Di LUCIO ANNEO SENECA

 Seneca

Lucio Anneo Seneca

Chi era Seneca? Quasi tutti sanno che fu un filosofo. Qualcuno crede di ricordare che (probabilmente) non rideva mai. Viene definito come esempio dello Stoicismo – cosa non vera – ma che comunque non disturba i sonni dell’informe uomo qualunque d’Occidente. Permane o permaneva l’impressione popolare che fosse stoico chi sapesse sopportare con imperturbabilità disagi contingenti e cosmica sfiga.

Il Nostro nacque a Cordova nel 3 (circa) avanti Cristo. Figlio del retore Marco Anneo che cercò di limitare gli eccessi del figlio nelle pratiche ascetiche.

Sposatosi, seguì una notevole carriera: divenne consigliere imperiale in tempi non facili. Così dovette subire l’esilio come amico di Giulia, figlia di Germanico. L’imperatore Caligola gli risparmiò la vita poiché fu considerato tisico, dunque prossimo a morire.

Dal 41 al 48 visse in Corsica dove scrisse il De Consolatione. Poi Agrippina gli confidò l’educazione dell’undicenne Nerone e nei primi cinque anni dall’accessione al trono del pupillo, governò insieme a Burro.

Poi cadde in disgrazia (pare che a quei tempi il cadere in disgrazia fosse uno sport popolare e pericoloso) e in modo sempre più netto, ma restò a corte anche dopo l’uccisione di Messalina. Un affresco pompeiano mostra una farfalla cocchiera di un drago: sono gli emblemi di Seneca e Nerone.

Infine venne accusato di aver preso parte alla congiura dei Pisoni e, nel 63 fu costretto a togliersi la vita. La sua seconda moglie dapprima volle morire con lui, poi preferì la vedovanza.

Delle sue opere sono perdute le orazioni, le descrizioni dell’India e dell’Egitto. Rimangono invece libri di disquisizione sulle scienze naturali, l’Apocolocintosi del divo Claudio, De Beneficiis, dodici Dialoghi, De Clementia dedicato a Nerone, le Epistole a Lucilio e le tragedie.

Perché ve lo traduco? Perché mi piace lo stile, la chiarezza ed il sobrio cinismo ed umorismo – ma non privo del senso del sacro – di chi scriveva (non dimentichiamolo) pochi decenni dall’inizio del nostro tempo storico.

Da Lettere a Lucilio

Prima di tutto, o mio Lucilio, impara a godere.

Credi forse che io intenda ora toglierti molti piaceri, sol perché ti metto in guardia dal caso, sol perché stimo tener lontano da noi quel dolcissimo allettamento che è la speranza?

Al contrario: io desidero che non ti venga mai a mancare la gioia; desidero anzi che essa ti nasca in casa: e ti nascerà purché essa alberghi dentro te stesso.

Le altre gioie non saziano l’animo, spianano soltanto la fronte, sono superficiali, a meno che, per avventura, tu non creda che sia felice chi ride: l’animo dev’essere alacre, fiducioso ed elevato in tutto. Credimi: la vera gioia è una cosa seria.

O forse tu stimi che chi ha il volto spianato o, come amano dire gli effeminati, ilare, disprezzi la morte, apra la sua casa ai poveri, tenga a freno i piaceri, mediti sulla sopportazione del dolore? Solamente chi volge entro di sé questi pensieri, prova una grande gioia, anche se poco carezzevole.

Io desidero che tu sia in possesso di questa gioia, la quale non ti verrà mai meno una volta che tu abbia saputo individuarne le origini: i metalli più vili si ricavano dalla superficie del suolo quelli più pregiati invece hanno la loro vena nascosta nel profondo della terra, ma rispondono sempre e ben più copiosamente a chi scava.

Le cose di cui il volgo si compiace, danno una soddisfazione leggera e superficiale, perché qualsiasi gioia artificiosa manca di radici: invece questa di cui parlo e a cui mi sforzo di condurti è una gioia valida e tale da penetrare più addentro.

Si farà beffa di te chiunque che questa vita sia una milizia comoda e facile: non voglio che tu sia ingannato. La terminologia di una sì nobile milizia è la medesima che è in uso nell’altra, così infame, dei gladiatori: “Venir bruciati, incatenati, uccisi di spada”.

Ma almeno quegli infelici, che offrono a nolo le loro braccia e che mangiano e bevono solo per restituire col sangue, sono scusabili in quanto soffrono spesso contro la loro volontà: da te, invece, si esige che soffra deliberatamente e volentieri. Quelli almeno hanno la possibilità di abbassare le armi e di affidarsi alla misericordia della folla: tu invece non puoi arrenderti, né implorare che ti si risparmi la vita: devi morire in piedi e invitto. D’altra parte a che gioverebbe cercare di guadagnare pochi giorni o anni? Si nasce senza speranza di condono.

Tu mi dirai: “E allora come potrò salvarmi?” Tu non puoi sottrarti all’ineluttabile, puoi soltanto vincerlo: “La via si apre con la forza”.

Non serve elevare al cielo le palme e supplicare il custode dl tempio che ci conceda di accostarci più da presso all’orecchi delle statue degli dei per poter essere meglio ascoltati: Dio ti è vicino, è con te, è dentro di te. Sì, o Lucilio, uno spirito divino è dentro di noi, osservatore e giudice delle nostre azioni buone e cattive: e come trattiamo lui, così lui tratta noi. Certo, nessuno è buono senza Dio. Ma come ci si può alzare al di sopra della sorte se non col suo aiuto? Dio ci dà i nobili e retti consigli: in ogni uomo onesto “c’è Dio, anche se non sappiamo chi sia”.

Se ti trovi dinanzi allo spettacolo di una foresta popolata di vecchi e giganteschi alberi, i cui rami, intrecciandosi tra loro, oscurano la vista del cielo, quella vista si sì alta vegetazione, quell’arcano del luogo, quell’ombra meravigliosa, così densa e continua pur nell’ampia distesa, ti testimoniano la presenza di Dio.

E così pure non ispirerà alla tua anima un senso di religioso stupore la vista di un’ampia caverna, corrosa dal tempo, alle falde di un monte, scavata nella sua vasta estensione, non già dalla mano dell’uomo, ma da fenomeni naturali? Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; noi riteniamo sacri alcuni laghi o per quel loro color cupo o per quella loro immensa profondità.

E se tu vedrai un uomo impavido di fronte al pericolo, incontaminato dalle passioni, felice nelle avversità, sereno in mezzo alle tempeste, guardare gli uomini dall’alto e gli dei a faccia, non proverai tu per costui un senso di venerazione? Non dirai tu: “ Questa è una cosa troppo grande e troppo sublime perché si possa credere che sia della stessa natura di quel piccolo corpo nel quale è racchiusa?”. Qui è discesa qualche potenza divina.

Un animo così elevato e sereno, che tutto trasvola, come su cose a lui inferiori, dev’essere necessariamente ispirato da una potenza divina. Non può essere che una cosa così grande sussista senza il sostegno di una divinità: e allora vuol dire che la parte migliore di quest’uomo risiede lassù donde è disceso.

Come i raggi del sole toccano, sì, la terra, ma stanno là donde provengono, quell’anima grande e santa, che è stata inviata quaggiù per farci conoscere più da vicino l’essenza divina, sì, si aggira tra noi, ma resta legata alla sua propria origine: lì è sospesa, verso lì mira e tende, vive tra noi, ma è qualcosa meglio di noi.

Chi ogni giorno dà alla propria vita, per così dire, l’ultima mano, non sente il bisogno di vivere ancora. E’ da questo bisogno che proviene il timore di non arrivare al domani, la brama del domani, che ci corrode l’animo. Niente è più tormentoso dell’incertezza degli eventi futuri. Il nostro spirito allora viene agitato da un inspiegabile senso di terrore, chiedendo ansioso quanto e come resti ancora da vivere.

E in qual modo potremo noi evitare quest’ansia? In un modo solo: non proiettando la nostra esistenza nel futuro, ma restringendola al presente. Si sente sospeso al futuro solo chi vive l’oggi inutilmente: quando invece avremo pagati i nostri debiti verso noi stessi, quando avremo la certezza che non c’è nessuna differenza tra un giorno e un secolo, soltanto allora potremo dominare dall’alto il corso dei giorni e degli eventi futuri e ridere al pensiero della fuga del tempo. Come infatti potrà turbarci la varietà e la mutabilità degli eventi, se saremo certi contro l’incerto?

Tu aggiungi: “Mi lascerai almeno il diritto di provare un po’ di di dolore o di timore?”. Ma quell’ “un po’” diventerà “parecchio”, “molto” e via di seguito e non si fermerà più quando tu lo vorrai. Per il saggio è diverso. Egli, anche se non si sorveglia rigorosamente, sta sempre al sicuro, perché sa arrestare un pianto o un piacere nel momento che vorrà. Ma noi, che troviamo tutt’altro che facile fare marcia indietro, la cosa migliore è che non ci mettiamo in marcia per niente.

A me sembra che molto acutamente abbia risposto Panezio ad un giovane che gli chiedeva, come ad un saggio, della sua disponibilità agli umani amori: “Del saggio,” gli disse, “ne parleremo un’altra volta: quanto a me e a te, che del saggio siamo ancora lontani, non è proprio il caso che incappiamo in una faccenda così vulcanica e prepotente, che ci asservisce vilmente ad un’altra persona.

Infatti, se questa ci corrisponde, ci eccitiamo ancora di più appunto perché ci corrisponde, se ci rifiuta, ci sentiamo feriti nell’orgoglio; e così, come vedi, tanto un “sì”, quanto un “no” in amore fanno male: del primo diventiamo schiavi, col secondo dobbiamo fare guerra: tanto vale che, consapevoli della nostra debolezza, rinunciamo all’amore e ce ne stiamo per i fatti nostri”.

Dunque non abbandoniamo la nostra debole anima nelle mani né del vino, né della bellezza fisica, né dell’adulazione, né di alcun allettamento. E quel che Panezio ha risposto a quel giovane sull’amore io lo dico per tutte le passioni. Per quanto ci è dato possibile, evitiamo i luoghi sdrucciolevoli, dato che neppure su quelli asciutti ci reggiamo bene in piedi.

Un pensiero su “Di LUCIO ANNEO SENECA

  1. Mi son giunti ai capienti padiglioni auricolari (rettamente simboli sensibili del mio spirituale udito) che qualche fastidioso mosquito ha osato criticare la nobile effige del grande Seneca posta sull’articoletto.
    Il fatto è che cattivi scultori lasciarono di Lui immagini a dir poco maialesche. Perciò chiesi all’amministrazione di Eco qualcosa di più nobile o almeno di decente.
    Del resto non abbiamo certezze assolute circa i lineamenti del Nostro (se guardo le mie attuali fototessere, essendo molto più bello di ciò che queste ritraggono, qualche dubbio mi sale, esistendo la “malignità degli oggetti”).

    Sono portato a credere che tutto nasca dall’invidia causata dallo stupendo “incipit” della lettera: Prima di tutto, o mio Lucilio, impara a godere.
    Visto il resto, è un inizio sfacciatamente fenomenale!!

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