RICAPITOLAZIONE (di F. Giovi)

l'uomo con la valigia

Vorrei sottoporre all’attenzione degli amici che seguono questa nostra – mi sale spontaneamente dall’anima l’aggettivo “gloriosa” – Rivista, una disciplina poco conosciuta che viene talvolta praticata, ma sporadicamente ed in momenti direi quasi di necessità per l’anima.

A me piacciono le storie. Mi trovo d’accordo con il “Re” della narrativa americana, Stephen King, quando fa dire ad un suo personaggio: «Non si è mai troppo grandi per ascoltare storie. Uomo e bambino, bambina e donna, mai troppo grandi». Dunque, inizio da una storia vissuta in prima persona, dalla quale spero potrà risultare abbastanza chiaro il poco di cui parlerò dopo avervela raccontata. Ma in essa c’è già tutto o quasi.

Un giorno mi fu presentato – si dice per caso – un signore, credo sulla cinquantina. Dopo la rituale stretta di mano e un paio di convenevoli, volsi un po’ d’attenzione allo sconosciuto e… mi prese (mi piombò dentro) un piú che notevole stupore. Sí, chiamiamolo stupore, perché di esseri umani spiritualizzati nella mia vita ne ho incontrati pochini, e tra essi c’era pure un vero Iniziato. Non chiedetemi il come me ne accorsi. Almeno questo posso farlo e basta.

Iniziai allora a chiedergli questo e quello. Volevo sapere in quale corrente sapienziale aveva attinto per una trasformazione cosí netta e profonda. Vi tolgo subito la curiosità: (in questa vita) da nessuna! La conversazione procedeva e a poco a poco apprendevo qualcosa della sua vita. Risaltava un momento catartico, una improvvisa illuminazione veicolata da un grande dolore? Nulla di questo o di simile. Il signore lavorava da molti anni come viaggiatore di commercio ed i luoghi dove operava erano molto distanti tra loro. Macinava da decenni ore su ore sulle strade. Naturalmente – cosí fan tutti – la sua compagnia era la radio accesa. Poi un giorno avvenne una cosa da poco, minuscola: si stufò di ascoltare la radio.
E iniziò, in alternativa, a ricordare il passato.

Attenzione: non a rimuginarlo come capita talvolta a tutti. No: piú semplicemente a ricordare. Ogni giorno, nei suoi lunghi e solitari viaggi, partendo con la memoria dei fatti piú recenti, imparò ad inoltrarsi nel passato e poi nel passato remoto. Lentamente portò a coscienza i fatti della sua vita, ogni azione compiuta, le scelte e le tante persone che incontrandolo con le buone o le cattive avevano influito sul suo percorso di formazione. Riportò alla luce le azioni e le interazioni, anche quelle che definiamo come insignificanti.

Credo che la colonna portante di questo lavoro interiore fosse, per Grazia o facoltà prenatale, la capacità di non giudicare nessun fatto ma semplicemente di osservarlo spassionatamente.

Cosí poté osservare come ogni disavventura, ogni incontro che di norma bolliamo come pessimo o sgradevole, avesse dato il suo contributo non meno di ciò che consideriamo gradevole o felice. Perciò una grande equanimità si impadroní della sua anima. A seguire si avvide che tutti i passati avvenimenti suscitavano in lui una profonda gratitudine. Sottolineo: tutto il vissuto della sua esistenza. La gratitudine si trasformò in amore: un amore per il mondo e gli uomini vasto e possente come un oceano tranquillo.

Egli – osservai – viveva la vita comune in questo oceano che lo aveva già trasmutato senza che un sentimento o un pensiero egoico interferissero nel cambiamento. Mi sovvenne il vecchio adagio che dice che chi è santo non sa di esserlo. Questa è la storia.

Se la contemplo mi sale nell’anima la stessa meraviglia che provai quel giorno, e a livello piú personale una nota di umorismo. Pensate: nessuna corrente spirituale, niente etichette, metafisiche allo zero, cioè tutte le cose che spesso gravano sul groppone ma raramente ingravidano davvero l’anima. Davvero può tanto la “ricapitolazione”: sciolti i nodi, le contratture e i lividi e le ustioni che non guariscono mai e ci intrappolano sotto la soglia della coscienza dove nulla viene dimenticato.

Ricordo a chi si interessa alla notevole pluralità delle vie interiori, che la ricapitolazione è un’opera fondamentale in quel complesso sistema sciamanico o tolteco che Castaneda portò alla ribalta del mondo intero. Difficile dire quanto vi fu di finzione letteraria, ma alcuni tratti per bocca del suo Maestro appartengono davvero alla conoscenza spirituale. Con un certo limite: una maestria su determinate forze eteriche e un’assoluta cecità per il cosmo astrale.

Secondo l’indole personale i discepoli si dividono (semplificando) in Sognatori e Cacciatori. I primi pervengono a forme di consapevolezza intensificata con il controllo del sogno, i secondi con il controllo del comportamento.

Per i Cacciatori la pratica piú importante è la ricapitolazione del passato, affrontata però con metodi e fini assai dissimili dai nostri. La ricapitolazione è l’atto di riprendere l’energia che si era spesa nelle azioni passate. Ricapitolare comporta il ricordare persone, sensazioni, luoghi vissuti, iniziando dal presente e retrocedendo fino ai primissimi ricordi, per poi spazzarli via, uno dopo l’altro, col supporto di positure e tecniche respiratorie indubbiamente basate sulla fenomenologia di correnti del corpo eterico.

Mi sembra che immersi unilateralmente nei cospicui fenomeni eterici, i discepoli di tale via plasmino un carattere di lottatori contro la morte – ingannare la morte diviene lo scopo – e che per questo siano disposti a pagare un alto prezzo: cancellare la propria umanità o almeno renderla cosa indifferente per aprirsi un varco in un cosmo vasto, imperscrutabile e totalmente indifferente all’umano.

Nella Scienza dello Spirito a cui noi ci riferiamo, vedasi il breve capitolo su l’esercizio del ricordo, che si trova nel Manuale pratico della Meditazione di Massimo Scaligero. Lo sperimentatore, rievocando gli eventi del passato, si abitua ad isolare dal fatto il suo animus, la condizione emotiva, sino a contemplare obiettivamente quest’ultima con la medesima spassionatezza con cui si contempla il contenuto della concentrazione. Cosí avviene un “solve” che libera i contenuti profondi dell’anima dall’istintualità che li imprigionava e, in ultima analisi, deformava una parte non secondaria del nostro essere.

In sede occulta avviene una trasformazione di forze sovrasensibili specialmente collegata alla sede mediana (sentire) per cui il sapere viene avvertito come sorgente dal nostro intimo e non piú in guisa di comunicazioni ricevute da fuori.

Questa differenza è di grande importanza per l’anima: subentra il senso che il fondamento delle cose sia al centro di essa, cosa verissima che ci attrae ancora di piú verso l’interiorità sentita come il reale centro del mondo.

Può subentrare una calma sconosciuta che, come scrive Scaligero, realizza la vera natura dell’anima: ciò che con il mio racconto iniziale ho tentato di suscitare, almeno come immagine, per chi legge queste righe.

Franco Giovi
___________________________________________________________

Per gentile concessione della Rivista Antroposofica www.larchetipo.com

Un pensiero su “RICAPITOLAZIONE (di F. Giovi)

  1. Non sia mai che simili incontri capitino solo a Franco!

    Seppur raramente credo che possano capitare a tutti. Il problema consiste solo nel possedere o meno la necessaria capacità di percezione interiore.

    Non è “veggenza”, come molti possono pensare: è solo un organo (interiore) come lo sono gli occhi per gli oggetti sensibili. E, al pari del vedere nel sensibile, che resterebbe una possibilità inutile se non intervenisse una potenza di pensiero più rapida dell’attuale coscienza, così questo organo senza nome possiede un potere di conoscenza che, non essendo dialettica, colpisce l’anima senza passare per il riflesso cerebrale.

    E come gli occhi fisici vedono al buio assai poco o niente, così il suddetto organo “vede” quando viene colpito dalla “luce spirituale”. Dico spirituale, poiché per le cose dell’anima basta il silenzio.

Lascia un commento