PASQUA IN SICILIA

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Il lunedí 2 aprile del 1787, alle tre del pomeriggio, il veliero partito da Napoli quattro giorni prima entrò nel porto di Palermo. Cosí Goethe descrive l’approdo nel suo diario: «Siamo finalmente entrati in porto …e un lieto spettacolo si è subito presentato ai nostri occhi. … A destra il monte Pellegrino, con le sue forme graziose in piena luce, a sinistra la spiaggia adagiata via via con le sue insenature, le sue sporgenze, i suoi promontori. Ma quel che produce l’effetto piú suggestivo è il verde tenero degli alberi, le cui cime, illuminate da dietro, ondeggiano davanti alle case, nell’ombra, come grandi sciami di lucciole vegetali».

Goethe viaggiava col giovane pittore Christoph Heinrich Kniep, incaricato di ritrarre con disegni e schizzi gli scenari e i monumenti piú suggestivi visitati. «Egli è andato a riprodurre uno schizzo preciso del monte Pellegrino, il piú bel promontorio del mondo» scrive il poeta in data 3 aprile.

L’8 aprile, Pasqua, Goethe al suo risveglio annota: «L’esplosione di gioia per la Resurrezione del Signore si è fatta sentire fin dall’alba: i petardi, i tracchi, le bombe, i serpentelli, sparati davanti alla porta delle chiese …fra il suono delle campane e degli organi, le salmodíe delle processioni e i cori dei preti».

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Con il suo amico disegnatore, Goethe rimase a Palermo fino al 18 aprile. Ma l’incantesimo della città non riuscí a spegnere la sua curiosità scientifica e intellettuale, e un certo suo gusto per l’avventura. Visitò col Kniep la villa mitopoietica del principe di Palagonía: «Abbiamo trascorso tutta la giornata di oggi [9 aprile] dietro alle pazzie del principe di Palagonía, ma anche queste stravaganze ci son parse tutt’altra cosa da quel che ci fanno credere i libri o i racconti della gente».

S’improvvisò anche detective per scoprire quanto di vero ci fosse sull’origine palermitana del Conte di Cagliostro, alias – stando alle malevole dicerie correnti in Francia – tale Giuseppe Balsamo, oriundo transfuga della città. S’ingolfò in un ginepraio anagrafico che lo irretí, sviandolo dalla verità del personaggio.

Poi Monreale e la tomba di Santa Rosalia, stupori che non avrebbero aggiunto nulla di eccezionale al suo spirito indagatore dei processi della natura e dell’arte.

Ma il giorno prima di lasciare Palermo, il 17, nell’Orto Botanico, un lampo ispirativo illuminò nella sua mente l’archetipo della pianta originale, la Urpflanze: «Mi sono sforzato di esaminare in che cosa realmente tutte queste varie figure si possano distinguere l’una dall’altra. E le ho trovate piú simili che diverse».

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Ecco quanto Goethe sintetizza, una volta tornato a Roma, della sua esperienza: «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto».
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Leonida I. Elliot
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Per gentile concessione della Rivista Antroposofica www.larchetipo.com

Un pensiero su “PASQUA IN SICILIA

  1. Goethe fu uomo dai grandi contrasti, dalle grandissime contraddizioni: poteva unire slanci, che lo portavano a contemplare sublimi verità nelle altezze, a sordide meschinità del suo aspetto “umano-troppo umano”, come lo definì Rudolf Steiner, e qualche volta men che umano e addirittura disumano.

    Nei confronti di Cagliostro, fosse egli o meno il siciliano Giuseppe Balsamo, Goethe, per voler esser troppo astuto, si rivelò scioccamente ingenuo. Avrebbe potuto chiedere notizie al principe Francesco d’Aquino Caramanico, Calvaliere di Malta e Viceré di Sicilia, che proprio in quel giorno di Pasqua del 1787 lo invitò a pranzo, facendolo sedere al proprio fianco: gliele avrebbe date con facilità e dettagliate, in quanto bel lo conosceva di persona, avendolo ospitato per tre volte a lungo nel proprio palazzo a Napoli.

    Invece, Goethe, per voler esser furbo e dimostrare su Cagliostro un “teorema” prefabbricato, andò a rivolgersi ad una “cricca” di persone, che le ricerche storiche, condotte persino da avversari di Cagliostro, hanno dimostrato di essere conniventi e lautamente stipendiati dalla Corte di Francia, e dalla sua austriaca Regina, spregiudicati pendagli da forca, rivestiti di abiti di seta,che volevano la distruzione di un uomo giusto, sapiente e buono, che nulla, assolutamente nulla aveva fatto contro di loro. L’avvocato Antonio Bivona, dei Baroni d’Altatorre, il negoziante francese Jean-François Aubert, Monsieur Bernard, che inviava regolari corrispondenze informative in Francia, gaglioffi e manigoldi tutti sul libro paga della Corte di Francia e del suo Ministère des Affaires Etrangères, tessero con abilità una ben congegnata rete di false informazioni attorno a Goethe, che in questo caso si dimostrò ben sprovveduto e ingenuo. Non gli fornirono nessuna prova di un preteso passato criminoso di Giuseppe Balsamo: soltanto un albero genealogico della famiglia Balsamo, e per il resto dicerie, calunnie, leggende e affabulazioni e menzogne inventate di sana pianta.Infine, gli fecero conoscere la famiglia di Giuseppe Balsamo, nobile, povera e dignitosa, che non mossero accusa veruna nei confronti del loro parente.

    In tale situazione, l’unico a giuocare crudelmente il ruolo dell’impostore, di cui egli accusava Cagliostro, fu proprio Goethe che si presentò alla madre di Balsamo come l’inglese Mister Winton, amico di Cagliostro del quale portava i saluti alla famiglia. E’ proprio vero che a volte uomini grandi – anzi grandissimi – possono essere infedeli a se stessi e alla Verità, e commettere, per il loro morbido accarezzare i propri pregiudizi e le proprie opinioni, errori grossolani e persino meschinità e infamie, come il deridere Cagliostro in una stupida pièce teatrale, e lodare l’opera dell’Inquisizione e del SantUffizio, che Cagliostro martoriò e assassinò.

    Come ammonisce Eraclito di Efeso: SE NON TI ASPETTERAI L’INASPETTATO, NON GIUNGERAI ALLA VERITA’!

    Hugo,
    che di affabulazioni e pregiudizi
    è veramente proprio stufo!

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