TENTATIVO DI UNA METODOLOGIA PER L'ESPERIENZA DELLA GENESI DEL CONCETTO

backhuysen_ludolf_507_ships_running_around_in_a_storm 2

Qualche inutile parola sul lavoro che leggerete in calce.

Tra me e l’autore corre una storia lunghissima, quasi una vita e assai tormentata. Per non annoiare i lettori dirò solo che, tra incontri e scontri, egli mi diede molto e forse qualcosa ho potuto dare anch’io a lui. Siamo stati per tanto tempo i punti fermi di due movimenti, di due modi di accostare la Scienza dello Spirito e molti degli scontri che impensierivano l’ambiente orientato intorno a Scaligero, ebbero come attori principali lui e me.

Ma in profondità ci fu un legame vero che forse mai si è spezzato, anche nei momenti scuri.

D’Andrea proveniva dagli insegnamenti della Potenza, io, dopo la magia rituale, dalla via di Ramana. Ed avemmo grandi difficoltà nel riconoscere la Via dei Nuovi Tempi. La mia “conversione” verso Massimo Scaligero iniziò con La via della volontà solare ed egli, poco dopo, con Dell’amore immortale.

Poi, all’inizio del ’70, ci rapportammo direttamente all’autore di quelle opere.

Rapporto decisivo per le nostre vite…però vorrei sottolineare che esso non smorzò mai la nostra autonomia di ricerca: pur adorando Scaligero, per noi (e per altri amici vicini) sarebbe stato impensabile quel modo di accogliere che non tenga conto dello sperimentare in noi ogni ogni cosa che poteva esserci stata data e che a ciò sostituisce invece un atteggiamento devozionale, talvolta chiesastico.

Di questa autonomia fanno esempio le righe qui sotto. Sono una tangibile dimostrazione di come, magari ingenuamente (sono passati quarant’anni da quel tentativo), si volesse afferrare, punto per punto, la fenomenologia dell’attività del pensiero: oggetto sconosciuto sino a pochi anni prima.

Il “modo” non mi trova granché d’accordo, lo sforzo e lo spregiudicato titanismo personale invece sì.

Isidoro

_______________________________________________________________

.

TENTATIVO DI UNA METODOLOGIA

PER L’ESPERIENZA DELLA GENESI DEL CONCETTO

di Massimo D’Andrea

*

Si deve partire dallo stato chiamato coscienza di veglia.
Nella coscienza di veglia quotidiana ordinaria, l’uomo si trova con la propria attenzione su due mondi: il mondo esterno a lui, con le sue cose, oggetti, molteplicità statiche e movimenti, le sue leggi, gli altri, ecc. ed il suo mondo interno, con i propri sentimenti, sensazioni, emozioni, istinti, stati d’animo, pensieri, ricordi, ecc. ecc.

L’attenzione è continuamente oscillante su questi due mondi.

Noi partiremo dal momento in cui l’attenzione è volta al mondo interiore: p.e. un sentimento, un pensiero.

Ora osserviamo che l’uomo sta guardando, ascoltando ciò che avviene nella sua interiorità.

E’ da notare che il mondo continua ad esistere, però lui ha soltanto un vago senso di quello che accade fuori di lui.

Deve spostare l’attenzione da dentro a fuori di lui per sapere qualcosa del mondo.

Se non sposta l’attenzione fuori di lui ma, questa, resta volta alla sua interiorità, del mondo esterno lui pur sempre riceverà qualcosa.

Questo qualcosa, che l’uomo riceve dal mondo quando la sua attenzione è volta interamente alla sua interiorità lo chiameremo: percezione.

La percezione è perciò quello che del mondo ricevono i sensi senza nessuna partecipazione da parte dell’uomo.

La caratteristica di ciò che proviene dal mondo esterno all’uomo, quando la sua attenzione è volta all’interiorità, è la non distinzione delle cose; la unicità di quello che gli viene, come un tutto; in breve la non distinzione tra una percezione e l’altra.

Questa caratteristica è molto importante da notare.

Finché la sua attenzione non è volta al mondo, l’uomo del mondo ha soltanto una grande indistinta percezione.

L’uomo esiste nelle sue interiorità, come avvolto da essa.

Poi guarda il mondo. Semplicemente.

Allora il mondo sorge dalla sua molteplicità indistinta e diventa forma, colore, suono: ciò che l’uomo vede e sente e tocca quando la sua attenzione è volta al mondo, dopo essere stata diretta alla sua interiorità

Ciò che sorge davanti all’uomo del mondo, quando la sua attenzione è volta all’esterno di lui, dopo essere stata diretta alla sua interiorità, senza alcuna partecipazione attiva da parte sua lo chiameremo: osservato.

L’attività in questione la chiameremo: osservazione.

L’uomo esiste dentro la sua interiorità e dentro il mondo. Come in un tutto. E’ avviluppato in questo tutto.

Ora attenzione.

Normalmente si passa da questa posizione a un’altra in cui ciò che viene osservato, con la sola attenzione diretta al mondo, viene ulteriormente distinta e si ha la relazione spaziale, le cose si distinguono naturalmente le une dalle altre e si sa cosa sono senza ulteriore movimento.

Da qui normalmente si passa, per saperne di più su ciò che sorge così davanti a noi, alla ricerca dei pensieri attinenti alle cose.

Ma a noi non riguarda perché è un processo senza coscienza dell’autore di esso.

Torniamo al momento dell’osservazione semplice.

L’uomo può da qui, con la stessa semplicità con cui guarda il mondo, portare questa attenzione volontariamente su una cosa sola.

Finché guarda la cosa non avrà altro che una osservazione, diciamo così, specificata.

Lui, l’uomo è niente.

Si osserva però che il resto del mondo, che non rientra in ciò che si osserva, cade nel semplice percepire, ridiventa percezione.

Ora ciò che osserva è ancora un qualcosa di cui non sa nulla.

E’ soltanto l’osservato.

Osservato che è distintissimo da ciò che non lo è.

L’uomo vive ora nel mondo, distinto da esso senza saperlo.

Ora l’uomo può rivolgere l’attenzione che ha posto al mondo, e che ha fatto sorgere l’osservato, alla stessa attività che compie con l’osservazione. Questa attenzione sull’attività dell’osservare lo porta a vedersi come soggetto: come colui che la compie.

L’attenzione sull’osservare lo conduce all’autore di questa: che chiamerà Io.

Con questo atto, con questa attenzione, che volta all’osservazione lo riconduce al suo punto di origine, che l’uomo chiama Io, l’uomo pone come esistente, come essere sé stesso. Pone sé stesso come Entità nel mondo.

Ora può ritornare a guardare fuori e dove dirigerà l’attenzione troverà degli “oggetti”, per il fatto che sono distinti dagli altri. Lui li vede distinti.

Fermando l’attenzione su uno di essi, lui lo vedrà fuori di sé.

Se guarda al proprio osservare troverà sé stesso.

Se guarda ciò che osserva troverà un Altro.

Un Altro non ancora specificato. Solo forma finita tra forme.

Se l’uomo osserva attentamente, si accorgerà che con l’atto di osservazione sull’osservare avrà un dato che è il primo e che è certo, essendo lui l’autore, o l’origine, dell’attività con la quale guarda gli oggetti ed il mondo: sé stesso: Io.

Ora vediamo che l’uomo può osservare il mondo fuori di lui e troverà che può formarsi un’immagine del mondo.

Esatta come il risultato dell’osservazione. Analogamente può cercare di farsi un’immagine di sé ed avrà, siccome l’immagine dell’Io non può avere forme sensibili come l’oggetto esterno, un qualcosa che chiamerà anche Io, ma è solo il risultato dell’attività immaginativa: il concetto di Io.

Il concetto di Io è la prima forma concettuale che qui possiamo sperimentare. Ma avrà anche le caratteristiche dell’oggetto da cui è tratta: l’esistenza: l’essere.

Questa immagine – concetto dell’Io, come essere è la riflessione “immaginativa” dell’Io che è portata a coscienza dalla attività immaginativa.

Questa attività la chiameremo: Pensare.

Dunque abbiamo tre attività o meglio due movimenti attivi e uno passivo: l’osservare, il Pensare ed il percepire.

Se guardiamo meglio il momento in cui l’attenzione viene posta all’osservare, ci possiamo accorgere che è simile, anzi è il Pensare. Il Pensare è ciò con cui guardiamo l’osservare. Questa attività, il Pensare, posto all’osservare ci conduce alla sua origine: l’Io.

Ciò che viene compiuto allora è l’incontro del Pensare con il soggetto dell’osservare. Quando torniamo allo osservare, il Pensare si stacca da esso e porta con sé ciò che ha incontrato: il contenuto del Pensare che poi chiamiamo Io: il concetto di Io.

Mediante il Pensare, quando lo rivolgo all’oggetto osservato, pongo in relazione me stesso e l’oggetto. Il Pensare sull’oggetto pone me stesso come altro e, all’altro, il pensare trova la stessa caratteristica dell’Io: Essere.

Mediante il Pensare pongo l’oggetto come esistente fuori di me.

Ora guardo l’oggetto poi passo ad altri. Vedo altri oggetti.

Posso immaginarli e poi osservare l’immagine. Farò lo stesso processo che volgo alla percezione. Però sono degli enti davanti a me che io pongo con l’immaginare. Essendo Enti io ne colgo sia le differenze sia le caratteristiche comuni. Ciò che di comune trovo tra loro sarà il colore e la forma.

Però posso soffermarmi in questa considerazione a mi accorgerò di altre caratteristiche comuni che il pensare sull’oggetto immaginato mi svela.

Queste caratteristiche comuni che osservo, per esempio la forma quadrata di due quadri, diventa a sua volta oggetto di osservazione.

Posso accorgermi che anche altri oggetti hanno in comune lo stesso oggetto che il mio pensare tiene davanti a me.

Questo oggetto è un concetto.

.

Trieste, 3-4-5-6-7-8 agosto 1975

 

10 pensieri su “TENTATIVO DI UNA METODOLOGIA PER L'ESPERIENZA DELLA GENESI DEL CONCETTO

  1. Allora? Zero commenti per il (povero) D’Andrea? Schifati, delusi o abbacinati?

    Oppure sono così rari quelli che condividono la fatica di avere ben chiaro (sperimentare) ogni aspetto dell’attività dell’anima in quanto cosciente.

    Certo, io ho detto che non ero del tutto d’accordo su questo lavoro che mi pareva un tantino anatomizzante…ma anche il suo opposto non mi pare essere regale: cioè fare senza aver chiarito qualcosa sugli “agenti” del fare.

    Invero i gradini sono tanti e l’agire azzerando ogni sapere, a mio insignificante parere, sta più su. Eppure c’è spazio per un tempo in cui, direi, può essere necessario diventare capaci di RICAPITOLARE in noi e per forza nostra, tutto il processo che va dalla percezione come mamma l’ha fatta all’esercizio del pensiero.

    Non c’è nulla di ovvio in ciò e, anzi, sono possibili sorprendenti..sorprese.

  2. Carissimo Isidoro.
    ti dispiacera’ forse sapere che sono rimasto stupido delle tue parole sulla nostra antica ” relazione ” e che , sostanzialmente, concordo su quasi tutto e le innesatezze sono senza importanza. Ne’ si puo’ dare 50 ( ripeto 50 forse piu’,e ne ho le prove ) anni , intensi e ” tormentati “in 4 righe.
    Ti ringrazio per lo sforzo che devi aver fatto per restare al massimo possibile impersonale….e la fatica che ti deve essere costata….
    Certo che eravamo …..” vivaci “.
    Per quanto riguarda il silenzio su questo vecchio lavoro non mi sorprende. .
    Devo ammettere che non ho un grande pubblico per le mie opere,siano poesie , musiche o siano lavori scientifici, come questo e come gli ELEMENTI MENTALI o gli ELEMENTI ANIMICI ( cioè la descrizione e discriminazione tra gli elementi che sperimentiamo nel sentire quotidiano ): stiano tranquilli i lettori che non lo pubblicherò.Restiamo ancorati tutti alla parola emozioni che racchiude tutto senza bisogno di distinguere….a che pro’?
    E’ fuori interesse odierno, in un mondo che trova diffcolta a leggere, e come dici spesso tu, a tenere la mente attenta su tre righe, o considerare per piu’ di mezzo secondo ( ah! la velocita’ di comprensione e’ il massimo valore dell’intelligenza moderna…. tutto deve avvenire spontaneamente ( mi dicono tolte la tabelline delle moltiplicazioni alle elementari per lasciare che sorgano spontaneamente…..chissa’ magari in situazioni particolari, insolite uno si sveglia e tac…8 x 7 = 56 ….incredibile…..) percio’ laddove c’e’ un minimo di attenzione da dare ( la geometria chi la ama piu’ ? )al posto di ” intuire “, o sentire sorgere la verità dal cuore….meglio soprasedere….come intelettualistico, filosofeggiante o , ultima della serie, amante delle definizioni.
    Come il coccodrillo che ama nuotare nelle acuqe melmose del fiume alla ricerca di qualcosa da mordere cosi’ c’e’ chi, spinta da una simile animalesca passione si dedica alle “definizioni ” ovviamente non sapendo cosa sta facendo e perdendo il suo tempo in cose ” mentali ” come questa passione per le definizioni……Mi immagino perfino questo signore, che sarei io poi, che va in panetteria e che di fronte alla commessa che chiede cosa desidera, si ferma e inizia: ecco, vede, diciamo che una massa di farina cotta con ecc. ecc. e senza che lui lo voglia ( perche’ altrimenti casca il palco ) si imbamboli e inizi a sognare ( tipo scienziato pazzo ) definizioni su definizioni…..
    Non e’ necessario ne’ utile commentare un lavoro come questo, ove non sia derivato da una verifica precisa e puntuale di tutti i passaggi, e strumenti, descritti.
    Cosa inusuale, come ben sai, allora e tanto piu’ oggi.
    Alla fin fine, cio’ che mi consola, e molto, e’ che, come con questo ingenuo tentativo ( titanico per intensità di forza immessa ma non perdente ne’ sconfitto ), nessuno ha visto che semplicemente verificavo, descrivendo la parte iniziale della seconda parte della Logica contro l’Uomo.
    Semplicemente…..ma e’ tabu’ quella zona ….. off limits….solo un titanismo personale e spregiudicato,e aggiungerei ..giovanile, che tu apprezzi e ” condividi ” ,si puo’ arrischiare di entrarci …….intrepido.
    Percio’ gia’ sono contento che e’ stato pubblicato…..
    Grazie.

  3. Ecco , ti prego pubblicare questa:

    Stupito e non stupido.
    Inesattezze e non innesattezze
    e cosi’ altri errori di cui mi scuso, come la mancanza di accenti….
    un po’ i diti grossi, un po’ il minuscolo che non vedo bene e sopratutto il fatto, non lo sapevo, che non si può correggere, dopo, più quando si scrive di getto e neppure fare copia e incolla.
    Starò più attento e intanto mi scuso
    Grazie
    Massimo D’Andrea

    • Si’ non si puo’ fare copia incolla qui, almeno non un utente comune, perche’ se gia’ i suoi commenti rimangono in attesa di pubblicazione prima di essere pubblicati, a maggior ragione eventuali modifiche non possono da lui essere apportate direttamente. Ma in futuro bastera’ che ci avvisi e noi amministratori provvediamo a correggere e modificare tutto quello che riterrai opportuno. Ciao!

  4. Caro Ulixe,
    mai farsi prendere dallo sconforto o dal pessimismo!
    Io credo che ancora molte persone in silenzio, ma con grande passione, leggono, studiano, meditano sul “La via del pensiero”, seconda parte del testo” La logica contro l’uomo” di Massimo Scaligero e sul suo “Trattato del pensiero vivente”.
    Io, ad esempio, sono una di quelle e da questi testi ho ricevuto moltissimo.
    Vedi?…siamo già in due…dunque coraggio!

  5. Il nostro terribilissimo, ed eziandio birbonissimo, Massimo D’Andrea ci ha dato con una concatenazione di pensieri una sorta di “fenomenologia” dello sperimentare interiore nel campo dell’indagine pensante.

    Il terribilissimo Massimo D’Andrea, birbonissimo come il temerario Ulisse omerico e dantesco, ha molto percorso i mari fisici e non fisici dell’Essere. Quando lo conobbi, una quarantina d’anni fa, aveva veramente percorso i liquidi oceani, giungendo sino in quella bella Terra d’Oriente, ove un tempo nel Viet Nam era fiorito l’Impero dell’Annam, con la sua meravigliosa e raffinata civiltà. In quella Terra d’Oriente, precisamente in quello che i francesi chiamavano il Tonkino, andarono in cerca di avventura e di sapienza due francesi, che all’ammuffito e meno che mediocre mondo borghese della Francia di allora, preferirono l’arruolamento nella malfamata “Légion étrangère” e il rischiar la salute e la vita in terre lontane. Il primo vi giunse alla fine di quell’Ottocento che, a ragione, fu chiamato “le siècle stupide”, per il suo piatto ottimismo e la sua infatuazione per l’insipida ideologia positivista del “progresso”. Il secondo, invece, vi giunse nel Novecento, quando ormai la potenza francese declinava e il suo impero perdeva i pezzi. Ambedue furono combattenti coraggiosi, ma soprattutto furono ardenti cercatori della Sapienza e dello Spirito. In quelle Terra d’Oriente ambedue incontrarono Iniziati e Maestri che disvelarono loro le Vie del Tao, e i sentieri di quella Alchìmia spirituale, della quale ambedue si innamorarono e che per tutta la vita li rese audaci praticanti e sperimentatori interiori. Il primo morì poco prima del secondo conflitto mondiale, mentre il secondo terminò la sua lunga vita pochi anni fa.

    Quando conobbi Massimo D’Andrea sentii subito in lui lo stesso irrequieto impulso che spinse i due suddetti animosi cercatori del Vero francesi a varcare i mari, ad affrontare battaglie, a rischiare la salute e la vita, pur di “non viver come bruti”, ma seguir, come l’Ulisse dantesco, “virtute e canoscenza”. Su molte cose non ero d’accordo con lui, ma questo contava davvero molto poco di fronte all’energia e al coraggio con i quali egli affrontava l’esperienza interiore. il Fato e il voler degli Dèi fecero sì ch’egli – dopo l’affannoso cercare e i fecondi errori, che molti di noi, provando e riprovando, hanno sperimentato – incontrasse la Via non in quelle lontane terre d’Oriente, ma nella nostra amata Italia, e la incontrasse in un Maestro che, in maniera mirabile, riuniva in sé tutta l’Arcana Sapienza d’Oriente e d’Occidente. Ed è per me un segno eloquente del destino il fatto che il secondo personaggio sunnominato nel 1947 sia venuto a Roma e che un orientalista gli abbia allora presentato – lo raccontava lui stesso – Giovanni Colazza e Massimo Scaligero, la cui opera “La Via della Volontà Solare” faceva bella mostra di sé nella sua biblioteca parigina. Il Logos ama gli audaci che non esitano a compromettersi e che perseguono con ogni loro energia quella che il Buddha Shakyamuni chiama “l’Eccelsa Mèta”.

    Nel suo scritto, Massimo D’Andrea offre un suo percorso di pensieri ed usa l’espressione verbale non per definire, ma per evocare stati e possibili esperienze dell’anima. Probabilmente dopo quattro decenni i suoi pensieri si sono arricchiti e le prospettive in parte mutate. Io ho percorso altri sentieri di pensiero e su alcuni punti avrei alcune osservazioni da fare. Ma non è questo certo l’importante. “La Realtà è una e le verità sono molte”, amava ricordare Massimo Scaligero. Ciò è pacifico. L’importante è l’autenticità interiore del cercatore spirituale, il coraggio conoscitivo, la sua energia interiore. E queste, in Massimo D’Andrea, sono indubbie.

    Ho riletto più volte questo suo scritto, ma voglio ancora farlo maturare in me, prima di entrare in alcuni singoli punti di esso, che sarebbe prezioso portare a totale chiarezza. Ma Massimo D’Andrea ha tentato con ardimento interiore di sperimentare in un campo nel quale pochi hanno il coraggio di inoltrarsi.

    Hugo, lupaccio affamato,
    che ulula a perdifiato.

Lascia un commento