IL CASO RAYMOND DE BECKER

 raymond de becker -

Complicato tratteggiare l’individualità di Raymond de Becker (1912-1969). In breve possiamo dire che fu un giornalista (poi pubblicista e scrittore) belga di molti interessi, vissuto in tempi difficili.

Redattore dell’Indipendenza belga e della Avant-Garde, scrive alcuni libri dal ’32 al ’39, poi nel ’41 diventa direttore del Soir collaborando con l’occupante tedesco ma non abbandonando i suoi ideali di un Belgio realista e unitario. Ben presto i suoi rapporti con l’amministrazione tedesca si deteriorano e nel ’43 è sottoposto agli arresti domiciliari in Svizzera. Nel ’45 si consegna alle autorità belghe e viene imprigionato.

L’anno successivo il Consiglio di Bruxelles lo condanna a morte, poi commutata in ergastolo. Infine viene graziato nel ’51 ma deve lasciare il Belgio. Trova un lavoro a Parigi dove lo aiuta finanziariamente l’amico Hergé (autore del famoso Tintin). Durante la prigionia approfondisce la psicoanalisi, soprattutto il lavoro di Carl Jung, con il quale poi avrà molti incontri diretti. De Becker, seppure tra i tanti imbarazzi dei suoi vecchi amici, dialoga col citato Hergé, Maritain, Gide, Spaak, ecc. Nel suo periodo giovanile spicca uno slancio mistico verso un cristianesimo puro e una forte avversione verso il comunismo e il cattolicesimo. Negli ultimi anni di vita scrive L’altra faccia dell’amore, La comprensione dei sogni e molti articoli. E’ di uno di essi, noto per la sua ripubblicazione per la rivista Planète, che vogliamo occuparci.

Purtroppo de Becker mostra come, senza una apertura dell’anima assai profonda o se si preferisce, una specifica “segnatura” karmica (mica siamo in democrazia), siano talvolta vani anche frammenti di esperienze “forti”.

Ricordiamoci che è stata una personalità poliedrica: spiritualista e idealista maturato nella scuola psicoanalitica junghiana e studioso dell’Oriente sapienziale (L’hindouisme. 1968)

Ebbe momenti di illuminazione interiore, descritti e commentati in un articolo, apparso dopo la sua morte, intitolato: La visione del mondo nella sua gloria e che riapparve poco dopo sulla rivista Planète, un tempo nota e diffusa in molte nazioni, Italia compresa, con un titolo equivalente: Visioni di Luce.

Vale la pena di riferire la sua interpretazione, poiché affronta le obiezioni che il senso comune oppone alle esperienze di genere spirituale, facendole derivare da incrinature morbose o patologiche della psiche.

Dopo aver premesso, in base ai suoi molti studi, di avere il diritto di pensare che “ la causa di un fatto non ne spiega la natura e tutt’al più ne descrive la faticosa strada da cui sorge”, egli conclude: “ sappiamo semplicemente attraverso quale via le visioni hanno potuto effettuarsi L’apparecchio sensibile classico deve sempre essere spezzato in qualche modo perché possa verificarsi una percezione insolita del mondo.

Questo apparato può essere spezzato o incrinato da traumi infantili, da incidenti, dalla droga, da discipline mistiche o da esperienze esistenziali. Ma in ogni caso l’occasione della frattura può informarci su come si è prodotta ma non ci illumina mai sulla natura del fenomeno al quale la frattura dà luogo”.

Ecco: “dalla droga” al pari di “discipline mistiche”. Su questa parificazione è scivolato anche A. Huxley , il famoso scrittore che fece epoca con Le porte della percezione e non pochi altri geniacci.

Allora, senza dare giudizi a nessuno, ditemi come mai Santa Teresa, quando ritorna tra noi può indicare un particolareggiato percorso dell’anima che va dalla terra ai Cieli mentre costoro, dopo aver vissuto abbacinanti rivelazioni ritornano a mani vuote?

De Beker, onestamente certifica che, su queste esperienze e la vita comune ci sia una netta frattura, per lui incolmabile e indirettamente ci conferma che il suo bagaglio del sapere, ogni possibile acrobazia del suo pensiero, anche a livello scientifico, non getta alcun ponte di conoscenza.

Eppure è una tentazione – quella di pensare tutti i pensieri del mondo linearmente, ovvero con il pensiero ordinario – alla quale la mente umana difficilmente resiste.

Succede che al primo istante l’esperienza gli rivela l’esistenza di un mondo di Luce e Gloria, completamente diverso da quello abituale: “ E’ come se una mano misteriosa avesse alzato il velo che mi separava dall’universo glorificato, il mondo era sospeso nella gloria, mi pareva di sentire Dio in me…”.

Un altro giorno, mentre discute con un amico sull’autentico significato delle parole Dio, anima, grazia, immortalità, accade un fatto sconvolgente: “All’improvviso vidi il mio interlocutore balzare dalla sedia nell’istante in cui balzavo dalla mia…Una luce abbagliante ci aveva strappato dalle riflessioni teologico-intellettuali.

La stanza era inondata di luce, non c’era alcun dubbio, e la nostra conversazione era divenuta priva di oggetto. Quale eterno testimone voleva imporci il silenzio? Nel chiarore di questo sole notturno – saranno state le quattro o le cinque del mattino – gridai: Ecco Dio! Era troppo. Come mai questa parola dalle mie labbra? E già la mia mente cercava altre deduzioni…”.

Raymond lascia che il pensiero cerchi, chiede aiuto alla biologia, alla fisica, alla psicoanalisi, per trovare le “strutture concettuali” (così si esprime) capaci di contenere queste esperienze e, sorpresa, non le trova.

Si ripete la sconfitta di chi non può accettare la grazia, anche se ha avvertito la presenza del testimone eterno che ha invano cercato di imporgli il silenzio…così rapidamente la luce si spegne.

Dice poi:” anche i più esperti tra noi assomigliano a coloro che avendo visto il sole ne negano l’esistenza non appena viene velato dalle nubi…”.

Il nostro amico ora scomparso, lo scrittore italo-svizzero Piero Scanziani, nel suo libro Entronauti chiama queste nubi “elefantiasi della mente” ed il dottor Ruzbehan, menzionato nel medesimo volume usa il termine “anemia del Sacro”.

Non gli esercizi di ieri, finiti nella spazzatura, possono strangolarci , sono piuttosto questi i mali che non perdonano e l’elefantiasi della mente è un termine azzeccato: assai diffusi in Occidente (ma l’Oriente boccheggia) e dai quali uno spirito inquieto come Raymond de Beker non si è salvato.

Come Cicerone per la sua casa, esibisco così anche la prova che le tensioni morali contano relativamente poco sul piano spirituale: quando non siano validamente sostenute dalla disciplina, da una instancabile aspirazione ed un’apertura all’Eterno testimone.

Altrimenti le esperienze (così tanto bramate!) non servono a niente. Serve ben più non mollare mai su una via indicata dalla Sapienza eterna.

Raymond de Beker, in una nota conclusiva, scrive: “Malgrado quelle esperienze, devo confessare che sono diventato un piccolo borghese come tutti quanti…”

E, per quanto mi pare di ricordare, nel 1969 egli si toglie la vita, forse non sopportando la deriva della banalità in cui, seppure lucidamente, era caduto.

Se il suo sia stato un ultimo gesto virile davanti l’ignominia della decadenza oppure la sopraffazione dell’angoscia, questo non so dirvelo.

4 pensieri su “IL CASO RAYMOND DE BECKER

  1. Bene. Scritto di de Becker, aggiungo che ho conosciuto parecchie persone nella cui biografia si inserì, come per caso, almeno una esperienza del sovrasensibile.

    Da tanti bramata e da essi né voluta né cercata. Più equilibrati del Nostro, essi non si sono tolti la vita. Tanto è individuale l’umana reazione che alcuni hanno preferito dimenticare mentre altri (pochi) sono riusciti assai positivamente ad accoglierla, in un certo qual modo, nel proprio mondo interiore, almeno traendone certezza per il proprio spirito.

    Forse per questo hanno serbato dentro sé la vivida impressione dell’esperienza, evidentemente bastante, sicché non hanno cercato mistiche e correnti o associazioni.
    Però ho osservato come una vera esperienza abbia donato loro un particolare “senso” interiore: del tutto muti davanti alle ciarle yoghiche, antroposofistiche, tradizionalistiche eccetera, si aprono senza problemi verso chi abbia avuto, come loro o diversamente da loro, esperienze reali: riconoscono immediatamente la famigliarità di altri con l’esperienza spirituale.

    Questo “senso” interiore dovrebbe funzionare in tutti i discepoli dello spirito: allora ogni cosa, nella vita di relazione, andrebbe al suo giusto posto.

  2. Infatti, Balin!
    E’ proprio per questo che talvolta scrivo qualche riga sui “perdenti”: per essi porto simpatia e rispetto: hanno lottato (come sottolinei).

    Una volta ho detto che preferisco – e di gran lunga – la versione greca della creazione dell’uomo rispetto alla versione biblica. In quest’ultima, “Egli, gli dei” lo modella dal fango mentre Esiodo narra che fu plasmato con la cenere dei Titani!

  3. Le esperienze di questo tipo mi fanno pensare a quelli che di solito vedono dietro determinate esperienze dei vantaggi di cui appropriarsi come si fa quando si diventa padroni, qui sulla terra, di un qualsiasi sapere.
    La materia in questione invece dimostra tutta la sua delicatezza e pericolosità per chi non sia abituato a camminare sul filo del rasoio.
    Magari quello sopra è un altro esempio, e, come afferma Balin, va riconosciuto comunque l’impegno nella ricerca

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