VIRGILIO E L'OBLIO

 ????????????

(Virgilio – Introduzione alle Bucoliche dal Virgilio Vaticano – VI secolo d. C.)

*

O pater, anne aliquas ad coelum hinc putandum est

Sublimes animas, itremque in tarda reverti

Corpora? Quae lucis miseris tam dira cupido?”

(O padre, bisogna pensare che alcune anime di qui vadano lievi al cielo e di nuovo tornino ai pesanti corpi? Quale sì crudele desiderio di luce per le misere?) Virgilio: Eneide, libro sesto: Sorte e destino delle anime.

Virgilio: quel Publio Virgilio Marone che il mondo ricorda come poeta.

Nato nel mantovano ma ben diversamente ricordato dal popolo partenopeo per tantissimi secoli, dove riposarono le sue ossa: protettore ma anche sublime mago, teurgo.

Al punto che nel XII secolo i conquistatori normanni e la Roma papalina dissacrarono la tomba e rubarono i pochi resti con il  prudentissimo aiuto di un negromante!

Pensate poi che papà Dante si affidi ad un poeta latino per la tremenda impresa di scendere sino al fondo dell’Abisso? Solo i letterati ci cascano, come pere troppo mature!

Torniamo alla domanda di Enea che Virgilio pone in bocca al profugo troiano rivolgendosi al padre Anchise.

Infatti quale cieca voglia, anzi quale crudele bramosia contro sé stessi sarebbe quella degli spiriti che si trarrebbero a rinascere su questa impietosa terra – vera e non metaforica – valle di lacrime?

Chi mai, dopo averne sopportati i travagli, le ingiustizie, le amarezze e le delusioni, può risentire il maniacale desiderio di tornarvi daccapo?

Bisognerebbe essere matti incurabili, bietole incoscienti…oppure eroi votati alla santità del doloroso martirio!

Ecco perché la remota sapienza insegnava la necessità morale e indeclinabile (dharma) del rinascere per la educazione progressiva delle anime, per le quali la terra è la fucina atta a fusioni, temprature e forbiture.

Tale sapienza insegnava anche la necessità dell’oblio che accompagna la rinascita: indispensabile alla stessa possibilità del nuovo ritorno, essendo l’amnesia una sorta di amnistia temporanea, oltre che la tutelatrice o custode del “libero arbitrio”, non impantanato dal passato nelle sue iniziative e nel suo dinamismo etico.

Da qui il favoloso fiume di Lete, le cui acque bevute a larghi sorsi (ma c’è chi beve molto e chi pochissimo) dalle anime sulla strada del ritorno alla terra, davano la benefica dimenticanza dei tempi anteriori, terrestri e ultraterreni.

“Lethaeum ad fluvtum Deus evocat agmine magno:

Scilicet immemores supera ut convexa revisent

Rursus, et incipiant in corpora velle reverti”

Con questa ragionevole risposta Anchise dissipa lo stupore, non irragionevole, di Enea, descritto al principio. Il dio provvidenziale, con l’oblio, induce le anime a “voler ritornare nei corpi” (in corpora velle reverti) dopo che “Securos latices et longa oblivia potant”: cioè con la profonda dimenticanza di tutto ebbero sgombra mente e coscienza dai neri affanni del passato.

Gli antichi sofi iniziati, assertori della reincarnazione, non si lasciavano turbare dalla volgata e volgare obbiezione di un oblio postnatale che per loro era anzi prenatale, altrimenti il cervello fisico non ne avrebbe potuto usufruire e ben comprendevano la necessità morale delle rinascite inscindibile dalla concomitante condizione dello stato amnesico.

Ammettevano però la possibilità eccezionale dell’anamnesi in taluni casi e specialmente in individualità eccellenti, alle quali, come a spiriti maturi, il ricordo poteva non riuscire dannoso al loro progresso interiore, mentre divenivano testimoni viventi della grande legge delle rinascite.

Tale, tra alcuni altri quali Empedocle, Giuliano, ecc., fu Pitagora, santo della filosofia e martire della Sapienza al pari di Socrate. Pitagora infatti era lucidamente sicuro di serbare il ricordo di molte precedenti personalità, fino a declinarne i nomi e dandone anche prove credibili.

Ma in quei tempi, in cui Filosofia e Scienza non erano tra loro come suocera e nuora, i diritti e le ragioni del cuore erano valutati e fatti valere alla pari con le nobili esigenze dell’intelletto e anzi, più del “come” si stimava il “perché” delle cose e non meno della “causalità” si considerava la “finalità”.

Perciò si diceva che Socrate avesse fatto discendere la Filosofia dal cielo sulla terra, perché la portava nell’introspezione dell’anima e nella condotta morale della vita.

Un pensiero su “VIRGILIO E L'OBLIO

  1. Ah, Isidoro, quante care rimembranze evochi dal profondo dell’anima! Ora il tempo defice, ma presto l’amato Virgilio degnamente verrà cantato come Sapiente, Mago, Iniziato, Epopta e Ierofante, e con lui l’amato Dante!

    Hughissimo,
    che invero tra pochissimo
    si mangerà un bel baccalà
    dal gusto saporitissimo!

Lascia un commento