L'ARTE DEL CUOCO FILOSOFICO

CUOCO (2)

 La scienza moderna non considera il calore come una entità a sé stante ma accetta il fatto che esso modifichi le proprietà di un corpo.

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Le donne sono più spirituali degli uomini! E per affermare questo nemmeno oso addentrarmi nelle osservazioni del Dottore riguardanti la plasticità della donna confrontata con la più densa s(t)olidità del genere maschile.

Nossignori. Basta rimanere qui, coi piedi piantati saldamente per terra. Il grande saggista e romanziere inglese C. S. Lewis ha caratterizzato efficacemente questa innegabile verità in una sua deliziosa “fiaba per adulti” (That hideous strength) in cui la personalità che dirige un improbabile gruppetto di inconsapevoli eroi della Luce stabilisce che le ordinarie faccende domestiche vengano svolte con una netta separazione tra i sessi: solo donne o solo uomini.

Perché questo? Allo scopo di evitare, in cucina, insanabili fratture: se un uomo chiede ad un altro dove riporre un oggetto, il primo risponde al secondo: “Mettilo nella credenza, nel secondo cassetto in basso a sinistra”. Se una donna fa ad un’altra donna la stessa domanda, la risposta può essere: “Là” oppure “Laggiù”.

Il mistero è manifesto: tra loro le donne, in questo modo, si capiscono benissimo mentre per l’uomo una spiegazione di quel tipo gli cortocircuita le cellule grige generando frustrazione, irritazione e in alcune situazioni sfoghi violenti. Ma, nel migliore dei casi, tra i due sessi si litiga.

A me è capitato spesso (in salotto, non in cucina), dopo aver chiesto lumi su di un fatto ad una gentile amica e dopo una sua lunga, accuratissima narrazione del come e del perché, di uscirne poi senza una immagine che (per me) avesse un fondamento di sensibile realtà e persino più nebulizzato di prima…ma con una delicata e dedicata malinconia verso l’irrisolto tema a causa delle mie patenti incapacità.

Arguisco che le donne siano come dotate di poteri che nemmeno in sogno l’uomo può sperare di possedere. Esse invece detengono la signoria di un linguaggio ermetico, il quale essendo ermetico è di certo figlio nobile dell’Arte regia, cioè della tradizione ermetica che nel passato è stata la via spirituale di quelli che furono e sono chiamati alchimisti.

Qui però c’è un però, poiché con la lettura di un testo originario di Ripley o Sendivogio o Geber, ammesso che la (in)comprensione possa essere un metro di misura, si giunge presto all’impressione che tali signori siano stati molto, ma molto superiori alle donne: e parlo di chi tra essi scrisse, forse mosso a pietà dalle turbe di pecoroni – ovviamente maschi – duri di comprendonio, divulgando e spiegando nei particolari i segreti della Trasmutazione e della fabbricazione della Pietra filosofale. Parlo degli Alchimisti conosciuti poiché questi scrissero valanghe esplicative, condividendo con il lettore l’arcano, strappando (a detta loro) persino la foglia di fico che dissimulava il segreto dei segreti.

Se non l’avete mai fatto, provateci, leggeteli. E’ la migliore disciplina d’avviamento alla sublime condizione del Non-Capire: invero condizione naturale generalizzata, ma in questo caso prodotta da un duro lavoro cosciente.

Bando a scherzi, a me che provenivo da un Oriente tutto trascendenza, dannarmi sull’ambigua equivalenza tra metallurgiche operazioni sensibili e stati di coscienza servì ad avvicinarmi all’idea del sensibile/soprasensibile che è la chiave dell’indagine goethiana.

Visto il titolo di questa nota, ogni dissertazione su valenze simbolico-terminologiche di cui i testi alchemici sono ricchissimi, è fuori discussione. Salvo gli accenni ai fuochi filosofici.

Perché “è dal regime del fuoco che tutto dipende” (Filum Ariadnae). “L’Opera non si fa né col fuoco volgare, né con le mani, ma col solo calore interiore” (Pernety). “Mediante lento e paziente riscaldamento, con continuo e mite calore si opera sino ad ottenere lo spirito occulto del mondo chiuso dentro la Pietra” (Chymica Vannus). Col Fuoco si cuoce: “intendete tutto secondo natura e secondo regime. E credetemi senza cercar tanto. Io vi ordino solo di cuocere: cuocete al principio, cuocete nel mezzo, cuocete alla fine, senza far altro: poiché la Natura si porterà al compimento” (Turba Philosophorum).

Prima di continuare spendo qualche riga su due termini ancora in uso che indicano strade e attitudini diverse: “umido” e “secco”.

Può valere, tra i molteplici significati, quanto è scritto nel Liber singularis de Alchimia che caratterizza la via secca dall’azione del Fuoco nudo e dall’assenza del “nero”, cioè dalla mortificazione. Ciò significa un operare senza crisi o salti o alterazioni ma con un processo continuo di sfittimento, di progressiva luminosità: attivo data la continua presenza del Sole e dello Zolfo (principio Io/volontà). Per l’uomo antico e per chi si trovi ad avere una naturale relazione con l’extrasensibile, la via umida, devozionale potrebbe essere più immediata. A patto che non sbocchi in condizioni passive e di estasi mistiche in cui il Mercurio (etere universale) scardini e sommerga l’operatore. Muovere qualcosa nel corpo eterico oppure esserne mossi si traduce in direzioni fatali.

Poiché il passato si prolunga nel presente, credo si possano cogliere alcuni tratti della via umida o della via secca anche nelle disposizioni animiche di coloro che operano nella presente forma della Scienza spirituale.

Tornando al tema del fuoco filosofico, esiste un testo breve di Giovanni Pontano che dà una relativa chiarezza e che potrei ricopiare per intero. Supponendo che ciò non sia un ardente desiderio vostro e mio, trascrivo qualche pagina saltando oltre le usuali lamentele delle fatiche e delle ambascie affrontate in lunghi anni di ricerca e di tentativi a vuoto, cosa familiare anche oggi a molti.

“…..La pietra filosofale dunque è una e si chiama in più modi: prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte qualità felici, che per opera dell’altissimo Dio, si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco.

E chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non sa nulla di filosofia, perché ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l’ignorano mai.

Ora bisogna dire le proprietà del nostro fuoco e se cioè convenga alla materia e in quale modo, affinché si trasmuti con la materia. Quel fuoco non brucia la materia, niente separa dalla materia, né divide le parti pure dalle impure, come dicono tutti i filosofi, ma converte in purità tutto il soggetto: non sublima, come Geber fa le sue sublimazioni, similmente Arnoldo di Villanova e altri, parlando di bilanciamento ed equilibratura dei principi e di sublimazioni. Rende perfetto in breve tempo.

E’ minerale, acqueo, eguale, continuo, non evapora se non si faccia avvampar troppo, partecipa del sulfureo da altro che dalla materia, disgrega, scioglie, congela tutto e similmente calcina ed è artificiale, facile a trovarsi e a comporsi, senza spesa o almeno con poca.

Il nostro fuoco è minerale ed eterno, non evapora se non è eccitato oltre misura: partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia: distrugge, dissolve, congela e calcina tutte le cose. Occorre molta abilità per scoprirlo e prepararlo: non costa nulla o quasi nulla. Inoltre è umido, carico di vapori, penetrante, sottile, dolce, etereo. Trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie. Egli è ancora la fonte d’acqua vitale nella quale il re e la regina della natura si bagnano continuamente.

Questo fuoco umido è necessario in tutte le operazioni alchemiche, poiché tutta la scienza è in questo fuoco. E’ alla sua volta un fuoco naturale, soprannaturale e antinaturale, un fuoco alla sua volta caldo, secco, umido e freddo che non brucia, né distrugge. E quel fuoco è fuoco con investigazione, con mediocre contributo: con fuoco languido tutto insieme produce tali equilibri.

E chi legge Geber e tutti gli altri filosofi, se vivesse cent’anni, non riuscirebbe a comprenderlo, perché soltanto per mezzo della profonda riflessione si riesce a trovare quel fuoco.

Allora si può capire nei libri e non prima.

(…) La pratica invero è questa: si prenda la materia e il più accuratamente possibile si triti con tritura filosofica e si metta al fuoco e la proporzione del fuoco si conduca in modo tale che ecciti semplicemente la materia, la tocchi tuttavia e in breve tempo quel fuoco, senz’altra apposizione delle mani, celermente compirà tutta l’opera, perché putrefarà, corromperà, genererà e perfezionerà e farà apparire i tre colori principali, nero, bianco e rosso, mediante il detto fuoco molteplice. Si aggiunga poi materia cruda non solo nella qualità, ma nella virtù.

Sappi dunque cercare con tutte le tue forze questo fuoco e ci arriverai, perché è quello che compie l’opera ed è la chiave di tutti i filosofi che non hanno mai rivelato…

Per quel poco che comprendo, davvero il Pontano si esprime più chiaramente degli altri alchimisti (resto al vostro servizio per le poche cose che paiono meno comprensibili, così ci faremo insieme almeno quattro risate).

Il fuoco o calore – sono termini intercambiabili – è dappertutto, come lo è stato dall’inizio della Creazione. Nell’uomo si affaccia come calore corporeo, perciò la nostra Pietra è naturalmente calda: essa manifesta la “vita della luce”, cioè abbiamo la vita che non possediamo e la luce che si palesa ma sembra nascosta.

Nell’uomo si avverte la vita come fuoco dei sensi, calore delle passioni. Nell’uomo il calore risorge come amore quando diventa percezione e pensiero ossia nell’atto che tende a restituire allo Spirito la materia. Nei confronti dell’anima la luce del pensiero deve incontrare il calore che promana dalla vita istintiva. Per comprenderci per il verso giusto si potrebbe parlare di realizzare una speciale condizione di “entusiasmo” indipendente dalle condizioni personali: sarebbe un buon termine qualora non venisse alimentato, come sempre avviene: a) dalle forme del sensibile (…partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia…), b) dal godimento della natura personale (...senz’altra apposizione delle mani...).

Così, nel comune divenire, anche spiritualista, si usa e si sostiene pure che l’entusiasmo e tutto quanto vi si correla sia cosa grande mentre è palese contraddizione: si rinserra la sezione mediana al fluire di ciò che libera il pensare ed il percepire dalla categoria corporeo-animale: il volere profondo: il volere pre-corporeo è la vera forza attraverso la quale l’uomo può essere libero.

Solo dalla (progressiva) libertà può scaturire l’amore e l’atto morale. Libertà è essere indipendenti dal corpo, è agire dalla straordinaria condizione nella quale ci si possa trasferire nel corpo eterico. E tutto quello che pifferai e zufulatori spargono in giro con ossessione tematica diversiva è solo piatta fuffa dialettico-luciferica.

Dunque c’è chi si entusiasma per ciò che legge, chi per ciò che fa, poi ancora c’è chi scoppia di entusiasmo rimirandosi allo specchio…è roba di tutti i giorni e non vale un accidente.

Come ho scritto sopra, l’opera è portare l’essere del pensare nella vita degli istinti: il sole, l’oro, lo zolfo hanno, detto alla buona, un senso analogo ed il punto di questa somma analogica non può essere che il centro più possente dell’anima che la simbologia architettonica occulta indica come zona cardiaca.

Nel cuore avviene l’incontro tra calore e luce che “trasforma, non si infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto: infine è il solo della sua specie”.

Nelle più serie e veraci correnti occulte esauritesi meno di un secolo fa, l’opera consisteva nel sentire ed avvivare con l’immaginazione una caloricità nella zona del cuore, nutrendola progressivamente con sensazione e immaginazione. Sebbene fosse preparata da una pratica volta all’isolamento dell’uomo lunare, il suo limite era quello comune a tutti gli occultismi: trasferire nella corporeità la coscienza, disciplinata ma ordinaria, seppure purificata dall’umido naturale così caro al volgo.

In realtà c’era già tutto ma mancava soltanto ciò che può immergersi nel corpo essendo da questo indipendente: la forza-pensiero. Senza la forza-pensiero ogni operazione o rito è solo operazione corporea poiché officiata dalle possenti forze corporee dominanti la coscienza. Di questa essenziale forza e della sua, già difficilissima conquista, su Eco se ne parla tanto, forse così tanto da confondere il buon lettore. Allora rimando a qualsiasi opera di Massimo Scaligero ed in particolare al Trattato del Pensiero vivente (in particolare l’edizione del ’79 riveduta e ampliata dall’Autore poco prima della sua scomparsa).

Pur essendo del tutto convinto che la “pietra angolare” non soltanto sostenga ma riassuma in sé l’intero edificio, ad un certo punto della disciplina della liberazione del pensiero dal vincolo cerebrale è possibile indirizzare parte del lavoro interiore verso la dinamizzazione del fuoco cardiaco. Infatti il dott. Colazza dice: “Tutte le regole e gli indirizzi di educazione occulta non daranno frutti senza questo senso del fuoco risvegliato nel cuore. E’ per questo che gli uomini del passato hanno tentato la via della devozione ma questa era troppo spesso inquinata da pregiudizi e da emozioni passive e non poteva dare la conoscenza. Scendendo nel cuore gli uomini perdevano il senso dell’Io per disperdersi nel sensibile sentimentale

Ricordatevi dei “santini” in cui è raffigurato Gesù che tiene in mano il cuore fiammeggiante: ermeticamente semplificato in un triangolo rovesciato sormontato da una croce (tale simbolo ha anche altri significati. Nei tarocchi corrisponde al XII arcano: l’impiccato).

Molti sanno quale sia la disciplina: si trae, con l’immagine di normali processi sensibili (dal calore del sole al fuoco di un ceppo di legno), un sentimento o “senso” del calore. Se questo viene colto dalla coscienza della testa, il suo carattere lo traduce immediatamente nel cuore. Il processo, quando sia posseduto, accende subitaneamente la condizione a cui il dott. Colazza diede la migliore definizione possibile: “Emozione attiva”, del tutto indipendente da quanto può entrare in noi dal mondo esterno e dalla contingente personalità nostra.

Ma questo a che serve? Quasi già detto: porta a Vita la Luce. Ossia l’illuminazione si “accende”: diventa potere trasformante, giunge fino ai sistemi corporei, pervade ogni singola cellula del corpo e secondo misura e destino dissolve la materia e la sostanzia di etere spirituale. Parlarne come ora, indica, ma oltre non serve più di tanto: sono tutte condizioni, esperienze dell’anima metadialettiche, metarazionali: pure esperienze. Esse iniziano sempre dal pensare senza pensieri. Mi verrebbe da dire (e perciò lo dico): dal pensare…spensierato! 

6 pensieri su “L'ARTE DEL CUOCO FILOSOFICO

  1. Ciao Mir!

    Il fatto che Scaligero abbia fatto stampare più volte, in un lasso di tempo “librario”, il Trattato, indica anche agli antropociechi quanta importanza desse a questo scritto. L’ultima edizione (incoraggiò tutti gli amici di acquistarla) non modifica nulla: trovi qualche breve riga aggiunta ai brevi capitoli e, alla fine, un appendice intitolata DELLA CONCENTRAZIONE INTERIORE. Sono 14 pagine nelle quali l’Autore, esaminando i nessi dinamici tra l’Io, la psiche ed i sistemi corporei, con la loro situazione di caos e d’impotente regressione alla razionalità, anche nel caso di “anima metafisicamente qualificata”, giunge alla “priorità della disciplina del pensiero ai fini di una liberazione delle facoltà animiche e di una elevazione della coscienza alla percezione di ciò che di primordiale unisce l’umano al cosmico” ecc.

    Insomma è quello che, se permetti, si cerca di promuovere (probabilmente nel peggior dei modi) su Eco.

    Il messaggio del Trattato infastidì molto Evola che riservò qualche riga al libro di Scaligero nella riedizione di MASCHERA E VOLTO DELLO SPIRITUALISMO CONTEMPORANEO: “così come un altro seguace ha presentato le sue elucubrazioni parasteineriane come qualcosa che va “di la dello Yoga e dello Zen”, dalla Tradizione: a tal segno giunge l’infatuazione antroposofica!”.

    Io che di Scaligero non fui discepolo ma solo un amico di poco livello, so bene che alla logica critica ed allo sprezzo evoliano si potrebbe – assai facilmente – metter su un volume intero per scardinare le infelici affermazioni e le banalità dell’anziano e inacidito barone.
    Però non saprei proprio che dire della cricca di discepoli e dei sodali di questi che travisano – ogni santo giorno e di buona lena – il filo d’Arianna dell’insegnamento, suggerendo fate morgane: non il “coraggio dell’impossibile” ma la vigliaccheria più certa!

  2. Ringrazio infinitamente Isidoro, per la sua consueta generosità e pazienza. Il suo apporto (insieme anche al pregevole lavoro degli altri redattori di Eco, che ugualmente e vivamente ringrazio) in questi ultimi 3 anni e mezzo è stato, per me, essenziale. In questo luogo sento, percepisco, lo sforzo della fedeltà all’Insegnamento. Qui ho imparato molto. E questo mi sembra un gran bel dono, per me, per noi che vogliamo porci in cammino.

  3. Grazie a te, caro prologiov!

    Anche se qualcuno, politico per propria natura, può pensare il contrario (e non dico “giudicare” che, come sai, i buonissimi non giudicano mai…), il senso dell’esistenza di Eco è solo fondato su amicizia, fiducia e coerenza all’insegnamento di Scaligero che – quasi sempre quando viene nominato – sembra oscillare tra un corretto accademismo intellettuale ed una manipolazione di oscure radici.

    Ci viene persino criticato lo sforzo di scrivere, alle volte, sulla base dell’esperienza: ciò è in linea con l’esigenza di evitare l’astrazione o il rumine sapienziale. Questo sembra inaccettabile per chi, della Scienza dello Spirito ne ha fatto cultura (dimenticando che la razionalità, per se stessa è il limite che precede ed infine ostacola la Via interiore) ed è pure inaccettabile per chi, più o meno inconsciamente, valuta che la propria scarsa comprensione/percezione sia un metro universale di misura.

    Pare perciò che siano pochi coloro che sono vocati al metafisico: basterebbe in caso contrario che venisse applicata la massima della Scienza ermetica: “Lege, lege, lege, relege et invenies” applicata non a poche righe selezionate ma almeno ad UN testo tra i tanti che Scaligero ha scritto.

    Lì sì che occorrerebbero momenti di serenità scevra di pregiudizi! Insomma una mente limpida ed un cuore veramente aperto. In tale caso, ulteriori sottolineature sarebbero superflue o persino nocive, Eco compreso.

  4. Al nostro ottimo Isidoro ho deciso di dare una birbonissima orsolupesca risposta alle sue preclare considerazioni ermetico-alchemiche. Hehehe!

    Hugo, che no verrà mai sconfitto
    finché con sollazzo ei si nutrirà
    di patate e baccalà bello fritto.

  5. Soavissimo Hugo,
    attenderò paziente (virilità olimpica e superiore distacco inclusi nel pacchetto) la tua rispostazza…tanto:

    Hugo verrà sconfitto:
    nella tosca calura
    in men che non si dica sarà croccante e fritto!

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