica «via dell’anima», che spinge a permanere in una passiva sentimentalità misticheggiante, in un discorsivo pensiero razionale, discettante brillantemente su tutto, ma che non osa infrangere i limiti bronzei entro i quali è tenuta prigioniera l’anima razionale-affettiva, limiti che solo il prometeico «fuoco» del pensare volitivo, portato nella Concentrazione può superare. Da qui, per coloro che rinunciano all’impresa spirituale, la ricerca di un gregge e di un pastore, di chiese e chiesuole, di petites chapelles, con tutta la loro invidiosa mediocrità.

L’impulso umano alla Conoscenza e alla Libertà è un impulso prometeico. Il vivere umano privo di questo impulso è un vivere insulso.

6 pensieri su “PROMETEO, OVVERO L'AMORE PER LA LIBERTA'

  1. Grazie Hugo,
    sono riflessioni che investono un panorama vastissimo. Se il lettore vi si immerge può avvertire come il nucleo sia un punto: il punto essenziale per l’impresa umana.
    Mi trovi consonante circa quanto scrivi sulla “speranza”. Essa in realtà può non essere un disvalore ma lo diventa più o meno sempre a causa del livello di errore in cui l’uomo la pone. Ciò vale per molti altri termini, come ad esempio la fede.

    L’amico G. Meyrink dedicò un racconto (J.H. Obereit visita la regione delle Succhiatempo) all’orrore che si cela nella speranza: “L’uomo non può sfuggire alla morte, a meno che non rinunci ad attendere e sperare”.

    • Nell’anima dell’uomo vi è tutto: vi è l’anima apollinea e quella dionisiaca, vi è l’anima indiana adoratrice dei Deva e quella persiana adoratrice degli Ahura, vi è l’anima abelita e quella cainita, quella salomonica e quella hiramica, quella asiatica e quella occidentale, quella antichissima e quella moderna. Di conseguenza vi è anche l’anima epimeteica, che permane nei limiti dell’anima senziente e in quelli dell’anima razionale-affettiva, ossia l’anima che permane neghittosamente nei limiti del pensiero riflesso e in quelli della natura. E vi è, anzi dovrebbe sorgere ed essere, altresì l’anima prometeica, che accende il volere cosciente nella corrente del pensare, ossia l’anima cosciente nella quale l’Io sveglio si apre all’essere dello Spirito OLTRE la natura.
      L’inclinazione alla rinuncia rispetto all’impresa spirituale, l’impulso a sostituirvi una ingannevole, passiva, morbida, “via dell’anima” nasce dalla natura epimeteica nell’uomo. L’amore per l’Assoluto, la sete d’incondizionato, l’attiva, eroica, volontà di Conoscenza, DEVE esser fatto nascere, lottando con sforzo dal cosciente impulso prometeico in noi.
      Queste forme interiori sono in tutti noi, e sta ad ognuno di noi fare la scelta di realizzare lo Spirito o di rinunciarvi. Da questo punto di vista non vi sono “stirpi”, ma solo la libera volontà dell’Io, o la negligente accidia della natura caduta.

      Hugo, vecchio lupaccio,
      che del morto pensier
      vuol far con igneo voler
      sempre orrendo spaccio.

  2. NELLA contemplazione della immagine-sintesi l’unica cosa cui siamo autorizzati è l’annientamento di OGNI forma di dialettica, il fare il “vuoto” radicale perché fluisca la forza-pensiero.SULLA contemplazione dell’immagine-sintesi l’unica cosa cui siamo autorizzati, è il TACERE, il cessare ogni speculazione dialettica, mentale, intellettuale, filosofica.

    Massimo Scaligero diceva che nella pratica della Concentrazione il discepolo NON deve essere aiutato troppo, non deve ricevere troppe spiegazioni o dettagliate descrizioni. Nell’esecuzione della Concentrazione vi deve essere la FORZA, non l’intelligente sapere. Vi deve essere sacralità, consacrazione della volontà, e basta. Tutto quello che era possibile dire sulla Concentrazione, Massimo Scaligero lo ha detto TUTTO e con estrema chiarezza. Il discepolo della Via del Pensiero deve essere un annientatore della dialettica, e non un cultore dell’intelligentissima filosofica. Perché la Concentrazione si esegue, non si spiega.

    Hugo, che pensando al futuro
    ora si pappa un frutto maturo.

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