PENSIERI DI PASQUA (da una conferenza di Rudolf Steiner)

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(Seconda parte di una conferenza tenuta a Dornach il 27 marzo 1921)

La conoscenza spirituale deve trovare nel pensiero della resurrezione il primo, fondamentale, punto d’appoggio, riconoscendo come anche nell’uomo, l’elemento spirituale eterno non viene intaccato da ciò che è fisico-corporeo: deve vedere nel motto paolino: “Se Cristo non è risorto, la vostra fede è vana”, una conferma di ciò che costituisce la vera essenza del Cristo, conferma che peraltro va conquistata in altro modo, in modo più cosciente, nell’epoca moderna.

E’ questo il modo in cui dobbiamo oggi nuovamente ricordare il pensiero di Pasqua: il tempo pasquale deve diventare per noi una festa interiore, una festa in cui celebriamo, per noi stessi, la vittoria dello spirito sopra la corporeità.

Poiché non vogliamo essere antistorici, dobbiamo porci davanti agli occhi l’Uomo del dolore: ma sopra la croce ci deve apparire il trionfatore, signore della nascita come della morte e che solo può innalzare i nostri sguardi agli eterni campi della vita spirituale. Solo così potremo avvicinarci nuovamente alla vera entità del Cristo. L’umanità occidentale ha abbassato il Cristo al proprio livello: come bambinello e come uomo del quale vengono sentiti il dolore e l’annientamento.

Sei secoli prima del mistero del Golgota risuonarono dalla bocca del Buddha le parole: “La morte è un male”. Altrettanti secoli dopo il mistero del Golgota, fa la sua apparizione l’immagine del Crocifisso. Si guardò alla morte, non come ad un male, ma come a cosa in realtà inesistente. Ma questo sentimento, derivato ancora da una sapienza orientale più profonda del buddismo, questo sentimento soggiacque all’altro, che scaturisce dalla continua visione dell’uomo Gesù oppresso dal dolore.

Noi dobbiamo risalire, con tutta la forza del pensiero e del sentimento, i destini delle concezioni che si sono susseguite nei secoli, intorno al mistero del Golgota. Perché è necessario ritornare ad una comprensione schietta e completa del mistero del Golgota. Va considerato che persino nell’antichità ebraica Jahve non veniva concepito come giudice universale, nel senso giuridico della parola.

La più alta rappresentazione drammatica del sentimento religioso dell’antichità ebraica, il libro di Giobbe, che descrive le sofferenze di Giobbe, esclude il sentimento di una giustizia esteriore. Giobbe è l’uomo paziente, che considera come destino ciò che gli viene inflitto dal mondo esterno. Solo gradualmente il concetto della ricompensa o del castigo, in senso giuridico, si fa strada anche nella concezione dell’universo. Ma, in un certo senso, quello che ci si presenta nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina è come un ritorno al principio di Jahve.

Noi abbisogniamo invece del Cristo che, cercato nel nostro intimo, ci appare tosto. Del Cristo che compenetra la nostra volontà, infiammandola e donandole il vigore occorrente per quelle azioni che l’evoluzione dell’umanità esige da noi. Non il Cristo come dolorante ci occorre, ma quello che aleggia al di sopra della croce, dominando dall’alto ciò che sulla croce perisce.

A noi occorre la profonda consapevolezza della eternità dello spirito, consapevolezza che non è possibile conquistare mediante la sola contemplazione del Crocifisso. E se osservate come l’immagine del Crocifisso sia stata gradualmente sempre più trasformata in quella dell’uomo sofferente e dolorante, potrete rendervi conto della forza che è venuta che è venuta acquistando proprio questa corrente di sentimento, per la quale lo sguardo dell’umanità è stato distolto da ciò che è veramente spirituale per rivolgersi a ciò che è fisico-terrestre.

Quest’ultimo elemento fu talora espresso in modo grandioso: ma uomini che, come ad esempio Goethe, riconoscevano la necessità che la nostra civiltà ritrovi il contatto con lo spirito, non si sentirono mai di seguire quella tendenza. E Goethe espresse più volte il pensiero che il Salvatore crocifisso non porta ad espressione ciò che egli, Goethe, sentiva come essenziale nel cristianesimo: l’innalzamento dell’uomo allo spirituale.

E’ necessario che si trasformino, tanto l’atmosfera del Venerdì Santo, quanto quella della Pasqua. Nella prima, la contemplazione di Gesù che si avvicina alla propria fine che quello non è che l’ altro aspetto del nascere. Non è completa la visione di chi, nel nascere, non scorge anche il morire. Una adeguata preparazione alla vera e propria scaturirà da un sentimento che riconosce nella tristezza del Venerdì Santo solo il polo opposto dell’esperienza del bambino che entra nell’esistenza attraverso la nascita. L’essenza dello stato d’animo pasquale non può esprimersi che nella consapevolezza che solo l’involucro umano viene generato, mentre l’uomo vero e proprio non nasce ed è immortale.

L’uomo vero e proprio deve entrare in contatto col Cristo, con quel Cristo che non può morire e che, quando contempla dall’alto il Crocifisso, vede qualcosa di diverso da se stesso. Occorre sentire l’importanza di quello che è avvenuto per il fatto che, dopo la fine del primo secolo, la concezione dello spirito è andata gradualmente perduta per la civiltà occidentale. E quando un numero sufficientemente grande di uomini sentirà che lo spirito deve risorgere in seno alla civiltà moderna, allora quello sarà il vero pensiero cosmico di Pasqua.

Esteriormente, questo fatto si potrà esprimere così: l’uomo non vorrà indagare soltanto le leggi naturali o quelle storiche che incombono su di lui, ma sentirà il desiderio di conoscere la propria volontà, la propria libertà: l’intima natura della volontà stessa, che conduce l’uomo oltre la morte, ma che deve essere considerata spiritualmente per poter essere riconosciuta nel suo vero aspetto.

Come può l’uomo acquistare la forza per innalzarsi al pensiero della Pentecoste, della discesa dello Spirito, dopo il decreto dell’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli, che dogmaticamente fece del pensiero di Pentecoste una mera frase? Come si può trovare la forza per questo pensiero di Pentecoste se non si riesce a concepire il vero pensiero di Pasqua, quello della resurrezione dello spirito? L’uomo non deve lasciarsi offuscare dall’immagine del Salvatore morente, compenetrato di dolore, ma imparare a riconoscere il dolore come necessariamente connesso con l’esistenza materiale.

Questo era un principio fondamentale dell’antica saggezza, fondata su basi di conoscenza istintiva, e questa conoscenza noi dobbiamo riconquistare oggi coscientemente. Ma questo, che l’origine del dolore sta nella connessione con la materia, era un principio fondamentale. Naturalmente sarebbe assurdo credere che il Cristo non abbia sofferto dolore per il fatto che passò per la morte come essere divino-spirituale: sarebbe in pensare irreale se si considerasse il dolore del Cristo come un dolore apparente. Quel dolore  va considerato come eminentemente reale. Ma non dobbiamo attribuirgli un significato opposto a quello che in realtà gli è proprio. Occorre riconquistarci uno sguardo d’insieme del mistero del Golgota, sullo sfondo della intera evoluzione dell’umanità.

Quando gli antichi discepoli dei misteri, nel corso della loro iniziazione, dopo i diversi gradini preparatori, si erano conquistati certe conoscenze che venivano loro presentate drammaticamente in immagini, da ultimo si trovavano dinnanzi l’immagine del più libero fra gli uomini: l’immagine del Chrestòs, dell’uomo tutto sofferente entro il proprio corpo fisico, e lo scorgevano avvolto in un manto di porpora e con la corona di spine in capo. E dalla contemplazione di questo Chrestòs doveva scaturire quella forza che rende l’uomo veramente umano. E le stille di sangue che si mostravano al veggente, all’iniziando, in diversi punti dell’immagine del Chrestòs, dovevano servire ad eliminare l’impotenza e la debolezza umane, a far prorompere lo spirito trionfante dall’interiorità dell’uomo.

La contemplazione del dolore doveva significare la resurrezione dell’essere spirituale. Doveva presentarsi all’uomo in tutta la sua profondità ciò che così si può esprimere: “Potrai essere  debitore di non poche esperienze al piacere goduto, ma se ti sei conquistato la conoscenza delle leggi spirituali, lo devi al tuo soffrire, al dolore provato. Lo devi al fatto di non esserti lasciato sommergere nella sofferenza e nel dolore, per aver trovato la forza di sollevarti al di sopra di essi”.

Perciò negli antichi misteri l’immagine del Chrestòs sofferente era seguita da quella del Cristo trionfante, che dall’alto guardava al Chrestòs sofferente come a cosa superata. Ora deve venir ritrovata la possibilità di avere davanti all’anima e nell’anima e soprattutto nella volontà, il Cristo  spirituale trionfante. Ecco ciò che dobbiamo tenere presente nel momento attuale e soprattutto in vista di quanto vogliamo operare per un sano avvenire dell’umanità.

Ma non sapremo mai concepire questo vero pensiero di Pasqua se non riconosceremo che, per parlare adeguatamente del Cristo, occorre  rivolgere lo sguardo da ciò che è soltanto terreno, al cosmo intero, a quel cosmo che il pensiero moderno ha reso cadavere. Noi oggi osserviamo le stelle e ne calcoliamo il corso, cioè calcoliamo fenomeni del cadavere del mondo: non vediamo la vita e le intenzioni dello spirito cosmico, operanti nelle stelle e nel loro corso. Il Cristo è disceso fra gli uomini per congiungere le anime umane con questo spirito cosmico: un vero annunciatore del vangelo di Cristo è solo chi riconosce che ciò che ci appare nel sole fisico è l’espressione esteriore per lo spirito del nostro mondo, per lo spirito che risorge.

La reciproca appartenenza di questo spirito cosmico e del sole deve ridiventare vivente, e devono ridiventare viventi i rapporti tra sole e luna che, all’inizio della primavera, determinano la data della Pasqua. Dobbiamo saperci richiamare a quei rapporti mediante i quali il cosmo stesso determinò, per l’evoluzione della terra, la festa di Pasqua. Dobbiamo sapere che furono i più vigili spiriti protettori del cosmo a segnare, mediante l’orologio cosmico, le cui sfere sono il sole e la luna, l’ora grande e solenne dell’evoluzione universale e umana, in cui va posta la Resurrezione.

Come impariamo a conoscere per le nostre faccende fisiche il corso delle sfere dell’orologio, così dobbiamo dallo spirituale a sentire il corso del sole e della luna, sfere dell’orologio cosmico. Ciò che è fisico e terreno va ricondotto allo spirituale, al soprasensibile. Il pensiero di Pasqua non consente altra interpretazione che quella che parte dal sovrasensibile, poiché col mistero del Golgota, in quanto mistero della Resurrezione, si è compiuto qualcosa che si differenzia in tutto dalle altre vicende umane.

La terra aveva accolto in sé le forze del cosmo ed era divenuta tale da far scaturire da sé le forze della volontà umana. Ma quando si compì il mistero del Golgota, penetrò entro il flusso degli eventi terrestri un fiotto nuovo di volontà: sulla terra avvenne qualcosa che è evento cosmico, per il quale la terra non è che la scena. E l’uomo fu nuovamente unito col cosmo.

Questo è ciò che deve essere compreso, e solo questa comprensione ci apre il pensiero di Pasqua in tutta la sua portata. Perciò davanti alla nostra anima non deve sorgere soltanto l’immagine del Crocifisso, anche se l’arte ha cerato in questa immagine le opere più eccelse. Deve sorgere nell’anima il pensiero: “Colui che cercate, non è qui”. E, al di sopra della croce, deve apparirvi colui che ora parla a voi dallo spirito, per lo spirito, risvegliando lo spirito.

Questo è il pensiero di Pasqua che deve farsi strada nell’evoluzione dell’umanità, al quale devono innalzarsi il cuore e l’intelligenza degli uomini. Da noi, al tempo nostro, non viene richiesto soltanto che ci si approfondisca nell’osservazione e nello studio di ciò che è stato creato. Dobbiamo diventare noi stessi creatori del nuovo. E fosse anche la croce, con tutta la bellezza che essa ha ispirato agli artisti, non dobbiamo fermarci davanti ad essa. Dobbiamo ascoltare le parole degli esseri spirituali, i quali anche se cerchiamo nei dolori e nella morte, ci annunciano: “Colui che voi cercate, non è più qui!”.

E quindi dobbiamo cercare colui che invece è sempre qui. Dobbiamo, a Pasqua, saperci rivolgere allo spirito, che solo può venirci offerto dall’immagine della resurrezione. Potremo così procedere nel modo giusto dall’atmosfera dolorosa del Venerdì Santo allo stato d’animo spirituale proprio della Pasqua. Solo così diverremo capaci di trovare nella Pasqua le forze di cui abbisogna la nostra volontà, per poter agire per l’ascesa dell’umanità contro le forze che ne vogliono la rovina. Noi abbiamo bisogno di questo aiuto spirituale e nel momento in cui ci si schiude ad una giusta comprensione del pensiero di Pasqua, sarà questo pensiero a ridestare in noi le forze che ci sono necessarie per lo sviluppo futuro dell’umanità.

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