IL "PROMETEICO" IDEALISMO MAGICO DI RUDOLF STEINER

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Quelli che propongo allo studio del benevolo lettore, e ancor più alla ripetuta meditazione del cercatore spirituale, sono alcuni testi di Rudolf Steiner risalenti alla fase cosiddetta filosofica – che io, piuttosto, ben amerei chiamare «filosofale» – della sua vita. Si tratta di testi di per sé molto brevi, ma ciò non tragga in inganno il lettore, perché sono molto profondi e il loro significato potrà essere còlto solo da chi li approfondisca meditativamente. Sono testi che risalgono a quel periodo della vita di Rudolf Steiner, nel quale egli ancora non si era manifestato apertamente come Maestro e Istruttore spirituale. Poté assumere apertamente tale oneroso còmpito solo dopo che colei che era destinata a diventare la sua più stretta e fedele collaboratrice spirituale, nonché la compagna della sua vita, la giovane Marie von Sivers, gli pose a Berlino la domanda decisiva, che sola permise a Rudolf Steiner di rispondere col donare al mondo quella Scienza dello Spirito, che tante anime assetate di Conoscenza liberatrice andavano cercando.

Prima di quella domanda, invero così carica di destino, Rudolf Steiner poté esprimersi unicamente attraverso il linguaggio filosofico e scientifico perché – così scrisse in un documento biografico da lui redatto a Barr, in Alsazia, per Edouard Schuré, e pubblicato da Hans Werner Zbinden e Hella Wiesberger in Briefwechsel und Dokumente, GA-262, Verlag der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Dornach, 1967, p. 9 – non gli era lecito parlare pubblicamente di ciò che, come idee occulte, scaturiva dalla sua esperienza iniziatica: «E le Potenze occulte, che stavano dietro di me, mi dettero soltanto quest’unico consiglio: “Tutto nella veste della filosofia idealistica”». Ora, se la forma del suo linguaggio era quella scientifica e filosofica dell’idealismo, la sostanza era veramente quel «filosofale» idealismo magico del quale, in maniera così enigmatica, parla Novalis.

In realtà, l’opera filosofica di Rudolf Steiner, ruotante tutta attorno alla sua Filosofia della Libertà, col suo carattere accentuatamente «prometeico», è la parte più esoterica, e come tale più segreta, ossia quella che, malgrado la sua forma «pubblica», rimane la più arcana e la più difficile da accostare. E questo perché. in tali opere «filosofiche», Rudolf Steiner non dona, semplicemente rivelandole, una serie di verità spirituali, le quali debbano poi essere passivamente e dogmaticamente accolte dal lettore, bensì indica un metodo mediante il quale il sincero ricercatore spirituale possa trasmutarsi nel libero – totalmente autonomo rispetto ad una qualsivoglia rivelazione dall’alto – e attivo produttore della propria verità, la quale viene sperimentata come individuale nella sua manifestazione e al contempo universale nella sua essenza.

Quel che si rivela scomodo, per non dire sommamente antipatico, all’accidioso uomo moderno, sia pure sentimentalmente sincero spiritualista, è lo sforzo, il lottare coraggioso e instancabile, che tale idealismo magico esige. Al massimo, un tale uomo moderno giunge a concepire la necessità di capire intellettualmente determinate verità, non di sperimentarne la dirompente azione trasformatrice dell’anima. Si cerca così una spiegazione “gnoseologica” del processo della conoscenza, non di vivere il concreto processo della conoscenza. Non si ama uscire da una comoda passività, ricercante mere convinzioni intellettuali, che rimangano esangui opinioni del cerebrale pensiero riflesso. In realtà, è indifferente che tali convinzioni o opinioni intellettuali siano spiritualistiche o materialistiche, idealistiche, fenomenologiche o logico-empiriche: in nulla esse mutano l’abietto servaggio dell’uomo alla caduta natura animale, che lo domina e che è del tutto indifferente alle convinzioni intellettuali mediante le quali egli si narcotizza di fronte al vuoto di senso, alla non significanza della sua vita, alla sua angoscia esistenziale. All’Oscuro Signore, tirannico dominatore dell’uomo, poco importa con quale metallo siano forgiate le sue catene, purché esse lo avvincano fortemente alla sua indegna condizione di schiavo. Addirittura una” catena di petali di rosa” può legare più fortemente ed efficacemente, in quanto inavvertita, di una catena d’acciaio, la quale sentita dolorosamente può suscitare ribellione e sforzo di liberazione.

Solo l’uomo che voglia prendere decisamente nelle proprie mani la responsabilità della propria vicenda, che voglia farsi faber fortunae suae, ossia «facitore del suo proprio destino», uscendo da uno stato di minorità spirituale e sottraendosi dalla tutela di potenze benevole e avverse, spirituali e antispirituali, che lo aiutano asservendolo, o lo seducono distruggendolo. Ma, come ammonisce Massimo Scaligero in tutta la sua opera, ma particolarmente in Iniziazione e Tradizione e in Avvento dell’Uomo Interiore, per l’uomo il realizzarsi della libertà non è affatto fatale, cioè essa non si realizza per via spontanea, per naturale evoluzione della precedente condizione umana. Anzi occorre dire senza infingimenti che la libertà può sorgere unicamente lottando aspramente proprio contro la condizione umana “naturale”. Di tale condizione “naturale”, come di tutte le condizioni, l’attuarsi della libertà deve fare il “vuoto”: ne deve eliminare l’automatica, per così dire “meccanica”, falsa spontaneità. E questo fa sì che l’autentica libertà non sia amata, anzi venga temuta, respinta e persino odiata. L’essere umano preferirebbe di gran lunga abbandonarsi ad una forza a lui esteriore, che lo dirigesse, lo sopraffacesse, lo estasiasse, lo beatificasse, e lo portasse per rivelazione a conoscere e per impulso istintivo ad agire. Magari illudendolo pure di esser lui a conoscere e ad agire. Questa visione fatalistica dello spirituale è dura a morire. Ma se non si avrà la forza e il coraggio di farla morire, sarà il fatalismo, più o meno mascherato, che farà morire l’uomo: l’uomo che non avrà la forza e il coraggio di voler essere libero.

Ora, se l’uomo vuole veramente realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, ad una tale visione fatalistica, “naturalistica”, falsamente spontanea,  e alle sue consolanti “comodità”, egli deve totalmente e definitivamente rinunciare: cosa ch’egli difficilmente concepisce e desidera. Ma proprio in questo sta la radicale differenza tra la via eroica e la via egoica. Come dire la differenza tra il sapiente e audace Promèteo e lo stolto e pavido Epimèteo, il quale con poco senno accetta quegl’infidi doni degli Dèi, che suo fratello Promèteo saggiamente lo invitava a rifiutare. Ed è altresì questa la differenza tra la quieta, passiva, saggezza pastorale di Abele, e l’ardente operare attivo di Caino che lavora, trasformandola, la terra. La saggezza di Abele, e poi di Salomone, è passivo accoglimento di una rivelazione benignamente elargita dall’Alto, mentre la sapienza di Caino, e poi di Hiram, è frutto delle facoltà che l’essere umano attivamente si conquista, con le proprie forze, elaborando la sua esperienza terrestre.

Rudolf Steiner, sin dai suoi primi scritti “filosofici” o, per meglio dire, “filosofali”, indica una prometeica e cainita via di conoscenza e di azione. Infatti già ne Le opere scientifiche di Goethe, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1944, nel capitolo La conoscenza goethiana, pp. 82-84, con parole che più chiare non si potrebbero pronunziare e che valgono forse oggi ancor più che allora, così scrive:

«È vero che in tutti i campi della coltura abbiamo da registrare progressi; ma non si può affermare che siano progressi in profondità. E pel valore d’un’epoca solo i progressi in profondità sono decisivi. Invece la nostra si potrebbe caratterizzare dicendo ch’essa dichiara addirittura irraggiungibile all’uomo ogni progresso in profondità. Siamo diventati pusillanimi in tutti i campi; e soprattutto in quelli del pensare e del volere. […] Oggi non si vuole pensare, ma soltanto guardare coi sensi. Si è perduta ogni fiducia nel pensiero; non lo si ritiene capace di penetrare nei segreti del mondo e della vita; si rinuncia addirittura ad ogni soluzione dei grandi enimmi dell’esistenza. La sola cosa che si ritiene possibile è ridurre a sistema i dati dell’esperienza. Ma si dimentica che, così pensando, ci si avvicina ad un punto di vista che da molto tempo si credeva superato. Ad una considerazione più profonda, il battere sull’esperienza dei sensi, respingendo il pensiero, non appare diverso dalla cieca fede delle religioni nella rivelazione. In sostanza, tale fede poggia sul fatto che la Chiesa trasmette verità bell’e pronte alle quali si deve credere; il pensiero può sforzarsi di penetrare nel loro significato più profondo; ma non gli è dato investigare la realtà stessa e arrivare per forza propria al fondo delle cose. E la scienza sperimentale che cosa esige essa dal pensiero? Esige che ascolti ciò che i fatti asseriscono, e poi ordini, interpreti, ecc. tali asserzioni. Anch’essa vieta al pensiero di penetrare autonomamente nel nòcciolo delle cose. Lì la teologia chiede al pensiero cieca sottomissione ai dettami della Chiesa, qui la scienza gli chiede sottomissione cieca ai dettami dell’osservazione dei sensi. Qui come lì non si dà valore al pensiero autonomo penetrante nelle profondità. […]

Si parla oggi di limiti della conoscenza perché si ignora dove sia la mèta del pensare. Non si ha un’opinione chiara su ciò che si vuol raggiungere, e si dubita di poterlo raggiungere. Se oggi qualcuno venisse a mostrarci a dito la soluzione dell’enimma del mondo, non se ne ricaverebbe nulla, perché non si saprebbe che cosa pensare di quella soluzione.

Precisamente lo stesso accade col volere e con l’agire. Non siamo capaci di porre alla nostra vita dei còmpiti ad assolvere i quali le nostre forze siano idonee. Si sognano ideali indefiniti e confusi. E poi si piange se non si raggiunge quello di cui non si ha neppure una vaga idea, e tanto meno un’idea chiara. Chiediamo un po’ ad uno dei pessimisti contemporanei, che cosa egli voglia veramente, e che cosa egli disperi di raggiungere. Non lo sa. Sono tutti nature problematiche, inferiori a qualsiasi situazione, e a cui tuttavia nessuna situazione è sufficiente. Non mi si fraintenda. Non voglio certo esaltare il pedestre ottimismo che, pago dei godimenti volgari della vita, a nulla aspira di superiore e perciò di nulla sente la mancanza. Non voglio condannare chi sente dolorosamente la profonda tragicità del nostro dipendere da circostanze che paralizzano ogni nostra azione. E che invano tentiamo di mutare. Ma non dimentichiamo che il dolore è il prezzo della felicità. Guardiamo una madre: com’è dolce la sua gioia nel vedere prosperare i suoi figli, quando sa di averla conquistata con le fatiche  le cure e le sofferenze del passato! Ogni uomo che pensi rettamente, dovrebbe respingere una felicità che gli venisse pôrta da una qualche potenza esteriore, non potendo sentire come tale una felicità offertagli come dono immeritato. Un creatore che avesse intrapresa la creazione dell’uomo pensando addirittura di dargli in dono la felicità, avrebbe fatto meglio a lasciarlo increato. Se quanto l’uomo compie viene sempre crudelmente distrutto, ciò aumenta la sua dignità; ché, in tal caso, egli deve sempre di nuovo creare e produrre, e la sua felicità sta nell’essere attivo, sta in ciò ch’egli stesso può compiere. La felicità donata è pari alla verità rivelata. Degno dell’uomo, però, è solo il cercare la verità da sé, senz’essere guidato né dall’esperienza né dalla rivelazione. Quando una volta ciò sarà pienamente riconosciuto, le religioni rivelate avranno esaurito il loro còmpito. Allora l’uomo non potrà più nemmeno volere che Dio gli si riveli o gli largisca in dono le sue benedizioni. Se qualche potenza superiore guidi i nostri destini verso il bene o verso il male, non ci riguarda; noi stessi dobbiamo prescriverci la via da percorrere. L’idea più elevata di Dio resta pur sempre quella che considera essersi Egli totalmente ritirato dal mondo, dopo aver creato l’uomo, abbandonando questi interamente a se stesso».

Difficilmente si potrebbe trovare un’altra concezione altrettanto radicale e altrettanto poco “mistica”, nel senso che si dà oggi al misticismo, il quale peraltro nulla ha a che vedere con l’Alta Mistica dell’Antichità o del Medioevo. Neppure un Max Stirner e un  Friedrich Nietzsche giunsero di gran lunga alla radicalità dell’esperienza concreta – concretamente vissuta – che viene prima realizzata e poi proposta da Rudolf Steiner. Una tale esperienza, dal carattere apertamente “prometeico” e “faustiano”, unisce con estrema audacia al contempo l’empirismo più estremo e l’idealismo più radicale: per questo una tale visione del mondo, una tale concreta esperienza, è idealismo magico, proprio nel senso che Novalis dava a queste parole. Per lo stesso motivo, una Chiesa o una confessione religiosa che pretenda detenere il monopolio e l’amministrazione del Sacro, non può che odiare un tale idealismo magico ed opporsi ad esso, combattendolo col ferro e col fuoco, ed anche col veleno. Come dimostrano gli attentati manu militari alla vita di Rudolf Steiner, avvenuti a 15 maggio 1922 a Monaco e il 17 maggio 1922 ad Elberfeld, l’incendio del Goetheanum il 31 dicembre 1922, e infine l’avvelenamento perpetrato nei suoi confronti il 1° gennaio 1924.

Una conseguenza di questo idealismo magico, radicalmente prometeico, cainita e faustiano, ci viene mostrato nei paragrafi successivi de Le opere scientifiche di Goethe, alle pp. 84-85:

«Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo.

Il pensiero, ha rispetto alle idee, la stessa importanza che ha l’occhio rispetto alla luce e l’orecchio al suono. È organo di percezione.

Questa concezione è in grado di riunire due cose che oggi si ritengono del tutto inconciliabili tra loro: il metodo empirico e l’idealismo quale concezione scientifica del mondo. […]

L’unica concezione della realtà che possa veramente appagare, è il metodo empirico unito a un risultato idealistico dell’indagine. Questo è idealismo, ma non un idealismo che persegua un’unità delle cose nebulosa e sognata, bensì un idealismo che cerca il concreto contenuto delle idee della realtà, non meno sperimentalmente di come l’odierna indagine iperesatta cerca il contenuto dei fatti.

Accostandoci a Goethe con tali vedute, riteniamo di penetrare nel suo vero essere. Ci atteniamo all’idealismo, mettendo però alla base della sua elaborazione, non il metodo dialettico di Hegel, ma un empirismo superiore purificato».

L’empirismo superiore purificato del quale qui parla Rudolf Steiner è l’Ascesi del Pensiero mediante la quale si svincola l’atto pensante dal sistema nervoso e dai sensi e lo si rende organo di percezione del proprio momento genetico, della propria estraformale forza fulgurea, della stessa realtà sovrasensibile. L’atto concreto che invera tale empirismo superiore purificato è la Concentrazione che, per intensificazione volitiva del proprio momento genetico, giunge a realizzarsi come Contemplazione della propria pura, “vuota”, forza.

Sulla base di questo idealismo empirico, Rudolf Steiner ne Le opere scientifiche di Goethe, arriva a capovolgere – oserei dire con temeraria audacia faustiana – la visione radicalmente pessimista di Eduard von Hartmann, per il quale peraltro ha parole di grande lode. Infatti, così scrive a p. 86:

«Le ragioni che Hartmann adduce in favore del pessimismo, vale a dire dell’opinione che nulla al mondo possa pienamente appagarci e che il dispiacere superi sempre il piacere, io vorrei designarle addirittura la fortuna dell’umanità. Quanto egli adduce è per me soltanto una riprova di come sia vano aspirare alla felicità. Noi dobbiamo appunto desistere da ogni simile aspirazione e cercare la nostra destinazione unicamente nell’adempiere senza egoismo quei còmpiti ideali che la nostra ragione ci segna. E che cos’altro significa ciò se non che dobbiamo cercare la nostra felicità solo nell’operare, nel creare senza posa?

Solo colui che è attivo, e precisamente attivo senza egoismo, non cercando alcun compenso alla sua attività, adempie la sua missione. È stolto voler ricevere un premio alla propria attività; un vero premio non esiste. Qui Hartmann avrebbe dovuto continuare a costruire. Avrebbe dovuto mostrare quale possa essere, date tali premesse, l’unica molla spingente di tutte le nostre azioni.. può, quando viene meno la prospettiva di raggiungere una mèta agognata, essere unicamente l’altruistica dedizione all’oggetto stesso al quale dedichiamo la nostra attività; può essere unicamente l’amore. Solo un’azione compiuta per amore può essere un’azione morale. Stella polare dev’essere per noi nella scienza l’idea, nell’azione l’amore».

E qui giungiamo ad una concezione dell’agire umano, ad un agire radicalmente libero, per il quale non ho trovato altri esempi in Oriente e in Occidente, nel Mondo Antico e in quello Moderno. Non solo, ma il fondamento conoscitivo di tale idealismo magico o idealismo empirico conduce ad una visione dell’Assoluto o del Divino, che non può non risultare totalmente indigesta a quelle confessioni religiose, che concepiscono Dio quale arbitrario Creatore dal nulla dell’Universo e come Signore, paternalisticamente benevolo o spietatamente tirannico padrone delle sue creature, mentre lo stesso essere umano viene da esse  concepito quale pecora da governare, pasturare e mantenere in uno stato di disciplinata obbedienza all’interno di un gregge ben inquadrato, all’interno del quale è obbligo accontentarsi della “rivelazione” elargita dalla gerarchia ecclesiale e vietato farsi domande sugli “imprescrutabili misteri” della Divinità, sugli “insondabili motivi” della Sua volontà. Dalla concezione confessionale viene considerata virtù la “santa ignoranza”, la rinuncia a voler conoscere e virtù viene considerata altresì la pronta obbedienza a quei “comandamenti” della Divinità, che l’umana gerarchia ecclesiale comunica quale “rivelazione”, che deve essere obbligatoriamente accettata e non conoscitivamente sondata. L’uomo è un essere creato dal nulla dalla Divinità trascendente, dalla quale è separato da un abisso incolmabile. Il voler conoscere, da parte dell’uomo, il fondamento ultimo dell’Essere, il ritenersi emanati dall’Uno e non creati dal nulla, il considerarsi un dio decaduto dal suo stato primordiale, o in esilio, e tuttavia consustanziale al Divino, all’Uno, del quale è emanazione, e quindi capace di riconquistare lo smarrito stato primordiale e la coscienza dell’identità col Fondamento dell’Essere o la comunione col Divino, con l’Assoluto, con l’Uno, viene considerato dai pretesi detentori e amministratori in regime di monopolio di una sedicente “rivelazione”, come sacrilega rivolta contro Dio, come criminale atto di superbia e disobbedienza contro il volere divino, che è blasfemia voler investigare o, ancor peggio, contestare e contrastare.

La visione del mondo di Rudolf Steiner, il suo “prometeico” idealismo magico, il suo audace e “faustiano” idealismo empirico, è precisamente l’opposto. Infatti, così scrive, sempre ne Le opere scientifiche di Goethe, pp. 140-142:

«In quanto la nostra teoria della conoscenza è arrivata alla conclusione, che il contenuto della nostra coscienza non è solo un mezzo per formarci un’immagine del mondo, ma che questo fondamento stesso, nella forma sua più propria, si manifesta nel nostro pensiero, non possiamo fare a meno di riconoscere immediatamente, anche nell’azione umana, l’incondizionato agire di quel fondamento stesso. Noi non conosciamo una guida del mondo che fuori di noi stessi ponga alle nostre azioni uno scopo e una direzione. La guida del mondo ha rinunziato al suo potere; ha messo tutto nelle mani dell’uomo, annientando la sua propria esistenza separata, e ha impartito all’uomo il còmpito di continuare l’opera. L’uomo si trova nel mondo, scorge la natura, e in essa un accenno a un intento più profondo, determinante. Il proprio pensiero lo rende capace di riconoscere quell’intento, di farne suo possesso spirituale. L’uomo ha penetrato il mondo e si mette all’opera, a proseguire quegli intenti. Con ciò la filosofia qui esposta è la vera filosofia della libertà. Essa non fa dipendere le azioni umane né dalla necessità naturale né dall’influsso d’un creatore o guida sito fuori del mondo. Tanto nell’uno  come nell’altro caso l’uomo non sarebbe libero. [

Ma noi dobbiamo respingere anche l’influsso da parte di una guida dei destini umani sita fuori del mondo. Anche in questo caso non si potrebbe parlare di vera libertà, poiché essa guida determinerebbe la direzione  dell’azione umana e l’uomo non avrebbe che da esigere i suoi comandi. Egli non sentirebbe l’impulso all’azione come un ideale che da sé si propone, ma come comando della guida. Quindi anche qui il suo agire sarebbe condizionato, non incondizionato. Egli non si sentirebbe libero alle spalle, ma dipendente; un semplice mezzo di esecuzione per gli intenti di un potere superiore.

Abbiamo veduto che il dogmatismo cerca la ragione per cui una cosa è vera, in un al di là della nostra coscienza, a noi inaccessibile (transsoggettivo), mentre, al contrario, la nostra opinione vede la ragione della verità di un giudizio nei concetti che stanno nella coscienza e confluiscono nel giudizio. Chi immagina un fondamento fuori del nostro mondo di idee, pensa che la ragione ideale per cui una cosa viene da noi riconosciuta per vera, sia un’altra da quella che la fa essere oggettivamente vera. Così la verità è intesa come dogma. E ciò che nella scienza è il dogma, nel campo dell’etica è il comandamento. L’uomo, quando cerca nei comandamenti gli stimoli al suo agire, opera secondo leggi il cui fondamento non dipende da lui; egli pensa una regola prescritta alla sua azione dal di fuori: agisce per dovere. Parlare di dovere ha un senso soltanto per questa concezione. Agire per dovere, significa sentire la spinta da fuori, e riconoscere la  necessità di seguirla. Ma la nostra teoria della conoscenza, là dove l’uomo si presenta nella sua compiutezza morale, non può ammettere un simile agire. Noi sappiamo che il mondo delle idee è l’infinita perfezione stessa; sappiamo che, con esso, gli stimoli al nostro agire stanno in noi; per conseguenza dobbiamo ritenere morale soltanto quell’agire in cui l’azione fluisca solamente dall’idea dell’azione che vive in noi».

Ora, sappiamo bene come l’abelitica, epimetèica e salomonica concezione religiosa esiga proprio quell’agire, sottomesso ed obbediente, credente e temente, che l’uomo veramente libero – l’uomo cainita, prometèico e faustiano – non potrà mai ammettere, perché sentirà sempre quella sottomissione a credere al dogma e a obbedire a comandamenti e precetti, emanati, prescritti e imposti da una qualsivoglia autorità ecclesiale, come una ottusa cecità dell’intelligenza e una degradante schiavitù della volontà, nata per essere libera. Questa è la radicale differenza – differenza al tempo stesso conoscitiva ed etica – la inconciliabile contrapposizione, l’insanabile contrasto tra la visione dell’uomo come emanato dall’Uno e la visione dell’uomo creato dal nulla. Più volte ho avuto modo di dire come sarebbe oltremodo opportuno che i creati dal nulla non si occupassero delle cose degli emanati dall’Uno. Ma pare la gelosia ecclesiale di vedersi sfuggire le proprie pasturate pecorelle e l’invidia metafisica nei confronti di coloro che sono uomini liberi o che come uomini liberi vogliono realizzarsi, non consenta ai custodi dell’infallibile dogma e della virtuosa conformità morale di tollerare la temeraria altrui libertà, l’altrui indipendente evoluzione conoscitiva e morale.

Ma ora veniamo ai testi di Rudolf Steiner, nei quali viene espressa una visione che fatalmente – per usare una efficace e brutale immagine del nostro Isidoro – «colpirà come un pugno allo stomaco» tutte le “anime belle” che sono affannosamente alla ricerca di un sicuro “ovile”, di un pastore che dica loro che cosa esse devono credere essere vero e che cosa, invece, devono credere essere buono; un pastore che li assolva dalla pericolosa fatica di pensare autonomamente, di correre il rischio di smarrirsi nel labirinto del dubbio nel quale il farsi troppe domande, l’osare servirsi della propria “imperfetta” ragione – a loro dire –  fatalmente le trascinerebbero.

* * *

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Il primo testo risale al periodo nel quale Rudolf Steiner lavorava all’Archivio di Goethe a Weimar, ed è firmato, nonché datato l’8 febbraio 1892. Quindi nel periodo nel quale egli lavorava alla stesura della sua Filosofia della Libertà. Steiner risponde ad un formulario che gli era stato sottoposto e, per prima cosa, scrive in testa al formulario stesso, come richiestogli, quale sia il suo motto, la sua divisa. La sua risposta, dirompente, fu:

«An Gottes Stelle, den freien Menschen!!!»,

Ossia:

«Al posto di Dio, l’uomo libero!!!».

E rispondendo alla domanda quale fosse nella poesia il personaggio da lui preferito, scrisse: Promèteo. Mentre alla domanda quali fossero i suoi eroi preferiti nella storia, mise al primo posto Attila – cosa della quale moltissimo si è  compiaciuto il mio amico Attila, re degli Unni, detto Flagellum Dei – e poi Napoleone I e Cesare.

***

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Il secondo testo, anch’esso datato e firmato, si trova in un taccuino o blocco di appunti, ove leggiamo:

«La Storia è in verità l’evoluzione del genere umano alla libertà. Solo lo spirito che si sente dipendente da Dio, si svincola per la libertà e conosce se stesso.

An Gottesglauben Stelle

Glaub ich an den freien Menschen 

Al posto della fede in Dio

Io credo nell’uomo libero.

Dr. Rudolf Steiner

Quaderno di appunti, 1892».

* * *

Più diffusamente egli si espresse in un testo, anch’esso autografo, redatto su richiesta del filosofo Eduard von Hartmann, da Rudolf Steiner molto stimato, che gli si aveva rivolto in una lettera, scritta da Gr.Lichterfelde, nel luglio/agosto 1892, lettera che non trascriviamo per la sua lunghezza. La data e la firma al testo autografo di Rudolf Steiner vi furono apposte successivamente dallo stesso Eduard von Hartmann. Il testo venne pubblicato in Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtausgabe, Nr. 87, Ostern 1985, la bella e importante rivista del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, nella quale apparvero tanti articoli di Hella Wiesberger, scritti con rigore scientifico, ma anche con quella angelica intelligenza del cuore che la caratterizzava.

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«Professione di fede dell’idealismo empirico

I. Dio come oggetto del rapporto religioso.

Dio deve essere pensato come la concreta unità dei due momenti, nei quali per la coscienza umana si scinde il mondo formato: il lato dell’esistenza obbiettivo dato, e quello soggettivo prodotto dallo Spirito. Attraverso la scissione dell’esistenza in questi due lati, l’entità divina è inerente al nostro spirito cosciente non come concreto Agens, bensì come idea astratta, che può divenire un contenuto non mediante l’immersione in qualsivoglia elemento obbiettivo, bensì unicamente attraverso il reale, continuativo processo evolutivo dell’umanità. Questo processo evolutivo è il vivere di Dio e, nel conclusivo risultato finale del medesimo, la totale entità di Dio è giunta a manifestazione.

II. L’uomo in rapporto a Dio e al mondo.

L’evoluzione umana è un incessante superamento delle due sunnominate polarità, dunque un continuativo giungere a manifestazione di Dio. Nella scissione dell’unità originaria del mondo in oggetto e soggetto sta la ragione dell’imperfezione umana. Questa imperfezione si manifesta nel campo dell’agire come non-libertà. Non liberi noi siamo unicamente in quelle parti della attività, nelle quali non si è ancora compiuta la compenetrazione di soggetto e oggetto. In questo caso stiamo sotto l’imperio dell’oggettivo. Quest’ultimo svanisce immediatamente, allorché noi abbiamo compreso lo spirito di una cosa, e la dominiamo in maniera corrispondente alla sua propria essenza. Vista da questo punto di vista, l’evoluzione umana è al contempo una evoluzione divina, e addirittura un incessante processo di liberazione.

Rudolf Steiner, 8.12.1892».

Questi testi che, qui tradotti, vedono per la prima volta la luce in lingua italiana, sono a mio avviso di una importanza capitale per l’essere o il non essere della Comunità Solare. In un momento nel quale sono fortissime, ed abbastanza esplicite, le spinte ad operare surrettiziamente un “trasbordo ideologico inavvertito” verso quella che un esoterista francese del trascorso secolo chiamava una “via sostituita”, trasbordo che si risolverebbe poi in una insana e improvvida “cattolicizzazione” della Scienza dello Spirito, nella deformazione, nella paralisi, nello smarrimento di ogni autentica operatività interiore individuale e comune, è bene che queste idee vengano espresse con la massima chiarezza, che vengano meditate a lungo e profondamente.

Il prometeico e faustiano idealismo magico di Rudolf Steiner, il suo idealismo empirico, sono la base conoscitiva ed operativa della pratica della Concentrazione che, instancabilmente, alcuni risoluti amici si sforzano, ogni volta, di indicare ai veri cercatori dello spirito, come la completa e insuperabile Via eroica del Pensiero.

6 pensieri su “IL "PROMETEICO" IDEALISMO MAGICO DI RUDOLF STEINER

  1. Accidenti! Mi rigustavo la tua fatica, caro (anche se non costi nulla) Hugo, che inimica mano – la sinistra zampa dei responsabili di Eco – t’ha gettato Marte addosso: un’intera sfera planetaria, mica poco!

    Hai fatto bene a scrivere (con l’aiuto testuale del Dottore che in ciò non si tira certo indietro) di un’Opera e di una Via che tutto fonda sull’uomo, che su esso scommette tenendo conto e speranza della scintilla prometeica che in lui dovrebbe ancora brillare…anche se mi pare di vedere che da tutte le parti torbide acque tentano continuamente di spegnere il fuoco titanico.

    Perdonerai la mia costante irriverenza ma credo che, con l’antroposofia, il Dottore, con immensa generosità, abbia “rischiato” pure la camicia e che, come il Goetheanum (Luogo iniziatico ai nostri giorni: pura blasfemia!)anche l’antroposofia sia andata bruciata nonostante il valoroso impegno di pochi.

    Così gli Dei, CANCELLANDOLA DAI CIELI, hanno lasciato, nel terrestre, le sue membra morte: cibo insalubre per gli umani ma disgustosamente appetitoso per necrofagi quali iene e avvoltoi e orde d’insetti.

    Per l’uomo rimane – di necessità – la via difficile, quella che hai chiamato astutamente “filosofale”: quella maledettamente difficile poiché richiede, concetto dopo concetto, attività, sforzo ed esperienza.

    Con l’antroposofia era ancora possibile il venir sollevati: con l’opera filosofale, certo, ci sono le indicazioni ma il ricercatore deve dissuggellare la loro portata e poi fare tutto da solo.
    Cosa sconosciuta ed inconoscibile (inconcepibile!) per borghesi, baffini, buffoni e fuori di testa…

    • E dire che nell’ufficio direttivo sta scritto a caratteri cubitali sulla lavagna: di Venere e di parte non si arriva ne si Marte. Ingenuamente ho pensato fosse una delle solite sviste di Savitri che si ostina a girare senza occhiali, invece trattavasi di saggio ammonimento.

      È giusto che ognuno si assuma le sue responsabilità: è tutta colpa di Savitri.

      • Daniel, forse la nostra sapientissima Savitri ha letto, chissà, quella frase che è scritta in uno dei rituali egiziani di Alessandro, Conte di Cagliostro, che taluni a ragione o a torto identificano con Giuseppe Balsamo, nel quale è scritto: “QUI AGNOSCIT MARTEM, COGNOSCIT ARTEM”, che un abile dragomanno potrebbe tradurre con “chi conosce Marte, conosce altresì l’Arte”!
        Ora, noi tutti sappiamo come la nostra Savitri sia una multiforme artista, e in particolare delicata poetessa. Ma sorgemi legittimissima suspicione, ch’ella sia pure una raffinata conoscitrice dell’Arte Hermetica, se non addirittura una Maestra dell’Arte, e che di conseguenza abbia scoperto quel che Cagliostro nei suoi egiziaci rituali chiama “Arcanum Magnum” e “Gemma Secretorum”, cioè che abbia scoperto quella “pietra filosofale”, alla cui ricerca tanto si affannavano i Figli d’Hermete. Ma ella non lo ammetterà mai: in proposito, anche sulla graticola, la sua bocca rimarrà sempre ermeticamente chiusa!
        In fondo la Savitri indiana del mito, mirabilmente cantata nel suo poema da Shri Aurobindo, conobbe il segreto dell’immortalità e strappò a Yama, il dio della Morte, il suo amato.
        I Figli del Trismegisto Hermete capovolgono paradossalmente l’adagio popolare e ammoniscono che:
        “SENZA VENERE E SENZA MARTE NON SI DIA PRINCIPIO ALL’ARTE!”.
        Così è se vi pare. E anche se non vi pare!

        Hugo, che mai rimane senza sugo:
        in proposito ogni dubb’io fugo!

      • Perdonato fu il fedele daniel. Sucher non impedira’ la “degustazione” dei precedenti post, essi sono li’ sempre in offerta ai nostri affezionati lettori, il bello del blog e’ che nulla scompare, anzi tutto e’ sempre a disposizione per lungo tempo nella home e poi facilmente recuperabile negli archivi e nel calendario del sito. Grazie Daniel della tua fatica. Senza di te ci sentiremmo tanto diminuiti. E goditi un fantastico week end.

  2. Il lavoro che il nostro Daniel, con grande sacrificio e abnegazione, sta facendo nel trascrivere l’opera di Willi Sucher è di grandissima importanza, perché in Italia è mancata sinora una conoscenza della novella Sapienza Stellare, di quell’Astrosophia che è uno dei più mirabili doni del Maestro dei Nuovi tempi. Nella patria di Manilio, di Firmico Materno, di Cecco d’Ascoli, di Pietro d’Abano, di Girolamo Cardano di Giuntino e di tanti altri cultori dell’antica Sapienza Stellare non possiamo esimerci dallo studiare con amore il dono dallo studiare con Intelletto d’Amore la novella Sapienza Stellare, rigenerata e rinata dall’impulso del Pensiero Vivente di Rudolf Steiner e recataci in dono dall’infaticabile opera di Willi Sucher.

    Per cui, ancor più volentieri, siamo gioiosamente grati a Daniel per la sua umile, generosa, diligente e molto meritoria fatica di trascrivere e trasmettere ai lettori di Eco i contenuti di una tale mirabile Sapienza.

    Hugo, che pur essendo un trucido,
    con vigile pensiero ognor lucido,
    rivolge senza alcuna inquietudine
    a Daniel un pensier di gratitudine.

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