L'Hacker e l'Anima

Snow

Un capitolo di un libro di fantascienza. Magari richiederà un piccolo sforzo per essere compreso, dato il linguaggio molto “informatico”. Ma fa pensare… :)

Da “Snow Crash” di Neal Stephenson:

«Sono qui sul Raft in cerca di un software – di un antivirus, per la precisione – scritto cinquemila anni fa da un sumero di nome Enki, un hacker neurolinguistico.»

«Che cosa vuol dire?» domanda Mr. Lee.

«Una persona capace di programmare le menti di altre persone per mezzo di flussi verbali di dati, noti anche come nam-shub.»

Ng è completamente privo di espressione. Aspira un’altra boccata dalla sigaretta, butta fuori il fumo verso l’alto, come un geyser, lo osserva mentre si diffonde contro il soffitto. «Qual è il meccanismo?»

«Nella testa abbiamo due tipi di linguaggio. Quello che stiamo usando adesso è acquisito. Modella il nostro cervello mentre lo impariamo. Ma c’è anche una lingua che risiede nelle strutture profonde del nostro cervello, che tutti possiedono. Queste strutture consistono di circuiti neurali elementari che sono necessari al fine di permettere al nostro cervello di acquisire forme di linguaggio più alte.»

«Infrastrutture linguistiche» dice Zio Enzo.

«Già. Immagino che “struttura profonda” e “infrastruttura” significhino la stessa cosa. Comunque sia, in particolari condizioni, è possibile accedere a quelle parti del cervello. La glossolalia – il parlare con il dono delle lingue – è l’output, l’effetto che si produce quando le strutture linguistiche profonde si impadroniscono delle nostre lingue e parlano, sostituendo le forme più alte e acquisite di linguaggio. Tutti hanno conosciuto questo fenomeno per un certo periodo.»

«Stai dicendo che esiste anche un aspetto di input?» dice Ng.

«Esattamente. Lavora in modo contrario. In particolari condizioni, le orecchie – o gli occhi – possono collegarsi alle strutture profonde, prescindendo dalle funzioni linguistiche più alte. Ovvero, chi conosce le parole giuste, può pronunciarle, o mostrare dei simboli visivi, e superare così le difese degli individui per raggiungere direttamente il loro tronco cerebrale.

Come un pirata informatico che irrompe nel sistema di un computer, aggira tutti i sistemi di sicurezza ed entra nel cuore della macchina, assumen-done il controllo assoluto.»

«In una tale situazione, i proprietari del computer non possono fare niente» dice Ng.

«Esatto. Perché loro accedono alla macchina a un livello più alto, che è stato ormai superato. Allo stesso modo, una volta che un hacker neurolinguistico entra nelle strutture profonde del nostro cervello, non possiamo più liberarcene, perché, a un livello così elementare, non siamo neppure in grado di controllare il nostro cervello.»

«Cosa c’entra tutto ciò con la tavoletta di argilla della Enterprise?» domanda Mr. Lee.

«Mi segua. Questa lingua – la lingua madre – è eredità di una fase precedente dello sviluppo sociale umano. Le società primitive erano controllate da regole verbali chiamate me. I me erano come piccoli programmi per gli umani. Ebbero un ruolo fondamentale nella transizione dalla società dell’uomo delle caverne verso una società organizzata e agricola. Per esempio, c’era un programma per scavare un solco nel terreno e piantare il grano. C’era un programma per cuocere il pane e un altro per costruire una casa. Esistevano anche me per funzioni di più alto livello, come la guerra, la diplomazia e i riti religiosi. Tutte le abilità necessarie a far funzionare una cultura autosufficiente erano contenute in questi me, che erano scritti su tavolette o trasmessi oralmente. In ogni caso, i me erano custoditi nel tempio locale, che fungeva da archivio dei me, controllato da un sacerdote-re detto en. Quando qualcuno aveva bisogno di pane, andava dall’eri o dai uno dei suoi sottoposti e prelevava il me della panificazione dal tempio. Poi seguiva le istruzioni, avviava il programma e, quando aveva finito, si ritrovava con una pagnotta.

«Era necessario un archivio centrale, tra le altre cose, perché alcuni dei me dovevano essere utilizzati a tempo debito. Se il me dell’aratura e della semina fosse stato eseguito nel periodo sbagliato dell’anno, non ci sarebbe stato raccolto e sarebbero tutti morti di fame. L’unico modo per assicurarsi che i me venissero utilizzati al momento giusto consisteva nel costruire osservatori astronomici per controllare i cambiamenti di stagione nel cielo.

Così i sumeri costruirono torri “con le cime coi cieli” – con diagrammi astronomici in cima. L’ en osservava le stelle e dispensava i me agricoli nelle giuste stagioni dell’anno, perché l’economia funzionasse.

«Mi pare il problema dell’uovo e della gallina» dice Zio Enzo. «Come fece una tale società a organizzarsi, in origine?»

«Esiste un’entità informatica nota come metavirus che causa il contagio dei sistemi informatici con virus personalizzati. Potrebbe trattarsi di un principio fondamentale della natura, come la selezione darwiniana, oppure di un’informazione che fluttua in giro per l’universo sulle comete e le onde radio – non ne sono sicuro. In ogni caso, è questo il suo effetto: qualunque sistema informatico di una certa complessità prima o poi viene infettato da virus – virus generati al proprio interno.

«A un certo punto, in un passato lontano, il metavirus infettò la specie umana e, da allora, non l’ha più lasciata. Per prima cosa, produsse un vero e proprio vaso di Pandora pieno di virus del DNA: vaiolo, influenza e così via. Salute e longevità divennero cose del passato. Un lontano ricordo di questo evento si è conservato nelle leggende della caduta dal paradiso, secondo cui l’umanità fu estromessa da una vita serena e confinata in un mondo infestato da malattie e dolore.

«Alla fine, quell’epidemia si è come stabilizzata. Di tanto in tanto, compaiono nuovi virus del DNA, ma, in generale, i nostri corpi sembrano aver sviluppato una certa resistenza nei loro confronti.»

«Forse,» dice Ng «i virus che attaccano il DNA umano non sono infiniti, e il metavirus li ha già creati tutti.»

«Può darsi. Comunque, la cultura sumerica, la società basata sui me, era un’altra manifestazione del metavirus. Solo che, in questo caso, si presentava in forma linguistica, anziché colpire il DNA.»

«Mi scusi» dice Mr. Lee. «Sta forse dicendo che la civiltà è cominciata come un’infezione?»

«La civiltà nella sua forma primitiva, sì. Ogni me era una specie di virus, derivante dal principio del metavirus. Prendiamo, ad esempio, il me della panificazione. Una volta entrato nella società, è diventato un’informazione auto-sufficiente. È semplicemente un problema di selezione naturale: chi sa fare il pane vivrà meglio e sarà più adatto a riprodursi di chi non lo sa fare. Naturalmente, i me verranno diffusi e chi li propaga funge da portatore di questa informazione autoreplicante. Ciò la connota come virus. La cultura sumerica, coi suoi templi pieni di me, non era che una raccolta di virus vittoriosi accumulatisi nel corso dei millenni. Era una operazione di franchise, solo che aveva le ziggurat al posto degli archi dorati e tavolette di terracotta anziché raccoglitori a tre anelli.

«Il termine sumerico per “mente”, o “saggezza”, è identico a quello per

“orecchio”. Ecco cos’era quel popolo: tante paia di orecchie con attaccati dei corpi. Ricevitori passivi di informazione. Ma Enki era diverso. Enki era un en che, guarda caso, era particolarmente bravo a fare il suo lavoro.

Aveva la rara abilità di scrivere nuovi me – era un hacker. Fu, di fatto, il primo uomo moderno, un essere umano pienamente cosciente, proprio come noi.

«A un certo punto, Enki si era reso conto che a Sumer ci si stava fossi-lizzando. La gente continuava a mettere in pratica gli stessi vecchi me, senza inventarne di nuovi, senza pensare con la propria testa. Ho il sospetto che si sentisse solo, essendo uno dei pochi esseri umani coscienti al mondo – forse l’unico. Si era reso conto che, per far sì che la razza umana progredisse, ci si doveva liberare dalla morsa della civiltà virale.

«Così creò il nam-shub di Enki, un antivirus che si diffuse lungo gli stessi canali dei me e del metavirus. Raggiunse le strutture profonde del cervello e le riprogrammò. Da quel momento in poi, nessuno comprese più la lingua sumerica, o qualsiasi altra lingua che avesse origine nelle strutture profonde. Separati dalle strutture profonde comuni, gli uomini cominciarono a sviluppare nuove lingue che non avevano nulla in comune tra di loro. I me smisero di funzionare e non fu più possibile scriverne di nuovi.

Venne bloccata l’ulteriore trasmissione del metavirus.»

«E come mai non sono morti tutti per mancanza di pane, visto che avevano perso il me della panificazione?» domanda Zio Enzo.

«Qualcuno, probabilmente, è anche morto. Tutti gli altri dovettero usare le funzioni più alte del proprio cervello per trovare una soluzione. Si può dunque dire che il nam-shub di Enki è alle origini della coscienza umana: per la prima volta, abbiamo dovuto pensare con la nostra testa.

Prese anche avvio la religione razionale e, per la prima volta, la gente cominciò a pensare a problemi astratti come Dio, il Bene e il Male. Ed è da qui che proviene la parola “Babele”. Letteralmente significa “Porta di Dio”. Attraverso questa porta, Dio poteva raggiungere la razza umana.

Babele è una porta nella nostra testa, la porta aperta dal nam-shub di Enki che ci ha liberato dal metavirus e ci ha dato la capacità di pensare, che ci ha fatto passare da un mondo materialistico a uno dualistico – un mondo binario, dotato di una componente fisica e di una spirituale.

«Probabilmente, seguì un periodo di confusione e scombussolamento generale. Enki, o forse il figlio Marduk, cercarono di reimporre l’ordine nella società, sostituendo il vecchio sistema dei me con un codice di leggi: il codice di Hammurabi. In parte ebbe successo. In molti posti, però, si continuava a venerare Asherah. Era un culto incredibilmente tenace, una forma di regressione a Sumer, che si diffuse sia oralmente sia con lo scambio di fluidi corporali: c’erano delle prostitute del culto, e venivano anche adottati orfani a cui si trasmetteva il virus tramite l’allattamento.»

«Aspetta un attimo» dice Ng. «Ora torni a parlare di, un virus biologico.»

«Esattamente. Questo è il punto, per quanto riguarda Asherah. È tutte e due le cose insieme. Osservate l’herpes simplex, ad esempio. Quando entra nel corpo, l’herpes punta dritto al sistema nervoso. In parte rimane nel sistema nervoso periferico, ma per il resto si fionda come una pallottola nel sistema nervoso centrale, e si insedia permanentemente nelle cellule del cervello, attorcigliandosi attorno al tronco cerebrale come un serpente attorno a un albero. Il virus di Asherah, che potrebbe essere paragonato a quello dell’herpes, o magari identificato con esso, passa attraverso le membrane cellulari per raggiungere il nucleo e scombussolare il DNA della cellula, proprio come fanno gli steroidi. Ma Asherah è molto più complicata di uno steroide.»

«E quando altera il DNA, cosa succede?»

«Non l’ha studiato nessuno, tranne, forse, L. Bob Rife. Forse, la lingua madre viene spinta a un livello più superficiale, e la gente diviene più adatta a parlare con il dono delle lingue e più suscettibile ai me. Questo virus, inoltre, mi pare che tenda anche a incoraggiare comportamenti irrazionali, o a indebolire le difese delle vittime nei confronti delle idee virali, o a causare la loro promiscuità sessuale, o forse tutte e tre le cose.

«Ma a ogni idea virale corrisponde un virus biologico?» domanda Zio Enzo.

«No. Solo ad Asherah, per quanto ne so io. Ecco perché tra tutti i me e le divinità e le pratiche religiose che furono oggetto di venerazione a Sumer, soltanto Asherah è ancora radicata ai giorni nostri. Un’idea virale può essere sconfitta – come è successo col nazismo, i pantaloni scampanati e le magliette di Bart Simpson – ma Asherah, avendo un aspetto biologico, può rimanere latente nel corpo umano. Dopo Babele, Asherah continuò a di-morare nel cervello umano, e a essere trasmessa di madre in figlio e di amante in amante.

«Siamo tutti soggetti all’azione delle idee virali. Come nell’isteria di massa. Una musica, che ti entra in testa e continui a canticchiarla per tutto il giorno e, alla fine, l’attacchi a qualcun altro. Gli scherzi. Le leggende metropolitane. Le religioni strampalate. Il marxismo. E per quanto intelligenti diventiamo, esiste sempre in noi questa parte irrazionale profonda che ci rende potenziali portatori di informazioni autoreplicanti. Ma essere colpiti fisicamente da una forma grave del virus di Asherah ti rende molto più vulnerabile. L’unica cosa che impedisce a simili fenomeni di impadro-nirsi del mondo è il fattore Babele: il muro di mutua incomprensione che divide in compartimenti stagni la razza umana e blocca il proliferare dei virus.

«Babele ha portato a un’esplosione del numero delle lingue. Faceva parte del piano di Enki. Le monocolture, come ad esempio un campo di grano, sono soggette all’infezione, mentre le colture geneticamente varie, co-me le praterie, sono estremamente resistenti. Dopo qualche migliaio d’an-ni, si è sviluppata una nuova lingua, l’ebraico, dotata di eccezionale flessibilità e forza. I deuteronomisti, un gruppo di monoteisti radicali del VII-VI secolo a.C, furono i primi ad approfittarne. Vissero in un periodo caratterizzato da un nazionalismo e da una xenofobia estremi, e per questo fu per loro più facile respingere idee straniere come il culto di Asherah. Forma-lizzarono le loro vecchie leggende nella Torah e, con essa, fissarono una legge che ne assicurava la diffusione nella storia – una legge che praticamente diceva: “fai una copia esatta di me e leggila ogni giorno”. E fomen-tarono una sorta di igiene informativa, la fede nella duplicazione rigorosa e una grande cura nella gestione delle informazioni che, come avevano compreso, erano potenzialmente pericolose. Con loro, i dati divennero materiale soggetto a controllo.

«Può darsi che siano andati oltre. Ci sono prove dell’accurata pianifica-zione di una guerra biologica contro l’esercito di Sennacherib, quando questi aveva cercato di conquistare Gerusalemme. Quindi, i deuteronomisti potrebbero avere avuto un loro en. O forse conoscevano i virus abbastanza bene da sapere come utilizzare le epidemie naturali. Le abilità coltivate da queste persone furono tramandate in segreto di generazione in generazione e si manifestarono duemila anni dopo, in Europa, tra i maghi della cabala, i ba’al shem, maestri del nome divino.

«In ogni caso, così nacque le religione razionale. Tutte le religioni mo-noteistiche successive – dette dai musulmani, a ragione, “religioni del Libro” – hanno in qualche misura inglobato queste idee. Il Corano, ad esempio, afferma ripetutamente di non essere che una trascrizione, la copia esatta, di un libro che sta in Paradiso. Naturalmente, chiunque ci creda non oserà alterare il testo in nessun modo! Idee come queste furono così effi-caci nel prevenire la diffusione di Asherah che, alla fine, ogni centimetro quadrato del territorio dove aveva prosperato il culto virale – che andava dall’India alla Spagna – fu sottoposto all’influenza dell’Islam, della Cristia-nità o dell’Ebraismo.

«Ma a causa di questa latenza – attorcigliata intorno al tronco cerebrale di chi ha contratto il virus e tramandata di generazione in generazione –

trova sempre il modo di riaffiorare. Nel caso dell’Ebraismo, arrivò con i farisei, che imposero una rigida teocrazia legalistica agli ebrei. Con la sua rigida adesione alle leggi custodite nel tempio, amministrate da specie di sacerdoti rivestiti di autorità civile, assomigliava all’antico sistema sumerico, ed era ugualmente oppressivo.

«Il ministero pastorale di Gesù Cristo si configurò come sforzo di liberare l’Ebraismo da questi condizionamenti: una sorta di eco di quanto aveva fatto Enki. Il vangelo di Cristo è un nuovo nam-shub, un tentativo di far uscire la religione dal tempio, dalle mani del clero, e di portare il Regno di Dio a tutti. Questo è il messaggio pronunciato in modo esplicito nei suoi sermoni, e rappresentato in forma simbolica dalla sua tomba vuota. Dopo la crocifissione, gli apostoli andarono alla sua tomba nella speranza di trovare il corpo di Cristo e invece non vi trovarono niente. Il messaggio era abbastanza chiaro: non dobbiamo fare di Gesù un idolo, perché le sue idee hanno un valore intrinseco, la sua Chiesa non è più accentrata in una persona, ma dispersa tra la gente.

«La gente abituata alla rigida teocrazia dei farisei non poteva sopportare l’idea di un Chiesa popolare e non gerarchica. Volevano papi, vescovi e preti. Così al vangelo fu aggiunto il mito della resurrezione. Il messaggio originario fu mutato in una forma di idolatria. In questa nuova versione dei vangeli, Gesù tornava in terra e dava vita a una Chiesa, che più tardi sarebbe divenuta la Chiesa dell’Impero romano d’Oriente e d’Occidente, u-n’altra teocrazia rigida, brutale e irrazionale.

«Nello stesso periodo, veniva fondata la Chiesa pentecostale. I primi cristiani parlavano con il dono delle lingue. La Bibbia dice: “E tutti erano attoniti e perplessi e dicevano l’un l’altro: ‘Che cosa significa tutto ciò?'”

Be’, credo di avere una risposta. Era un’epidemia virale.

Asherah era sempre stata lì, a covare tra la popolazione, dai tempi del trionfo dei deuteronomisti. Le misure di igiene informativa praticate dagli ebrei la rendevano inoffensiva. Ma agli albori del cristianesimo, deve esserci stato un gran casino, moltissimi pensatori liberi e radicali che se ne andavano in giro a irridere alla tradizione. Si tornò di colpo ai giorni della religione prerazionale. Si tornò a Sumer. E, quasi certamente, si tornò anche a parlare la lingua dell’Eden.

«La linea vincente all’interno della Chiesa cristiana rigettò la glossolalia.

Si limitò a disapprovarla per alcuni secoli e, al Concilio di Costantinopoli del 381, la condannò ufficialmente. Il culto glossolalico sopravvisse ai margini del mondo cristiano. La chiesa era disponibile ad accettare un po’

di xenoglossia purché fosse utile a convertire i pagani, come nel caso di san Luigi Bertrand che, nel XVI secolo, convertì migliaia di indiani diffondendo la glossolalia per tutto il paese più rapidamente del vaiolo. Ma, appena convertiti, si chiese a quegli indiani di tacere o parlare in latino come tutti gli altri.

«La Riforma portò con sé una maggiore apertura. Ma la dottrina della Chiesa pentecostale non prese seriamente piede prima del 1900, quando un piccolo gruppo di studenti di un Bibbia-college nel Kansas cominciò a parlare con il dono delle lingue. Diffusero la pratica anche in Texas. Qui divenne noto col nome di revival movement. Si propagò come un incendio incontrollato in tutti gli Stati Uniti e, poi, in tutto il mondo, arrivando fino in Cina e in India nel 1906. I mass media del XX secolo, l’alto grado di al-fabetizzazione e i mezzi di trasporto ad alta velocità agirono tutti da poten-tissimi vettori dell’infezione. In una sala piena di revivalisti o in un campo di rifugiati del Terzo mondo, la glossolalia si diffonde veloce come il panico, di persona in persona. Negli anni Ottanta, il numero di pentecostali nel mondo si calcolava ormai nell’ordine delle decine di migliaia.

«Infine, arrivarono la televisione e il reverendo Wayne, sostenuto dall’esteso potere mediatico di L. Bob Rife. Il comportamento promosso dal reverendo Wayne nei suoi spettacoli televisivi, volantini e franchise può essere fatto risalire ai culti pentecostali degli inizi del cristianesimo e, ancora più in là nel tempo, ai culti glossolalia pagani. Il culto di Asherah vive. Le Porte del Paradiso del Reverendo Wayne sono il culto di Asherah.»

6 pensieri su “L'Hacker e l'Anima

  1. Grazie, Balin, ogni tanto ci vuole persino un po’ realissima surrealtà, e moltissima terribilissima realtà surreale! Se così non fosse, dove sarebbe l’occultismo?

    Hugo de’ Paganis,
    terribilissimo,
    surrealissimo,
    irrealissimo,
    ecceterissimo.

  2. Il suo vero nome NON è programmazione neurolinguistica, bensì fisiologia del “doppio ahrimanico”, da cui nascono le tecniche di condizionamento che legano vieppiù le poco consapevoli forze dell’anima alle strutture del sistema nervoso centrale e autonomo. Una nota, quanto esecrata, compagnia usa queste tecniche da quasi 500 anni a beneficio del potere di una potenza straniera d’Oltretevere.

    La cosa funziona ad ogni livello e con ogni strumento, compreso l’instupidente e narcotizzante mondo televisivo e cinematografico, e agirà in maniera ancor più efficacemente attraverso internet. Non si tratta di evitare il problema e l’avversario, ma di diventare spiritualmente così forti – nell’Io – da poter vincere ogni forza costringente e, rovesciandola, renderla servitrice dello Spirito. Non ci è concesso di rinunciare all’uso di strumenti dello strapotere dell’Oscuro Signore, ma ci è data la forza per dissolverne il potere costrittivo, e di trasformare la difficoltà in occasione interiore.

    Il nostro Balin ci ha sagacemente dato materiale di riflessione meditativa. Buon pro’ faccia!

    Hugo,
    ch’ogni costrizion dissolve,
    riducendo col fumante sigaro,
    tutto in cenere e polve.

Lascia un commento