SPIGOLATURE

Rudolf-Steiner-

Ogni parola di Steiner tornava a noi più profonda, immensamente arricchita quando Lui la pronunciava”

Questa è una di quelle frasi che molti discepoli del Dottore hanno scritto rievocando una impressione comune per coloro che ebbero in sorte la possibilità di essere presenti e di udire la sua voce. Un ricordo, ma uno di quei ricordi che non abbandonano più l’anima per il resto del suo cammino.

Perché dentro c’è tanto. Ma che a mettere in parole è assai difficile, forse troppo difficile. E vale anche per me che ormai do per scontate fin troppe cose. Ora (se qualcuno lo ignorava…) insisto più volentieri a sottolineare il carattere precipuo dell’esercizio interiore, poiché i grandi ostacoli vengono dall’anima: l’anima comune che svolge funzioni naturali e necessarie, ma che nello spiritualismo mi pare fin troppo celebrata. Quell’anima in cui ci identifichiamo e che desidera l’omeostasi, la stabilità della propria condizione.

Al contrario, è proprio quando le sue funzioni naturali vengono sospese o deviate o invertite, si apre il varco interiore in cui si libera il percorso tra la volontà e il pensiero: condizione che non è il “risultato” o un risultato esotico e isolato, ma è la pietra angolare della reintegrazione.

Vista la situazione interiore di quando si comincia, di come si comincia, che è come una trama di nebbie fitte, tutte le situazioni umane che ho potuto osservare nel corso di molti decenni (compresa la mia) mi hanno indicato che il capire questo percorso è cosa difficilissima e che la semplice comprensione intellettuale o peggio ancora una acritica adesione sentimentale non vale un centesimo bucato (ho scritto “comprensione intellettuale” e così ho detto una stupidaggine poiché il comprendere è cosa serissima, sacra, persino rara. Credo che la comprensione abbia poco o niente a che fare con ciò che nel mondo passa con questo termine). Neppure una onesta ma astratta decisione riesce a mandare avanti qualcosa. Queste sono le buone intenzioni che illuminano il cielo della coscienza di una realtà simile all’effimera fioritura di un fuoco d’artificio.

Per fare qualcosa (di vero) serve che tutto l’uomo risponda all’appello. Non è necessario che lui ne sia completamente consapevole. Anzi, se si muovesse solo quello che c’è nella consapevolezza faremmo ben poco.

Ad un certo momento –  dopo molto ma anche subito – rivedendo il proprio percorso più essenziale di vita o abbandonandosi a una particolare condizione meditativa oppure attraverso una percepibile irruzione delle profondità sollecitata da una richiesta altrettanto profonda, ascende attraverso gli strati oscuri dell’anima una causa: è senza nome ma possiamo chiamarla karma prenatale, Io superiore, grazia divina, Tao…oppure anche stare zitti: succede che ci viene data la bicicletta e pedalare è poi affar nostro.

Possiamo anche gettare la bici (scusate la grossolanità dell’analogia) in un fosso e vivere come non fosse successo niente. E’ il bello di quella eccezionale condizione di libertà che possediamo nella sfera terrestre.

Quando Scaligero era presente, buttare l’evento interiore nel fosso era assai più difficile. Non perché vi fosse coercizione, ma perché ogni sua parola si formava come un involucro dello Spirito.

Talvolta la “testa” non afferrava, ma il cuore sì; esso riconosceva con stupita devozione la consonanza. Lo Spirito riconosceva lo Spirito.

Le sue, alle volte assai parche parole, praticamente le vedevi entrare nel mondo come fosse la prima volta oppure come rarità preziose: erano epifanie. Spesso intervallate dal silenzio. Anche il suo grande mentore, il dott. Colazza, faceva del silenzio un’arte: illuminante per alcuni, insopportabile per altri. Chi lo conobbe coniò il termine “silenzio attivo”, intuendo che il suo lavoro spirituale si svolgeva ben oltre la dottrina, la logica, i suoni e i rumori.

Come ho scritto sopra, bastava che una singola parola del Dottore venisse pronunciata da Scaligero ed era come la sentissi per la prima volta: diventava una porta aperta su altezze e profondità di cui mai ti saresti accorto: intuivi a malapena quale potesse essere il vero livello del discorso. Toccavi con mano la tua distanza, l’abisso che ti separa dalla vera comprensione dell’Opera del Dottore e dell’interiore tenore – sopramondano – di Massimo Scaligero.

Racconto un fatto narratomi da persona che poi fu molto vicina a Scaligero: andò da lui quasi con rabbia avendo conosciuto fin troppi spacciatori di spiritualità: “Forza! Proviamo a conoscere anche questo…tanto…, uno in più…”. Palesemente aggressiva si impose di ascoltare anche Scaligero.

Massimo, in tutta calma, le espose la costituzione interiore dell’uomo. Non aggiunse nulla.

Però la persona in questione, uscita poi in strada, sentiva a malapena il selciato: “Camminavo ma era come se non toccassi il terreno e, a tratti, forse non lo toccavo”.

A me, che spremevo tante concentrazioni ma poche meditazioni (nessuna), un giorno chiese: “Fai meditazione?” gli risposi di no e lui: “E’ persino più facile della concentrazione”. Un lieve sospiro, (che tradussi in un: “che lavoraccio con queste teste dure”) poi disse: “Ti mostro come si fa”. Pronunciò una parola, per niente misteriosa e feci…la meditazione più intensa e perfetta della mia vita. Fu un suo dono.

Non possiamo “imitare” Massimo Scaligero, come, sbattendo le braccia, non si può volare nel cielo tra le aquile; questo è certo. Ma potrebbe essere realistico ricordare il livello dello Spirito e delle Virtù che generosamente donava imparzialmente a tutti.

Ma poi occorre coraggio dell’azione individuale, tutta nostra.

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Come scrisse un amico, la corda va tesa, senza curarsi se si spezza: che si spezzi!

Esiste per l’uomo anche il coraggio di conoscere ciò che egli è, che si è: il coraggio nella umana desolazione, quello crudo e senza fingimento. Lì intorno, il riduzionismo antroposofista che si traveste di ampiezza è il porto sicuro della menzogna. Il pannicello protettivo che cela la realtà, che ottunde, che travia.

In un commento, un valido collaboratore ora passato su posizioni piuttosto diverse, osservò come dietro ai sermoncini di qualcuno, alle assai più dotte conferenze o scritti di altri, ci fosse l’impulso inconscio di frantumare, diluire, soffocare l’atto più conseguente: pensare liberamente e volitivamente il pensiero originale dell’Iniziato.

Esso è lì, in attesa di essere nuovamente pensato sino alla consumazione della sua necessaria forma dialettica: da lì si può risalire…oppure ci si curva in spiegazioni, deduzioni, nessi culturali. Cosa non impossibile che accresce persino l’aura di autorevolezza di alcuni personaggi, ma che, a guardarci negli occhi, è solo fuga, paura e vergogna.

L’eterno soliloquio, il moto perpetuo del pensiero insignificante, va dominato, va arrestato: occorra pure un tempo quasi infinito. Un tempo si attenuava con molti mezzi la sua attività: ora questa strada butta a mare centinaia di anni di evoluzione e offre il quasi certo rischio di uno stato in cui la presenza dell’Io viene appannata sino allo sconfinamento in quella landa tra veglia e sonno chiamata trance o rêverie. Ora occorre immergersi con coraggio nel fiume del pensiero con un pensare più vigoroso, più intenso del suo corso naturale, ma non è cosa facile: è un’azione faticosa e dolorosa: afferra, in concreto, tutto l’uomo: tutto l’essere ne è coinvolto.

E’ possibile avvertire la ribellione dell’ordinario pensiero psichico che vuole contrastare con ogni mezzo la rinascenza di ogni singolo pensiero voluto dall’Io e certo, non è una scaramuccia ma una lunga guerra: una contesa tra due soggetti. Guerra che si svolge sul terreno della libertà umana: è il luogo dove maestri o dei non hanno accesso. Nemmeno le vittorie vengono vinte una volta per tutte: ciò che oggi si è conquistato può venir perduto domani. Ciò spiega gli strani – tragici – arretramenti di figure notevoli che ripiegano su posizioni di rendita personale o persino antitetiche alla strada originariamente intrapresa.

*

Ho scritto che tutto, dell’uomo, viene coinvolto. Allora qualcuno potrebbe, a ragione, chiedersi a cosa andrebbe incontro ciò che si sente come proprio. Nell’anima, ciò che sentiamo come maggiormente nostro riguarda la sfera del sentimento: lo avvertiamo come un mondo che appartiene solo a noi stessi, dunque per ogni individuo è cosa preziosissima.

Il problema che si pone è questo: da un simile atteggiamento non è possibile qualsiasi altro passo: grossolano o raffinato che sia, il sentire tende ad alimentare se stesso, a vivere in sé. Questa è la condizione che possiamo chiamare naturale.

Ma l’operatore, il ricercatore, l’asceta vuole evolvere ed è assolutamente possibile portare il sentimento in tale evoluzione. Purché non entrino in gioco e si rafforzino rappresentazioni comuni ma errate. Sono quelle che derivano dalla tendenza naturale indicata sopra. Parlo della “nobilitazione dei sentimenti”. Sentite, in ogni uomo normale convivono molte cose diverse: alcune (o molte) belle e splendide, altre (o molte) vergognose e brutte. In questo senso vi sono davvero uomini migliori e uomini peggiori…poi magari, in momenti particolari tutto si ribalta e dal migliore scaturiscono pessime azioni mentre il peggiore agisce con generosità ed eroismo. Ho conosciuto tanto velleitarismo ma scarsissimo prodotto: tuttalpiù abit-udini, cioè abiti: roba indossata.

La rappresentazione più corretta ci indica non il nobilitare, ma il trasformare. La differenza tra i due si misura col metro della realtà. Può apparire come immagine di gradini di sviluppo.

Il primo è indiretto (tutti sono indiretti se non si voglia, come ha sottolineato un collaboratore di Eco, cadere nella stupidità astratta di parlare di “sentire il sentire”). Si consegue con il lavoro che permetta di coniugare il pensiero con la volontà: in ogni suo momento il sentire è presente, ma nella apparente forma negativa: è il non-sentire: il sentire vuoto. Qui in realtà la potenza del sentire è superiore ma l’abitudine al “pieno” rende difficoltoso tale riconoscimento (pure nella percezione di correnti eteriche si sperimenta come esse si presentino come correnti di “vuoto” rispetto alle percezioni di natura). Dal sentire ordinario trae forza il sé inferiore, l’io psichico. Più l’Io si fa strada nell’immanenza, più retrocede l’io inferiore col suo mondo sentimentale.

Il carattere di imperturbabilità dell’Io permette l’acquisizione di un dominio di sé tale da essere in grado di percepire la gamma dei sentimenti senza che questi travolgano la vita dell’anima. Inizia la capacità di sperimentarli ma senza esserne invasi e catturati: questo è il secondo gradino.

Il terzo gradino va pari passo con l’autonomia dell’Io che, di solito, è relazionata ai momenti in cui il pensiero dialettico viene completamente estinto anche nei suoi riflessi: qui vige il silenzio, vivo e pieno. Allora, in questo silenzio, possiamo accorgerci che gioia o dolore giungono a noi come fossero sostanza di altri. L’esperienza è netta, possiamo persino stupirci della sua inusitatezza. Allora il piacere e dispiacere ci giungono come ogni altro oggetto del mondo: possiamo contemplarli e chiedere a noi stessi cosa essi vogliano comunicarci: sono diventati organi di percezione di qualcosa, come lo sono gli occhi sensibili che permettono di vedere le cose che stanno fuori.

Queste sono condizioni che mutano, purtroppo a tratti, l’organamento dell’anima nella sua realtà. Comunque il “travaso” che avviene sulla psiche è pur esso assai notevole: porta a diversi cambiamenti che modificano la precedente “visione del mondo” ed in particolare il nostro rapporto con le indicazioni del Dottore,  financo il significato e lo svolgimento dei cinque ausiliari che tutti credono di conoscere.

Un pensiero su “SPIGOLATURE

  1. Naturalmente ho solo descritto “una” possibilità di esperienza riguardante la zona mediana.

    Mentre che, per Tizio o Caio le esperienze possono essere assai diverse, nei modi e nei tempi.

    Purtroppo, quando si ha a che fare con la parola scritta, è come se ogni cosa diventasse scolpita ed è assai facile sentire ciò come cosa rigida e unilaterale.

    Poi, alla fine, ognuno dovrebbe essere libero di bere il mio brodino o gettarlo via. Per me va bene lo stesso.

    Solo una cosa potrebbe valere un po’: non pappagalleggio da Steiner o Scaligero: ciò non mi rende in alcun modo speciale…ma sebbene sia su Eco non faccio l’eco. Qui informo o scrivo, in modo attenuato, solo quello che per me è esperienza.

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