KRISHNAMURTI E LA FACILE LIBERAZIONE

Riceviamo dal nostro amico, utente di Eco e discepolo di Scaligero. Trattasi di una stesura del Maestro di uno scritto, che da Lui rivisto apparve poi come capitolo definitivo in “Logica contro L’uomo” con il titolo “L’illusoria liberazione. Krishnamurti”. Ringraziando di cuore volentieri pubblichiamo.

_____________________________________________________________

krishnamurti

KRISHNAMURTI E LA FACILE LIBERAZIONE

La figura di J. J. Krishnamurti visse un grande momento, quando nel 1929 egli ebbe il coraggio di sciogliere l’Ordine della Stella d’Oriente che si era formato intorno alla sua persona come intorno al novello “messia”. Per la verità, il Krishnamurti non ora responsabile di questo: era stato allevato nell’ambiente del secondo periodo della Società Teosofica, quello di Annie Besant, dove, ancora prima che egli nascesse, era stato preannunciato come la nuova incarnazione del Cristo nel Secolo Ventesimo.

Krishnamurti a un certo momento ebbe il buon gusto di sfatare egli stesso la leggenda e di congedare i fanatici che si erano raccolti intorno a lui da tutte le parti del mondo, aspettando da lui una spinta interiore che non erano capaci di dare a se stessi.

In quella occasione Krishnamurti incontrò il nucleo più fedele dei seguaci e parlò loro pressappoco in questi termini: “Amici, io non sono quello che voi credete: perciò è giunto il momento di congedarci. D’altra parte è evidente che voi non cercate lo spirito, ossia la liberazione, bensì un’autorità da cui dipendere. Ma finché dipenderete da qualcuno o da qualcosa non sarete liberi. Le via invece è la liberazione da tutto ciò che costringe ad una determinata condizione.”

In questa direzione si andò da allora enucleando il nuovo insegnamento di Krishnamurti. Egli ebbe allora l’aria di congedare i suoi discepoli, in quanto dipendenti dalla sue autorità, ma questa autorità ricominciò lo stesso giorno con il nuovo insegnamento riguardo alla liberazione dall’autorità. Dal verbo della liberazione i dipendenti discepoli furono ancora maggiormente attratti verso di lui, stimolati soprattutto da tre motivi della nuova dottrina: l’eliminazione delle regole, la tacitazione della coscienza del passato, o della memoria, la fine dello scrupolo di una disciplina del pensiero.

Krishnamurti cominciò a promettere la pienezza della vita spirituale a chi cessa di obbedire a norme, a chi cessa di pensare, a chi cessa di essere condizionato dal passato. Non ci voleva altro a galvanizzare discepoli in tutte le parti del mondo, ossia la genia vasta di coloro che oggi aspirano a non pensare più, a non sentire responsabilità di norme, di passato, di relazioni assunte con il mondo.

L’equivoco si regge sul fatto che ormai generalmente si identifica la dialettica con il pensiero: l’illimitato discorsivismo ha in ogni campo eliminato il reale pensiero. Per cui un rimedio urgente per l’uomo – dapprima almeno per i più responsabili – dovrebbe essere una rieducazione del pensiero. Ma è la rieducazione che oggi terrorizza i più, perché implicherebbe una revisione interiore, una rigorosa moralizzazione di se stessi. Ecco che invece viene Krishnamurti a incoraggiare, in nome di valori superiori dell’anima, la eliminazione dei residui scrupoli di un valore del pensiero.

Quando Krishnamurti ebbe il coraggio di togliersi il cliché del messia e di sciogliere l’Ordine della Stella, mosse indubbiamente secondo un’ispirazione superiore: al cui livello però non ebbe la forza di tenersi per controllare se stesso: un momento di luce, che gli impedì bensì il grave abuso di passare per la nuova incarnazione del Cristo, ma che per contrapposto accese in lui l’orgoglio di un nuovo “maestrato” che tuttora dura e convoglia discepoli su tutta la Terra: il maestrato di cui pur aveva l’aria di voler liberare i discepoli.

“Nessuna autorità” dice Krishnamurti, ma non v’è discepolo che non viva sotto l’egida dell’autorità della nuova fede mistica: essendo eliminato dalla coscienza l’elemento della conoscenza, funziona appunto il credo nello spontaneo, nell’incondizionato, che viene da sé: il credo più insidioso, per chi s’illude di liberarsi di ogni credo.

Le varie forme di liberazione consigliate da Krishnamurti, non risultano atti interiori, bensì atteggiamenti di liberazione rispetto a determinati prodotti del pensiero, o del pensiero e del sentimento e della istintività: comunque dei pensati. Dietro i quali la fonte di essi rimane intatta, e perciò pronta a riprodurli,  per insufficiente coscienza del determinarsi della mediazione da un immediato pensare che, di continuo chiamato in causa, inconsapevolmente  riproduce nella sua riflessità: onde il discepolo di un tale maestro trascorre tutta la vita a liberarsi dei prodotti di un ignoto pensiero. Il contingente atteggiamento liberatorio automaticamente li riproduce, essendo essi congeniali al contenuto psichico dell’atteggiamento, o della percezione di sé in un presente imaginativamente attualizzato e illusoriamente portato fuori della dimensione del tempo.

Il contenuto psichico è la radicale non volontà di liberazione inspirata da altro essere che l’Io, fingente la facile liberazione, la più sentimentalmente accettabile, che presume espellere dalla coscienza le condizioni spazio-temporali, senza voler conoscere con che le espelle e se veramente le espelle. Si tratta infatti di rappresentazione di una libertà radicale, la cui fittizietà consiste nell’essere rappresentata senza consapevolezza del rappresentarla: libertà provvisoria a cui in effetto si giunge mediante serie di immagini di eliminazioni di stati interiori condizionanti.

L’eliminazione non può evitare di compiersi anch’essa mediante imagine dello stato da eliminare. Questo stato, tuttavia, in taluni casi può anche esserci realmente e l’immagine della eliminazione funzionare come atto eliminatore. Ma permane l’equivoca presenza di un pensare che, rappresentando e imaginando, attua tali provvisori superamenti senza ritenersi pensiero, in quanto come pensiero deve essere stato esso stesso superato o eliminato: pensiero che, perciò, sta ben nascosto, in quanto tutto ciò di cui viene liberata la coscienza in effetto non è il pensiero, ma, come si diceva, Il suo morto prodotto, Il pensato.

Sono dunque simultaneamente chiamati in causa un pensiero inconscio e un pensato eliminando, tra i quali Krishnamurti non mostra di possedere la capacità di distinzione, rispetto all’assunto della libertà. Il problema di venir liberato, infatti, si pone solo per il pensiero, non per il pensato, né per tutto ciò che, al livello del pensato, si assume: non avendo senso l’essere liberi da stati d’animo o istinti o il lottare contro essi, o l’assumere atteggiamenti di libertà verso di essi, dando ad essi una realtà che non hanno, se non come proiezione del pensiero riflesso. Del quale sembra che il Krishnamurti voglia liberare i discepoli, ma evitando con cura che essi possano concepire necessario un metodo perché ciò sia attuabile: onde i discepoli siano sempre in stato di dipendenza dalla somministrazione del viatico delle “conversazioni”, in cui sempre di nuovo il pensiero riflesso riflette la liberazione di sé e la redenzione del sentire e del volere.

Massimo Scaligero

5 pensieri su “KRISHNAMURTI E LA FACILE LIBERAZIONE

  1. Però è difficile. Come fa un povero cristiano a rendersi conto che: il vizio del fumo è in fondo un pensiero; il vizio del sesso anche; il vizio per il tifo calcistico anche; anche il vizio per il sugo con carne di lepre…. La “primogenitura” del pensiero sul 99% della nostra vita è un fatto spietatamente reale. Solo a seguito di tale difficilissima consapevolezza si può muovere, per coerenza e radicalità, alla vera liberazione.

  2. Vi ricordate cosa disse il saggio zio di Spiderman? “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

    Riveduto al contrario e alla buona, si potrebbe dire che dal caos delle insignificanze possono sorgere solo insignificanze caotiche più grandi.

    Questo per sintetizzare. Per chi (?) volesse approfondire la genesi e l’ascesa di Krishnamurti è interessante un libro di Mary Lutyens: Krishnamurti, gli anni del risveglio, che ripercorre i primi 38 anni della sua vita. Sebbene da lui suggerito all’autrice, perciò non ostile, offre uno spaccato dell’ambiente teosofista, dei suoi personaggi e di avvenimenti che, alla fine, si commentano da soli.

    Il volume, di oltre trecento pagine fitte, è stato stampato in italiano da Armenia ed. nel 1979. Se qualcuno volesse…

    • Beh, Rajneesh-Osho era proprio un farabuttissimo all’ennesima potenza. Una mia amica, Jacqueline Cramer, discepola di Massimo Scaligero, di origine francese ma residente a Roma, lo incontrò in India, ove andava periodicamente. Allora – erano gli anni sessanta dello scorso secolo – Rajneesh-Osho era ancora poco conosciuto, almeno in Occidente. Vendendo via dall’India, portò a vedere a Massimo Scaligero una foto del sedicente “Bhagavan”. Il commento che Massimo fece, vedendone la faccia da filibustiere in carriera, fu: “Questo è un dritto!”.

      Chi abbia anche solo un po’ di esperienza del variopinto mondo sedicente “occulto”, conoscendo dottrine ed opere, nonché la assai agitata biografi, molto ricca di fatti e misfatti, del suddetto farabuttissimo indegno figlio della Madre India, non avrebbe dubbi a qualificarlo sul piano morale – come direbbe il mio amico C. – come un “comanchero che vende i winchesters agli Apache Chiricahua fuggiti dalle riserve”.

      Quanto al suo livello conoscitivo – ben illustrato dalla sua abbondante logorrea – è quello – direbbe sempre il mio caustico amico C. – dei “mercanti di birra e dei venditori di trippa”. Quanto poi dice sul pensare è letteralmente da scompisciarsi dalle risate. E non commento la rozzezza delle sue accuse a Rudolf Steiner, della cui figura spirituale dà una descrizione assolutamente caricaturale!

      Hugo de’ Paganis,
      che, imitando il buon Figaro,
      or si fumerà un bel sigaro.

  3. Appunto.
    Ad una lettura superficiale, potrebbe sembrare, che lui (almeno all’inizio) rispetti il pensiero del suo interlocutore, poi però comincia a fare quello che in teoria un vero maestro non dovrebbe fare; e cioè ad interpretare e preconfezionare la realtà da dare in pasto a un’anima affamata di sapere, la cui innocenza probabilmente lo sta sballottando sulle onde del grande oceano dei misteri dello spirituale.
    E’ proprio di questo ultimo aspetto che la new age s’è approfittata.

Lascia un commento